BastaBugie n°291 del 05 aprile 2013

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1 PAPA FRANCESCO PROCLAMERA' BEATO ROLANDO RIVI, IL SEMINARISTA DI 14 ANNI UCCISO DAI PARTIGIANI COMUNISTI
In perfetta continuità con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, saranno proclamati 62 nuovi beati tra cui martiri della guerra di Spagna, dei regimi comunisti dell'Est e del nazismo
Autore: Enrico Morabito - Fonte: Radici Cristiane
2 BEPPE GRILLO CONTRO LA CHIESA
La profezia sbagliata del guru a cinque stelle Casaleggio, il quale cova il desiderio di vendetta nei confronti dei cattolici: ''Nessun papa si chiamerà Francesco''
Autore: Roberto Dal Bosco - Fonte: La nuova Bussola Quotidiana
3 MEA MAXIMA CULPA: NUOVO FILM PIENO DI MENZOGNE CONTRO LA CHIESA CATTOLICA
Riproposte ossessivamente, ignorando documenti e fatti, una serie di bugie smentite decine di volte
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: FilmGarantiti.it
4 TANTA FRETTA DI ESALTARE PAPA FRANCESCO FINIRA' APPENA IL PONTEFICE INIZIERA' A TOCCARE I TEMI SENSIBILI
Ma vorrei capire perché aspetto con sottile gioia, e non con rammarico, quel momento...
Autore: Costanza Miriano - Fonte: Blog di Costanza Miriano
5 SAN FRANCESCO VOLEVA CALICI D'ORO E ALTARI PREZIOSI
Il santo della povertà invitava a non risparmiare sulle spese del culto sull'esempio, lodato da Gesù, della donna che per Cristo ''spreca'' un profumo da 300 denari (mentre Giuda commentava: non era meglio darli ai poveri?)
Autore: Corrado Gnerre - Fonte: Il Giudizio Cattolico
6 OBBLIGATORIO IL SOCCORSO STRADALE DEGLI ANIMALI
Ennesima vittoria degli animalisti: l'omissione di soccorso sarà punita con pesanti sanzioni
Autore: Federico Catani - Fonte: Radici Cristiane
7 GIOIE E DOLORI DI UNA MAMMA
So che Gesù ama mio figlio, anche se da mamma mi sembra impossibile che qualcuno lo possa amare più di me
Fonte: Sequere me
8 COME SI E' SALVATA LA MESSA TRIDENTINA IN INGHILTERRA
Prefazione dell'Arcivescovo di Ferrara-Comacchio al libro di Gianfranco Amato ''L'indulto di Agatha Christi''
Autore: Luigi Negri - Fonte: L'indulto di Agatha Christi
9 OMELIA II DOMENICA DI PASQUA - ANNO C - (Gv 20,19-31)
A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - PAPA FRANCESCO PROCLAMERA' BEATO ROLANDO RIVI, IL SEMINARISTA DI 14 ANNI UCCISO DAI PARTIGIANI COMUNISTI
In perfetta continuità con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, saranno proclamati 62 nuovi beati tra cui martiri della guerra di Spagna, dei regimi comunisti dell'Est e del nazismo
Autore: Enrico Morabito - Fonte: Radici Cristiane, n. 8

Rolando Rivi nacque, secondo di tre figli, il 7 Gennaio del 1931 a San Valentino di Castellarano, provincia e diocesi di Reggio Emilia e fu battezzato il giorno dopo col nome di Rolando Maria.
Visse in un clima familiare pieno di fede, frequentando la parrocchia ove era ripresa l'attività dell'Azione Cattolica.
A soli 5 anni iniziò già a servire la S. Messa e a imparare i canti liturgici. Lo affascinavano molto le biografie dei santi, e in particolare quelle dei martiri. Il parroco aveva istituito un oratorio che era sempre pieno di giovani, tra cui Rolando e compagni, i quali, dopo il gioco, venivano da lui trascinati alla catechesi e a pregare presso il Tabernacolo.
Il suo motto fu: "Essere soldato e difendere Gesù, amarLo, farGli onore con la vita, essere in prima linea con gli apostoli".

GIOVANISSIMO SEMINARISTA
Nella primavera del '42 avvertì la vocazione al sacerdozio. I suoi genitori furono molto contenti per tale scelta. Così ad appena 11 anni Rolando entrò nel seminario minore di Marola a Reggio Emilia. Fu un seminarista modello mettendo impegno in ogni cosa.
In quello stesso anno ricorrevano il XXV anniversario delle apparizioni della Madonna a Fatima e dell'episcopato di Pio XII. Proprio nel 1942 il Sommo Pontefice parlò alla radio delle apparizioni di Fatima. Rolando rimase molto colpito dal messaggio di quella apparizione mariana, e si unì quindi alle preghiere del Papa.
Le difficoltà non mancavano, la vita in seminario non era facile, ma il pensiero dell'ambita meta gli dava la forza di affrontare tutto con serenità. Condivideva coi seminaristi più poveri quello che i genitori gli portavano in dono quando gli andavano a fare visita.
Nel 1943 il seminario fu occupato dai tedeschi ed i seminaristi furono costretti a tornare a casa. Ma pure lì continuò a studiare ed a vivere da seminarista. Proprio in quell'anno i preti furono presi di mira dai partigiani comunisti venendo, come in Russia, torturati e uccisi solo perché seguaci di Cristo e veri amici del popolo.

GIOVANISSIMO MARTIRE DELLA FEDE
Don Olinto Marzochini, il suo parroco, fu minacciato di morte e percosso dai partigiani comunisti. Il vescovo lo fece trasferire in un luogo più sicuro e prese il suo posto un giovane sacerdote di 25 anni, don Alberto Camellini che nella sua canonica fece da professore a Rolando e ad altri seminaristi della zona.
I genitori temevano molto per la vita del loro figlio e spesso gli consigliavano di togliersi la talare. Ma lui con coraggio si rifiutava, rispondendo che, non facendo nulla di male, non poteva certo tradire Gesù in tal maniera.
Rolando era solito difendere coraggiosamente la Chiesa, il clero, Dio dinanzi alle ingiurie dei partigiani comunisti. Il 10 aprile del '44 Rolando si reca a studiare nel boschetto a pochi passi da casa sua dopo aver partecipato alla Messa (non avrebbe mai immaginato che quella Comunione ricevuta in quel giorno sarebbe stato il suo viatico). Tornati a casa i genitori dopo una faticosa giornata di lavoro non trovano il loro figliolo ma solo un biglietto con la scritta: "Non cercatelo. Vieni un attimo con noi partigiani".
Il padre e Don Alberto si misero subito alla ricerca affannosa molto preoccupati per lui. Rolando restò 3 giorni con i partigiani. Lo spogliarono dell'abito talare che dava loro molto fastidio, lo insultarono, lo picchiarono, lo frustarono con una cinghia. Uno di loro si impietosì ma i suoi compagni gli risposero: "Taci o farai anche tu la stessa fine. Ammazzandolo avremo domani un prete in meno".
Lo portarono di sera tutto sanguinante nel bosco di Piane del Monchio (Modena). Rolando continuava ad essere percosso mentre pregava per i suoi familiari e amici e anche per i suoi uccisori. Un colpo di rivoltella al cuore ed alla testa e Rolando non c'è più. La sua talare venne usata come pallone da calciare e poi appesa sotto il porticato di una casa vicina come trofeo di guerra.
Suo padre e don Alberto incontrarono il partigiano che fieramente si dichiarò l'uccisore di Rolando e mostrò ai due il luogo di sepoltura del ragazzino. Non ci fu tempo per vendicarsi. Il padre e il parroco corsero subito a recuperare il corpo di Rolando colmo di sangue. Quanta sofferenza ci fu nell'abbraccio a quel defunto corpo santo martirizzato dai partigiani comunisti, dei quali la storia scolastica tesse grandi apoteosi tacendone le nefandezze.
Soffrì tutto il paese per la perdita di quel santo seminarista. Nel giorno del funerale Roberto Rivi distribuì le foto ricordo del figlio e sul retro di esse scrisse eroicamente a mano: "Seminarista Rolando Rivi, nato a S. Valentino il 7/1/1931, barbaramente assassinato a Monchio da partigiani comunisti il 13/4/1945". [...]

Fonte: Radici Cristiane, n. 8

2 - BEPPE GRILLO CONTRO LA CHIESA
La profezia sbagliata del guru a cinque stelle Casaleggio, il quale cova il desiderio di vendetta nei confronti dei cattolici: ''Nessun papa si chiamerà Francesco''
Autore: Roberto Dal Bosco - Fonte: La nuova Bussola Quotidiana, 20/03/2013

«Non deve essere un caso che non esista un papa che si sia fatto chiamare Francesco». La tronfia affermazione è contenuta a pagina 72 del libro Il Grillo canta sempre al tramonto, libro-dialogo tra il comico genovese, Dario Fo e il guru Casaleggio. Brutta settimana per l'infallibilità del genio futurologico di Casaleggio, l'uomo con la sfera di cristallo che scruta l'avvenire umano predicendo catastrofi e venturi Shangri-La ciber-democratici, e al contempo guida de facto il Movimento 5 stelle. Questa perla, smentita simpaticamente dall'elezione di Bergoglio al Soglio petrino, serve alla solita bisogna, tenere alta la rabbia dei grillini ed accusare tutte le istituzioni di avidità e spreco.
Casaleggio vuol rifilare (e con i suoi ci riesce, perché totalmente privi di filtri) la solita storia della Chiesa maneggiona lontana dalla gente, dedita ai loschi commerci economici piuttosto che alla cura delle anime. La Chiesa vera, ci dice questa teoria, non è quella dei Papi che ben pasciuti regnano da San Pietro tramite oscure trame di finanza internazionale (basta pronunciare l'acronimo IOR, e tutti si eccitano a dovere, e questo grazie anche allo scandalismo dei giornali di De Benedetti), la vera Chiesa è quella - essenziale, ecologica ed anti-spreco - di Francesco d'Assisi, di Gesù, cioè di Beppe Grillo: per quanto possa sembrare allucinante, il Casaleggio è già arrivato a paragonare con sicumera il barbuto genovese a Nostro Signore. «È come Gesù Cristo e gli Apostoli» dice il Gianroberto in una blasfema intervista sul giornale britannico Guardian dello scorso gennaio, «anche il suo messaggio si trasformò in un virus». Capiamo che nella mente di Casaleggio Gesù Cristo era un esperto di web-marketing, quindi un suo lontano predecessore.
La questione del virulento anti-cattolicesimo del grillismo è fuor di dubbio: prendete per esempio il neo-onorevole Paolo Bernini, il venticinquenne un po' ingenuo (per non usare altri termini) che, dalla sua cameretta addobbata con i poster di Bart Simpson con il sedere di fuori, ha dichiarato a Ballarò che la sua cultura politica viene da Zeitgeist (parola che il ragazzo non era sicuro di pronunciare bene), documentario cospirazionista autoprodotto che spopola su YouTube. Proprio sul popolare sito di video, il fanciullo-deputato si lascia andare in beceri attacchi alla Chiesa Cattolica, e questo forse anche per la sua esibita identità "vegan" (=vegetariani fondamentalisti), che peraltro va per la maggiore nel movimento. Alla presentazione degli eletti all'Hotel Universo, evento che ha fatto qualche commentatore ad un talent-show di dilettanti allo sbaraglio più che a un meeting politico, il Bernini nei pochi secondi a disposizione per raccontarsi ha aggiunto "sono dis-iscritto alla Chiesa Cattolica", raccogliendo un'ovazione più calda della media.
Il disprezzo dell'M5S per la Chiesa Cattolica è testimoniato anche dalle statistiche, come scrivono i sociologi Roberto Biorcio e Paolo Natale nel loro saggio Politica a 5 stelle: statisticamente il grillino è «particolarmente lontano dalla Chiesa» poiché «solo il 15% è cattolico assiduo, circa la metà del dato nazionale».
Se la base è antipapista, non è da meno la direzione, se così la si può chiamare. Nel giugno scorso, ad Alghero, Beppe Grillo si permise di schernire Don Tonino Manca, un parroco che gli chiedeva di abbassare il volume del suo comizio (pardon, spettacolo) in quanto disturbava il rosario che si stava tenendo in Chiesa. Il comizio era peraltro tenuto sulla proprietà della parrocchia: Grillo si è quindi sentito anche di dare a Don Tonino, che lavora al recupero dei tossicodipendenti, dello spacciatore.
Come si può immaginare, l'anticattolicesimo più veemente, lucido, ideologico, viene da Gianroberto Casaleggio, il guru indiscusso, il grande puparo di cui tutti i membri del movimento - compreso soprattutto Grillo che quando lo deve difendere mente e incespica in excusatio non petita - sono mere marionette.
L'idea della intrinseca malvagità della Chiesa è ripetuta ancora nell'ormai famoso video Gaia, che di fatto oggi è la via principale per conoscere il Casaleggio-pensiero. «All'inizio del XXI secolo il fato del mondo è ancora in mano a gruppi massonici, finanziari e religiosi» dice la voce off, mentre sullo schermo compaiono squadra e compasso, simbolo del dollaro, e una bella croce cristiana. Indicare il cristianesimo cattolico come dominus occulto dell'economia mondiale corrisponde all'intenzione precisa di demonizzarlo, secondo la vulgata giornalistica che vuole lo Ior come fonte di ogni traffico tremendo: cosa di cui sono sicuramente convinti i grillini, onorevoli o meno, che vivono nella rabbiosa mentalità - di fatto gnostica - che vede il mondo governato da oscure potenze che solo la verità della Rete (cioè, del movimento di Casaleggio) può combattere. Insomma: i grillini sono cospirazionisti di default, in questo cavalcati perfettamente dai programmi psicologici di Casaleggio.
Ma c'è molto di più. Delle accuse che mosse Favia, l'ex grillino del fuori onda che accusava la direzione autocratica del partito, ce n'è una in particolare che colpisce: «Casaleggio è vendicativo».
In una personalità complessa ed intellettualmente narcisa come quella di Casaleggio, la cosa può portare a determinate conseguenze culturali e programmatiche. Nel video Gaia, quando si parla della III guerra mondiale, si dice che saranno distrutti i simboli dell'Occidente, e cioè San Pietro, Notre Dame, e la Sagrada Famiglia. Cioè, tra i tanti simboli che poteva trovare (potevano esserei soliti dei film catastrofisti: il Big Ben, la Tour Eiffel, la statua della Libertà, il Cremlino) Casaleggio sceglie invece tre cattedrali cattoliche. Che il guru covi un febbrile, apocalittico desiderio di vendetta nei confronti della Chiesa Cattolica?

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana, 20/03/2013

3 - MEA MAXIMA CULPA: NUOVO FILM PIENO DI MENZOGNE CONTRO LA CHIESA CATTOLICA
Riproposte ossessivamente, ignorando documenti e fatti, una serie di bugie smentite decine di volte
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: FilmGarantiti.it, 21-03-2013

Con grande fanfara arriva in Italia il film americano del 2012 «Mea Maxima Culpa – Silenzio nella casa di Dio» del regista statunitense Alex Gibney.
Premetto di avere visto la versione originale in lingua inglese: non escludo che – com'è accaduto altre volte – il doppiaggio italiano aggiunga altre imprecisioni. Ma anche l'originale di questa nuova macchina da guerra contro la Chiesa contiene un numero impressionante di bugie. Si resta davvero sconcertati quando si vede la protervia con cui menzogne smentite decine di volte sono riproposte tranquillamente, ignorando documenti e fatti.
Come altre produzioni in materia di preti pedofili – dal film «Deliver Us from Evil» (2006) della regista Amy Berg al documentario «Sex Crimes and the Vatican» (2006) dell'attivista omosessuale ed ex-parlamentare irlandese Colm O'Gorman, a suo tempo proposto da Santoro in «Annozero» – il film propone uno schema in tre passaggi.
Nel primo si mostrano, con immagini e testimonianze sconvolgenti che non possono che provocare l'ira e il disgusto dello spettatore, le nefandezze dei sacerdoti pedofili. Nel secondo si «dirottano» il disgusto e l'ira dal prete pedofilo di turno ai vescovi che l'avrebbero protetto. Nel terzo passaggio l'ira, così canalizzata, è indirizzata verso il destinatario ultimo: la Santa Sede e i Papi beato Giovanni Paolo II (1920-2005) e Benedetto XVI.
I tre passaggi non sono evidentemente sullo stesso piano. Il primo in «Mea Maxima Culpa» ha sequenze tecnicamente ben fatte, e ci mette di fronte anzitutto a un caso vero e tragico, che fa da filo conduttore a tutto il film. Si tratta della vicenda di don Lawrence Murphy (1925-1998), accusato di abusi particolarmente disgustosi, durati per vent'anni, in un collegio per minorenni sordi, la St. John School a Saint Francis, nel Wisconsin.
Non dobbiamo avere paura di riconoscerlo, ed è stato un insegnamento sistematico di Benedetto XVI: i preti pedofili esistono. Se anche ce ne fosse stato uno solo nella Chiesa, sarebbe stato uno di troppo. Ma sono stati molti di più: non migliaia, come vorrebbe la propaganda anti-cattolica, ma centinaia. I loro crimini sono una gravissima vergogna, uno scandalo, un'offesa inaudita. Molte volte a nome della Chiesa l'attuale Pontefice emerito ha chiesto perdono alle vittime. Ha anche messo in opera misure severissime, che hanno fatto sì che i casi siano molto diminuiti. Ma accettiamo anche da avversari della Chiesa il servizio che ci rendono, impedendoci di dimenticare che casi come quelli di don Murphy si sono purtroppo davvero verificati.
Sul secondo passaggio il film comincia a svelare la sua agenda. Ci dice che la sua diocesi, quella di Milwaukee, ha coperto per anni don Murphy. Chi lo afferma? Qui sfilano i soliti sospetti, la compagnia di giro dei professionisti dell'anti-pedofilia, molti dei quali sono già noti ai nostri lettori.
Si va da esponenti dello SNAP, l'associazione di sostegno alle vittime degli abusi di cui «La Nuova Bussola Quotidiana» ha svelato il 9 marzo qualche segreto non proprio encomiabile, all'avvocato miliardario Jeff Anderson, che si è arricchito dedicandosi praticamente a tempo pieno alle cause dove chiede risarcimenti strabilianti – che finiscono in buona parte nelle sue tasche – alla Chiesa.
Il film riporta compiaciuto che oltre cinquecento cause hanno portato nelle casse di Anderson e di pochi altri come lui due miliardi di dollari. Ritroviamo il sacerdote domenicano ultra-progressista Tom Doyle, attivissimo nel testimoniare a pagamento per Anderson e che il film presenta come un paladino dei veri interessi della Chiesa mentre ha pubblicamente dichiarato nel 2012 che ormai «non ha più niente a che fare con la Chiesa» e che le sue credenze «sono più o meno quanto di più lontano dal Vaticano potete immaginare».
Non mancano la giornalista del «New York Times» Laurie Goodstein, che ha trasformato il quotidiano americano in un megafono di Anderson e dello SNAP, e l'ex-benedettino, ora sposato, Richard Sipe, che spiega sapientemente come gli insegnamenti della Chiesa su eucarestia e confessione siano «eresie».
Si aggiungono, per un tocco internazionale, il già citato Colm O'Gorman, l'ex-parlamentare radicale italiano Maurizio Turco – noto per avere chiesto l'incriminazione di Papa Benedetto XVI per crimini contro l'umanità – e il vaticanista de «Il Fatto Quotidiano», Marco Politi, che porta anche una nota di colore al film attaccando la Chiesa con una curiosissima pronuncia inglese all'amatriciana. In questo inglese improbabile, ci spiega che il problema dei preti pedofili è antichissimo e che già «un concilio spagnolo del IV secolo» lo aveva rilevato. Politi allude ai canoni 12 e 71 del Concilio di Elvira, che però trattano di rapporti sessuali con minori – purtroppo comuni nell'antichità romana – senza fare riferimento ai preti, di cui è invece sanzionata l'immoralità sessuale, senza allusioni alla pedofilia. Utilizzare il Concilio di Elvira per sostenere che la Chiesa ha a che fare con i preti pedofili e li copre «da 1.700 anni» è semplicemente ridicolo.
Per sfortuna dei professionisti dell'anti-pedofilia, il caso Murphy è stato studiato a fondo e da anni, e i documenti raccontano una storia diversa dalla loro. Le denunzie precedenti al 1973 erano così vaghe da non giustificare nessuna azione. Nel 1973 alcune vittime iniziano a rompere davvero il silenzio. Nel 1974 incontrano l'allora arcivescovo di Milwaukee mons. William Edward Cousins (1902-1988).
Il film ci racconta che Cousins, dopo questo incontro, «non fece nulla». È una bugia. L'incontro con le vittime si svolse il 4 maggio 1974. Già il successivo 18 maggio il giornale diocesano riportava che don Murphy era stato sollevato da ogni incarico pastorale e d'insegnamento agli studenti della scuola St. John's. A settembre, lasciò la scuola – certo, come mostra il film con immagini dell'epoca, calorosamente ringraziato da una parte degli studenti che nulla sapevano degli abusi. Da allora, per venticinque anni visse a casa sua a Boulder Junction, nel Wisconsin, a oltre trecento chilometri dalla St. John's, e non ricevette fino alla morte alcun ulteriore incarico pastorale.
Il film afferma che fu «assegnato» alla parrocchia di Boulder Junction. Altra bugia: è vero che nei primi anni alcuni parroci della zona lo chiamarono a celebrare Messa, ma lo fecero ignorando che era stato autorizzato dalla sua arcidiocesi, Milwaukee, a celebrare solo privatamente.
Il film ammette che la polizia, cui una vittima si era rivolta, rimase inattiva, e che la magistratura locale – dopo un'inchiesta sommaria e una visita alla scuola – archiviò il caso. Afferma che lo fece perché era scattata la prescrizione – il che è molto dubbio – e perché «i magistrati erano cattolici», un'accusa curiosa dal momento che magistrati cattolici hanno incriminato preti pedofili in tutti gli Stati Uniti.
Soprattutto, il film si dimentica di dire che la stessa arcidiocesi si rivolse alla magistratura: e la dimenticanza deriva dal fatto che – fra tanti testimoni – il regista Gibney si è «dimenticato» di consultare padre Thomas Brundage, pure citato nel film, che seguì tutto il caso come responsabile del tribunale ecclesiastico di Milwaukee e la cui testimonianza cruciale è stata completamente ignorata.
Certamente la Chiesa nel 1974 era meno consapevole di oggi della gravità dello scandalo dei preti pedofili. Tuttavia, non è vero che l'arcivescovo Cousins «non fece nulla»: al contrario, si mosse rapidamente per mettere don Murphy in condizione di non nuocere. Quanto alle responsabilità penali del sacerdote, non fu la Chiesa a proteggerlo dalla magistratura ma fu la magistratura – sbagliando, ma non per colpa dell'arcivescovo – ad archiviare le denunce senza approfondirle.
Veniamo al terzo passaggio. Il film racconta come negli anni dal 1996 al 1998 don Murphy sia stato protetto nientemeno che dal cardinale Ratzinger e dall'allora cardinale Bertone che, in qualità rispettivamente di prefetto e segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, non diedero seguito a denunce arrivate a Roma da Milwaukee.
Intervista l'impresentabile ex-arcivescovo di Milwaukee Rembert George Weakland O.S.B., caduto in disgrazia dopo che è emerso il suo uso di 450.000 dollari tratti dalle casse dell'arcidiocesi per pagare un amante omosessuale che lo stava ricattando.
Weakland non solo è tradito dalla sua memoria quando afferma che i tempi di prescrizione del crimine di abusi sono più brevi nel diritto canonico rispetto al diritto civile – è il contrario – ma afferma, «pro domo sua», che portò il caso a Roma e che il cardinale Ratzinger e l'allora mons. Bertone si mossero con grande lentezza permettendo a Murphy di morire nel 1998 senza essere stato adeguatamente punito. Mons. Weakland e il film ripetono menzogne che sono state già smascherate nel 2010, quando la bufala fu lanciata dalla Goodstein sul «New York Times» per attaccare Benedetto XVI, da un'esemplare inchiesta dell'attuale direttore de «La Nuova Bussola Quotidiana» Riccardo Cascioli, il quale ricostruì il comportamento della Congregazione per la Dottrina della Fede nel caso Murphy nei più minuti particolari, tutti sostenuti da documenti.
Dall'inchiesta di Cascioli emergeva che il caso di don Murphy era di competenza di Milwaukee, non di Roma, ma che Roma – in persona dell'allora monsignor Bertone – non si disinteressò affatto della vicenda né incitò a insabbiarla, fornendo precisazioni quanto alla procedura che permettesse di sanzionare in modo conforme al diritto canonico un sacerdote, che era peraltro moribondo, in relazione a fatti che risalivano a oltre vent'anni prima.
Ma è evidente che i dettagli precisi non interessano ai professionisti dell'anti-pedofilia. Lo scopo è attaccare Benedetto XVI, già prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede di cui si spiega che «era un tempo chiamata Inquisizione», mostrando al riguardo la solita litografia illuminista settecentesca dove si vede una donna, nuda e con gli obbligatori seni ben esposti, torturata dall'Inquisizione con le sue macchine diaboliche. Certo, il film cerca di presentarsi come obiettivo riconoscendo gli sforzi di Benedetto XVI per arginare la piaga dei preti pedofili. Ma si afferma – contro l'evidenza dei fatti – che non hanno avuto alcun successo.
Se il caso Murphy offre l'impalcatura su cui si costruisce tutto il film, si menzionano anche altri episodi. Colpisce che non si tratti mai di casi recenti, a riprova del fatto che davvero le misure di Benedetto XVI hanno ridotto in modo molto significativo il fenomeno, precisamente quello che il film cerca di negare.
Il primo caso evocato è quello dell'Irlanda, dove in relazione agli abusi di don Tony Walsh si evoca come «il documento misterioso» la lettera del 1997 in cui l'allora nunzio apostolico in Irlanda mons. Luciano Storero (1926-2000) comunicava ai vescovi irlandesi le «serie riserve» della Congregazione del Clero su un documento preparato da una commissione di esperti nel 1995 in cui tra l'altro si stabiliva l'obbligo per i vescovi di denunciare immediatamente alle autorità civili ogni notizia o voce di abusi di cui fossero venuti a conoscenza.
La pubblicazione della lettera provocò nel 2011 una crisi diplomatica fra Irlanda e Santa Sede, di cui ci occupammo su «La Bussola Quotidiana», dando conto della dettagliata risposta della Segreteria di Stato.
Nel 1997 l'obbligo di denuncia immediata di possibili abusi – non solo per i vescovi ma anche per i medici, i dirigenti scolastici e altri – non esisteva nel diritto dell'Irlanda, che sarebbe cambiato sul punto solo nel 1999. Se i vescovi, prima di qualunque indagine e sulla base magari di una semplice accusa malevola o isolata, avessero denunciato immediatamente i propri preti alla polizia non solo avrebbero agito in modo moralmente discutibile ma avrebbero violato la legge dello Stato irlandese dell'epoca, esponendosi ad azioni penali per calunnia e civili per il risarcimento del danno agli accusati che poi fossero risultati innocenti. Nulla di tutto questo emerge nel film: la lettera Storero è presentata come la «pistola fumante», la prova della volontà della Chiesa di proteggere i pedofili a tutti i costi.
Viene poi il caso di padre Marcial Maciel (1920-2008), il fondatore dei Legionari di Cristo di cui si ricostruiscono la doppia vita, i figli illegittimi e gli abusi omosessuali ed eterosessuali. Il riferimento nel film offre l'occasione di una precisazione.
Senz'altro qualche difensore di «Mea Maxima Culpa», che dà voce ancora una volta al giornalista ostilissimo alla Santa Sede Jason Berry, mi ricorderà che a suo tempo scrissi una recensione molto critica del libro di Berry, in cui mostravo di credere alle proteste d'innocenza di Maciel, convinzione che confermai in una successiva breve nota all'inizio dell'indagine vaticana, auspicando che tutto potesse essere chiarito.
Non ho nessuna difficoltà a confessare di essermi sbagliato. Come molti altri, vedevo i buoni frutti della congregazione dei Legionari di Cristo e avevo difficoltà a convincermi che potessero venire da una radice perversa. Sapevo anche che il beato Giovanni Paolo II – come il film non manca di ricordare – credeva all'innocenza di padre Maciel. Avevo torto io, e aveva ragione il cardinale Ratzinger che invece fin dall'inizio riteneva colpevole il fondatore dei Legionari di Cristo.
Mi è già capitato di fare ammenda – in pubblico, con una lettera letta al congresso dell'International Cultic Studies Association tenuto a Montreal nel 2012 – per una posizione sbagliata che può avere arrecato dolore ad autentiche vittime dei crimini di padre Maciel.
L'occasione è però favorevole per precisare che il fatto che Maciel fosse colpevole non rende vere le affermazioni del libro di Berry che attaccano la Chiesa in genere, per esempio con autentiche castronerie su come procedono i tribunali ecclesiastici nei casi di annullamento di matrimoni. Maciel è colpevole, ma le castronerie restano tali. E ha torto anche Politi quando afferma nel film che quello di Maciel è «un caso di scuola» in materia di preti pedofili. No, non lo è. È un «mistero», come ebbe a dire Benedetto XVI. Non ci sono altri casi di fondatori di ordini religiosi, con frutti splendidi, colpevoli di comportamenti non solo immorali, ma criminali.
Politi sostiene anche che in Italia ci sono «migliaia di casi di abusi sessuali nascosti dalla Chiesa». Ma deve avere qualche problema con i numeri, perché i casi segnalati ai tribunali italiani sono al massimo un'ottantina. Certo, ci sono episodi reali come quello dell'Istituto Provolo per sordi a Verona. Ma – affidandosi ad anti-clericali fanatici come Maurizio Turco – il film ci mostra sequenze a effetto senza dire che la Chiesa italiana si è mossa affidando un'esemplare inchiesta indipendente a un magistrato, il dottor Mario Sannite, che ha portato a sanzioni della Santa Sede contro un sacerdote e a ulteriori indagini su altri tre. L'indagine ha però anche giudicato fantastiche e infondate le accuse di Gianni Bisoli, che afferma di essere stato fra gli abusati, contro ben ventinove religiosi e contro l'allora vescovo di Verona, il servo di Dio mons. Giuseppe Carraro (1899-1980), di cui dopo il rapporto Sannite è ripreso il processo di beatificazione.
Ripetiamolo ancora una volta: quella dei preti pedofili è una tragedia tremenda e ingiustificabile. Ci sono stati preti criminali, e vescovi gravemente negligenti. Benedetto XVI ci ha mostrato come affrontare questa piaga, senza alcun negazionismo. Ma il film «Mea Maxima Culpa» non è un reportage obiettivo dalla parte delle vittime. Mira al bersaglio grosso, alla Chiesa. Si apre con l'ex-benedettino Sipe che afferma che metà dei preti è infedele al celibato – sarebbe interessante sapere da dove trae questi dati – e che il sistema del celibato «produce e protegge i pedofili».
Un'affermazione cui potrei replicare ricordando che ci sono più pedofili fra i maestri di scuola americani e fra alcuni gruppi di pastori protestanti, che non hanno il celibato, che tra i preti. Ma mi piace rispondere con parole del cardinale Bergoglio, oggi Papa Francesco, nel suo libro-intervista «Il gesuita»: «Se c'è un prete pedofilo è perché porta in sé la perversione prima di essere ordinato. E sopprimere il celibato non curerebbe tale perversione. O la si ha o non la si ha».
E il film si conclude con la saga dell'avvocato Anderson, una figura davvero sgradevole quando assapora i «fiumi di denaro» che la Chiesa ancora nasconde e che spera evidentemente di veder confluire nelle sue capaci tasche, il quale ha cercato di coinvolgere nelle cause statunitensi Benedetto XVI e la Santa Sede, facendosi peraltro dare torto dai tribunali americani. Ma questo è avvenuto – spiega Geoffrey Robertson, presentato semplicemente come «avvocato specializzato in diritti umani», senza precisare che è anche un infaticabile propagandista dell'ateismo – perché il Papa è protetto dall'essere il capo di uno Stato, il Vaticano.
La Chiesa acquistò uno Stato, spiega Robertson, a causa di un patto fra Benito Mussolini (1883-1945) – il film commenta con la musica di «Giovinezza» e facendo vedere un'immagine del Duce insieme ad Adolf Hitler (1889-1945), che non c'entra nulla ma evoca sempre emozioni forti – e Pio XI (1857-1939). Quest'ultimo era un sostenitore acritico del fascismo, spiega Robertson – che non deve avere mai sentito parlare dell'enciclica del 1931 «Non abbiamo bisogno» –: «la Chiesa sostenne il fascismo e in cambio fu creato un suo Stato, il Vaticano».
Qualcuno spieghi a Robertson un po' di storia: lo Stato della Chiesa si forma fra il VI e il IX secolo, un po' prima di Mussolini. Ma Robertson, da bravo inglese, ha trovato la prova definitiva che il Vaticano non è un vero Stato: «non c'è una squadra di calcio». Non è vero neanche questo: esistono per i dipendenti dei dicasteri vaticani un campionato vaticano di calcio, una coppa e perfino una supercoppa tra chi ha vinto rispettivamente la coppa e il campionato – tornei da non confondersi con la «Clericus Cup», cui partecipano seminaristi dei collegi romani che non sono però cittadini vaticani. Forse la prossima finale della supercoppa vaticana potrebbe essere arbitrata da Robertson. Come altri che si esibiscono nel film «Mea Maxima Culpa», si ha infatti l'impressione che capisca più di sport che di religione.

Nota di BastaBugie: per l'elenco completo dei film da sconsigliare, clicca qui sotto
http://www.filmgarantiti.it/it/contenuti.php?pagina=utility&nome=film_sconsigliati
Invece l'elenco dei film assolutamente da vedere puoi leggerlo nell'archivio dell'affidabile sito FilmGarantiti.it
http://www.filmgarantiti.it/it/contenuti.php?pagina=archivio&nome=intro

Fonte: FilmGarantiti.it, 21-03-2013

4 - TANTA FRETTA DI ESALTARE PAPA FRANCESCO FINIRA' APPENA IL PONTEFICE INIZIERA' A TOCCARE I TEMI SENSIBILI
Ma vorrei capire perché aspetto con sottile gioia, e non con rammarico, quel momento...
Autore: Costanza Miriano - Fonte: Blog di Costanza Miriano, 21/03/2013

C'è solo un momento in cui sono più insopportabile rispetto a quando sono di cattivissimo umore (come ieri), ed è quando mi sento buona. Allora sì che sono terribile. Credo che chi mi incontri a percorrere i corridoi della redazione o le strade del quartiere col sorriso superiore e compreso di chi sa, di chi ha capito tutto della vita, di Dio e anche un po' del decoder (che poi quello sarebbe il vero miracolo), ci metta poco a decidere che quello è il momento di starmi alla larga.
Di Giovanna d'Arco e Caterina da Siena ce ne sono state due sole, purtroppo, e attualmente in magazzino le hanno finite. Sarebbe bello mettersi alla testa di un piccolo gregge, ma sono missioni riservate a pochi, di sicuro non a me. Peccato, perché sentirsi piccolo gregge comporterebbe invece dei (pericolosissimi) vantaggi, primo fra tutti quello di sentirsi meglio degli altri.
È vero, io sono prontissima a definirmi una peccatrice, una miserabile, un'insignificante tessera nel mosaico del grande disegno della Chiesa. Sì, però – sia chiaro – solo in confronto a Dio, perché di fronte ai fratelli, be', non esageriamo. Io faccio schifo (tanto che mi costa umiliarmi di fronte a Dio?), ma loro fanno molto più schifo di me (son soddisfazioni anche queste).
Invece la verità è che siamo molto, ma proprio parecchio, ma davvero incredibilmente simili gli uni agli altri, con le magagne, le piccinerie, le meschinità, la piccola, borghese ricerca di sicurezza che ci segna tutti. Questa cosa, assomigliarci, ci dà un fastidio incredibile.
Essere figli di Dio ci piace un sacco. Essere sorelle e fratelli di tutti un po' meno. Perché gli altri possono essere sgraziati, egoisti, ignoranti, pure un po' puzzolenti, a volte. In pratica come noi. Hanno le scarpe sbagliate, fanno le letture sbagliate, hanno vite tutte un po' sbagliate. Hanno dei difetti e anche dei problemi che nel caso rileviamo con sottile, inconfessabile soddisfazione. Il fatto è che i difetti degli altri ci danno fastidio perché ci assomigliano, e allora è più comodo dividersi, e partire con i distinguo e le accuse, persino dentro la Chiesa: movimento uno contro spiritualità due, tradizionalisti contro progressisti, misericordia versus regola, collegialità contro primato, dimenticando che il deposito della fede è uno solo, e che nessun uomo ne è da solo la garanzia, perché la Chiesa è una ed è solo di Cristo, è la sua sposa, non la nostra.
Quando ci sentiamo buoni ci vogliamo sentire i soli a esserlo. C'è più gusto, così. Credere di essere buoni circondati dai cattivi è gratificante, ma è un atteggiamento spirituale pericolosissimo, ed è l'esatto contrario di ciò a cui siamo chiamati.
Mi chiedo se è anche per questo che leggo con sottile fastidio i panegirici a Francesco. Voglio dire, dovrei saperlo, i giornali con qualcosa dovranno pur riempire le pagine, sarebbe poco dignitoso incartare le uova con fogli disegnati, per cui adesso tutti devono dire la loro. Sappiamo bene che tanta fretta di esaltare il nuovo Papa da parte del giornalista collettivo rischia di finire tra qualche giorno, alla prima uscita ufficiale sugli argomenti sensibili, perché fino a che si parla di amare gli uomini e rispettare il creato chi mai potrebbe non essere d'accordo? Quando ci sarà da accennare a qualche ovvio paletto – mai stato in discussione – che limiti la sacra inviolabile assoluta libertà dell'uomo, allora probabilmente gli ultras del cosiddetto nuovo stile – quale nuovo? Ha duemila anni. – avranno qualche piccolo ripensamento. Ma questo è ovvio, è appena superfluo dirlo qui.
La domanda che mi faccio invece è: perché aspetto con sottile gioia, e non con rammarico, quel momento? Perché invece non gioisco di questo entusiasmo? Perché non riesco a dire a me stessa "ma che bella questa accoglienza festosa?". È vero, anche lo zucchero quando è troppo stucca, ma non è questo il problema.
Il problema è che ci vogliamo sentire diversi, un po' meglio degli altri, magari anche un po' da soli, o con una ristretta, eletta compagnia a cui non puzzi mai l'alito. Siamo gelosi della nostra appartenenza, ci conferma, ci rassicura, ci garantisce che non siamo come lo schifo che vediamo intorno. Insomma, ci piace essere figli di Dio, ma quello che ne consegue ci piace di meno. Se siamo figli siamo anche in famiglia con dei fratelli da aspettare con pazienza, se sono più indietro, o da imitare con umiltà, se sono più avanti. La famiglia è il disegno di Dio sul mondo, è quello che vuole Lui per noi, e ogni volta che dividiamo, distinguiamo, puntualizziamo, separiamo, puntiniamo le i, facciamo il gioco dell'altro, il divisore. Se è così, meglio essere di cattivissimo umore che sentirsi buoni, allora.

Fonte: Blog di Costanza Miriano, 21/03/2013

5 - SAN FRANCESCO VOLEVA CALICI D'ORO E ALTARI PREZIOSI
Il santo della povertà invitava a non risparmiare sulle spese del culto sull'esempio, lodato da Gesù, della donna che per Cristo ''spreca'' un profumo da 300 denari (mentre Giuda commentava: non era meglio darli ai poveri?)
Autore: Corrado Gnerre - Fonte: Il Giudizio Cattolico, 21/03/2013

Lo abbiamo letto su molti giornali: a Papa Francesco piace il calcio. In un certo qual modo è un'assicurazione sulla sua impostazione metafisica. Avrei avuto qualche perplessità se fosse stato amante del basket o – peggio ancora – del baseball. Ovviamente sto scherzando ... ma non troppo.
Proprio perché a Papa Francesco piace il gioco del calcio, parto con un esempio tratto da questo sport e faccio riferimento a due calciatori argentini, la patria di Papa Francesco.
Tra Xavier Zanetti e Lionel Messi vi è differenza. Zanetti è la forza muscolare, è la capacità d'interdire. È una colonna del centrocampo. Non solo. È anche un modello di atleta, capace a quasi quarant'anni di fare quello che fa. Messi è invece la poesia. È il tocco felpato. È l'eleganza: la genialità sul prato verde. Ovviamente ci vuole quello e quello, ci vuole Zanetti e ci vuole Messi. Una squadra fatta da undici Messi non avrebbe speranza alcuna. Una squadra fatta da undici Zanetti sarebbe la morte calcistica dello spettacolo e della creatività. Nel calcio occorre l'essenzialità e la bellezza. Guai ad avere solo l'essenzialità, guai ad avere solo la bellezza.
Ma questo non solo nel calcio. Anzi, non soprattutto nel calcio. Anche nella vita. Anche nella Chiesa. C'è una differenza tra cura dell'essenza ed essenzialismo, tra cura della povertà e pauperismo, tra rispetto della forma e formalismo.
San Francesco d'Assisi – che di povertà se ne intendeva: chi più di lui? – pur obbligando i suoi frati alla massima povertà, voleva che nelle chiese vi fossero oggetti preziosi. Nella Prima Lettera ai custodi scrive: «Vi prego, più che se riguardasse me stesso, che, quando vi sembrerà conveniente e utile, supplichiate umilmente i chierici di venerare sopra ogni cosa il santissimo corpo e sangue del Signore nostro Signore Gesù Cristo e i santi nomi e le parole di lui scritte che consacrano il corpo. I calici, i corporali, gli ornamenti dell'altare e tutto ciò che serve al sacrificio, devono essere preziosi. E se in qualche luogo trovassero il santissimo corpo del Signore collocato in modo miserevole, venga da essi posto e custodito in un luogo prezioso, secondo le disposizioni della Chiesa, e sia portato con grande venerazione e amministrato agli altri con discrezione».
E un chiaro segno è rimasto. Se si va venerare il corpo di santa Chiara, prima di arrivare alla sua tomba (almeno un tempo era così, ci manco da molto) si possono ammirare alcuni paramenti liturgici che santa Chiara in persona e altre clarisse contemporanee di san Francesco cucivano per i sacerdoti dell'Ordine. Ebbene, questi paramenti sono abbelliti con oro zecchino, perché così voleva il Santo di Assisi. E ciò non certo per sciocca o inopportuna ostentazione, o, peggio, per togliere qualcosa ai poveri, ma per un altro e ben più importante motivo. San Francesco, pur non essendo sacerdote, pur non essendo teologo, nella sua sapienza santa sapeva bene cosa accade nella Messa e quindi anche la straordinarietà, la portata misterica della Messa stessa, laddove le categorie del tempo e dello spazio vengono trascese e la dimensione dell'ordinarietà sublimata nell'Eterno. Ogni Messa è la ri-attualizzazione vera (anche se incruenta) del Sacrificio di Cristo sulla Croce, quell'unico Sacrificio accaduto in quell'anno preciso e in quel giorno preciso sul Calvario.
Non sottolineare il Mistero con la giusta forma è impoverire il Mistero stesso. Pretendere poi di esprimere lo straordinario con l'ordinario, cioè con una forma costante nella quotidianità, è appiattire lo straordinario stesso. Se nei secoli la Chiesa avesse fatto così, non avremmo avuto la Cappella Sistina, la Pietà di Michelangelo, Giotto, Cimabue... e la lista sarebbe lunghissima.
Ma – potrebbe obiettare qualcuno – un uso un po' troppo accentuato della bellezza porterebbe a distogliere risorse utili per alleviare l'indigenza umana. Non è così. Se si porta un cagnolino dinanzi alla Pietà di Michelangelo, starebbe lì indifferente, e poi con ogni probabilità alzerebbe la zampa... Un uomo no. L'uomo – ogni uomo: ricco o povero, colto o ignorante – dinanzi alla bellezza si commuove, sente che c'è qualcosa di se stesso che ne viene coinvolto: è la sensibilità. Non è un caso che la parola "sensibilità" scaturisca da "senso". Ciò che si sperimenta, plasma l'interiorità umana. Ciò che si vede, muove o può muovere l'intimo dell'uomo. Da qui si capisce perché l'arte è utile. Si tratta di un'utilità indiretta, ma che c'è. L'uomo, contemplando la Bellezza, affina la propria sensibilità e, divenendo più sensibile, riesce a compatire maggiormente e molto più efficacemente le sofferenze altrui.
E poi: se pensiamo a Dio, se mettiamo Dio al primo posto, se offriamo a Dio cose belle, Dio certamente penserà a tutti, poveri e ricchi.
Ritenere che il bello sia superfluo è come ritenere che all'uomo basti mangiare... e per giunta mangiare solo per riempire il proprio ventre. Ritenere che il bello sia superfluo è negare un passaggio straordinario del Vangelo allorquando il povero e analfabeta Pietro, colui che doveva stare ore ed ore sulla barca per pescar qualcosa e sfamare la famiglia, si rivolge a Gesù che sta per andarsene, lo blocca e gli dice: «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna». Anche Pietro, nella sua povertà, nella sua semplicità culturale, in un momento in cui ancora non aveva capito nulla del mistero di Cristo (si è prima della Pentecoste), coglie la necessità della dimensione dell'Eterno, una necessità molto più grande del portare a casa i pesci pescati.
La ricerca della bellezza è universale. Il bisogno di significare il Mistero con la bellezza è altrettanto universale. La semplicità in alcune circostanze occorre. È necessaria per la vita di tutti i giorni, per significare la quotidianità, ma non può rimanere sola. Occorre qualcosa di più. Occorre la poesia... Zanetti va bene, ne riconosciamo la necessità ... ma non toglieteci Messi e le sue giocate, perché solo queste suscitano stupore.

DOSSIER "SAN FRANCESCO"
Quello vero!

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Fonte: Il Giudizio Cattolico, 21/03/2013

6 - OBBLIGATORIO IL SOCCORSO STRADALE DEGLI ANIMALI
Ennesima vittoria degli animalisti: l'omissione di soccorso sarà punita con pesanti sanzioni
Autore: Federico Catani - Fonte: Radici Cristiane, Marzo 2013

Dal 27 dicembre 2012 è entrato pienamente in vigore il decreto relativo all'obbligo di soccorso stradale degli animali, che va così a concludere l'iter di modifica del Codice della Strada iniziato nel 2010. D'ora in poi, chiunque avrà l'obbligo di fermarsi e soccorrere un animale ferito. L'omissione di soccorso sarà punita con pesanti sanzioni amministrative. Pertanto, se si assiste o si è coinvolti in un incidente stradale che ha provocato lesioni ad un animale, è necessario assicurare un intervento immediato di soccorso, provvedendo personalmente a portarlo in una struttura veterinaria o coinvolgendo le forze di polizia.
Si tratta dell'ennesima vittoria dei gruppi animalisti, che nel tempo sono riusciti a cambiare il pensiero comune della gente facendo credere che esista una perfetta uguaglianza tra uomini e animali. Alcuni sono addirittura arrivati a definire questi ultimi come "animali non umani".
Leggendo i giornali o guardando la tv siamo travolti da messaggi più o meno espliciti volti a farci comprendere che pure gli animali hanno dei diritti e che è giunto il momento di riconoscerli. Resta però da chiedersi dove e quando cani, gatti, cavalli e galline abbiano stabilito democraticamente di darsi una carta dei loro diritti fondamentali.
 
LA SUPERIORITÀ ONTOLOGICA DELL'UOMO
Purtroppo anche molti cattolici cedono all'ideologia animalista, dimenticando l'insegnamento del Catechismo della Chiesa Cattolica, che per l'Anno della Fede il Papa ci invita a riscoprire. Se prendiamo questo testo, ci accorgiamo che l'unico vero e autentico amore per gli animali è quello cristiano, non certo quello degli ideologi alla Peter Singer, autore del celebre quanto dannoso Liberazione animale. Peraltro, la Chiesa ha previsto persine un santo protettore degli animali, specie domestici: il grande sant'Antonio abate, venerato in tutte le campagne cattoliche nostrane.
Il libro della Genesi esprime chiaramente la superiorità ontologica dell'uomo su tutte le altre creature e la sua sostanziale differenza da esse (Gn. 2,19-20; vedi anche CCC 371): qualunque manuale di antropologia filosofica sta lì a confermarlo.
L'uomo è a immagine a somiglianza di Dio e possiede un'anima immortale. L'animale no. Certamente, ciò non implica la liceità di abuso del creato. «Il dominio accordato dal creatore all'uomo sulle risorse minerali vegetali e animali dell'universo, non può essere disgiunto dal rispetto degli obblighi morali, compresi quelli che riguardano le generazioni future. Gli animali sono affidati all'uomo, il quale dev'essere benevolo verso di essi. Possono servire alla giusta soddisfazione dei suoi bisogni» (CCC 2456-2457).
Ma cosa significano tali parole nel concreto? Il Catechismo lo spiega molto bene, con buona pace degli animalisti. «Il settimo comandamento esige il rispetto dell'integrità della creazione. Gli animali, come anche le piante e gli esseri inanimati, sono naturalmente [ovvero è deciso così da Dio stesso, ndr] destinati al bene comune dell'umanità passata, presente e futura» (CCC 2415; vedi anche Gn. 1,26-31; 9,1-4). Quindi, nel piano di Dio, l'animale è per l'uomo e non il contrario, sebbene l'essere umano, non avendo signoria assoluta sul creato, debba sempre usare le risorse della natura in maniera etica.
 
L'INSEGNAMENTO DEL CATECHISMO SUGLI ANIMALI
Ma cosa sono gli ammali e come ci si deve comportare in concreto con essi? «Gli animali sono creature di Dio. Egli le circonda della sua provvida cura. Con la loro semplice esistenza lo benedicono e gli rendono gloria. Anche gli uomini devono essere benevoli verso di loro. Ci si ricorderà con quale delicatezza i santi, come san Francesco d'Assisi o san Filippo Neri, trattassero gli animali» (CCC 2416).
Da tener presente, in ogni caso, che né questi due, né tantomeno Nostro Signore erano vegetariani. Quei santi invece che evitavano la carne lo facevano non certo per ideologia ma per ascetismo e mortificazione del corpo.
Contro chi straparla di diritti animali e ritiene l'uomo sempre e solo un nemico del creato, il Catechismo afferma: «Dio ha consegnato gli animali a colui che egli ha creato a sua immagine. È dunque legittimo servirsi degli animali per provvedere al nutrimento o per confezionare indumenti. Possono essere addomesticati, perché aiutino l'uomo nei suoi lavori e anche a ricrearsi negli svaghi. Le sperimentazioni mediche e scientifiche sugli animali sono pratiche moralmente accettabili, se rimangono entro limiti ragionevoli e contribuiscono a curare o salvare vite umane» (CCC 1417).
Toni pacati, equilibrati e di profondo buon senso. Buon senso assente invece in molte dichiarazioni di politici e uomini dello spettacolo che condizionano l'opinione pubblica. Oggi si può arrivare a criminalizzare qualcuno perché, in un impeto di rabbia, tira un calcio al proprio gatto, oppure perché, come il Papa, indossa la mozzetta bordata di ermellino (come si usa da secoli!) e si ammette con tutta serenità che negli ospedali vengano ammazzati bambini innocenti nel grembo delle loro madri in virtù di una legge dello Stato.
Uno Stato che da una parte salvaguarda gli animali e dall'altra consente l'aborto di esseri umani. In tv sentiamo ripeterci che siamo delinquenti se abbandoniamo un cane per strada o ci divertiamo al palio di Siena, ma nessuno alza la voce contro la solitudine di molte persone anziane o per la violenza sui cristiani nel mondo. È proprio vero: il mondo è alla deriva, è impazzito.
Chiaramente, avversare l'ideologia animalista (e antiumana) non significa sposare il sadismo e godere della violenza sugli animali. Anche qui la Chiesa è molto precisa. «E contrario alla dignità umana (umana, non animale! ndr) far soffrire inutilmente gli animali e disporre indiscriminatamente della loro vita. È pure indegno dell'uomo spendere per gli ammali somme che andrebbero destinate, prioritariamente, a sollevare la miseria degli uomini. Si possono amare gli animali; ma non si devono far oggetto di quell'affetto che è dovuto soltanto alle persone» (CCC 1418).
Se dunque la violenza gratuita, come ovvio, è biasimata, sono d'altra parte criticate tutte quelle azioni di cura eccessiva e morbosa per gli animali, che a volte risultano essere a scapito delle persone. Quante coppie, non potendo avere un figlio, anziché adottarne uno, si "con­solano" con un cane o un gatto, ai quali magari lasciare l'eredità! Non è forse assurdo tutto ciò? Eppure accade.
D'altronde si sa, quando non si rispettano più i diritti di Dio, non si hanno più a cuore nemmeno i diritti dell'uomo. E allora non resta che blaterare su quelli delle bestie.

Fonte: Radici Cristiane, Marzo 2013

7 - GIOIE E DOLORI DI UNA MAMMA
So che Gesù ama mio figlio, anche se da mamma mi sembra impossibile che qualcuno lo possa amare più di me
Fonte Sequere me, dicembre 2001

L'anno scorso don Roberto, il rettore, pensò di riunire le mamme dei seminaristi; così approfittò della "Festa della mamma" per festeggiarci ed anche per farci conoscere meglio tra noi. E' stata una bella esperienza, perché in quella occasione abbiamo potuto manifestare la nostra gioia, ma anche le nostre preoccupazioni.
Anch'io, dal momento che mio figlio Stefano ha scelto questa strada, mi sono sentita più vicina a Dio. Piano piano ho iniziato ad andare alla S. Messa non soltanto la domenica, ma tutti i giorni: vi assicuro che, sebbene all'inizio mi sia costato un po' di sacrificio, adesso ne sento il bisogno, perché, dopo aver ricevuto l'Eucaristia, posso superare meglio le difficoltà della vita quotidiana; inoltre tutti i giorni prego il Signore con le Lodi e i Vespri. Infine ho cominciato ad insegnare catechismo proprio l'anno in cui mio figlio entrò in seminario: è un'esperienza bellissima!
Quindi anch'io sto facendo un cammino che mi avvicina a Dio e mi aiuta anche nel rapporto umano: mi sento migliorata perché adesso so dare amore e comprensione a chi mi può causare dolore, e questo prima non riuscivo a farlo.
Però la scelta che ha fatto Stefano non è stata solo fonte di gioie: ho anche tanti dolori e preoccupazioni... quelli di una madre che pensa al futuro del proprio figlio.
Lo vedo già sacerdote, anche se mancano ancora due anni: i miei pensieri vanno a quando avrà la responsabilità di una parrocchia e sarà da solo a "combattere" contro tutti perché, qualunque cosa farà, ci sarà sempre chi è scontento, anche e soprattutto fra i più stretti "collaboratori"! Lo vedo quando sarà malato: nessuno gli porterà un po' di brodo e di conforto perché tutti hanno i loro impegni... Lo vedo solo e vecchio, senza che qualcuno si curi di lui... Stefano mi fa notare che ci sono anche quelli che si sposano, ma ciò nonostante, possono non aver figli e morto il coniuge, rimangono soli. Oppure avendoli, questi non si curano di loro e li abbandonano. E' vero, ma una madre, appena ha un figlio, pensa solo alla sua felicità e, secondo me, la vita sacerdotale è dura perché i preti sono maggiormente esposti a incomprensioni, egoismo, malignità, solitudine e vecchiaia.
E' anche vero che vicino a loro c'è il Signore Gesù, a cui si rivolgeranno sempre e che non li abbandonerà mai. So che Dio ama mio figlio, anche se da mamma mi sembra impossibile che qualcuno lo possa amare più di me... E' anche vero che sono una madre fortunata perché ho altre due meravigliose figlie che vogliono molto bene al loro fratello e sono certa che non lo abbandoneranno mai; ma conoscendo Stefano, so che saprà sopportare qualunque avversità con determinazione e forza di volontà: se avrà qualche problema lo dirà solamente quando sarà allo stremo delle forze.
Mi preme concludere ringraziando il buon Dio che ha chiamato mio figlio a fare questo cammino così faticoso e tortuoso.
Vorrei infine salutare ed abbracciare tutte le mamme i cui figli hanno seguito la chiamata di Gesù. Pur condividendo queste pene, penso infatti che, ciò nonostante, abbiano anche i miei stessi sentimenti di gioia e di gratitudine verso il Signore.

Fonte: Sequere me, dicembre 2001

8 - COME SI E' SALVATA LA MESSA TRIDENTINA IN INGHILTERRA
Prefazione dell'Arcivescovo di Ferrara-Comacchio al libro di Gianfranco Amato ''L'indulto di Agatha Christi''
Autore: Luigi Negri - Fonte: L'indulto di Agatha Christi

In questo suo ultimo lavoro l'amico Gianfranco Amato mette in luce un episodio poco noto nel mondo cattolico italiano e legato alla tradizione liturgica della Chiesa. Si tratta dell'appello rivolto a Paolo VI per salvare la Messa Tridentina sottoscritto il 6 luglio 1971 da cinquantasette esponenti del mondo culturale inglese, tra i quali la nota scrittrice Agatha Christie, il cui nome è stato successivamente associato all'indulto concesso dallo stesso Pontefice. Interessanti appaiono le motivazioni per cui personaggi distanti dalla Chiesa Cattolica decisero di intercedere per la sopravvivenza della Messa secondo l'usus antiquor, ma ancora più interessanti sono le considerazioni che Amato trae utilizzando come spunto la vicenda del cosiddetto Indulto di Agatha Christie, e che possono essere articolate su tre piani.
Il primo riguarda l'analisi storica della profonda avversione ideologica dei Riformatori protestanti, ed in particolare di quelli anglicani, nei confronti della celebrazione liturgica della Messa cattolica, in quanto espressione suprema del dogma della transustanziazione. Quella celebrazione, così come gli atti devozionali tipicamente cattolici, quali ad esempio l'adorazione eucaristica, rappresentano uno dei punti di massima inconciliabilità tra le due confessioni cristiane. Ed è un punto di fondamentale importanza giacché attiene alla presenza reale e concreta di Cristo nella celebrazione eucaristica. Questo aspetto di particolare importanza ci ricorda, peraltro, come il doveroso dialogo ecumenico con i fratelli separati non possa passare attraverso una dimensione affettiva e sentimentale, ma debba sempre tenere presente l'imprescindibile imperativo missionario della Chiesa Cattolica. Non si può, infatti, cedere all'aut-aut di alcuni irenici ecumenisti: o missione o dialogo. La missione per la Chiesa Cattolica non è un'iniziativa tra le tante, ma rappresenta, secondo l'insegnamento di Giovanni Paolo II, il dinamismo della sua «autorealizzazione»: la Chiesa diventa sempre più sé stessa, quanto più vive la sua missione, cioè il suo impegno a plocamarsi quale unico luogo di salvezza.
Pensare che l'annuncio della fede cattolica come il solo possibile instrumentum salutis riduca la libertà dei nostri interlocutori significa cedere totalmente alla mentalità laicista che domina il mondo di oggi, e che ritiene la verità oppressiva della libertà. Non può esistere, in realtà, una via alla salvezza che possa prescindere dall'avvenimento di Cristo, dall'incontro con Lui, dalla sequela di Lui e dalla conversione a Lui, così come è presente misteriosamente, fino alla fine dei tempi, nella Sua Chiesa che è il Suo Corpo e il Suo Sacramento.
Il secondo piano in cui si inseriscono le considerazioni contenute in questo interessante saggio di Amato riguarda alcuni abusi liturgici che hanno purtroppo caratterizzato il periodo postconciliare. In effetti la riforma liturgica introdotta dopo il Concilio Vaticano II si è sostanziata, il più delle volte, di pseudo-interpretazioni, o ha fatto valere casi eccezionali come norma: basti per tutti il problema della lingua, o quello della distribuzione della comunione sulla mano. Ci sono stati veri e propri colpi di mano delle Conferenze episcopali nei confronti di Roma, così come c'è stata certamente una debolezza della reazione vaticana, dovuta probabilmente a tensioni e contro-tensioni anche all'interno delle strutture che dovevano regolare l'interpretazione esatta e la corretta attuazione del Concilio.
Il terzo ambito in cui si possono suddividere le argomentazioni di Amato riguarda la natura propria della liturgia cattolica, la quale non si può declassare ad un semplice atto di culto elevato dall'uomo a Dio, come accade nella stragrande maggioranza delle formulazioni religiose naturali. La liturgia cattolica è piena attuazione dell'avvenimento della vita, passione, morte e resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, che prende forma nell'organismo sacramentale e coinvolge i fedeli in senso sostanziale e fondamentale, facendoli appartenere a Cristo e alla Sua Chiesa attraverso i sacramenti dell'iniziazione cristiana, e poi li accompagna nelle grandi scelte e nelle grandi stagioni della loro vita. La liturgia difende la fattualità di Cristo e della Chiesa. Per questo ho molta gratitudine verso il professor Roberto De Mattei per il suo straordinario volume sulla storia del Vaticano II, ed in particolare per le pagine dedicate a quel lento e inesorabile processo di "socializzazione" della liturgia, già prima del Concilio: come se il valore della liturgia fosse nella possibilità che il cosiddetto popolo cristiano partecipasse attivamente a un evento che era poi svuotato di fatto della sua sacramentalità e finiva per essere un'iniziativa di socialità cattolica. E' proprio sulla liturgia, infatti, che si gioca la verità della fede perché in quel particolare ambito si evidenzia la grande alternativa che Benedetto XVI ha posto all'inizio della sua enciclica Deus caritas est: il cristianesimo non è un'ideologia di carattere religioso, non è un progetto di carattere moralistico, ma è l'incontro reale e concreto con Cristo che permane e si svolge nella vita della Chiesa e nella vita di ogni cristiano.
La grandezza della liturgia cattolica è dara dal fatto di rendere Cristo presente nel flusso e nel riflusso delle generazioni: «Hoc facite in meam commemorationem». Per questo la difesa di una coscienza esatta del dogma dipende dalla verità con cui viene vissuta la liturgia. In questo senso da sempre la Chiesa ha affermato che «lex orandi, lex credendi»: è la legge del pregare che fa nascere la legge del credere, ma soprattutto che la vigila in maniera adeguata e positiva. Ecco perché ogni tentativo di estenuare o ridurre la coscienza della presenza di Cristo a tutto vantaggio della modalità con cui la comunità è presente, equivale ad una perdita del valore ultimo della liturgia, del valore ontologico, direbbe il mio maestro don Giussani, e quindi metodologico ed educativo.
Per questo, come ho avuto modo di ribadire nel telegramma inviato, a nome della Diocesi di San Marino-Montefeltro, il 22 dicembre 2007 al Santo Padre Benedetto XVI, le direttive impartite dallo stesso Pontefice nel Motu Proprio «Summorum Pontificum» rappresentano una più ampia possibilità di educazione del popolo cristiano ad una fede che divenga realmente forma della persona e presenza viva nell'intera società.

Fonte: L'indulto di Agatha Christi

9 - OMELIA II DOMENICA DI PASQUA - ANNO C - (Gv 20,19-31)
A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 7 aprile 2013)

Per ben tre volte, nel brano del Vangelo che abbiamo appena ascoltato, Gesù dice a suoi Discepoli: «Pace a voi». Il Signore, con la sua Morte e Risurrezione, è venuto a portarci la sua pace. Ma cosa è la pace? Tutto il mondo ne parla, tutti la vogliono, ma nessuno la raggiunge. Anzi, sembra che più se ne parla e più essa si allontana. La pace di cui parla Gesù è ben diversa da quella che il mondo cerca tanto ansiosamente. La pace portata da Gesù è innanzitutto interiore. Prima che regnare nel mondo, essa deve esserci nel nostro cuore. Solo allora saremo autentici operatori di pace, solo quando vivremo in comunione con Dio e allontaneremo il peccato dalla nostra vita.
È molto interessante il fatto che Gesù ripete questa frase: «Pace a voi», proprio nel momento in cui Egli istituisce il sacramento della Confessione. Infatti, subito dopo, Egli dice ai suoi Apostoli: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20,22). Questo particolare ci fa comprendere che la pace si ottiene innanzitutto con una buona Confessione, quando riceviamo il perdono di Dio.
Oggi, inoltre, è la festa della Divina Misericordia, festa voluta da Gesù stesso, secondo le richieste da Lui fatte a santa Faustina. Egli diceva alla Santa: «Chi si accosterà alla sorgente della vita – ovvero alla Confessione e alla Comunione – questi conseguirà la remissione totale delle colpe e delle pene». Poi continuò dicendo: «L'umanità non troverà pace, finché non si rivolgerà con fiducia alla mia Misericordia. Oh, quanto mi ferisce la diffidenza di un'anima! Tale anima riconosce che sono santo e giusto, e non crede che io sono misericordioso, non ha fiducia nella mia Bontà». Vogliamo anche noi glorificare l'infinita Misericordia di Dio, accogliendola nel sacramento della Confessione, confessandoci spesso e bene, e domandando a Gesù che ogni volta sia come l'ultima Confessione della nostra vita.
Il brano del Vangelo, inoltre, ci parla della fede. Dopo aver dissipato i dubbi di Tommaso, Gesù proclama solennemente: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto» (Gv 20,29). La fede è un dono di Dio, ma deve essere alimentata dalla nostra preghiera. Essa è come una piccola fiammella che deve essere di continuo ravvivata con l'olio della nostra orazione e delle nostre buone opere. Se manca tutto questo, essa, inevitabilmente, tende a morire. Domandiamo ogni giorno che il Signore aumenti la nostra fede. Sarà soprattutto con la meditazione assidua che questo dono si rafforzerà sempre di più. In questo periodo di Pasqua, per poi proseguire con lo stesso proposito, cerchiamo di meditare frequentemente la Parola di Gesù, il suo Santo Vangelo, domandandoci: "Cosa mi vuole dire Gesù con queste sue parole che sto meditando?". Se saremo fedeli a questo piccolo proposito, anche solo per un quarto d'ora al giorno, la fiamma della nostra fede si ravviverà sempre di più fino ad illuminare tutti quelli che incontreremo sul nostro cammino.
Tommaso ravveduto, infine, fece uno stupendo atto di fede. Egli vide l'Umanità di Cristo Risorto, e credette senza esitare nella sua Divinità. Egli, infatti, esclamò: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28). Anche noi facciamo qualcosa di simile ogni volta che partecipiamo alla Santa Messa, anzi facciamo di più. Tommaso vide l'Umanità di Cristo e credette nella sua Divinità; noi non vediamo né la Divinità, né l'Umanità di Gesù, eppure crediamo senza esitare che l'Ostia consacrata che riceviamo al momento della Comunione e che adoriamo presente nel Tabernacolo, è Gesù vivo e vero, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Per questo siamo beati, perché crediamo senza vedere.
Chiediamo alla Vergine Santa che custodisca in noi il dono della fede e lo accresca sempre di più ottenendoci una fede senza esitazioni, una fede che ci faccia spostare le montagne, una fede che ci faccia superare tutte le difficoltà.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 7 aprile 2013)

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