BastaBugie n°203 del 29 luglio 2011

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1 COMBATTI IL DRAGO CHE E' IN TE
Nella coppia significa accettare le incomprensioni, le piccole delusioni, le ferite, le volte in cui non ci sentiamo valorizzati, capiti davvero, cercando di non cedere alla tentazione di pensare che con un'altra persona sarebbe diverso
Autore: Costanza Miriano - Fonte: www.costanzamiriano.wordpress.com
2 RADIO RADICALE ATTACCA LA CHIESA E I CRISTIANI, MA POI RICEVE AIUTO DAI RAPPRESENTANTI DEL MONDO CATTOLICO
Clamoroso l'esempio di Eugenia Roccella (figlia del fondatore, insieme a Pannella, del Partito Radicale) la quale, pur essendo a tutt'oggi a favore del divorzio e dell'aborto è diventata portavoce del Family Day e poi editorialista di Avvenire e opinionista dell'Osservatore Romano
Autore: Francesco Agnoli - Fonte: Libertà e Persona
3 RADIO RADICALE VIENE FINANZIATA DAL PARLAMENTO OGNI ANNO CON 10 MILIONI DI EURO: SONO I NOSTRI SOLDI, I MIEI E I TUOI!
Vediamo i nomi dei politici cattolici (o presunti tali) che appoggiano ogni anno il finanziamento di Pannella, Bonino e compagni
Autore: Danilo Quinto - Fonte: La Bussola Quotidiana
4 IL TAR DEL PIEMONTE, BASANDOSI SULLA LEGGE 194 SULL'ABORTO, ESPELLE I VOLONTARI PRO LIFE DAI CONSULTORI PUBBLICI
Bloccata l'iniziativa di Roberto Cota, Governatore della Regione, il quale aveva aperto le porte alla collaborazione con Federvita Piemonte guidato da Marisa Orecchia
Autore: Mario Palmaro - Fonte: La Bussola Quotidiana
5 REBECCA E LUCIA, UN CUORE SOLO E FEGATO E INTESTINO FUSI INSIEME: E' LECITO SEPARARLE?
L'azione è lecita se si rispettano tutti e cinque i criteri previsti dal principio del duplice effetto
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Bussola Quotidiana
6 L'AFRICA DOPO LA COLONIZZAZIONE: SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO
Cinquant'anni dopo la decolonizzazione, l'Africa gode di pessima salute, nonostante la libertà, la democrazia e l'ingente quantità di denaro arrivato dall'Occidente
Autore: Anna Bono - Fonte: Il Timone n.104
7 LE INTERESSANTI SENTENZE EMESSE NEI CASI DI RIFIUTO DI TRASFUSIONE DI SANGUE DA PARTE DEI TESTIMONI DI GEOVA
Ecco perché non serve la legge sulle DAT: non esiste legge al mondo che possa ostacolare l'arbitrio dei giudici ed inoltre non c'è un fenomeno così diffuso da rendere necessaria una legge
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Bussola Quotidiana
8 LETTERE ALLA REDAZIONE: MASCHILISMO E FEMMINISMO HANNO UNA RADICE COMUNE PERCHE' RITENGONO ENTRAMBI CHE L'UOMO SIA SUPERIORE IN DIGNITA'
Sono una donna, detesto il femminismo e lo ritengo molto, molto, più deleterio del maschilismo
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie
9 OMELIA XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A - (Mt 14,13-21)
Voi stessi date loro da mangiare
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - COMBATTI IL DRAGO CHE E' IN TE
Nella coppia significa accettare le incomprensioni, le piccole delusioni, le ferite, le volte in cui non ci sentiamo valorizzati, capiti davvero, cercando di non cedere alla tentazione di pensare che con un'altra persona sarebbe diverso
Autore: Costanza Miriano - Fonte: www.costanzamiriano.wordpress.com, 4/06/2011

C'è una strana sensazione che mi perseguita da giorni, da mesi. E non sapevo darle un nome. Strano perché di solito mi analizzo anche troppo, e mi diagnostico da sola varie turbe delle quali di solito mi dimentico entro poche ore, quando il buon senso sussulta e mi richiama all'ordine, invitandomi a occuparmi di chi mi circonda, soprattutto se appartenente alla mia prole.
Invece in questo indecifrabile stato d'animo mi dibatto da mesi. Precisamente da quando sono cominciate a uscire le recensioni al mio libro, e ho ricevuto messaggi e apprezzamenti fin troppo lusinghieri. (...) A qualche scriteriato è venuto in mente di chiamarmi genio, o addirittura genio cosmico. La sensazione che mi affligge da mesi ha preso corpo. Esattamente è questa: "se sapessero".
Gli apprezzamenti ricevuti sono fuori luogo. Del tutto. Senza appello. Non sono un genio, e va be', su questo non ci piove.
Ma non sono neanche così una bella persona come sembra venire fuori dal mio libro, nel quale mi sono limitata a mettere insieme cose buone che ho ascoltato e che io esattamente come tutti fatico a vivere.
L'unica sapienza di noi cristiani è la croce di Gesù Cristo. Quando ci sbatti il naso, contro la croce, quando ti viene addosso, l'unica cosa che sai è che sei un nulla, una briciola, e che esisti e sei vivo, in ogni istante, per un atto di amore totalmente gratuito e immeritato di Dio. Un Dio che ha sofferto, è morto e risorto per te, indicando così la strada.
Nessuno è buono se non Dio, e se qualcuno (tipo me) lo sembra è solo perché finge bene. Oppure perché piano piano, servendo, riesce ogni tanto a tramortire il drago che gli sta dentro, sta in OGNUNO di noi. Un drago che non è mai morto, fino a che non tiriamo anche noi le cuoia.
Tutto il resto sono chiacchiere, e io sì, su quelle probabilmente sono brava. Posso chiacchierare per ore con chiunque e di qualsiasi argomento.
L'annuncio della Chiesa nei primi tempi era semplicemente questo, come mi ha ricordato qualche giorno fa padre Emidio. La lettura della passione, morte e risurrezione di Cristo. Questo è quello che si chiede a noi cristiani.
Per noi che siamo sposati, uomini e donne, la via della passione e della morte – e anche della risurrezione – è quella della famiglia. Farci carico delle necessità dei figli, accettare, anche dolorosamente, la loro libertà quando crescono, accompagnarli e tutto il resto che si sa. Servire, servire sempre. Fare spazio. Dare così ogni giorno una bottarella a quel drago (il mio ha ripreso pigolo da quando ricevo tutti questi complimenti).
Nella coppia significa accettare le incomprensioni, le piccole delusioni, le ferite, le volte in cui non ci sentiamo valorizzati, capiti davvero, cercando di non cedere alla tentazione di pensare che con un'altra persona sarebbe diverso. Tante coppie cadono in questa illusione e buttano via tutto.
Invece proprio il luogo della tua passione (lui/lei non mi capisce, mi tarpa le ali, non mi valorizza) è esattamente il luogo della risurrezione. Bisogna starci e non c'è altra via per arrivare vivi al sepolcro. (...)
Per capire il volere di Dio i religiosi hanno prima di tutto il voto dell'obbedienza. Anche se un loro superiore sbaglia, loro sanno che obbedendo a lui obbediscono a Dio.
Noi sposati abbiamo il coniuge. E' lui la via che Dio ha scelto per amarci, ed è a lui che dobbiamo cercare di obbedire. Accogliere la sua idea, soprattutto quando è diversa dalla nostra è aprirci all'obbedienza, non mettere da parte Dio. Quando invece lo scansiamo e viviamo secondo il nostro istinto, andiamo dietro all'emotività, scantoniamo dalla via della croce e prendiamo sicuramente una cantonata.
Sia chiaro che per tutti è la stessa fatica. Ma nessuno sfugge, neanche quelle furbette che si proclamano sottomesse, ehm.

Fonte: www.costanzamiriano.wordpress.com, 4/06/2011

2 - RADIO RADICALE ATTACCA LA CHIESA E I CRISTIANI, MA POI RICEVE AIUTO DAI RAPPRESENTANTI DEL MONDO CATTOLICO
Clamoroso l'esempio di Eugenia Roccella (figlia del fondatore, insieme a Pannella, del Partito Radicale) la quale, pur essendo a tutt'oggi a favore del divorzio e dell'aborto è diventata portavoce del Family Day e poi editorialista di Avvenire e opinionista dell'Osservatore Romano
Autore: Francesco Agnoli - Fonte: Libertà e Persona, 19/07/2011

E' bene, ogni tanto, dire le cose come stanno. Perché ci sono momenti in cui, a mio avviso, la misura è colma. In questi giorni radio radicale torna all'attacco, per incassare i suoi soliti 10 milioni di euro.
Crisi economica o meno, chissenefrega, 10 milioni di euro (all'anno, per 3 anni) sono e i radicali, quelli che si battono contro il finanziamento pubblico ai partiti (degli altri), li vogliono tutti: certo non saranno loro a preoccuparsi per i tagli che colpiscono, per esempio, le famiglie. Nessuno di loro ne ha una, e il loro unico impegno, si sa, è per distruggerne il più possibile.
Ebbene, si diceva, 10 milioni di euro! Per averli Pannella e Bonino sono andati a bussare a tutte le porte. E come sempre, le hanno trovate tutte aperte, a destra come a sinistra. E' sempre successo così. Alla fine i radicali hanno pochissimi voti, ma uomini dovunque: radicali veri; ex radicali ancora affezionati alla casa madre; radicali sotto mentite spoglie, come Della Vedova; radicali in prestito, come Daniele Capezzone...
L'elenco di queste personaggi sarebbe troppo lungo, poco meno dell'elenco incredibile di quelli che hanno prontamente firmato, come sempre, l'appello in favore della radio stessa. Tra i firmatari, come ha denunciato Danilo Quinto sulla sempre più bella e coraggiosa Bussolaquotidiana, molti "cattolici".
Cattolici dei miei stivali, verrebbe da dire, al cattolico rozzo e reazionario che scrive. Cattolici che ritengono essenziale che lo Stato versi milioni di euro all'uomo, Marco Pannella, che ha rovinato il paese con i suoi referendum nichilisti; alla radio che da anni e anni di batte per: aborto; divorzio; divorzio breve; "rientro dolce" dell'umanità da 6 a 2 miliardi; droga libera; eutanasia; tentativi di incriminare Benedetto XVI per pedofilia; manipolazione genetica; eliminazione seriale degli embrioni per scopi curativi; clonazione...
Li volete, questi nomi? Da Pierluigi Castagnetti a Giuseppe Fioroni, da Gianfranco Rotondi a Savino Pezzotta...(http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-i-soldi-di-pannella-2508.htm). E oltre a costoro: la focolarina Maria Letizia De Torre, Dario Franceschini, la prodiana Marina Magistrelli, Eugenia Roccella, Bruno Tabacci...
Se avete letto bene i nomi, forse ne avrete notati in particolare due: Eugenia Roccella e Savino Pezzotta. Qualcuno ricorderà bene: i portavoce del Family Day del 2007! Coloro che accettarono senza indugi di rappresentare oltre un milione di cattolici che manifestavano per la famiglia, contro le politiche radicali della sinistra. Queste stesse persone, che ora sostengono Pannella, Bonino e radio radicale, hanno costruito la loro carriera politica anche sul Family Day (grazie al quale sono stati in tv per lunghi mesi e dopo il quale sono entrati in Parlamento).
Due parole, in particolare, sull'ex radicale Eugenia Roccella, visto che delle piroette dei democristiani non si stupisce più nessuno. Roccella, dicevo: persona squisita, intelligente, simpatica, lo dico davvero, che però ha il vizietto, per me, di essere ancora pro divorzio e pro aborto. Di essere una fan della legge 194, quella in nome di cui il Tar del Piemonte esclude i volontari pro vita persino dai consultori. Si può, con questo vizietto, rappresentare il mondo cattolico?
Eppure Roccella, causa la sua nobile battaglia contro la Ru 486, è diventata improvvisamente editorialista di Avvenire, opinionista dell'Osservatore Romano, portavoce del Family Day, e, quando si volle fare una nomina "cattolica" al ministero strategico della Salute, sottosegretario! Una enfant prodige dietro cui si è mosso, a quanto sembra, l'astuto cardinal Ruini. Ma sono troppo astute, certe tattiche: si scelgono persone a modino, che non urtino la sensibilità laicista, che abbiano ancora gli "amici giusti" e un pedigree presentabile (Roccella è stata una delle principali artefici della legge 194 negli anni Settanta)... peccato che poi ci si debba accorgere di aver portato al governo chi delle idee cattoliche non si fa difensore, né a parole, né coi fatti. Ma così è.
Che ci tocchi sentire, un giorno, che una parte dell'8 per mille va data ai radicali e alla loro radio, perché si battono contro la fame nel mondo (incentivando l'eliminazione dei bambini)? Se questi sono i cattolici, può anche succedere...

Fonte: Libertà e Persona, 19/07/2011

3 - RADIO RADICALE VIENE FINANZIATA DAL PARLAMENTO OGNI ANNO CON 10 MILIONI DI EURO: SONO I NOSTRI SOLDI, I MIEI E I TUOI!
Vediamo i nomi dei politici cattolici (o presunti tali) che appoggiano ogni anno il finanziamento di Pannella, Bonino e compagni
Autore: Danilo Quinto - Fonte: La Bussola Quotidiana, 19/07/2011

Preceduto da un servizio intitolato "Pedofilia: che cosa sapeva il Papa", il canale di Sky "Current" ha mandato in onda in prima serata, il 14 luglio, il primo episodio del film-documentario "The Vatican Insider - Il denaro in nome di Dio".
Presentato come un documento dal respiro internazionale, che "si propone di raccontare la realtà della Chiesa cattolica in maniera esaustiva, chiara, indipendente. Un viaggio senza precedenti tra i misteri dello Stato più piccolo e segreto del mondo", in realtà si è trattato di un delirio, durante il quale alla Chiesa – da che pulpito, poi – è stata insegnata la morale. (...)
Il "pezzo forte" della serata sono state indubbiamente le clamorose dichiarazioni dei due radicali intervistati. "Lo scopo della Chiesa è fare soldi", hanno affermato. (...) Quanta ostentazione di candore!
In realtà, ad aver campato alle spalle dello Stato per tanti anni sono proprio quei radicali che pretendono di insegnare la morale alla Chiesa. E, purtroppo, sono molti i cattolici – ministri e parlamentari – ad aver contribuito direttamente o ad aver operato con l'omissione, garantendo l'esistenza di un gruppo che, nel corso dei decenni, ha manipolato la società italiana, fino a contribuire, in maniera determinante, a farla divenire una società secolarizzata.
I radicali hanno usufruito, in tutto questo tempo, di una quantità enorme di denaro di provenienza pubblica e la loro esistenza è stata consentita grazie a quelle decisioni, prese, di volta in volta, da entrambi gli schieramenti, con uno spirito e una volontà bipartisan senza precedenti.
Partendo dagli anni più recenti si deve ricordare che nell'agosto 2008 (governo Berlusconi) Radio Radicale – per limitarci solo a questa fonte di entrata - è stata l'unica emittente esclusa dal ridimensionamento dei fondi pubblici per l'editoria in quanto impresa radiofonica privata che ha svolto attività di interesse generale ai sensi della legge 7 agosto 1990, n. 230. La legge che riconosce le "imprese radiofoniche private che abbiano svolto attività di informazione di interesse generale" viene approvata nel 1990, per riconoscere le emittenti radiofoniche che avessero nei tre anni precedenti "trasmesso quotidianamente propri programmi informativi su avvenimenti politici, religiosi, economici, sociali, sindacali o letterari per non meno di nove ore comprese tra le ore sette e le ore venti" e avessero "esteso il numero di impianti al 50 per cento delle province e all'85 per cento delle regioni". Nello stesso anno, viene approvata la cosiddetta "Legge Mammì", che attribuisce alla RAI il compito di trasmettere le sedute parlamentari.
Quando il governo (Prodi), nel 1997, rifiuta di rinnovare la convenzione con Radio Radicale per la trasmissione del Parlamento e la Rai si accinge a creare la propria rete radiofonica, senatori a vita, presidenti emeriti della Corte Costituzionale – l'organo che Pannella definisce "la cupola della mafiosità partitocratica - chiedono al governo di considerare decaduta la disposizione della legge Mammì che imponeva la realizzazione della rete radiofonica Rai per il Parlamento, di prorogare per altri 3 anni la convenzione con Radio Radicale e di affidare la convenzione in occasione del rinnovo successivo tramite una gara. Viene così approvata la legge 11 luglio 1998, n. 224: "Trasmissione radiofonica dei lavori parlamentari e agevolazioni per l'editoria". Mentre la legge conferma "lo strumento della convenzione da stipulare a seguito di gara" e nelle more rinnova la convenzione con Radio Radicale per un ulteriore triennio, viene mantenuto l'obbligo per la Rai di trasmettere le sedute parlamentari tramite Gr Parlamento, impedendole però di ampliare la rete radiofonica fino all'entrata in vigore della legge di riforma generale del sistema delle comunicazioni.
Nel 2001, 2004 (governo Berlusconi) e 2006 (governo Prodi), la convenzione con Radio Radicale viene rinnovata ogni volta all'interno delle disposizioni della legge finanziaria. Proprio nel 2006 – il 28 luglio, la seduta è la numero 28 del Senato della Repubblica - Domenico Gramazio, di Alleanza Nazionale, rivolge un'interrogazione a risposta scritta (la numero 4-00411 degli atti parlamentari) al Presidente del Consiglio dei Ministri, Romano Prodi. I radicali sono per la prima volta al governo: Emma Bonino è Ministro del Commercio Internazionale ed alle Politiche europee. Gramazio scrive: "Nel mese di ottobre 2006 viene a scadenza la convenzione tra la Presidenza del Consiglio dei ministri ed il Centro di produzione s.p.a., proprietaria di Radio Radicale; i fondi confluenti in questa società, che percepisce finanziamenti quale organo di stampa della Lista Pannella e compensi per la trasmissione di servizi parlamentari, sembra che vengano trasferiti nelle casse della Lista Pannella, in tal modo finendo per costituire un ulteriore, surrettizio finanziamento pubblico al partito; dai bilanci pubblicati del Partito Radicale nell'anno 2004 risulta che questo ha un debito verso il Centro di produzione, ma un credito nei confronti della Lista Pannella del medesimo importo. Ciò potrebbe costituire, a giudizio dell'interrogante, sostanzialmente una partita di giro, che potrebbe preludere a surrettizi trasferimenti di somme tra Centro di produzione s.p.a. e Lista Pannella, utilizzando quale mezzo il Partito radicale. Si chiede di sapere: quali controlli vengano esercitati dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento dell'editoria, perché i fondi assegnati siano effettivamente destinati alle finalità previste nella convenzione". La risposta è il silenzio.
Il 30 dicembre 2009 (governo Berlusconi), con la pubblicazione del decreto legge "Milleproroghe" in Gazzetta Ufficiale, la convenzione viene di nuovo rinnovata: la durata viene ridotta da tre a due anni e l'importo da 10 milioni di euro a 9,9 milioni di euro l'anno.
La convenzione scade il 31 dicembre di quest'anno. Pannella ne sta già parlando da tempo. In questo modo: "Ricordo ancora una volta ai nostri ascoltatori: si informino di come Tremonti, e quindi Berlusconi, continuano a comportarsi da 2-3 anni, avendo di mira la speranza di ammazzare Radio Radicale. E devo dire: non ci contino (…). Il ministro Romani è ben disposto; per un altro verso ci può entrare anche il ministro della Cultura, Galan, che è ben disposto; però sono bene disposti e sono totalmente impotenti di andare nella direzione che sinceramente auspicano. Non parliamo di Gianni Letta che comunque resta, ed è sempre rimasto, attento ed impegnato, anche perché è stato sempre un ascoltatore della radio, non solo per controllarla, ma evidentemente perché riteneva fosse utile ascoltarla".
Intanto, durante la discussione sulla manovra finanziaria, è stato presentato un ordine del giorno – dichiarato inammissibile dal Presidente della Camera per estraneità di materia – che "impegna il Governo a provvedere, entro la fine del 2011, alla proroga della convenzione tra il Ministero dello sviluppo economico e la Centro di produzione S.p.a., per gli anni 2012, 2013, 2014 stipulata ai sensi dell'articolo 1, comma 1, della legge 11 luglio 1998, n. 224, individuando, allo scopo, le risorse necessarie quantificate in 10,2 milioni di euro per ciascuno degli anni".
Riferisce il sito di Radio Radicale, che "subito dopo la dichiarazione di inammissibilità, i deputati radicali hanno continuato la raccolta delle firme trasformando l'atto istituzionale in atto politico. Ora la raccolta delle sottoscrizioni è aperta anche ai senatori, ai deputati europei e ai consiglieri regionali di tutta Italia che, con la loro firma, intendano sostenere Radio Radicale e il servizio pubblico che svolge". Sono oltre 190 i parlamentari che ad oggi hanno sottoscritto il testo. Tanti bei nomi di tutti i gruppi parlamentari e tanti cattolici o che si professano tali: da Pierluigi Castagnetti a Giuseppe Fioroni, da Gianfranco Rotondi a Savino Pezzotta; da Luigi Bobba a Renato Farina; nella lista dei firmatari c'è perfino Eugenia Roccella, già portavoce del "Family Day" e Sottosegretario di Stato alla Salute.
Cosa spinge tutti costoro a sostenere con i soldi delle nostre tasse il finanziamento di un partito che ha come unico scopo quello di eliminare o rendere irrilevante la presenza cattolica nella società e promuovere battaglie contro la vita, la famiglia e la libertà di educazione?

Nota di BastaBugie: per approfondire, leggi i seguenti articoli cliccando sul link

IL PARLAMENTO CONFERMA ANCHE QUEST'ANNO 10 MILIONI DI EURO PER RADIO RADICALE: VI PARE GIUSTO?
Ecco come i nostri soldi finiscono per finanziare Pannella e Bonino senza che nessuno protesti (nemmeno i politici cattolici)
di Danilo Quinto
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3050

I MILLE TENTACOLI DEL PARTITO RADICALE: UNA LISTA INFINITA DI ISCRITTI
Franco Battiato, Giorgio Albertazzi, Tinto Brass, Francesco De Gregori, Edoardo Bennato, Dario Argento, Pippo Baudo, Liliana Cavani, Licia Colò, Luciano De Crescenzo, Marco Columbro, Loretta Goggi, Francesco Guccini, Sabina Guzzanti, Nino Manfredi, Michele Mirabella, Alba Parietti, Maurizio Costanzo, Ornella Vanoni, Luca Barbareschi, Gigi Proietti, Milva, Andrea Bocelli, Vittorio Gassman, Paolo Villaggio, Renato Zero, Renato Pozzetto, Renzo Arbore, Ennio Morricone, Corrado Guzzanti, Alberto Lattuada, Gianni Minoli, Sergio Castellito, Oliviero Toscani, Stefano Rodotà, Eugenio Scalfari, Gianni Vattimo, Eugenio Montale, Pier Paolo Pasolini, Domenico Modugno, Ilona Staller (in arte Cicciolina), ecc. ecc. ecc.
di Danilo Quinto
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=1942

Fonte: La Bussola Quotidiana, 19/07/2011

4 - IL TAR DEL PIEMONTE, BASANDOSI SULLA LEGGE 194 SULL'ABORTO, ESPELLE I VOLONTARI PRO LIFE DAI CONSULTORI PUBBLICI
Bloccata l'iniziativa di Roberto Cota, Governatore della Regione, il quale aveva aperto le porte alla collaborazione con Federvita Piemonte guidato da Marisa Orecchia
Autore: Mario Palmaro - Fonte: La Bussola Quotidiana, 19-07-2011

Fuori i volontari pro life dai consultori pubblici. Lo ha stabilito il Tar del Piemonte, che è intervenuto a piedi uniti sulla decisione del Governatore della Regione, Roberto Cota, il quale - insieme alla maggioranza sostenuta da Lega e Partito della Libertà - aveva invece aperto le porte alla collaborazione con la Federazione piemontese del Movimento per la Vita, guidata da Marisa Orecchia.
La sentenza del Tar ha un forte significato politico. I giudici amministrativi, infatti, hanno cancellato un "esperimento" che poteva avere una straordinaria rilevanza innovativa anche a livello nazionale, perché vedeva una regione italiana riconoscere ai volontari antiabortisti un ruolo attivo all'interno delle strutture dello stato. Strutture nelle quali abitualmente prevale la logica della mera certificazione della volontà della donna, al punto che certi consultori si meritano l'appellativo di "abortifici".
Il Tar piemontese ha voluto lanciare un segnale a tutte le regioni: castigare un governatore per ammonirli tutti. Con questa decisione si è voluto stoppare una scelta forte di Roberto Cota, leghista e cattolico, che nella sua campagna elettorale si era impegnato pubblicamente sul fronte dei valori non negoziabili. Cota aveva anche sottoscritto pubblicamente un "Patto per la vita", chiamando alcuni esponenti del mondo cattolico – Massimo Introvigne, Mauro Ronco, Maria Paola Tripoli e la già citata Marisa Orecchia – a fare da "garanti" all'effettiva attuazione degli impegni assunti. Questa scelta ha permesso a Cota di sconfiggere, contro molte previsioni, il suo avversario, l'abortista e laicista Mercedes Bresso, sostenuta per altro dall'Udc di Pierferdinando Casini.
Appena eletto, Cota ha onorato i suoi impegni, e il Tar gli ha risposto con questa decisione evidentemente punitiva e ideologica.
Ma questa sentenza amministrativa dice anche un'altra cosa, forse ancor più importante: conferma che la 194 del 1978 è una legge totalmente, inequivocabilmente abortista. Da molti anni si è diffusa nel mondo cattolico una leggenda, quella secondo cui il legislatore italiano avrebbe voluto, con la 194, combattere la piaga dell'aborto. Questa tesi sarebbe stata corroborata dall'esistenza di una "parte buona" della legge, rimasta inapplicata, orientata a dissuadere la donna intenzionata all'aborto. Il legislatore del 1978 voleva aiutare la donna a cambiare idea, ma poi – a causa di una distrazione collettiva durata 30 anni – questa nobile intenzione sarebbe stata dimenticata.
Ora, purtroppo nulla di tutto questo corrisponde a verità, e i giudici del Tar lo hanno dimostrato. Il legislatore del 1978 – un misto di istanze comuniste, socialiste, radicali e cattocomuniste – volle effettivamente "socializzare" l'aborto, cioè far pagare allo Stato l'aborto (negli Usa non è così) e prevedere la rimozione delle cause che inducevano la madre a richiedere l'aborto. Ma questa azione di assistenza sociale è preceduta da una barriera invalicabile: l'autodeterminazione della donna. Se è lei a chiedere un aiuto, allora la si aiuti. Se vuole soldi, latte in polvere e una casa, la si mandi dai soliti cattolici, che qualcosa si inventeranno. Ma questo non c'entra nulla con un'iniziativa unilaterale dello Stato, che cerchi di convincere una madre a cambiare idea sull'aborto.
Il nodo è precisamente questo. Lo stato italiano con la legge 194 ha voluto sancire la sua totale neutralità di fronte alla condotta della donna: che scelga per la vita o contro la vita, non fa alcuna differenza. Questa logica ispiratrice della legge 194  si traduce coerentemente nei suoi articoli e nella pluridecennale giurisprudenza che l'ha interpretata e applicata. Ed è proprio a causa di questa ratio che da più di 30 anni l'attività dei Centri di aiuto alla vita e di ogni associazione pro life è ostacolata in ogni modo. I volontari di questa galassia, infatti, non pensano affatto che abortire e non abortire siano la stessa cosa, e se incontrano una donna, nei modi e nelle forme più opportune, glielo dicono. Ma questo servizio alla verità è, obiettivamente, fuori legge.
Dunque, almeno in questo, dobbiamo ammettere che il Tar ha applicato in maniera coerente lo spirito della legge 194 del 1978. Ovviamente, questo non mette a posto la coscienza dei giudici, perché la mera applicazione delle leggi in vigore non basta a rendere giusta una sentenza: il '900 totalitario e sanguinario è costellato di sentenze "coerenti" con le leggi in vigore. Ma cerchiamo di aprire gli occhi di fronte a questa ennesima "lezione": tirare fuori cose buone dalla 194 è come tentare di cavare il sangue dalle rape.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 19-07-2011

5 - REBECCA E LUCIA, UN CUORE SOLO E FEGATO E INTESTINO FUSI INSIEME: E' LECITO SEPARARLE?
L'azione è lecita se si rispettano tutti e cinque i criteri previsti dal principio del duplice effetto
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Bussola Quotidiana, 22-07-2011

Lucia e Rebecca hanno un cuore solo. Un cuore solo e fegato e intestino fusi insieme. Due persone in un corpo solo. La vicenda delle piccole gemelline siamesi nate qualche giorno fa all'ospedale Sant'Orsola di Bologna ha suscitato non solo profonda commozione tra medici, operatori sanitari e gente comune, ma anche complicati dilemmi etici. Che fare? Intervenire per dividerle oppure lasciarle unite finché morte - è proprio il caso di dirlo - non le separi?
Un rebus ma che forse si può risolvere. Il caso è complesso e qui vogliamo solo offrire qualche criterio di giudizio senza la pretesa di fornire una risposta a quesiti prima accennati che potesse fregiarsi del crisma della verità. Avviciniamoci ora al caso delle due gemelline per gradi, illustrando vari scenari possibili e le relative soluzioni eticamente percorribili.
Separare non separare. Prima ipotesi: con la separazione c'è certezza o buone probabilità che entrambe possano vivere. In questo caso non ci sarebbero dubbi sulla liceità dell'intervento. Caso opposto: se vengono separate ci sarebbe la certezza o l'alta probabilità che entrambe muoiano, ma se rimangono unite invece potranno vivere a lungo. Tale eventualità obbligherebbe a non intervenire per la separazione. Terzo caso: sia la separazione che la non separazione porterà alla morte. Di fronte a questo scenario l'unica strada percorribile sarebbe quella dell'astensione da ogni intervento e del doveroso accompagnamento alla morte delle gemelline che insieme sono nate e insieme si spegneranno. Nessuno di questi tre casi interessa la vicenda di cui ci stiamo occupando.
O muoiono entrambe o una si salva. Il caso di Lucia e Rebecca non entra negli esempi prima esposti. Infatti se operate al fine di dividerle una morirà ma l'altra con il 20% di possibilità potrà salvarsi. La soluzione poi di lasciarle unite porterà alla morte addirittura di entrambe: un solo cuore, persino malformato, sta facendo infatti il lavoro di due cuori. Dunque che fare? Risposta: è doveroso sotto il profilo morale tentare l'intervento di separazione anche se, con certezza, una delle due gemelline morirà.
Perché è moralmente lecita questa decisione? A motivo del principio del duplice effetto il quale interessa quelle azioni che producono uno o più effetti positivi ed uno o più effetti negativi. In questo caso abbiamo un atto (l'operazione) che potrà produrre un effetto positivo (la salvezza di una delle gemelline) e un effetto negativo (la morte dell'altra). L'azione è lecita se si rispettano tutti e cinque i criteri previsti dal principio del duplice effetto che qui di seguito andremo ad illustrare.
PRIMO CRITERIO: l'atto deve essere in sé neutro o moralmente buono.
Operare è un atto di per sé neutro e diventa moralmente buono se compiuto - e questo accade nella generalità dei casi (ma non per l'aborto ad esempio) - con l'intenzione di curare una persona o salvarle la vita. Nel caso di specie si interviene con lo scopo di salvare almeno una delle piccole, quindi l'atto di per sé è buono.
SECONDO CRITERIO: l'effetto negativo non deve essere ricercato direttamente ma deve essere sopportato come conseguenza non voluta dell'azione principale.
Il medico agirà correttamente sotto il profilo etico non se vorrà far morire una per salvare l'altra, ma se vorrà salvare l'una sopportando l'effetto certo della morte dell'altra. Io medico cerco direttamente l'effetto salvezza di una delle due e tollero l'effetto indiretto da me non voluto della morte dell'altra. Quindi durante l'intervento, e non sono sottigliezze tecniche ma motivazioni etiche grandi come montagne, non si dovrà direttamente e concretamente uccidere una delle due bambine al fine di salvare l'altra, ma ricercare la sopravvivenza dell'una tollerando così che l'altra muoia.
TERZO CRITERIO: l'effetto negativo non deve essere strumentale al prodursi dell'effetto positivo.
Qui occorre far attenzione: non sarà la morte di una delle due gemelline a produrre come esito la salvezza dell'altra. Concretamente infatti questo effetto positivo sarà causato dall' "assegnazione" degli organi vitali e non ad una di loro, e non sarà causato dal decesso della sorellina.
QUARTO CRITERIO: equipollenza dei beni in gioco.
L'intervento è lecito anche perché sul piatto della bilancia si mette la vita/la morte di una delle bimbe e sull'altro piatto la vita/la morte dell'altra. I beni sono di pari valore. Per ipotesi contraria facciamo il caso di due siamesi che vengono divisi ben sapendo che uno di loro morirà: si decide per l'intervento non perché c'è rischio di morte per uno dei due o di entrambi, ma solo per permettere al più fortunato di vivere autonomamente. In questo caso il bene della vita viene barattato con il bene della privacy, di valore assai minore.
QUINTO CRITERIO: stato di necessità.
L'intervento che provocherà la morte di una della due deve essere l'extrema ratio, l'ultima spiaggia. Se ci fossero altre soluzioni affinchè le due piccole possano vivere occorre prima percorrere quelle soluzioni. Ad esempio: possibilità di trapiantare in una tutti gli organi che sono andati alla sorellina. Oppure dividersi gli organi e così anche i trapianti. Ma più che opzioni reali sono fantasticherie teoriche queste e quindi non sono soluzioni spendibili per il nostro caso. Nella vicenda che interessa Lucia e Rebecca invece si è costretti a tale intervento perché o entrambe moriranno oppure una delle due grazie all'operazione vivrà. Se, come accennato prima, ci fosse la possibilità che entrambe possano vivere seppur non divise allora si dovrà optare per la non separazione, cioè, ribaltando il punto di visuale, non ci sarebbe la necessità dell'intervento chirurgico.
Quale tra le due? Quindi è lecito intervenire chirurgicamente per la separazione anche se questo provocherà la morte di una delle due. Ma ecco il dilemma forse più scottante e terribile: tra Rebecca e Lucia quale far sopravvivere? La soluzione che, sempre per via ipotetica e con molta prudenza, ci pare di suggerire è quella di far vivere la gemellina che, stante il suo quadro clinico, ha più chances di sopravvivenza. Tale soluzione è il tema più dibattuto in questi giorni dai bioeticisti. Si sostiene che non si può scegliere a priori, a tavolino chi deve sopravvivere e chi no. Si deve operare nell'intento di salvarle entrambe. Vero è che si dovrebbe operare con il fine di salvarle entrambe ma, in questo caso, i fatti cancellano questa opzione e rimane in piedi solo l'ipotesi di poterne salvare una. È come decidere che oggi deve essere una bella giornata di sole: ma se piove non c'è intenzione che tenga per fermare la pioggia. In realtà non è il medico che come un novello Hitler farà vivere la più forte, bensì è il già ricordato stato di necessità che deciderà per noi.
Allora non è il medico che in modo utilitarista sceglie di far vivere Rebecca a posto di Lucia o viceversa, ma è la condizione fattuale, le circostanze non volute da nessuno che spingeranno per forza maggiore a limitare i danni per quello che è possibile, cioè a perseguire il maggior bene possibile in quel frangente. E se quel frangente mi dice che Lucia ha più possibilità di sopravvivere allora tenterò di strappare alla morte almeno lei, perché questo è il maggior risultato possibile, perché devo perseguire quello scenario che mi promette il miglior esito della vicenda "rebus sic stantibus" (stando così le cose, n.d.BB). Qui l'utilitarismo c'entra poco perché i proporzionalisti per uno sperabile e futuro risultato positivo sono disposti a commettere anche azioni intrinsecamente malvagie. E nel caso presente non vi sono atti di per se stessi cattivi.
Il caso dei due alpinisti. Questa cruda realtà la si apprende sui banchi delle facoltà di giurisprudenza quando si spiega lo stato di necessità in diritto penale. Mario e Giacomo stanno compiendo una scalata e sono legati tra loro con una fune. Mario è in testa, Giacomo qualche metro sotto. Ad un certo punto Giacomo sviene, cade nel vuoto ma non si sfracella a terra perché trattenuto dalla fune legata al compagno Mario. Giacomo quindi penzola nel vuoto. Mario non ha la forza di trarlo a sé e sente che tra pochi attimi Giacomo lo trascinerà giù con il suo peso. Che fare? In questo caso è lecito che Mario tagli la fune. Mario non sceglie di far morire il compagno di cordata Giacomo, sceglie di far vivere se stesso, difendendosi dal pericolo di morte che è stato provocato dalla perdita dei sensi di Giacomo tramite il taglio della fune che lo lega a questi. È costretto a tagliare la fune, non opta di tagliarla (la scelta è tale solo se praticata in piena libertà). Mario salva se stesso perché non può fare altrimenti e perché è quello che ha più possibilità di salvarsi (il gesto di tagliare la corda non è esente da pericoli per lo stesso Mario): il destino di Giacomo in un modo o nell'altro invece è già segnato. Così per il caso delle gemelline siamesi: i medici non sceglieranno di salvare una vita piuttosto che un'altra, ma saranno costretti dalle circostanze a prediligere chi ha più possibilità di salvarsi. Il quadro clinico tragico delle due gemelle è lo svenimento dell'esempio di prima.
La vicenda comunque è complessa e ci rammenta quello che diceva Tommaso D'Aquino sulla morale, la quale è certa nei suoi principi generalissimi, ma diventa per il minuscolo intelletto dell'uomo - ma mai ovviamente per l'infinita sapienza di Dio - sempre più oscura quanto più questi principi si applicano ai casi concreti.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 22-07-2011

6 - L'AFRICA DOPO LA COLONIZZAZIONE: SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO
Cinquant'anni dopo la decolonizzazione, l'Africa gode di pessima salute, nonostante la libertà, la democrazia e l'ingente quantità di denaro arrivato dall'Occidente
Autore: Anna Bono - Fonte: Il Timone n.104, giugno 2011

Con l'indipendenza di diciassette Stati, iniziava nel 1960 il decennio che avrebbe decretato la fine del dominio europeo sull'Africa. A distanza di mezzo secolo, è tempo di bilanci. Una prima riflessione merita il fatto che quella attuale venga di solito definita epoca post (o neo) coloniale.
Spesso, poi, il resto della storia del continente viene suddiviso in due epoche, coloniale e pre-coloniale, e, quasi sempre, si omette di precisare che la colonizzazione di cui si tratta è quella europea, come se fosse stata l'unica e non occorresse specificare. Assumere la colonizzazione europea come spartiacque della storia africana equivale a dire che l'Europa è stato il principale e forse l'unico fattore dinamico, decisivo e che soltanto la sua influenza ha determinato la sorte, nel bene e nel male, degli abitanti del continente. Invece, nel bene e nel male, prima di quella europea, in Africa si sono verificate due altre colonizzazioni di portata continentale che hanno avuto formidabili effetti e ne hanno cambiato per sempre il volto.
 
LA PRIMA COLONIZZAZIONE DELL'AFRICA BANTU
La prima è stata quella delle popolazioni di lingua bantu, iniziata intorno al 1500 a.C., durata oltre due millenni e svoltasi in diverse ondate migratone dirette verso i quattro punti cardinali, a partire dalle regioni centro-occidentali originarie. I Bantu, che erano coltivatori, portarono con sé e diffusero ovunque l'agricoltura e le tecniche di lavorazione dei metalli di cui erano a conoscenza. Trasformarono così, radicalmente, l'ambiente naturale e l'esistenza delle popolazioni dedite alla caccia, alla raccolta e alla pastorizia transumante che in parte assimilarono, in parte sterminarono e in parte sospinsero nei territori più inospitali - i deserti, le savane, le fitte foreste equatoriali - dove ancora sopravvivono a stento.
 
LA SECONDA COLONIZZAZIONE ARABO-ISLAMICA
La seconda colonizzazione dall'impatto determinante è stata quella arabo-islamica iniziata nel VII secolo, subito dopo la morte di Maometto, avvenuta nel 632 d.C. Una serie di campagne militari realizzarono in pochi decenni la conquista di tutto il Nord Africa. Poi, più lentamente, l'invasione si estese ai territori sub sahariani raggiungendo le coste dell'Oceano Atlantico e dell'Oceano Indiano. La colonizzazione arabo-islamica introdusse in Africa il concetto di umma, la comunità dei credenti, che trascende l'appartenenza strettamente etnica, e la scrittura; vi fece sorgere grandi regni e vi creò rotte commerciali continentali, grazie alle quali, però, si organizzò anche la tratta orientale degli schiavi che, nell'arco di quattordici secoli, ha sottratto al continente più di dodici milioni di persone: una cifra grosso modo pari a quella della tratta atlantica verso le Americhe, ma distribuita in un arco di tempo molto più lungo.
Entrambe le colonizzazioni, così come quella europea successiva, portarono sviluppo e benefici effetti, ma furono allo stesso tempo devastanti e spietatamente cruente. Tuttavia nella memoria collettiva degli africani e del mondo intero sembra restare soltanto il ricordo della brutalità di quella europea, dei suoi crimini e dei suoi danni, mentre dei suoi apporti positivi non è rimasta traccia.
 
LA COLONIZZAZIONE EUROPEA
Eppure non si può negare l'utilità delle tecnologie moderne importate dall'Europa di cui l'Africa, ancora alla fine del XIX secolo, mancava quasi del tutto. Più ancora appare inestimabile il messaggio di una religione, quella cristiana, che parla di un Dio misericordioso ed esorta a sperare, a non avere paura: per capirlo, bisogna aver sperimentato quanto la stregoneria in Africa paralizzi cuore e ingegno. Infine, vi è il valore supremo attribuito alla persona - «ogni creatura è bene» è la frase di san Paolo definita da don Luigi Giussani la più rivoluzionaria della storia della cultura -, la pari dignità riconosciuta a tutti gli uomini e la convinzione che esistano diritti inerenti alla condizione umana, quindi universali e inalienabili, in alternativa alle istituzioni tribali che fanno dipendere i diritti dallo status e quest'ultimo da fattori principalmente ascritti. L'Africa di oggi comprende e rispecchia le I tre grandi forze - civiltà tribale, arabo-islamica, cristiana-occidentale - che nei millenni ne hanno plasmato economia, società e cultura con effetti rivoluzionari, per certi aspetti inconciliabili e contrastanti.
 
IL FALLIMENTO DELL'INDIPENDENZA
È stato appellandosi ai principi di uguaglianza e di giustizia sociale importati dall'Europa, insegnati e testimoniati da decine di migliaia di missionari cristiani nei più remoti angoli del continente, che negli anni '60 del secolo scorso le élites africane hanno rivendicato l'indipendenza e hanno convinto i loro connazionali a ribellarsi. Dissero allora che l'affrancamento dalla madrepatria era indispensabile proprio per completare il processo avviato dalla colonizzazione europea: concludere la transizione verso un'economia industriale, creare i moderni Stati e garantire a tutti gli africani il pieno godimento dei diritti proclamati nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. A tal fine alcuni adottarono economie di mercato e istituzioni democratiche, altri si schierarono con i regimi comunisti e ne scelsero il modello totalitario e statalista.
Non ci volle molto però per capire che gli uni e gli altri, salvo poche eccezioni, non avevano interesse a realizzare i cambiamenti promessi e che le popolazioni africane, per parte loro, del tutto impreparate al nuovo assetto politico, non erano in grado di controllarne e di orientarne l'azione esercitando i diritti acquisiti. Malgoverno, corruzione sfrenata, ferrea repressione del dissenso politico e popolare, libertà fondamentali negate, diritti umani violati, brogli e violenze elettorali, guerre e colpi di Stato per assicurarsi il controllo esclusivo dell'apparato statale, inteso come mezzo per attingere a piene mani alle ricchezze nazionali e servirsene nel proprio interesse, a scapito di quello comune: non c'è Paese africano che se ne sia salvato e che non ne abbia pagato le conseguenze, prima fra tutte l'accentuazione delle tradizionali rivalità etniche e religiose.
Intanto, per l'incuria delle istituzioni, carestie e malattie - tre pandemie in particolare: malaria, Aids, tubercolosi - falcidiavano adulti e bambini e la scarsità di lavoro nei settori moderni dell'economia privava una generazione dopo l'altra di un futuro, condannando milioni di giovani disoccupati a vivere di espedienti e trasformando così la più preziosa delle risorse, il capitale umano, in un sempre più grave e insanabile problema sociale e assistenziale.
Mentre, per ostentare le apparenze di uno sviluppo in realtà mancato - fastosi palazzi presidenziali, ville sontuose, "cattedrali nel deserto" prive di qualsiasi utilità - si sprecavano miliardi di dollari, attingendo alle casse statali, anche le ricchezze naturali, che si andavano via via rivelando quasi dappertutto immense, si mutavano da risorsa in maledizione - così si disse per la prima volta parlando del rame dello Zambia - per lo spreco che ne è stato fatto e per le sanguinose lotte di potere per impadronirsene che hanno scatenato. Se la "maledizione" dello Zambia è il rame, quella della Costa d'Avorio è il cacao, quella della Sierra Leone sono i diamanti, della Nigeria il petrolio. Tanto si teme l'avidità dei potenti e il male che ne può derivare che in questi mesi in Ghana, nuovo produttore di petrolio, l'ansia prevale nella popolazione che dovrebbe invece esultare pensando a nuove prospettive di benessere e progresso.
Al quadro così delineato si deve aggiungere un altro elemento onnipresente in Africa, la cooperazione internazionale allo sviluppo: un colossale impegno finanziario, una sorta di Piano Marshall, deciso all'indomani delle indipendenze per fornire ai governi africani i capitali, le tecnologie e le competenze professionali necessari a sconfiggere la povertà. Giustamente si è puntato tutto su tre fronti di intervento: il superamento delle economie di sussistenza tramite l'industrializzazione dei vari settori produttivi e la dotazione delle necessarie infrastrutture; la formazione di generazioni di giovani in buone condizioni di salute, economicamente autosufficienti e capaci di decidere di sé e da sé, grazie all'universale accesso ai servizi scolastici e sanitari; infine gli interventi umanitari, un tempo detti d'emergenza, per salvare le popolazioni minacciate da guerre e calamità naturali fornendo loro un rifugio sicuro, i beni essenziali e l'assistenza medica di base per tutto il tempo necessario a superare la crisi. Ma non ha funzionato.
La cooperazione allo sviluppo ha speso oltre mille miliardi di dollari, erogati a vario titolo e con modalità diverse, senza eliminare le cause della povertà e riuscendo a mala pena, non sempre e non abbastanza, a lenire le sofferenze di un numero crescente di persone bisognose d'aiuto. Tra il 1970 e il 1998, il periodo in cui l'Africa ha ricevuto i maggiori contributi internazionali, la povertà è salita dall'11% al 66%: 30 anni fa, ad esempio, il Prodotto Interno Lordo del Burundi e del Burkina Faso era superiore a quello della Cina e nel 1961, quando ancora era colonia britannica, il Kenya aveva un PIL pròcapite superiore a quello della Corea del Sud, mentre adesso il suo PIL è di 1.622 dollari l'anno e quello della Corea del Sud è di 29.326 dollari. Kenya, Burkina Faso e Burundi sono rispettivamente al 128, 161 e 166 posto nell'Indice dello sviluppo umano dello United Nations Development Programme mentre la Cina è all'89 posto e la Corea del Sud è al 12.
Ai capitali della cooperazione internazionale e a quelli derivanti dal commercio dei prodotti della terra e del sottosuolo, vanno aggiunte inoltre, per un valore altrettanto ingente, le rimesse di milioni di africani emigrati. Dunque in Africa la povertà è aumentata proprio mentre il continente disponeva di una quantità di risorse astronomica, incomparabilmente superiore rispetto a qualsiasi altra epoca precedente. Basta questa constatazione per tracciare un bilancio negativo del mezzo secolo di indipendenza trascorso. La "rinascita africana", di cui si è ripetutamente annunciato l'avvento, non è mai arrivata.

Fonte: Il Timone n.104, giugno 2011

7 - LE INTERESSANTI SENTENZE EMESSE NEI CASI DI RIFIUTO DI TRASFUSIONE DI SANGUE DA PARTE DEI TESTIMONI DI GEOVA
Ecco perché non serve la legge sulle DAT: non esiste legge al mondo che possa ostacolare l'arbitrio dei giudici ed inoltre non c'è un fenomeno così diffuso da rendere necessaria una legge
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Bussola Quotidiana, 17/05/2011

Mentre riprende alla Camera la discussione sul disegno di legge sul fine vita, rimangono irrisolte alcune questioni, la principale delle quali va oltre il testo stesso e anche oltre le migliori intenzioni di chi vuole tutelare la vita sino al suo tramonto naturale. La questione è infatti che non esiste legge al mondo, perfetta quanto vogliamo, che possa ostacolare l'arbitrio dei giudici. Questo vale per il fine vita come per i danni da vacanza rovinata. Qualsiasi avvocato anche alle prime armi lo sa: le buone intenzioni del legislatore possono scontrarsi con le cattive intenzioni dei magistrati. Se la futura legge verrà promulgata ciò non comporterà automaticamente che i giudici la applicheranno fedelmente secondo i principi ispiratori degli estensori. In buona sostanza una nuova legge di per sé non porterà a cancellare il possibile orientamento ideologizzato di alcune toghe. E' banale quasi ricordarlo.
L'obiezione a quanto sin qui detto potrebbe essere la seguente: i casi Eluana e Welby hanno messo in evidenza che il nostro ordinamento giuridico sui temi di fine vita presenta delle fragilità preoccupanti. Quindi proprio per contrastare l'arbitrio dei giudici è bene fortificarlo il più possibile, consci che la perfezione, anche e soprattutto nell'ambito giuridico, non è di questo mondo. Insomma meglio una legge non perfetta che conservare lo status quo. Qualche contro-obiezione. Su tutti i temi dell'umano vivere la giurisprudenza ha orientamenti talvolta, se non spesso, divergenti, ma questo non significa che ogni volta dobbiamo metter mano alle leggi per cambiarle e per aggiungerne di nuove. Quanti magistrati hanno assolto pluriomicidi, o sequestratori o rapinatori di "chiara fama"? Molti, ma non per questo qualcuno si sogna di cambiare l'art 575 cp (omicidio) o il 605 cp (sequestro) o il 628 cp (rapina). Il nostro ordinamento è ben conscio di questo limite inestirpabile ed infatti ha previsto tre gradi di giudizio (in realtà due perchè la Cassazione non dovrebbe entrare nel merito ma solo verificare la consequenzialità logica dei pronunciamenti precedenti, cosa che non fece ad esempio nel caso Eluana), più la revisione. Oltre a ciò ha previsto un organo disciplinare chiamato Consiglio Superiore della Magistratura. Se non si paventasse l'errore – colposo o doloso del giudice – non ci sarebbe motivo di avere tre gradi di giudizio, più la revisione, nonché prevedere l'esistenza di un organo quale il CSM.
Dunque gli errori/orrori giurisprudenziali dei casi Eluana e Welby andavano risolti non tramite una novella legislativa ma per mezzo degli strumenti procedurali già esistenti: opponendosi alle pronunce dei giudici, riaprendo il caso, etc. Così come alcune coraggiose associazioni pro-life hanno fatto. E' questa la prassi normale. Oltre a ciò, e a differenza di tante altre materie, sul fine vita la giurisprudenza, sui casi rarissimi in cui è stata chiamata a decidere, ha un orientamento pressoché univoco. Ciò paradossalmente è testimoniato dallo stesso caso Eluana: per ben sette volte i giudici civili respinsero la richiesta di Beppino Englaro di staccare la spina. A testimonianza del fatto che le toghe, interpellate sulla fattispecie concreta anche a distanza di anni, presentavano sempre un indirizzo omogeneo.
Questo orientamento pro-life della giurisprudenza è testimoniato anche dalle sentenze emesse nei casi di rifiuto di trasfusione di sangue da parte dei Testimoni di Geova. Qui vogliamo riferirci non al rifiuto di persona cosciente nell'iniziare una trasfusione dato che questa fattispecie non potrebbe essere affiancabile al caso di Eluana, la quale come si sa non era vigile. In questi casi i giudici, ex art. 32 della Costituzione, hanno qualificato come legittimo il rifiuto della trasfusione. Attenzione però a non costruire analogie con il caso Welby che in realtà non esistono. I giudici che assolsero il dottor Riccio dall'imputazione di omicidio del consenziente formulata dal Gip La Viola errarono per due motivi. Primo: la respirazione meccanica non era un trattamento sanitario, ma un mezzo di sostentamento vitale, e quindi non poteva essere rifiutata. In secondo luogo, ammesso e non concesso che di trattamento sanitario si fosse trattato, questo era già in essere. In costanza di trattamento, l'accoglimento del rifiuto dello stesso espresso dal paziente configurerebbe una collaborazione attiva nel procurare la morte dello stesso (staccare le macchine ad esempio che fanno la trasfusione) e quindi entreremmo di rigore nell'ambito di applicazione dell'art. 579 c.p. che punisce appunto l'omicidio del consenziente. Una cosa quindi è rifiutare un trattamento sanitario non ancora iniziato – vedi Testimoni di Geova – un'altra è rifiutare un trattamento già iniziato – vedi caso Welby.
Qui vogliamo riferirci invece ai casi in cui un paziente testimone di Geova arriva in ospedale in stato d'incoscienza, portando al collo una catenina o al polso un braccialetto attraverso i quali chiede di non ricevere trasfusioni. Appuntiamo il fatto che la giurisprudenza è scarna a riguardo, a testimonianza che non c'è un'emergenza né sociale né giuridica sui temi di fine vita. Detto ciò vediamo comunque cosa hanno deciso i magistrati su questa materia. A parte un caso – che come vedremo in realtà depone verso il favor vitae – i giudici hanno affermato che i medici hanno agito legittimamente nell'effettuare le trasfusioni. Ci riferiamo alle sentenze del Tribunale di Trento (9 luglio 2002) confermata in appello (Tribunale di Trento sentenza del 19 dicembre del 2003) e poi ancora in Cassazione (n. 4211/2007). Stesso indirizzo è rinvenibile nella sentenza della Corte di Appello di Trieste del 25 ottobre del 2003. Sentenza confermata successivamente dalla Cassazione (n. 23676/2008). La Cassazione, in quest'ultima circostanza, respinse la richiesta di risarcimento da parte di un testimone di Geova a cui in stato di incoscienza venne praticata una trasfusione perché il cartellino che recava con sé e che riportava la dicitura "niente sangue" non indicava una volontà "espressa, inequivoca, attuale e informata". Però, ed arriviamo all'eccezione di cui facevamo cenno prima, tale volontà scritta sarebbe stata vincolante per il medico nel caso in cui questa fosse stata "articolata, puntuale ed espressa". E il criterio d'attualità che fine ha fatto? I giudici non l'hanno indicato perché consci con imbarazzo che qualsiasi dichiarazione, scritta precedentemente alla perdita di conoscenza, è inevitabilmente inattuale. E dunque sul punto hanno preferito prudentemente glissare...
Insomma i nostri giudici, a parte questo svarione che non andò comunque ad incidere nella fattispecie concreta, si allineano, tra l'altro con sentenze assai recenti, a quanto previsto dalla legge 145/2001 che ratifica la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla protezione dei diritti dell'uomo riguardo all'applicazione della biologia e della medicina. L'art. 8 di questa norma recita che "allorquando, in una situazione di urgenza, il consenso appropriato non può essere ottenuto, si potrà procedere immediatamente a qualsiasi intervento medico indispensabile per il beneficio della salute della persona interessata". L'art 9, in linea con lo stesso art. 9 della Convenzione di Oviedo, specifica che i desideri precedentemente espressi saranno tenuti in considerazione ma non sono vincolanti. Questo, a margine ma non troppo, a dimostrazione che anche sulla materia del consenso informato in relazione a persone coscienti o incoscienti una legge c'è già.
Tutti parlano dei casi Eluana e Welby proprio perché ci sono stati solo questi due casi eclatanti che non hanno mutato l'assetto normativo del nostro ordinamento giuridico. Altri non ce ne saranno dal momento che nella grandissima maggioranza dei casi i pazienti vogliono vivere, i familiari vogliono accudire i loro cari e non farli morire (la decisione di Beppino non ha fatto scuola tra le 2.000 famiglie che hanno un parente nelle stesse condizioni di Eluana), i medici vogliono curarli e i giudici non sono così folli da concedere che si stacchi la spina ai moribondi o ai disabili. Non c'è quindi un fenomeno così diffuso da legittimare una risposta normativa da parte dello Stato. Le leggi, Tommaso D'Aquino insegna nella Summa contra Gentiles  e nella Summa Theologiae, devono disciplinare "ciò che accade tra i più". Questo è uno, ma non il solo, dei criteri da tener presenti nel decidere sull'opportunità di legiferare.
Un'obiezione alle argomentazioni sin qui illustrare potrebbe essere la seguente: vero è che fino ad ora le derive giurisprudenziali pro-eutanasiche sono state insignificanti dal punto di vista numerico, però chi ci assicura che nel futuro questi casi non aumenteranno? Ora bisogna capire se, a fronte di possibili e futuri colpi di mano dei giudici, offrano maggiori garanzie le norme attualmente presenti o altre di nuova fattura. Abbiamo già illustrato in un precedente articolo i motivi per cui riteniamo che la tutela migliore, anche per il domani, della vita dei pazienti venga dalle norme del codice penali già esistenti. La prova viene paradossalmente dal progetto di legge in esame. In genere si afferma che è necessaria una legge perché gli artt. 575, 579, 580 del Codice Penale – così si dice – presentano delle lacune in merito alle fattispecie riguardanti i temi di fine vita. Dopo Eluana e Welby questi articoli non possono più essere interpretati come una volta, si sostiene. Quindi da una parte si criticano questi articoli, sostenendo che sono inefficaci per garantire tutela contro possibili attacchi futuri giurisprudenziali, ma poi sono proprio questi articoli che all'art. 1 lettera c) del disegno di legge vengono citati per evitare derive eutanasiche: "vieta ai sensi degli articoli 575, 579 e 580 del codice penale ogni forma di eutanasia e ogni forma di assistenza o di aiuto al suicidio". E poi in modo analogo all'art. 3 comma 4: "Nella dichiarazione anticipata di trattamento il soggetto non può inserire indicazioni che integrino le fattispecie di cui agli articoli 575, 579 e 580 del codice penale". Ed infine all'art. 6 comma 4: "Il fiduciario, se nominato, si impegna a verificare attentamente che non si determinino a carico del paziente situazioni che integrino fattispecie di cui agli articoli 575, 579 e 580 del codice penale". Ciò a riprova che questi articoli (insieme al 5 cc) anche per gli estensori del Ddl in esame alla Camera rappresentano già attualmente il baluardo contro l'eutanasia.
Se questi articoli già vigenti sono insufficienti per vietare l'eutanasia perché metterli a fondamento del Ddl? Perché da una parte si svuotano di efficacia questi articoli e dall'altra si sostiene nero su bianco in più punti del disegno di legge attualmente in approvazione che proprio queste stesse norme sono il granitico presidio contro atti eutanasici? La contraddizione è evidente.
Come aveva suggerito l'on. Alfredo Mantovano in un dibattito pubblico di circa due anni fa, semmai occorre fare una leggina in cui si specificasse ciò che già implicitamente è contenuto nel nostro ordinamento: acqua e cibo non sono trattamenti sanitari e quindi ex art. 32 Cost. non possono essere rifiutati. E' come l'art 527 cp "Atti osceni": basterebbe già questo articolo per dire che non devi andare in giro mezzo nudo, ma fece bene il sindaco di Roma Alemanno qualche anno fa a emettere una disposizione amministrativa la quale prevedeva che sulla Salaria non si passeggia in abiti discinti (era funzionale ad ostacolare la prostituzione). Nel nostro caso purtroppo abbiamo a che fare non con glutei e seni scoperti ma con qualcosa di ben più scabroso.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 17/05/2011

8 - LETTERE ALLA REDAZIONE: MASCHILISMO E FEMMINISMO HANNO UNA RADICE COMUNE PERCHE' RITENGONO ENTRAMBI CHE L'UOMO SIA SUPERIORE IN DIGNITA'
Sono una donna, detesto il femminismo e lo ritengo molto, molto, più deleterio del maschilismo
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie, 4 luglio 2011

Spettabile redazione di BastaBugie,
vorrei dire il mio pensiero riguardo alla risposta che avete dato sul numero 199 alla lettrice che dissentiva su taluni aspetti dell'articolo di Costanza Miriano sui compiti della donna.
Il desiderio di essere al servizio del marito è reciproco e non lo definirei sottomissione...
Sottomissione infatti indica una gerarchia che in un rapporto d'amore non si addice.
Vorrei comunque precisare che detesto il femminismo, e lo ritengo molto, molto, più deleterio del maschilismo, ma per combatterlo occorre istruire in merito alla reale dignità della donna.
Erika

Cara Erika,
innanzitutto mi preme sottolineare che maschilismo e femminismo hanno una radice comune: ritengono entrambi che l'uomo sia superiore in dignità. Il maschilismo, ritenendolo superiore, ammette che l'uomo schiavizzi la donna. Il femminismo, ritenendo anch'esso che l'uomo sia superiore, impone alla donna l'obiettivo di fare le cose che fanno gli uomini ritenendo che solo così le donne possano essere realizzate. Esempi di maschilismo li possiamo trovare oggi nelle società musulmane (e non cristiane in genere), mentre esempi di femminismo li possiamo trovare nelle società occidentali.
Come sostiene, invece, la visione realista (cioè attenta alla realtà e quindi non ideologica) la verità è che uomini e donne hanno la stessa dignità, ma ruoli diversi, proprio per esaltare le qualità proprie di ciascuno. La donna si realizza principalmente con il dono della maternità: è un dato di fatto che infatti le bambine giochino con le bambole. Hanno nel loro cuore un innato desiderio di maternità. E non a caso si parla di "matrimonio" e "patrimonio" ben evidenziando i compiti principali all'interno della coppia sposata. Alla madre spetterà il compito principale di salvaguardare il "matrimonio", mentre al padre il compito principale di salvaguardare il "patrimonio". Non è questione di incapacità assoluta, quanto di talenti donati a ciascuno per il buon mantenimento della famiglia, cellula fondamentale della società.
Per concludere se vuoi farti due risate sulle differenze uomo-donna puoi guardare questo simpatico cartone che mette abbastanza bene in evidenza come gli uomini e le donne siano diversi (uguali in dignità, ma con caratteristiche differenti e quindi giustamente con ruoli diversi): www.youtube.com/watch?v=Q4j2uoRFoYU



DOSSIER "LETTERE ALLA REDAZIONE"
Le risposte del direttore ai lettori

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Fonte: Redazione di BastaBugie, 4 luglio 2011

9 - OMELIA XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A - (Mt 14,13-21)
Voi stessi date loro da mangiare
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 31 luglio 2011)

Le folle seguirono Gesù, ed Egli sentì compassione e per loro compì uno dei suoi più strepitosi miracoli, quello della moltiplicazione dei pani e dei pesci. C'è un particolare molto importante nel racconto di questa pagina del Vangelo: Gesù, per operare questo miracolo, si servì del piccolo contributo di cinque pani e due pesci. Questo è il modo di agire di Dio. Egli potrebbe far da solo, certamente; ma, nella sua bontà, Egli si vuole servire della collaborazione delle sue creature. Per sfamare le folle, Gesù disse ai discepoli: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mt 14,16). Così, con questo piccolo contributo, Egli sfamò cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.
Se tutti gli uomini sapessero mettere a disposizione di Dio quello che possono dare, il mondo andrebbe certamente meglio. Non possiamo dire: è poco quello che posso offrire. Se noi daremo il poco che abbiamo, il Signore metterà il resto. In un certo senso, possiamo dire che Dio condiziona l'elargizione delle sue grazie al nostro umile e modesto contributo. Prima di tutto, Egli condiziona le grazie alla nostra preghiera, per cui, se preghiamo otterremo i favori divini; in secondo luogo, Egli vuole pure la nostra fattiva collaborazione. Pensiamo all'esempio luminoso di Madre Teresa di Calcutta: ella seppe mettere nelle mani di Dio tutto quella che era, e il Signore, servendosi di lei, compì delle meraviglie a favore di tanti poveri sventurati. Il Signore non vuole agire senza di noi. Per cui, se il mondo va male, incolpiamo noi stessi. Egli, l'Onnipotente, moltiplicherà i nostri poveri mezzi per realizzare delle grandi opere.
Dio ama servirsi di piccoli contributi, per far risaltare ancora di più la sua onnipotenza. Diversi anni fa, un giovane fece questa domanda ad un sacerdote: «Perché Dio non fa niente, quando molti muoiono di fame?». Il sacerdote, dopo aver brevemente riflettuto, diede questa bella risposta: «Il Signore ha fatto qualcosa, ha fatto te!». Questa risposta fu come un fulmine che rischiarò le tenebre della coscienza di quel giovane, il quale, da quel giorno, comprese che Dio agisce nel nostro sforzo. Di fronte a tante persone che muoiono di fame, Dio dice a ciascuno di noi: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mt 14,16). Non lasciamo mancare il nostro contributo, e Dio non lascerà mancare il suo aiuto onnipotente. Sant'Ignazio di Loyola insegnava che dobbiamo agire come se tutto dipendesse da noi, ma dobbiamo attendere il buon esito dei nostri sforzi unicamente da Dio. Comunemente si dice: "Aiutati, che il Ciel t'aiuta"; ma, se manca il nostro sforzo, non possiamo pretendere l'aiuto di Dio.
Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci ci mostra la sollecitudine di Gesù per tutti i nostri bisogni, anche quelli materiali, e la compassione del suo Cuore divino. Egli ha compassione anche di noi e ci sostiene. Confidiamo sempre nella Provvidenza, pensando che in Cielo c'è Qualcuno che si prende cura di noi. Quanto più grande sarà la nostra confidenza in Dio, tanto più sperimenteremo il suo aiuto.
Tuttavia, il miracolo del Vangelo di oggi, prima di tutto, voleva preannunciare il Mistero dell'Eucaristia. Per sfamare le anime, Gesù dice ai sacerdoti: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mt 14,16). Ripetendo il gesto dell'Ultima Cena, i sacerdoti consacrano il pane e il vino che diventano il Corpo e il Sangue di Gesù. L'Eucaristia è il Pane disceso dal Cielo, con il quale Redentore stesso è il cibo dell'anima fedele.
Nella prima lettura, per bocca del profeta Isaia, il Signore dice a ciascuno di noi: «O voi tutti assetati, venite all'acqua» (Is 55,1). Egli ci invita ad andare a Lui che è la Sorgente infinita dell'amore. Questa fonte sempre viva è Gesù nel Santissimo Sacramento dell'altare, è l'Eucaristia. Attingiamo avidamente a questa fonte e non rimaniamo mai privi di un dono così grande. L'Eucaristia è tutto l'amore di Cristo; con l'Eucaristia, Gesù ci dona tutto il suo cuore, e nulla potrà mai separarci da questo immenso amore del nostro Redentore.
San Paolo, nella seconda lettura, con parole vibranti di commozione, afferma con forza che niente potrà separarci dall'amore di Cristo (cf Rm 8,38-39). Purtroppo, tante volte siamo noi ad allontanarci ogni volta che, all'amore di Dio, preferiamo il peccato. Così facendo, con la nostra libera volontà, ci allontaniamo dalla Sorgente della vita e ci ribelliamo al nostro Creatore. Questa è la più grande disgrazia che possa capitarci. San Paolo diceva che né la tribolazione, né l'angoscia, il pericolo e la spada ci potranno separare dall'amore di Dio. In tutte queste difficoltà, noi siamo più che vincitori; solo il peccato ci distacca dal Signore e ci allontana dall'Eucaristia. Per questo motivo, i Santi lottarono energicamente contro il male, per vivere sempre uniti a Dio e per cercare unicamente la sua gloria.
Proponiamoci anche noi di accostarci spesso all'Eucaristia, di accostarci in grazia di Dio; e, se siamo consapevoli di aver peccato gravemente, confessiamoci prima di accostarci alla Comunione. In questo modo, non saremo mai separati dall'amore di Gesù.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 31 luglio 2011)

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