BastaBugie n°450 del 20 aprile 2016

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1 A MOLENBEEK IL 90 PER CENTO DEI GIOVANI A SCUOLA DEFINISCE EROI GLI ATTENTATORI DI BRUXELLES
E ora un indovinello: qual è la seconda lingua più parlata in Svezia e Danimarca? Sei sicuro di volerlo sapere?
Autore: Leone Grotti - Fonte: Tempi
2 LUI E' TORNATO: IL FILM CHE IPOTIZZA IL RITORNO DI HITLER
Vegetariano e animalista, a favore di eutanasia e selezione degli embrioni, e soprattutto molto democratico... Hitler è davvero tra noi ed ha successo, oggi come allora
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
3 IL TAR CONDANNA LA REGIONE LOMBARDIA A RISARCIRE 142 MILA EURO AL PADRE DI ELUANA
Secondo il Tar è stato ingiustamente ostacolato Beppino Englaro nel suo desiderio di uccidere la figlia... che, per lasciarla morire di fame e di sete, l'ha dovuta portare fino in Friuli (poverino!)
Fonte: Tempi
4 BERLINGUER TI VOGLIO BENE? ANCHE NO!
Verbali (finora inediti) dei vertici del Pci fanno emergere la confusione politica della leadership di Berlinguer e la sua sovietica ostilità verso Solgenitsyn e il Papa polacco
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero
5 SU RAIUNO IL SEGRETARIO DELLA CEI AFFERMA CHE SI PUO' DARE LA COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI (ANDANDO CONTRO L'INSEGNAMENTO DELLA CHIESA)
Intanto nella diocesi di Bergamo ci si vanta di usare questa prassi già da anni e nelle Filippine la Conferenza Episcopale ordina la comunione per tutti... e in tutto il mondo c'è la gogna mediatica per i sacerdoti che non si allineano al nuovo corso
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
6 LA POLONIA STA PER DICHIARARE REATO L'ABORTO, SENZA ECCEZIONI
Dopo un'iniziale confusione sulla proposta di legge, adesso emerge che il governo non è disposto a nessun compromesso sui principi non negoziabili
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: Corrispondenza Romana
7 REFERENDUM SULLE TRIVELLE: I COSTI ECONOMICI, POLITICI, SOCIALI E CULTURALI DI UN BUCO NELL'ACQUA
E intanto negli ultimi anni c'è stata la chiusura forzata di pezzi importanti dell'industria italiana: Ilva, Tempa Rossa, Bagnoli... e così diventiamo, ingenuamente, più poveri
Autore: Stefano Magni - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
8 IL CARDINAL SCHONBORN DICE CHE CI SONO ELEMENTI DI VERITA' ANCHE IN SITUAZIONI DISORDINATE, MA SBAGLIA!
Con il pretesto di non poter giudicare si vorrebbe, con le circostanze attenuanti, far diventare buono un adulterio, un aborto, una fecondazione artificiale... ma ciò non è possibile
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: Il Timone
9 OMELIA V DOMENICA DI PASQUA - ANNO C (Gv 13, 31-33.34-35)
Amatevi, come io ho amato voi
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - A MOLENBEEK IL 90 PER CENTO DEI GIOVANI A SCUOLA DEFINISCE EROI GLI ATTENTATORI DI BRUXELLES
E ora un indovinello: qual è la seconda lingua più parlata in Svezia e Danimarca? Sei sicuro di volerlo sapere?
Autore: Leone Grotti - Fonte: Tempi, 8-14 aprile 2016

«Eroi». È così che gli studenti di Molenbeek e Schaerbeek considerano i terroristi che il 22 marzo hanno compiuto gli attentati all'aeroporto e alla metropolitana di Bruxelles: Zaventem Najim Lachraoui e Ibrahim El Bakraoui.
Yves Goldstein, consigliere comunale a Schaerbeek e coordinatore del partito socialista belga nella regione di Bruxelles Capitale, ha dichiarato al New York Times: «Le nostre città sono davanti a un enorme problema, probabilmente il più grande dalla seconda guerra mondiale. Com'è possibile che persone nate a Bruxelles, o a Parigi, possa chiamare eroi le persone che commettono atti violenti e terroristici? Questa è la vera domanda che dobbiamo affrontare».
Nei quartieri della capitale di Molenbeek e Schaerbeek, dai quali provenivano e dove si nascondevano i terroristi islamici (nella foto Salah Abdeslam a Molenbeek), continua il consigliere, «gli insegnanti mi hanno detto che il 90 per cento dei loro studenti, 17 e 18 anni, li definiscono "eroi"». In questi «ghetti abbiamo fallito» perché i giovani «non conoscono nessuno al di fuori». Per loro, aggiunge, «la religione è un pretesto. Non credono in niente, ma l'islam è comunque il modo che hanno trovato per esprimere e cristallizzare la loro radicalizzazione».
Come dichiarato dal senatore belga Alain Destexhe a Tempi, se esistono dei ghetti è anche per colpa del partito socialista coordinato da Goldstein: «Esiste un problema di fondamentalismo islamico che non è in linea con i valori della società belga. Ci sono scuole a Bruxelles dove gli studenti sono al 90 o anche al 100 per cento musulmani. In queste scuole non si rispettano i diritti delle donne, è difficile che le ragazze pratichino lo sport oppure non si mostrano le immagini di certe opere d'arte perché sono statue senza veli. Noi non abbiamo reagito a questi "incidenti" e ora ne paghiamo il prezzo».
Non c'è stata reazione «innanzitutto perché ci siamo votati all'ideologia del multiculturalismo, sbandierata da molti partiti politici, assumendone i princìpi senza un dibattito: ogni cultura doveva essere accettata in quanto tale. Poi c'è stata la tendenza a minimizzare come problemi individuali delle vere e proprie tendenze nella società. (...) È il politicamente corretto. Poi ovviamente qualcuno ci guadagnava. I partiti di sinistra hanno fatto questo ragionamento: più lasciamo fare agli immigrati quello che vogliono e più voti riceveremo in cambio. Effettivamente è andata così».

ASAD SHAH HA MANCATO DI RISPETTO A MAOMETTO, PER QUESTO L'HO UCCISO
Il sospetto è diventato conferma. L'assassinio di Asad Shah, 40 anni, musulmano proprietario di un piccolo negozio a Glasgow, Scozia, non è stata una reazione islamofoba di qualche estremista di destra agli attentati di Bruxelles, ma il frutto di odio religioso. Odio religioso islamico.
Il 26 marzo, secondo testimoni oculari, Tanveer Ahmed è entrato nel negozio di Shah e ha discusso con lui animatamente. Poi l'ha accoltellato, calpestato e si è seduto sopra di lui ridendo. Quando il fratello di Shah l'ha scoperto, si è dovuto contendere il corpo con l'assassino a forza, mentre questo continuava a colpirlo. Ahmed è stato subito arrestato, ma solo mercoledì 6 aprile ha confessato attraverso il suo avvocato. «L'ho ucciso per un solo motivo», sono le sue esatte parole riportate dal legale, «e per nessun'altra ragione: Asad Shah ha mancato di rispetto al messaggero dell'islam, il profeta Maometto, sia pace su di lui. Shah pretendeva di essere un profeta».
Questa dichiarazione sarebbe facile da comprendere se ci trovassimo in Pakistan, ma poiché tutto avviene in Gran Bretagna ha dell'incredibile. Shah apparteneva alla comunità ahmadi, una setta minoritaria dell'islam nata in India, che considera Mirza Ghulam Ahmad (morto nel 1908) come profeta venuto dopo Maometto e incaricato di concludere la sua missione da Allah. La setta, che con 10-20 milioni circa di aderenti costituisce a malapena l'1 per cento dell'islam, è diffusa soprattutto in Pakistan, dove è considerata blasfema dalla maggioranza sunnita, che la perseguita costantemente e ferocemente.
A quanto pare, gli ahmadi non sono al sicuro neanche in Gran Bretagna. L'assassino, Ahmed, proviene da Bradford e ha percorso circa 300 chilometri per uccidere Shah. Bradford è la città inglese dove i musulmani, praticamente tutti sunniti, costituiscono oltre il 25 per cento della popolazione con circa 132 mila fedeli provenienti dal Pakistan. Non a caso la città è soprannominata Bradfordistan ed è il luogo dove si è svolta l'incredibile epopea della famiglia di Nissar Hussain, cristiano pakistano convertitosi dall'islam e per questo perseguitato da 15 anni e quasi ucciso nel 2015 dai suoi ex amici musulmani.
Perché, sui 25 mila ahmadi residenti in Gran Bretagna, Ahmed ha ucciso proprio Shah? Solo pochi giorni prima, la vittima aveva scritto su Facebook: «Buona Pasqua specialmente alla mia amata nazione cristiana... seguiamo le orme dell'amato Gesù Cristo e portiamole al successo in entrambi i mondi». Nel comunicato affidato al suo avvocato, Ahmed ha negato di averlo assassinato per gli auguri di Pasqua: «Voglio che sia chiaro che l'incidente non ha niente a che fare con il cristianesimo. Anche se sono un seguace del profeta Maometto, amo e rispetto anche Gesù Cristo».
La precisazione non è rassicurante, anche perché Ahmed non si pente affatto dell'omicidio. Anzi, dopo aver fatto propaganda religiosa, conclude con un particolare inquietante: «Se non l'avessi ucciso io, l'avrebbero fatto altri e ci sarebbero stati più omicidi e violenza nel mondo». La famiglia di Shah, dopo i funerali, è ancora sotto sorveglianza per timore di nuovi attacchi.
Il Consiglio dei musulmani della Gran Bretagna, dopo aver condannato le violenze, ha commentato affermando che «i musulmani non dovrebbero essere costretti ad accettare gli ahmadi» all'interno dell'islam. A queste parole la comunità ahmadi inglese ha reagito duramente: «È evidente che nessuno li costringe, sono loro che ci escludono. Questa è la stessa intolleranza che ha favorito la crescita dell'estremismo in Pakistan». Ma non siamo in Pakistan, siamo in Gran Bretagna.

QUAL È LA SECONDA LINGUA PIÙ PARLATA IN SVEZIA E DANIMARCA?
Qual è la seconda lingua più parlata in Svezia? Ufficialmente, nessuna, visto che lo Stato non raccoglie dati a riguardo. Storicamente, invece, la risposta è semplice: il finlandese. Ma effettivamente, ricerche alla mano, è più sorprendente: l'arabo.
Mikael Parkvall, linguista all'università di Stoccolma, non trovando dati soddisfacenti, si è preso la briga di condurre uno studio su questo soggetto, concentrandosi sulla lingua natia della popolazione. Secondo un'indagine simile del 2012 di Sveriges Radio, 200 mila persone in Svezia parlavano il finlandese come lingua natia e 155 mila l'arabo.
Come dichiarato dal docente al Washington Post, è l'influsso di rifugiati e migranti dal Medio Oriente degli ultimi anni che ha fatto pendere la bilancia per l'arabo come seconda lingua più parlata in Svezia. Ed è un cambiamento storico: «Da quando la Svezia esiste, il finlandese è sempre stato la sua seconda lingua. Parliamo di almeno 1000 anni», ma solo nel 2015 163 mila persone, soprattutto provenienti da paesi arabi, hanno chiesto asilo nel paese. Se su questo tema mancano dati certi, il motivo però è culturale: «Noi siamo la capitale mondiale delle statistiche, il Grande fratello sa tutto di noi. Ma le autorità pensano che indagare la lingua è come indagare le etnie».
La Svezia non è l'unico paese europeo ad essere interessato da una crescita dell'arabo come lingua parlata comunemente. Sempre secondo Parkvall, anche in Danimarca ormai l'arabo è la seconda lingua, mentre è la terza in Francia e Olanda. La ricerca di Parkvall non è ufficiale ma se l'emittente radiofonica pubblica, Sveriges, ha appena annunciato il lancio di un talk show in arabo, un motivo ci sarà.

Fonte: Tempi, 8-14 aprile 2016

2 - LUI E' TORNATO: IL FILM CHE IPOTIZZA IL RITORNO DI HITLER
Vegetariano e animalista, a favore di eutanasia e selezione degli embrioni, e soprattutto molto democratico... Hitler è davvero tra noi ed ha successo, oggi come allora
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 16/04/2016

Tra breve arriverà anche da noi [sarà proiettato nei cinema in Italia dal 26 al 28 aprile 2016, N.d.BB] il film tedesco "Lui è tornato", una commedia grottesca in cui il protagonista ("lui") è Adolf Hitler. Sì, proprio lui, risvegliatosi - non si sa come - dopo sessantasei anni e rimasto fisicamente così com'era. Aggirandosi smarrito nella Berlino odierna, stupisce di quel che vede e di ciò che è diventata la sua Germania. Nel film, però, Hitler non è il pazzo paranoico e, ultimamente, macchiettistico che settant'anni di propaganda hanno dipinto. Al contrario, è lucido, calmo, razionale e perfettamente padrone di sé.

IN GIRO PER LA NUOVA GERMANIA
Esilarante la scena in cui, in albergo, fa zapping nel televisore e vede che la Germania è comandata da una donna con la faccia da pesce lesso (cito) e che in quasi tutti i programmi l'"eroe" è un cuoco intento a friggere. "Lui" va in giro per la nuova Germania con indosso la divisa di Führer - per la semplice ragione che è l'unico vestito che ha - e dice di essere esattamente quel che è. Ma, ovviamente, nessuno gli crede. Anzi, i turisti lo cercano per un selfie e in tanti, ridendo, lo salutano a braccio teso. Un produttore televisivo fallito ha la felice idea di farlo comparire in un talkshow, dove tutti sono convinti che si tratti di un comico. E "lui" non fa altro che dire seriamente chi è e, apertamente, come la pensa.
In breve il fenomeno diventa virale, anche perché "lui" propone soluzioni spicce a problemi apparentemente irrisolvibili. I tedeschi, infatti, sono scontenti delle tasse, dei troppi immigrati, della politica estera, eccetera. E "lui", con calma e precisione, fornisce le sue semplici ricette per rimettere le cose a posto. Quando i produttori televisivi si rendono conto che la situazione sta loro sfuggendo di mano, è troppo tardi. Chiudono la trasmissione, col solo risultato di vedere il loro share crollare a picco. Ormai la gente vuole vedere e sentire "lui". E anche quando il suo talent-scout scopre, disperato, che "lui" è davvero Lui e non un comico, ormai la valanga è in movimento.

MOLTO PIÙ DEMOCRATICO DI CHI LO ACCUSA
Il film si ferma qui, perciò non si sa se il redivivo Hitler riuscirà a tornare ad essere il Führer dei tedeschi a furor di popolo ("lui", nel film, a chi lo accusa di essere antidemocratico ricorda che, al contrario, è stato eletto nel 1933 con un votazione plebiscitaria, e di essere, perciò, molto più democratico di chi lo accusa), ma astutamente nasconde la mano dopo aver lanciato il sasso. Il film fa anche ridere, sì, ma dice in pratica che la storia può ripetersi, e hai voglia di demonizzare! Infatti, il Führer e, da noi, il Duce, spuntarono tra i loro popoli in una situazione di gravissima crisi economica, di disordini continui, di corruzione diffusa, di scollamento plateale tra la gente e le classi dirigenti, di conseguente disaffezione politica, di delusione quando non disperazione. Vi ricorda niente?
Mutatis mutandis, ecco il messaggio del film: siamo seduti su un vulcano (e se così si sentono i tedeschi, gli italiani su che cosa stanno seduti?); il primo che si alzerà e dirà «signori, datemi tutto in mano ché ci penso io» ha agghiaccianti probabilità di essere ascoltato. Per quanto folle possa essere la sua filosofia di fondo. Come la pensasse Hitler si sapeva dal suo Mein Kampf. La sua visione era già tutta lì. Ed era, ripetiamo, agghiacciante.

E SE IN ITALIA...
Pochi giorni fa, in Italia, è scomparso un ideologo che ha scritto un solo libro e ha fondato un movimento politico di tutto rispetto, il quale ha avuto i suffragi di tutti gli "indignati" italici e il cui front-man è un comico. Lungi da noi, ovviamente, paragonare Casaleggio a Hitler, ci mancherebbe: l'ingegneria sociale di "Gaia" è assolutamente non razzista, pacifica e incruenta. Ma, stante la puntuale analisi condotta dal sociologo Massimo Introvigne su queste colonne, possiamo dirla, in prospettiva, meno inquietante? [leggi: E' MORTO CASALEGGIO, GURU DEL MOVIMENTO 5 STELLE CHE HA USATO INTERNET COME NUOVA RELIGIONE di Massimo Introvigne, clicca qui, N.d.BB]

Nota di BastaBugie: ecco una scena tratta dal film su Hitler di cui parla l'articolo


https://www.youtube.com/watch?v=1uKDEXvL7Ms

DOSSIER "HITLER"

Leggi gli articoli che abbiamo pubblicato su questo argomento.
http://www.bastabugie.it/it/contenuti.php?pagina=utility&nome=_hitler

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 16/04/2016

3 - IL TAR CONDANNA LA REGIONE LOMBARDIA A RISARCIRE 142 MILA EURO AL PADRE DI ELUANA
Secondo il Tar è stato ingiustamente ostacolato Beppino Englaro nel suo desiderio di uccidere la figlia... che, per lasciarla morire di fame e di sete, l'ha dovuta portare fino in Friuli (poverino!)
Fonte Tempi, 08/04/2016

La Regione Lombardia dovrà risarcire con 142 mila euro Beppino Englaro. Lo ha deciso il Tar secondo cui la ragazza di Lecco aveva "diritto" a morire in Lombardia, nonostante l'opposizione dell'allora governatore Roberto Formigoni che aveva vietato che ciò avvenisse nella regione da lui governata. I giudici hanno così motivato l'ammontare della cifra: 12.965,78 euro di danno patrimoniale (647,10 per il trasporto della paziente in Friuli, 470 per la degenza e 11.848,68 per il piantonamento fisso), 30 mila euro a titolo di «danno iure hereditatis per lesione dei diritti fondamentali della signora Eluana Englaro» e altri 100 mila come danno non patrimoniale «da lesione di rapporto parentale».
Eluana Englaro era una donna di Lecco di 38 anni che, in seguito ad un incidente stradale, visse per 17 anni in stato vegetativo. Il padre, con l'appoggio dei radicali e poi di quasi tutti i media del paese, condusse una battaglia in favore dell'eutanasia della figlia che era accudita nella casa di cura Beato Luigi Talamoni di Lecco gestita dalle suore Misericordine.
Una serie di pronunciamenti giudiziari portarono a concedere al padre la facoltà di interrompere la vita della figlia. Lo scontro si fece politico, con il rifiuto della Regione Lombardia di indicare una clinica in cui sospendere idratazione e alimentazione a Eluana e poi con la clamorosa iniziativa del governo Berlusconi di emanare un decreto per bloccarne la morte. Ma il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, respinse il decreto ed Eluana fu trasferita nella clinica "La Quiete" di Udine e qui, dopo tre giorni "senza acqua né cibo", morì, intorno alle otto di sera del 9 febbraio 2009. [...]

Nota di BastaBugie: ecco due articoli per ricordare la vicenda di Eluana Englaro dal punto di vista della legge italiana e da quello della Chiesa

LA CONDANNA A MORTE DI ELUANA
Ripercorriamo la vicenda, che continua ad essere fraintesa e distorta, della ragazza sana e forte che in orrenda solitudine è stata uccisa di fame e di sete
di Patrizia Fermani
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2460

COSA DICE LA CHIESA SULLO STATO VEGETATIVO
Un paziente in stato vegetativo è una persona, con la sua dignità
di Congregazione per la dottrina della fede
http://www.amicideltimone-staggia.it/it/articoli.php?id=41

Fonte: Tempi, 08/04/2016

4 - BERLINGUER TI VOGLIO BENE? ANCHE NO!
Verbali (finora inediti) dei vertici del Pci fanno emergere la confusione politica della leadership di Berlinguer e la sua sovietica ostilità verso Solgenitsyn e il Papa polacco
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero, 03/04/2016

E' il febbraio 1974. In Francia esce "Arcipelago Gulag", monumentale atto d'accusa contro il comunismo. Su Aleksandr Solgenitsyn si scatena la tempesta.
Quello di Breznev è un comunismo marcio, ottuso, tirannico e fallimentare che a Praga ha soffocato la "primavera" con i carri armati e in Polonia ha represso gli scioperi del dicembre 1970 facendo sparare sugli operai.
Le mummie comuniste del Cremlino fanno fronte al dissenso interno - oltre che con i lager - inventando i "manicomi politici".
Ugo Finetti ricostruisce nel suo volume "Botteghe Oscure" (Ares), cosa accade nel Pci - guidato da Enrico Berlinguer - dopo che, il 12 febbraio, Solgenitsyn viene arrestato ed espulso dall'Urss come "diffamatore della patria" e "marionetta al servizio del fascismo e della reazione".
Scrive Finetti:
"Il Pci prende quindi le distanze dalle posizioni di Solgenitsyn. E' Giorgio Napolitano, come responsabile culturale, a esprimere pubblicamente la posizione del Pci. 'Noi', scrive sull'Unità, 'certo non sottovalutiamo la natura di grave misura restrittiva dei diritti'. Napolitano rimprovera però allo scrittore un 'atteggiamento di sfida allo Stato sovietico e alle sue leggi, di totale contrapposizione, anche nella pratica, alle istituzioni'. 'Solo commentatori faziosi e sciocchi', lamenta Napolitano, 'possono prescindere dal punto di rottura cui Solgenitsyn aveva portato la situazione'".
E' significativo che a scrivere queste cose - obiettivamente imbarazzanti - sia stato Giorgio Napolitano che, dal libro di Finetti, emerge di gran lunga come il politico più illuminato, più "liberale" e saggio del Pci di quegli anni.
Questo dice quanto il Pci fosse impastato con il comunismo internazionale e quanto Napolitano abbia (sempre) mancato di coraggio. In effetti la cosa più sorprendente che si scopre dal libro di Finetti - un'analisi fredda e oggettiva dei verbali (finora inediti) dei vertici del Pci - è la confusione politica della leadership di Berlinguer che appare così contraddittoria e velleitaria, da far giganteggiare Napolitano come suo antagonista.
Finora la figura di Berlinguer è stata avvolta da una certa mitologia. Se la sua vicenda politica verrà riletta con oggettività e laicità (e il libro di Finetti è un primo passo) si capirà quanto e perché la sua ortodossia comunista e la sua ossessiva ostilità a Craxi abbiano condannato il Pci ad andare a schiantarsi sul Muro di Berlino nel 1989 (con pessime conseguenze, anche per il nostro Paese).
Non tratto qui il secondo aspetto (relativo a Craxi), ma voglio segnalare - tratti dal libro di Finetti - alcuni fatti relativi all'ortodossia comunista di Berlinguer che ci portano fuori dall'agiografia e ci aprono gli occhi sulla verità storica. Ne elenco alcuni.

GOLPE ROSSO
Dopo il "caso Solgenitsyn", nell'aprile 1975 in Portogallo prendono il potere dei militari di estrema sinistra che, con l'appoggio del Pc portoghese, estromettono dal governo i socialisti e sciolgono la Democrazia cristiana.
Proprio in quei giorni in Italia si apre il XIV Congresso del Pci e - scrive Finetti - "nella relazione introduttiva Enrico Berlinguer non ha parole di condanna".
Infatti chiama il golpe rosso "processo politico assai complicato", per poi respingere gli attacchi di "giudici altezzosi e ipocriti della condotta delle forze antifasciste portoghesi più conseguenti che cercano le vie per impedire il ritorno della reazione".
Lo stesso Paolo Spriano ricorda che a quel congresso delegati e dirigenti del Pci salutarono "con una ovazione" il rappresentante del Pc portoghese il quale "nel suo intervento difende il colpo di stato dei militari di sinistra" (Finetti). Solo nelle conclusioni Berlinguer prende un po' le distanze.
Quanto ai regimi comunisti dell'Est, Berlinguer afferma: "il dato fondamentale è che in tutti i Paesi socialisti si è registrato e si prevede un forte sviluppo produttivo... E' ormai universalmente riconosciuto che in quei Paesi esiste un clima morale superiore (...). E' un fatto: nel mondo capitalistico c'è la crisi, nel mondo socialista no".
E' appena il caso di ricordare che i regimi comunisti in quegli anni stavano affondando nella corruttela generalizzata, nella più brutale repressione e le loro economie erano ormai al collasso: la gente faceva la fame.

U.S.A. E GETTA
Apparve come un fatto storico, nel 1976, la frase detta da Berlinguer, per accreditarsi, nella celebre intervista a Gianpaolo Pansa: "mi sento più sicuro stando di qua" (cioè sotto la Nato).
Ma nelle stesse ore egli attaccò le socialdemocrazie, dove resta "l'alienazione" del capitalismo, mentre se "pure nelle società socialiste c'è forse ancora una forma di alienazione (...) là i lavoratori non si sentono più degli sfruttati". Infatti erano direttamente degli schiavi.
Il 29-30 giugno 1976, alla Conferenza dei partiti comunisti a Berlino Est, Berlinguer "evita di tornare sull'accettazione della Nato e ribadisce la condanna delle 'vie seguite dalla socialdemocrazie' ".
Poi sottoscrive il documento finale che solidarizza con il Pcus di fronte alle "campagne contro i partiti comunisti, contro i Paesi socialisti, a cominciare dall'Urss".

REGIME
Nel 1977 la Biennale - che negli anni precedenti era stata dedicata alla "Libertà in Cile" e alla Spagna liberata dal franchismo - fu dedicata al "Dissenso culturale nell'Urss e nei Paesi dell'Est". Si scatenò il finimondo.
"Il Pci condanna l'iniziativa" scrive Finetti "e i direttori della sezione teatro, Luca Ronconi, e arti visive, Vittorio Gregotti, si rifiutano di collaborare al programma sul 'dissenso' dimettendosi".
Il socialista Carlo Ripa di Meana, presidente della Biennale, che difende l'iniziativa, "registra una ostilità ben oltre l'area comunista: anche il direttore democristiano della sezione cinema si dimette" ricorda Finetti "e negano spazi, documenti e collaborazione Rai, Rizzoli, Casa Ricordi, l'Università Ca' Foscari e la Fondazione Cini presieduta dal repubblicano Bruno Visentini. E' significativo" conclude Finetti "che sul piano politico in questa vicenda regge l'asse Pci-Dc-Pri che in Parlamento blocca il rifinanziamento della Biennale".
Da allora "la posizione di Berlinguer sarà sempre più tiepida di fronte alle repressioni sovietiche tanto che a proposito del mondo in cui il Pci reagisce alla condanna dei dissidenti sovietici Sharanskij e Ginzburg il Corriere della sera – il 12 luglio 1978 – titola: 'C'è ancora l'eurocomunismo?' ".
A mettere in dubbio l'affidabilità occidentale del Pci fu anche la sua opposizione agli euromissili che la Nato decise di installare in risposta agli SS20 sovietici. Restava dunque insormontabile il "fattore K". Berlinguer, al XV Congresso, nella primavera del 1979, replicò ai critici: "Non abbiamo alcuna intenzione di rinnegare o sminuire i legami storici che il nostro partito ha con la rivoluzione d'Ottobre e con l'opera di Lenin".
Non solo.

CONTRO WOJTYLA
"L'avversione nei confronti del 'papa polacco' in nome del Concilio è una costante del Pci degli anni '80" ricorda Finetti.
E' vero che per il golpe polacco del 12 dicembre 1981, che spazza via Solidarnosc, il Pci formulerà una dura condanna e Berlinguer parlerà di esaurimento della "spinta propulsiva" della rivoluzione d'ottobre.
Ma c'è un "dettaglio" che fa riflettere. Finetti nota come "già il 28 gennaio 1981 il Pci sia a conoscenza del colpo di Stato che si sta preparando in Polonia". E "il Pci di Berlinguer - da allora fino al colpo di Stato di dicembre - non ritenne opportuno attivarsi per denunciarlo. In quel gennaio 1981 il leader del sindacato polacco Lech Walesa è a Roma. Nessun colloquio con esponenti del Pci".
Non è stupefacente?
Finetti aggiunge: "Ancora nel 1983 alla domanda 'Quale uomo stima di più in campo internazionale?', il leader del Pci non guarda certo a Willy Brandt o a Olof Palme. Risponde: 'Un tempo avrei detto Tito o Ho Chi Minh, oggi non saprei. Stimo Kadar". E' colui che andò al potere in Ungheria dopo l'invasione sovietica.

Nota di BastaBugie: per approfondimenti su Enrico Berlinguer, clicca nel link qui sotto
TRENT'ANNI FA MORIVA BERLINGUER: LE INQUIETANTI OMBRE DEL SEGRETARIO DEL PARTITO COMUNISTA
Amico di Stalin, ha servito a tempo pieno il partito che ha cercato di sovietizzazione il mondo e lo ha seminato di morti e di martiri
da Cultura & Identità
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3354

Fonte: Libero, 03/04/2016

5 - SU RAIUNO IL SEGRETARIO DELLA CEI AFFERMA CHE SI PUO' DARE LA COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI (ANDANDO CONTRO L'INSEGNAMENTO DELLA CHIESA)
Intanto nella diocesi di Bergamo ci si vanta di usare questa prassi già da anni e nelle Filippine la Conferenza Episcopale ordina la comunione per tutti... e in tutto il mondo c'è la gogna mediatica per i sacerdoti che non si allineano al nuovo corso
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 15-18/04/2016

Una coppia di divorziati risposati si presenta al parroco. Questi fa un discorso e alla fine dice che nella loro condizione non possono fare la comunione. Ma poi si discute, si approfondisce ed ecco il risultato: misurandosi con le parole del parroco, lui matura la decisione di non fare la comunione, lei invece fa la comunione tranquillamente. Il parroco è don Nunzio Galantino, oggi vescovo e segretario della Conferenza Episcopale Italiana, e a raccontare questo episodio è stato lui stesso domenica scorsa in TV nel programma di RaiUno "A sua immagine". [...]
Monsignor Galantino - che era lì per spiegare l'esortazione apostolica Amoris Laetitia - ha raccontato questa storia per far capire cosa significhi discernimento, accompagnare le persone caso per caso: stesso discorso a stessa coppia, due "coscienze" diverse.
Si tratta di un episodio molto interessante, che sicuramente accomuna altri preti, alcuni dei quali non per niente - come don Nunzio - hanno colto l'occasione di Amoris Laetitia per fare outing. Finora la Chiesa ha infatti stabilito che un conto è accogliere le persone, un altro ammetterle all'Eucaristia. Davanti a situazioni oggettive di peccato come quella dei divorziati risposati (ma non è l'unica), se per vari motivi non è praticabile la separazione, l'accesso all'Eucaristia è possibile solo se c'è l'impegno a vivere in castità, come fratello e sorella. Come mi diceva un parroco in questi giorni, questo non significa vedere tutto bianco o nero, o scagliare la dottrina senza guardare negli occhi le persone: si è sempre valutato caso per caso, ma con dei criteri oggettivi. L'esempio di monsignor Galantino suggerisce invece che a cambiare non è l'ascolto e la condivisione delle fragilità delle persone (che ci è sempre stato), ma i criteri che si usano: se non c'è più un criterio oggettivo, alla fine tutto è lasciato alla coscienza (o opinione) del singolo.
A un comune fedele come il sottoscritto, il racconto non può non suscitare almeno due riflessioni.
La prima riguarda il valore dell'Eucaristia. Il Catechismo della Chiesa cattolica, dopo aver spiegato cosa è l'Eucaristia, invita a prepararsi adeguatamente prima di accostarvisi, anzitutto con un esame di coscienza, e cita San Paolo: «Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna (1 Cor 11,27-29)». E chiosa: «Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione» (no.1385).
L'adulterio è un peccato grave, e sotto questa fattispecie rientra certamente il caso dei divorziati risposati, qualunque sia il grado di responsabilità con cui si è arrivati a quella situazione. Infatti ricorda ancora il Catechismo che «l'Eucaristia non è ordinata al perdono dei peccati mortali». Davanti a un prete che non eccepisce al fatto che una persona in tale condizione si accosti alla comunione, i casi sono due: o non crede veramente che mangiare il corpo e sangue di Gesù in condizione di peccato grave porti alla propria condanna, o in fondo del destino di quella persona non gliene importa un granché.
Se un genitore vedesse il proprio figlio avvicinarsi pericolosamente con delle forbici a una presa elettrica lo bloccherebbe immediatamente anche in maniera brusca, sapendo delle conseguenze mortali di quel gesto. E non arretrerebbe neanche davanti a urla e strepiti del bambino che vuole provare quell'esperienza inconsapevole di ciò a cui va incontro. Non per obbedire a una regola, ma semplicemente perché vuole il suo bene, vuole che viva.
Nella Legenda Maior di San Francesco è raccontato un episodio della vita del santo, poi magistralmente dipinto da Giotto nel ciclo di affreschi che si possono ammirare nella Basilica superiore di Assisi: una donna era morta senza potersi confessare; San Francesco, tra lo stupore dei parenti, la fa resuscitare così che un prete possa raccogliere la sua confessione e poi lasciarla morire con l'anima in pace. Nell'affresco, sopra la donna, è raffigurato un angelo che scaccia via un diavolo con ali di pipistrello. A dimostrazione che nella Chiesa il peccato si è sempre preso sul serio; non per obbedire a una legge ma per amore delle singole persone.
Una seconda questione balza agli occhi. Ciò che monsignor Galantino e altri hanno detto in questi giorni lascia intendere che nel corso degli anni questi sacerdoti hanno tranquillamente privilegiato la propria opinione rispetto a ciò che la Chiesa ha sempre insegnato e raccomandato. A dire il vero non è neanche così sorprendente visto che da decenni nei seminari e nelle facoltà teologiche viene insegnato un magistero parallelo, lontano da quello ufficiale della Chiesa. E i risultati si vedono. Ma la domanda che ci poniamo è un'altra: se i primi a disobbedire sono certi preti, in base a quale criterio poi, questi stessi preti - magari diventati anche vescovi e cardinali - si aspettano l'obbedienza dei fedeli?

COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI, PRETI E VESCOVI IN CORSA PER ARRIVARE PRIMI
«Da "artigianato locale" a prassi della Chiesa». Così il settimanale della diocesi di Bergamo, Sant'Alessandro, con una sintesi efficace brinda alla comunione ai divorziati risposati. Finalmente «alla luce del sole», esulta monsignor Alberto Carrara, il parroco che ha firmato l'articolo. Alla luce del sole in realtà sta venendo tutta quella parte di Chiesa che in questi anni se ne è fregata altamente delle indicazioni pastorali oltre che dottrinali stabilite dal magistero. Come abbiamo già scritto alcuni giorni fa, non sorprende dopo decenni di magistero parallelo insegnato in seminari e università pontificie. Forse un po' sorprende la velocità con cui escono fuori coloro che ormai si sentono profeti della "nuova Chiesa", che la vivevano già tanto tempo prima dell'attuale pontificato.
E meno male che sabato, tornando dall'isola di Lesbo, rispondendo alla domanda di un giornalista papa Francesco se l'è presa con i media che hanno ridotto l'evento dei sinodi a un referendum sulla comunione ai divorziati risposati. Il Papa dovrebbe guardare piuttosto a preti e vescovi impegnati in una gara a chi rivela per primo di aver già dato la comunione ai divorziati risposati e a chi ne ha date di più. Come se si stessero disputando il Gran Premio della Misericordia. Non solo la diocesi di Bergamo; all'indomani della pubblicazione dell'esortazione apostolica era stato don Giovanni Cereti, sacerdote genovese trapiantato a Roma, in una intervista al Quotidiano Nazionale ad affermare orgoglioso che lui lo fa già da 40 anni. Don Cereti è l'autore di un vecchio libro sessantottino su "Divorzio, nuove nozze e penitenza nella Chiesa primitiva", ristampato per l'occasione alla vigilia del doppio Sinodo, facendo la fortuna dei sostenitori della "Comunione per tutti".
E ancora: nelle Filippine è addirittura la Conferenza episcopale a correre: «La Misericordia non può aspettare», afferma in una lettera a tutti fedeli dell'arcipelago il presidente della Conferenza episcopale Socrates Villegas. Seguiranno direttive concrete da parte dei vescovi però intanto «già fin d'ora vescovi e preti devono aprire braccia accoglienti a coloro che si sono tenuti fuori dalla Chiesa per un sentimento di colpa e di vergogna. Il laicato deve fare lo stesso».
E casomai più che con i giornalisti in generale, il Papa dovrebbe prendersela con quelli che qualcuno ha chiamato "i turiferari", e anche con i suoi collaboratori più stretti che da due anni impongono ai giornalisti il tema della comunione ai divorziati risposati. E lo hanno fatto anche all'indomani della pubblicazione dell'esortazione apostolica, per essere sicuri che il messaggio passasse chiaramente (leggere qui per una selezione degli interventi al proposito). È proprio così scandaloso sospettare che alla fin fine i due anni e mezzo di dibattito sulla famiglia servissero proprio a promuovere tale prassi?
Non sorprende perciò che lo stesso monsignor Carrara citato all'inizio si sia stupito del rumore provocato dal suo articolo. E nella replica, tra le altre cose, racconta i suoi colloqui con coppie di divorziati risposati, che vale la pena riprendere perché spiega meglio di qualsiasi altro discorso il valore che certo clero dà ai sacramenti:
«Molte volte ho incontrato persone che erano passate a nuovo matrimonio. Con loro facevo un discorso pressappoco così. "Il tuo matrimonio, il primo, quello che è fallito, è indissolubile. Questo è scritto nel vangelo. Non ce l'hai fatta a viverlo fino in fondo: vivere come una sola carne non è cosa facile, lo so perché me lo ripetono anche quelli che non si separano, e vivere così per tutta la vita è difficile".
"Ma è stato lui a andarsene via con la segretaria...", mi rispondevano; "Ma vivere insieme era diventato un inferno", "Saremmo stati costretti a fingere per tutta la vita"... Ascoltavo. Spesso ritornavano lacrime.
Continuavo: Tu protesti perché la Chiesa ti esclude dai sacramenti. Permetti che anche la Chiesa abbia qualche difficoltà a decidere, con quel vangelo in mano? Vedi tu. Puoi anche vivere la tua fede senza confessarti e fare la comunione, sei cristiano, sei cristiana a tutti gli effetti.
"Scusa, però, perché allora insistete tanto sull'eucarestia?". Ascoltavo. Non riuscivo a rispondere perché quell'obiezione, in fondo, la facevo anch'io a me stesso, alla Chiesa di cui, in quel momento, ero visto come rappresentante in qualche modo ufficiale. Mi sentivo come sdoppiato, insieme accusatore e accusato.
Continuavo: "Ma, secondo me, puoi anche decidere di accostarti ai sacramenti. Ti do l'assoluzione. Non significa però che il problema è risolto. Resta sospeso. Soltanto, in coscienza, da prete, mi pare di non poterti dire che sei condannato per tutta la vita. Tu ti assumi la responsabilità di chiedere l'assoluzione, io di dartela. E aspettiamo con fiducia".
Dopo aver dato quell'assoluzione mi sentivo sempre assolutamente tranquillo. Ho sempre pensato che, se andrò all'inferno, non sarà certo per quelle assoluzioni. Sarò forse pretenzioso ma mi sembra che la Chiesa, alla fine, mi ha dato ragione».
Ma questo è ancora niente. Perché ora si apre anche la caccia ai preti che invece non ritengono di dare la comunione a chi convive o si è risposato dopo un primo matrimonio. Il format è già collaudato: il prete fa un discorso generale, alla singola coppia o ad un gruppo, qualcuno comincia a lamentarsi delle idee retrograde e senza misericordia del parroco, c'è sempre un giornalista pronto a raccogliere gli sfoghi dei "discriminati" dal prete, e il caso è bello che montato. Segue linciaggio mediatico del prete e - in molti casi - la presa di distanza del proprio vescovo.
Il format è già diventato operativo ancor prima dell'esortazione apostolica: a suo tempo riportammo il caso del sacerdote di Cameri, diocesi di Novara, ma più recentemente a farne le spese è stato il parroco di Montemurlo, nella diocesi di Pistoia. Padre Maurizio Vismara, brianzolo e religioso betharramita, si è visto dedicare una pagina dal quotidiano locale Il Tirreno perché a una riunione di genitori con bambini che si preparano alla Prima comunione, ha detto che non avrebbe potuto dare la comunione a coloro che erano in situazioni irregolari. Uno dei presenti ha creato il caso su cui il giornale è andato ovviamente a nozze. Ma è solo un assaggio. Nei prossimi mesi ne vedremo delle belle. E magari anche l'annuncio ufficiale del prossimo obiettivo: il celibato dei sacerdoti. Forse che anche questo non potrà essere definito un ideale, ma un giogo troppo pesante per tanti preti comuni?

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 15-18/04/2016

6 - LA POLONIA STA PER DICHIARARE REATO L'ABORTO, SENZA ECCEZIONI
Dopo un'iniziale confusione sulla proposta di legge, adesso emerge che il governo non è disposto a nessun compromesso sui principi non negoziabili
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: Corrispondenza Romana, 13/04/2016

Alte cortine fumogene sono state alzate a danno del progetto di legge polacco che mira da una parte a mandare in soffitta la vecchia legge che consente di sopprimere il feto in alcune circostanze e su altro versante a qualificare l'aborto come reato. Cortine fumogene sparse sui media per adulterare il reale contenuto del testo di legge che, come appuntavamo settimana scorsa, ha ricevuto l'appoggio del governo e quindi potrebbe avere serie possibilità di diventare legge a tutti gli effetti.

CONFUSIONE INIZIALE
Qualche sbavatura dei media popolari ed imperfezione nella comunicazione da parte dei proponenti il disegno di legge, in merito al tenore letterale di alcuni passaggi dello stesso, hanno un poco contribuito alla confusione sull'effettivo significato della proposta di legge.
E così alcuni commentatori che hanno voluto, anche in buona fede, analizzare il testo sono caduti in errore su certi aspetti dello stesso, ad esempio - come è accaduto al sottoscritto - ritenendo che il disegno di legge riconoscesse un diritto soggettivo ad abortire nel caso in cui la donna fosse in pericolo di vita. Avuta in mano invece la traduzione in lingua inglese della proposta di legge, traduzione ufficiale diffusa da Ordo Iuris, uno dei soggetti che ha preparato il testo presentato al Parlamento, si è compreso che l'aborto procurato non è mai qualificato come diritto.
L'articolato di legge, come accennato, è tutt'ora in fase di definizione e quindi ci sarà tempo per successive limature, modifiche e interventi perfettivi sul testo. Chiariti quindi alcuni aspetti della proposta, si può concludere la sua ratio si ispira ai principi di legge naturale e futuri aggiustamenti tecnici saranno sperabilmente tesi ad uniformare a tale ratio tutto il corpus di questa nuova legge. Se la norma vedesse la luce, questo fatto assumerebbe un significato giuridico, politico, culturale e di fede di enorme portata per più motivi. In primis sarebbe la prova che una legge a tutela della vita e che non fa sconti alla verità morale sull'aborto può essere varata in un parlamento di un Paese europeo.

NESSUN COMPROMESSO SUI PRINCIPI NON NEGOZIABILI
Il mantra ripetuto da tempo immemore da innumerevoli uomini politici sedicenti cattolici di molti stati, il quale recita che sui principi non negoziabili un compromesso è invece ineludibile, apparirebbe immediatamente come una palese menzogna. Posto che il risultato si ottenga, la Polonia proverebbe con i fatti che leggi integralmente giuste sui beni indisponibili possono essere promulgate.
In secondo luogo questa proposta di legge - anche se alla fine fosse bocciata - fa comprendere che i tempi sono maturi per tentare di far scrivere nero su bianco in una norma varata da una parlamento che l'aborto è un omicidio. Chi sostiene che tali proposte sono destinate a naufragare alla prima raffica di vento, perchè il contesto culturale e sociale non è ancora pronto per accogliere e sostenere leggi contro l'aborto, è sconfessato da ciò che sta accadendo in Polonia. Un governo ci mette la faccia e offre il suo sostegno per tutelare la vita nascente con una legge che non è anocronistica ma che invece forse esprime un sentimento pro-life il quale, a differenza del passato, inizia a diffondersi e a permeare le coscienze di molti. Non una legge che riflette un ideale platonico disincarnato dal tessuto sociale, ma probabilmente una legge che fa eco a certe nuove sensibilità culturali, sociali e religiose.
Terzo aspetto rilevante: il portato culturale, morale e spirituale della fede cattolica entra in un'aula di parlamento. In un comunicato del partito nazional-conservatore Diritto e giustizia (Prawo i Sprawiedlywosc - PiS) che appoggia la nuova norma così possiamo leggere: «Dobbiamo e vogliamo restaurare il primato dei valori cristiani di difesa della vita, e distanziarci dal comodo mainstream dell'Europa secolarizzata. È la promessa fatta agli elettori: ritorno alle tradizioni cristiane».

UNA FEDE NON NASCOSTA
La fede come tronco e rami da cui fiorisce il bene comune. Una fede non nascosta e mimetizzata sotto i panni di vaghi "diritti civili", ma una fede che viene riconosciuta come fonte di ogni giustizia anche umana. Ultimo motivo, tra i molti, per cui questa proposta di legge è letteralmente rivoluzionaria. La Polonia viene da una legge abortista, eppure sta facendo dietro front. Siamo abituati da decenni a scivolare lungo il piano inclinato che conduce al male. Il divorzio ha portato al divorzio express.
L'aborto ha condotto alle pillole abortive. La fecondazione artificiale omologa ha aperto le porte a quella eterologa, all'utero in affitto, alle sperimentazioni sugli embrioni. Il testamento biologico è stato in molti paesi anticamera per l'eutanasia. Il riconoscimento giuridico delle convivenze ha partorito i "matrimoni" omosessuali. E così via. Forse per la prima volta in modo così eclatante qualcuno è riuscito ad invertire l'inclinazione di questo piano, anzi a ribaltarlo.

CAMBIARE SI PUÒ
La proposta di legge polacca allora è la prova provata che cambiare si può, è la confutazione dell'atteggiamento pessimista - spacciato come sano realismo - il quale predica, anche in casa cattolica, che indietro non si torna e ci dobbiamo tenere per sempre le nostre leggi su aborto, fecondazione artificiale, "nozze" gay et similia. Solo pensare l'opposto è poco prudente ed indice di una ingenua psicologia tendente al fantastico e alla creduloneria. Atteggiamenti che tra l'altro denotano mancanza di fede in Dio il Quale tutto può. Lo stesso spirito che ha animato i proponenti di questa novella legislativa è anche quello degli organizzatori e partecipanti la prossima Marcia per la Vita.
Questa non è un colorato happening di nostalgici dei valori non negoziabili di ratzingeriana memoria, non esprime un manifesto infarcito di mere dichiarazioni di lodevoli intenti, non vuole appiattirsi e scolorarsi a manifestazione simbolica perché tutto rimanga come prima. Ma vuole affermare con forza che cambiare si può, che l'aborto è un delitto e che tale deve essere considerato anche dal nostro legislatore. La speranza pare che da oggi parli polacco.

Fonte: Corrispondenza Romana, 13/04/2016

7 - REFERENDUM SULLE TRIVELLE: I COSTI ECONOMICI, POLITICI, SOCIALI E CULTURALI DI UN BUCO NELL'ACQUA
E intanto negli ultimi anni c'è stata la chiusura forzata di pezzi importanti dell'industria italiana: Ilva, Tempa Rossa, Bagnoli... e così diventiamo, ingenuamente, più poveri
Autore: Stefano Magni - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 18/04/2016

Il referendum del 17 aprile ha mancato il quorum. Alle ore 23, al momento della chiusura delle urne, aveva votato il 32% degli aventi diritto. Ancora lontano, dunque, dal 50% +1 necessario a rendere valido il voto. Ha vinto la battaglia per l'astensionismo, sostenuta questa volta, anche dal premier Matteo Renzi. E ha vinto, indirettamente anche la campagna per il No, dei contrari alla chiusura delle piattaforme estrattive entro le 12 miglia dalla costa. "Hanno vinto i lavoratori", dichiara il premier, subito dopo la chiusura dei seggi.

300 MILIONI DI EURO BUTTATI AL VENTO
Perso il referendum (vinto, se ci poniamo dal punto di vista del No), si inizia a fare un bilancio e a valutarne i costi. Economicamente parlando, è stata una spesa pubblica ingente: circa 300 milioni di euro. Servivano per allestire i 61.562 seggi su tutto il territorio italiano, più la mobilitazione delle forze dell'ordine, la logistica, il materiale di cancelleria, gli scrutatori e la gestione del voto a distanza di quasi 4 milioni di italiani residenti all'estero. Si tratta di 300 milioni di euro di spesa pubblica completamente persi, bruciati. Si poteva prevedere lo spreco? In un certo senso, sì. Infatti, per la prima volta nella storia italiana, questo referendum abrogativo non è nato da una proposta popolare, ma dall'iniziativa di una minoranza di 10 Regioni. Una di queste, l'Abruzzo, ha cambiato idea e si è ritirata dal comitato per il Sì lo scorso gennaio. Dunque 9 élite politiche regionali, rappresentative di una popolazione complessiva 23 milioni di italiani (loro opposizioni regionali comprese), hanno chiamato alle urne 47 milioni di italiani, anche quelli di regioni che non c'entrano nulla con il mare e con le piattaforme marittime. A urne chiuse, è notevole che il quorum non sia stato raggiunto neppure nelle regioni promotrici del referendum (con l'unica eccezione della Basilicata) anche se il costo, ora, è equamente distribuito fra i contribuenti di tutto il Bel Paese. Solo questo sarebbe un punto a favore del federalismo fiscale, se ancora ci fosse qualcuno sensibile a questo messaggio.

I COSTI POLITICI
I costi politici sono ancora più pesanti, per tutti coloro (e sono tanti) che hanno sostenuto la campagna del Sì. Beppe Grillo, all'indomani del lutto per la morte di Gianroberto Casaleggio, ora deve digerire una grave sconfitta. Il Movimento 5 Stelle aveva investito molto in questa consultazione popolare, per affermarsi come prima forza ecologista del paese. La Lega Nord, che si era accodata alla campagna del Sì, più per dare addosso a Renzi che non per amore di regioni marittime che sono soprattutto al Sud, ora riporta una sconfitta in una battaglia non tipicamente sua. Matteo Salvini si è esposto personalmente, ora ne subisce le conseguenze. Peggio ancora ne esce Forza Italia, che ha condotto una svogliata campagna a favore del Sì (anche qui per ragioni di opposizione a Renzi, più che per convinzione anti-trivelle), ma al momento buono il suo stesso leader Silvio Berlusconi si è astenuto dal voto, senza dare indicazioni. Se già non è chiara l'immagine dell'attuale Forza Italia, d'ora in poi lo sarà ancora meno. Ha perso anche la sinistra "dem", l'opposizione a Renzi interna al Pd, ha perso Michele Emiliano, ex magistrato e governatore della Puglia, in primissima linea nel promuovere la cause del Sì. Nella sua regione non si è neppure raggiunto il quorum. I costi maggiori li subisce soprattutto l'istituto referendario in sé. Negli ultimi anni, su 8 volte che si è votato, solo in un caso si è raggiunto il quorum, nel 2011, quando la gente andò spinta dall'onda emotiva di un evento lontano dall'Italia: il disastro di Fukushima, che indusse a esprimere un voto contro il nucleare.

LA SCONFITTA DELL'INFORMAZIONE
Il costo sociale, pagato da tutti, è dovuto però alla sconfitta dell'informazione corretta. E' raro vedere notizie così contraddittorie, confuse o palesemente false come quelle che sono state diffuse nel corso della campagna referendaria. Si votava per le "trivelle", quando non c'erano trivellazioni in ballo, contro il petrolio e le sue "lobby", quando solo una minima parte delle piattaforme in gioco lo estraevano. Si votava convinti di non mettere a rischio posti di lavoro, quando invece il settore impiega direttamente 11mila persone e indirettamente altre 21mila. Ci si è messo anche il cantante Adriano Celentano, a intorbidire un quadro già confuso: il "re degli ignoranti" (così si definiva lui stesso), ha citato il dato implausibile di 22mila bambini che rischierebbero il cancro. A causa dell'estrazione del metano? Si è parlato di "cessione di sovranità nazionale", quando in ballo erano solo rinnovi di concessioni a piattaforme già esistenti da decenni, alcune anche da 40 anni. Si è parlato e straparlato contro lo sfruttamento delle multinazionali a danno dei mari d'Italia. L'Eni, in effetti, è una multinazionale, ma di proprietà dello Stato italiano. Si è detto che le piattaforme fossero esenti da royalties e che le Regioni non ricavassero alcun beneficio dall'estrazione di idrocarburi. Dimenticando però che, fra royalty, canoni d'esplorazione e produzione, tassazione specifica e imposte sul reddito delle società, le imprese che estraggono le risorse energetiche pagano il 63,9%. Per quanto riguarda le royalties, pari al 7% (per il gas) e al 4% (per il petrolio) sul totale dei ricavi (senza sottrarre i costi, dunque), esse vanno al 55% alle Regioni e al 45% allo Stato [leggi: LE MENZOGNE DEL VIDEO DEI VIP, SPONSORIZZATI DA GEENPEACE, clicca qui, N.d.BB].
Il costo politico e personale peggiore l'ha pagato l'ormai ex titolare del Ministero dello Sviluppo Industriale, Federica Guidi. Senza i riflettori puntati sul referendum e sugli idrocarburi, l'indagine sulle autorizzazioni a Total per il giacimento lucano di Tempa Rossa non sarebbe diventato un circo mediatico di questa portata. Con la pubblicazione delle conversazioni telefoniche fra la Guidi e il suo compagno Gianluca Gemelli, sospettato di "traffico di influenze illecite", si è raggiunto un nuovo record negativo nella correttezza dei rapporti fra giustizia e mass media.
E questi sono solo i costi più evidenti di un grande buco nell'acqua fatto dal referendum.

Nota di BastaBugie: Robi Ronza nell'articolo sottostante dal titolo "La guerra santa contro l'industria" parla del referendum sulle trivelle, Tempa Rossa, Bagnoli, Ilva e fa notare come nel corso dell'ultimo decennio non si è fatto che assistere alla graduale chiusura dell'industria italiana. Intanto la stampa cavalca l'onda e lancia l'immagine, lontana dalla realtà, di un paese verde che va in bicicletta. Il tutto ha l'evidente obiettivo di andare contro l'industria e renderci tutti più poveri.
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su La nuova Bussola Quotidiana il 08-04-2016:
L'imminente referendum a favore della sospensione indiscriminata dell'attività di estrazione e di ricerca di idrocarburi al largo delle coste adriatiche (il cosiddetto referendum "contro le trivelle") e l'altrettanto indiscriminata campagna di discredito contro l'estrazione di petrolio in Basilicata sullo spunto del caso Tempa Rossa, vengono di nuovo a ricordarci quale sia al fondo il principale ostacolo allo sviluppo del nostro Paese: si tratta della radicale distanza fra la realtà delle cose il suo ordine costituito laico-progressista, che è sostanzialmente di obbedienza nordeuropea.
Nella realtà siamo la seconda economia manifatturiera d'Europa e uno dei primi Paesi manifatturieri del mondo, anche se da qualche anno stiamo perdendo punti; e nella realtà, con 1,6 abitanti per autoveicolo, siamo uno dei Paesi più motorizzati del mondo. Se invece andiamo a vedere l'Italia come ce la fanno raccontare i padroni del vapore della cultura e della comunicazione, ecco entrare in scena un Paese che non c'è: un Paese che gode all'idea di de-industrializzarsi e che vuole andare sempre ed ovunque in treno, in tram e in bicicletta.
E' questa una divaricazione in cui c'è qualcosa di schizofrenico, ma anche qualcosa di sospetto. Dall'inizio del corrente decennio, di pari passo con il progressivo ritiro degli Stati Uniti dal Mediterraneo e con il potenziale spostamento verso l'Italia del baricentro dell'Europa, nel nostro Paese hanno preso vigore forze sociali ed economiche le quali giocano a favore della sua deindustrializzazione. Grandi capitali, grandi centrali sindacali, intellighenzjia di sinistra e multinazionali della comunicazione vi s'intrecciano in modo sorprendente ma significativo: si pensi ad esempio al gruppo L'Espresso/la Repubblica, e al gruppo televisivo Sky con tutta la capacità di trascinamento che hanno nell'ambiente giornalistico ed editoriale anche ben al di là dei media che direttamente controllano. Beninteso, non c'è bisogno di pensare ad alcun complotto, ad alcuna segreta stanza da dove un ristrettissimo e segreto gruppo di grandi burattinai tirano i fili di una congiura planetaria. Di cose del genere non c'è oggi alcun bisogno. Sono processi che non implicano alcun puntuale sistema di pilotaggio. Si tratta semplicemente (si fa per dire) di dislocare o riorientare forze di adeguata entità, e poi tutto il resto accade di conseguenza.
Facciamo qualche esempio: tra il 2010 e il 2011 Sergio Marchionne e John Elkann dicono esplicitamente che "l'Italia deve decidere se vuol continuare a essere un Paese che produce automobili". Si vedano al riguardo i loro interventi, tuttora accessibili a chiunque grazie a Internet, al Meeting di Rimini rispettivamente del 2010 e del 2011. Dalla stampa non si leva il minimo grido di allarme, né dal proverbiale Palazzo della politica viene il minimo segno di attenzione. Passano pochi anni e la Fiat, assorbita dalla Chrysler, si trasferisce in Olanda e di là parte per l'America lasciando in Italia soltanto alcuni stabilimenti. La docile discrezione con cui la stampa italiana accoglie l'esodo della storica pietra angolare dell'industria manifatturiera del nostro Paese la dice davvero lunga sulla sostanza del potere in Italia.
A Taranto c'è (o sarebbe meglio dire, c'era) l'Ilva, il maggior centro siderurgico d'Europa, 12 mila dipendenti, il più grande impianto industriale del Mediterraneo. Grazie a un combinarsi di pretese di ogni genere, l'adeguamento del sito e dei suoi impianti a modi di produrre più rispettosi dell'ambiente diventa un'impresa sovrumana fino a provocare il collasso dell'azienda. Il 26 luglio 2012 il governo del tempo tenta di intervenire con un commissario, ma quel giorno stesso un singolo magistrato, il giudice per le indagini preliminari di Taranto, sequestra gli alti forni dell'acciaieria "senza facoltà d'uso" bloccandone così la produzione. Si aggiungerà poi pure il sequestro in quanto "corpi del reato" di prodotti finiti pronti per la consegna. In difesa dell'acciaieria ci si sarebbe attesi che scendessero in campo a testa bassa sia i dipendenti che la stessa città, della quale l'Ilva era di gran lunga la maggiore risorsa economica. Nient'affatto: sindacati e operai, placati dalla cassa integrazione, non battono ciglio e nel 2013 il Comune arriva a convocare un referendum consultivo sulla sorte dell'impianto. Il referendum fallisce perché si reca a votare solo poco meno del 20% degli aventi diritto. Di questi però un po' più dell'80% vota per la chiusura dell'impianto (forse anche confidando sulla cassa integrazione a vita dei dipendenti). Adesso l'Ilva è in vendita, ma ovviamente non la vuole nessuno, salvo chi sarebbe soltanto interessato a farla a pezzi.
Nel caso infine di Bagnoli, in questi giorni alla ribalta, siamo di fronte alla questione del risanamento di una vastissima area industriale dismessa cui si sarebbe dovuto mettere mano dal 2002, ma dove da allora ad oggi in pratica non si è fatto nulla. Renzi è sceso a Napoli a presiedere un incontro di autorità locali da lui stesso promosso per sbloccare la situazione, ma il sindaco della città non vi ha preso parte per protesta (non è chiaro per protesta contro cosa) mentre manifestanti dei "centri sociali" raccoltisi sul lungomare si scontravano con la polizia.
Dall'inizio del decennio insomma non si cessa di assistere in Italia all'esodo o allo sconquasso di grandi gruppi industriali, all'indebolimento di gruppi bancari e al mancato avvio di importanti operazioni di ricupero e di riuso di siti industriali. Con l'imponente appoggio di... artiglieria della stampa più diffusa, una volta si oppongono i sindacati nazionali storici, un'altra ancora i "verdi", un'altra dei notabili locali, un'altra non si sa neanche bene chi, ma in fin dei conti il risultato non cambia. Al di là di tutti i motivi immediati e specifici non sarebbe allora il caso di cominciare a pensarci e a tirarne qualche conseguenza? Il pianeta è fertile e l'uomo che nel mondo non è un intruso bensì la sua unica presenza consapevole e responsabile - può abitarlo non solo senza danno ma anzi con positivo impatto sulla natura. L'ambiente non c'entra, in realtà è in ballo qualcos'altro.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 18/04/2016

8 - IL CARDINAL SCHONBORN DICE CHE CI SONO ELEMENTI DI VERITA' ANCHE IN SITUAZIONI DISORDINATE, MA SBAGLIA!
Con il pretesto di non poter giudicare si vorrebbe, con le circostanze attenuanti, far diventare buono un adulterio, un aborto, una fecondazione artificiale... ma ciò non è possibile
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: Il Timone, marzo 2016 (n. 151)

Il cardinale Christoph Schönborn viene intervistato lo scorso 26 settembre da Padre Antonio Spadaro per La Civiltà Cattolica. Il discorso finisce sulle convivenze e il porporato invita a «guardare e discernere in una coppia, in un'unione di fatto, in dei conviventi, gli elementi di vero eroismo, di vera carità, di vero dono reciproco. (...) Chi siamo noi per giudicare e dire che non esistono in loro elementi di verità e di santificazione?». Secondo l'alto prelato a volte ci sarebbe del bene nel male e quindi occorrerebbe valorizzarlo. La posizione di Schönborn esprime un'idea abbastanza diffusa in casa cattolica e più volte emersa nei lavori sinodali sulla famiglia. E così ci sono elementi di verità nella convivenza come l'affetto dei conviventi, etero o omosessuali che siano, o nella fecondazione omologa, come il fatto che il bambino crescerà con i suoi genitori biologici e via dicendo.

LA LEGGE MORALE NATURALE
Ma la morale naturale, e quindi quella cattolica, non la pensano così. Per comprenderlo ci dobbiamo rifare alle fonti della moralità: oggetto, fine e circostanze. Fine buono e circostanze non hanno il potere di cambiare un oggetto malvagio. Rubare è malvagio. Il fine buono di farlo per i poveri - elemento buono dell'atto rubare - non cambia la natura dell'atto. La condizione positiva di aver rapinato una banca trattando con fare gentile i clienti e i cassieri non muta l'oggetto malvagio dell'atto. La condizione di aver instaurato una convivenza ricca di affetto non muta la malvagità della convivenza. La condizione di far crescere un bambino, concepito in provetta, con i propri genitori o il fine buono di avere un bambino con le tecniche di fecondazione in vitro non muta la malvagità di queste pratiche.
Quindi un fine buono e una modalità buona (condizione) di compiere un atto malvagio non mutano l'oggetto malvagio dell'atto, ma possono solo mutare la responsabilità soggettiva dell'agente: minor responsabilità per il rapinatore per aver rapinato con gentilezza rispetto ad aver usato modi bruti; minor responsabilità per il ladro per aver rubato al fine di dare tutto ai poveri; minor responsabilità dei genitori per aver fatto ricorso alla Fivet per avere un figlio e non per venderlo a terzi. La responsabilità dunque può aggravarsi o pesare di meno a seconda del fine perseguito e della circostanza. Così alcuni elementi buoni in astratto possono per paradosso ridondare negativamente sulla responsabilità individuale: rubare con destrezza accresce la responsabilità del ladro; fare il male con astuzia e raggiri è peggio per l'agente perché lo porta a fare il male con più efficacia.

UN ESEMPIO ILLUMINANTE
È il caso di Satana: anche in lui ci sono elementi buoni, come ad esempio l'eccezionale intelligenza, però è usata per fini malvagi: meglio sarebbe per lui che facesse il male stupidamente. È peggio per la persona omosessuale "volere bene" al compagno, perché vive più profondamente l'omosessualità, tendenza intrinsecamente malvagia e la consolida in sé e nell'altra persona. È peggio per i conviventi "volersi bene", perché fortificano un vincolo che è intrinsecamente disordinato: il vero affetto significherebbe volere l'oggettivo bene dell'altro e la convivenza non è il bene dell'altro. Quindi il valorizzare intelligenza, affetto etc. vale in ambito speculativo. In ambito pratico - cioè della morale - un talento se usato male diventa condanna per l'agente, si perverte e diventa un aggravio di colpa.
Quindi bisogna distinguere il piano teoretico/speculativo da quello morale/pratico. Nel primo caso il talento dell'intelligenza, della destrezza, l'affetto, etc. sono elementi di per sè buoni. Nel secondo caso occorre verificare come questi talenti o passioni vengono usati o come si incardinano in un dato atto. Anche Gesù lodò l'amministratore disonesto (Lc 16, 8), ma era una lode speculativa, riguardante la sua sola abilità nell'alterare i registri. Ma sul piano pratico sarebbe stato meglio per l'amministratore rubare senza destrezza perché avrebbe provocato meno danni (di cui risponderà) e non avrebbe usato di un suo talento per fini diversi da quelli voluti dalla natura e da Dio. In altre parole se la natura dell'atto o della condizione è malvagia avvelena anche tutti i frutti buoni.
E dunque potremmo concludere in sintesi che gli elementi di verità sono tali sul piano teoretico, invece sul piano pratico - dato che si sostanziano in "fine" e "circostanze" - non possono incidere su un atto che per sua natura è malvagio o su una condizione che di suo è già disordinata, ma possono solo mutare, in peggio o in meglio, la responsabilità dell'agente. Infatti a livello speculativo si parla di "verità-menzogna", su quello morale di "bene-male".

IL MALE CHIAMA A SÉ ALTRO MALE
Questo tema che riguarda l'esistenza di presunti semina boni in malo va spesso a braccetto con quello che riguarda la dinamica della perfezione. Si argomenta così ad esempio: le convivenze non sono ancora pienezza di amore coniugale ma si instradano verso quella direzione. L'omosessualità potrebbe essere il primo passo di conversione verso una sana relazione eterosessuale. Il discorso non regge perché la perfezione è sì un cammino sempre tendente alla crescita e quindi moto verso la pienezza, ma nel senso che ad un bene si aggiunge un altro bene. Ad esempio ad una virtù se ne aggiunge un'altra oppure si vive più profondamente la stessa virtù.
Quindi la perfezione è un moto che da un bene procede verso altro bene, è un completamento di un bene. Il male non può essere incipit di pienezza, ma contraddice la pienezza. Solo la decisione di abbandonare il male è incipit di pienezza. Il male non è il primo passo verso il bene, bensì è il primo passo verso un male maggiore. Ed infatti come il bene chiama a sé altro bene (virtù), il male chiama a sé altro male (vizio). Suggerendo ai conviventi di continuare la convivenza o alle persone omosessuali di continuare ad assumere condotte omosessuali si instradano queste persone non verso la perfezione morale, bensì verso la sua degradazione. In caso contrario dovremmo suggerire ad un alcolista, come rimedio per diventare sobrio, quello di continuare a bere.

Fonte: Il Timone, marzo 2016 (n. 151)

9 - OMELIA V DOMENICA DI PASQUA - ANNO C (Gv 13, 31-33.34-35)
Amatevi, come io ho amato voi
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 24 aprile 2016)

Il Vangelo di questa quinta domenica di Pasqua ci insegna quella che deve essere la misura del nostro amore fraterno. L'esempio che dobbiamo imitare è molto grande, il più grande che potessimo avere. Non dobbiamo amare il prossimo come lo ama una qualsiasi persona buona, ma come Gesù ci ha amati e continuamente ci ama. Comprendiamo subito una cosa: non riusciremo mai ad uguagliare l'amore di Gesù. Per quale motivo, dunque, Egli ci dice: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34)?
La risposta penso sia soltanto una: Gesù ci dice di imitare un modello irraggiungibile per farci comprendere che dobbiamo e possiamo sempre migliorare e crescere nella carità. Non ci sarà mai un momento nel quale potremo dire di amare abbastanza.
Com'è che Gesù ci ha amati? Ci ha amati fino a morire in Croce per noi, fino al Sacrificio supremo, fino al dono dell'Eucaristia, e fino a donarci, dall'alto della Croce, quanto aveva di più caro: la Madre sua quale Madre nostra tenerissima. Poteva dimostrarci un amore più grande? Certamente no! Egli ha dato tutto: la sua vita e il suo amore per noi.
Sul suo esempio, dobbiamo amarci gli uni gli altri. A questa scuola divina, comprenderemo facilmente che la prova sicura dell'autentica carità è il sacrificio. Infatti, solo chi ama è disposto a sacrificarsi per una persona, fino a donare tutta la sua vita. Così fanno i genitori con i figli, così fanno le persone che si amano autenticamente e non sono accecate dall'egoismo. L'egoismo è l'esatto contrario dell'amore. L'amore è donazione; l'egoismo è solo ricerca del proprio tornaconto. Pensiamo a quante famiglie si sfasciano. Per quale motivo tante divisioni? Si sta insieme solo fino a quando ci è utile, ma quando c'è da affrontare qualche sacrificio, allora si molla tutto. Non era Gesù la misura dell'amore, ma unicamente il nostro io.
Dobbiamo un po' tutti convertirci dall'egoismo all'amore. Tanti si illudono di amare; ma, in realtà, cercano solo il proprio benessere. Se di fronte al sacrificio noi non amiamo più, allora significa che in realtà non abbiamo mai amato, ma abbiamo unicamente cercato il nostro io nelle consolazioni e nei benefici che ci venivano dalle persone che ci illudevamo di amare. È regola infallibile che i veri amici si vedono solo al momento della prova. Di questi veri amici, purtroppo, ce ne sono sempre molto pochi. Amare, dunque, costa sacrificio, e non può essere diversamente.
Sospinti da questo amore per il prossimo, Paolo e Barnaba predicavano il Vangelo fra molte difficoltà e opposizioni. I due Santi non badavano però a tali persecuzioni perché dicevano: «Dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni» (At 14,22). Da loro impariamo che, se veramente vogliamo bene al nostro prossimo, innanzittutto dobbiamo ricercare il loro bene spirituale, la loro salvezza eterna. Per salvare le anime, Paolo e Barnaba non badavano ai sacrifici che inevitabilmente dovevano affrontare. Tutto era poco in paragone alla salvezza dei fratelli. Si sarebbero poi riposati in Paradiso; ma, finché erano su questa terra, c'era da lottare.
Una volta lasciata questa terra, avremo la giusta ricompensa. San Giovanni, nella seconda lettura di oggi, ci dice che in Paradiso Dio «asciugherà ogni lacrima [...] non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno» (Ap 21, 4). Pensiamo spesso al Paradiso e comportiamoci in modo da meritarlo.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 24 aprile 2016)

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