BastaBugie n°202 del 22 luglio 2011

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1 APPROVATA LA LEGGE SUL TESTAMENTO BIOLOGICO: ANCHE IN ITALIA APERTE LE PORTE ALL'EUTANASIA
Chi esulta per le modifiche ''migliorative'' al testo originario conferma implicitamente che aveva ragione chi diceva che si trattava di una pessima legge!
Fonte: Comitato Verità e Vita
2 LUCA ERA GAY: FINALMENTE ESCE LA BIOGRAFIA DI UNA STORIA DA INCUBO
Svelato il mondo dell'Arcigay dove tutto, ma proprio tutto, dietro l'apparenza di nobili ideali, ruota attorno al sesso, al piacere e al denaro a loro volta strumenti di potere e di prestigio
Fonte: Corrispondenza Romana
3 IL PRESIDENTE DEL MOVIMENTO PER LA VITA IMPONE IL PENSIERO UNICO: IL SUO
Per Carlo Casini l'unico modo possibile di far parte del Movimento per la vita è quello di uniformarsi acriticamente e in silenzio a quanto da lui deciso (ecco perché viene perseguitato Federvita Piemonte, colpevole di aver sostenuto il candidato a favore della vita nelle ultime elezioni regionali)
Autore: Marisa Orecchia - Fonte: 21/6/2011
4 SE IL POLLO VALE PIU' DI UN EMBRIONE UMANO...
Michela Brambilla, Umberto Veronesi, Dacia Maraini, Margherita Hack e Maurizio Costanzo: tutti pazzi per gli animali, ma chi pensa agli uomini?
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: La Bussola Quotidiana
5 AMIAMO DAVVERO GESU'?
Tra santa Teresa d'Avila e Flashdance, sant'Anselmo d'Aosta e Woody Allen
Autore: Costanza Miriano - Fonte: www.costanzamiriano.wordpress.com
6 STEVE TYLER (LEADER DEGLI AEROSMITH E PADRE DELL'ATTRICE CHE INTERPRETA ARWEN NEL SIGNORE DEGLI ANELLI) RIMASE SCONVOLTO DALL'ABORTO DI SUO FIGLIO
La rock star degli anni '70 nel suo libro racconta: ''Si mette un ago nel ventre della mamma e viene iniettato il veleno, poi tirano fuori il bambino, morto; ero devastato, nella mia testa continuavo a ripetere: Gesù, cosa ho fatto?''
Autore: Raffaella Frullone - Fonte: La Bussola Quotidiana
7 FOCUS: RIVISTA DI SCIENZA O DI FANTASCIENZA?
La crisi economica? La guerra in Libia? Il terrorismo internazionale? Ma no... il problema pubblico numero uno da debellare è l'anidride carbonica prodotta nei matrimoni
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Bussola Quotidiana
8 IL PAPA RIBADISCE CHE IL CONCILIO VATICANO II IMPONE IL PRIMATO DEL CANTO GREGORIANO, IL QUALE NON PUO' ESSERE CONSIDERATO SUPERATO
L'autentico soggetto della Liturgia è la Chiesa: quindi non è il singolo o il gruppo che celebra la Liturgia a poter disporre della Liturgia a propria discrezione o gusto personale
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: La Bussola Quotidiana
9 OMELIA XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A - (Mt 13,44-52)
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - APPROVATA LA LEGGE SUL TESTAMENTO BIOLOGICO: ANCHE IN ITALIA APERTE LE PORTE ALL'EUTANASIA
Chi esulta per le modifiche ''migliorative'' al testo originario conferma implicitamente che aveva ragione chi diceva che si trattava di una pessima legge!
Fonte Comitato Verità e Vita, 15 luglio 2011

Il Comitato Verità e Vita si è da tempo espresso pubblicamente contro il progetto di legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento in discussione in Parlamento.
Abbiamo, insieme a tanti altri, inutilmente tentato di salvare la vita ad Eluana Englaro - fatta morire da chi, autorizzato dai Giudici, la riteneva "già morta" perché in stato di incoscienza - e abbiamo anche tentato di far dichiarare quella condotta meritevole di sanzione.
Fin dall'inizio, ancora nel 2008, il Comitato Verità e Vita ha segnalato come quel progetto di legge non vietava, sotto minaccia di sanzione penale, l'uccisione per fame e sete delle persone in stato di incoscienza. Il testo sulle DAT contiene molti aspetti, alcuni abilmente celati, che lo rendono il "secondo passo" sulla strada della legalizzazione dell'eutanasia di soggetti deboli o "inutili", a prescindere da ogni loro richiesta.
Il Comitato ha espresso le sue valutazioni nell'ampio Manifesto Appello "Contro la Legge sul testamento biologico. Contro ogni eutanasia", pubblicato nel gennaio 2010. Quelle considerazioni restano valide ancora oggi. (...)
Verità e Vita esprime quindi profonda insoddisfazione per l'approvazione del progetto da parte della Camera dei Deputati: sappiamo che, per diventare legge, il progetto dovrà tornare al Senato, ma temiamo che l'indubbio successo politico ottenuto dai promotori del progetto – che hanno prevalso pur in presenza di voto segreto – si ripeta nell'ultimo passaggio parlamentare.
Vogliamo subito rimarcare l'impegno di alcuni deputati che, in buona fede, hanno cercato - anche recependo suggerimenti che provenivano dallo stesso Comitato Verità e Vita - di "migliorare" il testo del progetto in senso favorevole alla difesa della vita. Nonostante queste parziali migliorie, il nostro giudizio oggettivo resta gravemente negativo del testo approvato, ben consapevoli, per di più, che molti di quei "paletti" che sono stati eretti rischiano essere abbattuti o aggirati nell'applicazione della norma.
Non è vietando espressamente l'eutanasia o richiamando le norme del codice penale sull'omicidio che si impediscono condotte di soppressione di innocenti; e nemmeno l'affermazione dell'indisponibilità della vita serve ad impedire l'uccisione di soggetti: sono tutti principi che evaporano se svuotati dall'interno.
Anche dopo le modifiche rese alla Camera resta quella categoria generica – i pazienti in stato di "fine vita" – per i quali sono vietati trattamenti straordinari "non proporzionati": quasi che per i soggetti in stato vegetativo non si debba esagerare nelle terapie, perché "non vale la pena"; ancora i tutori e gli amministratori di sostegno potranno rifiutare terapie salvavita per i loro assistiti, senza che venga stabilita l'espressa inefficacia del loro rifiuto; e così per i genitori dei figli minori; ancora non è stato stabilito il divieto di sospendere, nei confronti dei disabili in stato di incoscienza, la respirazione artificiale, che è sostegno vitale al pari della nutrizione e idratazione; ancora, le dichiarazioni anticipate potranno essere redatte da giovani in piena salute con una firma in calce ad un modulo, senza nessuna consapevolezza di quanto potrà da detti atti derivare.
Sulle DAT, poi, si è assistito ad una curiosa evoluzione: gli emendamenti le hanno rese apparentemente documenti non vincolanti e nemmeno efficaci ("orientamenti") e, per di più, hanno disposto che esse abbiano efficacia solo in casi estremi ("assenza dell'attività cerebrale integrativa cortico-sottocorticale"). Tali modifiche suscitano dubbi sulla utilità delle disposizioni anticipate, poiché qualunque medico tiene già oggi in considerazione, per quanto possibile, i desideri espressi dal paziente prima di cadere in stato di incoscienza.  Ma il testo produce egualmente un effetto molto negativo:  la possibilità per il dichiarante di "rinunciare ad ogni forma di trattamento terapeutico" ritenuto "di carattere sproporzionato". E' molto probabile che questa "rinuncia" sarà considerata efficace e vincolante per i medici, i quali non potranno attivare terapie salvavita.
Il testo approvato alla Camera fallisce proprio nel suo obiettivo originario: mai più l'uccisione di un'altra Eluana Englaro. Con una normativa così complessa ed equivoca, i Tribunali si riempiranno di cause dirette a forzare i limiti della norma o a sostenere interpretazioni in senso eutanasico. Fin dalla loro creazione negli Stati Uniti negli anni '60 del secolo scorso, i "living will" – che fossero vincolanti o meno – avevano sempre facilitato l'uccisione di persone che non li avevano nemmeno firmati.
La legge sulle DAT presenta molte analogie con la legge 40 del 2004 sulla fecondazione artificiale, che venne presentata all'opinione pubblica come un successo dei cattolici, e fu poi smantellata pezzo su pezzo dagli interventi della magistratura. Un disastro sotto il profilo educativo, culturale e giuridico. Sarebbe un vero peccato ripetere di nuovo gli stessi errori.
Per queste ragioni, Verità e Vita continuerà a proclamare l'iniquità della legalizzazione delle DAT, auspicando che una legge simile non venga definitivamente approvata dal Senato.

Fonte: Comitato Verità e Vita, 15 luglio 2011

2 - LUCA ERA GAY: FINALMENTE ESCE LA BIOGRAFIA DI UNA STORIA DA INCUBO
Svelato il mondo dell'Arcigay dove tutto, ma proprio tutto, dietro l'apparenza di nobili ideali, ruota attorno al sesso, al piacere e al denaro a loro volta strumenti di potere e di prestigio
Fonte Corrispondenza Romana, 2/07/2011

Tra i tanti disagi psichici che caratterizzano larga parte della gioventù contemporanea, un peso non irrilevante è dovuto a disturbi di derivazione familiare, affettiva e sessuale. Mancanza di solide famiglie alle spalle, assenza del padre, ricomposizioni familiari traumatizzanti, violenze e umiliazioni subite e tante altre situazioni estreme, possono facilmente sfociare in degenerazioni del comportamento, fino alle più gravi devianze e a tormentosi e insuperabili sensi di colpa.
In questo quadro angosciante e terribile, Luca Di Tolve ci racconta, in un libro appena uscito, e in modo fin troppo dettagliato, la sua discesa verso l'abisso morale ed umano, in cui l'omosessualità da tendenza adolescenziale si trasformò poco a poco in un vanto, e persino un mezzo di lucro e di potere, per giungere poi alla resurrezione, grazie all'incontro con ottimi psicologi e soprattutto all'approdo nella fede cattolica (cfr. L. Di Tolve, Ero gay, ed. Piemme, Milano 2011, euro 15). La sincerità del racconto, che inizia dalla prima adolescenza, si presta assai bene a mettere in luce la dinamica della "vita gay" e presenta una descrizione della comunità omosessuale davvero sulfurea: tutto, ma proprio tutto, dietro l'apparenza dei nobili ideali della tolleranza e dell'inclusione sociale, ruota attorno al sesso, al piacere ricercato nei peggiori modi, e al denaro a sua volta strumento di potere, di prestigio e di facili rapporti edonistici. Dopo la separazione dei genitori e l'allontanamento del padre, il giovane Luca inizia a maturare una femminilità di modi e di giochi, preferendo relazionarsi con le compagne di classe che con i maschi. Giustamente si nota che «la separazione tra due genitori è quanto di peggio possa capitare a un figlio (…); una ferita profonda lo segnerà per tutta la vita» (p. 23). La madre, sola e inesperta, commise vari errori, per esempio facendo circondare il figlio da sole donne o perfino educandolo, anche nel vestiario, «come (...) una bambina» (p. 25). Alle scuole medie subì il fascino del suo compagno di banco e questa passione giovanile lo tormentò per lunghi anni. Fino al punto che la madre decise di portarlo dallo psicologo, anzi da una psicologa, la quale rassicurò i due, asserendo dall'alto della cattedra, che l'omosessualità latente nel piccolo era «una variante naturale del comportamento» (p. 35). In realtà, secondo Di Tolve, tutto derivò dalla «mancanza di una guida (…) come modello di riferimento maschile positivo» (p. 34).
Dopo le scuole medie iniziò a prendere maggiormente coscienza del mondo, della cultura e della realtà. Scrive: «Edotto dagli psicologi e confermato dalla tv sulla normalità dei rapporti omosessuali, mi misi direttamente in cerca di altri gay» (p. 36). E da lì iniziò una discesa nell'abisso che durò lunghi anni, in attesa del sole. Conobbe un gay più grande d'età, fu introdotto negli ambienti omosessuali e perse ogni scrupolo. «Il sesso era stata la chiave di accesso al mondo omosessuale ed era il linguaggio che ora mi permetteva di farne parte stabilmente» (p. 40). La vita divenne per lui una continua ricerca di esperienze, soprattutto notturne, all'insegna della trasgressione, nei locali gay milanesi. Così conobbe «ricchi imprenditori e importanti manager» (p. 42) e «oltre al consumo di sostanze stupefacenti e all'abuso di alcol, si praticava, ovunque e a qualunque ora, sesso facile e occasionale» (pp. 42-43).
Di tappa in tappa la sua vita divenne quella di un militante omosessuale, di un "prostituto" e di un imprenditore lanciato nella cultura gay. Ricorda per esempio il ruolo assolutamente vergognoso avuto da certi ambienti, tipo l'Arcigay, a cui si iscrisse «per liberare l'omosessualità dai vecchi tabù della morale cristiana» (p. 68). In un parco di Milano «ci si scambiava il telefono per rivedersi, la notte, nelle discoteche dell'Arcigay, dei luoghi ben congegnati allo scopo: attrezzati con tendoni scuri e luci da penombra, si strutturavano nella forma di un labirinto, che ospitava all'interno moltissimi anfratti e siparietti» (p. 66). Nelle stesse riviste gay lesse in quegli anni oscuri che «su 156 coppie [omosessuali] prese a campione, solamente sette avevano retto un rapporto esclusivo per la durata massima di cinque anni» (p. 72). La labilità dei rapporti umani gli fece notare tutta la fragilità di un "sentimento" che in realtà gli si rivelò poi come "una trappola" (p. 25). Nel tempo conobbe dall'interno quella insidiosissima «lobby magmatica e tutt'altro che silenziosa: essa si avvale dell'appoggio di una certa intellighenzia culturale, che affonda solide radici negli ambienti dello spettacolo e dei media, e mette insieme, in un unico cartello, tutte le tipologie umane che non brillano in esempio di fedeltà» (p. 79). Rivolgendosi a genitori ed educatori, nota ancora: «L'influenza negativa dei media non viene compresa subito; ma una trasmissione televisiva può veramente eccitare i sentimenti, traviarli, agire sulla volontà e sull'intelletto» (p. 81). Omettiamo volutamente l'accurata descrizione dei vari stili gay che conobbe: feticismo, dominazione, sadismo, leather, etc. etc.
A poco a poco la nausea per la perversione lo fece tornare in sé. Così attraverso sane amicizie disinteressate, la lettura della Bibbia e l'ascolto di "Radio Maria", in pochi mesi avvenne una difficile conversione con parallelo abbandono del peccato e del male. «L'Arcigay e le altre associazioni di categoria mi guardano come un rinnegato (…). Ho ricevuto minacce di morte» (p. 120). Dopo aver notato le strabilianti somiglianze tra mondo gay e occultismo satanico (cfr. pp. 126-149), Luca Di Tolve ha superato importanti tappe di conversione, di pentimento e di nuovo inizio. Avendo ritrovato la fede e la norma morale, nel 2008 si è sposato e da allora, assieme alla moglie, dirige il Gruppo Lot (in omaggio di colui che fuggì da Sodoma...) e cerca di aiutare tutti coloro che a causa delle devianze psichiche soffrono di problemi umani, psicologici e spirituali.

Fonte: Corrispondenza Romana, 2/07/2011

3 - IL PRESIDENTE DEL MOVIMENTO PER LA VITA IMPONE IL PENSIERO UNICO: IL SUO
Per Carlo Casini l'unico modo possibile di far parte del Movimento per la vita è quello di uniformarsi acriticamente e in silenzio a quanto da lui deciso (ecco perché viene perseguitato Federvita Piemonte, colpevole di aver sostenuto il candidato a favore della vita nelle ultime elezioni regionali)
Autore: Marisa Orecchia - Fonte: 21/6/2011

Il 18 giugno 2011 a Torino, Carlo Casini ha costituito una federazione con alcuni MpV e CAV del Piemonte, nonostante esista già in Piemonte, dal 1991, una federazione regionale attiva, impegnata, culla di  numerose iniziative per la vita, a livello  culturale, sociale, e di collaborazione con le  Istituzioni.
Un atto gravissimo, che lascia sgomenti,  perché compiuto in spregio ad ogni regola di democrazia, ad ogni istanza di diritto (ancora nell'ultima assemblea regionale il direttivo in carica era stato confermato a larghissima maggioranza), e al rispetto per le persone. (...)
Tutta la vicenda vede in gioco non tanto l'appartenenza al Comitato Verità e Vita di alcuni membri del direttivo di federvita Piemonte e dei CAV e MpV piemontesi (ma è un delitto?) quanto  il modo  di concepire l'appartenenza al Movimento per la Vita, il modo di essere Movimento per la Vita.
E' evidente che per Carlo Casini l'unico modo possibile  di far parte del Movimento per la vita è quello di uniformarsi acriticamente e in silenzio  a quanto da lui deciso.
Bandita dal Movimento per la Vita la ricchezza dei carismi, della differenza di stile nell'annuncio della verità sull'uomo, del  diverso angolo di visuale, della diversa opinione sulle strategie da impiegare  per  perseguire gli obiettivi definiti dallo statuto. Tutto ciò che nel volontariato è ricchezza, fermento per  rinnovarsi e mantenere accesi impegno e volontà, in questo Movimento per la vita oggi non trova più posto.
 Il Presidente Casini, in politica da decenni, ha inevitabilmente introdotto nel MpV logiche, prassi, procedure di tipo partitico: come il segretario di un qualunque partito politico, impegnato a conseguire voti e consensi elettorali, decide che occorrono uniformità e obbedienza  alle linee da lui indicate.
Chi non è d'accordo può andarsene.
Che queste linee siano poi le migliori  e le più efficaci a salvaguardare la vita dell'uomo, non è detto.
Dimostra anzi il contrario la vicenda della legge 40/2004 sulla fecondazione artificiale: una legge voluta, promossa dal Presidente Casini e smantellata non tanto dalle sentenze "creative" di certi giudici, quanto dalla sentenza n. 151 della Consulta che ha trovato all'interno della legge stessa la contraddizione a quel principio di tutela dell'embrione, tanto sbandierato, enunciato  nell'art.1 della stessa legge.
Come puntualmente era stato previsto da chi, a proposito di questa legge, non era d'accordo con lui.
Accadrà lo stesso, purtroppo, per la legge sulle DAT.
Chi  ama il Movimento per la Vita ed ha assistito in questi anni al suo progressivo inaridimento, al proliferare di iniziative irrilevanti e poco incisive nell'ostacolare la cultura della morte che avanza senza argini, chi è consapevole  che ormai è solo il grande cuore dei CAV che  pulsa e continua a strappare  bambini all'aborto, non può non essere turbato.
La vicenda del Piemonte,  per quanto gravissima e penosa per tutti i volontari che l'hanno subita, è solo in definitiva un sintomo del malessere  che  attraversa il Movimento per la vita al quale occorrono, per sopravvivere e per riprendere il suo ruolo di sentinella della vita, di grillo parlante, come diceva  Francesco Migliori, primo e indimenticabile presidente, un severo esame  sulle cause  dell'affievolirsi del  suo impegno  nella proclamazione della verità e un rinnovamento che ridia slancio  e vigore alla sua missione.

Fonte: 21/6/2011

4 - SE IL POLLO VALE PIU' DI UN EMBRIONE UMANO...
Michela Brambilla, Umberto Veronesi, Dacia Maraini, Margherita Hack e Maurizio Costanzo: tutti pazzi per gli animali, ma chi pensa agli uomini?
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: La Bussola Quotidiana, 06-07-2011

Michela Brambilla, Umberto Veronesi, Dacia Maraini, Margherita Hack e Maurizio Costanzo: sono solo alcuni dei nomi altisonanti che hanno promosso il manifesto «La coscienza degli animali», che afferma che «Chi rispetta la Vita deve rispettarne ogni forma. Chi è crudele con gli animali lo è anche con gli esseri umani». E ancora: «Gli animali hanno un elevato livello di consapevolezza, coscienza, sensibilità e molti di loro hanno la capacità di sviluppare sentimenti», cosicché «Il primo diritto degli animali è il diritto alla vita». La Brambilla e Veronesi sono inoltre vegetariani e, per l'oncologo più famoso d'Italia, «Dobbiamo cominciare a trasferire i principi etici [...] non far soffrire, non essere violenti e non uccidere [...] anche al mondo animale».
Ora, sia chiaro: l'uomo non è il proprietario della creazione, bensì ne è l'amministratore, deve dunque prendersene cura, non deve devastarlo, deve rendere conto all'Autore del mondo. Ma questo non toglie che ne possa fare un giusto uso. Perciò, si può legittimamente discutere sul dolore inutilmente inflitto agli animali (e su cosa sia inutile si potrebbero fare molte disquisizioni opinabili), ma di sicuro è ineccepibile cibarsi di animali.
Uno dei più importanti antesignani di Brambilla & co è il filosofo Jeremy Bentham (1748-1832), secondo cui tra l'uomo e l'animale non sussiste una differenza qualitativa, perché – per questo filosofo inglese – il requisito che può tracciare dei confini tra i viventi non è la razionalità, ma la capacità di provare dolore. Per Bentham, tra l'uomo e l'animale non c'è una distinzione qualitativa, bensì solo di grado. Così, dice Bentham, «c'è stato un giorno [...] in cui la maggior parte delle specie umane, sotto il nome di schiavi, veniva trattata dalla legge esattamente come lo sono ancora oggi [...] le razze inferiori degli animali», ma «può arrivare il giorno in cui il resto degli animali del creato potrà accampare quei diritti di cui non si sarebbe mai potuto privarli, se non per mezzo della tirannia».
Si dirà che per Brambilla e Veronesi la differenza tra l'uomo e gli animali è anche qualitativa; ma, allora, il trattamento riservato all'uomo dev'essere enormemente diverso da quello verso gli animali: sono d'accordo Brambilla e Veronesi? In realtà, nelle loro dichiarazioni tale differenza tende a sfumare, quando essi affermano che gli animali hanno consapevolezza e coscienza. Ora, non vogliamo qui stare a fare (o chiedere loro) una definizione di questi termini. Il punto essenziale che va chiarito e tenuto fermo è il seguente: se negli animali superiori si trova una qualche forma di "intelligenza", nondimeno essa è qualitativamente inferiore a quella umana.
Lo rileva già in modo magistrale Aristotele, nel primo libro della Politica. Infatti (rimando per approfondimenti al mio articolo Uomo e animale: così diversi..., «il Timone», 99 [2011],), l'animale si accorge solo di alcune cose, cioè solo di quelle utili/dannose, piacevoli/dolorose, pericolose/vantaggiose e le altre cose del mondo non le percepisce; per contro, l'uomo si accorge di tutte le cose e non solo di quelle che gli possono essere utili/nocive e si interroga non solo sull'utilità/nocività, ecc. delle cose, ma anche sulla loro natura, cioè si chiede: «che cos'è questa cosa?», perché vuole conoscerla anche a prescindere dalla sua eventuale utilità/dannosità, vuole conoscere anche la verità sulle cose, il bene e il male, il giusto e l'ingiusto.
Inoltre, come ha scritto il filosofo Paolo Pagani, una cosa è usare oppure adattare qualcosa per farne uno strumento, come fanno sia l'uomo sia gli animali; un'altra è fabbricare strumenti, come fa solo l'uomo. È vero che nel 2000 una scimmia è stata indotta, grazie ad un lungo addestramento, a scheggiare delle pietre, ma ciò non costituisce una smentita della differenza qualitativa tra l'uomo e l'animale, bensì è un mero esempio di comportamento imitativo.
Potremmo proseguire a lungo sulla differenza qualitativa uomo-animale: dovremmo parlare di vari altri aspetti peculiari dell'uomo, come la libertà, la capacità di amare (ben diversa dalla cura animale, cfr. il mio articolo che ho già citato), il senso estetico, il senso etico, ecc.
Qui possiamo solo aggiungere che, a ben vedere, Bentham pare più conscio di una cosa che Brambilla e Veronesi non evidenziano. L'uccisione che gli animali ricevono dall'uomo di solito è meno dolorosa di quella che generalmente li coglie in mezzo agli altri animali: «La morte che ricevono da noi comunemente è, e può essere, una morte più veloce, e per questo meno dolorosa, di quella che li aspetterebbe nell'inevitabile corso della natura».
Inoltre, se la Brambilla è davvero convinta della differenza qualitativa tra l'uomo e l'animale, perché non si batte, e molto più energicamente, per la protezione degli esseri umani? Qualora per lei gli esseri umani allo stadio di embrione non fossero persone, si batta – e molto più energicamente che per gli animali – per i poveri, per gli sfruttati, per i derelitti, per gli handicappati, ecc. Se si dedicasse a questa causa, distogliendo per questo motivo parte delle sue energie e del suo tempo dalla promozione del turismo (alla cui tutela è designata Ministro della Repubblica), la elogeremmo volentieri.
Infine, un commento alla dichiarazione di Margherita Hack: «La scuola porti i bambini a vedere gli allevamenti intensivi, a sentire le urla strazianti dei vitellini o dei maialini, a verificare come un pollo cresce in gabbie in cui lo spazio per muoversi è pari a due terzi di un foglio A4». Ebbene, ci stiamo, ma ad un patto. Che la scuola italiana faccia anche vedere a tutti gli studenti il filmato "l'urlo silenzioso" (o qualcosa di analogo) in cui si vede, con gli ultrasuoni, un concepito d'uomo cercare di sfuggire, di divincolarsi, di scampare agli strumenti di un chirurgo che pratica un aborto e che lo ghermisce, lo dilania, e lo smembra. Ammesso e non concesso (ma non possiamo qui argomentare al riguardo) che l'embrione non sia persona, vale forse meno di un pollo?

Fonte: La Bussola Quotidiana, 06-07-2011

5 - AMIAMO DAVVERO GESU'?
Tra santa Teresa d'Avila e Flashdance, sant'Anselmo d'Aosta e Woody Allen
Autore: Costanza Miriano - Fonte: www.costanzamiriano.wordpress.com, 26/05/2011

Oggi al posto del messale ho infilato nella borsa il mio beauty con i trucchi. Stessa forma rettangolare, stesso colore rosa antico (quando una è rosa dentro è rosa dentro), vorrei dire stessa imprescindibilità per la mia esistenza, ma sarei blasfema. Per quanto, la lettura del giorno me la posso recuperare dalla Bibbia con un qualsiasi calendario liturgico, mentre dove lo trovo un Carbon della Mac, una cipria LeClerc, un correttore Studio 13 in caso di emergenza?
Me ne sono accorta, di avere preso l'oggetto sbagliato, lasciando mio figlio a scuola. (...) Siccome la sua campanella suona insieme a quella dell'inizio della messa, e siccome io sono sempre in ritardo, anche oggi mi sono persa il Vangelo (per questo ho il messale, mica perché sono particolarmente devota, è perché sono particolarmente schiappa). Non potendo meditare la lettura del giorno, e volendo contenere la mia mente che, se lasciata a briglia sciolta, si appunta su temi non propriamente spirituali, mi sono ricordata di santa Teresa d'Avila. Il suo confessore le suggeriva di agire sempre come se Gesù fosse seduto accanto a lei, come in realtà è, vicino (come fa, sennò, da lontano, a contare i capelli del nostro capo?). Ma l'idea di immaginarlo proprio vicino fisicamente è molto efficace, e infatti è un consiglio ricorrente di disciplina spirituale. Così ho seguito il resto della messa con un vicino di panca davvero speciale. Sarà una giornata ricca di questa compagnia inebriante, mi dicevo.
Appunto. Credo di non essere arrivata neanche al bar dall'altro lato della strada, il mio fornitore ufficiale di rotelle all'uvetta. Il mio trasporto mistico si è arenato prima, non so bene se al semaforo o, forse adesso ricordo, vedendo il video di Flashdance trasmesso per commuovere noi tardone sullo schermo dietro il bancone delle uvette. Tutta immersa nella divina conversazione con l'ospite dolce dell'anima, mi sono ritrovata a esultare con Jennifer Beals che passa l'audizione e trova il suo capo-fidanzato ad aspettarla fuori col cane e le rose. Ora, capisco a sedici anni, e va bene. Ma alla mia età non è serio commuoversi davanti a Flashdance abbandonando il consiglio di santa Teresa d'Avila.
Che vogliamo fare? Mantenere il raccoglimento, l'intenzione retta delle azioni è difficile. Almeno per me. E non credo che sia per colpa degli impegni, perché quando sei innamorata, alla persona amata ci pensi tutto il giorno e tutta la notte, qualunque cosa tu faccia.
E' vero che non si può vivere sempre in estasi, non che sia un rischio che corro, ed è vero che anche una neomamma pazza d'amore per il suo bambino, come credo siano tutte, poi piano piano quando il bambino comincia a crescere si stacca gradualmente, e reintegra tutto il resto della sua vita nella giornata, smettendo in qualche momento di dedicargli tutti i suoi pensieri, pur non smettendo mai di amarlo.
Però mi chiedo quanto davvero ci crediamo, noi, che quella è l'unica Via. Che Gesù Cristo è la Vita. Che è Lui che ci salva. Certe volte non è che anche noi diciamo di Dio, con Woody Allen, "credere? Non esageriamo. Diciamo che lo stimo"?
Nessun credente, per quanto avanti nel cammino spirituale, può dire di conoscere Dio, ma allo stesso tempo nessuno dovrebbe dimenticare che la vita è essenzialmente una ricerca di Lui, e una lotta.
Che io Ti cerchi desiderandoti, che io Ti desideri cercandoti, che io Ti trovi amandoti, che io Ti ami trovandoti, pregava sant'Anselmo d'Aosta. Come questo possa avvenire nel mentre ci si procaccia la rotella con l'uvetta per me è un mistero. Ma deve essere possibile. Deve, se san Paolo ci esorta: "sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio".  Ho riletto bene. Non c'è scritto "sia che vediate il video di Flashdance", ma secondo me il cuore può rimanere sempre in Dio.
Non per me, chiaramente, che io, personalmente, il trasporto lo perdo con una certa facilità.

Fonte: www.costanzamiriano.wordpress.com, 26/05/2011

6 - STEVE TYLER (LEADER DEGLI AEROSMITH E PADRE DELL'ATTRICE CHE INTERPRETA ARWEN NEL SIGNORE DEGLI ANELLI) RIMASE SCONVOLTO DALL'ABORTO DI SUO FIGLIO
La rock star degli anni '70 nel suo libro racconta: ''Si mette un ago nel ventre della mamma e viene iniettato il veleno, poi tirano fuori il bambino, morto; ero devastato, nella mia testa continuavo a ripetere: Gesù, cosa ho fatto?''
Autore: Raffaella Frullone - Fonte: La Bussola Quotidiana, 10-05-2011

"Gesù,  che cosa ho fatto?". Disperate, angosciate, terrorizzate, sono le uniche cinque parole che giravano vorticosamente in testa ad un padre l'attimo dopo aver assistito all'aborto del figlio. Non un padre qualunque, non un inesperto adolescente, non un uomo timido e insicuro alle prese con una situazione che non sapeva gestire, non un cattolico fervente la cui donna aveva deciso per due, no. Il grido silenzioso di rimorso è quello di Steve Tyler, rock star di fama internazionale nonché leader degli Aerosmith.
Era il 1975, anno dei primi travolgenti successi per il gruppo, esploso, anche sotto il profilo commerciale, con Toys in the attic, che ha venduto circa 8 milioni di copie, Sweet Emotion e Walk this way. Tyler, allora 27enne, si era trasferito a Boston ed aveva voluto con sé la giovanissima fidanzata Julia Holcomb. La ragazza allora aveva solo 14 anni e per consentire la convivenza tra i due, i genitori di Julia avevano firmato un permesso per affidare a Tyler la custodia legale della figlia.
A distanza di 35 anni, la vicenda viene a galla dalle pagine dell'autobiografia del gruppo, "Walk in this way", curata da Stephen Davis e da poco disponibile nelle librerie americane. Secondo quanto riportato nelle pagine del libro, Julia rimase incinta e l'enturage degli Arosmith convinse Tyler a prendere l'unica strada ragionevolmente possibile: quella dell'aborto. Un'esperienza di cui Tyler stesso parla proprio nel volume: «Ero davvero in crisi. Per me era un momento importante, stavo costruendo un progetto di vita con una donna, ma ci convinsero che non avrebbe mai funzionato e che avrebbe rovinato le nostre vite». Tyler e Julia si lasciano convincere ed è proprio la rock star a descrivere con poche, crude parole il momento che davvero segna la reale rovina delle loro vite. « E' semplice. Vai dal medico, si mette un ago nel ventre della mamma, e viene iniettato il veleno. Tu resti lì, a guardare. Poi tirano fuori il bambino, morto. Pochi minuti. Ero devastato, nella mia testa continuavo a ripetere "Gesù, cosa ho fatto?" ».
A descrivere lo stato d'animo di Tyler dopo l'aborto del figlio è anche l'amico Ray Tabano, chitarrista del gruppo che ha vissuto di riflesso il dramma del cantante «Tyler uscì stravolto da quell'esperienza. Era solo un ragazzo e il fatto di aver visto tutto, di avere vissuto tutto,  lo distrusse».
Sebbene negli anni dell'adolescenza Tyler avesse già avuto esperienze con alcool e marjuana, è l'aborto della sua fidanzata a segnare lo spartiacque più importante della sua vita, che degenera in maniera irreversibile. Pur continuando a vedere Julia, piombata in una crisi depressiva che la porterà a tentare più volte il suicidio, inizia una relazione con una modella di Playboy, Bebe Buell, che lo accompagna in un tour Europeo. La modella è la prima diretta testimone del baratro in cui cade Tyler: "Era pazzo, sempre completamente ubriaco, più volte è stato capace di distruggere il camerino che gli assegnavano. Tornati a Boston le cose non sono migliorate, un giorno tornando a casa l'ho trovato disteso in bagno completamente imbottito di droga. Era distrutto dal dolore». La situazione degenera a tal punto che la Buell, quando rimane incinta della figlia Lyv, nata nel 1977, realizza che è impossibile crescere un figlio con un uomo completamente fuori controllo al suo fianco e torna con il suo ex fidanzato, il produttore Todd Rundgren, che crescerà Lyv come fosse sua figlia.
Sebbene la vita disordinata di Tyler possa essere vista come la conseguenza del successo misto all'animo rock, gli esperti  riconoscono in questo tipo di atteggiamento i tratti tipici di uno stress seguito ad un grosso trauma: assumere droghe infatti non è che il tentativo di rimuovere ricordi e sensazioni. La rabbia inoltre, specialmente per un uomo è spesso espressione di un grosso senso di colpa che ha bisogno di essere espresso.
Di come la sua vita sia stata rovinata dalla droga, Tyler parla anche nella sua stessa autobiografia: «Mi sono sniffato la mia Porsche, il mio aereo e la mia casa. Ho buttato via 20 milioni di dollari per colpa della droga. Nonostante negli anni '80 fossi uno dei cantanti più celebri e pagati al mondo, ero sempre senza soldi per via degli stupefacenti».
Il libro è presentato dal cantante come «il racconto della sua discesa agli inferi»: «Salivo spesso sul palco con una cassetta piena di droga – scrive il cantante – Sono fortunato di essere ancora vivo». A nulla è valsa la sua permanenza in diversi centri di riabilitazione per disintossicarsi: «Se non fossi stato aiutato dagli altri, probabilmente sarei morto diverse volte» ha dichiarato «Ecco che cosa ho avuto dalla droga. Mi ha fatto allontanare dai figli, ha segnato in negativo la mia band, ha distrutto i miei matrimoni e spesso mi ha messo in ginocchio».
Una storia triste. Squallida se pensiamo che stiamo parlando di un talentuoso rocker che nella vita ha avuto possibilità straordinarie di successo oltre che di guadagno. Una storia che Tyler ha messo per iscritto in un libro che probabilmente è specchio del suo stato d'animo oggi "Does the noise in my haed bother you?" ovvero "Ti dà fastidio il chiasso nella mia testa?". No, non ci dà fastidio Tyler, e forse il chiasso è figlio di quella frase che come un vortice ti girava in testa in quella spoglia stanza d'ospedale "Gesù, che cosa ho fatto?"

Fonte: La Bussola Quotidiana, 10-05-2011

7 - FOCUS: RIVISTA DI SCIENZA O DI FANTASCIENZA?
La crisi economica? La guerra in Libia? Il terrorismo internazionale? Ma no... il problema pubblico numero uno da debellare è l'anidride carbonica prodotta nei matrimoni
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Bussola Quotidiana, 21/06/2011

La crisi economica? La guerra in Libia? Il terrorismo internazionale? Quisquilie signori miei. Il vero problema, a leggere Focus, è l'anidride carbonica, colpevole del surriscaldamento globale e quindi sicuro fattore inquinante. E' sempre lui il nemico pubblico numero uno da debellare: l'anidride carbonica. Purtroppo si tratta di un avversario subdolo, abile nel nascondersi, capace di permeare le attività più innocenti e trasformarle in bombe ecologiche mettendo così a repentaglio la salute di noi tutti. Non ci dobbiamo più difendere solo dalla desertificazione, dalla deforestazione, dalle discariche a cielo aperto e dalle polveri sottili che anneriscono i nostri polmoni. Ora il nemico si è infiltrato nelle pieghe più insospettabili della nostra vita. Tutto può inquinare, anche i momenti più gioiosi e peculiari dell'esistenza. Come un matrimonio.
Eh sì, nell'ultimo numero di Focus – Domande e Risposte in edicola da pochi giorni, si dice proprio questo: la celebrazione di un matrimonio inquina e non poco. Un titolo a due pagine infatti interroga così il lettore: "Quanto inquina un matrimonio in CO2?". La risposta pesa come un macigno sulla coscienza di quanti si sono già sposati e di quanti si apprestano a farlo: 7,5 tonnellate di CO2. Il tutto in un solo giorno.
I conti sono presto fatti e i solerti vigilantes ambientalisti di Focus non hanno dimenticato proprio nulla. Ecco dunque la Focus list che elenca, come una nuova Norimberga, i crimini ecologici dei futuri sposi e di quanti, in correità, con disarmante indifferenza e cinismo si sono buttati in questa festa davvero poco ecosostenibile.
Il primo gesto che offende madre natura è il trasporto tramite simpaticissima auto d'epoca della sposa in chiesa: 475 kg di anidride carbonica. Focus suggerisce la meno romantica ma più ecologica nuova 500. Ovviamente anche in questo caso i cattolici devono pur essere responsabili di qualche cosa. Ecco quindi che sul libro nero di Focus ci finisce anche la chiesa ove si svolge la funzione: il consumo elettrico produce 0,31 tonnellate di CO2 e, se non siamo in primavera, il riscaldamento 0,11. Roba da chiedere pronta confessione intanto che si è in chiesa. Poi ci sono gli spostamenti degli invitati al ristorante (si ipotizza un centinaio), il ristorante stesso e il pranzo. Ed arriviamo a quota 5,14 tonnellate. Ma la pignoleria degna dei migliori delatori stalinisti si spinge a scovare il marcio anche nelle attività in apparenza più innocenti: l'addobbare la chiesa con i fiori, la preparazione dell'album fotografico e degli inviti, il confezionamento degli abiti per la sposa, lo sposo e le damigelle. Ovviamente la parte da leone la fa il viaggio di nozze: 1,5 tonnellate di CO2. Insomma viene proprio da dire "e vissero felici e inquinanti".
Però l'ansia a questo punto ci cresce assai: a quando le incursioni di Greenpeace nelle chiese di mezzo mondo per bloccare questo scempio, impedendo agli sposi di pronunciare il fatidico "Sì lo voglio", e nei ristoranti al momento del taglio della torta? Almeno per non aggravare la situazione si eviti di mangiare sushi, aggiungiamo noi.
E dire che, a quanti di noi sguazzavano nell'ignoranza ambientalista più nera, il giorno delle nozze era sempre sembrato come il giorno più bello. (...)
Però al termine della lettura dell'articolo di Focus ci sorge qualche dubbio. Ma come farà Focus a stampare il proprio periodico non inquinando? Come riusciranno a non emettere CO2 i corrieri che distribuiscono la loro rivista nelle edicole e i lettori che si recano nelle stesse per acquistarla? Quanto inquinerà la sede di Focus? I dipendenti come raggiungono il loro posto di lavoro? A piedi?
Non è che sotto sotto Focus stia suggerendo che è meglio non sposarsi? E non solo perché il giorno del "Sì" inquina, ma anche per altri motivi? Meno matrimoni, meno bambini al mondo, meno gente che consuma e inquina e meno bocche che emettono CO2, ci verrebbe da concludere.
Pensate ad una esagerazione? Sbagliate. Nel 2009 la fondazione inglese Optimum Population Trust (OPT), che raccoglie il gotha dell'ambientalismo britannico, propose aborto e condom per ridurre le emissioni di anidride carbonica. Anche i sostenitori di questo progetto denominato PopOffsets si armarono di calcolatrice e arrivarono alla conclusione edificante che con il costo di 4 sterline per un preservativo si può impedire ad un bambino di venire al mondo e quindi risparmiare almeno una tonnellata di CO2.
Se si è stati poi così stolti da non aver usato queste precauzioni c'è comunque l'ultima spiaggia dell'aborto: "le 10 tonnellate di CO2 che vengono immesse durante un volo di andata e ritorno da Londra a Sydney, potrebbero essere compensate dall'eliminazione di un bimbo indesiderato in un Paese come il Kenya", aggiunge sempre la zelante OPT. Detto in altri termini: dato che necessariamente inquiniamo qualcuno deve pur pagare, con la sua vita, il biglietto aereo del bianco uomo d'affari. E secondo Roger Martin, direttore dell'OPT, il gioco vale la candela: "La riduzione di CO2 a 34 miliardi di tonnellate costerebbe 220 miliardi di dollari con il family planning, contro i mille miliardi di dollari che si dovrebbero spendere in caso di ricorso alle sole energie alternative".
Peccato che proprio lo stesso Malthus, celebre alfiere del controllo demografico, ammise che meno figli si hanno, più si consuma e quindi maggiore è l'inquinamento. Dati alla mano poi sono i single e non le persone sposate che consumano di più e quindi provocano maggiori emissioni di anidride carbonica.
Chiudiamo con una raccomandazione: speriamo che il lettore del presente articolo abbia scorso queste righe trattenendo il fiato. Altrimenti se Focus lo scopre sono guai.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 21/06/2011

8 - IL PAPA RIBADISCE CHE IL CONCILIO VATICANO II IMPONE IL PRIMATO DEL CANTO GREGORIANO, IL QUALE NON PUO' ESSERE CONSIDERATO SUPERATO
L'autentico soggetto della Liturgia è la Chiesa: quindi non è il singolo o il gruppo che celebra la Liturgia a poter disporre della Liturgia a propria discrezione o gusto personale
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: La Bussola Quotidiana, 31/05/2011

La Santa Sede ha reso pubblica il 31 maggio la lettera, formalmente datata 13 maggio 2011, che  Benedetto XVI ha inviato al Gran Cancelliere del Pontificio Istituto di Musica Sacra, il cardinale Zenon Grocholewski, in occasione delle celebrazioni del centenario di fondazione dell'Istituto. La pubblicazione di questo documento era molto attesa e segue alcune polemiche giornalistiche su un tema che, comprensibilmente, sta a cuore a molto fedeli e che ha visto purtroppo negli ultimi anni l'ampia diffusione di abusi.
Il Papa, sempre attento agli anniversari, ha ricordato che «cento anni sono trascorsi da quando il mio santo predecessore Pio X [1835-1914] fondò la Scuola Superiore di Musica Sacra, elevata a Pontificio Istituto dopo un ventennio dal Papa Pio XI [1857-1939]. Questa importante ricorrenza è motivo di gioia per tutti i cultori della musica sacra, ma più in generale per quanti, a partire naturalmente dai Pastori della Chiesa, hanno a cuore la dignità della Liturgia, di cui il canto sacro è parte integrante (cfr Conc. Ecum. Vat II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 112)».
Il Papa ha voluto specialmente ricordare che il Pontificio Istituto di Musica Sacra fa parte a pieno titolo del sistema delle università pontificie e ha un legame speciale con l'Ateneo Sant'Anselmo dei Benedettini, specializzato in liturgia. «Codesto Istituto - ha detto il Papa - che dipende dalla Santa Sede, fa parte della singolare realtà accademica costituita dalle Università Pontificie romane. In modo speciale esso è legato all'Ateneo Sant'Anselmo e all'Ordine benedettino, come attesta anche il fatto che la sua sede didattica sia stata posta, a partire dal 1983, nell'abbazia di San Girolamo in Urbe, mentre la sede legale e storica rimane presso Sant'Apollinare».
Ma la celebrazione non basta. Senza dubbio anche a fronte delle polemiche recenti, il centenario secondo il Pontefice dev'essere occasione per «cogliere chiaramente l'identità e la missione del Pontificio Istituto di Musica Sacra». A questo scopo, «occorre ricordare che il Papa san Pio X lo fondò otto anni dopo aver emanato il Motu proprio "Tra le sollecitudini", del 22 novembre 1903, col quale operò una profonda riforma nel campo della musica sacra, rifacendosi alla grande tradizione della Chiesa contro gli influssi esercitati dalla musica profana, specie operistica. Tale intervento magisteriale aveva bisogno, per la sua attuazione nella Chiesa universale, di un centro di studio e di insegnamento che potesse trasmettere in modo fedele e qualificato le linee indicate dal Sommo Pontefice, secondo l'autentica e gloriosa tradizione risalente a san Gregorio Magno [ca. 540-604]».
I problemi di oggi, ha voluto spiegare il Papa, non sono - come capita in tanti altri campi - così nuovi come molti credono. Anche cento anni fa c'erano influssi indebiti della «musica profana» su quanto si cantava in chiesa, anche se allora ci si appassionava alle opere più che alle canzonette. Ma il Magistero è sempre dovuto intervenire. E per cento anni, ha ricordato Benedetto XVI, il Pontificio Istituto di Musica Sacra è stato chiamato a studiare e diffondere «i contenuti dottrinali e pastorali dei Documenti pontifici, come pure del Concilio Vaticano II, concernenti la musica sacra, affinché possano illuminare e guidare l'opera dei compositori, dei maestri di cappella, dei liturgisti, dei musicisti e di tutti i formatori in questo campo».
La musica sacra, ha messo in luce il Pontefice, non sfugge al criterio fondamentale che fin dagli inizi del suo pontificato va illustrando in tutti i campi dove sono sorte perplessità e controversie nei tempi tumultuosi del postconcilio: le innovazioni ci sono state, ma vanno interpretate secondo una ermeneutica della «riforma nella continuità», che comprende una «naturale evoluzione» ma esclude ogni rottura. «Un aspetto fondamentale, a me particolarmente caro, desidero mettere in rilievo a tale proposito - ha sottolineato il Papa -: come, cioè, da san Pio X fino ad oggi si riscontri, pur nella naturale evoluzione, la sostanziale continuità del Magistero sulla musica sacra nella Liturgia.
In particolare, i Pontefici Paolo VI [1897-1978] e Giovanni Paolo II [1920-2005], alla luce della Costituzione conciliare "Sacrosanctum Concilium", hanno voluto ribadire il fine della musica sacra, cioè "la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli" (n. 112), e i criteri fondamentali della tradizione, che mi limito a richiamare: il senso della preghiera, della dignità e della bellezza; la piena aderenza ai testi e ai gesti liturgici; il coinvolgimento dell'assemblea e, quindi, il legittimo adattamento alla cultura locale, conservando, al tempo stesso, l'universalità del linguaggio; il primato del canto gregoriano, quale supremo modello di musica sacra, e la sapiente valorizzazione delle altre forme espressive, che fanno parte del patrimonio storico-liturgico della Chiesa, specialmente, ma non solo, la polifonia; l'importanza della schola cantorum, in particolare nelle chiese cattedrali».
Questi, ha detto il Papa, «sono criteri importanti, da considerare attentamente anche oggi. A volte, infatti, tali elementi, che si ritrovano nella "Sacrosanctum Concilium", quali, appunto, il valore del grande patrimonio ecclesiale della musica sacra o l'universalità che è caratteristica del canto gregoriano, sono stati ritenuti espressione di una concezione rispondente ad un passato da superare e da trascurare, perché limitativo della libertà e della creatività del singolo e delle comunità». Un errore: «il primato del canto gregoriano» è stato ribadito dal Concilio Ecumenico Vaticano II e non può essere considerato «superato».
Per evitare gli errori correnti in tema di musica sacra e liturgia, ha detto il Papa, «dobbiamo sempre chiederci nuovamente: chi è l'autentico soggetto della Liturgia? La risposta è semplice: la Chiesa. Non è il singolo o il gruppo che celebra la Liturgia, ma essa è primariamente azione di Dio attraverso la Chiesa, che ha la sua storia, la sua ricca tradizione e la sua creatività. La Liturgia, e di conseguenza la musica sacra, "vive di un corretto e costante rapporto tra 'sana traditio' e 'legitima progressio'", tenendo sempre ben presente che questi due concetti - che i Padri conciliari chiaramente sottolineavano - si integrano a vicenda perché "la tradizione è una realtà viva, include perciò in se stessa il principio dello sviluppo, del progresso" (Discorso al Pontificio Istituto Liturgico, 6 maggio 2011)».
«Altre forme espressive» diverse dal gregoriano e dalla polifonia non sono dunque escluse. Ma senza che il primato del gregoriano, che il Papa qui chiaramente riafferma, sia messo in discussione. E senza cedimenti al cattivo gusto e alla sciatteria, anzi con un «adeguato discernimento della qualità delle composizioni musicali utilizzate nelle celebrazioni liturgiche».

Fonte: La Bussola Quotidiana, 31/05/2011

9 - OMELIA XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A - (Mt 13,44-52)
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 24 luglio 2011)

La prima lettura di questa domenica riporta la bella preghiera del re Salomone, il quale domanda a Dio non tanto ricchezza e benessere personale, ma la sapienza necessaria per ben governare il popolo d'Israele e per distinguere il bene e il male. Questa preghiera piacque molto al Signore che gli concesse un cuore saggio e intelligente come nessuno lo aveva avuto in precedenza.
Anche a noi è necessaria la sapienza per comprendere ciò che ci è necessario e per capire qual è la cosa più importante nella nostra vita, ovvero il raggiungimento della salvezza eterna. Gesù ci fa comprendere questa esigenza con le tre bellissime parabole del Vangelo di oggi. Le prime due, quella del tesoro nascosto e quella della perla preziosa, ci mostrano il valore inestimabile del Regno dei cieli, per avere il quale bisogna essere pronti a rinunciare a tutto, anche alle cose più care.
Nella prima parabola si narra di un uomo che per caso trova un tesoro in un campo. Pieno di gioia egli vende tutti i suoi averi, e poi compra quel campo. Così dovrebbe fare ogni cristiano: scoperto l'inestimabile tesoro della Vita eterna, egli non dovrebbe esitare a rinunciare a tutto pur di assicurarsi un bene così grande. Così fece san Francesco d'Assisi, il quale rinunciò alla ricca eredità paterna, rinunciò a un brillante futuro di mercante e di cavaliere, e fece suo il tesoro nascosto della povertà accettata per il Regno dei cieli. Egli – diceva un suo biografo – era desideroso di povertà più di quanto un avaro poteva essere bramoso di ricchezze. A chi voleva seguirlo, san Francesco chiedeva come prima condizione la rinuncia a tutti i propri averi per diventare cavaliere di Madonna Povertà.
L'insegnamento della seconda parabola, quella della perla preziosa, è identico. Per avere questa perla bisogna vendere tutti i propri averi. È questo l'affare della vita, o meglio, della Vita eterna. I Santi sono stati quelli che hanno avuto questa sapienza e abilità nel riuscire in questo affare fondamentale. Tanti, purtroppo, si fanno ingannare dai beni e dai piaceri di questa vita terrena e non riescono ad acquistare la "perla preziosa" della salvezza e dell'eterna comunione con Dio.
Chiediamo anche noi il dono della sapienza, per distinguere ciò che è bene e ciò che è male, e per dare il giusto valore ad ogni cosa. L'importanza di questa scelta è messa in luce dalla terza parabola, quella della rete gettata in mare. Quando è piena, la rete viene portata a riva, e i pescatori «raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi» (Mt 13,48). Questo esempio descrive bene il Giudizio che ci sarà al termine della vita: «Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti» (Mt 13,49-50). La fede ci insegna che subito dopo la morte saremo giudicati e riceveremo la giusta retribuzione per come ci siamo comportati in questa vita. Se moriremo in peccato mortale, andremo eternamente all'inferno; se lasceremo questa vita in grazia di Dio, saremo salvi. Inoltre, se nonostante la salvezza ottenuta, avremo ancora da scontare dei peccati, andremo per un certo tempo in Purgatorio, per poi entrare purificati in Paradiso. Alla fine dei tempi ci sarà inoltre il Giudizio universale: tutti saranno di nuovo giudicati e questo secondo giudizio non farà che confermare il giudizio particolare sostenuto al termine della nostra vita. Dopo di che ci sarà la risurrezione della carne, e il corpo risorto si riunirà all'anima.
La vera sapienza ci fa vivere nell'attesa di questo giudizio. Lo stolto non ci pensa, ma il prudente si prepara ogni giorno a questo esame decisivo per la sua eternità. Dobbiamo essere pronti a rinunciare a tutto ciò che possa mettere in pericolo il possesso di questa "perla preziosa". Pensiamo alla moltitudine di persone che per seguire Dio hanno abbandonato tutto, carriere, onori, ricchezze, e hanno riempito monasteri, conventi, seminari; o hanno sopportato gli insulti e il disprezzo del mondo, la povertà, la persecuzione e persino il martirio! Persone sapienti che hanno capito il senso profondo delle Beatitudini. Gesù non chiede poco per il raggiungimento del Regno, chiede tutto; ma è anche vero che non promette poco, promette tutto.
Per guarire da una grave malattia, tante volte l'uomo è disposto a sottoporsi a cure molto dispendiose, fino a perdere tutti i suoi averi. Se così è per salvaguardare la vita terrena, molto di più dovrà esserlo per la Vita eterna: rinunciare a tutto per avere il Tutto, ovvero Dio, la comunione con Lui, il Paradiso.
San Paolo, nella seconda lettura, ci fa comprendere che la nostra vocazione comune è quella di essere conformi all'immagine del Figlio di Dio, quella di partecipare alla natura divina. Questa è una grazia grandissima che, da sola, sorpassa di gran lunga tutti i beni che possiamo trovare su questa terra. Di fronte ad un bene così grande, noi non dobbiamo lasciarci ingannare dalle lusinghe di questo mondo; dobbiamo vivere di fede e fissare lo sguardo ai beni eterni che ci attendono nei Cieli. Anche se avremo da soffrire, ci servano di incoraggiamento le parole dell'Apostolo: «Tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno» (Rm 8,28). Il soffrire passa, i meriti rimangono, e una grande ricompensa spetterà a tutti quelli che amano Dio.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 24 luglio 2011)

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