BastaBugie n°262 del 14 settembre 2012

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1 L'ISLAM CONSIDERA LA DONNA INFERIORE ALL'UOMO: ECCO LE CONSEGUENZE PER CHI SPOSA UN MUSULMANO
Una ragazza che si innamora di un islamico dovrebbe tenere a mente le 7 differenze giuridiche che priveranno della libertà lei e i suoi figli (anche se abitano in Occidente)
Autore: Gianfranco Trabuio - Fonte: Io amo l'Italia
2 MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA: LE SOTTILI E VELENOSE FALSITA' DEL FILM DI BELLOCCHIO SU ELUANA ENGLARO
Il regista considera i cristiani pazzi invasati e fa passare l'idea che le persone come Eluana siano malati terminali (ma un disabile non muore se non viene ucciso!)
Autore: Lucia Bellaspiga - Fonte: FilmGarantiti.it
3 IL MOVIMENTO PER LA VITA CENSURA I CENTRI DI AIUTO ALLA VITA NON SUCCUBI DEL PRESIDENTE CARLO CASINI
A pagarne le conseguenze saranno le donne incinta ed i bambini
Autore: Marisa Orecchia - Fonte: Federvita Piemonte
4 L'EQUIVOCO DELLA LIBERTA' RELIGIOSA
Non esiste il diritto di professare qualsiasi religione, ma di professare quella vera, cioè quella cristiana: ecco perché la neutralità religiosa dello Stato è stata ripetutamente condannata dalla Chiesa
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Corrispondenza Romana
5 LA GUERRA CIVILE AMERICANA FU PER LA LIBERAZIONE DEGLI SCHIAVI NERI DEL SUD? UN MITO DURO A MORIRE
Nel libro appena pubblicato ''Guida politicamente scorretta alla storia degli Stati Uniti d'America'' viene confutata la zuccherosa versione di ''Via col vento'' e il falso mito di John Brown
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Il Timone
6 C'ERA UNA VOLTA UN'AGRICOLTURA BELLA, RISPETTOSA DEI CICLI DELLA NATURA IN CUI TUTTI ERANO FELICI...
...ma è una balla clamorosa: in realtà nei campi un tempo si faceva la fame e il cibo era meno sano
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: il Giornale
7 L'ARCIVESCOVO DI TRENTO RICORDA L'IMMORALITA' DEL PIACERE SESSUALE AL DI FUORI DEL MATRIMONIO E SCOPPIA LA POLEMICA
Ma la castità prematrimoniale, quell'attesa impegnativa e così spesso oggetto di irrisione, ha i contorni di una gioiosa gradinata verso la felicità coniugale
Autore: Giuliano Guzzo - Fonte: Campari e de Maistre
8 IL COMITATO NAZIONALE PER LA BIOETICA RICONOSCE L'OBIEZIONE DI COSCIENZA, MA SI TRATTA DI UN COMPROMESSO AL RIBASSO
Ma Avvenire sente il bisogno di rassicurare l'opinione pubblica: state tranquilli, in Italia si potrà continuare ad abortire egualmente, con la stessa frequenza e con la stessa celerità, malgrado i medici obiettori!
Autore: Alfredo De Matteo - Fonte: Corrispondenza Romana
9 OMELIA XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO B - (Mc 8,27-35)
Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - L'ISLAM CONSIDERA LA DONNA INFERIORE ALL'UOMO: ECCO LE CONSEGUENZE PER CHI SPOSA UN MUSULMANO
Una ragazza che si innamora di un islamico dovrebbe tenere a mente le 7 differenze giuridiche che priveranno della libertà lei e i suoi figli (anche se abitano in Occidente)
Autore: Gianfranco Trabuio - Fonte: Io amo l'Italia, 07/09/2012

Un approccio corretto alla conoscenza della antropologia culturale di popolazioni diverse da quelle occidentali, deve necessariamente fare riferimento alla religione di quelle popolazioni.
La dimensione religiosa è certamente quella più importante e più pervasiva presso tutti i popoli, per l'Islam addirittura è la religione che regolamenta anche la vita civile, il diritto civile e penale, la politica. [...]
La concezione occidentale dei diritti universali dell'uomo, come deliberati dall'ONU, non trova riscontro nelle legislazioni dei paesi musulmani. Tanto meno dopo le recenti rivoluzioni popolari che hanno portato al potere i partiti di ispirazione fondamentalista, rigidamente ancorati alla legislazione di derivazione coranica. [...]
E' opportuno illustrare, anche se brevemente, cosa si trova nei testi sacri dell'Islam, per esempio negli Hadith (sentenze) del profeta.
La considerazione di Muhammad per le donne: dagli hadith (editti) del profeta: [...]
Sahih Al Bukhari, Hadith 3826, narrato da Abu Said Al Khudri
Il Profeta disse: "Non è vero che la testimonianza di una donna equivalga alla metà di quella di un uomo?". La donna rispose: "Sì". Lui disse: "Il perché sta nella scarsezza di cervello della donna". [...]

L'AFFERMAZIONE SULLA INFERIORITÀ DELLA DONNA RISPETTO ALL'UOMO, HA CONSEGUENZE IMPORTANTI PER LA VITA DI TUTTI I GIORNI
Non ci si riferisce qui alle disuguaglianze che possono esistere a livello sociologico tra uomo e donna, queste sono purtroppo diffuse in tutte le società, nel mondo musulmano come in altre culture o civiltà. È necessario parlare della disuguaglianza giuridica, che ha delle conseguenze durature perché è normativa, spesso impedendo o comunque ritardando qualunque adeguamento alla mentalità dei musulmani e delle musulmane di oggi. [...]

1. LA DONNA HA SOLO IL RUOLO DI OGGETTO DI PIACERE E DI RIPRODUZIONE
C'è anzitutto una disparità nella possibilità di contrarre il matrimonio. All'uomo viene riconosciuta la possibilità di avere contemporaneamente fino a quattro mogli (poligamia), mentre alla donna viene negata la facoltà di sposare più di un uomo (poliandria). La poligamia legalmente sancita significa una differenza radicale tra uomo e donna. All'uomo dà la sensazione che la donna è fatta per il suo piacere e, al limite, che è una sua proprietà che può "arare" come vuole, come afferma letteralmente il Corano (sura della Vacca II, 223).
Se ha la possibilità materiale, ne "acquista" un'altra. La donna si trova in una condizione di sottomissione nel ruolo di oggetto di piacere e di riproduzione; questo ruolo è confermato dal fatto che non viene mai chiamata con il suo nome, ma sempre in relazione a un uomo: figlia di…, moglie di…,

2. I FIGLI NATI DA UN MUSULMANO SONO AUTOMATICAMENTE MUSULMANI (LA RELIGIONE DELLA MOGLIE NON CONTA)
La donna musulmana non può sposare un uomo di un'altra fede, a meno che questi non si converta prima all'Islam. Il divieto è dovuto al fatto che, nelle società patriarcali orientali, i figli adottano sempre la religione del padre. Ma è anche giustificato dal fatto che il padre è il garante dell'educazione religiosa dei figli, e quindi solo se è musulmano può assicurare la loro crescita secondo i principi islamici. Ricordo a questo proposito che i figli nati da un musulmano sono considerati a tutti gli effetti musulmani, anche se battezzati. Perciò ogni matrimonio misto (tra un musulmano e una cristiana o un'ebrea, gli unici due casi contemplati nella sharia) accresce numericamente la comunità musulmana e riduce la comunità non musulmana. Non mi soffermo in questa sede per approfondire questo argomento così tragico per le conseguenze delle mogli cristiane sposate a un musulmano. I fatti di cronaca sono lì a dimostrare quanta leggerezza, e ignoranza, ci sia da parte delle nostre donne e da parte della Chiesa cattolica nel contrarre e nel concedere la dispensa per questi matrimoni misti.

3. L'UOMO PUO' RIPUDIARE LA MOGLIE QUANDO E COME VUOLE (LA DONNA NON PUO')
Il marito ha la facoltà di ripudiare la moglie ripetendo tre volte la frase «sei ripudiata» in presenza di due testimoni musulmani maschi, adulti e sani di mente, anche senza ricorrere a un tribunale. La cosa più assurda è che se il marito dovesse in seguito pentirsi della sua decisione e intendesse "recuperare" nuovamente sua moglie, quest'ultima dovrebbe prima sposarsi con un altro uomo che dovrà a sua volta ripudiarla. La donna passa in tal caso di mano in mano per rispettare formalmente la Legge. La moglie invece non può ripudiare il marito. Potrebbe chiedere il divorzio, che però diviene per lei motivo di riprovazione e la mette in una condizione sociologica molto fragile. Il ripudio è comunque vissuto come un'umiliazione per la donna e si presume sempre che lei abbia qualche problema a livello fisico o morale.
Infine, la facilità con la quale il marito può ripudiare la moglie senza dover giustificare la decisione, la rende totalmente dipendente dal suo stato d'animo, con il costante timore di essere allontanata. È come una spada di Damocle che pende sulla sua testa: se non si comporta secondo il desiderio del marito potrebbe essere ripudiata, e allora dovrà cercarne un altro che accetti di prenderla con sé.

4. DIVORZIO FACILE SENZA TRIBUNALE
In quarto luogo c'è da considerare la facilità con cui si ottiene il divorzio, che avviene quasi sempre su richiesta dell'uomo. Tradizionalmente, non c'è neppure bisogno di andare in tribunale. È vero che un hadith di Muhammad, il Profeta, dice che «il divorzio è la più odiosa delle cose lecite», ma comunque è permesso.

5. I FIGLI SONO CONSIDERATI DI PROPRIETA' DEL PADRE (ANCHE IN CASO DI DIVORZIO)
L'affidamento della prole, in seguito al divorzio, è un altro esempio di disuguaglianza. I figli "appartengono" al padre, che decide della loro educazione, anche se sono provvisoriamente affidati alla madre fino all' età di sette anni. Solo il padre ha la potestà genitoriale.

6. ANCHE NELL'EREDITA' LA DONNA E' CONSIDERATA INFERIORE
C'è poi la questione dell'eredità. Alla femmina ne spetta la metà del maschio, un provvedimento che trova fondamento nella situazione socio-economica in cui la famiglia viveva anticamente: dato che, secondo il Corano, è l'uomo che ha l'obbligo di mantenere la donna e l'intera famiglia, era logico che dovesse disporre di un piccolo fondo a cui attingere. Anche in questo caso una disuguaglianza fissata dalla legge divina aumenta la dipendenza della donna dall'uomo.

7. LA TESTIMONIANZA DI UN UOMO VALE COME QUELLA DI DUE DONNE
Una settima differenza a livello giuridico è che la testimonianza del maschio vale come quella di due femmine. Questo si basa su un hadith di Muhammad, molto diffuso negli ambienti musulmani nonostante la sua autenticità sia piuttosto discussa, in cui si afferma che «la donna è imperfetta nella fede e nell'intelligenza».
Quando si chiede ai fuqaha, agli esperti della legge, di spiegare il motivo rispondono che la donna è imperfetta quanto alla fede perché, in certe situazioni, ad esempio durante le mestruazioni, la sua preghiera e il suo digiuno non sono validi e la sua pratica religiosa è dunque imperfetta.
Riguardo la seconda parte dell'affermazione – l'"imperfezione" nell'intelligenza- forse un tempo questo poteva essere spiegato sociologicamente tenendo presente che le donne studiavano meno, che erano meno coinvolte nella vita sociale e dedite soltanto ai lavori domestici, ma da tempo tutto ciò non vale più. Eppure nella maggioranza dei tribunali dei Paesi islamici vige ancora questo principio nonostante le proteste delle associazioni femministe.
In alcuni Paesi i fondamentalisti chiedono anche che alle donne sia vietato di fare da testimoni nei processi in cui sono previste le pene coraniche.

Nota di BastaBugie
: il Corano prevede esplicitamente che le mogli non ubbidienti vadano picchiate. Si potrebbe obiettare che ci sono anche cristiani che picchiano la moglie, ma il paragone non regge. Infatti il Nuovo Testamento prevede che non si possa mai picchiare la moglie. La lettera di San Paolo Apostolo agli Efesini (Ef 5,25.28) nei rapporti tra moglie e marito afferma: "E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei. (...) Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso". Dunque il cristiano che picchia la moglie è un cattivo cristiano, mentre un musulmano che picchia la moglie è un buon musulmano. Anzi il musulmano che non picchiasse la moglie ribelle sarebbe un cattivo musulmano che non applica il Corano.
Consigliamo la lettura di un articolo pubblicato in BastaBugie n.170 del 10 dicembre 2010:
IL CORANO PERMETTE AL MARITO DI PICCHIARE LA MOGLIE - Allah ha onorato le donne istituendo la punizione delle bastonate, che però vanno date secondo regole precise: senza lasciar segni visibili e solo per una buona causa (ad esempio se lei si nega a letto)
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=1314

Fonte: Io amo l'Italia, 07/09/2012

2 - MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA: LE SOTTILI E VELENOSE FALSITA' DEL FILM DI BELLOCCHIO SU ELUANA ENGLARO
Il regista considera i cristiani pazzi invasati e fa passare l'idea che le persone come Eluana siano malati terminali (ma un disabile non muore se non viene ucciso!)
Autore: Lucia Bellaspiga - Fonte: FilmGarantiti.it, 06/09/2012

Il dibattito è antico di secoli: l'opera d'arte deve solo essere bella o anche veritiera? È lecito inventare, e fino a che punto? La questione diventa fondamentale se il film si chiama Bella addormentata e, a oltre tre anni dalla morte di Eluana Englaro, dipana varie vicende (di fantasia) tutte nei sei giorni che precedono la sua eutanasia alla casa di cura La Quiete di Udine.
E il film di Bellocchio, per certi versi bello anche se lento, a tratti ricco di pathos e certamente ben recitato, non è mai veritiero, anzi, crea ad arte una grande confusione. Eluana non c'è – ci aveva predetto il regista – e infatti non c'è proprio, non nel senso che resta sullo sfondo, ma che ogni riferimento alla sua vicenda (quelli espliciti come le allusioni) induce il pubblico a credere in ciò che non è stato. Un senso lo avrebbe avuto, questo film tardivo e giunto dopo altre opere teatrali sul tema Eluana, se avesse voluto una volta per tutte far chiarezza e dire ciò che (quasi) nessuno ha mai raccontato, ma l'occasione è andata perduta e Bellocchio ricade nei soliti cliché.
Qualche esempio. Tra le storie ambientate nei giorni dell'agonia di Eluana c'è quella di un'altra giovane in stato vegetativo, figlia di un'attrice famosa che ne attende fanaticamente il risveglio. Non c'è nulla di ciò che realmente accade nelle migliaia di case in cui davvero si vive con un figlio in tali condizioni, nessuna traccia della fatica quotidiana e del coraggio, della speranza e della fede, nemmeno della povertà e delle battaglie per la vita, Bellocchio non deve aver mai superato una di quelle soglie: la ragazza, irrealisticamente bella e inanimata come una bambola di porcellana, vegeta ingioiellata in una casa bomboniera, tenuta in vita da una madre crudele ed egoista incapace di «lasciarla libera», occupata a strillare isterici rosari correndo avanti e indietro per i corridoi con tre suore ridotte a macchietta. Naturalmente il respiratore ansima e cadenza i silenzi, la giovane è attaccata "alla spina", la sua vita cioè non è autonoma. A differenza di quella di Eluana.
C'è poi il senatore del Pdl, figura altamente morale, dilaniato tra il "dovere" di votare in Aula secondo la volontà dell'allora premier Berlusconi o seguire la propria coscienza. Un toccante flash back rivela che in passato lui stesso aiutò sua moglie a morire. Una moglie già malata terminale, attaccata alle macchine, lucida, che chiedeva la sospensione di terapie ormai inutili. Nulla a che vedere con la disabile Eluana, eppure è proprio il senatore a definire analoghe la sua storia e quella di Beppino Englaro, «la cui grandezza è stata in questa Italia cinica e depressa di aver voluto agire nel rispetto della legge, nonostante le tante amorevoli sollecitazioni a risolvere la cosa in famiglia».
Un'occasione persa, dicevamo: dove, se non in un film verità, si possono raccontare luci e ombre insieme, con onestà imparziale, ponendo il problema - reale - del fine vita ma dicendo che un disabile non è un malato terminale, che non ha spine da staccare e quindi se non lo uccidi non muore? Che sulla carta Eluana è entrata a La Quiete di Udine «per un recupero funzionale» (sarebbe omicidio ricoverare una persona al fine di farla morire) «e la promozione sociale dell'assistita»?
Ancora: c'è poi la storia di Maria, figlia del senatore e attivista "pro life". In contrasto col genitore, parte per Udine e va a pregare sotto le finestre dietro le quali Eluana sta morendo (a proposito, nella versione di Bellocchio quando ciò accade le campane di Udine si sciolgono a festa...), ma lì tra un Padre Nostro e un'Ave Maria si innamora di Roberto, attivista laico sul fronte opposto, abbandona La Quiete, le amiche e le preghiere e corre in albergo con lui. Il primo piano insiste sul crocifisso che porta al collo, ma che si butta dietro le spalle mentre si spoglia.
Chi poi a Udine in quei giorni del 2009 c'era davvero ricorda bene la sobrietà dei credenti, che nel film appaiono invasati. Forse sono loro a fare irruzione in una stanza d'ospedale surreale dove decine di degenti giacciono ammassati, mandando all'aria lenzuola, frugando nei letti e urlando «non c'è»: cercano Eluana? Feroci e irreali anche molti medici, come quello che organizza scommesse su quanto durerà la sua agonia o il collega che parlando di una paziente «tossica» ne auspica con disprezzo la veloce dipartita.
Ed è proprio la drogata ad aprire e a chiudere con circolarità suggestiva, tagliente e ostile il film cui dà il titolo, perché la "bella addormentata" che si sveglierà è lei.
All'inizio la incontriamo in chiesa mentre ruba gli spiccioli dalle offerte e i fedeli in preghiera la scacciano senza pietà. Alla fine è in ospedale, dove rinuncia al suicidio grazie a un medico capace di amarla. Cattivi i credenti, buono il dottore. Lo stesso che poco prima l'aveva "salvata" anche da un incolpevole prete passato a benedirla e offrirle la sua vicinanza.

Fonte: FilmGarantiti.it, 06/09/2012

3 - IL MOVIMENTO PER LA VITA CENSURA I CENTRI DI AIUTO ALLA VITA NON SUCCUBI DEL PRESIDENTE CARLO CASINI
A pagarne le conseguenze saranno le donne incinta ed i bambini
Autore: Marisa Orecchia - Fonte: Federvita Piemonte, 04/09/2012

Il 18 luglio il Movimento per la Vita Italiano ha messo on line l'elenco dei Centri di Aiuto alla Vita (CAV) che operano nel nostro Paese e i rispettivi recapiti "Credo che si tratti di una facilitazione importante per la donna che ha bisogno di noi" recita il comunicato stampa a firma del responsabile dell'Area Comunicazione del MpVI.
E' questa certamente un'innovazione rispetto all'indirizzario cartaceo distribuito per il passato alle associazioni del MpVI ed accessibile quindi solo agli associati, ed è certamente un servizio importante reso alle donne che devono trovare in fretta chi le aiuti a far fronte ad una gravidanza che crea problema e che si teme di non poter portare a termine. L'aiuto si trova on line ed è facilmente accessibile, in quanto segnala il CAV più vicino cui rivolgersi.
Non così, purtroppo, per le donne di alcune aree del Piemonte, le quali non troveranno nessun aiuto nella loro zona.
Sì, perché dall'elenco in questione sono stati stralciati alcuni CAV che da sempre si impegnano nella lotta per strappare bambini all'aborto volontario, reperibili fino a ieri nell'indirizzario del MpVI.
Il motivo di questa esclusione è presto detto: sono i CAV colpiti da espulsione per non aver firmato l'atto di abiura al Comitato Verità e Vita, preteso dalle tre ispettrici che hanno visitato uno per uno CAV e MpV del Piemonte, esigendo la firma ad un documento che richiedeva fedeltà al MpVI ( ma chi l'aveva mai messa in discussione?) e la presa di distanza dal Comitato verità e Vita.
A questa sorte è stato accomunato anche il lombardo CAV di Melzo, in quanto aderente a Verità e Vita.
Invano è stato fatto ripetutamente rilevare, anche attraverso ricorsi formali, che lo statuto della Federazione nazionale dei MpV e dei CAV non prevede impedimento alcuno all'adesione delle associazioni federate anche ad altri organismi – va da sé in linea con gli obiettivi - , tanto che alcune di esse hanno a suo tempo aderito a Scienza e Vita, e che le espulsioni in questione siano state comminate a suon di delibere del consiglio direttivo al di fuori di qualunque procedura eventualmente prevista dallo statuto.
Siamo di fronte ad un ostracismo puntiglioso che non si arresta neppure davanti al rischio di penalizzare una donna incinta e il suo bambino.
Un ostracismo che non fa onore al MpVI cui chiediamo di porre rimedio, inserendo nell'elenco i CAV esclusi e le rispettive Case di accoglienza, in modo da garantire un adeguato e pronto soccorso alla donna in difficoltà, consentendo anche agli operatori di SOS Vita di segnalare l'esistenza dei CAV in questione a chi si rivolge loro per chiedere aiuto.

Fonte: Federvita Piemonte, 04/09/2012

4 - L'EQUIVOCO DELLA LIBERTA' RELIGIOSA
Non esiste il diritto di professare qualsiasi religione, ma di professare quella vera, cioè quella cristiana: ecco perché la neutralità religiosa dello Stato è stata ripetutamente condannata dalla Chiesa
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Corrispondenza Romana, 19/07/2012

Tra gli slogan del linguaggio "politicamente corretto" c'è il termine di libertà religiosa, usato talvolta impropriamente dai cattolici anche come sinonimo di libertà della Chiesa o libertà dei cristiani. Si tratta in realtà di termini e concetti diversi, su cui è opportuno far chiarezza. L'equivoco, presente nella dichiarazione conciliare Dignitatis Humanae (1965), nasce dalla mancata distinzione tra il foro interno, che è l'ambito della coscienza personale, e il foro esterno, che è l'ambito pubblico, ovvero la professione e la propagazione pubblica delle proprie convinzioni religiose.
La Chiesa, con Gregorio XVI nella Mirari Vos (1836), con Pio IX nel Sillabo e nella Quanta Cura (1864), ma anche con Leone XIII nella Immortale Dei (1885) e nella Libertas (1888), insegna che:
1) Nessuno può essere costretto a credere, in foro interno, perché la fede è una scelta intima della coscienza dell'uomo.
2) L'uomo non ha diritto alla libertà religiosa in foro esterno, ovvero alla libertà di poter professare e propagare qualsiasi religione, perché solo la verità e il bene e non il male e l'errore hanno diritti.
3) Il culto pubblico delle false religioni può eventualmente essere tollerato dai poteri civili in vista di un bene più grande da ottenersi o di un male maggiore da evitarsi, però per se stesso può essere represso anche con la forza se necessario. Ma il diritto alla tolleranza è una contraddizione perché, come è evidente anche dal termine, ciò che si tollera non è mai il bene, è sempre e soltanto il male. Nella vita sociale delle nazioni l'errore può essere tollerato come un fatto, mai ammesso come un diritto. L'errore «non ha oggettivamente alcun diritto né all'esistenza, né alla propaganda, né all'azione» (Pio XII, Discorso Ci Riesce, 1953).
Inoltre, il diritto ad essere immune da coercizione, ovvero il fatto che la Chiesa non impone la fede cattolica a nessuno, ma esige la libertà dell'atto di fede, non nasce da un presunto diritto naturale alla libertà religiosa, ossia da un presunto diritto naturale a credere in qualsiasi religione, ma si fonda sul fatto che la religione cattolica, l'unica vera, deve essere abbracciata in piena libertà e senza nessuna costrizione. La libertà del credente si fonda sulla verità creduta e non sulla autodeterminazione dell'individuo.
Il cattolico e solo il cattolico ha il diritto naturale a professare e praticare la sua religione e lo ha perché la sua religione è vera. Ciò significa che nessun altro credente al di fuori del cattolico ha il diritto naturale a professare la sua religione. La controprova è data dal fatto che non esistono diritti senza doveri e viceversa. La legge naturale, compendiata dai 10 comandamenti, si esprime in maniera prescrittiva, ovvero impone dei doveri da cui nascono dei diritti. Ad esempio dal Comandamento «Non uccidere l'innocente» nasce il diritto dell'innocente alla vita. Il rifiuto dell'aborto è una prescrizione di diritto naturale che prescinde dalla religione di chi ad essa si conforma. E ciò vale per i sette Comandamenti della Seconda Tavola. Paragonare il diritto alla libertà religiosa, al diritto al vita, considerandoli entrambi diritti naturali, è però privo di senso.
I primi tre comandamenti del decalogo infatti non si riferiscono a qualsiasi divinità ma solo al Dio del Vecchio e del Nuovo Testamento. Dal Primo Comandamento che impone di adorare l'unico vero Dio nasce il diritto e il dovere a professare non qualsiasi religione, ma l'unica religione vera. E ciò vale sia per il singolo che per lo Stato. Lo Stato, come ogni singolo individuo, ha il dovere di professare la vera religione anche perché non esiste un fine dello Stato diverso da quello dell'individuo.
La ragione per cui lo Stato non può costringere nessuno a credere non nasce dal principio della neutralità religiosa dello Stato, ma dal fatto che l'adesione alla verità deve essere pienamente libera. Se l'individuo avesse il diritto a predicare e professare pubblicamente qualsiasi religione, lo Stato avrebbe il dovere della neutralità religiosa. Il che è stato ripetutamente condannato dalla Chiesa.
Per questo diciamo che l'uomo ha il diritto naturale non di professare qualsiasi religione, ma di professare quella vera. Solo se la libertà religiosa è intesa come libertà cristiana si potrà parlare di diritto ad essa.
C'è chi sostiene che oggi viviamo di fatto in una società pluralistica e secolarizzata, gi Stati cattolici sono scomparsi e l'Europa è un continente che ha voltato le spalle al cristianesimo. Il problema concreto è dunque quello dei cristiani perseguitati nel mondo, e non dello Stato cattolico. Nessuno lo nega, ma la constatazione di un fatto non equivale all'affermazione di un principio. Il cattolico deve desiderare con tutte le sue forze una società e uno Stato cattolico in cui Cristo regni, come spiega Pio XI nella enciclica Quas Primas (1925).
La distinzione tra la "tesi" (il principio) e "l'ipotesi" (la situazione concreta) è nota. Tanto più si è costretti a subire l'ipotesi, tanto più si deve cercare di far conoscere la tesi. Non rinunciamo dunque alla dottrina della Regalità sociale di Cristo: parliamo dei diritti di Gesù Cristo a regnare sulla società intera e del suo Regno come unica soluzione ai mali moderni. E invece di batterci per la libertà religiosa, che è l'equiparazione giuridica della vera religione con quelle false, lottiamo in difesa della libertà dei cristiani, oggi perseguitati dall'islam in Oriente e dalla dittatura del relativismo in Occidente.

Fonte: Corrispondenza Romana, 19/07/2012

5 - LA GUERRA CIVILE AMERICANA FU PER LA LIBERAZIONE DEGLI SCHIAVI NERI DEL SUD? UN MITO DURO A MORIRE
Nel libro appena pubblicato ''Guida politicamente scorretta alla storia degli Stati Uniti d'America'' viene confutata la zuccherosa versione di ''Via col vento'' e il falso mito di John Brown
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Il Timone, luglio-agosto 2012 (n. 115)

Ci voleva un libro come quello di Thomas E. Woods Jr. per sfatare un mito duro a morire, quello della guerra civile americana come conflitto per la liberazione degli schiavi neri del Sud.
Per esempio, non c'è film né fumetto che non riproponga, ancora oggi, il mito in questione. Anche nelle fiction più tenere verso i sudisti (come il celebre Via col vento o il crudo Il texano dagli occhi di ghiaccio con Clint Eastwood), lo spettatore cava almeno l'impressione che, sì, i nordisti non erano sempre degli stinchi di santo ma avevano ragione.
Invece Woods (già autore di "Come la Chiesa cattolica ha costruito la civiltà occidentale", Cantagalli) ci dice il contrario: avevano ragione i sudisti. Infatti, è sbagliato anche solo parlare di guerra civile, perché si trattò in realtà di una guerra d'indipendenza, così come lo era stata quella che le colonie d'America avevano condotto contro l'Inghilterra nel secolo precedente. In quest'ultima (che non fu affatto una rivoluzione, al contrario), gli americani reagirono contro un potere che era diventato centralistico e oppressivo, reclamando diritti conculcati (dunque, un ritorno allo status quo ante, diversamente dai giacobini francesi). Lo stesso fecero gli Stati del Sud quando il governo federale cominciò a comportarsi come a suo tempo aveva fatto Londra.
Il libro di Woods è esplicito fin dal titolo: Guida politicamente scorretta alla storia degli Stati Uniti d'America (D'Ettoris Editori, a cura di Maurizio Brunetti e con prefazione di Marco Respinti, firma del «Timone»). E ci informa che il predecessore di Abraham Lincoln (1861-1865) alla presidenza, James Buchanan (1857-1861), aveva consentito che ben sette Stati del Sud uscissero dall'Unione senza far storie. Infatti, era previsto fin dalla Dichiarazione d'Indipendenza che uno Stato potesse ritirarsi dal patto federale quando lo avesse ritenuto opportuno. La schiavitù non c'entrava affatto. Il problema era (tanto per cambiare, nella storia americana) squisitamente economico: il Nord era protezionista e il Sud liberoscambista. Cioè, il Nord, industriale e manifatturiero, difendeva i propri prodotti con alti dazi; il Sud, che questa roba la doveva importare, esportava però nel mondo il suo cotone e il suo tabacco. Il suo distacco dall'Unione avrebbe dirottato il commercio verso i suoi porti, praticamente privi di dazi.
Paradossalmente, agli abolizionisti conveniva che il Sud se ne andasse per i fatti propri, tant'è che William Lloyd Garrison (1805-1879), fondatore della Società antischiavista americana, ne sosteneva la secessione. L'esempio era dato dal Brasile, Stato federale in cui uno degli Stati, il Cearà, aveva abolito la schiavitù. Col risultato che i neri presero a rifugiarvisi; ciò ne fece crollare il prezzo e, in pochi anni, portò all'abolizione nell'intero Paese. La secessione americana avrebbe provocato la fuga degli schiavi negli Stati abolizionisti e ciò avrebbe costretto il Sud, rovinato, a seguire l'esempio brasiliano. Non solo. La stragrande maggioranza dei sudisti non era proprietaria di schiavi e, anzi, diverse personalità di primo piano (come i generali Lee e "Stonewall" Jackson) erano contrari alla schiavitù.
I primi sette Stati che si erano ritirati dall'Unione lo avevano fatto in realtà perché a loro non conveniva più restarci. Ciò era pacificamente ammesso fin dai tempi di «padri della patria» come Thomas Jefferson e John Quincy Adams; perfino da un osservatore acuto come Alexis de Tocqueville. Così, giudicando che ormai il governo centrale era divenuto oppressivo, sette Stati rivendicarono il loro diritto di sbattere la porta: South Carolina, Texas, Louisiana, Mississippi, Alabama, Georgia e Florida. Ma poi fu eletto Abraham Lincoln, il quale nel 1861 mandò una nave ad approvvigionare Fort Sumter, che controllava il porto di Charleston, in South Carolina. Era una provocazione, perché quello Stato si era già reso indipendente e non intendeva permettere al governo federale di mantenere - e rafforzare - una guarnigione sul proprio territorio.
I locali spararono contro il forte e non ci fu nemmeno un ferito, ma la loro reazione servì a Lincoln per dichiarare i secessionisti ribelli e scatenare la guerra. A quel punto, altri quattro Stati dichiararono la loro indipendenza: Tennessee, Virginia, North Carolina e Arkansas. Infatti, al momento di firmare la Costituzione, la Virginia - ma anche New York e Rhode Island - aveva ottenuto di inserire una clausola di ratifica che le consentiva di lasciare l'Unione se il governo centrale non fosse stato ai patti: non avevano combattuto contro l'oppressione fiscale inglese per ritrovarsi sottomessi a un potere analogo. Da qui la guerra. Che non fu degli Stati del Sud contro quelli del Nord, ma degli undici resisi indipendenti contro il governo federale.
Così scriveva un soldato nordista: «Stiamo combattendo per l'Unione (...). Loro stanno combattendo per l'indipendenza». Per giunta, per i primi diciotto mesi di guerra la questione della schiavitù non venne neppure presa in considerazione. Lo stesso Lincoln, tre anni prima, così si era espresso: «Non sono - né mai sono stato - in alcun modo a favore dell'uguaglianza sociale e politica tra la razza bianca e quella nera (...), ed io sono, come chiunque altro, favorevole ad assegnare la posizione di superiorità alla razza bianca». Anche da deputato dell'lllinois, Lincoln aveva tenuto la stessa posizione. Semmai, era un forte sostenitore del progetto di mandar via i neri emancipati in qualche colonia fuori dall'Unione. Infatti, prese seriamente in considerazione l'idea di spedirli in Liberia o ad Haiti, o in Honduras, Ecuador, Amazzonia.
Talmente sentita era la posizione costituzionale degli Stati secessionisti (riunitisi frattanto in Confederazione sotto il presidente Jefferson Davis) che le cosiddette «cinque tribù civilizzate», gli indiani Cherokee, Choctaw, Chickasaw, Creek e Seminole, si schierarono al loro fianco con tanto di dichiarazione ufficiale.
La Guerra di Secessione fu anche la prima guerra totale della storia dopo i tempi del  paganesimo antico. Per la prima volta, anche la popolazione civile divenne un obiettivo bellico. Nella New Orleans occupata, il generale nordista Butler diede di fatto, con un proclama, licenza di stupro ai suoi soldati. A Vicksburg il generale Sherman fece distruggere tutte le fattorie e requisire totalmente i raccolti. A Meridian, per cinque giorni diecimila soldati nordisti lavorarono con picconi, asce e fuoco per radere al suolo ogni casa. L'incendio totale di Atlanta lo si può ammirare nel famoso film Via col vento.
In quella guerra, per la prima volta la Scienza mise a disposizione il suo talento. Fecero la loro prima comparsa le corazzate e i sommergibili, il filo spinato, i palloni aerostatici, la mitragliatrice, i campi di concentramento. La guerra "cavalleresca" dei secoli precedenti era scomparsa per sempre, né mai più sarebbe ritornata, in un crescendo di orrori di cui ancora oggi non si vede la fine. Per questo e per le vere cause del distacco del Sud, l'assassino di Lincoln, dopo aver perpetrato l'attentato, esclamò: «Sic semper tyrannis», così sempre ai tiranni. Agli occhi dei sudisti, Lincoln non era che un oppressore.
Uno dei prodromi di quella guerra, poi celebrato come episodio-icona dell'antischiavismo, era stata l'avventura del famoso John Brown (1800-1859). Del quale il libro di Woods ci da un'immagine un po' meno oleografica. Nell'ottobre 1859, John Brown e diciannove suoi seguaci sequestrarono l'arsenale federale di Harpers Ferry, in Virginia, allo scopo di armare gli schiavi negri e indurli all'insurrezione. Circondati dai cittadini, dalla Guardia Nazionale e dai soldati federali, i venti commandos risposero al fuoco. Dieci rimasero uccisi. John Brown e altri sei, impiccati.
Durante la successiva Guerra di Secessione nacque la famosa canzone nordista John Brown's Body (riesumata, in italiano, negli anni Sessanta dal trio - italianissimo - Los Marcellos Ferial, quelli della più conosciuta Sei diventata nera). Eppure, il famoso scrittore Nathaniel Hawthorne (autore della celebre Lettera scarlatta) ebbe a dire che «mai nessuno fu impiccato più giustamente». Quattro anni prima, John Brown, «che era quasi certamente pazzo», aveva compiuto un efferato massacro a Potatawomie Creek in Kansas. Brown, «che si credeva investito di una missione divina: distruggere la schiavitù», con i suoi uomini attaccò cinque famiglie. Nessuna di esse possedeva schiavi ma era legata politicamente alla fazione secondo Brown «sbagliata». I capi famiglia furono trascinati fuori di casa e trucidati sotto gli occhi atterriti dei familiari.

Fonte: Il Timone, luglio-agosto 2012 (n. 115)

6 - C'ERA UNA VOLTA UN'AGRICOLTURA BELLA, RISPETTOSA DEI CICLI DELLA NATURA IN CUI TUTTI ERANO FELICI...
...ma è una balla clamorosa: in realtà nei campi un tempo si faceva la fame e il cibo era meno sano
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: il Giornale, 22/07/2012

Tra le tante favole nate dall'ideologia ecologista, una delle più pericolose è quella che riguarda l'agricoltura, visto che ci va di mezzo un bisogno primario come quello dell'alimentazione. Si racconta dunque che c'era una volta un'agricoltura bella, efficiente, rispettosa dei cicli della natura in cui tutti erano felici mentre ora l'avvento dell'industrializzazione ha distrutto questa armonia, avvelenando i terreni con pesticidi e ogni sorta di veleni chimici, inquinando l'aria con i mezzi meccanici, con agricoltori dediti soltanto allo sfruttamento selvaggio dei terreni e alla tortura degli animali.
E il futuro si prospetterebbe ancora peggiore con l'avvento degli Organismi geneticamente modificati. Un campionario di queste idee si può trovare nel volume-inchiesta di Davide Ciccarese, appena uscito, che già dal titolo (Il libro nero dell'agricoltura, Editrice Ponte alle Grazie, pagg. 268, euro 14) evoca efferati crimini contro l'umanità.
Secondo Ciccarese, ai tempi della bella agricoltura - di cui trova ancora qualche traccia - c'era una sicurezza alimentare che nasceva da un clima perfetto, sempre uguale (grandinate e caldo fuori stagione, che rovinano i raccolti, sono descritti come una novità dovuta agli attuali cambiamenti climatici), le piante non venivano attaccate da parassiti, il lavoro dei campi donava «la giovinezza di chi ha un'età indefinita» (qualsiasi cosa voglia dire), tra il padrone e il salariato non c'era alcuna differenza, e soprattutto a fare la differenza era la felicità dei contadini, il cui segreto era «vivere dello stretto necessario sapendo sfruttare al meglio ogni risorsa disponibile».
C'è da chiedersi se un mondo come quello descritto sia mai esistito. E la risposta è un secco no. La civiltà tanto vagheggiata non aveva nulla di idilliaco, era un'agricoltura che ancora cento anni fa non riusciva a nutrire quel miliardo e mezzo di persone che abitavano il mondo malgrado in questa attività fosse impegnata gran parte della popolazione. Ecco come lo storico Piero Melograni sintetizza questa realtà: «Nelle civiltà agricole una percentuale elevatissima della popolazione conviveva con l'assillante problema di sfamarsi. Per sfamarsi, fino a pochi decenni or sono, questa umanità doveva zappare, scavare con le vanghe, trasportare pesi sulle spalle, mietere coi falcetti e trebbiare coi bastoni. La condizione della stragrande maggioranza degli individui finiva per rassomigliare a quella degli animali. In quasi tutte le abitazioni mancava l'illuminazione artificiale. Mancavano i vetri alle finestre. L'acqua doveva essere trasportata manualmente e spesso era inquinata. Mancavano le calzature. Mancava il mobilio e pochi possedevano un vero letto. La promiscuità con gli animali costituiva spesso la regola». Per non parlare poi dell'alfabetizzazione: nel 1861 il 75% degli italiani non sapeva né leggere né scrivere, i bambini non si mandavano a scuola ma dovevano lavorare duro nei campi - quelli che sopravvivevano, perché la mortalità infantile era altissima - per aiutare la famiglia a vivere.
In un secolo di rivoluzione tecnologica, le cose sono cambiate: in Europa l'aspettativa di vita è raddoppiata, la fame è praticamente scomparsa, la fatica fisica si è enormemente ridotta, le masse hanno imparato a leggere e a scrivere, la mortalità infantile tende allo zero. Anche l'ambiente ci ha guadagnato, perché l'agricoltura intensiva ha voluto dire produrre molto di più con meno terreno: in Italia, dal 1961 al 2000 la superficie agricola totale è scesa da 26,5 a 19,6 milioni di ettari, ben sette milioni di ettari guadagnati che hanno permesso l'aumento della superficie forestale a livelli anche superiori rispetto alla situazione pre-industriale. E a livello mondiale grazie alla tanto demonizzata Rivoluzione Verde, che ha introdotto nuove varietà geneticamente selezionate e l'uso di fertilizzanti, si è potuto sfamare una popolazione che in un secolo è quadruplicata, evitando carestie ed epidemie che fino a un secolo fa erano la regola. Certo, i problemi dell'alimentazione non sono tutti risolti, ci sono quasi un miliardo di persone nel mondo che sono sottonutrite, ma il problema non è più la disponibilità assoluta di cibo. Anzi, è proprio questa nuova ideologia che avanza che rischia di farci ripiombare nei «bei tempi andati»: l'ossessione della riconversione all'agricoltura biologica, dei prodotti a km zero, il mito dell'autosufficienza alimentare (ognuno produce per sé), la demonizzazione degli Ogm, l'uso dei prodotti agricoli per produrre carburanti, sta già producendo gravi distorsioni. Perché significa meno produttività (il biologico rende il 50% rispetto all'agricoltura convenzionale), prezzi più alti e crisi alimentari nei paesi poveri. E questo senza migliorare qualità e salubrità dei cibi. Ci può essere e c'è un uso spregiudicato dei mezzi tecnici che danneggia l'ambiente e alla lunga anche le persone, ma la soluzione non è ritornare a un mondo che non è mai esistito. Si deve invece andare, come ci dice Giuseppe Bertoni, docente alla facoltà di Agraria dell'Università Cattolica di Piacenza, «verso tecniche soft che implicano minori lavorazioni dei terreni, irrigazione senza spreco d'acqua, minore uso di concimi, diserbanti, antiparassitari». E per questo è necessario anche l'apporto delle biotecnologie.

Fonte: il Giornale, 22/07/2012

7 - L'ARCIVESCOVO DI TRENTO RICORDA L'IMMORALITA' DEL PIACERE SESSUALE AL DI FUORI DEL MATRIMONIO E SCOPPIA LA POLEMICA
Ma la castità prematrimoniale, quell'attesa impegnativa e così spesso oggetto di irrisione, ha i contorni di una gioiosa gradinata verso la felicità coniugale
Autore: Giuliano Guzzo - Fonte: Campari e de Maistre, 05/07/2012

Sta alimentando dissensi e polemiche un recente intervento dell'arcivescovo di Trento, reo di aver rammentato l'immoralità del piacere sessuale al di fuori del matrimonio. Che poi è notoriamente l'argomento preferito per accusare la Chiesa d'essere fuori dal mondo. Tutto si può dire, quindi, tranne che questo genere di polemiche siano sorprendenti.
Sorprende, invece – e parecchio -, l'atteggiamento di coloro che puntualmente liquidano come sessuofobico l'insegnamento della Chiesa senza in realtà conoscerlo.
Non è infatti vero, tanto per sbugiardare un mito duro a morire, che la Chiesa consideri l'astinenza dal piacere sessuale alla leggera, come se fosse un percorso semplice e banale. Al contrario, il Catechismo chiarisce senza equivoci che i fidanzati che vivono «la castità nella continenza» risultano effettivamente messi «alla prova». Il punto è che non si tratta di una prova fine a sé stessa, bensì volta ad accrescere «il reciproco rispetto», ad allenare «alla fedeltà e alla speranza di riceversi l'un l'altro da Dio» (CCC, 2350).
Non per nulla viene caldeggiato il ricorso alla preghiera come sostegno costante e fondamentale anche per la vita di coppia, diversamente in balia di sole forze ed umori umani, spesso troppo umani.
Un secondo equivoco – probabilmente il più diffuso e grave – riguarda il fatto che la Chiesa proibirebbe il sesso prima del matrimonio. Il che non solo è falso, ma è addirittura impossibile.
Infatti, come può intuire anche l'uomo della strada, la sessualità è ben più ampia di quella che si può consumare tra le lenzuola dal momento che descrive l'intera esistenza di ciascuno di noi, soprattutto nella dimensione relazionale. A meno che non si voglia considerare il rapporto sessuale unitivo la sola manifestazione di sessualità: in tal caso si dimostrerebbe non solo di ignorare la morale cristiana, ma persino la sessualità in quanto tale, riducendola alla sola fase orgasmica.
Un po' deprimente, non vi pare?
Il terzo equivoco sulla presunta sessuofobia della Chiesa riguarda le ragioni dell'astinenza dal piacere sessuale in vista del matrimonio.  Che non sono solo ragioni confessionali ma anche, per così dire, "laiche".
Anzitutto per la salute stessa del matrimonio: esiste, in proposito, una lunga tradizione di ricerca che mostra come le coppie che scelgono di andare a convivere prima del matrimonio – e che quindi esperimentano prima e con una certa continuità anche la dimensione sessuale –   abbiano una probabilità dal 50 al 100% maggiore di divorziare rispetto a quelle che non hanno convissuto prima del matrimonio (Cfr. «Demography» (1992); 29 (3): 357-374), oltre che maggiori rischi di depressione (Cfr. «Health Soc Behav» (2000); 41(3):241-55); e anche quando il matrimonio "regge" viene comunque dichiarato – da quanti prima hanno convissuto, rispetto agli altri – meno appagante (Cfr. «Journal of Family Psychology» (2009) 23 (1): 107-111).
C'è poi una ragione più "affettiva" che depone a favore dell'astinenza pre-matrimoniale: la ragione che – per usare un'espressione molto di moda ma poco compresa – potremmo chiamare del "Vero Amore".
Si vuole qui alludere al fatto che solamente coloro che trovano la forza – e la fede! – per attendere il matrimonio prima di donarsi totalmente uno all'altro possono sinceramente dirsi: «Tu per me sei l'unico/a». Quanti invece scelgono altre strade possono naturalmente promettersi amore eterno allo stesso modo, ma di certo non potranno farlo con la stessa carica che solo l'unicità di un rapporto tanto sospirato può conferire.
Un ultimo aspetto poco ricordato ma decisivo della castità è la sua intrinseca natura trasgressiva. Infatti, l'obiezione secondo cui l'attesa del matrimonio sarebbe da rifiutare perché «non lo fa più nessuno» è da rovesciare: proprio perché «non lo fa più nessuno» è un percorso interessante, nuovo, da esplorare.
Diversamente si consuma il paradosso – assai ricorrente, a dire il vero – secondo cui le coppie da un lato insistono con la ricerca di esperienze "diverse" (viaggi in posti lontanissimi, vacanze esclusive, ecc.), salvo poi, d'altro lato, amarsi all'insegna del più palese conformismo, senza farsi tentare da qualcosa di davvero grande come la castità integralmente vissuta – tanto più oggi – può essere.   
E poi diciamoci la verità: cosa c'è di più bello, esaltante ed alto che amare il proprio fidanzato o la propria fidanzata fino a donargli/le il futuro?
Perché la castità, in fondo, è proprio questo: il desiderio di allargare le pareti del fidanzamento, di dilatare l'anima in vista di un obbiettivo stupendo e comune, da desiderare senza tregua.
Ecco che allora quell'attesa impegnativa e così spesso oggetto di irrisione assume i contorni di una gioiosa gradinata verso la felicità coniugale. Che non è affatto – come abbiamo detto – cosa a portata di mano, bensì premio che richiede la pazienza di amarsi giorno dopo giorno, passo dopo passo, fino a che non si è arrivati abbastanza in alto da potersi dire pronti ad una promessa di eternità.
Nella consapevolezza tutta cristiana di non essere soli. E che il meglio deve ancora venire.

Fonte: Campari e de Maistre, 05/07/2012

8 - IL COMITATO NAZIONALE PER LA BIOETICA RICONOSCE L'OBIEZIONE DI COSCIENZA, MA SI TRATTA DI UN COMPROMESSO AL RIBASSO
Ma Avvenire sente il bisogno di rassicurare l'opinione pubblica: state tranquilli, in Italia si potrà continuare ad abortire egualmente, con la stessa frequenza e con la stessa celerità, malgrado i medici obiettori!
Autore: Alfredo De Matteo - Fonte: Corrispondenza Romana, 01/08/2012

Il Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) ha emanato un documento che sancisce la fondatezza costituzionale dell'obiezione di coscienza. Nel documento si sottolinea che essa è «un diritto della persona e una istituzione democratica necessaria a tenere vivo il senso della problematicità riguardo ai limiti della tutela dei diritti inviolabili»; nel contempo si tiene a precisare che «La tutela dell'obiezione per la sua stessa sostenibilità nell'ordinamento giuridico non deve limitare né rendere più gravoso l'esercizio dei diritti riconosciuti per legge né indebolire i vincoli di solidarietà derivanti dalla comune appartenenza sociale».
In tal senso, il CNB raccomanda che la legge preveda «misure adeguate a garantire l'erogazione dei servizi, eventualmente individuando un responsabile degli stessi». Nella parte del documento riservata all'analisi morale si chiarisce che l'obiezione non si basa su una mera opinione soggettiva , ma su di un valore «riconoscibile e comunicabile» ed essa viene distinta nettamente, da un punto di vista giuridico, da qualsiasi forma di sabotaggio di leggi in vigore, ma anche dalla disobbedienza civile e dalla resistenza al potere.
Nel documento si afferma che nel caso della difesa della vita o della salute il valore richiamato dal medico obiettore rappresenta in effetti una diversa interpretazione del valore protetto dalla Costituzione rispetto a quanto avviene nella legge approvata a maggioranza. Dunque, la legittimità dell'obiezione testimonia che il diritto costituzionale più aggiornato «accetta uno spazio critico nei confronti delle decisioni della maggioranza». Ora, il documento del Comitato Nazionale di Bioetica rappresenta senz'altro un arretramento della cultura di morte, anche perché esso ammette, neanche troppo tra le righe, l'evidente contrasto tra la difesa di valori riconoscibili, dunque non il frutto di interpretazioni soggettive, come quello del diritto alla vita, tutelato dalla stessa Costituzione, e l'esistenza di leggi che negano palesemente tale diritto.
È lecito affermare che si è potuto raggiungere questo risultato grazie alla tenacia ed alla combattività di una parte del fronte pro-life italiano e dell'associazionismo cattolico; in particolare, lo storico evento della Marcia Nazionale per la Vita, svoltasi a Roma il 13 maggio scorso, ha posto l'opinione pubblica di fronte ad un popolo della vita per nulla rassegnato, deciso a scendere in piazza per denunciare l'iniquità e la malvagità di leggi omicide in chiaro contrasto con i principi della legge naturale.
Nel contempo, appare fuori luogo accogliere tale documento come se rappresentasse una vittoria delle ragioni della vita o, addirittura, come se fosse una vittoria del mondo cattolico. Trattasi sempre di un documento dal chiaro intento compromissorio che non intende in alcun modo colpire lo status quo ma che anzi tende a ribadire la liceità di leggi che hanno trasformato il delitto in un inesistente diritto. Sta di fatto che la legittimazione dell'obiezione di coscienza, in particolare per il personale medico, non sembra compromettere per nulla la fruizione pubblica di servizi sanitari come l'accesso alla cosiddetta interruzione volontaria di gravidanza previsto dalla legge 194.
È proprio un membro del Comitato di bioetica, nonché nota firma del quotidiano "Avvenire", a sentire il bisogno di rassicurare l'opinione pubblica circa la non pericolosità dell'obiezione di coscienza, redigendo una postilla aggiunta al documento con la quale mette in evidenza, dati alla mano, come non esista nessuna correlazione tra numero di obiettori e tempi di attesa per l'interruzione volontaria di gravidanza. Cioè a dire: state tranquilli, in Italia si potrà continuare ad abortire egualmente, con la stessa frequenza e con la stessa celerità, malgrado la presenza, più o meno marcata, di medici obiettori!

Fonte: Corrispondenza Romana, 01/08/2012

9 - OMELIA XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO B - (Mc 8,27-35)
Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 16/09/2012)

Nel Vangelo di oggi Gesù annuncia ai suoi Discepoli le sofferenze che dovrà sopportare per la salvezza del mondo, e fa loro comprendere che il dolore è la strada obbligatoria per tutti coloro che vogliono essere suoi discepoli. Lungo il cammino, Gesù domanda loro: «La gente, chi dice che io sia?» (Mc 8,27). I Discepoli rispondono che le folle pensano che Egli sia Giovanni Battista, Elia o un altro profeta. Infine, Gesù domanda: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mc 8,29). Allora Pietro, a nome di tutti, dice: «Tu sei il Cristo» (ivi), ovvero il Messia. La risposta è certamente giusta, si tratta solo di vedere in che senso i Discepoli intendono questo Messia. A quei tempi, in Israele, tutti attendevano il Messia, ma molti pensavano che il Messia promesso dovesse essere un uomo valoroso e vittorioso, un trionfatore che liberasse Israele dall'odiato dominio straniero. Forse nessuno si attendeva un Messia mite e pacifico che salva gli uomini dal peccato attraverso lo scandalo della sofferenza. Anche gli Apostoli non avevano ancora un'idea precisa. Per questo motivo, Gesù iniziò ad ammaestrarli e a dire «che il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere» (Mc 8,31).
Questo discorso risultò piuttosto ostico ai Discepoli, al punto che Pietro, preso in disparte Gesù, si mise a rimproverarlo, sembrandogli impossibile che il Messia dovesse soffrire così tanto. Pietro, che in precedenza fu così illuminato da dare la giusta risposta e da meritarsi l'elogio da parte del Signore stesso, ora riceve un aspro rimprovero: «Va' dietro a me – ovvero vattene –, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mc 8,33).
Anche noi tante volte ragioniamo secondo la sapienza di questo mondo e non sappiamo vedere nella croce l'espressione dell'amore di Dio. Anche noi vorremo entrare nel Regno dei Cieli senza passare attraverso il mistero della sofferenza redentrice.
Anche a noi Gesù insegna che chi vuole essere suo discepolo deve seguire le orme del Maestro fino al Calvario: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuol salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà» (Mc 8,34-35).
L'amore alla croce diventa una esigenza per tutti coloro che amano davvero Gesù. Se, infatti, si ama una persona, si vuole condividere tutto di questa persona, soprattutto le sue sofferenze. Se, talvolta, si può rimanere indifferenti di fronte alle gioie della persona amata, non si rimane mai insensibili di fronte ai suoi dolori. Per questo motivo i Santi, a volte, hanno domandato di essere resi partecipi, per quello che era possibile, del mistero della croce. Così fece san Francesco d'Assisi, il quale, salito sul monte della Verna per una quaresima di preghiera e penitenza, si sentì ispirato a domandare al Signore una grazia molto grande: quella di sentire nel suo cuore e nel suo corpo tutto l'amore e tutto il dolore che Lui ebbe quando pendeva dalla Croce. Il Signore accolse questa generosa preghiera e san Francesco, primo tra i Santi che si conoscono, ebbe il prezioso dono delle stigmate.
Un altro Santo che ebbe le stigmate fu San Pio da Pietrelcina, il quale accolse con riconoscenza questo dono, domandando solo una cosa: che fossero tolti i segni esterni che la gente vedeva, che per lui erano motivo di molta confusione, ma che non gli fosse tolto il dolore che gli era molto caro in quanto lo rendeva ancora più simile a Gesù.
Noi non siamo così generosi come san Francesco o come San Pio, tuttavia, anche se non abbiamo la forza di domandare simili grazie, cerchiamo sempre di accogliere il dolore nella nostra vita con sguardo di fede, scorgendo in esso il segno della misericordia di Dio che, in questo modo, ci dona la possibilità di scontare i nostri peccati, di offrire qualche cosa per la salvezza delle anime, e di essere maggiormente simili a Gesù.
Nella nostra vita, il Signore non viene per toglierci la croce, ma per aiutarci a portarla generosamente dietro di Lui. Una croce rifiutata ci schiaccerà, una croce accolta diventerà più leggera. Infine, il segreto per portare generosamente le inevitabili croci della vita è quello di nutrire una tenera e costante devozione alla Madonna. Sulla via del Calvario, Gesù incontrò la Madre sua: sia così anche per noi. Sarà la Madonna a rendere dolci queste croci in modo che le possiamo portare sino alla fine, per amore di Dio e per una grande nostra gloria in Paradiso.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 16/09/2012)

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