BastaBugie n°187 del 08 aprile 2011

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1 MOVIMENTO PER LA VITA: SVELATI I RETROSCENA DELL'ASSEMBLEA NAZIONALE DI FIRENZE
Espulsi dal movimento gli aderenti a Verità e Vita (che sono pro-life), ma restano a pieno titolo tutti gli altri: ad esempio chi appartiene all'UDC (il partito di Carlo Casini che ha appoggiato la candidata abortista in Piemonte alle ultime elezioni regionali)!
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie
2 ZAPATERO NON SI RICANDIDERA' ALLE PROSSIME ELEZIONI, MA LO ZAPATERISMO PUO' SOPRAVVIVERE
In otto anni ha trasformato la Spagna: matrimonio omosessuale, divorzio-express, liberalizzazione della ricerca sulle staminali embrionali, teoria del gender insegnata a scuola, clonazione, aborto facile per le minorenni, ecc.
Autore: Luigi Geninazzi - Fonte: Avvenire
3 IL CRISTIANESIMO HA PORTATO IL RISPETTO PER I BAMBINI E PER LA PRIMA VOLTA SI E' PARLATO DI PARI DIGNITA' TRA UOMO E DONNA
Inoltre ha introdotto il rispetto per le vedove, l'importanza del corpo e l'abolizione della schiavitù!
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie
4 NON DIFENDO GHEDDAFI E LA SUA DITTATURA, MA COME MAI NESSUNO FUGGE DALLA LIBIA?
I proventi del petrolio Gheddafi li ha usati per strade, scuole, ospedali, università, case popolari a bassissimo prezzo, inizio di industrializzazione, sviluppo agricolo, due acquedotti; inoltre ha mandato le bambine a scuola e le ragazze all'università, ha abolito la poligamia e varato leggi in favore della donna (ad esempio ha proibito di tener chiuse le ragazze e le donne in casa)
Autore: Piero Gheddo - Fonte: AsiaNews
5 TERREMOTO IN GIAPPONE (1): LA CULTURA LAICISTA IN ITALIA SI SCAGLIA INGIUSTAMENTE CONTRO RADIO MARIA E IL PROFESSOR DE MATTEI
Eppure era stata riproposta semplicemente la dottrina cattolica di sempre sul mistero del male
Autore: Francesco Agnoli - Fonte: Libertà e Persona
6 TERREMOTO IN GIAPPONE (2): LA CULTURA DOMINANTE NON TOLLERA CHE IN UNA RADIO CATTOLICA SI RICORDI L'ESISTENZA DELLA DIVINA PROVVIDENZA
Le catastrofi ci distaccano dalla vita terrena e ci richiamano col pensiero al fine ultimo della nostra vita, che è immortale
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Corrispondenza Romana
7 LA LEGGE SUL TESTAMENTO BIOLOGICO: IL QUOTIDIANO AVVENIRE HA TENTATO DI SOFFOCARE LE VOCI DISSENZIENTI
Ma il pensiero unico sul fine vita ha mostrato tutti i suoi limiti e il coperchio del conformismo non regge più: molti si sono accorti che la legge sulle DAT sarà un clamoroso autogol
Fonte: Comitato Verità e Vita
8 LA LEGGE SUL TESTAMENTO BIOLOGICO: NON FERMERA' L'EUTANASIA, ANZI...
Il direttore del Centro di Ateneo di Bioetica dell'Università Cattolica sostiene che questa legge consente ciò che già è consentito e vieta quanto è già vietato (...ma presta il fianco ad abusi!)
Autore: Adriano Pessina - Fonte: Il Foglio
9 ABBIAMO IL DIRITTO DI AVERE FIGLI SANI? NO! EPPURE C'E' CHI DICE: LASCIATECI UCCIDERE I BAMBINI DISABILI
Più dell'80 per cento di coloro che ricorrono alla fecondazione artificiale, chiede due cose: che il figlio sia sano e che sia maschio
Autore: Giuliano Guzzo - Fonte: Libertà e Persona
10 OMELIA PER LA V DOMENICA DI QUARESIMA - ANNO A - (Gv 11, 1-45)
Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - MOVIMENTO PER LA VITA: SVELATI I RETROSCENA DELL'ASSEMBLEA NAZIONALE DI FIRENZE
Espulsi dal movimento gli aderenti a Verità e Vita (che sono pro-life), ma restano a pieno titolo tutti gli altri: ad esempio chi appartiene all'UDC (il partito di Carlo Casini che ha appoggiato la candidata abortista in Piemonte alle ultime elezioni regionali)!
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie, 30/03/2011

L'ultima assemblea nazionale del 19 marzo 2011 del Movimento per la Vita si è svolta secondo i soliti canoni, ormai noti: lezione fiume di Carlo Casini, padrone del MpV da oltre vent'anni, e l'assemblea chiamata a ratificare, in fretta e furia, decisioni già prese. Si è votato sul bilancio: in fretta, in fretta, spiegava Giuseppe Anzani, designato futuro gran Capo dal gran Capo attuale. In fretta perché manca tempo, "dobbiamo andare a mangiare"!!! La solita manfrina per evitare il dibattito: si presenta l'approvazione del bilancio negli ultimi cinque minuti e poi... il pranzo invita tutti a soprassedere su questa questione marginale... Eppure bisognava forse capire un po' meglio dove finisce quel mezzo milione di euro di uscite non dettagliate e che rappresentano la metà di tutte le uscite del bilancio (peraltro non distribuito ai delegati presenti). Invece no, bisogna fidarsi di Casini, ci pensa lui, noi cosa centriamo. Neppure un foglietto, una disamina un minimo precisa delle spese.
Viste le proteste di qualche delegato si risponde che visto che il MpV non è una Società per Azioni ci dovrebbe essere un po' più di fiducia e meno formalismi. La risposta non si fa attendere: proprio perché non siamo una SpA, dobbiamo essere ancora più trasparenti e dire fino all'ultimo centesimo dove vanno a finire i soldi del movimento. Insomma alla fine interviene Casini stesso il quale dichiara che per motivi fiscali circa metà dei soldi vengono girati alla Cooperativa La Pira che gestisce il giornalino "Sì alla vita", la quale poi pensa a fare i pagamenti. Tra l'altro viene precisato che 400 mila euro (cioè una bella fetta del totale) servono proprio per finanziare il giornalino stesso. Ora chi conosce questo mensile sa che la qualità della carta è bassa, non vengono pagati i diritti d'autore per gli articoli (molti dei quali peraltro sono riciclati) e che inoltre la cifra è sproporzionata rispetto a ciò che serve il giornalino stesso.
Poi l'assemblea è stata chiamata a pronunciarsi in favore dell'attuale legge sulle Dat. Discussione? Nessuna. Né prima né dopo. Infine, colpo di teatro: Anzani legge una mozione in cui si dichiara l'incompatibilità tra MpV e Comitato Verità e Vita. Anzani legge, con tono quasi distaccato, ma mostrando chiaramente di ritenerla condivisibile. Nessuno, nell'assemblea, ha la mozione in mano. "Chi sono i firmatari?" chiede qualcuno. Inizialmente si nicchia, si tergiversa... l'assemblea non può leggere né la mozione né sapere chi la ha firmata... Poi si viene finalmente a sapere: l'hanno firmata Anzani, Taddeo ecc.. Gli uomini di Casini, direbbero i maligni, quelli per cui c'è incompatibilità tra MpV e Verità e Vita, ma non tra UDC (il partito di Carlo Casini che ha appoggiato la candidata abortista in Piemonte alle ultime elezioni) e MpV; non tra cariche politiche e presidenza del Movimento. Fatto sta che la mozione, in assemblea, viene solo letta e fatta approvare. Il testo non viene diffuso. Ma il giorno dopo è già pubblicato su Avvenire.
Tutto finisce così: il militante della base del Movimento per la Vita ancora una volta si chiede: perché mi hanno convocato? Cosa c'entro io? Le mozioni sono già scritte, di eutanasia e fine vita non si discute, dei soldi non si viene a sapere mai nulla... E piano piano, il militante tipo, si stufa... lasciando che Casini ed Anzani continuino a fare ciò che vogliono, sempre e comunque, anche perché chi dissente viene eliminato.

Fonte: Redazione di BastaBugie, 30/03/2011

2 - ZAPATERO NON SI RICANDIDERA' ALLE PROSSIME ELEZIONI, MA LO ZAPATERISMO PUO' SOPRAVVIVERE
In otto anni ha trasformato la Spagna: matrimonio omosessuale, divorzio-express, liberalizzazione della ricerca sulle staminali embrionali, teoria del gender insegnata a scuola, clonazione, aborto facile per le minorenni, ecc.
Autore: Luigi Geninazzi - Fonte: Avvenire, 3/04/2011

L'epitaffio più crudele gliel'ha dedicato El Paìs: ebbene sì, il giornale fiancheggiatore del Partito socialista spagnolo, fino a poco tempo fa sostenitore entusiasta del governo. «Zapatero aveva detto che non ci avrebbe deluso. Adesso sappiamo invece che ci ha deluso. E forse ha deluso anche se stesso». Finisce nella polvere il sogno radical-socialista di una Spagna che si voleva modello per la sinistra europea. Finisce l'era Zapatero, un'agonia ancor più penosa se si prolungherà fino alla scadenza della legislatura nel marzo del 2012. Di fatto, annunciando ieri la sua rinuncia a essere candidato premier alle prossime elezioni politiche, il leader spagnolo ha preso atto di un crollo, personale e politico, che non poteva più essere camuffato. In caduta verticale nei sondaggi, con l'81% degli elettori che recentemente hanno dichiarato di non avere alcuna fiducia nel loro capo di governo, e sempre più in difficoltà nel suo stesso partito, era ormai giunto al capolinea.
A Zapatero è scoppiata fra le mani una devastante crisi economica, con il record di una disoccupazione al 20%, il doppio della media dell'Unione europea. Una crisi aggravata dalla sua resistenza iniziale ad ammetterla e dalla fatica successiva a correggere il tiro, rimangiandosi molte promesse con le quali era riuscito a ottenere un secondo mandato di governo nel 2008. Un brutto e brusco risveglio dai sogni di gloria, dopo l'annuncio (precipitoso) del 'sorpasso' sull'Italia e l'ambizione a raggiungere e superare anche Francia e Germania. Ma il fallimento di Zapatero non si riduce al saldo negativo dell'economia. L'eredità più pesante che lascia alla Spagna è quella che, parafrasando il noto film di Almodovar, potremmo definire come la «mala revolución», una serie di provvedimenti legislativi che hanno trasformato il Paese iberico nella società più permissiva d'Europa. Dal matrimonio omosessuale al divorzio-express, dalla liberalizzazione della ricerca sulle staminali embrionali all'educazione scolastica che impone l'insegnamento della teoria del 'genere', dalla clonazione terapeutica all'aborto facile per le minorenni, gli otto anni di zapaterismo sono stati contrassegnati da una folle corsa ad abbattere princìpi etici e senso comune, in nome di un «progresso irrefrenabile» che estenua i legami basilari e riduce l'individuo a un fascio di pulsioni. Molti analisti hanno notato che in questo modo il governo di Madrid è entrato in rotta di collisione con la Chiesa. Ma in gioco c'era qualcosa persino di più profondo. Se i cattolici spagnoli hanno alzato la voce e sono ripetutamente scesi in piazza a protestare non è stato per difendere chissà quali privilegi ma per denunciare una deriva sociale e civile imposta dall'alto. Nessuno s'immaginava una cosa del genere quando nel marzo del 2004 un giovane socialista di nome José Luis Rodriguez Zapatero, al quale nessuno dava la minima chance, vinse inopinatamente le elezioni sull'onda dello choc emotivo per l'attentato di Atocha. Invece, con la sua aria da timido cerbiatto, ha portato avanti un'operazione spregiudicata e arrogante. Pochi lo rimpiangeranno, anche nel suo stesso partito dove il successore non ha per il momento né nome né identikit. Adesso per la Spagna si apre un capitolo nuovo. L'ideologia ultra-radicale ha lasciato il segno, e non sarà facile invertire la marcia. La deludente eredità di Zapatero rappresenta un fardello pesante. Prima gli spagnoli se la scrolleranno di dosso e meglio sarà.

Fonte: Avvenire, 3/04/2011

3 - IL CRISTIANESIMO HA PORTATO IL RISPETTO PER I BAMBINI E PER LA PRIMA VOLTA SI E' PARLATO DI PARI DIGNITA' TRA UOMO E DONNA
Inoltre ha introdotto il rispetto per le vedove, l'importanza del corpo e l'abolizione della schiavitù!
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie, 2/04/2011

Venerdì 11 marzo si è tenuta la 47° conferenza del Centro Culturale "Amici del Timone" di Staggia Senese, dal titolo "La novità di Cristo nella storia. Come il cristianesimo ha costruito una civiltà". L'ospite è stato Francesco Agnoli, giornalista e scrittore, conduce una tavola rotonda mensile su Radio Maria, scrive sul Timone e sul Foglio.
Un'affascinante viaggio nella storia, utile per riscoprirci cristiani, non solo perché appartenenti alla religione del Cristo incarnato, ma anche perché appartenenti ad un popolo, quello italiano, dalle radici fortemente cristiane, come del resto tutta l'Europa.
NUOVO RAPPORTO DELL'UOMO CON DIO
Ad uno studio attento e non superficiale della storia del cristianesimo non possono sfuggire i frutti positivi e visibili che la religione del Dio fatto carne ha portato. La più grande e stravolgente novità è il rapporto nuovo che nel cristianesimo si è venuto a creare fra l'uomo e la divinità. Un rapporto per cui Dio non è più lontano e indifferente ma si manifesta e si fa chiamare Padre. Di pari passo và la creazione del concetto di persona. La creatura è creata dal Dio trascendente come unica, irripetibile, a immagine e somiglianza di Dio stesso.
È alla luce di questo nuovo concetto di persona che le categorie più deboli e meno significanti al tempo delle culture pre-cristiane (bambini, donne, vedove, schiavi) iniziano a vedersi riconosciuti dei diritti.
RICONOSCIUTI PER LA PRIMA VOLTA I DIRITTI DEI BAMBINI
Nel mondo romano, che non era nemmeno uno dei più culturalmente arretrati, un bambino era riconosciuto solo se veniva sollevato da terra dal pater familie, altrimenti veniva esposto, cioè abbandonato in un angolo della strada, preda delle bestie o di chi lo prendeva per farne uno schiavo. Anche i genitori in ogni momento potevano venderlo come schiavo (o come prostituta se era una bambina). Nell'antica Roma l'infanticidio era culturalmente accettato quindi molto abbondante. Anche in Grecia i bambini malformati venivano buttati giù dalla rupe.
Vi erano poi varie superstizioni per cui bambini nati con delle voglie o sotto una costellazione particolare o con problemi di salute, erano considerati maledetti. Ancora oggi esistono queste superstizioni in paesi non cristiani come in alcune zone dell'Africa.
Non solo nelle civiltà pre-cristiane, ma ancora oggi dove non c'è il cristianesimo i bambini non sono considerati persone. In Cina o in India si consumano infanticidi di massa di bambini anche già nati, specie se donne. In Cina poi, con la politica del figlio unico, le donne sono costrette ad abortire o alla sterilizzazione forzata. In India si trovano perfino cartelloni pubblicitari delle cliniche per abortire. Ma purtroppo anche nell'occidente scristianizzato viene praticato l'aborto, anche quello selettivo. La cura per il bambino e la rivendicazione della sua dignità, in quanto persona fatta ad immagine e somiglianza di Dio è tipica del cristianesimo, così come l'invenzione degli orfanotrofi.
RICONOSCIUTA LA DIGNITÀ DELLA DONNA
Il cristianesimo ha inoltre affermato la pari dignità fra uomo e donna. Nel mondo antico la donna non discuteva, non disturbava, in pratica non esisteva. Le uniche figure femminili che si trovano nei poemi antichi non sono figure positive o donne dai facili costumi come Medea, Circe, Elena di Troia o le concubine del mondo orientale. Gesù crea il matrimonio cristiano, fondato sulla monogamia indissolubile e in cui i due coniugi, che sono i ministri del rito devono sposarsi facendo un atto di volontà, liberi di scegliere. La Chiesa, attraverso i suoi Concili ha ribadito spesso la necessità di abolire i matrimoni combinati o quelli forzati. Prima di Cristo c'era la poligamia; e cos'è la poligamia se non la chiara affermazione della sovranità dell'uomo sulla donna? E nelle società un po' più evolute moralmente c'era la monogamia con diritto di ripudio. L'uomo stava con una donna sola alla volta. Ciò significava che in ogni momento poteva ripudiarla. Ovviamente solo l'uomo poteva praticare il ripudio. Due motivi di ripudio tipici erano la sterilità, perché ovviamente si pensava che fosse colpa solo della donna e l'adulterio commesso dalla donna. Ovviamente l'uomo poteva commettere adulterio e aveva tutta una serie di schiave con cui poterlo compiere liberamente. Il cristianesimo afferma che l'adulterio è peccato mortale per entrambi i coniugi. Cristo interviene nella storia portando la pari dignità fra uomo e donna, ecco perché i secoli del cristianesimo sono pieni di donne protagoniste che fondano scuole e ospedali. Perfino l'annuncio della Resurrezione è affidato a delle donne, che per gli ebrei non avevano neppure il diritto di testimoniare in tribunale, dato che la loro testimonianza non valeva.
Se nell'occidente si è sviluppato il femminismo è solo perché il cristianesimo ha dato molta più libertà alla donna. Alcuni esempi fra le prime donne occidentali che, convertite al cristianesimo,  hanno fondato centri di accoglienza o per la carità sono Fabiola, Eudoxia, Elena, Olimpia. Del resto anche le moderne Francia e Spagna sono state create da due donne: Santa Giovanna D'Arco e Isabella di Castiglia.
UNA NUOVA CONSIDERAZIONE PER LE VEDOVE
Un altro ambito in cui il cristianesimo è stato innovativo è quello della vedovanza.
In India, in Egitto e nel mondo atzeco, sulla pira del marito morto venivano immolati anche la moglie, i figli e il bestiame, che dovevano accompagnare il defunto nell'aldilà. Ancora oggi, le vedove indiane spesso rimangono vittime di incidenti ovviamente provocati perché la società non vuol prendersi carico di donne rimaste sole. Ecco perché quelle che ci riescono si ritirano in un paese dove vivono tutte insieme per sostenersi a vicenda.
Nella cultura romana una vedova doveva risposarsi non prima di sei mesi, sennò era una vedova allegra, ma non dopo un anno, perché sennò restava senza la tutela di un uomo per troppo tempo. L'arrivo del cristianesimo nella società romana stravolge questa visione, donando dignità anche a quelle donne che decidono di non risposarsi. Olimpia, moglie del Praefectus Urbis, rimasta vedova, riuscì a non risposarsi. Molte altre vedove crearono posti di ospitalità e ospedali e dedicarono la loro vita interamente agli altri.
ABOLIZIONE DELLA SCHIAVITÙ
Altro cambiamento epocale è stata l'abolizione della schiavitù. Nel mondo pre-cristiano la schiavitù era presente in tutte le civiltà, comprese quella greca e quella romana. Per i greci gli stranieri erano schiavi per natura. Per i romani invece lo schiavo per natura non esisteva ma vi era quello per diritto positivo, cioè in base a dei casi stabiliti per legge: prigionieri di guerra, schiavi per debiti, bambini abbandonati. A Roma il 35% della popolazione era rappresentata da schiavi. Essi erano considerati delle cose: non avevano il diritto di sposarsi e spesso finivano nei giochi gladiatorii sbranati dalle bestie. Se uno schiavo si ribellava ne venivano uccisi un centinaio, per scongiurare il pericolo di rivolte. Neppure gli schiavi che si ribellavano concepivano una società senza schiavi; essi, infatti, lottavano non per abolire la schiavitù, ma per liberare sé stessi e avere dei propri schiavi.
Ovviamente la novità portata dall'annuncio del Vangelo porterà ad una conversione molto lentamente. Costantino vietò di marcare a fuoco gli schiavi; sant'Agostino raccolse dei soldi per riscattare gli schiavi. Sant'Ambrogio ruppe e fece vendere i vasi sacri per riscattarli, (anche Pio XII farà fondere dell'oro sacro per riscattare alcuni ebrei); Melania, la più ricca ereditiera dell'impero romano, convertita al cristianesimo liberò ottomila schiavi. Il cambiamento fu lento ma progressivo. In seguito gli schiavi iniziarono a sedere a Messa con i loro padroni; un concilio ecumenico affermò che la domenica gli schiavi non dovevano lavorare; un altro dette agli schiavi la possibilità di sposarsi (fino a quel momento i figli nati da schiavi erano proprietà dei padroni). In seguito venne vietata la pratica di mettere a morte gli schiavi per sacrificarli agli dei.
L'IMPORTANZA DEL CORPO
Un'altra grossa novità del cristianesimo è l'importanza del corpo, strettamente in unione con l'anima. La consapevolezza che Cristo stesso si era incarnato e aveva patito nella carne toglieva dal corpo il marchio di peso o di male, tipico delle culture gnostiche o di quelle orfiche. Ecco che i cristiani, dando importanza al corpo come all'anima, iniziarono a prendersi cura dei malati e fondarono così gli ospedali. Insieme agli ospedali ci fu una fioritura della medicina. Alcuni fondarono gli Ospedali degli incurabili, i lebbrosari o gli ospedali per sifilitici. Uno di questi è stato Ettore Vernazza che alla fine fondò anche un lazzaretto a Genova e morì fra gli appestati.
Solo l'amore soprannaturale insegnatoci da Cristo può portare l'uomo ad una vita spesa interamente per l'altro, come faceva Madre Teresa che in India, all'inizio della sua missione, veniva presa a sassate. Infatti secondo l'induismo, che predica la reincarnazione, i malati e i poveri pagano le colpe della vita precedente. In più secondo la legge delle caste l'ombra del paria non deve toccare l'ombra del bramino e i villaggi dei paria vengono spesso bruciati. Molti paria si convertono quando capiscono che per il vero Dio, Gesù, abbiamo tutti la stessa dignità e per questo possono sposare chi vogliono, anche se appartenente ad un'altra casta; possono studiare e fare i lavori che vogliono, non solo quello di pulire le fogne, a cui nella cultura induista sono destinati.
La religione del Dio fatto uomo è liberante perché insegna ad ogni uomo ad usare la propria ragione. Nessun dettame predicato da Gesù e dalla Chiesa da lui fondata è mai contrario alla legge naturale e punta sempre al vero bene dell'uomo. Ecco perché quando una persona onesta e non ideologica incontra il Vangelo non può fare a meno di seguire il suo messaggio. È per questo che il cristianesimo è l'unica religione che non è rimasta chiusa nel suo ambito di nascita ma si è diffusa senza usare la violenza in tutti i popoli e tutte le culture.
Speriamo che anche noi europei ci lasciamo di nuovo affascinare dal messaggio evangelico che sta a fondamento della nostra civiltà e che è messaggio di speranza, l'unico che può riempire i nostri vuoti di senso, la nostra sete di verità e l'unico che oltre a migliorare la vita su questa terra può dare la vera salvezza, quella eterna.

Nota di BastaBugie: per richiedere il dvd di questa conferenza clicca qui sotto:
http://www.amicideltimone-staggia.it/it/articoli.php?id=13

Fonte: Redazione di BastaBugie, 2/04/2011

4 - NON DIFENDO GHEDDAFI E LA SUA DITTATURA, MA COME MAI NESSUNO FUGGE DALLA LIBIA?
I proventi del petrolio Gheddafi li ha usati per strade, scuole, ospedali, università, case popolari a bassissimo prezzo, inizio di industrializzazione, sviluppo agricolo, due acquedotti; inoltre ha mandato le bambine a scuola e le ragazze all'università, ha abolito la poligamia e varato leggi in favore della donna (ad esempio ha proibito di tener chiuse le ragazze e le donne in casa)
Autore: Piero Gheddo - Fonte: AsiaNews, 28/03/2011

L'Occidente si è schierato con gli avversari di Muhammar al Gheddafi, che dovrà scegliere se morire nella Tripoli ridotta a macerie o accettare l'esilio in un Paese amico. E' un dato di fatto ed è superfluo richiamare quanto ha detto più volte il Papa. Ancora ieri, 27 marzo, dopo l'Angelus, Benedetto XVI ha detto: "Di fronte alle notizie, sempre più drammatiche, che provengono dalla Libia, cresce la mia trepidazione per l'incolumità e la sicurezza della popolazione civile e la mia apprensione per gli sviluppi della situazione, attualmente segnata dall'uso delle armi. Nei momenti di maggiore tensione si fa più urgente l'esigenza di ricorrere ad ogni mezzo di cui dispone l'azione diplomatica e di sostenere anche il più debole segnale di apertura e di volontà di riconciliazione fra tutte le Parti coinvolte, nella ricerca di soluzioni pacifiche e durature. In questa prospettiva, mentre elevo al Signore la mia preghiera per un ritorno alla concordia in Libia e nell'intera Regione nordafricana, rivolgo un accorato appello agli organismi internazionali e a quanti hanno responsabilità politiche e militari, per l'immediato avvio di un dialogo, che sospenda l'uso delle armi".
Il vescovo di Tripoli, mons. Giovanni Martinelli (AsiaNews.it, 25 marzo) aggiunge: "La guerra poteva essere evitata. Qualche giorno prima che Sarkozy decidesse di bombardare, si erano aperti spiragli veri di mediazione. Ma le bombe hanno compromesso tutto".
Dittatore dal 1969, all'inizio Gheddafi ha seguito una linea anti-occidentale e anti-italiana, fino a finanziare il terrorismo di matrice islamica, le moschee e madrasse islamiche d'ispirazione estremista in tutto il mondo. Ha espulso dalla Libia i 25 mila italiani e altri stranieri che tenevano in piedi l'economia e i servizi pubblici, riducendo il suo popolo alla miseria. Nel 1986, Reagan bombardò le sei tende, all'interno di caserme, in una delle quali viveva il premier libico, che scampò per miracolo.
Isolato fra Egitto e Tunisia filo-occidentali, capì che la linea rivoluzionaria era fallimentare, a poco a poco ha cambiato politica: ha continuato a fare discorsi rivoluzionari e anti-occidentali, ma in pratica, specie dopo che nel 1998 venne tolto l'embargo economico e nel 2004 l'embargo sulla vendita di armi alla Libia, ha  iniziato un cammino di avvicinamento all'Occidente e, quel che più importa, di faticosa educazione del suo popolo con la scuola e al rispetto dei diritti dell'uomo e della donna.
Sono stato in Libia nel 2007 e sono rimasto in contatto con amici. I proventi del petrolio Gheddafi li ha usati per sviluppare il Paese: strade, scuole, ospedali, università, case popolari a bassissimo prezzo, inizio di industrializzazione, sviluppo agricolo con l'acqua tirata su nel deserto ad una profondità di 600-800-1.000 metri! Due acquedotti (costruiti dai sudcoreani) portano l'acqua dal deserto alla costa, 900 km. a nord.
Il regime di Gheddafi è sostenuto dalle tribù della Tripolitania, combattuto da quelle della Cirenaica, la regione che si è ribellata e facilmente ha conquistato il potere a Bengasi e in altre città. Una rivalità tradizionale che già aveva creato problemi al tempo della colonizzazione italiana. La recente rivolta non è stata causata dalla miseria, come quelle di Egitto e Tunisia, infatti fino ad oggi, molti i profughi dai paesi del Maghreb, nessun libico è fuggito dalla Libia: segno che la gente non stava proprio male. La rivolta è guidata da rivalità tribali (le tribù si chiamano "kabile") e poi dall'oppressione di una dittatura che non lascia spazi di crescita politica e di coinvolgimento popolare nella guida del paese.  
 
Ma non possiamo dimenticare quel che il dittatore ha fatto: ha mandato le bambine a scuola e le ragazze all'università, ha abolito la poligamia e varato leggi in favore della donna anche nel matrimonio: ad esempio ha proibito di tener chiuse le ragazze e le donne in casa e nel cortile cintato di casa. Soprattutto, ha controllato e tenuto a freno l'estremismo islamico. Un comitato di saggi islamici a Tripoli preparava in anticipo il testo dell'insegnamento religioso del venerdì, lo mandava a tutte le moschee del Paese; l'imam doveva leggere quel testo senza aggiungere né togliere nulla, pena la perdita del posto.
In Libia, finora, c'è libertà religiosa. I 100 mila cristiani (nessun libico, tutti stranieri in maggioranza lavoratori copti egiziani), pur con molti limiti, godono di libertà di culto e di riunione. La Caritas libica è un organismo stimato e richiesto di interventi. Due fatti eccezionali. Nel 1986 Gheddafi ha scritto a Giovanni Paolo II chiedendo suore italiane per i suoi ospedali. Costruiva ospedali e dispensari, ma non aveva ancora infermiere libiche. La richiesta veniva dal buon esempio delle due francescane infermiere italiane che hanno assistito il padre di Gheddafi fino alla morte. Oggi in Libia ci sono circa 80 suore cattoliche (soprattutto indiane e filippine, ma anche italiane) e 10.000 infermiere cattoliche filippine e indiane, oltre a molti medici filippini, indiani, libanesi, italiani. Il vescovo Martinelli mi diceva: "La presenza di queste giovani donne cristiane, professionalmente preparate, gentili, attente alle necessità del malato che curano con amore, stanno cambiando l'immagine del cristianesimo fra i musulmani". In nessun Paese islamico tutto questo è permesso.
Secondo fatto. Sono stato nel deserto a 900-1000 km. da Tripoli, dove sta fiorendo una regione ex-desertica per l'acqua tirata su dalle profondità della terra. Un lago di 35 km. di lunghezza e campagne coltivate e cittadine, dove 20 anni fa non c'era nulla. La città di Sebha capitale della regione ha 80 mila abitanti, dove vive un sacerdote medico italiano, don Giovanni Bressan (di Padova) che è stato uno dei fondatori dell'ospedale centrale. Don Bressan ha riunito i molti africani profughi dai paesi a sud del deserto (Nigeria, Camerun, Ciad, ecc.) fondando per essi una parrocchia, una scuola, un centro di riunioni e di gioco. Gli africani lavorano e sono pagati, per tre o più anni rimangono nel sud, poi hanno soldi a sufficienza per tentare il passaggio in Italia! Fanno tutti i lavori e sono ammirati perché lavoratori onesti e forti. Don Vanni (Giovanni) riesce a fermare alcune famiglie, le altre vogliono venire in Italia, in Europa. Il cammino della Libia verso la piena integrazione nel mondo moderno e nella Carta dei diritti dell'uomo e della donna, era cominciato. Non difendo Gheddafi e la sua dittatura, ma mi pare giusto testimoniare anche aspetti del suo operato, del tutto ignorati in questi giorni.
Il 26 marzo scorso Magdi Cristiano Allam ha scritto su "Il Giornale": "Nella guerra esplosa in Libia e che vede l'Italia in prima linea, l'unica vera certezza, al di là delle reali intenzioni di chi l'ha scatenata, è che a vincere saranno gli integralisti islamici e che, di riflesso, le popolazioni delle sponde meridionale e orientale del Mediterraneo saranno sempre più sottomesse alla sharia, la legge coranica che nega i diritti fondamentali della persona e legittima la dittatura teocratica. Un esito che è esattamente l'opposto dei proclami ufficiali di Sarkozy e Obama straripanti delle parole d'ordine 'libertà' e 'democrazia'".

Fonte: AsiaNews, 28/03/2011

5 - TERREMOTO IN GIAPPONE (1): LA CULTURA LAICISTA IN ITALIA SI SCAGLIA INGIUSTAMENTE CONTRO RADIO MARIA E IL PROFESSOR DE MATTEI
Eppure era stata riproposta semplicemente la dottrina cattolica di sempre sul mistero del male
Autore: Francesco Agnoli - Fonte: Libertà e Persona, 01/04/2011

Recentemente il professor Roberto de Mattei, affrontando in termini teologici, il recente terremoto in Giappone, ha sollevato un forte dibattito. Cosa ha detto di così particolare il De Mattei?
Ha proposto una domanda che da sempre angustia l'uomo: unde malum? (da dove il male? N.d.BB) Questa domanda è il più grande scandalo con cui ognuno di noi abbia a che fare. "Perché?" ci chiediamo tutti, quando il telegiornale ci presenta morti violente, omicidi efferati e mostruosità di cui l'uomo si rende protagonista.
A questa domanda vi sono due risposte.
Il credente tira in ballo il peccato originale, la legge di Dio, la libertà umana.
L'ateo, invece, prova a giustificare con il determinismo (Lombroso), la società che corrompe gli individui (Rousseau), il domani in cui, passando per i gulag e i tribunali rivoluzionari, non vi saranno più nè ladri, né delinquenti, e quindi, come promettevano Marx e i suoi epigoni, neppure polizia, eserciti e tribunali. Altri ancora negano del tutto l'esistenza del male morale, in nome di un totale relativismo, oppure si limitano a non proporre alcun tentativo di risposta, ma il problema del Bene e del male, del Vero e del falso rimane.
Oltre al male morale, di cui l'uomo è personalmente colpevole, ha aggiunto de Mattei, ci sono i mali "naturali", che avvengono senza colpa specifica: un figlio che nasce malato, un terremoto, una catastrofe naturale. Anche di fronte a questi fatti vi sono due atteggiamenti possibili. Vediamo prima quello dei Voltaire e degli atei di ogni epoca: per costoro le catastrofi naturali sono la dimostrazione che Dio non esiste, o che, se c'è, non si prende cura dell'uomo.
La conseguenza filosofica è chiara: siamo solo "bambocci di carne", agglomerati di atomi, figli del caso e della necessità, macchine complesse destinate ai vermi... In quest'ottica, si badi bene, che l'uomo muoia prima o dopo, per terremoto o per un embolo, a gruppi di 5 o di 10, non cambia molto. Perché ti stupisci che io non mi curi di te - dice all'Islandese la Natura dell'ateizzante Leopardi - che io ti perseguiti con il freddo e il caldo, i terremoti e gli tsunami? Tu non sei niente, non vali niente, sei solo parte di un immenso meccanismo cieco che tutto stritola, e che non distingue tra uomini e formiche.
Diciamoci la verità: se l'uomo non è altro che materia, e solo materia, perché addolorarci così tanto per un terremoto che uccide migliaia di uomini e non per una pioggia che allaga un formicaio?
Questa, se fossero coerenti, dovrebbe essere la posizione dei membri dello Uaar che urlano contro de Mattei: "terremoto del Giappone e tsunami sono l'equivalente di una tempesta che distrugge una tonnellata di mele, o che stermina un formicaio". Come un "colpo di fortuna", per dirla con R. Dawkins, ha generato l'universo e l'uomo, così liberi "colpi di sfiga" si incaricano di tanto in tanto di devastare Terra e individui.
De Mattei, al contrario, propone una visione diversa, una visione cattolica. Non piace? Liberissimi. Ma non occorre urlare contro il retrogrado che dovrebbe dimettersi perché il suo pensiero non sarebbe "scientifico".
Come ragiona de Mattei? Sentiamolo: "se Dio permette i terremoti e altre sciagure esistono ragioni che Egli conosce e che noi non conosciamo"; perciò dobbiamo "accettare la volontà di Dio dinanzi alle catastrofi naturali, pur facendo tutto quanto è in nostro potere per evitarle".
Traduco: nascono figli Down? Facciamo di tutto per evitarli, ma se ci nasce, accettiamolo e amiamolo così. Avvengono catastrofi naturali: studiamo ogni modo per evitarle, ma se accadono, ciò non dimostra che l'universo sia, per utilizzare una espressione della Margherita Hack, solo una grande scorreggia ("il Big Bang è la più grande scorreggia dell'universo da cui è nato tutto quello che noi possiamo osservare").
Spieghiamo allora il punto di partenza di questo ragionamento: Dio esiste ed è Padre. Questo non è sempre ben chiaro, e ben visibile.
Eppure, nonostante l'apparente indifferenza e ostilità del cosmo e delle forze naturali verso l'uomo, non è altrettanto vero che proprio l'evoluzione cosmica si è organizzata in modo tale da produrre quelle straordinarie e improbabilissime condizioni necessarie al "miracolo" della vita, come scriveva il genetista ateo Francis Crick, e al miracolo, ben più grande, dell'uomo?
Per un credente, insomma, Dio c'è e l'uomo è immortale. Per questo occorre cercare di capire, almeno in piccola parte, perché, nonostante questo, il male accada. Scrive de Mattei, utilizzando anche le parole di mons. Manzella: "La grandezza della Divina Provvidenza si manifesta soprattutto nella capacità di Dio di trarre il bene dal male fisico e morale dell'universo, quel male che egli non causa, ma che permette per un fine superiore...Nessuno può dire con certezza se il terremoto di Messina o quello del Giappone sia stato un castigo di Dio... Per quale fine in concreto Dio ha operato in un caso speciale? Per quale fine Messina e Reggio sono state distrutte? Chi potrebbe dirlo? E possibile fare delle congetture, non è possibile affermare alcuna cosa con certezza. Intanto per noi, al nostro scopo, basta la sicurezza, che le catastrofi possono essere, e talora sono esigenza della giustizia di Dio".
Ancora: "Le grandi catastrofi sono certamente un male, però non sono un male assoluto, ma una male relativo, dal quale sorgono beni di ordine superiore e più universali. La luce della fede ci insegna che le grandi catastrofi, o sono un richiamo paterno della bontà di Dio, o sono esigenze della divina giustizia, che infligge un castigo meritato, o sono un tratto della divina misericordia, che purifica le vittime aprendo loro le porte del Cielo. Perché il Cielo è il nostro destino eterno".
Analogamente, Alessandro Manzoni, descrivendo don Rodrigo colpito dalla peste, fa dire a Fra Cristoforo: "può essere castigo o misericordia". Oppure castigo e misericordia insieme.
 In verità il credente non gioca a fare il Padreterno, non sa perché Dio permetta la nascita di un figlio Down o un terremoto, ma immagina che un significato che gli sfugge, ci sia. Così come hanno fatto tutti i popoli, che hanno sempre dato un significato metafisico al "diluvio universale".
La giornalista Flavia Amabile, de La Stampa, ritenendo di dire cosa acuta, ha scritto che il discorso di De Mattei è condotto "in modo piuttosto anomalo per il suo ruolo", secondo "un punto di vista non particolarmente basato sulla scienza".
Forse la Amabile dovrebbe tenere presenti tre cose.
La prima: che a radio Maria de Mattei non parla come vicepresidente del Cnr, ma come cattolico.
La seconda: che la spiegazione scientifica del male morale, non esiste, e quella del male naturale, non basta. Se bastasse, bisognerebbe dire che il figlio Down è solo un errore di trascrizione genetica, cioè un essere naturalmente inferiore; e che il terremoto non è altro che un aggiustamento, più o meno casuale, della crosta terrestre. Un'altra scorreggina, insomma... Ma questa spiegazione "scientifica" non soddisfa, perché l'uomo non è una formica né una mela, e anela al perché metafisico di ciò che accade. Per questo di fronte al Down è capace di vedere in profondità, la dignità immortale di un uomo come gli altri, e di fronte al dramma di un terremoto, non può che implorare Dio, o anche maledirlo.
 Infine, la Amabile dovrebbe sapere che i più grandi scienziati della storia (Copernico, Galilei, Keplero, il fondatore della geologia Stenone, Galvani, Volta, Mendel, Pasteur, Maxwell, Planck...) erano religiosi, credevano cioè al peccato, all'anima, a Dio, alla Transustanziazione, e persino all'Apocalisse (vedi Newton), senza che per questo qualcuno si sognasse accusarli di "un punto di vista non particolarmente basato sulla scienza". Nessuno di loro avrebbe mai rinunciato a chiedersi il perché ultimo del problema del male. Forse anche perché giornalisti di un certo tipo, a quei tempi, per loro fortuna, non c'erano...

Fonte: Libertà e Persona, 01/04/2011

6 - TERREMOTO IN GIAPPONE (2): LA CULTURA DOMINANTE NON TOLLERA CHE IN UNA RADIO CATTOLICA SI RICORDI L'ESISTENZA DELLA DIVINA PROVVIDENZA
Le catastrofi ci distaccano dalla vita terrena e ci richiamano col pensiero al fine ultimo della nostra vita, che è immortale
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Corrispondenza Romana, 5/4/2011

Il 16 marzo, nel corso di una trasmissione a Radio Maria, ho svolto una riflessione sul mistero del male a partire da due episodi di attualità: il terremoto del Giappone e l'uccisione del ministro pachistano Shahbaz Bhatti. Ho spiegato, alla luce della teologia e della filosofia cristiana, che in entrambi i casi ci troviamo di fronte al problema del dolore e del male. Ma con una fondamentale differenza.
La sofferenza che consegue alle catastrofi naturali, come in Giappone, è indipendente dalla volontà dell'uomo, mentre il male subito da chi è perseguitato non proviene dalla forza della natura, ma dalle passioni umane. Si tratta, in una parola, di un male fisico causato da un male morale.
Il male compiuto dall'uomo, quando si esprime sul piano pubblico e sociale, va denunciato e combattuto. Quando invece il male si abbatte sull'uomo, indipendentemente dalla sua volontà, come nel caso delle sciagure naturali, bisogna rassegnarsi ad esso perché tutto ciò che non dipende dalla volontà dell'uomo, dipende dalla volontà di Dio, non nel senso che Dio sia autore del male, perché Dio è sommo bene e incapace di ogni male, ma perché la Divina Provvidenza, da ogni male è capace di trarre il bene. Per comprendere l'azione della Provvidenza, che dà una ragione a tutto ciò che avviene, anche alle tragedie, come i terremoti, bisogna però avere una prospettiva soprannaturale: la prospettiva di chi crede nell'esistenza di un Dio creatore e rimuneratore della vita eterna.
Per meglio spiegare questi concetti, ho citato un libricino pubblicato all'indomani del terremoto di Messina da mons. Orazio Mazzella, (1860-1939), arcivescovo di Rossano Calabro, dal titolo La provvidenza di Dio, l'efficacia della preghiera, la carità cattolica ed il terremoto del 28 di Dicembre 1908: cenni apologetici (Desclée e C., Roma 1909). In questo scritto mons. Mazzella scrive che varie sono le ragioni per cui Dio può permettere le catastrofi.
In primo luogo esse ci distaccano dalla vita terrena e ci richiamano col pensiero al fine ultimo della nostra vita, che è immortale.
In secondo luogo esse possono essere un castigo che ci purifica dalle nostre colpe individuali o collettive. Fu il terremoto di Messina un castigo di Dio? «Chi potrebbe dirlo? – commenta mons. Mazzella – E possibile fare delle congetture, non è possibile affermare alcuna cosa con certezza. Intanto per noi, al nostro scopo, basta la sicurezza, che le catastrofi possono essere, e talora sono esigenza della giustizia di Dio».
In terzo luogo le grandi catastrofi sono spesso una manifestazione non della giustizia di Dio, ma del suo amore misericordioso. Mons. Mazzella scrive che il terremoto può essere stato un battesimo di sofferenza che ha toccato il cuore di molte vittime, unendole a Dio. Non c'è compiacimento per le sofferenze in queste parole, ma desiderio, al contrario, di consolarle. Sapere che i miei dolori sono ordinati ad un fine superiore è certamente più consolante di sapere che sono frutto delle cieche forze del caso.
Qualcuno dirà che il terremoto è un fenomeno di natura, risultato di forze fatali, perché governate da leggi precise e costanti, e che per questo non può esser legato alle esigenze variabili della giustizia o della misericordia di Dio. Se però Dio è l'autore dell'universo, chi potrebbe negargli la scienza e la potenza di disporre il meccanismo delle forze e delle leggi della natura in modo da produrre un fenomeno secondo le esigenze della sua giustizia o della sua misericordia? I disegni di Dio sono imperscrutabili, talora sono mistero di giustizia, talora mistero di misericordia, ma sempre misteri degni di un'infinita sapienza e di un'infinita bontà.
Le grandi catastrofi sono certamente un male, però non sono un male assoluto, ma un male relativo, dal quale possono sorgere beni di ordine superiore e più universali. La luce della fede ci insegna che le grandi catastrofi, o sono un richiamo paterno della bontà di Dio, o sono esigenze della divina giustizia, che infligge un castigo, o sono un tratto della divina misericordia, che purifica le vittime aprendo loro le porte del Cielo, che è il destino eterno dell'uomo.
Morte, malattie, sofferenze, angosce di ogni tipo, tutto è frutto del peccato e tutto può essere vinto dalla vita della Grazia che, morendo sulla Croce, Gesù Cristo ha portato agli uomini spalancando loro le porte della vita eterna, della eterna felicità. Sono questi i pensieri a cui ci dovrebbero richiamare le tragedie collettive, come i terremoti, permessi da Dio per ottenere beni spirituali più alti della vita materiale, perché le sofferenze materiali non sono il male supremo e Dio le permette, come castighi o come purificazioni, e comunque, sempre, come strumenti di meditazione, per aprire il nostro cuore a beni più alti di quelli materiali.
Ho svolto queste riflessioni, come cattolico, agli ascoltatori di una radio cattolica. L'UAAR (Unione Atei Agnostici Razionalisti) le ha registrate e messe in rete reclamando le mie dimissioni da Vice Presidente del CNR. L'attacco furioso degli ateisti militanti non mi impressiona: è un'ennesima espressione della dittatura del relativismo a cui siamo sottoposti. Fa riflettere invece l'imbarazzato silenzio del mondo cattolico o, peggio ancora, le confuse elucubrazioni sul mistero del male apparse su qualche sito che cattolico si professa.
Eppure, non ho fatto che esprimere la dottrina cattolica tradizionale, secondo il Magistero dei Padri, dei dottori della Chiesa, dei Pontefici. Il fatto è che, accanto ai teo-evoluzionisti esistono oggi i catto-ateisti, che sono quei cattolici che pur professando verbalmente di credere in Dio, di fatto vivono immersi nell'ateismo pratico.
Essi spogliano Dio di tutti i suoi attributi, riducendolo a puro "essere", cioè a nulla. Credono, e talvolta dicono apertamente, che Dio, dopo aver creato il mondo, lo abbandona a se stesso. Tutto ciò che accade è per essi frutto della natura, emancipata dal suo autore, e solo la scienza, non la Chiesa, è in grado di decifrarne le leggi. Non si capisce, a questo punto, neppure l'utilità della preghiera. Chi prega, infatti, chiede a Dio di intervenire nella propria vita, e quindi nelle cose del mondo, per essere protetto dal male, e per ottenere beni spirituali e materiali. Ma perché mai Dio dovrebbe ascoltare le nostre preghiere se si disinteressa dell'universo da Lui creato? Se, al contrario, Dio può, con i miracoli, cambiare le leggi della natura, evitando le sofferenze e la morte di un uomo, o l'ecatombe di una città, può anche decidere che sia meglio, che un uomo o una città perisca come insegnano, in innumerevoli passi, le Sacre Scritture.
E poi: se chi ricopre una carica pubblica, non può ricordare le verità perenni della fede cattolica, dovrebbero allora essere radiati dalle università e dalle scuole tutti i docenti che credono nei dogmi "anti-scientifici" dell'Immacolata Concezione o della transustanziazione, anche se ne parlano da privati cittadini, come io ho fatto ricordando, in una radio cattolica, l'esistenza della Divina Provvidenza. Il fatto è che il mondo cattolico ha perso il senso cristiano della storia e muore d'inedia spirituale e culturale mentre l'Islam e altre religioni avanzano alla conquista dell'Occidente. Chi crede ancora in Dio, chieda oggi con forza il suo aiuto!

Fonte: Corrispondenza Romana, 5/4/2011

7 - LA LEGGE SUL TESTAMENTO BIOLOGICO: IL QUOTIDIANO AVVENIRE HA TENTATO DI SOFFOCARE LE VOCI DISSENZIENTI
Ma il pensiero unico sul fine vita ha mostrato tutti i suoi limiti e il coperchio del conformismo non regge più: molti si sono accorti che la legge sulle DAT sarà un clamoroso autogol
Fonte Comitato Verità e Vita, 30/03/2011

Una fetta importante del mondo cattolico italiano si è mobilitata in queste settimane per sostenere con tutte le forze l'approvazione della legge sulle DAT. La centrale operativa di questo nocciolo duro è stata il quotidiano Avvenire, che da settimane va pubblicando articoli a ripetizione che inneggiano al disegno di legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento. Il fatto curioso è che per lo più questi apologeti non rispondono alla cultura radicale o antivita, ma sembrano rivolgersi ossessivamente a quanti, fra i pro-life, contestano la legge. Nonostante la soverchia sproporzione di forze, nonostante la censura sistematica applicata a danno di chi critica le DAT da posizioni anti-eutanasiche, nonostante, insomma, la sensazione di vedere in campo la riedizione del duello Davide contro Golia, le realtà come il Comitato Verità e Vita sono sottoposte a un continuo martellamento argomentativo. Gli antichi direbbero: la lingua batte dove il dente duole.
L'obiettivo è parso evidente man mano che questa "gioiosa macchina delle DAT" ha iniziato a muovere i suoi ingranaggi: trasmettere l'impressione di un fronte unito e granitico, ultraconvinto che questa legge sia buona e giusta, e che una volta approvata impedirà l'eutanasia, creando un idilliaco rapporto fra medici e pazienti. Lasciar credere che tutti i cattolici e i pro-life siano gioiosamente uniti, marciando come nel Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, nel difendere le magnifiche sorti e progressive delle DAT per legge.
Ma con il passare del tempo, la macchina ha iniziato a cigolare, e poi a incepparsi. Tre anni fa furono il Comitato Verità e Vita, Giuliano Ferrara, Francesco Agnoli e Luca Volontè a schierarsi contro una legge sul testamento biologico, o DAT che dirsi voglia, con argomenti ascrivibili alla cultura per la vita. Non sono mancate altre voci importantissime contro la legge sulle DAT, come ad esempio quella di Angelo Fiori, medico e già direttore della prestigiosa rivista di bioetica dell'università Cattolica Medicina e Morale.
Nei giorni scorsi Avvenire ha calato l'asse di bastoni, pubblicando un manifesto a favore delle DAT che recava in calce molte firme autorevoli della cultura cattolica italiana. Eppure, nemmeno questo atto inusuale è riuscito a far tacere le voci dissenzienti, che anzi si sono moltiplicate: sul Foglio di Giuliano Ferrara sono scesi in campo la coppia di apologeti cattolici Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro , supportati da un anonimo magistrato che ha contestato duramente la legge sulle DAT in una ampia paginata di orientamento pro-life.
Sono poi venute le critiche alla legge sulle DAT da parte della Comunità Giovanni XXIII fondata da don Benzi , che il quotidiano dei vescovi ha cercato, invano, di nascondere. E c'è poi l'opposizione fiera dell'associazione Medicina e persona , vicina a Comunione e Liberazione, fatta oggetto in queste settimane di pressioni rilevanti affinché modificasse il suo giudizio pubblico sulle DAT.
Ma il fatto più clamoroso si è verificato qualche giorno fa, quando il professor Adriano Pessina, direttore dell'Istituto di bioetica della Cattolica e docente di Filosofia Morale, ha preso carta e penna e sul Foglio ha tracciato un ritratto impietosamente critico delle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento, paventando come una certezza la conseguente deriva eutanasica. Significativo che un esponente così autorevole del mondo cattolico abbia dovuto chiedere ospitalità a un giornale laico per dire la sua sulla materia.
In una parola: il re è nudo. E' ben possibile che la marcia politica verso l'approvazione della legge prosegua indisturbata fino al risultato sperato. Ma deve essere chiaro fin da ora che all'interno della cultura per la vita, gli oppositori alle DAT e alla loro legalizzazione sono numerosi, agguerriti e seri. E che non si lasceranno mettere la mordacchia. Parola di verità e Vita.

Fonte: Comitato Verità e Vita, 30/03/2011

8 - LA LEGGE SUL TESTAMENTO BIOLOGICO: NON FERMERA' L'EUTANASIA, ANZI...
Il direttore del Centro di Ateneo di Bioetica dell'Università Cattolica sostiene che questa legge consente ciò che già è consentito e vieta quanto è già vietato (...ma presta il fianco ad abusi!)
Autore: Adriano Pessina - Fonte: Il Foglio, 22/03/11

Un recente appello firmato da autorevoli personalità del mondo cattolico ha messo bene in luce i motivi per cui si ritiene urgente, oggi, varare la legge sulle "direttive anticipate di trattamento". Personalmente condivido i principi ispiratori di quell'appello, e le preoccupazioni che lo animano. Per questo motivo ritengo utile contribuire alla riflessione con qualche ulteriore annotazione. Va precisato che la legge che andrà in discussione ha un titolo molto ampio, che rende ragione di un fatto: al suo interno si collocano articoli che riguardano l'eutanasia, il suicidio assistito, le cure palliative, il fine vita, gli stati vegetativi, l'alleanza terapeutica, nonché, ovviamente, il consenso informato. Ciò che, secondo gli estensori della legge, dovrebbe attraversare questi argomenti è appunto il tema delle dichiarazioni anticipate di trattamento che un soggetto in grado di intendere e volere può redigere per esprimere dei desiderata rispetto a una situazione in cui non potrà dare il proprio consenso informato a prassi di cura e di assistenza.
Se guardiamo ai motivi che oggi vengono addotti dai sostenitori di questa legge, essi sono riconducibili all'impegno a favore della vita e della salute del cittadino, alla preoccupazione di vietare sia l'eutanasia, sia il suicidio assistito e di ripristinare la cosiddetta alleanza terapeutica. Sono motivi assolutamente condivisibili. Alcuni oppositori di questa legge, che in certi casi coincidono con coloro che per primi hanno caldeggiato, sotto un governo di diverso orientamento politico, l'introduzione del cosiddetto testamento biologico, lamentano le restrizioni poste all'esercizio della volontà del cittadino, chiedono che l'ultima parola non sia lasciata al medico, ma al paziente stesso, contestano l'articolo connesso all'impossibilità di rifiutare in anticipo alimentazione e idratazione e, in alcuni, più rari casi, si spingono a difendere esplicitamente anche l'introduzione dell'eutanasia e del suicidio assistito. Ora, partendo da una piena e incondizionata adesione ai principi ispiratori di questa legge, resta però da chiedersi se davvero si ottenga l'effetto sperato introducendo un riconoscimento giuridico delle direttive anticipate, che già ora potevano essere "prese in considerazione" dai medici (secondo quanto prescritto dal Codice deontologico e dalla cosiddetta Convenzione di Oviedo). A nessuno sfugge che in fondo questa legge consente ciò che già è consentito e vieta quanto è già vietato, lasciando l'ultima parola al medico. Perché allora una legge? Ora, si dice, questa scelta è dovuta al fatto che con il caso Englaro si è creato un vuoto legislativo di fronte alla cosiddetta magistratura creativa che ha abusato in termini interpretativi delle pretese volontà espresse da Eluana e perciò bisogna chiarire i limiti entro cui la volontà pregressa di un cittadino può essere accolta dal medico e riconosciuta dalla società. Qui, a mio avviso, si colloca però una questione decisiva, che potrebbe capovolgere il disegno della legge stessa. Finora le dichiarazioni non avevano alcun riconoscimento giuridico e perciò l'ultima parola era lasciata al medico, il quale peraltro doveva evitare sia l'accanimento terapeutico, sia ogni forma di eutanasia. Se ci si fosse limitati a chiarire le fattispecie in cui si incorreva in un reato qualora si fosse prestato ascolto a dichiarazioni, spontanee e libere, che di fatto potevano contenere indicazioni atte a indurre comportamenti che potevano essere concausa della morte del paziente, si sarebbe ottenuto l'effetto di rafforzare la tutela della vita umana senza però dare eccessiva consistenza alla volontà pregressa del cittadino, facendo valere un atteggiamento fiduciario nei confronti della medicina e del medico. Ma facendo una legge che, come questa, riferendosi alla Costituzione e al principio del consenso informato conferma in modo autorevole il peso della volontà pregressa del cittadino, si apre facilmente una strada che può portare a stabilire almeno due situazioni non previste, ma prevedibili.
La prima è che, in nome di questo riconoscimento della volontà del cittadino, presente in questa legge, si tenti, ricorrendo ad ulteriore sede giuridica, di togliere i vincoli attualmente presenti e si aprano le porte sia all'eutanasia, sia al suicidio assistito. Non si può dimenticare, infatti, che questa legge non esclude affatto la legittimità del rifiuto di ciò che si può annoverare sotto la voce delle cure, per cui un cittadino, in previsione di trovarsi in uno stato vegetativo, potrebbe rifiutare preventivamente di ricevere degli antibiotici, o di poter usufruire di ossigeno e eventuale respiratore. La legge prevede soltanto che non vengano sospese alimentazione e idratazione. Chi si oppone ai principi ispiratori di questa legge troverebbe in questa impostazione, mi sembra, una breccia per poter dire che se il cittadino ha il diritto di rifiutare delle terapie, a maggior ragione può rifiutare ciò che non rientra nelle terapie.
In seconda battuta, si potrebbe sostenere che, una volta poste delle limitazioni alle scelte del cittadino, non avrebbe senso lasciare l'ultima parola al medico: se, infatti, ciò che si può chiedere è conforme alle legge, non determina alcun reato, risponde al principio per cui ogni trattamento medico richiede il consenso informato, allora non si capisce perché il medico possa poi decidere di seguire o no delle indicazioni scritte e certificate. Detto in altro modo, si potrebbe chiedere di trasformare le "dichiarazioni" in "direttive anticipate", vincolanti l'operato del medico. Del resto non si capirebbe perché istituire un registro nazionale di pure dichiarazioni che in ogni caso verrebbero valutate dal medico nelle varie situazioni. Queste brecce presenti nella legge sono dovute al fatto che, sull'onda del caso Eluana, se ne è di fatto seguita la logica. A mio avviso, soltanto indebolendo il valore giuridico delle dichiarazioni anticipate e rafforzando i criteri che permettano di riconoscere e vietare i casi di suicidio assistito e di eutanasia si potrebbe evitare ogni futuro abuso interpretativo delle dichiarazioni stesse, che pure moralmente hanno un loro specifico valore. Se si riconoscono giuridicamente le dichiarazioni anticipate si ottiene lo stesso risultato?
Personalmente penso di no. Chi, come lo scrivente, condivide i principi ispiratori di questa legge,  ritiene che il nodo teorico che rende difficilmente praticabile l'auspicata alleanza terapeutica stia proprio nella questione del peso giuridico da attribuire a una volontà non attuale e al venir meno di un quadro generale di fiducia nella medicina e nell'assistenza, minata da un'enfasi irrealistica posta sul principio dell'autonomia e della libertà, che rischia di trovare indiretta conferma in questa legge.
Il dibattito su come scrivere una legge che favorisca l'assistenza e impedisca l'eutanasia è un campo in cui sono legittime diverse interpretazioni e certamente non lo si può trasformare in una prova generale di "consenso", più o meno informato. Soprattutto è necessario non confondere mai le questioni di fine vita con quelle che riguardano le persone, giovani e meno giovani, che si trovano nelle condizioni di stato vegetativo o di minima coscienza: per loro la vita è un fatto e un fine, e non una fine. Ciò che sicuramente oggi ci è richiesto è quello di valorizzare le buone pratiche mediche e assistenziali che permettono di guardare con fiducia al gesto di affidarsi ad altri quando non saremo più in grado di essere noi il punto di riferimento per noi stessi e per coloro che ci amano. Perché, legge sì legge no, chi non vorrà fissare su un registro pubblico i suoi desideri merita di trovare lo sguardo attento e competente di un medico capace di comprendere il significato della proporzionalità dei trattamenti e della generosa perseveranza terapeutica.

Fonte: Il Foglio, 22/03/11

9 - ABBIAMO IL DIRITTO DI AVERE FIGLI SANI? NO! EPPURE C'E' CHI DICE: LASCIATECI UCCIDERE I BAMBINI DISABILI
Più dell'80 per cento di coloro che ricorrono alla fecondazione artificiale, chiede due cose: che il figlio sia sano e che sia maschio
Autore: Giuliano Guzzo - Fonte: Libertà e Persona, 16/02/2011

Abbiamo il diritto di avere figli sani? E' in questa breve, pungente domanda che si cristallizza uno dei nodi più centrali del dibattito bioetico contemporaneo. Accanto ai continui – e un po' retorici, diciamolo pure – inviti a valorizzare il disabile, si stanno infatti diffondendo, nel mondo occidentale, ricorsi alla diagnosi prenatale finalizzati non tanto a rintracciare la presenza eventuale di patologie del feto, bensì a togliere di mezzo il bambino ancora nato ma già bocciato da aspettative sempre più esigenti e salutiste. Un caso emblematico è quello del dibattito sull'opportunità di effettuare esami prenatali per diagnosticare la sindrome di Down. Dibattito spesso molto spesso tecnico, che gli addetti ai lavori conducono senza mai considerare, o quasi, il rischio, purtroppo enorme, che tutto questo possa propiziare istanze eugenetiche, secondo le quali meritano di nascere solo coloro che rispondono a determinate aspettative.
Con parole profetiche, il sociologo Zygmunt Bauman, nel suo Il disagio della postmodernità (Bruno Mondadori, 2002), ha scritto che presto l'umanità sarà divisa tra «i prescelti all'immortalità» e coloro che ne saranno esclusi con la giustificazione che «solo un certo tipo di vita meriti di esser protratto all'infinito». Catastrofismi? Non proprio. Lo conferma inequivocabilmente un fenomeno di questi anni: i bambini Down stanno statisticamente scomparendo. Non nascono più. E non a causa dell'inverno demografico - che pure rappresenta un problema enorme – ma perché vengono eliminati prima di poter nascere. E quando vengono al mondo, quasi sempre, è per puro caso, perché la sindrome non era stata correttamente diagnosticata.
Il caso più lampante, in Europa, è forse quello britannico: nel 1990 in Inghilterra e Galles le diagnosi prenatali di sindrome di Down erano state 1.075, nel 2008 avevano toccato quota 1.843 (+70%). Una bella impennata. Nonostante ciò, le nascite di bambini Down non solo non risultano - come ci si aspetterebbe - essere aumentate, ma son addirittura calate di 1 punto percentuale, passando da 752 a 743. Questo perché la percentuale di coppie che ricorre all'aborto dopo aver appreso di attendere un figlio Down, in Inghilterra, è pari al 92%. Sia chiaro: non s'intende in alcun modo, qui, esprimere giudizi su persone, ma solo indurre una riflessione su una mentalità che ricorda sempre più quella eugenetica e che annovera esempi inquietanti.
Pensiamo, ad esempio, a quanto scritto da Daniel Gunther e Douglas Diekema del Children's Hospital and Regional Medical Center di Seattle, i quali, sulle pagine della rivista Archives of pediatric and adolescent medicine, hanno avanzato l'ipotesi di arrestare la crescita dei bambini handicappati trattandoli con dosi massicce di estrogeni. Alla base di questa disumana proposta, starebbe l'idea che un soggetto disabile minuto darebbe meno problemi, in termini di accadimento, di uno corpulento. Un esempio al quanto significativo di come siffatta mentalità stia prendendo progressivamente piede ci viene poi dall'appello lanciato qualche anno fa dall'associazione dei ginecologi inglesi - il prestigioso Royal College of Obstetricians and Gynaecology - attraverso le colonne del Sunday Times; un appello di cui è sufficiente, per rabbrividire, riportare il titolo: «Lasciateci uccidere i bambini disabili».
Un altro terreno fertile della mentalità eugenetica è indubbiamente quello della fecondazione in vitro. Centinaia, anzi migliaia di famiglie – spesso senza aver prima valutato alternative, quali ad esempio le cure della sterilità - si rivolgono alle strutture che eseguono questa tecnica e pretendono, non foss'altro per il consistente investimento che la procreazione medicalmente assistita chiede loro, un figlio sano. Una tendenza, questa, che ha contagiato anche le patriarcali società del Medioriente. Dal Maghreb ai Paesi arabi, dal Golfo all'Iran, già nel 2009 risultavano infatti raddoppiate le richieste di ricorrere a questo sistema per avere figli. Richieste molto spesso precise, per quanto riguarda sesso e salute dei nascituri. Alcuni studiosi dell'American University di Beirut, incuriositi dal fenomeno, hanno voluto censirlo. Ed hanno concluso che «più dell'80 per cento delle coppie intervistate, se viene a sottoporsi a fecondazione in vitro, chiede due cose: che sia sano e che sia maschio» (Corriere della Sera, 31/10/2010).
A questo punto è importante ricordare le ragioni che rendono la mentalità eugenetica del tutto inaccettabile. Esse sono principalmente tre. Anzitutto perché nega a degli esseri umani il diritto fondamentale alla vita, un diritto connaturato alla loro esistenza e pertanto inalienabile. Esso, infatti, spetta in egual misura ai più deboli come ai più forti, ed è il volto giuridico della dignità di ciascuno di noi. Una seconda motivazione di contrasto all'eugenetica, per stare all'Italia, ci viene ricordata dalla Suprema Corte di Cassazione, che ha chiarito come sia incompatibile col nostro ordinamento ogni «principio di eugenesi o di eutanasia prenatale», in quanto esso sarebbe in totale antitesi con «i princìpi di solidarietà» (Cassazione, sez. III civile, sent. 29 luglio 2004, n. 14488; Cassazione, sez. III civile, sent. 14 luglio 2006, n. 16123).
L'ultimo, non meno rilevante motivo di profonda ingiustizia dell'eugenetica riguarda il fatto che i disabili, come può testimoniare l'esempio di tantissime famiglie, non sono mai un peso, ma una risorsa per la famiglia e per la società. Il più toccante manifesto di questa realtà ce l'ha offerto in Nati due volte, romanzo pubblicato tre anni prima di morire, lo scrittore Giuseppe Pontiggia - a sua volta genitore di un disabile -, riferendo il commovente colloquio avuto con un medico a proposito dei bambini handicappati: «Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. Sono nati due volte e il percorso sarà più tormentato. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita».

Fonte: Libertà e Persona, 16/02/2011

10 - OMELIA PER LA V DOMENICA DI QUARESIMA - ANNO A - (Gv 11, 1-45)
Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 10 aprile 2011)

Il Vangelo di oggi ci presenta il miracolo della risurrezione di Lazzaro. Con questa pagina abbiamo la descrizione più ampia e particolareggiata di un miracolo in tutta la Bibbia. Quando ormai la sua vita volgeva al termine, Gesù si ritirò nei luoghi dove aveva iniziato il suo ministero pubblico, nella regione oltre il Giordano. A Gerusalemme, infatti, l'atmosfera si era fatta incandescente e i suoi nemici lo cercavano a morte. Nel frattempo, la casa dei tre amici carissimi di Gesù, Lazzaro, Marta e Maria, fu visitata dal dolore.  Lazzaro era gravemente infermo e le due sorelle desideravano ardentemente una visita di Gesù. Ci fu chi raggiunse il Signore per portare la notizia, ma Gesù non si precipitò da loro e, soltanto dopo due giorni, si mise in cammino per andare a Betània dai tre amici. Gli Apostoli erano allarmati per il fatto che vi era il rischio per Gesù di incappare in quelli che lo volevano uccidere. Ma Gesù li rassicurò con questa frase: "Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui" (Gv 11, 9-10). Con questa frase Gesù voleva far comprendere ai Discepoli che nessuno poteva nuocergli prima che fosse venuta l'ora delle tenebre, ovvero l'ora stabilita da Dio per il compimento del Disegno di salvezza. Nel frattempo, Lazzaro morì, e quando infine giunse Gesù, egli giaceva ormai da quattro giorni nel sepolcro.
Nel racconto di questo miracolo colpisce un particolare: la compassione di Gesù per la morte di questa persona a Lui tanto cara, e per il dolore delle due sorelle, Marta e Maria. "Gesù […] si commosse profondamente" (Gv 11,33) e "scoppiò in pianto" (Gv 11,35). Il Cuore di Gesù è sempre sensibile alle nostre afflizioni, anche e soprattutto quando ci sembra di essere dimenticati. Pur avendo appreso della malattia di Lazzaro, Gesù rimase ancora per due giorni nel luogo dove si trovava. Quando infine arrivò a Betània, Marta non nascose il suo dolore per quell'assenza e disse: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!" (Gv 11,21). In un certo senso, Marta si sentiva abbandonata proprio nel momento del bisogno.
Anche noi tante volte ci lamentiamo, ci sentiamo soli nel nostro dolore e non ci accorgiamo che proprio in quel momento Gesù soffre con noi e ci porta ancora di più nel suo Cuore, come ha fatto con Lazzaro, Marta e Maria. Il Signore permise quella sofferenza affinché, per mezzo di essa, Dio venisse glorificato (cf Gv 11,4). Il Signore aspettò il quarto giorno per far risaltare ancora di più il miracolo da Lui operato. "Commosso profondamente" (Gv 11,38), fece rimuovere la pietra e gridò a gran voce: "Lazzaro, vieni fuori!" (Gv 11,43).  Lazzaro ritornò in vita e, a quella vista, molti credettero nel Messia.
Questo miracolo è pieno di significati. Prima di tutto preannunzia la Morte e Risurrezione di Gesù. Di lì a poco, Gesù doveva morire per noi sulla croce, per poi risorgere glorioso. Tuttavia, c'è una grande differenza fra le due risurrezioni.  Lazzaro tornò in vita, per poi morire di nuovo alcuni anni dopo; Gesù invece risorse glorioso, dischiudendo a noi le porte della Vita eterna. Il miracolo operato dal Signore preannunzia anche la nostra risurrezione che avverrà alla fine dei tempi. La fede ci assicura che il nostro corpo non rimarrà nella tomba, risorgerà per riunirsi all'anima e vivrà eternamente. Anche a noi, Gesù griderà "vieni fuori!" (Gv 11,43). A quelle parole divine il nostro corpo risorgerà per non morire più e, se l'anima sarà in Paradiso, risorgerà glorioso, come quello del Signore.
Il miracolo della risurrezione di Lazzaro simboleggia anche la risurrezione spirituale di ciascuno di noi, dalla morte del peccato alla vita soprannaturale. Questo dono lo abbiamo ricevuto con il santo Battesimo. Per questo motivo, la pagina del Vangelo di oggi, insieme con quelle delle domeniche precedenti, rientrava nell'antica catechesi di preparazione per il Battesimo. Nella terza domenica di Quaresima, con l'episodio della Samaritana al pozzo di Sicar, abbiamo meditato sul Battesimo come fonte di purificazione; nella quarta domenica, con il racconto del cieco nato, abbiamo riflettuto sul Battesimo come luce che illumina la nostra vita; infine, con il brano del Vangelo della risurrezione di Lazzaro, siamo invitati a riflettere sul Battesimo come rigenerazione dell'uomo, come il Sacramento che ci dona la vita immortale.
Arrivati al termine di questa omelia, vorrei indicare un piccolo pensiero da fare nostro e da portare, per così dire, a casa, per poi meditarlo nei prossimi giorni. Il pensiero riguarda proprio il Battesimo. Facciamo un serio esame di coscienza: sono fedele alle promesse battesimali, ovvero all'impegno di credere e di rinunciare al peccato, oppure mi sto adeguando sempre di più alla mentalità di questo mondo?
Per essere fedeli alle promesse del Battesimo, il segreto è quello di mettere la nostra vita nelle mani della Madonna e di pregarla ogni giorno. Lei, che è stata la prima discepola del Signore, Colei che ha vissuto il Vangelo con assoluta fedeltà, aiuterà anche noi ad essere fedeli e a vivere come figli della luce.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 10 aprile 2011)

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