BastaBugie n°135 del 09 aprile 2010

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1 UN FILM PESSIMO
Ecco perché non ci piace Lourdes di Jessica Hausner
Autore: Vittorio Messori - Fonte: Corriere della Sera
2 L'ATTENTATO DI MOSCA
Si stupisce solo chi aveva dimenticato che il problema della Cecenia non è stato risolto
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: Cesnur
3 DE MATTEI E ODIFREDDI A CONFRONTO SUL TRAMONTO DELLA FANTASIOSA IPOTESI DELL'EVOLUZIONISMO

Fonte: Corrispondenza Romana
4 ENTRA IN COMMERCIO LA RU486, LA PILLOLA DELLA MORTE
Contro le donne, contro i bambini, contro la medicina!
Autore: Carlo Bellieni - Fonte: Ilsussidiario.net
5 LA CRISTIANOFOBIA SU SCALA MONDIALE
Ecco il tragico quadro delle persecuzioni anticristiane nel mondo
Fonte: Corrispondenza Romana
6 PEDOFILIA 1 - A MORTE IL PRETE PEDOFILO CHE INVECE ERA INNOCENTE
La triste storia di don Giorgio Govoni ucciso dalla calunnia
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: Cesnur
7 PEDOFILIA 2 - ANGLICANI E PEDOFILIA
Quando si vuol togliere le pagliuzze e non ci si accorge delle travi (se i non cattolici iniziassero a leggere il vangelo...)
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: Cesnur
8 PEDOFILIA 3 - ANDIAMO ALLA RADICE DELLA QUESTIONE
Perché la battaglia contro i preti pedofili è una battaglia per eliminare il cristianesimo
Autore: Francesco Agnoli - Fonte: Il Foglio
9 OMELIA PER LA II DOMENICA TEMPO PASQUA - ANNO C - (Gv 20,19-31)

Autore: Padre Octavio Ortiz - Fonte: Sacerdos

1 - UN FILM PESSIMO
Ecco perché non ci piace Lourdes di Jessica Hausner
Autore: Vittorio Messori - Fonte: Corriere della Sera, 12 febbraio 2010

La prospettiva di Jessica Hausner nel suo Lourdes è dichiarata subito, sin dalla scena iniziale, coll’inquadratura dall’alto della sala da pranzo per i pellegrini. Nessuna finestra, ma una luce artificiale fioca, su un ambiente claustrofobico: nero il pavimento, nere le pareti cui sono appesi crocifissi neri, nere le gonne e i pantaloni del personale, neri i mantelli delle hospitalières con la croce di Malta, nere le divise dei Cavalieri dell’Ordine, neri i clergyman dei preti. A quei tavoli funerei prende posto,in silenzio, una turba da corte dei miracoli di nani, paralitici, cancerosi,  assistiti da volontari tanto formalmente educati quanto distratti o perplessi (“che ci faccio, qui?”), vivi solo nello scambio di sguardi tra ragazze col velo e giovanotti col basco.     Poca, pochissima luce in tutto il film, la cui cifra cromatica è il plumbeo: nuvole nere nel cielo persino nelle pochissime scene all’aperto. Anche la benedizione eucaristica del pomeriggio –l’appuntamento quotidiano più amato dai pellegrini, assieme alla processione notturna con le fiaccole– non è girata, come è nel vero, sulla grande,   luminosa  Esplanade che fronteggia i tre santuari sovrapposti. No, la Hausner ha scelto di ambientarla nell’enorme chiesa sotterranea, dove non penetra alcuna luce. Poca luce pure per la lugubre festicciola finale. E buia, ovviamente, la scena topica della guarigione –miracolosa o casuale che sia– della tetraplegica venuta a Lourdes non per fede, ma per sfuggire dalla casa dove il male la imprigiona.
Crediamo abbia visto bene la UAAR, “Unione degli atei e degli agnostici razionalisti“ nell’attribuire a questo film il suo beffardo premio intitolato a Brian, dal nome di una dissacrante pellicola su Gesù. Dicono, questi atei organizzati, che l’opera della Hausner potrà aiutare a perdere la fede “chi non è ancora approdato a una visione disincantata e scettica“. Pure la Massoneria ha espresso il suo apprezzamento. Che dire, allora,   del premio attribuito dagli uomini di cinema cattolici, riuniti in un’associazione   riconosciuta ufficialmente dalla Santa Sede? Che dire della diocesi milanese che ha deciso di sponsorizzare quest’opera, diffondendola nelle parrocchie?
Verrebbe in mente quanto mi disse un Umberto Eco ironicamente deluso, quando analoghi premi cattolici (uno, addirittura dalla Loyola University, l’ateneo dei gesuiti americani) furono attribuiti al film tratto dal suo Il nome della rosa: “Io ho faticato per fare un libro radicalmente agnostico se non ateo, sperando di suscitare un dibattito infuocato. E invece no, ‘sti preti mi fregano ,  applaudendomi  e  riempiendomi  di premi. Quasi quasi ho nostalgia dei bei, vecchi tempi  della Santa Inquisizione. Quei tosti domenicani erano meno noiosi del frate e del sagrestano “ adulti“ che, entusiasti, acclamano il miscredente“.
Ma sì, sarebbe facile sorridere del masochismo clericale, cui peraltro siamo ormai rassegnati. Qui, però, occorre forse riconoscere delle attenuanti. In effetti, a una prima lettura il film della regista austriaca (la solita ex-cattolica: l’Occidente ne è ormai pieno) pare accattivante per i devoti. Non c’è nulla dell’anticlericalismo di un Emile Zola che si intrufolò, da anonimo, nel Pellegrinaggio Nazionale francese e ne trasse il suo fazioso  romanzo, dove tutto inizia, per lui, da “une pauvre idiote“, da una piccola isterica chiamata Bernadette. Nulla, qui, delle invettive delle Logge ottocentesche,  che chiedevano la chiusura manu militari  di Lourdes “per abuso della credulità pubblica“, nonché per “ragioni igieniche“. Il vecchio mangiapretismo  vociferante ha fatto posto, nella Hausner, a un ateismo radicale, ma politically correct. E una simile negazione della fede -durissima nei contenuti, ma molto soft nei modi- può avere depistato i clericali entusiasti. L’ateismo, peraltro onestamente    dichiarato nelle interviste, non sta tanto nella barzelletta del capo dei Cavalieri hospitaliers (la Madonna che vuole andare a Lourdes, perché non vi è mai stata), battuta un po’ blasfema che svela l’incredulità di quei volontari. Non sta tanto nei dubbi dei pellegrini, nel loro spiarsi invidiosi, ciascuno temendo che il vicino di stanza sia guarito e lui no. E non sta neppure in quei cappellani che, alle domande dei malati, replicano con slogan, quasi fossero distributori automatici di risposte apologetiche. No, l’ateismo radicale del film sta nell’annuncio che il cristianesimo è morto, perché proprio la cartina di tornasole di Lourdes rivela che sono morte le tre virtù teologali che lo sorreggevano: morta la Fede, morta la Speranza, morta anche la Carità, malgrado le apparenze di chi, come i volontari, sembra esercitarla. Ma per amore di sé, non dei bisognosi. Per sfuggire alla noia, per trovare un senso o un marito, più che per aiutare il prossimo.
Papa Giovanni definì Lourdes, che molto amava, “una finestra che si è spalancata all’improvviso, mostrandoci il Cielo“. La Hausner, quella finestra la chiude: da qui, la mancanza di luce, il senso di oppressione, la claustrofobia, il nero che segnano tutta la sua pellicola. Quel Cielo di Roncalli è ormai sbarrato, uccidendo la Speranza.
L’esplosione gioiosa dell’alba della Risurrezione è rimossa a favore di una routine devozionale grigia, noiosa, segretamente ipocrita. Ma è sul serio così? Chi ha esperienza vera di Lourdes sa (e non è retorica) che questo è il regno del dolore ma anche della gioia; della disperazione e della speranza; del dubbio e della fede; dell’egoismo di mercanti, osti, professionisti dell’assistenza e della generosità di infiniti anonimi. Un impasto contradditorio, certo, ma pieno di vita e plasmato, malgrado tutto, da una fede tenace, che non si arrende. Vi sono talvolta nubi, sui Pirenei. Ma, ancor più spesso, vi splende un sole caldo. La Hausner ha le sue ragioni, cui va il nostro rispetto. Ma, attorno alla Grotta –quella vera, non quella della ex allieva delle suore che ha perso la fede- c’è un braciere che continua ad ardere, simboleggiato dalle mille candele accese giorno e notte, da 150 anni. Non c’è il cero ormai spento, o solo fumigante, che vorrebbe questo film, tanto eccellente nella tecnica quanto unilaterale nei contenuti.

Fonte: Corriere della Sera, 12 febbraio 2010

2 - L'ATTENTATO DI MOSCA
Si stupisce solo chi aveva dimenticato che il problema della Cecenia non è stato risolto
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: Cesnur, 29 marzo 2010

L’attentato di Mosca ricorda a un’opinione pubblica che lo aveva dimenticato che il problema della Cecenia non è stato “risolto”. La Russia controlla militarmente il territorio, ma in assenza di soluzioni politiche il fuoco cova sotto le ceneri alimentato da Al Qaida che, a sua volta, non ha affatto cessato di operare nel Caucaso. La strage della metropolitana ripropone anche la domanda generale sul terrorismo suicida: come è possibile che qualcuno davvero – secondo lo slogan di Osama bin Laden – «ami la morte come voi Occidentali amate la vita»? Si dice che questo terrorismo nasce dalla miseria economica: ma non è vero. Per quanto riguarda Hamas, la maggioranza dei terroristi coinvolti negli attentati suicidi appartiene alla buona borghesia dei Territori, e alcuni fanno parte della élite economica locale. Lo stesso discorso vale per Al Qaida e per l’11 settembre, i cui principali protagonisti avevano ricevuto un’educazione universitaria. Alcuni avevano perfino studiato in Occidente.
Per la Cecenia – dove la maggior parte degli attentati suicidi, compresi quelli di ieri a Mosca, è compiuta da donne –, una certa propaganda russa diffonde lo stereotipo di contadine manipolate, drogate o perfino violentate di fronte a una macchina da presa per eliminarle dal mercato matrimoniale di una società patriarcale e lasciare loro la sola alternativa del suicidio terroristico. Questa «spiegazione» appare lontana da tutto quanto si sa del terrorismo suicida in genere, e non corrisponde alle poche biografie di «martiri» cecene note. Lo stereotipo della contadina manipolata non è certamente applicabile a Zarina Alikhanova (1976-2003), il modello e il mito cui le terroriste di oggi s’ispirano e la protagonista dell’attentato del 12 maggio 2003 a Znamenskoye, uno dei più sanguinosi (sessanta morti). Nata in Kazakhistan da padre ceceno, funzionario del ministero degli Interni, e madre dell’Inguscezia, proprietaria di magazzini commerciali, Zarina è una studentessa modello in una elitaria scuola tedesca. La sua passione è il balletto, e una rapida carriera al Teatro dell’Opera di Alma Ata culmina nell’interpretazione in una produzione del Romeo e Giulietta di Sergey Prokofiev.
Tramite parenti di Grozny, entra in contatto con la guerriglia cecena, ne sposa un dirigente e – dopo la morte del marito nel 1999 – passa, con altre «vedove nere», al terrorismo. Zarina Alikhanova assomiglia molto agli esponenti della borghesia palestinese o araba che troviamo in Hamas o in Al Qaida, e molto poco allo stereotipo della contadina disperata. L’idea secondo cui le cause del terrorismo suicida sono prevalentemente economiche è semplicemente un’ulteriore manifestazione – smentita però dai fatti – del vecchio pregiudizio di origine marxista secondo cui i fenomeni che si presentano come religiosi non sono «veramente» tali, ma devono per forza avere cause di tutt’altra natura. Non è così. Gli attentati di Mosca non sono frutto dell’economia ma dell’ideologia. Di una dottrina di morte che forse non è più di moda denunciare in Occidente, ma che continua a essere predicata nelle moschee ultra-fondamentaliste del mondo intero, Italia compresa. E che continua a uccidere.

Fonte: Cesnur, 29 marzo 2010

3 - DE MATTEI E ODIFREDDI A CONFRONTO SUL TRAMONTO DELLA FANTASIOSA IPOTESI DELL'EVOLUZIONISMO

Fonte Corrispondenza Romana, 26/12/2009

Come teoria scientifica l’evoluzionismo ha iniziato la sua parabola discendente, tuttavia sono ancora pochi i suoi sostenitori disponibili al confronto pubblico. Lo scorso 21 novembre a Chiasso (TO), a seguito della pubblicazione dell’antologia Evoluzionismo: il tramonto di un’ipotesi (Cantagalli, 2009), curata e introdotta dal vicepresidente del Consiglio Nazionale per le Ricerche, Roberto de Mattei, ha avuto luogo il primo vero dibattito sul tema: al professor de Mattei si è contrapposto il matematico Piergiorgio Odifreddi, seminarista in gioventù ed oggi presidente onorario dell’UAAR (Unione Atei Agnostici Razionalisti), noto per i suoi pamphlet di schietta impostazione laicista ed anticattolica. Il filmato della conferenza, moderata dal giornalista del “Corriere della Sera”, Armando Torno, è stato proiettato per il pubblico romano, lo scorso 20 dicembre, presso la sede della Fondazione Lepanto a Roma.
Il professor de Mattei ha esordito, argomentando le proprie posizioni antievoluzioniste su quattro punti essenziali: 1) l’evoluzionismo darwiniano è parente stretto del materialismo dialettico di matrice marxista; 2) l’evoluzionismo è privo di alcuna connotazione scientifica, basandosi esso su una teoria filosofica, la quale pretende, a sua volta, di appoggiarsi ad un nucleo scientifico che non c’è; 3) l’evoluzionismo afferma l’inesistenza di un’anima spirituale e di un’intelligenza creatrice, quindi asserisce che «il più venga dal meno, quando, in realtà, non può esistere una causa superiore al proprio oggetto»; 4) Darwin non disponeva delle attuali conoscenze in fatto di genetica e di DNA, le quali forniscono un sostegno alla teoria della “permanenza della specie”, che va palesemente contro la tesi darwiniana dell’evoluzione da una specie all’altra.
Da parte sua, il professor Odifreddi – pur dichiarandosi marxista – ha contestato l’identificazione del marxismo con il darwinismo, in quanto «nella stessa URSS sono vissuti scienziati antievoluzionisti come Lisenko, mentre nel blocco occidentale le teorie darwiniane sono sempre state accettate». Odifreddi ha inoltre rifiutato l’etichetta di relativista: «Sul piano scientifico – ha affermato il matematico – io sono un ‘assolutista’ nel senso in cui, a differenza di ‘falsificazionisti’ come Popper e Kuhn, ritengo che il progresso scientifico proceda per approssimazioni successive. Copernico, ad esempio, non ha smentito Tolomeo, ma ha soltanto trovato un sistema nuovo per spiegare la stessa teoria. A distanza di secoli, poi, Einstein ha solo raffinato le loro teorie». Parlando di evoluzionismo ed origine dell’universo, Odifreddi ha però dovuto ammettere che «non esiste una teoria condivisa che spieghi il passaggio dalla materia inorganica a quella organica».
Odifreddi ha inoltre ammesso che l’universo sia effettivamente regolato da “leggi di natura” pretendendo, tuttavia, di negare l’esistenza di un “legislatore”. De Mattei, dal canto suo, ha ricordato che «la negazione di un Dio creatore, trasferisce il potere della creazione e della trasformazione alla materia, quindi attribuisce un potere di creazione... alla creatura. Se adesso ci troviamo qui, lo dobbiamo ad una causa precedente, ovvero a Dio che ci ha tratto dal nulla».
A conclusione del dibattito, il vicepresidente del CNR ha quindi puntualizzato il vero nocciolo del problema, scaturito dalle teorie odifreddiane: «La scienza diventa scientismo quando pretende di discettare sull’esistenza di Dio, oggetto della filosofia e della metafisica». (...)

Fonte: Corrispondenza Romana, 26/12/2009

4 - ENTRA IN COMMERCIO LA RU486, LA PILLOLA DELLA MORTE
Contro le donne, contro i bambini, contro la medicina!
Autore: Carlo Bellieni - Fonte: Ilsussidiario.net, 1° aprile 2010

Entra in commercio la pillola abortiva e non si vede cosa ci guadagnino le donne da un sistema che risulta più doloroso e che continua ad andare nella via della privatizzazione di una scelta tragica: l´aborto. E´ come se, novità dopo novità, discutessimo sempre sui dettagli, ma ci scordassimo dei protagonisti, di quello che passano e di quelli che sono i loro diritti. Certo che il dettaglio conta: "non un aborto banalizzato, ma un aborto vissuto in tutta la sua crudezza", commenta la ginecologa Alessandra Kusterman (La carne e il cuore: storie di donne, a cura di C Bellieni. Cantagalli 2010) e le fa eco la psichiatra Claudia Ravaldi: "Continuiamo a cercare soluzioni veloci, mirate a correggere l´incidente di percorso. E trascuriamo la persona, la sua vita precedente, ciò che da questo atto giungerà come conseguenza psichica" (ibidem). Già: il dettaglio conta, ma domandatevi una buona volta cosa è un aborto, perché l´aborto è il grande censurato di questa storia. Paradosso? Proprio no: si parla di legge, metodi, ospedalizzazione, obiezioni, ma nessuno parla più (ma se ne è mai parlato?) dell´aborto, di come termina la vita del concepito e stravolge quella della madre. E davvero l´interesse della donna è allora trovare un sistema per farlo in modo più solitario? O magari le donne vorrebbero ben altro? Si impiegano risorse per far campare gli anzianotti fino a 120 anni, e ci sono donne che sono afferrate alla gola dalla tragedia della povertà. Si liberalizza la droga da sballo per vivere isolati dal mondo e ci sono migliaia di ragazze che vivono gravidanze nella solitudine e nell´abbandono. Si spendono miliardi per non farsi sfuggire nemmeno un bambino down all´analisi prenatale, e ci sono centinaia di genitori che non trovano soldi per curare i loro amati bambini colpiti da sindrome down così come da altre terribili malattie. Allora, il bisogno primo della gente è come eliminare meglio il bambino concepito o come trovare un clima culturale per abbracciarlo e trovare i soldi?! Chiedetelo a tutte le mamme che hanno abortito. Chiedetelo a tutte le ragazzine se il loro desiderio è fare figli o trovare il modo di non farli nascere. Perché non farli nascere è una scorciatoia, e come tutte le scorciatoie appare una via percorribile come l´altra, sennonché è facile che ci siano buche e sterpi. Ma è davvero una libera scelta abortire? O è imposto dal clima del figlio unico culturale (più feroce di quello del figlio unico di stato cinese), dall´obbligo di procreare dopo i 30 e di farne uno solo, dall´obbligo sociale - e che obbligo!- di farlo perfetto perché altro non è permesso: se nasce "diverso" tutti ti guardano e ti domandano di soppiatto "Ma non lo sapeva prima?" "Ma non ha fatto la diagnosi prenatale?". E´ davvero una scelta abortire, quando vengono abortiti quasi tutti non solo i bimbi con ritardo ma anche quelli che hanno anomalie genetiche che non danno gravi alterazioni, come la sindrome di Turner o di Klinefelter, nomi strani ,ma che significano bassa statura nel primo caso e eccessiva altezza con talora (non sempre) un po´ più di insuccesso scolastico nel secondo? E quanto è una scelta delle future nonne, piuttosto che quella delle future mamme che invece il figlio lo vorrebbero contro il parere dei genitori (basta vedere il boom di gravidanze e nascite adolescenziali all´estero)? Domande, domande: domande da non far crollare sotto la sfera delle procedure. La pillola abortiva non ci piace, soprattutto perché sposta ancora una volta il dibattito dal dolore e dai diritti dei protagonisti, e risulta un nuovo alibi per non discutere su come aiutare le donne. Le ragazze invece vorrebbero essere davvero libere di far famiglia e figli e sono pronte a premiare chi apre loro questa prospettiva e a punire, col libero voto, chi invece sa solo offrire nuove "procedure".

Fonte: Ilsussidiario.net, 1° aprile 2010

5 - LA CRISTIANOFOBIA SU SCALA MONDIALE
Ecco il tragico quadro delle persecuzioni anticristiane nel mondo
Fonte Corrispondenza Romana, 27/3/2010

I primi mesi del 2010 hanno aggiunto nuovi tasselli al tragico quadro delle persecuzioni anticristiane nel mondo. In Iraq, i cristiani ancora rimasti nel Paese (ben 500.000 sono quelli che lo hanno finora lasciato), vivono nel terrore, soprattutto nell’area di Mossul, dove subiscono sequestri e omicidi; in India, nelle città di Batala e Jalandar gli induisti hanno attaccato le chiese, le abitazioni e i negozi dei cristiani; in Pakistan, a Lahore, una ragazza cattolica di dodici anni è stata torturata, violentata e uccisa dal suo datore di lavoro, un noto avvocato musulmano; in Laos i cristiani sono arrestati e i loro beni confiscati, sotto l’imputazione di minacciare con la loro fede il governo comunista del Paese; in Nigeria, le comunità cristiane sono aggredite manu militari da gruppi musulmani che ne saccheggiano i beni e ne devastano le chiese.
Queste persecuzioni non sono gesti isolati, ma il frutto di una vera e propria campagna di “cristianofobia” che si allarga in maniera preoccupante, nel silenzio della comunità internazionale. Per rendersi conto dell’ampiezza del fenomeno è utile leggere i due libri-inchiesta recentemente pubblicati di Thomas Grimaux (Il libro nero delle nuove persecuzioni anti-cristiane, Fede e Cultura, Verona 2009, pp. 170) e René Guitton (Cristianofobia. La nuova persecuzione, Lindau, Torino 2010, pp. 316).
Entrambi gli autori sono francesi, scrittori e giornalisti di successo. I loro volumi sono basati su fonti di prima mano, ma anche sulla loro esperienza diretta di viaggiatori nei Paesi di persecuzione, tra Oriente e Occidente. Essi si rivolgono non solo ai cattolici, ma a tutti i “laici” che abbiano a cuore i “diritti dell’uomo” e la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Il libro di Guitton ci offre un quadro raccapricciante che dai Paesi del Maghreb (Tunisia, Libia, Marocco, Algeria, Mauritania) si estende alla Terra Santa, e di qui all’Egitto, alla Siria, alla Turchia, all’Iraq e all’Iran, fino al lontano Oriente: India, Pakistan, Sri Lanka, Corea del Nord, Vietnam, Cina e Indonesia.
Le scene si ripetono ovunque: profanazione di chiese e di cimiteri, stupri e violenze di ogni tipo, crocifissioni, roghi di persone vive, decapitazioni a colpi di accetta o di machete, ma anche intimidazioni, scherni, discriminazioni legali. «I cristiani del Maghreb, dell’Africa sub sahariana, del Medio e dell’Estremo Oriente – scrive Guitton – sono perseguitati, muoiono o scompaiono in una lenta emorragia, vittime del crescente anticristianesimo».
Se il libro di Guitton ha un filo conduttore geografico, quello di Grimaux si propone di risalire alle origini del fenomeno, individuandole nel fanatismo islamico, induista, buddista e comunista. L’Islam, per la sua portata planetaria, il numero e il grado delle violenze, la radicalità degli obiettivi e l’ampiezza dei mezzi utilizzati, costituisce la radice principale delle nuove persecuzioni. Ma anche induismo e buddismo, che ci vengono spesso presentati come pacifiche religioni da cartoline turistiche, sono mosse da un’avversione feroce verso il Cristianesimo. La realtà vissuta dai cristiani in India, Sri Lanka, Nepal, Mongolia, e Myanmar (ex Birmania) prova che il fondamentalismo induista e buddista si propone di estirpare il cristianesimo da quelle terre, attraverso i mezzi della discriminazione politica e sociale e della violenza.
Né va dimenticato il comunismo, che imperversa in Cina, a Cuba, nel Vietnam, in Corea del Nord, che va riprendendo vigore in America Latina e che, dalla Spagna di Zapatero alla Russia di Putin, non è scomparso dall’Europa. La lotta religiosa ha costituito, e rimane, la sua essenza. Il genocidio dei cristiani, cioè la volontà di uccidere i cristiani in quanto tali, a motivo della loro religione, è una realtà del presente. Il Rapporto 2009 pubblicato ogni anno dall’Associazione Aiuto alla Chiesa che soffre conferma che il 75 per cento delle persecuzioni religiose in atto nel mondo colpisce le comunità dei cristiani. Un libro a parte meriterebbe la cristianofobia in Europa, che si esprime attraverso la proclamazione dei cosiddetti “nuovi diritti”, a cominciare da quello all’omosessualità, ma anche attraverso le interdizioni delle istituzioni europee e le offese e gli scherni espressi nei confronti del Cristianesimo da libri, film, canzoni, pubblicità, siti internet.
La sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, del 3 novembre 2009, che pretende di interdire all’Italia l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, segna l’avvio di un “salto di qualità” nella persecuzione giudiziaria. Mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk dei Caldei, ricordando la difficile situazione in cui versano le comunità cristiane mediorientali, ha ribadito però la volontà di non arrendersi. «Noi dobbiamo restare e portare la croce, essere testimoni, anche con il sangue di chi è stato ucciso» (“L’Osservatore Romano”, 24 febbraio 2010).
La partecipazione al Sacrificio di Cristo deve caratterizzare la vita di ogni cristiano. E ogni cristiano sa di dover seguire Cristo percorrendo la strada della Croce. Gesù nel Vangelo parla delle insidie, delle macchinazioni, delle uccisioni da parte di coloro che avendo perseguitato il Maestro perseguitano anche i discepoli (Mt 10, 16-24) e raccomanda la costanza nelle tribolazioni, nelle calunnie, nei processi ingiusti, nella morte (Lc 21, 12-19).
Infatti, dice san Paolo, «tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati» (II Tim 3, 12). Ingiurie, calunnie, percosse, vessazioni di ogni genere, fino alla morte, non devono fermare l’apostolo, ma anzi rendere più forte la sua voce. La lotta tra i testimoni della fede e i persecutori si è sempre conclusa con la sconfitta di questi ultimi. I persecutori possono uccidere il corpo, ma non possono soffocare la voce della verità, che echeggia nei secoli. «Dio non muore!» gridava il presidente dell’Ecuador Garcia Moreno, pugnalato a morte da un massone sulla soglia della cattedrale di Quito. Ciò che è drammatica, più ancora della persecuzione in atto, è l’indifferenza dell’Occidente e dello stesso mondo cattolico. I cristiani perseguitati chiedono una mobilitazione internazionale, per spingere i governi dei diversi Paesi a intervenire, ma senza successo. Questo scandalo deve cessare. Davanti alla voce del sangue che grida dalla terra al Signore, non possiamo voltare la testa e rispondere: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4, 9).
Il Cristianesimo non è una religione individuale, ma un unico Corpo Mistico, pervaso da una solidarietà sociale, in cui ognuno partecipa i beni spirituali degli altri. Ogni membro di questo Corpo Mistico offre le sue azioni per lo sviluppo e il perfezionamento dell’intero organismo. Se una solidarietà naturale, fondata sulla comune origine della natura umana, ci lega a tutti i nostri simili, una solidarietà soprannaturale ci vincola a tutti i fratelli nella fede. San Giustino presenta i martiri come tralci di una vite che vengono potati perché la vite possa produrre frutti più abbondanti: «Mentre infatti siamo colpiti con le spade, mentre siamo crocifissi, mentre siamo gettati alle belve, in carcere, nelle fiamme, mentre siamo esposti a tutti gli altri tormenti, non ci allontaniamo, come è evidente, dalla professione della fede. Ma quanto più ci sono inflitti tali tormenti, tanto più altri diventano fedeli e pii nel nome di Gesù. Come una vite, se qualcuno pota quelle parti che producono frutti, ne riceve tale vantaggio che nuovamente emette altri tralci fiorenti e fruttiferi, così avviene con noi» (Dialogo con Trifone, 110). Il sangue dei martiri è seme di cristiani, non solo nel numero, ma soprattutto nella purezza e nell’integrità della fede che viene difesa. È anche grazie a loro che la Chiesa continua la sua missione nella storia, superando ogni crisi e difficoltà.

Fonte: Corrispondenza Romana, 27/3/2010

6 - PEDOFILIA 1 - A MORTE IL PRETE PEDOFILO CHE INVECE ERA INNOCENTE
La triste storia di don Giorgio Govoni ucciso dalla calunnia
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: Cesnur

I preti pedofili esistono. Come ha ricordato il Papa, sono "una vergogna" per la Chiesa e nei loro confronti non è giustificata nessuna tolleranza. Ma vi è anche un'altra categoria che non dev'essere dimenticata in questo lungo venerdì santo della Chiesa: quella dei preti accusati ingiustamente. Dal tentativo nazista di screditare la resistenza della Chiesa tedesca al regime moltiplicando le accuse di pedofilia – quasi tutte false – agli studi legali miliardari americani che sparano accuse talora davvero insensate al solo scopo di spillare quattrini alla Chiesa, c'è una storia parallela di calunnie che, per i sacerdoti che le subiscono, costituiscono un vero martirio.
Ricorre quest'anno il decimo anniversario di una vicenda dolorosissima che ha coinvolto un sacerdote italiano, don Giorgio Govoni (1941-2000). Questo parroco della Bassa Modenese – un parroco esemplare, amatissimo dai suoi parrocchiani – è accusato nel 2007 da un'assistente sociale, che afferma di avere intervistato tredici bambini, di guidare un gruppo di «satanisti pedofili» che praticherebbero riti satanici in diversi cimiteri tra Mirandola e Finale Emilia, violentando e talora uccidendo bambini (di cui peraltro non si sono mai trovati i corpi). Rinviato a giudizio, è ritenuto colpevole dal pubblico ministero che chiede per lui quattordici anni di carcere. La Curia di Modena si schiera fin dall'inizio con lui e ne sostiene la difesa, facendo appello anche a chi scrive, il quale crede di avere dimostrato in una perizia di parte il carattere assolutamente inverosimile delle accuse. Ma, dopo l'arringa del pubblico ministero, don Giorgio muore stroncato da un infarto nell'ufficio del suo avvocato il 19 maggio 2000.
La morte del sacerdote estingue le accuse contro don Giorgio, ma la sentenza nei confronti dei coimputati mostra che i giudici del Tribunale di Modena credono nonostante tutto agli accusatori. La situazione però si rovescia in sede di appello, interposto anche dai difensori del sacerdote defunto per riabilitarlo almeno post mortem. L'11 luglio 2001 la Corte d'Appello di Bologna dichiara che nella Bassa Modenese non è mai esistito un gruppo di «satanisti pedofili» e che don Giorgio è stato ingiustamente calunniato sulla base di fantasie indotte in bambini molto piccoli da un'assistente sociale che ha letto una certa letteratura su casi americani. Nel 2002 la sentenza di appello è confermata dalla Corte di Cassazione, con soddisfazione delle autorità ecclesiastiche e dei parrocchiani che hanno sempre visto in don Giorgio un eccellente sacerdote travolto da accuse inventate.
Ogni anno i suoi parrocchiani, spesso con la presenza del vescovo di Modena, si riuniscono sulla tomba di don Giorgio. Io, che l'ho conosciuto personalmente, sono rimasto sia edificato dalla sua testimonianza di sacerdote e di uomo d'intensa preghiera, sia spaventato dalla facilità con cui chiunque – magari per essersi scontrato con un'assistente sociale sulla gestione di alcune famiglie in difficoltà – può essere umanamente e moralmente distrutto da accuse infamanti immediatamente riprese dai media prima di ogni verifica. Ricordare a dieci anni dalla morte don Giorgio Govoni non assolve certamente nessun sacerdote davvero colpevole di abusi. Ma ci ricorda che esistono pure i fabbricanti di calunnie. Anche nei loro confronti è giusta la tolleranza zero.

Fonte: Cesnur

7 - PEDOFILIA 2 - ANGLICANI E PEDOFILIA
Quando si vuol togliere le pagliuzze e non ci si accorge delle travi (se i non cattolici iniziassero a leggere il vangelo...)
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: Cesnur, 4 aprile 2010

Quattrocento bambini molestati, un’intera zona infestata da ministri di culto pedofili che i superiori per quarant’anni si limitano a trasferire da una parrocchia all’altra, ostacolando in ogni modo le indagini della polizia. Una commissione d’inchiesta, condanne, scuse pubbliche che secondo le vittime non possono bastare, un vescovo che si dimette. L’ennesimo episodio di pedofilia nella Chiesa Cattolica? Niente affatto: si tratta dello scandalo dei pastori pedofili nella Chiesa Anglicana dell’Australia del Nord, scoperto nel 2003. La Comunione Anglicana fin dagli anni 1980 è stata devastata da alcuni dei più clamorosi scandali di abusi di minori e di pedofilia dell’intero mondo anglosassone. Nel giorno di venerdì santo del 2002 William Persell, vescovo di Chicago della Chiesa Episcopaliana – la branca statunitense della Comunione Anglicana – dichiarava in un sermone: “Saremmo ingenui e disonesti se dicessimo che quello della pedofilia è un problema della Chiesa Cattolica e non ha nulla a che fare con noi anglicani perché abbiamo preti sposati e donne prete. Non è così”.
Per questo i commenti dell’arcivescovo di Canterbury e responsabile mondiale della Comunione Anglicana, Rowan Williams, che il 3 aprile ha scatenato un attacco senza precedenti contro la Chiesa Cattolica, unendo la sua voce all’assalto di una lobby internazionale contro Benedetto XVI, sono apparsi a molti specialisti di abusi compiuti da religiosi come un pesce d’aprile di cattivo gusto e in ritardo di due giorni. Ma come? Il capo di una comunità dove gli abusi sono iniziati addirittura nel XIX secolo e continuano ampiamente ancora oggi si permette di attaccare il Papa? Non conosce forse la pagina del Vangelo sulla pagliuzza e sulla trave?
Statisticamente, Williams – che contrappone i protestanti ai cattolici – non potrebbe avere più torto. Secondo il sociologo Philip Jenkins, uno dei maggiori studiosi mondiali della questione degli abusi pedofili, il tasso di sacerdoti condannati per abusi su minori a seconda delle aree geografiche varia dallo 0,2 all’1,7% del totale, mentre per i ministri protestanti va dal 2 al 3%. Un rapporto del 2002 di un’agenzia protestante americana, Christian Ministry Resources, concludeva che “i cattolici ricevono tutta l’attenzione nei media, ma il problema è maggiore nelle Chiese protestanti” dove le accuse (certo da non confondersi con le condanne) negli Stati Uniti erano arrivate al bel numero di settanta alla settimana. Nella sole congregazioni della Comunione Anglicana i siti specializzati riportano centinaia di casi.
Questo dimostra, fra l’altro, che il celibato non c’entra: la maggior parte dei pastori protestanti in genere e anglicani in specie è sposata. Nel 2002 in Australia il pastore anglicano Robert Ellmore, sposato, fu condannato per avere abusato di numerosi bambini, fra cui la sua nipotina di cinque anni. Un pastore episcopaliano di Tucson, in Arizona, Stephen P. Apthorp, nel 1992 era stato condannato per avere violentato 830 volte la figliastra, inducendola a tentare il suicidio, a partire da quando aveva dieci anni. In Australia nel 1995 la Chiesa Anglicana aveva deciso di occuparsi del problema costituendo un “Comitato della Chiesa sugli abusi sessuali”. Uno dei membri più noti del comitato era il canonico anglicano Ross Leslie McAuley. Quando lo nominarono, i vertici della Chiesa Anglicana sapevano già che era sotto inchiesta per diversi casi di abusi omosessuali. Più tardi sarebbe stato descritto dai suoi stessi superiori come “un predatore sessuale”. Il 12 marzo 2009 in Australia un ex responsabile della Church of England Boys Society è stato condannato a diciotto anni di carcere per una lunga catena di abusi sui bambini. E le condanne continuano.
Sarebbe sbagliato qualunque atteggiamento del tipo “mal comune, mezzo gaudio”, né certamente la Chiesa Cattolica intende assumerlo. Al contrario, il Papa è impegnato a denunciare – come ha scritto nella “Lettera ai cattolici dell’Irlanda” – “la vergogna e il disonore” dei preti pedofili. Ma il capo anglicano Rowan Williams – che mantiene aperto il sacerdozio e l’episcopato agli omosessuali e ha auspicato l’introduzione in Gran Bretagna della legge islamica, la shari’a, per i musulmani – dovrebbe smetterla con il patetico tentativo di usare la questione della pedofilia per frenare la massiccia emorragia di anglicani che tornano alla Chiesa di Roma disgustati dalla sua gestione, lasciare al Papa il suo lavoro e occuparsi semmai di fare pulizia in casa sua.

Fonte: Cesnur, 4 aprile 2010

8 - PEDOFILIA 3 - ANDIAMO ALLA RADICE DELLA QUESTIONE
Perché la battaglia contro i preti pedofili è una battaglia per eliminare il cristianesimo
Autore: Francesco Agnoli - Fonte: Il Foglio, 25 marzo 2010

Ogni due o tre mesi mi scrive un amico, missionario in Africa, don Giuseppe Ceriani. Per parlarmi della chiesa di là, delle sue tribolazioni, delle sue attività, delle sue lotte. L’ultima sua lettera è datata Quaresima-Pasqua 2010. Leggendola non sembra che laggiù siano filtrate le notizie che occupano la stampa europea in questi giorni, con soverchia e sospetta abbondanza. Forse in Africa non si sa nulla della battaglia che il vecchio continente ha ingaggiato da tempo con la sua storia e le sue radici. Una battaglia che è sempre più grottesca, perché vede gli araldi del nichilismo, soprattutto quello sinistro, combattere una santa crociata contro i preti pedofili. Non, si badi bene, per sbarazzarsi di loro, come è giusto, ma per sbarazzarsi, tout court, del cristianesimo, e magari, relativisticamente, anche dell’idea di bene e male.
L’Europa che apostata ogni giorno, deve farlo trovando nobili giustificazioni, dandosi un tono. L’Europa che massacra i suoi figli nell’utero materno, a milioni; che distrugge i bambini già nati combattendo ogni giorno la famiglia (quintuplicati i divorzi, nella mia regione, in trent’anni); l’Europa che sperimenta sugli embrioni, che commercia ovuli e spermatozoi come fossero caramelle, che tenta di clonare l’uomo massacrando centinaia di esseri umani allo stato iniziale, che ingravida le donne single e le coppie omosessuali, negando ai figli che nasceranno il padre o la madre... L’Europa, l’occidente, che permettono le mamme-nonne, che fanno nascere figli già orfani con la fecondazione post mortem, che congelano gli embrioni sotto azoto liquido e che infangano la vita di milioni di ragazzi col sesso precoce, la pornografia, lo scandalo continuo; l’occidente “no child”, che predica la “crescita zero” per non inquinare; che “aiuta” i paesi poveri coi preservativi e l’aborto; che vede crescere ogni giorno il ricorso alla sterilizzazione, gli alberghi e i luoghi di villeggiatura dove sono verboten i bambini; l’Europa che apre all’eutanasia dei fanciulli malati e che anestetizza e lobotomizza i suoi figli con la Tv, il tempo pieno, la realtà virtuale, svariati impegni extrafamiliari e mille altri sotterfugi per non avere impicci...
Ebbene questa Europa nemica dei bambini, bambino-fobica, handi-fobica, famiglio-fobica, finge di battersi in difesa dei più piccoli, se questa battaglia può servire a infangare la chiesa nel suo complesso, come istituzione, come storia, come tutto. Finge di farlo, e con grande e prolungato clamore, salvo poi tacere sui milioni di europei (di cui circa centomila italiani) che praticano turismo sessuale a danno di bambini asiatici, latini o africani; sui quarantuno mila casi di violenze sui minori che vengono registrati ogni anno in Italia secondo una ricerca presentata allo Iulm di Milano nel 2007; sul boom di pedopornografia che invade la rete ogni giorno di più, senza quasi nessuno che la ostacoli.
Don Giuseppe, dicevo, non sembra sapere nulla. Si limita a raccontarmi per lettera quello che fa là, a Nairobi, dove ha già preso, in passato, la malaria e una malattia che gli ha riempito le budella di trenta chili di una strana mucillagine, che però non ha infrollito la sua tempra di uomo di Dio. Cosa mi racconta, dunque, dal Kenya? “Caro Francesco, il Signore cammina con noi sulle strade di Ongata Rongai dove da alcuni mesi sta sorgendo un orfanotrofio per accogliere almeno cento bambini/e sotto i dieci anni. Molti di essi sono stati coinvolti nella tragica pandemia dell’Aids. In un’area accanto sorgerà anche un ospedaletto diurno, una specie di pronto soccorso per bambini. E sarà una grazia per questi poveri”. Qui, continua, la società è vessata da mali di ogni tipo, vecchi e nuovi: tribalismo, spiritismo, stregoneria e corruzione. Per questo a Lamet i fratelli delle Scuole cristiane assistono cento ragazzi/e “che vengono da varie etnie con esperienze di enorme indigenza e sofferenza”.
A Burgheri, invece, “sta sorgendo una scuola superiore per ragazze”, per quelle femmine che qui sono spesso trattate come oggetti e che invece i missionari vogliono nobilitare, insegnando loro un mestiere, a leggere e a scrivere. “L’area fu al centro di scontri tribali del 2008. Ora che la calma sembra tornata, abbiamo ripreso le costruzioni. A fine febbraio sono state costruite due aule”. La lettera continua e parla delle altre iniziative: scuole, ospedali, centri, soprattutto, per ragazzi, orfani, abbandonati, malati... di cui nessuno, spesso per povertà ma anche per superstizione, vuole prendersi cura. Mentre leggo penso: forse un domani anche gli africani, quando avranno la pancia piena, impiccheranno la chiesa ai peccati, pur gravissimi, di qualche suo figlio, e dimenticheranno tutti coloro che invece l’hanno amata e soccorsa anche a rischio della vita, perdendo, evangelicamente, la propria esistenza. Ma intanto non posso fare a meno di notare che quello che accade a Nairobi, avviene in tutta l’Africa. Non sono fedeli di Cristo, soprattutto, quelli che portano lì aiuti, medicine, civiltà, speranza, mentre i figli di Mammona, che vengono spesso dalla stessa Europa, cercano l’oro e gli affari?
Non è stato così anche per l’Europa, un tempo? Chi ha costruito le ruote degli esposti, gli ospedali, le scuole per i bambini, anche quelli poveri, nel Medioevo? Chi ha edificato moltissime delle nostre scuole professionali per salvare milioni di ragazzi, nell’Ottocento, dallo sfruttamento nelle industrie? Chi ha insegnato all’Europa il rispetto per i bambini? Chi ha imposto piano piano l’idea che le spose devono essere consenzienti, spostando gradatamente l’età del matrimonio un po’ “pedofilo” dell’antichità, sin dall’epoca di Costantino? Ricordiamo per un attimo cosa fu il mondo antico, precristiano. A Roma, a Sparta, ad Atene, presso tutti i popoli, i bambini malformati, handicappati, non voluti, venivano uccisi, fatti schiavi, venduti come cose. Non solo di fatto, ma anche in linea di diritto. Era normale. In tanti casi, presso i greci, presso i popoli nordici, presso i fenici, dei bambini venivano sacrificati alle divinità per chiederne il favore, come succede ancora oggi in Africa o in India (lo ha scritto Libero, 13/03/2010).
Il cristianesimo arrivò portando la nozione di sacralità della vita. Additando a tutti un Cristo bambino; predicando il rispetto dell’infanzia fino ad allora così poco considerata. Spiegando che Dio stesso si era fatto piccolo. Noi, scrivevano i primi cristiani, Giustino, Tertulliano e tanti altri, non uccidiamo i nostri figli e non li abbandoniamo lasciando che vengano sbranati dalle belve.
Così, dicono gli storici, il cristianesimo costruì i primi orfanotrofi, sostanzialmente sconosciuti sino ad allora. Così trovarono una casa gli abbandonati, i milioni di “Marcellino pane e vino” della nostra storia che ancora oggi portano nel cognome il ricordo di quella carità cristiana che li salvò: gli Esposito, i Diotallevi, i Fortuna, i Fortunato, i Proietti, i Casadei. Trovarono asilo prima negli orfanotrofi fondati dalle imperatrici e dalle matrone romane convertite, poi in strutture come quella dell’arciprete milanese Dateo, dove venivano accolti bastardi, orfani, handicappati, nel secolo VIII; poi, ancora, nelle case fondate dalle confraternite o negli ospedali, come quello fiorentino degli Innocenti, in cui ai bambini erano dedicati strutture, personale specifico e soldi per costruirsi, una volta cresciuti, il futuro.
Così recita l’Enciclopedia Treccani alla voce “orfanotrofio”: “Sorti fin dai primi tempi del cristianesimo attraverso la paternità adottiva, mantenuti dalle offerte dei fedeli e sorvegliati dai sacerdoti, gli orfanotrofi ebbero dai primi imperatori cristiani non pochi e notevoli privilegi”. Oggi magari ce ne dimentichiamo, perché da noi gli orfanatrofi sono sempre meno: ci si disfa del problema alla radice. Ma la predilezione cristiana per i più piccoli non è venuta meno: nell’Inghilterra laica e anglicana un terzo degli orfanotrofi odierni è gestito da ordini religiosi cattolici. In Africa, dove la poligamia, la povertà e le malattie colpiscono soprattutto i bambini, gli orfanotrofi sono numerosissimi e hanno nella quasi totalità dei casi un’origine religiosa.
Nella Cina non cristiana, dove l’infanticidio di massa, potenziato dal regime maoista, è sempre esistito, la piccolissima minoranza cattolica, come raccontava Tiziano Terzani su Repubblica il 20 giugno 1984, prima della rivoluzione comunista gestiva oltre duemila scuole, duecento ospedali e più di mille orfanotrofi. A rischio spesso dell’odio xenofobo cinese, esploso poi all’epoca di Mao, che chiuse tutto accusando le suore “di aver ucciso i bambini e la chiesa di essere sovversiva”. Ancora oggi missionari cristiani laici e religiosi giungono in Cina da tutto il mondo per raccogliere sulle strade bambini abbandonati e lasciati morire di fame. Un caro amico, Francesco, mi ha raccontato questa terribile realtà, dopo aver trascorso un’estate in Cina con alcuni sacerdoti lombardi ad aiutare il creatore di uno di questi istituti per l’infanzia abbandonata. Francesco ci è andato dopo che Giulia, sua sorella e mia alunna, era stata alcuni anni prima, con altri missionari, in Romania, a fare scuola e a dare un po’ di affetto ad alcuni dei migliaia e migliaia di orfani romeni abbandonati, costretti a vivere nelle fogne, spinti alla prostituzione minorile e alla delinquenza.
Chi li aiuta, gli orfani dell’est Europa? Hans Küng, Corrado Augias, Vito Mancuso o il patron di Repubblica? La rivista Left, che fa copertine in cui compare un prete e la scritta, grande, “Predofili”, quasi a suggerire una equivalenza tra sacerdozio e pedofilia? No, migliaia e migliaia di associazioni e gruppi sorti molto spesso dal volontariato cattolico (o protestante), legati alle parrocchie, che finanziano ospedali pediatrici, ospitano ogni anno in Europa i bambini di Cernobyl, diffondono la pratica dell’adozione a distanza... Come l’associazione di don Antonio Rossi, “Chiese dell’est”, che ha appena lanciato un programma di adozione a distanza di bambini russi e ucraini, spesso “liberati dagli orfanotrofi statali (alle volte autentici lager)”.
Alcuni anni fa, nel 2002, il patriarcato ortodosso di Mosca fece un documento in cui registrava allarmato che la minoranza cattolica si prende cura di troppi bambini e adolescenti, “soprattutto negli ospedali, nelle scuole secondarie e negli orfanotrofi”. “Sotto il pretesto delle cure degli orfani, recitava il documento, e dei bambini senza casa i cattolici (soprattutto rappresentanti di ordini religiosi femminili) coltivano una nuova generazione di cattolici adulti”.
Cosa accade, invece, in India, paese in cui la vita dei bambini, specie quella delle femmine, non vale gran che? In cui gli infanti vengono uccisi a milioni e la prostituzione infantile, secondo la “Storia dell’infanzia” della Laterza (vol. I, p. IX), riguarda circa quattrocentomila soggetti? E’ dall’opera di madre Teresa che sono nati orfanotrofi, asili, lebbrosari, case di accoglienza per anziani, ragazze madri, moribondi. In un crescendo di opere stupende che si sono diffuse poi in tanti altri paesi del mondo, talora nonostante l’opposizione dei governi. Opere che qualcuno fa presto a dimenticare, accecato dall’odio ideologico. Ma forse, se mandassi queste mie brevi e indignate considerazioni a don Giuseppe, mi risponderebbe: “Sì, caro Francesco, ma la barca di Pietro, oggi, è nella tempesta, anche per causa di tanti suoi uomini indegni, non solo pedofili, ma anche politicanti, mondani, pavidi, tiepidi... Forse Dio si servirà delle critiche e dell’odio strumentale di tanti ipocriti, per rimettere la sua barca, santa, sulla giusta rotta. Forse farà capire a tanti vescovi che devono tornare a fare i pastori, anzitutto dei loro sacerdoti: meno chiacchiere, meno convegni, meno interviste ai giornali sui fatti di cronaca... Più preghiera, più attenzione nei seminari, più spirito soprannaturale”.

Fonte: Il Foglio, 25 marzo 2010

9 - OMELIA PER LA II DOMENICA TEMPO PASQUA - ANNO C - (Gv 20,19-31)

Autore: Padre Octavio Ortiz - Fonte: Sacerdos, (omelia per l'11 aprile 2010)

In questa seconda domenica di Pasqua si celebra il giorno della divina misericordia. Il 30 aprile del 2000, Giovanni Paolo II ha canonizzato Suor Faustina Kowalska, testimone e messaggera dell´amore misericordioso del Signore, e istituì questa nuova festa che tanto opportunamente si inserisce nel ritmo liturgico e risponde alle necessità più vive degli uomini del terzo millennio. L´elevazione agli onori degli altari di questa umile religiosa, figlia della Polonia, ha rappresentato un dono per tutta l´umanità. ´Il messaggio, infatti, di cui ella è stata portatrice costituisce la risposta adeguata e incisiva che Dio ha voluto offrire alle domande e alle attese degli uomini di questo nostro tempo, segnato da immani tragedie. A Suor Faustina Gesù ebbe a dire un giorno: "L´umanità non troverà pace, finché non si rivolgerà con fiducia alla divina misericordia" (Diario, p. 132). La divina Misericordia! Ecco il dono pasquale che la Chiesa riceve dal Cristo risorto e che offre all´umanità, all´alba del terzo millennioª (cfr. Giovanni Paolo II, Omelia della Domenica della Divina Misericordia, 22 aprile 2001).
Il salmo 117 (118) invita ad elevare un canto di gratitudine a Dio perché eterno è il suo amore, perché eterna è la sua misericordia. La seconda lettura, tratta dal libro dell´Apocalisse, spiega perché l´uomo non deve temere: Cristo, l´Alfa e l´Omega, ha trionfato sulla morte e vive per sempre (seconda lettura). Nel vangelo, Cristo risorto appare al collegio apostolico e invita alla pace, alla fiducia, alla sicurezza, perché la misericordia divina si è riversata in Cristo Nostro Signore. Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre.
 
INVITO ALLA FIDUCIA
"Non temere! Io sono il Primo e l´Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre" (Ap 1,17-18). Abbiamo ascoltato nella seconda lettura, tratta dal libro dell´Apocalisse, queste consolanti parole. Esse ci invitano a volgere lo sguardo verso Cristo, per sperimentarne la rassicurante presenza. A ciascuno, in qualsiasi condizione si trovi, fosse pure la più complessa e drammatica, il Risorto ripete: "Non temere!"; sono morto sulla croce, ma ora "vivo per sempre"; "Io sono il Primo e l´Ultimo e il Vivente". ´Il Primoª, la sorgente, cioè, di ogni essere e la primizia della nuova creazione; ´l´Ultimoª, il termine definitivo della storia; ´il Viventeª, la fonte inesauribile della Vita che ha sconfitto la morte per sempre. Nel Messia crocifisso e risuscitato riconosciamo i lineamenti dell´Agnello immolato sul Golgota, che implora il perdono per i suoi carnefici e dischiude per i peccatori pentiti le porte del cielo; intravediamo il volto del Re immortale che ha ormai "potere sopra la morte e sopra gli inferi" (Ap 1,18) (Cf Giovanni Paolo II, Omelia della Domenica della Divina Misericordia, 22 aprile 2001).
 
LA MISERICORDIA DIVINA
"Celebrate il Signore perché è buono, perché eterna è la sua misericordia" (Sal 117,1). Facciamo nostra l´esclamazione del Salmista, che abbiamo cantato nel Salmo responsoriale: eterna è la misericordia del Signore! Per comprendere sino in fondo la verità di queste parole, lasciamoci condurre dalla liturgia nel cuore dell´evento di salvezza, che unisce la morte e la risurrezione di Cristo alla nostra esistenza e alla storia del mondo. Questo prodigio di misericordia ha radicalmente mutato le sorti dell´umanità. È un prodigio in cui si dispiega in pienezza l´amore del Padre che, per la nostra redenzione, non indietreggia neppure davanti al sacrificio del suo Figlio unigenitoª (Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, n.7).
Parlando della misericordia divina, san Bernardo commenta con grande ispirazione (cfr. Sermone 1, sull´Epifanìa del Signore, 1-2 PL 133, 141-143): "Ora, pertanto, la nostra pace non è promessa, ma inviata; non è differita, ma concessa; non è profetizzata, bensì realizzata: il Padre ha inviato sulla terra una sorta di sacco pieno di misericordia; un sacco, direi, che si romperà nella passione, affinché si versi quel prezzo del nostro riscatto che esso contiene... sotto i veli dell´umanità [di Cristo], fu conosciuta la misericordia divina, perché quando fu conosciuta l´umanità di Dio, non poté più rimanere celata la sua misericordia. In che cosa poteva manifestare meglio il Signore il suo amore se non assumendo la nostra stessa carne? ... Comprenda, dunque, l´uomo fino a che punto Dio ha cura di lui; rifletta su quel che Dio pensa e sente per lui… Quanto grande e manifesta è questa misericordia e questo amore di Dio per gli uomini! Ci ha fatto una grande prova d´amore, nel voler che al nome di Dio fosse aggiunto il titolo di uomo".
´Nel Cristo umiliato e sofferente credenti e non credenti possono ammirare una solidarietà sorprendente, che lo unisce alla nostra umana condizione oltre ogni immaginabile misura. La Croce, anche dopo la risurrezione del Figlio di Dio, "parla e non cessa mai di parlare di Dio-Padre, che è assolutamente fedele al suo eterno amore verso l´uomo... Credere in tale amore significa credere nella misericordia"ª (Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, n.7).
Il vangelo di oggi ´ci aiuta a cogliere appieno il senso e il valore di questo dono. L´evangelista Giovanni ci fa come condividere l´emozione provata dagli Apostoli nell´incontro con Cristo dopo la sua risurrezione. La nostra attenzione si sofferma sul gesto del Maestro, che trasmette ai discepoli timorosi e stupefatti la missione di essere ministri della divina Misericordia. Egli mostra le mani e il costato con impressi i segni della passione e comunica loro: "Come il Padre ha mandato me anch´io mando voi" (Gv 20,21). Subito dopo "alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi" (Gv 20,22-23). Gesù affida ad essi il dono di "rimettere i peccati", dono che scaturisce dalle ferite delle sue mani, dei suoi piedi e soprattutto del suo costato trafitto. Di là un´onda di misericordia si riversa sull´intera umanitઠ(Giovanni Paolo II, Omelia della Domenica della Misericordia, 22 aprile 2001).
 
IL CUORE DI CRISTO
Il Cuore di Cristo! Il suo "Sacro Cuore" agli uomini ha dato tutto: la redenzione, la salvezza, la santificazione. Da questo Cuore sovrabbondante di tenerezza santa Faustina Kowalska vide sprigionarsi due fasci di luce che illuminavano il mondo. "I due raggi — secondo quanto lo stesso Gesù ebbe a confidarle - rappresentano il sangue e l´acqua" (Diario, p. 132). Il sangue richiama il sacrificio del Golgota e il mistero dell´Eucaristia; l´acqua, secondo la ricca simbologia dell´evangelista Giovanni, fa pensare al battesimo e al dono dello Spirito Santo (cfr Gv 3,5; 4,14). Attraverso il mistero di questo cuore ferito, non cessa di spandersi anche sugli uomini e sulle donne della nostra epoca il flusso ristoratore dell´amore misericordioso di Dio. Chi anela alla felicità autentica e duratura, solo qui ne può trovare il segretoª (Giovanni Paolo II, Omelia della Domenica della Divina Misericordia, 2001). La devozione al sacro cuore di Gesù è in sostanza il culto dell´amore che Dio ha per noi in Cristo, e al contempo la pratica del nostro amore verso Dio e verso tutti gli uomini.
 
LA FIDUCIA IN GESÙ
Giovanni Paolo II esprimeva con grande emozione: ´"Gesù, confido in Te". Questa preghiera, cara a tanti devoti, ben esprime l´atteggiamento con cui vogliamo abbandonarci fiduciosi pure noi nelle tue mani, o Signore, nostro unico Salvatore. Tu bruci dal desiderio di essere amato, e chi si sintonizza con i sentimenti del tuo cuore apprende ad essere costruttore della nuova civiltà dell´amore. Un semplice atto d´abbandono basta ad infrangere le barriere del buio e della tristezza, del dubbio e della disperazione. I raggi della tua divina misericordia ridanno speranza, in modo speciale, a chi si sente schiacciato dal peso del peccato. Maria, Madre di Misericordia, fa´ che manteniamo sempre viva questa fiducia nel tuo Figlio, nostro Redentore. Aiutaci anche tu, santa Faustina, che oggi ricordiamo con particolare affetto. Insieme a te vogliamo ripetere, fissando il nostro debole sguardo sul volto del divin Salvatore: "Gesù, confido in Te" (cf Giovanni Paolo II, Omelia della domenica della Divina Misericordia, 2001).
 
LA MISERICORDIA DI DIO È INFINITA: LA CONVERSIONE DEL CUORE
La misericordia in se stessa, come perfezione di Dio infinito, è anche infinita. Infinita quindi ed inesauribile è la prontezza del Padre nell´accogliere i figli prodighi che tornano alla sua casa. Sono infinite la prontezza e la forza di perdono che scaturiscono continuamente dal mirabile valore del sacrificio del Figlio. Nessun peccato umano prevale su questa forza e nemmeno la limita. Da parte dell´uomo può limitarla soltanto la mancanza di buona volontà, la mancanza di prontezza nella conversione e nella penitenza, cioè il perdurare nell´ostinazione, contrastando la grazia e la verità, specie di fronte alla testimonianza della croce e della risurrezione di Cristo.
Pertanto, la Chiesa professa e proclama la conversione. La conversione a Dio consiste sempre nello scoprire la sua misericordia, cioè quell´amore che è paziente e benigno a misura del Creatore e Padre: l´amore, a cui ´Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristoª, è fedele fino alle estreme conseguenze nella storia dell´alleanza con l´uomo: fino alla croce, alla morte e risurrezione del Figlio. La conversione a Dio è sempre frutto del "ritrovamento" di questo Padre che è ricco di misericordia (Giovanni Paolo II, Dives in misericordiae, n.13).

Fonte: Sacerdos, (omelia per l'11 aprile 2010)

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