BastaBugie n°429 del 25 novembre 2015

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1 LA LORO FORZA E' NELLA MORTE PER DIO... E LA NOSTRA?
L'Occidente ha le migliori armi e la migliore tecnologia, ma può perdere perché ha dimenticato l'essenziale: la spiritualità cristiana della guerra (che rende capaci di morire per Gesù)
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
2 TRE ERRORI CHE DIMOSTRANO CHE NON ABBIAMO IMPARATO LA LEZIONE DEGLI ATTENTATI DI PARIGI
Intanto in Italia la settimana scorsa un arabo aggredisce una donna e le fa ingoiare il crocifisso (sì, avete letto bene: in Italia!)
Autore: Martino Mora - Fonte: Civiltà Cristiana
3 SE NON RISCOPRIAMO LA VIRILITA' GUERRIERA DELLA VITA CRISTIANA, PERDEREMO CONTRO L'ISLAM
Noi nigeriani subiamo da anni quel che è accaduto a Parigi e vi diciamo: il problema è la vostra tiepidezza
Autore: Benedetta Frigerio - Fonte: Tempi
4 CHI SONO I FARISEI E I SADDUCEI DEL NOSTRO TEMPO?
Sono gli innovatori che affermano apertamente il superamento della dottrina e della prassi della Chiesa
Autore: Roberto De Mattei - Fonte: Corrispondenza Romana
5 IL GENITORE E' UN MESTIERE DI CRISTALLO: BELLO, MA DELICATO
Caro papà, per i tuoi figli, sei la prima immagine che essi hanno di Dio, ma un giorno ti vedranno per quello che sei: un genitore imperfetto, deludente, del cui peso sentiranno la necessità di disfarsi... ma qui viene il bello, infatti...
Autore: Andrea Torquato Giovanoli - Fonte: Blog di Costanza Miriano
6 VIA CRUCIS: L'ENNESIMO FILM CHE ATTACCA LA CHIESA
Storia (finta) di una ragazzina di 14 anni che si lascia morire a causa della sua famiglia e della Chiesa, ossia da quelli che il Mondo considera i due mali assoluti
Autore: Omar Ebrahime - Fonte: Vita Nuova
7 OLANDA, EUTANASIA GRATIS PER CHI COMPIE 70 ANNI
Non importa essere malato, basta andare in farmacia e ritirare la ''pillola per morire''
Autore: Leone Grotti - Fonte: Tempi
8 I VESCOVI AMERICANI SFIDANO L'IMPERO DEL PORNO
La pornografia non è un ''passatempo innocuo'', ma produce effetti simili a quelli di una droga
Autore: Lorenzo Bertocchi - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
9 OMELIA II DOMENICA DI AVVENTO - ANNO C (Lc 3,1-6)
Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri
Fonte: Il Settimanale di Padre Pio

1 - LA LORO FORZA E' NELLA MORTE PER DIO... E LA NOSTRA?
L'Occidente ha le migliori armi e la migliore tecnologia, ma può perdere perché ha dimenticato l'essenziale: la spiritualità cristiana della guerra (che rende capaci di morire per Gesù)
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 22/11/2015

Siamo in guerra: lo ha detto anche un pacifista socialista come il presidente francese Hollande, un classico esempio di utopista aggredito all'improvviso dalla realtà. In questa guerra l'Occidente ha le migliori armi e la migliore tecnologia. Ma può perdere, perché gli manca l'essenziale: una spiritualità della guerra. L'Isis non ama Osama bin Laden, ma le sue pubblicazioni ne ripetono il teorema, espresso in una sfida all'Occidente: vinceremo noi, perché voi amate la vita e noi amiamo la morte.

MORIRE IN BATTAGLIA
Per al-Qa'ida o per l'Isis morire in battaglia, farsi esplodere come terroristi suicidi o cadere in uno scontro con la polizia è una forma di martirio, che assicura la gloria in Terra e il paradiso in Cielo. L'Occidente moderno considera la morte in battaglia inaccettabile. Tutti i governi democratici cercano di fare la guerra con la sola aviazione, o meglio ancora con i droni senza piloti, perché sanno che un intervento militare di terra comporterebbe dei caduti. E soldati che tornassero in patria in una bara avvolta da una bandiera nazionale farebbero perdere le elezioni al governo che li avesse mandati a combattere in terre lontane.
A una giornalista, peraltro brava e preparata, ho spiegato giorni fa in un'intervista che la scelta per l'Occidente non è più fra l'avere o non avere morti ammazzati. È la scelta su chi dovrà morire: i soldati sul campo o i civili che vanno a cena in un ristorante, a una partita di calcio o ad ascoltare musica in un teatro. Qualcuno morirà comunque, è qualche mamma piangerà. La reazione della giornalista è stata tipica: «Ma anche i soldati hanno una mamma». Sì, anche i soldati hanno una mamma, ma hanno scelto una professione nobilissima, la cui grandezza sta precisamente nella disponibilità a sacrificare la propria vita per proteggere le vite degli altri. Questa caratteristica essenziale dello spirito militare rischia oggi di andare perduta. La stessa propaganda televisiva che incita ad arruolarsi negli eserciti mostra i militari che costruiscono scuole, portano medicinali negli ospedali del Terzo Mondo e cibo ai bambini poveri. Tutte cose bellissime e utilissime, ci mancherebbe altro. Ma stiamo scambiando i militari per il dottor Schweitzer o per i missionari. I militari non sono questo, o per lo meno non sono solo questo. La loro missione comporta affrontare la morte, e anche dare la morte in battaglia, con lealtà e senza odio.

COSA CI MANCA? NULLA
No, non ci mancano le armi, la tecnologia, gli analisti, gli strateghi. E non è neppure l'amore per la vita a ostacolarci: anzi, quella è la nostra forza, e l'amore per la morte di cui parlava bin Laden è soltanto una caricatura del vero spirito militare. Ma lo spirito militare è diventato merce rara. Non da ieri: nella sua classica opera «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» il pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira vedeva nel venir meno di questo spirito una caratteristica saliente del processo di abbandono del cristianesimo che chiamava Rivoluzione. La divisa militare, scriveva, «con la sua semplice presenza, afferma implicitamente alcune verità, a quanto generiche, ma per certo di natura contro-rivoluzionaria. L'esistenza di valori superiori alla vita e per i quali si deve morire», il che è contrario alla mentalità moderna, «tutta fatta di orrore per il rischio e per il dolore, d'adorazione della sicurezza e di grandissimo attaccamento alla vita terrena. L'esistenza d'una morale, perché la condizione militare è totalmente fondata su ideali d'onore, di forza posta al servizio del bene e rivolta contro il male e così via».
Non bisogna confondere forza e violenza. La violenza è intrinsecamente sovversiva e immorale, perché non opera al servizio dell'ordine ma per sovvertirlo. La forza, dopo il peccato originale, è necessaria e legittima. Difende il debole mettendo l'aggressore in condizione di non nuocere, se necessario dando la morte e affrontando la morte. Salvarsi la vita non è il valore supremo, altrimenti le migliaia di martiri che la Chiesa ha canonizzato avrebbero semplicemente sbagliato. E la Chiesa non ha canonizzato solo i martiri. Nel 2012 la casa editrice della Santa Sede, la Libreria Editrice Vaticana, ha pubblicato un bello studio della storica Geraldina Boni, «La canonizzazione dei santi combattenti nella storia della Chiesa». Il libro mostra come la Chiesa ha canonizzato qualche centinaio di militari, che hanno combattuto, hanno dato la morte e qualche volta sono morti in battaglia.

È AVVENUTO ANCHE DI RECENTE
Il 26 aprile 2009 Benedetto XVI ha canonizzato San Nuno Alvares Pereira, morto nel 1431 e figura decisiva per l'indipendenza del Portogallo dalla Spagna. San Nuno era un generale, combatté contro gli spagnoli e contro i mori, sempre in prima linea. Anche se la cifra tradizionale di cinquemila persone che San Nuno avrebbe personalmente ucciso in battaglia è probabilmente esagerata, certamente il santo diede la morte a molti nemici. Passò gli ultimi anni di vita in un convento, ma di lì continuò a far giungere consigli ai portoghesi su come fare la guerra. Nel l'omelia della canonizzazione, Benedetto XVI chiarì che San Nuno non era stato canonizzato «nonostante» fosse stato un militare, avesse combattuto e avesse ucciso nemici, ma perché era stato un buon militare, e un militare santo.
Eppure già allora qualcuno si scandalizzò, anche nella Chiesa, per questa canonizzazione. Perché a molti sembra che chi uccide nemici in battaglia non possa essere un santo ma solo un assassino. Non è così, e le canonizzazioni dei santi combattenti lo confermano. C'è una vera spiritualità della vita militare e della guerra. Una spiritualità che non ama la guerra, non la cerca, preferisce la pace. Una spiritualità che non odia i nemici, sa che sono anche loro figli di Dio e fratelli in Cristo, eppure assume la necessità di combatterli lealmente come una croce e una dolorosa missione. È la stessa spiritualità dei poliziotti e dei carabinieri, che portano le armi e qualche volta devono usarle per proteggere gli onesti contro i malviventi, dei giudici che devono pronunciare severe condanne e qualche volta - lo sappiamo bene in Italia - rischiano anche loro di pagare con la vita.
È la spiritualità dell'eroismo, e l'eroismo consiste precisamente nel sapere che ci sono valori per cui vale la pena di combattere e di morire. Se l'Occidente, e anche tanti cristiani, hanno perso questa spiritualità, e neppure sono più in grado di capirla, allora bin Laden aveva ragione, e anche l'Isis ha già vinto.

Nota di BastaBugie: se vuoi approfondire, puoi vedere il nostro dossier sull'islam, contenente video e articoli, clicca nel link qui sotto
http://www.bastabugie.it/it/contenuti.php?pagina=utility&nome=_islam

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 22/11/2015

2 - TRE ERRORI CHE DIMOSTRANO CHE NON ABBIAMO IMPARATO LA LEZIONE DEGLI ATTENTATI DI PARIGI
Intanto in Italia la settimana scorsa un arabo aggredisce una donna e le fa ingoiare il crocifisso (sì, avete letto bene: in Italia!)
Autore: Martino Mora - Fonte: Civiltà Cristiana, 19/11/2015

1) LE LACRIME DI COCCODRILLO
Ora è giustamente il tempo del dolore per le vittime parigine dell'islamismo feroce. Ma tra coloro che si addolorano ci sono in prima fila i sostenitori del mondialismo, dell'immigrazionismo, del "meticciato", delle frontiere spalancate, dello "ius soli". Quelli che ancora sognano un mondo alla Benetton (united colors) e che praticano costantemente il terrorismo intellettuale, la caccia alle streghe, la polizia del pensiero verso chi la pensa diversamente. Quelli che hanno sempre in bocca, quasi sempre a sproposito, le parole "razzista", "xenofobo", "omofobo", "islamofobo" e via dicendo. Sono i "politicamente corretti". Sono gli intolleranti sostenitori della cosmopolis egualitaria. Sono gli adepti dell'ideologia dominante. Coloro che fanno dell'"antirazzismo" non più la giusta stigmatizzazione del disprezzo verso chi ha un colore diverso della pelle (in quel senso l'antirazzismo è un sentimento nobile e generoso), ma un'ideologia irrazionale, rancorosa e paranoica, ostile all'identità, alle radici e alle tradizioni dei nostri popoli. Un'ideologia paracomunista e ultracapitalista al contempo. Ma tutti costoro non impareranno la lezione: continueranno come sempre nel loro folle sostegno all'immigrazione, al meticciato, al multiculturalismo, al melangismo, al mondialismo. Il mondo alla Benetton ha partorito il terrore per le strade di Parigi. Continueranno a negarlo. Le loro sono lacrime di coccodrillo.

2) IL NOSTRO NULLA
Indovinate cosa si stava cantando al Bataclan quando le belve dell'Isis hanno fatto irruzione? Kiss the devil, Bacia il diavolo, del gruppo rock californiano Eagles of death metal, che civetta con un "satanismo soft" (ammesso che il satanismo possa essere soft). Il testo continua: "Amerò il diavolo e la sua canzone".
Per il rispetto che si deve ai morti non dico cosa penso di chi assiste a concerti di questo tipo e del numero di neuroni che deve avere in testa. Mi limito a constatare che se questi sono i valori della "civiltà occidentale" che si oppone all'Islam dei tagliagole, i tagliagole hanno già vinto. Combattere il fanatismo feroce e assassino con il consumismo decerebrato è semplicemente assurdo. La verità è che l'americanismo senz'anima del consumismo folle, del Dio denaro, dell'ultimo modello di telefonino, del rock e del rap, dell'american way of life, e proseguendo del "proibito proibire" di sessantottesca memoria, del gender e della sacralità assoluta del gay e della lesbica, del porno e della droga, dell'"utero e mio e me lo gestisco io", della mentalità per cui nulla ha un valore e tutto ha un prezzo, ci ha uccisi dentro. I terroristi odiano e sono accecati dall'odio assassino. Ma sono qualcosa. Noi non siamo più nulla. Siamo i figli del Nulla che ci divora. [...]

3) LA NOSTRA SUDDITANZA
Dopo aver constatato che il massimo della genialità è suonare Imagine dopo la strage - dato che il testo di Imagine è proprio l'inno del mondialismo, cioè di quel mondo senza frontiere, radici e religione (cristiana) che ci ha reso vittime dell'islamismo assassino - bisogna trattare l'aspetto geopolitico, certo non secondario. E avere il coraggio di constatare tutti i fallimenti del meraviglioso Occidente.
Innanzitutto il concetto di "Occidente" oggi ha un significato geopolitico e culturale che non corrisponde all'Europa (e meno che mai al suo nobile antecedente storico, la Christianitas) e che significa unione atlantica tra Europa e Stati Uniti d'America, con questi ultimi a fare la parte del leone dal punto di vista politico, militare (con le basi militari americane sul suolo europeo a ben 24 anni dalla fine della Guerra fredda!), economico e culturale. Se dal punto di vista spirituale assistiamo al trionfo dell'americanismo senz'anima e della massificazione edonista che si porta dietro, dal punto di vista militare e politico l'Europa è completamente subordinata a Washington e ai suoi interessi, che certo non sono i nostri, come dimostra anche lo scandaloso sostegno dei vassalli europei al colpo di Stato antirusso di Kiev nel 2014. Con le conseguenti sanzioni alla Russia che stanno danneggiando la nostra economia. Le "guerre umanitarie", dalla Serbia nel 1999 alla Libia nel 2011, passando per l'Afghanistan nel 2001 e l'Iraq nel 2003, sono state decisive per distruggere l'equilibrio mondiale e tutte le forze di contenimento all'islamismo estremista, da Milosevic a Gheddafi passando per Saddam. Anche il tentativo di abbattere Assad sarebbe andato a buon fine e senza l'intervento di Putin (2013) la Nato avrebbe bombardato la Siria. Bombardato chi? Non l'Isis, ma Assad, nemico mortale dell'Isis!!
L'Europa si è allineata ogni volta agli Stati Uniti, a volte mettendoci del suo (le sciagurate iniziative di Sarkozy e Cameron in Libia) e favorendo così l'instabilità, la migrazione di massa e il rafforzamento dell'estremismo sunnita e wahabita. E noi siamo ancora qui a parlare di Occidente, di Nato e di atlantismo. Siamo nella morsa, altro che Occidente! Siamo nella morsa tra l'America, potenza del mare, del caos e della globalizzazione, e l'islamismo feroce.
Torniamo un attimo al Bataclan al momento dell'irruzione jihadista. C'è la band californiana, che canta: Amerò il diavolo e la sua canzone, Bacerò il diavolo e la sua lingua; c'è il pubblico parigino ed europeo, completamente decerebrato, che si accalca sulla pista da ballo; c'è il commando islamista che entra e inizia il massacro. Quell'attimo è la metafora perfetta della nostra situazione. Noi siamo quel pubblico. Noi come quel pubblico siamo colonizzati politicamente ed economicamente, ma anche culturalmente, mentalmente, spiritualmente dalla più deteriore sottocultura anglosassone. E siamo incapaci - perché non lo vogliamo - di fermare l'immigrazione di massa e il terrorismo. La strage del Bataclan è la metafora dell'Europa.

Nota di BastaBugie: l'articolo di Edoardo Cavadini pubblicato su Libero il 19 Novembre 2015 dal titolo "Cagliari, arabo aggredisce una donna e le fa ingoiare il crocifisso" ci fa capire che questi episodi sono solo l'inizio.
Ecco l'articolo completo:
Un episodio inquietante avvenuto in pieno centro a Cagliari getta una luce oscura sul fenomeno della convivenza tra immigrati e italiani all'indomani delle stragi di Parigi. Lunedì sera una donna, mentre passeggiava da sola in una delle zone più centrali della città, nel quartiere Marina (a poche centinaia di metri dalla sede del Consiglio regionale della Sardegna), è stata avvicinata da un uomo che le ha strappato con violenza una catenina dal collo. All'apparenza uno scippo, episodio odioso di microcriminalità alla quale, purtroppo, siamo abituati nelle nostre città. In realtà è la testimonianza resa dalla donna, Franca, 55 anni, che ha preferito mantenere l' anonimato con L'Unione Sarda, a dipingere uno scenario a tinte fosche. «Si è piazzato davanti a me, afferrando il crocifisso che avevo al collo - ha raccontato al quotidiano sardo -. In un primo momento ho pensato a uno scippo. Poi questa persona, uno straniero, ha cercato di ficcarmi in gola il ciondolo a forma di croce, accompagnando l'aggressione con parole in arabo. Stavo per soffocare, mi sono difesa e lui è scappato a piedi».
Dunque l'obiettivo dell'aggressore, a quanto pare, era proprio fare ingoiare il simbolo religioso all' "infedele" italiana. La tesi non la sostiene la stampa di destra per fomentare l'odio razziale, perché la pista della matrice religiosa è quella seguìta dai carabinieri della compagnia di Cagliari che si sono immediatamente messi sulle tracce dell' uomo, probabilmente un magrebino, in base alla descrizione della vittima, fino ad ora senza successo. Di testimoni, infatti, nessuna traccia: «È durato pochi secondi - ha aggiunto la donna -. Non ho potuto urlare perché avevo la croce in gola. Ho riportato delle ferite e il dolore mi ha fatto reagire».
A proposito di episodi di intolleranza religiosa ai danni di cristiani sul nostro territorio, va ricordato un episodio dello scorso maggio a Terni, protagonista un dodicenne senegalese che - secondo le accuse - sferrò un pugno alla schiena della compagna di classe perché indossava il crocifisso al collo.

Fonte: Civiltà Cristiana, 19/11/2015

3 - SE NON RISCOPRIAMO LA VIRILITA' GUERRIERA DELLA VITA CRISTIANA, PERDEREMO CONTRO L'ISLAM
Noi nigeriani subiamo da anni quel che è accaduto a Parigi e vi diciamo: il problema è la vostra tiepidezza
Autore: Benedetta Frigerio - Fonte: Tempi, 21/11/2015

Mentre l'attentato terroristico di Parigi ha scosso tutto l'Occidente quello di martedì sera a Yola, in Nigeria, ha trovato spazio in pochi trafiletti di giornale. Eppure sono morte oltre 30 persone, mentre circa un centinaio sono rimaste ferite. Mercoledì sera altre cinque persone sono state uccise da esplosioni a Kano, nel nord-est del paese. «I morti e continuano a crescere da sei anni a questa parte. Ma l'Occidente ha taciuto prima e tace anche ora», spiega tempi.it padre Peter Kamai, rettore del seminario di Jos, nella diocesi nigeriana di Jalingo.
È dal 2009 che il Nord Est della Nigeria convive con omicidi, rapimenti e attentati rivendicati dai jihadisti di Boko Haram legati all'Isis. Ormai hanno ucciso oltre duemila persone, eppure la comunità internazionale tace. Come mai?
Quello che è accaduto a Yola è quello che accade continuamente da sei anni in Nigeria, da quando Boko Haram ha cominciato ad espandersi seminando il terrore per prendere il potere ed imporre la sharia in Nigeria. Anche perché il governo, molto debole e incapace di risposte efficaci, è stato abbandonato dalla comunità internazionale. Siamo scandalizzati, perché l'Europa sembra non accorgersi dell'evidenza, della portata del fondamentalismo islamico che per essere vinto va combattuto ovunque. È semplice comprendere che la matrice degli attentati parigini, mediorientali e africani è la stessa: Boko Haram ha detto chiaramente di essere affiliata all'Isis.
Come reagisce il popolo nigeriano all'odio dei terroristi?
Prima di tutto bisogna capire che Boko Haram sta crescendo ed è sempre più forte grazie all'Isis che lo finanzia con soldi e armi. Ma di fronte a questo fatto l'Europa dà risposte di facciata che non servono a nulla. Questo succede perché si illude che l'Africa sia lontana e che quello che stiamo subendo noi non abbia ricadute da voi. Pensavo che Parigi avesse smascherato l'illusione, invece, anche dopo l'ultimo attentato in Nigeria, regna il silenzio. Siamo scandalizzati dall'Occidente che tace di fronte a paesi che subiscono continuamente quello che ha subìto Parigi. Credo che se aveste reagito prima non saremmo a questo punto di espansione dell'Isis.
Come si risponde?
Bisogna combattere sullo stesso piano loro, con le armi, i soldi e le tattiche antiterrorismo, supportando il governo nigeriano che da solo non riesce a reagire. Il terrorismo va fermato così ovunque.
È favorevole alla guerra?
Non è un problema di decidere se fare la guerra: la guerra, come ha detto il Santo Padre, c'è già. La "terza guerra mondiale" è già in atto. Ripeto, mi meraviglio che l'Occidente non se ne renda ancora conto.
In Occidente, da più parti, si dice che è la religione a essere all'origine della violenza.
Il problema non è religioso, ma di chi usa la religione per giustificare cose atroci. Se diamo la colpa alla religione commettiamo un errore peggiore. La guerra si vince con la vera fede, pregando, rispondendo al male con il bene, amando e perdonando, come fa Gesù Cristo. Lui ci ha mostrato che questa è la via per la vittoria e Gesù non ci inganna. E anche se moriamo non ho paura perché gli credo. Lui ha detto: «Ho vinto il mondo».
Prima dice che bisogna fare la guerra, poi che bisogna porgere l'altra guancia. Come concilia le due cose?
Noi non attacchiamo, ma se siamo attaccati abbiamo il dovere di difendere i doni di Dio. La vita, la creazione, l'amore non sono nostri e se vengono attaccati dobbiamo difenderli. Per questo la dottrina della Chiesa parla di "guerra giusta". Questo non significa non amare il proprio vicino o non sconfiggere la paura e la diffidenza rispondendo ogni giorno con atti d'amore e mostrando la nostra fede.
In questi giorni un filosofo francese, Fabrice Hadjadj, ha scritto: «Poiché questa vita è ferita all'origine, continuamente attaccata dal maligno, bisogna lottare per il dono, combattere per la comunione, prendere il gladio per estendere il Regno dell'amore». Poi ha accusato l'Europa di timidezza.
Infatti il problema non è sola la miopia che non vi fa vedere i migliaia di musulmani in Europa pronti a farsi esplodere, ma la vostra tiepidezza. Accettate l'aborto, l'omosessualità, l'eutanasia, senza reagire. Chi non combatte contro queste cose è un cristiano solo di nome, perché Dio ci ha detto che il suo progetto è quello dell'uomo e la donna che si uniscono e generano la vita. Quindi essere cristiani in questo mondo non può evitarci di andare controcorrente. Gesù ci ha detto di condannare il male e di non temere: ha chiamato beati i perseguitati a causa della giustizia, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.
Il cristiano deve aspettare il Regno dei Cieli per godere la vittoria?
Il seminario che dirigo conta 400 seminaristi contenti di dare la vita a Cristo. Chiedono di entrare dicendo di voler servire la Chiesa e di volerla proteggere. Le chiese sono sempre più piene e la gente partecipa alle Messe anche a rischio della propria vita. Questa è tutta grazia che rende evidente che la Chiesa si costruisce con il sangue dei martiri.
Non temete di essere attaccati e alla fine distrutti per le vostre posizioni?
Quando si vive la fede senza compromessi non si perde nulla, perché Dio ti benedice. Il popolo cristiano cresce e se anche perdiamo fondi dall'Europa e da chi ci ricatta per le posizioni della Chiesa sull'aborto e l'ideologia omosessuale rimaniamo fedeli al Vangelo. E la provvidenza non ci ha mai fatto mancare una volta il suo aiuto. Anche questo ce lo ha detto Gesù: non si può servire Dio e mammona e se si sceglie il regno di Dio tutto il resto vi sarà dato in più. Ciò che dice Gesù va messo in pratica e per noi è carne, sangue, ossa. Bisogna cominciare a prenderlo sul serio per vedere che non ci inganna mai.

Nota di BastaBugie: l'articolo pubblicato su Tempi il 18 novembre 2015 dal titolo "Se non riscopriamo la virilità guerriera della vita cristiana, perderemo contro l'islamismo", ben spiega che i terroristi stanno vincendo la guerra in atto non per la loro abilità militare, ma per la forza morale. Dobbiamo reagire ritrovando la nostra virilità di cristiani.
Ecco l'articolo completo:
«Se non riscopriremo la virilità guerriera della vita cristiana, perderemo contro l'islamismo, dal punto di vista spirituale e materiale». All'indomani della strage di Parigi, il filosofo francese Fabrice Hadjadj ha scritto per Famille Chrétienne una tribuna, che è una vera e propria chiamata alle armi.
La Francia (ma si potrebbe anche parlare di Occidente), esordisce Hadjadj, non ha perso la sua battaglia contro l'Isis nel momento in cui gli attentatori si sono fatti saltare in aria. La guerra l'aveva già persa da tempo: «Noi ci eravamo rammolliti, avevamo perso ogni virilità, ridotti allo stato di bambini viziati, di marionette preoccupate dal nostro cardiogramma, pupazzi consumatori di pornografia». Addormentati «nel conforto e nel successo», ci siamo accontentati «di una pace imposta», poco importa «a quale prezzo di devastazione e "danni collaterali"».
Pur avendola scansata in ogni modo, «la guerra ci ha raggiunto. Questo è già qualcosa se vogliamo risvegliarci. Ma noi vinceremo questa guerra? Combatteremo la "buona battaglia", secondo l'espressione di san Paolo?». La vita cristiana, insiste il filosofo, «è dominata dalla figura dell'amore, del fratello, del figlio, di chi dialoga e compatisce. Ma noi non possiamo più nascondere la dimensione del guerriero. Il guerriero le cui armi sono prima di tutto spirituali, ma non solo. (...) La vita è comunione prima di essere guerra, dono prima di essere lotta. Ma poiché questa vita è ferita all'origine, continuamente attaccata dal Maligno, bisogna lottare per il dono, combattere per la comunione, prendere il gladio per estendere il Regno dell'amore».
Hadjadj non invoca una nuova crociata, ma invita a riscoprire una dimensione ormai dimenticata del cristianesimo, «ridotto a consigli gentili di morale civica». «Qual è il vero campo di battaglia?». Ce lo insegna lo stesso Stato islamico: «Alcuni ci vorrebbero far credere che la forza dei terroristi di venerdì 13 scorso consiste nell'essere stati addestrati, formati nei campi di Daesh». Ma non è così. La «forza di distruzione» dei terroristi islamici, «pronta a esplodere in qualunque momento e luogo, non è la loro abilità militare, ma la forza morale».
Cosa abbiamo noi da «opporre»? Oggi i nostri «valori» possono al massimo «riunire un esercito di consumatori» ma la vera sfida è quella di «una fede che sa affermare un vero martire - contro la parodia diabolica del martire che è un attentatore suicida». «Il comunicato di Daesh - conclude il filosofo - che rivendica "l'attacco benedetto" parla di Parigi come della capitale "che porta la bandiera della croce in Europa". Quanto mi piacerebbe che fosse così. La guerra è qui: nel coraggio di avere una speranza così forte che ci renda in grado di dare la vita».

Fonte: Tempi, 21/11/2015

4 - CHI SONO I FARISEI E I SADDUCEI DEL NOSTRO TEMPO?
Sono gli innovatori che affermano apertamente il superamento della dottrina e della prassi della Chiesa
Autore: Roberto De Mattei - Fonte: Corrispondenza Romana, 11/11/2015

La critica ai "farisei" è ricorrente. [...] Fariseo sembra essere chiunque difenda, con cocciuto orgoglio, l'esistenza di comandamenti, leggi, regole della Chiesa assolute e inderogabili.
Ma chi erano veramente i Farisei? Quando Gesù iniziò la sua predicazione il mondo giudaico era diviso in varie correnti, di cui ci parlano i Vangeli e, tra gli storici, Flavio Giuseppe (37-100 d.C.) nelle sue opere Le Antichità giudaiche e La guerra giudaica. Le principali sette erano quelle dei Farisei e dei Sadducei. I Farisei osservavano fin nei dettagli le prescrizioni religiose, ma avevano perso lo spirito di verità. Essi erano uomini superbi, che falsavano le profezie relative al Messia e interpretavano la legge divina secondo le loro opinioni. I Sadducei insegnavano errori ancora più gravi, mettendo in dubbio l'immortalità dell'anima e rifiutando la maggior parte dei Libri sacri. Entrambi si disputavano il potere nel Sinedrio che, quando Gesù fu condannato, era guidato dai Sadducei.
I Sadducei sono citati una sola volta da Marco e tre da Matteo, mentre i Farisei compaiono ripetutamente nei Vangeli di Marco e Matteo. Il cap. 23 di san Matteo, in particolare, è una aperta accusa contro di loro: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle».

SAN TOMMASO, SANT'AGOSTINO, SAN BONAVENTURA
Commentando questo brano di Matteo, san Tommaso spiega che i Farisei non sono ripresi dal Signore perché pagavano le decime, «ma solo per il fatto che essi disprezzavano precetti più importanti cioè quelli di ordine spirituale. Però della pratica in sé egli sembra lodarli col dire "Queste cose andavano fatte" (Haec oportuit facere), sotto la legge, aggiunge il Crisostomo» (Summa Theologica, II-IIae, q. 87 ad 3). Sant'Agostino, riferendosi al Fariseo di cui parla san Luca (18, 10-14), dice che egli è condannato non per le sue opere, ma per essersi vantato della sua presunta santità (Lettera 121, 1, 3).
Lo stesso sant'Agostino, nella Lettera a Casulano, spiega che il Fariseo non fu condannato perché digiunava (Lc 18, 11 sgg.), ma «perché si esaltava, tronfio di orgoglio, sul pubblicano» (Lettera 36, 4, 7). Infatti, «il digiunare due volte la settimana è privo di meriti per una persona come il fariseo, mentre è un atto religioso per una persona umilmente fedele o fedelmente umile, sebbene il Vangelo non parla di condanna per il Fariseo, ma piuttosto di giustificazione per il pubblicano» (Lettera 36, 4, 7).
La definizione più sintetica dei Farisei ce la dà san Bonaventura: «Pharisaeus significat illos qui propter opera exteriora se reputant bonos; et ideo non habent lacrymas compunctionis» (De S. Maria Magdalena Sermo I, in Opera omnia, Ad Claras Aquas, Firenze 2001 vol. IX, col. 556b). «Farisei sono detti quelli che reputano buoni sé stessi per le loro opere esteriori e perciò non hanno lacrime di compunzione».
Gesù condanna i Farisei perché ne conosceva il cuore: essi erano peccatori, ma si consideravano santi. Il Signore volle insegnare ai suoi discepoli che non basta il compimento esteriore delle buone opere; ciò che rende buono un atto non è solo il suo oggetto, ma l'intenzione. Tuttavia, se è vero che non bastano le buone opere quando manca la buona intenzione, è altrettanto vero che non basta la buona intenzione, se mancano le buone opere.
Il partito dei Farisei, a cui appartenevano Gamaliele, Nicodemo, Giuseppe di Arimatea (Antichità giudaiche, 20.9.1) e lo stesso san Paolo (Atti 23, 6), era migliore di quello dei Sadducei, proprio perché, malgrado la loro ipocrisia, essi rispettavano le leggi, mentre i Sadducei, che annoveravano nelle loro fila i Sommi Sacerdoti Anna e Caifa (Antichità giudaiche, 18.35.95), le disprezzavano. I Farisei erano conservatori orgogliosi, i Sadducei progressisti increduli, ma entrambi erano accomunati dal rifiuto della missione divina di Gesù (Mt 3, 7-10).

CHI SONO I FARISEI E I SADDUCEI DEL NOSTRO TEMPO?
Possiamo dirlo con tranquilla certezza. Sono tutti coloro che prima, durante e dopo il Sinodo hanno cercato e cercheranno di modificare la prassi della Chiesa e, attraverso la prassi, la sua dottrina sulla famiglia e il matrimonio. Gesù proclamava l'indissolubilità del matrimonio, fondandola sulla restaurazione di quella legge naturale da cui i giudei si erano allontanati, e la rinforzava con l'elevazione del vincolo coniugale a Sacramento. Farisei e Sadducei rifiutavano questo insegnamento, negando la divina parola di Gesù, a cui sostituivano la propria opinione. Essi si richiamavano falsamente a Mosè, così come i novatori dei nostri giorni si richiamano a una pretesa tradizione dei primi secoli, falsando la storia e la dottrina della Chiesa.
Per questo un valoroso vescovo difensore della fede ortodossa, mons. Athanasius Schneider, parla di una «prassi neo-mosaica» che riaffiora: «I nuovi discepoli di Mosé ed i nuovi farisei durante le ultime due Assemblee del Sinodo (2014 e 2015) hanno nascosto il fatto d'aver negato nella prassi l'indissolubilità del matrimonio e di aver come sospeso il sesto Comandamento sulla base del "caso per caso", sotto un apparente concetto di misericordia, usando espressioni come "via del discernimento", "accompagnamento", "orientamenti del Vescovo", "dialogo col sacerdote", "foro interno", "un'integrazione più piena nella vita della Chiesa", per indicare una possibile eliminazione dell'imputabilità per i casi di convivenza all'interno di unioni irregolari (cfr. Relazione Finale, nn. 84-86)».
I Sadducei sono gli innovatori che affermano apertamente il superamento della dottrina e della prassi della Chiesa, i Farisei, sono coloro che proclamano l'indissolubilità del matrimonio con le labbra, ma la negano ipocritamente nei fatti, proponendo la trasgressione "caso per caso" della legge morale. I veri seguaci di Gesù Cristo non appartengono né al partito dei neo-Farisei né a quello neo-Sadducei, entrambi modernisti, ma seguono la scuola di san Giovanni Battista, che predicava nel deserto spirituale del suo tempo.
Il Battista, quando stigmatizzava Farisei e Sadducei come «razza di vipere» (Mt 2, 7) e quando ammoniva Erode Antipa per il suo adulterio, non era duro di cuore, ma era mosso dall'amore per Dio e per le anime. Ipocriti e duri di cuore erano i consiglieri di Erode che pretendevano di conciliare la sua condizione di peccatore e impenitente con l'insegnamento della Scrittura . Erode uccise il Battista per soffocare la voce della verità, ma la voce del Precursore risuona ancora dopo venti secoli. Chi difende pubblicamente la buona dottrina, non segue l'esempio dei Farisei e dei Sadducei, ma quello di san Giovanni Battista e di Nostro Signore.

Fonte: Corrispondenza Romana, 11/11/2015

5 - IL GENITORE E' UN MESTIERE DI CRISTALLO: BELLO, MA DELICATO
Caro papà, per i tuoi figli, sei la prima immagine che essi hanno di Dio, ma un giorno ti vedranno per quello che sei: un genitore imperfetto, deludente, del cui peso sentiranno la necessità di disfarsi... ma qui viene il bello, infatti...
Autore: Andrea Torquato Giovanoli - Fonte: Blog di Costanza Miriano, 11/11/2015

Prima che diventassi genitore, la mia idea di paternità girava attorno all'aspirazione di essere per i miei figli un padre anche solo leggermente migliore di quanto lo era stato il mio per me: essendo stato lui tutto sommato un buon padre, mi dicevo, in tal modo avrei portato un miglioramento qualitativo alla generazione successiva e, se i miei figli avessero condiviso la mia stessa idea di paternità, a loro volta sarebbero stati per i miei nipoti, padri anche solo leggermente migliori di me, perpetuando in tal modo una sorta di circolo virtuoso della paternità nella nostra famiglia.

MA QUANDO SONO DIVENTATO GRANDE...
Poi però papà ci son diventato davvero e così mi sono reso conto che puntare ad essere un padre anche solo leggermente migliore di quanto lo sia stato il proprio non basta affatto.
Questo perché mi è stato dato di comprendere che un papà, per i propri figli, costituisce la prima immagine che essi hanno di Dio (almeno fino all'approdo dell'adolescenza): tale è la portata della paternità umana.
Ma d'altro canto anche se sei chiamato ad essere il dio di tuo figlio, rimani pur sempre un essere soltanto umano, e per quanto cerchi di aspirare alla perfezione, nulla mai, finché vivi, ti permetterà di affrancarti dalla tua creaturalità, dalla tua finitezza e quindi dalla tua ontologica, ineluttabile caducità.
E questo è un problema: poiché, secondo logica, per via di tutti quegli errori che, nonostante tutte le tue buone intenzioni, inevitabilmente farai come padre, i tuoi figli si faranno una prima idea di Dio plasmata proprio sul tuo modo di interpretare la paternità.
E si sa: la prima impressione è la più difficile da convertire.
Ecco che allora ti piglia un po' lo sconforto: poiché di errori, caro mio, ne fai ogni giorno.
E così pensi ai disastri educativi che farai con i tuoi figli e di quanto questi poi peseranno sulla loro vita. Di come presto essi, per quelle piccole e grandi sofferenze che infliggerai loro a causa dei tuoi sbagli, ti vedranno per quello che sei: un genitore imperfetto, deludente, del cui peso sentiranno prima o poi la necessità di disfarsi.

PERCHÉ QUESTA È LA REALTÀ DELLE COSE
Ma è un bene che sia così, davvero: giacché l'uomo è sempre tentato dall'ambizione d'essere lui padrone della realtà e s'illude di avere il controllo sulla sua vita, invece lo scontrarsi con la propria natura scrausa ti ricentra su Chi sia il vero genitore dei tuoi figli, di cui tu puoi essere soltanto, giocandotela al meglio delle tue capacità, al massimo una pallida imitazione, ma verso il Quale ti rimane comunque il debito di una vocazione: la consapevolezza che i tuoi figli sono prima di tutto Suoi, e Lui, a te, li ha solo affidati perché tu li aiuti a compiere quel destino a cui loro sono chiamati e che è il ritorno al loro originale Genitore per rimanere con Lui in un'eterna comunione d'Amore.
Ecco che allora, una volta messa nuovamente a fuoco questa verità, lo sconforto per la propria ontologica inadeguatezza viene spazzato via dalla bellezza umile e preziosa di quanto la Misericordia Divina soccorra l'uomo in ogni circostanza della sua vita, ribaltandone il plumbeo orizzonte in una prospettiva nuovamente tersa: poiché proprio le tue mancanze come genitore saranno l'occasione per i tuoi figli di guardare attraverso la tua fragilità, per scrutare oltre la tua finitezza nello scoprire la magnifica realtà di quel Padre vero che li ama d'Amore perfetto ed imperituro.

UN MESTIERE DI CRISTALLO, BELLO, MA DELICATO
Perché quello del genitore è un mestiere di cristallo: tanto bello, ma anche tanto delicato, da vivere cercando di essere il più possibile trasparenza di Dio, epperò pur consapevoli che la nostra, per quanto poco, rimarrà sempre una superficie smerigliata, almeno finché vivremo. Tuttavia la Misericordia del Padre, quello vero, è tale per cui anche le nostre incrinature possono essere rivolte a favore di quel destino di bene cui è vocato ogni figlio, e la nostra opacità, agli occhi di chi ci vede inadeguati, serve a mettere in maggior risalto la perfezione della Sua Luce, cosicché i nostri figli smettano il loro sguardo adorante su di noi per rivolgerlo a Colui che solo ne è degno.

Fonte: Blog di Costanza Miriano, 11/11/2015

6 - VIA CRUCIS: L'ENNESIMO FILM CHE ATTACCA LA CHIESA
Storia (finta) di una ragazzina di 14 anni che si lascia morire a causa della sua famiglia e della Chiesa, ossia da quelli che il Mondo considera i due mali assoluti
Autore: Omar Ebrahime - Fonte: Vita Nuova, 15/11/2015

Sinceramente, guardando alla società mitteleuropea attuale, qual è secondo voi il problema più urgente da affrontare? L'immigrazione? La denatalità? Le conseguenze della crisi finanziaria globale? Se avete pensato una di queste risposte, beh... siete sulla strada sbagliata. La risposta giusta infatti è un'altra: il fondamentalismo cattolico. Come avete fatto a non considerarlo? E non stiamo scherzando. E' questo infatti il messaggio che arriva dal nuovo film Kreuzweg ("Via Crucis") del giovane regista tedesco Dietrich Brüggemann, già premiato al recente 64^ festival internazionale di Berlino e ora in arrivo nelle sale anche in Italia.

LA TRAMA
La trama, ambientata ai giorni nostri in un paesino della Germania meridionale (l'area in cui ancora oggi è maggiore la presenza cattolica a livello nazionale), é presto detta: Maria è una ragazza di 14 anni, apparentemente di una famiglia normale, che conduce la normale vita di un adolescente se non fosse per la frequentazione di una comunità cattolica, che porta il nome di Papa Pio XII e interpreta la vita cristiana come un'obbedienza cieca alle direttive di un prete fanatico, severo nei modi come nel linguaggio e un po' maniaco. E poi c'è la madre, che pure lei in quanto a ottusità e rigidità varie non scherza.
Grazie a queste due figure - una che rappresenta, dunque, istituzionalmente la Chiesa, e l'altra la famiglia - la ragazza percorrerà una vera e propria via crucis personale (da cui il titolo) con grandissime sofferenze fino a offrire infine la propria vita per la guarigione del fratello più piccolo, affetto da autismo. Anche la sua via crucis, quindi, si concluderà con la morte, lenta ma inesorabile, provocata in ultima analisi dunque proprio dalla professione di fede, oltre che dal legame con la madre.
Una ragazza che muore, anzi, si lascia morire a 14 anni, per piacere a Dio, e al Dio di Gesù Cristo. Questo il film.

LA CRITICA
Va detto subito che il regista - naturalmente - ha dichiarato di non voler attaccare con quest'opera la religione ma solo le deviazioni improprie che di questa ancora esisterebbero nel suo Paese, come quelle portate avanti nel film della comunità tradizionalista legata ai riti in latino che somiglia tanto - a suo dire - alla stessa che lui frequentò in gioventù proprio per volere della famiglia e in cui rischiava di rimanere 'incastrato'. Ci sarebbe quindi anche un risvolto velatamente autobiografico a giustificare l'operazione di dubbio gusto. Però, fatte sempre salve le cattive testimonianze date eventualmente nel passato da uomini e donne credenti (ognuno risponderà del suo operato), se è lecito dare un parere anche da chi è chiamato semplicemente a giudicare i prodotti culturali - o che vogliono proporsi tali - in quanto prodotti culturali non possiamo non esprimere parecchie riserve.
Anzitutto nel messaggio principale che passa agli spettatori: chi è esterno al Cristianesimo, o chi nutre già dei pregiudizi verso di esso, uscirà dal cinema ancora più rafforzato - e convinto - delle sue caricature surreali, se non fantascientifiche. Cioè che la fede è contro la coscienza e la libertà della persona, ad esempio, impedisce nei più piccoli un sano sviluppo morale e umano, ostacola la realizzazione della felicità personale, in ogni caso per la società moderna è più una minaccia che una risorsa: se non ci fosse, in definitiva, sarebbe molto meglio per tutti. Ma c'è di peggio: perché le scene più devastanti per la ragazzina protagonista del film accadono proprio in luoghi e momenti significativi del cammino di formazione cristiana, così ad esempio nelle terrificanti lezioni di catechismo o nella preparazione settimanale al sacramento della Cresima cosicché sono il catechismo e un sacramento a essere strumento di violenza psicologica e morale (!), in ultima analisi. Poi, incredibilmente, qua e là ogni tanto si sentono anche degli insegnamenti pienamente evangelici e addirittura cattolicissimi cosicché la confusione alla fine appare ancora più grande. E che dire della scelta del titolo o della trovata (sai che novità) di associare il nome di un Papa come Pio XII a questa combriccola di matti in talare e streghette con la croce? Non è la prima volta che una cosa del genere accade, naturalmente. Senza citare il solito Dan Brown, il cinema europeo di questi ultimi anni, dall'Irlanda alla stessa Germania, spesso e volentieri si è dilettato - per così dire - sulle malefatte, vere o presunte, poco importa, della Chiesa e della comunità cattolica nel suo insieme, laici e religiosi. Pellicole molte volte premiate al botteghino, se non dalle giurie internazionali. Dovrebbe essere quindi un film già visto, se ci passate il gioco di parole. Ma siamo sicuri che invece se ne parlerà ancora a lungo e magari riceverà anche altri premi: tanto si sa che i cristiani su certe cose non si difendono mai e poi associare la fede al bigottismo, all'ipocrisia e all'ignoranza va sempre di moda. L'avessero fatto con i mussulmani o l'ebraismo sarebbe stata tutt'altra musica, altroché. Ma problemini con certe persone non li vuole avere nessuno, ci mancherebbe. E poi dicono che le religioni sono tutte uguali.

Nota di BastaBugie: per un elenco di film da evitare puoi cliccare sul seguente link
http://www.filmgarantiti.it/it/contenuti.php?pagina=utility&nome=film_sconsigliati

Fonte: Vita Nuova, 15/11/2015

7 - OLANDA, EUTANASIA GRATIS PER CHI COMPIE 70 ANNI
Non importa essere malato, basta andare in farmacia e ritirare la ''pillola per morire''
Autore: Leone Grotti - Fonte: Tempi, 19/11/2015

Basta con l'eutanasia solo per chi è malato terminale, malato mentale, affetto da imperfezioni e problemi fisici o più semplicemente stanco di vivere. Ora la potente associazione per il diritto di morire (Nvve) vuole che l'eutanasia sia estesa d'ufficio a tutti coloro che hanno compiuto i 70 anni.
L'anno scorso in Olanda la "buona morte" è stata somministrata ufficialmente a 5.306 persone (in realtà, le vittime sono almeno 6 mila), un aumento del 182 per cento rispetto a quando la legge è stata approvata nel 2002.
Ma per Nvve non basta e così ha ritenuto maturi i tempi per riproporre un vecchio cavallo di battaglia degli anni '90: la "Kill Pill".

MORTE, NON SUICIDIO
«Noi vediamo che la società vuole una pillola del genere», ha spiegato il direttore della lobby pro eutanasia Robert Schurink. «Soprattutto la generazione del baby boom, che non ha paura di dire esplicitamente ciò che desidera. Vogliono avere il controllo sulla fine delle loro vite». A prescindere dall'essere affetti o meno da patologie, fisiche o mentali che siano.
La pillola eutanasica sarebbe messa gratuitamente a disposizione di tutti gli olandesi che abbiano compiuto i 70 anni e comodamente ritirabile in farmacia. La Nvve ha detto che nelle prossime settimane discuterà una sperimentazione con l'associazione dei medici olandesi e con i ministri di Giustizia e Salute. Questa servirà per assicurare che «la pillola non venga usata per il suicidio, l'abuso o l'omicidio». Ma solamente per procurarsi la "buona morte".

NUOVA CONCEZIONE
L'Olanda sta procedendo velocemente e inesorabilmente verso una nuova concezione di eutanasia. Quando è stata approvata nel 2002, era considerata un'eccezione, uno strappo alla regola dettato dalla compassione per permettere ai "pochissimi" casi di persone che soffrono in modo insopportabile a causa di malattie terminali di anticipare di poche settimane la propria dipartita.
Com'era prevedibile, una volta affermato che alcune persone possono essere uccise in casi particolari, una volta stabilito che c'è anche un solo caso in cui una vita perde di valore, il diritto di morire si è esteso negli anni ed ora viene rivendicato per tutti, sani e malati, come se fosse un modo di morire come gli altri, naturale come gli altri, perché non c'è niente di più naturale della volontà e dell'autodeterminazione. È giusto quindi fornire la pillola per tutti quelli che compiono 70 anni (ci vorrà ancora qualche anno per abbassare la soglia di questa età).
Basta che non venga chiamato con una bruttissima parola: "suicidio".

Fonte: Tempi, 19/11/2015

8 - I VESCOVI AMERICANI SFIDANO L'IMPERO DEL PORNO
La pornografia non è un ''passatempo innocuo'', ma produce effetti simili a quelli di una droga
Autore: Lorenzo Bertocchi - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 21/11/2015

Qualche commentatore statunitense ha parlato di una dichiarazione fondamentale. Storica perfino. Certamente un segnale forte, specialmente dopo il Sinodo sulla famiglia dove il tema è stato affrontato, ma secondo alcuni non con la dovuta forza. Un padre sinodale confidava alla Bussola quotidiana che uno dei limiti della Relatio finale era proprio quello di non parlare in modo approfondito del problema della pornografia per le famiglie. I vescovi degli Stati Uniti, raccolti in questi giorni per la loro assemblea annuale, hanno risolto il problema approvando praticamente all'unanimità (98%) una dichiarazione intitolata "Crea in me un cuore puro: una risposta pastorale alla pornografia" (Create in me a clean heart).
Il vescovo Richard Malone di Buffalo, presidente della commissione per Laici, Matrimonio, Vita, Famiglia e giovani, ha dichiarato che questo documento mostra la preoccupazione dei vescovi per il ruolo che la pornografia ha assunto nella cultura di oggi. «In qualche modo», ha detto, «tutto è influenzato dalla pornografia». Questo fenomeno viene definito nel documento come un «particolare segno dei tempi», un segno «nero» che danneggia «uomini, donne, bambini, matrimoni e famiglie».

UNA STRUTTURA DI PECCATO
«Oggi», scrivono i vescovi Usa, «lo possiamo considerare una struttura di peccato», richiamando un concetto caro a San Giovanni Paolo II. «La prevalenza della pornografia nella nostra società, come ogni altro peccato, è radicata nel peccato personale degli individui che fanno, vedono e diffondono la pornografia, e così facendo la perpetuano ulteriormente come una struttura di peccato». Forse non tutti saranno d'accordo su questa lettura, visto che a credere alla gravità del peccato non sembra siano molti, ma fanno riflettere anche le considerazioni decisamente laiche dei vescovi statunitensi. La pornografia, infatti, tende a ridurre uomini e (soprattutto) donne a meri oggetti di piacere, senza lasciare molto spazio ad altro, e «normalizza» atti sessuali che tendono ad essere molto degradanti, con forti rischi di violenza per imitazione. A questo dobbiamo aggiungere altri gravi problemi connessi al traffico e commercio sessuale, fino al deplorevole fenomeno della cosiddetta «tratta delle schiave» del sesso. Per non parlare della indegna piaga della pornografia con bambini e minori. Mentre qualcuno guadagna milioni di dollari (e di euro).
Si potrebbe pensare che i vescovi americani siano semplicemente dei "catto-bacchettoni", ma come dargli torto quando dicono che la nostra società è «ipersessualizzata»? Basta guardarsi intorno. "Riviste, social-media, shopping on-line, Tv, cinema, musica, romanzi, fumetti, video-game, tutto il mainstream dell'entertainment è ipersessualizzato». Anche i contenuti rivolti ai bambini non sfuggono alla tendenza. «Mantenere la purezza», dicono, «è una sfida molto seria in un ambiente come questo». E come dire il contrario? Infatti, «è molto difficile imparare i limiti che sono necessari per vivere castamente e avere relazioni sane». I vescovi americani non nascondono che l'attuale cultura vuole che la pornografia sia semplicemente «un passatempo innocuo», anzi perfino «un aiuto per l'intimità coniugale».

COME UNA DROGA
I contenuti di questo "show-businnes" stanno diventanto «sempre più degradanti, grossolani, violenti» e non mancano scene di vere e proprie «pratiche occulte» che rimandano al satanismo. L'accesso a questi contenuti, soprattutto a causa del web, sta diventando sempre più facile e precoce, gli studi attestano che i maschi già dall'età di undici anni si possono ritrovare a essere consumatori di porno. Ma il numero di donne che accedono abitualmente a questo tipo di contenuti è in costante crescita, anche giovanissime. La pornografia produce effetti simili a quelli di una droga, vale a dire che il "consumatore" si trova presto intrappolato nella necessità di una visione compulsiva, normalmente accompagnata dalla masturbazione.
Uscirne non è facile e i vescovi americani dicono alle persone che si trovano in questa situazione di non aver paura nel «confidare nella misericordia del Signore», ma anche di «cercare adeguato aiuto e supporto». Nel caso dei bambini e dei giovani occorre fare molta attenzione perché, attestano fior di studi, la dipendenza da pornografia può influire molto sulla loro educazione, specialmente all'affettività, dando loro «un'immagine distorta della sessualità e delle relazioni tra uomo e donna». Secondo il documento dei vescovi americani, gli avvocati divorzisti degli Stati Uniti indicano che l'utilizzo della pornografia da parte di uno dei coniugi, o anche di tutti e due, magari come «aiuto per l'intimità», è «fattore importante in circa la metà dei divorzi»
Alla fine quella dei vescovi degli Stati Uniti è una proposta "oscena" per il mondo. Per contrastare la pornografia, ma sopratutto per ridare dignità alla sessualità umana, indicano la virtù della castità. «Mentre la lussuria utilizza l'altra persona come mero strumento per la gratificazione sessuale», scrivono, «la castità afferma tutta la persona, in corpo e anima, oltre le sue qualità sessuali». Per scoprire (e amare) il cuore di una persona bisogna sapersi custodire, per evitare di cancellarlo dietro il mero sentire, per quanto eccitante. E sono «beati i puri di cuore, perché vedranno Dio».

DOSSIER "PORNOGRAFIA"
Com'è nata e le sue conseguenze

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Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 21/11/2015

9 - OMELIA II DOMENICA DI AVVENTO - ANNO C (Lc 3,1-6)
Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri
Fonte Il Settimanale di Padre Pio, (omelia per il 6 dicembre 2015)

La prima lettura di oggi esprime la gioia degli ebrei deportati che ritornano dal loro esilio di Babilonia. Dopo tanti anni di lontananza dalla loro terra, essi ritornano nella gioia e percorrono al contrario quel cammino che in precedenza avevano fatto nel pianto e nel dolore. Il profeta Baruc esprime questa gioia con le seguenti parole: «Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell'afflizione, rivestiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre» (Bar 5,1). A queste parole fanno eco quelle del Salmo responsoriale, che così canta: «Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia. Nell'andare, se ne va piangendo, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con gioia, portando i suoi covoni» (Sal 125). Queste parole ispirate ci fanno comprendere che se il Signore permette un sacrificio è per donarci una gioia ancora più grande. Il tempo del sacrificio è simboleggiato dalla semina; quello della gioia dalla mietitura. Quanto più abbondante sarà stata la semina, tanto più copioso sarà il raccolto.
Possiamo, inoltre, fare un'altra considerazione: l'esilio in terra straniera simboleggia il peccato che ci allontana da Dio; il rimpatrio rappresenta il ritorno al Signore. Solo tornando a Dio con una sincera conversione potremo assaporare un'autentica gioia. L'esperienza di ogni giorno lo dimostra: con il peccato ci si illude di raggiungere la felicità, ma, in realtà, il nostro cuore si riempie di tristezza; con una buona Confessione, invece, ci si colma di consolazione.
Il Tempo di Avvento è il periodo propizio per realizzare questo ritorno a Dio. Giovanni Battista, nel brano del Vangelo, esorta tutti noi a preparare i nostri cuori all'incontro con il Signore. Il brano dell'evangelista Luca dice: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!» (3,4). Chi grida nel deserto rompe il silenzio, un silenzio che durava da troppo tempo. Giovanni, con la sua predicazione, indica a tutti la via da percorrere per tornare al Signore. Questa via è quella della penitenza e di una profonda conversione. Egli, infatti, dice: «Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate» (Lc 3,5). Queste vie tortuose da raddrizzare sono quelle del nostro cuore; questi burroni da riempire sono quelli dei nostri peccati; questi monti da abbassare sono quelli della nostra superbia. Se vogliamo accogliere il Signore che vuole venire nella nostra vita, dobbiamo operare questa profonda conversione interiore. Dobbiamo fare della nostra vita una via retta che va a Dio senza tortuosità o compromessi.
La conversione personale include anche l'impegno di lavorare per il bene dei fratelli. è questa la riflessione che scaturisce dalla seconda lettura di oggi. San Paolo, scrivendo ai Filippesi, prega che la loro carità diventi sempre più grande. Egli così scrive: «Prego che la vostra carità cresca sempre più [...] perché possiate essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo» (Fil 1,9-10).
La misura della nostra conversione sarà la carità fraterna. Se, al contrario, manchiamo di pazienza con il prossimo, chiudiamo il nostro cuore di fronte alle necessità dei nostri fratelli, sparliamo di loro dietro le spalle, o magari anche davanti, ci rallegriamo quando le cose vanno male a qualcuno, o magari ci rattristiamo quando tutto va a lui bene, dimostriamo di essere ancora lontani dal Signore e che le nostre vie sono ancora molto contorte.
All'ingresso della porta di una chiesa era riportata questa scritta: «Qui si entra per amare Dio e si esce per amare il prossimo». Sia questo il nostro programma, non solo per questo periodo di Avvento, ma per ogni giorno della nostra vita.

Fonte: Il Settimanale di Padre Pio, (omelia per il 6 dicembre 2015)

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