BastaBugie n°445 del 16 marzo 2016

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1 CASO VARANI, GIORNALI E TELEVISIONI ''DIMENTICANO'' CHE L'OMICIDIO E' AVVENUTO IN UN'ORGIA OMOSESSUALE
Si scoprirebbe che il mondo gay non è gaio, ma anzi un inferno... che in questo caso ha prodotto anche due mostri umani... colorati dalle gioiose tinte della bandiera arcobaleno
Fonte: UCCR (Unione Cristiani Cattolici Razionali)
2 NELLA NOSTRA SCUOLA PARENTALE OGNI MATTINA IO E I MIEI BAMBINI IMPARIAMO TANTE COSE
I bimbi hanno diritto di sentirsi amati, a scuola come in famiglia
Autore: Samantha Fabiani - Fonte: Blog di Costanza Miriano
3 FUKUSHIMA, CINQUE ANNI DOPO ABBIAMO LA CERTEZZA CHE LE RADIAZIONI NON FURONO PERICOLOSE
Lo tsunami infatti fece 20 mila vittime, mentre l'incidente nucleare neanche una!!!
Autore: Leone Grotti - Fonte: Tempi
4 OMICIDIO STRADALE, UNA LEGGE CHE FA SOLO AVANZARE L'IMBARBARIMENTO DEL DIRITTO PENALE
Continua la proliferazione di nuovi reati sull'onda dell'emotività: femminicidio, omicidio stradale e omofobia fanno sì che certe categorie di vittime diventano diverse rispetto alle altre, in barba al principio secondo cui la legge è uguale per tutti
Autore: Stefano Magni - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
5 STEPCHILD ADOPTION GIA' SUPERATA: OGGI C'E' IL FIGLIO IN MULTIPROPRIETA'
Nel coparenting non importa se si ha una relazione di coppia, importa solo il desiderio di essere genitori (questo è edonismo allo stato puro... che tratta i bambini come oggetti)
Autore: Teresa Moro - Fonte: Notizie Provita
6 IL FILM SPOTLIGHT NON RISOLVE LA PEDOFILIA... E' SOLO UNA VIOLENTA PROPAGANDA ANTICATTOLICA
Intervista a don Fortunato Di Noto, da oltre 20 anni in lotta contro gli abusi su minori
Fonte: Zenit
7 ABORTI PIU' FACILI: LA PILLOLA DEL GIORNO DOPO DIVENTA FARMACO DA BANCO
Da medicinale che necessita di ricetta non ripetibile, il Norlevo diventa medicinale senza obbligo di prescrizione medica
Autore: Renzo Puccetti - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
8 LA NAPROTECNOLOGIA CURA L'INFERTILITA' RISPETTANDO LA NATURA
Tassi di successo più alti della fecondazione artificiale, costi inferiori, meno stress per la donna, meno problemi sanitari per il concepito e senza implicazioni morali negative
Autore: Rodolfo Casadei - Fonte: Il Timone
9 OMELIA DOMENICA DELLE PALME - ANNO C (Lc 22,14-23.56)
Pregate, per non entrare in tentazione
Fonte: Il settimanale di Padre Pio
10 OMELIA GIOVEDì SANTO - ANNO C (Gv 13,1-15)
Li amò fino alla fine
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - CASO VARANI, GIORNALI E TELEVISIONI ''DIMENTICANO'' CHE L'OMICIDIO E' AVVENUTO IN UN'ORGIA OMOSESSUALE
Si scoprirebbe che il mondo gay non è gaio, ma anzi un inferno... che in questo caso ha prodotto anche due mostri umani... colorati dalle gioiose tinte della bandiera arcobaleno
Fonte UCCR (Unione Cristiani Cattolici Razionali), 12/03/2016

«Marco Prato era "uno di noi". Nel senso che faceva la vita che molti gay facevano, al netto di certi eccessi: penso a quello della droga. La comunità Lgbt ha paura che si raccontino cose che tutti conoscono. Che si scoperchi il vaso di Pandora. Tutti sanno, ma è meglio non parlarne». A dirlo è Marco Pasqua, attivista omosessuale e giornalista presso Il Messaggero. Marco Prato (nella foto) è uno dei due killer del 23enne Luca Varani, barbaramente massacrato e ucciso il 4 marzo scorso in un quartiere romano.
La morte è avvenuta durante un festino gay a base di cocaina e alcol e si sta rivelando uno dei casi più terribili degli ultimi anni. Gli agghiaccianti particolari che emergono, ora dopo ora, descrivono uno scenario fuori da ogni immaginazione, tanto che c'è già chi afferma che il delitto consumatosi è ben peggiore del massacro del Circeo, poiché non c'è più nemmeno l'elemento politico come movente, ma soltanto la pura violenza e il vuoto esistenziale vissuto dai protagonisti.

L'OMICIDIO È AVVENUTO ALL'INTERNO DI UN'ORGIA OMOSESSUALE
E' stata rilevata molta iniziale reticenza mediatica nel raccontare che l'omicidio è avvenuto all'interno di un'orgia omosessuale, pochi hanno raccontato che Marco Prato -assieme all'altro omicida, Manuel Foffo - è un noto attivista Lgbt della movida romana: «Nella Romanella frociona e godona Marco Prato era noto come "la lesbica con la parrucca"», si legge su Dagospia. «Assai noto nella Roma gaya e benestante». Organizzava serate al «primo e unico club transgender d'Italia» e su Twitter ritwittava chi sbeffeggia i credenti, i fedeli di Padre Pio e i difensori della famiglia. E' effettivamente significativo che l'ultimo post pubblicato su Facebook dalla vittima, Luca Varani, sia stato contro i matrimoni omosessuali. Lo ha fatto notare Mario Adinolfi, anche se per ora non sembra che gli inquirenti abbiano indicato questo come movente. Tuttavia, rimane valida la sua riflessione: se la vittima fosse stato un difensore del Gay Pride, ucciso da due Sentinelle in Piedi dopo aver scritto un post a favore delle nozze omosessuali, allora si sarebbe scatenato il finimondo. E' invece accaduto il contrario e, come è stato osservato, i cronisti sorvolano.

TRAVESTITO DA DONNA, CON PARRUCCA, SMALTO E TACCHI A SPILLO
La stampa è stata tuttavia costretta a parlarne poiché lo stesso Marco Prato ha rivelato di aver accolto Varani nell'appartamento, travestito da donna, con parrucca, smalto e tacchi a spillo. Vestiva così da giorni perché il complice, Manuel Foffo, «voleva che fossi la sua bambolina». Il giovane è stato invitato, dicono, perché Foffo «voleva simulare uno stupro con un prostituto-maschio». Dopo un rapporto a tre, condito da pesanti dosi di cocaina, qualcuno ha versato un farmaco nel bicchiere di Varani, tanto da provocargli un malore. Foffo e Prato si sono accaniti sul 23enne «in preda a un improvviso e insensato odio e repulsione», colpendo la vittima alla testa con un martello, almeno trenta volte, accoltellandolo più volte fino a devastargli il collo e il volto, tentando di strozzarlo, sgozzandolo per non farlo urlare. E poi lasciandolo morire per dissanguamento. La tortura è durata dalla notte di giovedì alla mattina di venerdì, «gli abbiamo messo una coperta sul volto, respirava ancora», hanno detto i due. Quando i carabinieri sono entrati nell'appartamento il corpo aveva ancora la lama conficcata, i due killer, invece, dopo essersi addormentati sul corpo martoriato di Varani, sono usciti, si sono sbarazzati del cellulare e dei vestiti della vittima e si sono recati a bere in alcuni locali. Il gip di Roma ha spiegato che l'omicidio è arrivato in seguito ad una «fredda ideazione, pianificazione ed esecuzione. L'azione omicida presenta modalità raccapriccianti. Il fatto è tanto efferato e preceduto da sevizie e torture, senza altro movente se non quello di appagare un crudele desiderio di malvagità».

FARE SESSO ALLA PRESENZA DI SANGUE
Il sito web Dagospia, contattato da una fonte attendibile, ha raccontato che l'attivista Lgbt Marco Prato «amava fare sesso alla presenza di sangue. A volte usava anche delle lamette per fare o farsi dei piccoli tagli, succhiava il suo sangue e quello del compagno del momento. Quello che tutti ricordano è anche un rapporto conflittuale con la figura paterna. E una relazione ossessiva con quella materna». Quello di Prato ricorda molto il profilo di Mario Mieli, icona gay italiana a cui è dedicato il principale circolo omosessuale d'Italia, anche lui vestiva abiti femminili ed era protagonista di pratiche orribili, come la coprofagia (mangiare i propri escrementi).
La mattina dopo l'omicidio, Prato ha tentato il suicidio rivelando in alcune lettere il desiderio sempre nutrito di operarsi e "diventare" donna. Lo psichiatra Massimo Di Giannantonio, docente presso l'Università di Chieti, ha spiegato che «in questi casi ci troviamo di fronte ad un disturbo grave dell'identità di genere unito a una omosessualità egodistonica, elementi che incidono sull'equilibrio psicopatologico e possono portare l'individuo a un tentativo di 'automedicazione' con sostanze psicoattive come la cocaina». Sempre su Dagospia, si legge: «A Prato piacevano assai le "notti sbagliate". Quelle in cui all'alcol e al sesso si univano abbondanti dosi di coca e di GHB. Quest'ultima è la droga "frocia" che in questo periodo va per la maggiore tra l'upper-class gaya meneghina e capitolina». Non va meglio a Milano, al noto locale gay Muccassassina: «al primo piano esiste una vasta e accogliente dark room, dove si consumano rapporti sessuali fugaci e anonimi, squallidi e sudati, ma che sono parte integrante, almeno per alcuni, di un rito settimanale che ha la sua liturgia», rivela Il Fatto Quotidiano.

FACEVA LA VITA CHE MOLTI GAY FACEVANO
Quello che è arrivato alle cronache nazionali è uno spaccato reale di vita gay, dello stile di vita di molti omosessuali militanti. Lo ha ammesso il già citato Marco Pasqua, omosessuale dichiarato e vice capo della cronaca de Il Messaggero: «Sono preoccupato, così come lo è la comunità LGBT romana. Marco era "uno di noi". Nel senso che faceva la vita che molti gay facevano, al netto di certi eccessi: penso a quello della droga». E' stato Pasqua a legare il caso alle folli serate arcobaleno: «Racconto un mondo che tutti i gay conoscono. Un mondo in cui navigano anche gli etero (repressi), quelli a caccia di transessuali, ma che potrebbero anche passare una notte con dei ragazzi gay. E' una realtà borderline. La comunità ha paura che si raccontino cose che tutti conoscono. Che si scoperchi il vaso di Pandora. Tutti sanno, ma è meglio non parlarne».
Non sembra essere soltanto una caratteristica italiana. Simon Fanshawe, importante scrittore omosessuale e inglese, ha affermato: «noi uomini gay viviamo la vita da adolescenti, ancora ossessionati dal sesso, dai corpi, dalle droghe, dalla gioventù, e dall'essere "gay". Abbiamo combattuto discriminazione e pregiudizio, ma solo per arrivare distruggere noi stessi con droghe e sesso selvaggio. Abbiamo normalizzato la prostituzione. E' praticamente un percorso obbligato per qualsiasi ragazzo. Siamo assetati di vanità, abbiamo organizzato la nostra identità intorno al sesso e questo è deleterio. Così la promiscuità e la droga sono diventate la norma». Lo stesso ha rivelato Matthew Todd, drammaturgo e redattore della rivista gay inglese "Attitude": «C'è questo luogo comune che passiamo tanto tempo a fare festa, ma in realtà noi lo sappiamo bene e le ricerche ora lo dimostrano: c'è un inferno di gay infelici, un alto numero di depressi, ansiosi e con istinti suicidi, che abusano di droghe e alcol e che soffrono di dipendenza sessuale, tassi molto più elevati di comportamento auto-distruttivi. La vita gay è incredibilmente sessualizzata. I ragazzi entrano in questo mondo sessualizzato dove c'è un sacco di alcol e un sacco di droga, non c'è nulla di sano, dolce o rilassato». Pochi giorni fa, altro esempio, il più noto attivista Lgbt in Germania, il politico Volker Beck (leader dei Verdi), è stato arrestato mentre lasciava l'appartamento di uno spacciatore, con addosso 0,6 g di Crystal Meth, droga usata nel "chemsex", una sorta di sesso estremo e compulsivo praticato sopratutto in ambito omosessuale (lo stesso che praticava Marco Prato). Beck è anche noto per aver inneggiato alla depenalizzazione dei contatti sessuali con i bambini.

UN INFERNO DI GAY INFELICI
Queste persone, al di sopra di ogni sospetto, parlano ed accusano esplicitamente la "vita gay", la "comunità gay", mentre sappiamo bene che non esiste una vita o una comunità etero. Possono farlo perché quella omosessuale è una realtà numericamente piccola, dove pochi casi diventano statisticamente rilevanti, sopratutto se accade quello che questi attivisti Lgbt raccontano. In ogni caso, tornando all'omicidio del giovane Varani, seppur nella cronaca degli ultimi dieci anni esistano pochi casi di tale efferatezza psicopatica, ha comunque ragione chi chiede di non generalizzare, di non colpevolizzare tutti gli omosessuali per quanto avvenuto (anche se poi chi lo chiede è il primo a colpevolizzare tutti i sacerdoti quando qualcuno di essi commette il crimine della pedofilia). Sarebbe ingiusto e irragionevole.
Ma è evidente che il tema qui è lo stile di vita di molti attivisti Lgbt, quello di chi si trova per picchiare le Sentinelle in Piedi, per impedire i convegni sulla famiglia, di coloro che diffondono odio sui Twitter (e che poi magari pretendono pure l'adozione dei bambini). Se non fosse così, la comunità gay non sarebbe preoccupata «che si raccontino cose che tutti i gay conoscono», come affermato dal giornalista omosessuale de Il Messaggero. Uno stile di vita, leggiamo, che solitamente crea «un inferno di gay infelici» ma che in questo caso ha prodotto anche due mostri umani. Anzi, l'inferno vero e proprio, colorato dalle gioiose tinte della bandiera arcobaleno.

Fonte: UCCR (Unione Cristiani Cattolici Razionali), 12/03/2016

2 - NELLA NOSTRA SCUOLA PARENTALE OGNI MATTINA IO E I MIEI BAMBINI IMPARIAMO TANTE COSE
I bimbi hanno diritto di sentirsi amati, a scuola come in famiglia
Autore: Samantha Fabiani - Fonte: Blog di Costanza Miriano, 11/03/2016

Guardo il calendario e scopro che è già passato un anno da quando mi sono resa conto che a Staggia Senese la scuola di Alleanza Parentale si sarebbe aperta davvero! C'erano finalmente quattro iscritti, quattro bambini per la prima elementare (poi sono diventati otto), per la MIA prima elementare e allora tutto quello che mi era sembrato fino a quel momento un bellissimo progetto, cominciava a prendere forma, ad avere un nome... anzi quattro nomi (e quattro cognomi).
C'erano quattro bambini, una maestra, una stanza... un bambino in più del minimo per partire, mi sentivo fortunata. Quattro creaturine affidate ad Alleanza Parentale, ma nello specifico alle mie mani, alle mie cure, alle cure della maestra Samantha. Avevo parlato personalmente con ognuno di quei genitori, e avevo letto nei loro occhi l'urgenza di una scuola come noi la stavamo sognando; parlavamo la stessa lingua, volevamo le stesse cose, e ci rendevamo conto che non eravamo compresi. Molte altre persone, a volte i nostri stessi familiari non ci comprendevano. Classi piccole (massimo dieci alunni), maestra unica, pochissimi compiti a casa, collaborazione costante con i genitori. Un nuovo modo di vedere la scuola, che in realtà è un modo antico, a misura di bambino. Per questo pochi lo hanno compreso.

ACCADEVA UNA COSA STRANA
Con tanta gente avevamo avuto colloqui, confronti, chiacchierate interminabili, dove ognuno di loro mi riportava l'urgenza di una scuola che non c'era, che non c'era ancora, ma che noi volevamo far esistere a qualunque costo, perché convinti del bene che poteva scaturire da essa, come l'unico punto fermo, l'unica certezza che accumunava tutti. Queste persone che alla fine non aderivano al progetto pur comprendendone la bellezza avevano una cosa in comune. Avevano un sentimento chiamato paura. La paura che limita, paralizza e non permette di seguire neanche quello che si sa essere la cosa giusta. E di paura ce n'era tanta; si respirava, si sentiva, era compagna di tanti discorsi. Ma oltre alla paura esiste anche il coraggio, anche se non tutti sono capaci di abbracciarlo. Molti non l'hanno avuto e si sono di nuovo accontentati di stare nelle mani della cosiddetta "normalità" nelle mani di una società, di una scuola, che promette educazione, ma non educa, che promette tranquillità, ma dona ansie, che promette ali, ma mette solo catene.
Alla fine dell'anno scorso però ecco finalmente uno spiraglio di quel coraggio, di quella fiducia della quale avevamo bisogno per partire. I genitori di quei quattro bambini iscritti che poi nei giorni, nei mesi, sono diventati cinque, sei, sette... in estate erano otto iscritti; i banchi, le seggioline, nella classe, erano pronti, stavano solo aspettando gli alunni e nella mia mente, vedevo ognuno di loro come presente, ogni volta che entravo in quella classe, ogni volta che leggevo un programma o che sceglievo un libro, pensavo a loro, a loro che ancora non conoscevo, a loro che già davano la spinta a quello spiraglio di coraggio per far sì che diventasse ancora più forte.

CINQUE MESI SONO VOLATI
Oggi sono già cinque mesi che per cinque giorni alla settimana ogni mattina quella scuola fatta da genitori, non da istituzioni calate dall'alto, quella scuola parentale che era solo un sogno, quella scuola che non c'era, ora c'è e si anima di voci, canti, parole, sorrisi, preghiere... è viva, è vera, motivo di orgoglio, per tutti noi che ci abbiamo creduto per quei genitori che hanno dato un calcio alla paura, oppure l'hanno solo un po' ignorata, per noi insegnanti che della paura facciamo un'amica per far sì che l'amore sia sempre l'unico motivo, l'unico progetto da seguire, perché quei quattro bambini iniziali, adesso, sono diventati venti in tre classi elementari e medie (mia figlia frequenta la seconda media ed è entusiasta dei professori e dei compagni che ha). E per la prima elementare dell'anno prossimo abbiamo già cinque bambini iscritti. Sono certa che questo progetto non sia nostro e che se continueremo ad affidarci e a farci guidare da Colui che tutto può, ci condurrà a cose grandi. La conferma di questo viene dal fatto che da tutta Italia ci giungono richieste di affiliazione ad Alleanza Parentale ed è così che abbiamo aperto ben quattordici sedi, dal Veneto alla Sicilia. Chi vuole un insegnamento più umano e attento ai bisogni di suo figlio grazie alle classi piccole e la maestra unica, può cercare nel sito di Alleanza Parentale la sede più vicina a lui.

NOI CI ABBIAMO CREDUTO
Infine voglio dire che il coraggio non consiste nel non aver paura, ma nel far sì che questa paura non ti impedisca di andare avanti in quello in cui credi. Noi ci abbiamo creduto, io ci ho creduto e ci credo ancora... e ancora ringrazio Gesù ogni giorno per questa opportunità che mi è stata data, quella di dimostrare a me stessa che davvero può esistere un modo di mettere il bambino al centro di tutto. Questo è il vero insegnamento, quello che non mi era mai stato dato modo di praticare, quello che si è perso per strada da quando i bisogni di noi adulti e tutti quei meccanismi mentali che ci discostano dal mondo del bambino che ha tutto il diritto di vivere anche la scuola con spensieratezza, hanno preso il posto dei veri bisogni dei più piccoli.
I bambini hanno diritto di sentirsi amati, a scuola come in famiglia, hanno diritto di imparare senza dover per forza lasciare improvvisamente il mondo dell'infanzia che deve durare il più possibile e questa è nostra responsabilità. Ogni mattina io e i miei bambini impariamo tante cose, loro diventano sempre più autonomi sapendo che se allungano la mano io sono lì e io ritorno ogni giorno più bambina sapendo che se mi giro troverò sempre il loro sorriso. Voglio insegnare loro anche a costruire ricordi... possibilmente bei ricordi. Per me saranno sicuramente momenti indimenticabili.

Nota di BastaBugie: per sostenere le attività di Alleanza Parentale puoi fare una donazione cliccando nel link qui sotto
http://www.alleanzaparentale.it/it/contenuti.php?pagina=utility&nome=aiutaci

Fonte: Blog di Costanza Miriano, 11/03/2016

3 - FUKUSHIMA, CINQUE ANNI DOPO ABBIAMO LA CERTEZZA CHE LE RADIAZIONI NON FURONO PERICOLOSE
Lo tsunami infatti fece 20 mila vittime, mentre l'incidente nucleare neanche una!!!
Autore: Leone Grotti - Fonte: Tempi, 11/03/2016

Cinque anni fa, l'11 marzo 2011, un devastante terremoto di magnitudo 9 (il settimo più potente della storia) provocò lo tsunami che devastò il Giappone, uccidendo la maggior parte delle 15.704 vittime accertate e lasciando dietro di sé 5.314 feriti e 4.647 dispersi. Nonostante questa tragedia, l'11 marzo è ricordato dai media soprattutto per il cosiddetto "disastro nucleare di Fukushima", che sarebbe più corretto definire "incidente nucleare di Fukushima".
A causa del maremoto, infatti, la centrale nucleare Daichi di Fukushima subì quattro incidenti, con il conseguente rilascio nell'ambiente di materiale radioattivo (finito per l'80 per cento nell'Oceano). Le autorità hanno evacuato la popolazione residente entro i 3o chilometri dall'impianto: la maggior parte dell'area è ancora oggi off-limits ma la risposta del governo a cinque anni dal disastro si può definire «esagerata».

I MEDIA HANNO SBAGLIATO: RADIAZIONI NON PERICOLOSE
Il virgolettato è di Geraldine Thomas, una dei massimi esperti inglesi (e mondiali) dell'effetto delle radiazioni sulla salute dell'uomo. Lavora all'Imperial College di Londra, è consigliera del governo giapponese sul tema, e insieme alla Bbc ha visitato per l'anniversario la cittadina di Okuma, ad appena due chilometri dalla centrale nucleare, per rilevare il livello di radiazioni. «Il livello adesso è davvero basso», afferma, misuratore alla mano. «I media hanno completamente sbagliato nel modo in cui hanno parlato di questa notizia. È pieno di luoghi con lo stesso livello di radiazioni».
A Okuma si registrano 3 microsievert all'ora (il seviert è l'unità di misura delle radiazioni) all'aperto, meno al chiuso. Se si passasse all'aperto 12 al giorno, tutti i giorni per un anno si riceverebbe una dose di radiazioni di 13 millisievert. «Questa dato non è insignificante ma non si raggiungono i livelli considerati pericolosi per la salute, siamo molto lontani da una quantità considerata pericolosa per la salute a lungo termine». Secondo le regole adottate dalla maggior parte delle centrali nucleari, e avallate dagli esperti, chi lavora negli impianti nucleari può ricevere senza danni per la salute fino a 20 millisievert all'anno.
Non è un caso dunque se nessuno è morto (finora) a causa dell'incidente di Fukushima. Nel 2013, un rapporto dell'Oms ha indicato che i residenti evacuati non sono stati esposti a un livello di radiazioni tale da poter causare danni alla salute. Il gruppo più a rischio, cioè i bambini, avrebbero secondo lo studio appena l'1 per cento di possibilità in più di sviluppare un tumore rispetto ai coetanei non contaminati. Secondo il rapporto della commissione dedicata delle Nazioni Unite, nessuno dei sei lavoratori deceduti dopo aver aiutato a contenere la crisi della centrale nucleare è morto a causa delle radiazioni.

REATTORI SPENTI E RIAVVIATI
Lo shock causato alla popolazione dall'incidente ha portato allo spegnimento di tutti e 52 i reattori giapponesi. Ma dopo aver approvato nuovi standard di sicurezza nel 2013, di gran lunga i più elevati al mondo, nell'agosto del 2015 Tokyo ha riavviato due reattori nucleari di Sendai, sull'isola sud-occidentale di Kyushu. A ottobre, le autorità della città di Ikata, nella prefettura sud-occidentale giapponese di Ehime, hanno deciso di consentire il riavvio di un altro reattore nucleare, che dovrebbe partire quest'anno. Ieri però i giudici hanno ordinato di fermare altri due reattori della centrale atomica di Takahama, a nord di Osaka, riavviati a gennaio con il via libera dell'Agenzia della sicurezza nucleare.
Il tema è ancora molto delicato e sentito nel paese. A livello nazionale la maggior parte della popolazione è ormai contraria all'energia nucleare, anche se nelle zone che ospitano le centrali i cittadini si sono dimostrati in larga maggioranza favorevoli alla riattivazione dei reattori. Nel 2014 il governo ha deciso di tornare al nucleare anche per motivi economici: senza l'atomo il Giappone dovrebbe spendere, secondo le stime più ottimistiche, 34 miliardi di dollari in più all'anno per soddisfare il proprio fabbisogno energetico, 68 secondo quelle più pessimistiche.

Nota di BastaBugie: per approfondire consigliamo la lettura di questo articolo su Fukushima cliccando sul seguente link
DOPO FUKUSHIMA IL GIAPPONE TORNA AL NUCLEARE
Nel 2011 l'incidente, oggi si riaccendono i reattori, così si abbattono le emissioni di gas serra e si risparmia sulla bolletta
di Leone Grotti
www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3950

Fonte: Tempi, 11/03/2016

4 - OMICIDIO STRADALE, UNA LEGGE CHE FA SOLO AVANZARE L'IMBARBARIMENTO DEL DIRITTO PENALE
Continua la proliferazione di nuovi reati sull'onda dell'emotività: femminicidio, omicidio stradale e omofobia fanno sì che certe categorie di vittime diventano diverse rispetto alle altre, in barba al principio secondo cui la legge è uguale per tutti
Autore: Stefano Magni - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 09/03/2016

Viene firmata oggi dal premier Matteo Renzi la nuova legge che introduce il "reato di omicidio stradale". E' stata approvata dal Senato in via definitiva il 2 marzo scorso, votata da un'ampia maggioranza bipartisan con 149 senatori a favore, solo 3 contrari e 15 astenuti. Prevede un inasprimento delle pene per tutti coloro che, trasgredendo il codice della strada, causano morti e feriti con la loro auto. A prima vista è una norma dettata dal buon senso ed è salutata come un successo dalle associazioni dei parenti delle vittime che l'hanno promossa sin dal 2011. Ma nasconde dei risvolti molto pericolosi, un vero "arretramento verso forme di imbarbarimento del diritto penale" come denunciano prontamente le Camere Penali. Perché d'ora in avanti, indipendentemente dalla volontà di uccidere, basterà una semplice distrazione per scontare anni di carcere.

NESSUNA EMERGENZA ATTUALE
Questa legge, è bene ricordarlo, non risponde ad alcuna emergenza attuale. Infatti il numero di vittime di incidenti stradali è costantemente in calo nell'ultimo ventennio. I morti della strada sono passati dai 6.621 del 1990 ai 3.385 del 2013. Nel corso degli ultimi 15 anni, il numero delle vittime è calato costantemente del 3-4% annuo. La legge, dunque, risponde più ad un'esigenza emotiva, che non ad un problema urgente. In particolar modo ha trovato nuova linfa nell'emozione provocata da alcuni casi di cronaca nera a cui è stata data particolare importanza dai media. Da ultimo: una donna filippina di Roma, Corazon Abordo Perez, travolta assieme ad altre otto persone da un'auto con a bordo tre nomadi, lo scorso maggio. La donna è morta. La partecipazione al suo funerale era stata molto grande, alla presenza dell'allora sindaco Ignazio Marino. Ma le pene per i colpevoli sono state giudicate lievi (6 anni al minorenne alla guida) dalla maggioranza dell'opinione pubblica. L'episodio ha creato comprensibilmente grande scalpore, in tutto il paese. E la normativa ne ha tratto nuovo impulso, fino alla sua approvazione definitiva.
Il testo (articolo 589 bis del Codice Penale) prevede che una persona sobria o con un tasso alcolemico lieve (da 0,8 a 1,5 grammi per litro), possa essere incarcerato per un periodo di tempo che va dai 5 ai 10 anni, se uccide una persona con la propria auto, se: viaggia al doppio della velocità consentita, passa un semaforo rosso, procede contromano, fa inversione in corrispondenza di incroci, dossi e passaggi pedonali, oppure sorpassa un altro mezzo in corrispondenza della linea continua o in corrispondenza di un attraversamento pedonale. Se viaggiare al doppio della velocità consentita, andando a 100 all'ora in città o a 180 all'ora fuori città in una strada statale, vuol dire effettivamente trasformare la propria auto in un'arma, in tutti gli altri casi basta una semplice distrazione, un colpo di sonno o un errore, per trasformare un normale autista in un assassino.

LE NUOVE PENE
Non fosse passato un emendamento il 21 gennaio scorso, la legge avrebbe previsto anche l'arresto in flagranza di reato per chi si ferma a soccorrere la vittima. Per i pirati veri, cioè per chi fugge, la legge prevede un aumento della pena da un terzo ai due terzi. Per chi guida in grave stato di ebbrezza o sotto effetto di stupefacenti, le pene detentive sono un minimo di 8 e a un massimo di 12 anni. Se la vittima non muore, si passa all'articolo 590 bis del Codice Penale, che prevede pene che vanno da un minimo di 3 mesi a un massimo di 1 anno per le lesioni gravi e di un minimo di 1 anno a un massimo di 3 per quelle gravissime. Aggravanti sono previste anche per chi è sprovvisto di patente e anche per chi non ha la Rc auto. Nel caso si commetta un omicidio stradale, i termini di prescrizione sono raddoppiati: si può essere condannati fino a 24 anni dopo l'incidente. In caso di morte di più persone la pena viene triplicata, ma non può superare comunque i 18 anni di carcere. Per riavere indietro la patente, che viene revocata, occorrono 5 anni in caso di lesioni e 15 in caso di omicidio. 30 anni se l'omicida stradale fugge.
Secondo le Camere Penali, come si diceva, questa legge non è affatto un passo avanti nel diritto italiano, ma un grande passo indietro. Se l'organo che rappresenta gli avvocati penalisti parla di "imbarbarimento" è perché la nuova norma non tiene conto del criterio di proporzionalità della pena rispetto alla colpa. Commina pene severe e prevede tempi di prescrizione esagerati per un omicidio colposo, dunque commesso da una persona che non ha intenzione di uccidere. Prima di tutto le Camere Penali giudicano la nuova norma ridondante, perché già il vecchio testo dell'articolo 589 del Codice Penale forniva strumenti per punire adeguatamente l'omicidio stradale. "Innanzitutto, non è affatto vero che i 'pirati della strada' rimanessero 'impuniti' prima della emanazione di questa legge ed è falso il messaggio mediatico secondo il quale 'l'omicidio stradale ora è reato' - scrivono gli avvocati penalisti - il fatto era già previsto come reato (art. 589, 3° comma c.p.) ed era già severamente punito (da tre a dieci anni) cui ben poteva aggiungersi l'aggravante della previsione dell'evento (art. 61, n. 3) con pena finale che in casi particolarmente gravi poteva raggiungere gli anni quindici. Senza contare che spesso la giurisprudenza (certo con eccessi assolutamente non condivisibili) aveva ricondotto il fatto alla previsione dell'omicidio doloso, con dolo cosiddetto 'eventuale' (pena da ventuno a ventiquattro anni)". Ora, per voler vedere puniti in modo esemplare i pirati della strada, si sono inasprite le pene anche per chi pirata non è, per chi ha commesso un errore e non un delitto.

PERICOLOSO INCENTIVO ALLA FUGA
La nuova norma rischia di introdurre un pericoloso effetto di deterrenza alla rovescia. "... non avere previsto come adeguata attenuante ad effetto speciale (suggerita dalla UCPI) per chi presta soccorso, è un vero e proprio incentivo alla fuga. Chi provoca un incidente, se ha il minimo dubbio che il mezzo bicchiere bevuto possa avergli alterato il tasso alcolemico (e certo non può sapere di quanto!) nella maggioranza dei casi fuggirà. Con quali possibili conseguenze per le vittime è facile immaginare". Infine, ma non da ultimo, gli avvocati constatano come vi sia, nel testo, una vera "presunzione di colpevolezza", che rischia di sovvertire i principi cardine del diritto penale.
E non ci resta che constatare, poi, la proliferazione di nuovi reati sull'onda dell'emotività. Provocano scandalo le uccisioni di donne? Ecco il "femminicidio". Provocano scandalo gli incidenti mortali? Ecco l'"omicidio stradale". Certe categorie di vittime diventano diverse rispetto alle altre, in base a criteri tutt'altro che oggettivi. Con buona pace del principio secondo cui la legge è uguale per tutti.

Nota di BastaBugie: Tommaso Scandroglio nell'articolo sottostante dal titolo "Femminicidio? I dati sulle violenze dicono il contrario" sottolinea che il femminicidio è in calo, anzi è sempre stato minore dell'uccisione di uomini da parte di donne... ma a nessuno interessa sapere i dati veri, quelli dell'Istat.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La nuova Bussola Quotidiana il 11-03-2016:
Mimose sporche di sangue. Questa potrebbe essere l'immagine dipinta da molti media che, commentando la festa della donna appena conclusa, hanno messo l'accento ancora una volta sul cosiddetto fenomeno del femminicidio. Parimenti hanno fatto i rappresentanti delle istituzioni, in testa la presidente della Camera Laura Boldrini la quale ha deciso di abbassare a mezz'asta le bandiere che sventolano a Montecitorio in segno di lutto per tutte le vittime del femminicidio. La strage delle donne, a dar retta ai giornali, pare che aumenti di anno in anno e il maschio - marito, fidanzato, convivente o amante che sia – è diventato il nemico pubblico numero uno.
Ma se andiamo a leggere la "Relazione al Parlamento del Ministero dell'Interno sulle attività delle forze di Polizia, sullo stato dell'ordine e della sicurezza pubblica e sulla criminalità organizzata" scopriamo che le cose non stanno esattamente così. Gli ultimi dati disponibili sono quelli che si riferiscono all'anno 2014. In questa relazione viene dedicato un intero capitolo alla questione del femminicidio, espressione che, tra l'altro, provoca non poco imbarazzo negli stessi estensori del documento perché giuridicamente inesistente.
Passiamo ai dati. Questi innanzitutto ci dicono che la maggior parte delle vittime- per qualsiasi genere di reato - è di sesso maschile: 58,42% contro 41,58%. Ma la relazione poi indica anche la percentuale delle vittime per "reati di genere", reati che vanno dall'omicidio alle lesioni, passando per varie forme di vessazioni fisiche e psicologiche. Dato che l'espressione "reati di genere" come femmincidio è anch'essa un neologismo giuridico non positivizzato in norme, per comprendere il significato di questa espressione non possiamo che rifarci all'interpretazione che ne dà lo stesso ministero in questo documento. Tale interpretazione riguarda unicamente le donne e fa riferimento a quei reati commessi per motivazioni legate ad «una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l'identità attraverso l'assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte».
I reati di genere quindi sono connotati, per usare parole della stessa relazione, da atteggiamenti discriminatori e di dominio basati su rapporti di ineguaglianza. Abbiamo voluto soffermarci sull'espressione "reati di genere" perché non solo le donne, ma anche gli uomini sono vittime dei reati di genere, cioè di crimini e delitti compiuti sostanzialmente per motivazioni legate al sesso di appartenenza. Mogli che uccidono i mariti, figlie che si scagliano contro i padri perché ad esempio non ne riconoscono il ruolo o l'autorità. E l'aspetto curioso e sorprendente sta nel fatto che anche nei reati di genere il numero di vittime maschili è maggiore del numero di vittime femminili: 51,11% contro 48,89%. Affermarlo sarà politicamente scorretto, ma la vera emergenza è il maschicidio e non il femminicidio.
Altra menzogna. Le vittime di femminicidio sono sempre di più. Ma il trend, almeno nel periodo 2013-2014, è invece in decrescita: dal 49,33% al 48,89%. In particolare l'omicidio è sceso dal 36% al 31% e quello perpetrato in ambito familiare - tipico topos giornalistico - sebbene abbia il primato (d'altronde la violenza di genere avviene soprattutto tra congiunti: 69% dei casi, di cui nel 46% dei casi l'autore è il partner) è sceso dal 70% al 62%. Nella maggioranza dei casi (29%) l'omicidio nasce da una lite. I motivi della violenza sulle donne? Il report non li dice, ma i giornali sì. Nella maggior parte dei casi la violenza viene innescata dalla fine di un rapporto: divorzio, separazione, fine del fidanzamento o della convivenza. Nessuno però oserebbe dire che separazione e divorzio fomentano i femminicidi, invece si continua a ripetere che è la famiglia il luogo della violenza. Come a dire che se due amici litigano la colpa è dell'amicizia.
Dunque abbiamo visto che la violenza sulle donne e i femminicidi sono in diminuzione. Per paradosso invece è in crescita la violenza di genere sugli uomini: dal 50,67% del 2013 al 51,11% del 2014. Altra riflessione. I dati del ministero fanno emerge che per i reati di genere nel 56,64% dei casi le vittime sono straniere e nel 64% dei casi circa l'autore del reato è anch'esso straniero. Quindi c'entra poco lo schemino di origine ottocentesca-occidentale che vede il maschio padre-padrone, figura archetipa che sopravvivrebbe ancor oggi, bensì la radice della violenza è insita in quelle culture non cristiane o scristianizzate che considerano la donna come persona di serie B e di proprietà del maschio. Di converso quando la vittima è italiana solo nel 12% dei casi l'autore è uno straniero.
Il report però non distingue nel computo delle vittime di sesso femminile quali sono state uccise, aggredite, etc. da uomini e quali da altre donne. Sicuramente queste ultime sono una percentuale ridotta (però non si sa quanto ridotta), ma perché omettere questo dato? Non si può escludere che le donne autrici dei reati abbiano un peso percentuale rilevante. Infatti gli autori dei reati nel 46% dei casi sono: genitori, figli, altri parenti, soggetti legate alla vittima da altre relazioni non affettive (lavoro, sport, amicizia), o da nessuna relazione (incontro occasionale, casuale) e quindi non si può escludere a priori che in queste categorie di soggetti ci siano anche delle donne. Si badi bene: anche una sola donna uccisa all'anno grida vendetta al Cielo. Ma la verità non ha bisogno di aiutini dalla menzogna per brillare più intensamente, perché quest'ultima può solo offuscare la prima.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 09/03/2016

5 - STEPCHILD ADOPTION GIA' SUPERATA: OGGI C'E' IL FIGLIO IN MULTIPROPRIETA'
Nel coparenting non importa se si ha una relazione di coppia, importa solo il desiderio di essere genitori (questo è edonismo allo stato puro... che tratta i bambini come oggetti)
Autore: Teresa Moro - Fonte: Notizie Provita, 16/02/2016

Per fare un figlio servono un uomo e una donna. Un semino e un ovulino, scrivono nei moderni libretti per bambini. Ebbene, se si è carenti di uno dei due elementi è possibile diventare co-genitori o, per dirla all'inglese, ricorrere al co-parenting. Di cosa stiamo parlando? Che cosa significa essere co-genitori? [...]
Il coparenting è un fenomeno nato in Gran Bretagna, che consente a persone slegate da alcun vincolo affettivo di "collaborare" per realizzare il comune desiderio di avere un figlio.

OGGI "FINALMENTE" SI PUÒ FARE ANCHE QUI DA NOI
Come si può leggere nell'Home page del sito italiano, la co-genitorialità consisterebbe in "Una divisione dei diritti e delle responsabilità dei genitori (omosessuali ed eterosessuali) nei riguardi dei bambini. Un bambino può essere cresciuto dai suoi genitori sia che siano una coppia o meno, single, sposati o divorziati, o dello stesso sesso. Co-Genitori.it collega i genitori o futuri genitori che desiderano crescere un bambino. Si rivolgono agli omosessuali (genitori dello stesso sesso) ma anche a tutti coloro che non vogliono (o non vogliono più) vivere in coppia o per altre ragioni".
Insomma: non importa se si ha una relazione di coppia, importa solamente il desiderio di essere genitori. Edonismo allo stato puro. Ovviamente con buona pace dei bambini che ne nasceranno che, al di là dell'essere frutto di desiderio, non vengono minimamente presi in considerazione quali persone portatrici di diritti, tra i quali quello di vivere e crescere con mamma e papà (e, quindi, con la certezza circa la propria identità). Verranno palleggiati con turni più o meno predefiniti tra le due case dove vivono i due genitori biologici. Molto molto raramente, infatti, nel contratto di "multiproprietà" è previsto di vivere tutti insieme sotto lo stesso tetto.

SE I DUE BIOLOGICI DOVESSERO LATITARE, SUBENTRANO GLI ALTRI
Sarà interessante capire, alla luce delle sorti della stepchild adoption, in base al ddl Cirinnà o alla sentenza della Corte Costituzionale che dovrebbe uscire sulla materia proprio il prossimo 24 febbraio, se sarà poi possibile che il bambino sia adottato dai rispettivi compagni dei genitori biologici e se per legge potrà, quindi, essere considerato figlio di quattro o più genitori. In fondo, qualcuno dalla mente eccelsa, potrebbe dire che così il bambino sarà più garantito: se i due biologici dovessero latitare, subentrano gli altri, no?
Ad oggi il sito italiano di co-parenting registra i profili di 2670 persone, delle quali 1646 uomini e 1024 donne. Nel dicembre del 2013 i potenziali co-genitori erano 1675. Un numero a prima vista non esorbitante, ma che rappresenta solamente la punta dell'iceberg di un fenomeno che, all'estero, assume proporzioni assai più rilevanti: gli iscritti al sito inglese sono infatti oltre 100.000.
Questo fenomeno va ben oltre l'utero in affitto e la vendita di sperma (sul sito si legge di diversi uomini disposti a dare gratis i propri gameti - non sempre con l'intento esplicito di mantenere una relazione col bambino. E sappiamo che c'è gente che si vanta di avere cetinaia di figli).

FIGLI COME OGGETTI
E' davvero preoccupante leggere come i piccoli condivisi dai co-genitori siano spensieratamente trattati alla stregua di cose (o di case, ma qui si tratta di un bambino. Non di una villetta per le vacanze in multiproprietà).
Insomma, non molto tempo fa si volevano cancellare le parole "mamma" e "papà", sostituendole con "Genitore 1" e "Genitore 2". Adesso anche questo passaggio sempre essere superato. Sarebbe il caso che i fautori del progresso coniassero i termini "Nessuno 1", "Nessuno 2", "Nessuno 3"… Del resto "Un po' per uno non fa male a nessuno" (farà male al bambino, ma quello pare non essere importante).
Tuttavia, rifacendoci all'omerica memoria, molto probabilmente questo accattivante appellativo si ritorcerà poi contro i 'ciclopi' dei nostri giorni, che si credono giganti inattaccabili, ma che hanno la vista obnubilata.

Fonte: Notizie Provita, 16/02/2016

6 - IL FILM SPOTLIGHT NON RISOLVE LA PEDOFILIA... E' SOLO UNA VIOLENTA PROPAGANDA ANTICATTOLICA
Intervista a don Fortunato Di Noto, da oltre 20 anni in lotta contro gli abusi su minori
Fonte Zenit, 01/03/2016

È uscito nelle sale cinematografiche di tutto il mondo "Spotlight", un film che racconta la storia di un gruppo di giornalisti del giornale americano The Boston Globe che dal 2001 ha condotto un inchiesta sugli abusi sessuali perpetrati del clero di Boston sui minori, tollerati e addirittura nascosti dalla gerarchia, compreso l'arcivescovo della città, il card. Bernard Law. Un film ben fatto, coinvolgente, che dà la voce alle vittime di pedofili in tonaca, che hanno tradito non soltanto la fiducia dei piccoli ma anche la Chiesa e Dio stesso.
"Spotlight", però, è prima di tutto - come ha sottolineato Giuliano Ferrara - una violenta propaganda anticattolica e anticlericale, perché ripropone una falsa convinzione che la pedofilia è una "problema" di preti e che la Chiesa difende e protegge i violentatori dei bambini. E questo film propagandistico ha ricevuto il premio Oscar 2016 come miglior film.
Invece i giornalisti di Boston Globe per la loro inchiesta, anni fa, hanno ricevuto un prestigioso premio Pulitzer. Le loro rivelazioni hanno dato inizio alla campagna mondiale contro la pedofilia del clero, che ha dato un duro colpo alla Chiesa, specialmente sotto il pontificato di Benedetto XVI, un Papa che già da prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede aveva fatto tanto per combattere quest'odioso fenomeno.
L'anno scorso i media di tutto il mondo hanno dato un'enorme importanza al caso di mons. Wesołowski e al suo processo, che è interrotto dopo la sua improvvisa morte. In questi giorni si dà una rilevanza enorme alle audizioni del card. Pell, presentato 'insabbiatore' dei preti pedofili. A parte quei casi, regna il silenzio, come se al di fuori dagli ambienti ecclesiali la pedofilia non esistesse. Ma ci sono tante persone che quotidianamente combattono il tremendo fenomeno della pedofilia e il loro grido di denuncia non trova nessunissima eco sui media.
Don Fortunato Di Noto è uno di questi. Da più di 25 anni, il sacerdote è impegnato con la sua Associazione Meter nel contrastare la pedofilia, particolarmente quella on-line. A ZENIT non nasconde la sua amarezza: "Non riusciamo a comprendere, quale sia la ragione del silenzio, che è diventato un silenzio quasi connivente, compiacente, di fronte agli abusi sessuali su bambini, anche piccolissimi. È più che uno scandalo! In un giorno abbiamo segnalato 500 video pedopornografici, ma aumentano sempre di più i video, le foto di abusi, di orrori che ti fanno sobbalzare. E non succede niente".
Il materiale pedopornografico che trovate su internet e che denunciate alla Polizia Postale è veramente così tremendo?
Orribile. Vessazioni e torture sessuali da parte di uomini e donne sui bambini di età da 0 a 13 anni. Abbiamo segnalato più di 150 mila siti pedopornografici, negli ultimi 12 anni e 3 milioni sono stati monitorati; su questi siti ci sono centinaia di migliaia di foto e video. Il problema è che nessuno vuole vedere le cose che noi denunciamo. Non sono storie inventate ma le cose e i numeri verificabili e segnalati ufficialmente alla Polizia Postale. Proprio recentemente abbiamo segnalato le foto e i video dove si vedevano le mani che manipolavano sessualmente le parti intime dei neonati nelle nursery degli ospedali. E volevo sottolineare una cosa: noi non segnaliamo gli abusi virtuali, anche se si vedono in rete, ma gli abusi reali già avvenuti, filmati e fotografati.
I giornalisti del The Boston Globe hanno ricevuto il Premio Pulitzer per il loro "scoop" sui casi di pedofilia nell'arcidiocesi di Boston. Invece le sue continue denunce contro la pedopornografia on-line non trovano nemmeno spazio nei media...
Il silenzio su milioni di bambini ripetutamente violati per l'industria pedopornografica è una cosa vergognosa! Denunciamo abusi tremendi e nessuno dice una parola! Allora io credo che i media, che dovrebbero non soltanto informare su questi fatti e mobilitare tutti nella lotta alla pedofilia, un crimine contro l'umanità, tacendo, abbiano una grandissima colpa. Allora io mi appello a tutti di dare una voce a questi bambini tremendamente abusati.
Come si può spiegare questo omertoso silenzio dei media e del mondo in generale?
Il mondo tace perché in fin dei conti giustifica la pedofilia.
Allora il silenzio sulla pedofilia, al di fuori dei casi riguardanti il clero ovviamente, fa pensare che ci siano delle forze potentissime che esercitano pressioni in tal senso. Chi c'è dietro?
Io da anni denuncio l'esistenza delle lobby pedofile, ma mi hanno preso 'a pesci in faccia'. Oggi ci sono i movimenti pro-pedofilia che vorrebbero far diventare normale il rapporto tra adulti e bambini anche nella relazione affettiva e sessuale. Agiscono anche le lobby che promuovono tale perversa ideologia: sono migliaia e stanno proliferando sempre di più.
Qual è la base "culturale" di tale ideologia?
Già dagli anni '70, alcuni intellettuali avanzano l'idea che in fondo la pedofilia è l'ultimo tabù sessuale da sconfiggere e da abolire. Secondo loro, ci sono i pedofili "buoni" che hanno questa attrattiva sessuale vero i minori; allora con il reciproco consenso, un rapporto tra un adulto e un minore dovrebbe essere tollerato e trattato come qualche cosa normale. E questa idea si è diffusa nel mondo globalizzato tramite internet.
Voi segnalate migliaia di siti che andrebbero chiusi, ma dietro questi siti c'è tanta gente che produce il materiale pedopornografico violentando i bambini e allestendo i portali: questa gente non dovrebbe essere arrestata e messa in prigione?
Dovrebbero essere arrestate decine di migliaia di persone per gli abusi su milioni di bambini. Ma questo, purtroppo, non succede.
Lei con la sua Associazione tocca interessi enormi. Non è pericoloso?
Sì, è pericoloso. Io per denunciare gli abusi sui bambini sottopongo la mia vita, e anche la vita dei miei collaboratori, a dei rischi. Da anni ricevo delle minacce e per questo motivo vivo sotto scorta.
Si da tanto spazio alle associazioni delle vittime degli abusi del clero, che hanno i loro famosi avvocati, che riescono ad ottenere i risarcimenti milionari. Invece non si sente parlare delle altre vittime dei pedofili, come se si trattasse delle vittime di "seconda categoria". Nessuno si preoccupa dei milioni di vittime dell'industria pedopornografica, nessuno vuole risarcirle in qualche modo?
È vero che esistono i milioni di vittime dei pedofili che il mondo non vuole vedere. Noi 20 anni fa abbiamo istituito la Giornata dei Bambini Vittime della Violenza, dello Sfruttamento e dell'Indifferenza, contro la pedofilia. Scendiamo in piazza ed invitiamo gli altri a farlo. Ma di nuovo i media non danno voce a questa iniziativa, ovviamente a parte certi media cattolici. Noi anche quest'anno, il 1° maggio, saremo di nuovo in Piazza San Pietro per pregare prima di tutto, ma anche per sensibilizzare l'opinione pubblica a questo problema.
Don Fortunato, domenica il film Il caso Spotlight, diretto da Tom McCarthy è stato insignito del premio Oscar 2016 come miglior Film e migliore sceneggiatura. Dal palco si è fatto un appello a Papa Francesco, affinché "protegga i bambini". Questo appello, secondo lei, riflette il vecchio e falso cliché che collega la pedofilia con la Chiesa? Cosa ne pensa?
Mi sembra un po' anacronistico fare l'appello al Papa perché faccia la pulizia dentro la Chiesa: la Chiesa lo fa già da anni, con Benedetto XVI e adesso con Francesco. Perché non si sono appellati a tutti i capi di stato del mondo affinché la pedofilia e la pedocriminalità sia veramente sconfitta? Questo fenomeno riguarda tutti i Paesi e i credenti di tutte le religioni.

Nota di BastaBugie: per approfondire il film Spotlight, clicca nel link sottostante
PREMIO OSCAR COME MIGLIOR FILM A ''IL CASO SPOTLIGHT'' CHE DIPINGE LA CHIESA COME CORRUTTRICE
I preti pedofili purtroppo esistono, ma lo scopo del film è imbavagliare la Chiesa in un momento in cui condanna il gender
di Massimo Introvigne
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4132

Fonte: Zenit, 01/03/2016

7 - ABORTI PIU' FACILI: LA PILLOLA DEL GIORNO DOPO DIVENTA FARMACO DA BANCO
Da medicinale che necessita di ricetta non ripetibile, il Norlevo diventa medicinale senza obbligo di prescrizione medica
Autore: Renzo Puccetti - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 15/03/2016

Dal 4 marzo 2016 è stato modificato il regime prescrittivo della specialità medicinale Norlevo (levonorgestrel), conosciuto come la pillola del giorno dopo.
Come già per l'Ulipristal, la cosiddetta dei 5 giorni dopo, anche il Levonorgestrel post-coitale potrà essere dispensata senza ricetta medica alle donne maggiorenni. Da medicinale che necessitava ricetta non ripetibile, il prodotto diventa medicinale non soggetto a prescrizione medica Sop (senza obbligo di prescrizione) per le pazienti di età pari o superiore a 18 anni; per le pazienti di età inferiore a 18 anni rimane soggetto a prescrizione medica da rinnovare volta per volta. Le farmacie, nei casi in cui la maggiore età del richiedente non sia evidente, dovranno chiedere l'esibizione di un documento di identità attestante la maggiore età.

UN MEDICINALE DA BANCO
Di fatto la pillola del giorno dopo come quella dei cinque giorni dopo diventa un medicinale da banco per le donne di qualsiasi età dal momento che basterà che una minorenne domandi ad un amico maggiorenne di richiedere il prodotto in farmacia al suo posto. Gli studi indicano che il prodotto ha una grande efficacia antiovulatoria quando il follicolo ovarico è piccolo, cioè quando la probabilità di gravidanza anche senza il prodotto è bassa o assente, ma quando il rapporto sessuale avviene in un momento più ravvicinato all'ovulazione, sappiamo che la molecola perde progressivamente la propria capacità di bloccare l'ovulazione.
Si postula dunque che in questi casi almeno una parte dell'efficacia della molecola sia conservata attraverso meccanismi post-fecondativi, cioè microabortivi. Non c'è la prova diretta, vi sono soltanto indizi, ma è significativo che la scheda tecnica del prodotto parli del blocco dell'ovulazione come meccanismo "principale", dunque quanto meno non si escludono altri meccanismi.

NASCITE ANCORA PIÙ RIDOTTE
Dal punto di vista del rifiuto a dispensare il prodotto per ragioni di coscienza, il fatto che almeno per le donne maggiorenni la ricetta non serva più fa venire meno il contenzioso con i medici, scaricandolo interamente sul farmacista il quale dovrà fare appello al proprio codice deontologico che impone all'articolo 3 il rispetto della vita. Dal punto di vista dello Stato questa decisione è sintomatica della schizofrenia che connota l'azione della dirigenza del Paese. In una nazione in cui si è giunti al di sotto delle cinquecentomila nascite all'anno, dove le culle vuote stanno già causando uno squilibrio demografico che sta già creando enormi problemi, si allargano le maglie per ridurre ancora di più le nascite. Chapeau!
I pensionati dei prossimi anni che andranno a ritirare la pensione, forse riceveranno pochi spiccioli, ma in una bella scatolina di Norlevo. Dal punto di vista educativo la scelta si è dimostrata disastrosa. La Francia è la nazione europea dove la distribuzione di pillole post-coitali ha raggiunto i numeri maggiori. Secondo il più recente rapporto dell'Istituto di statistica ufficiale francese (DREES) nel 2000 furono consegnate 350.000 pillole del giorno dopo con un numero di aborti pari a 205.000. Nel 2013 le pillole dei giorni dopo sono salite a circa un milione e duecentomila, ma il numero di aborti è cresciuto a 229.000.

NESSUNA RIDUZIONE DELL'ABORTO
Tutti le pubblicazioni scientifiche concordano nel sostenere che a livello di salute pubblica la diffusione della pillola del giorno dopo non ha determinato alcuna riduzione dell'aborto e delle gravidanze indesiderate. Messaggini, bevute, compressina per extasi, sveltina, pillolina del giorno dopo. È questa la sequenza dello sballo del sabato sera apparecchiata dalla modernità per i giovani, ancor oggi sazi e disperati, nel prossimo futuro temo soltanto disperati.

Nota di BastaBugie: Benedetta Frigerio nell'articolo sottostante dal titolo "Pillola del giorno dopo senza ricetta: che ne dicono i farmacisti?" ha intervistato Elisa Fiocchi di Pro-Farma.
Ecco l'articolo completo pubblicato su Tempi il 15 marzo 2016:
«La "pillola del giorno dopo" è il vero pronto soccorso per chi non vuole abortire né subire un bambino non voluto», ha scritto Daniela Minerva su Repubblica dopo la decisione dell'Aifa di vendere il Norlevo senza ricetta alle maggiorenni. «Prossimo obiettivo l'abolizione dell'obbligo di ricovero di tre giorni per la Ru486 che continuo a non rispettare», ha commentato il ginecologo radicale Silvio Viale. È così che il femminismo e la battaglia radicale contro la vita, cominciata teorizzando la necessità di evitare gli aborti clandestini, giunge sempre più «verso la sua ultima e normale conseguenza con la decisione di vendere la Ella One ("pillola dei 5 giorni dopo") senza prescrizione e di legalizzare la "kill pill" Ru486». Ossia l'aborto come diritto e quindi il "fai-da-te". Elisa Focchi, titolare farmacista riminese e membro dell'associazione Pro-Farma, spiega a tempi.it perché «quella dell'Aifa non è una decisione con basi scientifiche».
Cosa intende?
Mesi fa, l'Aifa aveva già scelto di vendere senza ricetta la pillola "dei 5 giorni dopo", sebbene essa abbia una efficacia d'azione abortiva maggiore del Norlevo. La scelta dell'Aifa sulla "pillola del giorno dopo" è quindi la logica conseguenza della decisione precedente. Una decisione che non ha fondamenta scientifiche e le cui conseguenze, che non conosciamo, potrebbero essere pericolose.
Ma l'Aifa non dovrebbe seguire il principio di precauzione?
Queste pillole, come dimostrano diversi studi, possono essere abortive. Non solo, un dosaggio incontrollato può essere pericoloso, come provato da altre ricerche, per la futura fertilità della donna. Basti pensare che la "pillola del giorno dopo" ha un dosaggio di progestinico dieci volte maggiore a quello contenuto nelle pillole contraccettive. Eppure questi studi non sono presi in considerazione, tanto meno dunque il principio di precauzione.
Come si è passati dall'obbligo di ricetta ripetibile alla totale assenza di prescrizione?
La decisione è stata così radicale da generare molte perplessità fra i farmacisti: basti pensare che nell'ultimo sondaggio di Federfarma è emerso che il 46 per cento degli intervistati era contrario alla decisione.
Come vi comporterete ora?
Questi farmaci hanno dei rischi abortivi, come ho spiegato, basti pensare che le gravidanze reali sono minori di quelle attese. Quindi chi non vuole non deve vendere la pillola, anche se la pressione di alcuni titolari sui farmacisti dipendenti può essere forte.
Come possono proteggersi i farmacisti?
Il Movimento per la Vita, l'associazione Giovanni Paolo XXIII, i farmacisti cattolici hanno dato vita a Pro-Farma per aiutare i farmacisti a difendersi dalle accuse o dalle intimidazioni. [...] Ma purtroppo le spinte dall'alto restano enormi.
Da chi provengono queste spinte?
Come ho già spiegato, alla base della corsa alla liberalizzazione non ci sono motivazioni scientifiche. È quindi evidente che il problema sia politico: si vuole seguire l'Europa dove dominano le lobby abortiste. Ma credo che la ragione sia sopratutto economica: le pressioni delle case farmaceutiche sono enormi.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 15/03/2016

8 - LA NAPROTECNOLOGIA CURA L'INFERTILITA' RISPETTANDO LA NATURA
Tassi di successo più alti della fecondazione artificiale, costi inferiori, meno stress per la donna, meno problemi sanitari per il concepito e senza implicazioni morali negative
Autore: Rodolfo Casadei - Fonte: Il Timone, gennaio 2016 (n. 149)

Ha tassi medi di successo prossimi a quelli di tre cicli di fecondazione artificiale (fivet) a costi estremamente inferiori, con meno stress per la donna, meno problemi per il concepito e senza le implicazioni bioetiche negative dalla fivet, ma continua ad essere praticata da pochi medici.
La naprotecnologia è il modo più naturale e coerente con l'etica medica e la morale cattolica per combattere la sterilità umana, si sta lentamente espandendo in tutto il mondo, anche in Italia, ma gli interessi ideologici ed economici che stanno dietro alla fivet sembrano coalizzati per frenarne l'espansione.

UNA VERA CURA DELL'INFERTILITÀ
Naprotecnologia è la traduzione del naprotechnology, neologismo che significa tecniche per la procreazione naturale. In realtà non si tratta di una tecnica medica, ma di una serie di trattamenti di natura farmacologica, endocrinologica e chirurgica, a partire dall'osservazione dei marcatori biologici del ciclo della donna (le caratteristiche del muco cervicale e le perdite ematiche) che mirano a curare l'infertilità.
La prima grande differenza fra le tecniche per la procreazione naturale e le tecniche in fivet è proprio questa: le seconde non curano l'infertilità, ma la "aggirano" con un exploit tecnico che tratta l'embrione umano cosificandolo; le prime invece sono cure vere e proprie, basate su una diagnosi delle cause dell'infertilità. Mi diceva qualche tempo fa Raffaella Pingitore, la chirurga ginecologa pioniera della naprotecnologia nell'area linguistica italiana (è attiva a Lugano) che una delle cose che più la scandalizzano è la diffusa negligenza nelle diagnosi delle cause di infertilità da parte dei medici. È prassi consolidata dopo pochi esami di prammatica invitare la donna a rivolgersi alla fivet. La napro inizia con l'applicazione del modello Creighton (una versione migliorata del metodo Billings): la donna impara a individuare il muco cervicale durante il ciclo. A volte questo è già sufficiente per risolvere il problema della fecondità; più spesso facilita la diagnosi del problema da parte del medico. Viene prescritta la cura farmacologica che può ripristinare la fertilità. Altre volte per arrivare alla diagnosi è necessaria una laparoscopia, cioè un intervento chirurgico. Racconta la Pingitore: "Negli USA, nel Nebraska, dal dottor Thomas Hilgers, il vero creatore della naprotecnologia, andavano donne alle quali l'endometriosi era stata esclusa dopo una laparoscopia. Ma rifacendone una più approfondita si scopriva che nel 90% dei casi l'endometriosi c'era". La rimozione chirurgica dell'endometriosi ripristina la fertilità. La diagnosi accurata dell'endometriosi e l'intervento in laparoscopia sono parti integranti di quell'insieme chiamato naprotecnologia, di cui il ginecologo e chirurgo Thomas Hilgers, è stato l'iniziatore nel 1991.
Di qua all'Oceano Atlantico il primo che ha messo in pratica la napro è stato l'irlandese Philip Boyle, che nel 1998 a Galway ha aperto la prima clinica specializzata: medici da tutta Europa si sono recati lì per imparare. Il primo congresso medico italiano di napro si è tenuto a Milano il 20 febbraio 2013, l'ultimo il 18 aprile scorso a Roma, presso l'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.

RISULTATI MIGLIORI DELLA FIVET
I risultati della naprotecnologia sono scientificamente dimostrati. Nel 2008 il dottor Boyle insieme ad altri due colleghi ha pubblicato un articolo sul "Journal of the American Board of Family Medicine" riportando i dati di uno studio su 1072 coppie che avevano seguito i suoi trattamenti fra il 1998 e il 2002. Il tasso di successo (gravidanza conclusa col parto di un bambino vivo) su due anni risultava essere del 52,8% (25,5% dopo un anno). Fra le coppie che si erano rivolte al medico irlandese ce n'erano alcune che avevano già tentato invano uno o più cicli (fino a tre) di fivet: fra queste coppie il tasso di successo è stato del 20,5%. Studi successivi relativi ad altri paesi hanno confermato o migliorato i risultati dei Boyle. Per esempio nel 2012 su "Canadian Family Physician" un articolo dava contro dei risultati di uno studio su 106 coppie che avevano fatto ricorso alla naprotecnologia tra il 2000 e il 2006 a Toronto, il 30% delle quali aveva già fatto ricorso alla fivet: il tasso di successo su due anni è stato del 66% (38% il primo anno).
In confronto, quali sono i tassi di successo della fivet? Dipendono molto dall'età della donna che vi ricorre e dal numero dei cicli ai quali si accetta di sottoporsi. Per esempio, i dati ufficiali del Regno Unita danno un 32,2 per cento di successo dopo un solo ciclo per le donne sotto i 35 anni, ma il tasso scende al 13,6 per cento fra le donne che hanno 40-42 anni. Ovviamente più cicli si fanno, più aumenta la probabilità di concepire. Ma quale è il prezzo?

UN PREZZO DECISAMENTE MINORE
Anzitutto lo stress per la salute della madre e dei nascituri. Le tecniche di procreazione medicalmente assistita hanno bisogno dell'iperstimolazione ovarica della donna tramite "bombardamento" ormonale, e ciò comporta rischi per la salute che vanno dalle infiammazioni e dalle emorragie fino all'infarto o all'insorgenza di tumori.
Quanto ai nascituri, tutti gli studi dimostrano che hanno il doppio di probabilità di quelli concepiti naturalmente di nascere con malformazioni e sottopeso, anche perché i parti gemellari e plurigemellari sono molto più alti del normale (negli Usa più del 20% di tutti i parti gemellari riguardano fecondazioni artificiali, che pure sono meno dell'1% di tutte le nascite).
Poi ci sono i costi economici. Quelli della fivet negli Usa sono superiori ai 12000 dollari per ciclo, più i costi di medicinali e medicazioni, ovvero altri 3-5000 mila dollari (quando si devono somministrare medicinali) all'anno; nel secondo caso ci si può avvicinare ai 10000 dollari. Nel contesto irlandese, il dottor Boyle dichiara che il suo trattamento costa far i 1000 e i 2000€ all'anno, mentre la fivet coi suoi annessi non costa meno di 6000€ a ciclo.

Fonte: Il Timone, gennaio 2016 (n. 149)

9 - OMELIA DOMENICA DELLE PALME - ANNO C (Lc 22,14-23.56)
Pregate, per non entrare in tentazione
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 20 marzo 2016)

Lucia di Fatima, quando era ancora bambina, un giorno raccontò alla piccola beata Giacinta la storia della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. La piccola Giacinta, di circa sei anni, ascoltava attentamente e da allora chiese a Lucia di ripetergliela spesso. E ogni volta che ascoltava il racconto delle sofferenze di Gesù piangeva e diceva: «Oh! Povero Signore! Io non devo fare più nessun peccato. Non voglio che il Signore abbia a soffrire ancora».
La piccola Giacinta di Fatima piangeva al sentir parlare della Passione del Signore, noi invece rimaniamo indifferenti. Il motivo è che noi abbiamo un cuore di pietra, insensibile e glaciale; la piccola Giacinta aveva invece un cuore puro, che amava davvero. Domandiamo al Signore la grazia di un cuore nuovo e meditiamo spesso la Passione del Signore, piangendo i suoi dolori e i nostri peccati.
San Leonardo da Porto Maurizio affermava che dalla mancanza di questa meditazione derivano tutti i nostri mali. Per questo motivo, egli esortava caldamente alla pia pratica della Via Crucis da lui ideata e da lui propagata in tutta l'Italia. Egli, dopo anni di predicazione popolare, così scriveva: «La causa di tutti i mali per noi va ricercata nel fatto che nessuno pensa alle realtà che dovrebbero costituire un oggetto di continua meditazione. Non c'è da meravigliarsi se ne consegue un completo disordine morale. La frequente meditazione sulla Passione di Cristo dà lumi salutari all'intelletto, fervore alla volontà e sincero pentimento dei propri peccati. Ho constatato quotidianamente, e toccato con mano, che il miglioramento dei cristiani è condizionato dalla pratica del pio esercizio della Via Crucis. Tale pratica è un antidoto ai vizi, un freno alle passioni, un incitamento efficace a una vita virtuosa e santa. Se terremo presente davanti agli occhi della mente l'acerbissima Passione di Cristo, non potremo non detestare il peccato e ci sentiremo trascinati a rispondere con amore alla carità di Cristo e ad accettare gioiosamente le inevitabili avversità della vita».
Contemplando il Crocifisso noi comprendiamo tutto l'amore di Dio per l'umanità e comprendiamo la bruttezza del peccato. Ogni volta che siamo presi dalla tentazione, pensiamo che con i nostri peccati noi mettiamo in Croce Gesù e rifiutiamo il dono della salvezza.
In questa breve riflessione vorrei prendere spunto da una frase che Gesù rivolse ai suoi Discepoli sul monte degli Ulivi. Nell'imminenza della sua Passione, Egli disse: «Pregate, per non entrare in tentazione». Con questo, il Signore ci insegna che la preghiera è la nostra migliore difesa contro il male, che essa è come l'arma del cristiano. Senza preghiera, inevitabilmente, soccomberemo. Gli Apostoli in quella occasione non pregarono, furono presi dal sonno e, al momento della prova suprema, quando Gesù fu condotto alla Croce, tutti, all'infuori di Giovanni, scapparono via spaventati. Così sarà per noi: se non pregheremo, non riusciremo a superare la tentazione.
L'evangelista Luca è l'unico che riporta il particolare del sudore di sangue. Il testo dice: «Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra». Questo particolare ci rivela tutta la sofferenza che Gesù provò al monte degli Ulivi durante quella preghiera. In quel momento, Gesù vedeva ciascuno di noi, vedeva tutti i nostri peccati, vedeva tutti quelli che avrebbero rifiutato il dono della sua salvezza, e per essi provava un'angoscia mortale.
In qualche modo, vogliamo stare con Gesù ed essergli di conforto in questa agonia. Gesù, in quel momento, vedeva anche tutte le nostre preghiere, le nostre riparazioni, le nostre Adorazioni eucaristiche. Sull'esempio di tanti Santi, prendiamo la buona abitudine di fermarci anche a lungo in chiesa, davanti al Tabernacolo, con l'intenzione di consolare Gesù e di coprire con la nostra devozione tutti i peccati che si commettono nel mondo.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 20 marzo 2016)

10 - OMELIA GIOVEDì SANTO - ANNO C (Gv 13,1-15)
Li amò fino alla fine
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 24 marzo 2016)

Con la Messa del Giovedì Santo inizia il Triduo pasquale, e si ricorda in modo particolare l'Istituzione dell'Eucaristia e del Sacerdozio.
La prima lettura ci presenta il racconto della Pasqua ebraica. Per celebrare la Pasqua, gli ebrei dovevano procurarsi un agnello «senza difetto» (Es 12,5). Quell'agnello che veniva sacrificato simboleggia Gesù, immolato sull'altare della Croce. Dal suo Sangue tutti noi siamo redenti e, se corrisponderemo alla grazia di Dio, non andremo perduti in eterno.
La seconda lettura di oggi, tratta dalla prima lettera di san Paolo ai Corinzi, ci riporta il racconto dell'Istituzione dell'Eucaristia. L'Eucaristia è l'Agnello immolato che si fa nostro nutrimento. La Santa Messa è lo stesso Sacrifico del Calvario. Non sono due avvenimenti diversi, ma è l'unico Sacrifico di Gesù. È come se anche noi fossimo sotto la Croce, ai piedi del Crocifisso. Si capisce allora come dovrebbe essere la nostra partecipazione durante la Messa: dovremmo avere le stesse disposizioni che la Madonna ebbe quando assisteva con dolore alla morte del Figlio e si univa alla sua sofferenza.
Durante l'Ultima Cena, Gesù ha istituito anche il Sacerdozio. Quando il sacerdote celebra la Messa è Gesù che è presente sull'altare. È sempre Lui che, nella persona del suo Ministro, compie il gesto consacratorio. Il sacerdote non dice «questo è il corpo di Gesù, questo è il suo sangue», ma dice «questo è il mio corpo, questo è il calice del mio sangue». In quel momento è Gesù che agisce, servendosi delle mani e delle labbra del suo Ministro. Il sacerdote è l'uomo dell'Eucaristia e non c'è azione, per quanto nobile possa essere, che eguagli il valore di una celebrazione della Messa. L'Eucaristia l'abbiamo grazie al sacerdote. Se non ci fosse lui, noi rimarremo privi di un bene così grande.
Nel sacerdote dobbiamo vedere Gesù. Quando il sacerdote celebra la Messa, è Gesù che si immola per noi sull'altare; quando il sacerdote ci assolve dai nostri peccati, è Gesù che ci perdona di tutte le nostre colpe; quando il sacerdote amministra il Battesimo, è Gesù che purifica una creatura dal peccato originale e la rende figlia di Dio. E così per tutti i Sacramenti: è Gesù che agisce per mezzo dei suoi sacerdoti.
Un giorno, una figlia spirituale di San Pio da Pietrelcina si accusò in Confessione di aver criticato alcuni sacerdoti per certi loro comportamenti non buoni, e sentì rispondersi da Padre Pio con voce forte e decisa: «Invece di criticarli, pensa a pregare per loro!». Con le critiche si ottiene poco o niente; con la preghiera si riceve tutto. Santa Teresina pregava perché i sacerdoti all'altare celebrassero la Messa con la stessa purezza e delicatezza della Vergine Santissima.
Dobbiamo pregare per i sacerdoti, non solo per la loro santificazione, affinché siano sempre all'altezza della missione loro affidata da Gesù, ma anche perché ve ne siano tanti. La mancanza di sacerdoti, e di santi sacerdoti, è la sciagura più grande che possa capitare ad un paese. Diceva san Giovanni Maria Vianney: «Lasciate un paese senza sacerdote per vent'anni e alla fine la gente finirà con l'adorare le bestie». Preghiamo dunque per le vocazioni sacerdotali, affinché vi siano sempre numerosi e santi sacerdoti nella Chiesa di Cristo.
Quasi all'inizio del brano del Vangelo di oggi c'è una frase che colpisce in un modo particolare: «Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1). Con l'Eucaristia, Gesù ci ha amati «fino alla fine». Con l'Eucaristia, Gesù ci ha dato il dono supremo, ci ha donato tutto se stesso nelle umili sembianze di un po' di pane e un po' di vino.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 24 marzo 2016)

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