BastaBugie n°158 del 17 settembre 2010

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1 GMG 2011 A MADRID: IL PAPA PARLA AI GIOVANI DEI LORO VERI PROBLEMI E DELLE LORO ASPIRAZIONI
Ecco quello che i giornali e le televisioni non capiranno mai (o non vogliono capire)
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: Cesnur
2 SALVATA SAKINEH LA DONNA CHE RISCHIAVA LA LAPIDAZIONE IN IRAN
Il quotidiano Repubblica spara la sua sentenza contro il medioevo cristiano (e, come sempre, distorce la storia)
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero
3 COSTRUIRE UNA MOSCHEA A GROUND ZERO VUOL DIRE FERIRE IL SENTIMENTO DEGLI AMERICANI
I terroristi che hanno abbattuto le torri gemelle erano musulmani e lo hanno fatto in nome dell'Islam e del Corano
Fonte: Corrispondenza Romana
4 NELLE FICTION O NEI PROGRAMMI TELEVISIVI IL MEDICO NON SBAGLIA MAI, MA E' UNA FAVOLA...
Sentire un medico vero o finto parlare in tv ha effetti negativi (vedi gli esempi di Extreme Makeover, Bisturi e Nessuno è perfetto)
Autore: Carlo Bellieni - Fonte: L’Osservatore Romano
5 UN ALTRO ABBAGLIO DEL NEW YORK TIMES, LA PRESTIGIOSA RIVISTA DELLE BUFALE
L'energia solare costa meno di quella nucleare... ma poi si scopre che costa più del triplo
Autore: Pietro Saccò - Fonte: Avvenire
6 LANCIANO: IL PIU' ANTICO E DOCUMENTATO MIRACOLO EUCARISTICO REGGE AL VAGLIO DELLA SCIENZA
Nel 750 un monaco dubita della presenza reale di Gesù nell'Eucaristia ed ecco che l'ostia e il vino si trasformano in un pezzo di carne e di sangue veri (a tutt'oggi ancora esistenti)
Fonte: Unione Cristiani Cattolici Razionali
7 ABORTO, UNA TRAGEDIA MONDIALE INIMMAGINABILE
Ecco alcuni esempi per capire la drammatica situazione: Russia, Romania, Svezia, Africa, Cina, Vietnam, Cuba
Autore: Lorenzo Schoepflin - Fonte: Avvenire
8 QUELLA NATURA CHE CI SPINGE A DESIDERARE COSE GRANDI E' IL CUORE
L'interessante titolo del Meeting di Rimini di quest'anno
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire
9 OMELIA PER LA XXV DOMENICA TEMPO ORDINARIO - ANNO C - (Lc 16,1-13)

Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - GMG 2011 A MADRID: IL PAPA PARLA AI GIOVANI DEI LORO VERI PROBLEMI E DELLE LORO ASPIRAZIONI
Ecco quello che i giornali e le televisioni non capiranno mai (o non vogliono capire)
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: Cesnur, 6 settembre 2010

Il Messaggio per la XXVI Giornata Mondiale della Gioventù (GMG), che avrà luogo a Madrid dal 16 al 21 agosto 2011, datato 6 agosto 2010 ma reso pubblico il 3 settembre, prende posto fra i testi più belli di Benedetto XVI. Autore di due encicliche sulla carità e sulla speranza, il Papa tratta qui in modo approfondito della fede, che presenta ai giovani anche attraverso alcuni spunti autobiografici, e delle difficoltà che oggi la ostacolano.

1. IL CUORE INQUIETO DEI GIOVANI
Nei giovani di tutte le generazioni c’è un’inquietudine che porta a porsi le domande serie sul significato della vita e del mondo. «È parte dell’essere giovani desiderare qualcosa di più della quotidianità regolare di un impiego sicuro e sentire l’anelito per ciò che è realmente grande». «Ricordando la mia giovinezza so che stabilità e sicurezza non sono le questioni che occupano di più la mente dei giovani». Certo, il Papa è stato giovane in un momento storico particolare: «Durante la dittatura nazionalsocialista e nella guerra noi siamo stati, per così dire, “rinchiusi” dal potere dominante. Quindi, volevamo uscire all’aperto per entrare nell’ampiezza delle possibilità dell’essere uomo. Ma credo che, in un certo senso, questo impulso di andare oltre all’abituale ci sia in ogni generazione». «Si tratta solo di un sogno vuoto che svanisce quando si diventa adulti? No, l’uomo è veramente creato per ciò che è grande, per l’infinito. Qualsiasi altra cosa è insufficiente. Sant’Agostino [354-430] aveva ragione: il nostro cuore è inquieto sino a quando non riposa in Te. Il desiderio della vita più grande è un segno del fatto che ci ha creati Lui, che portiamo la sua “impronta”». Solo il provincialismo di qualche giornale italiano poteva vedere in questa profonda analisi dell’inquietudine giovanile un intervento del Papa in polemiche italiane a proposito del «posto fisso» e del precariato, forse scambiando sant’Agostino per un sindacalista.
Tornando a cose più serie, il Papa sottolinea come alla radice di questo desiderio presente nel cuore dei giovani c’è Dio. «Il desiderio della vita più grande è un segno del fatto che ci ha creati Lui, che portiamo la sua “impronta”». Questa osservazione è già un giudizio sul mondo contemporaneo. «Allora comprendiamo che è un controsenso pretendere di eliminare Dio per far vivere l’uomo! Dio è la sorgente della vita; eliminarlo equivale a separarsi da questa fonte e, inevitabilmente, privarsi della pienezza e della gioia: “la creatura, infatti, senza il Creatore svanisce” (Con. Ecum. Vat. II, Cost. Gaudium et spes, 36). La cultura attuale, in alcune aree del mondo, soprattutto in Occidente, tende ad escludere Dio, o a considerare la fede come un fatto privato, senza alcuna rilevanza nella vita sociale. Mentre l’insieme dei valori che sono alla base della società proviene dal Vangelo – come il senso della dignità della persona, della solidarietà, del lavoro e della famiglia –, si constata una sorta di “eclissi di Dio”, una certa amnesia, se non un vero rifiuto del Cristianesimo e una negazione del tesoro della fede ricevuta, col rischio di perdere la propria identità profonda».
Ma l’eclissi di Dio genera insicurezza e smarrimento, dal momento che la domanda che Dio ha deposto nel cuore dei giovani rimane senza risposta. Oggi «molti non hanno punti di riferimento stabili per costruire la loro vita, diventando così profondamente insicuri. Il relativismo diffuso, secondo il quale tutto si equivale e non esiste alcuna verità, né alcun punto di riferimento assoluto, non genera la vera libertà, ma instabilità, smarrimento, conformismo alle mode del momento».

2. LA VERA RISPOSTA: LA FEDE
La sola risposta adeguata all’inquietudine che è nel cuore dei giovani viene dalla fede. Per spiegare esattamente di che si tratta Benedetto XVI propone un’esegesi di un brano della Lettera ai Colossesi di san Paolo, dove l’Apostolo invita i cristiani di Colossi – una città della Frigia, nell’attuale Turchia – a rimanere «radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede» (Col 2, 7). Il Papa osserva che «nel testo originale i tre termini, dal punto di vista grammaticale, sono dei passivi». E questo dato non ha solo a che fare con la grammatica: «significa che è Cristo stesso che prende l’iniziativa di radicare, fondare e rendere saldi i credenti».
San Paolo, dunque, usa tre immagini: «radicato” evoca l’albero e le radici che lo alimentano; “fondato” si riferisce alla costruzione di una casa; “saldo” rimanda alla crescita della forza fisica o morale». Tutte e tre le immagini hanno una tradizione che viene dall’Antico Testamento, ma nel testo di san Paolo acquistano un preciso riferimento alla figura di Gesù Cristo. Un albero «senza radici sarebbe trascinato via dal vento, e morirebbe». Perfino nel mondo di oggi dominato dal relativismo tutti i giovani fanno esperienza delle radici: «i genitori, la famiglia e la cultura del nostro Paese, che sono una componente molto importante della nostra identità». Ma «la Bibbia ne svela un’altra. Il profeta Geremia scrive: “Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti” (Ger 17, 7-8). Stendere le radici, per il profeta, significa riporre la propria fiducia in Dio».
Con l’Incarnazione questo rapporto di fiducia con Dio è diventato un rapporto personale con Gesù Cristo: «quando entriamo in rapporto personale con Lui, Cristo ci rivela la nostra identità». «C’è un momento, da giovani, in cui ognuno di noi si domanda: che senso ha la mia vita, quale scopo, quale direzione dovrei darle?». Benedetto XVI ricorda qui la storia non semplice della sua vocazione, quando il cammino verso il sacerdozio fu interrotto dalla guerra: «In qualche modo ho avuto ben presto la consapevolezza che il Signore mi voleva sacerdote. Ma poi, dopo la Guerra, quando in seminario e all’università ero in cammino verso questa meta, ho dovuto riconquistare questa certezza». Al di là del caso particolare del Pontefice, ogni vocazione implica sofferenza perché consiste nel far prevalere quella che è compresa come volontà del Signore sui propri desideri, anche legittimi: «Non conta la realizzazione dei miei propri desideri, ma la Sua volontà». Ma la scoperta di Gesù Cristo come propria radice ultima conferisce pure una grande forza.
Venendo alla seconda immagine di san Paolo, le fondamenta, «come le radici dell’albero lo tengono saldamente piantato nel terreno, così le fondamenta danno alla casa una stabilità duratura. Mediante la fede, noi siamo fondati in Cristo (cfr Col 2, 7), come una casa è costruita sulle fondamenta». Quest’immagine della fondazione sulla fede come su una roccia si ritrova nell’Antico Testamento a proposito di Abramo. La roccia e le fondamenta evocano però qualche cosa che la casa non si dà da sé, che in un certo senso va oltre la casa, la precede e la trascende. Nelle fondamenta, nel terreno c’è tutta una storia, una tradizione che precede la decisione di costruire quella specifica casa. Così la fede non è mai un’esperienza puramente individuale ma si radica in una tradizione e in una storia. «Vi vengono presentate continuamente proposte più facili, ma voi stessi vi accorgete che si rivelano ingannevoli, non vi danno serenità e gioia. […] Non credete a coloro che vi dicono che non avete bisogno degli altri per costruire la vostra vita! Appoggiatevi, invece, alla fede dei vostri cari, alla fede della Chiesa, e ringraziate il Signore di averla ricevuta e di averla fatta vostra!».
La terza espressione che san Paolo usa nella Lettera ai Colossesi invita a rimanere «saldi nella fede». Vi è qui, spiega il Papa, un riferimento storico preciso ai problemi dei primi cristiani nella città di Colossi. In questa comunità erano presenti residui di pratiche pagane e anche una forma di eresia che annunciava lo gnosticismo, frutti entrambi di quelle che Benedetto XVI chiama «certe tendenze culturali dell’epoca, che distoglievano i fedeli dal Vangelo». «Il nostro contesto culturale, cari giovani, ha numerose analogie con quello dei Colossesi di allora. Infatti, c’è una forte corrente di pensiero laicista che vuole emarginare Dio dalla vita delle persone e della società, prospettando e tentando di creare un “paradiso” senza di Lui. Ma l’esperienza insegna che il mondo senza Dio diventa un “inferno”: prevalgono gli egoismi, le divisioni nelle famiglie, l’odio tra le persone e tra i popoli, la mancanza di amore, di gioia e di speranza. Al contrario, là dove le persone e i popoli accolgono la presenza di Dio, lo adorano nella verità e ascoltano la sua voce, si costruisce concretamente la civiltà dell’amore».
Purtroppo, come i Colossesi, anche i giovani oggi rischiano di essere indotti in confusione. Quando pure i giovani si avvicinano alla Chiesa, lì possono purtroppo trovare come a Colossi «fratelli contagiati da idee estranee al Vangelo». Vi sono infatti oggi «cristiani che si lasciano sedurre dal modo di pensare laicista, oppure sono attratti da correnti religiose che allontanano dalla fede in Gesù Cristo. Altri, senza aderire a questi richiami, hanno semplicemente lasciato raffreddare la loro fede, con inevitabili conseguenze negative sul piano morale». Come san Paolo ai Colossesi, il Papa raccomanda allora ai giovani di rimanere saldi nella fede della Chiesa, al cui cuore c’è la ferma convinzione che Cristo è morto e risorto per liberarci da «ciò che più intralcia la nostra vita: la schiavitù del peccato». Non c’è cristianesimo senza Croce, cioè senza senso del peccato e consapevolezza del mistero della Redenzione.

3. LA FEDE E' DELLA CHIESA
Nell’ultima parte della lettera Benedetto XVI commenta con i giovani un altro brano della Scrittura, il noto episodio relativo all’apostolo san Tommaso, assente quando la sera di Pasqua il Signore risorto appare ai discepoli. Quando gli riferiscono dell’apparizione, Tommaso dubita: «quando gli viene riferito che Gesù è vivo e si è mostrato, dichiara: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo” (Gv 20, 25)».
Questa esperienza è comprensibile: tutti «vorremmo poter vedere Gesù». E oggi da un certo punto di vista gli ostacoli sono più gravi che al tempo dell’apostolo san Tommaso: «oggi per molti, l’accesso a Gesù si è fatto difficile. Circolano così tante immagini di Gesù che si spacciano per scientifiche e Gli tolgono la sua grandezza, la singolarità della Sua persona». Il Papa confida che questa situazione lo ha indotto a sottrarre tempo ai doveri del suo ufficio per completare la sua opera Gesù di Nazareth: «durante lunghi anni di studio e meditazione, maturò in me il pensiero di trasmettere un po’ del mio personale incontro con Gesù in un libro: quasi per aiutare a vedere, udire, toccare il Signore, nel quale Dio ci è venuto incontro per farsi conoscere».
Ma da un altro punto di vista, nonostante le falsificazioni spacciate per scientifiche, oggi per noi vedere Gesù è più facile che per san Tommaso in quella sera di Pasqua. Possiamo infatti realmente «vederlo» nei sacramenti dell’Eucarestia e della Penitenza, così come – secondo la parola stessa del Signore – «nei poveri e nei malati». «Cari giovani, imparate a “vedere”, a “incontrare” Gesù nell’Eucaristia, dove è presente e vicino fino a farsi cibo per il nostro cammino; nel Sacramento della Penitenza, in cui il Signore manifesta la sua misericordia nell’offrirci sempre il suo perdono».
È evidente, però, che per essere capaci di «vedere» in questo modo occorre la fede. E che la fede, per non inaridirsi immediatamente, dev’essere «coltivata». Per «acquisire una fede matura, solida, che non sarà fondata unicamente su un sentimento religioso o su un vago ricordo del catechismo della vostra infanzia» il Papa raccomanda ai giovani: «Aprite e coltivate un dialogo personale con Gesù Cristo, nella fede. Conoscetelo mediante la lettura dei Vangeli e del Catechismo della Chiesa Cattolica; entrate in colloquio con Lui nella preghiera, dategli la vostra fiducia: non la tradirà mai!».
Di grande rilievo appare qui il riferimento, accanto ai Vangeli, al Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992. In quasi tutti i suoi interventi più solenni Benedetto XVI reitera l’invito a servirsi di questo strumento tanto fondamentale quanto trascurato. Non si tratta solo di un libro, ma di una questione decisiva che attiene all’essenza stessa del cristianesimo. La fede si «coltiva» solo nella Chiesa e ha bisogno della Chiesa. Se ci mettiamo a leggere i Vangeli al di fuori della Chiesa finiamo per costruirci un Dio contraffatto e fasullo, modellato a immagine dei nostri desideri.
Quando finalmente incontra san Tommaso dopo la Resurrezione, «Gesù esclama: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (Gv 20,29)». In quel momento il Signore non si rivolge solo a san Tommaso. In realtà «egli pensa al cammino della Chiesa, fondata sulla fede dei testimoni oculari: gli Apostoli. Comprendiamo allora che la nostra fede personale in Cristo, nata dal dialogo con Lui, è legata alla fede della Chiesa: non siamo credenti isolati, ma, mediante il Battesimo, siamo membri di questa grande famiglia, ed è la fede professata dalla Chiesa che dona sicurezza alla nostra fede personale. Il Credo che proclamiamo nella Messa domenicale ci protegge proprio dal pericolo di credere in un Dio che non è quello che Gesù ci ha rivelato: “Ogni credente è come un anello nella grande catena dei credenti. Io non posso credere senza essere sorretto dalla fede degli altri, e, con la mia fede, contribuisco a sostenere la fede degli altri” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 166). Ringraziamo sempre il Signore per il dono della Chiesa; essa ci fa progredire con sicurezza nella fede, che ci dà la vera vita».
«La scelta di credere in Cristo e di seguirlo non è facile; è ostacolata dalle nostre infedeltà personali e da tante voci che indicano vie più facili». Da soli, rischieremmo di lasciarci scoraggiare. Nella Chiesa e con la Chiesa possiamo scegliere di credere e rimanere fedeli a questa scelta. È quanto il Papa convoca i giovani a riscoprire nella GMG di Madrid del 2011.

Nota di BastaBugie:
Per leggere il messaggio intero del Papa ai giovani per la Giornata Mondiale della Gioventù 2011 a Madrid vai a
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/youth/documents/hf_ben-xvi_mes_20100806_youth_it.html

Fonte: Cesnur, 6 settembre 2010

2 - SALVATA SAKINEH LA DONNA CHE RISCHIAVA LA LAPIDAZIONE IN IRAN
Il quotidiano Repubblica spara la sua sentenza contro il medioevo cristiano (e, come sempre, distorce la storia)
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero, 9 settembre 2010

C’è un diritto all’ignoranza, ma per la povera gente che non ha potuto studiare, non per i premi Nobel, né per i “maestri del pensiero” che pontificano dalle prime pagine dei giornali prendendo topiche imbarazzanti.
Non si può far la guerra al pregiudizio usando i pregiudizi (più sciocchi), non si può combattere l’oscurantismo esibendo la più crassa ignoranza.
Tanto meno per una causa nobile come la salvezza definitiva della povera Sakineh, la ragazza iraniana dallo sguardo dolce e triste, di cui ieri è stata sospesa la lapidazione.
A cosa mi riferisco? Alla prima pagina della Repubblica di ieri. Che, sotto il titolo “L’appello dei Nobel ‘Salvate Sakineh’ ” riportava, in caratteri grandi, questo testuale virgolettato: “Fermiamo l’orrore sul corpo di quella donna. La lapidazione è medievale, una punizione che non esiste nel Corano”.

ASSURDITÀ
Mi sono stropicciato gli occhi e ho riletto: “la lapidazione è medievale”. Sotto questa colossale baggianata, riprodotta fra virgolette e in caratteri grandi, la Repubblica ha riportato i nomi dei Premi Nobel Shirin Ebadi, Luc Montagnier, Rita Levi Montalcini, Harald Zur Hausen, Claude Cohen-Tannoudji e Gerhard Ertl.
Ma dall’articolo si evince che la frase è dell’avvocatessa iraniana, premio Nobel per la Pace, Shirin Ebadi che ha testualmente detto: “La lapidazione è una forma di punizione medievale che non esiste sul Corano”.
Lasciamo perdere la seconda parte della frase (“una punizione che non esiste nel Corano”), anche se sospetto che i mullah di Teheran conoscano ciò che dicono il Corano e gli altri testi normativi dell’Islam meglio di noi.
La cosa che mi ha fatto sobbalzare è quell’altra, perché è platealmente falsa: “la lapidazione è medievale”. Non so se la Ebadi intendeva parlare del “Medioevo islamico”, ne dubito perché altrimenti avrebbe dovuto dirlo.
In ogni caso, siccome la Repubblica non esce in Iran, ma in Italia, siccome ha scritto Medioevo tout-court (senza l’aggettivo islamico), siccome questa è la definizione dell’epoca cristiana data dall’Illuminismo e siccome è tipico della cultura europea post-illuminista attribuire al Medioevo cristiano ogni turpitudine, è naturale intendere il “proclama” che ieri stava sulla prima pagina di Repubblica come un anatema contro il Medioevo per antonomasia, il nostro Medioevo.
E allora qui c’è da trasecolare. Quando mai nel Medioevo si sono lapidate le presunte donne adultere? Per scrupolo professionale ho voluto consultare un medievista a 24 carati come Franco Cardini che, ovviamente, ha negato che nel Medioevo i cristiani lapidassero le donne ritenute adultere.
Anzi. La celeberrima pagina del Vangelo in cui Gesù salva l’adultera dalla lapidazione, prevista dalla legge ebraica di quel tempo, ha segnato una svolta storica. La pietà e il perdono di Dio irrompono nel mondo e lo ricreano.

GESÙ LIBERATORE DELLE DONNE
Quella pagina è una pietra miliare perché rappresenta in modo drammatico tutta la novità portata da Gesù rispetto all’antica Legge. E’ una rivoluzione che lui dovrà pagare con la vita.
Gesù mostra al mondo la struggente tenerezza di Dio verso i peccatori, rivela il “Padre misericordioso” che corre incontro al figlio scialacquatore pentito e lo riempie di abbracci e onori.
Gesù pronuncia parole durissime proprio contro quelli che si ritengono “perbene”, contro chi pretende di non essere peccatore, di non aver bisogno di perdono e di aver diritto di lapidare gli altri.
Questi “maestri della legge” vengono da lui chiamati “ipocriti” e “sepolcri imbiancati”. Gesù tuona: “Serpenti, razza di vipere! Come potrete evitare i castighi dell’inferno?” (Matteo 23, 4 e sgg). Gesù dice loro provocatoriamente: “i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno dei cieli” (Mt 21, 31).
Dopo Gesù il mondo non è più lo stesso. Finisce anche l’orrore della schiavitù femminile. Non si uccide più una donna per un suo presunto peccato. Era un orrore che accomunava tutte le civiltà antiche: nella Roma imperiale, patria del diritto, una donna poteva essere ammazzata dal marito o anche dal suocero perfino per motivi futili, come aver bevuto del vino.
Eva Cantarella, nel suo libro “Passato prossimo”, spiega che su una figlia il padre ha diritto di vita o di morte (Ponzio Aufidiano per esempio uccise la figlia innocente quando scoprì che era stata violentata).
E ovviamente il marito può uccidere la moglie in caso di adulterio di lei. Ma non viceversa. Catone diceva: “se sorprendi tua moglie mentre commette adulterio, puoi ucciderla impunemente; se lei sorprende te invece non può toccarti nemmeno con un dito”.
Era pratica sociale accettata la soppressione o l’abbandono delle figlie femmine o anche il cedere la propria moglie come Catone che dette Marzia all’amico Ortensio (anche Ottaviano si fece cedere Livia dal marito).
Con il cristianesimo inizia l’unica, vera e duratura rivoluzione per le donne. E’ con Gesù, letteralmente con la sua venuta, che la donna acquista una dignità che non aveva mai avuto e che, anche giuridicamente, è pari all’uomo. E la più alta fra le creature sarà la Madonna.
Ricordo che perfino Roberto Benigni, nelle sue letture della Commedia dantesca, commentando il XXXIII del Paradiso, che inizia con la celebre preghiera alla Vergine, diceva: “la donna ha cominciato ad avere la possibilità di dire ‘sì’ o ‘no’ da quando Dio stesso ha chiesto a Maria di Nazaret il suo libero sì o no”.
Il medioevo è la prima, grande fioritura della civiltà cristiana ed è finalmente l’epoca della storia in cui non si è più potuto lapidare la donna adultera, né considerare la donna un oggetto su cui esercitare diritto di vita o di morte.
Qualcuno obietterà: ma come, stiamo dandoci da fare per salvare una povera donna dalla barbara lapidazione e tu pianti una grana in difesa del Medioevo. Sì. Perché in definitiva la salvezza delle tante Sakineh sta solo nella novità portata dal cristianesimo. Come è stato per l’Europa.
E’ vero quindi l’esatto contrario di quanto proclamato dalla prima pagina di Repubblica. Proprio il Medioevo segna, nella storia mondiale, la fine di quell’orrore. La Ebadi avrebbe dovuto dire: purtroppo non siamo al Medioevo cristiano.
Ovviamente non è che il Medioevo sia stato pieno solo di santi: gli uomini continuavano a essere peccatori e barbari. Ma si era invertito il corso della storia che andava verso la sopraffazione e la violenza sistematica sui deboli, i vecchi, i malati, i bambini e le donne. Il Medioevo avrà avuto i suoi difetti, ma non lapidava le donne.
Umberto Eco, che è una firma autorevole di Repubblica ed è un appassionato di quell’epoca potrebbe spiegarlo in un attimo alla redazione di quel giornale. Perché è incredibile che il quotidiano più diffuso, un giornale importante come Repubblica cada in questo colossale errore.

PREGIUDIZI
Come può accadere? Mi dice Cardini: “perché sui media ci sono cose di cui si può parlare male impunemente: il Medioevo è una di queste. E lo si fa per parlar male del cristianesimo su cui tutti si sentono in diritto di sputare”.
C’è un meraviglioso libro della medievista francese Régine Pernoud, pubblicato da Bompiani, “Medioevo. Un secolare pregiudizio”, che demolisce proprio i tanti luoghi comuni calunniosi che dal Settecento sono stati ingiustamente diffusi sul Medioevo. Basati su falsità e ignoranza.
L’ignoranza, il preconcetto nutrito di luoghi comuni, la scarsa conoscenza della storia sono tutti ingredienti di quel, più ampio, planetario pregiudizio anticristiano, anzi “pregiudizio anticattolico”, che il sociologo Philip Jenkins, in un suo libro, ha definito “l’unico pregiudizio ammesso”.
In effetti l’epoca del “politically correct”, che ha messo al bando tutti i pregiudizi basati sull’appartenenza etnica, religiosa, sessuale o sociale, ammette solo quello contro la Chiesa cattolica.
Sulla Chiesa e sui cattolici di oggi e di ieri si possono impunemente sparare sentenze di condanna morale e culturale, immotivate e ingiuste.

Fonte: Libero, 9 settembre 2010

3 - COSTRUIRE UNA MOSCHEA A GROUND ZERO VUOL DIRE FERIRE IL SENTIMENTO DEGLI AMERICANI
I terroristi che hanno abbattuto le torri gemelle erano musulmani e lo hanno fatto in nome dell'Islam e del Corano
Fonte Corrispondenza Romana, 11/9/2010

Riportiamo un editoriale del direttore del “The Washington Times”, Brett Decker, apparso l’11 agosto 2010.

La zona attorno all’ex World Trade Center è un luogo sacro, in cui migliaia di americani hanno perso la vita a causa dei seguaci di un’ostile ideologia basata sull’Islam. La Cordoba House, moschea e centro culturale islamico di 13 piani progettato vicino a Ground Zero, è nel migliore dei casi inappropriato e nel peggiore dei casi un tentativo di falsare la memoria degli attentati dell’11 settembre 2001.
Nell’impegno di commemorare l’11 settembre vi è stata una deferenza smodata e non necessaria nei confronti dei musulmani. La maggior parte dei monumenti non ricorda che i terroristi dell’11 settembre sono stati mossi dalla fede di Maometto. Il monumento dedicato al volo 93 a Shanksville (Pennsylvania), ad esempio, è costituito dalla cosiddetta “mezzaluna dell’abbraccio”; è stato poi modificato in seguito alle proteste di tanti indignati per la presenza di un simbolo musulmano in ricordo dei tanti morti causati del fanatismo islamico. L’area commemorativa di Ground Zero darà un nome a tutte le vittime dell’attacco ma non farà riferimento al motivo per cui hanno perso la vita.
Il Monumento dell’11 settembre e il Museo minimizzeranno gli avvenimenti dell’11 settembre. Secondo Daisy Khan, direttore esecutivo dell’American Society for Muslim Advancement (ASMA), il monumento rappresenterà in particolare le «voci dei musulmani americani in particolare e onorerà i membri di altre comunità che insieme, l’11 settembre, hanno sostenuto e collaborato con la comunità musulmana e con le sue conseguenze». Ma è strano che un monumento simile rappresenti le voci dei musulmani americani, specialmente se si considera che la comunità musulmana non è mai stata in prima linea nel denunciare le azioni dei suoi corregionali dopo gli attacchi dell’11 settembre. A sentire Khan, verrebbe da pensare che i musulmani sono stati più le vittime che i perpetratori della carneficina.
Khan liquida le preoccupazioni sulla Cordoba House come «paura di ciò che non si conosce». Ma una delle cose che non si conoscono, ad esempio, è da dove proviene il finanziamento per il progetto da 100 milioni di dollari. L’edificio è stato acquistato nel luglio 2009 per 4,85 milioni di dollari in contanti dalla Soho Properties, una società di investimenti immobiliare legata all’imprenditore Sharif El-Gamal. Uno degli investitori era la Cordoba Initiative, un’organizzazione presieduta dal marito di Khan, Faisal Abdul Rauf. L’Initiative aveva meno di 20.000 dollari in attività nel 2008 e aveva ricevuto meno di 100.000 dollari in contributi da quando fu fondata nel 2004.
L’ASMA ha attività per meno di un milione di dollari. I presidenti non spiegano come le loro organizzazioni, con così poca disponibilità di contanti, possano impegnarsi ad aiutare un progetto così importante; ma Khan afferma: «la Cordoba House sarà una nuova entità le cui fonti di finanziamento saranno indipendenti dai fondi dell’ASMA e della Cordoba Initiative». Secondo le previsioni i soldi proverranno dall’estero.
L’Arabia Saudita e altri Paesi a maggioranza musulmana hanno fatto del finanziamento alle moschee un’importante priorità per estendere la diffusione e l’influenza dell’Islam.
I rappresentanti delle altre fedi non hanno ancora permesso di costruire luoghi di culto in zone considerate sacre dai musulmani e che in alcuni casi comprendono interi Paesi. Il vice consigliere per la Sicurezza Interna e per l’anti-terrorismo, John Brennan, ha recentemente parlato con entusiasmo testimoniando «come i nostri partner sauditi abbiano compiuto il loro dovere quali custodi delle due moschee sacre alla Mecca e a Medina». Potrebbe essere vero, ma guai ad essere scoperti a venerare un altro dio al di fuori di Allah. Secondo lo studio del 2009 condotto dal Pew Forum, l’Arabia Saudita, al pari solo con l’Iran, è il Paese meno tollerante del mondo nei confronti della diversità religiosa. È illegale anche semplicemente portare simboli religiosi di altre fedi e la conversione a un’altra religione è considerata un’offesa capitale.
Gli Stati Uniti dovrebbero vietare ogni finanziamento estero per la costruzione di luoghi di culto da Paesi che non ammettono la libertà religiosa e porre fine al rapporto a senso unico che consente ai promotori dell’Islam di prevalere ingiustamente sulle altre fedi. Inoltre, Kahn e Rauf dovrebbero dire la verità sulle fonti destinate al finanziamento per la Cordoba House. Sarebbe ironico e tragico (se non sorprendente) se alcuni canali, che cercano oggi di costruire la moschea di Ground Zero, avessero sostenuto anche gli attacchi che hanno reso necessaria la costruzione di un monumento commemorativo.
La “religione di pace” ha alcuni membri violenti che sono sempre più attivi sul territorio statunitense e la paura degli Americani di dire “no” a una moschea sul luogo più importante della vittoria jihadista negli Stati Uniti è il segno di una debolezza culturale.

Fonte: Corrispondenza Romana, 11/9/2010

4 - NELLE FICTION O NEI PROGRAMMI TELEVISIVI IL MEDICO NON SBAGLIA MAI, MA E' UNA FAVOLA...
Sentire un medico vero o finto parlare in tv ha effetti negativi (vedi gli esempi di Extreme Makeover, Bisturi e Nessuno è perfetto)
Autore: Carlo Bellieni - Fonte: L’Osservatore Romano, 20 agosto 2010

Tv buona dottoressa? è il titolo di un saggio-inchiesta sul rapporto tra televisione italiana e medicina, da poco edito (Roma, Rai-Eri, 2010, pagine 292, euro 18). È una lettura interessante perché mostra in maniera ben documentata l’evoluzione di questo rapporto dai suoi albori sino ad oggi, attraverso l’esame attento delle fiction, telefilm, pubblicità e quant’altro sulle reti pubbliche e su quelle private. Le autrici, Roberta Gisotti e Mariavittoria Savini, mostrano il salto da quella che chiamano “paleo televisione” alla televisione moderna, la “neotelevisione”. Nella prima “abbiamo contato centinaia di documentari scientifici divulgativi” quando “la divulgazione scientifica della Rai era orientata primariamente a svolgere un ruolo didascalico-formativo nei confronti della popolazione generale”; nella neotelevisione, invece, il genere della divulgazione scientifica cede il passo alle trasmissioni incentrate proprio sulla medicina, che “si caratterizzano per la funzione di servizio ai cittadini” cosicché la chiave più diffusa è quella di “dispensare consigli”.
E l’ascolto delle trasmissioni di questo genere passa da 6,5 milioni di telespettatori nel 2001 a 8,8 milioni nel 2005. Nel caso della televisione commerciale invece “la medicina resta un argomento assolutamente marginale, se non associato, a partire dagli anni Novanta, a un concetto di salute mirato soprattutto al raggiungimento di una forma fisica soddisfacente”, seppur con eccezioni.
Puntualmente il libro descrive i programmi non risparmiando certo critiche quando necessarie, ma soprattutto riportando le valutazioni emerse sulla stampa, ed elenca le numerose soap-opera e telefilm programmati sulle reti televisive, da ER Medici in prima linea, a House MD, da Scrubs, medici ai primi ferri a Csi, Scena del Crimine. Arriva quindi a parlare dei programmi di medicina-intrattenimento, tra cui quelli in cui si viaggia con un eccesso di disinvoltura tra i ritocchi della chirurgia estetica: da Extreme Makeover a Bisturi, Nessuno è perfetto, il primo sospeso precocemente, il secondo noto per le polemiche suscitate. Insomma, una disamina attenta e utile, che ci obbliga a domandarci:  a cosa si deve il proliferare di medicina in tv, in un’epoca in cui il servizio sanitario è gratuito, capillare e spesso di ottimo livello? Da dove nasce la sete di medicina televisiva? Il fatto è che viviamo in un’epoca di somma incertezza e paura, e trovare una trasmissione ben confezionata che ci porta in casa lo specialista ci fa sentire una sorta di tocco magico, di parola di conforto di cui la popolazione evidentemente ha bisogno.
Sentire un medico - vero o finto - parlare di malattia in tv sopperisce a tre necessità:  la semplice curiosità, in un mondo di persone sole che amano interessarsi a problemi altrui per non pensare ai propri; vedere qualcuno che soppesa e prende sul serio i nostri mali, dato che la gente vorrebbe un rapporto col medico quasi esclusivo, amichevole, che talora manca; e il bisogno di esorcizzare il male, dato che quello che vediamo sullo schermo resta distante, e sappiamo dominarlo cambiando canale. La lettura del libro ci mostra anche altro:  la figura del medico, che la medicina moderna voleva burocratizzato, ridotto a lavorare in ospedali divenuti “aziende”, non a contatto col malato ma con l’”utenza”, viene ancora mitizzata in un’aura di sacro, certamente fuori luogo, ma comprensibile in un’epoca che ha perso l’Abc del sacro vero.
E questo lo vediamo dal fatto che l’unico tema tabù nelle varie fiction non è la morte o il dolore o il sangue, che sono sparsi a vagoni, ma un tema più banale:  l’errore. Nelle fiction il medico non sbaglia mai, e se sbaglia c’è sempre qualcuno che ripara.
Nelle fiction il medico non può sbagliare, perché immediatamente diventa un attentatore alla sacralità della sua opera, svela che l’opera sua non è pseudo-divina, come dicevamo prima, e questa scoperta terrorizza. Anche per questo motivo, serie come Crimini bianchi, che denunciava forse in modo “fuorviante” gli errori medici, o come Medici miei, parodia di tutte le serie dedicate a dottori e ospedali, ebbero un successo molto scarso e alimentarono moltissime polemiche.
Insomma ci piace sentirci rassicurare, sapere che la medicina arriva là dove arrivano le nostre speranze; e ci piace sentire qualcuno che è sicuro di sé, che non sbaglia, che salva.
In realtà, spiegano bene le autrici, la medicina reale non è così, e riportano molte opinioni tutte o quasi concordi sul fatto che l’attività del medico non è quell’esplosione di adrenalina, di bellezza e onnipotenza che si vede nelle fiction, né quella sobria e ieratica dell’”esperto” di turno:  spesso è fatta di lunghi colloqui, di attese, e anche di umani sbagli.
E di morte, perché anche là dove si prendono decisioni in trenta secondi, come nelle rianimazioni, l’esito non è quello salvifico che vediamo in tv. D’altronde, le serie tv più che dei racconti sono delle favole; e più sono belle, come nel caso di House MD o di Scrubs, più manifestano chiaramente il loro intento didascalico, fantasioso e profondo.
Forse è per questo che l’unico “errore” che possiamo notare nel libro è un lapsus, quando attribuisce come autore alla serie Dr. House MD, invece di David Shore, sir Arthur Conan Doyle, che invece è il creatore di Sherlock Holmes:  altra favola, stessa bellezza.

Fonte: L’Osservatore Romano, 20 agosto 2010

5 - UN ALTRO ABBAGLIO DEL NEW YORK TIMES, LA PRESTIGIOSA RIVISTA DELLE BUFALE
L'energia solare costa meno di quella nucleare... ma poi si scopre che costa più del triplo
Autore: Pietro Saccò - Fonte: Avvenire, 6 agosto 2010

L’energia solare costa meno di quella nucleare. Sarebbe una svolta, se solo fosse vero. La notizia, apparsa sul New York Times lo scorso 26 luglio infatti aveva fatto rumore anche in Europa: John Blackburn, della Duke University, e Sam Cunningham, un suo studente, avrebbero dimostrato che l’energia solare fotovoltaica ha un costo medio di generazione di 15,9 centesimi per kilowattora contro i 17 dell’energia nucleare. Tutto vero se, come accade in North Carolina (lo stato Usa a cui si riferisce lo studio), lo Stato concede agli impianti fotovoltaici un credito di imposta che complessivamente copre il 65% dei costi dell’impianto e niente al nucleare. Senza l’aiuto pubblico il costo del solare schizza a 63 centesimi per kilowattora. L’obiezione, posta in Italia dall’Associazione italiana nucleare, era già arrivata anche in America. E, martedì scorso, il prestigioso New York Times è stato costretto alla rettifica: l’articolo non diceva, «come invece avrebbe dovuto», che lo studio era stato commissionato da una associazione ambientalista che ha anche l’obiettivo di «combattere i rischi derivati dal nucleare». E il Nucleare Energy Institute «non era stato consultato». Il risultato, ha ammesso il quotidiano, «è stato una presentazione sbilanciata dello studio».

Fonte: Avvenire, 6 agosto 2010

6 - LANCIANO: IL PIU' ANTICO E DOCUMENTATO MIRACOLO EUCARISTICO REGGE AL VAGLIO DELLA SCIENZA
Nel 750 un monaco dubita della presenza reale di Gesù nell'Eucaristia ed ecco che l'ostia e il vino si trasformano in un pezzo di carne e di sangue veri (a tutt'oggi ancora esistenti)
Fonte Unione Cristiani Cattolici Razionali, 30 agosto 2010

Tra tutti i miracoli eucaristici, quello di Lanciano (Abruzzo), avvenuto nel 700 circa, è il più antico e documentato. L’unico, nel suo genere, ad essere stato autenticato senza riserve dalla comunità scientifica (compresa la commissione dell’Organizzazione mondiale della Sanità), a seguito di rigorose ed accurate analisi di laboratorio.

LA VICENDA
Il prodigio in questione accadde a Lanciano (Abruzzo), nella piccola Chiesa dei Santi Legonziano e Domiziano tra il 730 e il 750, durante la celebrazione della Santa Messa presieduta da un monaco basiliano. Egli, subito dopo la transustanziazione, dubitò che le specie eucaristiche si fossero realmente trasformate nella carne e nel sangue di Cristo, quando, improvvisamente, sotto gli occhi dell’attonito frate e dell’intera assemblea dei fedeli, la particola e il vino mutarono in un pezzo di carne e in sangue. Quest’ultimo si coagulò in breve tempo e prese la forma di cinque sassolini di color giallo-marrone (su EdicolaWeb si può trovare una descrizione più dettagliata).

ANALISI SCIENTIFICHE
Dopo alcune analisi sommarie effettuate nel corso dei secoli, nel 1970 le reliquie poterono essere studiate da un esperto di fama internazionale, il Prof. Odoardo Linoli, docente in Anatomia e Istologia Patologica ed in Chimica e Microscopia Clinica, nonché Primario Direttore del Laboratorio di Analisi Cliniche e di Anatomia Patologica dell’Ospedale di Arezzo. Linoli, coadiuvato dal Prof. Bertelli dell’Università degli Studi di Siena, dopo i doverosi prelevamenti, il 18/9/70 eseguì le analisi in laboratorio e rese pubblici i risultati il 4/3/71 in una relazione dal titolo “Ricerche istologiche, immunologiche e biologiche sulla Carne e sul Sangue del Miracolo Eucaristico di Lanciano” (le conclusioni sono visionabili anche sull’enciclopedia Wikipedia1 e Wikipedia2. Egli stabilì che:

* I due campioni prelevati dall’ ostia-carne erano costituiti da fibre muscolari striate non parellele (come quelle muscolari scheletriche). Questo e altri indizi certificarono che l’elemento esaminato era, come la tradizione popolare e religiosa aveva da sempre ritenuto, un pezzo di “carne” costituito da tessuto muscolare striato del miocardio (il cuore).

* I campioni prelevati dal coagulo di sangue erano costituiti da fibrina. Grazie a diversi test (Teichmann, Takayama e Stone & Burke) e analisi cromatografiche venne certificata la presenza di emoglobina. Le parti coagulate erano quindi effettivamente costituite da sangue coagulato.

* Grazie al test immunoistochimico della Reazione di Precipitazione Zonale di Uhlenhuth, si stabilì che, sia il frammento di miocardio che il sangue, appartenevano certamente alla specie umana. Il test immunoematologico della reazione detta di “assorbimento-eluizione”, stabilì invece che entrambi appartenevano al gruppo sanguigno AB, lo stesso ritrovato sulle impronte anatomiche anteriore e posteriore del corpo dell’uomo della Sindone.

* Le analisi istologica e chimico-fisica dei campioni prelevati dalle reliquie non hanno rilevato alcuna presenza di sali e composti conservanti, comunemente impiegati nell’antichità per il processo di mummificazione. Inoltre, al contrario dei corpi mummificati, il frammento di miocardio è stato lasciato allo stato naturale per secoli, esposto a forti escursioni termiche, ad agenti fisici atmosferici e biochimici e, nonostante questo, non si nota nessun accenno di decomposizione e le proteine di cui sono costituite le reliquie si sono mantenute completamente integre.

* Il Prof. Linoli ha escluso categoricamente la possibilità che le reliquie siano un falso architettato nel passato, in quanto ciò avrebbe presupposto la conoscenza di nozioni anatomiche umane molto più avanzate di quelle diffuse tra i medici del tempo, le quali avrebbero consentito di rimuovere il cuore di un cadavere e di dissezionarlo al fine di ottenere un frammento di tessuto miocardico perfettamente omogeneo e continuo. Inoltre, nel volgere di un brevissimo arco di tempo, esso avrebbe subito necessariamente una grave e visibile alterazione per deliquescenza o putrefazione.

* Nel 1973 il Consiglio superiore dell’Organizzazione mondiale della Sanità, O.M.S./O.N.U. nominò una commissione scientifica per verificare le conclusioni del medico italiano. I lavori durarono 15 mesi con un totale di 500 esami. Le ricerche furono le medesime di quelle effettuate dal prof. Linoli, con altri complementi. La conclusione di tutte le reazioni e di tutte le ricerche confermarono ciò che già era stato dichiarato e pubblicato in Italia.

Fonte: Unione Cristiani Cattolici Razionali, 30 agosto 2010

7 - ABORTO, UNA TRAGEDIA MONDIALE INIMMAGINABILE
Ecco alcuni esempi per capire la drammatica situazione: Russia, Romania, Svezia, Africa, Cina, Vietnam, Cuba
Autore: Lorenzo Schoepflin - Fonte: Avvenire, 11 agosto 2010

Una ecatombe di dimensioni inimmaginabili. È questa la sensazione immediata – che si accompagna alla naturale difficoltà di reperire dati ufficiali, omogenei e recenti – quando l’intento è mettere assieme le statistiche sull’aborto volontario in tutto il mondo. Complessivamente, i dati mondiali parlano di una stima di ben oltre 30 aborti ogni 100 bambini nati: quasi una gravidanza su quattro interrotta volontariamente, per un totale di oltre quaranta milioni di bambini uccisi all’anno.
Oltre ai numeri assoluti, molto significativo è il dato che va sotto il nome di rapporto di abortività, ovvero il numero di aborti ogni 100 nati vivi. Un numero che, Paese per Paese, fornisce l’immediata fotografia della tendenza al ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza.
E mentre in Italia si conferma un lentissimo calo – ribadito dagli annuali dati ministeriali diffusi lunedì – esistono angoli del pianeta dove quella dell’aborto è una tragedia che, lungi dal rallentare, sostanzialmente fuori controllo.
Quanto alla situazione europea, le raccolte di dati più omogenee sono quelle fornita dall’Organizzazione mondiale della sanità e del Guttmacher Institute, organico alla stessa Oms. Le statistiche che immediatamente si impongono sono quelle dell’Est europeo che nel 2003 ha raggiunto un picco di 103 aborti ogni 100 bimbi nati vivi, a significare che più di una gravidanza su due è stata interrotta volontariamente. Nel dettaglio impressionano i numeri degli anni ’90, con picchi di Romania (oltre 300 aborti ogni 100 nati vivi), della Federazione Russa (oltre 200), della Bielorussia e dell’Ucraina (intorno ai 150). La tendenza attuale è quella di un brusco calo, ma i numeri più recenti degli aborti ufficialmente censiti dall’Oms sono ancora altissimi: 95 aborti ogni 100 nati vivi in Russia, 45 in Ungheria e Bulgaria, 55 in Romania, 32 in Slovacchia, con solo Repubblica Ceca e Ucraina avviatesi verso la "normalità" (meno di 30 aborti ogni 100 nati vivi). Per quanto riguarda la penisola scandinava, è il dato della Svezia a risaltare: dal 1997 un rapporto di abortività che staziona attorno ai 35 aborti ogni 100 nascite, contro i 26 della Norvegia e i 18 della Finlandia. Nel resto d’Europa da segnalare l’inesorabile ascesa del rapporto di abortività in Spagna, più che raddoppiato – da 11 a 23 – negli ultimi 20 anni, e i numeri di Francia e Regno Unito, assestatisi ormai da anni ben al di sopra dei 25 aborti ogni 100 nascite.
Uscendo dai confini europei, è il Guttmacher Institute – un centro che si dedica allo studio e alla diffusione della salute sessuale e riproduttiva a livello mondiale – a fornire dati più omogenei e dettagliati. In una pubblicazione del 2007, che ha il pregio di aggregare una mole di numeri assai consistente, viene riportato un rapporto di abortività per gli Stati Uniti pari a 31 aborti ogni 100 nati vivi, in linea con quello del Canada, mentre per Cuba si raggiunge la stratosferica cifra di 109 (ovvero, sono più le gravidanze interrotte di quelle portate a termine).
Per Cina e Giappone si registrano rapporti di abortività rispettivamente di 41 e 28. A proposito di Stati Uniti e Cina, impressionano i numeri assoluti: rispettivamente ben oltre il milione e addirittura i sette milioni di aborti l’anno. È ancora il Guttmacher Institute a parlare di un rapporto di abortività di circa 17 su 100 nati vivi per l’Africa, con punte di 24 nella parte meridionale del continente. 34 gli aborti ogni 100 nascite in Asia, con picchi di 51 per la zona orientale. America Latina e Caraibi si attestano intorno a una rapporto di abortività pari a 35, media tra i numeri più bassi dell’America centrale e quelli altissimi di regione caraibica (42) e Sud America (38). E c’è chi si batte a livello internazionale per estendere il «diritto all’aborto»...

RUSSIA, PRIMA LA CARRIERA: COME IN OCCIDENTE
Russia l’aborto è consentito entro la 28ª settimana quando per la madre si configura il rischio di vita, per preservare la salute fisica e mentale della donna, per ragioni socio-economiche e nel caso in cui il feto sia malformato. I dati del 2006 resi disponibili dall’Oms riportano un rapporto di abortività in continuo calo, ma ancora su livelli altissimi: 950 aborti ogni 1000 nati vivi contro i 1500 di inizio millennio. Statistiche ancor più recenti calcolavano 670 aborti ogni 1000 nascite, con oltre due milioni di aborti ogni anno. Nonostante l’aumento continuo del numero di nascite, i demografi considerano ancora la situazione allarmante. Sergei Zakharov, vicedirettore dell’Istituto di demografia dell’Università di Mosca, ha affermato che sono solo l’8% gli aborti praticati per ragioni economiche. Con l’avvento dei valori occidentali in Russia, sempre secondo Zakharov, oggi la maggioranza delle donne sceglie di abortire perché antepone carriera e realizzazione personale ai valori della famiglia.

ROMANIA, UN FENOMENO FUORI CONTROLLO
Romania l’aborto si può praticare nelle prime quattordici settimane se esistono problemi psico-fisici. Oltre quel limite temporale l’interruzione di gravidanza è legale solo per ragioni terapeutiche. Il numero riportato dall’Oms è di 128 mila aborti nel 2008, un’enormità se rapportato ai 22 milioni di abitanti. Nel giugno del 2008 destò scalpore la notizia del via libera all’aborto per una bimba di 11 anni la cui gravidanza era frutto di una violenza subìta dallo zio. La bimba era alla 21ª settimana, ma fu dato il permesso per preservare la sua salute mentale. Prendendo spunto dalla vicenda, Marie Stopes International – organizzazione attiva nell’ambito della «pianificazione familiare» – chiese una revisione in termini più permissivi della legge. Nel 2007, il film «4 mesi 3 settimane e 2 giorni» del regista rumeno Cristian Mungiu ridestò il dibattito sull’aborto clandestino nell’era Ceausescu. E vinse il Festival di Cannes.

SVEZIA, NUMERI RECORD DA 20 ANNI E SELEZIONE IN BASE AL SESSO
Svezia l’aborto si può praticare entro le 18 settimane di gravidanza su richiesta della donna, quando si configurino rischi per la salute psico-fisica o malformazioni del feto. È richiesto un colloquio con un assistente sociale, mentre oltre le 18 settimane il via libera per l’interruzione di gravidanza deve essere fornito dal Consiglio nazionale della sanità e del welfare. La sezione europea dell’Oms fornisce dati che per la Svezia mostrano un rapporto di abortività che dalla fine degli anni ’90 è assestato costantemente tra i 340 e i 350 aborti ogni 1000 bambini nati. Proprio il Consiglio nazionale della sanità nel maggio dell’anno scorso ha aperto le porte all’aborto per la selezione del sesso del nascituro. La richiesta proveniva dall’ospedale di Mälaren, dove i medici si erano trovati di fronte alla richiesta di una donna di abortire i due figli che stava aspettando proprio perché non erano del sesso desiderato. L’istanza della donna fu considerata legittima poiché avanzata entro le 18 settimane di gestazione: l’aborto non si può negare anche se i figli sono sani.

AFRICA, NEL CONTINENTE NERO DAL VETO AL PERMISSIVISMO
Le varie legislazioni africane sull’aborto presentano sensibili difformità: si va dal divieto totale in Paesi come Angola, Egitto e Somalia a leggi estremamente permissive come quelle di Sud Africa e Tunisia, passando per Libia, Nigeria e Uganda, dove l’unica condizione è il pericolo di vita della madre. Per quanto riguarda l’Africa, i dati relativi alle interruzioni volontarie di gravidanza sono forniti dal Guttmacher Institute come stime, con particolare attenzione dedicata alla sicurezza della pratica abortiva nell’intero continente. Un tema che determina un impegno costante di moltissimi soggetti tra organismi internazionali e organizzazioni non governative nell’ambito della cosiddetta «salute riproduttiva» e della pianificazione familiare, con campagne per la diffusione massiccia di anticoncezionali e aborto farmacologico. Il numero assoluto di aborti eseguiti nel continente africano viene stimato superiore ai 5 milioni e mezzo, di cui oltre due milioni riguardano l’Africa Orientale. Ai 300mila aborti stimati nella parte sud del continente, corrisponde il rapporto di abortività più alto, con 24 aborti ogni 100 nascite.

CINA, SISTEMA AL COLLASSO: IL FIGLIO UNICO NON PAGA
Cina il tema dell’aborto è inscindibilmente legato alla politica del figlio unico, che fa impennare le cifre riguardanti le interruzioni volontarie di gravidanza. I numeri sono esorbitanti: oltre sette milioni gli aborti praticati, per un rapporto di abortività di 41 su 100 nati, secondo le statistiche presentate dal Guttmacher Institute. A cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90 i numeri assoluti hanno raggiunto i quattordici milioni, con rapporti di abortività fino a 69 aborti ogni 100 nascite. Queste cifre si portano appresso il problema legato agli squilibri demografici, col rapporto tra maschi e femmine che nel Paese ha raggiunto valori allarmanti. Preoccupazione hanno recentemente destato anche studi socio-economici e demografici che mostrano come la Cina si stia avviando verso un insostenibile divario tra la popolazione in età produttiva e quella in età avanzata e dunque verso un collasso del sistema economico. Per questo il governo cinese, sin dall’anno scorso, pare stia valutando attentamente una revisione della sua tragica politica del figlio unico.

VIETNAM, GIOVANISSIME IN FORTE CRESCITA
Vietnam le condizioni per interrompere la gravidanza sono connesse ai rischi per la salute della donna e alle eventuali malformazioni del feto, oltre che alle condizioni economiche della madre. Il Guttmacher Insitute inserisce il Vietnam tra quei Paesi per i quali le statistiche sono incomplete o incerte, ma il quadro che ne viene dipinto indica un rapporto di abortività che oscilla dai 78 aborti ogni 100 nati vivi del 1996 (un milione e mezzo di interruzioni di gravidanza) ai 33 del 2003 (oltre mezzo milione). Anche numeri più recenti fanno impressione: nel 2006 si è calcolato che a fronte di 17 bimbi nati ogni 1000 donne in età fertile si registravano 83 aborti, e che mediamente una donna vietnamita subiva nell’arco della propria vita 2,5 aborti. Nel maggio scorso il Vietnam è entrato nella classifica dei dieci Stati con la più alta diffusione dell’aborto, con particolare riferimento alle interruzioni di gravidanza in donne con meno di 19 anni.

CUBA, REGIME ALL'ERTA: SUPERATE LE NASCITE
Le condizioni per l’aborto legale a Cuba riguardano i rischi per la vita e per lo stato di salute della donna, oltre alle motivazioni legate alle malformazioni del feto e alle condizioni socio-economiche della madre. Cuba è uno degli Stati dove il numero di gravidanze interrotte è maggiore rispetto a quelle portate a terminine. Nel 2008 fu il quotidiano del regime comunista Granma a dar voce alla preoccupazione di membri del governo a proposito dell’elevato numero di aborti. Ciò non può far dimenticare la condizione di prigionia di alcuni dissidenti rei di aver denunciato le politiche pro-aborto della dittatura castrista. Oscar Elias Biscet, un medico incarcerato dal 2003, aveva portato alla luce le pratiche abortive spesso barbare e le preoccupanti cifre tra le giovanissime. La cifra assoluta, secondo le statistiche delle Nazioni Unite, oscilla intorno alle 65 mila interruzioni di gravidanza, dopo aver raggiunto picchi di 80 mila alla fine degli anni ’90.

Fonte: Avvenire, 11 agosto 2010

8 - QUELLA NATURA CHE CI SPINGE A DESIDERARE COSE GRANDI E' IL CUORE
L'interessante titolo del Meeting di Rimini di quest'anno
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire, 22 agosto 2010

«Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore»: così recita il titolo della XXXI edizione del Meeting di Rimini che si apre oggi. Sono parole che invitano a riflettere sulla natura umana, sulla nostra radice profonda, sul fuoco che a volte ci pervade e che, in ogni caso, non si spegne mai del tutto, nemmeno quando una cultura riduzionista cerca di convincerci che siamo solo materia, né quando ci dedichiamo a cose volgari oppure a cose piccole in modo sproporzionato. In effetti, siamo esseri che desiderano cose grandi, come già suggerisce l’etimologia latina della parola desiderio che (secondo alcune ricostruzioni) è composta dal “de” privativo, che indica mancanza di qualcosa, e da “sidera”, cioè il cielo, le stelle, la felicità (fuor di metafora). E se è vero che «nulla di grande si fa senza passione», come hanno rilevato diversi autori, al fondo di ogni particolare passione e desiderio che ci spingono a cercare cose grandi c’è un desiderio radicale (tematizzato da moltissimi letterati e filosofi), che è la scaturigine ed il sostrato di tutti gli altri e del nostro intero dinamismo. Lo possiamo comprendere riflettendo sul sentimento della delusione.
Infatti, noi sperimentiamo due tipi di delusione. In primo luogo c’è la delusione per uno scopo mancato: volevamo un buon lavoro e non l’abbiamo avuto, volevamo girare il mondo e non ci siamo riusciti, volevamo essere amati e non siamo stati amati, ecc., perciò siamo insoddisfatti e amareggiati. Ma, in secondo luogo, esiste anche la delusione per uno scopo conseguito, quella che proviamo perché il raggiungimento di un certo traguardo non ci soddisfa come ci aspettavamo: volevamo un buon lavoro e l’abbiamo avuto, volevamo girare il mondo e ci siamo riusciti, volevamo essere amati e siamo stati amati, ecc., eppure, ogni volta, contrariamente alle nostre aspettative, dopo aver raggiunto un traguardo non siamo appagati. La delusione dell’obiettivo conseguito ci coglie (prima o poi) persino quando abbiamo raggiunto una meta a cui anelavamo spasmodicamente e ci rivela che nel nostro cuore alberga un desiderio − che è cifra della grandezza umana − che nessun bene finito può soddisfare: un desiderio di un Bene Assoluto. Per questo l’uomo è un essere essenzialmente inquieto, proteso a cercare in modo inesausto come l’Ulisse di Dante, mai pago, mai pienamente felice nella condizione storica della sua esistenza.
Più precisamente, la felicità umana è legata alle relazioni interpersonali di amore: non si può essere felici da soli e chi vive stabilmente (e non soltanto temporaneamente) in solitudine è tremendamente infelice o, nella migliore delle ipotesi, sperimenta una condizione di mera assenza di negatività, ma non di pienezza. D’altra parte, nessuna persona finita e nessuno dei nostri amori possono pienamente dissetare la nostra esigenza di infinito. Pertanto, la delusione dello scopo conseguito può farci comprendere che solo una definitiva e indefettibile relazione di comunione con una Persona Infinita può essere pienamente felicitante. Una comunione non provvisoria e parziale (quella che gli uomini di fede coltivano durante la loro vita mortale), bensì totale, dunque il cielo che de-sideriamo è il Cielo. Come ha scritto Simone Weil, «quaggiù ci sentiamo stranieri, sradicati, in esilio; come Ulisse, che si destava in un paese sconosciuto dove i marinai l’avevano trasportato durante il sonno e sentiva il desiderio d’Itaca straziargli l’anima». E quale sia la nostra Itaca ce lo evidenzia s. Agostino: «Ci hai fatti per te [o Dio] e il nostro cuore non trova pace finché non riposa in te».

Fonte: Avvenire, 22 agosto 2010

9 - OMELIA PER LA XXV DOMENICA TEMPO ORDINARIO - ANNO C - (Lc 16,1-13)

Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 19 settembre 2010)

L’evangelista Luca, di cui è la pagina del Vangelo di oggi, ha tra i suoi argomenti preferiti il pregio della povertà e il pericolo della ricchezza, al punto che il suo Vangelo potrebbe essere definito il Vangelo dei poveri. Come spiegare allora la parabola di oggi, che effettivamente, è tra le più difficili di tutto il Nuovo Testamento? Apparentemente, sembra che Gesù lodi la disonestà di quell’amministratore che si era procurato amici imbrogliando. Nella parabola si legge che «il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza» (Lc 16,8).
Gesù non loda la disonestà, bensì la scaltrezza. In poche parole, noi dobbiamo imitare quella scaltrezza, non certo per essere disonesti, ma per fare il bene. Purtroppo, tante volte, «i figli di questo mondo [...] sono più scaltri dei figli della luce» (ivi) e ci mettono più impegno nel fare il male di quello che ci mettono i figli della luce a compiere il bene. L’espressione «figli di questo mondo» indica coloro per i quali gli orizzonti della vita si chiudono sugli interessi terreni; mentre l’espressione «figli della luce» designa quelli che vivono in funzione della Vita eterna. L’insegnamento della parabola risulta ora chiaro, esso ci esorta a procurarci il nostro autentico bene, quello spirituale.
Secondo l’insegnamento della Bibbia, i beni della terra sono proprietà di Dio dati in amministrazione agli uomini, i quali devono servirsi di essi non per alimentare il loro egoismo, ma per fare il bene. Nel Vangelo di oggi, Gesù chiama “disonesta” la ricchezza ed è realmente disonesta quando viene sfruttata per il solo tornaconto personale. Un mezzo per utilizzare bene la ricchezza è quello di farne parte ai poveri, in modo che, «quando questa verrà a mancare, essi [i poveri] vi accolgano nelle dimore eterne» (Lc 16,9).
Il discorso di Gesù continua con una frase abbastanza difficile da comprendere. Egli dice: «Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti. E chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti» (Lc 16,10). Cosa intendeva Gesù per «cose di poco conto» e per «cose importanti»? Le cose di poco conto sono i beni materiali; le cose importanti sono invece i beni spirituali, la grazia di Dio. Davanti a Dio, per quello che riguarda i beni spirituali, nessuno è povero: tutti hanno ricevuto, in misura più che abbondante, delle grazie, dei talenti, che dovranno amministrare con fedeltà e avvedutezza. Dobbiamo “corrispondere” alla grazia di Dio, ovvero farla fruttificare.
Gesù, però, ci mette in guardia e ci dice che l’attaccamento smodato ai beni di questo mondo è pericoloso e non si possono servire due padroni: o si utilizzano le ricchezze terrene per il bene autentico, oppure se ne diventa schiavi. Con parole molto precise, Gesù afferma: «Non potete servire Dio e la ricchezza» (Lc 16,13). Guardiamo l’esempio dei Santi: alcuni di essi sono stati favoriti di grandi ricchezze, come santa Elisabetta d’Ungheria, ma tutto veniva utilizzato per la Gloria di Dio e il bene dei fratelli. Per non farci però dominare dalle ricchezze, bisogna amare Dio con tutto il cuore: quanto più lo ameremo, tanto più ci distaccheremo dalle ricchezze terrene e riusciremo a fare molto del bene.
Si può ricavare un altro insegnamento dalle parole che prima abbiamo ascoltato: «Chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti» (Lc 16,10). L’insegnamento è molto importante ed è questo: chi si abitua alle piccole infedeltà, prima o poi cadrà anche nelle grandi infedeltà. Dobbiamo dunque prestare attenzione anche ai peccati che a noi sembrano piccoli e insignificanti e dobbiamo combatterli prontamente, per non cadere prima o poi nei più grandi peccati.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 19 settembre 2010)

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