BastaBugie n°451 del 27 aprile 2016

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1 LIBERTA' DI RELIGIONE E DOVERI POLITICI VERSO LA VERA RELIGIONE
Le religioni possono godere di un vero rispetto solo dentro una civiltà in cui politica e fede cattolica tornino a saldarsi
Autore: Stefano Fontana - Fonte: Bollettino di dottrina sociale della chiesa
2 IL SUCCESSO (AVVELENATO) DELLA CARNE HALAL OVVERO CONFORME ALLA SHARIA
Tutti i rischi per la salute degli uomini a causa del rigurgito gastrico e dei batteri nel sistema digestivo dell'animale, il problema delle feci e delle minori precauzioni per la carne halal
Autore: Davide Graco - Fonte: Radici Cristiane
3 AMORIS LAETITIA E COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI: RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI
Dopo due anni di sinodi, documenti e interviste ambigue... per salvarsi è meglio seguire ciò che la Chiesa ha sempre insegnato (invece in tema di immigrazione...)
Autore: Francesco Agnoli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
4 VALE LA PENA STARE INSIEME SOLO PER I FIGLI? IO, DA FIGLIA, RISPONDO SI
Lettera aperta ai miei genitori che non si sono separati nonostante accuse reciproche, silenzi e parole come coltelli
Fonte: Blog di Costanza Miriano
5 L'ACCADEMIA DELLA CRUSCA DIFENDE L'USO DELLA PAROLA BABBO
''Papà'' è un vecchissimo francesismo, usato anche nel nord Italia, mentre ''babbo'' risulta un'espressione tipicamente italiana diffusa soprattutto in Toscana
Autore: Norma Alessandri - Fonte: La Nazione
6 COME E PERCHE' LA MAFIA CINESE FA AFFARI IN ITALIA
Traffico di esseri umani, contraffazione di marchi, droga, riciclaggio di denaro, estorsione, prostituzione e altro ancora
Fonte: Laogai Research Foundation
7 SEMPRE PIU' BAMBINI COSTRETTI A CAMBIARE SESSO
Il documento dei pediatri americani in otto punti è un accorato appello a respingere l'ideologia gender
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
8 L'ITALIA DI FRONTE ALLA IRRESISTIBILE AVANZATA DELL'UTERO IN AFFITTO
Assolti i due coniugi che erano ricorsi all'utero in affitto in Ucraina e così saltano ancora i ''paletti'' della legge 40
Fonte: Comitato Verità e Vita
9 OMELIA VI DOMENICA DI PASQUA - ANNO C (Gv 14,23-29)
Se uno mi ama, osserverà la mia parola
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - LIBERTA' DI RELIGIONE E DOVERI POLITICI VERSO LA VERA RELIGIONE
Le religioni possono godere di un vero rispetto solo dentro una civiltà in cui politica e fede cattolica tornino a saldarsi
Autore: Stefano Fontana - Fonte: Bollettino di dottrina sociale della chiesa, ottobre-dicembre 2015

Oggi la libertà di religione viene intesa nel seguente modo. L'uomo si trova davanti alle varie religioni, compresi l'agnosticismo o l'ateismo, e può scegliere l'una o l'altra. Il potere politico deve garantire questa sua libertà di scelta e questo lo può fare solo rimanendo indifferente a quale scelta venga fatta. L'individuo ha un libero arbitrio che precede la scelta di una religione o di un'altra e questo libero arbitrio è quanto la legge e il potere politico devono garantire. Non si garantisce una scelta ma la libertà di scegliere. La libertà di religione è intesa come la possibilità di scegliere, e poi di professare, liberamente la religione scelta.
Il potere politico è quindi agnostico verso la religione e le religioni, non entra nel merito, non la considera una dimensione a se confacente. Il motivo per sostenere questo, di solito, è il principio di laicità al quale dovrebbe attenersi il potere politico. Se esso distinguesse tra religione e religione eserciterebbe una specie di protettorato per l'una o per l'altra.

PERCHÉ QUESTA CONCEZIONE È SBAGLIATA
Questa concezione è sbagliata. In questo modo, la libertà di scelta è indifferente al contenuto di verità delle varie religioni. Se viene pubblicamente riconosciuta all'individuo la possibilità di scegliere ogni religione, vuol dire che non c'è una religione più vera di altre né una religione che contenga degli errori pericolosi per l'uomo e per la società. Ognuna potrebbe essere sia vera che falsa. [...]
Così facendo, sia il singolo individuo che il potere politico accettano di non avere dei criteri razionali di verità per valutare le religioni. Questo significa che o le religioni non sono soggette a criteri di verità o che l'individuo e il potere politico pensano che la ragione sia così debole da non capire se una religione è più vera di un'altra. È evidente che, in ambedue i casi, c'è una separazione tra ragione e religione.
Ecco allora perché questa versione della libertà di religione non può essere accettata. Essa implica la separazione tra libertà e verità (delle religioni) e tra ragione e religione. Una simile separazione non può essere accettata né dalla ragione né dalla religione (cattolica).

LIBERTÀ E VERITÀ
Concentriamoci ora sulla concezione di libertà che sta alla base della visione della libertà di religione che abbiamo appena visto. Si deve distinguere tra libero arbitrio e libertà. Il primo è la pura capacità di scegliere, la seconda è l'esercizio della scelta secondo il bene. Fare il male comporta la perdita della propria libertà. Il libero arbitrio è una pura capacità di scelta e, quindi, è moralmente non significativo e assolutamente astratto. La libertà vera si ha nella scelta fatta secondo il bene; la schiavitù vera consiste nella scelta del male. San Paolo o Socrate in carcere erano liberi, un terrorista o uno stupratore fuori dal carcere non sono liberi.
L'esistenza di una libertà precedente il bene e il male è l'idea della modernità, ma non è l'idea cristiana. Si tratta di una libertà astratta, vuota e assoluta, che diventa essa stessa giudizio del bene e del male. Se una cosa non è scelta liberamente è male, una cosa scelta liberamente è bene solo per il fatto di essere scelta liberamente. In questo caso Maria Santissima non sarebbe stata libera, dato che libertà era già tutt'uno con la verità. Invece la libertà è resa tale non solo dallo scegliere ma anche dalla scelta: essa ha a che fare fin da subito con la verità. Non può quindi esistere una libertà di scelta indifferente alla verità di quanto viene scelto. Ciò avviene anche nel caso della scelta della religione. Quando si sceglie una religione si compie un atto di libertà connesso fin da subito con il problema della verità. La verità delle religioni che si scelgono assume così un'importanza fondamentale per la vera libertà della scelta. La verità vi farà liberi.

LIBERTÀ DI RELIGIONE E LEGGE MORALE E NATURALE
Una evidente dimostrazione di questo è la possibilità di scegliere religioni che contraddicono principi di legge morale naturale. Una religione che richiedesse di sacrificare esseri umani agli dèi, l'uccisione degli infedeli, le mutilazioni genitali, oppure che impedisse le trasfusioni di sangue per motivi di salute, o subordinasse la donna all'uomo, che prevedesse il diritto del marito di stuprare la moglie, che imponesse forme di governo teocratiche, che prevedesse la prostituzione sacra oppure il plagio delle menti degli adepti, oppure i matrimoni combinati con bambine, oppure la poligamia o la poliandria o che ritenesse lecita l'omosessualità, oppure che prevedesse percorsi di spersonalizzazione... non rispetterebbe la legge morale naturale. Queste religioni conterebbero elementi di falsità e non di verità, di male e non di bene. Chi le scegliesse perderebbe (liberamente) la propria libertà.
Il potere politico non può allora porsi come indifferente rispetto alla varie religioni, ma deve esaminarle alla luce della ragione pubblica e dell'autentico bene comune. Non può allora ammettere un indiscriminato diritto alla libertà di religione. Ci sono religioni - oppure aspetti di alcune religioni - che non hanno diritto a essere professate in pubblico. Certo che, per fare questo, bisognerebbe che il potere politico non avesse rinunciato, come purtroppo ha fatto, all'idea che la ragione politica possa conoscere il bene comune. L'indiscriminata tolleranza per tutte le religioni è figlia della debolezza della ragione in generale e della ragione politica in particolare. Ma non si creda che ciò non dipenda anche dall'aver smesso di pensare pubblicamente che possa esistere una religione vera. La politica è incapace di concepire un bene comune che faccia da criterio di valutazione delle religioni perché ha perso di vista il suo rapporto con la religione vera. Questo è un punto su cui torneremo: il rapporto con la religione vera permette alla ragione di valutare razionalmente la verità delle religioni.

IL SILLABO
Si capisce da quanto detto che la visione preconciliare del Sillabo aveva le sue legittime motivazioni. Il bene comune della società umana implicava il rispetto della legge morale naturale. Elementi di legge morale naturale ci sono più o meno in tutte le religioni ma solo la religione cattolica la garantisce completamente. Inoltre la legge morale naturale, che in linea di principio è accessibile anche alla retta ragione, di fatto ha bisogno della religione cattolica sia per essere adeguatamente conosciuta sia per essere adeguatamente rispettata. Per questo fa parte del bene comune non solo la legge morale naturale ma anche la religione cattolica, senza della quale anche i vincoli della legge morale naturale vengono meno. Papa Francesco ha scritto nella Evangelii Gaudium che c'è un diritto a conoscere il Vangelo. Dogmi cattolici hanno fatto la storia e le eresie avrebbero distrutto la società. Ecco perché lo Stato riteneva di dover proteggere la religione cattolica e impedire le altre religioni.
I ragionamenti ora visti sono stati condotti dal punto di vista della ragione politica. Dal punto di vista della religione cattolica si deve aggiungere che la vita sociale e politica non è indifferente alla salvezza eterna delle anime. Certamente lo Stato non è la Chiesa e anche San Tommaso diceva che non si devono impedire per legge se non i peccati più gravi. Ma è evidente che l'organizzazione della vita terrena può impedire gravemente la salvezza delle anime. Tale vita terrena non ha solo un significato strumentale verso quella eterna, ha anche una sua propria dignità dovuta alla creazione, eppure, dentro l'unicità della vocazione alla salvezza, gioca un ruolo fondamentale per la salvezza o la perdizione.
Faccio notare che tutti i concetti ora visti sono rimasti perfettamente tali nel magistero successivo e odierno: che esista una legge morale naturale, che tale legge morale naturale abbia bisogno della religione cristiana, che non esista un ordine naturale completamente autonomo rispetto a Dio, che la religione cristiana abbia la pretesa di essere la religione vera, che del bene comune faccia parte la religione vera, che le persone e le società (per gli Stati vedremo poi) abbiano dei doveri verso l'unica vera religione è considerato dottrina anche oggi. In altre parole la regalità sociale di Cristo è tuttora dottrina della Chiesa. [...]

CONCLUSIONE
Per paradossale che possa sembrare, è solo il rapporto privilegiato tra ragione politica e fede cattolica che garantisce la vera libertà di religione a tutte le religioni. La fine dello Stato confessionale, la deriva violenta più che garantista dell'indifferentismo religioso, la grave intolleranza praticata da chi pretende di essere tollerante ma non tollera chi pensa che non tutto si possa tollerare, ci hanno già mostrato che le religioni possono godere di un vero rispetto, anche se non assoluto, solo dentro una civiltà in cui ragione politica e fede cattolica tornino a saldarsi. Non sono in contraddizione, quindi, i cattolici che si battono per ristabilire questo nesso ed essi non possono essere rimproverati di non rispettare la libertà di religione.

DOSSIER "POLITICA & RELIGIONE"
Leggi gli articoli che abbiamo pubblicato su questo argomento

http://www.bastabugie.it/it/dossier.php?id=6

Fonte: Bollettino di dottrina sociale della chiesa, ottobre-dicembre 2015

2 - IL SUCCESSO (AVVELENATO) DELLA CARNE HALAL OVVERO CONFORME ALLA SHARIA
Tutti i rischi per la salute degli uomini a causa del rigurgito gastrico e dei batteri nel sistema digestivo dell'animale, il problema delle feci e delle minori precauzioni per la carne halal
Autore: Davide Graco - Fonte: Radici Cristiane, febbraio 2015 (n. 111)

Il titolo ricalca quello della giornalista francese Anne De Loisy, che ha visitato gli impianti di macellazione di carne Halal ovvero "conforme" alla Sharia, denunciandone le precarie condizioni igieniche. Eppure pare che il mercato sia in espansione. Ma davvero i prodotti Halal sono sicuri, leciti e multiculturali?
Ormai l'azione coordinata dell'islam contro l'Occidente è evidente. Gli attentati di Parigi hanno risvegliato in parte timori che si pretendeva fossero infondati, ma vi sono anche altre realtà non emerse da temere. Una di queste è sicuramente il cibo halal ovvero "conforme" alla sharia, la legge islamica. Si tratta di un mercato in forte espansione, del tutto incentrato e condizionato dalle disposizioni religiose musulmane. I suoi paladini usano in continuazione delle parole-chiave, frasi studiate apposta per compiacere i consumatori occidentali, convincendoli della bontà e utilità dei metodi musulmani rispetto a quelli di tutti gli altri. Invece rendono solo evidente quanto l'islam voglia insinuarsi in tutti i livelli del vivere quotidiano europeo.

UN "SALVAGENTE" PER L'ECONOMIA?
L'halal in questo momento viene proposto come un metodo per salvare l'economia europea: è sicuramente la dialettica migliore per un Occidente pronto ad ascoltare qualsiasi cosa riguardi il guadagno. Infatti, l'Halay Italy snocciola una serie impressionante di dati: nel nostro Paese sarebbero già circa 5 milioni i consumatori di cibo halal, mentre il settore fatturerebbe da solo ogni anno 13 miliardi di euro e sarebbe oltre tutto in costante crescita, aumentando del 10-15% ogni anno. Promette salvezza economica. Sharif Lorenzini, presidente di Halay Italy, lo ha sottolineato bene all'Ansa: molte ditte sono "partite con una percentuale di certificazione tra il 3% e il 5% - ha detto – ma in tre anni sono arrivati al 60-70%. Parecchie stavano per chiudere, invece ora non riescono a far fronte da sole a tutte le richieste". Per questo, "le imprese italiane hanno cominciato ad aprirsi a nuove opportunità: se tutte fossero certificate Halal – conclude Lorenzini – in 18 mesi l'Italia uscirebbe dalla crisi". È evidente come tali affermazioni cerchino di indorar la pillola. Durante L'Halal food council, tenutosi a Roma dal 26 al 30 marzo del 2014, lo sceicco Fayez Al Shahri concluse: "Siamo pronti anche a investire in infrastrutture, ma l'Italia deve garantirci di riconoscere l'ufficialità del mercato halal".
Tutte queste cifre potrebbero essere vere o false, è impossibile capirlo. La fonte di partenza è sempre musulmana. Ma il senso è chiarissimo: conquistare con poco un'economia ormai agonizzante, promettendo di salvare posti di lavoro e capitali, ottenendo il massimo in contropartita. Non si tratta mai di un beneficio disinteressato, come quelli richiesti dall'Europa per accogliere l'Islam.

L'HALAL È SANO?
Secondo Halay Italy, in Francia, Germania e Inghilterra il 40% dei consumatori dei cibi halal non è musulmano, ma acquisterebbe questo genere di prodotti, perché li riterrebbe più sani e controllati. Il Whad, l'ente di certificazione halal italiano, rincara la dose sottolineando come "il prodotto certificato halal, per la complessità e serietà dei controlli in fase di certificazione, si proponga sul mercato come sicuro, sano, apprezzato da consumatori islamici e non". In realtà, non è detto. Basta vedere uno dei filmati in rete per constatare in quali squallidi mattatoi, privi di norme igieniche, vengono uccisi gli animali. Se non bastasse, la giornalista francese Anne de Loisy ha indagato questo mondo per tre anni, entrando infiltrata nel cuore dell'industria halal. Ne è uscito un libro dal titolo "Bon appétit!", uscito nel febbraio dell'anno scorso, che rappresenta una denuncia forte, documentata e precisa.
Innanzitutto, con la macellazione halal delle bestie, c'è il rischio di rigurgito gastrico. L'apertura dell'esofago al momento del taglio spalanca la porta ai batteri del sistema digestivo dell'animale. Il rigurgito può rovesciarsi sulla testa, in gola e nel petto. In teoria le parti contaminate dovrebbero essere rimosse, ma per non sprecarne troppe, il processo di rimozione è ridotto.
Poi c'è il problema delle feci. Spesso gli animali, non sedati per compiacere il rituale, evacuano per il terrore. Anche in questo caso i lavaggi dovrebbero essere frequenti, per eliminare gli escrementi, ma durante i cicli più intensi questo non avviene.
La ragione del successo dell'halal appare dunque subito evidente. È molto più rapido ed economico di qualsiasi altro processo di macellazione, ma grazie alle minori precauzioni.

L'HALAL È LECITO?
In Paesi come Austria, Olanda, Svizzera, Danimarca e Svezia la macellazione rituale è già vietata. Perché? Sono tutti contrari al cibo serio, sicuro e sano di cui parla il Whad? Evidentemente hanno le loro ragioni. Secondo la legge italiana, è d'obbligo indurre la perdita di conoscenza nell'animale prima di ucciderlo, invece sistemi come l'ebraico kosher e l'halal esigono che il soggetto sia cosciente, dal taglio fino al dissanguamento. Come conciliare le due cose?
Ciò che ha spinto la deputata del Movimento 5 Stelle, Chiara Gagnarli, a chiedere nel luglio scorso la modifica del decreto legislativo n.333 del 1998, così da stabilire il generale diritto allo stordimento prima della macellazione. Anche gli animalisti, stranamente deboli contro l'halal, hanno fatto partire una petizione, mentre Loredana De Patris, senatrice Sel, ha messo a punto un disegno di legge sul tema. Uno studio, dell'Efsa, Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, ha infatti stabilito che, da quando un animale viene appeso fino al primo affondo di lama, trascorrono quasi quattro minuti, mentre nel 93% dei casi il riflesso corneale cessa dopo 80 secondi dall'ultimo taglio. Un minuto e venti secondi di agonia, un tempo molto lungo. A tutto questo bisognerebbe poi aggiungere il ruolo del compressore, che viene utilizzato per staccare la pelle della carne, a volte mentre l'animale è ancora vivo.

L'HALAL MULTICULTURALE?
Nell'enfasi del politicamente corretto, c'è persino chi riesce a sostenere che l'halal possa aprire il dialogo multiculturale. Anna Maria Aisha Tiozzo, presidente del Whad, World Halal Development, in occasione dell'apertura di alcune terme venete, nel maggio dell'anno scorso, ha dichiarato che la volontà di adeguarsi, espressa da alcune aziende, dipenderebbe sicuramente dalle difficoltà economiche, ma anche dall'interesse "per altre culture" e dalla "voglia di aprirsi alle esigenze dei nuovi clienti".
In realtà l'halal soddisfa un unico target, un solo tipo di clientela ovvero il consumatore di fede musulmana. Tutti gli altri, al minimo, non ne hanno bisogno. E tuttavia il Whad cita sul suo sito anche la Nestlè, che avrebbe definito l'halal come la "pace della mente anche per i non musulmani". La pace di una mente addormentata...

Fonte: Radici Cristiane, febbraio 2015 (n. 111)

3 - AMORIS LAETITIA E COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI: RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI
Dopo due anni di sinodi, documenti e interviste ambigue... per salvarsi è meglio seguire ciò che la Chiesa ha sempre insegnato (invece in tema di immigrazione...)
Autore: Francesco Agnoli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 26-04-2016

È cambiato tutto, o non è cambiato nulla? Cosa dice Amoris laetitia? Che questa domanda, su cui decine di commentatori si sono confrontati con risposte diverse, sia possibile, è già di per sè un problema. Che poi il quid stia, all'interno di un lungo documento, in una nota a piè di pagina, la quale da sola cambierebbe una dottrina e una prassi millenaria, rende le cose molto "curiose". Che infine, la risposta di chi la nota l'ha firmata, sia sibillina, trasforma il tutto in rebus indecifrabile.
In passato, richiesto sulla posizione della Chiesa riguardo ai matrimoni gay, papa Francesco preferì rimandare al catechismo della Chiesa cattolica, testo molto chiaro, sebbene poco conosciuto dai giornalisti che lo interrogavano. Nella conferenza stampa sul volo di ritorno dall'isola di Lesbo, si è ripetuto qualcosa di simile. Così il giornalista: «Alcuni sostengono che niente sia cambiato rispetto alla disciplina che governa l’accesso ai Sacramenti per i divorziati e i risposati, e che la legge e la prassi pastorale e ovviamente la dottrina rimangono così; altri sostengono invece che molto sia cambiato e che ci sono tante nuove aperture e possibilità. La domanda è per una persona, un cattolico che vuole sapere: ci sono nuove possibilità concrete, che non esistevano prima della pubblicazione dell’Esortazione o no?».
Questa la risposta del Papa: «Io potrei dire “si”, e punto. Ma sarebbe una risposta troppo piccola. Raccomando a tutti voi di leggere la presentazione che ha fatto il cardinale Schönborn, che è un grande teologo. Lui è membro della Congregazione per la Dottrina della Fede e conosce bene la dottrina della Chiesa. In quella presentazione la sua domanda avrà la risposta. Grazie!».
Verrebbe da domandare, ingenuamente: ma il prefetto della Congregazione della Fede di alcuni anni orsono, il cardinal Ratzinger, non aveva già dato delle risposte chiare durante il pontificato di Giovanni Paolo II? E perché chiedere al cardinal Schönborn, membro della Congregazione per la Dottrina della Fede, e non invece al cardinal Muller, attuale prefetto di quella stessa Congregazione? Forse perché avremmo due risposte differenti? Ma soprattutto: possibile che dopo un documento così lungo, dopo ben due sinodi, permanga questa confusione dottrinale?
È un anno e mezzo che si discute, nella Chiesa, di ciò che non è mai stato considerato discutibile: l'approdo può essere l'incertezza, la divisione tra cardinali, vescovi e preti che danno interpretazioni diverse?
A forza di fughe in avanti, retromarce, sinodi ordinari e straordinari, interviste aeree e terrestri, distinzioni sottilissime tra dottrina e pastorale... siamo ancora a non aver capito se è possibile o meno rompere la comunione con coniuge e figli, vivere nel contempo una nuova relazione, e  ciononostante rimanere in comunione con Cristo.

RIPERCORRIAMO I FATTI
Proviamo a ricostruire brevemente alcuni fatti:
1) il Sinodo del 2014 viene anticipato da una relazione del cardinale Walter Kasper, al Concistoro del febbraio 2014, nella quale si introduce, riguardo alla dottrina insegnata dai papi precedenti, una evidente novità: la formulazione di vari casi in cui l'indissolubilità del matrimonio perderebbe, diciamo così, un po' di smalto. Indissolubilità solubile, diciamo. Ma qual'è la posizione del papa? Sembra, da alcune dichiarazioni, che egli sia in accordo con Kasper, per anni avversario di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, elogiato in più occasioni, sin dalla sua elezione, da papa Francesco. Ma da altre dichiarazioni sembrerebbe il contrario, dal momento che il Papa prende le distanze dalla casistica, sostenendo appunto che non si può farne una questione di singoli casi (Gesù «non era un fariseo casistico moralista», predica a santa Marta del 26 giugno 2014; «A me non è piaciuto che tante persone, anche di chiesa, preti, hanno detto 'Ah il sinodo per dare la comunione ai divorziati', e sono andati proprio lì, a quel punto. Io ho sentito come se tutto si riducesse a una casistica... E io non vorrei che si cadesse in questa casistica...», conferenza stampa in volo dalla Terra Santa a Roma, 26 maggio 2014).
2) In effetti, nel Vangelo, quando Cristo parla del matrimonio indissolubile, lo fa con poche, chiarissime ed inequivocabili parole. La fedeltà e l'amore cristiano hano proprio questa caratteristica: non patiscono eccezioni. Che poi ci siano casi singoli, storie individuali, questo è ovvio, ma si è sempre pensato che a leggere nel profondo dei cuori possa essere solo Dio (a cui la Chiesa non potrà mai strappare la parola definitiva, e che certamente rovescerà tanti giudizi umani)
3) Esce una Relatio intermedia, a cura di mons. Bruno Forte, a metà del Sinodo del 2014: in essa vi sono aperture alla comunione ai divorziati che vivono stabilmente una relazione adulterina, aperture sul matrimonio gay... Si viene a sapere, grazie alle domande di alcuni giornalisti e alle dichiarazioni di alcuni cardinali - Napier ed Erdo su tutti - che la Relatio è un falso. L'hanno scritta mons. Bruno Forte e padre Antonio Spadaro, senza per nulla rispecchiare il parere e le idee dei padri sinodali. Non un buon inizio per una consultazione che dovrebbe essere franca, aperta, libera. Ciò che è accaduto rivela un fatto: coloro che hanno avuto il compito di gestire il Sinodo hanno una posizione ben chiara. Portano avanti il loro pensiero, costi quello che costi, non quello dei padri. Senza subire, per questa patente violazione della dignità dei confratelli, alcun richiamo.
4) La relatio intermedia viene fatta a pezzettini dei cosiddetti Circoli minori, cioè dai padri sinodali. Il Sinodo si conclude con l'ennesimo scontro: chi lo guida, dopo aver inventato la Relatio intermedia, vuole censurare i testi contenenti il parere vero e particolareggiato dei padri sinodali. Alcuni cardinali, tra cui Pell, che papa Francesco ha nominato "super-ministro dell'Economia in Vaticano", si oppongono e ottengono trasparenza. Inizierà contro di lui il tiro al piccione dei grandi giornali italiani.
5) Il secondo tempo è il sinodo straordinario del 2015. Tra un sinodo e l'altro alcune testate "specializzate" vedi Avvenire e Vatican Insider - arano il terreno con interviste ed articoli quasi in una sola direzione: ne sono sempre protagonisti i novatori come Kasper, Marx, Cupich (che rappresentano una minoranza all'interno del Sinodo, ma la maggioranza tra i padri di nomina papale). Si ha inoltre, poco prima del Sinodo, una riforma dei processi canonici di nullità.
6) Anche il Sinodo del 2015 è una guerra intestina. Polarizzata su un solo fatto: concedere o meno la comunione ai divorziati che vivono una relazione adulterina? Archiviare o meno Humanae vitae, Veritatis splendor, Familiaris consortio? È evidente che i padri sinodali sono molto divisi; che il pressing mediatico internazionale non è stato sufficiente a spostare molti di loro dalla parte di Kasper. Si arriva così ad un documento aperto, che lascia le conclusioni al Papa. Sull'interpretazione di questo documento, le interpretazioni divergono. Si aspetta una parola decisiva.
7) Siamo così ad Amoris Laetitia: sapremo finalmente se sino ad oggi i nostri papi, cardinali, vescovi e preti ci hanno detto qualcosa di giusto, o ci hanno imposto solo il rigido fardello della legge?
La risposta viene da Kasper, che, prima ancora che il documento esca, ne fa la celebrazione e l'esegesi preventiva. Spiega che cambierà, finalmente, tutto. Ma proprio tutto. Viene a qualcuno il sospetto che il cardinale straparli; qualcuno invece può credere che non sia stato chiamato a fare il discorso del 2014 "per caso", e che, se Kasper parla di Amoris Laetitia, la conosce prima degli altri, e la apprezza... Difficile non chiedersi se i due Sinodi non siano stati un po' scenici, folkloristici, essendo la conclusione già scritta nell'introduzione.
Viene reso finalmente pubblico il documento finale e riparte la danza...

DOMANDE PER IL CARDINAL SCHÖNBORN
Al sottoscritto verrebbe voglia di chiedere il cellulare del cardinal Schönborn: «Datemi il suo cellulare, che voglio capire se per la Chiesa aver rotto il giuramento di fedeltà al proprio coniuge, magari abbandonando i figli, per unirsi ad un'altra persona, sia compatibile con le parole di Gesù». Vorrei chiedere anche se il fatto che il Papa non abbia mai detto, chiaramente, esplicitamente, che «i divorziati che vivono e intendono permanere in una condizione adulterina possono accedere alla comunione», sia dovuto, diciamo così, a prudenza, al fatto che non lo pensa, o al fatto che è lui stesso in dubbio se porsi davvero contro i suoi predecessori. Perché, infatti, se lo ritiene davvero giusto, non lo dice in modo inequivocabile, meno ambiguo, dopo quasi due anni di discussioni, e lascia che lo dicano invece, apertamente, vescovi, cardinali e giornalisti di Repubblica? Ma forse il cellulare del cardinale non serve, c'è il rischio di venire rimandati a qualche documento, chilometrico o di difficile reperibilità.
Viene spontanea una conclusione: per essere cattolici, basta rimanere attaccati al comandamento mosaico («Non commettere adulterio»), al pensiero della Chiesa (ben espresso nel giuramento «Prometto di esserti fedele sempre...») ed al Vangelo («Quello che Dio ha congiunto, l'uomo non separi»). Poche parole, molto chiare, senza interpretazioni possibili. Vanno benone per noi sempliciotti, che davanti ad una crisi matrimoniale, allo sconforto di un momento difficile, potremmo rischiare di trovare, nella dottrina-pastorale del «caso per caso», una pericolosa via di fuga. Perché, visto che ogni caso è a se stante, perché il mio non dovrebbe essere proprio uno di quelli che giustificano la rottura del vincolo?

Nota di BastaBugie: Rino Cammilleri nell'articolo sottostante dal titolo "Chiedo scusa, ma non capisco" riflette sul fatto che sull'aereo di ritorno dall'isola di Lesbo siano saliti con il Papa dodici musulmani, mentre alcuni cattolici sono rimasti là.
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su La nuova Bussola Quotidiana il 20-04-2016:
Tutti mi sono testimoni che finora, su questo Papa, sono stato zitto. Molte erano le cose che, onestamente, non mi quadravano nel suo agire, ma mi sono sempre detto: il Papa è lui, e chi sono io per giudicare? Ma sabato al telegiornale ho visto la scena straziante di un cattolico pachistano in lacrime, col cuore spezzato e la schiena pure a furia di stare genuflesso ai piedi del papa: un poveraccio che non sapeva se ridere per la gioia inaspettata o piangere per la disperazione. Ripeto: un cattolico, e pachistano.
Ed è inutile qui ribadire quel che sanno tutti sulla situazione del posto da cui scappa. Poi lo stesso tiggì mi comunica che il Papa, sul suo aereo, s’è imbarcato tre famiglie musulmane, in nome e per conto della solita Sant’Egidio. Musulmane. A chi gli ha fatto notare l’incongruenza (e non ci voleva certo un kattolico come me per accorgersene) ha risposto che: a) è stato lo Spirito Santo a ispirarlo, b) quei dodici musulmani avevano le carte in regola. Gli unici, a quanto pare, su decine di migliaia di «profughi». Uno dei quali, lungamente intervistato dallo stesso tiggì, era un nero della Sierra Leone. Profugo pure lui? E da quale guerra scappava, da quella all’Ebola?
Bene, spenta la tivù, mi sono arrampicato sugli specchi per cercare una pezza di giustificazione. Mi sono detto: vorrà apparire imparziale, far vedere che il papa è padre di tutti; magari, se avesse imbarcato solo cattolici, gli altri cristiani e pure i musulmani avrebbero potuto accusarlo di faziosità. Ma poi mi sono replicato: il papa è padre non di tutti ma dei cattolici. E se un cattolico viene posposto dal Papa a un musulmano, allora chiunque può pensare che per il papa una religione vale l’altra (questo è il «messaggio» che parte, non un altro), meglio essere musulmani che cattolici, perché Maometto difende i suoi figli, Cristo (di cui il Papa è vicario) no.
Nella stessa linea del «messaggio» lanciato con le contorsioni sinodali sulla comunione ai divorziati: non vale la pena di rispettare le regole, basta aspettare la prima sanatoria (come nell’edilizia abusiva). Siamo in una società liquida, perciò anche la religione si adegua.
Perdono, ma ciò è quanto, a questo punto, ho capito io. E, poiché faccio il saggista e giornalista cattolico da trent’anni, se questo è quel che ho capito io figuriamoci gli altri. Ora, è vero che il Papa è lui e chi sono io per giudicare, ma poiché non ci capisco più niente non so a chi altro chiedere. Chiedo scusa se il mio tono è franco e poco reverente, ma papa Bergoglio, mi pare, non ama i salamelecchi reverenziali né il bacio alla sacra pantofola, perciò ne approfitto e mi adeguo. Detto questo, ritorno nel mio guscio.
Auguri ai dodici musulmani che, al posto del gommone, hanno avuto la fortuna dell’aereo pontificio. Altri dodici musulmani in Italia. A Roma troveranno pure la più grande moschea d’Europa. Nel Pater noi cristiani preghiamo «non ci indurre in tentazione», ebbene, vedendo quanto siano rispettati, coccolati, temuti, riveriti e favoriti, pure dal Papa, i musulmani, e quanto siano sputati, derisi e vessati i cattolici, uno potrebbe cominciare a pensare che, in fondo, se «il nome di Dio è misericordia», guarda un po’, si tratta di uno dei novantanove nomi di Allah. Dunque...

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 26-04-2016

4 - VALE LA PENA STARE INSIEME SOLO PER I FIGLI? IO, DA FIGLIA, RISPONDO SI
Lettera aperta ai miei genitori che non si sono separati nonostante accuse reciproche, silenzi e parole come coltelli
Fonte Blog di Costanza Miriano, 24/03/2016

Cari mamma e papà,
un giorno per caso, in un raro momento di concentrazione tra le mille incombenze lavorative e soprattutto di cura delle vostre adorate nipoti, sono inciampata in una frase della mia scrittrice preferita che dichiarava :- a chi mi chiede se ne vale la pena stare insieme SOLO per i figli, io rispondo di sì, che ne vale la pena!- Ho pensato immediatamente a voi e al vostro rapporto di coppia così tanto imperfetto, così conflittuale, nel quale sono cresciuta. Voi che siete rimasti insieme solo per vostra figlia.
Accuse, recriminazioni, urla alternate a silenzi assordanti, musi lunghi, parole come coltelli che volavano, tregue armate, e la solita frase "restiamoinsiemesoloperiltuobene". Per il resto, sareste scappati l'uno dall'altra con grandissimo sollievo. La tentazione della separazione è stata per voi una costante, lo è tuttora, e non me lo avete mai nascosto.
In effetti siete stati una coppia con delle differenze inconciliabili, e probabilmente non avete avuto modo di capirvi fino in fondo durante il fidanzamento. Volevate una famiglia, questo sì. Tu mamma avevi alle spalle un vissuto non pacificato ed eri piena di conflitti personali, tanto da cercare una persona tranquilla ed affidabile che te li risolvesse (ma gli uomini non devono mai essere un mezzo!!), tu papà, colpito dalla bellezza di mamma, ti sei prestato a risolvere i conflitti di una donna bella ed irrisolta, tanto difficile che alla fine ti sei anche un po' stufato.
Nel mezzo c'ero io, unica figlia, vissuta nella vostra tempesta, che un po' ha consolato, un po' ha preso le parti dell'uno contro l'altro, con alleanze che mutavano capricciosamente.
In una situazione familiare così l'unica via sarebbe la separazione, ed io, soprattutto durante l'adolescenza, ho desiderato che vi allontanaste l'uno dall'altra. Credo anche di avervelo richiesto espressamente. E nel momento in cui alla fine rinunciavate per la paura di ad andare fino in fondo, ci rimanevo male. Chissà, forse desideravo egoisticamente gli apparenti privilegi della figlia vittima della separazione dei genitori, par la quale i professori avrebbero avuto occhi di riguardo, gli amici ti avrebbero consolato, i genitori ti avrebbero assecondano di più per mettere a tacere sensi di colpa. Sarei stata un caso clinico ed il mio egocentrismo esultava all'idea di essere così guardata. E poi, la fine di quel clima familiare così infelice...
Ma la croce di vedervi così nemici non è finita, per fortuna. Perché la croce di avervi separati sarebbe stata ben più pesante da portare, di questo ne sono sicura.
Oggi che ho la mia famiglia, dopo un cammino personale lungo e tortuoso, ho perdonato la vostra imperfezione e vi ringrazio. Siete stati degli EROI a non troncare il vostro rapporto, ed il vostro sacrificio non è stato inutile.
Vi ringrazio perché alla fine, avete avuto paura,
vi ringrazio perché io sono stata un buon motivo per sacrificare voi stessi,
vi ringrazio perché, sebbene inconsapevolmente, mi avete salvata dall'egocentrismo, dal vittimismo, dal tutto ruota attorno a me,
vi ringrazio perché magari, se vi foste rifatti una vita, mi avete salvata dal "assolutamente niente ruota attorno a me",
vi ringrazio perché dalla psicologa ci sono stata, ma le sedute necessarie sono state pochissime, e i danni non così pesanti,
vi ringrazio perché eravate legati al vostro decoroso tenore di vita (non chissà che tenore...ma una casa che diventano due, tutte le spese che raddoppiano evidentemente impoveriscono) e vi spaventava anche l'idea di impoverivi,
vi ringrazio perché passiamo tutti insieme le feste, e non ci dobbiamo dividere,
vi ringrazio perché nel momento in cui uno di voi ha avuto problemi di salute, l'altro se ne è fatto carico (seppur con doppia fatica),
vi ringrazio perché oggi che avete delle nipotine, fate sforzi titanici per non litigare almeno davanti a loro (visto che alla fine, non senza sforzo, ci si riesce?),
vi ringrazio perché alla domanda che vi siete posti, se ne vale la pena restare insieme solo per i figli, avete risposto di sì,
vi ringrazio perché avete fatto crescere in me tantissime domande, e con grande dolore mi avere costretto a mettermi in discussione e cercare le risposte,
vi ringrazio perché nella tempesta mi avete insegnato ad amare.
Vi voglio bene imperfetti come siete, e posso solo ringraziarvi per la vostra fragilità.
P.S. Vorrei gridarlo a tutti i genitori del modo che compiono ogni giorno questa mortificazione, che vivono un matrimonio infelice, e vorrei tanto rassicurarli che il loro sforzo è preziosissimo, un giorno lontano, alla fine, i figli ringrazieranno

Fonte: Blog di Costanza Miriano, 24/03/2016

5 - L'ACCADEMIA DELLA CRUSCA DIFENDE L'USO DELLA PAROLA BABBO
''Papà'' è un vecchissimo francesismo, usato anche nel nord Italia, mentre ''babbo'' risulta un'espressione tipicamente italiana diffusa soprattutto in Toscana
Autore: Norma Alessandri - Fonte: La Nazione, 17/03/2016

"Ché non è impresa da pigliare a gabbo / discriver fondo a tutto l’universo, / né da lingua che chiami mamma o babbo", si legge nell’Inferno dantesco, quando all’inizio del canto XXXII il poeta è in cerca delle parole più adatte per descrivere il fondo dell’universo.
Sebbene nell’opera "De vulgari eloquentia" Dante condanni fermamente l’uso delle parole “mamma” e “babbo”, classificandole come termini puerili, è facile osservare quanto l’espressione alternativa per riferirsi alla figura paterna fosse diffusa in Toscana fin dall’antichità.
Oggi, però, i toscani sono tra i pochi a usarla, ma non gli unici. Il termine “babbo”, infatti, è diffuso nella medesima accezione anche in Romagna, Umbria, Marche, Sardegna e nel Lazio settentrionale. A dirlo è Matilde Paoli, della redazione della consulenza linguistica dell'Accademia della Crusca: "Niente di più naturale: “babbo”, così come “papà” e “mamma”, è una delle prime parole che un bambino pronuncia - spiega la dottoressa Paoli - I termini affettivi per “padre” e “madre” hanno questo tipo di origine: forse non molto interessante per un erudito, ma certamente molto bello".
L’italiano moderno, accanto a “papà”, accetta anche questa forma familiare affettiva, presente in tutti i dizionari: entrambe le parole, infatti, costituiscono due “forme tipiche del primissimo linguaggio infantile, costituite dalla ripetizione di una sillaba, perlopiù formata dalla vocale a e da una consonante bilabiale (p, b, m), i suoni più facili da produrre per i bambini”, precisa la dottoressa Paoli.

LA PAROLA PAPA' VIENE DALL'ESTERO
L’espressione “papà” è un vecchissimo francesismo, usato tradizionalmente anche nel nord Italia, data la contiguità di area, mentre “babbo” risulta una espressione autoctona, ovvero assolutamente locale: "Spesso nei vocabolari viene indicata come voce affettiva - osserva ancora Paoli - in realtà nel toscano tradizionale è anche voce denotativa, perché quando parliamo diciamo “babbo” e non “padre”. Quest'ultimo termine, infatti, seleziona non solo l'italiano, ma anche una lingua molto formale".
La diatriba tra “papà” e “babbo” era una questione tipicamente ottocentesca, come si evince dalle di Giuseppe Frizzi, che del 1865 scrisse: "Padre è la voce vera e nobile, la quale si riferisce a tutti i padri in generale; e si trasporta a significare paternità spirituale, e comecchessia Colui che primo ha dato origine a una cosa. - Babbo è voce da fanciulli, ed è usata anche dagli adulti a significazione di affetto, e suol dirsi parlando del proprio padre o del padre di colui a cui parliamo. - La voce Papà è una leziosaggine francese che suona nelle bocche di quegli sciocchi, i quali si pensano di mostrarsi più compiti scimmiottando gli stranieri".

IL POPOLO PREDILIGE IL BABBO
La primissima diffusione del termine “papà”, continua Paoli, divenne una sorta di questione sociale, dove "i ricchi preferivano “papà”, al contrario le persone del popolo, quindi più genuine, prediligevano “babbo”, soprattutto in Toscana. E di fatto, ancora oggi si dice “figlio di papà”, mentre “figlio di babbo” non funziona proprio. Lo stesso Pascoli si opponeva a questa discussione, in quanto “papà” è una parola da bambino al pari di “babbo”, ed è assurdo fare una censura su questi termini".
Nella recente indagine “La lingua delle città” per misurare l'italiano parlato, è emerso come la parola “babbo” stia progressivamente perdendo terreno: in Sardegna, riporta Paoli, in particolare nelle zone di Cagliari e Sassari, il termine “papà” risulta infatti sempre più diffuso. Al contrario, “babbo natale” viene sempre preferito a “papà Natale”, mentre lo stesso termine “babbo” è apparso recentemente in una pubblicità televisiva: “un modo per riaffermare la tradizionalità e la familiarità di questo termine”, conclude Paoli. In ogni caso, auguri a tutti: papà o babbi che siano.

Fonte: La Nazione, 17/03/2016

6 - COME E PERCHE' LA MAFIA CINESE FA AFFARI IN ITALIA
Traffico di esseri umani, contraffazione di marchi, droga, riciclaggio di denaro, estorsione, prostituzione e altro ancora
Fonte Laogai Research Foundation, 14/03/2016

Traffico di umani, contraffazione di marchi, droga, riciclaggio di denaro, estorsione prostituzione e altro ancora. È il business della "Mafia cinese". Un rapporto del 2013 pubblicato da Transcrime.it riferiva che questa organizzazione si stava ramificando in vari stati dell'Unione europea, come Francia, Spagna, Regno Unito, Paesi Bassi e l'Italia. Non è affatto unitaria come Cosa nostra o altri gruppi, ma si articola a più livelli, in bande giovanili, organizzazioni criminali indipendenti e nelle Triadi (strutturata in modo complesso e con la caratteristica di infiltrarsi in altre organizzazioni).

FENOMENO SOTTOVALUTATO
Da noi si sta evolvendo, spiega il sostituto procuratore Antimafia Olga Capasso, e in zone dove le mafie sono radicate agisce «attraverso alleanze e accordi» con questa. «I clan cinesi si appoggiano così alla camorra e alla 'ndrangheta per poter usufruire della protezione necessaria per insediarsi sul territorio». Non mancano le frizioni, come nel 2002, quando a Napoli i cinesi scesero per strada e manifestarono per chiedere alla camorra di abbassare il pizzo, ottenendo quanto richiesto per non avere gli occhi dei media addosso. Oggi la mafia cinese è "testa di ponte" dell'espansione imprenditoriale camorrista in Cina.
Nonostante tutto è sottovalutata, anche se parliamo di un fenomeno che - spiega la Direzione investigativa antimafia (Dia) - si concentra in Lombardia, Toscana, Lazio, Emilia-Romagna e Campania, entro una comunità composta da circa 200 mila soggetti che aumenta del 5% l'anno (si pensi a Prato, con 50 mila unità, cioè il 30% dei residenti) che ha costruito una rete di imprese - 50 mila nel 2009 con un picco del 131,1% rispetto al 2002 - dove, per via dell'impenetrabilità delle comunità cinesi, è facile l'infiltrazione mafiosa. Le varie Chinatown, in cui si tendono a ripristinare le tradizioni cinesi, portano molti abitati chiudersi in se stessi, non facilitando né le indagini né l'integrazione.

IMMIGRAZIONE ILLEGALE E CONTRAFFAZIONE DEI MARCHI
Alla base vi è l'immigrazione illegale che, spiega Capasso, è in continua crescita dagli Anni 70 poiché i cinesi in Italia con un regolare posto di lavoro e la possibilità di richiedere un permesso di soggiorno sono un numero limitato. I viaggi, via aerea, marittima o addirittura via terra, partono dal Sud della Cina, dalle coste dello Zhejiang e del Fujian, fino all'Europa attraverso la Russia e l'Asia dopo migliaia di chilometri. All'arrivo è facile "mimetizzarsi", visto che i cinesi hanno documenti originali ma falsificati, con l'apposizione della foto dell'immigrato, che vengono poi ritirati e riutilizzati per altri irregolari.
Una volta arrivati a destinazione le vittime vengono smistate e indirizzate chi alla prostituzione, chi allo sfruttamento in nero, dopo aver contratto un debito di oltre 15 mila euro, il prezzo del viaggio. Chi non paga - e in parte ci si rifà con lo sfruttamento citato, in parte è a carico dei parenti in patria -, può andare incontro a tristi conseguenze per lui o per i suoi cari, come il sequestro di persona o peggio.
Uno dei traffici più redditizi del crimine organizzato cinese è la contraffazione dei marchi che, spiega la polizia, dai principali porti italiani di Genova, Gioia Tauro, Napoli e Taranto arrivano nei nostri mercati, specie nel Nord, un traffico stimato fra il 2 e il 7% dell'intero commercio mondiale, influenzando negativamente le finanze già oberate del nostro Paese. Uno studio del Censis quantificava il peso della contraffazione in termini di mancato gettito in oltre 5 miliardi di euro, il 2,5% delle entrate tributarie: un costo eccessivo se rapportato alla qualità scadente rispetto agli originali.

SOLDI INVESTITI IN LOCALI
L'ufficio d'analisi d'intelligence della Guardia di finanza denuncia che «l'industria del falso sottrae ogni anno alle imprese manifatturiere 6 miliardi di euro, bruciando 1,5 miliardi in termini di evasione di Iva e circa 120 mila posti di lavoro in tutta l'Unione europea». Non è un fenomeno velleitario: in una rapporto del 2006 la polizia parla del sequestro di «30 mila capi di abbigliamento con marchio contraffatto a Prato, 1.700 scarpe griffate […] a Pescara, 13 mila capi […] a Bologna, 6 container con oltre 250 mila prodotti di pelletteria e abbigliamento con marchi contraffatti […] a Napoli». A Torino «si calcola che i prodotti con marchi contraffatti sequestrati siano più di 20 mila», 50 mila a Lecce, 90 mila capi di pelletteria a La Spezia, 150 mila a Udine, eccetera.
Un fenomeno enorme che rivela una capillarità del problema e una disponibilità di liquidi molto alta; soldi poi reinvestiti sul territorio con l'acquisto di immobili, bar e ristoranti. Questa "colonizzazione del territorio" permette alla mafia cinese di radicarsi tramite esercizi dove spesso lavora personale taglieggiato e costretto a regimi di sfruttamento. Il locali sono spesso acquistati in contanti, rilevati ai precedenti proprietari con cifre altissime come buona uscita nonostante le norme anti riciclaggio limitino i pagamenti liquidi al massimo di 5 mila euro.
Successivamente le organizzazioni criminali, dopo essersi impossessati del locale, collocano una famiglia immigrata a loro scelta alla gestione del locale per restituire a tassi d'interesse d'usura i soldi prestati e il costo delle merci da vendere. Non solo: un'altra fonte di reddito prolifera è il gioco d'azzardo, svolto in bische clandestine situate o in anonimi appartamenti o nel retro di bar. Il fiume di denaro sporco ricavato delle giocate illegali, che coinvolgono cittadini italiani e cinesi, viene in parte reinvestito con l'acquisto di altri immobili, in parte trasferiti direttamente in Cina e riciclati.

METANFETAMINA, LA DROGA CHE CONTRASTA LA FATICA DEI LAVORATORI
Un documento del 2015 della Direzione antimafia «nota un trend di crescita per i delitti di riciclaggio» confermato da un'inchiesta della procura di Firenze, l'operazione "Cian Liu", partita nel giugno 2010, che ha toccato più di 100 aziende, riconducibili a imprenditori cinesi, portando a un blitz della Gdf in varie regioni d'Italia e all'arresto di 24 persone, 18 cinesi e sette italiani, accusati dal 2006 di riciclaggio di 2,7 miliardi che dall'Italia finivano in Cina, alla Bank of China. Il magistrato Pietro Sucan ha parlato della scoperta di «un fiume di denaro fra Italia e Cina e un fiume di clandestini dalla Cina all'Italia, in una palude di connivenze, omissioni e interessi illeciti, non solo di cinesi, ma anche con la complicità interessata di diversi italiani».
Un'associazione a delinquere italo-cinese legata alla famiglia cinese Cai che trasferiva il denaro sporco tramite la Money2Money, società di money transfert bolognese - con succursali a Prato, Sesto Fiorentino, Empoli, Milano, Roma e Napoli - che trasferivano capitali in Cina. Per quanto riguarda la droga, il crimine cinese si è specializzato nella produzione e spaccio di Shaboo, o Crystal meth, una forma di metanfetamina diffusissima negli Usa e in Asia usata per tenere svegli e utilizzata nei laboratori clandestini gestiti dal crimine cinese sui lavoratori per farli resistere alla fatica fisica. Per ora è quasi assente in Europa, ma potrebbe conquistare il mercato, tanto che la Direzione antidroga si è spinta a dire che i cinesi «stanno iniziando a inserirsi, anche se al momento principalmente all'interno delle proprie comunità locali, nel mercato nazionale degli stupefacenti», ipotizzando che, oltre a bordelli e bische clandestine, gli appartamenti in mano alla mala cinese potrebbero nascondere laboratori di 'meth'.

PROSTITUZIONE, CHE BUSINESS
Ma la voce più "gettonata" e nota del business mafioso cinese è la prostituzione. Mentre il grosso delle prostitute lavorano per strada, quelle cinesi "esercitano" in appartamenti privati presenti nelle comunità, mentre oggi la principale copertura sono gli arcinoti centri massaggi, sorti come funghi in tutte le città italiane, postriboli dove giovani donne orientali vendono il proprio corpo a clienti italiani per poche decine di euro. Un mercato del sesso low cost per far concorrenza a quello dominato da altre nazionalità, coi cinesi che si sono accaparrati il 35-40% dell'intero mercato italiano. Un'indagine a campione condotta dal Codacons in tre delle maggiori città italiane, Milano, Roma e Napoli, ha fatto emergere che nel 40% dei casi abbiamo donne cinesi, contro il 25% di italiane, il 20% dall'Est, il 12% di sudamericane e il 3% per altre nazionalità.
Che fare? Secondo la Capasso «alle organizzazioni viene contestata l'associazione a delinquere - articolo 416 del 1982 - mentre in pochi casi, soprattutto a Prato in Toscana, è stata contestata l'associazione mafiosa (art. 416 bis)». Ma è difficile applicare tale legge perché «l'organizzazione deve avere un organo al vertice e il radicamento sul territorio, caratteristiche non sempre riscontrabili nelle associazioni cinesi che spesso agiscono anche in luoghi diversi». Insomma, una durissima sfida per la legalità e l'economia italiana.

Fonte: Laogai Research Foundation, 14/03/2016

7 - SEMPRE PIU' BAMBINI COSTRETTI A CAMBIARE SESSO
Il documento dei pediatri americani in otto punti è un accorato appello a respingere l'ideologia gender
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 20-04-2016

Alla fine del marzo scorso l'American College of Pediatricians (Acp) ha pubblicato un documento in cui si mettono in guardia medici e genitori dall'intraprendere percorsi di rettificazione sessuale a danno dei minori. I casi sono in aumento. Sul Gender Watch News del mese scorso, infatti, davamo questa notizia: «L'inglese Tavistock and Portman Nhs Trust, clinica che tratta i problemi di disforia di genere, ha reso noto che da aprile a dicembre 2015, nella sola Inghilterra sono stati "curati" per disturbi legati alla cosiddetta identità di genere 1.013 minorenni, contro i 97 casi del 2009-2010. Le terapie vanno dalla consulenza psicologica al bombardamento ormonale in vista dell'operazione chirurgica di rettificazione sessuale».
L'Acp sottolinea che «XY e XX sono marcatori genetici sani - non i marcatori genetici di un disturbo», cioè voler dire che il paradigma di normalità è dato dalla genetica (quando ovviamente non è intaccata da patologie) e non dalla percezione del soggetto come appartenente ad un sesso che non è quello biologico. Il processo terapeutico corretto per le persone affette da disforia di genere è quindi quello dell'adeguamento di tale percezione psicologica al dato genetico e non l'inverso, tentando di mascherare il corpo con sembianze femminee o mascoline.
E così l'Acp arriva alla conclusione che bloccare gli ormoni affinché il minore possa già in età puberale iniziare a "cambiare sesso" provoca solo danni fisici e psicologici (i tassi di suicidi sono vertiginosi). La disforia di genere, spiega l'Acp, non si cura avvallando gli atteggiamenti femminili di bambini maschi o la castrazione chimica, ma attraverso un accompagnamento psicologico che conduca il minore a diventare uomo e donna anche nella propria psiche. Il documento infine così conclude in merito alla gender theory: «il College of Pediatricians dichiara che promuovere questa ideologia è oltraggioso, in primo luogo e soprattutto per il benessere degli stessi bambini che presentano disforia di genere e in secondo luogo, per tutti i loro pari che non presentano discordanza di genere, molti dei quali metteranno in discussione di conseguenza la propria identità di genere e si troveranno di fronte a violazioni del loro diritto alla privacy e alla incolumità corporea».

IL DOCUMENTO DELL'AMERICAN COLLEGE OF PEDIATRICIANS
L'American College of Pediatricians sollecita gli educatori e i legislatori a rifiutare tutte le politiche che condizionano i bambini ad accettare come normale una vita di imitazione chimica e chirurgica del sesso opposto. Sono i fatti - non l'ideologia - a determinare la realtà.
- La sessualità umana è un tratto biologico binario oggettivo: "XY" e "XX" sono marcatori genetici sani - non i marcatori genetici di un disturbo. La norma del progetto umano è che si venga concepiti maschio o femmina. La sessualità umana è binaria nel suo progetto ed ha per scopo palese il riprodursi e il prosperare della nostra specie. Questo principio è autoevidente. I rarissimi disturbi dello sviluppo sessuale (DSD), compresi tra gli altri la femminilizzazione testicolare [Sindrome di Morris] e l'iperplasia surrenale congenita, sono tutte identificabili devianze mediche rispetto alla norma sessuale binaria e sono a ragione riconosciuti come disturbi del progetto umano. Gli individui con DSD non costituiscono un terzo sesso.
- Nessuno nasce con un genere. Tutti nascono con un sesso biologico. Il genere (la consapevolezza e la percezione di sé come maschio o femmina) è un concetto sociologico e psicologico, non un concetto biologico oggettivo. Nessuno nasce con una consapevolezza di sé come maschio o come femmina; questa consapevolezza si sviluppa nel tempo e, come tutti i processi evolutivi, potrebbe essere sviata dalle percezioni soggettive di un bambino, dalle sue relazioni e dalle sue esperienze avverse dall'infanzia in poi. Le persone che si identificano "sentendosi come del sesso opposto" o "da qualche parte tra i due" non costituiscono un terzo sesso. Rimangono biologicamente uomini o biologicamente donne.
- La convinzione di una persona di essere ciò che non è rappresenta, nel migliore dei casi, un segnale di pensieri confusi. Quando un ragazzo biologicamente maschio e per il resto sano crede di essere una ragazza, o una ragazza biologicamente femmina e per il resto sana crede di essere un ragazzo, c'è un problema psicologico oggettivo, che ha sede nella mente, non nel corpo, e come tale dovrebbe essere trattato. Questi bambini sono affetti da disforia di genere. La Disforia di Genere (GD), classificata in precedenza come Disturbo dell'Identità di Genere (GID), è riconosciuta come disturbo mentale nella più recente edizione del Manuale Diagnostico e Statistico della American Psychiatric Association (DSM-V). 5 Le teorie psicodinamiche e dell'apprendimento sociale della GD/GID non sono mai state confutate.
- La pubertà non è una malattia e gli ormoni che bloccano la pubertà possono essere pericolosi. Che gli effetti siano reversibili o meno, gli ormoni che bloccano la pubertà inducono uno stato patologico - l'assenza di pubertà - e inibiscono la crescita e la fertilità in un bambino che era prima biologicamente sano.
- Secondo il DSM-V, fino al 98% dei ragazzi con una confusione di genere e fino all'88% delle ragazze con una confusione di genere accettano alla fine il proprio sesso biologico dopo avere attraversato in modo naturale la pubertà.
- I bambini che fanno uso di ormoni bloccanti per imitare il sesso opposto richiederanno ormoni del sesso opposto nella tarda adolescenza. Gli ormoni del sesso opposto (testosterone ed estrogeni) sono associati a pericolosi rischi per la salute, che comprendono, tra gli altri, l'ipertensione, la formazione di trombi, ictus e cancro.
- I tassi di suicidio sono venti volte superiori tra gli adulti che usano ormoni del sesso opposto e si sottopongono a chirurgia di riassegnazione sessuale, persino in Svezia, che è tra i Paesi che maggiormente sostengono gli LGBQT. Quale persona compassionevole e ragionevole condannerebbe dei bambini a questo destino sapendo che dopo la pubertà fino all'88% delle ragazze e fino al 98% dei ragazzi finiranno per accettare la realtà e raggiungeranno uno stato di salute mentale e fisica?
- Condizionare i bambini a credere che una vita di imitazione chimica e chirurgica del sesso opposto sia normale e sana è un abuso infantile. Avallare la discordanza di genere come normale, attraverso l'istruzione pubblica e le politiche legislative confonderà i bambini e i genitori, portando un numero maggiore di bambini a presentarsi alle "cliniche gender", dove verranno somministrati loro dei farmaci che bloccano la pubertà. Questo, a sua volta, assicura praticamente che "sceglieranno" una vita di ormoni del sesso opposto, cancerogeni o comunque tossici e che probabilmente, da giovani adulti, prenderanno in considerazione una non necessaria mutilazione chirurgica di loro parti corporee sane.

 
CHIARIMENTI IN RISPOSTA A DOMANDE RIGUARDANTI I PUNTI 3 E 5
Riguardo al punto 3: "Dove è che l'APA o il DSM-V indicano che la Disforia di Genere è un disturbo mentale?"
L'APA (American Psychiatric Association) è autore del DSM-V. L'APA afferma che coloro che vivono un disagio o sono danneggiati dalla propria GD corrispondono alla definizione di un disturbo. Il College of Pediatricians non è a conoscenza di letteratura medica che documenti il caso di un bambino con disforia di genere che richieda ormoni che bloccano la pubertà e non viva un significativo disagio al pensiero di attraversare il normale e sano processo della pubertà.
Dal DSM-V fact sheet: "L'elemento critico della disforia di genere è la presenza di un disagio clinicamente significativo associato alla condizione."
"Questa condizione causa un disagio clinicamente significativo o un danno nell'area funzionale sociale, occupazionale o in altra importante area funzionale."
Riguardo al punto 5: "Dove è che il DSM-V elenca i tassi di risoluzione della Disforia di Genere?"
A pagina 455 del DSM-V, alla voce "Disforia di Genere in assenza di un disturbo dello sviluppo sessuale" si afferma: "I tassi di persistenza della disforia di genere dall'infanzia all'adolescenza o all'età adulta variano. Nei soggetti nati maschi la persistenza era compresa tra il 2.2% e il 30%. Nei soggetti nati femmine la persistenza è andata dal 12% al 50%." Una semplice operazione matematica consente di calcolare che per i nati maschi si verifica una risoluzione fino al 100% - 2.2% = 97.8% dei casi (approssimativamente 98% dei ragazzi con confusione di genere). In modo analogo, per i soggetti nati femmine la risoluzione si verifica fino al 100% - 12% = 88% delle ragazze con confusione di genere.
 
CONCLUSIONE
I nostri avversari propugnano un nuovo standard terapeutico privo di basi scientifiche per i bambini con una patologia psicologica (GD) che diversamente si risolverebbe dopo la pubertà per la grande maggioranza dei pazienti interessati. Nello specifico consigliano: conferma dei pensieri dei bambini che sono in contrasto con la realtà fisica; la castrazione chimica di questi bambini prima della pubertà con agonisti GnRH (bloccanti della pubertà che causano infertilità, disturbi della crescita, bassa densità ossea, e un impatto sconosciuto sullo sviluppo cerebrale) e, da ultimo, la sterilizzazione permanente di questi bambini prima dei 18 anni attraverso ormoni del sesso opposto. Incoraggiare i bambini con GD a imitare il sesso opposto e introdurre poi la soppressione puberale, ha un evidente natura di autodeterminazione. Se un ragazzo che si chiede se è o non è un ragazzo (destinato a diventare un uomo) viene trattato come una ragazza, e poi viene soppresso il suo naturale sviluppo puberale verso la virilità, non abbiamo dato l'avvio a un risultato inevitabile? Tutti i suoi pari dello stesso sesso si sviluppano diventando giovani uomini, le amiche, del sesso opposto, si sviluppano diventando giovani donne, ma lui rimane un ragazzo in fase pre-puberale. Dal punto di vista psicosociale rimarrà isolato e solo. Sarà lasciato con l'impressione psicologica che ci sia qualcosa di sbagliato. Sarà ridotta la sua capacità di identificarsi con i pari dello stesso sesso e di essere maschio, e sarà così più probabile che si auto-identifichi come "non-maschio" o femmina. Inoltre, le neuroscienze rivelano che la corteccia pre-frontale del cervello, che presiede al giudizio e alla valutazione del rischio non è matura fino a un'età intorno ai 25 anni. Non è mai stato più chiaro scientificamente che i bambini e gli adolescenti sono incapaci di prendere decisioni informate riguardo a interventi medici permanenti, irreversibili e che cambiano la vita. Per questa ragione il College of Pediatricians dichiara che promuovere questa ideologia è oltraggioso, in primo luogo e soprattutto per il benessere degli stessi bambini che presentano disforia di genere e in secondo luogo, per tutti i loro pari che non presentano discordanza di genere, molti dei quali metteranno in discussione di conseguenza la propria identità di genere e si troveranno di fronte a violazioni del loro diritto alla privacy e alla incolumità corporea.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 20-04-2016

8 - L'ITALIA DI FRONTE ALLA IRRESISTIBILE AVANZATA DELL'UTERO IN AFFITTO
Assolti i due coniugi che erano ricorsi all'utero in affitto in Ucraina e così saltano ancora i ''paletti'' della legge 40
Fonte Comitato Verità e Vita, 09/04/2016

La sentenza della Cassazione, che ha confermato l'assoluzione dei due coniugi italiani che erano ricorsi all'utero in affitto in Ucraina e avevano registrato il bambino acquistato come figlio di entrambi (mentre era figlio genetico del solo uomo), è decisamente censurabile e rivela - ove ancora ce ne fosse bisogno ! - l'ipocrisia e la voluta schizofrenia delle leggi ingiuste approvate in Italia. In sostanza, poiché la legge 40/2004 vieta sì, la surrogazione di maternità, ma senza specificare che il divieto vale anche per le pratiche realizzate all'estero, le coppie che si recano nei Paesi che ammettono tale pratica e che seguono le regole lì in vigore non vengono punite in base alla legge italiana. Del resto, aggiunge la Cassazione, il bambino è effettivamente figlio dell'uomo ed è cittadino italiano (in quanto figlio di italiano); poiché, in base alla legge ucraina, è figlio anche della donna che l'ha acquistato con l'utero in affitto, legittimamente la coppia lo ha registrato come figlio di entrambi al Consolato italiano.

LE POSSIBILI RICADUTE
Non è difficile comprendere le possibili ricadute di questa decisione: cosa succederà se il ricorso all'utero in affitto avverrà in Paesi che (a differenza dell'Ucraina) ammettono la pratica anche per coppie non sposate o coppie omosessuali? O che, più semplicemente, ammettono la compravendita dei bambini? Sarà sufficiente pagare e rispettare le regole di quel Paese per vedersi riconosciuta la doppia genitorialità, anche senza ricorrere alle adozioni illegittimamente disposte da alcuni Tribunali per i minorenni?
D'altro canto, l'indicazione della Cassazione è chiara: il legislatore, se vuole essere sicuro che l'utero in affitto venga punito anche se commesso all'estero, così da impedire le manovre elusive del divieto della legge 40, lo affermi chiaramente e inserisca il divieto nell'elenco dei reati per i quali non vi è alcun dubbio sulla perseguibilità (art. 7 del codice penale).
Le reali convinzioni di alcuni uomini politici si potranno misurare anche in base a questa indicazione.

DUE VISIONI CONTRAPPOSTE
La riflessione, però, deve essere più generale.
In effetti, si scontrano due visioni contrapposte: da una parte, il ricorso all'utero in affitto è accettato come normale, come una pratica di cui non si può che prendere atto (così fa la Cassazione, che registra che in Ucraina la pratica è legittima e non si pone alcun problema); dall'altra si sottolinea che si tratta di una pratica contraria al senso di umanità, barbara, da vietare in maniera universale.
In effetti, occorre essere davvero ipocriti per ignorare lo sfruttamento ignobile delle donne del terzo mondo (o di quelle povere del primo mondo), usate come riproduttrici, cui viene negata ogni dignità in cambio di un po' di denaro, e per non vedere la violenza brutale che si compie verso il bambino, strappato per sempre alla madre con cui ha vissuto nei primi nove mesi di vita e consegnato ad altri! Come, pure, è ipocrita il ricco mondo occidentale, che si scandalizza per lo sfruttamento del lavoro minorile del terzo mondo e denuncia il colonialismo nelle sue varie forme ma è pronto a ripeterlo quando gli fa comodo ed è sufficiente sborsare un po' di denaro!
Ma la barbara pratica dell'utero in affitto è strettamente legata alle tecniche di fecondazione artificiale extracorporea, cui i "committenti" e la madre surrogata ricorrono. Ciò che non si riesce più a comprendere è che, con quelle tecniche, gli uomini e le donne sono sempre visti come fornitori di gameti e le donne sono sempre considerate come contenitrici! Non a caso, nel delirio degli "scienziati", entrambe le funzioni sono potenzialmente sostituibili, con i gameti artificiali o con l'utero in affitto.
La cosa più grave - oltre al sacrificio di 9/10 embrioni prodotti e trasferiti in utero - è che nella fecondazione extracorporea, il bambino è sempre visto come un prodotto! L'espressione "bambino in braccio", usato per calcolare le percentuali di successo delle tecniche, lo indica con chiarezza: agli aspiranti genitori interessa soltanto di avere un "bambino in braccio", per di più perfetto, non malato, non "difettoso", e per ottenere questo risultato essi sono disposti a pagare grandi somme! Quanto avviene prima - sovrapproduzione e selezione degli embrioni, diagnosi genetica preimpianto, congelamento, ricorso a gameti di estranei, ricorso all'utero di donne estranee - non interessa affatto: la fecondazione in vitro promette il risultato di un bambino "proprio" in cambio di denaro.

UTERO IN AFFITTO COME REATO UNIVERSALE?
Senza dubbio sì, sarebbe una prima presa di coscienza della barbarie, su cui lucrano politici, scienziati e trafficanti di ogni tipo rispettati ed ossequiati nelle nostre società!
Ma i tentativi saranno vani se si rinuncerà a denunciare per intero la disumanità del ricorso alle tecniche di fecondazione extracorporea - tecniche di tipo veterinario applicate agli uomini!
Gli uomini, le donne, i bambini, prima e dopo la nascita, hanno una dignità intrinseca: non si producono, non si comprano, non si uccidono, non si sfruttano!

Fonte: Comitato Verità e Vita, 09/04/2016

9 - OMELIA VI DOMENICA DI PASQUA - ANNO C (Gv 14,23-29)
Se uno mi ama, osserverà la mia parola
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 1 maggio 2016)

Dio ci ama a tal punto da voler rimanere sempre con noi. Egli non si disinteressa delle sue creature. Con la sua grazia, Egli entra nell'anima come il sole entra attraverso il vetro e illumina l'interno di una stanza. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo prendono dimora nel nostro cuore e noi, pertanto, diveniamo tempio della Santissima Trinità. Non c'è più distanza tra noi e Dio. Dio è in cielo e in terra, e anche nel nostro cuore, se accettiamo che Egli abiti dentro di noi, se noi lo amiamo. Gesù ce lo dice chiaramente nel Vangelo di oggi: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23).
Questo ci insegna che non siamo mai soli, se veramente vogliamo amare Dio. La vita del cristiano è una vita di comunione con Colui che ci ha creati e ci ha redenti. Anzi, diciamo di più: quanto più ci sembra di essere soli, tanto più siamo vicini al nostro Dio. Egli non fa sentire la sua presenza del chiasso e nel frastuono, ma solamente nel silenzio e nella solitudine. Questa certezza ci deve spingere a cercare, nel corso della giornata, dei momenti da dedicare a questa presenza silenziosa e misteriosa. Quando preghiamo, chiudiamo la porta della nostra stanza, chiudiamo i nostri occhi, e pensiamo che Dio è dentro di noi. Parliamogli con grande familiarità e Lui ci ispirerà sempre qualche buon proposito. Sarà soprattutto nel momento della prova che sperimenteremo la sua presenza benefica: quanto più si sarà lontani dagli aiuti umani, tanto più saremo vicini all'aiuto divino.
Il fatto, purtroppo, è che, quando preghiamo, siamo molto distratti. La nostra preghiera si riduce a una ripetizione superficiale di parole, alle quali nemmeno pensiamo. Per pregare bene, dobbiamo pensare innanzitutto che Dio è presente in noi e dobbiamo porre attenzione al senso delle parole che pronunciamo. Allora, e solo allora, la nostra preghiera non rimarrà mai senza effetto: od otterrà quello che domandiamo, oppure ci procurerà qualcosa di ancora più grande.
Dio in me e io in Lui! Certo, con un Ospite così vivo e così grande, badiamo bene di non sfigurare. Pensiamo spesso che Dio ci vede, che Dio è nel nostro cuore. Pertanto non dobbiamo offendere questa presenza in noi con il peccato. C'è, infatti, una condizione affinché Dio dimori in noi: dobbiamo amarlo. E lo ameremo veramente solo se osserveremo la sua parola, oppure, se non lo abbiamo fatto per il passato, se ci impegneremo ad osservarla. Anche queste sono parole di Gesù: «Chi non mi ama, non osserva le mie parole» (Gv 14,24). Se si ama veramente Dio, non costerà fatica fare la sua Volontà, osservare i suoi Comandamenti d'amore. Solo se faremo così, godremo della pace che Gesù è venuto a portare su questa terra. Altrimenti, nei nostri cuori, nelle nostre famiglie e nella società umana, vi sarà sempre guerra e divisione.
Il Vangelo di oggi ci parla inoltre del Paraclito, ovvero dello Spirito Santo. Paraclito significa Consolatore. Egli consola i nostri cuori nelle prove della vita e ci fa assaporare, nel segreto della preghiera, quella che sarà la gioia senza fine del Paradiso. Lo Spirito Santo è il santificatore della nostra anima. Il Padre lo ha inviato su questa terra nel giorno di Pentecoste. Nel brano del Vangelo di oggi, Gesù dice che il Paraclito ci insegnerà ogni cosa e ci ricorderà tutto ciò che Gesù ha insegnato (cf Gv 14,26).
Bisogna dunque pregarlo. Ci avviciniamo ormai alla sua festa. Proponiamoci fin d'ora di invocare la sua discesa nei nostri cuori, affinché Egli ci arricchisca con i suoi Sette Doni e ci faccia comprendere sempre di più le parole di Gesù.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 1 maggio 2016)

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