BastaBugie n°394 del 25 marzo 2015

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1 MAMMA, SONO UN MASCHIO: VOGLIO LA SPADA, I SOLDATINI, UN VIDEOGIOCO VIOLENTO E L'ABBONAMENTO ALLO STADIO
Il libro ''Il maschio selvatico'' esplora le radici della nostra crisi culturale: madri onnipresenti e dominanti, non arginate da figure maschili forti, figli iperprotetti, padri assenti
Autore: Costanza Miriano - Fonte: Blog di Costanza Miriano
2 MANUALE DI MACELLAZIONE: QUALCUNO DEVE PUR UCCIDERE GLI ANIMALI
Tutti abbiamo una naturale sensibilità che ci porta a rifuggire sangue, violenza e sofferenza, ma questo non deve portare a condannare soldati, chirurghi, macellai e... ''cuochi completi''
Autore: Camillo Langone - Fonte: Il Foglio
3 IL SENATO APPROVA IL DIVORZIO BREVE, APPLAUSI DA TUTTI I PARTITI (228 VOTI A FAVORE, SOLO 11 CONTRARI)
La domanda di divorzio presupponeva 3 anni (fino al 1987: 5 anni), da oggi bastano 6 mesi anche in presenza di minori ed è sufficiente un verbale redatto da due avvocati o dal sindaco
Autore: Alfredo Mantovano - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
4 IL MITO ISLAMICO DELLA CONQUISTA DI ROMA
Il portavoce dell'ISIS dichiara: ''Conquisteremo Roma, faremo a pezzi le vostre croci, ridurremo in schiavitù le vostre donne''
Autore: Giulio Meotti - Fonte: Il Foglio
5 LE LITANIE DELL'UMILTA' DEL CARDINALE MERRY DEL VAL
Servo di Dio e Segretario di Stato di San Pio X ha combattuto insieme a lui l'eresia modernista
Autore: Roberto De Mattei - Fonte: Corrispondenza Romana
6 MACHIAVELLI DISTRUGGE L'EQUILIBRIO TRA POTERE SPIRITUALE E TEMPORALE CON ''IL FINE GIUSTIFICA I MEZZI''
Con la separazione della politica dalla morale, si legittima ogni azione voluta da chi detiene il potere, anche se ingiusta
Autore: Laura Boccenti - Fonte: Il Timone
7 NOZZE GAY, I GIUDICI ORDINANO LA LEGALIZZAZIONE
Il Tar del Lazio stronca la bocciatura, fatta dal ministro degli Interni e dai prefetti, dei ''matrimoni'' gay esteri trascritti da alcuni sindaci per spingere il Parlamento a legalizzarli
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
8 LETTERE ALLA REDAZIONE: MARIO PALMARO RESTERA' SEMPRE NEI NOSTRI CUORI
Il suo modo di parlare era così chiaro e vivace che chi lo ascoltava veniva rapito dal fluire dei suoi ragionamenti
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie
9 OMELIA DOMENICA DELLE PALME - ANNO B (Mc 14,1-15,47)
Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - MAMMA, SONO UN MASCHIO: VOGLIO LA SPADA, I SOLDATINI, UN VIDEOGIOCO VIOLENTO E L'ABBONAMENTO ALLO STADIO
Il libro ''Il maschio selvatico'' esplora le radici della nostra crisi culturale: madri onnipresenti e dominanti, non arginate da figure maschili forti, figli iperprotetti, padri assenti
Autore: Costanza Miriano - Fonte: Blog di Costanza Miriano, 18/03/2015

Posso orgogliosamente affermare di avere fatto inorridire moltissime mamme sulla spiaggia, al parco, in piscina, perché i miei figli hanno girato sempre armati, almeno da quando sono stati in grado di tenere in mano oggetti. "Il sonaglietto tienitelo tu, dammi la spada" deve essere stata una delle prime frasi di senso compiuto che hanno pronunciato. E siccome i poliziotti americani sono dotati di moltissime qualità ma di pochissimo senso dell'umorismo, Bernardo quando aveva tre anni a New York fu bloccato e perquisito a causa della spada di plastica che teneva perennemente infilata nei suoi calzoncini a quadretti, con la punta che lambiva le scarpe tonde da gnomo. Schiere di mamme, poi, hanno malvolentieri permesso ai loro figli di giocare a soldatini con i miei, sempre specificando che quella era comunque una missione di pace, come si affrettavano a chiedermi. No, no, giocano alla guerra, rispondevo con una certa con soddisfazione.
E sì, hanno avuto anche i videogiochi violenti, centellinati non perché fossero violenti ma perché videogiochi, e dopo il limite orario suggerivo sempre una bella giocata alla lotta tra fratelli, perché i maschi lo devono fare, e la mamma deve avere il coraggio di starsene da parte, finché i lacerocontusi sono consenzienti. Quando uno ha avuto un momento di crescita un po' destabilizzante un amico lo ha portato a sparare, un altro a spaccare la legna in campagna, e a rimettere in sesto una vecchia moto tutta arrugginita. L'effetto terapeutico è stato rapido ed evidente.
Anche l'abbonamento allo stadio acquistato con i soldi risparmiati dal primogenito è stato salutato con noncurante allegria, qui a casa, e le ore trascorse all'aperto, sotto l'acqua e il vento, a mugugnare mozziconi di frasi con coetanei e a imparare cori non esattamente composti da Shakespeare, non destano preoccupazioni educative da queste parti. E neanche la frequentazione del ring del pugilato, con relativi nasi ammaccati, ci preoccupa come genitori, mentre pare che a quasi tutti gli altri adulti a cui riferiamo di questa passione di nostro figlio la nobile arte del pugilato non paia tanto nobile, ma solo pericolosa per il piccolino (che è alto per ora uno e ottanta).

IL MASCHIO SELVATICO 2
È per questo che sto leggendo con enorme soddisfazione Il maschio selvatico 2, di Claudio Risé, la nuova edizione molto molto aggiornata e approfondita di un saggio uscito negli anni '90, quando ancora sembrava di essere in un clima di lotta fra i sessi. Oggi la lotta è ormai andata, non c'è neanche più, perché ci vogliono far credere che non ci siano più neanche i sessi, e comunque ormai il messaggio che pare avere vinto è che tutto ciò che è istinto maschile, rudezza, autorevolezza, tutto ciò che è selvatico, forte, potente, va rifiutato, controllato, gestito, contenuto. Una vera character assassination del genere maschile. Il libro quindi oggi è più utile di prima. Oggi ai maschi che stanno crescendo, che stanno diventando grandi, arriva praticamente da ogni parte una sorta di incoraggiamento a scusarsi per essere come sono. Claudio Risé fa una fenomenale fotografia del fenomeno, e un'analisi del suo sviluppo e delle conseguenze, e reclama l'urgenza di ridare centralità alla dimensione selvatica del maschio, perché come diceva Leonardo da Vinci, "selvadego è colui che si salva", fisicamente e spiritualmente, proprio grazie al contatto con la natura profonda. Il selvatico è colui che, senza chiedere aiuto a Stati, burocrazie, enti che pretendono di salvare le persone anche invadendo la loro vita familiare, sessuale, religiosa, cerca di salvarsi da solo e, assumendosene la responsabilità, diventa capace di rifiutare la mercificazione dei rapporti e la cultura dello scarto, imparando il dono di sé e il servizio all'altro.
Come ho detto, lo sto leggendo, e devo ancora arrivare alla fine, ma la chiave di lettura della nostra cultura mi sembra interessantissima, e davvero centrale a capire le radici della nostra crisi culturale: madri onnipresenti, dominanti, non arginate da figure maschili forti, figli iperprotetti (pensate con quale ansia oggi una mamma, e mi ci metto anche io, manderebbe il figlio a fare il militare) e soggetti a un eterno maternage, padri assenti. Anche il padre padrone violento è espressione di una cultura in cui il maschile non è adeguatamente separato dal femminile, dice Risé – e la trovo una riflessione interessante da fare anche in merito alla violenza maschile – terrorizzato dalla prospettiva che la vita possa sfuggire al suo controllo, "un tipo di padre sempre più diffuso oggi, anche per l'attuale confusione tra i due generi e la pulsione orale a divorare e incorporare gli oggetti d'amore proposti dalla società industriale e del consumo". Molto originali poi gli spunti per una lettura economica del fenomeno, del fatto cioè che un uomo non selvatico, addomesticato e non autonomo sia un perfetto consumatore da intrattenere con ogni sorta di svago e distrazione.
Non vedo l'ora di andare avanti col libro, anche perché sbirciando (non ho il lato oscuro di Harry, che quando comprava un libro andava a vedere le ultime pagine così in caso di morte sapeva già come finisse, ma vorrei divorarlo e ho poco tempo) ho visto qual è il modello di vera virilità proposto, ed è un modello che anche a me piace molto. Vi rovino la sorpresa se dico che è Gesù?

Fonte: Blog di Costanza Miriano, 18/03/2015

2 - MANUALE DI MACELLAZIONE: QUALCUNO DEVE PUR UCCIDERE GLI ANIMALI
Tutti abbiamo una naturale sensibilità che ci porta a rifuggire sangue, violenza e sofferenza, ma questo non deve portare a condannare soldati, chirurghi, macellai e... ''cuochi completi''
Autore: Camillo Langone - Fonte: Il Foglio, 15 Marzo 2015

Non ho ancora deciso se uccideremo prima i polli o i conigli. Lo devo decidere io perché il fondatore e direttore della scuola di macellazione domestica sono io, e ho un dubbio. Se è vero che ogni percorso didattico dev'essere a difficoltà crescente, partire dall'insegnamento più elementare per giungere a quello più complesso, bisogna uccidere prima i conigli. A detta dell'intero corpo docente (la scuola non ha ancora una sede ma ha già un corpo docente), uccidere i conigli è un gioco da ragazzi, un colpo secco sulla nuca e via. Pare che il leporide abbia nuca delicatissima. Zia Carmela a Picerno (Appennino lucano) usava il mattarello, lo ricordo perfettamente, ma era già piuttosto avanti con gli anni, può darsi non si fidasse delle proprie mani. Mentre i miei insegnanti sono giovani e forti, dopo magari ve li presento. Pare che il coniglio sia impegnativo scuoiarlo, ma ogni cosa a suo tempo, adesso concentriamoci sul momento dell'uccisione. Quella del coniglio è meccanicamente più facile perfino di quella del pollo che è pur sempre alla portata di qualunque volenteroso e però complicata dalla compresenza di più tecniche: a mani nude, con normale coltello, con pinza apposita. Anche qui prima o poi mi toccherà prendere una decisione: ogni tecnica ha i suoi pro e i suoi contro, forse solo la pinza ha più pro che contro (ma sono contro pesanti: è tanto pratica quanto impoetica), e dovrò capire se è giusto adottare un'unica modalità o lasciare ai docenti libertà di insegnamento. Tuttavia quella del pollo è uccisione più facile psicologicamente. La gallina, come tanti altri volatili da cortile (faraona, fagiano, pernice, piccione...), non suscita identificazione né particolare compassione. Saranno gli occhietti piccoli, da rettile, sarà l'assenza di sentimenti evidenti e l'evidente stupidità, nemmeno Walt Disney è mai riuscito a umanizzare il pollo.

CON I CONIGLI AVREI PROBLEMI
Mentre il coniglio, col suo aspetto batuffoloso, il musetto tenero e gli orecchioni buffi, suscita, specie nel pubblico femminile, affetti a me incomprensibili. Virginia, bramosa di imparare a uccidere il pollame, mi scrive: "Con i conigli avrei problemi, Beatrix Potter mi ha rovinato l'infanzia". Nemmeno sapevo chi fosse Beatrix Potter, mi sono informato, è una scrittrice inglese del primo Novecento che ancora fa danni un secolo dopo, ci sono in giro libri illustrati e serie televisive con protagonista il suo Peter Rabbit, Pietro Coniglio. Adesso comincio a capire perché Annabella, che comunque al contrario di Virginia non vuole imparare a uccidere nemmeno una quaglia, mi accusa di stare meditando "omicidi di conigli". Omicidi. La deculturazione è precisamente questo: i media mostrano una bestia vestita da uomo (Pietro Coniglio indossa una giacchetta azzurra) ed ecco che l'uomo cede il passo, si abbassa, striscia, ecco che millenni di ricette, riti, commerci, sapori evaporano come un miraggio, come non fossero mai esistiti. Un'intera cultura scompare. Mi racconta Aurelio Picca che don Tantardini in un'omelia di Natale (Sant'Andrea della Valle? San Lorenzo fuori le mura?) non faceva che ripetere: "Il cristianesimo è fragile. E' molto fragile. Si può spezzare da un momento all'altro". Metti al posto della parola cristianesimo la parola uomo: cosa ci vuole, oggi, a spezzare il suo piedistallo di dignità? E' talmente corroso, crepato, minato. Basta un cartone animato fatto bene per introdurre nelle menti molli di una giovane generazione l'idea che un animale valga una persona. Prendi le scuole dove non si fa leggere più Pinocchio, fantasia che introduce alla realtà di una natura (gatti, volpi, pescecani...) tendenzialmente sinistra, preferendo somministrare Sepúlveda con le sue menzogne sui gabbiani, gli uccelli più sporchi e meno fiabeschi che si possano immaginare. Credo nemmeno buoni da mangiare, con la loro dieta di spazzatura, piccioni malati e carogne.

PERCHÉ NOI PORTIAMO IL FUOCO
Il motto della scuola è pertanto "Perché noi portiamo il fuoco". Cormac McCarthy, "La strada", Einaudi. Io avrei tendenze strapaesane ma in Italia, tra filosofia e letteratura, virgolettati utili alla causa della macellazione domestica non ne ho trovati molti. Giusto una frase di Costanza Miriano, per la verità sulla caccia (tema limitrofo però diverso), e la breve epigrafe dell'esordio narrativo di Picca: "So spezzare un pollo e squartare un coniglio". Ottimo, se mi dimostra che è vero arruolo anche lui. Ma non esiste nessun testo completo, nessun approfondimento, nessuno che abbia colto la centralità della questione. Mi segnalano un capitoletto del "Diario clandestino" di Guareschi, terribile e per grazia di scrittura divertente: "Una volta eliminate le galline, fu necessario rivolgere l'attenzione ai maiali, e qui la faccenda si complicò perché, mentre riesce facile accoppare una gallina, ammazzare un maiale è impresa più complessa. Su tremila laureati (eccettuati due veterinari e tre medici) nessuno aveva un'idea, sia pure approssimativa. La cultura generale in materia arrivava fino alla gallina: dopo la gallina erano le tenebre, l'indistinto. Quindi niente di strano se qualcuno fu tratto ad errate interpretazioni e giudicò il maiale alla stregua di una grossa gallina". Qui il grande Giovannino fornisce un'indicazione giusta e una fuorviante. (Mi permetto di chiamarlo col nome di battesimo, Giovannino e non Giovanni come qualcuno crede, perché Guareschi è persona cara e di casa, a Parma abitava nel mio isolato e precisamente sopra il mio macellaio equino). L'indicazione giusta è la laurea come certificato di inettitudine: già allora, anni Quaranta, lo studio universitario era in Italia il modo migliore per perdere contatto con la realtà. Quella fuorviante è la macellazione domestica, o comunque non professionale, come estremo rimedio al male estremo della fame. La situazione di Guareschi era drammatica, prigioniero in un lager tedesco riservato agli ufficiali italiani che rifiutavano ubbidienza alla Repubblica sociale, ed è chiaro che in un lager tedesco perfino un laureato italiano diventa realista e si ingegna.

EMERGENZA ANTROPOLOGICA
Ma qui grazie a Dio non stiamo morendo di inedia, non ancora almeno, e non siamo rinchiusi in un lager: la presente non è un'emergenza alimentare bensì antropologica. Potrei usare un aggettivo ancora più pesante: ontologica. "C'è un dubbio dell'uomo su se stesso. L'uomo non sa più troppo bene se si distingue radicalmente dall'animale. E ancora meno se vale davvero di più" scrive Rémi Brague. L'uomo contemporaneo dubita ma non sa di dubitare, oppure lo sa ma non ha compreso quanto sia pericoloso. Sono preoccupazioni difficili da condividere, molti mi dicono che troverebbero il coraggio di uccidere un animale solo in guerra o durante una carestia, qualora diventi questione di vita o di morte. Come se non fosse già ora una questione di vita o di morte, [...] che già ora gli animalisti hanno preso il comando e ribaltato priorità e gerarchie imponendo una legge che limita la sperimentazione animale. Oggi in Italia se un ricercatore tocca il Sacro Beagle rischia la galera. Mentre, come spiega il virologo Fabrizio Pregliasco, o sperimenti sugli animali o sperimenti sugli uomini, tertium non datur.
Spero pertanto che la scuola di macellazione domestica non venga confusa con una scuola di sopravvivenza, con quei corsi di survival dove insegnano ad accendere fuochi, allestire rifugi, potabilizzare acque, orientarsi senza bussola, scalare pareti, costruire trappole, garantendo però che "nessun animale verrà ucciso durante il corso". Rambo sentimentali. Al contrario la mia scuola garantisce che molti animali verranno uccisi durante il corso mentre invece il fuoco scaturirà da cucine ad accensione elettrica, l'acqua sarà dell'acquedotto se non Levissima, e dopo cena verremo accolti da morbidi materassi, lenzuola di bucato e coperte di ottima lana, no pagliericci, no sacchi a pelo. [...]
Sarà che il nostro è un popolo di debosciati che vogliono il petto di pollo senza le sue conseguenze, giovani e attempati uniti nella lotta alla realtà. Perfino nelle campagne. Mi è capitato un allevatore che porta tutte le sue oche al macello, anche quelle destinate al consumo famigliare che sarebbero legalmente macellabili in casa, perché non se la sente. "Sono allevatore ma ho un cuore" dice. Come se delegare ad altri fosse un'attenuante e non, invece, un'aggravante pilatesca. La responsabilità vuole il faccia a faccia, ho letto da qualche parte, e se non sei capace di guardare negli occhi un'oca non ti meriti di mangiarla, ti meriti il tofu.

SCUOLA DI REALTÀ
La mia scuola vorrei chiamarla appunto Scuola di Realtà. [...] Non è una scuola confessionale, e poi da realista non posso fingere di non vedere gli innumerevoli miei correligionari che voltano le spalle a Cristo per conformarsi al mondo. Conosco sedicenti cattolici ostentatamente astemi e sedicenti cattolici ostentatamente vegetariani, e non una voce dal clero che si alzi a dire l'empietà di immaginarsi migliori di Gesù che vino beveva e carne mangiava. Va già di lusso quando qualche teologo, penso a don Oscar Maixe dell'Opus, dell'animalismo sottolinea le incoerenze: "Ci sono persone che difendono i cuccioli di foca, ma poi invece sono a favore dell'aborto: un controsenso logico". Solo che agli animalisti non importa essere logici, un'ideologia prima che convincere vuole vincere, e quando vince è in grado di rendere indiscutibile qualunque assurdità. Pertanto saranno benvenuti atei e agnostici vogliosi di imparare a sgozzare e spennare galline, così come massoni, deisti, pagani non vegetariani, mentre non sono previsti maomettani, per ovvi motivi: verrà versato tanto vino quanto sangue, e poi, di corso in corso, di specie in specie, vorrei arrivasse il turno del maiale. Una definizione al contempo esaustiva e sintetica della Scuola di Realtà potrebbe essere "Macellazione domestica e cucina conviviale" perché uccidere è molto eppure non è abbastanza, infine bisogna anche mangiare, e fra il pollo appeso per le zampe a sgocciolare e la coscia arrosto con la sua pelle bella croccante c'è di mezzo un vasto saper fare che nella mia scuola verrà insegnato da cuochi completi. Dicesi cuoco completo il cuoco capace di trasformare un animale vivo in un piatto da portare a tavola, in breve tempo (salvo esigenze di frollatura) e da solo. Tutti gli altri sono cuochi di allevamento e quanti ne conosco, e di quanti raccolgo le confessioni: "Un paio di anni fa ho tagliato a metà un astice vivo per farlo alla griglia e mi tremavano le mani per il dispiacere. Se ci penso sto ancora male". Cambiare mestiere no? [...]

SCUOLA DI MACELLAZIONE DOMESTICA
Al sentimentalismo dell'animalismo non mi propongo di sostituire il sentimentalismo del ritorno (peraltro impossibile) alla civiltà contadina. Alla scuola non necessariamente faremo pratica con polli ruspanti: difficili da trovare, costosi da comprare, diretti da masticare... So bene che senza allevamenti intensivi la carne ritornerebbe a essere un privilegio per ricchi, o l'eccezione delle grandi feste. E la Scuola di Realtà vuole formare un'aristocrazia spirituale, non di censo. Quando in internet o a tavola introduco il tema della macellazione domestica invariabilmente salta su qualcuno che evoca la nonna: mia nonna la gallina la uccideva così, il coniglio cosà, eccetera. Tutte informazioni interessanti, qualcuna preziosa, però mi viene sempre da rispondere: e tu il pollo come lo uccidi? Il filo si è spezzato, il testimone è caduto, acqua passata non macina più. "Perché non sono perenni le ricchezze, né un tesoro si trasmette di generazione in generazione" (Proverbi 27,24). Insomma, con tutto il rispetto, le nonne mi interessano poco: preferisco le nipoti. Che sono grandi e vaccinate ed è ora che prendano in mano il loro destino, come del resto stanno facendo: le adesioni anche femminili sono più numerose di quanto prevedessi (siccome realista sono un pessimista) e prossimamente, a Dio piacendo, dimostreremo che perfino in queste lande desolate e spente è possibile portare il fuoco. Parola di fondatore e direttore della scuola di macellazione domestica.

Fonte: Il Foglio, 15 Marzo 2015

3 - IL SENATO APPROVA IL DIVORZIO BREVE, APPLAUSI DA TUTTI I PARTITI (228 VOTI A FAVORE, SOLO 11 CONTRARI)
La domanda di divorzio presupponeva 3 anni (fino al 1987: 5 anni), da oggi bastano 6 mesi anche in presenza di minori ed è sufficiente un verbale redatto da due avvocati o dal sindaco
Autore: Alfredo Mantovano - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 19/03/2015

«Il Senato approva. Applausi dei Gruppi Pd, Fi, Ap (Ncd-Udc), Misto-Sel, Misto». Così il resoconto stenografico dell'aula di Palazzo Madama dopo il voto finale sul cosiddetto "divorzio breve": 228 voti a favore, 11 contrari e 11 astenuti. Che c'è da applaudire, in una giornata resa tragica qualche ora dopo per quanto accaduto a Tunisi? Quali sono le novità che hanno meritato tanto entusiasmo dei senatori? Proviamo a capirlo esaminando il merito del provvedimento, cercando di coglierne la necessità, verificando le espressioni di voto, infine guardando in prospettiva.

IL MERITO
Dal 1987 e fino a oggi la domanda di divorzio presuppone il decorso di tre anni dalla comparizione delle parti davanti al presidente del tribunale per il giudizio di separazione personale (nella versione originaria del 1970 era di cinque anni): un tempo ritenuto funzionale a considerare con distacco – attraverso la separazione – una coabitazione divenuta difficile; un tempo che lascia aperta la prospettiva di un ritorno alla vita comune, poco probabile ma non impossibile. A ottobre, introducendo il "divorzio facile", il Parlamento ha eliminato per sciogliere il matrimonio, quando vi sia il consenso dei coniugi e pur in presenza di figli minori, la figura del presidente del tribunale o di un giudice suo delegato: è sufficiente un verbale redatto alla presenza di due avvocati, ovvero una doppia comparizione – con un intervallo di un mese fra la prima e la seconda – davanti al sindaco, o a un impiegato comunale suo delegato.
Alla privatizzazione della gestione della crisi matrimoniale è ora affiancata la contrazione dei tempi: il divorzio "facile" deve essere anche "breve". Mentre il divorzio "facile" viene fuori da un decreto legge del governo Renzi, il divorzio "breve" è l'esito di iniziative parlamentari: è passato alla Camera nel maggio 2014 e prevede che dai tre anni attuali si scenda a un anno, ulteriormente riducibile a sei mesi se la separazione è consensuale. Nel testo uscito dalla Commissione Giustizia del Senato si inseriva una ulteriore novità: con l'accordo dei coniugi e i figli maggiorenni, si poteva saltare il passaggio della separazione e giungere direttamente al divorzio. Il ddl e quest'ultima aggiunta hanno suscitato motivate preoccupazioni dell'associazionismo pro family; i Comitati Sì alla Famiglia hanno inviato due lettere ai senatori, una all'avvio dell'esame del testo, giovedì 12, l'altra lunedì scorso nell'imminenza del voto, richiamando alla gravità del passaggio: l'appello ha funzionato solo in parte, perché il "divorzio a vista", senza la previa separazione, è stato stralciato (ma è rimasto il resto). Il capogruppo Pd Zanda ha assicurato che il "divorzio a vista" sarà reinserito alla prima occasione utile, e così la relatrice Filippin.
 
È UNA LEGGE NECESSARIA?
Parlando con chi vive la difficoltà di una crisi matrimoniale, soprattutto se versa in una condizione di debolezza – un coniuge con limitate risorse finanziarie, un migrante, più spesso una migrante con scarsa conoscenza del nostro contesto sociale –, emerge che la prima preoccupazione delle persone normali non è la durata della separazione, ma la prospettiva di esistenza, propria e dei figli. Ciò di cui si coglie l'assenza è una fase di effettiva e concreta mediazione familiare, che verifichi se i problemi sono realmente insuperabili e – se la verifica non va a buon fine – renda il conflitto meno aspro, permettendo soluzioni condivise dopo un effettivo approfondimento: il che è reso impossibile dalle modalità del "divorzio facile" e dai tempi rapidi del tentativo di conciliazione del giudice (quando si svolge). Perfino la senatrice Filippin, nell'intervento di replica al Senato, ha riportato il dato che "su circa 93.787 separazioni proposte nel 2012, solo 5499 si sono chiuse con una riconciliazione, con una percentuale del 5 per cento". E però per lei, invece di potenziare gli interventi di mediazione, la soluzione sta nel ridurre al minimo i tempi della separazione, sopprimendola tout court appena sarà possibile. Sarebbe stato un segnale importante per il Senato soffermarsi su come aiutare i coniugi in difficoltà: si è optato per sacralizzare le difficoltà, rendendole al più presto definitive.

I VOTI
Vale la pena elencare gli undici senatori che hnno votato contro: in primis Gasparri (Fi) e Marinello (Ncd), che sono pure intervenuti in dissenso dai rispettivi gruppi. Poi, sempre per Fi, Arachi, Bruni, D'Ambrosio Lettieri, Mandelli e Tarquinio, Longo per il gruppo Autonomie, Milo per Gal, Blundo e Puglia per M5S. Per questi ultimi due è verosimile che il dissenso sia per motivi opposti, e cioè per un provvedimento troppo timido. Ecco gli undici astenuti (il regolamento del Senato equipara l'astensione al voto contrario): per Fi Amidei, Floris, Malan, Pelino; Augello per Ncd; Candiani per la Lega; Compagnone, Giovanni Mauro e Scavone per Gal; Laniece per il gruppo Autonomie e Fucksia per M5S.

LE PROSPETTIVE
Mentre in Aula scorrevano i titoli di coda del "divorzio breve", in Commissione Giustizia, sempre al Senato, la senatrice Cirinnà ha depositato una nuova stesura del testo sulle unioni civili, con una più chiara apertura alle adozioni rispetto al precedente, mentre il presidente del Consiglio ha moltiplicato gli annunci dell'imminente varo della legge. L'intento appare chiaro: da un lato si abbassa il profilo della famiglia fondata sul matrimonio, affievolendo i richiami alla responsabilità e i tempi di riflessione; dall'altro si rafforza il regime delle convivenze. Alla fine inserire per legge l'adozione o la reversibilità potrà non essere necessario: nel momento in cui i due regimi saranno sovrapponibili, lasciare qualche possibilità in più per l'uno a detrimento dell'altro sarà "sanato" dalle sentenze, o delle Corti europee o della Corte costituzionale.
Questa deriva non è inarrestabile; lo diventa se si conta su chi sta dentro il Parlamento – le espressioni di voto prima ricordate sono eloquenti – e non su una mobilitazione ampia e diffusa. La sua assenza di essa è concausa della moltiplicazione nell'ultimo anno di leggi e di azioni di governo ostili alla famiglia. Continuare nell'inerzia equivale a unirsi a quell'irresponsabile applauso col quale larga parte dei gruppi parlamentari hanno fatto seguire ieri l'ulteriore picconata che hanno inferto alle famiglie italiane.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 19/03/2015

4 - IL MITO ISLAMICO DELLA CONQUISTA DI ROMA
Il portavoce dell'ISIS dichiara: ''Conquisteremo Roma, faremo a pezzi le vostre croci, ridurremo in schiavitù le vostre donne''
Autore: Giulio Meotti - Fonte: Il Foglio, 28/02/2015

La città è la calamita mistica di tutti i seguaci di Allah. I musulmani l'hanno già saccheggiata nell'846.
Prima la bandiera nera del Califfato che sventola sul Vaticano. Poi il Colosseo in fiamme e un mare di sangue che lo sommerge. Infine, l'annuncio del Califfato libico "siamo a sud di Roma". Nei video di propaganda dello Stato islamico abbondano le profezie di caduta e conquista di Roma con le parole di Abu Muhammed al Adnani, portavoce dello Stato islamico dell'Iraq e della Grande Siria: "Conquisteremo la vostra Roma, faremo a pezzi le vostre croci, ridurremo in schiavitù le vostre donne".

ROMA, QUARTA CITTÀ SANTA DELL'ISLAM?
C'è una lunga tradizione islamica che vuole fare di Roma, "Romiyyah", la quarta città santa dell'islam (dopo la Mecca, Medina e Gerusalemme) e la base da cui l'islam potrà conquistare il mondo occidentale. Roma come luogo di attrazione ineffabile, come calamita mistica dell'universo islamico. E' una follia escatologica scritta col sangue, ma che ha una presa e un richiamo profondi non soltanto sull'Is, ma su tutti i movimenti islamisti contemporanei, compresi i convertiti. Come Roger Garaudy, l'intellettuale francese che nel 1986 lanciò la sua sfida: "Porterò l'islam a Roma". E' presente, seppure in forma ecumenica e democratica, anche nella costruzione della moschea di Roma, che venne annunciato come "il monumento all'islam più grande d'Europa",costata cinquanta milioni di dollari, trentacinque dei quali arrivati dall'Arabia Saudita.
Il fondamento di questa profezia è la trentesima Sura del Corano, detta ar Rum, "dei Romani". I fondamentalisti islamici leggono come verità eterne e letterali le sure del Corano. Ai suoi fedelissimi, nascosti nelle grotte di Tora Bora, Osama bin Laden era solito ripetere dal Corano "la sura della caverna". E anche per giustificare l'attacco alle Torri gemelle di New York, usò una sura, la quarta, che recita: "Dovunque siate vi coglierà la morte, anche se foste su altissime torri".

IL MITO ISLAMICO DI ERACLIO E LA CONQUISTA DI ROMA
La presa di Roma si basa sul mito islamico di Eraclio e una lettera che l'imperatore bizantino avrebbe scritto a Maometto riconoscendolo come "il messaggero di Dio citato nel nostro Nuovo Testamento: Gesù figlio di Maria ti aveva annunciato". Ahmad ibn Hanbal, il fondatore della scuola giuridica islamica hanbalita (oggi al potere in Arabia Saudita) riporta fra gli "hadith", i detti di Maometto, quello secondo cui il Profeta dell'islam avrebbe predetto che "la città di Eraclio (Costantinopoli) sarebbe caduta per prima, quindi Roma".
Nel 2003, in piena guerra irachena, Osama bin Laden tenne un discorso "contro la nuova Roma". Tre anni dopo, sulla scia della lezione di Papa Benedetto all'Università di Ratisbona, al Qaida lanciò il suo proclama: "Servi della croce, aspettatevi la sconfitta, i musulmani conquisteranno Roma come hanno conquistato Costantinopoli". E ancora, rivolgendosi a Ratzinger: "Tu e i tuoi romani sarete sconfitti come accade in Iraq, Afghanistan, Cecenia e altrove. Allah aprirà le porte di Roma ai musulmani, come ci ha promesso il messaggero e l'hadith, e come è successo a Costantinopoli". Su al Aqsa Tv, l'emittente del regime islamico di Hamas a Gaza, si susseguono sermoni sulla presa della città eterna.
Come quello del 12 marzo 2010: "La profezia della conquista di Roma resta valida, ad Allah piacendo. Proprio come Costantinopoli fu conquistata cinquecento anni fa, anche Roma sarà conquistata. Come possiamo procedere lungo il sentiero della rettitudine, se non siamo certi nella nostra convinzione che Roma sarà conquistata, come promesso dal Profeta Muhammad e come proclamato da Allah?". E a fantasticare sulla conquista e la conversione di Roma è stato soprattutto l'imam Yusuf al Qaradawi, mentore della Fratellanza musulmana, sceicco di base nel Qatar, una sorta di "papa dell'islam sunnita".
"L'islam ritornerà in Europa come conquistatore e vincitore, dopo esserne stato espulso due volte – una volta dal sud, dall'Andalusia, e una volta dall'est" ripete Qaradawi. "Costantinopoli fu conquistata, e resta la seconda parte della profezia, cioè la conquista di Roma. Questo significa che l'islam tornerà in Europa. L'islam è entrato in Europa due volte, e ne è dovuto uscire... Forse, se Allah lo vuole, la prossima conquista avverrà grazie alla predicazione e all'ideologia. Non è obbligatorio che la conquista avvenga per merito della spada". Sull'esempio di Qaradawi si sono mossi anche tanti imam sauditi. [...]
Questo mito nefasto si basa sulla precedente caduta della Nèa Rome costruita da Costantino sul Bosforo, che raccolse e custodì la tradizione imperiale, la cultura antica, e che fu il segnacolo estremo della cristianità alle soglie dell'islam. Fino a che, il 29 maggio 1453, una chiazza di sangue si allargò dal Bosforo e colò fino all'Europa: dopo un attacco massiccio per terra e per mare, Costantinopoli fu conquistata dai turchi.
Arrivarono ovunque le descrizioni dello sterminio, con i saccheggi, gli stupri, i riscatti richiesti per gli innumerevoli prigionieri, i sacrilegi, le crudeltà disumane. Fu un Is ante litteram. Contro gli islamici, Bisanzio si oppose con tutte le sue forze come grande e ultimo baluardo dell'occidente, come estremo lembo d'Europa. Eppure né l'Austria, né l'Ungheria né le repubbliche marinare né il Pontefice né gli Aragonesi di Napoli si mossero. L'Europa venne meno alla sua tradizione, ai suoi compiti storici, ai suoi impegni morali. Si apprezzò tutto il valore di Costantinopoli solo dopo il 1453, quando la marea turca dilagò nelle pianure dell'Europa orientale fino al Mediterraneo.

UN PRECEDENTE STORICO DIMENTICATO
La tradizione "romana" dell'islam affonda anche su un precedente storico che gli storici tendono a "dimenticare". La sua narrazione è contenuta in un libro dello studioso americano Andrew Bostom, "The Legacy of Jihad". "Scendendo le pendici dei Pirenei, gli arabi conquistarono l'Aquitania", scrive Bostom. "Nel 732 entrarono a Bordeaux, dove bruciarono tutte le chiese, e avanzarono fino alle porte di Poitiers, dando fuoco alla basilica di Sant'Ilario. Poi partirono per la capitale della cristianità gallica, Tours, il loro obiettivo spirituale e materiale".
Ma non ci arrivarono: un sabato di ottobre, il Comandante dei Franchi Carlo Martello li fermò poco distante da Poitiers. "Inoltre, trovarono le regioni mediterranee più attraenti.
Intorno al 734-735 presero d'assalto Arles e Avignone". Dalla costa della Provenza, nell'846 i musulmani sbarcarono alla foce del Tevere a Ostia, salirono il fiume, saccheggiarono le basiliche di San Pietro e San Paolo, ne violarono le tombe. Ogni anno dall'857 in poi hanno minacciato il litorale romano.
Al fine di sbarazzarsi di loro, Papa Giovanni VIII decise nell'878 di promettere loro un annuale pagamento di diverse migliaia di pezzi d'oro, finché Papa Giovanni X nel 915 guidò di persona la riscossa contro la base degli arabi alla foce del fiume Garigliano.
Le armate musulmane occuparono Bari e Brindisi per trent'anni, Taranto per quaranta, Benevento per dieci, attaccarono più volte Napoli, Capua, la Calabria, la Sardegna, distrussero l'abbazia di Montecassino; fecero scorrerie nell'Italia del nord, valicando le Alpi.
Per contrastare i predoni musulmani, Arduino Glabrione costruì sull'altura di Avigliana, in Val di Susa, un possente castello con alte torri. Oggi è uno dei più belli del Piemonte. L'intera penisola italiana venne esposta al jihad. L'epopea di Carlo Magno, popolarizzata nelle ottave dell'Ariosto, vive nelle pitture dei carretti siciliani e nei "pupi" dovunque in mostra tra Catania e Palermo, vede eroi musulmani, e conversioni e amori. San Giovanni degli eremiti a Palermo s'innesta su un'antica moschea, i villaggi montani della Liguria richiamano la struttura della Qasba islamica, e nessun italiano come nessun spagnolo e nessun provenzale è certo di non avere qualche goccia di sangue arabo nelle vene.
Ci fu il caso dei cinquecento monaci di San Vincenzo al Volturno, scannati dai musulmani e gettati nei gorghi del fiume. Edward Gibbon al capitolo 52 del suo "Declino e caduta dell'Impero Romano", scrive che se i musulmani non fossero stati sconfitti a Poitiers nel 711 "forse oggi l'interpretazione del Corano sarebbe insegnata nelle aule di Oxford, e i nostri pulpiti sarebbero calcati da chi predica la santa verità della rivelazione di Maometto".
Chissà cosa sarebbe successo se i saraceni non fossero stati fermati sulle rive del Tevere.

IL TERZO CAPITOLO
Ma c'è un ultimo, terzo capitolo di questa frenesia da fine dei tempi. Con la caduta di Costantinopoli, la tradizione ecclesiastica dell'impero, che aveva riunito potere temporale e spirituale nella persona dell'imperatore, si eclissò dall'Europa dei papi e passò alla "Terza Roma": Mosca. Durante il crollo dell'Unione sovietica, l'ayatollah Khomeini spedì una lettera a Mikhail Gorbaciov, in cui invitava il capo del Cremlino a "studiare l'islam" e gli chiedeva di "interessarsi a Dio" confinando il comunismo "nel museo della storia".
Negli stessi giorni, l'altro polo dell'islam, l'Arabia Saudita, inviava un milione di copie del Corano in Urss. Non a caso oggi in cima ai peggiori nemici dello Stato Islamico e dell'islam sunnita c'è la Russia di Putin.
Nelle allucinazioni islamiste la Cecenia, maomettana, soccorsa dalla Turchia, aiutata dall'Iran, doveva trasformarsi in un Afghanistan decuplicato e conficcato come una spina nel fianco dell'impero cristiano russo. La prima e la terza Roma devono fare la fine della seconda, Costantinopoli.
Delle quattro capitali dell'impero romano (Roma, Cartagine, Alessandria, Antiochia) soltanto la prima appartiene ancora all'occidente. L'islam ha cancellato il resto. Della sede in cui il cristianesimo primitivo fu più ricco, più vario (quello di san Cipriano e sant'Agostino) c'è soltanto qualche mozzicone di colonna, qualche mattone tra cui passeggiare, meditando, al tramonto. Il ciclo messianico sarà completo con la presa di Roma. Quando il canto del muezzin sveglierà San Pietro. E la grande basilica farà la fine di Santa Sofia di Costantinopoli.

Fonte: Il Foglio, 28/02/2015

5 - LE LITANIE DELL'UMILTA' DEL CARDINALE MERRY DEL VAL
Servo di Dio e Segretario di Stato di San Pio X ha combattuto insieme a lui l'eresia modernista
Autore: Roberto De Mattei - Fonte: Corrispondenza Romana, 11/03/2015

Secondogenito del marchese Raffaele e della contessa Giuseppina de Zulueta, Raffaele Merry del Val nacque il l0 ottobre 1865 a Londra, dove il padre era allora Segretario dell'Ambasciata Spagnola. Nelle sue vene, date le diverse nazionalità dei suoi antenati, scorreva il sangue di illustri famiglie dell'Irlanda, della Spagna, dell'Inghilterra, della Scozia e dell'Olanda: in particolare, il sangue della famiglia paterna era nobilitato da quello versato da un suo glorioso avo: san Dominguito del Val, crocifisso, non ancora settenne, nella cattedrale di Saragozza dagli Ebrei, in odio alla fede di Cristo nel giorno del Venerdì Santo del 1250.

DOCILITA' AL VOLERE DI DIO
Fin da giovanissimo non ebbe dubbi sulla vocazione ecclesiastica che la Provvidenza gli aprì in maniera sfolgorante: incaricato di Missioni pontificie a 22 anni, con il titolo di "monsignore", prima ancora di essere ordinato sacerdote; presidente della Pontificia Accademia dei Nobili Ecclesiastici a 34 anni; arcivescovo a 35 anni; cardinale e Segretario di Stato a 38 anni, al fianco di un Papa destinato ad entrare come un gigante nella storia della Chiesa! Eppure Raffaele Merry del Val seguì questa strada per obbedienza, non per inclinazione: il suo sogno – riassunto nell'epigrafe che volle scolpita sulla sua tomba: «Da mihi animas, coetera tolle (dammi le anime prenditi tutto il resto)» – era stato quello di dedicarsi all'apostolato.
Lo zelo per la conversione dei protestanti, soprattutto degli anglicani, l'aveva spinto a scegliere per i suoi studi il Collegio Scozzese di Roma, ma Leone XIII, ricevendolo in udienza, gli aveva intimato con fermezza: «No! non al Collegio Scozzese, all'Accademia dei Nobili ecclesiastici!». Il futuro card. Merry del Val ubbidì al desiderio del Pontefice, e nell'obbedienza trovò la perfezione della sua vocazione. Quasi al termine della sua vita terrena, chiudendo una sua lettera del 28 ottobre 1928, scriveva: «Come sono volati gli anni! … Quarant'anni Sacerdote, ventotto che sono Vescovo e venticinque Cardinale. Come è stata la mia vita diversa da quella che avevo sperato e pregato! Sia fatta la volontà di Dio!».

NON LA MIA, MA LA TUA VOLONTA'
Leone XIII aveva intuito le virtù e le capacità del giovane ecclesiastico, ma sarà il successore a legarne indissolubilmente il nome al suo pontificato. Nel conclave che seguì la morte di Leone XIII, i voti del Sacro Collegio si erano raccolti sopra il cardinale Giuseppe Sarto, Patriarca di Venezia. Mentre nel silenzio della Cappella Paolina scongiurava il Signore di allontanare dalle sue labbra il calice tremendo del pontificato, il futuro san Pio X vide una figura profilarsi al suo fianco: era mons. Merry del Val, segretario del Conclave, che per ordine del cardinale decano gli rinnovava la richiesta, sussurrando queste semplici parole: «Coraggio, Eminenza!».
Il giorno successivo il Patriarca di Venezia salì sulla Cattedra di Pietro con il nome di Pio X. Alla sera, il nuovo Papa concesse la sua prima udienza a mons. Merry del Val che prendeva congedo da lui. Ponendo la Sua mano sulla spalla del giovane prelato gli disse in tono quasi di rimprovero: «Monsignore, mi vuole abbandonare? No, no: resti, resti con me. Non ho deciso nulla ancora: non so che cosa farò. Per ora non ho nessuno; rimanga con me come Pro Segretario di Stato…, poi vedremo. Mi faccia questa carità». In questo primo incontro si decise il destino di due uomini così diversi per nascita, educazione e temperamento, ma uniti in una sola mente ed in un solo cuore dagli imperscrutabili disegni della Provvidenza.
Il 18 ottobre 1903, con sua lettera autografa, san Pio X nominò mons. Merry del Val Segretario di Stato e cardinale. Quando mons. Merry del Val ricevette la notizia supplicò vivamente il Papa di destinare qualcun altro a questo incarico. Dopo aver ascoltato le sue ragioni san Pio X si limitò a rispondergli: «Accetti! È la volontà di Dio. Lavoreremo e soffriremo insieme per amore della Chiesa».
Nella corte vaticana destò una certa sorpresa il fatto che il Papa avesse destinato a tale carica un prelato così giovane e per di più non italiano. Ad un cardinale che si era permesso una timida osservazione sulla giovane età di mons. Merry del Val, Pio X rispose con queste parole: «Ho scelto lui perché è un poliglotta. Nato in Inghilterra, educato nel Belgio, spagnuolo di nazionalità, vissuto in Italia, figlio di un diplomatico e diplomatico egli stesso, conosce i problemi di tutti i paesi. È molto modesto, è un santo. Viene qui tutte le mattine e mi informa di tutte le questioni del mondo. Non gli devo mai fare un'osservazione. E poi non ha compromissioni».

DUE VITE UNITE DALLA LOTTA AL MODERNISMO
Da allora, per undici anni, in intima e profonda unione di pensiero e di cuore, senza interruzioni e senza incertezze, il cardinale Merry del Val legò la sua vita a quella dell'intrepido Pontefice, affiancandolo in tutte le battaglie, a cominciare da quella, epica, contro il modernismo. «Undici anni – osserva mons. Dal Gal – "cor unum et anima una" con il suo Papa e con il suo Sovrano, con il suo Maestro e con il suo Padre, in ogni evento ed in ogni vicenda, nella gioia e nel dolore, tra le angosce del Getsemani e nella gloria della Resurrezione, tra l'effimero tripudio dei nemici della Chiesa come nella grandezza di una stessa fede e di una stessa speranza immortale».
La sera del 19 agosto 1914, il cardinale Merry del Val ebbe il conforto di raccogliere l'ultimo anelito del Papa morente. Il santo Pontefice, che aveva perduto la parola ma conservava lucida la mente, tenne strette a lungo tra le sue le mani del suo segretario di Stato, volendo esprimergli in questo gesto silenzioso tutta la riconoscenza per l'illimitata dedicazione al Soglio pontificio e alla sua persona. Fino al giorno della inaspettata morte, il 26 febbraio 1930, quando si trovava ancora nel pieno delle sue forze, il cardinale Merry del Val rimase all'interno della Chiesa il punto di riferimento di tutti coloro che si richiamavano idealmente al luminoso pontificato di san Pio X.

UN FASCINO IRRESISTIBILE
Il card. Merry del Val fu un perfetto esempio di vero aristocratico, non solo di sangue, ma soprattutto di animo. In lui, come è tipico della vera nobiltà, la magnificenza e la grandiosità si associarono alla più profonda semplicità ed umiltà. Quando passava per le vie di Roma – notava l'accademico di Francia René Bazin – «era oggetto dell'ammirazione universale: lo si guardava con interesse, lo si salutava con simpatia»; ma quando, appariva nello splendore della Basilica Vaticana sembrava che dalla sua persona emanasse un fascino irresistibile.
Alle cerimonie liturgiche da lui celebrate fino alla morte, come Arciprete della Basilica Vaticana, con scrupolosa esattezza e con incomparabile dignità accorrevano in folla i romani e gli stranieri come ad un avvenimento. Nella sua dignità principesca egli incarnava, contro ogni miserabilismo ed egualitarismo, lo splendore della Chiesa romana. Questa magnificenza non andò mai disgiunta da una profonda umiltà: fu anzi il frutto della sua vita interiore. «La Santa Messa del piissimo Cardinale – testimonia un prelato – era la rivelazione della sua vita interiore e l'anima di tutto il suo apostolato». Una principessa polacca poteva dire: «Solamente una volta ho veduto il cardinale Merry del Val pregare in San Pietro. È a lui che io devo il mio ritorno alla Chiesa cattolica».

GRANDE UMILTA'
Le litanie dell'umiltà che recitava quotidianamente, così come il cilicio che indossava sotto la veste talare, erano espressione di quel profondo spirito cattolico che si manifesta nel negare tutto a sé stessi, per offrire ogni grandezza ed ogni splendore alla Chiesa, nel perfetto abbandono alla Divina Provvidenza.
Nell'offerta del mattino che recitava ogni giorno prima di celebrare la Messa il Principe della Chiesa così pregava: «Sono disposto, o mio Dio, ad accettare dalle Tue mani, e nel modo che più Ti piace, salute o malattia, ricchezza o povertà, vita lunga o vita breve, onori o disgrazie, amicizie o avversioni, e così delle altre cose, scegliendo unicamente ciò che è più conforme alla tua gloria. E se sei tanto buono da chiamarmi ad imitarti più strettamente ed intimamente nella povertà, nell'ignominia e nella sofferenza, o caro Gesù, eccomi pronto».
Accogliendo gli onori come una croce, il cardinale Merry del Val cercò il proprio nascondimento e l'esaltazione della Santa Chiesa. Attende ora, accanto a san Pio X, l'ora del trionfo di quella Chiesa che tanto fedelmente servì.

Nota di BastaBugie: il cardinale Rafael Merry del Val (1865-1930), servo di Dio e segretario di stato di S. Pio X, recitava ogni giorno dopo la celebrazione della santa Messa le seguenti litanie

LITANIE DELL'UMILTÀ
- O Gesù! Mite ed umile di cuore, / esaudiscimi.
- Dal desiderio di essere stimato, / liberami, Gesù.
- Dal desiderio di essere amato, / liberami, Gesù.
- Dal desiderio di essere esaltato, / liberami, Gesù.
- Dal desiderio di essere onorato, / liberami, Gesù.
- Dal desiderio di essere lodato, / liberami, Gesù.
- Dal desiderio di essere preferito agli altri, / liberami, Gesù.
- Dal desiderio di essere consultato, / liberami, Gesù.
- Dal desiderio di essere approvato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere umiliato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere disprezzato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere rifiutato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere calunniato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere dimenticato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere ridicolizzato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere ingiuriato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere sospettato, / liberami, Gesù.
- Che gli altri siano amati più di me, / Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
- Che gli altri siano stimati più di me, / Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
- Che gli altri possano crescere nell'opinione del mondo e che io possa diminuire, / Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
- Che gli altri possano essere scelti ed io messo in disparte, / Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
- Che gli altri possano essere lodati ed io dimenticato, / Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
- Che gli altri possano essere preferiti a me in ogni cosa, / Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
- Che gli altri possano essere più santi di me, purché io divenga santo in quanto posso, / Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!

Fonte: Corrispondenza Romana, 11/03/2015

6 - MACHIAVELLI DISTRUGGE L'EQUILIBRIO TRA POTERE SPIRITUALE E TEMPORALE CON ''IL FINE GIUSTIFICA I MEZZI''
Con la separazione della politica dalla morale, si legittima ogni azione voluta da chi detiene il potere, anche se ingiusta
Autore: Laura Boccenti - Fonte: Il Timone, n.140 febbraio 2015

L'equilibrio raggiunto dalla sintesi di san Tommaso d'Aquino (1225-1274) nel rapporto tra fede e ragione, potere spirituale e temporale, legge divina e umana non era destinato a durare a lungo. Fin dagli inizi del Trecento si registra una svolta nel pensiero politico, legata alla controversia tra il papato e il regno di Francia.
I nuovi regni e le città indipendenti iniziano a rivendicare un'autonomia che li pone in aperto conflitto con l'universalismo [ndr: l'unificazione di molti popoli sotto una guida sovranazionale unica] che aveva caratterizzato il pensiero politico da Costantino il Grande (280-337) a Bonifacio VIII (1294-1303). Si tratta di un progetto che investe e scuote i fondamenti della cultura medioevale, ponendo le premesse dell'epoca moderna.

VERSO L'INSINDACABILITÀ DELLO STATO
Il rifiuto dell'universalismo si realizza, infatti, attraverso la separazione degli ambiti che nella sintesi tomista restavano, pur nella distinzione, uniti; nella nuova visione che va affermandosi si vuole "demitizzare" il carattere sacro dell'Impero, che viene anche svuotato del significato di realtà sovranazionale. I principali interpreti di questa svolta del pensiero politico nel Trecento furono Guglielmo di Ockham (1285-1347) e Marsilio da Padova (1275?- 1343).
Per esempio, Marsilio da Padova, nella sua opera Defensor pacis, sostiene che lo Stato è una communitas perfecta, cioè una comunità autosufficiente fondata sulla ragione e sull'esperienza degli uomini. Ovviamente, lo Stato di cui parla Marsilio non è più l'Impero universale, ma lo Stato nazionale, la Signoria o il Principato. Questo Stato è una costruzione umana che assolve finalità esclusivamente terrene, senza vincoli di natura teologica o etica. Il passaggio fondamentale del processo di secolarizzazione teorizzato da Marsilio sta nel fatto che il governante deve agire secondo una legge che risulti dalla volontà del legislatore. Il vero e il giusto per Marsilio non sono infatti automaticamente nor-mativi e la legge non deve più corrispondere alle finalità della legge naturale.
Emerge già quello "spirito laico" che relega Dio in cielo per dare all'uomo l'autonomia assoluta sulla terra; proprio tale "spirito" costituisce l'anima profonda dell'umanesimo rinascimentale, che nasce con una componente politica di cui il pensiero di Niccolò Machiavelli (1469-1527) rappresenta uno dei momenti culminanti.

OGNI MEZZO È BUONO PUR DI RAGGIUNGERE LO SCOPO
Nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Machiavelli legge la storia dell'antica Roma per cercare in essa una risposta ai problemi che attraversano la repubblica fiorentina spingendola alla corruzione. Il "realismo politico" spinge Machiavelli a considerare la politica come un campo di forze aperto allo scontro e alla formazione di egemonie. Mentre il pensiero politico classico aveva cercato di giudicare i fatti storici, e talvolta di guidarli, avendo come riferimento il piano dei valori morali, Machiavelli ritiene che i mezzi usati dalla politica siano in sé stessi moralmente irrilevanti, purché raggiungano lo scopo.
La dinamica interna di uno Stato viene inevitabilmente proiettata sullo scenario internazionale dove gli Stati confinanti non sono semplici spettatori, ma agenti politici tesi ad approfittare di ogni travaglio per realizzare la propria potenza che è, secondo Machiavelli, la vera sostanza e l'obbiettivo ultimo della politica.
Alla luce di questa analisi, rompendo ancora con la tradizione che aveva identificato il bene politico con la concordia, Machiavelli assegna al conflitto sociale, incanalato nelle istituzioni, un valore positivo, identificandolo con il motore della vita politica: un organismo politico che voglia conservarsi sano deve incanalare i conflitti entro meccanismi istituzionali che possano utilizzarli politicamente, impedendo alle contese di assumere carattere privato.

LA STORIA È RETTA DAL CASO
Gli uomini cercano di avere successo in un mondo ostile o indifferente, muovendosi tra altri individui fondamentalmente malvagi ed egoisti. La storia non obbedisce alla Provvidenza, ma a un ciclo di accadimenti di cui l'uomo non ha e non può avere il controllo e che non è finalizzato alla sua salvezza e al suo bene. La fortuna (sorte), che guida secondo Machiavelli gli eventi storici, coincide con il caso e, in ultima istanza, con la convinzione neopagana circa l'assenza di un senso nelle vicende umane.
Anche se la concordia non è più considerata una precondizione necessaria allo sviluppo, l'unità della società continua a essere giudicata un bene. È curioso notare come Machiavelli accusi il cristianesimo di aver depresso l'amore per la libertà e per la grandezza, per sostituirli con valori inadatti alla politica ed essenzialmente privati, come l'umiltà e la passività, quando invece avrebbe dovuto criticare l'affermazione dell'individualismo moderno (cfr. Benedetto XVI, Spe salvi, n. 16).

IL PRINCIPE DEVE USARE TUTTI I MEZZI NECESSARI
Accettato il principato, tra le possibili forme politiche, come una necessità del suo tempo, Machiavelli ne Il Principe esamina le qualità che deve possedere il principe perché la sua azione politica abbia successo. La sua tesi fondamentale è che il fine del principe consiste nell'accrescere e rafforzare il proprio dominio, impiegando tutti i mezzi necessari. Questo obbiettivo va perseguito anche a costo di perdere l'anima per salvare lo Stato: il principe deve «sapere entrare nel male, necessitato» (XVIII). Al principe che sperimenta in sé la dimensione "demoniaca" del potere, Machiavelli prospetta la perdita dell'anima invitandolo a «entrare nel male» per fronteggiare l'imprevedibile corso degli eventi e della «fortuna».
L'unico modo di dare un senso, sia pure limitato, al trionfo del caso è l'agire politico «virtuoso»: la virtù è per Machiavelli la disposizione a opporsi alla fortuna, è ciò che consente agli uomini di uscire dal loro egoismo per compiere azioni grandi e gloriose raggiungendo l'unica forma d'immortalità che deve interessare all'uomo politico: quella fondata sul conseguimento della potenza e della gloria.

DERIVE MOLTO GRAVI
Senza voler entrare nel merito del dibattito sviluppatosi nei secoli sulle teorie politiche del Machiavelli (che ha visto schierarsi estimatori e confutatori e si è praticamente concluso a partire dall'Ottocento con l'affermarsi di un giudizio quasi all'unanimità favorevole alla dottrina della "ragion di Stato"), vi sono almeno due considerazioni che è opportuno mettere a fuoco:
1) La prima riguarda le conseguenze storiche del principio dell'autonomia della politica dalla morale: «Esiste un collegamento tra il pensiero del Machiavelli, i libertini del Settecento, i giacobini, il leninismo e il radicalismo attuale. Questi atteggiamenti hanno in comune il rifiuto della legge naturale espressa nella forma del dover essere, ossia di norme aventi una validità permanente». (Alberto Torresani). L'autonomia della politica significa la sua separazione dalla morale e, alla fine, la legittimazione di ogni azione voluta da chi detiene il potere, per quanto ingiusta e terribile possa essere.
2) La seconda riguarda le ricadute negative della rinuncia all'indagine sul fine ultimo dell'esistenza umana e sui fini specifici delle singole attività. Se le vicende umane non hanno un senso e tutto è dovuto al caso, la politica non ha un fine (previo alla decisione umana) che deve guidarla e il "principe" diventa solo un "tecnico", che impiega i mezzi necessari a ottenere il risultato che si è proposto lui o che ha deciso il popolo: «quando l'uomo, interrogandosi solo sul come, non considera i tanti perché dai quali è spinto ad agire» si muove «all'interno di un orizzonte culturale tecnocratico [...] senza mai poter trovare un senso che non sia da noi prodotto. Questa visione rende oggi così forte la mentalità tecnicista da far coincidere il vero [e il buono] con il fattibile» (Benedetto XVI, Caritas in ventate, n. 70).

Fonte: Il Timone, n.140 febbraio 2015

7 - NOZZE GAY, I GIUDICI ORDINANO LA LEGALIZZAZIONE
Il Tar del Lazio stronca la bocciatura, fatta dal ministro degli Interni e dai prefetti, dei ''matrimoni'' gay esteri trascritti da alcuni sindaci per spingere il Parlamento a legalizzarli
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 11-03-2015

A Roma hanno trovato il modo per tamponare il calo dei matrimoni. Basta allargare il bacino di utenza. Ingresso libero quindi anche alle coppie omosessuali che vogliono "sposarsi". Questo è in sostanza l'orientamento – è proprio il caso di dirlo - sposato, seppur non esplicitamente, dal Tar del Lazio. Ma ricostruiamo dall'inizio la vicenda dalle tinte arcobaleno.

ANTEFATTO
Il 18 ottobre scorso il sindaco di Roma Ignazio Marino trascrive nei registri comunali 16 "nozze" di coppie omosessuali celebrate all'estero. Dopo pochi giorni il prefetto Pecoraro intima al primo cittadino di cancellare le trascrizioni, altrimenti provvederà lui in persona. Cosa che puntualmente avviene. Pecoraro non aveva fatto altro che applicare una circolare del ministro dell'Interno Angelino Alfano del 7 ottobre la quale, a fronte di iniziative simili attuate dai colleghi di Marino in altre città italiane, invitava i prefetti a «rivolgere ai sindaci formale invito al ritiro di tali disposizioni ed alla cancellazione delle conseguenti trascrizioni» procedendo «all'annullamento d'ufficio degli atti illegittimamente adottati». La puntata successiva di questa nuova edizione dei promessi sposi vedeva sia il Campidoglio che una coppia omosessuale far ricorso al Tar del Lazio. I giudici hanno dato loro ragione. «L'annullamento di trascrizioni di matrimoni di questo genere celebrati all'estero», spiegano i giudici, «può essere disposto solo dall'autorità giudiziaria ordinaria. Il ministero dell'Interno e le Prefetture, quindi, non hanno il potere di intervenire direttamente. Allo stato, non è consentito celebrare matrimoni tra persone dello stesso sesso e, conseguentemente, matrimoni del genere non sono trascrivibili nei Registri di stato civile».

GIRAVOLTE DA AZZECCAGARBUGLI
Quindi con un carpiato doppio il Tar del Lazio ci dice che il sindaco non poteva trascrivere questi "matrimoni", ma intanto rimangono trascritti fino a quando alcuni giudici civili li annulleranno. Ciò significa che fino a quel momento produrranno effetti giuridici. E dunque fino a quel giorno due persone dello stesso sesso potranno essere considerate legittimamente coniugi, sebbene per il nostro ordinamento non esista il "matrimonio" omosessuale. Davvero un bell'ossimoro giuridico. Ma facciamoci questa domanda: prefetto e ministero dell'Interno sono incompetenti nel predisporre l'annullamento di simili trascrizioni? No. L'ordine pubblico – inteso come l'insieme di principi ordinamentali su cui si fonda la nostra convivenza civile - è un limite alla ricezione nel nostro Paese di norme e sentenze straniere che contrastano con i principi fondamentali dello Stato, in primis con quelli della Costituzione. Tradotto, significa che trascrivere un "matrimonio" omosessuale confligge con l'art. 29 della Costituzione, il quale dichiara che esiste un solo matrimonio: quello tra un uomo e una donna. Ciò mina l'ordine pubblico del nostro paese che è fondato sulla famiglia.
Per "lesione dell'ordine pubblico" non dobbiamo pensare per forze di cose alla guerra civile o agli atti di terrorismo. L'ordine di una società è fondata su valori comuni cristallizzati dalla nostra Costituzione. Ora, anche se l'italiano comune potrebbe sbadigliare davanti a quel che sta accadendo a Roma, dato che a lui le "nozze" gay importano assai meno che l'andamento del campionato, così non la pensavano i nostri Padri costituenti. Permettere a due persone dello stesso sesso di "sposarsi" equivale ispirarsi ai principi costituzionali vigenti a Disneyland dove un topo può votare e dove puoi fare una donazione al tuo amico alieno. Dunque acconsentire alle "nozze" arcobaleno è una faccenda che riguarda l'ordine pubblico e questo è di competenza a livello locale del prefetto e a livello nazionale del ministero Interno. La questione dei "matrimoni" gay non si può liquidare come un fatterello di diritto privato da demandare ad un qualsiasi tribunale civile, come se fosse una bega di condominio.

LO SCOPO FINALE
Tutta questa manovra che si muove tra le aule consiliari e quelle di tribunale mira ovviamente e come sempre a spingere il Parlamento a legiferare in materia, cioè ad accelerare il varo del disegno di legge sulle Unioni civili fermo in Parlamento. Le scuse sono le solite: c'è un vuoto normativo e dobbiamo dare una risposta chiara a tutti questi contenziosi. Non possiamo lasciare una materia così delicata all'arbitrio dei giudici. Tutto falso. Il vuoto normativo non esiste, se non nella testa di qualcuno. Infatti di matrimonio nel nostro ordinamento c'è solo quello tra uomo e donna. Le altre forme di convivenza la legge proibisce di chiamarle "matrimonio". Che i giudici applichino quindi la legge e gli amministratori locali rispettino questa legge. Perché altrimenti anche noi popolino potremmo iniziare in massa a non pagare le tasse dicendo che c'è un vuoto normativo e chiedendo a fronte di tanti contenziosi giuridici di carattere tributario una bella legge che ci permetta di non pagarle più. Ad ognuno le sue voglie.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 11-03-2015

8 - LETTERE ALLA REDAZIONE: MARIO PALMARO RESTERA' SEMPRE NEI NOSTRI CUORI
Il suo modo di parlare era così chiaro e vivace che chi lo ascoltava veniva rapito dal fluire dei suoi ragionamenti
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie, 25 marzo 2015

Gentile redazione di BastaBugie,
la lettura degli articoli di commemorazione di Mario Palmaro che avete pubblicato hanno ridestato in me alcune emozioni che ho vissuto avendolo conosciuto personalmente e incontrato più volte. Vorrei condividerle con voi.
Con Mario Palmaro è stato "amore a prima vista"! Prima di tutto perché la sua persona ispirava un senso di tranquillità e fermezza. Inoltre, il suo modo di parlare era così chiaro e vivace che l'attenzione di tutti quelli che lo ascoltavano era inevitabilmente rapita dal fluire dei suoi ragionamenti. Tutti, compresi quelli un po' più duri di comprendonio come me, erano in grado di capire ciò che lui spiegava, riuscendo ad imparare concetti a volte anche complicati in maniera indelebile. E questo è continuato ad avvenire anche alle sue ultime conferenze, dove, seppur provato dalla malattia riusciva a mantenere lo stesso livello di qualità.
Una delle prime volte che lo incontrai ero insieme al mio parroco, e gli dissi quanto fosse piacevole ascoltarlo. Annamaria, la moglie di Palmaro, confermò che si era invaghita di lui proprio sentendolo parlare. Palmaro, come era solito fare, rispose con una delle sue battute, che gli venivano bene perché riusciva a farle con atteggiamento e tono seri. "Anch'io la notai", disse, "Era l'unica ragazza giovane in tutta la sala e mentre parlavo annuiva con la testa". Capii subito che lo scherzo e la battuta erano parte integrante della vita di Palmaro. Non finiva quasi nessuna frase senza una battuta, persino mentre enunciava concetti seri durante le sue conferenze, ed è anche per questo che lo si ascoltava tanto volentieri!
Questo suo modo di essere scherzoso trasmetteva la gioia di vivere propria del cattolico, quello vero. Perché Palmaro differiva totalmente dall'etichetta triste e seriosa che viene spesso attribuita al mondo cattolico solo perché nel Vangelo e nella tradizione della Chiesa sono presenti i comandi che, sotto le mentite spoglie di divieti, in realtà sono la via per la vera libertà e quindi la vera gioia! Palmaro aveva la freschezza di una fede vissuta nell'abbandono totale del figlio verso il Padre Celeste e la Madre Chiesa. In fondo è così che fa qualsiasi bambino nei confronti del padre e della madre. E questo in lui traspariva senza tanti discorsi, anche nel momento difficile della prova.
Palmaro dimostrava di credere in tutto ciò che affermava. Non spiegava in modo accademico, nonostante fosse un professore ma insegnava mettendoci tutta l'anima. E' così che era riuscito a suscitare in tutti noi un grande entusiasmo e una grande voglia di essere apologeti. Difendeva sempre strenuamente le verità della dottrina cattolica, ma anche le evidenze del diritto naturale. Personalmente mi appassionava molto quando dimostrava con la sola ragione quanto l'aborto, l'eutanasia, la contraccezione fossero degli errori. Si veniva subito contagiati dalla voglia di spiegarlo il prima possibile a quanti la pensavano diversamente oppure erano ignoranti rispetto a certe tematiche.
Era una persona molto semplice e alla mano e si comportò sempre con noi giovani come "uno di noi". Quando iniziò ad essere molto spesso il relatore delle nostre conferenze, non mancò mai di cenare con noi prima della conferenza, sempre con moglie e prole al seguito. Ricordo che una delle prime volte noi del Centro Culturale Amici del Timone di Staggia Senese gli organizzammo una cena molto spartana in una delle aule parrocchiali per il catechismo ed anche in quel caso fu molto lieto di intrattenersi con noi ridendo e scherzando normalmente.
Tutti noi abbiamo imparato davvero tanto da lui, sia riguardo ai temi di bioetica che insegnava, sia grazie alla sua testimonianza di fede e di padre di famiglia. Più tardi, quando noi giovani siamo diventati un po' più adulti e abbiamo messo su famiglia, abbiamo beneficiato anche dei suoi consigli su come litigare in modo proficuo all'interno della coppia, così da far funzionare bene il matrimonio e di come educare i figli, evitando errori comuni che non permettono loro di crescere in maniera equilibrata. Su questi temi ha tenuto la sua ultima conversazione con noi ad un ritiro per famiglie e dei suoi consigli preziosi ne abbiamo fatto tesoro, perché Mario Palmaro è davvero insostituibile!
Qui si può trovare un breve resoconto e la possibilità di farsi inviare il dvd:
http://www.amicideltimone-staggia.it/it/articoli.php?id=107
L'ultima grande testimonianza di coraggio e di voglia di essere sempre in prima fila ce l'ha data alla Marcia per la Vita, quando, nonostante lo stadio già avanzato della sua malattia, volle esserci, sempre con moglie e figli al seguito, sempre con quel suo modo gioioso.
Vanessa Gruosso

Cara Vanessa,
la tua mail meritava senz'altro di essere pubblicata per la freschezza con cui hai voluto ricordare la tua amicizia con Mario Palmaro e la sua famiglia.
Anche per noi di BastaBugie è stato un grande amico. Consigliamo l'acquisto del libro "MARIO PALMARO. IL BUON SEME FIORIRÀ" di Alessandro Gnocchi - Fede & Cultura - pp. 160 - € 16.00.
In questo libro, Alessandro Gnocchi ha raccolto il ricordo di un gruppo di amici per ricordare la sua vita pubblica e privata.

DOSSIER "LETTERE ALLA REDAZIONE"
Le risposte del direttore ai lettori

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Fonte: Redazione di BastaBugie, 25 marzo 2015

9 - OMELIA DOMENICA DELLE PALME - ANNO B (Mc 14,1-15,47)
Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 29 marzo 2015)

La Liturgia della Parola della Domenica delle Palme è molto ricca. Il brano del Vangelo con cui abbiamo iniziato la Celebrazione narrava l'ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme; la prima lettura, tratta dal profeta Isaia, sottolinea le offese e le umiliazioni che il nostro Redentore ha dovuto sopportare per nostro amore; al Salmo responsoriale abbiamo ripetuto il grido di Gesù in Croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»; la seconda lettura descrive l'annientamento del Figlio di Dio, il quale, per la nostra salvezza, si è umiliato sino alla morte di Croce; infine, il lungo brano del Vangelo narrava la Passione di Gesù.
In questo breve pensiero, vogliamo riflettere su un particolare molto sconcertante: l'ingresso di Gesù a Gerusalemme fu salutato dalla folla festante; ma, a quell'ingresso trionfale, seguì ben presto la condanna e la morte di Gesù. Dall'"osanna" al "crucifige": è questo il mistero del cuore umano. Certamente, in mezzo a quella folla che gridò "crocifiggilo" vi furono molti che poco prima accolsero trionfalmente Gesù e che, forse, furono stati anche miracolati da Lui.
Questo inspiegabile cambiamento è un invito a considerare la gravità del nostro peccato. La leggerezza e l'incostanza sono atteggiamenti purtroppo frequenti in noi nei riguardi del Signore. In particolare, la facilità di passare, da atti di fede e di culto, al peccato grave, deve costituire per noi un motivo di seria riflessione.
Non si può concepire un cristiano staccato da Cristo e disposto a vivere abitualmente nel peccato, privo della grazia di Dio, per la maggior parte dell'anno. Non si può ascoltare la parola di Cristo per quanto riguarda i nostri rapporti in chiesa, e poi ascoltare i princìpi del mondo per quanto riguarda la vita pratica. Gesù e il suo Vangelo devono essere la direttiva costante della nostra vita per non ripetere il tradimento delle folle di Gerusalemme pronte a passare dall'"osanna" al "crucifige".
La vita del cristiano non può ignorare quello che è avvenuto a Cristo e il modo con cui Egli ha salvato il mondo. Da qui l'esigenza di meditare sulla Passione di Gesù. San Leonardo da Porto Maurizio affermava che dalla mancanza di questa meditazione deriva lo scadimento di tanti cristiani. Per questo motivo, egli diffuse ovunque la pia pratica della Via Crucis, dando a questo devoto esercizio una grande importanza.
Si pensa a ciò che si ama. Se pertanto amiamo Gesù, penseremo spesso a quanto Egli ha patito per noi. Meditiamo sull'immenso amore che spinse Gesù a morire in Croce per noi. Se non ci avesse amati, Egli non sarebbe salito su quella Croce.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 29 marzo 2015)

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