BastaBugie n°206 del 19 agosto 2011

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1 GLI ANIMALI NON POSSONO ANDARE IN PARADISO
Infatti non hanno un'anima spirituale e immortale e non hanno coscienza di esistere; comunque dal paradiso, potremo vederli nella mente di Dio dove esistono tutte le cose create
Autore: Antonio Giuliano - Fonte: La Bussola Quotidiana
2 IN RUSSIA DIVERSE IMPRESE COMPRANO I CADAVERI DEI BAMBINI PER OTTENERNE CELLULE STAMINALI
Su venti donne incinta solo sei vogliono conservare in vita il loro bambino per cui scatta l'affare colossale
Autore: Giovanni Bensi - Fonte: Avvenire
3 IN IRLANDA UN DISEGNO DI LEGGE OBBLIGHEREBBE I SACERDOTI A RIVELARE NOTIZIE APPRESE IN CONFESSIONE
Nemmeno Hitler e Stalin arrivarono a tanto: ecco i retroscena della grave vicenda di uno ''stato cattolico'' contro la Chiesa
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: La Bussola Quotidiana
4 REPRESSIONE E RIEDUCAZIONE IN CINA: A CHE PUNTO SIAMO?
La polizia arresta i cristiani che la domenica tentano di riunirsi per pregare
Fonte: Corrispondenza Romana
5 PROPOSTA DI LEGGE PER AGGIUNGERE AL PROPRIO FIGLIO IL COGNOME DELLA MADRE: IL VERO OBIETTIVO E' DARE L'ULTIMA SPALLATA ALLA FAMIGLIA
Ad essere attaccata è l'autorità paterna: quanto a me, sono molto orgogliosa di avere contribuito a generare quattro persone che portano il cognome di mio marito
Autore: Costanza Miriano - Fonte: La Bussola Quotidiana
6 LA BBC SI SCHIERA SUL FRONTE EUTANASIA CON UN VIDEO CHOC
Forti polemiche in Gran Bretagna per la messa in onda in prima serata (è la prima volta in assoluto per la televisione britannica terrestre) degli ultimi istanti di vita di un settantunenne che si era rivolto alla clinica svizzera Dignitas
Autore: Elisabetta Del Soldato - Fonte: Avvenire
7 L'INTRAMONTABILE GINO BARTALI FU LODATO DA PIO XII COME ESEMPIO DI UOMO ATTACCATO ALLA FEDE E ALLA FAMIGLIA
Salvò 800 ebrei durante la seconda guerra mondiale e, dopo l'attentato a Togliatti, la sua vittoria al Tour de France permise all'Italia di non cadere in una sanguinosa guerra civile
Autore: Antonio Giuliano - Fonte: La Bussola Quotidiana
8 QUALCUNO SI E' ACCORTO CHE LA CHIESA E OBAMA SONO FAVOREVOLI AL NUCLEARE?
Dopo l'ubriacatura referendaria, si può tornare a parlare di nucleare senza catastrofismi
Autore: Mauro Faverzani - Fonte: Corrispondenza Romana
9 OMELIA XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A - (Mt 16,13-20)
Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - GLI ANIMALI NON POSSONO ANDARE IN PARADISO
Infatti non hanno un'anima spirituale e immortale e non hanno coscienza di esistere; comunque dal paradiso, potremo vederli nella mente di Dio dove esistono tutte le cose create
Autore: Antonio Giuliano - Fonte: La Bussola Quotidiana, 03/08/2011

Ma che fine fanno i nostri animali domestici? È una domanda che avrà assalito senz'altro chi ha visto morire il proprio cane o il proprio gatto. Esisterà anche per loro un Paradiso? Hanno o non hanno un'anima? Questioni spinose a cui non si sottrae il teologo domenicano, Angelo Bellon.
BENEDETTO XVI, CHE HA UNA PREDILEZIONE PER I GATTI, HA RIBADITO DI RECENTE CHE PER GLI ANIMALI LA MORTE SIGNIFICA LA FINE DELL'ESISTENZA. EPPURE PAOLO VI PARE ABBIA DETTO: «UN GIORNO RIVEDREMO I NOSTRI ANIMALI NELL'ETERNITÀ DI CRISTO»…
Non ci sarà un'altra vita per gli animali perché non hanno un'anima spirituale e immortale. Essi hanno un'anima (sono detti animali proprio per questo!), ma solo vegetativa e sensitiva. Tuttavia l'affermazione attribuita a Paolo VI ha un significato ben preciso perché nulla esiste se prima non sia stato pensato da Dio. Pertanto l'intera vicenda di ogni singolo animale si trova fissa nella mente di Dio.
SPESSO VIENE CITATA UN'AFFERMAZIONE DI LUIGI LORENZETTI, TEOLOGO CHE SU FAMIGLIA CRISTIANA SCRISSE: «GLI ANIMALI HANNO RICEVUTO UN SOFFIO VITALE DA DIO, E SONO ATTESI ANCH'ESSI DALLA VITA ETERNA».
Ma per i teologi non ci sono dubbi: gli animali non sono attesi da Dio e non hanno coscienza di esistere. Tuttavia esistono nella mente di Dio. E tale esistenza, al dire di San Tommaso, è migliore di quella che hanno in se stessi nel tempo presente. Infatti in questo mondo la loro esistenza è temporanea, mentre nella mente di Dio è eterna.
LEI NEGA UN PARADISO PER GLI ANIMALI. QUINDI SIAMO DESTINATI A NON RIVEDERLI PIÙ?
Chi va in Paradiso vede direttamente nella mente di Dio. E nella mente di Dio si vede tutto ciò che Dio ha creato, tutto ciò che Dio conserva nell'esistenza istante per istante e anche tutto ciò che Dio che avrebbe potuto creare. Per questo in Dio vedremo tutti gli animali che sono esistiti sulla faccia della terra. Li vedremo in tutto il corso della loro esistenza, anche nelle relazioni che hanno avuto con noi. Li vedremo soprattutto in rapporto a Dio e al suo piano salvifico perché anche per mezzo loro si è manifestata la Provvidenza di Dio nei nostri confronti.
PER SOTTOLINEARE L'IMPORTANZA DEGLI ANIMALI C'È CHI SOSTIENE LA SCELTA DEL VEGETARISMO QUALE ESPRESSIONE DEL RISPETTO DI TUTTE LE CREATURE. IN PARTICOLARE CI SI APPELLA AL FATTO CHE IN ORIGINE ALL'UOMO NON ERA PERMESSO MANGIARE ALTRI ESSERI VIVENTI. LA GENESI ALLORA GIUSTIFICA LA SCELTA VEGETARIANA?
Gli animali, in quanto creature di Dio, sono pieni della sua gloria. Dio li ha dati all'uomo perché se ne serva. Dio stesso ha consegnato delle pelli ad Adamo ed Eva come vestito (si suppone di animali!) al posto delle foglie di fico. Ma nell'epoca di pace che regnava prima del peccato originale gli uomini non mangiavano le carni degli animali. Secondo il testo sacro Dio concede questo potere solo dopo il diluvio: "Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe" (Gn 9,3). Gesù, come ogni ebreo, a Pasqua ha mangiato l'agnello. Di certo ha mangiato pesci, anche dopo la risurrezione. Per questo non è sostenibile alla luce della Sacra Scrittura la teoria vegetariana.
NON RITIENE CHE OGGI CI SIA UN ECCESSO DI "ANIMALISMO", PER CUI CI PREOCCUPIAMO PIÙ DI SALVAGUARDARE I CUCCIOLI CHE I BIMBI NON NATI?
Gli animali sono un bene da custodire e da consegnare ai nostri posteri. Sono diversi i passi delle Scritture che lo sottolineano. Prendiamo il Cantico di Daniele: "Benedite opere tutte del Signore il Signore" dove si invitano tutte le creature ad unirsi con noi nel lodare il Signore: "Benedite, animali tutti, selvaggi e domestici, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli" (Dn 3,81). E il rispetto per l'ambiente, animali compresi, è senza dubbio una bella conquista del nostro tempo. Purtroppo questo rispetto talvolta viene a mancare nei confronti dei bambini nella fase della vita nascente, come avviene per l'aborto e per i tanti che in molte parti del mondo vivono in condizioni di miseria e fame. Sotto il profilo etico i bambini sono un valore assoluto e intangibile, mentre gli animali hanno un valore relativo: sono in funzione dell'uomo.
SECONDO IL CATECHISMO «È CONTRARIO ALLA DIGNITÀ UMANA FAR SOFFRIRE INUTILMENTE GLI ANIMALI E DISPORRE INDISCRIMINATAMENTE DELLA LORO VITA. È PURE INDEGNO DELL'UOMO SPENDERE PER GLI ANIMALI SOMME CHE ANDREBBERO DESTINATE, PRIORITARIAMENTE, A SOLLEVARE LA MISERIA DEGLI UOMINI». È GIUSTO QUINDI SOPPRIMERE UN ANIMALE SE CONDANNATO A SOFFRIRE?
Dal momento che la vita di un animale è in funzione di qualcosa d'altro, può essere soppressa. La si sopprime lecitamente quando se ne ha bisogno per nutrirsene, per qualunque altro scopo legittimo e anche evitare il prolungarsi di sofferenze che in un animale sono del tutto prive di valore. Ma ripeto, quando in Paradiso vedremo direttamente la gloria di Dio, continueremo a contemplarla anche nelle sue creature, che rimangono eternamente nella sua mente.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 03/08/2011

2 - IN RUSSIA DIVERSE IMPRESE COMPRANO I CADAVERI DEI BAMBINI PER OTTENERNE CELLULE STAMINALI
Su venti donne incinta solo sei vogliono conservare in vita il loro bambino per cui scatta l'affare colossale
Autore: Giovanni Bensi - Fonte: Avvenire, 19/07/2011

«In Russia gli aborti, in quantità industriali, vengono compiuti dallo stesso personale medico che assiste ai parti, negli stessi edifici, e spesso nelle medesime sale, dove avvengono le nascite. Bisogna intanto approvare una legge in base alla quale il personale medico che esegue gli aborti non possa assistere le partorienti, e viceversa. Anche le cliniche dove si effettuano aborti non devono avere nulla a che fare con le cliniche di maternità». È una misura proposta da Anton Zakasovskij, ginecologo di S. Pietroburgo, pravozashchitnik («difensore dei diritti umani»), come egli stesso si definisce, e attivista del Movimento per la vita («sono un coerente avversario dell'aborto», precisa) nella "capitale del Nord".

PER ORA LA DUMA HA APPROVATO UNA LEGGE CHE NON VIETA DI RECLAMIZZARE GLI ABORTI, MA OBBLIGA CHI LO FA A DEDICARE ALMENO IL 10 PER CENTO DELLO SPAZIO PUBBLICITARIO ALL'INDICAZIONE DEGLI EFFETTI DELETERI DELL'ABORTO STESSO. PERCHÉ QUESTA LEGGE?
Perché sugli aborti molti ci guadagnano, e la cosa è immorale e incivile. È ben noto che negli ospedali dello Stato il personale medico riceve stipendi molto miseri. Per i parti, si capisce, nessuno paga in più. Ma per gli aborti si paga, eccome. E poi c'è un aspetto macabro. Arrivano nelle cliniche rispettabili rappresentanti di varie ditte che hanno grande bisogno di «materia prima » (cioè, come si dice, di «materiale abortivo», in pratica i cadaveri dei bambini) per ottenerne cellule staminali: a loro servono soprattutto cadaveri di bambini sani, per i quali si paga bene, i bambini di alcolizzati e drogati non servono.

INSOMMA, UN IGNOBILE COMMERCIO...
Sì, e poi le donne che abortiscono dopo la dodicesima settimana sono pronte a pagare grosse somme, poiché dopo questo termine l'aborto nella Federazione russa è già un reato penale.

SONO MOLTE LE CLINICHE CHE PRATICANO ABORTI ILLEGALI?
Una quantità enorme di cliniche private, come si diceva nell'Urss, «esegue e supera il piano» degli aborti, che vengono organizzati su vasta scala. I dirigenti di queste cliniche sono ben contenti di fare quanti più aborti 'criminali' possono, perché dal numero di bambini uccisi dipende direttamente il benessere economico dei dipendenti della clinica.

C'È FORSE PURE UN PROBLEMA DI FORMAZIONE, NON SOLO PROFESSIONALE MA ANCHE ETICA, DEL PERSONALE SANITARIO?
Fin dal principio nelle università gli ostetrici-ginecologi vengono preparati al fatto che devono eseguire aborti. Nessuno studente delle facoltà di ostetricia e ginecologia può sostenere gli esami se non ha eseguito personalmente un aborto. Anche se uno studente dichiara di non voler effettuare un aborto per convinzioni etico-morali o religiose, non cambia nulla: o esegui l'aborto, o non passi l'esame.

QUESTA SITUAZIONE HA DEI RIFLESSI NEGATIVI SULLA PSICOLOGIA DEI MEDICI?
Può bene immaginarsi lo stato d'animo di un medico che, ad esempio, riceve nel suo studio venti donne gravide e solo sei di esse vogliono conservare in vita il loro bambino.

Fonte: Avvenire, 19/07/2011

3 - IN IRLANDA UN DISEGNO DI LEGGE OBBLIGHEREBBE I SACERDOTI A RIVELARE NOTIZIE APPRESE IN CONFESSIONE
Nemmeno Hitler e Stalin arrivarono a tanto: ecco i retroscena della grave vicenda di uno ''stato cattolico'' contro la Chiesa
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: La Bussola Quotidiana, 28/07/2011

Tra Santa Sede e Irlanda, il clima non volge al sereno. Riassunto delle puntate precedenti: il 13 luglio è stato pubblicato il rapporto sugli abusi di minori da parte del clero della diocesi di Cloyne. Il 20 luglio il primo ministro Enda Kenny [nella foto] lo ha commentato in parlamento in un discorso durissimo, mentre due ministri annunciavano la presentazione di un disegno di legge che obbligherebbe i sacerdoti, sotto pena di cinque anni di prigione, a rivelare anche notizie di abusi su minori apprese in confessione. Di questi avvenimenti abbiamo dato notizia su La Bussola Quotidiana, esprimendo nello stesso tempo comprensione per la reazioni irlandesi a quelli che lo stesso Pontefice, nella sua Lettera ai cattolici dell'Irlanda del 19 marzo 2010, ha definito «atti peccaminosi e criminali» e ferma riprovazione per ogni ipotesi di attacco al segreto della confessione, che – tranne l'Albania comunista di Enver Hoxha (1908-1985) – neppure i peggiori regimi totalitari europei hanno mai osato toccare.
Ora la Santa Sede ha richiamato a Roma per consultazioni il nunzio apostolico, certo con lo scopo di preparare la risposta al rapporto sulla diocesi di Cloyne che il governo irlandese reclama, ma adottando quella che il vicedirettore della Sala Stampa vaticana, padre Ciro Benedettini, ha definito «una misura cui raramente la Santa Sede fa ricorso, [che] denota la serietà della situazione, la volontà della Santa Sede di affrontarla con obiettività e determinazione, nonché una certa nota di sorpresa e rammarico per alcune reazioni eccessive». Vale dunque la pena di tornare sulle «reazioni eccessive». L'espressione si riferisce certamente al disegno di legge che comprende clausole contro il segreto del confessionale, suscettibile di scardinare l'intero edificio della libertà religiosa in Irlanda e contro cui le critiche sono sia giustificate sia, da un certo punto di vista, ovvie. Ma molti hanno visto nelle parole di padre Benedettini anche un riferimento al discorso del primo ministro Kenny, da molti in Irlanda definito «storico».
Il discorso, in effetti, colpisce per la vigorosa retorica con cui il premier insiste sul fatto che i laici irlandesi sono padroni a casa loro e non hanno alcuna intenzione di farsi dettare la linea politica e giudiziaria né dai vescovi né dal Vaticano. Sembrerebbe un discorso del primo ministro spagnolo José Luis Zapatero, se proprio non vogliamo scomodare qualche padre della patria mangiapreti del nostro Risorgimento. Il fatto è, però, che Kenny non è Zapatero. È un cattolico praticante che fa parte di un partito di originaria ispirazione cattolica e di centro-destra, anche se negli anni 1990 introdusse il divorzio in Irlanda e oggi, pur contrario al matrimonio omosessuale, promette il riconoscimento delle unioni civili alle persone dello stesso sesso. Come ha scritto molta stampa irlandese, solo un cattolico poteva permettersi certi accenti senza essere tacciato di pregiudizi anticlericali di stampo ottocentesco.
Kenny vola nei sondaggi perché il suo discorso ha espresso la rabbia degli irlandesi, che negli ultimi anni – proprio per gli scandali dei preti pedofili – ha fatto scendere la partecipazione alla Messa a livelli più bassi di quelli italiani. Un'indignazione che lo stesso Benedetto XVI ha mostrato di comprendere nella lettera del 2010, in cui grida ai sacerdoti irlandesi colpevoli di abusi che «avete perso la stima della gente dell'Irlanda e rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli», e ai vescovi ricorda che «alcuni di voi e dei vostri predecessori avete mancato, a volte gravemente, nell'applicare le norme del diritto canonico codificate da lungo tempo circa i crimini di abusi di ragazzi». Ma è tutto oro quello che agli irlandesi sembra oggi luccicare?
Ci sono certamente alcuni aspetti del discorso del premier che possono essere condivisi. Kenny ha espresso incondizionata solidarietà alle vittime di abusi, un'affermazione non scontata da parte del leader di un governo irlandese che in passato ha fatto spesso troppo poco. Ha riconosciuto che la maggior parte dei sacerdoti dell'Irlanda non ha nulla a che fare con la pedofilia. E ha dichiarato che lo Stato, che si è mostrato spesso inefficiente, deve fare pulizia anche in casa propria quanto alla repressione degli abusi sui minori, da chiunque commessi. In una situazione di «vergogna e disonore» – parole, come abbiamo visto, di Benedetto XVI – si può anche comprendere, pure se qualche accento è parso fuori dalle righe, l'orgogliosa rivendicazione – da parte di un uomo politico che nella prima frase del suo discorso ha tenuto a dichiararsi cattolico – dell'autonomia dei laici e della sfera temporale rispetto a un clero e a un episcopato che non sempre hanno dato buona prova di sé.
Due aspetti del discorso di Kenny meritano invece qualche rilievo critico. Il primo è di natura strettamente giuridica. Kenny cita dal rapporto su Cloyne una lettera del 1997 in cui l'allora nunzio apostolico in Irlanda, monsignor Luciano Storero (1926-2000), comunicava ai vescovi irlandesi le «serie riserve» della Congregazione del Clero sul modo in cui il documento sugli abusi preparato  nel 1995 da una commissione di esperti per l'episcopato irlandese formulava l'obbligo di denunciare alle autorità civili i casi di pedofilia. Il premier, con indubbia efficacia retorica, ne trae occasione per una vera invettiva dove assicura che le interferenze del Vaticano sull'autonomia dei giudici, dei politici e anche dei vescovi irlandesi non saranno più tollerate. Gli scappa anche detto che tentativi vaticani di ostacolare l'attività d'indagine sulla pedofilia in Irlanda si sono verificati «ancora nel 2009», frase che dovrà però rettificare in una successiva intervista affermando di non avere prove di queste interferenze.
La questione giuridica è ricostruita però dando l'impressione, inesatta, che il nunzio Storero incitasse i vescovi irlandesi a far prevalere il diritto canonico sul diritto civile. Pur manifestando – come ha fatto il portavoce della Santa Sede padre Federico Lombardi – legittimi dubbi «sull'adeguatezza dell'intervento romano di allora in rapporto alla gravità della situazione irlandese», resta il fatto che nel 1997 a essere poco chiaro era il diritto civile. Questo richiedeva alle autorità religiose di denunciare gli abusi? O al contrario non lo richiedeva, e i vescovi rischiavano di essere a loro volta accusati di violazione della privacy degli accusati e del loro stesso dovere di riservatezza come religiosi? La risposta la dà lo stesso rapporto su Cloyne, al paragrafo 6.36: «La commissione d'inchiesta riconosce che le direttive della Chiesa erano molto più rigorose di quelle adottate dallo Stato, perché richiedevano che tutte le accuse contro i preti operanti in una diocesi fossero riferite alle autorità sanitarie e anche alla gendarmeria». Lo Stato non può accusare la Chiesa di avere dubbi su leggi che lo Stato stesso – di cui la commissione su Cloyne era un organo – giudica non sufficientemente chiare e rigorose. Certamente in Irlanda i vescovi cattolici, come scrive Benedetto XVI, hanno «mancato, a volte gravemente». Ma anche lo Stato non può dire di avere fatto fino in fondo la sua parte.
Il secondo aspetto inaccettabile del discorso di Kenny è l'attacco personale a Benedetto XVI. Dopo avere attaccato il «clericalismo romano», il premier nelle battute finali ha affermato che «il cardinale Joseph Ratzinger disse che "standard di condotta appropriati per la società civile o per il funzionamento di una democrazia non possono puramente e semplicemente essere applicati alla Chiesa". […] Come primo ministro voglio che sia assolutamente chiaro che quando si tratta della protezione dei bambini di questo Stato gli standard di condotta che la Chiesa considera appropriati per se stessa non possono essere e non saranno applicati al funzionamento della democrazia in questa Repubblica. Non puramente né semplicemente né in alcun altro modo». Gli irlandesi che hanno ascoltato e applaudito il premier hanno pensato che il cardinale Ratzinger stesse difendendo i privilegi canonici della Chiesa contro le commissioni d'indagine sulla pedofilia. Ma la citazione è tratta dal paragrafo 39 della istruzione del 1990 Donum veritatis sulla vocazione ecclesiale del teologo, firmata dall'allora cardinale Ratzinger come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, e non ha nulla a che fare con la pedofilia o i rapporti con gli Stati. La Congregazione, che si sta rivolgendo ai teologi, afferma che le verità di fede non sono votate a maggioranza né derivano «democraticamente» dal «"consenso" dei teologi». Anche se la maggioranza dei teologi affermasse che Gesù Cristo è risorto solo metaforicamente, o che l'aborto è lecito, la loro opinione sarebbe irrilevante perché nella Chiesa la verità non si vota con la maggioranza della metà più uno.
È poco verosimile che il primo ministro irlandese si ricordi l'istruzione Donum veritatis, pubblicata ventuno anni fa per ammonire i teologi del dissenso. Ma è invece molto verosimile che se la ricordi bene qualche teologo. Agnosco stylum, «riconosco il pugnale», potrebbe rispondere Benedetto XVI: e più d'uno anche in ambienti politici ed ecclesiali irlandesi mormora che questo passaggio del discorso di Kenny non può essere stato scritto che da un prete. È pure sospetto che a poche ore dal discorso si sia affrettata a congratularsi con il premier l'Associazione dei Preti Cattolici, un'influente lobby di cinquecento sacerdoti che contestano diversi insegnamenti della Chiesa e oggi sono impegnati in un braccio di ferro con i vescovi sulla nuova traduzione in inglese del canone della Messa, ritenuta troppo «romana» e preoccupata dell'ortodossia. Loro sì che conoscono la Donum veritatis...
E tuttavia perfino l'Associazione dei Preti Cattolici si è spaventata di fronte alle minacce al segreto della confessione. E qualche iscritto, criticando la dirigenza, ha invitato tutti a un momento di meditazione sulla tristissima storia di Nora Wall, il più grande dramma giudiziario nella storia dell'Irlanda moderna. Nel clima emotivo delle prime rivelazioni sui preti pedofili, nel 1996 la polizia credette immediatamente alle rivelazioni di Regina Walsh, una ragazza che era stata allevata dalle Suore della Misericordia, secondo cui una suora, Nora Wall – che nel frattempo aveva lasciato l'ordine nel 1994 – l'aveva ripetutamente violentata nel 1990 e in un'occasione l'aveva tenuta ferma mentre un vagabondo, Pablo McCabe (1948-2002), la violentava a sua volta. Nel 1999 Nora Wall fu condannata all'ergastolo, e McCabe, ritenuto succube della suora e quindi meno colpevole, a dodici anni di carcere. La Wall fu dipinta come un mostro: la prima donna condannata per violenza carnale, e mandata all'ergastolo per un crimine sessuale, nella storia giudiziaria irlandese.
Ben presto, però, emersero dubbi. La sentenza era stata emessa nel clima isterico creato da una serie televisiva, Stati di paura, trasmessa dalla televisione di Stato irlandese e conclusa meno di un mese prima del processo, dove – sulla base di scarsissimi elementi fattuali e storici – le Suore della Misericordia venivano dipinte come maniache sessuali che gestivano collegi lager dove centinaia di ragazze erano regolarmente violentate dalle suore e dai confessori, e perfino assassinate. Passato il momento d'isteria collettiva, si fecero avanti parecchie persone falsamente accusate di violenze sessuali da Regina Walsh, che esaminata dagli psichiatri fu definita una mitomane e una bugiarda patologica. Nel 2005, dopo una lunga vicenda giudiziaria, la Corte d'Appello definì la sentenza di primo grado «un aborto della giustizia» e presentò le scuse dell'Irlanda a Nora Wall – il povero McCabe nel frattempo era morto.
Forse l'aspetto più triste della vicenda è che le Suore della Misericordia, terrorizzate dal diluvio di accuse, non credettero alle proteste d'innocenza della loro ex consorella e in un comunicato parlarono di «crimini rivoltanti», definendo «eroica» Regina Walsh e invitando le superiore delle loro case a denunciare subito alla polizia qualunque suora fosse accusata di abusi, anche dopo molti anni dai presunti fatti.
Quando si riflette sull'intricata questione dei rapporti fra Stato, diocesi e congregazioni religiose in Irlanda a proposito della gestione di accuse di abusi non si può dimenticare Nora Wall. La sua storia certamente non toglie nulla alla vergognosa colpevolezza dei sacerdoti che hanno abusato di bambini e all'omessa vigilanza di alcuni vescovi irlandesi. Ma ricorda che creare un clima dove qualunque religioso o religiosa accusato è per definizione colpevole, e dove le emozioni prevalgono sull'esame pacato dei singoli casi, non giova veramente a nessuno.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 28/07/2011

4 - REPRESSIONE E RIEDUCAZIONE IN CINA: A CHE PUNTO SIAMO?
La polizia arresta i cristiani che la domenica tentano di riunirsi per pregare
Fonte Corrispondenza Romana, 16/07/2011

La polizia ha arrestato 15 cristiani di Shouwang che domenica 19 giugno 2011 hanno tentato di riunirsi nella piazza Zhongguancun (Pechino) per pregare. Il Movimento patriottico delle tre autonomie visita le stazioni di polizia per aiutare ad "ammonire" e "rieducare" questi cristiani e convincerli ad unirsi alla Chiesa ufficiale riconosciuta dal Partito comunista. Due degli arrestati sono stati "trattenuti", mentre gli altri sono stati inviati in varie stazioni per essere interrogati e diffidati prima di essere rilasciati. Gli interrogatori hanno persino affrontato temi teologici per discutere se le azioni della Chiesa di Shouwang fossero in accordo con la fede cristiana. Dal 10 aprile i seguaci di Shouwang, una delle maggiori chiese "domestiche" cinesi, si riuniscono in strada per celebrare il servizio religioso della domenica protestando così contro le autorità che li hanno fatti cacciare dai locali in affitto dove si riunivano e che impediscono loro di entrare in possesso di un edificio acquistato e pagato da anni. E ogni domenica, da 11 settimane, la polizia li attende e li arresta. Così decine di fedeli e i loro pastori sono agli arresti domiciliari, con divieto di uscire la domenica. Alcuni sono stati minacciati di licenziamento o di sfratto se insisteranno nella protesta pacifica che ha attirato attenzione e consensi, in Cina e fuori.
Il regime comunista tollera solo i gruppi religiosi registrati, ma vi sono più cristiani protestanti non ufficiali (circa 80 milioni) che membri del Movimento delle tre autonomie (20 milioni). Per timore che la situazione sfugga di mano al Partito, da quasi quattro anni è in atto una campagna per eliminare le comunità sotterranee o farle confluire nelle comunità ufficiali. Gli arresti dei cristiani coincidono poi con una serie di azioni contro attivisti democratici e avvocati per i diritti umani, inaugurate a febbraio, la peggiore repressione almeno dal 1998. Pechino teme che ogni movimento non controllato dal Partito possa scatenare la scintilla di una "rivoluzione dei gelsomini" simile a quella che sta scuotendo l'Africa del Nord e il Medio Oriente. Timore rinfocolato dal fatto che molti attivisti per i diritti umani si sono convertiti al Cristianesimo.
Le cose non vanno meglio per i cattolici: da oltre due mesi non si hanno notizie di padre Joseph Chen Hailong di Xuanhua (Hebei), arrestato il 9 aprile mentre si recava a fare visita ai cattolici di Yangqing, contea di Pechino, dove svolge il suo ministero. Il 29 giugno i cattolici di Hong Kong hanno protestato per chiedere la liberazione dei religiosi detenuti e maggiore rispetto per i fedeli cattolici. La famiglia di p. Chen teme che il proprio congiunto venga torturato, come accaduto a p. Peter Zhang Guangjun della stessa diocesi, detenuto tra il 10 gennaio e il 13 aprile 2011, percosso con pugni, bastoni, colpito con un bugliolo, costretto a star sveglio per 5 giorni fino a che ha avuto un collasso, inzuppato con acqua fredda nell'inverno gelido. Una fonte di "AsiaNews" che ha chiesto l'anonimato riferisce che p. Zhang «si è sempre rifiutato di accettare il principio di una Chiesa autonoma e indipendente [dal Papa. N.d.R.] e autogestita».
Il 29 giugno, festa dei Santi Pietro e Paolo, il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, vescovo emerito di Hong Kong, ha presieduto una S. Messa a Hong Kong e ha poi guidato una protesta all'Ufficio di Cina per i rapporti con Hong Kong, domandando il rilascio di p. Chen e di tutti i sacerdoti e vescovi cattolici detenuti e ricordando le sofferenze dei cattolici in Cina. La protesta è stata organizzata dalla Commissione giustizia e pace della diocesi di Hong Kong. Lina Chan, segretario esecutivo della Commissione, dice ad "AsiaNews" che «la scelta della data è per ricordare che, come i santi Pietro e Paolo sono stati perseguitati e incarcerati per la loro fede, così la popolazione della Cina sta soffrendo per la sua fede».

Fonte: Corrispondenza Romana, 16/07/2011

5 - PROPOSTA DI LEGGE PER AGGIUNGERE AL PROPRIO FIGLIO IL COGNOME DELLA MADRE: IL VERO OBIETTIVO E' DARE L'ULTIMA SPALLATA ALLA FAMIGLIA
Ad essere attaccata è l'autorità paterna: quanto a me, sono molto orgogliosa di avere contribuito a generare quattro persone che portano il cognome di mio marito
Autore: Costanza Miriano - Fonte: La Bussola Quotidiana, 29/07/2011

Adesso, che sia io a difendere l'importanza, il valore, la sacralità del nome è davvero surreale. Io i nomi me li dimentico qualche decimo di secondo dopo averli sentiti, senza battere ciglio. (...) Eppure anche io, che non me ne ricordo uno neanche per sbaglio, riconosco quanto sono importanti i nomi. Nomina sunt numina rerum. I nomi racchiudono il valore simbolico. I nomi servono a ordinare il nostro mondo culturale. Nella Bibbia i nomi sono segno del rapporto con Dio, che spesso cambia nome ai suoi eletti. E quando l'uomo dà i nomi alle specie naturali ne segna la gerarchia. Gesù stesso, poi, è il verbo incarnato.
Che il nome non sia semplicemente un nome, una composizione casuale di lettere dell'alfabeto, lo sanno anche i promotori della proposta di legge appena passata al vaglio di un preconsiglio dei ministri, che vuole rendere più facile per i genitori aggiungere al proprio figlio il cognome della madre, oltre a quello del padre. Lo sanno così bene che è chiaro che il loro obiettivo non è attaccare il nome, ma quello che rappresenta. Chi sostiene – come per esempio sul Corriere della sera Maria Laura Rodotà – che la scelta del cognome dovrebbe essere libera e fatta di comune accordo tra i genitori, in realtà ne fa una questione di patriarcato, di comando, di presunto dominio da sovvertire. Insomma, sostiene la Rodotà, e molte femministe con lei, il piccolo Kevin deve potersi chiamare sia Rossi come la mamma, che Bianchi come il babbo. O magari tutti e due. Rossi Bianchi. O anche Bianchi Rossi. Parità ovunque, nel lavare i piatti e sui documenti.
Ad essere attaccata, diciamo la verità, è l'autorità paterna, l'obbedienza, il senso della gerarchia. Come tutte le costruzioni ideologiche, anche questa prescinde dalla realtà. Quando non raccogliamo i dati reali e partiamo con le nostre teorie basate solo sulle idee, prendiamo facilmente sonore cantonate. Mi chiedo, tanto per cominciare, come si potrebbe poi, soprattutto a distanza di tempo, mettere ordine nelle parentele, nelle genealogie. Come andare a ritroso nelle generazioni e cercare di ricostruire i legami familiari magari sbiaditi nel tempo. Sarebbe inutile persino andare a cercare i cari tra le lapidi del cimitero, o all'anagrafe della parrocchia, tra i battesimi di tanti decenni fa. Sarebbe una complicazione burocratica, poi, senza fine. Se un Rossi Bianchi si sposa con una Verdi Neri, poi, il figlio come si chiamerà? Quattro cognomi? Ma prima la nonna materna? E se mia suocera si offende? E tutto per che cosa, poi? Per dare l'ennesima picconata alla figura paterna, come se ne avesse ancora bisogno.
Qui non è questione di essere cattolici, che sia chiaro. Gli ambiti in cui noi credenti siamo liberi sono spesso più grandi e vasti di quanto pensiamo, e la questione del cognome non è certo un dogma di fede. Stiamo parlando di non complicare le cose. L'ideologia è talmente accecata nella sua foga – distruggere tutto quello che rimanda a un'autorità – che diventa stupida.
Quanto a me, sono molto orgogliosa di avere contribuito a generare quattro persone che portano il cognome di mio marito. Due di loro, maschi, lo tramanderanno ai loro figli, spero. Anche se quando cerco di vaticinare le somiglianze, e ovviamente mi sembra chiarissimo che tutti i pregi i miei bambini li hanno presi da me, mentre i difetti li attribuisco ai geni di mio marito, io in realtà sono contenta che i miei figli, ai quali ho prestato il mio sangue e il corpo, ho dato il latte, abbiano preso insieme al patrimonio genetico il nome del loro padre. Sono contenta anche per loro: così sanno chi sono, da dove vengono. Sanno chi è il padre che al momento di uscire dal nido li spingerà nel viaggio più importante della vita, quello verso il Padre.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 29/07/2011

6 - LA BBC SI SCHIERA SUL FRONTE EUTANASIA CON UN VIDEO CHOC
Forti polemiche in Gran Bretagna per la messa in onda in prima serata (è la prima volta in assoluto per la televisione britannica terrestre) degli ultimi istanti di vita di un settantunenne che si era rivolto alla clinica svizzera Dignitas
Autore: Elisabetta Del Soldato - Fonte: Avvenire, 15/06/2011

La Gran Bretagna ha visto morire, mentre si toglieva la vita assistito da un medico nella clinica svizzera Dignitas, un settantunenne affetto da una malattia terminale. Lunedì sera infatti la Bbc, dopo averlo annunciato per sei mesi, ha trasmesso un programma dal titolo «Choosing to Die», «scegliere di morire», in cui ha mostrato, alle nove di sera, gli ultimi choccanti attimi di Peter Smedley che si toglie la vita ingerendo una dose massiccia di barbiturici, abbracciato da una dottoressa che gli dice di «essere forte». Nonostante le resistenze e le critiche da parte di molti esponenti del mondo religioso, medico e politico, la Bbc ha sempre difeso a spada tratta la sua decisione e lunedì si è fatta pioniera della "morte in diretta". È infatti la prima volta che la televisione britannica terrestre trasmette immagini di questo tipo; lo aveva già fatto però una volta quella satellitare di Sky Real Lives il 10 dicembre del 2008 quando aveva mostrato gli ultimi momenti di Craig Ewert, 59 anni e malato di sclerosi multipla, che si era rivolto sempre alla clinica Dignitas di Zurigo. Per la Bbc, ha ribadito ieri un portavoce, «la morte fa parte del processo naturale della vita, è giusto guardarla in faccia e non averne paura. Ed è nostro compito dare alla gente la possibilità di farsi una propria idea sull'argomento».
Ma contro un atteggiamento che è apparso «puramente meccanico» di fronte alla morte, si sono schierate ieri diverse voci tra cui quella del vescovo di Exter, il reverendo Michael Langrish, che ha detto di voler «vedere molta più enfasi sul supporto alle persone in vita piuttosto che assisterle nella morte». E quella del gruppo di pressione "Care Not Killing Alliance", secondo cui il documentario della Bbc è solo l'ultimo di una serie di programmi andati in onda negli ultimi tre anni a favore dell'eutanasia.
«Si tratta di pura propaganda per il suicidio assistito – ha detto il portavoce Alistair Thompson –. La Bbc, invece, che usa soldi pubblici, dovrebbe far sentire anche l'altra parte della medaglia».

Fonte: Avvenire, 15/06/2011

7 - L'INTRAMONTABILE GINO BARTALI FU LODATO DA PIO XII COME ESEMPIO DI UOMO ATTACCATO ALLA FEDE E ALLA FAMIGLIA
Salvò 800 ebrei durante la seconda guerra mondiale e, dopo l'attentato a Togliatti, la sua vittoria al Tour de France permise all'Italia di non cadere in una sanguinosa guerra civile
Autore: Antonio Giuliano - Fonte: La Bussola Quotidiana, 14-07-2011

Il Tour de France ritorna a Lourdes e chissà che non sia ancora una volta una tappa provvidenziale. Viste le tante cadute che stanno funestando questa edizione della grande corsa ciclistica a tappe sembrerebbe quasi una deviazione obbligata dell'ultim'ora. In realtà gli organizzatori avevano messo in calendario da tempo questo "omaggio".
Il 15 luglio, la carovana dei corridori approda nella cittadina transalpina famosa per le apparizioni della Madonna alla giovanissima Bernadette Soubirous. Ma già dalla sera prima c'è stato un inconsueto fuori programma: i 180 ciclisti al via della caratteristica processione "aux flambeaux" con tutti i pellegrini. E a seguire c'è stata la messa per loro presso la Grotta di Massabielle. Una nottata in preghiera prima di ritornare a scalare ancora le vette pirenaiche nella tappa Pau-Lourdes che sancisce il ritorno nel luogo benedetto. Solo una volta infatti il Tour nella sua storia aveva posto il suo arrivo qui e non è un caso se si trattò di un evento destinato a lasciare il segno.
Vinse e non poteva farlo che lui, Gino "il Pio" Bartali (1914-2000), "le pieux" come lo avevano ribattezzato i francesi per la sua fede rocciosa di cui orgogliosamente non fece mai mistero. E fu un successo dall'alto valore simbolico in un Tour che incise non poco sulla storia del nostro Paese. Bartali vi era arrivato all'apice di una carriera strepitosa e un palmares già straordinario: con la conquista, tra l'altro, di 3 Giri d'Italia (1936, 1937 e 1946) e un Tour nel 1938. Solo la guerra frenò il suo bottino. Oltre ovviamente ai duelli leggendari con Fausto Coppi, il "Campionissimo", in una rivalità che divise l'Italia.
Quel Tour del 1948 (con Coppi a casa per scelta personale) si presentava più duro del previsto. Nonostante la conquista della maglia gialla già nella prima tappa, Bartali incontrò sulla sua strada l'astro nascente del ciclismo francese Luison Bobet. Il nostro fuoriclasse s'impose ancora a Lourdes e a Tolosa, ma a metà Tour accusava già un ritardo di oltre 20 minuti dal transalpino. E molti giornalisti italiani cominciavano ad andar via.
«Fu un momento molto difficile - ricorda oggi Andrea Bartali, settantenne, figlio primogenito del campione -. Mio padre pensava che la colpa fosse sua, per il suo ritardo in classifica e perché veniva considerato ormai vecchio, aveva infatti 34 anni. In realtà poi comprese che i giornalisti andavano via perché in Italia c'era un gran caos…».
Era il 14 luglio, esattamente come 63 anni fa. E quel giorno il leader del Partito comunista, Palmiro Togliatti, fu ferito gravemente in un attentato. Sarebbero seguite giornate di scontri e arresti, con circa 20 morti e 200 feriti. Il Paese, già provato dalle accese elezioni del '48 che sancirono la schiacciante vittoria della Dc di Gasperi sul Fronte popolare social-comunista, sembrava davvero sull'orlo di una guerra civile. «Mio padre cercò di mettersi in contatto con noi – spiega Andrea Bartali – perché era molto preoccupato. E invece proprio la sera del 14 luglio gli arrivò la telefonata di De Gasperi che gli chiedeva di vincere il Tour per calmare le acque. Si davano del "tu", perché entrambi avevano militato nell'Azione Cattolica. Sulla carta era davvero un'impresa disperata per mio padre rimontare in classifica».
Eppure "Ginettaccio" stupì tutti alla sua maniera, volando sulle Alpi e infliggendo distacchi epici. Riuscì in un miracolo doppio: vinse un Tour da guinness (unico ciclista a vincerne due a distanza di 10 anni, un primato che gli valse il soprannome di "Intramontabile") e rasserenò il clima italiano. Le feroci manifestazioni di protesta si tramutarono incredibilmente in cortei di giubilo per la sua vittoria. A proposito di quell'anno così travagliato segnato dalla dura competizione elettorale, Giovanni Guareschi pare abbia detto: «Ci salvarono le zie, Don Camillo e Bartali». Ma i meriti del campione toscano emergono anche da un bel libro ristampato di recente: Sia lodato Bartoli. Ideologia, cultura e miti dello sport cattolico (1936-1948) di Stefano Pivato (Edizioni Lavoro 1996, pp. 208 euro 13,43).  
Di sicuro il clamore fu generale: «Andreotti mi disse – continua Andrea Bartali – che il giorno in cui mio padre riconquistò la maglia gialla, i deputati al parlamento, di destra, centro e sinistra, non appena arrivò la notizia si alzarono in piedi e applaudirono a lungo. Solo anni dopo mio padre si renderà conto di quanto incise la sua impresa. Eppure rimase male per il trattamento ricevuto. "Ho salvato l'Italia – ci confidò – ma lo Stato mi ha dimostrato poca riconoscenza". In effetti al suo ritorno in patria fu ricevuto dai politici che si dissero disposti a concedergli qualsiasi cosa, anche una coppa d'oro… Ma lui, che finì con una misera pensione sociale, aveva solo chiesto l'esenzione da alcune tasse. E non gli fu concesso. Ne fu addolorato e non volle più saperne. La verità è che era un uomo scomodo, tutto d'un pezzo, non era un fine diplomatico. Era certo un brontolone. Ma non ho mai sentito da lui una parolaccia, né ha mai parlato male di nessuno».
Nemmeno di Coppi. «No, assolutamente. Certo non aveva approvato la sua relazione extraconiugale con la "Dama Bianca". Avevano due concezioni diverse della vita. Al di fuori delle gare si stimavano anche, sebbene non si frequentassero. Ma ovviamente in corsa entrambi volevano vincere. Per mio padre il rispetto dell'avversario era sacro. Si discute ancora su chi abbia passato la borraccia in quella famosa foto… In realtà so che più volte se la passarono a vicenda in altre gare. Nei momenti di difficoltà ci si aiutava. Certo mio padre era un uomo di profonda fede».
Curzio Malaparte scrisse: «Bartali possiede la fede ingenua e profonda dei toreri spagnoli. Ogni volta, prima di sfidare il toro, si inginocchia e prega. Ogni volta, dopo aver ucciso la tappa, si inginocchia e prega per ringraziare Dio di avergli concesso la vittoria». «Sì – ammette il figlio Andrea – Mio padre non ha mai nascosto la sua religiosità. Tutt'altro. Aveva voluto a tutti i costi diventare terziario carmelitano (e la mantella tipica l'ha voluta portare con sé anche nella tomba). Era devoto di santa Teresa del Bambin Gesù che aveva scoperto anche in seguito alla tragica morte di suo fratello in un incidente fatale. Ma aveva anche una venerazione particolare per la Madonna di Lourdes. Per questo quella vittoria nel 1948 ebbe per lui un valore speciale e gli diede una carica senza pari. Quel giorno i fiori che ottenne sul podio non li regalò ai tifosi, ma li portò poi alla Grotta. Ci andava tutti gli anni quando passava lì vicino. E ci portò diverse volte noi di famiglia. Ricordo ancora i souvenir che mi portava quando studiavo in collegio…». In verità anche Coppi, a cui hanno voluto far indossare a tutti i costi la laica maglia rossa, era credente e pare che l' "Airone" al Santuario di Lourdes si rifugiasse spesso.
Ma Bartali era davvero un fedele integerrimo: «E Pacelli – assicura il figlio Andrea -  era un suo tifoso sfegatato. Difatti lo ricevette in udienza dopo l'impresa al Tour del '48 per congratularsi personalmente. Lui si era già sentito davvero onorato quando Pio XII affacciandosi a piazza San Pietro per un raduno di Azione Cattolica fece il suo nome come esempio di uomo attaccato alla fede e alla famiglia. E ancor di più quando Pio XII gli aveva chiesto di iscriversi alla Dc e di partecipare alle elezioni. Peraltro era amico già di De Gasperi e Gedda (il quale lo cita spesso nelle sue memorie). Lui ci pensò e poi rispose: "Dire di no al Papa è come dire no al Padreterno, ma devo rifiutare per rispetto di una parte dei miei tifosi". E ora capisco perché in un inedito Guareschi scrive che anche Peppone tifava per lui…».
Per Bartali il ciclismo era quasi una vocazione monastica. Con questo spirito salvò 800 ebrei durante la seconda guerra mondiale. Un'opera eccezionale venuta alla luce solo pochissimo tempo fa, anche grazie al libro di un giovane corridore e studioso Paolo Alberati: Gino Bartali. "Mille diavoli in corpo" (Giunti 2010, pp. 192, euro 15). «Mio padre – confessa Andrea – aveva voluto mantenere segreta questa storia. Lui mi ripeteva: "Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all'anima, non alla giacca". Nessuno di noi, nemmeno mia madre sapeva che faceva anche 380 km in un giorno per andare e tornare da Firenze ad Assisi, per portare a francescani e clarisse documenti di ebrei da falsificare. Su mandato del cardinale Dalla Costa di Firenze era pronto a saltare in sella e arrivare ovunque: foto e documenti li nascondeva accuratamente nella canna, sotto il sellino o dentro le impugnature del manubrio. Di recente un avvocato di Firenze, Renzo Ventura, mi ha detto che deve a mio padre la vita avendo trovato il diario della mamma in cui si cita esplicitamente Gino Bartali come salvatore».
Grazie a testimonianze come questa lo Stato di Israele è pronto a conferirgli il massimo riconoscimento: un albero in suo onore nel Giardino dei Giusti dello Yad Vashem, il memoriale delle vittime della Shoah. «Rischiò tante volte – ammette Andrea – Era finito nel mirino dell'Ovra, la polizia fascista. Mio padre non sopportava Mussolini perché voleva a tutti i costi imporgli i suoi programmi. Una volta poi per portare dei documenti a Genova si fermò alla certosa di Farneta a Lucca dove di lì a poco, nel 1944, i nazisti trucidarono certosini e civili. Spesso lo fermavano e lui sviava parlando di ciclismo… Una volta lasciando però la bici in un angolo la trovò spezzata: pensavano fosse un'arma per il suo colore verde ramarro. Un atto sacrilego per lui che trattava la bici come una persona. gli parlava addirittura… Ma non si demoralizzò. E continuò a pedalare imperterrito. Se lo ricorda benissimo suor Eleonora, clarissa oggi 96enne del convento di San Quirico ad Assisi».
Si avventurava su strade secondarie e di montagna per centinaia di chilometri, quasi sorretto da una mano invisibile e con la stessa grinta con cui sprintò a Lourdes e a quel Giro di Francia del '48. Ed è davvero singolare che il Tour ripassi da Lourdes a cavallo del 14 luglio, festa nazionale francese che ricorda la presa della Bastiglia. Ma quel luogo parla di un'altra rivoluzione. Quella di una fede prodigiosa capace di spostare le montagne o di scavalcarle con classe sui pedali, proprio come Bartali.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 14-07-2011

8 - QUALCUNO SI E' ACCORTO CHE LA CHIESA E OBAMA SONO FAVOREVOLI AL NUCLEARE?
Dopo l'ubriacatura referendaria, si può tornare a parlare di nucleare senza catastrofismi
Autore: Mauro Faverzani - Fonte: Corrispondenza Romana, 23/07/2011

Dopo l'ubriacatura referendaria, si può tornare a parlare di nucleare senza catastrofismi. Immediatamente dopo l'esito delle urne, del Giappone nessun media ha più parlato, nemmeno per render conto di quanto la situazione stesse migliorando: un silenzio assordante è calato sui reattori fumanti, sulla contaminazione di aria ed acqua, sul fatto che i piani per la costruzione di nuovi impianti proseguiranno, nonostante tutto. Così come proseguiranno anche in Cina e negli Stati Uniti. Anche perché il nucleare soddisfa, da solo, circa il 14% della produzione mondiale di energia elettrica, ben il 28% di quella europea ed il 75% di quella francese, dove non a caso l'energia costa alle imprese la metà del prezzo pagato da quelle italiane. Occorre pensarci bene prima di denuclearizzare. In Asia sono in cantiere almeno altri 43 reattori. Ma nessuno ne parla. Riflettori puntati invece sulla Germania, che ha annunciato la chiusura delle proprie centrali: sì, quelle vecchie ed obsolete, però, il cui ciclo di vita si è concluso da tempo. Ma tant'è.
Per avere il quadro completo della situazione, occorre far notare come l'Italia conviva con ben 26 centrali straniere a soli 200 chilometri dal confine e continui ad importare a prezzi stratosferici da Francia e Germania almeno il 15% del proprio fabbisogno energetico. Chi più è stato "tirato per la giacchetta" in questo periodo è stato il Santo Padre, osannato a corrente alternata ovvero solo quando strumentalizzabile. Un esempio: che la Caritas in Veritate ed anche il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa condannino lo sfruttamento delle risorse naturali non rinnovabili, quando non sia solidale e condiviso con i Paesi emergenti, non significa bocciarne l'uso, ma l'abuso. Ciò che mai si cita è, ad esempio, l'intervento ufficiale della Santa Sede alla conferenza ministeriale dell'Aiea, Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, svoltasi lo scorso 21 giugno, laddove afferma: «Il settore nucleare può rappresentare una grande opportunità per il futuro. Ciò spiega il 'rinascimento nucleare' a livello mondiale », che « sembra schiudere orizzonti di sviluppo e prosperità». Ancora, ci si scorda della posizione ufficiale della Chiesa, espressa a chiare lettere dal Presidente emerito del Pontificio Consiglio "Giustizia e Pace", Card. Renato Raffaele Martino: «La Santa Sede – ha dichiarato – è favorevole e sostiene l'uso pacifico dell'energia nucleare», che «non va guardata con gli occhi del pregiudizio ideologico, ma con quelli dell'intelligenza, della ragionevolezza umana e della scienza». Il Presidente degli Stati Uniti Obama ha autorizzato la concessione di garanzie pubbliche su un finanziamento destinato alla costruzione di due nuovi reattori in Georgia. Il Presidente francese Sarkozy ha deciso inoltre di creare un Istituto internazionale per l'Energia Nucleare, in cui far confluire i propri migliori docenti e ricercatori. Politici, qualcuno potrebbe dire. Allora, lasciamo che a parlare siano gli scienziati come il premio Nobel per la Fisica, Carlo Rubbia, secondo cui «una delle ragioni dell'anomalia italiana, ma a mio parere non l'unica, deriva dalla passata decisione strategica del Paese, che oggi non esiterei a definire assurda, di puntare massivamente per la produzione energetica sul petrolio, l'idroelettrico, il poco carbone e l'assenza del nucleare». Eppure la scelta dell'atomo diminuirebbe le bollette degli italiani del 20%. E sul fronte ambientale, va rilevato come ogni reattore di nuova generazione produca la stessa energia di 3 mila pale eoliche e sottragga l'emissione nell'aria di una quantità di anidride carbonica pari a quella prodotta ogni anno da 4 milioni e mezzo di auto. Mai affidare le scelte ad una paura emotiva ed irrazionale: già accadde in Spagna. Si sono ritrovati Zapatero. Vogliamo fare la stessa fine?

Fonte: Corrispondenza Romana, 23/07/2011

9 - OMELIA XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A - (Mt 16,13-20)
Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 21/08/2011)

Sul brano del Vangelo di oggi si fonda la dottrina del "Primato dell'Apostolo Pietro". Pietro è stato scelto da Gesù come capo visibile della Chiesa, come suo fondamento, e tale primato viene trasmesso a tutti i suoi successori, che sono i Papi, fino ad arrivare all'attuale Pontefice Benedetto XVI. Gesù usa delle parole molto chiare per esprimere questa verità.
Prima di tutto Egli dice: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,18). Subito dopo aggiunge: «e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa» (ivi). Soltanto dove c'è questo saldo fondamento, questa solida roccia di Pietro, le forze del male non potranno trionfare. Dove non c'è Pietro la verità si mescolerà con l'errore e la menzogna, e la purezza del dogma lascerà il posto al veleno dell'eresia. Dove non c'è Pietro la stessa cristianità è messa a repentaglio, e la storia insegna che dove non si è riconosciuto il Papa come fondamento della Chiesa, il Cristianesimo ha ceduto il passo ad altre religioni o, come ai giorni d'oggi, ad un neo-paganesimo. Questo pericolo non lo corrono solo quelli che non riconoscono il Papa, ma anche tutti quelli che, praticamente, rifiutano il suo Magistero.
Alla domanda di Gesù, «ma voi chi dite che io sia?» (Mt 16,15), Pietro rispose a nome di tutti: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). Nel dare questa risposta, Pietro fu illuminato dall'Alto, secondo le parole dette da Cristo stesso: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli» (Mt 16,17). Oggi come allora, è sempre Pietro, ovvero il Papa, ad essere illuminato sulle verità di fede e ad istruirci. Ascoltando lui, non possiamo sbagliare e rimaniamo nella verità insegnata da Gesù Cristo.
Tra le tante opinioni dei vari interlocutori, solo la parola di Pietro risultò secondo la verità. Così, ai giorni d'oggi, tra le tante voci discordi che tendono a prevalere sulle altre, il cristiano deve ascoltare con tutta sicurezza l'insegnamento del Papa: solo lui non può errare quando insegna in materia di fede e di morale.
Inoltre, Gesù dice a Pietro: «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16,19). Possedere le chiavi di una casa, soprattutto un tempo, significava avere autorità su quella casa. Gesù dà a Pietro le chiavi del Regno dei cieli; ciò significa conferire a Pietro un potere e una autorità particolari, superiori a quelli dati agli altri Apostoli.
Infine, Gesù dice: «tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (ivi). Queste parole, nel linguaggio dei rabbini, significavano proibire o permettere, dichiarare lecito o illecito, e quindi si riferiscono al compito del Papa di insegnare in materia di morale, ovvero di istruire i cristiani su come devono comportarsi e su cosa devono evitare.
Qualcuno potrebbe obiettare che tali prerogative appartenevano solamente a Pietro e non ai suoi successori. Tale obiezione si risolve molto facilmente: se la Chiesa, secondo le parole di Gesù: «io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20), non verrà mai meno, è chiaro che le potenze degli inferi non prevarranno mai, e sino alla fine dei tempi la Chiesa con a capo il Papa sarà difesa contro tutti gli attacchi del maligno, e le prerogative di Pietro saranno estese a tutti i suoi successori. La Chiesa è quella casa fondata sulla roccia di cui parla il Vangelo. Anche se infuria la tempesta della persecuzione, se questa casa è fondata sulla salda roccia di Pietro non potrà vacillare.
Il Vangelo di oggi è un invito a ripensare all'insostituibile e provvidenziale funzione del Magistero ecclesiastico, il quale trasmette fedelmente gli insegnamenti di Gesù Cristo, il suo pensiero e la sua volontà. Onorando il Magistero della Chiesa, onoriamo Cristo Maestro. Solo grazie a tale insegnamento noi possiamo arrivare alla certezza della verità rivelata e all'unità della medesima fede. Tutto quello che noi conosciamo di Gesù e degli altri misteri di fede noi lo conosciamo grazie all'insegnamento della Chiesa. Uno non potrebbe nemmeno appellarsi all'autorità suprema della Sacra Scrittura, dal momento che, in fin dei conti, noi sappiamo quelli che sono i libri ispirati che compongono la Bibbia solo grazie alla Chiesa e al suo costante insegnamento. Tra tanti libri scritti che narravano la vita di Gesù e gli atti degli Apostoli, la Chiesa ne ha scelto solo alcuni indicandoli a tutti come ispirati da Dio. Inoltre, nel comprendere questi libri ispirati che compongono la Sacra Scrittura, noi ci rifacciamo all'interpretazione accolta dalla Chiesa. Se ci manca questa "chiave di lettura" non riusciremo a intenderne il senso voluto da Dio.
Da tutto ciò deriva il dovere di rimanere uniti al Papa, successore di Pietro, nella fede, nell'amore, nell'obbedienza, per costruire insieme il Regno di Dio sulla terra.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 21/08/2011)

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