BastaBugie n°256 del 03 agosto 2012

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1 IL GOVERNO CI RIPENSA E NON ABOLISCE LE FESTE PATRONALI
L'accorpamento delle festività (almeno per il 2013) non ci sarà... ma non c'è nessuna garanzia per il futuro!
Autore: Gianni Santamaria - Fonte: Avvenire
2 LA DITTATURA GAY SI IMPONE ANCHE NEL CALCIO
Antonio Cassano multato dalla Uefa per aver detto che se ci sono ''froci'' nella nazionale è un problema loro
Autore: Federico Catani - Fonte: Corrispondenza Romana
3 QUATTRO MOTIVI PER ELIMINARE IL PRESIDENTE DELLA LOMBARDIA
Ciò che è in gioco è infinitamente più grande del destino personale e politico di Roberto Formigoni
Autore: Gianfranco Amato - Fonte: Cultura Cattolica
4 L'AMBIENTALISMO STA ALL'AMBIENTE COME LA POLMONITE STA AI POLMONI
L'ideologia verde è animata, apparentemente e a parole, da ottime intenzioni, come peraltro furono ottime, almeno a parole, le intenzioni di nazismo e comunismo
Autore: Franco Battaglia - Fonte: Corrispondenza Romana
5 ECCO PERCHE' RISCHIAMO L'ISLAMIZZAZIONE DELL'ITALIA, CULLA DEL CRISTIANESIMO
Bersani vuol dare la cittadinanza a tutti gli stranieri, i tribunali già passano loro l'assegno INPS, ma agli italiani chi ci pensa?
Autore: Caelsius Mars - Fonte: Qelsi
6 IL PARLAMENTO STA PER APPROVARE UN DECRETO LEGGE PER CONSIDERARE NORMALE L'INCESTO
Le grandi dighe non crollano all'improvviso e di colpo, ma collassano per l'azione di piccole crepe: il riconoscimento dei figli incestuosi rappresenta un'ulteriore e insidiosa crepa nella cultura cristiana ed europea
Autore: Gianfranco Amato - Fonte: Cultura Cattolica
7 ETTORE GOTTI TEDESCHI NON MERITAVA DI ESSERE ALLONTANATO IN QUESTO MODO DALLA PRESIDENZA DELLO IOR, L'ISTITUTO PER LE OPERE DI RELIGIONE
E' stato trattato con inusuale brutalità: gli sono amico e posso testimoniare la sua generosità d'animo
Autore: Gianpaolo Barra - Fonte: Il Timone
8 LEZIONI DI VITA E DI ECONOMIA A SCUOLA DI RICAMO
Le mie bambine si sono appassionate al ricamo, orgogliose finalmente di poter fare qualcosa da grandi e con le loro mani
Autore: Costanza Miriano - Fonte: www.costanzamiriano.wordpress.com
9 OMELIA XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO B - (Gv 6,24-35)
Io sono il pane della vita
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - IL GOVERNO CI RIPENSA E NON ABOLISCE LE FESTE PATRONALI
L'accorpamento delle festività (almeno per il 2013) non ci sarà... ma non c'è nessuna garanzia per il futuro!
Autore: Gianni Santamaria - Fonte: Avvenire, 21/07/2012

L'accorpamento delle festività non ci sarà. [...] Sono tre i criteri per i quali il Consiglio dei ministri, riunitosi ieri mattina, ha deciso di «non procedere» sul capitolo che riguarda i tempi di lavoro e riposo degli italiani. [...]
Dunque, almeno per tutto il 2013, non ci sarà lo spostamento alle domeniche successive delle feste del 25 aprile, del 1° maggio, del 2 giugno e l'abolizione delle feste patronali. Ipotesi emersa un anno fa e riproposta nei giorni scorsi, tra proteste diffuse, dal sottosegretario all'Economia, Gianfranco Polillo. Si tratta degli effetti del decreto-legge approvato dal governo Berlusconi nell'agosto 2011 che prevedeva come a decorrere dal 2012 il presidente del Consiglio stabilisse ogni anno le date delle festività «introdotte con legge dello Stato non conseguenti ad accordi con la Santa Sede, nonché le celebrazioni nazionali e le festività dei santi patroni», ad esclusione delle date menzionate. Tutto si sarebbe ridotto, dunque, al lunedì di Pasqua e al 26 dicembre, santo Stefano.
Dunque, ieri il governo ha preso in esame la questione e ha deciso per il nulla di fatto. «Anzitutto perché, secondo le stime della Ragioneria generale, la misura non dà sufficienti garanzie di risparmio», si legge in una nota di Palazzo Chigi. Poi perché a differenza di quanto indicato dal decreto del 2011 «nella parte in cui fa riferimento a "diffuse prassi europee", non esistono in Europa previsioni normative di livello statale che accorpino le celebrazioni nazionali e le festività dei santi patroni». In alcuni Paesi (ad esempio Germania, Austria e Spagna) queste ultime, quelle dei santi, rientrano «nell'autonoma determinazione delle autorità locali che le fanno coincidere col giorno a questi dedicato nel calendario gregoriano». Nei Paesi anglosassoni - ad esempio Irlanda e Scozia - i patroni delle principali città «sono riconosciuti e celebrati, con giornate festive stabilite a livello statale». Infine, terzo criterio, «l'attuazione della misura nei confronti dei lavoratori privati violerebbe il principio di salvaguardia dell'autonomia contrattuale, con il rischio di aumentare la conflittualità tra lavoratori e datori di lavoro».
In conferenza stampa il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà, sintetizza: «Non c'è alcuna prova di una maggiore produttività o risparmio di spesa». Tanto più – aggiunge - «che l'industria del turismo avrebbe avuto un sensibile decremento. Quindi per quest'anno non se ne parla. L'anno prossimo si vede». Il premier Monti, seduto a fianco, mostra un settimanale che titola "Il governo dei tecnici vuole togliere le ferie agli italiani?". Cosa che «avete visto che non abbiamo intenzione di fare», commenta. [...]

Fonte: Avvenire, 21/07/2012

2 - LA DITTATURA GAY SI IMPONE ANCHE NEL CALCIO
Antonio Cassano multato dalla Uefa per aver detto che se ci sono ''froci'' nella nazionale è un problema loro
Autore: Federico Catani - Fonte: Corrispondenza Romana, 24/07/2012

La notizia è di quelle che lasciano stupefatti. Il popolare calciatore Antonio Cassano è stato multato dalla Uefa (Unione europea delle federazioni calcistiche) per le sue presunte dichiarazioni "omofobe". Chi ha seguito gli ultimi campionati di calcio europei sa che il 12 giugno scorso, in una conferenza stampa, Cassano ha risposto ad una domanda riguardante la possibile presenza di giocatori omosessuali nella Nazionale italiana.
Era stato Alessandro Cecchi Paone, ormai sempre più alla disperata ricerca di pubblicità, a rivelare che tra gli azzurri vi sarebbero alcuni gay. Ebbene, di fronte a simile provocazione, Cassano ha semplicemente auspicato che la notizia fosse falsa, confessando comunque che alla fine ognuno sotto le lenzuola fa quel che vuole. Certo, il calciatore, poco avvezzo a discorsi complessi, ha utilizzato un sinonimo di omosessuali che ai gay non piace e ha pure dichiarato che sarebbe stato meglio non rivelare in pubblico il suo vero pensiero in materia.
Ma da qui a considerarlo alla stregua di un delinquente ce ne vuole! Già subito dopo quella intervista sono scoppiate le polemiche, tanto da indurlo a ritrattare e scusarsi. Oggi, come se non fosse bastato il clamore mediatico, la Uefa ha comminato una multa di 15mila euro a Cassano. L'accusa è stata quella di essere andato contro l'articolo 11bis del Regolamento disciplinare, ossia dichiarazioni discriminatorie alla stampa. Visti gli introiti del giocatore si tratta di una sciocchezza, ma è il concetto che passa a spaventare.
Ha ragione Franco Grillini, presidente onorario dell'Arcigay, il quale ha evidenziato soddisfatto l'importanza del messaggio culturale dato dalla Uefa al mondo del calcio. Appunto. Una dichiarazione tutto sommato banale è stata ritenuta offensiva e discriminatoria, mentre carnevalate blasfeme, volgari e inneggianti al vizio sono amabilmente tollerate nelle nostre città e vengono persino finanziate pubblicamente.

Fonte: Corrispondenza Romana, 24/07/2012

3 - QUATTRO MOTIVI PER ELIMINARE IL PRESIDENTE DELLA LOMBARDIA
Ciò che è in gioco è infinitamente più grande del destino personale e politico di Roberto Formigoni
Autore: Gianfranco Amato - Fonte: Cultura Cattolica, 27/07/2012

Eliminate Formigoni! L'ordine è partito da tempo. Micidiale. Come quelli lanciati da Lavrentij Pavlovič Berija, il potentissimo capo della polizia segreta stalinista, un cinico e crudele confezionatore di falsi dossier, esperto nell'arte raffinatissima di rimestare nel fango, utilizzare il braccio armato dei pubblici ministeri e dirigere sapientemente l'informazione giornalistica. Nonostante siano trascorsi più di settant'anni, i metodi, mutatis mutandis, non sembrano essere passati di moda. I mandanti, invece, non appaiono sempre facilmente identificabili, e amano agire nella penombra. Scherani e sicari, al contrario, non hanno paura di mostrarsi pubblicamente e di porre la propria firma sotto il corsivo di un quotidiano che conta.
Quattro sono i buoni motivi per eliminare il Presidente della Regione Lombardia.

1) QUATTRO VOLTE VINCITORE ALLE ELEZIONI
Formigoni per ben quattro volte si è sottoposto al giudizio elettorale del popolo, e per tutte le quattro volte è stato acclamato vincitore con percentuali di consenso inossidabili. Tutto ciò appare inaudito e inconcepibile per chi, come ai tempi di Berija, nutre un profondo disprezzo per il popolo, salvo poi ergersi a suo paladino e tutore. Del resto, lo stesso Berija presiedeva il Commissariato del Popolo per gli Affari Interni (NKVD), l'organismo che vigilava, sorvegliava e difendeva la sicurezza del popolo. Con i metodi ben noti.

2) LA LOMBARDIA E' DIVENTATA MODELLO D'ECCELLENZA
Formigoni guida una Regione che è considerata, anche dai nemici, seppur obtorto collo, un modello d'eccellenza. E' bravo, forse il migliore, e inattaccabile dal punto di vista della gestione amministrativa, brillando, tra l'altro, in uno dei settori più delicati e più importanti per il bene comune, qual è quello della sanità. Per questo è odiato. Evidenzia disfunzioni altrui, costituisce un parametro di valutazione, introduce criteri meritocratici nella pubblica amministrazione, in un ambito, cioè, in cui essi sono stati da sempre banditi per colpa di una cultura di sinistra egualitaria e stracciona. Anche in questo odio i nemici di Formigoni scimmiottano i metodi del loro antico maestro Berija, noto per il disprezzo nei confronti di tutti coloro che riuscivano ad emergere per intelligenza, carattere, cultura. Al momento giusto arrivava sempre un dossier, un pubblico ministero, la Pravda, un processo farsa e, olé, il gioco era fatto. Una vittima illustre fu Grigory Ordzhonikidze,
dirigente che si distinse dagli altri leader del Cremlino, ridotti a grigi burocrati e meri esecutori degli ordini di Stalin, perché intelligente, sincero, con tendenze democratiche, leale verso i compagni e avversario feroce di ogni forma di menzogna l'ipocrisia. E' finito stritolato dagli intrighi e le macchinazioni del NKVD.

3) FORMIGONI PRESIDENTE DEL CONSIGLIO?
Formigoni ha tutti i numeri per assumere un ruolo politico preminente a livello nazionale. E ciò è ritenuto pericolosissimo dai suoi nemici, perché il Presidente della Lombardia sarebbe perfettamente in grado di interpretare e rappresentare quel Volksgeist cattolico, mortalmente inviso alle potentissime lobby del politically correct. Per questo deve fare la fine che Lavrentij Pavlovič Berija destinava a tutti coloro che minacciavano di fare ombra al Capo.

4) SALDO SUI PRINCIPI NON NEGOZIABILI
Formigoni è un cattolico in fasce, anzi un embrione di cattolico, se il parametro dell'essere "adulti" è costituito dal soi-disant cattolicesimo democratico in salsa prodiana dell'onorevole Rosy Bindi. Formigoni è un papista, uno che crede davvero nei ratzingeriani valori non negoziabili, uno che prende sul serio il Magistero della Chiesa Cattolica, uno capace di difendere la vita, la famiglia e la libertà d'educazione, uno che ha ripescato il concetto di sussidiarietà dal vocabolario ottocentesco di Leone XIII, uno che ha attaccato le unioni gay invitando i cattolici del PD ad uscire dal partito, uno che ha pensato di vivere la propria fede in modo integrale e totalizzante al punto di far parte dei memores Domini. Insomma, una bestemmia per quel groviglio di interessi e poteri che va dal mondialismo economico all'europeismo massonico, dal radicalismo chic all'anticlericalismo politicamente corretto, dallo statalismo accentratore all'assistenzialismo paternalista, dalle lobby eugenetiche agli interessati imprenditori della dolce morte, dai potentissimi gruppi omosessuali alle consorterie libertarie anticristiane. Tutti uniti da un unico comune denominatore: l'odio viscerale verso tutto ciò ha il vago sentore di cattolico. Del resto, per tornare al passato, nella sistematica persecuzione della religione come "oppio dei popoli", il nostro Berija si distinse per il particolare accanimento contro «il cattolicesimo romano papista». La lotta contro la Santa Sede divenne oggetto di un vero e proprio piano strategico del NKVD, in cui si evidenziava il «carattere reazionario, antipopolare dei Vescovi romani», bollati come «anticristiani, antidemocratici e antinazionali». Stalin in persona, nel dicembre 1943, chiese a Berija un rapporto dettagliato sulla «situazione delle Chiese cattolico-romane» nel territorio sovietico, stabilendo che di esse avrebbero dovuto occuparsi gli Agenti dei Servizi di sicurezza e il Soviet per gli Affari dei culti religiosi, appositamente costituito nella successiva estate del 1944.

Quello che sta accadendo oggi a Roberto Formigoni non può non interrogare la coscienza di tutti i cattolici italiani.
Sta a loro scegliere. Possono decidere di difendere l'unica esperienza politico-istituzionale del nostro Paese in cui si opera con successo per il bene comune, e si consente uno spazio culturale a quei principi e a quei valori in cui gli stessi cattolici si riconoscono. Oppure, possono decidere di capitolare, consegnando quell'esperienza a chi fino ad oggi ha dimostrato una disastrosa capacità di gestione, ma soprattutto a chi oggi sta attuando a tappe forzate una vera e propria kulturkampf contro quei principi e quei valori in cui gli stessi cattolici si riconoscono. Non c'è molto tempo per reagire, e questo è uno di quei
momenti storici in cui tutti sono chiamati a fare una chiara e netta scelta di campo. Ciò che è in gioco è infinitamente più grande del destino personale e politico di Roberto Formigoni. Chiudo con un'esperienza personale. Nel 2007 mi trovavo a Londra invitato ad un convegno pro-life in cui vi erano persone provenienti da varie parti d'Europa. Con mia somma sorpresa, molti dei presenti cominciarono a chiedermi di Mister Formigoni. Lì per lì non riuscivo a comprendere il motivo della notorietà internazionale del Presidente della Lombardia in quel contesto, fino a quando qualcuno cominciò ad esternarmi la sua piena ammirazione nei confronti di un governatore che era riuscito a far approvare un regolamento per dare sepoltura e funerale ai corpi straziati dei bimbi abortiti. Per loro una tale idea era fantapolitica. Continuavano a ripetermi: «How lucky you are to have such nice politicians», come siete fortunati ad avere simili politici in Italia. Simon Calvert del Christian Institute mi confessò che da loro, in Gran Bretagna, uno come Formigoni non avrebbe potuto sopravvivere politicamente più di un quarto d'ora. Da noi ha resistito per quasi vent'anni, e ora vorrebbero farlo uscire di scena, senza la fisiologia del voto democratico, ma semplicemente con un golpe mediatico-giudiziario a suon di dossier appositamente confezionati, nel miglior stile di Lavrentij Pavlovič Berija.
Non consentiamoglielo. Anche perché i cristiani d'Europa ci guardano, e non meritano di essere delusi.

Fonte: Cultura Cattolica, 27/07/2012

4 - L'AMBIENTALISMO STA ALL'AMBIENTE COME LA POLMONITE STA AI POLMONI
L'ideologia verde è animata, apparentemente e a parole, da ottime intenzioni, come peraltro furono ottime, almeno a parole, le intenzioni di nazismo e comunismo
Autore: Franco Battaglia - Fonte: Corrispondenza Romana, 22/06/2012

Compie 50 anni la "bibbia" ambientalista. Raccontava di una città morta per colpa del Ddt. Ma era tutto inventato.
Mentre i grandi leader del mondo si riuniscono invano a Rio per l'inutile ecosummit, ricorre il 50mo anniversario della Primavera Silenziosa, la Bibbia degli ambientalisti. Chi mi legge sa che io ritengo che l'ambientalismo – assieme a schiavitù, nazismo, comunismo, terrorismo – sia uno dei grandi mali che hanno afflitto l'umanità. Qualcuno dice che sono severo, qualcun altro taglia corto e dice che sono provocatore e bugiardo. Facciamo così: giudicate voi.
È indubbio che l'ambientalismo è animato da, apparentemente e a parole, ottime intenzioni, come peraltro ottime furono, almeno a parole, le intenzioni di nazismo e comunismo. L'ottima intenzione dell'ambientalismo – di cui, peraltro, proprio i gerarchi nazisti furono ardenti seguaci – è salvare il pianeta. Da chi e/o da cosa? Da chi, dall'uomo stesso: siamo noi il cancro del pianeta e come ogni cancro va estirpato con la forza. Da cosa, da una pletora di pericoli che, però, sono per lo più fasulli. Porre in essere azioni per alleviare rischi inesistenti o, peggio, per ignorare, non affrontare (o, sempre peggio, aggravare) rischi reali, può avere conseguenze fatali e pandemiche.
Rachel Carson aveva iniziato gli studi universitari di biologia e, coerente con una pratica che sarebbe diventata ricorrente tra gli ambientalisti, non riuscì a completarli fino al dottorato: conseguì solo un bachelor (l'equivalente della nostra odierna laurea triennale) e con diversi anni di ritardo rispetto ai coetanei. Fallita come scienziata, si dette alla divulgazione contro la scienza. Nel 1948 Paul Muller era stato premiato col Nobel per aver inventato la molecola del Ddt, cruciale per la lotta contro il tifo e la malaria. Nel 1948, nella sola isola di Ceylon (odierno Sri Lanka), si contarono 2 milioni di casi di malaria che, grazie al Ddt, poi benedetto da Winston Churchill come «polvere miracolosa», si ridussero a 31 casi nel 1962.
E nel 1962 uscì Primavera Silenziosa. Nel cui primo capitolo la Carson si inventò di sana pianta una città così avvelenata dal Ddt che le primavere sarebbero appunto silenziose, a causa della morte di tutte le specie di insetti e uccelli che altrimenti allietano le orecchie di chi va per prati. La città naturalmente non esiste, ma lo stesso il Ddt fu bollato nel libro come «l'elisir della morte», mentre invece stava salvando milioni di vite umane. Cosa che continuò a fare fino a quando la campagna lanciata dalla Carson e urlata dai movimenti ambientalisti (che stavano al tempo nascendo) lo mise al bando, proibendone l'uso in tutto il mondo. La conseguenza fu (è) che milioni di persone hanno ripreso (stanno continuando) a morire per la malaria: da 650mila fino a due milioni l'anno. Il che dovrebbe già rendere giustizia del paragone con nazismo e comunismo. Nel caso non ne foste ancora convinti, continuate a leggere.
Non contenti della strage della malaria, i Verdi del mondo sono impegnati in altre non meno imponenti. La lotta all'agricoltura con organismi geneticamente migliorati (Ogm) è una di queste. Vi sono nel mondo oltre un miliardo di persone che, essendo la loro unica fonte di nutrizione il riso (vegetale di propria natura privo di vitamina A), soffrono di un grave deficit alimentare, che nei casi più severi causa cecità o anche morte prematura. Se solo quelle persone potessero coltivare golden rice che, geneticamente migliorato, è ricco di beta-carotene (un precursore della vitamina A), il loro destino sarebbe meno miserabile. Ma non possono perché gli ambientalisti del mondo hanno dichiarato la guerra agli Ogm.
Un'altra tanto tragica quanto ignorante lotta dei Verdi del mondo è quella per la riduzione delle emissioni di CO2. Dovete sapere che l'85% delle azioni che facciamo sfruttano energia prodotta con emissioni di CO2 (il restante 15% no, grazie a nucleare e idroelettrico) e che l'80% dei costi del cibo nel nostro piatto sono costi energetici: in pratica, la moderna agricoltura altro non è che la trasformazione di petrolio in cibo. Orbene, ridurre le emissioni di CO2 del 50% come prefigurano i Verdi (tra i quali brillano personaggi come Al Gore o il Principe Carlo d'Inghilterra), a noi farebbe saltare la cena, ma porterebbe centinaia di milioni di persone dalla condizione di morti-di-fame a quella di morti per fame.
E ora il vostro severo verdetto: ditemi se è vero o no che l'ambientalismo ha o non ha fatto danni enormi, tali da farlo di diritto entrare nella classifica dei grandi mali del mondo. E ancora più danni potrebbe fare se i suoi insani propositi non saranno fermati.

Fonte: Corrispondenza Romana, 22/06/2012

5 - ECCO PERCHE' RISCHIAMO L'ISLAMIZZAZIONE DELL'ITALIA, CULLA DEL CRISTIANESIMO
Bersani vuol dare la cittadinanza a tutti gli stranieri, i tribunali già passano loro l'assegno INPS, ma agli italiani chi ci pensa?
Autore: Caelsius Mars - Fonte: Qelsi, 20/07/2012

"Se farò un governo io, la sua prima norma riguarderà il diritto dei figli di immigrati nati qui e che studiano qui in Italia a chiamarsi finalmente italiani".
Capito? La prima, mica la seconda o la terza cosa. Intervistato dal Corriere della Sera, il segretario del PD Pierluigi Bersani ribadisce una promessa già fatta in altre occasioni. Aggiungendo che le prossime elezioni "non saranno solo una scelta politica ed economica. In qualche misura saranno anche una scelta di civiltà". Beh, questo l'avevamo capito guardandoci intorno ad osservare quello che succede e le proposte scellerate che la sinistra fa rimbalzare sui media nazionali. In effetti, tra Sel, IdV e PD si è scatenata una corsa furibonda al voto extracomunitario. Del resto, con un Paese spaccato a metà, il voto dei naturalizzati fa gola perché può fare la differenza. Tanto a loro non è che gliene freghi qualcosa dell'Italia e degli italiani: l'importante è arrivare al potere e tutto è lecito e tutto fa brodo per arrivare a Palazzo Chigi, pure l'islamizzazione della culla del cristianesimo e la mortificazione degli ideali e delle aspirazioni dei veri italiani. Bersani parla della sua "riforma", cioè della nostra decristianizzazione, rispondendo ad una domanda su Beppe Grillo che aveva definito "senza senso" il dibattito sulla cittadinanza per le seconde generazioni, oltre ad avere atteggiamenti che Bersani definisce ambigui, su altri temi legati all'immigrazione.
Il segretario del PD accusa Grillo di "dar voce ad insorgenze populiste", invece la sua cos'è? Gli stranieri nati in Italia, o anche arrivati nel nostro Paese, possono conseguire la cittadinanza in soli 10 anni secondo l'iter previsto dalla legge che prevede, tra i requisiti necessari, quello di risiedere in permanenza e continuità in Italia. Questa norma è essenziale per evitare che il soggiorno degli extracomunitari in Italia sia solo un pretesto per ottenere la cittadinanza, il relativo passaporto comunitario e tutte le provvidenze che derivano dalla nazionalità italiana, dal lavoro all'assistenza sanitaria gratuita. Si vuole evitare che i cittadini naturalizzati se ne vadano a lavorare col passaporto italiano in America o in Germania, salvo passare da noi quando gli fa comodo, a ritirare assegni di assistenza, a partecipare all'assegnazione di case popolari che poi si rivendono togliendole alle famiglie italiane, per sottoporsi a terapie o interventi chirurgici a nostre spese, godendo di priorità di trattamento dal risultare disoccupati in Italia. Senza dire dell'aspetto legato alla micro-criminalità ed alla criminalità organizzata, per cui ci dovremo tenere tutti i delinquenti naturalizzati, ladri, assassini, spacciatori e stupratori senza neanche più la possibilità di rispedirli da dove sono arrivati. Oltre a questa, il PD punta a compiere un'altra prodezza, cioè la cancellazione del reato di immigrazione clandestina con "una iniziativa volta a realizzare una presunta scelta di "civiltà e di democrazia". Lo ha detto il responsabile Giustizia del Pd, Andrea Orlando, nel corso di una conferenza stampa alla Camera per presentare la "Festa nazionale della Giustizia", in programma ad Abano Terme dal 20 al 30 luglio. "Il reato di clandestinità", ha spiegato Orlando "è stato sostanzialmente svuotato dalle pronunce della Corte europea, ma esiste e continua a campeggiare come elemento di abominio nell'ordinamento italiano. E' un residuo archeologico di una stagione, quella della maggioranza Pdl-Lega, che fortunatamente si è conclusa, tuttavia ha ancora un forte valore simbolico". "L'abolizione e' un fatto di civiltà", ha rincarato la dose Marco Pacciotti, responsabile forum Immigrazione del Pd. "Bisogna pensare a chi sta in Italia anche da 10-15 anni, che in questa situazione di crisi perde il lavoro e dopo 6 mesi di fatto diventa clandestino", ha ricordato. Chissà perché i Pdiini si agitano tanto per gli stranieri che stanno in "Italia da 10-15 anni", e non riservano alcuna attenzione agli italiani che invece qui ci sono nati e ci vivono da sempre, e chissà in base a quale diritto naturale, o "scelta di civiltà", si devono negare posti di lavoro agli italiani per darli agli stranieri che altrimenti diventano clandestini. E chi se ne frega, chi ce li ha chiamati qui? Noi no. Proviamo a mettere insieme questi fatti: più nessuno sarà un clandestino, nemmeno quelli appena sbarcati dal gommone: infatti se li respingi incorri nelle ire della Ue per cui li devi far sbarcare; se uno è libero di sbarcare non è un clandestino e non gli puoi negare il permesso di soggiorno, altrimenti sarebbe un arbitrio; ma se uno è in possesso del regolare permesso di soggiorno come gli si può negare uno straccio di occupazione? Gli danno il posto. Ma se lavora, la sera dovrà riposare, unirsi alla propria famiglia attorno al focolare domestico, per cui gli va data la casa. Ma quando ha la casa, il lavoro e un regolare permesso, gli puoi negare la cittadinanza? No. Ma se è cittadino italiano ha diritto a tutto, alla scuola per i figli, nel frattempo naturalizzati italiani, all'assistenza sanitaria, alla pensione, alla Cig, tutto. Però c'è un problema: dove vanno a pregare se sono musulmani? Bene, facciamo come in Olanda, dove le chiese cristiane sono in corso di sconsacrazione per poterle trasformare in moschee, come fecero gli Ottomani ad Istanbul con la basilica di Santa Sofia. Poi va considerato che attualmente gli stranieri in Italia si aggirano sui 6 milioni, per metà clandestini e per metà regolari o naturalizzati. Tranne quelli dell'est europeo, in larga minoranza, sono tutti di fede islamica. Tra 20 anni, con i decreti Bersani per l'immigrazione, l'accentuarsi del flusso di stranieri la fuga degli italiani verso altri lidi, la metà degli abitanti in questo Paese saranno musulmani, tra 25 saremo in minoranza. Ora gettate uno sguardo al trattamento cui sono sottoposte le minoranze nei paesi islamici, tipo i Curdi o gli abitanti di fede cristiana in Indonesia, Sudan e Nigeria dove ne ammazzano a centinaia ogni giorno e fatevi un'idea di quello che ci aspetta in questo Paese, non solo a noi, ma poi ai nostri figli ed ai nostri nipoti. Questa è la scelta di civiltà di Bersani, Di Pietro, Vendola e dei loro complici. Se vi sta bene, compratevi il kefiah bianco o rosso, a seconda se vi piace essere sunniti o sciiti, o il burqa se siete donne, e votateli.
Nel frattempo, le toghe rosse si sono già adeguate anticipando i tempi per quanto auspicato da Bersani. Infatti, secondo il tribunale di Milano già adesso, senza aspettare che Vendola o Bersani diventino premier, gli extracomunitari titolari di permessi da "lungo soggiornanti" vanno equiparati ai cittadini italiani o comunitari e che le restrizioni imposte dal Comune e dall'Inps in tema di sussidi sono discriminatorie. In altri termini, questi cittadini extracomunitari hanno diritto all'assegno INPS per nuclei familiari numerosi rilasciato dai Comuni alla pari dei cittadini italiani e comunitari cui sono equiparati. Lo ha ribadito il giudice del lavoro del Tribunale di Milano, accogliendo lo scorso 16 luglio i ricorsi anti-discriminazione presentati contro il Comune e contro l'Inps dalle associazioni Asgi e Avvocati per Niente Onlus e da due immigrati ai quali era stato negato il contributo. Il giudice ha affermato "la titolarità dei cittadini di Paesi terzi lungo soggiornanti in Italia del diritto a beneficiare dell'assegno INPS in virtù della clausola di parità di trattamento con i cittadini nazionali in materia di prestazioni sociali e di assistenza sociale contenuta nell'art. 11 c. 1 e 4 della direttiva europea n. 2003/109/Ce" commenta Walter Citti, consulente legale del servizio antidiscriminazioni dell'Asgi. E' una bufala sesquipedale. Infatti, la direttiva prevede la possibilità di deroga al principio di parità di trattamento per le prestazioni sociali di natura non essenziale. Cioè, l'Europa ha emesso una direttiva che prevede la possibilità di essere applicata solo alle prestazioni sociali essenziali, invece sarà applicata sempre ed a tutti, pure a quelli che puliscono i vetri al semaforo.
A questo punto, nei panni di Bersani noi ci preoccuperemmo: con gli immigrati rischia di arrivare tardi, dopo le toghe rosse.

Fonte: Qelsi, 20/07/2012

6 - IL PARLAMENTO STA PER APPROVARE UN DECRETO LEGGE PER CONSIDERARE NORMALE L'INCESTO
Le grandi dighe non crollano all'improvviso e di colpo, ma collassano per l'azione di piccole crepe: il riconoscimento dei figli incestuosi rappresenta un'ulteriore e insidiosa crepa nella cultura cristiana ed europea
Autore: Gianfranco Amato - Fonte: Cultura Cattolica, 18/07/2012

Occorre sgombrare qualche dubbio sulla questione del riconoscimento dei figli incestuosi.
Cominciamo illustrando quale sia il vero background culturale dell'iniziativa, e con qualche dato parlamentare a pochi noto. Paladini della legalizzazione dell'incesto sono da sempre i radicali. Questi non sono per nulla sprovveduti e le loro battaglie ubbidiscono sempre ad una ferrea logica, secondo una strategia che nasce da un'intelligenza luciferina. Perciò hanno compreso subito che il cavallo di Troia per eliminare il tabù dell'incesto avrebbe dovuto necessariamente passare per il riconoscimento dei figli incestuosi, sulla base del ragionamento capzioso per cui «le colpe dei genitori non devono ricadere sui figli». Così il 24 ottobre 2008 la Senatrice radicale Donatella Poretti ha presentato il Disegno di Legge S.1154, avente per oggetto, appunto, il riconoscimento dei figli incestuosi, attualmente assegnato alla 2° Commissione permanente (Giustizia) del Senato. La prova di questa fine strategia appare evidente dalla lettura del successivo Disegno di Legge della stessa senatrice radicale, S.1155, quello relativo alla «depenalizzazione dei delitti contro la morale della famiglia», con cui si chiede, tra l'altro, anche l'abrogazione del reato di incesto, e quindi la sua legalizzazione di fatto. [...]
Anche il Disegno di Legge n.1155 giace dal 2008 presso la 2° Commissione permanente (Giustizia) del Senato, in attesa di essere, un giorno, discusso e votato.
Nel frattempo, il riconoscimento dei figli incestuosi è riuscito a passare il 30 maggio 2011 alla Camera e lo scorso 16 maggio al Senato, trovando ospitalità nel Disegno di Legge in materia di riconoscimento di figli naturali d'iniziativa dei deputati Mussolini, Carlucci, Bindi, Ferranti ed altri, con cui si intendono parificare i figli legittimi a quelli naturali (compresi gli incestuosi). Una parificazione assai pericolosa sotto il profilo antropologico, culturale e sociale.
Ora, per opporsi al tentativo surrettizio di sdoganare il tabù dell'incesto attraverso il riconoscimento dei figli incestuosi, soprattutto alla luce dell'insidiosa questione delle colpe dei genitori che ricadrebbero sui figli innocenti, occorre fare tre considerazioni.
1) Il divieto di riconoscimento dei figli illegittimi non opera in due casi, relativi a situazioni ed eventi che riguardano i rapporti tra genitori, sui quali comunque il figlio nulla può: l'ignoranza in cui gli stessi genitori, al momento del concepimento, versassero circa il vincolo esistente tra loro (nel caso in cui uno solo dei genitori fosse in buona fede, solo questi può effettuare il riconoscimento; ipotesi cui è assimilato il caso di chi ha subito violenza sessuale) e, ovviamente, la dichiarata nullità del matrimonio da cui il rapporto di affinità sarebbe derivato.
2) I figli incestuosi non riconoscibili oggi godono di una certa tutela, essendo loro riconosciuta l'azione nei confronti dei genitori naturali per ottenere il mantenimento, l'istruzione e l'educazione o, se maggiorenni in stato di bisogno, per ottenere gli alimenti, e alla morte dei genitori hanno diritto ad un assegno vitalizio pari alla rendita della quota che sarebbe spettata loro se fossero stati riconosciuti. A causa del divieto di riconoscimento, però, questi figli non possono assumere il cognome del genitore, non possono essere sottoposti alla potestà di tale genitore, e non hanno i diritti successori spettanti ai figli naturali, ma, come abbiamo visto, un assegno vitalizio. Attribuire questi ultimi diritti (cognome, potestà genitoriale, e successione), infatti, significherebbe riconoscere indirettamente un contesto familiare illegittimo per il nostro ordinamento giuridico e in contrasto con i principi costituzionali. Una famiglia incestuosa di fatto.
Secondo la dottrina giuridica «l'ampliamento dei diritti di figli di genitori incestuosi rischia di comportare una lettura diversa della famiglia che elimini del tutto il rilievo atavico dell'incesto», ed il «desiderio di offrire a tutti i figli, senza esclusione alcuna, la tutela massima prevista dall'ordinamento presta il fianco ad una possibile interpretazione estensiva, così da considerare "famiglia" anche quella nascente dal rapporto incestuoso, perché ciò che notoriamente e comunemente è considerato diritto fondamentale del fanciullo è il crescere in una famiglia» (PAOLO CENDON, RITA ROSSI, Famiglia e Persone, UTET 2008, volume I, p.371)
3) Come ha giustamente evidenziato il Forum delle Associazioni Familiari, non può considerasi un interesse dei figli il fatto di vedere certificata e pubblicamente conclamata la propria origine incestuosa. A meno che – e qui sta il punto – non si voglia far considerare "normale" tale condizione, una normalità riconosciuta e tutelata dallo Stato, attraverso una totale parificazione coi figli legittimi. Sempre secondo la dottrina, «l'ordinamento giustamente presuppone che il mantenimento di significativi rapporti affettivi con i genitori incestuosi costituisca un pregiudizio per i minori» (ALESSIO ANCESCHI, Rapporti tra genitori e figli – profili di responsabilità, GIUFFRE' 2007, p.15). E ancora la dottrina pone l'accento sugli «effetti di natura psicologica e di integrazione sociale» che possono derivare al riconoscimento pubblico di «figli che, ufficialmente e nei confronti della collettività, saranno figli del fratello o della sorella o del nonno", evidenziando che "tale realtà potrebbe avere conseguenze devastanti» (PAOLO CENDON, RITA ROSSI, Famiglia e Persone, UTET 2008, volume I, p. 371). Ricordiamo, poi, che se passasse alla Camera il riconoscimento dei figli incestuosi, questo potrebbe comportare anche la possibilità, seppure filtrata dal vaglio del giudice, dell'inserimento di tali figli nella famiglia dell'uno o dell'altro genitore, con tutte le implicazioni ben immaginabili.
Se lo Stato arrivasse a riconoscere e tutelare il frutto dell'unione di due adulti consanguinei, prima o poi finirebbe inevitabilmente per riconoscere la legittimità di tale unione. I figli incestuosi, come abbiamo visto, godono già di tutele e di diritti sotto il profilo economico, ma non possono essere riconosciuti, perché questo significherebbe inserirli anche idealmente in un contesto familiare fatto di due genitori biologici consanguinei. I figli incestuosi non possono far parte, neppure idealmente, di un quadro e di un progetto familiare, per questo si può e si deve negare loro, ad esempio, il diritto ad ottenere il cognome, il diritto ad una successione piena e la possibilità che i genitori incestuosi esercitino su di loro la potestà genitoriale. Non si tratta di una cattiveria nei confronti di soggetti innocenti, ma di salvaguardare il concetto di famiglia ed arrestare il processo culturale che tende alla liberalizzazione dell'incesto, ovvero alla regressione dei rapporti familiari allo stato animale. Di ciò ne erano pienamente consci, peraltro, gli stessi Padri Costituenti. Il 16 gennaio 1947, infatti, la Commissione per la Costituzione in seduta plenaria discusse sulla condizione dei figli nati fuori del matrimonio, e in quella sede, proprio a proposito dei figli incestuosi, il costituente Senatore Umberto Merlin fu estremamente lucido: «Dire che non è logico far ricadere sui figli innocenti la colpa dei padri, è tesi bellissima, da romanzo, ma non è argomento persuasivo per il legislatore e soprattutto per il legislatore costituente, il quale deve formulare gli articoli con il cuore, sì, ma soprattutto con la ragione». Il cuore può arrivare a comprendere il desiderio di un figlio di entrare a far parte della comunione familiare con i genitori incestuosi che lo hanno generato, ma la ragione ha bene chiari i motivi per cui quel desiderio non si può realizzare, nell'interesse dello stesso figlio e della comunità sociale. Quelle parole pronunciate nel 1947 sono ancora più vere oggi che è in atto un'evidente operazione culturale finalizzata a sovvertire la visione antropologica dell'uomo ereditata in Occidente dalla civiltà greco-romana e da quella giudaico-cristiana. I disegni di legge radicali ne sono una conferma. E, del resto, la stessa cosa è avvenuta in passato, ad esempio, con i transessuali. Un lento e ponderato processo che, passo dopo passo e attraverso una sapiente propaganda massmediatica, ha portato a rendere normale e accettabile, nell'opinione pubblica, la figura dei transessuali. Gli ingegneri insegnano che le grandi dighe non crollano all'improvviso e di colpo, ma collassano per l'azione di piccole crepe. Il riconoscimento dei figli incestuosi, in questo senso, rappresenta una pericolosissima ed insidiosa crepa.

Fonte: Cultura Cattolica, 18/07/2012

7 - ETTORE GOTTI TEDESCHI NON MERITAVA DI ESSERE ALLONTANATO IN QUESTO MODO DALLA PRESIDENZA DELLO IOR, L'ISTITUTO PER LE OPERE DI RELIGIONE
E' stato trattato con inusuale brutalità: gli sono amico e posso testimoniare la sua generosità d'animo
Autore: Gianpaolo Barra - Fonte: Il Timone, Luglio/Agosto 2012 (n. 115)

Considero Ettore Gotti Tedeschi un amico. Credo che anch'egli mi ritenga tale.
Della sua generosità d'animo, ho avuto prova in occasione di una "Giornata nazionale del Timone", svoltasi nello splendido scenario della cascina "La Lodovica" di Oreno di Vimercate, nei pressi di Milano, nel 2009.
Era da poco terminato il toccante racconto di Suor Rosangela, una delle religiose Misericordine che avevano curato amorevolmente, fin quando fu loro permesso, Eluana Englaro, lasciata morire – io dico: assassinata – da un intreccio di circostanze che tutti ricordano e qui è inutile richiamare.
Alle Suore, il Timone aveva destinato un "riconoscimento speciale" per la straordinaria testimonianza offerta al mondo. Lo consegnai loro personalmente. V'era compreso – e lo dissi pubblicamente davanti a parecchie centinaia di lettori e abbonati presenti – un assegno che per le nostre finanze era piuttosto consistente. Le suore però lo meritavano. Lo avrebbero impiegato per fare ancora del bene.
Tanti gli applausi, segno che il "popolo del Timone" apprezzava questa scelta.
Ad un certo punto, qualcuno mi chiama a lato del palco. Lo conosco, mi avvicino, mi ringrazia vivamente, mi abbraccia con fraterno calore e poi, visibilmente commosso, mi mette tra le mani quello che credo essere un biglietto. Si volta e torna al suo posto. La giornata proseguiva con altri appuntamenti.
Era Ettore Gotti Tedeschi. E tra le mie mani aveva deposto un assegno di 1.500 euro, l'esatto corrispettivo del premio dato alle Suore.
Racconto questo episodio che Gotti Tedeschi avrebbe di sicuro preferito tenere riservato. Il bene è più meritevole quando è nascosto, secondo la logica del Vangelo, e lui certamente lo sa.
Ma credo che ora sia giusto renderlo pubblico, proprio alla luce di quanto gli è accaduto in questi giorni e che tutti voi conoscete.
Sono così lontano da faccende che riguardano "il palazzo" – anche quando si tratta di quelli "sacri" – che sul merito di quanto gli è stato contestato, pur sembrandomi molto inverosimile, non posso dire granché. Sono del tutto a digiuno di come si debba condurre una banca. Mia moglie vi direbbe la stessa cosa riguardo la mia "capacità" di gestire le finanze di famiglia.
Ma sul metodo con il quale Ettore Gotti Tedeschi è stato allontanato dalla presidenza dello Ior, l'Istituto per le Opere di Religione, la banca vaticana, v'è qualcosa da eccepire.
Per esempio, l'inusuale brutalità con la quale è stato trattato. Non s'era mai verificato prima che un istituto, un organismo, una realtà strettamente collegata alla Santa Sede utilizzasse un metodo tale. E poi, l'inqualificabile, palese tentativo di distruggerne la fama e l'onorabilità, morale e professionale. Una procedura inaccettabile.
E infine, l'evidente assenza di carità cristiana, che pure è dovuta ad ogni fratello nella fede, come a qualunque essere umano.
C'è da rimanere senza parole.
Non so come finirà questa storia. E il mio giudizio si arresta ai margini della vicenda, non conoscendo personalmente alcuno dei protagonisti. Se avranno agito bene, lo dirà il futuro.
Ma ad Ettore Gotti Tedeschi una cosa posso assicurare: egli può contare sull'amicizia solidale e orante del sottoscritto, per quel poco che vale. Credo di potergli garantire altrettanto da parte di tanti lettori e abbonati. E questo vale molto di più.

Fonte: Il Timone, Luglio/Agosto 2012 (n. 115)

8 - LEZIONI DI VITA E DI ECONOMIA A SCUOLA DI RICAMO
Le mie bambine si sono appassionate al ricamo, orgogliose finalmente di poter fare qualcosa da grandi e con le loro mani
Autore: Costanza Miriano - Fonte: www.costanzamiriano.wordpress.com, 19/07/2012

Sono circondata da una ventina di bambine delle elementari – qualcuna a dire il vero, come le mie, va ancora all'asilo, qualcuna fa il liceo e forse prepara il corredo. Sono sedute in circolo e ricamano. Dopo la pausa merenda e una mezz'ora di gioco libero, nell'ultima parte della mattinata mentre si ricama si dice il rosario Il tempo è dilatato, non sembra assurdo perdere manciate di minuti a sbrogliare una matassina di filo pescata dalla grossa scatola che la Franca, la sorella del parroco – da cinquanta anni in questa parrocchia – apre sul tavolino alle nove di mattina, e mette a disposizione di tutti.
Sono nel giardino della chiesa in cui sono cresciuta, e dove ho imparato tutto quello che so della dottrina cristiana. Ho portato le bambine alla scuola di ricamo con pochissima speranza che si appassionassero, e invece la sera fino a tardi non lasciano più il loro pezzetto di tela, ricamano mentre ascoltano la favola, orgogliosissime di essere finalmente in grado di fare qualcosa da grandi, e con le loro mani.
Mi verrebbero in mente molti predicozzi da ammannire: sull'importanza del lavoro manuale, sulla femminilità che ha perso alcune competenze a favore di altre, sulla pazienza che si impara ricamando, sulle volte che la Franca respinge al mittente i "non ci riesco, non ce la faccio, non sono capace", e insegna a maneggiare l'ago a bambine che non tengono ancora in mano la penna, e comunica con granitico entusiasmo la sicurezza che si può fare, oppure ancora sulla bellezza di pregare lavorando e via predicando.
Vorrei però prima di ogni altra cosa riflettere sul fatto che le donne non possono avere tutto. Ho scritto e detto ogni volta che ho potuto il fatto che ci siamo conquistate la possibilità di lavorare a un prezzo altissimo, ma forse non avevo messo, tra i prezzi pagati, la perdita di questa abilità manuale, che in modo naturale si trasforma nella cura delle cose, dei beni, dei particolari (quando si è sempre di corsa già ricordarsi di recuperare un figlio da un amico sembra un particolare minimo).
Solo qui, al corso di ricamo, mi è successo di riascoltare parole che pensavo perse nella notte dei tempi, tipo "non sciupate l'acqua" (a Perugia non ci sono problemi di siccità), e "non si cambia il filo finché non è finito" (non è ammesso lo spreco, neanche di un centimetro).
Io di solito sono sempre di corsa, sempre in ritardo, sempre in affanno, e come i neonati vedo poco più che ombre confuse quando sfreccio davanti alle cose, nel tentativo di arrivare a sera con tutti i pezzi a posto. Compro insalate lavate, piatti pronti, pezzi di merende che poi giacciono inerti in fondo alla borsa, prometto regalini nei momenti di scoramento, faccio acquisti disperati all'ultimo secondo senza poter cercare l'offerta migliore, perché infilo sempre il piede sotto una serranda a caso, col negoziante che sta chiudendo e mi strozzerebbe.
Per secoli invece le donne sono state le econome delle case, hanno gestito con cura i beni e le risorse, ma per fare questo ci vuole concentrazione, tempo, dedizione.
Non voglio fare discorsi nostalgici a poco prezzo, visto che so che non abbandonerò il lavoro, non trascorrerò pomeriggi a rammendare e rivoltare cappotti, ma a volte piuttosto che star lì a riparare ricomprerò con leggerezza, talmente poco costano e valgono certe cose.
Voglio invece ricordare, come Anne Marie Slaughter che le donne non possono avere tutto, anche se io lo dico senza rabbia, e anche con un certo sollievo, e gioia. Siamo imperfette, e lo siamo anche più di quanto ci sembra.
Questa perdita della pazienza, della cura, della lentezza, dell'accuratezza è un altro dei prezzi che abbiamo pagato per realizzarci su tutti i fronti: quando devi lavorare, essere informata, in forma, connessa, raggiungibile, è impensabile impiegare tre ore a fare una cornicetta alla tela. Eppure io lo capisco, in qualche modo inarticolato, che in questi giorni sto facendo per le mie bambine qualcosa di fondamentale, anche se forse lo dimenticheranno presto. Eppure, senza questo non potrebbero diventare donne.

Fonte: www.costanzamiriano.wordpress.com, 19/07/2012

9 - OMELIA XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO B - (Gv 6,24-35)
Io sono il pane della vita
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 5 agosto 2012)

Durante il lungo Esodo attraverso il deserto, verso la Terra promessa, gli Israeliti hanno dovuto affrontare molte difficoltà, e la loro fede fu provata in diverse occasioni. Insieme a queste prove, ci furono diversi interventi provvidenziali di Dio, grazie ai quali essi sopravvissero e giunsero alla loro destinazione. Uno di questi interventi provvidenziali, senza dubbio, fu quello della manna discesa dal cielo, di cui ci parla la prima lettura di oggi. Il popolo languiva di fame e già rimpiangeva quello che riusciva a mangiare in Egitto quando era ridotto in schiavitù. Ecco allora che il Signore fece piovere il «pane dal cielo» (Es 16,4).
Questa lettura può essere applicata alla nostra vita cristiana. La schiavitù egiziana raffigura un'altra schiavitù, molto più temibile: quella del peccato. L'esodo raffigura il cammino di purificazione attraverso il deserto di questo mondo; la Terra promessa simboleggia il Paradiso, verso cui siamo incamminati.
Come il popolo d'Israele, anche noi, provati dalle molte difficoltà, siamo portati a guardare indietro e a provare nostalgia per le magre consolazioni di questo mondo, per il peccato che abbiamo abbandonato con tanta decisione e che, al momento della prova, nuovamente ci attira a sé. Le difficoltà sono molte, ma Dio ci viene incontro donandoci un pane dal cielo, quello vero, che ci sostiene nel cammino e ci fa superare ogni tentazione. Questo pane è l'Eucaristia, di cui parla il Vangelo di oggi.
Gesù parla dell'Eucaristia nel grande discorso che Egli fece a Cafarnao, subito dopo la moltiplicazione dei pani. Le folle erano state molto impressionate da questo miracolo, al punto che avrebbero voluto che Gesù diventasse il loro re. Essi cercavano solamente il benessere materiale e non riuscirono ad innalzare la mente e il cuore al profondo insegnamento che Gesù voleva loro impartire. Per questo motivo, Gesù disse loro: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (Gv 6,26). Attraverso il segno dei pani moltiplicati, Gesù voleva insegnare alle folle che Lui è il vero pane che sazia la fame delle nostre anime. E così, Gesù proclamò solennemente: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai» (Gv 6,35).
Anche noi, come le folle che ascoltavano Gesù, tante volte cerchiamo il Signore non tanto per cambiare la nostra vita e per fare la Volontà di Dio, ma unicamente perché Lui assecondi quelli che sono i nostri desideri di benessere materiale. San Paolo, nella seconda lettura, lo dice molto chiaramente. Conoscere Cristo significa abbandonare la condotta di prima, la condotta dell'uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, e significa rinnovarci nello spirito e rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità (cf Ef 4,20-24).
Se veramente vogliamo che Gesù ci aiuti, che ci faccia grazia, che ci sollevi dalla nostra miseria, dobbiamo impegnarci seriamente a mutar vita, a diventare più buoni, a rigettare decisamente il peccato. Allora la nostra preghiera sarà ascoltata. Come minimo ci deve essere questo sforzo, al resto penserà il Signore.
Al di sopra di tutto dobbiamo ricercare il "Pane della vita", ovvero l'Eucaristia. Questo è il nostro vero tesoro. Si racconta nelle cronache delle missioni cattoliche del Canada del nord un episodio molto bello ed istruttivo. Alcuni secoli fa la regione dove operavano i missionari cattolici fu colpita da una grande carestia e molti furono quelli che morirono di fame. Tra questi vi era una famiglia di cattolici che da giorni si era messa in cammino per raggiungere la lontana stazione missionaria. Erano ormai quasi senza forze quando, finalmente, arrivarono alla chiesa. Il sacerdote, con un nodo alla gola, li raggiunse e li soccorse così come poteva, dicendo che di più non potevano fare perché purtroppo il cibo era ormai finito. Il padre di famiglia disse allora che non erano venuti per chiedere da mangiare, ma per chiedere di fare la loro ultima Comunione, dopo sarebbero morti, ma sarebbero morti contenti. Il sacerdote commosso da tanta fede diede loro il "Pane del cielo" e, dopo poco tempo, uno alla volta, morirono tutti.
Impariamo da questo episodio a fare davvero dell'Eucaristia il nostro tesoro e di metterla al primo posto nella nostra vita. Per noi non è tanto difficile partecipare alla Santa Messa e ricevere la Santa Comunione. Non facciamoci prendere dalla pigrizia e non perdiamo un bene così prezioso!

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 5 agosto 2012)

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