BastaBugie n°194 del 27 maggio 2011

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1 SPAGNA: ATTI SACRILEGHI NELLE UNIVERSITA'
Sono entrati in chiesa, urlando slogan contro il Papa, si sono denudati, scambiandosi baci omosessuali sull'altare e hanno imbrattato le pareti della stessa con scritte blasfeme
Fonte: Corrispondenza Romana
2 ''IL CIRCO DELLA FARFALLA'': IL NUOVO STUPENDO FILM DI EDUARDO VERASTEGUI (PROTAGONISTA DI ''BELLA'')
Nel cortometraggio si comprende che la vera povertà è la perdita della capacità di meravigliarsi e di sondare in profondità la vita e l'umanità, fino a trovarne il senso trascendente, quale che ne sia la condizione, mentale, fisica, sociale
Autore: Giovanni Formicola - Fonte: Centro Cattolico di documentazione
3 PERCHE' LA CHIESA DEVE CHIEDERE SCUSA E IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE NO?
Strauss Kahn, direttore esecutivo del FMI recentemente accusato di stupro, e il parroco di Genova, Don Riccardo Seppia, accusato di abusi sessuali: ecco come i mass media usano due pesi e due misure
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Bussola Quotidiana
4 OTTO MILIONI DI ITALIANI FREQUENTANO ABITUALMENTE SITI PORNOGRAFICI
Si inizia per curiosità, ma spesso diventa un'abitudine che per i giovani spezza la crescita equilibrata dell'affettività e nei casi più gravi porta alla perdita del desiderio sessuale
Fonte: Corrispondenza Romana
5 LA SVIZZERA REGISTRA 1.400 SUICIDI L'ANNO E, GRAZIE AL REFERENDUM VINTO A LARGHISSIMA MAGGIORANZA, E' CONFERMATO IL DIRITTO DI MORIRE ANCHE PER I NON RESIDENTI
In Europa organizzazioni agguerrite e ricche di risorse economiche sbandierano la libertà individuale come sommo bene, tentando di sopprimere il diritto primario alla vita
Autore: Danilo Quinto - Fonte: La Bussola Quotidiana
6 IL DECLINO DI DARWIN: BASE STORICA E IDEOLOGICA DEL MITO EVOLUZIONISTA
Il mito dell'evoluzione non nacque da nuove scoperte o indagini effettuate, ma venne concepito dalla forma mentis dell'illuminismo razionalista e del liberalismo progressista, conseguenti alla rivoluzione francese
Autore: Giuseppe Sermonti e Roberto Fondi - Fonte: www.amiciziacristiana.it
7 CHIARIAMO UNA VOLTA PER TUTTE: I ''PRINCIPI NON NEGOZIABILI'' SONO 1)VITA, 2)FAMIGLIA, 3)LIBERTA' DI EDUCAZIONE
Invece altri valori, come lavoro e accoglienza degli immigrati, pur importanti, possono essere realizzati in modi diversi (e legittimi)
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Bussola Quotidiana
8 LA SOTTOMISSIONE AL MARITO E' IL DESIDERIO ONESTO DI SERVIRE LO SPOSO CON LEALTA', DEDIZIONE E DOLCEZZA
L'autrice di ''Sposati e sii sottomessa: pratica estrema per donne senza paura'' risponde alle critiche suscitate dal suo libro (bestseller già alla terza ristampa)
Autore: Costanza Miriano - Fonte: www.costanzamiriano.wordpress.com
9 LA CHIESA SEMPRE ALL'AVANGUARDIA: ECCO ULTERIORI DISPOSIZIONI PER COMBATTERE GLI ABUSI SESSUALI
Rimane il dubbio: è solo un caso che, in contemporanea alla pubblicazione del documento, sia stato arrestato il prete di Genova? Che si tratti di un esempio di ''giustizia a orologeria''?
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: La Bussola Quotidiana
10 STOP AL NUCLEARE: IL GOVERNO ITALIANO CEDE ALL'IRRAZIONALITA' (PER EVITARE IL RIPETERSI DELL'ERRORE DEL REFERENDUM DEL 1987)
L'Italia resta quindi l'unico Paese sviluppato a dire no all'energia nucleare (e importa energia dalla Francia che ha piazzato ai nostri confini le centrali nucleari)
Autore: Danilo Quinto - Fonte: La Bussola Quotidiana
11 OMELIA VI DOMENICA DI PASQUA - ANNO A - (Gv 14,15-21)
Se mi amate, osserverete i miei comandamenti
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - SPAGNA: ATTI SACRILEGHI NELLE UNIVERSITA'
Sono entrati in chiesa, urlando slogan contro il Papa, si sono denudati, scambiandosi baci omosessuali sull'altare e hanno imbrattato le pareti della stessa con scritte blasfeme
Fonte Corrispondenza Romana, 26/03/2011

Sempre a Madrid, stavolta presso l'Università Complutense, una settantina di studenti sono entrati nella cappella del campus e, urlando slogan contro il Papa e contro la Chiesa, si sono denudati dalla vita in su, scambiandosi baci omosessuali sull'altare. Quindi, prima di abbandonare la cappella, hanno imbrattato le pareti della stessa con scritte blasfeme.
Non è la prima volta che la cosa accade: già all'inizio di marzo la cappella dell'Università era stata presa di mira. Il gesto sacrilego è stato rivendicato con orgoglio da parte della "Asociación Universitaria Contrapoder", un gruppo anarco-comunista che si batte per la "laicizzazione" (cioè la scristianizzazione) di scuole e università spagnole e che preannuncia altre azioni analoghe, finché la cappella – considerata a loro dire offensiva per la "libertà di coscienza" degli studenti – non sarà definitivamente chiusa.
Qualche giorno dopo è toccato all'Università di Barcellona. Qui, alcuni ragazzi hanno impedito l'accesso alla piccola cappella che si trova davanti alla facoltà di economia mostrando scritte e disegni blasfemi. Nel più grande di questi era raffigurata l'immagine di Gesù Bambino blasfemamente ritratto con un braccio alzato (a mo' di saluto nazista, evidente richiamo al Paese natale del regnante Pontefice) e la croce nell'altro. Sotto la scritta: «Non passerai, senza la tessera da cristiano». Fra l'altro, la cappella era stata appena riaperta dopo un periodo di tensioni e attacchi da parte di diversi gruppi radicali, per cui il Rettorato – incapace di garantire l'ordine – aveva preferito chiuderla, sopprimendo perfino la celebrazione della Messa quotidiana chiesta dagli studenti. Stessa situazione all'Università di Valladolid, dove il luogo di preghiera è stato chiuso, ufficialmente per «contingenze tecniche».
Il fatto paradossale è che non di rado le medesime autorità ospitano nelle Università "eventi" di segno opposto che nulla hanno a che fare con la ricerca e il sapere, per di più con chiari obiettivi propagandistici: così, ad esempio, l'Università di Madrid il mese scorso ha autorizzato un chiassoso sit-in di protesta – ideato dalla Associazione Madrilena degli Atei e dei Liberi Pensatori – che ha visto la partecipazione di sigle ed esponenti gay, lesbiche e transgender per protestare contro la prossima visita del "seňor Benedicto" (sic). È la dimostrazione più evidente di come la tanto invocata imparzialità e neutralità delle istituzioni pubbliche il più delle volte sia solo un concetto astratto e inesistente nella realtà.

Fonte: Corrispondenza Romana, 26/03/2011

2 - ''IL CIRCO DELLA FARFALLA'': IL NUOVO STUPENDO FILM DI EDUARDO VERASTEGUI (PROTAGONISTA DI ''BELLA'')
Nel cortometraggio si comprende che la vera povertà è la perdita della capacità di meravigliarsi e di sondare in profondità la vita e l'umanità, fino a trovarne il senso trascendente, quale che ne sia la condizione, mentale, fisica, sociale
Autore: Giovanni Formicola - Fonte: Centro Cattolico di documentazione, 04/05/2011

In cima, una minuscola piattaforma agganciata a un palo. Giù, cinquanta piedi (quindici metri) più in basso, un barile pieno d'acqua, pomposamente chiamato «piscina». Sotto il tendone di un circo, l'ardito di turno si lancia a capofitto, centra la «piscina» e ne esce incolume tra le ovazioni di un pubblico eccitatissimo, che sfoga così la sospensione del respiro.
Dov'è la novità? Che cosa c'è di speciale? Un numero da circo come tanti. Solo che lui è un tronco d'uomo, senza braccia – solo qualche centimetro d'omero sporgente – e senza gambe, con due «piedini» focomelici per reggersi e spostarsi come può. È Will, il protagonista di uno straordinario cortometraggio, che su Youtube conta centinaia di migliaia di contatti, intitolato El circo de la mariposa. E non c'è trucco: Will è interpretato da Nick Vujicic, nato a Melbourne nel 1982, accolto, cresciuto ed educato da genitori serbi proprio così, affetto dalla rarissima tetramelia, privo di tutti e quattro gli arti.
Un uomo che ha imparato a utilizzare i suoi «piedi» per scrivere, usare il computer, radersi, versarsi un bicchiere d'acqua. Si è laureato in economia, gira il mondo come conferenziere «motivazionale», in ogni ambito, compresi quelli aziendali. È direttore dell'organizzazione Life without limbs («Vita senza arti») e ha scritto Senza braccia, senza gambe, e senza preoccupazioni. «Ho imparato ad accontentarmi dello stato in cui mi trovo» – dice –, testimone vivente di come non esistano vite senza valore, indegne di essere vissute, se non nella mente di chi le vive o di chi non accetta che siano vissute, oltre che dei pianificatori di una società «razionale». Naturalmente è cristiano, e predica ovunque la sua fede.
Nel «corto», ambientato ai tempi della grande depressione americana, è un fenomeno da baraccone. È esposto – letteralmente: al dileggio e alla perfidia degli spettatori, per il loro divertimento –, con altri monstra, come «L'uomo – se così si può dire – senza arti, cui anche Dio ha voltato le spalle», in un Luna park. Ma proprio nel luogo dei suoi tormenti, in cui la dignità della persona è annichilita, dove ogni giorno si convince di essere un non-uomo, un progetto non riuscito, gli accade l'incontro della vita: il direttore di un circo. Quando questi lo avvicina, convinto che anche lui voglia deriderlo, gli sputa. L'uomo capisce che Will non poteva capire le sue intenzioni: si pulisce il viso e si scusa. Ma nel suo atteggiamento c'è qualcosa di più. Come nel volto e negli occhi di Will. Che apprende da un suo compagno a chi aveva sputato. C'è un lampo nel suo sguardo, e lo ritroviamo nascosto nel cassone di uno dei furgoni della compagnia.
Il direttore lo accoglie nel circo, come aveva fatto con altri reietti della società.  Ma senza pietismi, senza nessuna indulgenza per il suo risentimento. Con modi scabri e persino bruschi, infatti, cerca di abbattere non le barriere architettoniche – ossessione che fa da falso lavacro alla cattiva coscienza del nostro tempo –, ma quelle psicologiche e naturali che separano Will non tanto dal mondo, ma da sé stesso e dalle sue capacità. Gli fa intravedere la bellezza del creato e della vita: il senso. In ogni vita, anche nella sua, che lui crede fallita in partenza. Anzi, il suo stato ha addirittura un vantaggio: «più dura è la lotta, più grandioso il trionfo!».
E così Will, in circostanze drammatiche, scopre che può persino nuotare, e invece di chiedere di continuare a fare il monstrum – «nel nostro circo queste cose non le facciamo» – impara quel numero, che tra l'esaltazione e l'allegria del pubblico gli restituisce il sorriso, la gioia di vivere. Che trasmette ad un piccolo storpio, convincendolo che nulla è davvero impossibile a chi colga la meraviglia della vita, «tutto ciò che serve all'uomo».
A nessuno Dio ha mai davvero «voltato le spalle», a nessuno può essere tolta la sua umanità. La speranza non è vana.
Il bruco è diventato la farfalla cui allude il nome del circo.
Eduardo Veràstegui – l'attore messicano convertito, che oltre a pensare e vivere s'impegna anche a recitare cattolico, e che attendiamo di poter vedere presto sugli schermi in Cristiada, la produzione messicana sull'epopea del cristeros, che finalmente la iscriverà all'anagrafe della storia – interpreta il direttore del circo. Che è in realtà un'opera di riscatto dalla vera povertà in un mondo di rovine materiali: la perdita della capacità di meravigliarsi e di sondare in profondità la vita e l'umanità, fino a trovarne il senso trascendente, quale che ne sia la condizione, mentale, fisica, sociale. Fino a trovare – l'allusione è in filigrana – Dio, la cui assenza è l'unica miseria che può davvero affliggere e sconfiggere l'uomo. Quand'anche sia "without limbs".

Nota di BastaBugie: puoi vedere gratis "Il circo della farfalla" andando a:
http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=26

PODCAST (audio da ascoltare)

Fonte: Centro Cattolico di documentazione, 04/05/2011

3 - PERCHE' LA CHIESA DEVE CHIEDERE SCUSA E IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE NO?
Strauss Kahn, direttore esecutivo del FMI recentemente accusato di stupro, e il parroco di Genova, Don Riccardo Seppia, accusato di abusi sessuali: ecco come i mass media usano due pesi e due misure
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Bussola Quotidiana, 19/05/2011

Il caso Strauss Kahn, direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale recentemente accusato di stupro, offre un nuovo esempio di come alcune vicende a luci rosse siano gestite dal punto di vista massmediatico e non solo in modo differente a seconda dei soggetti coinvolti. Parallelamente a questo brutto affare di violenza e sesso la cronaca si sta occupando anche del caso di un parroco di Genova, Don Riccardo Seppia, accusato di abusi sessuali su minore. Questo fresco episodio di pedofilia, che comunque è tuttora al vaglio degli inquirenti, ha sortito l'ennesima levata di scudi contro la Chiesa. E così nell'immaginario collettivo le vicende genovesi hanno rinfocolato il connubio ormai abbastanza consolidato "pedofilia-chiesa". In buona sostanza c'è una sorta di identificazione implicita tra la condotta iniqua del singolo e la responsabilità di Santa Romana Chiesa nei confronti di questa medesima condotta. Dato che alcuni sacerdoti sono pedofili, la Chiesa stessa è pedofilia. Ergo i vertici ecclesiali devono provvedere a riparare i danni e chiedere perdono in nome della Chiesa.
EQUAZIONI MANCANTI
Chissà perché invece per il caso che ha visto coinvolto Strauss Kahn nessuno si è sognato minimamente di chiedere che il FMI chiedesse perdono e facesse ammenda per le azioni turpi dello stesso. Tra l'altro non stiamo parlando dell'ultimo dei funzionari del Fondo, bensì il direttore esecutivo, uno dei numero uno. Per tentare un parallelo: monsieur Kahn non è l'ultimo "parroco" di provincia di questo organismo internazionale – non è un Don Riccardo Seppia qualunque - ma è un "cardinale" di grosso calibro, se così vogliamo esprimerci. Ovviamente lo stesso Fondo Monetario si guarderà bene dal chiedere scusa per le condotte del suo direttore perché correttamente eccepirà: "Noi non siamo responsabili dei comportamenti privati dei nostri dirigenti". Ed infatti giustamente in ambito penale le colpe vanno ascritte sempre al reo che le ha commesse, così come in ambito morale e teologico, e non a terzi.
PECCATORI SONO GLI UOMINI NON LA CHIESA
Ma allora viene da domandarsi: perché la Chiesa, anche recentemente per bocca del suo massimo rappresentante il Santo Padre, sente il bisogno di formulare una richiesta di perdono per le azioni non certo limpide dei suoi sacerdoti e vescovi? Una risposta convincente può essere rinvenuta nel documento "Memoria e riconciliazione" della Commissione Teologica internazionale, documento voluto da Giovanni Paolo II per purificare la memoria dalle scorie delle colpe dei credenti commesse nel passato e nell'epoca attuale. Nel documento innanzitutto si precisa che "si deve distinguere la santità della Chiesa, dalla santità nella Chiesa, […] tra la fedeltà indefettibile della Chiesa e le debolezze dei suoi membri". La Chiesa è santa perché Corpo mistico di Cristo, quindi non può peccare, però nel suo seno "comprende giusti e peccatori". Quindi la Chiesa chiede perdono non per i suoi peccati, che non esistono e mai esisteranno, bensì per i peccati degli uomini di cui ha cura. I motivi per cui la Chiesa chiede perdono per le colpe altrui possono essere i seguenti.
LA LEGGE DI CARITÀ
La richiesta di perdono per atti di terzi non viene da una presunta responsabilità della Chiesa per culpa in vigilando, bensì a motivo della suprema legge di carità ad esempio della condotta di Cristo che si addossò le nostre colpe, seppur lui fosse senza macchia alcuna. La Chiesa china dunque il capo come un padre il quale chiede perdono al posto del figlio e si fa carico delle conseguenze dei suoi errori, anche se al padre non sono imputabili in qualsiasi modo le colpe del figlio. Ed infatti così il Cardinal Bagnasco, presidente della CEI ma anche arcivescovo di Genova, si è espresso per il recente caso di pedofilia commesso nella sua diocesi: ''Grande dolore come per qualunque padre che vede un figlio - come ogni sacerdote - che non è fedele alla propria vocazione''. Un padre che però severamente punirà il figlio come sta facendo la Chiesa attualmente nei casi di pedofilia.
L'ALBERO CHE CRESCE STORTO NON LO RADDRIZZI PIÙ
L'ultima nota della Sala stampa vaticana inoltre metteva l'accento sul fatto che nella scelta dei candidati al sacerdozio si dovrà fare particolare attenzione nel comprendere se l'aspirante prete presenti una struttura psicologica e caratteriale particolarmente armonica. Ciò per evitare, tra le altre cose, che alle istituzioni ecclesiali si possa ascrivere una culpa in eligendo, cioè una responsabilità nel non essersi accorta che sin dal seminario quel giovane non aveva tutte le carte in regola per accedere al sacramento dell'ordine.
UN VINCOLO MISTERIOSO DI SOLIDARIETÀ
Vi è poi un secondo motivo alla base della richiesta di perdono. Esiste un misteriosissimo legame di solidarietà che lega tutti i battezzati di tutti i tempi. E' un po' come se ogni persona battezzata fosse un vaso comunicante con tutte le altre persone battezzate esistenti, esistite e che esisteranno sulla terra. E così i meriti e le colpe di un credente si riverberano in modo enigmatico nel cuore di tutti gli altri credenti.  In virtù di questa specialissima comunione tra i fedeli "la santità e il peccato nella Chiesa si riflettono dunque nei loro effetti sulla Chiesa intera". Allora la Chiesa toccata dolorosamente dalle conseguenze delle nostre cadute, non rimane indifferente verso le stesse bensì "assume con solidarietà materna il peso delle colpe dei suoi figli". Chiede dunque perdono non per un vicolo di responsabilità, ma per un vincolo di solidarietà con i peccatori. Oltre a ciò, sempre a motivo di questo legame di solidarietà e di misericordia, la Chiesa, seppur prudentemente rimuova dal loro incarico i sacerdoti rei di qualche grave colpa, non li abbandona al loro destino ma, con spirito di pietas cristiana, continua a prendersi cura di loro amorevolmente. Non così invece si è comportato il FMI che ha chiesto le dimissioni di Kahn lasciando intendere che con costui il Fondo non vuole più niente a che fare per il futuro.
RAGIONI PASTORALI
Un altro motivo della richiesta di perdono risiede nel fatto che la Chiesa intende, per quanto possibile, evitare lacerazioni sociali e risentimenti privati derivanti da questi scandali che possono allontanare i fedeli dalla Chiesa stessa. Insomma tende sempre la mano guardando avanti, non volendo lasciarsi invischiare in polemiche infinite, avendo cura dei cuori e della sensibilità dei propri fedeli. A tal proposito sempre Bagnasco ha infatti affermato: ''il vescovo, che è il padre e il pastore, è il responsabile della propria comunità".
NON DOVERE MORALE MA SCELTA VIRTUOSA
In sintesi la Chiesa, nella persona dei suoi rappresentanti terreni, chiede perdono non al fine di soddisfare un dovere morale inesistente: non ha l'obbligo di chiedere scusa di nulla dato che lei nulla di male ha mai compiuto. Bensì chiede perdono come libera scelta che eccelle nella virtù della giustizia. La giustizia è quella costante disposizione della volontà di assegnare a ciascuno il suo. In questo caso il "suo" è la riparazione del danno che passa anche attraverso la richiesta di perdono. A tale riparazione vuole concorrere, insieme al colpevole, anche la Chiesa, gratuitamente, seppur tale gesto non sia per lei doveroso.
LA RECIPROCITÀ
"E' sempre poi auspicabile – continua il documento "Memoria e riconciliazione" – che ogni richiesta e offerta di perdono si compia nel segno della reciprocità". In questo passo della Commissione teologica internazionale non si deve scorgere il viso imbronciato di un bimbo incline alla ripicca, bensì il volto serio e severo della giustizia la quale pretende che non si applichino a casi uguali metri di comportamento diversi. E dunque la chiosa provocatoria, seppur dal sapore consapevolmente ingenuo e fiabesco, è quasi d'obbligo: a quando le scuse del Fondo Monetario Internazionale?

Fonte: La Bussola Quotidiana, 19/05/2011

4 - OTTO MILIONI DI ITALIANI FREQUENTANO ABITUALMENTE SITI PORNOGRAFICI
Si inizia per curiosità, ma spesso diventa un'abitudine che per i giovani spezza la crescita equilibrata dell'affettività e nei casi più gravi porta alla perdita del desiderio sessuale
Fonte Corrispondenza Romana, 05/03/2011

Il quotidiano "Avvenire" del 25 febbraio riporta che, secondo i dati di un'indagine condotta su un campione di 28.000 utenti di siti pornografici negli anni 2005 e 2010 e commissionata dalla Società italiana di Andrologia Medica e Medicina della Sessualità (Siams), sono 7,8 milioni gli italiani che frequentano abitualmente siti pornografici, pari al 28,9% dei circa 27 milioni di utenti Internet.
Con oltre un milione di pagine viste (197 a testa), gli uomini sono i frequentatori più assidui dei siti hard (73, 4%), con conseguenze molto serie per quelli di 14 anni. Si tratta di anoressia sessuale e si manifesta già intorno a 20-25 anni con la perdita di desiderio.
Tali casi sono stati osservati nei laboratori di andrologia e pongono l'Italia al quarto posto in Europa, dopo Germania (34,5%), Francia (33, 6%) e Spagna (32,4%). Segue la Gran Bretagna (25,8%), mentre gli Stati Uniti si attestano sul 25,4%. Dal 2005 al 2010 i contatti ai siti pornografici sono aumentati del 58,2%, a un ritmo maggiore rispetto alla crescita dell'uso di Internet in generale (36,7%).
In media a navigare tra i siti pornografici sono uomini con istruzione media e reddito medio; per la maggior parte sono impiegati amministrativi, seguiti da lavoratori autonomi e studenti. Si inizia per curiosità, ma rapidamente questa pratica diventa un'abitudine che per molti giovani spezza la crescita verso una vita sessuale piena e legata all'affettività.

Fonte: Corrispondenza Romana, 05/03/2011

5 - LA SVIZZERA REGISTRA 1.400 SUICIDI L'ANNO E, GRAZIE AL REFERENDUM VINTO A LARGHISSIMA MAGGIORANZA, E' CONFERMATO IL DIRITTO DI MORIRE ANCHE PER I NON RESIDENTI
In Europa organizzazioni agguerrite e ricche di risorse economiche sbandierano la libertà individuale come sommo bene, tentando di sopprimere il diritto primario alla vita
Autore: Danilo Quinto - Fonte: La Bussola Quotidiana, 19/05/2011

Può trascorrere parecchio tempo prima che sopraggiunga la morte. Anche qualche decina di minuti. Di sussulti. Dipende dalla resistenza individuale e da un insieme di particolari tecnici, ad esempio il fatto che il sacchetto di plastica che copre la testa ed è allacciato al collo, sia ben chiuso. Si muore per soffocamento, quando i polmoni respirano solo elio. E' una delle forme di morte che mette in atto Dignitas – i nomi, a volte, sono tutto un programma – l'organizzazione che in Svizzera ha l'obiettivo di ''assicurare ai suoi membri una vita e una morte dignitose, valori a cui ogni essere umano ha diritto'', dice lo statuto.
Con la recente decisione scaturita dal referendum – vinto a larghissima maggioranza - che si è tenuto nel cantone di Zurigo, è stato confermato il diritto di morire anche per i non residenti. In Svizzera si registrano in media 1.400 suicidi all'anno, pari al 2,2% del totale dei decessi. Secondo le cifre fornite dall'associazione Dignitas, l'organizzazione ha accompagnato alla morte, fino alla fine del 2010, un totale di 1.138 persone, di cui 592 provenienti dalla Germania, 118 dalla Svizzera, 102 dalla Francia, 18 dagli Stati Uniti e 16 dalla Spagna. Gli italiani che si sono recati in Svizzera per morire sono stati 19 ed è prevedibile che, dopo questa decisione, il numero s'incrementi. Non è infatti ragionevole pensare che la legge sul testamento biologico attualmente in discussione nel nostro Paese – che ha subito un iter contorto e niente affatto chiaro – possa costituire un deterrente rispetto al diffondersi di una cultura così pervasiva della libertà di disporre della propria vita.
A Dignitas, si versa una tassa d'iscrizione una tantum di 200 franchi svizzeri (circa 160 euro), una quota annua minima di 80 franchi. Poi si redige un testamento biologico in cui si dichiara di voler morire dignitosamente e si viene assistiti. Delle morti vengono prodotti dei filmini, inviati poi alla procura federale come prova di non aver commesso crimini. L'aiuto al suicidio passivo è autorizzato soltanto se il paziente compie da solo il gesto finale. Nessuno può indurlo a bere, né passargli la dose. Infatti, di solito, l'assistenza al suicidio viene data con il pentobarbitale sodico, uno stupefacente, per cui occorre la prescrizione medica. L'uso dell'elio è più sbrigativo, non richiede di rivolgersi ad un medico e può essere acquistato liberamente.
Sembra che la tecnica dell'elio sia stata messa a punto negli Stati Uniti, da Derek Humphry, membro del Final Exit-Network, che nel 1992 diffuse un manuale contenente le indicazioni per suicidarsi ("Eutanasia: uscita di sicurezza"), per poi pubblicare il volume intitolato Liberi di morire, nel quale scrive che il trascorrere degli anni aiuterà la causa della libertà del morire: "Con lo scomparire di quelle generazioni che hanno attraversato le barbarie del ventesimo secolo, le sue due guerre mondiali, le bombe atomiche, i genocidi, le devastazioni ambientali e i suoi stili di vita irrispettosi dell'ambiente, le nuove generazioni saranno capaci di guardare alle decisioni sulla morte con più buon senso e compassione".
Il suicidio assistito, oltre che in Svizzera, è depenalizzato in Spagna e Svezia, legale nell'Oregon, nei Paesi Bassi, nel Belgio. Sono decine nel mondo, le organizzazioni e associazioni private che diffondono nei loro paesi la cultura suicidiaria ed eutanasica. Sono presenti in Israele, India, Giappone, Zinbabwue, Sudafrica, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Stati Uniti, Colombia. Innumerevoli sono quelle europee, in Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Regno Unito, Svizzera, Svezia, Italia. Nell'Evangelium Vitae, Giovanni Paolo II scriveva: "(…) la nostra attenzione intende concentrarsi, in particolare, su un altro genere di attentati, concernenti la vita nascente e terminale, che presentano caratteri nuovi rispetto al passato e sollevano problemi di singolare gravità per il fatto che tendono a perdere, nella coscienza collettiva, il carattere di «delitto» e ad assumere paradossalmente quello del «diritto», al punto che se ne pretende un vero e proprio riconoscimento legale da parte dello Stato e la successiva esecuzione mediante l'intervento gratuito degli stessi operatori sanitari".
E' quello che sta avvenendo, con risvolti inediti rispetto al passato, soprattutto nell'Europa secolarizzata, dove associazioni ed organizzazioni agguerrite e ricche di risorse economiche sbandierano la libertà individuale come sommo bene, tentando di sopprimere il diritto primario alla vita, che l'individuo, per diritto naturale, coltiva sin dalla nascita.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 19/05/2011

6 - IL DECLINO DI DARWIN: BASE STORICA E IDEOLOGICA DEL MITO EVOLUZIONISTA
Il mito dell'evoluzione non nacque da nuove scoperte o indagini effettuate, ma venne concepito dalla forma mentis dell'illuminismo razionalista e del liberalismo progressista, conseguenti alla rivoluzione francese
Autore: Giuseppe Sermonti e Roberto Fondi - Fonte: www.amiciziacristiana.it

Il mito dell'evoluzione non derivò i suoi concetti fondamentali da nuove scoperte o indagini effettuate nel campo delle discipline biologiche, ma venne concepito dalla forma mentis dell'illuminismo razionalista e del liberalismo progressista, matrici ideologiche di quasi tutti i successivi sviluppi culturali e politico-sociali dell'Occidente, soprattutto a partire dagli anni violenti della rivoluzione francese.
Gli storici della scienza hanno ormai da tempo accertato che tutti gli elementi che si trovano riuniti nell'opera di Charles Darwin erano già presenti nel mondo scientifico fin dal primo decennio del secolo XIX, e che lo studioso inglese rappresentò, pertanto, la conclusione piuttosto che l'inaugurazione di una determinata linea di pensiero. Alla base di quella linea serpeggiava uno stato di profonda insofferenza ed ostilità nei confronti della visione del mondo tradizionale.
Secondo tale visione, la realtà fisica, percepita dai sensi, non era tutta la realtà, bensì un semplice aspetto o espressione particolare di una realtà indefinitamente più vasta, metafisica, supernaturale; perciò non poteva trovare la sua completa spiegazione in se stessa, ma unicamente nell'ambito della logica di tale più ampia realtà.
In urto con tutto questo, lo spirito dell'età rivoluzionaria mirava a spiegare tutte le cose naturali, sistemi viventi e uomo compresi, senza uscire dall'ambito della natura stessa, reputata come la sola ed unica realtà. Vale a dire, ricorrendo unicamente a quel sistema di leggi meccanicistiche e deterministiche che riuscivano tanto bene a giustificare le esperienze di tutti i giorni dell'uomo comune. Ed un tale spirito giunse a poco a poco a permeare di sé anche gli ambienti scientifici.
Fu così che, mente Sir Isaac Newton si era limitato ad indagare e a formulare leggi meccaniche senza "fingere ipotesi" per spiegare con esse qualsiasi cosa, Kant e il marchese di Laplace — assieme al conte Buffon — avevano postulato l'origine del sistema solare in seguito all'azione di un sistema deterministico universale di tali leggi; mentre Hutton aveva concepito la superficie del globo terrestre come una realtà in moto puramente meccanico, svolgentesi nel corso di milioni e milioni di anni. Prima che il barone Cuvier — il padre della paleontologia — applicasse i concetti dell'anatomia comparata allo studio dei fossili e, assieme a William Smith, gettasse con molta prudenza le basi della stratigrafia, Buffon aveva attribuito una notevole importanza alla variabilità degli esseri viventi ed era giunto a considerare il fenomeno dell'estinzione delle specie come legato alla lotta per la sopravvivenza tra le creature risultanti dalle infinite combinazioni prodotte dalla natura. Maupertuis, Prichard e Wells avevano immaginato che nuovi tipi potessero sorgere da variazioni casuali avvenute nel corso delle generazioni (Wells aveva perfino introdotto il concetto di selezione naturale), mentre Erasmus Darwin e il cavaliere di Lemarck avevano già postulato un'evoluzione graduale delle forme organiche dalla monade cellulare all'uomo. Ed anche Malthus aveva pubblicato l'Essay on the Principles of Population, che prefigurava una lotta per la sopravvivenza nella specie umana. Ma tutti questi "spunti" parevano destinati a rimanere nel dominio della pura immaginazione, dal momento che Cuvier aveva brillantemente dimostrato l'inconsistenza e l'infondatezza del trasformismo sul piano scientifico. E la concezione tradizionale della realtà come cosmos o sistema armonico governato da una logica supernaturale rimaneva intatta ad esercitare la sua influenza sul pensiero scientifico dell'Occidente.
Le suggestioni evocate dal mito evoluzionistico ripresero ad invadere le menti dopo il 1859, primo anno della pubblicazione dell'Origin of Species by Means of Natural Selection, e da allora nulla è riuscito a neutralizzare o ad attenuarne l'influsso. Con ogni probabilità, l'enorme successo di questo libro fu dovuto sia al fatto che esso raccoglieva in forma ordinata un numero svariato di esempi ed argomentazioni suscettibili di far presa sul grosso pubblico, sia alla continua ed aggressiva propaganda fatta in suo favore soprattutto da Thomas Huxley (il "bull-dog di Darwin"), la quale mirava non solo a convincere il mondo scientifico della verità della teoria, ma anche ad usare quest'ultima come clava per colpire la reputazione della Chiesa ed il sentimento religioso in generale.
Resta in ogni caso il fatto che, da allora ad oggi, l'azione del mito evoluzionista all'interno della cultura occidentale non ha conosciuto tregua, allargandosi dalla biologia ai dominii più disparati, quali l'astronomia, la geologia storica, la psicologia, la sociologia, la linguistica, la storia, la pedagogia e, naturalmente, la politica. Nell'ambito strettamente ecclesiastico, se in qualche caso si è reagito al mito con coraggio e cognizione di causa, il più delle volte si è preferito rinunciare a combattere per adottare la discutibile forma compromissoria di un "evoluzionismo teistico" alla Teilhard de Chardin. Quanto al fronte strettamente scientifico, dallo scorso secolo ad oggi gli oppositori non sono mai mancati; ma le loro opere, quando non addirittura boicottate, non sono mai state tenute nella dovuta considerazione.

Fonte: www.amiciziacristiana.it

7 - CHIARIAMO UNA VOLTA PER TUTTE: I ''PRINCIPI NON NEGOZIABILI'' SONO 1)VITA, 2)FAMIGLIA, 3)LIBERTA' DI EDUCAZIONE
Invece altri valori, come lavoro e accoglienza degli immigrati, pur importanti, possono essere realizzati in modi diversi (e legittimi)
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Bussola Quotidiana, 11/05/2011

Tempo di elezioni, si torna a parlare di "princìpi non negoziabili": ne abbiamo già parlato anche noi. Ma dalle lettere e dai messaggi che ci arrivano in redazione è evidente che il concetto è tutt'altro che chiaro, sia nelle ragioni sia nell'individuazione di tali princìpi. Peraltro alla confusione contribuiscono anche alcuni vescovi, che inseriscono in questo concetto qualsiasi tipo di valore positivo, facendo così perdere il significato dell'espressione.
E' importante dunque chiarire in breve alcuni punti.
Anzitutto dobbiamo la definizione di "princìpi non negoziabili" a Benedetto XVI che ha spiegato questa definizione in un discorso ai parlamentari del Partito Popolare Europeo il 30 marzo 2006. Non si è trattato di una innovazione dottrinale, ma della esplicitazione e declinazione della posizione tradizionale della Chiesa. Il papa dunque, spiegando che "il principale interesse della Chiesa nell'arena pubblica è la tutela e la promozione della dignità della persona" individua tre princìpi che non sono negoziabili: "La tutela della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del concepimento fino alla morte naturale; il riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, quale unione fra un uomo e una donna basata sul matrimonio (...); tutela del diritto dei genitori di educare i propri figli".
Vita, famiglia, educazione. Sono dunque questi i princìpi non negoziabili "iscritti nella natura umana stessa e quindi comuni a tutta l'umanità". La loro promozione non ha quindi carattere confessionale e non dipende dalla religione di ciascuno.
Questi valori, in quanto strutturali all'uomo, non dipendono dalle analisi dei singoli o dei gruppi, sono un apriori che costituisce anche l'essenziale su cui si fonda l'unità dei cattolici in politica.
Qual è la differenza tra questi princìpi e gli altri, come il lavoro, la solidarietà, l'accoglienza degli immigrati e così via?
Gli altri valori non sono allo stesso livello dei princìpi non negoziabili perché non attengono alla struttura ultima, alla natura ultima dell'uomo. Vale a dire che la loro realizzazione può dare adito a opzioni politiche diverse, deve essere oggetto di collaborazione, dialogo. Mentre divorzio, aborto, eutanasia, monopolio statale dell'educazione non sono mai accettabili, il valore del lavoro - che pure è fondamentale - può essere realizzato seguendo strade diverse. Il piano industriale di una grande azienda, ad esempio, può essere un modo per realizzare il diritto al lavoro anche se passa temporaneamente da un taglio del personale se è visto in chiave di una maggiore occupazione futura. Altrettanto legittima può essere la posizione di chi nei tagli immediati all'occupazione non vede la possibilità del rilancio, ma l'impoverimento definitivo di una realtà locale.
Lo stesso vale anche per l'accoglienza degli immigrati, il rispetto della loro dignità: un valore fondamentale che però non è in contrasto, ad esempio, con una politica di rimpatri (anche se a certe condizioni), perché entrano in gioco altri valori altrettanto fondamentali - come i diritti della comunità che accoglie, il diritto allo sviluppo dei paesi di provenienza e così via - tutti comunque riconducibili alla nozione di bene comune. Insomma, si possono avere opzioni diverse per difendere uno stesso valore fondamentale, cosa che evidentemente non può accadere se ad essere messa in discussione è - ad esempio - l'unicità della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna. Allo stesso modo la sacralità della vita non si discute.
In altre parole, un valore è negoziabile non nel senso che è riducibile dal punto di vista teorico: non è che un immigrato può essere maltrattato un pochino. Semplicemente vuol dire che la sua realizzazione è oggetto di confronto, di dialogo, di collaborazione.
Avere chiara questa differenza è fondamentale, soprattutto in una realtà come quella attuale in Italia, dove politici che si richiamano alla Dottrina sociale della Chiesa militano in diversi schieramenti. Se non è chiaro il fondamento - e ci sembra che questa sia purtroppo la situazione generale - le singole e diverse opzioni politiche diventano esse stesse il fondamento dell'azione politica, con il risultato di una divisione profonda dei cattolici in base agli schieramenti.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 11/05/2011

8 - LA SOTTOMISSIONE AL MARITO E' IL DESIDERIO ONESTO DI SERVIRE LO SPOSO CON LEALTA', DEDIZIONE E DOLCEZZA
L'autrice di ''Sposati e sii sottomessa: pratica estrema per donne senza paura'' risponde alle critiche suscitate dal suo libro (bestseller già alla terza ristampa)
Autore: Costanza Miriano - Fonte: www.costanzamiriano.wordpress.com, 13/04/2011

Allora chiariamo subito una cosa. Ognuno deve fare la sua parte. C'è chi predica e chi razzola. Io mi candido per la parte della predicatrice, che razzolare bene è troppo faticoso.
Detto questo vorrei chiarire la questione della sottomissione. Quella di cui parlo io non ha molto a che fare con la divisione dei compiti pratici. Anche una donna che lavora, e che lo fa ad alto livello, può essere sottomessa se ascolta il marito, lo rispetta, tiene in gran conto le sue opinioni e le mette prima delle proprie. Io invito le donne alla sottomissione, ma nel frattempo lavoro in un telegiornale nazionale, ho girato documentari a New York e corso maratone oltre Oceano. Insomma, ho fatto il militare a Cuneo. Credo comunque che le donne si debbano riappropriare della loro vocazione all'accoglienza della vita, quella che viene dal loro essere morbide, capaci di ricucire i rapporti, di fare spazio, di intessere relazioni, di tirare fuori da tutti il meglio. Che mettano questo loro genio femminile in cima alle priorità. Non c'entra niente con il trovare un marito ricco da (fingere di ) sopportare in cambio di sicurezza economica. C'entra invece con la lealtà, la dedizione, la dolcezza.
Quanto ai ruoli e ai rapporti di forza tra i sessi devo a malincuore ammettere una cosa. Essere donna mi ha procurato solo vantaggi: ignoro se la mia auto possegga una ruota di scorta, ed eventualmente dove si nasconda, la subdola. Non ho la minima idea di come, attraverso quali misteriose vie la mia casa venga rifornita di energia elettrica, calore, gas. Posso guardare Sex and the city e trascorrere svariati minuti a scegliere uno smalto senza perdere il mio prestigio, perché la mia frivolezza è ormai socialmente ammessa. Ho avuto il privilegio incommensurabile di ospitare e sentir muovere quattro bambini nella pancia, anche se, lo ammetto, nei momenti di farli uscire l'aspetto del privilegio non mi è sembrato il più evidente.
Non ho mai subito discriminazioni di genere. Al lavoro capita di non essere apprezzati e valorizzati, ma capita agli uomini e alle donne. E la riuscita professionale è determinante per l'identità di un uomo. Conosco molti, moltissimi uomini demoralizzati, a volte depressi per come vanno le cose nel mondo del lavoro, per la prepotenza, la mancanza diffusa di meritocrazia e professionalità.
Per questo, lo confesso, non ho mai sentito il bisogno di nessuna rivendicazione di genere. Sono molto riconoscente per le libertà che le donne delle generazioni precedenti hanno conquistato per noi, ma proprio perché le ho ricevute, e ne godo con soddisfazione, non riesco a provare nessuna rabbia in merito.
Penso invece, certo, con il cuore stretto alle donne di gran parte del nostro pianeta, provando molto sollievo per essere nata dalla parte fortunata del mondo.
Perché non si creda che io abbia assunto sostanze psicotrope e sia in preda a una specie di delirio rosa confetto e uccellini cinguettanti, ammetto che delle difficoltà per le donne ci sono: essere mamma e lavorare è una fatica bestiale. Per la legge di non penetrabilità delle ore o si sarà carenti su un fronte, o lo si sarà sull'altro. Ma non è colpa della congiura maschile. E' la natura: i figli li fanno le femmine della specie. Le quali, poi, se vorranno o dovranno anche lavorare, finiranno inevitabilmente per piegare calzini a mezzanotte; andranno alle conferenze stampa con un rigurgito latteo sul twin set; sbaglieranno l'orario dell'antibiotico; si sforzeranno con grande perizia di non addormentarsi sulla scrivania dopo una notte passata a raccogliere vomiti; si dimenticheranno merende dell'asilo e appuntamenti fondamentali con il nuovo capo.
Quelle che decidono di puntare tutto o quasi sul lavoro spesso ce la fanno ad emergere, anche se pagando un prezzo alto sul piano della vita personale.
Fare bene tutto non è possibile, e quando non arrivo non mi arrabbio con le congiure di cui sarei vittima, ma tendo piuttosto a pensare che essere donna sia comunque una meravigliosa ricchissima avventura.
Sarà per questo che non voglio ribellarmi agli uomini, ma, riconoscendo la loro superiorità in tanti settori (e in altri la nostra), una volta trovato quello giusto ho capito che ascoltare ed "obbedire" alla sua lucidità, la sua razionalità, non poteva che farmi del bene. E io fare del bene a lui con il mio genio femminile, il mio talento, le mie capacità.
Dopo l'uscita del libro ho ricevuto qualche bella dose di critiche. Quelle a me come persona – essendo io una mediocre razzolatrice, appunto – sono probabilmente tutte giuste, e anzi ce ne sarebbero molte altre da fare (ma certo non sarò io la delatrice, perché mi sto simpatica).
Sulle critiche alle cose che dico in Sposati e sii sottomessa invece vorrei soffermarmi, in particolare dopo avere ricevuto una densissima e intelligente mail da S. (che scrive da un paese straniero, e il correttore automatico del suo computer produce ogni tanto parole esilaranti) che da sé fornirebbe materiale per una enciclopedia.
Al solito, comunque, il cuore del problema è la sottomissione. A S. e a molte altre donne l'idea non convince, neanche se "indorata" con la spiegazione che stare sotto vuol dire sostenere, sorreggere, accogliere, e non obbedire passivamente lasciandosi schiacciare.
Sgombriamo il campo dalle banalizzazioni: sottomissione non c'entra niente con chi lava i piatti e fa le faccende di casa. Con chi fa cosa. Una donna può anche fare tutto in casa ma schiacciare suo marito in altri modi, oppure può manovrarlo subdolamente, comandarlo fingendo di obbedirgli. Tutti abbiamo sicuramente conosciuto almeno una donna di quel tipo, nelle sue infinite varianti: gatta morta, finta bambina, matriarca silenziosa, generale con la veletta, passivo aggressiva, quella modello "caro non mi sento bene ma lo faccio perché sono una santa" e varie altre versioni con molti optional.
La sottomissione alla quale mi hanno invitato tante persone sagge che ho conosciuto, e che io a mia volta ho proposto nelle lettere alle amiche, è il desiderio leale e onesto di servire lo sposo. Un servizio che, lo dico per l'ultima volta (e se qualcuno me lo chiede ancora mi suicido ingerendo questo pacchetto di nachos direttamente con la busta) può non entrarci niente con chi carica la lavastoviglie. Può significare accogliere le inclinazioni dell'altro, per esempio non organizzare una cena che a lui non va, oppure organizzarne un'altra che lui vuole. Cercare di indovinarne i desideri, anche perché essendo tutte noi desperate fishwives, sappiamo che un uomo, muto come un pesce per quel che riguarda se stesso, difficilmente esprimerà i suoi desideri in modo aperto e lineare.
Perché la donna? Perché abbiamo nel nostro equipaggiamento base un radar più sofisticato sui bisogni degli altri. Non siamo più buone, ma abbiamo il germe della nascita. Siamo noi che diamo la vita, quella del corpo e quell'altra.
Noi cominciamo, ma il lavoro grosso si fa in due. Bisogna imparare una danza fluente e leggera, anche se sono certissima che Ginger Rogers e Fred Astaire per arrivare a quell'armonia sgobbavano e si pestavano i calli e sudavano anche loro, anche lei sotto gli sbuffi dello chiffon (qualcuno una volta ha detto che Ginger Rogers faceva gli stessi passi di Fred Astaire ma all'indietro e con i tacchi).
Un'amica mi ha chiesto: "Ma lo devo lasciare poltrire sul divano? Non lo faccio crescere? Lo mantengo infantile e mammone?"
Non lo so. Penso – me lo hanno detto e l'ho anche sperimentato, le rare volte che sono riuscita a frenare la lingua – che qualsiasi cambiamento si ottenga lasciandosi inseguire con l'esempio e la bellezza.
A parte che ci saranno almeno un miliardo di cose che lui a sua volta non sopporterà di noi, se ci si vuole bene davvero si esce dalla logica delle rivendicazioni e dalle misurazioni di chi fa di più e come, ma si cerca di fare a gara per servire.
"Ma gli devo dare ragione anche se non ce l'ha?" C'era un periodo in cui la mia amica mi faceva questa domanda una trentina di volte alla settimana.
Effettivamente noi siamo abituati a pensare all'amore come qualcosa di naturale e spontaneo. Ma se ci pensiamo le cose più importanti sull'amore ce le dice il Vangelo, che quando ci invita a farci prossimo non parla di un sentimento che sgorga spontaneo, che zampilla allegro e facile. Amare in quel caso è "fare come se si amasse". Poi i sentimenti seguiranno. "Fare come se" è un'ottima ricetta anche per il matrimonio, ed è in grado di ammorbidire i nodi più intricati, di scogliere vecchie incrostazioni.
D'altra parte anche il matrimonio, come il vangelo, è una cosa che si capisce con le mani, con le braccia, con le ginocchia, a volte, che quella è sempre una buona base da cui cominciare.

Fonte: www.costanzamiriano.wordpress.com, 13/04/2011

9 - LA CHIESA SEMPRE ALL'AVANGUARDIA: ECCO ULTERIORI DISPOSIZIONI PER COMBATTERE GLI ABUSI SESSUALI
Rimane il dubbio: è solo un caso che, in contemporanea alla pubblicazione del documento, sia stato arrestato il prete di Genova? Che si tratti di un esempio di ''giustizia a orologeria''?
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: La Bussola Quotidiana, 16/05/2011

La Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) ha reso pubblica il 16 maggio l'attesa «Lettera circolare per aiutare le Conferenze Episcopali nel preparare Linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici». Il documento contiene pure una breve storia della risposta della Chiesa alla cosiddetta crisi dei preti pedofili, a proposito della quale non sempre le informazioni che circolano sono precise. Si sente dire infatti spesso che la Chiesa fa troppo poco e che mancano norme precise per reprimere i casi di abusi su minori, che non sono peraltro tutti casi di «pedofilia», dal momento che per definizione medica e giuridica pedofilo è chi abusa di un minore prima della pubertà. Il parroco che scappa con la parrocchiana – o il parrocchiano – di diciassette o sedici anni è certo colpevole, ma non è un pedofilo.
Ma è vero che le norme della Chiesa sono insufficienti? Il documento non ricostruisce la storia precedente al 2001 – su cui pure ci sarebbe molto da dire – ma parte dal motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela del 2001 del beato Giovanni Paolo II (1920-2005), con il quale, come ricorda ora la Lettera, «l'abuso sessuale di un minore di 18 anni commesso da un chierico venne inserito nell'elenco dei delicta graviora riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede [CDF]. La prescrizione per questo delitto venne fissata in 10 anni a partire dal compimento del 18° anno di età della vittima». Attenzione: dieci anni non dal delitto, ma da quando la vittima compie diciotto anni. Ciò significa che un sacerdote che abusava di un bambino di cinque anni poteva essere perseguito secondo la norma del 2001 fino a quando la sua vittima avesse compiuto ventotto anni (diciotto anni più dieci), cioè fino a ventitré anni dopo il crimine, termine di prescrizione lunghissimo rispetto a quanto esiste nelle leggi penali degli Stati. L'intervento della Congregazione per la Dottrina della Fede mirava poi a rendere l'azione contro i colpevoli non più blanda, ma più rigida, superando un certo malinteso buonismo purtroppo diffuso in qualche diocesi.
Ricorda poi la Lettera che «nel 2003, l'allora Prefetto della CDF, il Card. Ratzinger, ottenne da Giovanni Paolo II la concessione di alcune facoltà speciali per offrire maggiore flessibilità nelle procedure penali per i delicta graviora, fra cui l'uso del processo penale amministrativo e la richiesta della dimissione ex officio nei casi più gravi». Questa precisazione non ha un puro valore storico, ma è importante a fronte di autentiche sciocchezze come quelle del documentario della BBC del 2006 Sex Crimes and the Vatican, lanciato in Italia nel 2007 dalla trasmissione Annozero di Michele Santoro, dove si sostiene che il cardinale Ratzinger si sarebbe adoperato per rendere la vita più facile ai preti pedofili. Come la Lettera ci ricorda, è precisamente il contrario. Come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l'attuale Pontefice fu severissimo, e non cessò d'inasprire le misure repressive.
Un'opera, sottolinea ancora la Lettera, che ha continuato da Pontefice, con la «revisione del motu proprio approvata dal Santo Padre Benedetto XVI il 21 maggio 2010. Nelle nuove norme, la prescrizione è di 20 anni, che nel caso di abuso su minore, si calcolano a partire dal compimento del 18° anno di età della vittima. La CDF può eventualmente derogare alla prescrizione in casi particolari. Venne anche specificato il delitto canonico dell'acquisto, detenzione o divulgazione di materiale pedopornografico». Ci vuole sempre un po' di attenzione per capire bene il discorso sulla prescrizione. Ora gli anni non sono più dieci ma venti, sempre calcolati non dall'abuso ma dal giorno in cui la vittima compie diciotto anni. Chi abusa di un bambino di cinque anni nel 2011 potrà dunque essere perseguito ancora nel 2044, trentatré anni (tredici perché la vittima compia diciotto anni più venti) dopo i fatti, un termine non solo lunghissimo ma del tutto inaudito in altri ordinamenti, tranne quelli dove la prescrizione semplicemente non c'è. Anche nella repressione di chi scarica materiale pornografico con minori da Internet la Chiesa è più avanti di tanti Stati.
La Lettera non contiene in realtà una disciplina nuova rispetto alla normativa introdotta nel 2010. Vuole piuttosto fornire indicazioni pratiche, tenendo conto dell'esperienza maturata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e degli interventi di Benedetto XVI, in particolare della Lettera ai cattolici dell'Irlanda del 2010 e dei discorsi in occasione di diversi viaggi apostolici. La Lettera riprende le idee delle «Linee guida» che le Conferenze Episcopali dovranno mettere a punto per affrontare il problema nelle diverse situazioni locali – alcune, per esempio in Germania e negli Stati Uniti, lo hanno già fatto – e fissa una data precisa entro la quale questi documenti nazionali dovranno essere inviati alla Congregazione per la Dottrina della Fede: il 31 maggio 2012. La Lettera è però molto attenta nel ribadire più volte che le «Linee guida» non sono un incoraggiamento alle Conferenze Episcopali perché esautorino a favore di organismi burocratici nazionali i superiori degli ordini religiosi o i singoli vescovi. Nulla di tutto questo. Al contrario, il documento ribadisce che «la responsabilità nel trattare i delitti di abuso sessuale di minori da parte dei chierici appartiene in primo luogo al Vescovo diocesano».
Le «Linee guida», afferma la Lettera seguendo il Magistero di Benedetto XVI sul punto, dovranno coprire cinque diverse aree. La prima è quella dell'«assistenza spirituale e psicologica» alle vittime. La Lettera ricorda che «nel corso dei suoi viaggi apostolici, il Santo Padre Benedetto XVI ha dato un esempio particolarmente importante con la sua disponibilità ad incontrare ed ascoltare le vittime di abuso sessuale. In occasione di questi incontri, il Santo Padre ha voluto rivolgersi alle vittime con parole di compassione e di sostegno, come quelle contenute nella sua Lettera Pastorale ai Cattolici d'Irlanda (n.6): "Avete sofferto tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuto. So che nulla può cancellare il male che avete sopportato. È stata tradita la vostra fiducia, e la vostra dignità è stata violata"».
Il secondo punto è la protezione dei minori. «In alcune nazioni – nota il documento – sono stati iniziati in ambito ecclesiale programmi educativi di prevenzione, per assicurare "ambienti sicuri" per i minori. Tali programmi cercano di aiutare i genitori, nonché gli operatori pastorali o scolastici, a riconoscere i segni dell'abuso sessuale e ad adottare le misure adeguate. I suddetti programmi spesso hanno meritato un riconoscimento come modelli nell'impegno per eliminare i casi di abuso sessuale nei confronti di minori nelle società odierne». Vi è qui l'importante notazione che i programmi – così come la normativa canonica – funzionano. A partire dallo scorso decennio in Paesi come gli Stati Uniti il numero di nuovi casi di abuso – da non confondere con casi precedenti che arrivano nei tribunali con tutte le lentezze della giustizia o sono «riscoperti», qualche volta maliziosamente, da inchieste giornalistiche – è diminuito in modo molto significativo.
Terzo: occorre prestare la massima attenzione alla formazione dei futuri sacerdoti e religiosi, «in vista di un corretto discernimento vocazionale e di una sana formazione umana e spirituale dei candidati. In particolare si farà in modo che essi apprezzino la castità e il celibato e le responsabilità della paternità spirituale da parte del chierico e possano approfondire la conoscenza della disciplina della Chiesa sull'argomento». Il riferimento alle «istruzioni dei Dicasteri competenti della Santa Sede» in effetti rimanda implicitamente all'Istruzione della Congregazione per l'Educazione Cattolica circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri, del 4 novembre 2005, integrata con gli Orientamenti per l'utilizzo delle competenze psicologiche nell'ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio, del 29 giugno 2008. Ci si può chiedere, al proposito, se sia sempre rispettata nei seminari l'indicazione ribadita nel documento del 2008 secondo cui nel caso di «identità sessuale incerta [o] tendenze omosessuali fortemente radicate» «il cammino formativo dovrà essere interrotto»: un'indicazione, sia chiaro, che non implica affatto che tutti i seminaristi omosessuali siano pedofili ma tiene conto di statistiche secondo cui la maggioranza dei sacerdoti pedofili abusano di bambini e non di bambine, e mira in ogni caso a ripristinare un corretto rapporto con la nozione, ora ribadita dalla Lettera, di «paternità spirituale» così come la intende la Chiesa.
Quarto: l'accompagnamento dei sacerdoti. Finito il seminario non sono purtroppo finiti i problemi. La Lettera ribadisce il dovere di vigilanza dei vescovi, ma – con una sottolineatura maggiore rispetto a precedenti documenti – dedica spazio anche ai sacerdoti accusati ingiustamente. Non solo ribadisce che «il chierico accusato gode della presunzione di innocenza, fino a prova contraria» e vuole che «l'indagine sulle accuse sia fatta con il dovuto rispetto al principio della privacy e della buona fama delle persone», ma chiede pure che «già in fase di indagine previa, il chierico accusato sia informato delle accuse con l'opportunità di rispondere alle medesime», che «in ogni momento delle procedure disciplinari o penali sia assicurato al chierico accusato un sostentamento giusto e degno»,  e che «si faccia di tutto per riabilitare la buona fama del chierico che sia stato accusato ingiustamente». La nuova sottolineatura appare opportuna a fronte, ormai, di centinaia di casi nel mondo – soprattutto nei Paesi dove la caccia al prete pedofilo,vero o presunto, è diventata per alcuni studi legali un'attività a tempo pieno e milionaria – di sacerdoti accusati ingiustamente e poi tardivamente riabilitati.
Il quinto punto, il più delicato, riguarda «la cooperazione con le autorità civili». Posto che «l'abuso sessuale di minori non è solo un delitto canonico, ma anche un crimine perseguito dall'autorità civile», la Lettera stabilisce che «sebbene i rapporti con le autorità civili differiscano nei diversi Paesi, tuttavia è importante cooperare con esse nell'ambito delle rispettive competenze. In particolare, va sempre dato seguito alle prescrizioni delle leggi civili per quanto riguarda il deferimento dei crimini alle autorità preposte, senza pregiudicare il foro interno sacramentale. Naturalmente, questa collaborazione non riguarda solo i casi di abusi commessi dai chierici, ma riguarda anche quei casi di abuso che coinvolgono il personale religioso o laico che opera nelle strutture ecclesiastiche».
Troppo poco? Parlando di «eventuale obbligo di avvisare le autorità civili», così che in alcuni Paesi le «Linee guida» potrebbero non prevedere o attenuare tale obbligo, la Lettera invita a «tener conto della legislazione del Paese della Conferenza». In alcuni Paesi riferendo incautamente informazioni private all'autorità civile i vescovi potrebbero addirittura violare la legge. In altri Paesi, regimi totalitari usano abitualmente il pretesto della pedofilia per colpire sacerdoti scomodi. La prudenza nell'adattarsi alle situazioni locali è dunque d'obbligo, ma non toglie che lo spirito e la lettera del documento prevedano come regime normale la collaborazione con le autorità civili. Questa collaborazione sta dando anch'essa frutti.
In Italia proprio in concomitanza con la Lettera è scoppiato il caso di Genova. Pensando male, in un Paese come il nostro che ha inventato l'espressione «giustizia a orologeria», si potrebbe dire che non è scoppiato proprio ora per caso: ovviamente quanto ai tempi dell'arresto in un'indagine che durava da mesi, non ai fatti in sé dove sul sacerdote arrestato sembrano purtroppo pesare gravi indizi che giustificano le accorate parole del cardinale Bagnasco. Guardando tuttavia al quadro generale, le misure prese dalla Chiesa si rivelano efficaci e nei Paesi un tempo più colpiti, a cominciare dagli Stati Uniti, i casi – come si è accennato – diminuiscono. Qualche sacerdote, e anche qualche vescovo che non interviene tempestivamente, continua a sbagliare. Come ha scritto Benedetto XVI nella Lettera ai cattolici dell'Irlanda è importante che i fedeli sappiano che gli errori e gli abusi derivano dalla violazione delle norme del diritto canonico, non dalle norme stesse, che sono spesso più severe di quelle delle leggi civili e che la Chiesa si sforza di migliorare e rafforzare continuamente.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 16/05/2011

10 - STOP AL NUCLEARE: IL GOVERNO ITALIANO CEDE ALL'IRRAZIONALITA' (PER EVITARE IL RIPETERSI DELL'ERRORE DEL REFERENDUM DEL 1987)
L'Italia resta quindi l'unico Paese sviluppato a dire no all'energia nucleare (e importa energia dalla Francia che ha piazzato ai nostri confini le centrali nucleari)
Autore: Danilo Quinto - Fonte: La Bussola Quotidiana, 21/04/2011

Ventiquattro anni fa, dopo l'esplosione della centrale di Chernobyl, fu la paura scatenata da una campagna ideologica a indurre l'Italia – unico Paese al mondo - alla decisione di dire no all'energia nucleare. La conseguenza fu lo smantellamento delle centrali allora in funzione, salvo poi - negli anni successivi, fino ad oggi - acquistare una quota assai rilevante di energia prodotta dalle centrali francesi e perfino esportare all'estero la tecnologia occorrente per la realizzazione di centrali nucleari, mediante società a capitale pubblico.
Oggi, è ancora la paura a dominare le scelte e far propendere il Governo alla decisione di soprassedere sul programma nucleare, inserendo nella moratoria già prevista nel decreto legge omnibus l'abrogazione di tutte le norme previste per la realizzazione di impianti nucleari nel Paese.
La paura è di carattere multiforme. C'è stata, probabilmente, quella derivata dalla prospettiva di perdere consensi. Le cronache raccontano che sembra fosse in circolazione un sondaggio per il quale il referendum sul nucleare previsto per il 12 e 13 giugno avrebbe riscosso almeno il 54% dei consensi, trainando probabilmente gli altri referendum previsti, quello sull'acqua e sulla legge sul legittimo impedimento. Ma c'è un'altra paura molto più insidiosa, che coinvolge l'intero ceto dirigente del Paese, incapace – sul tema dell'energia e su innumerevoli altri temi – di incardinare un dibattito sereno, pubblico, serio e non ideologico. Costruttivo, per il bene comune e per la crescita consapevole, umana e civile dei cittadini. E' chiedere troppo? No, è il minimo che si possa chiedere a chi governa le sorti di un Paese – che si fa trascinare dall'onda emotiva, irrazionale suscitata dalle vicende giapponesi – e da chi sta all'opposizione, che in questo caso esulta rispetto ad una scelta improvvida ed irragionevole.
Analisi serie e documentate, hanno dimostrato, in queste settimane, due fatti: la centrale giapponese era obsoleta ed era sottoposta – questo è quel che più conta – ad un sistema di sicurezza gestito dalla stessa società che deteneva l'appalto per produrre energia. Controllato e controllore convergevano nella medesima responsabilità.
Di questi fatti, non si è tenuto conto nella scelta adottata dal Governo italiano e si è assecondata una paura diffusa, che produrrà in Italia – è più che probabile, perché è già avvenuto in queste settimane in altri Paesi – il risorgere di un ambientalismo d'accatto, pronto a gridare solo "al lupo, al lupo" e a non prendere in considerazione alcuna la realtà.
Nel 2014, in Francia, ai 59 reattori nucleari ad uso civile ora esistenti - che contribuiscono ad avere un costo dell'energia elettrica del 50% in meno rispetto ad altri Paesi, quali ad esempio l'Italia – se ne aggiungerà un altro. Nell'Unione europea e in Svizzera sono in esercizio 148  reattori nucleari, che generano quasi il 30% dell'elettricità prodotta nel continente. Quindici dei 27 membri dell'Unione europea hanno impianti nucleari. Gli Stati Uniti hanno 104 impianti in funzione. Nel mondo, sono in costruzione 34 impianti nucleari: 1 in Argentina, la centrale Atucha, vicino alla capitale Buenos Aires; 2 in Bulgaria, vicino a Belene; 1 in Finlandia, a Olkiluoto; 6 in India, che si aggiungeranno ai 17 esistenti; 1 in Iran, a Bushehr; 1 in Giappone; 3 in Corea del Sud; 1 in Pakistan, in Kundian, nel Punjab; 5 in Cina, due dei quali a Taiwan; 7 in Russia, in aggiunta ai 31 già operanti; 2 in Ucraina.
L'80% circa dell'energia consumata nell'Unione europea deriva dai combustibili fossili: petrolio, gas naturale e carbone. Di questa percentuale, una parte consistente proviene da Paesi terzi e questo fatto rende l'UE vulnerabile alle riduzioni degli approvvigionamenti o all'aumento dei prezzi. Se non si riuscisse a controllare il consumo energetico e a diversificare le fonti energetiche, si stima che di qui al 2030 la dipendenza dalle importazioni potrebbe salire al 93% per il petrolio e all'84% per il gas.
L'Italia compra più dell'80% dell'energia dall'estero, di cui il 54% è costituto da petrolio, il 30% da gas, l'8% da carbone e il 7% da elettricità, in massima parte acquistata da centrali nucleari francesi.
In questo contesto si situa la scelta di annullare le procedure sul nucleare in Italia, con l'aggravante – così come è stata enunciata dal Ministro per lo Sviluppo Economico – di puntare sulle energie rinnovabili, eludendo un piccolo, ma significativo particolare. Queste forme di energia, a cominciare dall'eolico,  forniscono meno dell'1% del fabbisogno mondiale di energia ed attualmente non possono considerarsi un'alternativa all'uso del petrolio, nonostante la pubblicità che viene fatta per la loro promozione. Che corrisponde, peraltro, agli interessi economici, di enorme portata, che questo business mondiale produce, alimentando, nel nostro Paese – ed anche questo è ampiamente documentato da numerose inchieste giudiziarie – gli interessi di interi settori della criminalità organizzata.
Allo stato attuale, l'unica, seria e credibile alternativa alle fonti fossili di energia, è costituita dall'uso del nucleare per scopi civili. In questa materia, occorre prudenza, ma non si comprende perché, anche in Italia - assicurata la sicurezza degli impianti e dei depositi e regolati la produzione, la distribuzione e il commercio di energia nucleare, sulla base degli standard internazionali - non si dovrebbe aprire un dibattito sereno, pubblico, che affronti in maniera pragmatica la questione dell'energia e che soprattutto risponda solo al bene per la nostra società.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 21/04/2011

11 - OMELIA VI DOMENICA DI PASQUA - ANNO A - (Gv 14,15-21)
Se mi amate, osserverete i miei comandamenti
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 29 maggio 2011)

Le letture di questa sesta domenica di Pasqua ci offrono l'occasione per una profonda riflessione su quello che deve essere l'impegno missionario di ogni cristiano. La prima lettura parla della Comunità cristiana di Samaria, sorta in seguito alla predicazione del Diacono Filippo, il quale, animato da grande spirito missionario, si recò ad annunziare il Vangelo ai Samaritani che erano i più disprezzati non solo dagli Ebrei, ma anche dai cristiani. Il messaggio del Vangelo si doveva rivolgere anche a loro.
Come allora, anche oggi esiste la forte tentazione di fare delle preferenze e di escludere qualcuno dai propri interessi apostolici. Al contrario, la carità cristiana deve abbracciare tutti: nessuno deve essere escluso dal cuore del missionario.
«Le folle – afferma la prima lettura –, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo» (At 8,6) e ci furono molte conversioni. Allora giunsero in Samaria Pietro e Giovanni a confermare con l'imposizione delle mani, ovvero con il Dono dello Spirito Santo, l'operato di Filippo. Questo particolare ci ribadisce come l'opera missionaria del singolo deve comunque essere controllata e confermata da chi nella Chiesa esercita l'autorità.
La seconda lettura ci dà dei preziosi insegnamenti su come deve essere la nostra testimonianza evangelica. San Pietro, nella sua Prima Lettera, ci esorta ad essere sempre pronti «a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (3,15).
I fratelli che vivono attorno a noi, che incontriamo ogni giorno per la strada, che vivono nello stesso nostro palazzo, che sono vicini di porta, hanno mille interrogativi su Dio, sulla Chiesa, sul dolore innocente di tanti bambini, sulle tante ingiustizie che colpiscono l'umanità.
Il cristiano, con il suo comportamento e con le sue parole umili e rispettose, deve essere luce per tanti fratelli, conducendoli alla conoscenza della verità. Ognuno di noi, con un minimo di preparazione, deve saper rispondere alle tante domande che cercano una soluzione convincente. Per far questo, prima di tutto dobbiamo assimilare bene il Vangelo, e, inoltre, dobbiamo leggere e approfondire il Catechismo della Chiesa Cattolica.
Tuttavia, questo «sia fatto con dolcezza e rispetto» (ivi). Non sarà certo per le nostre parole che tanti nostri fratelli troveranno la luce della verità, ma per l'umiltà, la carità e la mitezza che dimostreremo nei loro confronti. Una parola altezzosa, anche se veritiera, allontana da Dio; una parola umile penetra i cuori e conduce a salvezza.
San Pietro ci insegna a rispettare il nostro interlocutore, a non volersi imporre, a non pretendere di "spuntarla" ad ogni costo con verbosa arroganza. La missione è opera d'amore e deve essere animata dall'amore soprannaturale che dobbiamo portare verso il prossimo. I nostri fratelli si devono sentire amati, allora accoglieranno le nostre parole, anche se povere e disadorne.
Inevitabilmente, non incontreremo solo accoglienza e successo, ma anche chiusura e delusione. Il missionario deve mettere in conto tutto questo, pensando che è impossibile riscuotere sempre un buon esito. Spesso il missionario sarà incompreso, deriso e respinto. Ma, come ricorda san Pietro in questa seconda lettura, «se questa è infatti la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male» (1Pt 3,17).
L'esempio ce lo ha dato Gesù stesso «morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio» (1Pt 3,18); l'esempio ce lo hanno dato gli Apostoli, che hanno coronato un lungo e fruttuoso apostolato con la corona del martirio; l'esempio, infine, ce lo hanno dato i missionari in questi duemila anni di Cristianesimo, i quali hanno dovuto affrontare difficoltà di ogni genere, non esclusa la morte.
La risorsa del missionario è Cristo, «messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito» (1Pt 3,18). Partecipe del mistero della Croce, il missionario sarà anche partecipe del mistero della Risurrezione.
Dal Vangelo di oggi si può comprendere quella che deve essere l'anima del nostro apostolato. Il brano inizia con una frase molto bella e profonda: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15). È una esigenza dell'amore: se amiamo il Signore, mettiamo volentieri in pratica la sua Volontà, anche quando ciò comporta sacrificio da parte nostra.
Quando si ama il Signore si sente il desiderio di mettersi al suo servizio, per farlo conoscere e amare da tutti. Ecco dunque la fonte dello zelo missionario: l'amore di Dio. Il Signore ci dice di essere suoi testimoni e, se lo amiamo realmente, ciò non ci sarà difficile. Se togliamo l'amore, la missione cade nel nulla e sarà impossibile l'osservanza di tutti gli altri Comandamenti.
Se amiamo, non siamo mai soli: il Signore ci dona il suo Spirito. Lo Spirito di verità che Gesù ha promesso ai suoi discepoli sostiene il missionario nelle difficoltà del compito a lui affidato. Egli deve dimorare in noi, deve agire in noi, e servirsi di noi per illuminare il mondo.
Da questo si capisce il primato della vita contemplativa rispetto a quella attiva. Non possiamo dare ciò che non abbiamo. Se saremo "imbevuti" di Dio, come una spugna gettata nell'acqua, allora potremo beneficare tanti nostri fratelli. La ricchezza di vita interiore traboccherà necessariamente in una vita missionaria piena di buoni frutti.
Chi ama il Signore osserva i suoi Comandamenti e «chi ama me – dice Gesù – sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,21). La missione deve essere una risposta a questo amore di Dio per noi. Gesù si manifesterà allora nella nostra vita e sarà il protagonista del nostro apostolato. Lasciamolo agire in noi: più saremo uniti a Lui per mezzo di una preghiera continua, tanto più Lui si manifesterà in noi e tanto più i nostri fratelli potranno "vedere" Dio nella nostra vita.
Chiediamo alla Vergine Maria la grazia di ottenere tutto questo, per la maggiore gloria di Dio e per il bene del prossimo.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 29 maggio 2011)

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