BastaBugie n°422 del 07 ottobre 2015

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1 QUANDO IN SICILIA COMANDAVANO I MUSULMANI
Nonostante la storiografia anticattolica descriva il periodo come tollerante e pacifico, la storia vera fu un'altra cosa
Autore: Pasquale Hamel - Fonte: Sicilia Informazioni
2 IL COMING OUT DI MONSIGNOR CHARAMSA RENDE EVIDENTE UN'UNICA REGIA SEGRETA PER UN SINODO GAY-FRIENDLY
Le lobby gay usano il caso del sacerdote polacco omosessuale per far fare un decisivo balzo in avanti alle loro battaglie
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
3 ALESSANDRO MANZONI CONVERTITO AL CATTOLICESIMO GRAZIE A UN MATRIMONIO, IL SUO
Il cammino di fede dell'autore dei Promessi Sposi è adombrato nella vicenda della conversione dell'Innominato
Autore: Giovanni Fighera - Fonte: Tempi
4 COME COMBATTERE IL DIFETTO DOMINANTE
La mortificazione ci dona la libertà, assicura il predominio in noi delle nostre qualità e della nostra attrattiva speciale di grazia
Autore: Padre Réginald Garrigou-Lagrange - Fonte: Centro Cattolico di Documentazione
5 GALATEO DI COMPORTAMENTO IN CHIESA
Impariamo a stare nella casa di Dio e quali errori non fare
Fonte: Centro Cattolico di documentazione
6 SEDICENNE GAY SBATTUTO FUORI DALLA CLASSE DAL PRESIDE CATTOLICO... MA LA NOTIZIA E' FALSA!
La realtà dei fatti e il racconto del preside fanno emergere la verità sulla vicenda di Monza ribalzata su tutte le tv
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
7 SEXTING, UN FENOMENO TRISTE E PERVERSO
Eppure è diffuso tra gli adolescenti (forse anche tuo figlio)
Autore: Tonino Cantelmi - Fonte: Blog di Costanza Miriano
8 APPELLO AI PADRI SINODALI SU MATRIMONIO E FAMIGLIA
E' stato lanciato dal Convegno internazionale organizzato dalla Bussola e dal Timone alla presenza di vescovi e cardinali
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
9 OMELIA XXVIII DOMENICA DEL T. ORD. - ANNO B - (Mc 10,17-30)
Va', vendi quello che hai e dallo ai poveri
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - QUANDO IN SICILIA COMANDAVANO I MUSULMANI
Nonostante la storiografia anticattolica descriva il periodo come tollerante e pacifico, la storia vera fu un'altra cosa
Autore: Pasquale Hamel - Fonte: Sicilia Informazioni, 19/01/2015

Ma è proprio vero che negli anni in cui gli arabi furono padroni della Sicilia, parlo dei secoli dal IX al XI, l'Isola sia stata un luogo di tolleranza di pace? La risposta, alla luce di quanto normalmente si racconta, sembrerebbe scontata. Ci si potrebbe accontentare, per averne conferma, di leggere un capolavoro della storiografia ottocentesca come "Storia dei musulmani in Sicilia" di Michele Amari.
Amari, con puntualità, ripercorre infatti quel periodo rilasciandocene un'immagine particolarmente positiva, per cui, chi legge l'opera dello storico siciliano si fa un'idea ben precisa del periodo della dominazione araba come di una parentesi luminosa della storia siciliana. Fino a qual punto questa di Amari può essere considerata una corretta rappresentazione di quel tempo?

PREGIUDIZI IDEOLOGICI CONTRO LA CHIESA
Diciamo subito che Amari, non è solo un grande storico, è anche un uomo impegnato politicamente e che la sua cultura è figlia di quelle sensibilità intellettuali proprie di molti uomini dell'Ottocento motivati dalla lotta all'oscurantismo e al tradizionalismo. Amari è infatti dichiaratamente anticlericale e sicuramente massone e, in quanto tale, vede la Chiesa e le sue istituzioni come il fumo negli occhi.
Non meraviglia, dunque, che la sua ricerca storica sia stata influenzata da forti pregiudizi ideologici e culturali. Scriveva Goethe che "scrivere la storia è un modo di sbarazzarsi del passato", nel caso di Amari potremmo dire che, proprio le sue passioni politiche, c'è un recupero del passato per poterlo utilizzare a giustificazione di un'idea. Così, il nostro storico, dovendo portare acqua al mulino della propria visione del mondo, trova corretto occuparsi ed enfatizzare un periodo, per fortuna breve, della storia siciliana, quello appunto della presenza musulmana, caricandolo oltremisura di positività. E, siccome di quel periodo la ricerca storica non si era fino ad allora occupata, la narrazione del grande intellettuale siciliano non ha trovato contraddittori fino al punto da essere accettata senza contraddittori.
Oggi, però, le cose per fortuna sono alquanto cambiate, storici di rilievo si sono spinti infatti nello spazio di ricerca dove sembrava fosse stato detto tutto o quasi. Fra gli altri, due bei libri, quello di Alessandro Vanoli "La Sicilia Musulmana" e quello di Salvatore Tramontana "L'isola di Allah", hanno aperto brecce nella visione consolidata dell'Amari violando e ridimensionando la visione paradisiaca che lui stesso ci ha regalato.

ISLAM TOLLERANTE IN SICILIA? MA QUANDO MAI?
Ci siamo chiesti, in avvio del discorso, se la Sicilia islamica fosse quell'esempio di tolleranza che è stato tramandato ai posteri e la risposta non può che essere quantomeno problematica perché alla luce dei documenti pervenuti bisogna riconoscere che la tesi di Amari deve essere riconsiderata. La Sicilia al tempo dell'Islam non fu più tollerante di come lo furono altri territori del mondo conosciuto dove un vincitore si è insediato con la forza strappando il dominio ai popoli indigeni.
Infatti, gli islamici, fin dall'inizio della loro avventura siciliana - un'avventura che durò 137 anni a causa della strenua resistenza che i siciliani opposero all'invasore - furono abbastanza rigidi e il loro impegno teso all'islamizzazione dell'isola non fu per niente indifferente. Impegno che non si rivolse solo nei confronti delle istituzioni e delle evidenze architettoniche, creazione di un emirato islamico e trasformazione di chiese e sinagoghe in moschee, ma si rivolse soprattutto nei confronti delle comunità cristiane ed ebraiche.
Non per nulla, in maniera più o meno rigida, fu applicato nel tempo, l'aman del califfo Omar, personaggio reso famoso dalla storia per essere stato responsabile dell'incendio della biblioteca di Alessandria, uno dei più grandi delitti contro l'umanità. Questa sorta di editto, elencava tutta una serie di obblighi o divieti cui erano sottoposti i dhimmi, cioè i non musulmani che vivevano nell'isola. La condizione di dhimmi, diremmo, con linguaggio moderno, di cittadini a diritti limitati, era quella che, secondo il dettato del Corano, veniva attribuita alla gente del libro, cioè agli ebrei e ai cristiani.

CONDIZIONI UMILIANTI PER I CRISTIANI
Per garantirsi questi pur limitati diritti, i dhimmi dovevano pagare una tassa di capitazione, la jizya e, se proprietari di fondi, dovevano aggiungere la "kharàg" una sorta di sovrimposta sugli immobili che i musulmani non erano tenuti a pagare. Ma erano soprattutto le limitazioni imposte dall'aman di Omar che pesavano sui dhimmi. L'elenco dell'aman indicava diciassette divieti estremamente pesanti e in qualche caso addirittura umilianti. Fra questi divieti, a parte quelli di manifestare e praticare in pubblico la propria fede e di costruzione o riparazione di edifici di culto, ve n'erano alcuni che incidevano sulla vita privata dei singoli.
C'era fra questi l'obbligo di ospitare un musulmano nella propria dimora, quella di cedere i posti a sedere ai musulmani, di non utilizzare selle per le cavalcature o di non costruire edifici che fossero più alti di quelli dei musulmani. Ma c'erano anche imposizioni umilianti come quello di portare segni distintivi per distinguersi dai musulmani; tipico segno distintivo era, ad esempio, l'obbligo di rasarsi la parte anteriore della testa. Questi divieti che, ripeto, non furono sempre applicati rigidamente, e la pesantezza delle imposte applicate, furono lo strumento che consentì di attuare una rapida islamizzazione dell'isola, fatto a cui gli stessi governanti musulmani cercarono di porre un freno per ragioni economiche. Le conversioni facevano venir meno le ingenti risorse provenienti dalle imposte cui erano sottoposti i dhimmi.
Questa situazione vessatoria, ben lontana dalla idea comune di tolleranza cui ci ha abituati certa letteratura, ci da anche la chiave di lettura dello straordinario successo della conquista normanna. Trecento o mille cavalieri normanni che furono, il numero è imprecisato, pur ben armati e motivati, non avrebbero mai potuto battere le migliaia di armati islamici presenti nell'Isola se non avessero avuto l'aiuto dei residenti cristiani cui si aggiunse la sapiente politica di sfruttamento dei conflitti e delle lotte fra i potentati isolani.
Tornando al nostro tema, con buona pace di quanti ancora coltivano il mito della presenza musulmana in Sicilia, bisogna riconoscere che la tolleranza non fu la cifra specifica di quel tempo quanto piuttosto, e anche qui da prendere "cum grano salis", del successivo periodo normanno; il Granconte Ruggero d'Altavilla e il figlio Ruggero II, opponendosi alle insistenze di Roma che avrebbe voluto una immediata ricristianizzazione dell'Isola, intuirono infatti che, quel che chiamiamo oggi tolleranza, sarebbe stata una valore aggiunto per il benessere dei loro domini e non ebbero dubbi a farla propria.

Fonte: Sicilia Informazioni, 19/01/2015

2 - IL COMING OUT DI MONSIGNOR CHARAMSA RENDE EVIDENTE UN'UNICA REGIA SEGRETA PER UN SINODO GAY-FRIENDLY
Le lobby gay usano il caso del sacerdote polacco omosessuale per far fare un decisivo balzo in avanti alle loro battaglie
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 05/10/2015

Si sbaglierebbe di grosso chi pensasse che sia un semplice episodio il caso di monsignor Krzysztof Charamsa, l'ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede che ha rivelato la sua omosessualità e presentato il suo compagno: il caso estremo di un teologo di Curia frustrato che approfitta del Sinodo per liberarsi del peso della sua doppia vita e cercare di influenzare a sua vantaggio il Sinodo sulla famiglia appena iniziato; e tanto che c'è farsi un po' di pubblicità in vista dell'uscita annunciata di un libro da lui scritto per raccontare la sua storia. In questo caso sarebbe un fatto grave sì, ma in fondo un fatto isolato dalle conseguenze limitate.

UNA STRATEGIA CHE VIENE DA LONTANO
Troppi elementi fanno invece ritenere che si tratti solo dell'ultimo episodio di una strategia che viene da lontano e che mira a usare del Sinodo sulla famiglia per far fare un decisivo balzo in avanti al progetto della lobby gay all'interno della Chiesa, che noi denunciamo ormai da anni. [...] L'obiettivo in realtà era già stato smascherato da un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede esattamente 29 anni fa, la Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali (nn. 8 e 9) in cui si afferma che c'è una lobby all'interno della Chiesa, collegata alla più ampia lobby gay nel mondo, che ha l'obiettivo di sovvertire l'insegnamento della Chiesa, in primis portarla «ad accettare la condizione omosessuale come se non fosse disordinata, e a legittimare gli atti omosessuali». Firmato: cardinale Joseph Ratzinger.
Allora poteva sembrare fantascienza, oggi vediamo che tale strategia si sta realizzando in modo stupefacente, dopo che per tanti anni c'è stato un discreto quanto sistematico lavoro di infiltrazione fino ai più alti livelli della Santa Sede, ma anche delle Chiese nazionali, Italia in testa.

L'OCCASIONE PER VENIRE ALLO SCOPERTO
Il doppio Sinodo sulla famiglia è stata l'occasione per venire sempre più allo scoperto. Molti padri sinodali hanno ad esempio lamentato che nella relazione finale del Sinodo dell'ottobre 2014 fosse entrato un paragrafo sulle unioni omosessuali di cui non si era affatto discusso in aula (e del resto è un Sinodo sulla famiglia, perché si dovrebbe parlare delle persone con tendenze omosessuali?): una forzatura evidente, di cui fu accusata la segreteria del Sinodo. In questi mesi la questione gay all'interno della Chiesa - con l'appoggio dei giornaloni laicisti - è stata riproposta in diverse occasioni, ma ha toccato il culmine nell'ultima settimana. Prima l'intervista del cardinale Walter Kasper al Corriere della Sera, in cui ha fatto anche la strabiliante affermazione che «gay si nasce»; quindi il noto attivista gay chiamato a svolgere il ministero di lettore per la messa del Papa a New York; poi il grande mistero dell'incontro del Papa a Washington con Kim Davis e Yayo Grassi.
Quest'ultima vicenda in particolare merita attenzione: per due giorni infatti i media hanno riportato indiscrezioni e dettagli sull'incontro che c'è stato nella nunziatura di Washington tra il Papa e la donna, Kim Davis, funzionario pubblico, che è stata arrestata (e poi rilasciata) per essersi rifiutata di firmare licenze per nozze gay. Ma venerdì scorso il portavoce della Sala stampa vaticana, padre Lombardi, ha sminuito il valore dell'incontro, prendendo le distanze dalle posizioni della donna. Una ricostruzione strana [...] anche perché effettivamente papa Francesco nel suo viaggio negli States aveva più volte toccato il tema della libertà religiosa e, nella conferenza stampa sul volo di ritorno a Roma, aveva rivendicato con molta chiarezza il diritto all'obiezione di coscienza su queste materie per i funzionari governativi. Lo stesso padre Lombardi si premurava di far sapere che l'unica udienza privata concessa dal papa a Washington riguardava un suo ex alunno. Passano poche ore ed ecco che magicamente spuntano i dettagli di questo incontro privato: l'ex alunno è un omosessuale che si è presentato dal Papa con familiari e compagno al seguito.

CAPOLAVORO MEDIATICO
È un vero capolavoro mediatico: si disinnesca un "pericoloso" evento in cui il Papa appare chiaramente contrario alle unioni gay al punto da incoraggiare chi vi si oppone con l'obiezione di coscienza, e si diffondono immagini in cui si vuol far leggere la benedizione di papa Francesco alle coppie gay. Non importa che le cose in realtà stiano diversamente, l'effetto sui media di tutto il mondo è quello voluto, e con la complicità della Sala stampa vaticana. Sarebbe davvero paradossale che la riforma della Curia, che ha portato ad accentrare tutta la comunicazione del Vaticano in un'unica segreteria, avesse come esito quello di meglio coordinare la regia di queste operazioni ideologiche "gay-friendly".
Non bastasse, ecco il giorno dopo l'outing di monsignor Charamsa, che ora terrà banco per un po' spostando l'attenzione mediatica sul Sinodo dalla famiglia alle unioni gay. In ogni caso, sapendo come funzionano i media, è certo che passerà l'idea di una apertura sulle relazioni omosessuali. Ed è inevitabile che la pressione si senta anche all'interno dell'aula, tanto più che non mancano - come un anno fa - coloro che proprio dall'interno portano avanti lo stesso obiettivo.
Diversi commentatori, in questi giorni, hanno cercato di far passare l'idea che il gesto avventato di monsignor Charamsa comprometterà le possibili aperture dei padri sinodali, dando forza ai conservatori che si oppongono ai cambiamenti dottrinali.
Niente di più sbagliato, in realtà la lobby gay sta già raccogliendo i risultati voluti: nel linguaggio di vescovi e teologi sta già passando l'idea che l'omosessualità non sia un problema in sé, neanche per i preti. Basti pensare all'editoriale di Avvenire che commentiamo a parte (sul ruolo che il giornale della CEI ha avuto negli ultimi 25 anni per promuovere l'agenda gay ci torneremo nei prossimi giorni): «Il prete omosessuale non è un problema» dice il teologo moralista don Mauro Cozzoli. Ecco, la rivoluzione è già compiuta. E anche lo stringato comunicato di padre Lombardi censura modi e tempi dell'outing di monsignor Charamsa, ma nulla dice sulla sostanza.
E possiamo stare certi che non è finita qui.

Nota di BastaBugie: il coming out di monsignor Charamsa è una mossa eclatante, eppure don Mauro Cozzoli, ordinario di Teologia Morale nella Pontificia Università Lateranense, scrive su Avvenire che l'omosessualità di un sacerdote, in sé, non è un problema.
Ecco l'interessante articolo di Roberto Marchesini "Quelli che l'omosessualità di un prete non è un problema" pubblicato il 05-10-2015 su La nuova Bussola Quotidiano:
Grande mossa quella del coming out di monsignor Charamsa - nientepopodimeno che Ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede - alla viglia del Sinodo sulla famiglia. Poco in sintonia con il candore cattolico, ma sicuramente una grande mossa.
Le reazioni, bisogna dirlo, non paiono però all'altezza. Prendiamo ad esempio il commento di Avvenire, firmato da [don] Mauro Cozzoli - Ordinario di Teologia Morale nella Pontificia Università Laretanense. Cozzoli definisce "sconcertante" l'intervista del prete polacco, e più avanti motiva il suo sconcerto: "Ciò che stupisce nell'intervista non è la dichiarazione di omosessualità del soggetto, ma il carattere rivendicativo della stessa, elevata a bandiera della causa omosessuale. In fondo, non è un problema un prete omosessuale. Vi sono, conosco anzi, dei preti omosessuali che non hanno bisogno (come tanti omosessuali peraltro) di esibire la propria omosessualità, perché serenamente riconciliati con essa. Preti che vivono con libertà la propria verginità. Questo per dire appunto che il problema non è l'omosessualità".
Calma, rileggiamo. "In fondo, non è un problema un prete omosessuale", scrive don Mauro. Eppure dovrebbe esserlo, almeno stando alla Istruzione della Congregazione per l'Educazione Cattolica circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri: "[...] la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l'omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay" (§ 2).
Proseguiamo. "Vi sono, conosco anzi, dei preti omosessuali che non hanno bisogno (come tanti omosessuali peraltro) di esibire la propria omosessualità, perché serenamente riconciliati con essa". Come è possibile riconciliarsi serenamente con una tendenza che il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce "oggettivamente disordinata" (§ 2357)?
Ancora. "Questo per dire appunto che il problema non è l'omosessualità". Eppure il Catechismo definisce la tendenza omosessuale in sé come "oggettivamente disordinata": come può l'omosessualità non essere un problema?
Il problema, sostiene Cozzoli, è "il carattere rivendicativo della stessa [omosessualità], elevata a bandiera della causa omosessuale". In sostanza, è la mancanza di decoro, di garbo con il quale il prete polacco ha dichiarato le proprie tendenze, non le tendenze in sé. Il problema, prosegue don Mauro, è "l'incapacità a mantenere l'impegno di castità perfetta assunto prima dell'Ordinazione". È indifferente se questo impegno non è stato mantenuto con un uomo o una donna.
Eppure questo è quanto ha da dire un Ordinario di Teologia Morale nella Pontificia Università Laretanense sul coming out di un Ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede. Alla vigilia dell'apertura del Sinodo.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 05/10/2015

3 - ALESSANDRO MANZONI CONVERTITO AL CATTOLICESIMO GRAZIE A UN MATRIMONIO, IL SUO
Il cammino di fede dell'autore dei Promessi Sposi è adombrato nella vicenda della conversione dell'Innominato
Autore: Giovanni Fighera - Fonte: Tempi, 29/09/2015

Papa Francesco ha sorpreso tutti proponendo I promessi sposi come un'opera formativa sul fidanzamento: «In Italia avete un capolavoro sul fidanzamento, non lasciatelo da parte, i giovani debbono leggerlo [...]. È un capolavoro dove si racconta la storia dei fidanzati che hanno subito tanto dolore, hanno fatto una strada di tante difficoltà, fino ad arrivare alla fine al matrimonio. Non lasciate da parte quest'opera, andate avanti a leggerla e vedrete la sofferenza e anche la fedeltà di questi fidanzati».
Di tutto si era scritto sul romanzo, l'opera era stato letta come l'epopea della provvidenza, il romanzo sugli umili, un testo in cui il Seicento diventa il protagonista assoluto, l'emblema dei potenti che schiacciano gli umili. L'elenco delle interpretazioni potrebbe non finire mai. Ripartiamo allora dal fatto che I promessi sposi non è soltanto il romanzo più importante che sia stato scritto nella nostra letteratura, ma rappresenta in forma concreta e incarnata il genio del cristianesimo. Bisogna riscoprire prima il percorso di fede e di conversione dello scrittore.

LA CONVERSIONE
Si è scritto che Manzoni è stato sempre refrattario a parlare della sua conversione. L'aneddotica riduce questo percorso lungo, durato qualche anno, al celebre episodio accaduto nella chiesa di San Rocco a Parigi. Durante il matrimonio di Napoleone (2 aprile 1810) la moglie sviene, Manzoni si perde e in una crisi di agorafobia si rifugia in chiesa a pregare. Ne esce convertito e ritrova la moglie. In realtà, molte sue lettere riferiscono i passi compiuti nel cammino di conversione. Ermes Visconti, uno degli amici più intimi di Manzoni, comprende che il cammino di fede di Alessandro è adombrato nella vicenda centrale dei Promessi sposi, la conversione dell'Innominato.
Sono milleottocento le lettere scritte da Manzoni dall'età di diciotto anni fino al 1873, l'anno della morte, pubblicate per conto dell'editore Adelphi. Rivolte ad amici, intellettuali, parenti e conoscenti, perfino al Papa, ci informano anche della sua vita privata e sentimentale, con quel riserbo che diverrà cifra caratteristica del letterato lombardo.
Particolarmente interessante è la lettura della corrispondenza del Manzoni dal momento in cui si fidanza con Enrichetta Blondel fino al matrimonio, prima con rito calvinista e poi con rito cattolico. Permette di comprendere meglio il percorso di conversione spesso tramandato a noi attraverso l'aneddotica.

SANTITÀ, MI SONO SPOSATO
A Giovanni Pagani nel 1808 Manzoni così si rivolge: «Ho trovato una compagna che riunisce tutti i pregi che possono rendere veramente felice un uomo, e me particolarmente». Nell'ottobre del 1809 Manzoni scrive a papa Pio VII informandolo del fatto che si è unito in matrimonio con Enrichetta Blondel secondo il rito della religione riformata e che è nata una «fanciulla la quale è stata battezzata cattolicamente, secondo il rito della S. Romana Chiesa». Ora, lo scrittore intende riparare al suo errore sposandosi di nuovo con l'amata secondo il rito cattolico. La data di questa lettera è ben precedente l'aneddoto della chiesa di San Rocco, che risale all'aprile del 1810, come lo è la celebrazione del matrimonio con rito cattolico il 15 febbraio 1810 ad opera dell'abate Costaz, «curato della parrocchia della Madeleine, nella residenza di Ferdinando Marescalchi, ministro degli Esteri del Regno Italico in Parigi, il quale fu anche testimonio per Alessandro Manzoni».
Il 29 giugno 1810 da Torino Manzoni informa Gaetano Giudici, abate giansenista, che Enrichetta si è risoluta a entrare in seno alla Chiesa cattolica grazie all'aiuto dell'abate Eustachio Degola. Il 22 maggio 1810 l'amata ha abiurato alla propria religione provocando la collera della famiglia Blondel, in particolar modo della madre. Per questo Manzoni chiede a Giudici, che è stimato dai Blondel, di farsi intermediario per la riconciliazione. Enrichetta, assai sensibile e affezionata ai genitori, già incinta, soffre immensamente per questo contrasto. Manzoni si dice disposto a incontrare in qualsiasi momento i suoceri e aggiunge, parlando dell'amata moglie: «Essa sta ora scrivendo all'amatissimo suo Padre, e si unisce a me per caldamente pregarla di avvalorare le tenere sincere ed umili supplicazioni ch'essa porge ad un Padre, verso del quale non è rea per nulla, non avendo fatto altro che disporre liberamente della propria coscienza».

LA RELAZIONE DI ENRICHETTA CON I GENITORI
Manzoni parla dell'atto della moglie come «innocentissimo e legittimo». Come prosegue la relazione di Enrichetta con i genitori? Si risolve? E in caso affermativo, come? Al riguardo leggiamo la lettera che Manzoni indirizza al padre spirituale Degola nel luglio 1810: «Questi [i genitori di Enrichetta], dopo aver continuato per primi giorni nella durezza loro, si mossero finalmente a proporre a mia moglie di andarli a trovare, promettendo di non far parola dell'occorso. La lettera fu scritta da sua madre, che ricevé la figlia a braccia aperte. Né mia madre né io non potemmo assistere, essendo stata mia madre esclusa assai incivilmente, ed io invitato in un modo che considero come un discacciamento. Qualche giorno dopo mia moglie tornò sola a casa sua, dove le fu fatto qualche rimprovero, che se, grazie a Dio, non influì in nulla sulle determinazioni sue, le cagionò però amarezza assai».
Nella stessa lettera Manzoni informa Degola che il canonico Tosi ha fatto visita a lui e alla madre Giulia promettendo di «preparare sollecitamente Enrichetta ai Sacramenti, ed alla Confermazione in ispecie». Manzoni chiede al Degola di continuare a offrire il suo sostegno alla moglie con le lettere, i conforti e le consolazioni.

IL PADRE SPIRITUALE
In seguito alla richiesta di Degola, Tosi diviene padre spirituale del Manzoni, incarico che tiene fino al 1823, quando è eletto vescovo di Pavia e viene a quel punto sostituito da Giudici. L'influenza di Tosi sugli Inni sacri, sulla Morale cattolica e sul romanzo è notevole: ad esempio, la soppressione dell'episodio della monaca di Monza sarebbe in parte dovuta a lui.
Nel 1811 si nota come l'affetto e la stima per il nuovo padre spirituale Tosi crescano tanto che Manzoni può a lui parlare della sua «profonda indegnità» e, nel contempo, di quanto possa in lui operare «la Onnipotenza della Divina Grazia». Al Tosi, nel giugno del 1811, Manzoni scrive «di pregare il buon Gesù che non si stanchi di farne risplendere i miracoli in un cuore che ne ha tanto bisogno».
Il 27 agosto 1811 Manzoni si reca dal padre spirituale per la confessione, che avverrà nel giorno di sant'Agostino (28 agosto), un grande convertito. Tosi scrive il giorno stesso a Degola: «Alessandro ha intrapresa la carriera con estrema docilità e sommessione; domani avremo ancora una lunga conferenza e, se il Signore conserva e accresce il lui le sue benedizioni, egli pure sarà per fare gran passi».
Nel settembre nasce Luigina Maria Vittorina Manzoni, che sopravvive solo alcune ore. Nella lettera del 7 settembre, Manzoni scrive a Degola: «In mezzo ai suoi travagli il Signore le [ovvero alla moglie Enrichetta] diede la consolazione di aver presente il canonico Tosi [...]. Egli la confortò e consolò assai, e quel che più importa, spero l'avrà aiutata a cavare dai suoi travagli un maggior profitto spirituale [...]. Preghi ella perché piaccia al Signore scuotere la mia lentezza nel suo servizio e togliermi da una tepidezza che mi tormenta, e mi umilia; giusto castigo per chi non solo dimenticò Iddio, ma ebbe la disgrazia e l'ardire di negarlo. Ma se il desiderio mio è per la gloria di Lui, e se sarà avvalorato dalle sue orazioni spero vederlo esaudito».

Fonte: Tempi, 29/09/2015

4 - COME COMBATTERE IL DIFETTO DOMINANTE
La mortificazione ci dona la libertà, assicura il predominio in noi delle nostre qualità e della nostra attrattiva speciale di grazia
Autore: Padre Réginald Garrigou-Lagrange - Fonte: Centro Cattolico di Documentazione, 17/09/2015

È estremamente necessario il combatterlo perché è il principale nemico interiore, e quando questo è vinto, le tentazioni non sono più tanto pericolose, ma sono piuttosto occasioni di progresso. Ma questo difetto non può dirsi vinto finché non v'è un vero progresso nella pietà o nella vita interiore, fino a che l'anima non è giunta ad un vero e stabile fervore di volontà, vale a dire, a quella prontezza della volontà al servizio di Dio che é, secondo San Tommaso, essenza della vera devozione.
Per questo combattimento spirituale è necessario ricorrere a tre mezzi principali: la preghiera, l'esame e una sanzione.

1) LA PREGHIERA
La preghiera sincera: «Signore, mostratemi qual è l'ostacolo principale alla mia santificazione, quello che mi impedisce di profittare delle grazie ed anche delle difficoltà esteriori che concorrerebbero al maggior bene dell'anima mia se al momento opportuno sapessi meglio far ricorso a Voi, mio Dio». I Santi arrivano fino a dire, come San Ludovico Bertrando: «Hic ure, Domine, hic seta ut in aeternum parcar. Signore, brucia e diretta in me tutto quello che mi impedisce di venire a Te, purché Tu mi faccia grazia per l'eternità». San Nicola da Flue diceva pure: «Signore, togli da me tutto quello che m'impedisce di venire a Te; dammi tutto quello che può condurmi a Te; prendimi a me stesso, e dammi tutto a Te».

2) L'ESAME DI COSCIENZA
Questa preghiera non dispensa già dall'esame, ma al contrario, vi ci porta. Anzi - come dice S. Ignazio - sarebbe bene soprattutto per i principianti, di scrivere ogni settimana quante volte hanno ceduto al difetto dominante, che vuol regnare in essi come un despota. È più facile ridere senza frutto di questo metodo che praticarlo con vantaggio. Se contiamo il denaro speso e quello ricevuto, è ancor più utile il sapere quali sono le nostre perdite e i nostri guadagni dal punto di vista spirituale per l'eternità.

3) LA PENITENZA
Finalmente, è cosa opportunissima l'imporci una sanzione, una penitenza, ogni volta che ricadiamo in quel difetto. Questa penitenza potrà essere una preghiera, un momento di silenzio, una mortificazione interna o esterna. V'è in questo una riparazione della colpa ed una soddisfazione per la pena che le è dovuta. Al tempo stesso acquistiamo in tal modo maggiore circospezione per l'avvenire. Così molti sono guariti dall'abitudine di mandare imprecazioni coll'imporsi ogni volta un'elemosina in riparazione.
Prima di vincere il nostro difetto dominante, le nostre virtù sono spesso piuttosto buone inclinazioni naturali che vere e solide virtù radicate in noi. Prima di questa vittoria, la sorgente delle grazie non è ancora abbastanza aperta sulle anime nostre perché cerchiamo ancora troppo noi stessi e non viviamo abbastanza per Iddio. Dobbiamo finalmente vincere la pusillanimità che ci porta a pensare che il nostro difetto dominante sia affatto impossibile a sradicarsi.

DIO NON COMANDA MAI L'IMPOSSIBILE
Con la grazia, però, possiamo dominarlo, perché come dice il Concilio di Trento (Sess. VI, cap. 11), citando Sant'Agostino: «Dio non comanda mai l'impossibile, ma, dandoci i suoi comandi, ci dice di fare quanto possiamo dal canto nostro e di chiedere la grazia per compiere quanto non possiamo». È stato detto che, in questo caso, il combattimento spirituale è più necessario della vittoria, poiché, se ci dispensiamo da questa lotta, abbandoniamo la vita interiore, e cessiamo di tendere alla perfezione. Non dobbiamo mai far pace coi nostri difetti.
Non dobbiamo, finalmente, prestar fede al nostro avversario quando cerca di persuaderci che tale lotta non conviene che ai Santi per giungere alle regioni più elevate della spiritualità. È verità indiscutibile che, senza questa lotta perseverante ed efficace, l'anima nostra non può aspirare sinceramente alla perfezione cristiana, verso la quale il comandamento massimo fa a tutti un dovere di tendere. Questo comando è difatti illimitato: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima tua, con tutte le tue forze e con tutto il tuo spirito, e il prossimo tuo come te stesso» (Lc 10, 27).
Senza questa lotta, non vi può essere né gioia interiore né pace, poiché la tranquillità dell'ordine, ossia la pace, proviene dallo spirito di sacrificio; questo solo ci stabilisce interiormente nell'ordine, facendo morire in noi tutto quanto vi è di sregolato. Solo allora la carità, l'amore di Dio e delle anime in Dio, finisce col prevalere del tutto sul difetto dominante, allora essa occupa veramente il primo posto nell'anima nostra e vi regna efficacemente.

LA MORTIFICAZIONE DONA LA LIBERTÀ
La mortificazione, che fa sparire il nostro difetto principale, ci dona la libertà, assicura il predominio in noi delle nostre vere qualità naturali e della nostra attrattiva speciale di grazia. Così arriviamo, a poco a poco, ad essere noi stessi, nel senso più ampio della parola, vale a dire ad essere soprannaturalmente noi stessi, senza i nostri difetti. Non si tratta di copiare in modo più o meno servile le qualità altrui, né di entrare in uno stampo uniforme, eguale per tutti.
Nelle personalità umane regna una varietà grandissima, come nelle foglie e nei fiori non ne troviamo due che siano perfettamente eguali. Non dobbiamo però subìre il nostro temperamento ma trasformarlo conservando di esso quanto v'è di buono. Il carattere deve essere nel nostro temperamento, l'impronta delle virtù acquisite e infuse, soprattutto delle virtù teologali. Allora, invece di riportare istintivamente tutto a sé - come quando il difetto dominante regna in noi - ci sentiamo portati a ricondurre tutto a Dio, a pensare quasi di continuo a Lui e a non vivere che per Lui, conducendo in qualche modo verso di Lui tutti quelli che vengono a noi.

Nota di BastaBugie: il presente articolo è tratto da "Le tre età della vita interiore" vol. II, di padre Règinald Garrigou-Lagrange, Edizioni Vivere In.
Per essere sostenuti nel combattimento spirituale è necessario avere un padre spirituale. Ecco un articolo interessante per scegliere la propria guida spirituale:
ANCHE I SANTI HANNO AVUTO BISOGNO DEL PADRE SPIRITUALE
Come scegliere il padre spirituale e quali condizioni sono necessarie per una corretta direzione spirituale
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2470

Fonte: Centro Cattolico di Documentazione, 17/09/2015

5 - GALATEO DI COMPORTAMENTO IN CHIESA
Impariamo a stare nella casa di Dio e quali errori non fare
Fonte Centro Cattolico di documentazione, 24/09/2015

Molti vanno in chiesa, ma non tutti sanno di entrare nella casa di Dio. Preparati nell'andare: spiritualmente, mentalmente e con il cuore [quando entri in chiesa fai il segno di croce con l'acqua benedetta che trovi nell'acquasantiera, è il modo con cui ci ricordiamo come siamo entrati nella Chiesa, cioè attraverso il battesimo; se nella chiesa è custodito il Santissimo Sacramento è inoltre necessario fare la genuflessione, cioè piegare il ginocchio destro fino in terra rivolti al tabernacolo, N.d.BB].

1) ARRIVARE ALLA MESSA IN ANTICIPO
Recati alla Santa Messa almeno cinque o dieci minuti prima del suo inizio, per prepararti nella preghiera e nel raccoglimento ad una migliore partecipazione al mistero della salvezza.

2) GENUFLESSIONE (GINOCCHIO DESTRO IN TERRA)
Entrando in Chiesa, davanti al Signore, inginocchiati, così lo adorerai pubblicamente. Chinare la testa, come oggi fanno molti, è solo un segno di venerazione e non di adorazione come si conviene a Dio. Nella lettera ai Filippesi si trova scritto: "nel nome di Gesù, ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sotto terra". Non volerti dunque macchiare di grave irriverenza verso il tuo Signore.

3) SILENZIO
Osserva, nella casa di Dio, un rigoroso silenzio. Nel luogo sacro non possono essere giustificate le vane chiacchiere. Si può parlare solo per una vera, grave e urgente necessità, per il tempo strettamente indispensabile e sempre e solo sottovoce. Controlla sempre che il tuo telefonino sia spento.

4) NO ALLE DISTRAZIONI
Non entrare mai in Chiesa vestito in maniera indecorosa o, peggio, indecente. Mantieni sempre un atteggiamento edificante, non andando in giro qua e là con lo sguardo, non voltandoti a vedere chi entra e chi esce, ma occupandoti solo di parlare con Dio, pensando alle cose di Dio, occupandoti degli affari divini riguardanti il bene dell'anima tua e di quelli che porti nel cuore.

5) LA CONSACRAZIONE
Nella Messa, almeno durante la consacrazione, procura di stare in ginocchio ed in assoluto silenzio adorante. Se anche sei fuori dei banchi, sappi che il Signore gradisce molto il sacrificio di stare in ginocchio sulla nuda terra. Sappi che se, senza grave necessità, rimani in piedi, pecchi gravemente di irriverenza verso Colui che si sta umiliando scendendo sull'altare e rinnovando l'offerta del Suo Sacrificio per le mani del sacerdote. Se sei un'anima generosa, prolunga il tempo della tua adorazione in ginocchio per tutta la preghiera eucaristica.

6) RICEVERE DEGNAMENTE LA SANTA COMUNIONE
Se vuoi ricevere Gesù nella santa comunione eucaristica, ricorda che devi essere in stato di grazia ed a digiuno da almeno un'ora da cibi e bevande non alcoliche (tre ore dalle bevande alcoliche). Se sei consapevole di aver peccato mortalmente, non accostarti alla santa comunione senza aver prima ricevuto l'assoluzione nel sacramento della Penitenza: commetteresti sacrilegio. Se hai violato le norme sul digiuno, per comunicarti devi chiedere la dispensa al Parroco prima che cominci la santa Messa. Sappi che il digiuno è rotto anche da un cioccolatino, una caramella, un caffè o una gomma da masticare.

7) COMUNIONE IN GINOCCHIO
Prima di ricevere la santa Comunione, chiedi umilmente perdono per le tue debolezze e mancanze recitando l'atto di dolore. Accostati a Lui con molto rispetto e riverenza, consapevole che stai andando a ricevere il Signore del cielo e della terra. Ricorda che anche per ricevere la santa comunione, l'atteggiamento più indicato è quello di ricevere il tuo Signore stando umilmente in ginocchio [è necessario comunque almeno un atto di riverenza, ad esempio, la genuflessione prima di arrivare davanti al sacerdote che distribuisce la comunione, N.d.BB].

8) RINGRAZIAMENTO
Dopo aver ricevuto Gesù, adoralo, benedicilo e ringrazialo. Tornato al banco, non metterti seduto: hai Dio dentro di te! Non uscire di fretta dalla Chiesa, ma soffermati in silenziosa preghiera, perché Gesù rimane, nelle Sacre Specie, vivo dentro di te, per almeno un quarto d'ora da quando l'hai ricevuto. L'ideale, quindi, sarebbe che ti trattenessi in preghiera ed in ringraziamento almeno per questo tempo.

9) ADORAZIONE EUCARISTICA
Quando Gesù è solennemente esposto nell'Adorazione eucaristica, non privarlo della tua presenza. Egli ti sta aspettando per amarti, benedirti, concederti grazie, donarti la sua pace, in cambio di un po' del tuo amore e del tempo. Sii fiero di rimanere per un po'in ginocchio davanti alla sua divina presenza.

10) NO ASSOLUTO AGLI APPLAUSI
Poiché la casa del Signore non è un teatrino e la S Messa non è una performance artistica è raccomandabile evitare di applaudire (anche in occasione di matrimoni, battesimi, funerali, ecc.). [si applaude agli uomini, mentre l'adorazione è il giusto atteggiamento nei confronti di Dio, quindi in chiesa, la casa di Dio, non si applaude mai, nemmeno agli uomini perché siamo qui per adorare e lodare Dio, non per celebrare gli uomini, N.d.BB]

Nota di BastaBugie: per approfondire importanti aspetti liturgici e per capire meglio come comportarsi in chiesa si può consultare l'elenco degli articoli che abbiamo pubblicato su questo argomento cliccando nel link qui sotto
http://www.bastabugie.it/it/filtra_argomenti.php?id=14

Fonte: Centro Cattolico di documentazione, 24/09/2015

6 - SEDICENNE GAY SBATTUTO FUORI DALLA CLASSE DAL PRESIDE CATTOLICO... MA LA NOTIZIA E' FALSA!
La realtà dei fatti e il racconto del preside fanno emergere la verità sulla vicenda di Monza ribalzata su tutte le tv
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 01/10/2015

La vicenda secondo una buona fetta di giornali è andata così. Siamo a Monza e la storia si svolge presso l'Istituto cattolico professionale Ecfop. C'è un sedicenne che è gay. Quest'ultimo posta su Instagram una innocente foto in cui a petto nudo abbraccia al mare un suo amico e per questo viene sbattuto fuori dalla classe dal preside e deve seguire le lezioni in corridoio per giorni e giorni. I carabinieri, allertati dalla madre in pianto, manu militari riaprono la porta della classe per il discriminato ragazzo. Deputati di Forza Italia e del Pd, insieme a molte sigle dell'associazionismo gay, chiedono che il ministro dell'Istruzione intervenga per sanzionare questo barbaro atto di violenza tipico di un certo cattolicesimo omofobo.

LA REALTÀ DEI FATTI
Ma basta grattare un poco la vernice e sotto questo strato di tinteggiatura massmediatica ecco apparire la realtà dei fatti. Il ragazzo pare proprio che non fosse semplicemente a petto nudo, ma completamente nudo abbracciato a un suo amico. È la stessa madre, non sospetta certo di partigianeria, a dirlo al Giornale di Monza: «quando ho chiesto come mai fosse in corridoio, mi hanno spiegato che è per via di una fotografia pubblicata su Instagram nella quale mio figlio è nudo assieme a un altro ragazzo». Ci sono altri due dati che vanno a confortare la tesi della nudità dell'adolescente. Sono stati gli stessi ragazzi che, come prima cosa e in modo autonomo, hanno chiesto al social network di togliere dal sito quella immagine, immagine che era stata mostrata loro dal compagno, segno evidente che la foto non brillava per pudicizia. E Instagram lo ha fatto, altra prova che la foto era davvero indecente. In secondo luogo, dato che palesemente quella foto li aveva turbati non poco, hanno deciso di segnalare il fatto anche agli insegnanti.
Si obietterà: «questo non giustifica sbattere in corridoio un ragazzino». É bene a questo punto inquadrare la vicenda personale di questo adolescente, originario dell'Est Europa. Il ragazzo non deve essere dei più quieti, anzi rientra nella categoria dei "ragazzi difficili". Infatti, tempo addietro fu la stessa madre che chiese aiuto alla scuola, assai preoccupata dal fatto che frequentasse adulti maschi, molto più grandi di lui. La scuola chiamò gli assistenti sociali e, a tutt'oggi, il ragazzo è ancora preso in carico dai servizi sociali brianzoli. Con buona probabilità, quando il 16enne ha mostrato la propria foto ai compagni, questi non ci hanno visto più. La classica goccia che fa traboccare il vaso. Gli animi si sono accesi e per il bene del ragazzo è parso opportuno separarlo dalla classe, ma non mettendolo in corridoio bensì in una postazione esterna alla classe. Postazione poi non creata ad hoc per lui, ma già esistente per tutti quegli studenti che necessitano di essere seguiti singolarmente. Il ragazzo non è stato quindi abbandonato, ma seguito personalmente da un educatore, con un'attenzione maggiore rispetto a quella riservata agli altri suoi compagni.

IL RACCONTO DEL PRESIDE
Ecco il racconto del preside Corioni: «I compagni del ragazzo, a cui lui aveva mostrato la foto sul social network, hanno prima chiesto e ottenuto dal sito la rimozione dell'immagine pedopornografica, e dopo si sono rivolti agli insegnanti. A quel punto abbiamo deciso di sistemare il ragazzo in un postazione a parte, insieme con un educatore, come facciamo quando uno dei nostri corsisti chiede di approfondire un argomento di studio. In attesa di parlare sia con la famiglia, sia con i servizi sociali che hanno in carico il ragazzo. E per capire come affrontare la questione con i compagni ed evitare discussioni in classe». Quindi nessuna discriminazione a danno dello studente, bensì un atto pedagogico e prudenziale utile sia per lui che per gli altri alunni, come tiene a precisare il preside: «Non è questione di discriminazione, i cristiani non discriminano: accettiamo tutti, abbiamo ragazzi di tutte le religioni. Volevamo proteggere sia il corsista sia i suoi compagni».
Ma c'è un'altra motivazione che ha spinto il preside a prendere questa decisione, sebbene impopolare e facilmente oggetto di strumentalizzazione. Corioni così prosegue: il ragazzo «influenza negativamente gli altri ragazzini e vanno protetti gli altri bambini. La nostra attenzione è alla formazione professionale dei giovani, seguendo il dettame della pastorale sociale della Chiesa cattolica». Ecco, ha detto ciò che non doveva dire: ha tirato in ballo la Chiesa, lui preside di un istituto cattolico. Non si fa. Ha peccato perlomeno di ingenuità e deve essere punito. In realtà questo peccato mortale di impronta laicista è un merito agli occhi di Dio ed anche a quelli dei portatori sani di buon senso.

OMOSESSUALITÀ, VOLGARITÀ ED ESIBIZIONISMO
La scuola retta dal dott. Corioni si ispira ai principi di fede e morale propri della dottrina cattolica. Tra questi non c'è spazio per omosessualità, volgarità ed esibizionismo. Ma c'è invece uno studente che non rispetta questi valori: libero lui e i suoi genitori di mandarlo in un altro istituto, ma se decidi di rimanere devi rispettare le regole del gioco. In altri tempi sarebbe stato punito. Il preside invece, con spirito moderno, sceglie di aiutarlo mettendogli accanto un educatore e lo allontana dalla classe per preservare non solo l'armonica convivenza, ma anche il pudore - sì c'è anche questa parola in fondo al baule del bravo cattolico - il pudore degli altri ragazzi. Se in molte scuole sono giustamente vietate minigonne, seni a vista e berretti in classe, figuriamoci diffondere foto in costume adamitico.
Pare ovvio. Ma l'evidenza è ormai merce rara che si trova solo di contrabbando Quando di mezzo c'è il bene delle persone allora non ci sono centimetri di pelle esposta che tengano e certe questioni - era a petto nudo oppure nudo completamente? - appaiono superflue nella loro speciosità e di lana caprina. Quindi il buon preside con questa decisione ha condannato condotte non consone al Dna del suo istituto, ma non ha condannato il ragazzo gay, bensì lo ha aiutato ed ha tutelato gli altri suoi compagni. Il risultato mediatico è invece che Corioni è un mostro omofobo da licenziare. E, ahinoi, è questo che alla fine conta: vale più un grammo di percepito che una tonnellata di fatti - è proprio il caso di dirlo - nudi e crudi.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 01/10/2015

7 - SEXTING, UN FENOMENO TRISTE E PERVERSO
Eppure è diffuso tra gli adolescenti (forse anche tuo figlio)
Autore: Tonino Cantelmi - Fonte: Blog di Costanza Miriano, 06/10/2015

Un adolescente su quattro in Italia l'ha fatto. Più le ragazze, disponibili a offrire parti del loro corpo ai loro coetanei. Più i ragazzi, quando si tratta di umiliare o aggredire le ragazze con video osé. E noi genitori ignari o finti tonti. Cari "colleghi" genitori, i nostri figli hanno subito una ipersessualizzazione di cui noi ignoriamo le conseguenze. Troppe immagini sessuali e troppo presto (sono bimbi!) affollano la tv, internet e i videogiochi. In un libro (perdonate l'auto pubblicità), intitolato "EROSi dai media" e pubblicato dalla San Paolo, insieme ad altri colleghi psichiatri, ho denunciato il fenomeno come fonte di disturbi: la precoce ed eccessiva sessualizzazione dell'infanzia è correlata ad un grave incremento del disagio psichico. Col termine ipersessualizzazione della società si allude al fatto che le proposte e i messaggi relativi alla sessualità che attraversano i media sono troppi: troppo svincolati dal rapporto d'amore, troppo rappresentativi della felicità e del rapporto di coppia a discapito degli altri aspetti dell'intimità personale, troppo inappropriati per il pubblico dei media-dipendenti, e in particolare dei più vulnerabili. Raggiungono troppo presto un pubblico di minori così da violare il loro diritto a una formazione sana ed equilibrata.

UN SOLO TELEVISORE
Certo, la tv, che noi genitori concediamo solitaria nelle stanze dei nostri figli (io l'ho vietato a tutti e 5 i figli, grandi e piccoli: un solo televisore per tutti e litigate in santa pace), anche nei programmi sui canali per bimbi e adolescenti, propone una quantità spropositata di immagini, riferimenti e contenuti sessuali (se volete cifre, dati e canali colpevoli, leggete il libro, ma già posso dire che i canali Disney non sono affatto innocenti e che MTV sarebbe da chiudere senza pietà). Ma come genitori siamo letteralmente sdraiati dai colpi inferti dalla Rete. Un dato su tutti: l'accesso alla pornografia si precocizza in modo irrefrenabile (11 anni) e pervasivo (tre quarti degli adolescenti ammettono di aver frequentato siti, chat e social su temi sessuali e con modalità che i genitori disapproverebbero e oltre la metà cancella accuratamente la cronologia). Questi che cito sono alcuni dei dati che abbiamo rilevato da una ricerca condotta dall'ITCI sulla dieta mediatica dei bambini e degli adolescenti in Italia (www.itci.it). I ragazzi si trovano così esposti ad una costante e pervasiva opera di influenza sul loro sviluppo che non viene dal cuore benevolo di un genitore, non dalle intenzioni educative di un progetto scolastico, ma da esigenze di tipo commerciale e consumistico.
Si tratta di una costante esposizione ad immagini, che, non dimentichiamolo, nella stragrande maggioranza dei casi hanno alle spalle creativi, grafici, esperti di marketing, pubblicitari, azionisti che non mettono le loro capacità al servizio del sano ed ordinato sviluppo del fruitore del media. Piuttosto al servizio di interessi commerciali, e questo lascia il segno. Ad esempio, innumerevoli sono le pubblicità dove si dà rilevanza al corpo femminile e maschile, anche di bambine, spesso erotizzando e sessualizzando notevolmente per dare maggiore impatto emotivo al messaggio. Eppure è dimostrato che proprio le pubblicità televisive hanno il potere di incidere sul livello di soddisfazione personale che una persona nutre per il proprio corpo. E questo vale sia per i maschi che per le femmine.

I VIDEO MUSICALI
Provate ad accendere la televisione e a sintonizzarvi su qualche canale che trasmette musica e video musicali. Oppure connettetevi su Internet e cercate su YouTube qualche video. La musica di maggiore successo, mainstream, in modo particolare la musica rap ed hip-hop, presenta spesso il sesso e la sessualità come qualcosa che le ragazze offrono ai ragazzi, per il piacere dei ragazzi e in modo subordinato rispetto ai ragazzi. Negli anni Ottanta più del 50% dei video musicali conteneva scene a sfondo sessuale, per passare al 90% negli anni Novanta, ed è stato studiato come i video musicali hanno un'influenza significativa sull'immagine stereotipata negativa e maschilista di femmina e di maschio. Oppure se avete un account Facebook, provate a connettervi e a cercare la pagina Roba da Maschi, pagina molto popolare con più di centocinquatamila fan. La pagina è sostanzialmente centrata sul sesso, vengono pubblicati in continuazione post nei quali si esaltano i rapporti sessuali occasionali, viene data molta rilevanza al sesso orale, si svilisce il romanticismo e si ostenta un machismo volgare e decisamente maschilista.
Consideriamo anche i videogiochi, con i quali i ragazzi dai 2 ai 17 anni passano mediamente diverse ore al giorno. Nonostante in quest'ambito si stia sviluppando una competenza tecnica ed un'attenzione anche ad elementi narrativi, tali da rendere il gaming quasi una forma d'arte, ciononostante anche i videogiochi a volte arrivano a contenere elementi di violenza e sessualità esplicita e gli studi mostrano come l'esposizione a giochi di quel tipo stimoli l'oggettificazione femminile, idee a favore di comportamenti inappropriati rivolti alle donne e una concezione del genere maschile come dominante, potente ed aggressivo. Ma dei videogiochi ne parleremo in futuro.

CHE FARE?
Se l'ipersessualizzazione dell'infanzia e dell'adolescenza è tale, non ci possiamo stupire che imperversi il sexting. Resta la domanda: che fare? Certo non possiamo far vivere i nostri figli in una campana di vetro. Dunque coraggio: parliamone. Parliamone con i figli sin da piccoli. Parliamo noi di corpo, di sesso, di amore, di relazione. I nostri figli a 7 anni già sanno molto, ma molto di più di quello che noi immaginiamo. E vietiamo qualcosa: almeno fino agli 11-12 anni poniamo regole anche "odiose" e adoperiamoci perché vengano rispettate. Ogni genitore insomma costruisca di più la dieta mediatica dei figli. Non fidiamoci troppo presto della loro capacità di autoregolamentazione. Parliamone, ma con fermezza. Vietiamo la pornografia. Apertamente. È un divieto che va esplicitato, spiegato, ragionato. Vietiamo MTV, canale televisivo diseducativo su tutti i fronti. Vietiamo alcuni cartoni: i Griffin per esempio. Certo i nostri figli non vedranno l'ora di violare le regole. Ma tutto deve essere esplicitato, dialogato, detto. Possiamo essere genitori coraggiosi, aperti e fermi: i nostri figli apprezzeranno l'interesse che abbiamo per loro e per la loro vita.

Nota di BastaBugie: il sexting, divenuto una vera e propria moda fra i giovani, consiste principalmente nello scambio di messaggi sessualmente espliciti e di foto e video a sfondo sessuale, spesso realizzate con il telefono cellulare, o nella pubblicazione tramite via telematica, come chat, social network e internet in generale, oppure nell'invio di semplici MMS. Tali immagini, anche se inviate a una stretta cerchia di persone, spesso si diffondono in modo incontrollabile e possono creare seri problemi alla persona ritratta nei supporti foto e video.
Negli USA, paese in cui il fenomeno ha avuto origine, il sexting è una pratica molto diffusa: secondo un sondaggio, infatti, lo pratica il 20% dei ragazzi tra i 16 e i 19 anni. Secondo una ricerca inglese, hanno avuto a che fare con il fenomeno, nel Paese, più di un terzo dei ragazzi tra gli 11 e i 18 anni.
Il fenomeno del sexting ha iniziato a diffondersi anche in Italia: dall'Indagine nazionale sulla condizione dell'infanzia e dell'adolescenza condotta nel 2011 da Telefono Azzurro ed Eurispes su un campione di 1.496 ragazzi di età compresa tra i 12 e i 18 anni, emerge che circa un ragazzo su dieci (10,2%) ha ricevuto messaggi o video a sfondo sessuale con il cellulare, mentre il 6,7% ne ha inviati ad amici, fidanzati, adulti, o altre persone, anche sconosciute. [...] In diversi casi, l’invio e la pubblicazione on line di tali materiali è legata ad atti di bullismo e mira a ferire il protagonista delle immagini stesse. I ragazzi, inoltre, non sembrano essere consapevoli di scambiare materiale pedopornografico, che può arrivare nelle mani sbagliate, anche in questo caso con gravi conseguenze emotive per i protagonisti delle immagini e dei video, favorendo fenomeni come l’adescamento on line.
Il sexting, in alcuni casi, è accompagnato dalla microprostituzione. Alle volte, infatti, le foto e i video osé servono come presentazione ai clienti che possono disporre, oltre alle immagini, anche prestazioni sessuali vere e proprie. L'ambiente in cui si svolgono tali incontri è nella stragrande maggioranza dei casi la scuola. (fonte: Wikipedia)

COME DIFENDERSI DALLA TELEVISIONE
Per quanto riguarda la difesa dalla televisione, si possono adottare varie strategie, dalla limitazione (tv spenta durante i pasti) all'abolizione totale.
Ecco alcuni articoli per approfondire l'argomento
IL NONNO DITTATORE
Fiaba su come ritrovare il dialogo in famiglia a cominciare dai pasti in comune
http://www.filmgarantiti.it/it/contenuti.php?pagina=utility&nome=televisione
I DANNI DELLA TV
La Tv esige un solo atto di coraggio: quello di spegnerla!
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3101
SPENGI LA TV, LA FAMIGLIA RIPRENDERA' A VIVERE BENE
L'esperienza di una famiglia americana: ''Se togli la tv per un anno, poi non la accenderai mai più... ci sarà un motivo!''
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3104

Fonte: Blog di Costanza Miriano, 06/10/2015

8 - APPELLO AI PADRI SINODALI SU MATRIMONIO E FAMIGLIA
E' stato lanciato dal Convegno internazionale organizzato dalla Bussola e dal Timone alla presenza di vescovi e cardinali
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 01/10/2015

«Sarebbe buona cosa, come frutto del Sinodo, la promulgazione pontificia di un Catechismo del matrimonio e della famiglia, per tutta la Chiesa». È la proposta lanciata dal cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, al Convegno internazionale "Permanere nella verità di Cristo", svoltosi ieri a Roma e organizzato da La Nuova Bussola Quotidiana, insieme a Il Timone, L'Homme Nouveau, Dignitatis Humanae Institute e Infovaticana. Relatori, insieme al cardinale Caffarra e introdotti dal rettore dell'Angelicum padre Mirosklav Adam, anche il cardinale Raymond Leo Burke, l'arcivescovo Cyril Vasil e il professor Stephan Kampowski, dell'Istituto Giovanni Paolo II dell'Università Lateranense. Caffarra ha affermato che la risposta alla sfida posta dalla modernità al matrimonio - «una sfida radicale, senza precedenti nella storia» - deve arrivare a rispondere alla domanda su «come curare le ferite»: non può essere una risposta desunta dalla sociologia, né la misericordia. Soltanto la riproposizione della proposta cristiana può essere una risposta adeguata. E la vera natura della proposta cristiana «non è un ideale ma è la verità circa il matrimonio e la famiglia. Non è una legge, ma è grazia che viene donata».
A sua volta il cardinale Burke, dopo aver smontato alcuni luoghi comuni intorno al Sinodo, si è soffermato sui problemi legati alla verifica della validità del matrimonio e ai relativi processi di nullità. Mentre mons. Vasil ha messo in evidenza l'estrema superficialità di chi pensa di prendere ad esempio le Chiese ortodosse nella possibilità di concedere un secondo matrimonio, e il prof. Kampowski ha negato la possibilità di riconoscere un qualsiasi bene in unioni non matrimoniali, come invece l'Instrumentum Laboris del Sinodo suggerirebbe. Nei prossimi giorni pubblicheremo gli interventi dei singoli relatori.
In occasione del convegno, che vedeva tra il folto pubblico (circa 200 persone) anche i cardinali Sarah e Brandmuller, monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, e mons. Livio Melina, preside dell'Istituto Giovanni Paolo II, è stato anche presentato un Appello ai Padri Sinodali, in cui si chiede la riproposizione integrale della tradizione cattolica sui problemi della vita, della famiglia e dell'educazione. Ecco il testo di seguito con le firme di chi vi ha aderito.

APPELLO AI PADRI SINODALI
Carissimi padri,
è evidente che «la famiglia, il matrimonio non è mai stato attaccato come in questo momento», e che la cultura dominante e il potere esercitato attraverso i mass media «bastonano la famiglia da tutte le parti e la lasciano molto ferita» (Papa Francesco, 25 ottobre 2014). Ciò accade soprattutto perché la famiglia - con la sua identità, la sua responsabilità educativa, i suoi fini - impedisce il controllo sociale dei suoi membri, è l'istituzione che maggiormente resiste al potere dominante.
La posta in gioco per tutta l'umanità è enorme: «Le tenebre che oggi avvolgono la stessa concezione dell'uomo, oscurano in primo luogo e direttamente la realtà e le espressioni che le sono connaturali. Persona e famiglia procedono parallele nella stima e nel riconoscimento della propria dignità, così come negli attacchi e nei tentativi di disgregazione. La grandezza e la sapienza di Dio si manifestano nelle sue opere. Tuttavia, oggi sembra che i nemici di Dio, più che attaccare frontalmente l'Autore del creato, preferiscano colpirLo nelle sue opere. L'uomo è il culmine, il vertice delle sue opere visibili. (...) Tra le verità oscurate nel cuore dell'uomo, a causa della crescente secolarizzazione e dell'edonismo imperante, sono particolarmente colpite tutte quelle che riguardano la famiglia. Attorno alla famiglia e alla vita si svolge oggi la lotta fondamentale della dignità dell'uomo». (Giovanni Paolo II, 3 ottobre 1997). L'attacco alla famiglia non è solo culturale: è sociale, economico, giuridico, dottrinale, e persino sacramentale. Perciò la sua difesa vuole un Magistero specifico, forte e ben chiaro. Un Magistero che ribadisca i dettami del diritto naturale - che il Vangelo non abolisce ma perfeziona - e orienti i fedeli cattolici circa la necessità di difendere la famiglia anche per responsabilità nei confronti del bene comune della società e di tutti.
La profonda riflessione che la Chiesa sta facendo in questo tempo sulla famiglia, con i due Sinodi ad essa dedicati, coglie perciò il punto nodale dell'attuale momento storico. Sarebbe un grave errore accettare la posizione che le forze oggi dominanti nel mondo vorrebbero riservare alla Chiesa: ridotta a pratiche devozionali e caritative, ma non tollerata laddove abbia la pretesa di una proposta globale, che interessi l'esistenza dell'uomo in quanto tale.
Oggi non c'è niente di più necessario alla società che la Chiesa e i cristiani vivano la novità della famiglia cristiana e ne esprimano le convinzioni profonde o la dottrina che è implicata nell'esperienza della famiglia. «Quello che ci è chiesto è di riconoscere quanto è bello, vero e buono formare una famiglia, essere famiglia oggi; quanto è indispensabile questo per la vita del mondo, per il futuro dell'umanità. Ci viene chiesto di mettere in evidenza il luminoso piano di Dio sulla famiglia e aiutare i coniugi a viverlo con gioia nella loro esistenza, accompagnandoli in tante difficoltà, con una pastorale intelligente, coraggiosa e piena d'amore» (Papa Francesco, Concistoro 20 febbraio 2014).
Carissimi padri, proprio per questo vi chiediamo che dal Sinodo esca una riproposizione integrale della tradizione cattolica sui problemi della vita, della famiglia, dell'educazione, che consenta al popolo cristiano di oggi di approfondire la propria identità per svolgere in maniera adeguata la propria missione. Cpio di unità e d'indissolubilità del matrimonio, principio su cui si fonda l'istituzione della famiglia e tutta la vita familiare» (4 ottobre 1997). Questa consapevolezza implica anche un giudizio culturale sulla mentalità dominante, che permetta di essere sempre più caritatevoli.
Vi chiediamo di superare l'astratta contrapposizione tra verità e carità, tra dottrina e pastorale, che non ha alcun fondamento dal punto di vista dell'esperienza della Chiesa, perché la verità si esprime nel mondo come giudizio sulle posizioni e come carità verso le persone.
Vi chiediamo di investire tutte le problematiche particolari, alcune anche dolorose, non come punti totalizzanti ma come punti che esprimono la totalità della posizione. In particolare non è pensabile che la Chiesa ipotizzi l'equivalenza di fatto, non solo di diritto, fra un rapporto e una coppia eterosessuale e una relazione di carattere omosessuale, perché questa sarebbe la sovversione del diritto naturale e del piano d'amore di Dio creatore.
Vi chiediamo nel corso del Sinodo di dare il giusto spazio all'esperienza di famiglie che vivono e testimoniano la bellezza della famiglia come ricordava Giovanni Paolo II, «alla base di tutto l'ordine sociale si trova quindi questo princillezza di un amore indissolubile, capace di attrarre e illuminare le tante famiglie che vivono nelle tenebre.

FIRMATARI DELL' APPELLO
Card. Carlo Caffarra Arcivescovo di Bologna
Card. Raymond L. Burke Sovrano Ordine di Malta
Card. Walter Brandmüller Pres. Em. Pont. Com. Scienze storiche
Card. Robert Sarah Prefetto Congregazione Culto Divino
Card. Joachim Meisner Arcivescovo emerito di Colonia
Mons. Cyril Vasil Congregazione Chiese orientali
Mons. Luigi Negri Arcivescovo di Ferrara
Mons. Alexander K. Sample Arcivescovo di Portland (Oregon)
Mons. Athanasius Schneider Vescovo di Astana
Mons. Marc Aillet Vescovo di Bayonne
Mons. Mark Davies Vescovo di Shrewsbury
Mons. Fernando Areas Rifan Vescovo, amministratore apostolico
della amministr. Apostolica personale
di san Giovanni Maria Vianney - Campos
Mons. Antonio Livi teologo
Abbé Claude Barthe teologo
Padre Robert Dodaro O.S.A. Presidente Istituto Patristico Agostiniano
Padre Paul Mankowski sj Biblista
Padre Joseph Fessio sj Direttore Ignatius Press
Padre John Saward teologo
Don Nicola Bux teologo
Padre Giorgio M. Carbone direttore Edizioni Studio Domenicano
Don Stefano Bimbi fondatore Alleanza Parentale
Don Andrea Brugnoli fondatore Sentinelle del Mattino
Stephan Kampowski docente Istituto Giovanni Paolo II
Robert Royal direttore Faith and Reason Institute
Robert Spaemann filosofo e teologo
Armin Schwibach filosofo
Giorgio Zannoni canonista
Ettore Gotti Tedeschi Economista
Armando Fumagalli docente universitario
Giacomo Samek Lodovici filosofo
Philippe Maxence direttore l'Homme Nouveau
Guillaume d'Alançon scrittore
Thibaud Collin filosofo e scrittore
Riccardo Cascioli direttore La Nuova Bussola Quotidiana
Gianpaolo Barra fondatore Il Timone
Gabriel Ariza direttore Infovaticana
Benjamin Harnwell presid. Dignitatis Humanae Institute
Vincenzo Sansonetti giornalista
Marco Respinti giornalista
Andrea Zambrano giornalista

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 01/10/2015

9 - OMELIA XXVIII DOMENICA DEL T. ORD. - ANNO B - (Mc 10,17-30)
Va', vendi quello che hai e dallo ai poveri
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 11 ottobre 2015)

La prima lettura di questa domenica ci parla della vera sapienza. La sapienza deve essere preferita a scettri e a troni, e tutta la ricchezza, al suo confronto, è un nulla (cf Sap 7,8). La Sapienza deve essere amata più della salute e della bellezza, e deve essere preferita alla stessa luce che illumina i nostri passi (cf Sap 7,10). L'Autore del Libro della Sapienza, da cui è tratta questa prima lettura, afferma: «Insieme con lei mi sono venuti tutti i beni, nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile» (Sap 7,11).
In che modo possiamo ottenere la Sapienza? Il testo che abbiamo letto ci fa comprendere che, per possedere questo dono, innanzitutto dobbiamo pregare il Signore. È un dono, e lo dobbiamo domandare umilmente nella preghiera: «Pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito della sapienza» (Sap 7,7).
Ma in che cosa consiste la Sapienza? Vera Sapienza è ricercare sempre la volontà di Dio, ogni giorno della nostra vita, per dare un frutto che rimanga e per essere autenticamente felici.
Il Vangelo di oggi si collega molto bene con questo tema. Un giovane si gettò in ginocchio davanti a Gesù e gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?» (Mc 10,17). Egli ricercava la Volontà di Dio; ma, come si capisce dal proseguo del racconto, non era pienamente determinato in questa ricerca. Egli osservava diligentemente tutti i Comandamenti di Dio, e avvertiva che Dio gli stava domandando qualcosa di più. Infatti Dio, nella sua eterna Sapienza, destina a ciascuna delle sue creature una missione particolare da svolgere, per la sua gloria e per il bene delle anime. A quel giovane Dio chiedeva qualcosa di grande: la rinuncia a tutti i suoi averi e il dono completo della sua vita. Gesù infatti «fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: "Una sola cosa ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!"» (Mc 10,21).
È questo il dono della vocazione che Dio riserva ad alcuni a preferenza di altri. La vocazione consiste nel seguire Gesù sulla strada dei Consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza. La vocazione consente a queste creature di imitare la vita di Gesù nel modo più completo, ed è un anticipo di quella che sarà la condizione futura in Paradiso, ove saremo tutti come angeli. La vocazione comporta delle rinunce, ma, certamente, dona più di quanto domanda. Gesù lo dice chiaramente con queste parole: «Non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà» (Mc 10,29-30).
Il giovane di cui parla il Vangelo di oggi non ebbe la forza di dire di "sì" a quella chiamata e se ne andò via triste (cf Mc 10,22). Non trovò la forza di seguire Gesù perché era legato ai molti beni, alla grande ricchezza materiale che possedeva. Quando non si dice di "sì" alla vocazione si perde la gioia del cuore; soltanto chi aderisce pienamente alla Volontà di Dio è sempre lieto, pur nelle grandi prove che deve superare. San Leonardo da Porto Maurizio diceva verso il termine della sua vita: «Ho settantadue anni e non sono stato nemmeno un giorno triste». Egli poteva dire così perché aveva sempre fatto la Volontà di Dio.
Gesù inoltre dice: «Quanto è difficile, per quelli che posseggono ricchezze, entrare nel regno di Dio!» (Mc 10,23). Si intende chiaramente l'attaccamento a queste ricchezze, dal momento che uno potrebbe anche non averle, ma, in cuor suo, esserne attaccato più di tutti gli altri. La virtù della povertà consiste nell'essere distaccato dai beni di questo mondo e di servirsene con sobrietà, non come il fine della vita, ma come un mezzo per poter servire il Signore e per far del bene al prossimo.
Secondo l'insegnamento di san Giovanni Bosco, Dio chiama molti giovani alla vita di consacrazione, secondo lui sarebbero addirittura un terzo; ma, purtroppo, molti sono quelli che non ascoltano questa chiamata, perché storditi dai piaceri e dalle ricchezze di questo mondo.
Ognuno di noi dovrebbe far sua la preghiera di san Francesco: «Signore, cosa vuoi che io faccia?». Dalla risposta alla chiamata di Dio, dipenderà la nostra felicità.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 11 ottobre 2015)

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