BastaBugie n°212 del 30 settembre 2011

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1 IL LIECHTENSTEIN CON UN REFERENDUM DICE NO ALL'ABORTO, MA IL GOVERNO SE NE INFISCHIA...
Anche il principe Alois si era dichiarato contrario, ma adesso i due partiti di governo modificheranno il Codice Penale in modo che l'aborto, pur rimanendo vietato, non sia più punibile penalmente (ormai lo sappiamo che in democrazia il parere del popolo vale solo se è conforme a quello di chi governa...)
Autore: Lorenzo Schoepflin - Fonte: Avvenire
2 MARCIA PER LA PACE PERUGIA-ASSISI: IL TRISTE TRAMONTO DEL MOVIMENTO PACIFISTA
Il pacifismo è un'ideologia non cattolica: per questo motivo ci sono centinaia di santi che sono stati soldati romani, militari, cavalieri, ufficiali, ecc.
Autore: Mario Palmaro - Fonte: La Bussola Quotidiana
3 DIMISSIONI DEL PAPA: ECCO L'OPINIONE DI RATZINGER
Oggi Benedetto XVI è il solo faro dell'umanità in un frangente molto buio: speriamo che non ci abbandoni nella tempesta
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero
4 LA CENSURA SI ABBATTE SUL LIBRO ''FALCE E CARRELLO'' DEL 2007 CHE SVELA TUTTI I TRUCCHI DELLE COOP ROSSE
Ecco il video dove Bernardo Caprotti, patron di Esselunga, racconta come è nato il libro e perché l'ombra delle amministrazioni rosse impedisce di fare investimenti soprattutto in Emilia Romagna, Liguria e Toscana
Autore: Andrea Zambrano - Fonte: La Bussola Quotidiana
5 LA CAMERA APPROVA IL DIVIETO DI INDOSSARE IL BURQA NEI LUOGHI PUBBLICI
Provvedimento doveroso, seppur tardivo, ma in questi casi non c'entra la dignità della donna: la questione è semplicemente che chi va a casa di un altro deve rispettare le sue regole
Fonte: Corrispondenza Romana
6 BENEDETTO XVI RICORDA AL PARLAMENTO TEDESCO LE RADICI CRISTIANE CHE HANNO FATTO GRANDE L'EUROPA
Senza il cristianesimo non ci sarebbero, ad esempio, l'idea dei diritti umani, l'idea dell'uguaglianza di tutti gli uomini, l'inviolabilità della dignità umana e la responsabilità degli uomini per il loro agire
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire
7 COME NACQUE ROCKY BALBOA
Il personaggio che regalò a Sylvester Stallone tre Premi Oscar ed una lunga carriera: oggi un vero Rocky esalta la Polonia
Autore: Roberto Marchesini - Fonte: La Bussola Quotidiana
8 L'ERRORE NON HA OGGETTIVAMENTE ALCUN DIRITTO NE' ALL'ESISTENZA, NE' ALLA PROPAGANDA, NE' ALL'AZIONE
Il cattolico deve desiderare fortemente una società integralmente cristiana e con altrettanto vigore deve deplorare il neutralismo religioso che lo Stato moderno gli impone
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Radici Cristiane
9 IL VESCOVO DI CREMONA SCIVOLA SU PRETI SPOSATI E PRESERVATIVI
Posizione non nuovissima per lui: sostanzialmente identica la espresse in difesa del cardinal Martini il quale sostenne la stessa cosa sul settimanale L'Espresso nel 2006
Autore: Mauro Faverzani - Fonte: Corrispondenza Romana
10 LE AMBIGUITA' DI FAMIGLIA CRISTIANA SUI FIGLI GAY
Eppure ormai è chiaro che non è possibile affermare l'esistenza di una natura omosessuale: gay non si nasce!
Autore: Marco Invernizzi - Fonte: La Bussola Quotidiana
11 OMELIA XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A - (Mt 21,33-43)
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: avranno rispetto per mio figlio!
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - IL LIECHTENSTEIN CON UN REFERENDUM DICE NO ALL'ABORTO, MA IL GOVERNO SE NE INFISCHIA...
Anche il principe Alois si era dichiarato contrario, ma adesso i due partiti di governo modificheranno il Codice Penale in modo che l'aborto, pur rimanendo vietato, non sia più punibile penalmente (ormai lo sappiamo che in democrazia il parere del popolo vale solo se è conforme a quello di chi governa...)
Autore: Lorenzo Schoepflin - Fonte: Avvenire, 20/09/2011

L'aborto resta illegale in Liechtenstein. È questo il risultato del referendum popolare tenutosi nel piccolo principato incastonato tra Svizzera e Austria. Il 52,3% dei votanti si è infatti opposto alla legalizzazione dell'aborto nelle prime dodici settimane di gestazione o nel caso di malformazioni del nascituro.
Attualmente in Liechtenstein l'interruzione di gravidanza è un reato, con pene fino ad un anno di carcere per la donna e tre per i medici. Solo nel caso di pericolo per la vita della madre o se la gestante ha meno di 14 anni l'aborto è consentito. La legislazione del principato prevede anche che ad essere incriminate siano le donne che scelgono di recarsi nelle confinanti Svizzera e Austria per abortire. Coloro che spingevano per ammorbidire la norma usavano proprio l'argomento del «turismo abortivo» per giustificare la loro richiesta, giudicando inammissibile che una donna fosse costretta all'espatrio per interrompere una gravidanza.
Ad agosto era stato il principe del Liechtenstein, Alois, ad esprimere la propria contrarietà alla legalizzazione dell'aborto, dichiarando che non avrebbe ratificato la legge qualora fosse stata approvata. In particolare il principe aveva manifestato il disappunto per un testo che avrebbe permesso l'eliminazione di bimbi handicappati. La portavoce dello stesso principe, Silvia Hassler-De Vos, aveva dichiarato all'Associated
Press, l'8 settembre scorso, che era ferma intenzione di Alois riaffermare che «l'aborto non può essere la soluzione per una gravidanza indesiderata».
Il Parlamento del piccolo Stato centroeuropeo aveva già espresso il proprio voto contrario su misure volte a legalizzare l'aborto: a giugno solo sette dei 25 parlamentari avevano detto sì ad un testo più permissivo in materia di interruzione della gravidanza.
Il Liechtenstein resta così, con Malta, Irlanda e Polonia, uno degli Stati europei dove l'aborto continua ad essere consentito in casi molto rari. Il principe presto sarà chiamato ad esprimersi su una proposta di legge alternativa, che prevede la depenalizzazione degli aborti compiuti all'estero.

Fonte: Avvenire, 20/09/2011

2 - MARCIA PER LA PACE PERUGIA-ASSISI: IL TRISTE TRAMONTO DEL MOVIMENTO PACIFISTA
Il pacifismo è un'ideologia non cattolica: per questo motivo ci sono centinaia di santi che sono stati soldati romani, militari, cavalieri, ufficiali, ecc.
Autore: Mario Palmaro - Fonte: La Bussola Quotidiana, 23/09/2011

Che fine hanno fatto i pacifisti? Alle volte ritornano, soprattutto in occasione di alcuni appuntamenti istituzionali, come la Marcia della Pace di Assisi che cade giusto in questi giorni. Ma nonostante il ripetersi di simili riti consolidati, è difficile non accorgersi di un certo clima di stanchezza, di una diffusa aria di smobilitazione che avvolge da un po' di tempo gli ambienti del pacifismo italiano e internazionale.
Sembrano lontani anni luce i momenti d'oro del movimento, quando le bandiere arcobaleno riempivano le piazze per contestare la guerra di turno. Adesso i pacifisti hanno perso smalto: non hanno più quella gagliarda voglia di manifestare che li metteva in moto come un sol uomo. Gli americani lanciavano la loro controffensiva in Vietnam? I figli dei fiori li apostrofavano di fare l'amore non la guerra e di mettere fiori nei loro cannoni. Ronald Reagan lanciava il progetto per lo scudo spaziale? Dieci minuti dopo i pacifisti erano sul piede di guerra. Bush annunciava la guerra in Iraq? I pacifisti pavesavano le finestre di borghi e città con le loro bandiere arcobaleno. Certo, i pacifisti avevano sempre avuto qualche problema con la vista: erano strabici. Nel senso che vedevano solo in una direzione: scendevano in piazza contro i carri armati americani ma non si accorgevano di quelli russi; chiedevano il disarmo nucleare all'Occidente, dimenticandosi – che distratti – delle testate copiosamente distribuite sui territori dei Paesi del patto di Varsavia. Ovviamente, il movimento pacifista ha sempre rispedito al mittente queste critiche, ma i fatti parlano da soli.
Poi, un po' alla volta, la macchina della pace si è inceppata. E da qualche tempo si assiste a un fenomeno che è proprio il caso di definire disarmante: contro certe guerre i pacifisti tacciono completamente. Non pervenuti. Prendiamo la guerra in Libia: niente bandiere arcobaleno, niente marce, niente fiaccolate. Eppure, anche lì ci sono stati bombardamenti, morti fra i civili innocenti, dubbi piuttosto consistenti sul rispetto dei diritti umani, da una parte e dall'altra. Non solo: l'intervento in Libia è stato esplicitamente voluto e sostenuto da due nazioni del mondo occidentale – Francia e Gran Bretagna – che non hanno fatto mistero di agire per coltivare i loro interessi economici nella regione. Ma si dà il caso che questa guerra sia stata sdoganata a sinistra, autorevolmente, dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sotto il mantello dell'intervento umanitario: Gheddafi, dopo decenni di imperturbabile dittatura, è improvvisamente diventato cattivo, e occorreva toglierlo di mezzo.
Risultato: silenzio di tomba del mondo pacifista. Il quale appare sempre più orfano di un antagonista forte, di un nemico da abbattere: una volta c'erano gli odiatissimi amerikani, adesso la loro leadership è molto meno incontrastata, i due blocchi della guerra fredda non ci sono più, e i conflitti si sono polverizzati, regionalizzati. Le guerre ci sono ancora, eccome se ci sono, ma vanno anche molto meno in televisione, e allora passa pure la voglia di andare in piazza a fare baccano, in nome della pace.
Il problema ha radici profonde: il pacifismo è un'ideologia che predica la non violenza come legge inviolabile. Il pacifista rifiuta l'uso delle armi e della forza sempre. Chiunque conosca la dottrina della Chiesa sa bene che questa idea non è cattolica, perché il ricorso alle armi e alla forza è lecito e talvolta perfino doveroso, quando si tratta di esercitare la legittima difesa. Per questo motivo ci sono centinaia di santi che sono stati soldati romani, militari, cavalieri, ufficiali. Gesù addita un centurione come esempio di uomo dotato della fede più grande in tutta la Giudea. Pacifismo e cattolicesimo sono inconciliabili, sebbene il pacifismo abbia esercitato e continui a esercitare un fascino irresistibile per molti credenti, sacerdoti compresi.
Come tutte le ideologie, però, anche il pacifismo è condannato a percorrere una sua parabola inesorabile: dopo il fulgore e il successo segue il raffreddamento e la disillusione. L'utopia non si realizza, e anzi i prepotenti e i violenti imperversano più di prima. La pace di cui parla Cristo ha poco a che fare con le bandiere arcobaleno e le marce politicamente corrette. Sappiamo bene che dire cose del genere divide. Ma Gesù stesso, nei Vangeli di Matteo e di Luca, ci ha ammonito con parole inquietanti: "Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma una spada."

Fonte: La Bussola Quotidiana, 23/09/2011

3 - DIMISSIONI DEL PAPA: ECCO L'OPINIONE DI RATZINGER
Oggi Benedetto XVI è il solo faro dell'umanità in un frangente molto buio: speriamo che non ci abbandoni nella tempesta
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero, 25/09/2011

Per ora è una voce (un'ipotesi personale di Joseph Ratzinger) e spero che non diventi mai una notizia. Ma poiché circola nelle più importanti stanze del Vaticano merita molta attenzione.
In breve: il Papa non scarta la possibilità di dimettersi allo scoccare dei suoi 85 anni, ovvero nell'aprile del prossimo anno.
Che Ratzinger ritenga possibile questa scelta è noto almeno dal 2002, quando si dovette studiare l'eventualità con l'aggravarsi della malattia di Giovanni Paolo II.
Ma Ratzinger è tornato sull'argomento anche da Papa. Nel libro intervista "Luce del mondo", uscito nel 2010, interpellato dal giornalista Peter Seewald, ha dichiarato: "Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, psicologicamente e mentalmente di svolgere l'incarico affidatogli, allora ha il diritto ed in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi".
Oggi papa Benedetto sembra veramente in forma, eppure si pone il problema della sua età e delle sue energie: "a volte sono preoccupato" ha confidato a Seewald "e mi chiedo se riuscirò a reggere il tutto anche solo dal punto di vista fisico".
Con l'enorme mole di lavoro che sta facendo per la Chiesa e l'immenso carico di responsabilità spirituale che porta, il Papa ha affermato nel 2010 di sentire tutto il peso dei suoi 83 anni: "confido nel fatto che il buon Dio mi dà la forza di cui ho bisogno per fare quello che è necessario. Però mi accorgo anche che le forze vanno diminuendo".
Egli sa di essere "ai limiti dell'umanamente possibile a quell'età".
E' in questo contesto che è nata in lui l'ipotesi (per ora solo un'ipotesi) di cogliere il passaggio degli 85 anni per passare la mano. Tuttavia lui stesso aveva dichiarato un problema morale.
A Seewald infatti – che l'aveva interpellato durante la terribile tempesta legata allo scandalo della pedofilia – il papa aveva spiegato: "Quando il pericolo è grande non si può scappare. Ecco perché questo sicuramente non è il momento di dimettersi. E' proprio in momenti come questo che bisogna resistere e superare la situazione difficile. Ci si può dimettere in un momento di serenità, o quando semplicemente non ce la si fa più. Ma non si può scappare proprio nel momento del pericolo e dire 'se ne occupi un altro' ".
Oggi quella terribile tempesta, che Benedetto XVI ha definito "la peggiore persecuzione", ormai sembra sia stata superata dalla Chiesa proprio grazie alla guida limpida e santa di questo pontefice che ha saputo chiedere perdono e insegnare umanità e umiltà (a Malta, un rappresentante delle vittime di abusi, Joseph Magro, dopo l'incontro col Santo Padre, ha dichiarato: "Il Papa ha pianto insieme a me, pur non avendo alcuna colpa per ciò che mi è accaduto").
Tuttavia il momento della Chiesa è sempre duro e c'è un accanimento particolare proprio nei confronti di questo pontefice. Il filosofo ebreo francese Bernard Henri Lévy ha denunciato che tutte le volte in cui si parla di Papa Ratzinger "la discussione è dominata da pregiudizi, da insincerità fino alla più completa disinformazione".
Quanto più si conosce questo uomo di Dio come un padre mite, sapiente, umano, tanto più sembra scatenarsi la corsa a demonizzarlo o umiliarlo.
Basta scorrere le cronache delle ultime settimane: il 13 settembre c'è chi addirittura vuole trascinarlo davanti al tribunale dell'Aja con la surreale accusa di "crimini contro l'umanità", intanto dalla Germania arrivavano voci ostili al viaggio pontificio, il 20 settembre Umberto Eco lancia la sua ridicola bocciatura del papa come teologo sostenendo che perfino "uno studente della scuola dell'obbligo" argomenterebbe meglio di lui.
In questi giorni in Germania è stato accolto da varie manifestazioni ostili e secondo un sondaggio due terzi dei cattolici tedeschi (allo sbando per decenni di guida progressista della chiesa teutonica) hanno definito "per niente o poco importante" per sé la visita del Papa. Mentre cento parlamentari si sono assentati polemicamente quando lui doveva parlare al Bundestag.
Tanta intolleranza e tanti pregiudizi risultano ancor più immotivati vista l'ammirazione generale che poi ha suscitato il discorso del Pontefice al parlamento tedesco (è sempre così: anche con il viaggio in Gran Bretagna i gelidi inglesi finirono con l'innamorarsi di questo Pontefice sapiente e umile).
Giuliano Ferrara – che è uomo colto e consapevole – dopo il discorso al Bundestag ha manifestato il suo entusiasmo, ha pubblicato per intero il testo sul "Foglio", ha aggiunto un suo filosofico commento dove si è definito "ratzingeriano" e – pur da non credente – è arrivato ad affermare: "Solo un Papa ci può salvare".
Ferrara che negli ultimi tempi (secondo me sbagliando) temeva che il grande papa Ratzinger ("il nostro amato Papa") si fosse impaurito (per le virulente reazioni) dopo il discorso di Ratisbona e che lo vedeva "immerso nelle acque della sola fede", da dove il Pontefice "invitava a pregare e a espiare le colpe personali e della chiesa", dedito alla ricostruzione interiore della fede dei cristiani, ha ritrovato colui che considera l'unico vero, grande leader dell'umanità in questo frangente storico: "nello splendido discorso tenuto al Bundestag, il Parlamento della sua patria" ha scritto Ferrara, "è riemerso in chiara, mite e fulgidissima luce – la luce dell'intelligenza e della ragione – quel formidabile professor Ratzinger che fu eletto alla guida della chiesa di Roma su una piattaforma di lotta intellettuale ed etica alla deriva relativista e nichilista dell'occidente moderno. Che solo un Papa può salvare. Benedetto ha sorpreso tutti. Niente afflato pastorale minimalista, niente catechesi ordinaria, e invece un energico, nitido e straordinario richiamo alla sostanza di ciò che è politico, pubblico, e alla questione filosofico-giuridica di come si possa fare la cosa giusta, condurre una vita giusta, reggere governi e stati giusti, fare leggi giuste in un mondo che non dipende più dalla tradizione, dall'autorevolezza intrinseca della fede, ma dalla democrazia maggioritaria".  
E' stata – aggiunge Ferrara – "una grande lezione filosofica, storica e teologica sui fondamenti, anzi sulla fondazione politica, della nostra cultura e della nostra idea di libertà, di umanità, di natura e di ragione. I giganti usano parole semplici e concetti alla portata di tutti, non sono esoterici, parlano al centro forte e realista dell'intelligenza umana. E così ha fatto il Papa (…). Non è un discorso intercettabile dalle polemiche e dai sofismi. Se siamo liberi, se siamo in un mondo laico, se siamo padroni del nostro destino è perché siamo cristiani.  Il cristianesimo non ha imposto come legge la Rivelazione, non è la sharia, non è uno spazio mitico per litigiosi dei. Alla base dei diritti umani, delle conquiste dell'Illuminismo, dell'idea stessa moderna di coscienza, sta la scelta cristiana e cattolica in favore del diritto di natura e della legge di ragione".
Ferrara lo spiega benissimo. Ma è davanti agli occhi di tutti la grandezza e l'umiltà di quest'uomo di Dio, che voleva lavorare per il Regno di Dio con lo studio e i libri, che non voleva essere nominato vescovo, né prefetto dell'ex S. Uffizio, che da lì aveva provato due volte a dimettersi e che – mentre lo stavano eleggendo Papa, nella Sistina – pregava così: "Signore, non farmi questo".
Il popolo cristiano – come mostrano i due milioni di giovani accorsi a Madrid in agosto – sa che questo Papa arriva al cuore e all'intelligenza come nessun altro e le menti più limpide della cultura laica sanno che oggi Benedetto XVI è il solo faro dell'umanità in un frangente molto buio. Tutti speriamo che non ci abbandoni nella tempesta, che non lasci mai il suo ministero di padre di tutti.
Perché non tutti i papi sono uguali. San Vincenzo di Lérins diceva che "Dio alcuni papi li dona, altri li tollera, altri ancora li infligge". Benedetto XVI è un dono a cui non possiamo rinunciare.

Fonte: Libero, 25/09/2011

4 - LA CENSURA SI ABBATTE SUL LIBRO ''FALCE E CARRELLO'' DEL 2007 CHE SVELA TUTTI I TRUCCHI DELLE COOP ROSSE
Ecco il video dove Bernardo Caprotti, patron di Esselunga, racconta come è nato il libro e perché l'ombra delle amministrazioni rosse impedisce di fare investimenti soprattutto in Emilia Romagna, Liguria e Toscana
Autore: Andrea Zambrano - Fonte: La Bussola Quotidiana, 22/09/2011

Non importa se la notizia non è diffamatoria. Ciò che conta è che abbia comunque arrecato un danno alle coop. E pertanto, quel danno, inquadrato come concorrenza sleale va punito e censurato fino a "bruciare" il libro che lo ha prodotto.
E' questo il senso della sentenza del Tribunale di Milano, sezione civile, che il 14 settembre scorso ha condannato il patron di Esselunga Bernardo Caprotti al pagamento di 300mila euro a Coop Italia, la centrale dei colossi cooperativi della grande distribuzione. Finisce così con una sentenza insolita, uno dei round della querelle che da decenni ormai oppone le coop a Caprotti, anche con sentenze in passato a lui favorevoli.
Due mondi e due visioni contrapposte del mercato nello stesso mondo fatto di surgelati e detersivi, dove la guerra non solo commerciale ha assunto rilievi culturali e politici, soprattutto dopo la pubblicazione da parte di Caprotti del libro "Falce e Carrello".
Un testo scomodo, politicamente scorretto, dove Caprotti non fa altro che raccontare al lettore le vicissitudini che la sua azienda ha passato quando ha deciso di mettersi in concorrenza con le coop, secondo le regole del libero mercato, e andare ad aprire, soprattutto in Emilia Romagna, Liguria e Toscana, i suoi superstore. Praticamente in casa del "nemico" e con l'ombra delle amministrazioni rosse piegate a favore delle coop.
Caprotti in quel libro racconta, senza accusa di smentita, aneddoti che fanno ormai parte della storica battaglia tra il sistema cooperativo e l'azienda dell'86enne imprenditore brianzolo. Aneddoti che, pur non essendo riconosciuti come diffamatori dal giudice, sono comunque sleali e pertanto da punire.
Con la decisione di ritirare dal commercio il libro, il giudice ha poi introdotto un tema che non mancherà di fare discutere: spariti i roghi sulla pubblica piazza oggi ci si accontenta di un burocratico ritiro dagli scaffali delle librerie. Il risultato però è sempre lo stesso: l'odiata censura, che in Italia ha visto in dieci anni, appena due libri all'indice. Con questo, tre.
Ma andiamo con ordine. Il libro, edito da Marsilio nel 2007 e corredato da una prefazione di Geminiello Alvi e da un'appendice del giornalista Stefano Filippi (anche loro condannati con Caprotti per illecita concorrenza) è raccontato in prima persona da Caprotti, che illustra il sistema con cui le coop della grande distribuzione hanno letteralmente messo i bastoni fra le ruote a Esselunga.
Secondo il giudice monocratico che ha emesso la sentenza però, gli scritti, potranno anche essere offensivi, ma non sono diffamatori, come invece sostenuto da Coop Italia, che in nome di tutte le altre coop della gdo, aveva portato avanti una delle cause con l'accusa di diffamazione e concorrenza sleale. Dunque si tratta di un'inchiesta giornalistica a tutti gli effetti, legittimata dal diritto di critica e di cronaca garantito dall'articolo 21 della Costituzione. Un articolo che viene sbandierato ogni qual volta la libera-stampa-anti-bavaglio vuole rimarcare la propria indipendenza dai "padroni del vapore".
In questo caso però, si registra la totale assenza di commenti e prese di posizione da parte dell'ordine dei giornalisti, per il quale evidentemente ci sarebbero libertà e libertà. A questo punto sorge il quesito: come fa una cronaca-critica rispettosa dell'articolo 21 ad essere sottoposta a censura? Non è una contraddizione? E come si sposa questo concetto con il gran parlare di libertà d'informazione che sentiamo dai soliti soloni?
In attesa che qualcuno ci illumini è bene ripercorrere la storia del libro di Caprotti per comprendere qual è la posta in gioco nella lotta a colpi di querele e richieste di risarcimenti tra Coop e Esselunga.
E nello specifico ricordare due dei tanti episodi su cui Caprotti costruisce il suo pesante j'accuse al sistema. I più eclatanti. Il primo è relativo ad un terreno in via Canaletto a Modena che Esselunga, con un socio controllava per l'82%. Per la restante parte intervenne Coop Estense che si aggiudicò all'asta quel piccolo appezzamento a peso d'oro, quattro volte il suo valore. Il motivo? "Stoppare il concorrente Esselunga". Così titolarono i giornali locali negli anni '90 quando emerse la querelle. Divenuta proprietaria di quella porzione minoritaria di terreno, Coop Estense fece rimettere in discussione il piano particolareggiato del Comune, pretendendo che le venisse attribuito il supermercato. A nulla valsero i diritti edificatori di Caprotti. Quel terreno è ancora a Modena incolto, abbandonato per impedire all'odiato concorrente di edificare il superstore.
Cambiando provincia, precisamente a Bologna, in quel di Casalecchio di Reno, Caprotti racconta poi la surreale vicenda di un terreno acquistato da Esselunga, nel quale, malauguratamente è il caso di dire, vennero trovati dei resti etruschi, che fecero immediatamente stoppare i lavori. Seguirono mesi di snervanti trattative tra Caprotti, la Sovrintendenza e il Comune. Niente da fare: i resti andavano tenuti in loco. Così Caprotti decide di abbandonare l'area. Ma alcuni mesi più tardi, si scopre che Coop Adriatica aveva acquistato quel terreno e ottenuto dai Beni culturali lo spostamento in altro loco di quei reperti archeologici. Perché? E' questo il cuore del libro di Caprotti.
L'intreccio con le amministrazioni rosse e la cinghia di trasmissione tra il Pci-Ds-Pd e il mondo cooperativo non si era mai interrotta. La cosiddetta cinghia nacque nel 1946 a Reggio Emilia, quando Togliatti per sedare gli ormai imbarazzanti crimini del triangolo della morte, fece il famoso discorso al teatro Valli dei "Ceti medi ed Emilia rossa", in cui inquadrava le "plebi rurali povere" nelle cooperative, nelle Camere del lavoro, nelle sezioni di un partito politico nazionale (il Pci) che avevano "acceso nell'animo loro la fede inestinguibile di un avvenire migliore, nella redenzione del lavoro da ogni sfruttamento e da ogni oppressione".
Incominciava così un rapporto, quello tra il mondo cooperativo e il Pci, che si è retto fino ad oggi tra commistioni e uomini di fiducia che negli anni sono passati da questi a quelli, dalla politica alla cooperazione, secondo un metodo clientelare sotto gli occhi di tutti. Un rapporto che ha costruito il monopolio delle coop, non solo della grande distribuzione, in Emilia e in altre regioni rosse e che ha retto a tutti gli urti.
Anche ai tentativi di Caprotti di insediarsi in un mercato molto, ma molto rischioso. E' lo stesso Caprotti a raccontarlo nel libro, del quale a questo punto non si capisce più se sia reato anche solo il parlarne. Lo stesso Caprotti che ieri, intervenendo per la prima volta dopo la sentenza, sul Corriere della Sera, ha ribadito la necessità di denunciare "la stravaganza di quel sistema".
"Fu Prodi a farmi decidere di scrivere quel libro", ricorda Caprotti. Era il 2004 e l'azienda versava in cattive acque per colpa di una gestione dissennata da parte di alcuni manager. Si parla di cessione di Esselunga agli stranieri. A quel punto intervengono le coop che si dicono disponibili per il bene del made in Italy a rilevare l'azienda di Caprotti. A sinistra ci si mettono un po' tutti, Bersani compreso, a far passare il concetto di un acquisto provvidenziale di Esselunga da parte delle coop per il bene dell'italianità. Ci si metterà anche Prodi, che, in diretta a Porta a Porta, sentenziò: "Ci sono le coop e c'è ancora Esselunga. Il governo le può mettere insieme".
Fu quella la molla che spinse Caprotti a scrivere il libro denuncia, campione di incassi in libreria e oggi nel mirino della censura, non perché dice cose diffamatorie, ma semplicemente perché data l'eco della pubblicazione, le coop ne uscivano danneggiate.

Nota di BastaBugie: per vedere l'intervista a Bernardo Caprotti, autore del libro censurato "Falce e carrello" clicca qui sotto


www.youtube.com/watch?v=kfONj5hHOJI

Fonte: La Bussola Quotidiana, 22/09/2011

5 - LA CAMERA APPROVA IL DIVIETO DI INDOSSARE IL BURQA NEI LUOGHI PUBBLICI
Provvedimento doveroso, seppur tardivo, ma in questi casi non c'entra la dignità della donna: la questione è semplicemente che chi va a casa di un altro deve rispettare le sue regole
Fonte Corrispondenza Romana, 24/09/2011

La Commissione Affari Costituzionali della Camera ha messo al bando il burqa, il velo islamico che copre il corpo della donna dalla testa ai piedi, lasciando scoperti solo gli occhi. D'ora in poi, dunque, non sarà più possibile per le persone di fede islamica aggirarsi nei luoghi pubblici con il volto coperto, se non col rischio di subire pesanti sanzioni.
Da più parti tale provvedimento è stato rubricato come una importante vittoria dell'universo femminile, non più "costretto", almeno in Italia, a doversi nascondere dietro un velo, simbolo di una cultura maschilista e non rispettosa della dignità della donna. Non sono mancate le reazioni contrarie al provvedimento, ritenuto lesivo del diritto alla libertà religiosa e all'autodeterminazione femminile (nel caso in cui indossare il burqa è liberamente scelto dalla donna islamica).
Da parte nostra, ci sentiamo di fare alcune osservazioni: il divieto di indossare il burqa è un atto necessario e doveroso (che giunge con colpevole ritardo) dal momento che nel nostro Paese non è consentito nascondere la propria identità nei luoghi pubblici, per ovvi motivi di sicurezza; le regole della convivenza civile sono stabilite da ciascuno Stato e coloro i quali lasciano, volenti o nolenti, il proprio luogo d'origine hanno l'obbligo di uniformarsi alla cultura ed alle leggi del Paese che li ospita. La questione, ci sembra, è tutta qui e tirare in ballo la dignità della donna è fuorviante e contraddittorio nonché sintomo di una società priva di argomenti validi e succube del politicamente corretto.
Innanzitutto, cos'è dignitoso per la donna, nascondere il proprio corpo o esibirlo? Cosa è veramente lesivo della sua dignità, portare un velo coprente come si usa nei Paesi islamici oppure portare abiti scandalosamente succinti com'è d'abitudine nel mondo occidentale? E ancora: è più rispettosa del genere femminile una cultura che non concede diritto di cittadinanza alla ostentazione del corpo oppure una cultura che ne fa commercio (pornografia, nudismo, esibizionismo ecc.)?
Il mondo occidentale, ormai ridotto in frantumi dal relativismo e dalla secolarizzazione, pretende di insegnare ed esportare valori, norme e comportamenti di cui ha una concezione totalmente distorta. Se prendiamo ad esempio il concetto di dignità dell'essere umano possiamo rilevare che per il mondo scristianizzato un atto dignitoso è togliersi la vita (eutanasia o "buona morte"), oppure toglierla ad un essere innocente (aborto e fecondazione artificiale come diritti della donna), oppure trasformare il matrimonio indissolubile tra un uomo ed una donna in un semplice contratto tra le parti (divorzio, convivenze, unioni di fatto ecc.).
Dalla minaccia islamica e dalle derive antiumane non ci si difende con le armi spuntate del laicismo, del relativismo e degli pseudo diritti civili bensì volgendo lo sguardo, il cuore e l'intelligenza a Colui che è la Via, la Verità e la Vita, a Colui che ha donato ad ogni uomo la suprema dignità dell'essere figlio di Dio.

Fonte: Corrispondenza Romana, 24/09/2011

6 - BENEDETTO XVI RICORDA AL PARLAMENTO TEDESCO LE RADICI CRISTIANE CHE HANNO FATTO GRANDE L'EUROPA
Senza il cristianesimo non ci sarebbero, ad esempio, l'idea dei diritti umani, l'idea dell'uguaglianza di tutti gli uomini, l'inviolabilità della dignità umana e la responsabilità degli uomini per il loro agire
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire, 24/09/2011

In uno dei passaggi del suo discorso al Parlamento Federale Tedesco, Benedetto XVI ha richiamato un nucleo fondamentale del patrimonio culturale dell'Europa: «Sulla base della convinzione circa l'esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l'idea dei diritti umani, l'idea dell'uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell'inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire».
Questo elenco, breve (si potrebbe allungare) ma fondamentale, dovrebbe essere tenuto presente da tutti coloro che accusano il cristianesimo di essere stato e di essere tuttora causa di arretramento culturale e sociale, o comunque da coloro che misconoscono le radici cristiane dell'Europa, non rendendosi conto che non possiamo non dirci cristiani, nemmeno nei casi in cui non siamo credenti, dato che il cristianesimo è stato il tronco (non l'unico, ma quello più importante) da cui sono rampollati e da cui sono stati irrorati i valori decisivi per la buona convivenza. Infatti, la dignità di ogni essere umano, i diritti umani, l'uguaglianza di fronte alla legge e la responsabilità personale sono le pietre angolari per edificare una società non predatoria bensì civile, non sottomessa alla legge del più forte bensì veramente a misura d'uomo. Alcuni di questi valori sono conoscibili senza presupporre l'esistenza di Dio, altri no (e vengono ricevuti e riaffermati da chi li ha ereditati da secoli di cristianesimo), ma non è qui rilevante delucidare quali. Ciò che qui preme è sottolineare l'importanza cruciale del cristianesimo, che li ha enunciati, proclamati, promossi, ancorché talvolta sia stato tradito anche da alcuni cristiani tralignanti (ma meno di quanto affermino certe leggende nere).
In effetti, la convinzione dell'esistenza di un Dio creatore, iniziata col giudaismo e poi approfondita dal cristianesimo, implica che ogni essere umano, nessuno escluso, sia da Dio voluto, creato e chiamato ad una comunione amorosa con sé, il che conferisce ad ognuno una dignità incommensurabile ed inviolabile. Ad ognuno: dunque anche alle donne, che erano disprezzate da quasi tutti i popoli precedenti, e lo sono tuttora quasi in ogni luogo in cui il cristianesimo non sia pervenuto in modo significativo; dunque anche ai bambini, che in moltissimi luoghi e situazioni venivano uccisi neonati a migliaia e che a tutt'oggi sono ancora uccisi, prima e dopo la nascita, e spesso solo perché di sesso femminile.
Inoltre, se ognuno è creato da un Dio che è Padre, allora siamo in un certo senso fratelli. Così, le differenze tra di noi ci sono ed in certi casi sono benefiche (per esempio la differenza sessuale, quella degli interessi, delle capacità innate e perciò delle specializzazioni, ecc.), nondimeno siamo pari in dignità e pertanto uguali di fronte alla legge ed il ruolo sociale diverso non dev'essere il criterio di giudizio di un tribunale.
Ancora, se abbiamo tutti una dignità inviolabile e se siamo uguali di fronte alla legge, ci è dovuto il riconoscimento di alcuni diritti, quelli che concernono beni come la vita, la libertà di agire e di espressione, la proprietà, ecc. infatti, se questi beni ci vengono negati la nostra dignità viene calpestata.
Infine, proponendo all'uomo la comunione amorosa con sé, Dio lo crea libero, perché un amore costretto è impossibile (sarebbe schiavitù o servilismo). Perciò, l'uomo non è un ingranaggio del Fato, non agisce necessariamente sulla base dei suoi istinti, è solo in parte condizionato dalla società, può agire liberamente, dunque è responsabile delle sue azioni e delle sue violazioni.

Fonte: Avvenire, 24/09/2011

7 - COME NACQUE ROCKY BALBOA
Il personaggio che regalò a Sylvester Stallone tre Premi Oscar ed una lunga carriera: oggi un vero Rocky esalta la Polonia
Autore: Roberto Marchesini - Fonte: La Bussola Quotidiana, 14/09/2011

Nel 1975 Sylvester Stallone era disperato. Stava tentando di entrare nel mondo del cinema, a parte qualche piccola parte, non riusciva a rimediare niente. Aveva deciso di giocarsi un'ultima carta come sceneggiatore, ma la storia che sognava, una storia fatta di "eroismo, grande amore, dignità e coraggio" non voleva prendere forma.
Il 24 marzo di quell'anno si tenne l'incontro di pugilato tra il campione nero Muhammad Alì ed un bianco semisconosciuto, Chuck Wepner. Sulla carta l'incontro non valeva niente, talmente scontata era la vittoria di Alì. Tuttavia Wepner, con il volto ridotto ad una maschera di sangue dopo pochi minuti, continuava ad avanzare e a sfidare il campione. Addirittura, al nono round, lo fece cadere a terra, e fu una delle poche volte in cui Alì toccò il tappeto. Alzatosi, Alì cominciò a colpire furiosamente Wepner, ma il bianco continuava a resistere e ad avanzare, mostrando una tenacia ed un coraggio che conquistarono il cuore del pubblico, ormai dalla sua parte. L'arbitro fermò l'incontro all'ultimo round, il quindicesimo, a diciannove secondi dalla conclusione naturale del match. Il pubblico, profondamente impressionato e conquistato dal coraggio indomito di Wepner, inveì contro l'arbitro, che aveva privato Wepner dell'onore di concludere in piedi il match con Alì. Tra il pubblico c'era Sylvester Stallone.
Quella sera nacque Rocky Balboa, il personaggio che regalò a Stallone tre premi oscar ed una lunga carriera cinematografica.
Una storia epica, quella di Wepner, una storia, come si dice, d'altri tempi. Che si è ripetuta qualche giorno fa allo stadio di Wroclaw, in Polonia. Tomasz Adamek, pugile polacco, ha sfidato il gigante ucraino Vitali Klitschko, più volte campione del mondo di diverse sigle e detentore del record di vittorie per KO (40, su 45 incontri disputati). Adamek, proveniente dai mediomassimi, passato poi ai massimi leggeri e ora ai massimi, pesa 13 chili meno di  Klitschko, ed è più basso di lui di 15 centimetri. Cosa significa in termini pratici? Un massacro.
Eppure il "piccolo" Adamek ha riproposto l'epica battaglia tra Alì e Wepner, continuando ad attaccare il gigante ucraino, a curare la tecnica, a comportarsi correttamente nonostante i micidiali colpi dell'avversario. Lo stesso Klitschko, dopo l'incontro, ha dichiarato che con più passava il tempo, più aumentava la sua sorpresa di ritrovarsi davanti Adamek sempre in piedi, sempre disponibile al combattimento. Come nell'epico incontro del 1975, anche questo è stato fermato dall'arbitro alla decima ripresa, quando ne mancavano due al termine. Adamek non ha dimostrato coraggio, dignità ed onore solo sul ring.
Al termine dell'incontro ha dichiarato: "Era semplicemente il combattente migliore e ha vinto. Questo è lo sport. Si vince e si perde. Questa volta ho perso"; e rivolto al suo pubblico (42.000 spettatori, lo stadio tutto esaurito), si è scusato per aver deluso le loro aspettative. Un comportamento che vorremmo vedere più spesso nelle competizioni sportive.
Ma Adamek ha un segreto. La preghiera. "Il mio sistema nervoso, la mia psiche forte, è un dono di Dio", ha dichiarato: "Non sapete che la preghiera muove le montagne? La preghiera prima della battaglia mi calma. Inoltre molte persone pregano per me. Sia negli Stati Uniti sia, per esempio, il mio parroco a Gilowice [in Polonia]. La preghiera di molte persone ha una forza, una energia incredibile. Io ci credo con tutto il cuore. Quando combatto, mia moglie Dorothy prega anche per me. E lottiamo insieme".
Per Adamek ha sicuramente pregato il popolo di Radio Maryja, sprezzantemente definito da Tusk "i berretti di mohair" di padre Rydzyk (il direttore dell'emittente), con un'allusione alle forze armate speciali polacche, i "berretti rossi". Adamek, infatti, è un ascoltatore appassionato della radio cattolica polacca, dalla quale è stato più volte intervistato. "La preghiera" continua il pugile polacco "non consente di risolvere tutto. Anche pregando, siamo ancora esposti alla tentazione. Ma il Signore mi ha dato capire che posso scegliere tra il bene e il male. Ho messo su famiglia presto ed è stato importante per me. Quando ero più giovane, i miei amici andavano in discoteca; la cosa mi attraeva, ma sapevo che a casa la mia famiglia mi aspettava, così sono riuscito ad astenermi dalle tentazioni".

Nota di BastaBugie: per vedere il trailer del primo film di Rocky vai a www.youtube.com/watch?v=SoXnna77jOI

Fonte: La Bussola Quotidiana, 14/09/2011

8 - L'ERRORE NON HA OGGETTIVAMENTE ALCUN DIRITTO NE' ALL'ESISTENZA, NE' ALLA PROPAGANDA, NE' ALL'AZIONE
Il cattolico deve desiderare fortemente una società integralmente cristiana e con altrettanto vigore deve deplorare il neutralismo religioso che lo Stato moderno gli impone
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Radici Cristiane, Luglio 2011

Chi volga uno sguardo attento e non prevenuto alla situazione generale in cui oggi versa l'Occidente, non può non convenire sull'esistenza di una profonda crisi di civiltà. La società contemporanea si presenta come una società frammentata, o "liquida", secondo la nota formula di Zygmunt Baumann, votata a un processo di autodisgregazione che ricorda quanto avvenne nell'era del tramonto dell'Impero Romano.
Qual è il dovere e il ruolo dei cattolici in questa situazione? In primo luogo resta per ognuno di essi l'obbligo di santificarsi. Anche, e soprattutto, in un'epoca caotica come la nostra, vivere non significa trascinare la propria esistenza in maniera priva di senso, ma ordinarla a Dio, meditando le parole con cui sant'Agostino apre le sue Confessioni: «Ci hai fatto per te, o Dio, e il nostro cuore sarà instabile finché non riposerà in te».
Quando l'uomo si allontana da Dio per inseguire solo il proprio interesse e piacere è destinato a essere infelice. Avvicinarsi a Dio significa sforzarsi di seguire la sua volontà e la sua legge, e in questa conformità alla volontà divina consiste propriamente la santità.
Ma l'uomo, per agire, ha bisogno di modelli a cui richiamarsi ed è per questo che la Chiesa, canonizzando i santi, ci offre esempi concreti di vita da imitare. «La loro esperienza umana e spirituale – dice Benedetto XVI – mostra che la santità non è un lusso, non è un privilegio per pochi, un traguardo impossibile per un uomo normale; essa, in realtà, è il destino comune di tutti gli uomini chiamati ad essere figli di Dio, la vocazione universale di tutti i battezzati» (Udienza generale del 20 agosto 2008).
Il fine della società non è diverso dal fine dell'uomo. Ed è diritto di Dio essere il primo, in tutto, non solo nel cuore umano, ma nella società intera, che solo in Lui può trovare ordine e stabilità. Oggi la vita è organizzata in modo tale che l'uomo, e non Dio, ha il posto primario nelle idee, nei costumi e nelle leggi.
Il rovesciamento di quest'ordine è la causa principale dei mali politici e sociali che ci affliggono. La rinascita politica e sociale di cui tutti avvertono la necessità non può che partire dall'assegnare a Dio la priorità nella vita privata come in quella pubblica.
Ma l'uomo ha bisogno di modelli anche sul piano sociale, non solo su quello individuale. E poiché le società non hanno vita ultraterrena, è nella memoria storica che i modelli a cui ispirarsi vanno cercati. Nella storia, tra lo schierarsi pro o contro la verità religiosa, per le società non c'è altra scelta possibile.
Il rifiuto di Dio caratterizza le "ideologie del male" del secolo XX, quali il comunismo e il nazismo, ma anche le società laiciste contemporanee, che evolvono verso una implacabile "dittatura del relativismo".
A tali società, che rappresentano una sorta di "contro-ideale", sarebbe vano contrapporre il modello pluralista americano. È vero che negli Stati Uniti si professa pubblicamente l'esistenza di Dio, e ciò rappresenta un male minore della aggressiva imposizione del laicismo, ma l'equiparazione dei culti è un prodotto del libero esame che un cattolico non può in coscienza accettare. La parabola della zizzania mescolata al buon grano (Mt. 13,24-30), presenta un fatto, ma non sancisce un diritto, né un principio.
Un cattolico non può accettare il modello dello Stato etico hegeliano, nelle sue diverse declinazioni, dal liberalismo al fascismo, e neppure il dispotismo assoluto di Ancien Régime, in cui la volontà del principe si sostituisce alla legge. Tutti questi modelli accettano il principio della Ragion di Stato, fondato sulla emancipazione machiavellica della politica dalla morale.
Qual è l'unico modello storico a cui un cattolico può dunque guardare? È la società sacrale medievale, in cui, come affermava Leone XIII, «la sovrana influenza dello spirito cristiano era entrata ben addentro nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli» e «la religione di Gesù Cristo, posta solidamente in quell'onorevole grado che le conveniva, cresceva fiorente all'ombra del favore dei principi e della dovuta protezione dei magistrati» (Enciclica Immortale Dei dell'1 novembre 1885).
Oggi si confonde il principio cattolico secondo cui nessuno può essere costretto con la forza a credere, con il principio del diritto all'errore in materia religiosa e morale. Ma quando la Chiesa insegna che l'uomo aderisce alla fede solo attraverso un libero atto della volontà, non intende assolutamente attribuire diritto di cittadinanza all'errore. Per questo Pio XII insegna che l'errore «non ha oggettivamente alcun diritto né all'esistenza, né alla propaganda, né all'azione» (Discorso Ci riesce del 6 dicembre 1953).
I cattolici possono accettare come un male minore il pluralismo religioso, ma un male minore non è certamente un diritto, e non è neanche necessariamente un piccolo male. Il cattolico deve desiderare con tutta la forza della sua anima una società integralmente cristiana e con altrettanto vigore deve deplorare il neutralismo religioso che costretto lo Stato moderno gli impone.
I cattolici liberali respingono istintivamente questi pensieri. Essi sono privi di spirito soprannaturale e credono più nelle forze dell'uomo che nell'aiuto di Dio. Ogni ideale sembra a loro inattuabile e tutto ciò che è sociologicamente visibile sembra a loro storicamente irreversibile. Nel fondo della loro anima essi rifiutano la lotta, che avvertono come la inevitabile conseguenza della professione della verità. Per viltà patteggiano con l'errore e per poca fede ne sono sopraffatti.
Non dobbiamo seguire il loro esempio, ma quello dei santi, che furono uomini come noi che vollero sempre dare il primo posto a Dio, nelle loro anime e nella società intera.
Per noi dunque non c'è altro ideale sociale che quello espresso dalla Regalità di Gesù Cristo. Pio XI nella enciclica Quas primas spiega che Cristo è Re non in senso metaforico, ma nel senso proprio della parola: il suo Regno non è di questo mondo (Gv. 18,36), perché dal mondo non trae la sua origine, ma ad esso si estende e in esso inizia a realizzarsi, per fiorire poi eternamente in Cielo.
Gesù possiede ogni potestà in cielo e in terra (Mt 18,28), ovvero detiene una sovranità assoluta sui cuori dei singoli uomini e su ogni genere di società umana, dalla famiglia allo Stato, in ogni tempo e in ogni luogo. Le condizioni storiche possono renderlo di difficile applicazione, ma il Regno di Gesù Cristo non è una formula devozionale: è l'unico modello a cui il cattolico possa tendere e l'unica condizione normale in cui gli uomini e le società possano vivere e prosperare.

Fonte: Radici Cristiane, Luglio 2011

9 - IL VESCOVO DI CREMONA SCIVOLA SU PRETI SPOSATI E PRESERVATIVI
Posizione non nuovissima per lui: sostanzialmente identica la espresse in difesa del cardinal Martini il quale sostenne la stessa cosa sul settimanale L'Espresso nel 2006
Autore: Mauro Faverzani - Fonte: Corrispondenza Romana, 24/09/2011

«Metti nella mia bocca una parola ben misurata di fronte al leone»: l'invito, contenuto in Ester 4,17s, andrebbe sempre tenuto presente. Specie se si è Vescovi e se si parla con la stampa. Per non sollevare polveroni, come quello capitato lo scorso 15 settembre dopo il titolo apparso sul quotidiano "Il Giorno": Il Vescovo di Cremona: «Anche chi è sposato, può diventare prete».
Titolo, subito rilanciato da tutte le agenzie. «Non c'è nessun ostacolo dogmatico all'ordinazione di uomini sposati di provata fede, che godano di buona reputazione nel popolo di Dio», si legge nell'intervista al prelato, mons. Dante Lafranconi. Un'ipotesi, insomma, a suo giudizio, «da valutare». Come tante altre. Salvo poi rettificare, accusando il giornalista d'aver diffuso in modo «incompleto» le sue parole.
Poiché nel testo originale, lui avrebbe precisato: «Io però non sono favorevole, come scelta per sopperire all'attuale diminuzione del clero». Quindi, fa capire mons. Lafranconi, è no, se vi si voglia vedere una sorta di "salvagente" alla crisi delle vocazioni. Ma qualora se ne voglia discutere in linea di principio, perché no? Una botta nello stomaco: solo lo scorso 21 agosto, Papa Benedetto XVI alla Giornata Mondiale della Gioventù invitò oltre mille seminaristi a «vivere nel celibato per il Regno dei Cieli». Lo stesso Gesù Cristo parlò di «eunuchi per il Regno dei Cieli», San Paolo di "carisma" ed il Catechismo della Chiesa Cattolica di «sviluppo della grazia battesimale» (n. 1619).
Ma il Vescovo di Cremona preferisce pensare ai «cattolici di rito orientale» che contemplano l'"opzione". Definiti, infatti, «eccezioni» contrarie alla Tradizione da padre Laurent Touze, docente alla Pontificia Università della Santa Croce, in un'intervista a "Zenit" del 7 marzo 2010. Quanto al fatto che la Chiesa latina del passato avesse «già conosciuto l'esperienza di un clero uxorato», come ricorda il Vescovo di Cremona, è ancora padre Touze a rettificare: perché «nei primi secoli», chi – ammogliato – avesse accettato di diventare sacerdote o Vescovo, doveva prima «chiedere il permesso» alla consorte e poi, «dal momento dell'ordinazione», praticare l'assoluta «continenza».
Proprio recentemente il card. Mauro Piacenza, Prefetto della Congregazione per il Clero, ha definito il celibato uno dei «doni più grandi» fatti alla Chiesa dal Signore. Ed un confratello di mons. Lafranconi, il Vescovo di San Marino-Montefeltro, mons. Luigi Negri, parlando due anni fa ai suoi preti, lo ha dipinto come l'«espressione», anzi «l'esplosione della nostra affezione unica al Signore Gesù Cristo». Ma c'è stato un secondo scivolone, nell'intervista senza rete di mons. Lafranconi, scivolone sfuggito anche ai media: il prelato ha dichiarato di non sentirsela «di condannare gli sposi, che, per soddisfare il legittimo desiderio dell'unione intima, decidessero di utilizzare il preservativo», nel caso uno dei due sia affetto da Hiv. Posizione non nuovissima per lui: sostanzialmente identica la espresse in difesa del card. Martini, che sostenne la stessa cosa sul settimanale "L'Espresso" nel 2006.
All'epoca mons. Lafranconi parlò di una «protezione dal contagio generalmente ammessa, nella pratica pastorale». Pur affrettandosi a precisare come «in pubblico la Chiesa» faccia «benissimo ad insistere sulla fedeltà coniugale e la castità». Come dire? Vizi privati e pubbliche virtù. Il solito metodo del passo avanti ed uno indietro. Anche tollerando che in questa unione, definita «intima» da mons. Lafranconi, manchino di fatto i connotati previsti per tali atti dal Catechismo: la donazione totale di sé e l'apertura alla vita. Lo stesso Catechismo, che bolla come «intrinsecamente cattivi» i metodi contraccettivi (n. 2370), proponendo la continenza come alternativa.
Di certi "incidenti di percorso", per la verità, già ne erano capitati altri in passato al Vescovo di Cremona: il 18 marzo 2005 scatenò un vespaio, quando ad un convegno organizzato dalla Cei presso la Pontificia Università Lateranense di Roma, presupponendo come certa la prospettiva di una «sostanziale equiparazione delle convivenze di fatto anche omosessuali alla famiglia legittima», sollecitò i cristiani ad «elaborare proposte sotto il profilo giuridico per la regolamentazione di un dato di fatto, che non può essere ignorato dal legislatore, senza però intaccare l'unica figura naturale della famiglia, che è quella fondata sul matrimonio».
Altro caso da manuale di un passo avanti ed uno indietro. Ma la cosa non fu del tutto indolore, anche perché all'epoca era Presidente della Commissione episcopale della Cei per la Famiglia e la Vita. Incarico che oggi non riveste più, se non a livello lombardo. Anche in quell'occasione i quotidiani nazionali si scatenarono: sul "Corriere" il presidente onorario dell'Arcigay e deputato Ds, Franco Grillini, parlò di un «importante passo in avanti da parte della Chiesa», cogliendo l'assist episcopale per rilanciare la sua proposta di legge sui Pacs. Eppure, ancora in una Nota della Cei del 28 marzo 2007 si ribadisce come «la legalizzazione delle unioni di fatto» sia «inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo» e tale da provocare un «effetto inevitabilmente deleterio per la famiglia», ancor «più grave» se riferita ad «unioni di persone dello stesso sesso».
Non meglio in "casa propria", in diocesi di Cremona, dove da due anni giace inascoltata e disattesa la petizione fatta pervenire a mons. Lafranconi da oltre un centinaio di fedeli, per ottenere la celebrazione della S. Messa di San Pio V. Niente chiese, né preti per loro. Nonostante il Motu Proprio di Benedetto XVI, possono attendere. Evidentemente in agenda, per lui, è più urgente "valutare" il celibato dei preti... o no?

Fonte: Corrispondenza Romana, 24/09/2011

10 - LE AMBIGUITA' DI FAMIGLIA CRISTIANA SUI FIGLI GAY
Eppure ormai è chiaro che non è possibile affermare l'esistenza di una natura omosessuale: gay non si nasce!
Autore: Marco Invernizzi - Fonte: La Bussola Quotidiana, 22/09/2011

La rubrica "Colloqui col padre", che pubblica le lettere dei lettori di Famiglia Cristiana e le risposte del direttore o di altri padri paolini, è una delle più seguite in Italia, non solo dal folto pubblico della rivista, ma anche dai media. È ovvio, dunque, che quelle due pagine meritino una attenzione particolare per l'importanza che hanno acquisito nella formazione del costume italiano.
Il primo numero del mese di settembre ospitava la lettera di un padre che ha scoperto le tendenze omosessuali del figlio, e raccontava le conseguenze drammatiche che questa scoperta ha avuto sulla sua vita, anche matrimoniale.
La risposta del giornale (firmata con la sigla D.A.), adeguata per molti versi, presenta tuttavia un aspetto che merita un approfondimento.
La risposta inizia con queste parole: "Un figlio rivela ai genitori di essere omosessuale"; più avanti, nonostante abbia riportato correttamente che "la Chiesa rifiuta di considerare la persona puramente come un eterosessuale o un omosessuale" (Congregazione per la dottrina della fede, Cura pastorale delle persone omosessuali, 10 ottobre 1986, n. 16), l'autore della risposta prosegue con queste parole: "La dignità della persona, omosessuale o eterosessuale che sia...". In altri termini, l'autore della risposta (contraddicendo il testo del Magistero da lui stesso riportato) considera l'omosessualità come una essenza, come una parte dell'identità della persona, della sua natura.
Per questo usa il verbo essere ("è omosessuale"), invece di dire semplicemente "ha tendenze omosessuali". Una tendenza, una inclinazione, una preferenza costituisce quello che, in termini aristotelici, si chiama accidente, ossia non appartiene all'ente in termini sostanziali; l'accidente è qualcosa di aggiunto, non facente parte dell'essenza della cosa. Attiene perciò al divenire, non all'essere. Per chiarirci le idee possiamo pensare ad altre inclinazioni, come quelle alimentari, musicali, sportive... esse non definiscono la persona, e sono soggette a cambiamento mentre la persona rimane sempre la stessa. Così anche le inclinazioni sessuali, quindi anche l'omosessualità.,
Certo, gli omosessualisti danno per certa una "natura" omosessuale, e hanno i loro buoni motivi per farlo. Nonostante ciò, sebbene nessuno metta in dubbio l'esistenza di pulsioni omosessuali, l'esistenza di una "natura" omosessuale non è dimostrata, né dimostrabile. Come sarebbe possibile affermarne con certezza l'esistenza? Chi può affermare di "vedere" la vera natura delle persone, la loro più profonda essenza?
La risposta di Famiglia Cristiana prosegue: "Quel che conta è aiutare la persona a riconciliarsi con sé stessa e ad accettarne il limite". Cosa significa "riconciliarsi con sé stessa? Cosa dovrebbe accettare, quale limite? Forse l'omosessualità? Ma come può Famiglia Cristiana suggerire di accettare una tendenza che il Magistero definisce "oggettivamente disordinata" (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2358)? Probabilmente questo suggerimento è una conseguenza dell'assunto precedente: se alcune persone hanno una "natura" omosessuale, esse devono accettare questa loro natura.
Il problema, come abbiamo già rilevato, è che non è possibile affermare l'esistenza di una "natura", di una essenza, di una sostanza omosessuale. Con tutto quel che ne consegue.
Per i cattolici in cerca di un sostegno pastorale esistono proposte che si muovono in senso contrario a quello dell'accettazione: essi possono rivolgersi al gruppo Chaire (http://www.obiettivo-chaire.it) oppure al gruppo Lot (http://www.gruppolot.it).
Qui troveranno presone disposte a comprendere e accompagnare i problemi relativi all'identità sessuale, sempre più frequenti in questa società disgregata, dove i bambini spesso non hanno punti di riferimento e nella loro disperata ricerca di una identità spesso sbagliano o vengono indotti a comportamenti irragionevoli e contro natura. Troveranno chi li saprà accogliere, ma anche consigliare, qualcuno che non dirà loro che tutto è lecito e vero, che non ci sono regole e verità valide per tutti gli uomini. E questo aiuta, come è stato sperimentato ormai da molti anni, a recuperare il progetto originario di Dio su ciascuno di noi, e quindi a ritrovare un po' di gioia e serenità.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 22/09/2011

11 - OMELIA XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A - (Mt 21,33-43)
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: avranno rispetto per mio figlio!
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 02/10/2011)

Nella prima lettura, il profeta Isaia canta l'amore e la fedeltà di Dio, adoperando la bella immagine della vigna, che esprime molto bene la cura e la sollecitudine che Dio ha sempre avuto per il suo popolo. Il Signore aveva dissodato la sua vigna, l'aveva sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate, aspettando che essa producesse dei frutti rigogliosi. Purtroppo, la vigna tanto curata dal Signore diede solo degli acini acerbi. Per questo motivo, il Signore disse: «Toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo: demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto [...]» (Is 5,5-6).
Anche il Vangelo adopera l'immagine della vigna, offrendoci dei profondi insegnamenti. Nella parabola riportata, Gesù dice che il padrone affidò la vigna a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi, i quali vennero bastonati o uccisi, oppure lapidati. Il padrone della vigna è Dio; i contadini ai quali fu affidata questa vigna erano i capi d'Israele, i quali dovevano curare gli interessi di Dio e non di se stessi; i servi mandati a vendemmiare erano i profeti, i quali vennero maltrattati o uccisi.
Da ultimo, il padrone mandò il proprio figlio, dicendo: «Avranno rispetto per mio figlio» (Mt 21,37). Ma anch'egli venne ucciso. Il figlio è proprio Gesù, mandato dal Padre al popolo d'Israele, affinché esso potesse arrivare alla pienezza della rivelazione; ma anche Egli, come i profeti, e più dei profeti, venne perseguitato fino a morire in croce.
Alla domanda di Gesù, che chiedeva cosa avrebbe fatto a questo punto il padrone della vigna, i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo dissero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo» (Mt 21,41). Senza saperlo, essi diedero la risposta giusta, e Gesù replicò: «Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti» (Mt 21,43).
Ecco che la Chiesa si sostituì alla sinagoga e la salvezza fu estesa a tutti i popoli. Il profeta Isaia aveva parlato della distruzione della vigna; Gesù invece annuncia che la vigna sarà data ad un altro popolo, ovvero alla Chiesa.
Facciamo però attenzione. Le parole di Isaia e di Gesù non si riferiscono solo al popolo d'Israele, ma anche alla Chiesa. Se non daremo i frutti tanto attesi, anche a noi toccherà la stessa sorte. La Chiesa certamente durerà sino alla fine dei tempi, come Gesù ha promesso, ma la storia insegna che diverse chiese locali sono sparite completamente o quasi. Se una Comunità cristiana sarà sempre fedele all'insegnamento di Gesù e obbediente alla legittima autorità, essa continuerà ad esistere nel tempo.
San Paolo, nella seconda lettura di oggi, mette in luce due aspetti molto importanti della vita cristiana; quello della preghiera e quello del buon esempio. Prima di tutto, egli ci esorta a rivolgere a Dio le nostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti (cf Fil 4,6). La preghiera deve occupare il primo posto nella vita del cristiano, fino a diventare il respiro della sua anima. In secondo luogo, l'Apostolo delle genti sollecita i suoi lettori a mettere in pratica tutto ciò che essi hanno imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in lui (cf Fil 4,9). Ecco il buon esempio che è l'apostolato più efficace e fruttuoso.
Anche noi, sull'esempio di san Paolo, potremo condurre tanti fratelli a Gesù Cristo, se li edificheremo con il nostro buon esempio e se riusciremo a mettere in pratica il Vangelo in ogni circostanza della nostra vita. Diffonderemo il regno di Dio sulla terra anche con i nostri pensieri, se essi saranno sempre puri e indirizzati al Signore. San Paolo così ci sprona: «Fratelli, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri» (Fil 4,8).
La vigna simboleggia anche ciascuno di noi, ogni anima in particolare. Siamo chiamati a portare frutti abbondanti di opere buone; ma, per far questo, dobbiamo rimanere uniti a Gesù, come il tralcio è unito alla vite. Senza di Lui sarà impossibile compiere delle opere meritorie per la Vita eterna, opere delle quali il Padre Celeste si possa compiacere. Gesù ci fa comprendere questa verità con queste luminose parole: «Io sono la vite e voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,1-5).
Rimarremo uniti a Gesù con la fede, la preghiera e i Sacramenti. Uniti a Lui in questo modo, la linfa vitale della grazia scorrerà nella nostra anima e noi riusciremo a produrre abbondanti frutti per la Vita eterna.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 02/10/2011)

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