BastaBugie n°340 del 14 marzo 2014

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1 IL CRISTIANESIMO HA EDIFICATO LE COLONNE DELLA NOSTRA CIVILTA': DIRITTO, ECONOMIA E POLITICA
Il cristianesimo è indubbiamente un fattore di sviluppo e di abbandono di abitudini aberranti: basti pensare ad ''Apocalypto'', uno dei film più originali di Mel Gibson
Autore: Mario Palmaro - Fonte: Il Timone
2 LA RUSSIA DI PUTIN: BALUARDO DELLA CRISTIANITA'
Il governo ha approvato leggi che proteggono l'essere umano, Il 70% dei russi è battezzato, sono state ricostruite 30.000 chiese: Putin non sta imponendo nulla, sta solo prendendo atto del sentimento religioso riemergente nel popolo russo
Autore: Benedetta Frigerio - Fonte: Tempi
3 PREMIO OSCAR A SORRENTINO: QUANDO NOI ITALIANI SIAMO FIERI DI PARLAR MALE DI NOI STESSI!
Il film ''La grande bellezza'' mostra lo squallore della solita Italietta da quattro soldi, così gli americani sono contenti e ci premiano
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
4 HEINRICH HIMMLER: COMANDANTE DELLE SS E DELLA POLIZIA NAZISTA CON IL COMPITO DI REALIZZARE IL PIU' SPAVENTOSO MASSACRO DELLA STORIA
Fu un anonimo esecutore, eugenetico, darwiniano e politicamente corretto: ecologista, animalista, contrario al cibo geneticamente modificato, al tabacco e alla caccia (di animali)
Autore: Giulio Meotti - Fonte: Il Foglio
5 MARIO PALMARO E' STATO UNA COLONNA DEL TIMONE
Continueremo la battaglia, come lui ci ha chiesto di fare
Fonte: iltimone.org
6 MARIO PALMARO NON LASCIA SOLO UN RICORDO, LASCIA UN ESEMPIO DI VITA CRISTIANA VISSUTA NELLA VERITA'
E' morto ed ha vissuto i mesi della malattia infondendo in tutti coloro che lo avvicinavano quella tranquillità e forza d'animo di cui è capace solo chi è immerso in una fede profonda
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Corrispondenza Romana
7 MARIO PALMARO HA AVUTO A CUORE LA CHIESA E LA FEDE CATTOLICA
Ha dato il suo apporto a ''La Bussola Quotidiana'' con le sue analisi lucide su questioni giuridiche e morali
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
8 INTERVISTA A MARIO PALMARO: ''LA MALATTIA GRAVE E' UN TEMPO DI GRAZIA''
Sono un servo inutile, e tutti i libri che ho scritto, le conferenze, gli articoli, non sono che paglia, ma spero nella misericordia del Signore e nel fatto che altri raccoglieranno parte delle mie aspirazioni e delle mie battaglie, per continuare l'antico duello
Autore: Lorenzo Prezzi - Fonte: Settimana
9 OMELIA II DOMENICA DI QUARESIMA - ANNO A - (Mt 17,1-9)
Questi è il Figlio mio, l'amato!
Autore: Padre Francesco Pio M. Pomba - Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - IL CRISTIANESIMO HA EDIFICATO LE COLONNE DELLA NOSTRA CIVILTA': DIRITTO, ECONOMIA E POLITICA
Il cristianesimo è indubbiamente un fattore di sviluppo e di abbandono di abitudini aberranti: basti pensare ad ''Apocalypto'', uno dei film più originali di Mel Gibson
Autore: Mario Palmaro - Fonte: Il Timone, dicembre 2013

Il cristianesimo ha edificato le colonne della nostra civiltà: diritto, economia e politica. Trasformando la brutalità del mondo pagano in una società imperfetta, ma illuminata dall'idea di bene comune e di dignità della persona. Sempre ad maiorem Dei gloriam
Come sarebbe il mondo in cui viviamo senza il cristianesimo? Una cosa è certa: sarebbe completamente diverso. Probabilmente, per averne un'idea, bisogna riandare con la memoria a uno dei film più originali di Mel Gibson, Apocalypto. Il film inizia con una frase eloquente: "Una grande civiltà viene conquistata dall'esterno solo quando si è distrutta dall'interno." La storia è ambientata nello Yucatàn. Siamo nel quindicesimo secolo, e i Maya imperversano nella regione, rapendo uomini e donne per farne schiavi da destinare ai sacrifici umani al dio Kukulkàn. Una mattanza orribile, che Gibson descrive in tutti i suoi aspetti raccapriccianti. Il protagonista, l'indio Zampa di Giaguaro, riesce a sfuggire dalla piramide dei sacrifici umani, insieme a moglie e figli. I maya lo inseguono e lo hanno ormai raggiunto, quando si verifica l'imprevedibile: in mare sono ancorate enormi navi spagnole, con gli stendardi che garriscono al vento mostrando il segno della Croce. Il cristianesimo arriva in America, determinando la fine della "civiltà" dei sacrifici umani e dell'orrore sanguinario (per informazioni sul film "Apocalypto": http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=17, N.d.BB.)
 
1) IL MONDO GIURIDICO E IL NAZARENO
Il cristianesimo è indubbiamente un fattore di sviluppo e di affrancamento da costumi e abitudini aberranti. Basti pensare al campo del diritto. Occorre ammettere che la civiltà giuridica ha origini antiche, perché non si dà società senza sistema giuridico. 1800 anni prima di Cristo, cioè quasi 4000 anni fa, Hammurabi sale al trono di Babilonia e redige il suo famoso codice, "per far risplendere la giustizia nel paese, per distruggere il malvagio e l'iniquo, per far sì che il forte non opprimesse il debole". La più grande civiltà giuridica di ogni tempo fu, com'è noto, quella romana, che costruì poco alla volta - con il realismo tipico di Roma antica - un meraviglioso sistema di regole, le cui architetture fanno ancora oggi da punto di riferimento per ogni ordinamento occidentale. Tuttavia, il diritto senza Cristo è un sistema rigido, incline alla spietatezza, che non conosce la misericordia e il perdono. Il Vangelo non nega la necessità di garantire la giustizia - ne fa una delle beatitudini - ma ci racconta parabole in cui il padrone condona debiti ai suoi servi, o ci descrive il Figlio di Dio che porta con sé in Paradiso il buon ladrone (il quale per altro ammette di "patire giustamente" il terribile supplizio della croce). I sistemi giuridici senza cristianesimo non conoscono il primato della persona, la sua dignità intrinseca. Alcuni istituti - come ad esempio la schiavitù - anche se non immediatamente aggrediti dall'avvento del cristianesimo, sono alla fine scomparsi proprio in virtù delle parole del Vangelo e dell'insegnamento della Chiesa. La stessa Chiesa ha avuto il ruolo di apripista nel "salvare" il diritto romano dalla distruzione dell'impero, nell'innervare quel diritto pagano di influssi cristiani, nel creare un suo mirabile sistema giuridico - il diritto canonico - e nel garantire le più importanti raccolte di leggi e norme, molto prima che nascesse il sistema moderno della codificazione. Inoltre, il cristianesimo è alla base delle prime regole di tutela dell'imputato nel processo penale. Sarà proprio l'inquisizione a introdurre alcuni principi di garanzia dell'indagato, in un'epoca storica in cui il carattere sommario dei processi era una costante. Nel 1631 il gesuita tedesco Freidrich von Spee pubblica la Cautio criminalis seu de processibus contra sagas, testo fondamentale nel quale - partendo dal riconoscimento della gravità anche sociale dei crimini di stregoneria - si introduce il principio "in dubio pro reo", la necessità di ascoltare i testimoni a discarico e di garantire un avvocato, la responsabilità dei giudici ingiusti, l'opportunità di abolire la tortura, strumento inadatto a scoprire la verità processuale, o almeno di limitarla.

2) L'ECONOMIA
Il confronto fra paesi di tradizione cristiana e paesi estranei all'avvento di Cristo è semplicemente impressionante. In genere, i primi sono costituiti da nazioni con economie floride; i secondi arrancano, o addirittura appaiono fermi a epoche arcaiche. E ciò nonostante talvolta queste nazioni possono vantare civiltà nate e cresciute in epoche ben più antiche rispetto al sorgere della civiltà europea. Che cosa significa tutto questo? Evidentemente, il Vangelo non ostacola in linea di principio lo sviluppo umano, non condanna la costruzione di un sistema economico, non giudica negativamente la proprietà privata e l'acquisizione di un certo benessere. Ma tutto questo a un'unica condizione: che tutto sia ricondotto a Cristo Re, al suo primato, al suo governo. Occorre qui evitare un appiattimento del cristianesimo sul modello economico borghese e liberale: esso al contrario presenta numerosi punti moralmente problematici. Diciamo, piuttosto, che per Gesù Cristo trafficare e far fruttificare i propri talenti è un dovere; e questo principio illumina anche l'ambito economico, rendendo operosi e proattivi gli uomini di una civitas cristiana. Questa fu, ad esempio, l'esperienza del Medioevo, nella quale artigiani e nobili, chierici e cavalieri convivono in un sistema armonico sostenuto da tradizione e sviluppo.
 
3) LA POLITICA
Grazie alla figura provvidenziale di Costantino, il cristianesimo diventa un fenomeno fondamentale per la ridefinizione dell'impero romano, e per la costruzione dei modelli politici futuri. L'idea di bene comune e di legge naturale, corroborate dalla Rivelazione, sono alla base dei sistemi politici cristiani. Sistemi che sono ben rappresentati dalla celebre espressione di Gesù, mentre gli viene chiesto se sia giusto pagare le tasse a Roma: "Date a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio". Questa formula è densissima, e occorre sottrarla alla sua banalizzazione tipica dell'era contemporanea. Essa dice certamente della necessità di non confondere e sovrapporre la Chiesa allo Stato, il Papa all'imperatore. Ma non si ferma qui, come vorrebbe il pensiero laico e liberale contemporaneo. Innanzitutto, Nostro Signore ordina di dare a Dio ciò che gli spetta, e questo dovere ricade innanzitutto su ogni sovrano, sia esso un re o un parlamento. In questo modo, la fede si ritaglia un ruolo pubblico innegabile, e si propone come guida dello Stato per riconoscere il vero e il bene. La storia dimostra che, senza questa bussola, gli Stati scivolano sempre nel più disumano relativismo. Dall'altro lato, Gesù ricorda al cristiano che è suo dovere essere un leale suddito del potere costituito, a patto che l'autorità non sia iniqua e rispetti la Chiesa e il bene comune con le sue leggi e i suoi decreti. Questa mirabile lezione del cristianesimo fu alla base di secoli di ordinamenti politici, anche se oggi il mondo - sotto questo profilo - ha obiettivamente imboccato una strada completamente diversa.

Nota di BastaBugie: riguardo al film di Mel Gibson "Apocalypto", citato nell'articolo qui sopra, si può vedere il trailer e si possono leggere gli articoli di Massimo Introvigne, Rino Cammilleri, Antonio Socci, Giacomo Samek Lodovici, andando al seguente link del sito Film Garantiti
http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=17

Fonte: Il Timone, dicembre 2013

2 - LA RUSSIA DI PUTIN: BALUARDO DELLA CRISTIANITA'
Il governo ha approvato leggi che proteggono l'essere umano, Il 70% dei russi è battezzato, sono state ricostruite 30.000 chiese: Putin non sta imponendo nulla, sta solo prendendo atto del sentimento religioso riemergente nel popolo russo
Autore: Benedetta Frigerio - Fonte: Tempi, 03/03/2014

«Noi russi abbiamo vissuto sulla nostra pelle le conseguenze di un'ideologia che ci aveva fatto credere che saremmo stati felici senza Dio. Siamo arrivati a un centimetro dal suicidio umano e demografico. Adesso vogliamo tornare indietro». Alexey Komov è l'ambasciatore presso le Nazioni Unite del Congresso mondiale delle Famiglie, la più grande piattaforma internazionale per la difesa della famiglia naturale. In Italia per un convegno su Russia ed Europa organizzato a Rovereto dalla rivista Notizie Pro Vita, ha accettato di spiegare a Tempi le ragioni della svolta "life-friendly" di Mosca dopo il crollo del comunismo.
In effetti negli anni Novanta, dopo settant'anni di regime, la Russia aveva indici di sviluppo umano da agonia.
Fino alla vigilia della Rivoluzione bolscevica del 1917 il cristianesimo ortodosso era il fulcro della società russa. Nell'Ottocento l'ideologia marxista, partorita in Occidente, fece breccia nel cuore di alcuni intellettuali e borghesi russi. Secondo il materialismo comunista la scienza sarebbe riuscita a rendere l'uomo padrone di tutto. Non c'era più posto per la Chiesa che ricorda la dipendenza da Dio e dalle leggi naturali per la realizzazione dell'uomo e del bene comune. Perché la Russia ora guarda a queste idee con grande sospetto? Perché fummo i primi a conoscerle. Dopo la Rivoluzione d'ottobre fu legalizzato l'aborto, il divorzio, la famiglia come "affare" di Stato. Sull'orlo del precipizio ci siamo voluti fermare.
Però la svolta "confessionale" di Putin e l'idea di fare della Russia una sorta di baluardo della cristianità non gode di buona stampa in Occidente.
Senta, innanzitutto il governo sta approvando leggi che proteggono l'essere umano, cosa che si dovrebbe pretendere da ogni sovrano. Poi la valorizzazione del cristianesimo deriva dal fatto che Putin si è accorto che nel degrado assoluto l'unica cosa che ha resistito è stata la Chiesa ortodossa. La Russia ha provato il dolore di vivere senza Dio, per questo non crede più al comunismo e rigetta l'ateismo. Non a caso oggi il 77 per cento dei russi dichiara di credere in Dio e il 69 per cento è battezzato. Negli ultimi vent'anni sono state ricostruite trentamila chiese, seicento monasteri e altre duecento chiese sorgeranno presto a Mosca. Capisco che l'Occidente non capisca, visto quello che succede da voi. Però è così, il governo non sta imponendo nulla. E Putin sta solo prendendo atto del sentimento religioso riemergente nel popolo russo.
In Russia vige ancora un sistema autoritario che ha ben poco di compatibile con la nostra democrazia.
La "vostra" democrazia? In Occidente siete arrivati al punto di vedervi costretti per legge, e senza che nessuno abbia chiesto il vostro parere, a insegnare ai vostri figli che secondo questa "teoria del gender" non esistono "la mamma" e "il papà", ma solo genitori A e B, che possono essere anche dello stesso sesso, e che si deve "scegliere" se essere "bambini" o "bambine". Però senza discriminazioni, perché tutti devono essere uguali… Ecco, quando sento queste cose, quando sento che questa sarebbe "democrazia", ripenso a me bambino. Ricordo che camminando per strada vedevo gli edifici progettati dalla nostra "grande democrazia socialista", ed erano tutti brutti, tutti grigi, tutti uguali. Poi da qualche parte spuntava ancora qualche chiesa, bellissima, e subito sorgeva in me il desiderio di entrarci, di andare a rifugiarmi lì. Oggi le parti si sono invertite. Il popolo russo non cede all'ideologia Lgbt perché è molto meno ingenuo di quello europeo. La gente sa bene come gli intellettuali possono arrivare a imporre ideologie disumane.
È sufficiente legiferare secondo il diritto naturale per cambiare un paese?
Tuttora in Russia c'è una grande crisi demografica. Vent'anni fa siamo arrivati a quattro milioni di bambini abortiti ogni anno. Ora siamo scesi a circa due milioni. La politica da sola non basterà mai. Ma per fermare l'ingiustizia è necessario vietarla per legge. E comunque a ridurre i numeri dell'aborto sono stati anche il divieto del governo di pubblicizzarlo, il fatto che le leggi prevedano il finanziamento dei Centri di aiuto alla vita, lo stanziamento di una somma pari a dieci mila euro per il secondo figlio e concessioni demaniali a chi ne ha più di tre. Per il resto è compito dei cristiani e degli uomini di buona volontà ricostruire il tessuto sociale.
Qual è la situazione della famiglia oggi in Russia?
La situazione sta migliorando, ma ancora la metà dei matrimoni finisce in divorzi. La cultura di massa che passa attraverso la televisione, i film americani, le riviste e i media digitali condizionano le nuove generazioni. Anche in Russia i media restano i principali educatori…
La Russia rischia sanzioni per le sue leggi "contro la propaganda e il proselitismo gay". Non teme il suo isolamento a livello internazionale?
No, perché la maggioranza dei russi la pensa esattamente come Putin. Il quale non ha nulla da temere perché il nostro paese dispone di un importante deterrente nucleare ed è lo snodo fra l'Europa e l'Asia. La nostra forza è sotto gli occhi di tutti. Basti pensare che insieme a papa Francesco siamo riusciti a frenare la guerra in Siria e a bloccare il piano di Obama di bombardare Damasco. E mi lasci dire che noi russi abbiamo anche un senso messianico della nostra presenza nel mondo. Messianismo che può essere pericoloso, come quando volevamo esportare ovunque il comunismo, ma che ritorna utile ora che vogliamo ritrovare le nostre radici cristiane.
E degli arresti delle Pussy Riot o degli attivisti di Greenpeace che dice? Non sono sintomi di un "regime"?
Le persone pensano anche che noi russi non abbiamo l'acqua, che viviamo in povertà e che c'è corruzione ovunque. Invece in Russia la qualità dei servizi è ottima, la tassazione è al 40 per cento, la popolazione sta mediamente bene, costruiamo molto, importiamo e la materia prima è sfruttata con intelligenza. C'è libertà di impresa e anche di espressione. Mentre in Occidente in certi ambienti non potete neppure indossare una croce.

Fonte: Tempi, 03/03/2014

3 - PREMIO OSCAR A SORRENTINO: QUANDO NOI ITALIANI SIAMO FIERI DI PARLAR MALE DI NOI STESSI!
Il film ''La grande bellezza'' mostra lo squallore della solita Italietta da quattro soldi, così gli americani sono contenti e ci premiano
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 04/03/2014

A me, come a tutti i cittadini italiani medi, il fatto che il regista Sorrentino abbia preso l'Oscar non porta in tasca nulla. Non aumenta il mio benessere nemmeno se vince la nazionale di calcio, o uno sciatore italiano d'anagrafe, ma dal nome invariabilmente tedesco, strappa un trofeo. Noi italiani siamo bravissimi a emigrare (e solo all'estero un italiano capace può emergere) o a eccellere in cose che l'italiano medio può vedere solo col binocolo: l'alta moda e la Ferrari. Gli stereotipi italici nella mente degli stranieri – rassegniamoci - sono questi: pizza & mafia. E ve lo dice uno che ha pubblicato un Doveroso elogio degli italiani (Rizzoli, 2001), libro di cui più invecchia e più si pente.
E veniamo agli Oscar. Mentre facciamo notte per le strade esibendo bandiere dalle auto e strombazzando come matti ubriachi non solo di gioia per il premio vinto, vediamo di ricordarci che l'Oscar è un premio tutto americano che va a film americani. Là l'industria cinematografica non campa di sovvenzioni. Là ogni milione di dollari (privati) speso per un film ne porta dieci dall'estero. Gli americani, staccatisi dall'Inghilterra nel 1776 per questioni di soldi, sono maestri universali nel farli, i soldi, e non per niente gli Usa sono stati definiti «una società per azioni armata». Anche la parola «Oscar» reca accanto il simbolino «c». Sta per «copyright» e significa che se la usi impropriamente finisci in tribunale e paghi. Dunque, Festa del Cinema, sì, ma americano.
Ora, poiché a qualcuno non è parso giusto che la vastissima periferia dell'impero stia solo a guardare gli scintillii di Los Angeles, ecco una briciola: un (1) film «straniero» può aggiudicarsi un cascame della Notte delle Stelle. Qualche decennio fa alla Rai venne in mente il solito musicarello tipo «Canzonissima», che agli italiani piaceva tanto, ed escogitò la gara di canzonette «Napoli contro tutti», nella quale vinceva sempre Napoli. Ebbene, l'Oscar è «Hollywood contro tutti» e ai film americani vanno premi alla regia, alla sceneggiatura, al plot, al miglior attore, al migliore non protagonista, alla migliore musica, agli effetti speciali, alla canzone, ai costumi, alle scenografie… ho dimenticato qualcosa? Al resto del mondo una sola statuetta, e basta. Corretto: ognuno a casa sua fa quel che gli pare, la giuria è americana, no?
Ma agli americani interessa solo vedere al cinema quanto sono superiori loro e quanto inferiori gli altri. Così, per esempio, l'Oscar di miglior film straniero è andato a un film indiano che mostrava quanto fa schifo l'India o a un film tedesco che mostrava quanto faceva schifo la Ddr. A mostrare quanto faceva pena l'Italia pensavano Fellini o De Sica, rispettivamente con La dolce vita e La ciociara. In tempi più vicini a noi i registi italiani si sono fatti furbi e hanno capito che, per essere presi in considerazione dagli americani, dovevano mettersi nella loro testa. Nella quale c'è l'Italietta neorealista (Nuovo Cinema Paradiso), l'Italietta di militari imbelli e buoni solo se antifascisti (Mediterraneo), la sempreverde Shoà (La vita è bella). Dopo quest'ultimo, Benigni si chiese cos'altro potesse piacere agli americani, visto che alla mafia pensavano già Scorsese e Coppola e sulla pizza c'era poco da scervellarsi. L'opera lirica? Non è roba da film. I classici, allora. Ma l'unico classico italiano noto agli americani era Pinocchio, tant'è che ci avevano già messo mano Walt Disney e, con ben altri mezzi e inventiva, Spielberg (A.I. Intelligenza Artificiale). Infatti, il Pinocchio di Benigni fu un flop, pure trattato con sufficienza dalla stampa americana (cito: «...pensavamo che Pinocchio fosse un bambino, non un quarantenne stempiato...»). Benigni, com'è noto, si dirottò su Dante, del quale, però, gli americani nulla sanno e, anche a volerci fare un film, i mezzi adeguati li hanno solo loro.
Perciò non rimaneva che tornare ai vecchi santi e mostrare agli americani la solita Italietta che fa la solita pena, anche se aggiornata. Così, La grande bellezza è quella di Roma, o meglio del suo passato monumentale, popolata purtroppo da italiani che stanno ai greci di oggi come questi stanno all'Atene di Pericle. Vabbe', direte voi, un Oscar è sempre meglio di niente. Concordiamo e nulla intendiamo togliere al film di Sorrentino che, oltretutto, ha fatto incetta di altri premi internazionali. Ma non ci si parli, per cortesia, di orgoglio nazionale. Gli americani, per esempio, hanno, come romanzi «nazionali», Via col vento e Moby Dick : con l'uno hanno pacificato la loro guerra civile, rendendo il doveroso omaggio ai vinti e ricordando ai posteri che erano americani anche loro; con l'altro, hanno espresso un tema realmente cosmico, la lotta del Bene contro il Male. Il nostro romanzo «nazionale» è, invece, I promessi sposi, storia di poveracci che riescono a cavarsela solo grazie alla Provvidenza, ed è tutto dire. E il romanzo sulla nostra, di guerra civile, è Il gattopardo, rassegnato omaggio al trasformismo, Franza o Spagna purché se magna. La nostra seconda guerra civile (perché questo sventurato Paese ne ha avute ben due) non si può nemmeno romanzare, sennò finisce a scontri di piazza.
Il film di Sorrentino in effetti dovrebbe essere mostrato non tanto agli americani, i quali sono già informati dai turisti, bensì nelle scuole italiane e con questo sottotitolo: «Grande passato, penoso presente, nessun futuro. Guaglio', jatevènne». Dalla Roma di Augusto a quella di Ignazio Marino. Già: basta spostarsi nella confinante Svizzera per trovare un popolo che sa almeno scegliersi gli amministratori. Noi non sappiamo fare nemmeno quello e, a ogni tornata elettorale, ci ritroviamo invariabilmente peggio di prima. L'ultimo politico italiano con gli attributi è stato Togliatti. Ed è tutto dire.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 04/03/2014

4 - HEINRICH HIMMLER: COMANDANTE DELLE SS E DELLA POLIZIA NAZISTA CON IL COMPITO DI REALIZZARE IL PIU' SPAVENTOSO MASSACRO DELLA STORIA
Fu un anonimo esecutore, eugenetico, darwiniano e politicamente corretto: ecologista, animalista, contrario al cibo geneticamente modificato, al tabacco e alla caccia (di animali)
Autore: Giulio Meotti - Fonte: Il Foglio, 3 febbraio 2014

"Sei un ebreo?", chiede Heinrich Himmler a un prigioniero durante una visita nel fronte orientale del 1941. "Sì". "Entrambi i genitori sono ebrei?". "Sì", continua il ragazzo. "Hai antenati che non fossero ebrei?". "No". "Allora non posso aiutarti". Il giovane viene fucilato sotto gli occhi del gerarca nazista. Questo era Heinrich Himmler.
Di Hitler si dice che fosse "magnetico". Di Göring che fosse un valoroso pilota. Di Goebbels che fosse un demagogo straordinario. Di Heydrich che fosse un provetto schermidore, un eccellente pilota e un ottimo musicista. Nessuno è mai riuscito a trovare niente di speciale in Himmler, non un solo momento di carisma e umanità in tutta la sua esistenza.
Fra i grandi capi nazisti è il più efferato e il più anonimo. L'uomo che vanta un curriculum di delitti senza precedenti non mostra segni caratteristici. Basso, flaccido, calvo, grassoccio, occhi acquosi, mento sfuggente, stretta di mano molle, Himmler era uno come tanti, monotono e pedante. Solo che il suo ufficio era il comando delle SS e della polizia nazista, il suo compito realizzare il più spaventoso massacro della storia.
I suoi lineamenti sono talmente banali che nel maggio del 1945 non viene identificato dai sovietici che lo fanno prigioniero e dagli inglesi che lo prendono in custodia. Non si è nemmeno camuffato: a Himmler è bastato togliersi i pince-nez. Senza quelli, non è più lui. Come in una gag, Himmler era i suoi occhiali. Dietro non c'è nulla. Fino a oggi.
"Vado ad Auschwitz. Baci, il tuo Heini", scrive Himmler alla moglie Margaret. E ancora: "Nei prossimi giorni sarò a Lublino, Zamosch, Auschwitz, Lemberg e poi nella nuova sede. Sono curioso di vedere se e come funzionerà il telefono. Saluti e baci! Il tuo Pappi". Pochi giorni dopo parte per un sopralluogo di due giorni ad Auschwitz per vedere con i suoi occhi che cosa accade a un trasporto di ebrei sottoposti all'azione del pesticida Zyklon B. I cadaveri gonfi che si colorano di blu, i forni crematori. Himmler dà il via libera alla distruzione su vasta scala del popolo ebraico.
Queste sono soltanto due delle straordinarie lettere ritrovate in Israele e pubblicate in questi giorni dal quotidiano tedesco Die Welt. Documenti, corrispondenza e fotografie dell'architetto dell'Olocausto. Leggendo queste lettere, vedendo queste immagini, i giornali hanno sottolineato la "normalità" del boia del Terzo Reich, il capo delle SS, del programma eutanasia e dell'annientamento del popolo ebraico.
Le lettere ci rivelano un Himmler attento alle spese personali, che vive senza lussi, a differenza di quasi tutti gli altri gerarchi, specie Göring. Dalle lettere ne esce un Himmler "sobrio esecutore di una visione del mondo", come dice lo storico Michael Wildt. Ai suoi occhi l'omicidio di massa era un passo necessario per compiere la missione del Terzo Reich. "Sarò in un centro di esecuzioni per testare nuovi e interessanti metodi di fucilazione", scrive il gerarca alla moglie. Come commenta lo Spiegel, "Himmler non aveva nulla di banale, era intelligente, possedeva una energia radiante, e una fantasia capace di attuare l'ideologia del nazionalsocialismo in azione".
Le lettere confermano che Himmler non era un mostro, non aveva nulla di demoniaco, né di sadico, non traeva piacere nella sofferenza altrui (si sentì spesso male di fronte alle carneficine). Aveva una missione, invece, e una ideologia ben precisa. Pagana, salutista, eugenetica, ecologista, darwiniana, ultra moderna e iper illuministica.
Queste ultime scoperte ci parlano di un uomo che concepiva se stesso, nelle parole di Joachim Fest, "non come un assassino, ma come un patrono della scienza". E fu proprio quella moglie, l'infermiera Margaret, appassionata di omeopatia e mesmerismo, a introdurlo alla scienza del biologico. Una fotografia li ritrae a raccogliere erbe mediche sul lago di Tegernsee, dove la moglie e la figlia Gudrun lo aspettavano. Era il giugno 1941. Questo materiale incredibile si trova a Tel Aviv, in un caveau di proprietà della regista Vanessa Lapa, che ha realizzato un documentario su Himmler la cui proiezione in anteprima è in programma alla prossima Berlinale.
Emerge l'Himmler pioniere dell'alimentazione biologica e della battaglia contro il "Gm Food", il cibo geneticamente modificato, da combattere a favore di una "agricoltura in accordo con le leggi della vita". "L'artificiale è ovunque", scriveva Himmler. "Ovunque c'è cibo adulterato, pieno di ingredienti che lo rendono longevo e più bello".
Himmler era un avido lettore di Max Bircher-Benner e Ragnar Berg, i due principali sostenitori del cibo biologico, il primo addirittura inventore del famoso Muesli. Himmler si distinse come uno zelota della lotta agli additivi, ai conservanti, ai coloranti, e vietò l'uso dello zucchero bianco raffinato e del miele artificiale. Grande sostenitore dei rimedi naturali, il capo delle SS fu anche un acerrimo nemico della vivisezione e promosse campagne per la tutela dell'ambiente e di specie sotto minaccia di estinzione, come la balena. Secondo Himmler, si doveva bandire la vivisezione con l'obiettivo di "risvegliare e rafforzare lo spirito di compassione in quanto uno dei più alti valori morali del popolo tedesco". Un Himmler orgoglioso di definire questo popolo "l'unico al mondo ad avere un'attitudine decente verso gli animali".
Il più zelante assassino di bambini della storia scrisse persino un libro di fiabe, in cui i topi scovati nelle case dei tedeschi non vengono uccisi, ma portati in tribunale per essere processati, "trattati con umanità". Su volontà di Himmler furono approvate direttive per il trasporto degli animali, furono ospitate a Berlino conferenze internazionali sulla protezione degli animali e promulgata una regolamentazione della macellazione dei pesci e di altri animali a sangue freddo. Una volta Himmler chiese al suo medico, noto cacciatore: "Come puoi, tu, dottor Kersten, gioire sparando, da un riparo, a delle creature indifese, che vagano per la foresta, incapaci di proteggere se stesse e prive di ogni sospetto? E' un vero delitto. La natura è tremendamente bella e ogni animale ha il diritto di vivere". Intanto gli ascari di Himmler inseguivano e abbattevano gli ebrei nelle foreste della Polonia e dell'Ucraina.
Un saggio di due ricercatori americani, Arnold Arluke della Northeastern University di Boston e Boria Sax della Pace University di New York, è arrivato addirittura alla conclusione che "l'Olocausto è stato causato dalla paura della contaminazione genetica del popolo tedesco che i nazisti consideravano unico anche per il suo rapporto privilegiato e simpatetico con gli animali". Himmler decise anche di bandire la macellazione rituale ebraica che non permette di anestetizzare la bestia. Stigmatizzava la tradizione kasher perché si poneva "contro la raffinata sensibilità della società tedesca" e addirittura come "una sofferenza inutile".
Salutista, Himmler aveva in odio il tabacco, che definiva "una masturbazione polmonare". Il Reichsführer che incitava i suoi soldati a non avere pietà di una colonna di donne e bambini da fucilare, bandì il fumo non soltanto fra le sue SS, ma anche in molti luoghi di lavoro, negli uffici governativi, negli ospedali e sui treni e autobus delle città. Nessuno fumava mai in presenza del sovrano dei campi di concentramento.
Himmler raccomandava colazioni a base di porri crudi e acqua minerale, e dedicò parte della sua attività al "problema delle patate lesse", finanziando persino delle ricerche sul tema. Emerge anche una passione per i bagni nel fieno d'avena. Himmler aveva messo a punto anche uno speciale menu da sottoporre al popolo tedesco: il caffè del mattino era sostituito da latte e poltiglia di cereali; a tavola, al posto di vino o birra, si doveva bere acqua minerale; i pasti erano da calcolare minuziosamente sui computi delle vitamine e delle calorie prescritte dagli eugenisti a lui vicini. Himmler amava i cerbiatti e definiva la caccia "un delitto a sangue freddo contro esseri innocenti". E' la stessa persona che sponsorizza nei campi di sterminio i medici criminali e gli esperimenti sulle cavie umane.
Il capo delle SS era prima di tutto un allevatore di polli. Un destino che condivise con altri genieri della "soluzione finale": Rudolf Höss, il comandante di Auschwitz, aveva un negozio di macelleria; Willi Mentz, guardiano a Treblinka, aveva fatto il mungitore di vacche; Kurt Franz, ultimo comandante di Treblinka, era stato macellaio come Karl Frenzel, "fuochista" prima a Hadamar poi a Sobibor.
A Waldtrudering gli Himmler si stabiliscono con il cane, i polli, i conigli e un maiale. "Le galline depongono male", scrive Margaret a Himmler. "Appena due uova al giorno". La famiglia Himmler, alla fine della guerra, sognava di aprire una grande industria di allevamento di uova biologiche. Lo stratega dello sterminio stravedeva per i tramonti, ma soprattutto per i fiori. E giunse così a ordinare la produzione di erbe medicinali e miele organico nel campo di concentramento di Dachau, dove il dottor Fahrenkamp diresse una sorta di paradiso verde in mezzo al lager.
L'Istituto tedesco per la nutrizione e il cibo organizzò una rete di coltivazioni all'interno dei campi di concentramento in Polonia e Cecoslovacchia. A Dachau la piantagione era diretta dal botanista austriaco Emmerich Zederbauer, che coordinava un gruppo di medici, farmacisti e tecnici di laboratorio. Ad Auschwitz, invece, Himmler aveva ordinato di coltivare una speciale pianta dell'est, la kok-saghyz, che riteneva avesse speciali poteri curativi. Nella rete di venti campi di concentramento, Himmler organizzò la più grande coltivazione europea di erbe medicinali.
Himmler paragonava spesso il suo lavoro di selezionatore di gruppi etnici, disabili ed ebrei, a quello di un botanico: "L'affrontammo come un vivaista che tenta di riprodurre una vecchia varietà che è stata adulterata e svilita. Partimmo dai criteri di selezione delle piante e quindi procedemmo, con molta determinazione, a eliminare gli uomini che ritenevamo di non poter utilizzare".
Una speciale squadra agli ordini di Himmler lanciò una guerra contro la impatiens parviflora, un fiore boschivo giudicato "alieno" nelle campagne tedesche. Il capo delle SS sognava poi di "creare una immensa zona naturale di flora e fauna in Polonia". Aveva persino proibito di usare fiori artificiali ai funerali e fu fiero di fare della Germania il primo paese europeo con delle riserve naturali. Le lettere di Himmler alla moglie sono piene di riferimenti ai fiori, una sua ossessione. In una missiva, Himmler racconta di averle spedito 150 tulipani dall'Olanda: "Di un colore, di due colori, non ne trovi così in Germania". I suoi ordini di annientamento di villaggi e popolazioni, il Reichsführer li firmava rigorosamente con dei lapis naturali. Di legno, mica di plastica.

Nota di BastaBugie
: per approfondire il tema dell'articolo suggeriamo, ancora una volta, la visione del filmato "Gli orrori di comunismo e nazismo". Nel link sottostante puoi vedere il filmato e leggere gli articoli
http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=39

Fonte: Il Foglio, 3 febbraio 2014

5 - MARIO PALMARO E' STATO UNA COLONNA DEL TIMONE
Continueremo la battaglia, come lui ci ha chiesto di fare
Fonte iltimone.org, 10 marzo 2014

Se la stoffa di un uomo e di un cristiano si vede nel momento estremo, di fronte alla morte, chi ha potuto stare vicino a Mario nei mesi della malattia sa di che pregio fosse. Ha vissuto la sua prova con una dignità, un'eleganza, perfino un senso dell'umorismo che solo chi ha costruito la sua vita sulla Roccia può permettersi di avere. Il segno che ha lasciato nel cattolicesimo italiano, nel campo della bioetica e nel mondo pro-life è profondo e ci vorrà tempo per capirlo appieno. Il Timone, di cui Mario è stato una colonna, ringrazia Dio per averlo avuto accanto, come amico e maestro, e prega per lui e per la sua splendida famiglia.
Il ricordo che vogliamo offrire a tutti i lettori è una sua conferenza tenuta lo scorso 23 ottobre sulla famiglia, al «Cafè teologico» di Verona. In quegli stessi giorni Mario, in un'intervista rilasciata al periodico dehoniano Settimana, diceva: «Spero nella misericordia del Signore e nel fatto che altri raccoglieranno parte delle mie aspirazioni e delle mie battaglie, per continuare l'antico duello». E' quello che faremo.

Nota di BastaBugie: Mario Palmaro è stato un formidabile conferenziere. I Centri Culturali "Amici del Timone" hanno ampiamente beneficiato della sua competenza e semplicità nell'esporre temi delicati e fortemente controcorrente. Ecco, solo a titolo di esempio, le sette conferenze che Mario Palmaro ha tenuto nel centro culturale "Amici del Timone" di Staggia Senese, cliccando si possono leggere le relazioni.
1) Famiglia: diffidate delle imitazioni (4 maggio 2006)
2) Eutanasia e testamento biologico (18 maggio 2007)
3) Trenta anni di aborto: 5 milioni di morti innocenti (11 aprile 2008)
4) RU486 e testamento biologico (28 maggio 2010)
5) Viva il Papa: perché difenderlo (5 febbraio 2011)
6) The gay after (22 febbraio 2013)
7) Istruzioni per la famiglia (4 agosto 2013)

Ecco il video della conferenza ricordato nell'articolo:

Fonte: iltimone.org, 10 marzo 2014

6 - MARIO PALMARO NON LASCIA SOLO UN RICORDO, LASCIA UN ESEMPIO DI VITA CRISTIANA VISSUTA NELLA VERITA'
E' morto ed ha vissuto i mesi della malattia infondendo in tutti coloro che lo avvicinavano quella tranquillità e forza d'animo di cui è capace solo chi è immerso in una fede profonda
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Corrispondenza Romana, 11 marzo 2014

La vita di un uomo si giudica dalla sua morte, perché è in quel momento supremo che l'anima si presenta al cospetto di Dio ed è oggetto, in modo inappellabile, della sua infinita giustizia e misericordia.
La perseveranza finale non è scontata per nessuno. È un dono che va richiesto continuamente, soprattutto attraverso la recita quotidiana dell'Ave Maria, che si conclude con l'implorazione di essere assistiti dalla Madre di Dio nell'ora cruciale della nostra morte. Mario Palmaro è morto ed ha vissuto i mesi della sua malattia in maniera esemplarmente cristiana, infondendo in tutti coloro che lo avvicinavano quella tranquillità e forza d'animo di cui è capace solo chi è immerso in una fede profonda.
Ma la vita di un cristiano, quando è giornalista, scrittore, docente universitario, quale fu Mario Palmaro, si giudica anche dai gesti pubblici che precedono la morte, perché questi gesti hanno il sigillo a fuoco della verità. Se nel corso dell'esistenza umana può avvenire una frattura tra il pensiero e la vita, quando si avvicina il momento ultimo e se ne è consapevoli, le dimensioni del pensare e dell'agire si ricompongono inesorabilmente. C'è dunque un'intima e profonda coerenza tra il modo con cui Mario Palmaro ha affrontato la malattia e la morte e lo spirito che, negli ultimi mesi della sua vita, lo ha spinto a esprimere il suo pensiero sulla drammatica crisi attuale della Chiesa, che assomiglia anch'essa a un'ora di agonia, se non sapessimo che la Chiesa è immortale, destinata a trionfare sulla storia e a non essere piegata da essa.
Con Alessandro Gnocchi, Mario Palmaro ha scritto per il quotidiano "Il Foglio" una serie di illuminanti articoli che Giuliano Ferrara ha avuto il grande merito di ospitare e poi di raccogliere in un volumetto uscito significativamente l'11 marzo, tra la morte e le esequie di Mario, con il titolo. Questo Papa piace troppo. Un appassionata lettura critica (Piemme, €15,00). Non è mancato tra i cristiani tartufi da cui siamo circondati chi si è scandalizzato per questi articoli, accusandoli di essere contro il Papa e dunque, implicitamente contro la Chiesa e la fede. Ma i denigratori sono spesso gli stessi che in privato si esprimono in termini altrettanto critici, verso Papa, cardinali e vescovi, che pubblicamente ossequiano. Non conoscono il dolore e l'amore che hanno spinto cattolici come Gnocchi a Palmaro a dire apertamente ciò che altri pensano ma non confessano. Mario Palmaro è stato presidente di un'associazione denominata, non a caso, "Verità e Vita".
Ciò che ha detto e scritto Mario Palmaro nell'ultimo anno della sua vita, quando vedeva la morte davanti a sé, è stato mosso anche dal desiderio di confermare la vita alla verità; di vivere nella verità, di esprimere ad alta voce ciò che altri pensavano, ma che lui sapeva di non avere il tempo di rinviare. Vi sono parole che sono necessarie, scriveva il 15 maggio 2013 a Carlo Casini, «quando ci accorgiamo che non avremo abbastanza tempo per adempiere al nostro compito, perché il termine di questa vita si avvicina a grandi passi. Altri però continueranno il lavoro iniziato. E non taceranno».
Mi onoro di essere stato espulso come Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro da "Radio Maria", per le stesse ragioni per cui essi sono stati estromessi e desidero testimoniare loro la mia gratitudine per l'appello in mia difesa su "Riscossa Cristiana" che è stato forse l'ultimo gesto pubblico di Mario. Mario Palmaro non lascia solo un ricordo, lascia un esempio di vita cristiana vissuta nella pienezza della verità. Ed è questo esempio che rende il suo ricordo incancellabile e che incide indelebilmente il suo nome nell'elenco degli eletti del Libro della Vita.
Mario è oggi nell'eternità. A noi, ancora immersi nel tempo, incombe il dovere di continuare la sua opera. Senza tacere, e con la certezza di avere in lui un sostegno spirituale che mai verrà meno.

Fonte: Corrispondenza Romana, 11 marzo 2014

7 - MARIO PALMARO HA AVUTO A CUORE LA CHIESA E LA FEDE CATTOLICA
Ha dato il suo apporto a ''La Bussola Quotidiana'' con le sue analisi lucide su questioni giuridiche e morali
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 10-03-2014

Quando arriva una telefonata per dirti che un amico è morto, si rimane sempre senza parole. Anche se la notizia non giunge del tutto inaspettata. Anche ieri sera, quando la comunicazione riguardava Mario Palmaro. Senza parole. O meglio, si apre il cuore alla preghiera, perché davanti alla morte a imporsi è soprattutto il mistero di Dio, che ci mette davanti a situazioni troppo grandi per poter essere comprese dalla ragione. Morire ancora giovane, una moglie - Annamaria - e quattro figli ancora piccoli, così bisognosi del marito e del padre. E invece il Padre lo chiama a sé. Solo la certezza che tutto è per un Bene permette di guardare negli occhi la realtà.
Nel silenzio della preghiera, tornano alla mente alcuni momenti, come quella mail di qualche giorno fa, così strana e diversa dalle tante che ci siamo scambiate nel tempo. Il tono era sempre ironico, come era nel suo stile, ma non aveva un motivo particolare, sembrava avesse cercato un pretesto per scrivermi. Ora capisco, era stato il suo modo per salutarmi prima di tornare al Padre.
Poi, lentamente, cominciano a scorrere le immagini delle cose vissute insieme. Per molti anni ci siamo incontrati almeno due volte al mese insieme agli altri della redazione del mensile "Il Timone": riunioni organizzative, la scelta degli argomenti e di collaboratori da interpellare, discussioni appassionate sulla Chiesa e sulla fede. E ovviamente i commenti sull'Inter.
E quando è iniziata l'esperienza della Bussola, Mario ha dato subito il suo apporto generoso, con le sue analisi lucide sia sulle questioni giuridiche sia sulle vicende di costume (a cominciare da quello ecclesiale). Un apporto che si è andato diradando negli ultimi tempi, soprattutto per la sua malattia. Non sempre ci siamo trovati d'accordo, come l'ultimo botta e risposta sulla situazione della Chiesa che abbiamo pubblicato su La Nuova BQ testimonia (leggi l'articolo "IL FUMO DI SATANA NELLA CHIESA" http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3108), ma il rapporto è sempre stato schietto, con Mario c'era una grande libertà di dirsi le cose senza falsi infingimenti, con il desiderio di fare emergere la verità. Una cosa che non si poteva mettere in discussione è che avesse davvero a cuore la Chiesa e la fede; e lo dimostra il racconto delle sue ultime ore di vita, così come mi è stato riportato, passate con la famiglia e gli amici più cari stretti intorno a lui nella preghiera che gli ha spalancato la strada verso il Cielo.
Si dirà che la sua vita terrena è terminata troppo presto, ma il modo sereno e forte con cui Mario e la sua famiglia hanno vissuto il periodo della malattia e della morte, il modo in cui Mario e Annamaria hanno testimoniato in questo tempo cosa vuol dire essere una famiglia cristiana, ci fa dire ancora una volta che ciò che davvero conta non è quanto viviamo ma come viviamo, l'intensità con cui affrontiamo ogni istante. Perché ogni istante può essere quello della Chiamata definitiva.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 10-03-2014

8 - INTERVISTA A MARIO PALMARO: ''LA MALATTIA GRAVE E' UN TEMPO DI GRAZIA''
Sono un servo inutile, e tutti i libri che ho scritto, le conferenze, gli articoli, non sono che paglia, ma spero nella misericordia del Signore e nel fatto che altri raccoglieranno parte delle mie aspirazioni e delle mie battaglie, per continuare l'antico duello
Autore: Lorenzo Prezzi - Fonte: Settimana, 27 ottobre 2013 (n. 38)

Prof. Palmaro, lei (e il mondo ecclesiale che in qualche maniera interpreta) ha sostenuto giustamente il tentativo di Benedetto XVI di far rientrare nella comunione il movimento "scismatico" lefebvriano. Ma quando, nel luglio del 2012, il capitolo generale si è rifiutato di dare una risposta positiva all'invito della Santa Sede, quale posizione ha preso in merito? Quale giudizio dà ora all'atteggiamento di quel movimento?
Pur non avendone mai fatto parte, qualche anno fa ho avuto la fortuna di conoscere da vicino la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), fondata da mons. Marcel Lefebvre. Insieme al giornalista Alessandro Gnocchi, abbiamo deciso di andare a vedere con i nostri occhi questo mondo, e di raccontarlo in due libri e in alcuni articoli. Devo dire che molti pregiudizi che avevo dentro di me si sono rivelati infondati: ho incontrato molti buoni sacerdoti, delle suore e dei fratelli dediti ad una seria esperienza di vita cattolica, dotati di un'umanità cordiale e aperta; e sono rimasto colpito molto favorevolmente dalla persona di mons. Bernard Fellay, il vescovo che guida la FSSPX, un uomo buono e di grande fede. Abbiamo scoperto un mondo di laici e di sacerdoti che pregano ogni giorno per il papa, pur collocandosi in una posizione decisamente critica soprattutto sulla liturgia, sulla libertà religiosa, sull'ecumenismo. Abbiamo visto tanti giovani, tante vocazioni religiose, tante famiglie cattoliche "normali" che frequentano la Fraternità. Preti in abito talare che, camminando per le vie di Parigi o di Roma, sono fermati dalla gente che chiede loro conforto e speranza.
Conosciamo molto bene il polimorfismo contemporaneo della Chiesa nel mondo, cioè il fatto che oggi dirsi cattolici non significa seguire la stessa dottrina: l'eterodossia è assai diffusa, e ci sono suore, preti, vescovi, teologi che apertamente contestano o negano porzioni di dottrina cattolica. Di conseguenza ci siamo chiesti: ma come è possibile che nella Chiesa ci sia posto per tutti, tranne che per questi nostri fratelli in tutto cattolici, assolutamente fedeli a 20 concili su 21 svolti nella storia del cattolicesimo?
Mentre stavamo scrivendo il primo libro, arrivò l'annuncio della revoca della scomunica da parte di Benedetto XVI, una decisione storica. Rimaneva a quel punto la sistemazione canonica della Fraternità. Papa Ratzinger teneva molto a questa riconciliazione, che per ora non si è concretizzata. Ritengo che il pontificato di Benedetto XVI sia stato un'occasione storica per la piena riconciliazione, e che sia stato un vero peccato lasciare che questo treno passasse.
Da sempre sostengo che la FSSPX debba fare il possibile per la sua sistemazione canonica, ma aggiungo che Roma deve offrire a mons. Fellay e ai suoi fedeli delle garanzie di rispetto e di libertà, soprattutto per quanto concerne la celebrazione del vetus ordo e la dottrina normalmente insegnata nei seminari della Fraternità, che è la dottrina cattolica di sempre.
Il pieno sostegno a Benedetto XVI non pare si realizzi ora con papa Francesco. I papi si accettano o si "scelgono"? Cosa rappresenta il papato oggi?
Il fatto che un papa "piaccia" alla gente è del tutto irrilevante nella logica bimillenaria della Chiesa: il papa è il vicario di Cristo in terra, e deve piacere a Nostro Signore. Questo significa che l'esercizio del suo potere non è assoluto, ma è subordinato all'insegnamento di Cristo, che si trova nella Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, e che è alimentato dalla vita di Grazia attraverso i sacramenti. Ora, questo significa che il papa stesso è giudicabile e criticabile dal cattolico, a patto che ciò avvenga nella prospettiva dell'amore alla verità, e che si usi come criterio di riferimento la Tradizione, il Magistero. Un papa che contraddicesse in materia di fede e di morale un suo predecessore, dovrebbe senz'altro essere criticato. Dobbiamo diffidare sia della logica mondana per cui il papa si giudica con i criteri democratici del gradimento della maggioranza, sia della tentazione papolatrica secondo cui "il papa ha sempre ragione". Oltretutto, da decenni siamo abituati a criticare in maniera distruttiva decine di papi del passato, esibendo scarsa serietà storiografica; ebbene, allora non si vede perché i papi regnanti o più recenti dovrebbero essere sottratti a qualunque tipo di critica. Se si giudicano Bonifacio VIII o Pio V, perché allora non giudicare anche Paolo VI o Francesco?
Nel mondo dei siti e delle riviste più legate alla tradizione (recente) si registra spesso una forte esposizione aggressiva. È vero? Da cosa dipende? Come la giudica?
Il problema degli atteggiamenti di alcune persone o realtà legate alla tradizione è serio, e non si può negare. Una verità presentata o proposta senza carità è una verità tradita. Cristo è la nostra via, verità e vita, e dunque dobbiamo prendere sempre esempio da lui, che fu sempre tetragono nella verità e imbattibile nell'amore. Io credo che il mondo della tradizione sia talvolta puntuto e polemico per tre motivi: il primo, una certa sindrome da isolamento, che rende sospettosi e vendicativi, e che si manifesta anche attraverso personalità problematiche; il secondo, lo scandalo sincero che certi orientamenti del cattolicesimo contemporaneo suscitano in chi conosca bene l'insegnamento dottrinale dei papi e della Chiesa fino al Vaticano II; il terzo, per la poca carità che il cattolicesimo ufficiale dimostra verso questi fratelli, che sono apostrofati con disprezzo come "tradizionalisti" o "lefebvriani", dimenticando che costoro sono comunque più vicini alla Chiesa di quanto possa esserlo l'appartenente a qualsiasi altra confessione cristiana o addirittura a qualche altra religione. La stampa ufficiale cattolica non dedica una riga a questa realtà – fatta da centinaia di sacerdoti e di seminaristi – e poi magari regala paginate a pensatori che nulla hanno anche solo di vagamente cattolico.
Commentando la disposizione vaticana in ordine ai Frati dell'Immacolata, lei ha invocato l'obiezione di coscienza dei religiosi in ordine alle indicazioni sulla liturgia. Come deve essere l'obbedienza dei religiosi alla loro famiglia spirituale? Come collocare l'obiezione di coscienza nella tradizione del Sillabo?
La vicenda dei Francescani dell'Immacolata è a mio parere molto triste. Si tratta di un provvedimento di commissariamento deciso da Roma con inusitata fretta e con altrettanta inspiegabile severità. Siccome conosco bene questa famiglia religiosa, trovo del tutto ingiustificata questa decisione, e ho presentato in Vaticano insieme ad altri tre studiosi una sorta di memoria-ricorso. Ricordo, in sintesi, che il provvedimento "destituisce" il fondatore, e impedisce la celebrazione della messa in rito antico a tutti i sacerdoti della congregazione, in palese contraddizione con quanto stabilito dal motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI. Lei dice bene: la resistenza a un ordine dell'autorità legittima pone sempre problemi al cristiano, tanto più se membro di una famiglia religiosa. Tuttavia, qui ci sono alcuni aspetti palesemente inaccettabili, e ritengo che i sacerdoti Francescani dell'Immacolata dovrebbero proseguire a celebrare la messa nella forma straordinaria del vetus ordo, assicurando quel bi-ritualismo (cioè anche la "nuova" messa) che mi risulta essere stato normalmente praticato dai frati. Aggiungo che non è bello constatare come, in una Chiesa scossa da mille problemi e mille ribellioni, una Chiesa nella quale congregazioni gloriose si stanno estinguendo per mancanza di vocazioni, si vadano a colpire i Francescani dell'Immacolata, che invece hanno copiose vocazioni in tutto il mondo.
Quali sono a suo avviso i limiti più evidenti della sensibilità cattolica "conciliare" (o "liberale", se preferisce)? Quali sono le sue fragilità più vistose?
Il problema fondamentale a mio parere è il rapporto con il mondo, segnato da un atteggiamento di sudditanza e di dipendenza, quasi che la Chiesa si debba adattare ai capricci degli uomini, quando invece sappiamo che è l'uomo a doversi adattare alla volontà di Cristo, re della storia e dell'universo. Quando Pio X attaccò duramente il modernismo, volle respingere questa tentazione mortale per il cattolicesimo: mutare dottrina per assecondare lo spirito del mondo. Poiché l'umanità è preda del processo di dissoluzione avviato con la rivoluzione francese, e proseguito con la modernità e la post-modernità, la Chiesa è oggi più che mai chiamata a resistere allo spirito del mondo. Molte scelte fatte negli ultimi 50 anni dalla Chiesa sono invece il sintomo di un cedimento: la riforma liturgica, che ha costruito una messa per la sensibilità contemporanea, distruggendo un rito in vigore da secoli, orientandolo tutto sulla parola, l'assemblea e la partecipazione, e mortificando la centralità del Sacrificio; l'insistenza sul sacerdozio universale, che ha svalutato il sacerdozio ministeriale, deprimendo generazioni di preti e portando a una crisi senza precedenti delle vocazioni; l'architettura sacra, che ha edificato mostri antiliturgici; l'abolizione de facto dei novissimi (morte, giudizio, paradiso, inferno, n.d.BB), quando il tema della salvezza delle anime (e del pericolo della dannazione eterna) è l'unico argomento soprannaturale che differenzia la Chiesa da un'agenzia filantropica; e così via.
I credenti si uniscono sull'essenziale e si dividono sui temi discussi. Tutti però sono chiamati al rispetto e all'accompagnamento di quanti sono segnati dal dolore e dalle fatiche della vita. Come cambia la propria sensibilità spirituale quando la sofferenza, come sta capitando a lei, attraversa con violenza i nostri giorni?
La prima cosa che sconvolge della malattia è che essa si abbatte su di noi senza alcun preavviso e in un tempo che noi non decidiamo. Siamo alla mercé degli avvenimenti, e non possiamo che accettarli. La malattia grave obbliga a rendersi conto che siamo davvero mortali; anche se la morte è la cosa più certa del mondo, l'uomo moderno è portato a vivere come se non dovesse morire mai. Con la malattia capisci per la prima volta che il tempo della vita quaggiù è un soffio, avverti tutta l'amarezza di non averne fatto quel capolavoro di santità che Dio aveva desiderato, provi una profonda nostalgia per il bene che avresti potuto fare e per il male che avresti potuto evitare. Guardi il crocifisso e capisci che quello è il cuore della fede: senza il Sacrificio il cattolicesimo non esiste. Allora ringrazi Dio di averti fatto cattolico, un cattolico "piccolo piccolo", un peccatore, ma che ha nella Chiesa una madre premurosa.
Dunque, la malattia è un tempo di grazia, ma spesso i vizi e le miserie che ci hanno accompagnato durante la vita rimangono, o addirittura si acuiscono. È come se l'agonia fosse già iniziata, e si combattesse il destino della mia anima, perché nessuno è sicuro della propria salvezza.
D'altra parte, la malattia mi ha fatto anche scoprire una quantità impressionante di persone che mi vogliono bene e che pregano per me, di famiglie che la sera recitano il rosario con i bambini per la mia guarigione, e non ho parole per descrivere la bellezza di questa esperienza, che è un anticipo dell'amore di Dio nell'eternità. Il dolore più grande che provo è l'idea di dover lasciare questo mondo che mi piace così tanto, che è così bello anche se così tragico; dover lasciare tanti amici, i parenti; ma soprattutto di dover lasciare mia moglie e i miei figli che sono ancora in tenera età. Alle volte mi immagino la mia casa, il mio studio vuoto, e la vita che in essa continua anche se io non ci sono più. È una scena che fa male, ma estremamente realistica: mi fa capire che sono, e sono stato, un servo inutile, e che tutti i libri che ho scritto, le conferenze, gli articoli, non sono che paglia.
Ma spero nella misericordia del Signore, e nel fatto che altri raccoglieranno parte delle mie aspirazioni e delle mie battaglie, per continuare l'antico duello.

Fonte: Settimana, 27 ottobre 2013 (n. 38)

9 - OMELIA II DOMENICA DI QUARESIMA - ANNO A - (Mt 17,1-9)
Questi è il Figlio mio, l'amato!
Autore: Padre Francesco Pio M. Pomba - Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 16/03/2014)

Il Vangelo della seconda domenica di Quaresima ci invita a riflettere sull'episodio della Trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor, un episodio avvenuto – narra l'Evangelista – sei giorni dopo il primo annuncio fatto da Gesù sulla sua prossima Passione. In quella circostanza, Gesù si manifesta chiaramente come il Messia sofferente, come Colui che è venuto al mondo a morire per gli uomini, a morire per la salvezza dell'umanità. Quella rivelazione non rispondeva alle comuni attese degli ebrei di un Messia glorioso, quindi di quelle degli Apostoli. In questi ultimi produsse sgomento e scoraggiamento. Allo scopo di incoraggiarli, il Maestro divino portò sul monte Tabor Pietro, Giacomo e Giovanni e lì si trasfigurò davanti a loro: «Il suo volto brillò come il sole – racconta il Vangelo – e le sue vesti divennero candide come la luce» (Mt 17,2).
Il Signore mostrò ai tre Apostoli lo splendore della sua divinità. Dovette essere un'esperienza così beatificante da indurre Pietro, a nome degli altri, ad esprimere il desiderio di voler rimanere per sempre sul monte a contemplare Dio.
Questo episodio ci richiama il significato della Quaresima, tempo di preghiera e penitenza.
Gesù abbandona la pianura, la città, e sale sul monte Tabor per rimanervi nella solitudine, in preghiera. Il monte nella Sacra Scrittura (come il monte Sinai, il monte Carmelo) è il luogo della presenza straordinaria di Dio.
La salita al monte Tabor ci rivela la necessità della penitenza, il distacco dalle cose materiali per poter pregare: incontrare e conoscere Dio.
Dobbiamo purtroppo rilevare la difficoltà a pregare da parte di tanti uomini. Questo accade soprattutto perché risulta difficile staccare il cuore da tanti interessi materiali, da tante passioni terrene, da tante occupazioni volute da noi. Ed allora diventa difficile anche entrare in chiesa, trovare un po' di tempo per la preghiera.
Pensiamo a quanti perdono la Santa Messa domenicale per gli avvenimenti sportivi (partita di calcio, ad esempio). Per una passione si vendono l'anima al diavolo! Qualsiasi sacrificio per il calcio! Non riescono a staccarsi. Il cuore è attaccato agli interessi materiali.
Ma anche se si trova il tempo per andare alla Messa, molto spesso, purtroppo, si riduce solo ad una presenza fisica, come quella dei banchi e dei muri. Questo per togliersi lo scrupolo di non aver perso la Messa. Ma la mente, il cuore dove stanno, dove vagano?
Ecco il monte Tabor: bisogna staccarsi dal piano, arrampicarsi, fare lo sforzo del distacco per potersi incontrare con Dio e avere i veri frutti della preghiera: l'incontro e la manifestazione di Dio, la conoscenza sempre più profonda di Dio.
Fratelli e sorelle, una volta che siamo riusciti a salire e a rimanere sul monte, una volta che ci mettiamo a pregare, una volta che gustiamo la preghiera, può succedere anche a noi ciò che è accaduto per l'Apostolo Pietro: Signore restiamo sempre qui! È bello stare con te! Non vogliamo più lasciarti!
Padre Pellegrino Funicelli, che fu anche assistente personale di Padre Pio, ha raccontato di averlo a lungo "spiato" di giorno e di notte, un po' dappertutto, sino alla sua morte: «Ebbene, non l'ho mai sorpreso ad oziare: non soltanto pregava sempre, ma quando credeva di essere solo pregava con una concentrazione tale che sembrava in contatto diretto con la Divinità. In pubblico, invece, per non distinguersi, si uniformava allo stile e al ritmo della comunità».
E quanto ritenesse vitale la preghiera anche per i suoi figli spirituali lo documenta una testimonianza della signorina Clementina Belloni: «In una confessione, Padre Pio mi accusò di aver rubato. Sorpresa, negai. Il Padre continuò: "Hai rubato il tempo a nostro Signore". E infatti il giorno precedente avevo mancato al dovere della preghiera». Con padre Giacomo Piccirillo, che indugiava a fotografarlo da diverse angolazioni, sbottò: «Stai con questo "ma strillo" [riferendosi alla macchina fotografica, nda] in mano da più di un'ora e non hai detto neanche un'Ave Maria!».
A conclusione di questa nostra riflessione domandiamoci: che cosa abbiamo fatto noi, intanto, in questo primo scorcio di Quaresima? Che cosa abbiamo fatto per aumentare la nostra preghiera? Possiamo già dire che in questo periodo quaresimale stiamo pregando di più? Abbiamo già fatto qualche sforzo, sacrificio proprio per facilitare il movimento del nostro spirito nell'innalzarsi verso Dio (Santa Messa quotidiana, un Rosario in più, ecc.)?
Proponiamoci dunque di pregare di più e meglio, ossia di pregare con sacrificio, pregare rinunciando a tutte le occasioni di distrazione (non riempire la mente unicamente di fatti di cronaca o di notizie sportive o altro che non ci eleva e che ci degrada addirittura, evitare chiacchiere inutili, perdite di tempo, ecc.). Solo così la nostra preghiera sarà più efficace e ci attirerà grazia sovrabbondante dal Signore.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 16/03/2014)

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