BastaBugie n°382 del 02 gennaio 2015

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1 LA COOP E' ANIMALISTA E AMA CANI E GATTI... MA POI SGOZZA MUCCHE E PECORE SECONDO I CRITERI ISLAMICI
Si può essere animalisti e islamicamente corretti? Certo, a costo di contraddirsi e far tacere con la forza chi non è d'accordo (e la storia si ripete)
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
2 CHESTERTON DIFENDE I REGALI DI NATALE E CHI LI DONA
Anche da adulto credo in Babbo Natale... ho semplicemente esteso l'idea
Autore: Giuliano Guzzo - Fonte: Libertà e Persona
3 DAL 1964 I MATRIMONI SONO CALATI DEL 75%: SOLO COLPA DELLA LEGGE SUL DIVORZIO?
Per tornare al principio dell'indissolubilità del matrimonio occorre ripartire da mortificazione e purezza, verginità e onore
Autore: Andrea Galli - Fonte: Avvenire
4 CHI VORREI AL QUIRINALE? PAOLA BONZI
Trent'anni fa ha fondato il Centro di aiuto alla vita della Mangiagalli dove accoglie donne tentate dall'aborto
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero
5 LA CINA SCHIACCIA LA PICCOLA HONG KONG
Dopo 75 giorni di protesta pacifica, la polizia interviene duramente (e l'Europa non muove un dito: forse ammira il modello cinese?)
Autore: Stefano Magni - Fonte: La nuova Bussola Quotidiana
6 IL SINODO DEL 2015 SI AVVICINA CARICO DI INCOGNITE
Siamo a un evidente capovolgimento delle verità di fede sul Magistero ordinario della Chiesa: vediamo come e perché
Autore: Roberto De Mattei - Fonte: Corrispondenza Romana
7 LETTERE ALLA REDAZIONE: BENIGNI STRAVOLGE I COMANDAMENTI
Un nuovo modo di propagare la fede... oppure gli errori?
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie
8 OMELIA II DOMENICA DI NATALE - ANNO B - (Gv 1,1-18)
Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi
Autore: Benedetto XVI - Fonte: Sito del Vaticano
9 OMELIA EPIFANIA DEL SIGNORE - ANNO B - (Mt 2,1-12)
Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - LA COOP E' ANIMALISTA E AMA CANI E GATTI... MA POI SGOZZA MUCCHE E PECORE SECONDO I CRITERI ISLAMICI
Si può essere animalisti e islamicamente corretti? Certo, a costo di contraddirsi e far tacere con la forza chi non è d'accordo (e la storia si ripete)
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 27/10/2014

Il pensiero politicamente corretto è già di per sé un'ipocrisia, così come il suo linguaggio (tecnicamente si chiamava eufemismo: per non dire che una cosa è storta dici che è diversamente dritta). Siamo stati facili profeti nel prevedere che si sarebbe avvoltolato nelle sue contraddizioni, le quali avrebbero presto generato un viluppo inestricabile, una specie di anatocismo (politicamente corretto del politicamente corretto) da cui nessuno sarebbe più stato in grado di districarsi.
Ora, il politicamente corretto, come tutte le ideologie, nasce a sinistra e tende al totalitario. Come fa a uscire dalle contraddizioni da se stesso generate? Col solito sistema: i gendarmi. Ed ecco un piccolo esempio. A Milano, la Coop (di sinistra) Lombardia ha donato al Comune (giunta "arancione" Pisapia, di sinistra) 4mila kg di cibo per cani&gatti, nel quadro di una campagna denominata «Alimenta l'amore». La quale prevede, nei punti vendita cittadini della Coop, anche una raccolta di tal genere di vivande da girare alle associazioni animaliste. E, al grido di «mi voglio rovinare», parte degli incassi verranno destinati agli animali «in difficoltà». Perfetto. Ma che cosa ci faceva tutta quella gente che, davanti al Comune meneghino, contestava l'iniziativa? Era gente politicamente scorretta? Gente che si permette –nel 2014!- di non amare gli animali?
No, al contrario. Per una volta tanto era gente che gli animali li ama davvero, mica come i fanatici del politicamente corretto. Infatti, questa gente non protestava contro il cibo gratis ai pets, bensì contro la Coop e la sua ipocrisia. Infatti, la Coop vende anche carne halal, cioè macellata secondo i criteri islamici: la bestia, appesa per le zampe posteriori, viene sgozzata e lasciata a dissanguarsi in un'agonia che può durare molto a lungo. Va da sé che, se i musulmani osservanti non trovano la loro carne preferita al supermercato, vanno nelle macellerie specializzate che rispettano i precetti coranici. Con una non indifferente perdita economica per il supermercato in questione, dato il numero dei consumatori musulmani (particolarmente alto a Milano). Ecco, insomma, un caso in cui il politicamente corretto si ritrova infilzato dai due corni di un dilemma: quale "minoranza protetta" favorire, quella animalista o quella islamica? Eh, bella domanda.
Ma, come abbiamo detto, quando l'ideologia si ritrova sepolta dalle sue contraddizioni, che fa? Ne esce ricorrendo ai gendarmi. Infatti, così è stato anche a Milano: da Palazzo Marino, sede del Comune, è prontamente uscita una folta pattuglia di vigili urbani che hanno disperso l'assembramento dei contestatori. Et voilà, risolto il problema. In fondo, l'ideologia è monotona. È fin dal tempo dei suoi inventori, i giacobini, che va avanti così. Prima, la complessità del reale viene sostituita da uno schema pensato a tavolino da un pugno di astratti teorici. Poi, se la tela produce qualche grinza, la si schiaccia col ferro da stiro; se l'asfalto si fende e ricresce l'erba, si taglia l'erba; se dal Letto di Procuste sporgono i piedi, si troncano i piedi. Se ne era accorto, fin dal 1844, il deputato e pensatore Juan Donoso Cortés, che così tuonava alla Cortes spagnole: «Che cosa ci ha dato il "mondo nuovo"? Gendarmi e rivoluzioni, rivoluzioni e gendarmi». Ma la storia insegna che la storia non insegna niente.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 27/10/2014

2 - CHESTERTON DIFENDE I REGALI DI NATALE E CHI LI DONA
Anche da adulto credo in Babbo Natale... ho semplicemente esteso l'idea
Autore: Giuliano Guzzo - Fonte: Libertà e Persona, 21 dicembre 2014

La convinzione che molti, anche fra i credenti, si sono fatti del Natale è che a disturbare un autentico festeggiamento natalizio siano anzitutto il consumismo e la ricerca dei regali di questi giorni. Tanti la pensano così ma - sia detto con rispetto - sbagliano. Non perché il consumismo, laddove eccessivo, non sia un problema, ma perché il falso Natale non è quello con troppi regali ma quello senza Gesù; è quella la Festa senza il Festeggiato. E se da un lato è vero che una smisurata attenzione ai regali può distrarre dal senso del Natale, dall'altro non è certo evitando di farsi dei doni che si sarà automaticamente partecipi, come per magia, dell'essenza natalizia. Anzi.
In tal senso, anticipando sorprendentemente di decenni le polemiche sul consumismo natalizio, il grande Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) osservava: «Poco tempo fa ho letto l'affermazione di una signora sull'argomento: dice che lei non "faceva regali" nel senso grossolano, sensuale e terreno dell'espressione ma Cristo stesso è un regalo di Natale. Una nota a favore dei regali materiali è stata buttata giù persino prima della Sua nascita, con i primi spostamenti dei saggi dell'Oriente e della stella: i Tre Magi giunsero a Betlemme portando oro, incenso e mirra. Se avessero portato solo la Verità, la Purezza e l'Amore non ci sarebbero state né un'arte né una civiltà cristiana».
Oltre alla storia dei Magi, pare che a rafforzare la tradizione natalizia dei doni, degli auguri e del pranzo natalizio sia stato - in epoca meno remota - il successo di A Christmas Carol di Charles Dickens (1812-1870), racconto che vide le stampe il 18 dicembre 1843 riscuotendo subito successo e vendendo ben 6.000 copie in appena una settimana. Tuttavia questo nulla dice circa la pericolosità dello scambiarsi dei doni e dello sforzo di chi, a Natale, cerca di essere più buono e generoso. Chiaramente l'impegno non dovrebbe essere limitato alla seconda parte del mese di dicembre e durare tutto l'anno; ma questo dipende dalla capacità di custodire la verità di Natale, non certo dall'astenersi dal fare regali per paura d'inquinarla.

Nota di BastaBugie: per un ulteriore approfondimento del significato del Natale, nello specifico la figura di Babbo Natale, ancora una volta scritto da Chesterton è interessante un suo brano citato in un articolo di Luigi Santambrogio, pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 29-12-2014.
Ecco dunque l'interessante brano di Chesterton:
"Quello che mi è successo è l'opposto di quello che sembra essere l'esperienza della maggior parte dei miei amici. Invece di rimpicciolire fino ad un puntino, Babbo Natale è divenuto sempre più grande nella mia vita fino a riempire la quasi totalità di essa. È successo in questo modo. Da bambino mi trovai di fronte ad un fenomeno che richiedeva una spiegazione. Avevo appeso alla sponda del mio letto una calza vuota, che al mattino si trasformò in una calza piena. Non avevo fatto nulla per produrre le cose che la riempivano. Non avevo lavorato per loro, né le avevo fatte o aiutato a farle. Non ero nemmeno stato buono – lungi da me! E la spiegazione era che un certo essere che tutti chiamavano Santa Claus era benevolmente disposto verso di me... Ciò che credevamo era che una determinata agenzia benevola... ci avesse davvero dato quei giocattoli per niente. E, come affermo, io ci credo ancora. Ho semplicemente esteso l'idea. Allora chiedevo solo chi metteva i giocattoli nella calza, ora mi chiedo Chi mette la calza accanto al letto, e il letto nella stanza, e la stanza della casa, e la casa nel pianeta, e il grande pianeta nel vuoto. Una volta mi limitavo a ringraziare Babbo Natale per pochi soldi e qualche biscotto. Ora, lo ringrazio per le stelle e le facce in strada, e il vino e il grande mare. Una volta pensavo fosse piacevole e sorprendente trovare un regalo così grande da entrare solo per metà nella calza. Ora sono felice e stupito ogni mattina di trovare un regalo così grande che ci vogliono due calze per tenerlo, e poi buona parte ne rimane fuori; è il grande e assurdo regalo di me stesso, perché all'origine di esso io non posso offrire alcun suggerimento tranne che Babbo Natale me l'ha dato in un particolare fantastico momento di buona volontà."

DOSSIER "NATALE"
Le verità dimenticate sulla nascita di Gesù

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Fonte: Libertà e Persona, 21 dicembre 2014

3 - DAL 1964 I MATRIMONI SONO CALATI DEL 75%: SOLO COLPA DELLA LEGGE SUL DIVORZIO?
Per tornare al principio dell'indissolubilità del matrimonio occorre ripartire da mortificazione e purezza, verginità e onore
Autore: Andrea Galli - Fonte: Avvenire, 22 dicembre 2014

Se si vuole fare una diagnosi della salute dell'Italia dal punto di vista della demografia, e di ciò che le sta dietro, non si può che partire da un anno: il 1975. Lo spiega lo statistico Roberto Volpi, tra i maggiori studiosi dei mutamenti della popolazione nel nostro Paese, nel suo ultimo libro pubblicato da Vita e Pensiero "La nostra società ha ancora bisogno della famiglia?" (pp. 178, euro 15).
Professore, perché il 1975 sarebbe cruciale?
«Perché è l'inizio del crollo. Da quell'anno sia i matrimoni che le nascite cominciano a perdere molto terreno. Queste ultime in 5 anni arrivano a perdere il 25%, una caduta che poi rallenta ma non si arresta per altri vent'anni. Fino agli anni Novanta, quando il tasso di fecondità (cioè il numero medio di figli per donna) tocca quota 1,2: uno dei più bassi del mondo in quel momento, meno della metà di quello che era alla fine degli anni Sessanta. Il che significa anche una mutazione per così dire antropologica: un conto è avere famiglie di due o tre figli, un conto è averne uno. L'inizio di quel processo è evidente: più che il divorzio in sé, è stato proprio il referendum a segnare una svolta radicale».
Come mai? Non doveva bastare la legalizzazione del divorzio?
«Perché il referendum è stato caricato di un valore enorme, equivalente a quello che aveva la famiglia tradizionale. Fin allora in Italia sia i cattolici che i laici avevano aderito a un tipo di matrimonio fortemente ispirato dalla Chiesa: sino alla fine degli anni '60 su 100 matrimoni 98 erano religiosi. Indissolubilità, fedeltà e obbedienza dei bambini all'autorità familiare, segnatamente del padre, ne erano i cardini. Ci si sposava giovani, le donne a una media di 24 anni. E si sposavano tutti. La battaglia sul divorzio mirava al cuore di quel modello: indissolubilità e fedeltà. Un vincolo di fedeltà, però, che gravava più sulla donna che sull'uomo. Questo è da sottolineare perché è l'elemento che cede e che fa crollare l'edificio. L'infedeltà del maschio era più tollerata, socialmente e moralmente, di quella della moglie, accompagnata da una sua maggiore autorità (almeno pubblica, di fronte alla società: perché sappiamo che all'interno della famiglia molto spesso non era così). Così la rivendicazione di autonomia femminile si manifesterà proprio nel divorzio. Si pensava che sarebbe stata un'arma maschile, ma non è stato così: all'inizio, due su tre domande di separazione legale vennero avviate da donne. Le donne hanno visto nel divorzio la possibilità di spostare un rapporto di forza sull'uomo».
Al referendum i «no» al divorzio furono molto numerosi al Sud. Oggi com'è la situazione: permane l'eccezione o anche il Meridione è stato omologato?
«Direi che è stato omologato. I dati dimostrano maggior divorzialità al Nord, ma al Sud è l'elemento di difficoltà economica a frenare le separazioni. Negli Stati Uniti l'indice di divorzialità è usato quasi come un indicatore economico: quando i divorzi sono alti l'economia va bene, quando sono bassi l'economia è depressa. Perché il divorzio ha costi alti e comporta in genere un abbassamento del tenore di vita rispetto alla famiglia originaria. Al Sud si divorzia meno per questo. Lo possiamo dire osservando pure altri fattori, in primis la natalità: oggi le regioni dove la fecondità è più bassa sono quelle del Sud, il Molise e la Basilicata, e va segnalato il caso della Sardegna, leader nella de-fecondità e de-nuzialità, una regione che demograficamente sta sprofondando. Perfino la Campania, che ha sempre avuto tassi di fecondità molto alti, staziona ormai a metà classifica. Al Sud permane peraltro una maggiore nuzialità che al Nord – ricordiamo però che siamo sempre a livelli bassissimi, a un tasso di nuzialità di 3 matrimoni ogni mille abitanti: il 50% rispetto alla media europea – ma in sostanza per i motivi di cui sopra. Il modello di famiglia tradizionale non ha retto nemmeno lì».
Per quanto riguarda la famiglia, quali nuovi fenomeni si fanno strada?
«Le coppie di fatto e le coppie di fatto non conviventi. Le seconde sono più difficili da rilevare dal punto di vista statistico, per ovvie ragioni: lasciano meno tracce, non abitando sotto lo stesso tetto. Ma, anche qui, si "percepiscono" da altri fattori. Per esempio vediamo che negli ultimi 20 anni sono cresciuti i cosiddetti veri celibi, cioè quelli che hanno più di 25 anni e non sono sposati, che oggi sono più di 5 milioni. È da escludere una scelta in massa per la castità: si tratta di persone che hanno rapporti affettivi, anche duraturi, ma che non entrano in una convivenza».
Qual è l'impatto di questi rapporti sulla società?
«Il modello di famiglia tradizionale è fondato su una forte responsabilizzazione reciproca. Il nuovo modello è fondato invece sul sentimento: l'amore, il sentimento basta. Sembra una visione più avanzata, moderna, in realtà è un'idea più fragile e con ricadute sociali negative. Lo dico da un punto di vista nettamente laico: una società che si fonda su legami familiari ad alta responsabilità e a forte istituzionalizzazione è indiscutibilmente una società più solida, interrelata e solidale di una che si fonda su legami a più basso livello di responsabilità e a nullo livello di istituzionalizzazione. È un elemento che l'opinione laica non coglie. È come non fare figli: una coppia è liberissima di non volerne, ma se questo atteggiamento diventasse prevalente la società morirebbe... Oltre a ciò, le famiglie che nascono tardivamente non hanno la spinta economico-produttiva che avevano una volta, non sono più un fattore dirompente da questo punto di vista: oggi si sposa quando si è già costruito virtualmente tutto, quando ci si è sistemati».
E i matrimoni religiosi come stanno?
«Sono 110mila all'anno, mentre erano 420mila nel 1964: un calo del 75%. E stanno diminuendo di sette, otto o anche diecimila all'anno. Se la tendenza dovesse perdurare, i matrimoni in chiesa diventeranno un elemento residuale. Sulla famiglia, la Chiesa ha perso la sua battaglia culturale nei confronti della società laica. Non ha altra scelta che ricominciarne un'altra se vuole rilanciare il suo modello».

Nota di BastaBugie: nel 1987, in occasione del dibattito sulla nuova Costituzione, fu chiesto al prof. Plinio Corrêa de Oliveira se riteneva possibile la restaurazione dell'indissolubilità del matrimonio, abolita dalla legge sul divorzio dieci anni prima. Il leader cattolico indicò l'unica soluzione alla valanga rivoluzionaria.
Ecco il brano tradotto dal Circolo Culturale Plinio Corrêa de Oliveira e pubblicato il 27 dicembre 2014:
"La TFP vanta nel suo passato numerose iniziative contro il divorzio. Fino all'ultimo ha lottato contro di esso, impegnando in questa battaglia tutti i mezzi a sua disposizione.
La vittoria del divorzio nel nostro Paese [nel 1977] non è stato il risultato di un'offensiva divorzista particolarmente forte o efficace, che riuscì ad abbattere, finalmente, la gloriosa muraglia dell'indissolubilità coniugale. Tale vittoria è stata possibile, piuttosto, a causa di deprecabili cedimenti... per non dire altro, all'interno del mondo cattolico! Insisto, però, che la TFP ha combattuto contro il divorzio sino alla fine.
Ricordo questi fatti per rispondere alla domanda rivoltami dalla «Folha de S. Paulo» se io fossi favorevole o contrario alla "fine di ogni restrizione legale al divorzio". È chiaro che sono contrario a che queste restrizioni siano revocate. Perché, vedendo nel divorzio una catastrofe, posso soltanto essere fermamente favorevole a che se ne limitino gli effetti.
Tuttavia devo aggiungere che la catastrofe maggiore in questa materia non è stata - né continua a essere - il divorzio in sé, ma la tremenda dissoluzione dei costumi che da molti anni si sta diffondendo, in modo graduale e inesorabile, nel nostro Paese. È questo il vero problema. Il divorzio è appena uno dei suoi effetti catastrofici.
Un numero sempre maggiore di brasiliani, cattolici praticanti (!) e non, o allora atei, coincidono nell'accettare il divorzio. Ritengono, inoltre, che il matrimonio civile tra divorziati (o di un divorziato con una persona singola) sia privo di spessore morale e manchi, quindi, di serietà. In conseguenza, in innumerevoli casi, scelgono la coabitazione senza passare per la cerimonia, vuota di significato, del contratto civile. Quando il divorzio è stato approvato, il concubinato era già ampiamente diffuso in molti ceti del Paese, dai più alti ai più modesti.
Sembra che non se ne siano accorti certi divorzisti, i quali immaginavano una valanga di richieste di scioglimento del vincolo matrimoniale subito dopo l'approvazione della legge. Fino al punto che si era pensato molto seriamente di installare sportelli speciali nei corridoi dei Tribunali, al fine di accogliere questa valanga. Pensavano che ci sarebbe stata una sorta di "rottura degli argini" per quanti, insoddisfatti del proprio matrimonio, infine "liberati" dagli impedimenti legali, impazienti, avrebbero voluto costituire una nuova unione civile.
Tuttavia, non vi è stata alcuna "rottura degli argini" semplicemente perché quanti volevano una formula per fuggire dal legame coniugale, nella maggior parte dei casi non avevano alcuna fretta: di fatto erano già affogati nel fango del concubinato aggravato dall'adulterio.
Di fronte a questa immensa catastrofe morale, cosa significa l'attenuazione o la soppressione delle restrizioni legali al divorzio? Molto poco!
Aggiungo che, dal punto di vista della sua ripercussione sull'opinione pubblica nazionale, l'attuale dibattito sul divorzio esercita un effetto poco salutare. Infatti, questa controversia si presenta per molti anti-divorzisti come un'occasione per riproporre, in misura ridotta, la battaglia perduta nel 1977. In maniera tale da far balenare, sullo sfondo di un orizzonte tenebroso, la speranza d'una restaurazione del matrimonio monogamico indissolubile.
Tale speranza può distogliere l'attenzione degli anti-divorzisti da un punto che è più importante. Perché si possa restaurare l'indissolubilità matrimoniale, è necessario che prima si restauri in innumerevoli anime il desiderio di serietà, di austerità, di mortificazione. Sì, e qualcosa di più, che si esprime in una parola dolce come un favo di miele, profumata come un giglio e che, tuttavia, esplode ai giorni d'oggi come una bomba: purezza. E, sulla scia della purezza, le sue due sorelle, non meno dolci né meno soavi, ma con un potere di detonazione ancora maggiore: verginità e onore.
Prima di così, come sperare che il Paese revochi il divorzio?"

Fonte: Avvenire, 22 dicembre 2014

4 - CHI VORREI AL QUIRINALE? PAOLA BONZI
Trent'anni fa ha fondato il Centro di aiuto alla vita della Mangiagalli dove accoglie donne tentate dall'aborto
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero, 28 dicembre 2014

C'è una signora di 71 anni, ignota ai grandi media, che - aiutata da pochi volontari e sostenitori - ha salvato la vita a 17.486 bambini dal 1984 ad oggi (solo nel 2013 sono stati 1.134)
Eppure pochi conoscono questa donna straordinaria che vive a Milano, in un normale condominio.
Io eleggerei lei, Paola Bonzi, al Quirinale.
Trent'anni fa ha fondato il Centro di aiuto alla vita della Mangiagalli. E' un luogo dove accoglie povere donne indecise per diversi motivi se ricorrere all'aborto.
Lì hanno trovato un abbraccio che anzitutto non le ha fatte più sentire sole, ma le ha colmate di affetto, poi ha offerto loro la possibilità di avere ospitalità, un sostegno economico - 3/4 mila euro in 18 mesi - e tutto l'aiuto possibile umano, professionale e sanitario.
E' bastato questo "poco" a migliaia di donne per decidere di far nascere i figli che già portavano in grembo.
Così ai 17.486 bambini scampati alla morte, Paola può aggiungere 17.486 mamme salvate da pesantissime ferite nelle anime e nei corpi (perché le donne sono le prime vittime dell'aborto).
Qualcuno obietterà: sì, una gran brava persona, ma cosa c'entra col Quirinale?
C'entra quanto Gino Strada che pure viene da molti candidato alla Presidenza della Repubblica.
Non ho nulla contro Strada per il suo benemerito lavoro di medico. Ma lui ha dalla sua un'organizzazione potente, il sostegno dei media e dei salotti d'élite, con idee politiche marcate (e opinabili).
Paola Bonzi sta salvando un numero eccezionale di vite nella (quasi) indifferenza generale. Non ha dietro di sé nessun grosso sostenitore economico (nemmeno la Chiesa), né organizzazioni potenti che facciano conoscere il suo Cav, nessuna visibilità mediatica, né sponsor politici.
Infatti oggi la sopravvivenza della sua opera è in forse per mancanza di mezzi.
La sua chiusura sarebbe una vergogna per Milano, per le sue istituzioni, per l'Italia e anzitutto per la Chiesa.
Paola è nata nel 1943, a casa dei nonni, in campagna, perché a Milano cadevano le bombe.
Quella Guerra, con 50 milioni di vittime, è stata definita dagli storici "l'evento più violento e distruttivo del XX secolo e forse della storia umana".
Eppure secondo l'Organizzazione mondiale della sanità oggi l'aborto nel mondo fa lo stesso numero di vittime, 50 milioni, in un solo anno. E ogni anno.
Noi neanche ci rendiamo conto della tragedia in cui siamo immersi. E dell'orrore dei tempi.
L'opera di Paola è una delle poche luci nel buio. Vogliamo spegnerla? Io porterei lei al Colle più alto.

Fonte: Libero, 28 dicembre 2014

5 - LA CINA SCHIACCIA LA PICCOLA HONG KONG
Dopo 75 giorni di protesta pacifica, la polizia interviene duramente (e l'Europa non muove un dito: forse ammira il modello cinese?)
Autore: Stefano Magni - Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

Dopo 75 giorni di occupazione dei punti chiave di Hong Kong, il movimento di Occupy Central e le organizzazioni di opposizione studentesche sono state allontanate dalla polizia. I loro accampamenti sono stati sgomberati nell'arco di una sola notte. Tutti le vestigia della lunga e pacifica protesta contro la Cina, comprese opere d'arte e una serie di scritte sulla democrazia lasciate sul "muro di Lennon" sono state cancellate. Sono 247 gli attivisti e leader democratici arrestati (e rilasciati subito dopo) dalla polizia.

UNA DEMOCRAZIA MOLTO CONTROLLATA
Si conclude così il tentativo pacifico di opporsi alla riforma dell'autonomia di Hong Kong, calata dall'alto dal regime di Pechino. I leader di Occupy e dei movimenti studenteschi, come c'era da attenderselo, non si danno per vinti. Ora non possono far altro che attendere, però, la fine del prossimo round negoziale fra le opposizioni riconosciute di Hong Kong e i rappresentanti della Repubblica Popolare Cinese. Per il 2017 era stata promessa una vera democrazia all'ex colonia britannica. Disattendendo questa promessa (che era data per scontata dalla Gran Bretagna, ma mai affermata dalla Cina), Pechino ha scelto per Hong Kong una forma di democrazia molto controllata, senza suffragio universale, in cui il governatore viene scelto da un ristretto elettorato di consiglieri, scelti soprattutto da Pechino e da élite locali sue alleate. E' questa imposizione dal governo centrale che ha fatto insorgere l'opposizione, a partire dall'estate scorsa. Ora si continuerà a trattare. Alex Chow, il leader della protesta studentesca, invita a boicottare il secondo round negoziale e si dice pronto a scendere ancora in piazza. Benny Tai, uno dei leader di Occupy Central, ha promesso che la protesta e le occupazioni ricominceranno se, anche dopo questo negoziato, Pechino dovesse ribadire la sua linea. Ma, per ora, l'esito di questi 75 giorni di manifestazioni e sit-in, sembra veramente non dare adito a equivoci: nel braccio di ferro fra la democrazia e la dittatura ha vinto, in modo drammaticamente inequivocabile, la dittatura.
Hong Kong poteva anche essere intesa come una vetrina liberale capace di ispirare il resto della Cina. Così, almeno, l'aveva concepita Margaret Thatcher quando, nel 1984, aveva restituito la città alla Cina continentale, dopo quasi un secolo di colonialismo. A trent'anni esatti di distanza possiamo ben vedere che Hong Kong non abbia ispirato alcuna riforma democratica in Cina. Al contrario, è la Cina che sta imponendo il suo sistema a Hong Kong, lentamente ma inesorabilmente. Se Pechino completerà il suo disegno, la città-stato, dal 2017, sarà sotto il controllo politico del regime. Da lì a sopprimere le libertà residue di espressione, religione e di mercato, il passo sarà molto più breve.

IL BRACCIO DI FERRO FRA HONG KONG E CINA
Il braccio di ferro fra la piccola Hong Kong e la grande Cina, è abbastanza emblematico di una tendenza in corso dal 1989 ad oggi. La politica occidentale nei confronti di Pechino è infatti sempre stata incentrata sul dialogo, l'inclusione e la speranza di una riforma interna alla Cina. Dopo un primo periodo di confronto duro e sanzioni, dopo la repressione di piazza Tienanmen del 4 giugno 1989, tutto l'Occidente, a partire da Usa e Unione Europea, ha sempre perseguito una politica di apertura e appeasement. La Cina è stata ammessa del Wto e questo, si pensava, avrebbe spianato la strada anche ad aperture politiche, oltre che economiche. Invece no: i cambiamenti in economia sono stati molto pochi, con una finanza controllata dallo Stato e chiusa agli investimenti stranieri, un commercio che resta protezionista per le merci altrui e liberale solo per quelle proprie da esportare. Le terre sono ancora collettive e i contadini sono sistematicamente privati degli appezzamenti di cui sono solo inquilini. Le industrie restano saldamente nelle mani della cerchia di potere del Partito. Il lavoro forzato non è stato affatto abolito, rimane in piedi un intero arcipelago di circa 1000 campi di concentramento, chiamati Laogai. In politica, il Partito Comunista rimane arroccato nella sua posizione di partito unico al potere. Non ci sono progressi nel campo dei diritti civili. La Cina resta il Paese con il più alto numero di esecuzioni capitali al mondo. Solo l'anno scorso Pechino ha ammesso di trapiantare e vendere gli organi dei prigionieri fucilati e non ha ancora vietato del tutto questo commercio. Periodicamente vengono annunciate liberalizzazioni in campo familiare, ma intanto continua la "politica del figlio unico", e l'aborto forzato viene praticato per ogni figlio concepito dopo il primo. La censura sulla stampa è rigorosa e, nel suo genere, anche innovativa: il "great firewall" seleziona ed elimina tutte le informazioni proibite che passano su Internet. Le religioni non sono libere: essere cattolici e fedeli al Papa, ancora oggi, comporta il rischio della propria vita.

E L'OCCIDENTE STA A GUARDARE (E IMPARARE?)
Se questa è la Cina, Hong Kong, nel prossimo futuro, potrebbe assomigliarle molto. Oggi è uno dei luoghi più liberi al mondo, sia in termini economici che di libertà di espressione e religione: potrebbe anche essere l'ultima boccata di libertà prima che subentri il buio totalitario. Ma c'è una tendenza più preoccupante ancora: anche l'Occidente, dopo sette anni di crisi, sta iniziando ad aspirare, volontariamente, al modello cinese. In Italia, la maggior cantrice di Pechino e del suo sistema è certamente l'economista Loretta Napoleoni, vicina al Movimento 5 Stelle e autrice di "Maonomics". Lei chiama "capi-comunismo" il sistema neo-maoista, lo descrive come un adattamento della dottrina marxista alle esigenze della realtà di un mercato globale. E lo vede come una cura "dolorosa ma necessaria" ai vizi del "neoliberismo" occidentale. La Napoleoni è la più esplicita, ma quanti apologeti del regime cinese ci sono fra noi? Sempre di più.
L'idea che la Repubblica Popolare sia "immune alla crisi" e sia un modello di crescita superiore a quello europeo è diventato ormai un luogo comune. Attrae soprattutto l'autoritarismo di un gruppo di politici-tecnici che guidano un Paese enorme verso lo sviluppo, senza passare dalle lungaggini imposte dalla democrazia e dal libero mercato. "Fossimo in Cina questa autostrada l'avremmo già finita da anni" è uno dei tipici esempi di ammirazione di quel sistema ed è un luogo comune che si sente ripetere spesso. Se la vecchia utopia dell'Urss è crollata, la Cina è la prima ad averla sostituita. Attrae anche uno degli aspetti più orrendi del sistema cinese, quella "politica del figlio unico" che impone aborti forzati e la rovina di famiglie intere. Anche senza costruire appositi apparati repressivi, ci stiamo arrivando anche noi, piano piano, passo dopo passo. La cultura di base è la stessa che domina anche qui: meno bocche ci saranno da sfamare, maggiore sarà il benessere redistribuito. E' il socialismo portato alle sue estreme conseguenze, condiviso apertamente anche da Jonathan Gruber, uno degli ideatori della riforma sanitaria degli Usa, secondo il quale "L'aborto è un bene sociale", perché impedisce la nascita di "bambini emarginati".
Ecco perché Hong Kong è sola contro il colosso cinese. Il mondo libero, che avrebbe dovuto mobilitarsi in sua difesa, è sempre un po' meno libero e un po' più "cinese".

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

6 - IL SINODO DEL 2015 SI AVVICINA CARICO DI INCOGNITE
Siamo a un evidente capovolgimento delle verità di fede sul Magistero ordinario della Chiesa: vediamo come e perché
Autore: Roberto De Mattei - Fonte: Corrispondenza Romana, 10/12/2014

Mentre il Sinodo del 2015 si avvicina carico di incognite e di problemi, una questione di fondo è sul tappeto. Qual è l'autorità dei documenti ecclesiastici che possono essere prodotti dal magistero ordinario di un Papa o di un Sinodo? I progressisti, o forse meglio i neo-modernisti, attribuiscono un carattere infallibile a tutti gli atti dell'attuale Pontefice e ai risultati del prossimo Sinodo, quali che essi siano.
A questi atti – dicono – bisogna obbedire perché, come nel caso del Concilio Vaticano II, il Papa o i vescovi a lui uniti, non possono sbagliare. D'altra parte gli stessi progressisti negano valore infallibile agli insegnamenti dell'enciclica Humanae vitae di Paolo VI e affermano che la morale tradizionale in campo coniugale deve essere aggiornata, adeguandosi alle "convinzioni vissute" di quei cattolici che praticano la contraccezione, la fecondazione artificiale, le convivenze extra coniugali.
Nel primo caso essi sembrano ammettere l'infallibilità del Magistero ordinario universale, identificandolo con il Magistero vivente del Papa e dei Vescovi dopo il Vaticano II; nel secondo caso negano l'infallibilità del vero concetto di Magistero ordinario universale, espresso dalla Tradizione della Chiesa, secondo la nota formula di Vincenzo di Lerins: quod semper, quod ubique, quod ab omnibus.

CAPOVOLGIMENTO DELLE VERITÀ DI FEDE
Ci troviamo di fronte ad un evidente capovolgimento delle verità di fede sul Magistero ecclesiastico. La dottrina della Chiesa insegna infatti che quando il Papa, da solo o in unione con i vescovi, parla ex cathedra è certamente infallibile. Ma perché un pronunciamento possa considerarsi ex cathedra sono necessari alcuni requisiti: 1) deve parlare in quanto Papa e pastore della Chiesa universale; 2) la materia in cui si esprime deve riguardare la fede o i costumi; 3) su quest'oggetto deve pronunziare un giudizio solenne e definitivo, con l'intenzione di obbligare tutti i fedeli.
Se anche una sola di queste condizioni manca, il Magistero pontificio (o conciliare) resta autentico, ma non è infallibile. Ciò non vuol dire che sia sbagliato, ma significa solo che non è immune da errore: è, in una parola, fallibile.
Bisogna aggiungere però che l'infallibilità della Chiesa non si limita al caso straordinario del Papa che, da solo o in unione con i vescovi, parli ex cathedra, ma si estende anche al Magistero ordinario universale. Ricorriamo per chiarire questo punto a uno scritto del padre Marcelino Zalba (1908-2009), su Infallibilità del Magistero ordinario universale e contraccezione, apparso sul numero di gennaio-marzo 1979 della rivista "Renovatio" (pp. 79-90) del cardinale Giuseppe Siri.
L'autore, considerato uno dei più sicuri moralisti del suo tempo, ricordava che altri due noti teologi americani, John C. Ford e Gerald Kelly, avevano studiato nel 1963, precisamente cinque anni prima della promulgazione dell'enciclica Humanae Vitae di Paolo VI, il grado di certezza e di verità che si dovrebbe attribuire, in campo teologico, alla dottrina cattolica tradizionale riguardante la immoralità intrinseca e grave della contraccezione (John C. Ford s.j., Gerald Kelly s.j. Contemporary Moral Theology, vol. 2, Marriage Questions, Newman, Westminster 1964, pp. 263-271).
Secondo i due teologi gesuiti si trattava di una dottrina che doveva essere considerata normativa per la condotta dei fedeli. Sarebbe infatti inconcepibile che la Chiesa cattolica, assistita dallo Spirito Santo per la conservazione della dottrina e della morale evangelica, avesse affermato esplicitamente in numerosi interventi che gli atti contraccettivi sono una violazione oggettiva grave della legge di Dio, se non fosse così realmente. Col suo intervento sbagliato la Chiesa avrebbe dato origine ad innumerevoli peccati mortali, contraddicendo la promessa della divina assistenza di Gesù Cristo.
Uno dei due moralisti, il padre Ford, in collaborazione con il filosofo Germain Grisez, approfondì questo problema in un successivo scritto: Contraception and the Infallibility of the Ordinary Magisterium, ("Theological Studies", 39 (1978), pp. 258-312). Essi concludevano che la dottrina della Humanae Vitae poteva considerarsi infallibilmente insegnata, non in virtù del suo atto di promulgazione (che fu meno solenne e categorico, ad esempio, di quello della Casti Connubii di Pio XI), ma perché essa confermava il Magistero ordinario universale dei Papi e dei vescovi nel mondo.
Pur non essendo in sé infallibile, l'Humanae Vitae lo diventava quando, condannando la contraccezione, riaffermava una dottrina proposta da sempre dal Magistero ordinario universale della Chiesa. La costituzione Dei Filius del Concilio Vaticano I stabilì, nel suo cap. 3, che vi possono essere verità che debbono essere credute, con fede divina e cattolica nella Chiesa, senza che vi sia la necessità di una definizione solenne, in quanto espresse dal Magistero ordinario universale.

L'INFALLIBILITÀ DEL MAGISTERO ORDINARIO UNIVERSALE
Le condizioni necessarie all'infallibilità del Magistero ordinario universale sono che si tratti di una dottrina riguardante la fede o la morale, insegnata autorevolmente in ripetute dichiarazioni dei Papi e dai vescovi, con un carattere indubitabile e impegnativo. La parola universale va intesa non nel senso sincronico di una estensione nello spazio in un particolare periodo storico, ma nel senso diacronico di una continuità del tempo, per esprimere un consenso che abbraccia tutte le epoche della Chiesa (Card. Joseph Ratzinger, Nota dottrinale illustrativa della formula conclusiva della Professio fidei del 29 giugno 1998, nota 17).
Nel caso ad esempio della regolazione delle nascite, la Chiesa, fin dal III secolo, ha condannato i metodi artificiali. Quando, agli inizi del secolo XIX cominciò a manifestarsi nuovamente questo problema, le dichiarazioni dei vescovi, in unione con il Papa, proposero sempre come dottrina definitiva e vincolante della Chiesa che la contraccezione è peccato mortale.
Le esplicite dichiarazioni di Pio XI, di Pio XII e di tutti i loro successori, confermarono l'insegnamento tradizionale. Paolo VI nella Humanae Vitae confermò questa dottrina del Magistero ordinario, «fondata sulla legge naturale, illuminata e arricchita dalla rivelazione divina» (n. 4), rifiutando le conclusioni della commissione pontificia che aveva studiato questo problema perché esse «si allontanavano dalla dottrina morale sul matrimonio proposta dal Magistero della Chiesa con costante fermezza» (n. 6).
Il discorso che padre Zalba, padre Kelly, padre Ford e il prof. Grisez fanno a proposito della contraccezione può estendersi alla fecondazione artificiale, alle unioni di fatto o ai divorziati risposati. Anche in assenza di pronunciamenti straordinari della Chiesa su questi problemi morali, il Magistero ordinario universale della Chiesa si è pronunciato nel corso dei secoli in maniera coerente, costante e cogente: esso può essere considerato infallibile. E in campo morale la prassi non potrà mai essere in contraddizione con ciò che la dottrina del Magistero universale della Chiesa ha stabilito definitivamente.
Ben diverso è il discorso riguardante le novità dottrinali incluse nei documenti del Concilio Vaticano II. In quel caso non solo mancò un atto ex cathedra del pontefice in unione con i vescovi, ma nessuno dei documenti fu esposto in maniera dogmatica, con l'intenzione di definire una verità di fede o di morale e di obbligare i fedeli all'assenso. Di infallibile in quei documenti vi può essere solo qualche passaggio in cui viene confermata la dottrina di sempre della Chiesa.
Cattolico infatti, cioè universale, non è ciò che in un dato momento viene "in ogni luogo" da tutti creduto, come può accadere in un Concilio o in un Sinodo, ma ciò che da sempre e ovunque è creduto da tutti, senza equivoci e contraddizioni. Il dibattito ermeneutico ancora in corso sulle novità dei testi del Vaticano II conferma il loro carattere provvisorio e discutibile, in alcun modo vincolante. Come può pretendere obbedienza cieca e incondizionata alle novità fallibili del Concilio Vaticano II e del Sinodo sulla famiglia chi pretende contraddire gli insegnamenti infallibili del Magistero ordinario universale della Chiesa in tema di morale coniugale?

Fonte: Corrispondenza Romana, 10/12/2014

7 - LETTERE ALLA REDAZIONE: BENIGNI STRAVOLGE I COMANDAMENTI
Un nuovo modo di propagare la fede... oppure gli errori?
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie, 29 dicembre 2014

Gentile redazione di BastaBugie,
chiunque si accinga a parlare o scrivere sui dieci comandamenti (le famose "dieci parole" da Dio rivelate al suo popolo sulla santa montagna), per la necessaria chiarezza dovuta nei confronti di chi lo sente o lo legge, dovrebbe innanzi tutto precisare se le proprie riflessioni si basano esclusivamente sul testo cosi come scritto nei libri sacri dell'Antico Testamento (Esodo 20, 2-17 e Deuteronomio 5,6-21), ovvero sullo stesso testo, alla luce della nuova Legge o Legge evangelica: per i cattolici, infatti, è nella Nuova Alleanza in Gesù Cristo che viene rivelato il loro pieno senso.
Sulla base di quanto disse Gesù ai suoi discepoli ("non crediate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento", Mt 5, 17-19), il "Catechismo della Chiesa Cattolica", approvato da Papa Giovanni Paolo II e pubblicato nel novembre 1992, afferma che i discorsi del Signore "non aggiungono nuovi precetti esteriori, ma arrivano a riformare la radice delle azioni, il cuore, là dove l'uomo sceglie tra il puro e l'impuro, dove si sviluppano la fede, la speranza e la carità e, con queste, le altre virtù"; la presentazione dei dieci comandamenti, nel catechismo della Chiesa cattolica, costituisce, pertanto, un'esposizione della fede, attestata e illuminata dalla Sacra Scrittura (con particolare riferimento al Nuovo Testamento), dalla Tradizione apostolica e dal Magistero della Chiesa.
Una simile precisazione, al fine di evitare ogni possibile fraintendimento da parte degli ascoltatori, non è stata fatta da Roberto Benigni, all'inizio delle due serate dedicate, sul primo canale della RAI, al commento dei dieci comandamenti. Va, inoltre rilevato che un commento di qualsiasi testo presuppone una sua interpretazione e che detta interpretazione (soprattutto se si tratta di un testo di legge, anche se divina) può essere letterale (quando si attiene rigorosamente a quanto è scritto), ovvero estensiva o restrittiva (quando si attribuisce alle parole della legge un significato, rispettivamente, più ampio o più ristretto di quello letterale): invero, Benigni ha fatto ricorso, a suo piacimento e senza darne alcuna giustificazione, a tutti e tre i suddetti criteri interpretativi.
Senza nulla togliere alle indubbie qualità di Roberto Benigni, come magistrale professionista dello spettacolo, mi permetto di formulare le seguenti osservazioni sul contenuto del suo intervento, limitatamente al commento di alcuni comandamenti, con riferimento agli ampi ed incondizionati consensi, pervenuti anche da parte di qualificati esponenti del mondo cattolico (pare che abbia ricevuto una telefonata di congratulazioni e ringraziamenti addirittura da Papa Francesco). Questi ultimi, infatti, hanno individuato nell'esposizione di Benigni un modo nuovo di propagazione della fede, riconoscendo in lui un sorprendente e nuovo evangelizzatore, tanto da indicarlo come modello di riferimento per gli stessi sacerdoti, ai quali detto compito è istituzionalmente demandato, evidentemente privilegiando la forma espositiva di quanto veniva affermato, rispetto al suo contenuto che meritava, invece, un'attenta disamina, prima di avallarlo implicitamente con i suddetti incondizionati consensi.
Sul quinto comandamento: "non uccidere", che riguarda la tutela del bene della vita dell'uomo, a parte l'omissione di un benché minimo accenno al suicidio, all'aborto ed all'eutanasia, Benigni cade in una grossolana svista dicendo che tale peccato non è perdonabile neanche da Dio, perché, spiega, il perdono lo può concedere solo la persona offesa che, in questo caso, non c'è più.
Sul settimo comandamento: "non rubare", che tutela il diritto alla proprietà privata dei beni e sull'ottavo: "non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo", che proibisce di falsificare la verità nelle relazioni con gli altri, Benigni, sulla base di un'interpretazione estensiva di tali precetti, ricomprende, nel settimo, la corruzione, la speculazione, la privazione del lavoro e tante altre fattispecie che contravvengono al principio di giustizia e solidarietà e, nell'ottavo, il giudizio temerario, la calunnia, la maldicenza e quant'altro violi il rispetto della verità. Tutto ciò è perfettamente in linea con quanto la Chiesa cattolica ha sempre sostenuto.
Ho voluto fare riferimento al settimo ed ottavo comandamento, prima di passare all'esame di quanto Benigni ha sostenuto sul sesto comandamento, per mettere innanzi tutto in evidenza la difformità del criterio interpretativo da lui usato nel parlare di quest'ultimo comandamento rispetto ai due successivi. Mentre, infatti, le "parole" usate nel settimo ed ottavo comandamento vengono correttamente interpretate sulla base di quello che dette "parole" lasciano intravedere, anche in mancanza di espliciti riferimenti (il concetto di "speculazione", infatti, difficilmente può rientrare in quello di "furto", sulla base di un'interpretazione letterale di quest'ultimo termine, come anche quello di "maldicenza" in quello di "non pronunciare falsa testimonianza"), la "parola" del sesto comandamento, secondo Benigni, deve essere interpretata in senso assolutamente letterale, senza alcuna pur doverosa precisazione del perché di tale scelta, con tutte le inevitabili conseguenze sull'intelligibilità di tale precetto.
In estrema sintesi, Benigni, sostiene che il comandamento in questione, nel prescrivere di "non commette adulterio" si riferisce esclusivamente all'obbligo di fedeltà imposto ai coniugi: tutto il resto sarebbe, a suo dire, un'indebita "invenzione dei preti" ed un'autentica "manomissione" della Chiesa cattolica che avrebbe sostituito arbitrariamente il "non commette adulterio" con il "non commettere atti impuri", provocando danni ad "intere generazioni", tali da rendere possibile (sia pure con istrionica affermazione) una "class action" per ottenerne il risarcimento, deridendo, inoltre, l'esaltazione della virtù della castità (da "praticare con moderazione"), suscitando, così, il divertito applauso del pubblico presente, evidentemente accorso per assistere ad uno spettacolo e non certo per sorbirsi una predica di quasi due ore.
Il voler ridurre il comandamento in questione, che è l'unico che riguarda il tema della morale sessuale, all'obbligo di fedeltà coniugale (dimenticandosi che, implicitamente, invece, detto comandamento presuppone ed indica nel matrimonio la sede unica e naturale di detti rapporti), significa lasciare esclusi e, quindi, al di fuori di ogni giudizio, fatti da chiunque condannati, come, per esempio, la prostituzione, la pedofilia, lo stupro, la pornografia, ecc., senza considerare l'aberrante conseguenza cui si perverrebbe con tale letterale interpretazione, secondo cui il matrimonio determinerebbe, di fatto, la condanna del "libero amore" ("fornicazione", termine incomprensibile per Benigni), che risulterebbe, invece, consentito da parte di chi non abbia vincoli matrimoniali.
Quanto, poi, all'accusa rivolta da Benigni alla Chiesa cattolica di aver "manomesso" il sesto comandamento, sostituendo il divieto di "non commettere adulterio" con quello di "non commettere atti impuri", basta leggere il testo ufficiale del Catechismo della Chiesa cattolica, sopra richiamato, per convincersi del contrario. Al capitolo secondo, pag. 570, Articolo 6, al titolo "Il sesto comandamento" segue l'indicazione del suo contenuto: "Non commettere adulterio (Es 20,14; Dt 5,18)"; nelle numerose pagine di commento che seguono, il termine "atto impuro" non ricorre mai. In dette pagine, il comandamento in questione viene proposto, alla luce della Nuova Legge evangelica che, come detto nella premessa, ne rivela il pieno senso, aggiungendo, pertanto, oltre alle ipotesi di rapporti sopra richiamate, anche le altre che obbiettivamente escludano il fine naturale della procreazione, come la masturbazione e l'omosessualità. Nulla cambia od aggiunge, poi, il fatto che, nella formula catechistica, il complesso di tali atti venga, sinteticamente, qualificato come "atti impuri".
Per completezza, anche perché Benigni dimostra chiaramente di preferire, nel commentare i dieci comandamenti, di riferirsi ai sacri testi dell'Antico Testamento, anziché a quelli del Nuovo, basti richiamarsi a quanto previsto nel Levitico, testo che segue quello dell'Esodo e che viene indicato quale testo esclusivamente legislativo, soprattutto in tema di "purità ed impurità". Ebbene, in tale libro sacro (15, 19) vengono esplicitamente qualificati "impuri": "la donna e l'uomo che abbiano avuto un rapporto con dispersione seminale" ed, inoltre, viene stabilito il divieto "a mangiare le cose sante" a chi "abbia avuto una dispersione seminale" (22, 4), con ciò chiaramente condannando gli atti sessuali che non siano obbiettivamente idonei alla procreazione.
Da ultimo, per quanto riguarda il nono e decimo comandamento ("non desiderare la donna d'altri" e "non desiderare la roba d'altri"), Benigni, con un'interpretazione, questa volta, restrittiva ed arbitraria, afferma che, in questo caso, sussiste il peccato solo se il "desiderio" è accompagnato da una vera e propria "strategia" (anche se costruita solo mentalmente e, comunque, difficilmente individuabile) diretta all'effettiva realizzazione di quanto desiderato, con ciò, di fatto, cancellando entrambi i precetti, come se Gesù non avesse detto (Mt 5, 27-28) "chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore".
Concludendo queste brevi riflessioni, non si riesce a comprendere come mai, nel quasi unanime plauso tributato a Benigni per la sua esibizione nel commento dei dieci comandamenti, non si sia levata alcuna qualificata voce, se non di protesta, almeno di timida critica nei confronti di affermazioni o di silenzi che contraddicono inequivocabilmente taluni punti fermi della dottrina cattolica, così come emergenti dal testo ufficiale del "Catechismo della Chiesa Cattolica", sempre che non si voglia - per timore di una perdita di consensi da parte della grande schiera di quanti ostinatamente mostrano di non gradire taluni precetti - seguire la via di un'apertura ad inammissibili compromessi (cosa, ovviamente, da escludersi, ma rientrante nelle aspettative di molti, che possono risultare alimentate in presenza di talune evidenti divergenze all'interno della stessa Chiesa Cattolica, su temi così delicati).
Federico

Caro Federico,
abbiamo già pubblicato la settimana scorsa due articoli riguardanti lo show di Benigni. Questi mettevano in luce come da una parte il comico fosse stato impreciso o addirittura fuorviante, dall'altra, pur criticando il suo spettacolo, dobbiamo rilevare anche che sono più gravi gli errori di certi prelati che quelli di un comico che ha il solo scopo di aumentare gli ascolti in modo da avere un adeguato compenso in milioni di euro...
Ecco dunque il link agli articoli in questione:
I DIECI COMANDAMENTI SECONDO BENIGNI
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3562

DOSSIER "LETTERE ALLA REDAZIONE"
Le risposte del direttore ai lettori

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Fonte: Redazione di BastaBugie, 29 dicembre 2014

8 - OMELIA II DOMENICA DI NATALE - ANNO B - (Gv 1,1-18)
Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi
Autore: Benedetto XVI - Fonte: Sito del Vaticano, 04.01.2009

La liturgia ripropone oggi alla nostra meditazione lo stesso Vangelo proclamato nel giorno di Natale, cioè il Prologo di San Giovanni.
Dopo il frastuono dei giorni scorsi con la corsa all'acquisto dei regali, la Chiesa ci invita nuovamente a contemplare il mistero del Natale di Cristo, per coglierne ancor più il significato profondo e l'importanza per la nostra vita. Si tratta di un testo mirabile, che offre una sintesi vertiginosa di tutta la fede cristiana. Parte dall'alto: "In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio" (Gv 1,1); ed ecco la novità inaudita e umanamente inconcepibile: "Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1,14a).
Non è una figura retorica, ma un'esperienza vissuta! A riferirla è Giovanni, testimone oculare: "Noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità" (Gv 1,14b). Non è la parola dotta di un rabbino o di un dottore della legge, ma la testimonianza appassionata di un umile pescatore che, attratto giovane da Gesù di Nazareth, nei tre anni di vita comune con Lui e con gli altri apostoli ne sperimentò l'amore, tanto da autodefinirsi "il discepolo che Gesù amava", lo vide morire in croce e apparire risorto, e ricevette poi con gli altri il suo Spirito. Da tutta questa esperienza, meditata nel suo cuore, Giovanni trasse un'intima certezza: Gesù è la Sapienza di Dio incarnata, è la sua Parola eterna fattasi uomo mortale.
Per un vero Israelita, che conosce le sacre Scritture, questo non è un controsenso, anzi, è il compimento di tutta l'antica Alleanza: in Gesù Cristo giunge a pienezza il mistero di un Dio che parla agli uomini come ad amici, che si rivela a Mosè nella Legge, ai sapienti e ai profeti. Conoscendo Gesù, stando con Lui, ascoltando la sua predicazione e vedendo i segni che Egli compiva, i discepoli hanno riconosciuto che in Lui si realizzavano tutte le Scritture.
Come affermerà poi un autore cristiano: "Tutta la divina Scrittura costituisce un unico libro e quest'unico libro è Cristo, parla di Cristo e trova in Cristo il suo compimento" (Ugo di San Vittore, De arca Noe, 2, 8). Ogni uomo e ogni donna ha bisogno di trovare un senso profondo per la propria esistenza. E per questo non bastano i libri, nemmeno le sacre Scritture. Il Bambino di Betlemme ci rivela e ci comunica il vero "volto" di Dio buono e fedele, che ci ama e non ci abbandona nemmeno nella morte. "Dio, nessuno lo ha mai visto - conclude il Prologo di Giovanni - il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato" (Gv 1,18).
La prima ad aprire il cuore e a contemplare "il Verbo che si fece carne" è stata Maria, la Madre di Gesù. Un'umile ragazza di Galilea è diventata così la "sede della Sapienza"! Come l'apostolo Giovanni, ognuno di noi è invitato ad "accoglierla con sé" (Gv 19,27), per conoscere profondamente Gesù e sperimentarne l'amore fedele e inesauribile. E' questo il mio augurio per ognuno di voi, cari fratelli e sorelle, all'inizio di questo nuovo anno.

Fonte: Sito del Vaticano, 04.01.2009

9 - OMELIA EPIFANIA DEL SIGNORE - ANNO B - (Mt 2,1-12)
Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 6 gennaio 2015)

Oggi è la solennità dell'Epifania del Signore. La parola "epifania" significa manifestazione. Con questa festa, infatti, vogliamo ricordare la manifestazione di Gesù a tutti gli uomini di ogni nazione, rappresentati dai Magi, giunti da lontani Paesi dell'Oriente, attratti da una misteriosa stella apparsa all'orizzonte.
Il tema dominante di questa celebrazione è quello della fede. La luce della fede è come la luce di quella stella che guida il nostro cammino incontro al Signore. Come i Magi, anche noi dobbiamo farci guidare da questa luce e dobbiamo superare tutti gli ostacoli che continuamente incontriamo. Manifestare la fede vuol dire essere disposti ad andare anche contro corrente, come hanno fatto i Magi. Essi intrapresero una avventura unica, forse esponendosi all'incomprensione e al sarcasmo dei loro concittadini. Essi però non si lasciarono condizionare da questa difficoltà e assecondarono il loro ardente desiderio.
La festa dell'Epifania ci deve spingere ad approfondire sempre di più la nostra fede e la nostra conoscenza di Dio. Non possiamo accontentarci della nostra mediocrità. Anche noi dobbiamo metterci alla ricerca del Signore, dobbiamo irrobustire la nostra fede. La fede è un dono di Dio, certamente, ma qualcosa dobbiamo e possiamo fare anche noi. Innanzitutto dobbiamo pregare di più. La fede è come una lucerna che dobbiamo costantemente alimentare con la nostra preghiera. Come questa si affievolisce, anche la fede si indebolisce.
In secondo luogo, dobbiamo approfondire la nostra fede studiando con diligenza il Catechismo. Il Catechismo – ricordiamocelo sempre – non va imparato solo da bambini, in preparazione della Prima Comunione, ma deve essere approfondito per tutta la vita. Riprendiamo in mano questo libro e riscopriremo tante verità forse dimenticate.
Se saremo saldi nella fede, anche noi potremo manifestare Cristo al mondo ed essere così come la stella che ha guidato i Magi a Betlemme. Non si tratta di portare il Vangelo solo ai pagani, ma di riportarlo anche a quelli – e oggi sono molti – che lo hanno dimenticato. Giustamente, il papa Giovanni Paolo II parlava di nuova evangelizzazione della nostra società, per farci comprendere che ai nostri giorni siamo tornati ad essere pagani.
Tutti i popoli sono chiamati a far parte della Chiesa. Nella prima lettura si leggono queste parole del profeta Isaia: «Cammineranno le genti alla tua luce» (Is 60,3). Il profeta si riferiva a Gerusalemme, ma, in senso pieno, queste parole si riferiscono alla Chiesa, chiamata a radunare tutti i popoli del mondo nell'unità di un'unica fede. Per questo motivo, Isaia dice: «Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te [...] portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore» (Is 60,4-6).
Queste parole si sono verificate pienamente proprio alla visita dei Magi. Essi rappresentavano come la primizia della Redenzione. Essi «aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra» (Mt 2,11). L'oro, l'incenso e la mirra furono doni profetici, con un profondo significato spirituale. L'oro simboleggiava la regalità di Gesù; l'incenso la sua divinità; mentre la mirra preannunciava la sua sofferenza e morte in croce. Anche noi vogliamo offrire a Gesù questi tre doni: l'oro della nostra carità, l'incenso della nostra preghiera, e la mirra dei nostri sacrifici quotidiani. Ecco i doni che Gesù ricerca da noi. Potremo dire di non aver fatto passare invano questo Natale se saremo riusciti ad offrire tutto questo.
«Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima» (Mt 2,10). Anche noi, se ci faremo guidare da questa stella, proveremo una grandissima gioia, l'unica vera gioia. Come i Magi, anche noi troveremo Gesù «con Maria sua Madre» (Mt 2,11). Dove c'è Gesù vi è sempre la Madonna. Non possiamo dividere la Madre dal Figlio. È più facile – affermava un Santo – dividere la luce dal sole, che separare Gesù da Maria. La presenza della devozione mariana è la migliore garanzia di una fede viva in Gesù Salvatore del mondo.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 6 gennaio 2015)

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