BastaBugie n°215 del 21 ottobre 2011

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1 GLI INDIGNADOS SONO PARENTI STRETTI DEI BLACK BLOC
Stessi obiettivi e stessa ostilità alla Chiesa: in Spagna gli ''indignados'' hanno contestato il Papa e la GMG, in Italia l'incursione in una chiesa e la distruzione di immagini sacre
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: La Bussola Quotidiana
2 GIORNALI, TV E INTERNET: LA VERITA' VA PROPOSTA CON FORZA (SENZA AGGIUNGERE NULLA DI NOSTRO)
Quando si ritiene che la verità non possa essere annunciata integralmente perché non è proponibile alla società in cui viviamo, non si sta più annunciando la verità, ma noi stessi
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie
3 APERTURA AL SACERDOZIO FEMMINILE: IL PATRIARCA DI LISBONA CONVOCATO URGENTEMENTE DALLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
Le stupefacenti esternazioni del cardinal Cruz Policarpo pongono dubbi su una questione risolta da tempo in maniera definitiva e ormai appartenente al Deposito della Fede
Autore: Dante Pastorelli - Fonte: Coordinamento Toscano Benedetto XVI
4 L'INQUIETANTE PREMIO NOBEL PER LA PACE ASSEGNATO A UNA DONNA ARABA
Eppure Tawakkul Karman non è Madre Teresa, ma un'attivista politica dei ''Fratelli musulmani'' che vogliono imporre la Shari'a (secondo la quale la donna vale la metà dell'uomo)
Autore: Valentina Colombo - Fonte: La Bussola Quotidiana
5 LE DEVASTANTI CONSEGUENZE DELLA PORNOGRAFIA
Con la diffusione di internet è diventata facilmente accessibile a chiunque e dovunque come mai era successo prima
Autore: Maurizio Ravasio - Fonte: Unione Cristiani Cattolici Razionali
6 IL DISASTRO NELLA NAZIONE MENO PROLIFICA DEL MONDO DOVE FARE UN FIGLIO PRIMA DEI 30 ANNI E' UN'ECCEZIONE
Eppure per crescere figli serve energia e un adolescente necessita di genitori nel pieno delle loro forze, non anziani signori da accompagnare dal medico
Autore: Costanza Miriano - Fonte: Avvenire
7 PIERLUIGI BERSANI SOGNA UN'ITALIA POPOLATA DI UOMINI TRAVESTITI DA DONNA, FAMIGLIE CON DUE PAPA' O DUE MAMME, MALATI LASCIATI AGONIZZARE FINO ALLA MORTE NEI LETTI DEGLI OSPEDALI
Nel suo intervento a Equality Italia dice: ''Tra i punti principali del programma del PD ci sono l'approvazione di una legge contro l'omofobia, il riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso e il varo di una buona legge sul testamento biologico''
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Bussola Quotidiana
8 ASSEGNATO A ROBERTO DE MATTEI IL PIU' PRESTIGIOSO RICONOSCIMENTO ITALIANO PER LA STORIOGRAFIA
Il libro ''Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta'' offre una rigorosa ricostruzione dell'evento e delle sue conseguenze, basata su documenti di archivio e testimonianze
Fonte: Edizioni Lindau
9 CONTRO I PRINCIPI NON NEGOZIABILI: L'EREDITA' DI ZAPATERO CON RECORD ASSOLUTO DI ABORTI, DIVORZI E LIBERTA' DI EDUCAZIONE NEGATA
Senza famiglie e senza matrimonio la società non è migliore, ma si hanno individui soli, privi di personalità e di relazioni, dove è solo lo Stato a educare, legiferare e determinare ciò che è buono e ciò che è cattivo, secondo i suoi interessi
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Bussola Quotidiana
10 OMELIA XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A - (Mt 22,34-40)
Amerai il tuo prossimo come te stesso
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - GLI INDIGNADOS SONO PARENTI STRETTI DEI BLACK BLOC
Stessi obiettivi e stessa ostilità alla Chiesa: in Spagna gli ''indignados'' hanno contestato il Papa e la GMG, in Italia l'incursione in una chiesa e la distruzione di immagini sacre
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: La Bussola Quotidiana, 14/10/2011

Domani, sabato 15 ottobre, si svolge la giornata internazionale di mobilitazione degli "indignaods", e la manifestazione di Roma sarà il suo fulcro in Italia.
Ma chi sono gli "indignados" che scendono in piazza in Spagna, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, in Italia e la cui protesta sembra inarrestabile? Il nome viene da un libretto pubblicato nel 2010 in Francia da un piccolo editore (Indigène éditions di Montpellier) che si è trasformato in successo mondiale, Indignez-vous ! (Pour une insurrection pacifique) - trad. it., Indignatevi!, Add editore, Torino 2011 -, del vecchio (novantatré anni) ex militante della Resistenza francese, ambasciatore e uomo politico Stéphane Hessel. Questo nuovo "libretto rosso" di una rivoluzione fai da te è ampiamente sopravvalutato. Hessel attacca quella che in Italia siamo abituati a chiamare la "casta" - politici, industriali, Chiesa - ma i suoi critici fanno notare che ne ha sempre fatto parte. E il suo legame politico con Dominique Strauss-Kahn è diventato fonte d'imbarazzo dopo gli incidenti a sfondo sessuale che hanno coinvolto l'ex direttore generale del Fondo Monetario Internazionale.
Il contenuto, poi, è di una povertà desolante. Un critico davvero insospettabile, il giornalista del quotidiano di sinistra Libération Pierre Marcelle, ha chiamato Hessel «il Babbo Natale delle buone coscienze». Le trenta paginette che si vorrebbero anticonformiste di Indignatevi! sono in realtà un inno al più vieto conformismo politicamente corretto, e lasciano l'impressione che per superare la crisi in atto non ci sia bisogno di fare sacrifici. Basterebbe che i cattivi che si sono impadroniti della politica e dell'economia siano sostituiti da "buoni" dalle caratteristiche molto vaghe: leali, generosi, un po' antiamericani e anti-israeliani, fedeli ai "valori della Resistenza" - ci mancherebbe altro - e capaci di emozionarsi per i "nuovi diritti" rivendicati dalle femministe e dagli omosessuali.
I primi "indignados" - di qui il nome spagnolo - si sono manifestati il 15 maggio 2011 a Madrid. Come ha fatto notare il teologo spagnolo don Javier Prades-López a un convegno organizzato dal cardinale Angelo Scola a Venezia, gli "indignados" se la sono presa per prima cosa con la Chiesa e hanno finito per contestare il Papa e la Giornata Mondiale della Gioventù. Questa è un'importante differenza sia con i vecchi no global, che non erano certo filocattolici ma che non avevano la Chiesa tra gli obiettivi principali, sia con le folle delle "primavere arabe", che anzi in parte, contestando dittature "laiche", chiedevano più e non meno religione.
L'aspetto anticattolico sottolineato da Prades-López e l'insistenza sui "nuovi diritti" non vanno in alcun modo sottovalutati. Ma ugualmente importante è la rivolta contro la politica in genere, contro la "casta" e l'idea che la crisi economica derivi da colpe individuali di singoli esponenti del mondo politico e finanziario, così che gli "indignados" non vogliono in nessun modo pagarne il costo. A Roma si è sentito rivendicare un «diritto all'insolvenza», a non pagare i debiti. A Londra si sono visti giovani sfasciare vetrine chiedendo non il pane - come in Tunisia -, ma il diritto al cellulare ultimo modello o all'abito di marca. A Parigi gli slogan contro tutti i partiti e gli inviti ad astenersi dal voto elettorale hanno turbato lo stesso Hessel, che ha sempre fatto politica di partito e che forse ora si è accorto di avere aperto un vaso di Pandora.
Ma per capire gli «indignados» non bastano gli analisti politici. Ci serve una teologia della storia. Papa Benedetto XVI ha parlato questo mese in Calabria della «mutazione antropologica» di una generazione che vive nella realtà virtuale di Internet e degli smartphone e rischia di perdere il contatto con il mondo reale. Il pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), nel suo grande affresco della scristianizzazione dell'Occidente, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione (cfr. Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. Edizione del cinquantenario, a cura di Giovanni Cantoni, Sugarco, Milano 2009), vedeva la Rivoluzione, con la "R" maiuscola, come un processo di progressiva distruzione dei legami sociali che avevano fatto dell'Occidente cristiano quello che era. Prima i legami religiosi, con la rottura con Roma del protestantesimo; poi i legami politici organici fondati sulla ricchezza dei corpi intermedi, sostituiti da un freddo rapporto fra il cittadino e lo Stato moderno, con la Rivoluzione francese; infine i legami economici, con il comunismo e l'assorbimento di tutta la vita economica nello Stato. Più tardi, Corrêa de Oliveira aggiunse alle prime tre fasi quella che chiamava Quarta Rivoluzione, che aveva il suo momento emblematico nel 1968 e non attaccava più legami macrosociali, ma microsociali - la famiglia, il legame fra madre e figlio con l'aborto - e perfino i legami dell'uomo con se stesso con la droga, l'ideologia di genere, l'eutanasia.
Il 1968 era tutto questo, ma la Terza Rivoluzione - quella comunista - era ancora così forte da riuscire largamente a recuperarlo. I no global - in parte professionisti del disordine, in parte nostalgici di forme arcaiche di marxismo - rappresentano la transizione fra un movimentismo di Terza e uno di Quarta Rivoluzione. Gli "indignados" sembrano essere insieme la causa e l'effetto di una Quarta Rivoluzione che ha portato alle estreme conseguenze lo spappolamento del corpo sociale, la solitudine di tutti da tutti, e contro tutti, il rifiuto di ogni responsabilità - ben simboleggiato dalla rivendicazione del diritto a non pagare i debiti e dagli insulti al Papa, in quanto richiama all'esistenza di doveri -, la mancanza assoluta di prospettive e, in fondo, anche di speranza. Ci volevano oltre quarant'anni di Quarta Rivoluzione perché le piazze potessero riempirsi di "indignados".
Si tratta di movimenti che sono stati sempre manipolati e riassorbiti da qualche demagogo politico. Avverrà anche questa volta? Si è candidato Beppe Grillo, che si è affrettato ad accorrere anche a Madrid ai primi segni di vita degli "indignados". E abbiamo visto emergere partiti paradossali, del nulla, intitolati alla pirateria informatica o, com'è appena avvenuto in Polonia, a una collezione raffazzonata di «nuovi diritti» tenuti insieme dall'anticlericalismo. Questi partiti non vincono le elezioni, ma è già inquietante che ottengano seggi ed entrino nei parlamenti.
Quanto ai politici tradizionali - compresi quelli di sinistra - sperano talora di sfruttare gli "indignados" ma ne ricavano principalmente uova marce.  L'incomprensione, e le uova marce, spiegano perché la politica non solo non sia in grado di rispondere alle poche rivendicazioni sensate degli "indignados" - che sono di carattere economico immediato, ovvero denunciano lo scandalo reale di classi dirigenti che chiedono sacrifici cui non sono disponibili a partecipare di persona -, ma anche perché, intimidita, non sia neppure in grado di garantire l'ordine pubblico come dovrebbe fare quando le proteste degenerano in intollerabili violenze.
La presenza degli "indignados" dà ragione a Benedetto XVI: siamo di fronte a un degrado antropologico che spesso inizia con il manifestarsi come ostilità alla Chiesa e al cristianesimo. È certo necessaria una risposta di ordine pubblico alle frange violente, che non si lasci intimidire da nessuna retorica buonista. Ma affrontare seriamente il problema degli "indignados" significa operare con pazienza per ricostituire i legami sociali e personali spezzati da una lunga Rivoluzione. Per gli uomini e le donne di buona volontà - lo ha detto il Papa al Parlamento Federale tedesco - questo si chiama ritorno al diritto naturale, all'idea che esistono doveri e non solo diritti, a una chiara nozione del bene e del male. Per i cattolici, si chiama nuova evangelizzazione.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 14/10/2011

2 - GIORNALI, TV E INTERNET: LA VERITA' VA PROPOSTA CON FORZA (SENZA AGGIUNGERE NULLA DI NOSTRO)
Quando si ritiene che la verità non possa essere annunciata integralmente perché non è proponibile alla società in cui viviamo, non si sta più annunciando la verità, ma noi stessi
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie, 18/10/2011

Ci sono delle persone che ricercano il progresso a tutti i costi, e pensano che la scienza possa fare quello che vuole, ma c'è anche un gruppo di persone che, pur riconoscendo che è necessario porre dei limiti alla scienza, sono dell'idea che questa verità non andrebbe proposta all'opinione pubblica tutta intera come è, perché altrimenti turberebbe le persone, allontanandole ulteriormente dalla verità. Facciamo l'esempio dell'aborto: pur riconoscendo la verità che sta dietro alla difesa della vita, alcuni (anche tra i cattolici) ritengono che non si possa annunciare tutta intera, ma andrebbe adattata all'uditorio. Nel caso di interventi sui mezzi di comunicazione di massa la prudenza dovrebbe poi essere massima per non irritare troppo i lettori e i telespettatori.
Nell'affermazione che bisogna tener conto della capacità dei nostri interlocutori, in questo caso dell'opinione pubblica, di recepire un certo tipo di messaggio, nel sottolineare l'esistenza di un problema di questo genere non si dice una cosa falsa, si dice anzi una verità antica come l'uomo. Per prendere le immagini della Scolastica, si direbbe che ogni recipiente ha la sua capienza, rispetto anche ai processi pedagogici o dell'insegnamento e il buon pedagogo non è quello che vuole mettere la stessa misura in recipienti di forma e di contenuto e di capacità diversa. Quindi il problema esiste, però va fatta sempre una grande distinzione rispetto ai mezzi di comunicazione e alle circostanze della comunicazione stessa: occorre distinguere in maniera decisiva tutte le ipotesi di comunicazione che utilizzano mezzi di comunicazioni di massa (tv, giornali, internet, dibattiti pubblici) da quelle che sono invece incontri con le singole persone, incontri con gruppi ristretti, incontri con gruppi di studenti. In questo secondo caso esiste una esigenza prioritaria di applicare una sorta di legge della gradualità, per cui arrivando in una scuola statale, ad esempio una quinta superiore, dobbiamo agganciare i ragazzi, tenendo conto  che davanti a me ho un gruppo di giovani di questo tempo, di questa epoca, con una serie di pregiudizi, ecc. Allora se io, come comunicatore, non tenessi conto di questo, sarei un pessimo comunicatore, quindi anche l'enunciazione della verità tutta intera, fatta piovere come una specie di bomba atomica su questi interlocutori sarebbe discutibile, non dico censurabile o sbagliata, ma discutibile dal punto di vista della comunicazione. Lo stesso accade quando parlo con una singola persona. Quando, invece, io utilizzo un mezzo di comunicazione di massa, sto proponendo all'opinione pubblica un messaggio, che per sua natura deve essere semplice, chiaro, diretto, di facile comprensione. Soprattutto sono di fronte a uno strumento che non mi dà la possibilità di intavolare una relazione articolata, dialogica, approfondita, come nella relazione interpersonale o nella relazione pedagogica. Allora, quando sto facendo un comunicato stampa, sto scrivendo un articolo, sto partecipando a un dibattito, il mio atteggiamento, la mia logica deve essere di ossequio, assoluto per la proclamazione della verità! Se il mondo ha preso la piega che ha preso, lo dobbiamo anche al fatto che abbiamo avuto paura di servire la verità!
Nella dinamica democratica pluralista, come tutto sommato e con molti limiti noi oggi viviamo, noi non siamo oppressi da una dittatura per cui se io dico che l'aborto è un delitto per ora nessuno mi spara una raffica di mitra. E' vero che subisco altre forme di persecuzione, di censura, però non c'è un pericolo fisico. Detto questo, la grande tentazione è quella di ritenere che la verità in se stessa non è abbastanza forte, non è abbastanza vera se non ci metto dentro qualcosa di mio. Quando una persona comincia a ragionare in questo modo la verità viene tradita. Questo vale anche, per esempio, nell'annuncio cristiano. Quando un cristiano ritiene che il Vangelo non possa essere annunciato integralmente perché altrimenti non è proponibile alla società in cui vive, non sta più annunciando il Vangelo, ma sta annunciando se stesso, sta annunciando un qualcosa che sta a cuore a lui, ha compiuto la riduzione del Vangelo alla sua misura. Ha fatto ciò che gli Apostoli hanno fatto quando Gesù ha ribadito per esempio il principio dell'indissolubilità del matrimonio dicendo "Quello che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi". I discepoli hanno reagito dicendo: "Scusa ma se noi andiamo alla prossima puntata di Bruno Vespa, a dire che siamo per l'indissolubilità del matrimonio ci prendono per scemi e inoltre anche a noi non è che la cosa ci vada tanto a genio, anzi se è così non conviene sposarsi". Gesù di fronte a queste obiezioni non dice: "Beh, si, dobbiamo riconsiderare da un punto di vista pastorale se la verità deve essere detta con un certo linguaggio...". No, Gesù dice: "Chi può capire, capisca!" sottintendendo che se si vuole è così e se non si vuole è così lo stesso. Agli apostoli che facevano notare che dopo aver parlato della sua carne da mangiare, tutti se n'erano andati via, Gesù risponde "Volete andarvene anche voi?". Quindi  mette a repentaglio, per così dire, il destino della Chiesa che ha appena fondato, ma Gesù non retrocede di un millimetro nell'annunciare la verità.
Dobbiamo riconoscere che la forza di quello che diciamo non sta in noi, ma sta nella verità che dobbiamo testimoniare. Certamente poi ognuno avrà i suoi doni, la sua capacità, i suoi carismi anche di comunicare.
In sintesi non è che uno debba essere una specie di mitragliatrice della verità, insensibile agli interlocutori che ha davanti, tuttavia quando uso il mezzo di comunicazione di massa devo annunciare la verità tutta intera e senza sconti. E' paradossale vedere nei dibattiti televisivi, dove talvolta, il testimone della vita o del Vangelo si mette a dialogare con il suo interlocutore. E' terrificante perché in quel momento non é che si debba convincere chi si ha davanti nello studio televisivo, come potrebbe essere Niki Vendola o Marco Pannella, anche perché loro le idee le hanno già e molto chiare. Non è che il cattolico è davanti a 2 milioni di telespettatori in uno studio televisivo e deve trattare il suo interlocutore come se fosse in confessione, per cui vanno valutati i suoi progressi, le sue aperture. Quello è, metaforicamente parlando, un duello nel quale il cattolico deve, sempre metaforicamente parlando, far soccombere l'interlocutore. Non è importante dire "Beh, però siamo andati via che ci siamo stretti la mano, ci vogliamo più bene e magari si va al ristorante insieme". Il cattolico si trova lì in qualità di (indegno) testimone della verità e quindi quello che è importante è che questa verità, in tutta la sua potenza e in tutta la sua forza urticante, venga fuori. Perché se noi continuiamo a evitare di dire che l'aborto è delitto e che  l'eutanasia è un omicidio, se questa è la paura che ci portiamo dietro, perdiamo in partenza. Queste sono le logiche conseguenze anche solo banalmente dal punto di vista delle leggi della comunicazione. I radicali, che non sono un esempio sotto moltissimi profili, però dal punto di vista dell'utilizzo del linguaggio e del metodo sono degli straordinari esempi da seguire su come ci si muove da minoranze in una società con l'intenzione di innervarla delle proprie idee (che nel caso dei radicali sono tossine inquinanti). I radicali hanno fatto dell'Italia in 40 anni, un Paese nel quale le forze politiche, chi più chi meno, accettano i capisaldi  essenziali  della cultura radicale. Questo è un dato di fatto, poi se vogliamo metterci i paraocchi, un velo di ignoranza, far finta che non sia così possiamo anche farlo, però alla fine se uno va a prendere nelle teche Rai un dibattito sull'aborto  del 1976 e poi va a vedere un dibattito sull'aborto del 2011 delle stesse forze politiche che negli anni settanta hanno condotto le battaglie contro l'aborto, sembra ci sia stata un'esplosione nucleare. Non ci si capacita di come lo spostamento della verità sia avvenuto così radicalmente e a discapito anche delle identità dichiarate. Nel caso della legge 194 si è passati dal considerarla la "legalizzazione dell'aborto" a definirla "una buona legge". Tutto ciò a discapito della verità e dimenticando i milioni di morti che in Italia quella legge ha causato. Con la conseguenza logica di chiamare diritto ciò che poco tempo fa era un delitto.

Fonte: Redazione di BastaBugie, 18/10/2011

3 - APERTURA AL SACERDOZIO FEMMINILE: IL PATRIARCA DI LISBONA CONVOCATO URGENTEMENTE DALLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
Le stupefacenti esternazioni del cardinal Cruz Policarpo pongono dubbi su una questione risolta da tempo in maniera definitiva e ormai appartenente al Deposito della Fede
Autore: Dante Pastorelli - Fonte: Coordinamento Toscano Benedetto XVI, 08/08/2011

La risposta di mons. Gilberto Aranci ad un lettore circa la posizione della Chiesa sul sacerdozio femminile (Toscana Oggi, n.26 del 10.07.2011) cade in un momento in cui questo problema, in realtà insopportabilmente stantìo perché da lunga pezza risolto, vien riaperto in modo del tutto sconveniente e con sconcertante superficialità dal Patriarca di Lisbona, cardinal Cruz Policarpo, il quale ritiene priva di fondamento teologico l'esclusione delle donne dal sacerdozio, in quanto derivata, così afferma, da una tradizione che ci proviene da Gesù ed a cui la Chiesa si è conformata.
Ond'evitar il rischio di fraintendimenti, riporto il nucleo del ragionamento dell'anziano Presule : "...teologicamente non c'è alcun ostacolo fondamentale [al sacerdozio femminile]; c'è questa tradizione, diciamo così: non si è mai fatto in altro modo... C'è un'uguaglianza fondamentale di tutti i membri della Chiesa. Il problema consiste in una forte tradizione che viene da Gesù e dalla facilità con cui le chiese riformate hanno concesso il sacerdozio alle donne.
Da semplice fedele, digiuno per giunta di regolari ed approfonditi studi teologici, non riesco proprio a capir a qual mai scuola di pensiero cattolico abbia attinto il Patriarca le nozioni di Sacra Scrittura, Tradizione, Magistero e Teologia sottese a tali argomentazioni od in esse esplicitate, che anche ad un orecchio poco provveduto suonano stupefacenti. Tal esternazione è subito stata colta ad ampio raggio, senza eccessiva fatica nella decifrazione, in tutta la sua plateale ed infelice devianza dalla retta dottrina, e le proteste sono state tanto numerose, vivaci e più che giustificate da costringer il Porporato ad innescar una precipitosa e goffa retromarcia ed a professar la sua piena adesione al Magistero Pontificio, dopo aver incassato, però, la solidarietà dei vescovi portoghesi, pur essa stupefacente nel collettivo errore. Al momento in cui scrivo si parla d'una sua convocazione a Roma, presso la Congregazione per la Dottrina della Fede.
È mia impressione, e forse potrei dir tranquillamente convinzione, che per il Presule, notoriamente vicino al Cammino Neocatecumenale, la Tradizione risalente a Gesù ed agli Apostoli sia un dettaglio trascurabile nell'economia della nostra Fede e non una fonte imprescindibile della Rivelazione. Quanto al sacerdozio femminile, risulta chiaro dalle sue parole ch'egli non lo esclude affatto in via di principio, ma, anzi, non si perita di prospettarlo non per l'immediato ma per il futuro, per "quando Dio vorrà", forse, cioè, per il tempo in cui cadrà l'ostacolo storico rappresentato dalla facilità con cui eretici e scismatici han concesso e concedon il sacerdozio alle donne: come se fin ad oggi l'essenza dell'Ordine Sacro fosse stata conservata integra non per totale fedeltà all'inviolabile mandato di Cristo quanto piuttosto per la lunga ma pur sempre temporanea riprovazione di quella facilità che, se controllata e temperata, potrebbe pacificamente indur la Chiesa ad arrogarsi il potere di render un Sacramento d'istituzione divina suscettibile d'evoluzione e mutazione nella sua sostanza, mentr'essa ne dev'esser mera ed insieme vigile ed incontaminata custode, non potendo disporre a suo piacimento di ciò che solo a Dio appartiene.
Per il Patriarca portoghese non esiste, dunque, nessuna preclusione derivante dal sesso ch'è, invece, sino a prova contraria, appunto una connotazione di sostanza, vale a dir essenziale e pregiudiziale, non per decisione umana ma per sicuro e provato disegno soprannaturale, affinché il ministro possa agire, in perfetta "rassomiglianza", in persona Christi, come l'alter Christus. Il tutto fra il giubilo delle sette e confessioni protestanti, di cui internet si fa amplificante eco, alle quali il Patriarca attribuisce un valore ecclesificante che non possiedono. E già questi applausi dovrebbero far rifletter sull'entità del deragliamento del sullodato Patriarca dalla diritta via segnata e perseguita dalla Santa Sede.
La Lettera Apostolica Ordinatio sacerdotalis (1994), ch'espone molto lucidamente, procedendo nel solco tracciato dall'insegnamento ininterrotto della Chiesa e riproposto nell'ultimo cinquantennio soprattutto da Paolo VI, i motivi dell'impossibilità di conferir gli Ordini Sacri alle donne, par che non rivesta per l'arcivescovo di Lisbona alcuna nota di rilievo magisteriale in toto obbligante se da essa si può evincer che Giovanni Paolo II "è sembrato dirimere la questione". È sembrato. È sembrato soltanto, niente di più! Si tratterebbe, insomma, al massimo, e forse neppure, di un testo esprimente un Magistero mere authenticum degno sì di reverente ossequio per la cattedra da cui proviene, ma discutibile e riformabile, e non, qual effettivamente è, di Magistero ordinario infallibile, irreformabile e pertanto assolutamente vincolante, ragion per cui gli si deve adesione dell'intelletto e della volontà, giacché esercitato dal Sommo Pontefice nella sua suprema funzione di Pastore e Maestro della Chiesa universale, il quale, pur non pronunciandosi solennemente, ex cathedra, conferma una dottrina che affonda le sue radici nella Sacra Scrittura e nella Tradizione. Il cardinal Policarpo pone in soffitta o in cantina, altresì, il venerando "quod semper. quod ab omnibus, quod ubique creditum", irrinunciabile criterio di valutazione del livello di un atto magisteriale pontificio. (...)
Mons. Aranci, oltre ad alcuni scritti favorevoli al sacerdozio femminile ed a dissertazioni "antropologiche", tese ad offrir un più consistente panorama di posizioni in cui inquadrar il dibattito del quale svelano e rimarcan l'indubbia complessità, richiama, e non poteva non richiamarli, i più recenti documenti della Chiesa su questo delicato tema, tra cui la citata Ordinatio sacerdotalis ed il Catechismo della Chiesa Cattolica, che così recita al n.1577: «Chi può ricevere questo sacramento [l'Ordine sacro]? Riceve validamente la sacra ordinazione esclusivamente il battezzato di sesso maschile [«vir»]. Il Signore Gesù ha scelto uomini [«viri»] per formare il collegio dei dodici Apostoli, e gli Apostoli hanno fatto lo stesso quando hanno scelto i collaboratori che sarebbero loro succeduti nel ministero. Il collegio dei Vescovi, con i quali i presbiteri sono uniti nel sacerdozio, rende presente e attualizza fino al ritorno di Cristo il collegio dei Dodici. La Chiesa si riconosce vincolata da questa scelta fatta dal Signore stesso. Per questo motivo l'ordinazione delle donne non è possibile».
Dalla lettura di questi documenti i fedeli, se sufficientemente informati e formati - ed oggi, ahimé, sulla scorta della mia esperienza di professore e preside negli istituti superiori, ed altresì di padre e nonno, posso affermar, senza tema d'esser smentito, che son una sparuta minoranza - agevolmente potran dedurre che il Magistero si è espresso in modo definitivo. Non è stato in materia promulgato alcun dogma, come spesso e pedantemente si sente obiettar da taluni, va bene, ma, come sopra ho precisato e ci tengo ancor qui a ribadire, un Magistero pontificio ordinario continuo, inconfutabilmente fondato sul Vangelo e sulla Sacra Tradizione, è infallibile, definitive tenendum, piaccia o non piaccia ai novatori ecumenisti su qualunque panca, seggiola, poltrona o cattedra della nostra Santa Chiesa appollaiati.
Dispiace, tuttavia, che mons. Aranci non abbia segnalato – almeno io non lo vedo nell'edizione on line di Toscana Oggi - in questo suo "colloquio", un altro documento, assai facilmente rintracciabile in internet, il cui contenuto è anticipato dal CCC, sebbene in tono meno perentorio, e che, tanto per seguir il suo metodo, dal web direttamente trascrivo qui sotto:
CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
RISPOSTA AL DUBBIO CIRCA LA DOTTRINA DELLA LETTERA APOSTOLICA «ORDINATIO SACERDOTALIS»
Dub.: Se la dottrina, secondo la quale la Chiesa non ha la facoltà di conferire l'ordinazione sacerdotale alle donne, proposta nella Lettera Apostolica «Ordinatio Sacerdotalis», come da tenersi in modo definitivo, sia da considerarsi appartenente al deposito della fede.
Risp.: Affermativa.
Questa dottrina esige un assenso definitivo poiché, fondata nella Parola di Dio scritta e costantemente conservata e applicata nella Tradizione della Chiesa fin dall'inizio, è stata proposta infallibilmente dal magistero ordinario e universale (cfr. Conc. Vaticano II, cost. dogm. Lumen Gentium, 25, 2). Pertanto, nelle presenti circostanze, il Sommo Pontefice, nell'esercizio del suo proprio ministero di confermare i fratelli (cfr. Lc, 22, 32) ha proposto la medesima dottrina con una dichiarazione formale, affermando esplicitamente ciò che si deve tenere sempre, ovunque e da tutti i fedeli, in quanto appartenente al deposito della fede.
Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell'Udienza concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato la presente Risposta, decisa nella riunione ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione
Roma, dalla Sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 28 ottobre 1995.
+ JOSEPH Card. RATZINGER - Prefetto
+TARCISIO BERTONE Arcivescovo emerito di Vercelli - Segretario.
Questa "risposta" taglia la testa al toro. Il sipario è calato per non rialzarsi mai più. Roma locuta est, causa finita est. Si mettan l'anima in pace fedeli, preti, vescovi e cardinali sgangheratamente "femministi". La Chiesa non può modificar il Deposito della Fede di cui il sacerdozio ministeriale riservato ai soli "viri" è un pilastro portante. (...) Se Gesù avesse voluto conferir il sacerdozio alle donne avrebbe ordinato per prima la Sua Santissima Madre. (...)

Fonte: Coordinamento Toscano Benedetto XVI, 08/08/2011

4 - L'INQUIETANTE PREMIO NOBEL PER LA PACE ASSEGNATO A UNA DONNA ARABA
Eppure Tawakkul Karman non è Madre Teresa, ma un'attivista politica dei ''Fratelli musulmani'' che vogliono imporre la Shari'a (secondo la quale la donna vale la metà dell'uomo)
Autore: Valentina Colombo - Fonte: La Bussola Quotidiana, 13/10/2011

«Nel nome di Dio Clemente, Misericordioso, alla sorella Tawakkul 'Abd al-Salam Karman, presidente dell'organizzazione "Giornaliste senza catene", membro del Consiglio direttivo del Raggruppamento yemenita per la Riforma, saluti e stima. Con immensa gioia abbiamo ricevuto, in seno al Raggruppamento yemenita per la Riforma, l'annuncio del conferimento alla vostra persona del Premio Nobel per la Pace come prima donna araba che riceve questa onorificenza e prima personalità yemenita a godere di questo attestato di stima internazionale. Ci congratuliamo per questo raggiungimento storico e riteniamo che questa vittoria sia di sostegno alla rivoluzione pacifica yemenita e alla donna yemenita che combatte e che è consapevole della propria capacità di vincere nonostante gli ostacoli dell'arretratezza e il retaggio della tirannide che separano il nostro popolo dal progresso».
Questo è l'incipit del comunicato dell'8 ottobre 2010 a firma di Muhammad ibn Abd Allah al-Yadumi a seguito dell'annuncio della vincita del Premio Nobel per la Pace all'attivista yemenita Tawakkul al-Karman. Ebbene, molti di noi hanno gioito perché finalmente una donna araba, tra l'altro simbolo della "primavera" yemenita, vedeva riconosciuto il proprio sforzo, il proprio coraggio. Hanno esultato anche intellettuali laici yemeniti come la politologa Elham Manea, di origine yemenita e attualmente residente in Svizzera, e Ali al-Muqri, scrittore e intellettuale yemenita.
Purtroppo, come ha ricordato oggi Mashari al-Dhaidi sul quotidiano internazionale arabo Asharq al-awsat, non andrebbe mai dimenticato che il Premio Nobel per la pace è un premio politico, «fa parte degli strumenti di pressione morbida per realizzare uno specifico percorso di pace o stabilità, secondo una prospettiva occidentale». È sufficiente sapere che il Raggruppamento yemenita per la Riforma è il partito che rappresenta i Fratelli musulmani in Yemen e che Tawakkul Karman è figlia di 'Abd al-Salam Khalid Karman, membro dello stesso partito. Il partito per la Riforma, come si evince dal programma politico pubblicato sul sito ufficiale, agisce in nome dell'islam e vuole l'applicazione della sharia, propugna l'uguaglianza tra i credenti senza distinzione di sesso, ma la shari'a prevede che la donna vale la metà dell'uomo. Tawakkul Karman è sì un'attivista, ma un'attivista politica. Non c'è dubbio che sia il simbolo di una rivoluzione, ma si situa nel continuum delle "primavere" arabe che stanno assistendo al predominio dei movimento dei Fratelli musulmani, organizzati ed economicamente forti.
C'è anche chi ha esaltato la Karman come la donna che si è strappata il velo. Si tratta di una mezza verità: nel 2004 durante una conferenza sui diritti umani la vincitrice del Nobel per la pace si è tolta il velo integrale nero, indossato dalla stragrande maggioranza delle donne yemenite, ciononostante lo ha sostituito con il velo semplice che lei definisce "islamico". Anche il comunicato pubblicato sul sito del suo partito a seguito di una manifestazione per festeggiare il Nobel recita che il premio è «fonte di vanto e onore non solo per la donna yemenita, ma per la donna araba e il velo islamico». Quindi la Karman ha sostituito il velo nero tradizionale, "non islamico", a favore di un velo variopinto che è non tanto il simbolo della donna musulmana, quanto della donna legata al movimento dei Fratelli musulmani o per lo meno che indossa il velo come simbolo politico e/o identitario.
Il Premio Nobel segue l'International Woman of Courage conferitole dal Segretario di Stato americano Hillary Clinton e dalla first lady Michelle Obama. Tutto conferma la politica statiunitense e occidentale volta allo sdoganamento del movimento dei Fratelli musulmani. E quale miglior esponente e simbolo di una donna giovane e determinata come la Karman. In un'intervista rilasciata nel giugno 2010 aveva dichiarato che sarebbe arrivato il giorno in cui «i violatori dei diritti umani pagheranno per quel che hanno fatto nello Yemen».  Non posso che concordare se si riferisce al presidente yemenita Saleh, ma mi domando se i diritti umani previsti dalla sharia che il suo partito vorrebbe introdurre a tutti i livelli del paese corrispondono a quelli universali.
Ha ragione Mashari al-Dhaidi quando afferma che «Tawakkul Karman non è Madre Teresa, ma un'attivista politica che agisce in accordo alle direttive e alle esigenze politiche e sociali del proprio partito». Ancora una volta l'occidente ha scelto tra gli eroi e le eroine della "primavera araba" quella più politicizzata e soprattutto più vicina alle proprie politiche miopi nel Medio Oriente.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 13/10/2011

5 - LE DEVASTANTI CONSEGUENZE DELLA PORNOGRAFIA
Con la diffusione di internet è diventata facilmente accessibile a chiunque e dovunque come mai era successo prima
Autore: Maurizio Ravasio - Fonte: Unione Cristiani Cattolici Razionali, 25/09/2011

Una delle conseguenze più concrete della secolarizzazione è senz'altro la difficoltà per molti di riconoscere un significato vero della propria vita e il conseguente disperato desiderio di placare questa insoddisfazione perenne con tentativi anche parziali ed effimeri. Tra questi vi è l'idolatria violenta della sessualità, la cui diretta conseguenza è la pornografia. (...) Con la diffusione di internet, poi, la pornografia è diventata facilmente accessibile a chiunque e dovunque come mai era successo prima: sia il suo consumo che la sua produzione sono infatti in continua espansione.
Tutto ciò contribuisce a fare dell'industria del porno un business sempre più redditizio che nei soli Stati Uniti muove almeno quattro miliardi di dollari all'anno. Un business che però non è privo di conseguenze. Proprio delle conseguenze sociali della diffusione della pornografia si è occupato recentemente "The Social Costs of Pornography", studio plurale coordinato da diversi istituti di ricerca statunitensi che ha raccolto i lavori di decine di accademici ed esperti di diversi settori: dalla medicina alla psicologia, dalle scienze sociali al diritto, con lo scopo di delineare un quadro a tuttotondo del fenomeno e delle sue conseguenze.
 
DIPENDENZA
La pornografia via internet, si legge nel report dello studio, può ingenerare comportamenti che la letteratura clinica e psicologica non esita a definire dipendenza: «proprio come la dipendenza da alcol, nicotina e altre sostanze. La dipendenza dalla pornografia può diventare persino più patologica» influendo negativamente sulle relazioni sociali dell'utente. La pornografia on line offre infatti un harem senza fine di intrattenimento hard, i suoi consumatori compulsivi finiscono così per iperstimolare il loro sistema emotivo provocando ripercussioni a livello neurologico: «gli uomini che ai loro computer utilizzano assuefatti la pornografia – dice lo psichiatra Norman Doidge – sono sorprendentemente simili ai topi in gabbia [di certi esperimenti scientifici] che premono la leva per ottenere una goccia di dopamina». Il terapista J.C. Manning mette in guardia dal sottovalutare il fenomeno: «coloro che sostengono che la pornografia sia un intrattenimento innocuo, un'espressione sessuale benigna o un aiuto coniugale, evidentemente non si sono mai seduti in uno studio di un terapista con individui, coppie o famiglie che tremano a causa dell'effetto devastante di questo materiale».
 
IL PIANO INCLINATO
A causa dell'onnipresenza della pornografia, avverte "The Social Costs of Pornography", si assiste oggi ad un fenomeno di saturazione culturale per cui la televisione, le riviste e le canzoni pop contengono regolarmente «immagini, situazioni e testi che una generazione fa sarebbero stati etichettati come "soft porn"». La pornografia desensibilizza i suoi spettatori e di conseguenza muta non solo per quantità ma anche per qualità. I porno-utenti sono infatti portati ad utilizzare un immaginario sempre più hard che una volta avrebbero ritenuto sconvolgente: «i resoconti di chi l'ha visto descrive ciò che ora viene considerato "hard-core" in termini che sbalordirebbero l'immaginazione e scioccherebbero la coscienza di chiunque non sia un utilizzatore di pornografia hard-core», afferma il professor James Stoner.
 
IMMAGINE DELLA DONNA
La cultura pornografica contribuisce in maniera fondamentale a veicolare un'immagine degradante delle donne. Diversi studi accademici hanno mostrato che i ragazzi esposti all'intrattenimento sessualizzato dei media hanno una propensione sensibilmente maggiore a «guardare la donna come un oggetto sessuale» invece che come una persona, mentre l'esposizione abitudinaria alla pornografia può predisporre le adolescenti a comportamenti sessualmente rischiosi. Inoltre «le ragazze esposte alla pornografia hanno più probabilità di essere vittime di violenza sessuale. La normalizzazione della promiscuità porta le adolescenti anche ad un rischio maggiore di contrarre malattie sessualmente trasmissibili».
 
FAMIGLIA
Nel bilancio nascosto dell'industria del porno c'è spazio anche per altre vittime: le famiglie. La scoperta che il partner ricorre alla pornografia ha spesso delle ripercussioni nei rapporti interpersonali: costi psichici, oltre che una maggiore probabilità di rottura dell'equilibrio famigliare. In più, come afferma il terapista Manning, la pornografia «è spesso associata ad attività che minano l'esclusività e la fedeltà coniugale e aumentano il rischio di trasmissione di malattie veneree». Al riguardo, uno studio pubblicato su Social Science Quarterly rivela che tra i clienti delle prostitute i porno-utenti sono quattro volte più numerosi di chi non ricorre all'intrattenimento hard. Lo stesso studio mostra che tra coloro che hanno una relazione extraconiugale è tre volte più probabile trovare un uomo che utilizza pornografia on line, rispetto ad uno che non ne fa uso.
 
BAMBINI E ADOLESCENTI
Non c'è nessun dubbio, afferma la ricerca, sul fatto che oggi bambini ed adolescenti siano esposti alla pornografia come mai era successo prima d'ora. Quest'esposizione risulta particolarmente dannosa per i più piccoli perché è un «modo brutale di essere introdotti alla sessualità» ed è il viatico per comportamenti sessualmente aggressivi. La correlazione pornografia/violenza è ricorrente in diversi studi in materia: alcune ricerche sull'argomento, tra cui una italiana, hanno mostrato che gli adolescenti che utilizzano materiale hard hanno più probabilità di «aver tormentato sessualmente un coetaneo o aver forzato qualcuno ad avere un rapporto sessuale» rispetto ai loro pari che non ricorrono alla pornografia e che la quasi totalità dei giovani sex offenders è stata esposta a materiale a luci rosse durante l'infanzia.
 
PORNOGRAFIA E VIOLENZA
La pornografia, sostiene la psichiatra Mary Anne Layden dell'Università della Pennsylvania, ha la capacità «non solo di insegnare attitudini e comportamenti sociali, ma anche di dare il permesso per metterli in pratica». La legittimazione dell'uso della forza per fini sessuali è considerata dagli studiosi l'influenza più insidiosa della pornografia, soprattutto di quella che ricorre ad un immaginario violento. Tra i sex offenders l'83% degli stupratori e il 67% dei molestatori di minori ha dichiarato di fare uso di materiali hard-core, mentre tra i non-offenders la percentuale scende di molto (29%). Gli studi in materia rivelano che più frequentemente gli uomini usano la pornografia e più violento è il materiale utilizzato, più aumenta la spinta a compiere aggressioni sessuali. «Complessivamente – osserva in conclusione la psichiatra – il corpo della ricerca sulla pornografia rivela una quantità di atteggiamenti e comportamenti negativi che sono connessi al suo uso. La pornografia funziona come un maestro, una legittimazione ed un pulsante di accensione per questi comportamenti negativi. Il danno si riscontra in uomini, donne, bambini e in adulti sia sposati che single. Riguarda comportamenti patologici, comportamenti illegali e alcuni comportamenti che sono sia illegali che patologici».

DOSSIER "PORNOGRAFIA"

Leggi gli articoli che abbiamo pubblicato su questo argomento.
http://www.bastabugie.it/it/contenuti.php?pagina=utility&nome=_pornografia

Fonte: Unione Cristiani Cattolici Razionali, 25/09/2011

6 - IL DISASTRO NELLA NAZIONE MENO PROLIFICA DEL MONDO DOVE FARE UN FIGLIO PRIMA DEI 30 ANNI E' UN'ECCEZIONE
Eppure per crescere figli serve energia e un adolescente necessita di genitori nel pieno delle loro forze, non anziani signori da accompagnare dal medico
Autore: Costanza Miriano - Fonte: Avvenire, 29/09/2011

A parte che le mamme­-nonne sono ormai praticamente la norma in Italia, visto che quasi tutte le donne che vanno a partorire il primo bambino, nel Paese meno prolifico del mondo, sulla cartella clinica trovano scritto «primipare tardive». A parte che a causa di questo innaturale ritardo la gravidanza finisce per essere una strazio di analisi e accertamenti che illudono di controllare il rischio. A parte che la fertilità si dimezza dopo i 35 anni, mentre qui da noi chi si azzarda a fare un bambino prima dei 38 è considerata coraggiosa. A parte che l'età in cui una donna è in grado di accogliere una vita comincia prestissimo (la Madonna ha avuto Gesù a 16 anni), e ci sarà un motivo. Chi ha trascorso 32 ore senza dormire un minuto per coliche, capricci dei fratelli, vomiti e febbri a effetto domino sa di che parlo, sa che per fare la mamma ci vuole il fisico. Il fatto è che se la maternità tardiva è diventata la norma, quella da vecchie allora può apparire solo una stravaganza, qualcosa appena oltre il limite, e non, come è, il salto di una generazione. Quindi non più figli, ma nipoti.
A casa mia i nipoti hanno diritto a essere viziati dai nonni, perché a mettere le regole ci pensano i genitori. Si sa che con i nonni vige la caramella libera, il regalo immotivato, lo svacco davanti alla televisione. Una nonna perde a nascondino, non riesce a vincere una partita a carte che sia una, può indossare maschera e mantello da lord Fener senza seri danni di immagine: non ha nessuna autorevolezza da difendere, perché è solo l'affetto puro, illimitato e gratuito di chi è sollevato dalla responsabilità educativa. I nonni poi non ce la fanno a intraprendere estenuanti bracci di ferro con i bambini, perché sono anziani e si stancano presto. Così in caso di tragedia cosmica una nonna ha il diritto, per tirar sera, di ricorrere a bassi espedienti come il gelato o un dvd.
Ci sono poi momenti della vita del ragazzo, soprattutto quando si affaccia al mondo, in cui è fondamentale trovarsi accanto la guida del padre, non del nonno. Di chi ancora in quel mondo si muove con naturalezza, lo sa leggere, lo sa codificare, non lo teme. Così il ragazzo ha il coraggio di tuffarcisi, perché vede accanto a sé un uomo ancora forte che fa lo stesso.
Non un amico, per carità, ma un modello plausibile. Non un anziano signore da accompagnare dal medico durante l'adolescenza. La natura ha le sue leggi, espressione della sapienza di Dio, e Dio sa quello che fa. Sa per esempio che al bambino servono un padre e una madre certi, uniti stabilmente, nel fiore dell'età.
Non sono capricci sadici quelli della Chiesa quando ci raccomanda queste semplici, ragionevoli norme: si tratta semplicemente di prendere atto della realtà. La realtà mostrerebbe chiaramente che se una donna cerca tutta la vita di non rimanere incinta per concentrarsi sul lavoro poi ci sono alte probabilità che il bambino dopo una certa età non arrivi.
La realtà mostra che prendere ovuli dalle donne che li «donano» le distrugge fisicamente. Mostra che i figli che non conoscono chi ha dato loro il patrimonio genetico sono terrorizzati da questo enorme cono di ignoto nella loro vita.
La realtà mostra che i limiti che la Chiesa mette sono sempre a favore della persona, per la sua dignità e la sua felicità. È finito lo spazio, e non ho avuto il coraggio di sfiorare il dolore di chi un figlio non riesce ad averlo. Un dolore che posso solo intuire e che rispetto con tutto il cuore. Ma che non può venire prima del diritto del bambino.

Fonte: Avvenire, 29/09/2011

7 - PIERLUIGI BERSANI SOGNA UN'ITALIA POPOLATA DI UOMINI TRAVESTITI DA DONNA, FAMIGLIE CON DUE PAPA' O DUE MAMME, MALATI LASCIATI AGONIZZARE FINO ALLA MORTE NEI LETTI DEGLI OSPEDALI
Nel suo intervento a Equality Italia dice: ''Tra i punti principali del programma del PD ci sono l'approvazione di una legge contro l'omofobia, il riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso e il varo di una buona legge sul testamento biologico''
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Bussola Quotidiana, 11/10/2011

Equality Italia è un'associazione che secondo statuto "si adopera per il superamento di ogni discriminazione e disparità". Tanto per non discriminare tra le discriminazioni, Equality stila una serie ampia di ragioni che potrebbero essere motivo di trattamenti non equi: età, sesso, religione, etnia, etc. Ma il più importante riguarda "l'orientamento sessuale e identità di genere". Diciamo che è la sua bandiera, tanto che lo slogan più citato nel sito è "La nostra identità di genere? Umana".
Ad un anno di distanza dalla fondazione si è tenuto sabato scorso il suo primo congresso. L'associazione è neonata secondo l'anagrafe ma può già vantare vecchi e noti amici. Ed ecco allora giungere in occasione di questo congresso i saluti di alcune tra le più importanti istituzioni e personalità politiche. Spigoliamo qua e là. Donato Marra, Segretario generale della Presidenza della Repubblica, ricorda l' "impegno profuso" da Napolitano nel "tutelare la parità di genere". Gli fa eco Walter Veltroni: "condivido il rifiuto di quella politica che pensa di poter affrontare le questioni relative alla vita, agli affetti e ai diritti delle persone omosessuali, guardandole con la lente deformante dell'ideologia". Sulla stessa linea ovviamente Nichi Vendola che con un tono un po' più poetico ricorda che "il filo spinato sui sentimenti delle persone può essere spezzato".
Ma forse l'intervento più significativo è quello di Pierluigi Bersani: "tra i punti principali del programma con cui il PD si presenterà di fronte agli elettori saranno contenuti impegni chiari: penso all'approvazione di una legge contro l'omofobia e la transfobia, al riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso … al varo di una buona legge sul testamento biologico che impedisca improprie forzature contro i diritti del malato." E conclude: "Tutti questi temi vanno tenuti assieme in un grande capitolo che afferisce all'idea che noi abbiamo dell'Italia di domani".
Questa brevissima carrellata del pensiero rosso-levantino parla chiaro. Se alle prossime elezioni vince il Partito Democratico le priorità non saranno costituite dalla tutela della vita, della famiglia, della salute, della libertà di educazione. Nemmeno in modo più prosaico dal rinvenimento di soluzioni per uscire dalla attuale crisi economica. L'Italia ha bisogno di ben altro. Le sue urgenze sono prima di tutto sanzioni penali maggiori per chi insulta o reca lesioni personali ad un transessuale. Perché è cosa nota che l'eterosessuale soffre meno di un omosessuale quando riceve percosse e offese verbali.
In secondo luogo è ormai scoccata l'ora di parlare di "matrimonio" omosessuale o comunque di riconoscimento giuridico delle coppie composte da due lui o due lei. Si badi bene: un bel salto propone Bersani, dato che ad oggi il nostro ordinamento non riconosce neppure le coppie di fatto eterosessuali.
In terzo luogo i tempi sono maturi per legalizzare l'eutanasia. Come questo tema possa poi interessare quello delle discriminazioni non ci è chiaro, ma forse è da addebitarsi al nostro limitato e conservatore orizzonte cognitivo. Ecco questa è l' "idea che noi abbiamo dell'Italia di domani". Aspettiamoci allora di vivere in un'Italia piena di trans e priva di malati terminali. Rimane chiaro come il sole che l'italiano dal medio buon senso ha ben altri pensieri assai meno progressisti: il mutuo, star bene di salute, aver qualche soldo per campare, la speranza di veder i figli sistemati. Bersani, Napolitano e gli altri accoliti che portano nel loro cuore tatuate la falce e il martello sono ben consci che il popolino nutre altre preoccupazioni assai più infime e meno ardite.
Ma loro, come insegnano Marx e Lenin, sono i "rivoluzionari di professione" cioè quell'avanguardia di militanti che a tempo pieno si occupano di trascinare in avanti la massa incolta, di farla transitare dall'oggi crepuscolare all'alba di domani. E se l'oggi è composto da famiglie con un padre e una madre, domani ci saranno due papà o due mamme a figlio. Se oggi finisci in galera se stacchi la spina al nonno morente, domani riceverai una medaglia dal Quirinale perché avrai tutelato il diritto civile di morire con dignità.
Bersani & Co. già si trovano in quell' "Italia di domani" popolata di uomini travestiti da donna, di torte nuziali con in cima le figurine in marzapane di due lui in frac e di malati lasciati agonizzare fino alla morte nei letti degli ospedali perché privi di acqua e cibo. Lasciamoli dunque lì all'ombra di questa spettrale Italia, e noi invece continuiamo ad occuparci del caro benzina e dei voti che prendono a scuola i nostri figli.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 11/10/2011

8 - ASSEGNATO A ROBERTO DE MATTEI IL PIU' PRESTIGIOSO RICONOSCIMENTO ITALIANO PER LA STORIOGRAFIA
Il libro ''Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta'' offre una rigorosa ricostruzione dell'evento e delle sue conseguenze, basata su documenti di archivio e testimonianze
Fonte Edizioni Lindau, 06/10/2011

Roberto de Mattei, con il saggio Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, pubblicato da Lindau, si aggiudica il Premio Acqui Storia 2011, sezione storico-scientifica, il più prestigioso riconoscimento italiano per la storiografia.
Una grande soddisfazione per il discusso storico del Concilio, spesso censurato per le sue idee e per la sua militanza cattolica, ma ancora una volta ricompensato (de Mattei era anche nella cinquina dei finalisti del Premio P.E.N. Club Italia 2011) dall'operato di una giuria laica e di altissimo livello, specchio di un Premio indipendente, che da sempre fonda sulla competenza e sulla libertà degli autori e dei giurati la sua ragione d'essere.
Questa la motivazione per la candidatura in finale:
«Il volume di de Mattei costituisce un'originale e completa ricostruzione del Concilio Vaticano II, in una prospettiva storiografica attenta anche al contesto generale dell'epoca e non solo alle vicende ecclesiali e teologiche, queste ultime peraltro trattate con grande competenza. Tesi centrale è la critica dell'adeguamento della Chiesa cattolica alla modernità proprio alla vigilia della crisi di essa. Basata su un'ampia letteratura e su ricerche d'archivio, l'opera si colloca in maniera originale nel dibattito sulla continuità o rottura rappresentata dal Concilio. Di particolare interesse la ricostruzione della mancata condanna del comunismo.»
Il Concilio Vaticano II, il ventunesimo nella storia della Chiesa, fu aperto da Giovanni XXIII l'11 ottobre 1962 e chiuso da Paolo VI l'8 dicembre 1965. Nonostante le attese e le speranze di tanti, l'epoca che seguì il Vaticano II non rappresentò per la Chiesa una «primavera» o una «pentecoste» ma, come riconobbero lo stesso Paolo VI e i suoi successori, un periodo di crisi e di difficoltà. Questa è una delle ragioni per cui si è aperta una vivace discussione ermeneutica, in cui si è inserita l'autorevole voce di papa Benedetto XVI che ha invitato a leggere i testi del Concilio in continuità con la Tradizione della Chiesa.
Al dibattito in corso, Roberto de Mattei offre il contributo non del teologo, ma dello storico, attraverso una rigorosa ricostruzione dell'evento, delle sue radici e delle sue conseguenze, basata soprattutto su documenti di archivio, diari, corrispondenze e testimonianze di coloro che ne furono i protagonisti. Dal quadro documentato e appassionante tracciato dall'autore, emerge una «storia mai scritta» del Vaticano II che ci aiuta a comprendere non solo le vicende di ieri ma anche i problemi religiosi della Chiesa di oggi.
«La storia del Concilio è da riscrivere, o almeno da completare» afferma de Mattei. «È in tale spirito che propongo una storia del Concilio, "mai scritta", non tanto per la novità delle testimonianze e degli episodi che ne emergono, quanto per la nuova ricostruzione e interpretazione dei fatti che viene offerta. Vero storico non è né il ricercatore che "scova" nuovi documenti, né il "cronista" che affastella quelli già conosciuti, ma colui che, basandosi sulla documentazione edita o inedita a sua disposizione, è capace di ordinarla, di comprenderla, di narrarla, inquadrando le vicende in una filosofia della storia che, per lo storico cattolico, è innanzitutto una teologia della storia.»
A quasi cinquant'anni dall'apertura del Concilio Vaticano II, la disamina ermeneutica post-conciliare è più vivace che mai e la disputa non è certo conclusa: i problemi posti dal libro non possono essere elusi.
Roberto de Mattei, insegna Storia Moderna e del Cristianesimo all'Università Europea di Roma, dove coordina l'ambito delle Scienze Storiche. È stato Vice Presidente Nazionale del C.N.R. (Consiglio Nazionale delle Ricerche), tra il 2004 e il 2011. È membro dei consigli direttivi dell'Istituto Storico Italiano per l'Età Moderna e Contemporanea e della Società Geografica Italiana. È autore di numerosi libri, tradotti anche all'estero, presiede la Fondazione «Lepanto» ed è direttore della rivista di storia contemporanea «Nova Historica» e del mensile «Radici Cristiane».
La cerimonia di premiazione della 44a edizione del Premio avrà luogo al Teatro Ariston di Acqui Terme, Piazza Matteotti 18, sabato 22 ottobre 2011 alle ore 17,30.
Fondato nel 1969 per onorare il ricordo della «Divisione Acqui» e i caduti di Cefalonia nel settembre 1943, il Premio Acqui Storia è divenuto in questi ultimi anni uno dei più importanti riconoscimenti europei nell'ambito della storiografia, ottenendo una grande visibilità internazionale.
L'Acqui storia ha l'Adesione del Presidente della Repubblica e il Patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Senato della Repubblica, della Camera dei Deputati e del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali.

Fonte: Edizioni Lindau, 06/10/2011

9 - CONTRO I PRINCIPI NON NEGOZIABILI: L'EREDITA' DI ZAPATERO CON RECORD ASSOLUTO DI ABORTI, DIVORZI E LIBERTA' DI EDUCAZIONE NEGATA
Senza famiglie e senza matrimonio la società non è migliore, ma si hanno individui soli, privi di personalità e di relazioni, dove è solo lo Stato a educare, legiferare e determinare ciò che è buono e ciò che è cattivo, secondo i suoi interessi
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Bussola Quotidiana, 03/10/2011

Sempre meno riti nuziali e sempre più riti processuali per divorzio in Spagna. Lo dice un rapporto dell'Istituto di Politica Familiare spagnola (IPF). Nel 2010 si registravano 4 matrimoni contro 3 separazioni. Negli ultimi vent'anni i matrimoni sono scesi da 220mila a 170mila e di contro i divorzi aumentano. Ciò accade per molte ragioni secondo il presidente dell'IPF Eduardo Hertfelder. In primis per motivi di ordine culturale: "Ci è stata trasmessa l'idea – afferma Hertfelder all'agenzia Zenit - che la fedeltà e l'indissolubilità sono un'utopia, che il matrimonio è una questione esclusivamente di affetto e che quando questo si esaurisce posso cambiare, che è un contratto che in un dato momento posso annullare".
In secondo luogo non vi sono ostacoli giuridici né burocratici di particolare spessore che impediscano di mandare a gambe all'aria il proprio matrimonio con una certa facilità. In Spagna è più facile separarsi che recedere da un contratto di telefonia: la separazione può arrivare in soli 3 mesi, invece con il gestore devo rimanergli fedele almeno 18 mesi. Sono gli effetti della legge sul divorzio, chiamata "divorzio espresso": possibilità di rompere il legame matrimoniale unilateralmente, senza alcun motivo e in modo immediato. Questa disciplina ha fatto impennare i divorzi in solo cinque anni da 50mila a 100mila.
Insomma un bel bilancio per il governo Zapatero che ormai ha i giorni contati e che sta affrontando la corsa per le elezioni del 2012 con una certa ansia. E il segno meno lo possiamo trovare anche sotto altre voci quali aborto, fecondazione artificiale ed identità di genere. Basta andare a vedere quali nuove leggi il governo in carica ha saputo varare: la Legge contro la Violenza di Genere, la Legge sull'Uguaglianza, la Legge sulla Salute Sessuale e Riproduttiva e sulla Interruzione Volontaria della Gravidanza, nonché le modifiche al Codice Civile in materia di separazione e divorzio. Tutti temi su cui il premier iberico è riuscito nell'intento di trasformare a colpi di legge l'ideologia in prassi, in costume diffuso.
Tanta cura ha avuto Zapatero nell'affossare il sacro vincolo, quanta ne ha avuta parallelamente per gettare nel cestino dei rifiuti l'istituto familiare nel suo complesso. Il leader del Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE) da cattivo progressista quale è si è dimenticato che gli operai secondo la dottrina più prettamente comunista vengono definiti come proletari. Cioè il loro unico bene, la loro unica ricchezza è la prole, i figli. Zapatero conscio di ciò ha pensato di irridere i padri e le madri di famiglia concedendo loro un assegno di natalità di ben 24 euro al mese, quando la media europea è di 125 euro. Un regalo che però non è a beneficio di tutti i nuclei familiari ma solo di quelli che possono vantare il triste privilegio di aver un conto corrente in banca che piange miseria . Infatti potrà ricevere l'assegno familiare quella coppia che sommando i propri redditi non superi gli 11mila euro lordi.  Un aiuto che suona come una beffa.
C'è forse un disegno occulto dietro questa moria di matrimoni e a questa pratica legislativa volta all'omissione di soccorso per le famiglie disagiate? Risponde sempre Hertfelder: "Immaginiamo una società senza famiglie, senza matrimonio: sarebbe una società di individui soli, amorfa, priva di relazioni interpersonali, in cui sarebbe solo lo Stato a educare, legiferare e determinare ciò che è buono e ciò che è cattivo, secondo i suoi interessi. La prima cosa che un bambino dice è 'papà' e 'mamma'; non dice Zapatero". Lo Stato che fa da madre e padre, da precettore dunque.
La volontà dello Stato di sostituirsi ai genitori nell'educazione dei figli trova anche una conferma nel Programma elettorale dello PSOE. Se lo si va a spulciare si scopre che questo è diviso in sezioni, capitoli e paragrafi. Alla famiglia è dedicato un solo paragrafetto di quattro paginette su 317 complessive. Tanto per intenderci al "cambio climatico" è dedicato un intero capitolo. In quel paragrafetto c'è un punto che occupa un paio di pagine in cui in modo esemplare si svela il vero piano pedagogico di Zapatero & Co. Particolare attenzione il Programma elettorale la riserva all'infanzia, consapevoli che prima lo Stato educa il cittadino e più docile sarà quest'ultimo ai suoi comandi.
Ed ecco allora l'istituzione di nuovi nido comunali che dovranno recepire il 90% dei bambini dai zero ai tre anni, "affinché le madri e i padri possano inserirsi liberamente nel mercato del lavoro". Cioè, detto in soldoni, mentre tu mamma sgobbi e stai lontana da casa, io Stato tira grande tuo figlio nelle mie scuole. Si prevede inoltre la creazione di strutture statali per l'infanzia per le vacanze e il tempo libero. L'educazione dei piccoli dovrà essere completa, cioè orientata su tre principi cardine: l'uguaglianza di genere (è il primo principio menzionato anche nel testo originale), quella sociale e il benessere del bambino.
Allora il cerchio si chiude: favorire i divorzi e asfissiare le famiglie non concedendo aiuti economici allenta anche la stretta di papà e mamma sui figli. Se io Stato faccio affondare la famiglia,  mi sarà più facile recuperare da quel relitto alla deriva i figli naufraghi, per poi indottrinarli a dovere e farli crescere in una "società libera, uguale, solidale e in una pace che lotta per il progresso dei popoli". Parola di Zapatero.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 03/10/2011

10 - OMELIA XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A - (Mt 22,34-40)
Amerai il tuo prossimo come te stesso
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 23/10/2011)

Rispondendo al dottore della Legge che gli chiedeva quale fosse il più importante comandamento, Gesù proclama e diffonde il primato dell'amore nella vita di ogni uomo. Dio è amore, e l'uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, è chiamato prima di tutto ad amare. È l'amore a dare senso e significato alla vita umana. Una creatura umana si realizza nella misura del suo amore al Creatore e ai fratelli. Diversamente, se si lascia vincere dall'egoismo, che è esattamente il contrario dell'amore, si incammina a rapidi passi verso la sua infelicità.
L'amore ci spinge a donarci; l'egoismo ci porta a dominare e a ricercare unicamente il nostro tornaconto. L'uomo d'oggi tante volte si illude di amare, ma, in realtà, è guidato quasi esclusivamente dall'egoismo. L'insegnamento delle letture di questa domenica deve spingerci a fare un serio esame di coscienza e a domandare al Signore la grazia del puro e santo amore, quell'amore che ha condotto Gesù a donare la sua vita per noi, fino a morire in croce.
L'amore richiede sforzo, impegno personale e sacrificio. La prova inconfutabile dell'amore è il dolore. Solo se siamo disposti a soffrire per una persona diamo prova di amare quella persona. E quando si ama, quella sofferenza non pesa, anzi, è desiderata. Così ci ha amati Gesù, fino a versare tutto il suo Sangue per la nostra salvezza; così hanno amato i Santi, i quali hanno donato la loro vita per Dio e per i fratelli; così dobbiamo amare anche noi, se veramente ci teniamo alla nostra felicità.
L'amore ci porta ad amare Dio al sopra di ogni cosa, e il prossimo come noi stessi. Questi due amori sono strettamente congiunti e non si possono separare l'uno dall'altro, al punto che noi dimostreremo il nostro amore a Dio amando e servendo i nostri fratelli; ma è anche vero che quanto più ameremo Dio, tanto più riusciremo ad amare il prossimo.
L'amore ci avvicina sempre di più a Dio, pertanto bisogna esortare tutti a far del bene, anche i lontani: in tal modo, senza accorgersene, anche loro si avvicineranno alla conversione, si avvicineranno sempre di più all'incontro con Dio. L'amore, inoltre, ci spingerà a fare sempre di più per la gloria di Dio e per il bene dei fratelli.
È stato l'amore a spingere la beata Teresa di Calcutta a dedicarsi completamente ai bisognosi più poveri e abbandonati. Nel suo cuore ci fu come un fuoco ardente che la consumava giorno per giorno, e lei non si risparmiò minimamente, volendo portare la luce di Dio e della carità cristiana a chi non aveva mai conosciuto un gesto d'amore, una parola gentile, e viveva in condizioni disumane.
È stato l'amore a spingere San Pio da Pietrelcina a rinchiudersi per ore e ore ogni giorno in confessionale per dare alle anime il perdono di Dio e la grazia della sua amicizia. San Pio avvertiva tutto quel peso immane, ma lo faceva volentieri perché amava le anime. Per loro sgranava in continuazione decine e decine di Rosari, per ottenere dal Cuore materno di Maria tutte le grazie di cui avevano bisogno e, soprattutto, la grazia della conversione e della perseveranza nella grazia di Dio. La vita di Padre Pio fu letteralmente divorata dal fuoco dell'amore di Dio. Per lui la più grande carità era quella di offrirsi al Signore e di pregare incessantemente per la conversione dei peccatori e per le anime del Purgatorio.
È stato l'amore di Dio a spingere santa Teresina ad offrirsi come vittima all'amore misericordioso di Gesù, per la conversione dei peccatori, rinchiudendosi in un monastero di clausura. Oggi questa vocazione non è molto compresa, ma, agli occhi di Dio, è preziosissima.
L'amore ci fa uscire da noi stessi, in modo tale che ci prendiamo cura degli interessi del prossimo come se fossero i nostri. Si dice che "chi ama non calcola, mentre chi calcola non ama".
Scriveva sant'Agostino: «Sempre, in ogni istante, abbiate presente che bisogna amare Dio e il prossimo: Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente, e il prossimo come se stessi. Questo dovete sempre pensare, meditare, ricordare, praticare e attuare. Amando il prossimo per amore di Dio e prendendoti cura di lui, tu cammini. Aiuta, dunque, il prossimo con il quale cammini, per poter giungere a Colui con il quale desideri rimanere».
L'amore è la misura del cristiano. Saremo riconosciuti come discepoli di Gesù se avremo carità gli uni per gli altri. E, ricordiamolo sempre, la carità deve essere esercitata con la mente, pensando bene e giudicando bene il prossimo; con le parole, evitando con cura la mormorazione; e con le opere, servendo Gesù nella persona del prossimo. Saremo veramente cristiani nella misura di questo amore.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 23/10/2011)

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