BastaBugie n°191 del 06 maggio 2011

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1 I DUE CARABINIERI PICCHIATI A SANGUE NELLE CAMPAGNE DI GROSSETO: ECCO I RISULTATI DEL ''SOLO DIRITTI, NIENTE DOVERI'' E DEL ''TUTTO E' PERMESSO''
Se invece i carabinieri avessero sparato, magari uccidendo, oggi l'indignazione sarebbe al colmo e i partecipanti al rave party uccisi sarebbero celebrati come martiri
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Bussola Quotidiana
2 HITLER NE ERA CONVINTO: LA PRINCIPALE ATTIVITA' DEI PRETI CONSISTEVA NEL MINARE LA POLITICA NAZISTA
Il Fuhrer considerava il cristianesimo il peggior danno subito dall'umanità e giudicava devastante l'azione della Chiesa contro il nazionalsocialismo, perciò voleva distruggerla (in perfetta sintonia con il socialismo bolscevico)
Autore: Francesco Agnoli - Fonte: Il Timone
3 IL NEONATO DISABILE? E' SOLO UN PESO: ELIMINIAMOLO!
Negli Stati Uniti si teorizza di lasciare ai genitori la decisione di far morire il figlio se la sua vita sarà minata da malattia o handicap
Autore: Carlo Bellieni - Fonte: Avvenire
4 CINQUE MILIONI E MEZZO DI FIRME IN SOSTEGNO ALL'INDIPENDENZA DELLA LITUANIA (CHE SEGNO' L'INIZIO DEL CROLLO DELL'URSS)
Vent'anni fa la storica impresa registrata dal Guinness dei Primati come la maggior raccolta di firme della storia
Fonte: Tradizione Famiglia Proprietà
5 LA DITTATURA DEL RELATIVISMO NON PERMETTE OPINIONI CONTRARIE ALLE SUE: AD ESEMPIO NON SI PUO' DIRE CHE DIO POSSA PUNIRE
Nessuno può dire con certezza se un terremoto sia un castigo di Dio, ma non lo si può nemmeno escludere: riflettiamo tenendo conto di De Mattei, Giovanni Paolo II, Fatima, ecc.
Autore: Gianpaolo Barra - Fonte: Il Timone
6 IL CRISTIANESIMO E' IN DECLINO? NELLA STORIA, I CRISTIANI SONO VINCITORI O PERDENTI? LA RIFLESSIONE DEL CARDINAL BIFFI
E' meglio stare dalla parte di chi vince, per cui la domanda se Cristo e i martiri hanno vinto o perso è importante (senza dimenticare che ''ride ben, chi ride ultimo'')
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: Avvenire
7 STA PER USCIRE UN FILM STRAORDINARIO SU DUNS SCOTO: FEDELE AL PAPA E FERMO SOSTENITORE DELL'IMMACOLATA CONCEZIONE DI MARIA
Ecco il trailer non ufficiale della storia del professore francescano allontanato dalla Sorbona per non aver sottoscritto il libello del re Filippo il Bello contro il Papa Bonifacio VIII
Autore: Raffaele Iaria - Fonte: www.mediatrice.net
8 MONS. BERNARDINI, NUNZIO IN ARGENTINA: ''IL PAPA SI SENTE ABBANDONATO DAI VESCOVI E DAI PRETI, MA SOSTENUTO DAI FEDELI''
Si diffonde la confusione dei ruoli, con sacerdoti che non si impegnano nella Messa e nelle confessioni, preferendo fare altro; e con laici e donne che cercano un quarto d'ora di celebrità leggendo la preghiera dei fedeli o distribuendo la comunione
Autore: Adriano Bernardini - Fonte: Corrispondenza Romana
9 NELLA COSTITUZIONE IL RICHIAMO ALL'IDENTITA' CATTOLICA E MONARCHICA DELLA GRANDE UNGHERIA
Il Parlamento ungherese si oppone al politicamente corretto e al relativismo dominante nell'Europa odierna dei burocrati e della grande finanza laicista
Fonte: Corrispondenza Romana
10 L'ARCIVESCOVO DI RAVENNA NON TEME DI ANDARE CONTROCORRENTE E SI SCHIERA CONTRO IL PROGETTO DI LEGGE SULLE DAT
Scrive Monsignor Verucchi: il testamento biologico sarà un buco nella diga contro l'eutanasia (e se apro un foro in una diga prima o poi questa crolla: ce ne accorgiamo che con questa legge crescerà l'idea che l'uomo sia padrone della vita?)
Fonte: Comitato Verità e Vita
11 OMELIA PER LA III DOMENICA DI PASQUA - ANNO A - (Lc 24,13-35)
Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - I DUE CARABINIERI PICCHIATI A SANGUE NELLE CAMPAGNE DI GROSSETO: ECCO I RISULTATI DEL ''SOLO DIRITTI, NIENTE DOVERI'' E DEL ''TUTTO E' PERMESSO''
Se invece i carabinieri avessero sparato, magari uccidendo, oggi l'indignazione sarebbe al colmo e i partecipanti al rave party uccisi sarebbero celebrati come martiri
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Bussola Quotidiana, 26/04/2011

La generazione sessantottina, la mia, si esaltò col «vietato vietare». In base a tale giro mentale educò (si fa per dire) i suoi figli. I quali, non avendo altro orizzonte, fecero lo stesso con i loro. Da tre generazioni, dunque, siamo abituati ai «diritti» e guai a quelli che osano farci osservare che anche nella più sperduta tribù amazzonica esistono i doveri. Paradossalmente, in quest'ultima esistono solo i doveri, mentre nelle nostre, «avanzate», essi tendono a sparire.
Il luogo d'elezione in cui ognuno ha «diritto» a fare quel che gli pare è, oggi, il cosiddetto "centro sociale". La sua massima espressione è il «rave», dove l'istintualità più totale e profonda si manifesta all'antico grido hippie di «paradise now!». Ma due ignari carabinieri osano ricordare che civiltà e anarchia alcolico-tossica sono incompatibili. Da qui l'incoercibile emergere dell'altro volto, quello non ludico, della jungla: la violenza bestiale.
Si badi: se i due carabinieri massacrati nelle campagne di Grosseto avessero sparato ad altezza d'uomo, magari uccidendo, oggi l'indignazione dei «buoni» sarebbe al colmo. I preti, nessuno-tocchi-caino, le sinistre e i magistrati avrebbero già fatto immediata e sommaria giustizia. E i due carabinieri avrebbero dovuto cambiare pure faccia e indirizzo, per sottrarsi alla vendetta della galassia anarcoide. I «ravers» uccisi avrebbero avuto un'aula parlamentare a loro intitolata e la presidenza della repubblica avrebbe finanziato un film celebrativo del loro martirio. Giusto ieri sera, a cena con amici, il sottoscritto misurava la difficoltà somma di spiegare a un quindicenne liceale la differenza "naturale" tra un uomo e una donna. Figuratevi il resto. Già sta crescendo la generazione che considera normale avere due babbi o due mammine. Aveva la stessa età quella ragazzina che, al tiggì di qualche tempo fa, prendeva il sole in un parco milanese insieme al suo gigantesco cane. L'intervistatore si avvicinò e chiese come mai la belva non avesse né guinzaglio né, figurarsi, museruola. L'intervistata fu svelta a rispondere: «Come si permette di riprendermi senza il mio permesso?».
Chiaro, sapeva a menadito i suoi, di «diritti». La coltivazione dell'egoismo individualistico spinto all'esasperazione è l'altra faccia del relativismo, quella filosofia nichilistica contro cui combatte oggi la Chiesa. La generazione sessattottarda, oggi sessantenne, occupa tutti i gangli più importanti. E impone la sua visione huxleyana. I massacratori dei due carabinieri delle campagne di Grosseto? Verranno contesi dai talkshow; nella peggiore delle ipotesi saranno «recuperati» da qualche prete «di strada». D'altra parte, anche la sola idea di «punire» è ormai un ricordo preistorico. Ma perché continuano a chiamarlo Codice Penale?

Fonte: La Bussola Quotidiana, 26/04/2011

2 - HITLER NE ERA CONVINTO: LA PRINCIPALE ATTIVITA' DEI PRETI CONSISTEVA NEL MINARE LA POLITICA NAZISTA
Il Fuhrer considerava il cristianesimo il peggior danno subito dall'umanità e giudicava devastante l'azione della Chiesa contro il nazionalsocialismo, perciò voleva distruggerla (in perfetta sintonia con il socialismo bolscevico)
Autore: Francesco Agnoli - Fonte: Il Timone, Dicembre 2010

Il pensiero di Hitler e stato consegnato solo in parte, cioè nella prima fase della sua attività politica, al Mein Kampf. In questo testo confuso e logorroico, i pensieri del futuro dittatore si accavallano l'uno sull'altro, risultando spesso indigeribili. Però, per quanto riguarda il tema che a noi interessa, sono già in parte delineati. Hitler, infatti, afferma più volte due concetti: che la Chiesa cattolica è «in conflitto con le scienze esatte e con l'indagine scientifica», e che il cristianesimo si è imposto grazie ad una «fanatica intolleranza». Intolleranza che è propria degli ebrei in generale: «Oggi il singolo deve constatare con dolore - scrive Hitler - che nel mondo antico, assai più libero del moderno, comparve col cristianesimo il primo terrore spirituale».
Questi pensieri, espressi nel 1923, possono essere meglio compresi alla luce di quanto Hitler ebbe a dire una volta giunto al potere. Per questo risulta indispensabile la lettura delle Conversazioni a tavola di Hitler, da poco ristampato in Italia (dopo ben 50 anni!) dalla Libreria editrice Goriziana. Si tratta dei discorsi tenuti da Hitler con gli invitati che di volta in volta accedevano a lui: furono trascritti a partire dal 5 luglio 1941 per ordine di Martin Bormann, capo della cancelleria del partito e segretario del Führer.
Ebbene, in queste conversazioni a ruota libera, Hitler rivela molto chiaramente il suo pensiero rispetto al cristianesimo, dimostrando che era una delle tematiche che più gli stava a cuore. Nelle quasi 700 pagine in cui discorre di guerra, russi, ebrei, diete, nazismo ecc., i riferimenti al cristianesimo e alla Chiesa cattolica, pur minoritaria all'interno del paese di cui era l'incontrastato leader, sono continui, insistenti e ripetitivi.
Anzitutto Hitler ritiene che il cristianesimo sia una delle manifestazioni della perfidia ebraica: parla quindi esplicitamente di «cristianesimo ebraico». «Il cristianesimo - afferma la notte del 20 febbraio 1942 - costituisce il peggiore del regressi che l'umanità abbia mai potuto subire, ed è stato I'Ebreo, grazie a questa invenzione diabolica, a ricacciarla quindici secoli indietro». Cristo, in verità, per Hitler, non era un ebreo, ma un ariano che «attaccò il capitalismo ebraico» e per questo venne ucciso: «Non è escluso che sua madre fosse ebrea»: ma certo non lo fu il padre.
La «falsificazione della dottrina di Gesù» fu quindi opera dell'ebreo san Paolo: a lui si deve la creazione della religione cristiana, cioè di una forma di bolscevismo ante litteram. Il cristianesimo infatti si è posto alla testa dei più miserabili, degli schiavi, dei malriusciti, con le sue teorie «egualitarie» nate per «conquistare un'enorme massa di gente priva di radici»; «ha mobilitato la feccia», per «organizzare cosi un pre-bolscevismo».
Per Hitler all'equazione ebraismo-cristianesimo, si affianca quella cristianesimo-bolscevismo: l'ebreo Saul e l'ebreo Marx sono i creatori di due ideologie di morte equivalenti tra di loro!
«Il colpo più duro che l'umanità abbia ricevuto - dichiara - è l'avvento del cristianesimo. Il bolscevismo è figlio illegittimo del cristianesimo. L'uno e l'altro sono una invenzione degli Ebrei. È dal cristianesimo che la menzogna cosciente in fatto di religione è stata introdotta nel mondo. Si tratta di una menzogna della stessa natura di quella che pratica il bolscevismo quando pretende di apportare la libertà agli uomini, mentre in realtà vuol far di loro solo degli schiavi». Ancora: «L'Ebreo che fraudolentemente introdusse il cristianesimo nel mondo antico, allo scopo di perderlo, ha oggi riaperto questa breccia prendendo, questa volta, il pretesto della questione sociale. È sempre lo stesso gioco dei bussolotti. Come Saul si è trasformato in s. Paolo, così Mardocheo è diventato Karl Marx».
Come il bolscevismo è oggi causa di morte e di distruzione, così il cristianesimo, afferma Hitler ribadendo quanto già scritto nel Mein Kampf, è fondato sull'intolleranza: «Il cristianesimo è stata la prima religione a sterminare i suoi avversari in nome dell'amore. Il suo segno è l'intolleranza».
La colpa storica della Chiesa cattolica è poi quella di aver fatto crollare l'impero romano, regno dell'arte, della tolleranza e della civiltà. E di averlo sostituito con l'arte barbara delle catacombe, col buio del medio Evo, l'epoca più insignificante della stona umana. Hitler afferma: «Sono sicuro che Nerone non ha mai incendiato Roma. Sono stati i cristiani-bolscevichi». Poi loda Giuliano l'Apostata, e depreca Costantino. Il concetto è sempre lo stesso: i cristiani, figli spirituali dell'ebreo Paolo, sono la causa della caduta dell'Impero e di ogni barbarie degli ultimi 20 secoli.
Ai cristiani Hitler imputa di negare «tutte le gioie dei sensi»; di aver proposto una errata «volontà ecumenica», cioè universalistica e non razzista; di essere «contro la selezione naturale» e quindi di instillare una «ribellione contro la natura, una protesta contro la natura» di proporre un «paradiso insipido», tutto canti e alleluia; di essere una «storia puerile», una «invenzione di cervelli malati», una vera e propria «malattia».
Soprattutto interessante è il fatto che Hitler condivida coi comunisti-bolscevichi (verso cui dichiara il suo odio, e con cui si alleerà per scatenare il secondo conflitto mondiale) due idee. La prima: che il cristianesimo sia contro la scienza e la ragione. La seconda: che sia condannato a sparire col tempo, automaticamente, soffocato dall'affermarsi del nazismo trionfante e liberatore.
Anche Marx aveva creduto lo stesso; anche i bolscevichi spiegavano, in quegli stessi anni, che la Chiesa non avrebbe retto il confronto con la scienza, la modernità ed il progresso, e sarebbe sparita da sola, una volta instaurata la società giusta, perfetta, egualitaria, in una parola, comunista. Senza bisogno di persecuzioni (che invece, poi, ci furono eccome).
Riguardo alla prima idea, Hitler, che riteneva «scientifico» il razzismo, afferma: «la religione è in perpetuo conflitto con lo spirito di ricerca. L'opposizione della Chiesa alla scienza fu talvolta così violenta da sprizzare scintille». Quanto alla seconda idea cui accennavo, la scomparsa automatica del cristianesimo, per manifesta «inferiorità», Hitler dichiara di aver creduto, un tempo, sin dai 14 anni, che la soluzione avrebbe dovuto essere violenta, la «dinamite»: sterminare i preti, le loro menzogne e la loro malvagità.
Poi, col tempo, sostiene di essersi convinto che sia politicamente più produttivo lasciar morire il cristianesimo «a fuoco lento», come effettivamente cercherà di fare sopprimendo le scuole e i giornali confessionali e attuando una persecuzione spesso soprattutto di tipo culturale e ideologico: «A lungo andare, il nazionalsocialismo e la religione non potranno più coesistere... la soluzione ideate sarebbe di lasciar le religioni consumarsi da sé, senza perseguitarle».
Per capire questa prospettiva hitleriana è bene ricordare che Hitler era un uomo molto pragmatico: sapeva che certe operazioni vanno fatte con prudenza e cautela, o addirittura di nascosto, come ad esempio nel caso del programma eutanasico T4. Così più volte rivelava ai suoi collaboratori che l'ora dei conti con la Chiesa e con il cardinal von Galen, il suo più agguerrito avversario, sarebbe arrivata solo alla fine della guerra, per non dividere troppo il paese in un momento difficile. In varie occasioni Hitler frenò addirittura le repressioni contro la Chiesa del suo fidato segretario Bormann, non perché non le condividesse, ma perché temeva «potessero ritorcersi sfavorevolmente sullo stato d'animo del paese in guerra». «Secondo Bormann - scrive il gerarca nazista Albert Speer - un modo per restituire vitalità ed interesse all'ideologia nazionalsocialista era quello di stimolare la lotta contro la Chiesa [...]. Hitler in materia temporeggiava, ma nessuno poteva dubitare che egli intendesse soltanto rinviare il problema ad un momento più favorevole, poiché alla tavola della Cancelleria usava nei confronti della Chiesa parole molto più pesanti e scoperte di quelle che usava all'Obersalzberg, dove la presenza delle signore lo frenava. «Quando avrò risolto tutti gli altri miei problemi - diceva a volte - farò i conti con la chiesa. Allora essa vedrà i sorci verdi» (A. Speer, Memorie del terzo Reich, Mondadori, 1997).
Tornando dunque all'idea di Hitler, della fine prossima del cristianesimo, oltre che dell'ebraismo, il 27 febbraio 1942, mentre i suoi eserciti portano la morte in tutta Europa e milioni di persone vengono uccise nei lager e nei gulag, egli si lancia nei soliti attacchi e sogna un'era di «tolleranza». «La nostra società attuale - afferma con convinzione - è più umana di quanto non lo sia mai stata la Chiesa».
Rimane una domanda: come valutava Hitler l'azione della Chiesa rispetto al nazismo? Non aveva dubbi: «Un male che ci rode sono i nostri preti delle due confessioni. Attualmente non posso dar loro la risposta che si meritano, ma essi non perderanno nulla ad aspettare. Ogni cosa è trascritta nel mio registro. Verrà il momento in cui regolerò i miei conti con loro e non prenderò vie traverse» (8 febbraio 1942); «Ora la principale attività dei preti consiste nel minare la politica nazionalsocialista» (7 aprile 1942); i preti oggi ci insultano e ci combattono, «si pensi per esempio alla collusione tra la Chiesa e gli assassini di Heydrich... Mi è facile immaginare che il vescovo von Galen sappia perfettamente che a guerra finita regolerò fino al centesimo i miei conti con lui» (4 luglio 1942); «Il clero è un rettile... il vescovo Preysing è un rettile... La Chiesa cattolica non ha che un desiderio: la nostra rovina» (11 agosto 1942).

DOSSIER "ADOLF HITLER"
Era vegetariano e voleva distruggere la Chiesa

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Fonte: Il Timone, Dicembre 2010

3 - IL NEONATO DISABILE? E' SOLO UN PESO: ELIMINIAMOLO!
Negli Stati Uniti si teorizza di lasciare ai genitori la decisione di far morire il figlio se la sua vita sarà minata da malattia o handicap
Autore: Carlo Bellieni - Fonte: Avvenire, 14/04/2011

Davvero le richieste di leggi per accelerare il fine vita dei pazienti gravi vanno nell'interesse del paziente? O c'è un difetto che le mina alla base? C'è chi mostra il lato nascosto della medaglia. Si tratta di un articolo sull'ultimo numero del prestigioso American Journal of Bioethics, intitolato «Una vita in grado di dare? La soglia per la sospensione delle cure ai neonati disabili», di Dominic Wilkinson, docente all'Università di Oxford. L'autore spiega così il suo pensiero: «In alcuni casi per i genitori e i medici è giustificabile decidere di lasciar morire un bambino, anche se la sua vita meriterebbe di essere vissuta». Avete capito bene: non si tratta di lasciar morire chi avrebbe poi una vita tutta fatta di sofferenza (anche se non si capisce chi decida chi misuri la sofferenza altrui e anche se sappiamo bene che le cure inutili possono essere rifiutate); ma addirittura chi avrà una vita che anche questo tipo di filosofi reputa «accettabile», seppur minata da una malattia. In quali casi?
Sostanzialmente quando i genitori sentono eccessivo il peso dell'assistenza al bambino malato. Insomma: uno sbilanciamento della bilancia della giustizia a favore dell'adulto e a spese del bambino; prevale il criterio «del peso sui familiari e sull'economia generale». E, come Wilkinson spiega, questo criterio è già preso in considerazione nei protocolli – e ne esistono – che lasciano al genitore molta discrezionalità sulla vita del neonato prematuro o sofferente.
Ovvio che i genitori debbano essere sempre e bene informati, e che possano scegliere il meglio per il loro figlio; ma questo non significa che possano decidere di lasciarlo morire se ci sono ancora serie speranze, perché loro non ce la fanno più in previsione di un handicap del piccolo; oltretutto alla nascita mancano il tempo e la serenità per un'informazione corretta. E come ameremmo che chi stende protocolli partisse inesorabilmente dalla richiesta di aiuti per le famiglie dei malati. Ma anche quando i protocolli sono meno «evoluti», le cose non ci rassicurano. «La visione ufficiale prevalente – dice Wilkinson, spiegando di volerla superare con quanto finora detto – è che il trattamento può essere sospeso solo se il peso della vita futura supera i benefici». E cita vari protocolli che invitano a fare un conto tra vantaggi e svantaggi e se i secondi sono maggiori dei primi la cura può essere arrestata.
Anche qui è chiaro come l'interesse del paziente sia trascurato: una vita triste con più sconfitte che vittorie è frequente, e non per questo non merita di essere vissuta. Perché per i neonati tante finte cautele in molti protocolli?
Non si farebbe mai per un adulto il conto a tavolino dei pro e dei contro: invece in diversi Paesi il padre può decidere di non iniziare le cure salvavita per i neonati (e non ci dicano che «il padre è sempre il miglior tutore degli interessi del piccolo»: tanti episodi di cronaca lo smentiscono). Cos'hanno i neonati meno degli adulti? E cosa hanno gli adulti disabili mentali meno degli altri, dato che anche a loro vengono riservate meno cure che agli altri, come ben mostrava la rivista Lancet nel luglio 2008?
Esistono davvero delle vite non «in grado di dare»? Noi «sani» pensiamo di aver in mano il giudizio su quale vita lo sia; finché qualcuno non giudicherà che la nostra non lo è più.

Fonte: Avvenire, 14/04/2011

4 - CINQUE MILIONI E MEZZO DI FIRME IN SOSTEGNO ALL'INDIPENDENZA DELLA LITUANIA (CHE SEGNO' L'INIZIO DEL CROLLO DELL'URSS)
Vent'anni fa la storica impresa registrata dal Guinness dei Primati come la maggior raccolta di firme della storia
Fonte Tradizione Famiglia Proprietà, marzo 2006

Il 2010 segna il 20 anniversario d'una delle più straordinarie azioni del prof. Plinio Corrêa de Oliveira a livello internazionale: la campagna "Pro Lituania cattolica e libera". Questa ci viene descritta in dettaglio dall'On. Antanas Racas nel volume «Plinio Corrêa de Oliveira. Dieci anni dopo» (San Paolo, Istituto Plinio Corrêa de Oliveira, 2005).
UN PO' DI STORIA
Alla fine degli anni 1980 al vertice dell'URSS c'era Michail Gorbaciov, che si riempiva la bocca di "glasnost" e di "perestroika", ma che in realtà ne concedeva molto poca, anzi niente. Era appena un prodotto propagandistico di esportazione.
Nel dicembre 1989 cade il muro di Berlino, fomentando aneliti di indipendenza in diversi paesi dell'impero sovietico e, particolarmente, nelle nazioni baltiche. Tre mesi dopo vince le elezioni politiche in Lituania la coalizione di centro-destra Sajudis (Libertà), portando alla presidenza Vytautas Landsbergis. L'11 marzo, il Parlamento proclama l'indipendenza del Paese. Pochi giorni dopo, il Cremlino condanna severamente questa mossa e, in palese contraddizione con la retorica gorbacioviana, ordina l'Armata Rossa di occupare gli edifici pubblici in Lituania, imponendo inoltre un blocco economico totale, che comprendeva il taglio dei rifornimenti di gas e di petrolio.
Il governo lituano si rivolge allora all'Occidente in cerca di riconoscimento diplomatico. Niente! Uno dopo l'altro i Paesi si rifiutano. Pur di non infastidire Gorbaciov, voltano le spalle alla povera Lituana, abbandonandola al suo destino. La Primo ministro, Kazimiera Prunskiene, viene perfino trattata malissimo a Washington dal presidente Bush padre.
APPELLO AL DOTT. PLINIO
In queste circostanze disperate, il Parlamento lituano si rivolge all'Ufficio delle TFP a Washington, chiedendo insistentemente l'appoggio del prof. Plinio Corrêa de Oliveira e delle TFP. Il leader cattolico coglie l'occasione al volo e, il 1 giugno, lancia la TFP brasiliana nella campagna "Pro Lituania cattolica e libera". Si trattava di raccogliere firme in sostegno della sua indipendenza. Una ad una aderiscono le altre TFP ed associazioni affini in tutto il mondo.
In 25 giorni le TFP avevano già ottenuto un milione di firme. Il dott. Plinio invia allora un primo messaggio di solidarietà al presidente Landsbergis: "La Lituania avrà sempre l'appoggio, il rispetto e l'ammirazione delle TFP". Risponde il Ministro degli esteri, Algirdas Saugardas: "Porgiamo i nostri profondi ringraziamenti al prof. Plinio Corrêa de Oliveira, in nome del sig. V. Landsbergis e mio, per il suo appoggio alla nostra lotta per l'indipendenza. Il vostro sostegno è molto opportuno e incoraggiante nella difficile situazione attuale".
Nel frattempo, l'URSS stringe la morsa. Il 7 luglio, il Primo ministro sovietico Nicolai Rizhkov minaccia: "La Lituania deve sottostare strettamente alle legge sovietica".
LA MAGGIORE SOTTOSCRIZIONE DELLA STORIA
Imperterrita, la campagna delle TFP procede a gonfie vele. In 130 giorni raccolgono 5,2 milioni di firme. L'impresa viene registrata nel «Guinness dei Primati» come la maggior sottoscrizione della storia.
Il 2 dicembre, una commissione delle TFP si reca a Vilnius per consegnare il microfilm delle firme al governo lituano. Ospite ufficiale, la commissione viene ricevuta dal presidente e poi onorata in una sessione plenaria del Parlamento. L'8 dicembre la commissione visita i principali santuari mariani del Paese. Il giorno dopo, il Cardinale primate Vincentas Sladkevicius accoglie festosamente la commissione in una solenne funzione religiosa nella cattedrale di Kaunas.
A Mosca, le autorità comuniste non sembrano affatto tranquille... Vladimir Kriutchov, capo del KGB, giunge a minacciare durante un programma di TV: "Non tollereremo l'ingerenza nei nostri affari interni di questi gruppuscoli che, dall'estero, stanno movendo una guerra segreta contro lo Stato sovietico". Da parte sua, il Ministro degli interni si scaglia contro "questo piccolo gruppo di provocatori che viene a seminare lo scompiglio nell'URSS".
"Gruppuscoli", veramente le TFP lo erano, almeno in confronto con la gigantesca macchina dello Stato sovietico. Quanto alla "guerra segreta", si trattava in realtà d'una campagna pacifica e legale svolta sulle vie e nelle piazze dell'Occidente sotto gli occhi di tutti. Riguardo lo "scompiglio nell'URSS", esso sarà molto più profondo di quanto temessero le stesse autorità sovietiche...
 Prima di ritornare in Europa, la commissione si trattiene a Mosca pere consegnare una copia della firme all'ufficio di Michail Gorbaciov.
LA VIOLENZA DEL PACIFISTA
Nonostante ciò, Mosca non dà la minima mostra di voler mollare la presa. Anzi, la pressione sul governo lituano diventa sempre più incalzante. Il 12 gennaio 1991, l'Armata Rossa occupa la sede della televisione lituana. Una moltitudine disarmata accorre spontaneamente a difendere questo simbolo della libertà di espressione.
Il 13, Gorbaciov dà l'ordine di caricare. I carri armati cominciano a sparare sulla folla schiacciandola sotto i cingoli. Bilancio: 14 morti e 240 feriti, molti gravi. Poche ore prima, il presidente Landsbergis aveva inviato un messaggio al dott. Plinio: "La Lituania è in grave pericolo, la prego di informare tutte le TFP. (...) La responsabilità del sangue versato ricadrà su Michail Gorbaciov".
Per sfuggire alla stretta militare il governo lituano si trincera nel Parlamento, protetto da masse di giovani col Rosario in mano che cantano inni alla Madonna di Fatima.
Affrontando a mani nudi i carri armati sovietici, nove di loro muoiono eroicamente. Ma Gorbaciov è costretto a indietreggiare. La Lituania era libera!
Poco dopo, un portavoce del governo confiderà ad un inviato delle TFP che, a dare animo al popolo lituano per compiere questi atti di eroismo era stata la campagna lanciata da Plinio Corrêa de Oliveira.
LA FINE DELL'URSS
L'esempio della Lituania si diffonde a macchia d'olio per tutto l'impero sovietico. Una ad una le repubbliche sovietiche cominciano a staccarsi da Mosca, segnando l'inizio del crollo definitivo dell'URSS.
Mesi più tardi, il governo lituano promuove una celebrazione pubblica a San Paolo del Brasile per ringraziare ufficialmente il prof.  Plinio Corrêa de Oliveira, alla quale partecipano duemila persone. Nel corso della celebrazione il salesiano lituano Don Pranas Gavenas fa omaggio al dott. Plinio Corrêa de Oliveira di una "jousta", ovvero una fascia onorifica appositamente portata dalla Lituania. Ecco alcuni brani del suo discorso:
"In nome del popolo lituano, ho portato per Lei, carissimo dottor Plinio, un modesto ricordo, simbolo della nostra eterna gratitudine. Si tratta d'una jousta, portata appositamente dalla mia Patria. È molto semplice. Quanto ci piacerebbe che fosse di ricca seta, ricamata in oro e incastonata di pietre preziose! Questa, però, gli angeli la stanno già preparando per Lei nel Cielo. (…)
"Questa storica vittoria che oggi celebriamo si deve anzitutto alla protezione della Madonna Ausilio dei Cristiani. Ma si deve anche a un uomo di Dio, al quale voltiamo oggi i nostri cuori per dirgli, traboccanti di gratitudine: dottor Plinio grazie, in nome del popolo lituano, mille volte grazie! (…)
"Prima di concludere, è mio dovere dichiarare pubblicamente quanto segue. In un editoriale, il noto giornale The New York Times affermò che i paesi baltici furono i catalizzatori della débacle sovietica. Bisogna registrare che la Lituania fu la prima repubblica sovietica a dichiarare l'indipendenza, nel marzo 1990, dando coraggio alle altre e avviando quindi il processo di dissoluzione dell'URSS.
"Ma non possiamo dimenticare che, quando la Lituania proclamò l'indipendenza, l'Occidente incrociò le braccia, abbandonandola alla sua sorte di fronte all'orso sovietico. Ma Dio è provvido. Sullo sfondo di quell'orizzonte cupo e pesante, un grido di crociata riecheggiò in 23 paesi dei cinque continenti. Il grido era stato lanciato dal dottor Plinio Corrêa de Oliveira e si propagò per tutta la terra, il cui esito fu la maggiore raccolta di firme nella storia. A Mosca, i tiranni comunisti tremarono, perché sapevano che era l'inizio della loro sconfitta!".

Fonte: Tradizione Famiglia Proprietà, marzo 2006

5 - LA DITTATURA DEL RELATIVISMO NON PERMETTE OPINIONI CONTRARIE ALLE SUE: AD ESEMPIO NON SI PUO' DIRE CHE DIO POSSA PUNIRE
Nessuno può dire con certezza se un terremoto sia un castigo di Dio, ma non lo si può nemmeno escludere: riflettiamo tenendo conto di De Mattei, Giovanni Paolo II, Fatima, ecc.
Autore: Gianpaolo Barra - Fonte: Il Timone, maggio 2011

«Nessuno può dire con certezza se il terremoto di Messina o quello del Giappone sia stato un castigo di Dio». Così si è espresso lo storico Roberto de Mattei, vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), nel corso di una conversazione a Radio Maria. È stato accusato d'avere detto esattamente il contrario, di avere giudicato la recente tragedia capitata in Giappone come un esemplare castigo di Dio, che avrebbe punito quanti non si sarebbero sottomessi alla sua volontà, peccando. L'accusa è culminata con la richiesta delle dimissioni – o del suo allontanamento – dal CNR. Un cattolico con queste idee – sostengono gli accusatori – non può ricoprire una carica così importante in un organismo di carattere scientifico.
Riguardo le cose dette realmente dal de Mattei, esse sono reperibili nel sito di Corrispondenza Romana. Tutti, leggendole, potranno farsi un'idea della consistenza – o inconsistenza – delle critiche che gli sono state mosse. Ma i punti salienti del suo intervento sono sintetizzabili in tre possibili – dunque ipotetiche – risposte alla domanda relativa al ruolo di Dio dinanzi a tragedie di questo genere.
Le trascrivo: una prima ipotesi: «le grandi catastrofi sono una voce terribile ma paterna della bontà di Dio, che ci scuote e ci richiama col pensiero ai nostri grandi destini, al fine ultimo della nostra vita, che è immortale»; una seconda ipotesi: «le catastrofi sono talora esigenza della Giustizia di Dio, della quale sono giusti castighi»; una terza ipotesi: «le grandi catastrofi sono spesso una benevola manifestazione della misericordia di Dio». Francamente, a me pare che non vi sia niente di errato.
Non entro però nel merito, ma su di un punto delicatissimo vorrei soffermare la mia attenzione. Esso verte intorno alla domanda: «Dio può punire?». Può il Dio di misericordia, pace, perdono e soprattutto d'amore punire gli uomini per qualche loro malefatta, diciamo: per il loro peccato?
A prescindere da qualunque interpretazione si voglia dare della recente catastrofe giapponese (io sono del parere che: «Nessuno può dire con certezza se il terremoto di Messina o quello del Giappone sia stato un castigo di Dio»), rispondere di sì a questa domanda è conforme alla verità cattolica.
Aiutandoci a capire meglio questa verità, la Salvifici doloris di Papa Giovanni Paolo II insegna: «Se è vero che la sofferenza ha un senso come punizione, quando è legata alla colpa, non è vero, invece, che ogni sofferenza sia conseguenza della colpa ed abbia carattere di punizione».
Dunque, Dio può certamente punire, senza venir meno al suo amore per l'uomo, ma noi non siamo in grado di stabilire se quella determinata sofferenza, quella specifica tragedia, quella croce particolare sulle spalle di un nostro fratello sia da considerarsi una punizione divina. A meno che ciò non sia esplicitamente rivelato ed insegnato dalla Chiesa.
Non solo. Anche se non costituiscono oggetto di fede, meritano attenzione anche gli avvertimenti di castighi che più d'una volta sono stati minacciati durante apparizioni mariane, riconosciute dalla Chiesa. A Fatima, per esempio, la Regina del Rosario preannunciò nel 1917 imminenti castighi, se l'uomo non si fosse convertito: dalla seconda Guerra Mondiale alla diffusione del comunismo.
Temo che se qualcuno venisse a conoscenza di queste "minacce" celesti, forse reclamerebbe anche le dimissioni di Maria.

Fonte: Il Timone, maggio 2011

6 - IL CRISTIANESIMO E' IN DECLINO? NELLA STORIA, I CRISTIANI SONO VINCITORI O PERDENTI? LA RIFLESSIONE DEL CARDINAL BIFFI
E' meglio stare dalla parte di chi vince, per cui la domanda se Cristo e i martiri hanno vinto o perso è importante (senza dimenticare che ''ride ben, chi ride ultimo'')
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: Avvenire, 16/11/2010

In questo tempo squinternato – che sembra dare sempre più spazio al rifiuto del messaggio evangelico sostanziale e si compiace di contestare in tutti i modi la Chiesa cattolica, il suo magistero e quasi la sua stessa esistenza – fa capolino talvolta nella nostra coscienza di credenti una domanda semplice e inquietante: noi cristiani, nella vicenda storica complessiva, siamo vincitori o siamo perdenti? Il pungente interrogativo di solito non arriva a mettere in crisi il nostro atto di fede, ma a darci qualche intimo disagio sì. Mette conto allora di affrontare in maniera esplicita il problema, passando in rassegna i diversi elementi, desunti dalla divina Rivelazione, che possono aiutarci a raggiungere una soluzione intimamente pacificante. Regola indubbia per vivere sicuri e soddisfatti è di stare per quel che è possibile dalla parte di chi vince. Gli italiani in genere conoscono bene questa norma furbesca e si sforzano di rispettarla. È un principio pratico che possiamo accogliere anche noi, con un'avvertenza però: che non si tratti di un vincitore temporaneo, destinato prima o poi alla sconfitta o almeno al superamento. Come canta il coro conclusivo del Falstaff di Verdi: «Ride bene chi ride - la risata final». Ma l'unico vincitore, ultimo e definitivo è il Signore Gesù. Ce lo ha assicurato lui stesso in una delle ore più dolenti e significative della sua avventura terrena: «Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo» (Gv 16,33). E, dopo questa solenne dichiarazione, è andato incontro all'arresto, alla condanna, alla crocifissione, alla morte, alla Pasqua di risurrezione e di gloria: tutto questo – tutto – costituisce la sua "vittoria". È una vittoria che origina nel tempo ma lo trascende. Gesù è il trionfatore in assoluto, e il suo trionfo è anche il nostro trionfo.
Noi che aderiamo attraverso la fede al suo mistero ed entriamo nella sua comunione vitale diventiamo – con lui, in lui, e per lui – vincitori indiscutibili, vincitori non insidiabili, vincitori perenni. Perciò la prima lettera di Giovanni può scrivere: «Questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?» (1 Gv 5,4-5). Che la nostra ultima sorte sia positiva e fausta – e il nostro esito finale coincida, in Cristo, con un'apoteosi superiore a ogni nostra attesa – è dunque cosa sicura: se ci manteniamo con sincera fedeltà in questa prospettiva, la nostra travagliata avventura di credenti non mancherà mai di pace interiore e di gioia. Ma il convincimento dell'immancabile vittoria escatologica psicologicamente stride con l'esperienza dell'insuccesso e del decadimento che affligge qualche stagione, anche protratta, delle comunità cristiane. Sarà bene ricordare a questo proposito che il Signore non ci ha mai promesso una militanza terrena che fosse una continua marcia trionfale e una vita cristiana paragonabile a una passeggiata sotto i mandorli in fiore. Egli ha piuttosto moltiplicato gli avvertimenti contrari. Secondo Gesù il rapporto normale del mondo con la «nazione santa» (cfr. 1 Pt 2,9) – il «mondo», cioè le forze politiche, le culture dominanti, le potenze della comunicazione – non è la comprensione, la simpatia, il dialogo; è la persecuzione: «Sarete odiati da tutti a causa del mio nome» (Mt 10,22). Ma la persecuzione, secondo l'ottica di Cristo, non è per noi una sciagura: è un modo di assimilarci alla croce del Redentore, e quindi una partecipazione alla sua esaltazione. Il martire, secondo la coscienza certa della Chiesa, espressa con chiarezza dalla liturgia, non è uno sconfitto, è un trionfatore, perché ha attuato nella forma più perfetta l'imitazione di colui che «ha vinto il mondo». È innegabile però che noi siamo tentati di tristezza quando ci troviamo alle prese con quello che ci sembra un declino del cristianesimo. Ma questo declino in effetti non c'è e non ci può essere, per la stessa autentica e indeformabile natura della realtà cristiana. Il cristianesimo primariamente e per sé non è una dottrina né un sistema etico né un insieme di pratiche rituali: intendiamoci, è anche tutte queste cose, ma non primariamente e per sé. Potremmo addirittura dire che primariamente e per sé non è neppure una "religione": è una serie unificata di realtà (un avvenimento, una Persona, un disegno divino concepito nell'eternità e progressivamente attuato nella storia). È il "fatto" dell'Unigenito del Padre, che si fa uomo, si immola per la nostra salvezza, risorge, sta alla destra di Dio, effonde lo Spirito; e così diventa per noi principio di una vita nuova e più "vera". Ora gli avvenimenti non sono mai scalfiti o messi in crisi da niente e da nessuno. Una filosofia che non abbia più alcun sostenitore è un fenomeno esaurito; una religione senza nessun seguace è una religione ormai estinta. Invece il Figlio di Dio che si incarna, la sua morte salvifica, la sua esistenza glorificata, il suo amplificarsi nella realtà del Christus totus, essendo dei "fatti" sono sempre vivi e vincenti; e lo sarebbero, pur se non ci fosse più nessuno quaggiù che li accolga e ci creda. Si capisce allora come mai Gesù possa seraficamente prefigurarsi per il futuro terreno dei suoi discepoli le ipotesi più deprimenti: «Il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8). Per lui la realtà indeformabile degli eventi salvifici è più importante della quantità delle adesioni: «Disse allora ai Dodici: "Forse anche voi volete andarvene"» (Gv 6,67). Ci rimane un'ultima annotazione che aiuti la nostra fiducia e la nostra gioia, pur nelle circostanze più difficili della vicenda ecclesiale. Nella lettera agli Ebrei c'è una parola singolarmente intensa e illuminante: «Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre!» (Eb 13,8).
Quel Gesù che colma di sé l'intero percorso dei figli di Adamo e gli dà senso («ieri») e che vive e regna nell'eternità alla destra del Padre («per sempre»), non si è reso latitante dai giorni incerti e inquieti nei quali ci tocca di vivere quaggiù («oggi»). Non ci ha lasciati soli: continua a essere possente e attivo in mezzo a noi. Nessuna potenza mondana riuscirà mai a intimidire la «nazione santa», che sa di avere con sé il «Signore degli eserciti».

Fonte: Avvenire, 16/11/2010

7 - STA PER USCIRE UN FILM STRAORDINARIO SU DUNS SCOTO: FEDELE AL PAPA E FERMO SOSTENITORE DELL'IMMACOLATA CONCEZIONE DI MARIA
Ecco il trailer non ufficiale della storia del professore francescano allontanato dalla Sorbona per non aver sottoscritto il libello del re Filippo il Bello contro il Papa Bonifacio VIII
Autore: Raffaele Iaria - Fonte: www.mediatrice.net

Inizia il montaggio di post produzione del nuovo e inedito film "Duns Scoto", dopo l'ultimo ciak a Montelabate di Perugia.
Si tratta di una produzione dei Frati Francescani dell'Immacolata - TVCO con la regia di Fernando Muraca. Nel cast Adriano Braidotti nel ruolo di protagonista, Raffaele Proietti, Sebastiano Colla, Alessandro Chini, Camilla Diana e Emanuele Maria Gamboni nel ruolo del piccolo Giovanni Duns Scoto.
Terminate le riprese del film "Duns Scoto" sulla figura del filosofo e teologo francescano di origine scozzese, inizia la fase di post produzione.
Si tratta di un lungometraggio di 90 minuti in alta definizione girato nell'abbazia e nella tenuta di Montelabate di Perugia e sulla costa anconetana.
E' una novità nell'attività di un istituto religioso come i Frati Francescani dell'Immacolata che pur impegnati nell'apostolato dei mass media, in fedeltà al loro carisma che si ispira da vicino a S. Massimiliano Maria Kolbe, si cimentano adesso nel cinema dopo qualche produzione documentaristica.
Scritto e diretto da Fernando Muraca, a partire dal libro di p. Stefano Maria Manelli, "Beato Giovanni Duns Scoto" pubblicato da Casa Mariana Editrice, il film esordisce con il drammatico momento nel quale il giovane professore francescano, fedele al Papa e integro di coscienza, si allontana dalla Sorbona per aver rinunciato a sottoscrivere il libello del re Filippo il Bello contro Bonifacio VIII. Il suo andare verso Oxford non è solo un viaggio nello spazio, ma anche nel tempo poiché confiderà a un giovane novizio che lo accompagna, la storia della sua vocazione. Nei flash back il ruolo di Duns Scoto bambino è interpretato dal piccolo Emanuele Maria Gamboni che già ha recitato accanto a Gigi Proietti nel film Rai fiction – Lux Vide "Preferisco il Paradiso". Duns Scoto rientrerà pochi anni dopo a Parigi ove proseguirà il suo insegnamento di alto livello instaurando un ottimo rapporto con i suoi studenti, ma anche suscitando gelosie. Gli sarà lanciato il guanto di sfida dai professori domenicani sulla dimostrabilità dell'Immacolata Concezione di Maria, teoria all'epoca ancora controversa. A modo di contro trama, la storia del nobile Luis (Sebastiano Colla), studente della Sorbona, che s'innamora di Maria una umile, ma bella e pia fanciulla, interpretata da Camilla Diana (S. Agnese di Assisi nel film Chiara e Francesco di Fabrizio Costa) alterna drammaticità e speculazione a momenti di umanità al quotidiano. Interessanti i dubbi e le idee eterodosse del giovane fra Guglielmo (di Occam) interpretato da Alessandro Chini, amorevolmente e puntualmente corretto proprio dal suo maestro Scoto. Il film si conclude nell'apoteosi della vittoria di Duns Scoto riconosciuta dai legati papali nel corso della disputa teologica della Sorbona. Durante le riprese e per le scene della disputa si è arrivati fino a cento comparse con altrettante riproduzioni di abiti medievali curati da Angelo Poretti e Monica Sarracchini.
La direzione della fotografia è stata affidata a Massimo Lupi (Il commissario Rex) che ha ben saputo avvalorare esteticamente le scene che si susseguono in interni ed esterni, di notte e di giorno con l'uso di numerosi e suggestivi piani sequenza.
"L'ispirazione è nata – spiega p. Alfonso M. Bruno, direttore di produzione – dallo spontaneo desiderio degli alunni dello Studio Teologico Immacolata Mediatrice (STIM) in occasione del settimo centenario dalla morte del beato nel 2008. Lo scopo del film è duplice. Il primo è quello di rendere più popolare la figura del b. Giovanni Duns Scoto in vista di una sua canonizzazione che lo renderebbe candidato al titolo di dottore della Chiesa. Il secondo è dare un contributo alla Chiesa nel patrocinio dell'arte in un ambiente post-cristiano. Il cinema è infatti uno strumento sensibilissimo, che può contribuire alla crescita di un vero umanesimo e, in definitiva, alla lode che dal creato si eleva verso il Creatore. E' necessario umanizzarlo attraverso la spiritualità e l'ingresso dei cristiani, un tempo leaders dell'innovazione artistica, che oggi si trovano ai margini dell'ambiente culturale".
 
Nota di BastaBugie: puoi vedere il trailer del film su http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=25

PODCAST (audio da ascoltare)

Fonte: www.mediatrice.net

8 - MONS. BERNARDINI, NUNZIO IN ARGENTINA: ''IL PAPA SI SENTE ABBANDONATO DAI VESCOVI E DAI PRETI, MA SOSTENUTO DAI FEDELI''
Si diffonde la confusione dei ruoli, con sacerdoti che non si impegnano nella Messa e nelle confessioni, preferendo fare altro; e con laici e donne che cercano un quarto d'ora di celebrità leggendo la preghiera dei fedeli o distribuendo la comunione
Autore: Adriano Bernardini - Fonte: Corrispondenza Romana

"E ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e il potere della morte non prevarranno contro di essa" (Mt 16,18)
Il testo di Matteo contiene due elementi molto importanti:
-Il primato di Pietro e dei suoi successori nella Chiesa che Cristo ha fondato, e pertanto del Santo Padre;
-L'assistenza di Gesù per la Sua Chiesa contro le forze del male.
Diamo per scontato il primo punto, fondamentale per la Chiesa, perché senza questo primato di Pietro e la comunione con lui, non c'è la Chiesa cattolica. Permettetemi, però, alcune riflessioni sul secondo punto: le forze del male, che Matteo chiama "il potere della morte".
Assistiamo oggi ad un accanimento molto speciale contro la Chiesa cattolica in generale e contro il Santo Padre in particolare. Perché tutto questo? Qual è la ragione principale? Si può articolare in poche parole: perché è la Verità che ci dà il messaggio di Cristo!
Quando questa Verità non si oppone alle forze del male, tutto va bene. Invece, quando avanza la minima opposizione, insorge una lotta che utilizza la diffamazione, l'odio e persino la persecuzione contro la Chiesa e più specificamente contro la persona del Santo Padre.
Diamo un'occhiata ad alcuni momenti della storia, che è "maestra della verità".
Gli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II passano in un'euforia generale per la Chiesa e di conseguenza per il Papa. Ma è sufficiente la pubblicazione dell'Humanae vitae, con cui il Santo Padre conferma la dottrina tradizionale per cui l'atto coniugale e l'aspetto procreativo non possono essere lecitamente separati, che esplode la critica più feroce contro papa Paolo VI, che fino a quel momento era nelle grazie del mondo. Le sue simpatie per Jacques Maritain e per l'umanesimo integrale avevano aperto le speranze degli ambienti modernisti interni alla Chiesa e al progressismo politico e mondano.
Lo stesso si è ripetuto più volte nel lungo pontificato di Giovanni Paolo II. Quando viene eletto, le élites culturali occidentali sono ammaliate dalla lettura marxista della realtà. Giovanni Paolo II non si adatta a questo conformismo culturale imbarazzante e intraprende col comunismo un duello duro, che lo porta sino ad essere un bersaglio fisico di un oscuro progetto omicida.
Lo stesso accadrà sempre a Giovanni Paolo II relativamente alla bioetica, con la pubblicazione dell'Evangelium vitae, nel 1995, un compendio solido e senza sconti sulle principali questioni della vita e della morte.
Ed ora, sempre per amore alla "Verità vera ed evangelica", il bersaglio è diventato Benedetto XVI. Già marcato con disprezzo negli anni precedenti come il "guardiano della fede", appena eletto, immediatamente è stato accolto da commentatori da tutto il mondo con una miscela di sentimenti, che vanno dalla rabbia alla paura, al vero e proprio terrore.
Ora, una cosa è certa: Papa Benedetto XVI ha impresso al suo pontificato il sigillo della continuità con la tradizione millenaria della Chiesa e soprattutto della purificazione. Sì, perché all'insicurezza della fede segue sempre l'offuscamento della morale.
Infatti, se vogliamo essere onesti, dobbiamo riconoscere che è aumentato anno dopo anno, tra i teologi e religiosi, tra suore e vescovi, il gruppo di quanti sono convinti che l'appartenenza alla Chiesa non comporta il riconoscimento e l'adesione a una dottrina oggettiva.
Si è affermato un cattolicesimo "à la carte", in cui ciascuno sceglie la porzione che preferisce e respinge il piatto che ritiene indigesto. In pratica un cattolicesimo dominato dalla confusione dei ruoli, con sacerdoti che non si applicano con impegno alla celebrazione della Messa e alle confessioni dei penitenti, preferendo fare dell'altro. E con laici e donne che cercano di prendersi un poco per loro il ruolo del sacerdote, per guadagnare un quarto d'ora di celebrità parrocchiale, leggendo la preghiera dei fedeli o distribuendo la comunione.
Ecco, che qui Papa Benedetto XVI, proprio a causa della sua fedeltà verso la "Verità", fa una cosa che è sfuggita all'attenzione di molti commentatori: porta di nuovo, integralmente, il credo nella formula del Concilio di Costantinopoli, cioè nella versione normalmente contenuta nella Messa. Il messaggio è chiaro: ricominciamo dalla dottrina, dal contenuto fondamentale della nostra fede. "Sì, perché - scrive il teologo e Papa Ratzinger – il primario annuncio missionaria della Chiesa oggi è minacciato dalle teorie di tipo relativistico, che intendono giustificare il pluralismo religioso, non solo de facto ma anche de jure".
La conseguenza di questo relativismo, spiega il futuro Papa Benedetto XVI, è che si considerano superate un certo numero di verità, per esempio: il carattere definitivo e completo della rivelazione di Cristo; la naturalezza della fede teologica cristiana rispetto alla credenza nelle altre religioni; l'unicità e l'universalità salvifica nel mistero di Cristo; la mediazione salvifica universale della Chiesa; la sussistenza nella Chiesa cattolica romana dell'unica Chiesa di Cristo.
Ecco qui, pertanto, la Verità come la principale causa di questa avversione e direi quasi persecuzione al Santo Padre. Un'avversione che ha come conseguenza pratica il suo sentirsi solo, un po' abbandonato.
Abbandonato da chi? Ecco la grande contraddizione! Abbandonato dagli oppositori alla Verità, ma soprattutto da certi sacerdoti e religiosi, non solo dai vescovi; però non dai fedeli.
Il clero sta vivendo una certa crisi, prevale nell'episcopato un basso profilo, ma i fedeli di Cristo sono ancora con tutto il loro entusiasmo. Accanitamente continuano a pregare e ad andare a messa, frequentano i sacramenti e dicono il Rosario. E soprattutto, sperano nel Papa. C'è un sorprendente punto di contatto tra il Papa Benedetto XVI e la gente, tra l'uomo vestito di bianco e le anime di milioni di cristiano. Loro capiscono e amano il Papa. Questo perché la loro fede è semplice! D'altronde è la semplicità la porta di ingresso della Verità.
Durante questa celebrazione eucaristica chiediamo al buon Dio e alla Vergine di poter far parte, anche noi, di questo tipo di cristiani.

Fonte: Corrispondenza Romana

9 - NELLA COSTITUZIONE IL RICHIAMO ALL'IDENTITA' CATTOLICA E MONARCHICA DELLA GRANDE UNGHERIA
Il Parlamento ungherese si oppone al politicamente corretto e al relativismo dominante nell'Europa odierna dei burocrati e della grande finanza laicista
Fonte Corrispondenza Romana, 30/04/2011

Il Parlamento ungherese ha votato a stragrande maggioranza (262 favorevoli contro 44 contrari più una sessantina che hanno abbandonato l'aula al momento del voto) una nuova Carta costituzionale che prevede:
1) il Cristianesimo come religione base del popolo ungherese (completa rimane peraltro la libertà religiosa);
2) la protezione della vita sin dal concepimento (sebbene esista una legge comunista mai abrogata che consente e regola l'aborto);
3) la promozione della famiglia, rappresentata dall'unione in matrimonio fra un uomo e una donna (sebbene le "unioni civili" anche fra persone dello stesso sesso siano ammesse dalla legge);
4) la proibizione delle pratiche eugenetiche;
5) limitazioni ai poteri della Corte Costituzionale, specie in materia finanziaria (con relative diminuzione dell'età di pensionamento dei magistrati);
6) doveri dei genitori verso i figli ma anche doveri dei figli verso i genitori anziani;
7) limitazione costituzionale all'indebitamento dello Stato non oltre il 50% del Pil e l'obbligo di una maggioranza dei due terzi per l'introduzione di nuove tasse;
8) invocazione della responsabilità di fronte a Dio dei parlamentari che approvano la Costituzione;
9) formalizzazione costituzionale dello stemma nazionale centrato sulla Santa Corona e su Santo Stefano, simboli dell'eredità storica cristiana dell'Ungheria;
10) la "nazione su base etnica", pur nella piena difesa dei diritti delle minoranze presenti nel Paese.
Le accuse (tutte false ma comunque utili a creare il "caso") che sono state portate contro la nuova Costituzione ungherese sono evidenti: discriminazione religiosa, razzismo, oscurantismo moralista, omofobia e antifemminismo, antimodernità, ecc. E infatti si sono già scatenate le proteste delle associazioni abortiste, omosessualiste, femministe, e di Amnesty International. L'Unione Europea è già intervenuta e la campagna massmediatica della calunnia organizzata è partita.
Eppure, per tutti i secoli passati, per ogni Stato di quella che fu l'Europa cristiana, dall'alto Medioevo fino alla Rivoluzione Francese e per molti Paesi fino al XX secolo, il Cristianesimo fu la religione unica delle singole popolazioni. Ciò vuol dire che in Ungheria si è semplicemente detta la verità e ribadita una realtà di fatto, misconosciuta dalle menzogne del relativismo imperante.
Al di là delle immani tragedie del XX secolo, che uno delle componenti essenziali per l'esistenza di una nazione sia il ceppo etnico comune, è una verità tanto basilare da essere banale. Ciò che fa una nazione non è l'ideologia politica dominante (concezione utopista della nazione, sulle orme di Mazzini), bensì l'eredita comune di etnia, di lingua, di religione, di cultura, di tradizioni. Naturalmente, occorre vigilare che da questi elementari principi non si precipiti in pericolose derive razziste, ma, come noto, l'abuso non toglie l'uso; e l'uso è che gli ungheresi costituiscono da mille e passa anni una precisa e individuabile entità etnica con una sua lingua, una sua religione, una sua cultura e le sue tradizioni.
Riguardo poi la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale e la difesa della famiglia fondata sul matrimonio fra uomo e donna, ebbene, questa per un cattolico è veramente una grande vittoria.
E che dire della diminuzione del potere della magistratura in materia finanziaria e dello stesso potere esecutivo e legislativo in materia di tassazione? Non è anche tutto ciò un modo concreto di diminuire lo strapotere statalista e di aiutare le famiglie e un'economia più ordinata e meno soggetta ai poteri forti internazionali?
E per finire, la condanna dell'eugenetica, l'invito alla solidarietà fra le generazioni (punto che sembra secondario, ma invece va a intaccare uno dei cardini della dissoluzione sessantottesca, quello del "conflitto generazionale"), l'invocazione dei politici alla responsabilità agli occhi di Dio dei loro atti e delle loro leggi, il richiamo all'identità cattolica e monarchica della grande Ungheria del passato.
Quale cattolico potrebbe mai condannare tutto questo? E come mai allora non se ne parla più di tanto?
Forse perché da oggi gli ungheresi sono politicamente "eretici". Ma essere "eretici" al politicamente corretto significa opporsi al relativismo dominante l'Europa odierna dei burocrati e della grande finanza laicista. Significa iniziare, almeno iniziare, a riscoprire le radici cristiane dell'Europa millenaria e reale. Significa insomma aderire alla verità.

DOSSIER "VIKTOR ORBAN"
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Fonte: Corrispondenza Romana, 30/04/2011

10 - L'ARCIVESCOVO DI RAVENNA NON TEME DI ANDARE CONTROCORRENTE E SI SCHIERA CONTRO IL PROGETTO DI LEGGE SULLE DAT
Scrive Monsignor Verucchi: il testamento biologico sarà un buco nella diga contro l'eutanasia (e se apro un foro in una diga prima o poi questa crolla: ce ne accorgiamo che con questa legge crescerà l'idea che l'uomo sia padrone della vita?)
Fonte Comitato Verità e Vita, 28/04/2011

La legge sul fine vita? Un buco nella diga contro l'eutanasia. Questa volta a scriverlo non è Verità e Vita, e nemmeno una di quelle personalità pro-life  bollate spregiativamente dal quotidiano Avvenire con l'appellativo di "supercattolici". Questa volta a parlare è un vescovo cattolico italiano. Si tratta di monsignor Giuseppe Verucchi, Arcivescovo Metropolita di Ravenna-Cervia.
"La futura legge di Dichiarazione anticipata di trattamento (DAT) resterà come una porta aperta all'eutanasia. Non possiamo dire che va bene." Parole inequivocabili, delle quali per ora i mass media sembrano non essersi accorti. La sortita di Verucchi smentisce la tesi per cui i vescovi italiani sarebbero tutti a favore della legge sulle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento, tesi ripetuta quasi ossessivamente da mesi sulle pagine della stampa cattolica ufficiale. La verità è, però, diversa. Il dissenso alla legalizzazione del testamento biologico serpeggiava da tempo anche fra i vescovi. Ora monsignor Giuseppe Verucchi ha rotto gli indugi, e ha messo nero su bianco il suo giudizio estremamente negativo sulle Dat. Lo ha fatto in un articolo apparso sul numero 16 di "Risveglio Duemila", che reca la data dell'11 aprile. Dopo aver scritto che la legge di Dichiarazione anticipata di trattamento (DAT) "resterà come una porta aperta all'eutanasia", Verucchi spiega che "non possiamo dire che va bene". L'Arcivescovo di Ravenna-Cervia sembra essere rassegnato all'idea che "la legge verrà approvata". Tuttavia, il suo giudizio è netto: la legge "aprirà una strada verso l'eutanasia. Se apro un foro in una diga (anche piccolo) prima o poi la diga crolla. Ce ne accorgiamo che cresce l'idea che l'uomo sia "padrone " della vita e ne possa fare ciò che vuole?!"
Monsignor Verucchi inserisce il suo discorso all'interno di un forte richiamo contro il relativismo e contro ogni forma di compromesso: "Amiamo e difendiamo sempre la vita. Dal concepimento alla morte naturale. Non si può accettare l'aborto! Non possiamo accettare l'eutanasia. (…) Affidiamoci sempre meno al relativismo e sempre di più al bene e ai valori naturali e oggettivi. Forse abbiamo paura ad andare contro corrente."

Fonte: Comitato Verità e Vita, 28/04/2011

11 - OMELIA PER LA III DOMENICA DI PASQUA - ANNO A - (Lc 24,13-35)
Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per l' 8° maggio 2011)

Nel cammino della nostra vita, Gesù si fa incontro a noi e ci accompagna. Tante volte, come i discepoli di Emmaus, anche noi non ci accorgiamo di questa presenza così silenziosa al nostro fianco. Gesù cammina con noi e ci indica la strada da percorrere; allora si realizzano quelle stupende parole che abbiamo ascoltato al Salmo responsoriale: «Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra» (Sal 15,11).
Lungo questo sentiero, Gesù ci sostiene con la sua Parola e con l'Eucaristia. Il Vangelo di questa domenica mette in evidenza queste due luci che devono illuminare il nostro cammino. Prima di tutto, il Signore «spiegò loro [ai discepoli] in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24,27); e, infine, «quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro» (Lc 24,30). Questo pane spezzato è l'Eucaristia, è il Corpo di Cristo che si fa nostro cibo nel pellegrinaggio di questa vita.
Queste due luci, quella della Scrittura e quella dell'Eucaristia, risplendono nella celebrazione della Santa Messa. Ogni cristiano, per camminare con Gesù lungo il cammino di questa vita, deve partecipare fedelmente alla Messa domenicale e, se ne comprende pienamente l'importanza, sentirà il desiderio di parteciparvi anche più spesso, magari ogni giorno. La Santa Messa è un dono grandissimo che ci consentirà di attingere energie sempre nuove per continuare il cammino che ci conduce al Cielo.
La prima parte della Messa, chiamata liturgia della Parola, è dedicata alla lettura e alla spiegazione della Sacra Scrittura; la seconda parte, chiamata liturgia eucaristica, riguarda invece il Mistero del Corpo e del Sangue di Cristo. La spiegazione della Parola di Dio ci prepara a partecipare degnamente al Sacrificio eucaristico e a ricevere la Comunione.
Nel brano del Vangelo ci sono dei passaggi molto belli. Innanzitutto, è Gesù che si avvicina ai discepoli e che inizia a camminare con loro. «Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo» (Lc 24,16). Eppure, conversando con quello sconosciuto viandante, i due discepoli si sentivano attratti da quella parola così profonda e convincente, che spiegava loro le profezie dell'Antico Testamento, al punto che, alla fine, essi si dissero l'un l'altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc 24,32).
C'è un altro particolare molto bello: i due discepoli invitano Gesù a fermarsi da loro, poiché era ormai sera: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto» (Lc 24,29). Essi pensavano di accogliere un viandante e invece accolsero il Signore. Ogni volta che benefichiamo un povero, benefichiamo il Signore. Tutto ciò che avremo fatto a un bisognoso lo avremo fatto a Gesù.
I due discepoli erano tristi e delusi perché speravano che Gesù liberasse Israele dal giogo del dominio straniero. Non avevano ancora compreso la vera missione del Messia che era quella di liberare l'uomo dal peccato. Ecco allora che dissero allo sconosciuto viandante: «Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele» (Lc 24,21). I due discepoli pensavano che con la morte in croce fosse tutto finito e che Gesù avesse fallito completamente. Essi non credevano ancora alla Risurrezione e non avevano compreso che Gesù ci aveva salvati proprio con il suo Sacrificio sulla croce. Ma, allo spezzare del pane, «si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (Lc 24,31). Prima che Gesù "spezzasse il pane", i loro occhi erano incapaci di riconoscere il Signore e la loro mente era chiusa e non comprendeva la missione spirituale per la quale il Signore era morto in croce. Ma dopo vi fu un completo capovolgimento, e anche i due discepoli divennero testimoni della Risurrezione e quindi annunciatori del Vangelo. Fortificati dall'incontro con il Signore Risorto e dalla successiva discesa dello Spirito Santo, gli Apostoli si misero a predicare alle genti, annunziando ciò di cui furono i testimoni. «Non era possibile – affermò san Pietro nel giorno della Pentecoste – che questa [la morte] lo tenesse in suo potere» (At 2,24). Inoltre, nella seconda lettura, san Pietro ci fa comprendere chiaramente il valore redentivo della morte di Gesù in croce, quando parla del Signore risorto come dell'«Agnello senza difetti e senza macchia [...] predestinato già prima della fondazione del mondo» (1Pt 1,19-20). Il primo degli Apostoli afferma con forza che noi siamo stati liberati dal peccato con il Sangue prezioso di quest'Agnello immacolato.
Le parole di san Pietro si collegano chiaramente all'Antico Testamento, precisamente al libro dell'Esodo, quando, per ordine di Dio, Mosè diede le disposizioni per come celebrare la Pasqua. Egli, come abbiamo meditato per il "Giovedì Santo", prescrisse di immolare un agnello per famiglia e di segnare con il suo sangue gli stipiti delle porte (cf Es 12). Con le parole di san Pietro abbiamo la conferma che è proprio Lui, il Signore, ad essere questo Agnello senza difetti, immolato sulla croce per la nostra salvezza, e poi risorto in modo glorioso.
Al termine di questa omelia, possiamo ora trarre una importante risoluzione per la vita di ogni giorno. Dobbiamo proporci di partecipare con più frequenza alla Messa e, se già vi prendiamo parte ogni giorno, di migliorare le nostre disposizioni. Anche noi, come i discepoli di Emmaus, riconosceremo il Signore, ascoltando la sua Parola e nutrendoci del suo Corpo e del suo Sangue. Ma, per arrivare a tanto, la nostra partecipazione dovrà essere attenta e devota, pensando bene a quello che stiamo vivendo in quel momento.
Seguiamo l'esempio di san Francesco d'Assisi, il quale «ardeva di amore in tutte le fibre del suo essere verso il sacramento del Corpo del Signore» (FF 789). Egli «si comunicava spesso e con tanta devozione da rendere devoti anche gli altri» (ivi). Infine, riferendosi all'importanza della Messa, così scrisse: «L'umanità trepidi, l'universo intero tremi, e il cielo esulti, quando sull'altare, nelle mani del sacerdote, è il Cristo figlio di Dio vivo» (FF 221).
La Messa è il momento più importante della nostra giornata e di tutta la nostra vita. Non sciupiamo una grazia così grande con una partecipazione fredda e distratta.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per l' 8° maggio 2011)

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