BastaBugie n�315 del 20 settembre 2013

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1 IL PAPA SCRIVE A SCALFARI, MA ''LA REPUBBLICA'' MANIPOLA LE SUE PAROLE
Il quotidiano ateo e anticattolico commenta la lettera del Papa con un titolo fuorviante: ''La verità non è mai assoluta''... ma Papa Francesco in realtà sottolinea che la verità è Cristo (e che Gesù si incontra soltanto nella Chiesa)
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
2 NUOVO ANNO SCOLASTICO: RIPARTE L'INDOTTRINAMENTO DI STATO
Del resto la scuola statale nasce proprio con l'obiettivo di scristianizzare la società
Autore: Cristina Siccardi - Fonte: Corrispondenza Romana
3 WELFARE: LA DISFATTA DELLO STATO SOCIALE
Ricordate Luca Casarini? Leader NoGlobal, con bandiere rosse, ceghevari e falcemmartelli... poi ha lavorato in proprio qualche anno ed è guarito dal comunismo: ecco l'incredibile video
Autore: Maurizio Milano - Fonte: Dizionario del Pensiero Forte
4 LA NORVEGIA TEME L'ISLAM E VOTA SVOLTANDO A DESTRA
Gli elettori hanno tenuto conto del ''jihad dello stupro'': violenze sessuali raddoppiate (nel 90% dei casi vedono protagonista un immigrato musulmano)
Autore: Stefano Magni - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
5 L'EROISMO DI SAN TOMMASO MORO, PATRONO DEI POLITICI
''Un uomo per tutte le stagioni'', il film del 1966 con la sua storia, vinse 6 Oscar: miglior film, regia, attore protagonista, ecc.
Autore: Francesco Natale - Fonte: FilmGarantiti.it
6 ABC SULL'OMOSESSUALITA'
L'omosessualità è una malattia? Si può uscire da una tendenza omosessuale indesiderata? E' giusto farlo? Cos'è l'omofobia?
Autore: Giovanni Lazzaretti - Fonte: Osservatorio Int. Cardinal Van Thuan
7 RIPARTE L'ITER PARLAMENTARE DEL REATO DI OMOFOBIA
Ecco le tre fazioni in parlamento... con il rischio che i sedicenti ''cattolici'' aprano la strada a nozze e adozioni gay (VIDEO: intervista a Gianfranco Amato, presidente dei Giuristi per la Vita)
Autore: Alfredo Mantovano - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
8 MIRACOLI: IRRUZIONE DEL SOPRANNATURALE NELLA STORIA
Due nuovi testi apologetici di Francesco Agnoli e Giulia Tanel
Autore: Fabrizio Cannone - Fonte: Corrispondenza Romana
9 OMELIA XXV DOMENICA TEMPO ORD. - ANNO C - (Lc 16,1-13)
Non si possono servire due padroni
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - IL PAPA SCRIVE A SCALFARI, MA ''LA REPUBBLICA'' MANIPOLA LE SUE PAROLE
Il quotidiano ateo e anticattolico commenta la lettera del Papa con un titolo fuorviante: ''La verità non è mai assoluta''... ma Papa Francesco in realtà sottolinea che la verità è Cristo (e che Gesù si incontra soltanto nella Chiesa)
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 11/09/2013

Un gesto di frontiera. Papa Francesco lo aveva già spiegato all'inizio del suo pontificato, scrivendo il 25 marzo 2013 ai vescovi argentini, e lo ha ripetuto altre volte: «uscendo» per incontrare chi è lontano dalla Chiesa si corre il rischio d'incidenti. «Ma preferisco una Chiesa incidentata», aveva scritto allora Francesco, a una Chiesa che, con chi è lontano, o anche ostile, semplicemente non parla. Certo, il rischio d'incidenti è massimo quando si parla con chi dell'ostilità alla Chiesa ha fatto la sua ragione sociale, come il quotidiano italiano La Repubblica. Che non è un quotidiano qualunque, è la casa madre dei nemici della Chiesa. E infatti ha risposto con la consueta manipolazione all'offerta di dialogo di Francesco, che con una lettera pubblicata l'11 settembre ha risposto alle domande che gli aveva posto Eugenio Scalfari. Le lettere non hanno titolo, ma il quotidiano ne ha sparato uno in prima pagina: «La verità non è mai assoluta», seguita dalla firma Francesco, come ad arruolare anche il Papa nel partito della dittatura del relativismo, quello per cui va esposto - e se del caso imposto - che la verità è sempre variabile e soggettiva.
Il danno è fatto, perché la lettera è lunga e complessa e molti lettori leggono purtroppo solo i titoli dei giornali, così che l'episodio dovrebbe indurre a qualche riflessione sugli immensi problemi di comunicazione che pone, in piena dittatura del relativismo, la dialettica fra Chiesa chiusa e Chiesa «incidentata». Tuttavia, chi non si ferma al titolo scopre che il Papa a Scalfari ha scritto più o meno il contrario di quello che il titolo di Repubblica suggerisce. Parto dal brano sulla verità, anche se non viene all'inizio della lettera, perché ha un rilievo centrale. Scalfari, forse con qualche malizia, aveva chiesto al Pontefice «se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato». Francesco risponde che «per cominciare, io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità "assoluta", nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione». Per il cristiano invece «la verità è una relazione»: «non ha detto forse Gesù stesso: "Io sono la via, la verità e la vita"?». Attenzione, però, precisa subito Papa Francesco: «Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt'altro. Ma significa che essa si dà a noi sempre è solo come un cammino e una vita».
La distinzione è proprio quella che, con un gioco di prestigio manipolatore, viene fatta sparire nel titolo di Repubblica. Ma nel testo del Pontefice è chiara. In sé, la verità è non variabile e non soggettiva, dunque - in effetti - assoluta. Senonché la parola «assoluta» ha diversi sensi. Dal nostro punto di vista umano la verità - che in sé è assoluta, nel senso che non è affatto «variabile e soggettiva» - non è «assoluta» in un altro significato della parola, quello etimologico latino di «ab-soluta, soluta ab, "sciolta da"». Non è sciolta dalla relazione con Cristo, e non è sciolta dalla fatica di un cammino che dura tutta la vita e ci porta ad afferrare e comprendere gradualmente e faticosamente quel vero che di per sé è assolutamente oggettivo e non-variabile.
Ma - si chiederà a questo punto il lettore cattolico - perché mai il Papa si esprime in questo modo, che per essere compreso richiede una pausa, una lettura attenta, una spiegazione? Non era più semplice ribadire semplicemente a Scalfari - Papa Francesco poteva citare se stesso, nel discorso al Corpo diplomatico del 22 marzo 2013 - che «la dittatura del relativismo mette in pericolo la convivenza tra gli uomini» e crea una «povertà spirituale» non meno grave della povertà materiale? Da un certo punto di vista, era più semplice e meno rischioso non scrivere a Scalfari. Ma, una volta presa la decisione e assunto il rischio, Francesco non può che impiegare il metodo che ha tante volte proposto per «uscire» verso le «periferie esistenziali» - da non confondere con le periferie materiali e fisiche delle città - dove vivono i poveri più poveri, quelli che hanno magari tutte le ricchezze tranne la ricchezza essenziale, la fede. E tra questi «poveri spirituali» c'è senz'altro anche Scalfari. Il modo di accostare questi «lontani» che il Papa propone non è partire dalla polemica - che sarebbe comprensibile e del tutto giustificata, ma certo non li avvicinerebbe alla fede - ma dalla persona di Gesù Cristo, additata come via, verità, vita ma anche come perdono e misericordia. Questo «dialogo aperto», sulla scia del Concilio Ecumenico Vaticano II e di Benedetto XVI - che per primo aveva parlato di un «cortile dei Gentili» da proporre alla cultura di derivazione illuminista e atea - è quello che il Pontefice regnante offre a Scalfari, e ai tanti come lui, a partire dall'enciclica «Lumen fidei», che Francesco ribadisce di avere ricevuto dal suo «amato Predecessore» già «in larga misura redatta» ma di avere «con gratitudine» fatta sua.
Che cosa offre ai non credenti il Papa? Anzitutto l'essenziale: la testimonianza che l'incontro con Gesù «ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza», e che questo incontro Gesù lo offre a tutti coloro che non chiudono il loro cuore, anche dopo una vita lontana dalla fede, Scalfari compreso. Ma attenzione, aggiunge il Pontefice: questo incontro non è mai offerto fuori della Chiesa: «Senza la Chiesa - mi creda - non avrei mai potuto incontrare Gesù». È un tema che il Papa ha illustrato anche all'udienza generale dell'11 settembre dove, riprendendo le catechesi sulla Chiesa, ha proposto una meditazione sulla Chiesa come madre. «A volte io sento - ha detto il Pontefice - io credo in Dio ma non nella Chiesa». Ma «la Chiesa siamo tutti e se tu dici che credi in Dio e non credi nella Chiesa, stai dicendo che non credi in te stesso, questa è una contraddizione!». Quello che è difficile spiegare ai non credenti è che «il nostro far parte della Chiesa non è un fatto formale, non è riempire una carta, è un atto interiore. Non si appartiene alla Chiesa come si appartiene a una società, a un partito o a una qualsiasi altra organizzazione. È un legame vitale come quello che si ha con la propria mamma», che ha anche dei difetti ma che va seguita quotidianamente con rispetto e con affetto.
A Scalfari, che rimprovera all'enciclica una scarsa attenzione alla critica storica dei Vangeli, Francesco risponde che il tema della «Lumen fidei» è riproporre non i dettagli, ma in tutta la sua «concretezza e ruvidezza» l'essenziale della missione di Gesù: la sua predicazione con «exousia», con un'autorità che scaturisce da quello che il Signore effettivamente è e non da una semplice abilità nella predicazione. Alla fine, l'annuncio decisivo riguarda «l'identità di Gesù», che fa cose che già «nell'Antico Testamento sono di Dio e soltanto di Dio». Gesù è Dio, ed è risorto: questo è «il cardine della fede cristiana»: «questa è la fede, con tutte le espressioni che sono descritte puntualmente nell'Enciclica». E - come Scalfari sa, ma non vuole accettate - è proprio dalla fede trinitaria, dal fatto che tra Dio e la storia ci sia un mediatore insieme divino e umano, Gesù Cristo, che nasce la possibilità di una «distinzione fra la sfera religiosa e la sfera politica», che è così difficile da fondare in altre religioni e su cui invece «faticosamente si è costruita la storia dell'Occidente». Una distinzione che non è separazione, perché la fede è distinta dalla politica ma è chiamata a «incarnarsi» anche nella vita sociale, «nel diritto», «nella giustizia».
Il problema di Scalfari è di fondo: non solo non crede, ma non vuole credere. Di qui allora alcune sue domande, che sono piuttosto confessioni di questa difficoltà a comprendere le questioni ultime se ci si pone da un punto di vista semplicemente umano. Come può Dio essere veridico - aveva chiesto il giornalista - se aveva promesso la sua amicizia al popolo ebraico e lo ha poi abbandonato all'inferno dell'Olocausto? La questione è immensa e misteriosa, risponde il Papa, ma da un certo punto di vista «mai è venuta meno la fedeltà di Dio all'alleanza stretta con Israele». Anche nelle prove più terribili la Provvidenza ha fatto sì che gli ebrei abbiano almeno «conservato la loro fede in Dio» e non siamo scomparsi come popolo, come volevano i loro persecutori.
La scienza - chiede poi Scalfari - ipotizza una Terra futura dove non ci saranno più esseri umani: come potrà allora esistere Dio se non esisteranno più gli uomini che lo pensano? «Dio non dipende dal nostro pensiero», è la risposta ovvia del Papa. Francesco però aggiunge che la domanda è mal posta: gli uomini, se anche fossero spazzati via dalla Terra, non cesseranno davvero di esistere. L'anima umana è immortale, e tutti esisteremo ancora, in un'altra dimensione, anche quando la Terra non esisterà più.
Ma la domanda di Scalfari che più sta a cuore al Papa è un'altra, che riporta alla questione della verità: Dio perdonerà anche chi non crede? «La misericordia di Dio non ha limiti», risponde Francesco, che però aggiunge: «se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito». Come si salva chi, sinceramente, non arriva alla fede? La risposta del Papa è chiara: la chiave «sta nell'obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c'è quando si va contro la coscienza». La coscienza, beninteso, non va intesa come sinonimo delle nostre opinioni soggettive o peggio dei nostri desideri. Nel fondo della coscienza tutti percepiamo le azioni «come bene o come male», e sappiamo che sulla scelta tra bene e male «si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire». Parlare di legge naturale farebbe venire l'itterizia a Scalfari, ma si tratta proprio di questo: se non la soffochiamo con l'ideologia e il vizio, nella nostra coscienza c'è un senso naturale del bene e del male, e c'è perché ce l'ha messo Dio. Seguire questa verità naturale iscritta nella coscienza è quanto è chiesto anche ai non credenti sinceri. Ma il relativismo rende tutto più difficile.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 11/09/2013

2 - NUOVO ANNO SCOLASTICO: RIPARTE L'INDOTTRINAMENTO DI STATO
Del resto la scuola statale nasce proprio con l'obiettivo di scristianizzare la società
Autore: Cristina Siccardi - Fonte: Corrispondenza Romana, 11/09/2013

Questa settimana inizia il nuovo anno scolastico. Gli studenti e i loro genitori, i professori e i dirigenti scolastici di fede cattolica sono soddisfatti delle scuole, di cosa si insegna, di come si insegna, dei libri di testo? La scristianizzazione, lo si dice troppo poco e senza analisi appropriata, è avvenuta soprattutto grazie agli ambienti scolastici, anche quelli che si dichiarano cattolici.
È innegabile che in Europa, come negli Stati Uniti d'America, i sistemi scolastici hanno una comune eredità di origine religiosa. La relazione fra religione cristiana e scuola è un dato essenziale: in Occidente le scuole sono una filiazione del Cristianesimo. Quando le forze liberali e massoniche hanno voluto emancipare la formazione culturale dall'Istituzione ecclesiastica è iniziato il tracollo: la secolarizzazione è entrata nell'educazione delle popolazioni fino a prenderne il possesso arrivando, oggi, a non avere neppure più l'insegnamento della religione cattolica all'interno delle ore che ad essa dovrebbero essere dedicate.
La laicizzazione si è diffusa ovunque soprattutto con la Rivoluzione Francese e la progressiva separazione fra Stato e Chiesa. Malgrado lo Statuto Albertino del 4 marzo 1848, poi costituzione del Regno d'Italia, affermasse che «la Religione Cattolica, Apostolica Romana è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alla legge» (art. 1), la politica di secolarizzazione scolastica si diffuse anche in Italia.
La prima legge che rivela l'impronta liberal-massonica, fu la legge Boncompagni (1848), allora presidente della camera dei deputati del Regno di Sardegna. Nella stessa prospettiva di Cavour, Bon Compagni sosteneva una posizione liberale molto netta: «Voglio la libertà per la Chiesa, come la voglio per tutte le altre comunioni dissidenti; voglio la libertà del cattolico come quella dell'incredulo; voglio la libertà per la Chiesa come la voglio per lo Stato, come la voglio pel comune, come la voglio per la scuola, come la voglio per l'industria, come la voglio per tutto ciò che rappresenta un grande interesse ed un grande principio» (in A.C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia. Dalla unificazione a Giovanni XXIII, Torino 1965, p. 38).
Questa visione culturale, propagatasi nel XIX secolo (il motto di Cavour «libera Chiesa in libero Stato» è in realtà attribuibile al teologo protestante svizzero Alexandre Vinet), diventerà con gli anni la griglia filosofica di tutte le discipline scolastiche, compreso l'insegnamento della religione. Ma che cosa significa nel 2013 «ora di religione»? Tutte le religioni sono poste allo stesso livello, dunque sarebbe più appropriato chiamarla «ora del fai da te religioso» con l'avallo delle autorità ecclesiastiche, visto che l'art. 9.2 del nuovo Concordato fra Stato e Chiesa del 1984 – là dove si afferma che la Repubblica italiana riconosce «il valore della cultura religiosa» in senso generale – non propone alcuna identificazione della cultura religiosa con la tradizione del cattolicesimo italiano.
D'altra parte la prestigiosa Enciclopedia Treccani si fa latrice di un ancora più intenso insegnamento multireligioso: «Ci si accorgerà che la soluzione trovata nel 1984, con la distinzione fra "coloro che intendono avvalersi" e "coloro che intendono non avvalersi" dell'insegnamento della religione è essa stessa testimonianza di una cultura religiosa sostanzialmente parziale, il cui esito ultimo è di mortificare docenti e discenti»; si invoca il «dialogo» e il «riconoscimento di una pari dignità fra le diverse religioni». Il "mitico" dialogo ci ha condotti alla Babilonia scolastica attuale, dove i nostri figli, tornando da scuola, smarriti e confusi, ci dicono: «L'insegnante di religione mi ha deriso davanti a tutti perché credo ancora al peccato originale e all'Inferno».

Fonte: Corrispondenza Romana, 11/09/2013

3 - WELFARE: LA DISFATTA DELLO STATO SOCIALE
Ricordate Luca Casarini? Leader NoGlobal, con bandiere rosse, ceghevari e falcemmartelli... poi ha lavorato in proprio qualche anno ed è guarito dal comunismo: ecco l'incredibile video
Autore: Maurizio Milano - Fonte: Dizionario del Pensiero Forte

Il termine "Welfare State", "Stato del benessere", viene utilizzato a partire dalla seconda guerra mondiale per designare un sistema socio-politico-economico in cui la promozione della sicurezza e del benessere sociale ed economico dei cittadini è assunta dallo Stato, nelle sue articolazioni istituzionali e territoriali, come propria prerogativa e responsabilità.

1. LO "STATO DEL BENESSERE"
Il Welfare State, detto anche "Stato sociale", si contraddistingue per una rilevante presenza pubblica in importanti settori quali la previdenza e l'assistenza sociale, l'assistenza sanitaria, l'istruzione e l'edilizia popolare; e tale presenza si accompagna generalmente a un atteggiamento interventistico e dirigistico nella vita economica, sia a livello legislativo, sia attraverso la pianificazione e la programmazione economica, sia attraverso imprese pubbliche. Il Welfare State, con il corollario dello Stato-imprenditore, rappresenta la modalità di gestione dello Stato contemporaneo nei paesi capitalisti a regime democratico. Dalla metà degli anni 1960 si è cominciato a parlare di "Stato assistenziale", come degenerazione dello "Stato sociale", per indicare la crisi profonda di tale modello nella generalità dei paesi in cui è stato adottato.
 
2. NASCITA E SVILUPPO
Il Welfare State nasce storicamente con l'emergere delle contraddizioni dell'economia capitalistica, la distruzione della civiltà contadina e della solidarietà familiare e di villaggio, la nascita del proletariato, l'urbanizzazione, l'emigrazione, l'estensione del diritto di voto e l'avvento al potere dei partiti socialdemocratici. Tali trasformazioni socio-economico-politiche fanno emergere nuove forme di povertà, con difficoltà crescenti per la famiglia e le varie realtà intermedie a provvedervi in modo adeguato. Il susseguirsi di periodiche recessioni economiche, accompagnate da elevati tassi di disoccupazione, la necessità di provvedere alle esigenze di vedove, di orfani e di tutti coloro che per vari motivi mancano delle risorse necessarie per vivere - invalidi, anziani, e così via - fa nascere l'esigenza di un coinvolgimento diretto dello Stato. Negli anni 1883-1892, in Germania, Otto von Bismarck (1815-1898) istituisce un regime di leggi sociali a favore dei ceti più bisognosi - un precedente sono le poor law, "leggi per i poveri", varate in Inghilterra nel 1601 e soppresse nel 1834 - ma solo dagli anni 1920 tali misure raggiungono un'estensione e un'organicità tali da poter parlare di vere e proprie politiche sociali. Una pietra miliare nell'edificazione dello Stato sociale è il Social Security Act, "Atto per la Sicurezza Sociale", promulgato negli Stati Uniti d'America nel 1935. In Europa va ricordata la politica sociale inglese dopo il Rapporto Beveridge del 1942, che diviene il manifesto teorico-programmatico del Welfare State.
Nel secondo dopoguerra, grazie anche al dividendo fiscale generato dalla forte crescita economica, la maggior parte dei paesi capitalisti muove a passi veloci nell'edificazione del Welfare State, che raggiunge la sua massima estensione in Svezia e nei paesi nordici. In Italia, a partire dal primo governo di centro-sinistra (1962-1963) si assiste a una forte crescita di leggi, istituzioni e politiche che configurano un vero e proprio Stato sociale. L'apogeo sarà raggiunto alla fine degli anni 1970 quando i ritmi di espansione del Welfare State - accompagnati da pressione fiscale, disavanzi di bilancio e debito pubblico in crescita esponenziale - diventano incompatibili con un contesto economico profondamente segnato dalla recessione. Negli anni 1980 il Welfare State si consolida, ma i costi per sostenere il sistema non cessano di aumentare, anche a causa di una spirale perversa disavanzo-crescita del debito pubblico-maggiori interessi passivi-disavanzo, e così via.
 
3. LA CRISI
La politica sociale degli Stati moderni, negli auspìci dei suoi promotori, dovrebbe attenuare le contraddizioni dell'economia capitalistica, conciliando le esigenze di produttività e di efficienza con quelle di sicurezza, di protezione e di benessere diffuso. Perciò tali politiche dovrebbero garantire le esigenze di giustizia distributiva, di equità e di solidarietà nei confronti delle fasce più bisognose della popolazione, promuovendo così la pace sociale. Sempre nelle intenzioni dei suoi sostenitori, il Welfare State dovrebbe rappresentare la mitica terza via fra il sistema capitalista e quello socialista, una via né liberista né dirigistica. Di qui la crescita di atteggiamenti consociativi che portano il mondo politico, sindacale e del grande capitale a "cooperare in nome del Bene Comune del Paese".
A partire dalla metà degli anni 1960 si è progressivamente assistito a un forte aumento nel numero e nella dimensione degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche e clientelari, al tempo stesso inefficienti e inadeguati. Inoltre, i trasferimenti di redditi e di ricchezza fra i differenti settori e categorie generati dal sistema della "sicurezza sociale" si sono rivelati spesso arbitrari e iniqui, ingiustificati anche secondo una logica puramente assistenziale. In Italia la spesa pubblica totale in rapporto al PIL, il Prodotto Interno Lordo, è passata da un valore inferiore al 30% negli anni 1950 al 36,3% nel 1970, raggiungendo il 48,8% nel 1980 fino a una punta del 60% verso la metà degli stessi anni 1980. Questo indicatore dà la misura dell'impressionante allargamento del settore pubblico negli ultimi decenni. Sul fronte fiscale, l'esigenza di coprire gli ingenti costi per l'espansione e il mantenimento del Welfare State ha comportato una continua crescita della pressione tributaria, quindi una diminuzione negli investimenti e nei consumi privati, con evidenti effetti negativi sul fronte occupazionale. Oltretutto i maggiori benefìci di questo costosissimo apparato - gravante sulle spalle di tutti, e quindi anche sui ceti più poveri - non sono andati per lo più ai veri bisognosi, bensì hanno alimentato i redditi della classe media, da cui proviene la burocrazia che gestisce il sistema. Si è così preparato un terreno fertile per il fiorire di clientelismo e di corruzione, di cui una classe politica sempre meno rappresentativa del corpo sociale si è servita per la conservazione del proprio potere e dei propri privilegi, con la complicità interessata del mondo sindacale e con il silenzio, quando non il plauso, dei mass media e della cultura di sinistra dominante, nonché il discreto interessato compiacimento dei potentati economico-finanziari. L'interventismo statale, sempre più onnipervasivo e irrispettoso dei propri limiti, ha mortificato la libertà di iniziativa e la capacità di rischiare, provocando una progressiva deresponsabilizzazione delle persone e della società.
Parallelamente alla crescita abnorme di una macchina burocratica sempre più inefficiente e inefficace si è andata così dilatando la spaventosa voragine del debito pubblico, che affligge il bilancio della Repubblica Italiana, congiunta a una pressione fiscale iniqua e insostenibile.
 
4. CAUSE DELLA CRISI
Il fallimento del Welfare State - come pure dell'economia mista - nella generalità dei paesi in cui è stato adottato è il logico e inevitabile esito di un sistema sociale-politico-economico edificato sulla base di una visione distorta dei compiti dello Stato in ordine al bene comune, a sua volta frutto di una visione antropologica e sociologica erronea.
L'ideologia su cui si fonda il Welfare State è, in radice, di tipo collettivistico, anche se non si raggiungono gli esiti ultimi insiti in tale ideologia, ovvero una totale pianificazione della vita sociale ed economica, con l'abolizione della proprietà privata e della libertà di iniziativa, economica e non. Infatti, molte caratteristiche del Welfare State nei paesi capitalisti ricordano, seppur in forme meno estreme, aspetti tipici dell'organizzazione sociale ed economica dei paesi del socialismo reale.
Come insegna Papa Giovanni Paolo II nell'enciclica Centesimus annus, del 1991, al n. 48, "disfunzioni e difetti nello Stato assistenziale derivano da un'inadeguata comprensione dei compiti propri dello Stato. Anche in questo campo deve essere rispettato il "principio di sussidiarietà": una società di ordine superiore non deve interferire nella vita interna di una società di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità e aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune".
 
5. PROSPETTIVE
L'evoluzione della struttura demografica di certo non viene in aiuto delle già difficili condizioni in cui versa il sistema previdenziale, assistenziale e sanitario, che rappresentano i capitoli di spesa più grevi dello Stato sociale. In assenza di variazioni nel trend demografico attuale e di flussi migratori positivi, entro trent'anni la Repubblica Italiana organizzerà un popolo di vecchi con pochissimi giovani. È facile capire come il sistema pensionistico e sanitario sia destinato al tracollo, a meno di aumentare l'età pensionabile e di ridurre le prestazioni.
Per uscire dall'attuale situazione è necessaria una progressiva riduzione dell'intervento pubblico e la rivalutazione dell'iniziativa privata, sia in campo economico che sociale. È urgente, pena un'inevitabile e prossima crisi fiscale, la cessazione dell'assistenzialismo di Stato e la restituzione alla persona, alla famiglia, ai corpi intermedi, alla società nel suo insieme, di tutte le funzioni che loro competono e che lo Stato ha in modo indebito avocato a sé.
Con la graduale riduzione dell'apparato burocratico, della spesa pubblica e del prelievo fiscale si avrebbero notevoli benefìci per l'intero sistema socio-economico. Le risorse così liberate potrebbero venire investite più efficientemente ed efficacemente dai privati, specie in un contesto socio-economico più libero e flessibile, contribuendo così alla crescita della ricchezza e alla creazione di nuove occasioni di lavoro.
Tuttavia, nonostante l'evidente malessere in cui versa il Welfare State in Italia e le critiche che da più parti vengono a esso mosse, appare molto tenue la speranza di riuscire ad avviarne una radicale riforma. Infatti, una grande parte della popolazione gode i vantaggi del Welfare State senza sostenerne i relativi costi, una vasta nomenklatura su di esso ha costruito la propria fortuna, il ceto politico e sindacale più incline alla logica demagogica e tribunizia fonda il proprio consenso sul patronato di tali interessi. Tutto induce a ritenere che queste componenti si coalizzino per la difesa a oltranza dello status quo, anche a costo di ricorrere a ulteriori giri di vite fiscale, eventualmente travestiti da lotta all'evasione e sostenuti fomentando l'invidia e incentivando la delazione fra le differenti categorie del corpo sociale, secondo la logica del "divide et impera". Soltanto un profondo rinnovamento culturale potrà consentire di superare la situazione di stallo in cui versa tale sistema.

Nota di BastaBugie: vi invitiamo a vedere il seguente video di Luca Casarini, ex leader NoGlobal, dal titolo "Guarire dal comunismo? E' possibile!"


http://www.youtube.com/watch?v=edZojBo-Nw0

Fonte: Dizionario del Pensiero Forte

4 - LA NORVEGIA TEME L'ISLAM E VOTA SVOLTANDO A DESTRA
Gli elettori hanno tenuto conto del ''jihad dello stupro'': violenze sessuali raddoppiate (nel 90% dei casi vedono protagonista un immigrato musulmano)
Autore: Stefano Magni - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 11/09/2013

In Norvegia, dopo otto anni, vince una coalizione di partiti di destra. I Laburisti, guidati da Jens Stoltenberg, sono stati sconfitti. Il prossimo governo sarà una coalizione formata dal Partito Conservatore di Erna Solberg, assieme ai Liberali, ai Democristiani e al Partito del Progresso, etichettato come "xenofobo" dai media norvegesi ed europei. I risultati erano ampiamente previsti dai sondaggi locali. Tuttavia, nei commenti della stampa italiana, prevale lo stupore. Domina la preoccupazione per il possibile ingresso nel governo del Partito del Progresso, che a suo tempo era votato da Anders Behring Breivik, lo stragista dell'isola di Utoya a soli due anni dall'attentato in cui tanti giovani laburisti furono assassinati dalla mano del giovane folle di estrema destra. C'è perplessità sul fatto che gli scampati alla strage si siano candidati nelle file dei Laburisti e siano stati quasi tutti (ben 16 su 20) bocciati dagli elettori.
Lo stupore, l'orrore e la perplessità per questi risultati elettorali, sono dovuti al fatto che, raramente, sentiamo campane diverse da quelle della classe intellettuale norvegese. Un esponente tipico di quest'ultima è Per Fugelli, professore di Medicina Sociale all'Università di Oslo, insignito quest'anno, in Norvegia, con un premio dedicato alla libertà di espressione. A commento del suo premio, Fugelli ha definito gli "islamofobi" dei malati da curare con gli ansiolitici. Ha suggerito ai politici di assumere un valium prima di parlare di immigrazione. Ha dichiarato di voler picchiare, se ci capitasse insieme in ascensore, il parlamentare Tybring Gjedde, esponente del Partito del Progresso. Perché Tybring Gjedde meriterebbe questo? Perché, in un passato recente, in parlamento, ha denunciato che in un quartiere di Oslo, particolarmente denso di immigrati islamici, le donne bionde devono tingersi i capelli di nero. Altrimenti vengono violentate. I bambini vengono minacciati di botte, se solo mangiano carne di maiale a scuola. Questi fatti non sono mai stati smentiti, ma il parlamentare del Partito del Progresso è stato accusato di "islamofobia" e anche querelato per istigazione all'odio razziale.
Per ironia della sorte, lo stesso premio che quest'anno è stato vinto da Per Fugelli, vent'anni fa era stato assegnato a William Nygaard, editore della traduzione norvegese dei "Versetti Satanici" di Salman Rushdie, lo scrittore condannato a morte, per blasfemia, dall'ayatollah Khomeini. Nygaard è stato quasi ammazzato, davanti a casa sua, da un attentatore, con tre colpi di pistola, l'11 ottobre 1993 …
I norvegesi del Paese reale non sempre capiscono il linguaggio politicamente corretto dei loro intellettuali. Sanno in che Paese vivono. Intuiscono che un folle di estrema destra, come Breivik, è, fino a prova contraria, un caso unico e finora privo di epigoni. Mentre la possibilità che una ragazza venga violentata da immigrati di religione islamica, sta diventando una costante. André Oktay Dahl, deputato del Partito Conservatore, nel mese di gennaio aveva definito la situazione "critica", constatando come vi fosse, ormai, una vera "epidemia" di stupri. Ad Oslo il numero delle violenze sessuali è raddoppiato dal 2010 al 2013. Nel 65% dei casi, come rivela una statistica della polizia del 2011, sono commessi da cittadini stranieri, che costituiscono il 23% della popolazione cittadina. Nel 90% dei casi, gli stupri sono commessi da "non occidentali" (con o senza la cittadinanza norvegese), cioè da persone di origine mediorientale e africana e quasi sempre di religione musulmana. Per i difensori del multiculturalismo queste statistiche sono state distorte e interpretate ad arte dagli "islamofobi". Essi affermano che una "jihad dello stupro" (come la chiama la blogger conservatrice americana Pamela Geller) non esista, perché non si può attribuire all'atto di violenza carnale una causa religiosa. Evidentemente, i norvegesi, prima di questo voto, hanno fatto pochi distinguo sulle cause della violenza sessuale. Ed hanno semplicemente fatto l'equazione più immigrati musulmani = più stupri. Inoltre, a maggio, hanno visto nella vicina Svezia i danni provocati da una settimana di guerriglia metropolitana, nei sobborghi di Stoccolma e in altre città. Pure in quel caso i vandalismi sono stati commessi da musulmani, che lanciavano molotov contro i poliziotti e bruciavano auto al grido di "Allah è grande!" (come provano i loro stessi video). Quindi, i norvegesi hanno votato di conseguenza.
Il Comitato di Oslo assegna il Nobel per la Pace a Barack Obama (appena insediatosi, prima delle sue numerose guerre), solo nel nome del suo dialogo con l'islam. La Norvegia reale è però inorridita di fronte a casi di giustizia islamica applicati ai suoi cittadini. L'esempio recente è Marte Dalelv, una ragazza di 24 anni, impiegata a Dubai, condannata a sedici mesi di carcere perché ha bevuto alcool … ed ha denunciato di essere stata stuprata. Negli Emirati Arabi Uniti conta meno la differenza fra aggressore e aggredita: il sesso al di fuori del matrimonio è comunque punito. La reazione norvegese è stata debolissima: appena un'assistenza legale dell'ambasciata. Non è stato sollevato formalmente un caso di violazione dei diritti umani, una mancanza grave, contestata dalla branca norvegese di Amnesty International. Nel frattempo la ragazza è stata licenziata dalla compagnia per cui lavorava, che ha dato credito alla sentenza del tribunale locale. Il Ministero degli Esteri di Oslo ha semplicemente avvertito i suoi cittadini che «Ciò che viene considerato legale da noi, può essere un crimine in un Paese conservatore». Il 7 settembre, la Dalelv è stata "perdonata" dalle autorità degli Emirati Arabi Uniti. Ma non assolta.
Votando a destra, i norvegesi si aspettano una miglior difesa dei propri cittadini, in patria e all'estero. Soprattutto in patria. Ma avranno soddisfazione dal nuovo governo? Erna Solberg, la prossima premier, ha definito Marte Dalelv «vittima di una giustizia medioevale». Tuttavia, la stessa Solberg, in un'altra occasione, si è detta favorevole all'introduzione, in Norvegia, di corti islamiche per giudicare casi di diritto familiare che riguardino immigrati musulmani. Anche la destra parla il linguaggio politicamente corretto. Di che si preoccupano i nostri media?

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 11/09/2013

5 - L'EROISMO DI SAN TOMMASO MORO, PATRONO DEI POLITICI
''Un uomo per tutte le stagioni'', il film del 1966 con la sua storia, vinse 6 Oscar: miglior film, regia, attore protagonista, ecc.
Autore: Francesco Natale - Fonte: FilmGarantiti.it

Questo splendido film vincitore di 6 Oscar (tra cui: miglior film, migliore regia, migliore attore protagonista, miglior sceneggiatura), pone una cruciale problematica: che cosa realmente siamo? O meglio che cosa fa di noi stessi..."noi stessi"?
Al di là della nostra quotidiana esperienza di vita fatta di lavoro, amicizie, affetti, successi e fallimenti, esperienza soggetta al mutare delle maree del tempo, c'è un qualcosa che non saremmo mai disposti a fare, anche di fronte alle più sfrenate possibilità di arricchimento, successo, potere? Riusciremmo a dire "NO!" qualora sentissimo che la parte più profonda e nobile di noi stessi sarebbe irrimediabilmente violentata dal nostro svenderci? Abbiamo veramente dentro di noi un qualcosa di immutabile, geneticamente non programmato per adattarsi e sopravvivere sempre e comunque? E, soprattutto, se così non fosse, se fossimo veramente in grado di essere indefinitamente modellabili alle esigenze dettate dal nostro ego, alle pressioni che subiamo dall'esterno, alla nostra ingordigia o timore, potremmo ancora dire di avere una nostra identità?
Quel vero Uomo e vero Santo che fu Tommaso Moro ci avrebbe a questo punto parlato di quel bene supremo che sopra ogni altro l'uomo deve conservare con la massima cura: l'Anima. Ma noi viviamo nel progredito ventunesimo secolo, siamo alfieri della secolarizzazione e riteniamo questi argomenti quisquiglie da prete... o forse no?
Inghilterra 1528. Il Cardinale Wolsey riveste la carica di Lord Cancelliere in nome di Sua Maestà Enrico VIII.
Siamo alla vigilia di quell'infame Atto di Supremazia con il quale il Re si autoproclamerà capo della Chiesa di Inghilterra, ponendo in essere quella frattura tra mondo Anglicano e mondo Cattolico che ancora oggi, a distanza di quasi cinque secoli, rappresenta una delle più drammatiche rotture nell'Occidente.
L'esigenza di avere un erede maschio, che la moglie Caterina non sembra volergli generare, e l'essersi invaghito di Anna Bolena, dama di compagnia della moglie, spingono il Re a richiedere un secondo annullamento del matrimonio. In precedenza aveva già ottenuto la nullità di un precedente matrimonio, ma il Re sostiene che il Papa non avrebbe dovuto acconsentire in quella occasione e quindi dovrebbe dichiarare ora la nullità del matrimonio, ma il Papa stavolta non glielo concede. È la rottura.
Questo Re, artefice di una politica disinvolta e senza scrupoli, dedito alla lussuria, alla baldoria, alla caccia nonché buon musicista, obbliga i vescovi a giurargli fedeltà in qualità di nuovo capo della chiesa. Solo l'arcivescovo Fisher gli si opporrà e sarà decapitato come traditore. Nobili ed ecclesiastici comprendono l'antifona e si piegano al giuramento, eccetto tre monaci che saranno impiccati e, poco prima di morire soffocati, squartati vivi.
Nel contempo, anche per le abili manovre ordite a suo danno dal verminoso Cromwell, il Cardinale Wolsey cade in disgrazia. Si esige la nomina di un nuovo Cancelliere. Ma chi scegliere?
Il Re pone la sua incondizionata fiducia su Tommaso Moro, membro del Consiglio, avvocato, uomo dalla limpida reputazione, fedelissimo alla Corona e irremovibile nel suo essere Cattolico.
Tommaso è amico personale di Enrico VIII e il Re ricambia questa amicizia che considera assai preziosa. Egli vede in Tommaso un uomo giusto e onesto, privo di quella smania di far carriera che affligge tutti i membri della Corte. Lo reputa uomo di intelletto eccelso, pensatore profondo e acuto. Ma, forse, non è in grado di valutarne fino in fondo l'onestà e la profondissima Fede cattolica.
Quando Tommaso viene interrogato dal Re sulla legittimità o meno della sua nuova unione, il Lord Cancelliere si batte abilmente sul campo della dialettica, la cui arte ha imparato nelle aule dei tribunali, in modo da risultare sì elusivo, ma inattaccabile sul piano della logica. Il Re è chiaramente insoddisfatto, ma non può nulla. Mente a Tommaso, dicendogli che lo lascerà fuori da questa faccenda e richiedendo poi un secondo giuramento che verte proprio sulla legittimità del matrimonio con Anna Bolena.
Tommaso rinuncia, tra lo sconcerto generale, alla carica di Lord Cancelliere, perdendo così fama, gloria e ricchezze. Si ritira nella sua modesta casa di campagna e spera che il suo bassissimo profilo ed il suo "silenzio pubblico" lo tengano lontano dagli artigli del Re.
Ma, come dice giustamente il perfido Cromwell: "Il suo è un silenzio che assorda, tanto rimbomba per tutta l'Inghilterra".
Cromwell, coadiuvato dallo scialbo Richard Rich, sedicente amico di Tommaso, architetta una serie di infamanti accuse per corruzione volte a spedire Tommaso nella Torre di Londra ove si spera egli cambi idea o, perlomeno, muoia senza troppo scalpore.
In effetti l'antagonista morale di Tommaso risulta proprio essere, più che il Re, Richard Rich, il quale sembra essere provvisto di tutte le virtù di Tommaso rovesciate. È una banderuola al vento, impaurito, sprovvisto della minima traccia di volontà e moralità, sbiadito come un acquerello di poco prezzo, smanioso di entrare nelle grazie di qualche potente solo per potere oziare come un parassita: non è propriamente perfido, ma solo perchè non ha neppure i numeri per fare il malvagio. Tommaso si difende abilmente e le pretestuose accuse cadono.
Ma grazie a false testimonianze egli viene accusato di tradimento e condotto nella Torre. Potrebbe ancora pagarsi il biglietto di uscita svendendo la propria coscienza e giurando, ma non lo fa.
Ora non possiede più nulla, tranne la vita: offre anche questa, con il consueto coraggio, in nome della propria Fede.
Affronta il processo farsa, ma alla fine, sapendo di non avere più nulla da perdere, rompe il suo lungo silenzio e condanna apertamente l'operato del Re. Infine con il suo tipico senso dell'umorismo dice a Richard Rich, ripugnante traditore, artefice del suo tragico destino, che sfoggia orgogliosamente il medaglione di Governatore del Galles: "Gesù disse che non valeva la pena dannarsi l'anima in cambio del mondo intero... ma per il solo Galles...".
Viene condannato alla decapitazione.
Perdonerà i suoi accusatori e ringrazierà il boia che "gli aprirà le porte dei Cieli".

Nota di BastaBugie: il re d'Inghilterra Enrico VIII con l'Atto di Supremazia si autoproclama capo della Chiesa di Inghilterra; si opporranno solo il Cancelliere del Regno Tommaso Moro e l'arcivescovo John Fisher, entrambi decapitati, e tre monaci che saranno squartati vivi.
San Tommaso Moro scrisse alla figlia dopo che questa era andata a trovarlo in carcere: ''In questo mondo nulla accade che Dio non voglia, e io sono sicuro che qualunque cosa avvenga, per quanto cattiva appaia, sarà in realtà sempre per il meglio''.
Per leggere la lettera integrale, vedere il trailer ed alcune clip del film, clicca qui

Fonte: FilmGarantiti.it

6 - ABC SULL'OMOSESSUALITA'
L'omosessualità è una malattia? Si può uscire da una tendenza omosessuale indesiderata? E' giusto farlo? Cos'è l'omofobia?
Autore: Giovanni Lazzaretti - Fonte: Osservatorio Int. Cardinal Van Thuan, 09-08-2013

L'omosessualità è una malattia?
Fino al 1973 l'omosessualità era considerata una patologia. Nel 1973 L'American Psichiatric Association (APA) rimosse l'omosessualità dal "Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali" con una decisione presa a maggioranza (5816 voti favorevoli, 3817 contrari). In seguito l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l'ONU recepirono lo stesso concetto.
Attualmente quindi a nessuno è lecito affermare che l'omosessualità sia una malattia.
Non è una malattia. Allora cos'è? E' genetica? E' di natura?
L'omosessualità non ha origine genetica. Ci furono in passato studi su "gene gay" e "cervello gay", ma erano ricerche scientificamente male impostate, smentite da studi successivi, addirittura auto-smentite dagli stessi autori.
La frase "è di natura" viene usata spesso, ma è una frase generica. Dobbiamo chiederci "di che natura?".
- Non è di natura genetica.
- Non è nemmeno di natura ormonale (nelle persone omosessuali la distribuzione dei tassi ormonali hanno un ampio intervallo di distribuzione, assolutamente sovrapponibile a quello del resto della popolazione).
- Se vogliamo usare l'espressione "è di natura", dobbiamo completare dicendo "è di natura psicologica".
Finora non hanno scoperto il gene gay, ma potrebbero scoprirlo in seguito?
No, non può essere scoperto nemmeno in futuro. Chi annunciasse di aver scoperto il gene gay, cozzerebbe contro due fatti.
1) Esistono persone che hanno avuto una vita gay, poi ne sono usciti. Vicende come queste sono perfettamente comprensibili se l'origine è psicologica, sono invece inspiegabili con l'ipotesi di una origine genetica.
2) Nei gemelli omozigoti, se uno è omosessuale, l'altro è pure omosessuale nel 52% dei casi. La percentuale del 52% è alta, molto alta, e indica una causa comune per l'omosessualità dei due gemelli. Ma contemporaneamente è lontanissima dal 100%, per cui la causa comune non può essere di natura genetica. L'origine va quindi ricercata nell'altra cosa che hanno in comune i due gemelli: la famiglia e l'ambiente nel quale sono cresciuti.
Possiamo quindi dire che le cause dell'omosessualità sono relazionali, comportamentali, psicologiche, eventualmente innestate su fattori genetici predisponenti (ad esempio: un bambino particolarmente sensibile). Fattori predisponenti, ma non certo predeterminanti, come dimostrano appunto i gemelli omozigoti.
Però ci sono bambini che mostrano tendenze gay fin dall'infanzia.
Innanzitutto la parola "gay" non va usata. Già l'uso del termine "omosessuale" non può mai essere applicato a un bambino, men che meno il termine "gay" che indica anche un'identità socio - politica (le parole gay e omosessuale non sono sinonimi).
Un bambino può avere comportamenti effeminati, ma questa è una patologia riconosciuta anche dall'APA: si chiama GID (Gender Identity Disorder) e su di essa si può lecitamente intervenire con una cura.
La bambina con atteggiamenti maschili, il bambino con atteggiamenti femminili, possono legittimamente essere curati; ne consegue che hanno anche il diritto di non essere esposti alla normalizzazione mediatica dell'omosessualità.
Allora, a parte il caso dei bambini, gli psicologi non hanno più niente a che fare con l'omosessualità?
Non è così. Ci sono infatti molte persone che soffrono per una tendenza omosessuale indesiderata. Non è una malattia, ma l'omosessualità indesiderata è sofferenza, disagio, ferita, sulla quale lo psicoterapeuta, accogliendo la libera volontà della persona, può intervenire.
Semplificando, ci sono due vie per le persone omosessuali sofferenti.
- Indirizzarsi alla GAT, la terapia affermativa gay; (il disagio dell'omosessuale è solo il riflesso di una "omofobia sociale interiorizzata"; occorre arrivare ad accettarsi così come si è).
- Indirizzarsi a una terapia riparativa (maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa con un progressivo cammino; è possibile uscire da una tendenza omosessuale indesiderata).
E qual è quella giusta?
La GAT è certamente maggioritaria, ma non per questo può essere definita "quella giusta". E' maggioritaria perché, dopo la decisione dell'APA nel 1973, sono pochissimi gli psicoterapeuti che si occupano di terapia riparativa. Inoltre molti psicoterapeuti che si occupano di GAT sono a loro volta omosessuali, per cui non sono nemmeno in grado di concepire una terapia riparativa.
A favore della terapia riparativa gioca però un elemento importante. Se davvero il problema fosse la cosiddetta "omofobia" (1), allora nei paesi in cui l'accettazione è alta (2) il problema dell'omosessualità indesiderata dovrebbe essere in via di estinzione: così non avviene, e le persone omosessuali "egodistoniche" (ossia con tendenza non desiderata) continuano a esistere e a chiedere aiuto.
Ma come si può parlare di "terapia" riparativa se l'omosessualità non è una malattia? E l'altra come si chiama?
Terapia affermativa gay.
Le terapie si rivolgono anche a persone non affette da malattia (ad esempio: terapia di sostegno nella sofferenza dopo un lutto). E' perfettamente lecito parlare di terapia riparativa, messa in atto per uscire dalla sofferenza di una tendenza omosessuale indesiderata.
Quindi, a parte il caso della tendenza omosessuale indesiderata, l'omosessualità è normale come l'eterosessualità?
Inutile addentrarsi in questo argomento, visto che il concetto di "normalità" non è condiviso.
Ribaltiamo il discorso. Un ragazzo e una ragazza s'incontrano, s'innamorano, si fidanzano, si sposano, hanno rapporti sessuali, hanno dei figli. In questo percorso c'è qualcosa di anormale?
No, nessun passaggio è anormale, per cui questo è un percorso normale (3).
Che poi esistano altri percorsi "normali" questo lo lasciamo alla sensibilità di ognuno.
Bisogna però rimarcare che la parola "eterosessuale" è erronea. La parola "sesso" viene da "secare", per cui, quando si parla di rapporti sessuali si parla per definizione di rapporti tra due persone di sesso diverso.
La distinzione corretta è quindi tra "rapporto sessuale" e "rapporto omosessuale".
E la canzone di Povia a Sanremo 2009 intitolata "Luca era gay" è verosimile?
Anche se il testo della canzone dice "questa è la mia storia, solo la mia storia", la vicenda narrata da Povia è a grandi linee la vicenda reale di molte persone omosessuali: una madre invasiva, un padre assente, eventuali dissidi o separazioni in famiglia, uniti semmai alla particolare sensibilità di un bambino, portano molte persone all'omosessualità.
Non è però l'unica modalità:
- ci sono persone che diventano omosessuali in seguito ad abusi subiti;
- c'è tutta l'area dell'elevata promiscuità sessuale (4) che può nel tempo trasformarsi anche in promiscuità omosessuale;
- c'è l'omosessuale "per scelta";
- ci sono poi altri casi non catalogabili. [...]

NOTE
(1) Cos'è l'omofobia? E' una parola che ha un "suono" simile a una malattia (claustrofobia, aracnofobia,…); in realtà è una malattia inesistente, inventata dall'ideologia gay per i suoi scopi. L'evocazione della "omofobia" serve a zittire tutti coloro che contestano l'ideologia gay. Chi contesta il "matrimonio" omosessuale, chi contesta la pretesa di adozione da parte dei gay, chi contesta la volgarità dei Gay Pride, viene tacciato di "omofobia" (un po' come un tempo si zittiva la gente chiamandola "fascista").
(2) Così alta da arrivare alla "discriminazione rovesciata": alla fine del 1998 in Gran Bretagna il 25% dei ministri maschi del governo Blair erano omosessuali dichiarati.
(3) Normale, nonché "costituzionale": la Repubblica infatti riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
(4) Nel raccontare la sua storia, una ex – lesbica scriveva (vado a memoria): "A un certo punto della mia vita mi sono accorta che le mie amiche erano pronte a diventare le mie amanti".

Fonte: Osservatorio Int. Cardinal Van Thuan, 09-08-2013

7 - RIPARTE L'ITER PARLAMENTARE DEL REATO DI OMOFOBIA
Ecco le tre fazioni in parlamento... con il rischio che i sedicenti ''cattolici'' aprano la strada a nozze e adozioni gay (VIDEO: intervista a Gianfranco Amato, presidente dei Giuristi per la Vita)
Autore: Alfredo Mantovano - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 17/09/2013

Col margine di imprevedibilità che i lavori parlamentari spesso riservano, è probabile che da domani - 18 settembre - l'Aula della Camera affronti il voto della legge sull'omofobia. Le reali differenti posizioni alla vigilia dell'esame del provvedimento emergono passando in rassegna gli emendamenti presentati.

1) OLTRANZISTI PRO LEGGE
Sono coloro che l'hanno proposta e sostenuta, e che intendono farla approvare. Con sfumature differenti, di questo schieramento fanno parte Sel, Cinque Stelle, Pd e una parte – rispetto al passato, meno decisa – del Pdl. Per loro il testo uscito dalla Commissione è un ripiego, dettato dalla necessità di giungere in Aula: Non hanno rinunciato a renderlo ancora più penalizzante. Sintetizza la loro posizione il correlatore della legge, l'on. Scalfarotto (L'Espresso, 26 agosto): "questa legge così com'è manca di un pezzo. L'aggravante (…), che incide sui reati già esistenti". L'obiettivo è di rendere applicabile alla materia ogni disposizione della Legge Mancino. Vanno in questa direzione gli emendamenti a firma degli on. Businarolo e altri (M5S), che introducono le definizioni esplicite di omofobia e di transfobia, e degli on. Michela Marzano e altri (Pd), che individua una attività di "prevenzione antidiscriminazione" da svolgere nelle scuole: per come è congegnata, equivale alla propaganda scolastica dell'ideologia del gender.

2) MODERATAMENTE FAVOREVOLI
Sono coloro che non contestano la legge, anzi la accettano, tant'è che non hanno presentato né pregiudiziale di costituzionalità né emendamenti soppressivi. Sono esponenti del gruppo Scelta civica/Udc: hanno concentrato i loro sforzi su un unico emendamento, primo firmatario l'on. Gitti (fra i cofirmatari gli on. Gigli, Buttiglione, Binetti e Marazziti), la c.d. "clausola di salvaguardia". Il testo che propongono suona in questi termini: "non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e le manifestazioni di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all'odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente". Capire che cosa "salvaguarda" questa clausola non è semplice: escludere dal concetto di discriminazione "le condotte conformi al diritto vigente" è una tautologia. Se il "diritto vigente" è anche quello che verrà fuori dall'approvazione di questa legge, a che cosa devono essere "conformi" le "condotte"? Il resto, e cioè il richiamo alla "la libera espressione e le manifestazioni di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all'odio o alla violenza" è estremamente generico, lascia campo libero ad arbitri interpretativi e applicativi, e non tutela la manifestazione di opinioni perché non stabilisce una linea di confine fra di esse e gli atti violenti. Se una "clausola di salvaguardia" così congegnata fosse la garanzia chiesta per votare a favore della legge, sarebbe una contropartita equivalente al nulla.

3) CONTRARI
Sono coloro per i quali questa legge non serve, avendo già in sé il codice penale la sanzione per atti discriminatori, e – al contrario – introduce norme liberticide sul piano della manifestazione delle idee, della ricerca scientifica, dell'educazione e dell'istruzione. Sono altresì consapevoli che, come ha ricordato il relatore Scalfarotto, questa legge è il passo necessario per i matrimoni gay. Di questo schieramento fanno parte deputati della Lega, di Fratelli d'Italia e del Pdl: essi presentano articolate pregiudiziali di costituzionalità, sulla scia anche di un parere critico della Commissione affari costituzionali, e hanno depositato emendamenti soppressivi o in modo sensibile modificativi. Per non lasciare nulla di intentato, hanno pure loro proposto qualche "clausola di salvaguardia", evidentemente in subordine rispetto all'opposizione di principio al testo. La stesura più completa e convincente sembra quella dell'on. Pagano e altri, che esclude dall'applicazione delle nuove norme "la manifestazione di opinione, l'attività educativa, di formazione e di istruzione in tema di diritto di famiglia", unitamente alla "organizzazione interna delle istituzioni religiose e gli istituti scolastici e universitari". Le altre, ad es. quelle a firma degli on. Costa e Sisto, pur apprezzabili nell'intento, rischiano di lasciar fuori qualcosa di importante.

L'INCIUCIO "CATTOLICO"
C'è un emendamento che merita particolare attenzione. Ha il n. 1.61 e reca come prime firme quelle degli on. Verini e Marzano (Pd). E' composto di due parti: la prima è una "clausola di salvaguardia" esattamente eguale all'emendamento Gitti (Sc/Udc); la seconda adempie all'impegno assunto dall'on. Scalfarotto, perché introduce l'aggravante. Estende infatti l'articolo 3 della legge Mancino alle condotte motivate da omofobia o transfobia, esattamente come faceva l'articolo 3 del testo originario, prima delle modifiche in Commissione. Con termini diversi è esattamente lo stesso testo: la gravità della seconda parte di questo emendamento, oltre che in sé, sta nel fatto che gli articoli 5, 6 e 7 della Mancino si applicano quando si procede per i reati aggravati ai sensi dell'articolo 3; approvando quest'emendamento, saranno possibili perquisizioni, sequestri e confische delle sedi nelle quali l'autore del reato aggravato si riunisce (art. 5), la sospensione e lo scioglimento delle associazioni cui egli appartiene (art. 7).
Perché quest'emendamento merita più attenzione degli altri? Perché, al di là delle dichiarazioni di questo o di quell'esponente politico, fa emergere in anticipo i termini di quello che tecnicamente si può definire un inciucio:
a. la Sinistra non demorde sull'aggravante, e quest'emendamento la introduce nella estensione più ampia;
b. coloro che hanno firmato la lettera dei 26 – deputati che in quel documento si sono definiti "cattolici", e che fanno parte di Sc/Udc e Pd – ritengono di chiudere la partita introducendo nella legge una clausola di salvaguardia, quale che sia;
c. il testo della prima parte di quest'emendamento è identico a quello a firma Gitti e colleghi di gruppo (il che conferma il lavoro comune);
d. l'intero emendamento 1.61 è sottoscritto, fra gli altri, dall'on. Bazoli, che è il primo firmatario della lettera dei 26;
e. dal Palazzo fonti attendibili dicono che sull'emendamento ci sarebbe il via libera del Governo, e che il rappresentante dell'Esecutivo darebbe a esso parere favorevole. Non si sa con quanta coerenza con le belle parole sulla famiglia spese pochi giorni fa dal presidente del Consiglio alle Settimane sociali.
Se così fosse, ancora una volta avrebbe ragione l'on. Scalfarotto, per il quale la cautela da lui tenuta in Commissione permetterebbe alla legge di "essere approvata dal 70 per cento del Parlamento (…). Anche i cattolici si apprestano a votarla". Chiunque può constatare quanto questi "cattolici" orientino le loro posizioni al diritto naturale e alle riflessioni del Magistero, da ultimo ribadite a Torino dal Cardinale Bagnasco. E' certo che la discussione e il voto su una legge così ostile al buon senso fornirà indicazioni non solo sul merito della materia, ma – anche in vista dei provvedimenti che seguiranno, matrimonio gay anzitutto – sul ruolo e sull'affidabilità di chi svolge la nobile attività della politica spendendo l'ancor più nobile qualifica di cattolico.

Nota di BastaBugie
: estendere la legge Reale-Mancino (concepita a tutela delle minoranze etniche) agli omosessuali? Per l'avvocato Gianfranco Amato, presidente dei Giuristi per la Vita, si tratta di una forzatura. Gli omosessuali sono già tutelati dalle leggi italiane e il perimetro di applicazione del reato di omofobia è molto sfumata. Forse troppo.
Per vedere l'intervista televisiva a Gianfranco Amato, della durata di venti minuti, mandata in onda da Rete 55 il 20 settembre 2013, clicca qui
http://webtv.rete55news.tv/video/100052674

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 17/09/2013

8 - MIRACOLI: IRRUZIONE DEL SOPRANNATURALE NELLA STORIA
Due nuovi testi apologetici di Francesco Agnoli e Giulia Tanel
Autore: Fabrizio Cannone - Fonte: Corrispondenza Romana, 11/09/2013

Nei suoi ultimi libri "Miracoli. L'irruzione del soprannaturale nella storia" (La Fontana di Siloe, Torino 2013, pp. 140, € 14) e "La grande storia della carità" (Cantagalli, Siena 2013, pp. 220, € 14), Francesco Agnoli si conferma ottimo storico e apologeta.
Il primo di questi ultimi due saggi, scritto a 4 mani con la giovane giornalista Giulia Tanel, ha per oggetto la possibilità, la realtà e perfino la necessità del miracolo. In effetti, l'esistenza dei miracoli, e la loro presenza unicamente all'interno del mondo cristiano-cattolico, significano a ben vedere almeno 3 cose, e tutte importanti: la realtà effettiva dell'onnipotenza divina, che non è un mero attributo filosoficamente appiccicato a Dio, ma una sua dimensione costitutiva e dimostrata; la bontà somma del Creatore che si preoccupa, nonostante l'abisso che separa il suo mondo dal nostro, delle sue povere creature, anche sollevandole dal dolore e dalla malattia; e infine la divinità del cristianesimo, unica via stabilita dal Signore per tornare presso di Lui, il che è come dire che se le altre religioni non fanno miracoli fisici, neppure ne fanno di spirituali, cioè non salvano.
I miracoli della Madonna sono forse i più avvincenti tra tutti: così si parla dopo un'analisi approfondita del caso più unico che raro della Sindone (pp. 21-36), dell'apparizione mariana di Guadalupe (pp. 37-64), di Lourdes (pp. 65-99) e di Fatima (pp. 101-116). Basterebbero queste tre mariofanie e l'esistenza del Sacro Telo della Resurrezione di Cristo a svelare sia la veridicità della religione cattolica che la validità del culto dei santi e delle reliquie (contro protestanti ed evangelici).
Nel secondo testo, più impegnativo, Agnoli mette sotto gli occhi dei lettori, tutta una serie impressionante di realizzazioni cristiane. Come ospedali, orfanatrofi, brefotrofi, lazzaretti, xenodochi, case di Dio, centri di ricovero per malati di ogni genere, per pellegrini, disoccupati e disgraziati vari, anziani abbandonati e prostitute in via di conversione. Davanti alla realtà immensa di queste opere di bene che, come diceva Leone XIII, nessuna arte dei nemici potrà mai cancellare, che dire se non che il Cristianesimo, la Chiesa cattolica sono il più grande dono di Dio all'umanità? Basterebbe l'analisi spassionata di ciò che i discepoli di Cristo, fin dai tempi apostolici, fecero per i loro fratelli in umanità, per convincersi della salvezza, anche psicologica e fisica, portata all'umanità dal Redentore.
Un solo san Camillo de Lellis (p. 111 ss.) o un san Vincenzo de' Paoli (p. 124 ss.), hanno superato decine di Stati sovrani in termini di assistenza ai bisognosi, in più partendo dal nulla e volendo continuare sino alla fine a vivere nella privazione e nel disagio per meglio capire e com-patire gli altri. Agnoli, mostra la natura intima della spiritualità cattolica: una spiritualità che se dà legittimamente più valore all'anima e allo spirito che ai beni del corpo e della materia, tuttavia non tralascia neppure gli aspetti meno elevati della vita, e grazie all'incarnazione di Cristo in un corpo, giudica importante anche questo, poiché informato da un principio di vita immortale e che lo porterà nell'ultimo giorno alla resurrezione e alla glorificazione.
Dimostra bene lo storico trentino che non a caso l'Ospedale è un'invenzione cristiana poiché il fatalismo antico aveva la tendenza di disprezzare il malato, vedendo nella sua malattia un necessario compimento e un oscuro castigo. In realtà, se la malattia può essere certamente un castigo e una realtà invincibilmente voluta dall'alto, essa è altresì una prova che deve essere superata, sia con la sopportazione eroica del credente, sia con l'uso di quella ragione umana che il Creatore ci ha dato anche per studiare i rimedi e i medicamenti, e soprattutto per praticare le 7 opere di misericordia corporale.

Nota di BastaBugie: Francesco Agnoli, conduttore su Radio Maria di una trasmissione mensile, sarà a Staggia Senese sabato 21 settembre 2013 per una conferenza dal titolo "Scienziati, dunque credenti" in occasione del 5° Giorno del Timone della Toscana. Per informazioni
http://www.amicideltimone-staggia.it/it/contenuti.php?pagina=utility&nome=giorno_del_timone_toscana

Fonte: Corrispondenza Romana, 11/09/2013

9 - OMELIA XXV DOMENICA TEMPO ORD. - ANNO C - (Lc 16,1-13)
Non si possono servire due padroni
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 22 settembre 2013)

L'evangelista Luca, di cui è la pagina del Vangelo di oggi, ha tra i suoi argomenti preferiti il pregio della povertà e il pericolo della ricchezza, al punto che il suo Vangelo potrebbe essere definito il Vangelo dei poveri. Come spiegare allora la parabola di oggi, che effettivamente, è tra le più difficili di tutto il Nuovo Testamento? Apparentemente, sembra che Gesù lodi la disonestà di quell'amministratore che si era procurato amici imbrogliando. Nella parabola si legge che «il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza» (Lc 16,8).
Gesù non loda la disonestà, bensì la scaltrezza. In poche parole, noi dobbiamo imitare quella scaltrezza, non certo per essere disonesti, ma per fare il bene. Purtroppo, tante volte, «i figli di questo mondo [...] sono più scaltri dei figli della luce» (ivi) e ci mettono più impegno nel fare il male di quello che ci mettono i figli della luce a compiere il bene. L'espressione «figli di questo mondo» indica coloro per i quali gli orizzonti della vita si chiudono sugli interessi terreni; mentre l'espressione «figli della luce» designa quelli che vivono in funzione della Vita eterna. L'insegnamento della parabola risulta ora chiaro, esso ci esorta a procurarci il nostro autentico bene, quello spirituale.
Secondo l'insegnamento della Bibbia, i beni della terra sono proprietà di Dio dati in amministrazione agli uomini, i quali devono servirsi di essi non per alimentare il loro egoismo, ma per fare il bene. Nel Vangelo di oggi, Gesù chiama "disonesta" la ricchezza ed è realmente disonesta quando viene sfruttata per il solo tornaconto personale. Un mezzo per utilizzare bene la ricchezza è quello di farne parte ai poveri, in modo che, «quando questa verrà a mancare, essi [i poveri] vi accolgano nelle dimore eterne» (Lc 16,9).
Il discorso di Gesù continua con una frase abbastanza difficile da comprendere. Egli dice: «Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti. E chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti» (Lc 16,10). Cosa intendeva Gesù per «cose di poco conto» e per «cose importanti»? Le cose di poco conto sono i beni materiali; le cose importanti sono invece i beni spirituali, la grazia di Dio. Davanti a Dio, per quello che riguarda i beni spirituali, nessuno è povero: tutti hanno ricevuto, in misura più che abbondante, delle grazie, dei talenti, che dovranno amministrare con fedeltà e avvedutezza. Dobbiamo "corrispondere" alla grazia di Dio, ovvero farla fruttificare.
Gesù, però, ci mette in guardia e ci dice che l'attaccamento smodato ai beni di questo mondo è pericoloso e non si possono servire due padroni: o si utilizzano le ricchezze terrene per il bene autentico, oppure se ne diventa schiavi. Con parole molto precise, Gesù afferma: «Non potete servire Dio e la ricchezza» (Lc 16,13). Guardiamo l'esempio dei Santi: alcuni di essi sono stati favoriti di grandi ricchezze, come santa Elisabetta d'Ungheria, ma tutto veniva utilizzato per la Gloria di Dio e il bene dei fratelli. Per non farci però dominare dalle ricchezze, bisogna amare Dio con tutto il cuore: quanto più lo ameremo, tanto più ci distaccheremo dalle ricchezze terrene e riusciremo a fare molto del bene.
Si può ricavare un altro insegnamento dalle parole che prima abbiamo ascoltato: «Chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti» (Lc 16,10). L'insegnamento è molto importante ed è questo: chi si abitua alle piccole infedeltà, prima o poi cadrà anche nelle grandi infedeltà. Dobbiamo dunque prestare attenzione anche ai peccati che a noi sembrano piccoli e insignificanti e dobbiamo combatterli prontamente, per non cadere prima o poi nei più grandi peccati.

Nota di BastaBugie: Per l'omelia della domenica successiva, vai a
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Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 22 settembre 2013)

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