BastaBugie n°454 del 18 maggio 2016

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1 DOPO SUOR CRISTINA, A ''THE VOICE'' ANCORA UNA LEZIONE DI CATECHISMO: PROTAGONISTA STAVOLTA E' DOLCENERA
La cantante ben poco dolce e molto arrabbiata nera, cerca di difendere il cristianesimo, ma purtroppo non la dice giusta...
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
2 IL RUOLO DELLE DIACONESSE NELLA CHIESA PRIMITIVA
Mai le donne hanno ricevuto il sacramento dell'ordine e San Giovanni Paolo II nel 1994 chiuse definitivamente la questione
Autore: Matteo Carletti - Fonte: Libertà e Persona
3 LO PSEUDO-CATTOLICO RENZI A PORTA A PORTA AFFERMA CHE HA GIURATO SULLA COSTITUZIONE, NON SUL VANGELO
A parte il fatto che comunque la Costituzione riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, per un cattolico (vero) ciò vale indipendentemente dalle leggi umane
Autore: Giovanni D'Ercole - Fonte: Cristiano Cattolico
4 OSSERVATORE ROMANO E AVVENIRE: SI ALLE UNIONI GAY
Il quotidiano vaticano e quello della CEI promuovono l'accoglienza dell'omosessualità, liquidando definitivamente Benedetto XVI e il Catechismo (invece il card. Bagnasco...)
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
5 SEI MOMENTI IN CUI LA PROVVIDENZA DI DIO SI MANIFESTA NELLA NOSTRA VITA... E SPESSO NON CE NE ACCORGIAMO
Nascere ultimo di 12 fratelli mi ha dato la certezza che la Provvidenza esiste ed agisce costantemente nella mia vita
Autore: Andrés D' Angelo - Fonte: Aleteia
6 IL COMITATO OLIMPICO INTRODUCE IL REATO DI OMOFOBIA
L'equiparazione tra razzismo e omofobia rappresenta un fatto storico gravissimo, emblematico della decadenza dei tempi
Autore: Rodolfo de Mattei - Fonte: Osservatorio Gender
7 GLI ANIMALISTI CONTRO PAPA FRANCESCO
Una sua battuta su chi si circonda di animali, ma si disinteressa del prossimo, scatena la fanatica reazione degli animalisti
Autore: Andrea Zambrano - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
8 LETTERE ALLA REDAZIONE: BAMBINI A MESSA... SI O NO?
Una cosa è certa: quando Gesù ha detto ''Lasciate che i bambini vengano a me'' non era nel tempio e non stava pregando
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie
9 OMELIA SANTISSIMA TRINITÁ - ANNO C (Gv 16,12-15)
Lo Spirito della verità vi guiderà a tutta la verità
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - DOPO SUOR CRISTINA, A ''THE VOICE'' ANCORA UNA LEZIONE DI CATECHISMO: PROTAGONISTA STAVOLTA E' DOLCENERA
La cantante ben poco dolce e molto arrabbiata nera, cerca di difendere il cristianesimo, ma purtroppo non la dice giusta...
Autore: Tommaso Scandroglio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 07/05/2016

A The Voice se le sono cantate di brutto. Mercoledì scorso il talent show canoro di Rai Due si è trasformato in un piccolo sinodo teologico all'amatriciana. La quaestio riguardava la triade "talento- dono-sofferenza" e Dolcenera, uno dei giudici che deve valutare le nuove promesse, ha squadernato la sua preparazione dottrinale sul tema rimbrottando Giuliana Ferraz, una delle cantanti in gara.
«La questione è che quando ti sei presentata qui all'inizio», si anima Dolcenera all'indirizzo della giovine ugola, «dicendo "Dio mi ha dato un dono sono qui per mostrarlo" a me ha dato fastidio. In verità nella religione cristiana il dono è la sofferenza! È l'opposto! Il dono è il non avere: beati gli ultimi che saranno i primi». Il conduttore a questo punto ha cercato di cambiare discorso conscio che le lunghe e nere ombre della religione, pure cattolica, oscurano gli ascolti e ricordando che in quel programma avevano già fatto una bella indigestione di religione un paio di anni fa (il rinvio implicito è a suor Cristina).

DOLCENERA, BEN POCO DOLCE E MOLTO ARRABBIATA NERA
Dolcenera, ben poco dolce e molto arrabbiata nera, è però tornata all'attacco: «Questa tua affermazione dal punto di vista di una credente - ed io sono credente - è sbagliata! Nel pensiero cattolico quella non è la verità: il dono non è un talento! Dio dà un dono e un talento a tutti!». Al netto della confusione di pensiero determinata dalla foga con cui la cantante sosteneva le sue posizioni, rimane però sempre una dose massiccia di vera e propria confusione. Dato che la teologa Dolcenera ha chiamato in causa il "pensiero cattolico" vediamo cosa potrebbe dire questo pensiero riguardo ai temi oggetto del battibecco.
Dunque, a dar retta a Dolcenera le doti canore non sono un dono, perché l'unico dono divino è la sofferenza. Ma secondo quello che c'è scritto nel Catechismo della Chiesa cattolica, in senso stretto, tra i sette doni dello Spirito Santo la sofferenza non compare. Questo esclude che la sofferenza possa essere un dono? No, di certo. Cerchiamo di capirci meglio. Dono significa qualcosa dato a qualcuno gratuitamente. Ora vi sono sofferenze che non vengono direttamente da Dio e quindi non possono di certo essere donate da Lui. Infatti, alcune sofferenze sono l'amaro risultato di alcuni nostri atti volontari. Se decido di drogarmi e soffro nel corpo e nello spirito di certo l'infelicità che sperimento non viene da Dio e quindi non può essere un dono.

VOLUTA DA DIO O DA LUI PERMESSA?
Altre sofferenze ci colpiscono senza nostra colpa (pensiamo alle malattie per cause naturali) altre ancora provengono da azioni di terze persone (Tizio che mi ferisce). Anche in questi casi la sofferenza non è voluta direttamente da Dio, sebbene da Lui permessa. Però, può succedere che Dio voglia far soffrire una persona. In genere i motivi sono due. Può essere un castigo che quella persona o altre hanno meritato (una sorta di anticipazione del Purgatorio). Oppure può essere mandata senza che si possa ravvisare colpa alcuna nella persona (pensiamo alle stigmate ricevute dai santi).
I motivi sono molteplici: purificare maggiormente la sua anima, renderlo più simile a Cristo crocefisso, rendere testimonianza ad alcune verità dottrinali, etc. (sopravvive sempre una certa quota di finalità espiatoria-riparatrice in queste sofferenze). Quest'ultimo tipo di sofferenza può essere in effetti accolta come dono, perché è sicuramente un bene per la persona, un bene immeritato. Difficilmente invece si può considerare un dono il "castigo" di Dio (se non che in tal modo per misericordia di Dio possiamo evitare l'Inferno o pene ben più pesanti in Purgatorio) - semmai è una pena - altrimenti dovremmo concludere che le anime dannate sarebbero per l'eternità sommerse di benefici e doni da Dio, condizione che è invece quella che vivono i beati.
In termini più estesi e meno precisi possiamo intendere ogni sofferenza - anche quella che non viene da Dio - come dono nel senso che il dolore sperimentato può essere occasione per migliorarci, per cambiare vita, per guardare le cose in modo diverso, per apprezzare la vita, etc. Più che dono è un'opportunità preziosa per santificarci. Detto questo, dichiarare a chiare lettere che l'unico dono che Dio ci fa è la sofferenza appare proprio errato e non molto cattolico. Semmai - tanto per fare i credenti fino in fondo - si poteva ricordare che la sofferenza di Cristo in croce ci ha regalato la salvezza.

ALTRO PUNTO
Il talento canoro può essere un dono? Dio ha creato ognuno di noi e ci ha fatto uno diverso dagli altri. Ha adornato ogni suo figlio di talenti - dunque il talento è un dono - e facoltà particolarissime che devono essere usati per la Sua maggior gloria. Il talento indica quindi il vestito su misura che il Sarto divino ci ha cucito addosso per presentarci al Suo cospetto e che va bene solo a noi, vestito che non dobbiamo macchiare con il peccato. Il talento ci instrada sulla via di quella specialissima vocazione alla santità adatta solo a noi.
Anche i talenti artistici sono un dono e devono essere usati per mostrare al mondo la bellezza del volto di Dio e, come ricorda la parabola evangelica, non vanno sotterrati. E dunque aveva proprio ragione l'avvenente Giuliana Ferraz a dire: «Dio mi ha dato un dono e sono qui per mostrarlo». Perché la lucerna non va sotto il moggio, ma a volte, seppur in modo inusuale, può essere posta anche sul palco di un talent show.

Nota di BastaBugie: per leggere gli articoli che abbiamo pubblicato per l'edizione di The Voice che vide protagonista Suor Cristina, clicca su uno dei seguenti link

SUOR CRISTINA VINCE ''THE VOICE'' E FA DIRE UN PADRE NOSTRO
Ma il nostro giudizio non cambia, anzi c'è qualche perplessità in più (VIDEO: Suor Cristina vince e recita il Padre Nostro)
di Riccardo Cascioli
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3299

MA CHE FINE HA FATTO SUOR CRISTINA?
Si dice che i superiori le abbiano negato il nulla osta per partecipare a Sanremo...
di Rino Cammilleri
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3405

DA MODELLA CON FISICO DA URLO A SUORA DI CLAUSURA
Dopo il successo mondano, la conversione e la consacrazione totale a Dio... l'opposto di suor Cristina
di Rino Cammilleri
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3328

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 07/05/2016

2 - IL RUOLO DELLE DIACONESSE NELLA CHIESA PRIMITIVA
Mai le donne hanno ricevuto il sacramento dell'ordine e San Giovanni Paolo II nel 1994 chiuse definitivamente la questione
Autore: Matteo Carletti - Fonte: Libertà e Persona, 14/05/2016

A leggere i principali quotidiani di oggi sembra proprio che il Papa abbia aperto alla possibilità delle donne-preti. In realtà, Papa Bergoglio, nell'udienza tenuta ieri in Vaticano con le superiore religiose ha semplicemente posto la possibilità di riaprire lo studio sul diaconato femminile.
Non può certamente sfuggire che il diaconato sia, per gli uomini, il passo immediatamente precedente il sacerdozio e che esso rappresenti il primo grado dell'Ordine Sacro.

LA COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE (2003)
La proposta del Santo Padre si basa sulla fondata conoscenza della presenza di diaconesse nella Chiesa primitiva. Nel 2003 la Commissione Teologica Internazionale, dopo anni di studi sul caso, emanò un documento in cui si lasciavano aperte alcune esegesi circa il diaconato delle donne, ma si affermava anche molto chiaramente che tale ruolo era differente sia dall'attuale che da quello propriamente maschile. Nel documento si ricorda che le diaconesse erano delle laiche incaricate in modo permanente all'istruzione delle catecumene, alle opere di carità, e a aiutare le donne adulte a svestirsi e rivestirsi in occasione del loro battesimo.
Nelle Costituzioni Apostoliche, apparse intorno il 380 in Siria, le loro funzioni erano così riassunte: «La diaconessa non benedice e non compie nulla di ciò che fanno i presbiteri e i diaconi, ma vigila le porte e assiste i presbiteri in occasione del battesimo delle donne, per ragioni di decenza». Tra le altre fonti antiche troviamo quella Epifanio di Salamina che nel Panarion (verso il 375) così si esprime: «Esiste nella Chiesa l'ordine delle diaconesse, ma non serve per esercitare le funzioni sacerdotali, né per affidargli qualche compito, ma per la decenza del sesso femminile, al momento del battesimo».
Il documento della Commissione Teologica ricorda che lo stile di vita delle diaconesse si avvicinerà a quello delle claustrali già alla fine del IV secolo. È detta allora diaconessa la responsabile di una comunità monastica di donne, come attesta, tra gli altri, Gregorio di Nissa. "Ordinate badesse dei monasteri femminili, le diaconesse portano il maforion, o velo di perfezione. Sino al VI secolo, assistono ancora le donne nella piscina battesimale e per l'unzione. Benché non servano all'altare, possono distribuire la comunione alle ammalate. […] Le diaconesse sono semplicemente vergini consacrate che hanno emesso il voto di castità. Risiedono sia nei monasteri, sia in casa propria. La condizione di ammissione è la verginità o la vedovanza, e la loro attività consiste nell' assistenza caritativa e sanitaria alle donne".

GIOVANNI PAOLO II: QUESTIONE CHIUSA
Anche l'imposizione delle mani da parte dei vescovi aveva per esse la funzione di benedizione, ma non di ordinazione, vietandole qualsiasi accesso all'altare e al ministero liturgico. in Occidente non si trovano tracce di diaconesse nei primi cinque secoli, mentre alcuni Concili del IV e V secolo respingono ogni ministerium feminae e vietano ogni ordinazione di diaconesse. Il documento ci informa, in sintesi, che un ministero delle diaconesse è realmente esistito anche se in modo diseguale nelle diverse parti della Chiesa. Ciò che invece è comune è «che tale ministero non era inteso come il semplice equivalente femminile del diaconato maschile». Sulla questione dell'eventuale ordinazione femminile si era espresso recentemente in modo contrario Paolo VI e la questione è stata chiusa definitivamente da Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis (1994). Quindi uno studio sul ruolo della donna nella Chiesa primitiva potrà certamente mettere in luce alcuni aspetti rimasti a tutt'oggi in ombra, ma non aprirà in alcun modo la strada al sacerdozio femminile. E questo Papa Francesco lo sa bene, a differenza della maggior parte dei giornalisti che insistono nello scrivere su questioni di cui hanno poca (o per nulla) conoscenza.

Nota di BastaBugie: Enrico Cattaneo nell'articolo sottostante dal titolo "Le donne? Troppo importanti per fare il sacerdote" parla del fatto che il dibattito sulle donne diacono o sacerdote e il divieto della Chiesa cattolica a tale ordinazione non è di oggi. Già nella Chiesa primitiva, alle donne erano preclusi la guida delle comunità locali e il sacerdozio e ciò non sotto la pressione della cultura del tempo: tale divieto era invece una scelta consapevole. Che va cercata nello stesso Vangelo e nella natura e nella tradizione delle comunità cristiane.
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su La nuova Bussola Quotidiana il 20-07-2014:
Non vi è dubbio che fin dalle origini le donne hanno avuto un ruolo importante nella diffusione del Vangelo. Alcuni esegeti, tuttavia, si spingono oltre, e sostengono che al tempo della prima evangelizzazione le donne hanno partecipato non solo alla missione, ma anche alla direzione delle Chiese domestiche. Questo primo periodo sarebbe stato per loro come una specie di "primavera", che però non sarebbe durato a lungo, perché prontamente riassorbita dal modello patriarcale di origine giudaica.
Indizio di tale regressione sarebbe il passo di 1 Cor 14, 33b-35, dove si ordina che le donne tacciano nelle assemblee. Alcuni studiosi lo ritengono un'interpolazione, la cui portata restrittiva sarebbe rafforzata da 1 Tm 2, 11-12, che vieta alle donne di insegnare. Saremmo qui lontani da Gal 3, 28, con la sua affermazione che in Cristo, con il Battesimo, «non c'è più né maschio né femmina». Sarebbe questo il manifesto della mentalità egualitaria delle origini cristiane. Tale tendenza a escludere le donne dai posti direttivi si sarebbe poi rafforzata dal II secolo, con quella che è stata chiamata «la durissima e insofferente reazione cattolica». Di conseguenza, alcuni studiosi guardano con sempre maggiore simpatia ai gruppi gnostici ed eterodossi, nei quali si sarebbe meglio conservata «la prassi libera e liberante di Gesù».
Certamente la Chiesa antica ha riconosciuto alle donne il dono dei carismi, in particolare quello profetico, e ha pure attribuito alle donne una qualche forma di ministero, come quello delle diaconesse, ma ha sempre escluso le donne dal ministero ordinato (episcopato, presbiterato, diaconato). Questo rifiuto appare motivato da un forte senso di fedeltà alla tradizione ricevuta da Cristo e dagli apostoli. Non fu però una presa di posizione irriflessa, sotto la pressione dalla cultura del tempo, ma una scelta consapevole. Infatti, il problema dell'accesso delle donne al ministero sacerdotale non è solo di oggi, ma era già presente nel loro tempo.
I Canoni Ecclesiastici degli Apostoli - opera fittizia del III secolo -, immaginano una discussione tra gli stessi apostoli proprio sul ministero delle donne: la risposta che danno è negativa per quanto riguarda il ministero liturgico (l'offerta eucaristica), mentre è positiva rispetto al servizio di assistenza. La Tradizione Apostolica - opera anch'essa del III secolo -, riconosce che c'è l'ordine delle vedove, ma nega che ci sia una "ordinazione" per le vedove, dato che esse non hanno un ufficio sacerdotale e liturgico direttamente correlato all'eucaristia, il che equivale a una esplicita esclusione delle donne dal ministero ordinato.
Spesso si invoca il fattore culturale: nel mondo antico, si dice, le donne erano relegate nella sfera privata, all'interno della famiglia, e la Chiesa non ha fatto altro che adeguarsi a tale mentalità. Sarebbe stato impensabile che ci fosse stata una donna a capo di una comunità a presiedere l'Eucaristia, perché ciò sarebbe stato in contrasto con la cultura del tempo, segnata dalla dominazione maschile e patriarcale. C'è qualcosa di vero in queste affermazioni: l'inferiorità della donna rispetto all'uomo nella sfera pubblica era così radicata da essere considerata un dato naturale e non culturale. Tuttavia, ci sono altri aspetti che vanno presi in considerazione e che mostrano la complessità della questione.
In primo luogo, quando si è in presenza di un divieto, come quello che impone alle donne di tacere nelle assemblee (1 Cor 14,33-35), o il divieto di insegnamento (1 Tm 2,11-12), va rilevato che tali divieti sono significativi solo se vanno contro una tendenza opposta. Il che significa che già al tempo di Paolo c'erano esponenti del sesso femminile che aspiravano ad avere libertà di parola nelle pubbliche assemblee. Tertulliano, più di un secolo dopo, dice che alcune donne rivendicavano il diritto di battezzare e insegnare adducendo l'esempio di Tecla, l'eroina del romanzo religioso che andava sotto il nome di Atti di Paolo.
Presumibilmente, anche allora, da alcune donne, le restrizioni imposte dalla Chiesa nei loro confronti erano percepite come un ostacolo o come una discriminazione da superare. La prova ne è che al di fuori della Chiesa cattolica, come ad esempio nelle sette montaniste, gnostiche e marcionite, le donne occupavano subito senza problemi lo spazio che questi gruppi, liberi dai vincoli della tradizione, offrivano loro. Così non è raro trovare in questi gruppi donne in posizioni di responsabilità e di leadership, compresa la presidenza nel culto liturgico.
Lo gnostico Marco, come riporta Ireneo di Lione alla fine del II secolo, incitava le donne a profetizzare e le chiamava accanto a sé perché consacrassero anch'esse il calice del vino, in una parvenza di Eucaristia. Ed erano in molte a seguirlo. Nelle comunità gnostiche, a dispetto del dogma paolino, le donne potevano non solo profetare, ma anche insegnare e celebrare riti sacramentali in qualità di sacerdotesse. In sostanza, il ministero femminile era una bandiera delle sette eterodosse. Ora questa "apertura" dei gruppi settari verso le donne corrispondeva alla cultura del tempo, che attestava la presenza delle donne anche ai livelli più alti delle gerarchie religiose.
La Chiesa cattolica era in sostanza l'unica associazione religiosa non esclusiva (cioè non riservata a sole donne) nella quale le donne erano escluse dall'ufficiare il culto liturgico-pastorale proprio dei ministri ordinati. Ora questa è una posizione chiaramente contro-culturale presa con consapevolezza. Nei primi secoli, quando la Chiesa non aveva ancora ottenuto un riconoscimento ufficiale, ma appariva come uno dei tanti movimenti religiosi del tempo, nessuno si sarebbe meravigliato se delle donne avessero tenuto un ruolo di leadership nella vita e nel culto delle comunità, tanto più che dovevano essere in maggioranza.
La resistenza della Chiesa ad ammettere le donne al sacerdozio non è dunque venuta dall'esterno, dalle pressioni culturali dell'ambiente, ma dall'interno, vale a dire l'attaccamento a una tradizione considerata vincolante per quanto riguarda la natura stessa delle comunità cristiane.

Fonte: Libertà e Persona, 14/05/2016

3 - LO PSEUDO-CATTOLICO RENZI A PORTA A PORTA AFFERMA CHE HA GIURATO SULLA COSTITUZIONE, NON SUL VANGELO
A parte il fatto che comunque la Costituzione riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, per un cattolico (vero) ciò vale indipendentemente dalle leggi umane
Autore: Giovanni D'Ercole - Fonte: Cristiano Cattolico, 13/05/2016

Quando ieri ho sentito il presidente del consiglio Matteo Renzi affermare che ha giurato non sul vangelo, ma sulla costituzione mi sono venute in mente due riflessioni.
E' vero che ha giurato sulla Costituzione e, proprio per questo, deve vigilare che sia rispettato uno dei cardini della costituzione repubblicana. Dice la Costituzione che la Repubblica riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio e gli articoli 29,30,31 sono totalmente dominati da questa concezione dell'istituto famigliare. I diritti della famiglia vengono riconosciuti come originari e non determinati dallo Stato, non può cioè lo Stato decidere che cos'è famiglia e proprio per questo la Costituzione usa il verbo "riconoscere" e non il verbo stabilire o decidere. Ora in molti si chiedono: questa legge rispetta fino in fondo la nostra Costituzione oppure Renzi ha giurato su una costituzione che io non conosco? E se anche questa legge non lede la Costituzione in punto di diritto, ma di fatto nella pubblica opinione oggi una coppia omo non viene reclamata come famiglia e come tale usufruisce di analoghi benefici previsti in questa legge? Chi dice chiaramente che questo è contro la Costituzione? Che si voglia legiferare sui diritti individuali e sulle unioni tra persone omosessuali è totalmente comprensibile, ma perché non farlo in maniera che si rispetti nel contenuto e nell'immagine della pubblica opinione la nostra costituzione. Costituzione che per noi cittadini e per la laicità dello Stato è vangelo?

L'ESEMPIO DI RE BALDOVINO
Quanto al fatto che si trovi del tutto normale che il nostro presidente si dichiari un credente e firmi leggi non in armonia con la morale evangelica, mi viene in mente quello che Re Baldovino di Belgio fece di fronte alla legge sulla depenalizzazione dell'aborto nell'aprile del 1990. II 29 marzo 1990 in Belgio, dopo il Senato, anche la Camera dei Deputati approva una legge, d'iniziativa socialista e liberale, che autorizza quasi senza limiti l'interruzione volontaria della gravidanza nelle prime dodici settimane. Questa legge, che depenalizza l'aborto, giunge al termine di un dibattito durato vari mesi ed è il risultato di un difficile e delicato compromesso tra i due partiti della maggioranza parlamentare che sostiene il governo: quello socialista, favorevole alla legge sull'aborto, e quello cristiano-sociale, contrario. Non rimane che la firma reale perché la legge divenga esecutiva.
Si tratta in apparenza di una formalità, dato che in Belgio, come in tutti i Paesi a monarchia costituzionale, il re non può far altro che approvare le decisioni del Parlamento. Infatti l'art. 69 della Costituzione belga specifica che «il re ratifica e promulga le leggi». Quando il re ratifica una legge, dimostra però anche il suo consenso al testo approvato dalle Camere. E nel nostro caso manca il consenso del re: Baldovino si rifiuta di firmare la legge sull'interruzione di gravidanza. La sua decisione non giunge del tutto inattesa, poiché già in varie occasioni il sovrano aveva fatto sapere che non era disposto a firmare una legge che riteneva lesiva della sua coscienza di cattolico.
Il rifiuto del re crea in Belgio una situazione eccezionale, storica. È la prima volta che un fatto del genere avviene in questo Paese. Baldovino precisa il suo pensiero in merito con una lettera che invia al capo del governo, Wilfried Martens.

LA LETTERA DEL RE
Signor Primo Ministro,
in questi ultimi giorni ho potuto manifestare a numerosi esponenti politici la mia grande preoccupazione circa il progetto di legge relativo all'interruzione di gravidanza. Questo testo sta per essere votato alla Camera, dopo esserlo stato al Senato. Mi rincresce che non sia stato raggiunto un accordo fra le principali forze politiche su un argomento così fondamentale.
Questo progetto di legge suscita in me un grave problema di coscienza. Temo infatti che esso venga recepito da una gran parte della popolazione come un'autorizzazione ad abortire durante le prime dodici settimane dopo il concepimento.
Nutro anche una serie di preoccupazioni circa la disposizione secondo la quale l'aborto potrà essere praticato al di là delle dodici settimane se il nascituro è affetto "da una menomazione di particolare gravita e riconosciuta come incurabile al momento della diagnosi". Si è meditato come tale messaggio sarebbe avvertito dagli handicappati e dalle loro famiglie?
In sintesi, temo che questo progetto porti a una sensibile diminuzione del rispetto della vita nei confronti dei più deboli. Comprenderete, dunque, perché io non voglio essere coinvolto da questa legge. Ritengo che firmando questo progetto di legge e dimostrando nella mia qualità di terzo ramo del potere legislativo il mio accordo con questo progetto, assumerei inevitabilmente una certa corresponsabilità. E questo non posso farlo, per i motivi sopra esposti. So che agendo così non scelgo una strada facile e che rischio di non essere capito da un buon numero di concittadini. Ma è la sola via che in coscienza posso percorrere. Chiedo a quelli che si stupissero della mia decisione: "Sarebbe normale che io fossi il solo cittadino belga costretto ad agire contro la propria coscienza in una questione essenziale? La libertà di coscienza vale per tutti, salvo che per il re?".
Capisco peraltro molto bene che non sarebbe accettabile che, a causa della mia decisione, venisse bloccato il funzionamento delle nostre istituzioni democratiche. Per questo invito il Governo e il Parlamento a trovare una soluzione giuridica che concili il diritto del Re a non essere obbligato ad agire contro coscienza con la necessità del buon funzionamento della democrazia parlamentare. Vorrei terminare questa lettera sottolineando due punti importanti sul piano umano. La mia obiezione di coscienza non vuole esprimere alcun giudizio sulle persone che sono favorevoli al progetto di legge. D'altra parte, la mia decisione non significa che io sia insensibile alla situazione molto difficile e talora drammatica con la quale alcune donne sono messe a confronto. Vi chiedo, signor Primo Ministro, di rendere nota questa lettera, nei modi che riterrete più opportuni, al Governo e al Parlamento".

LA SCAPPATOIA GIURIDICA
Di fronte a questa crisi politica e istituzionale il governo belga si riunisce e dopo febbrili trattative trova una scappatoia giuridica, appellandosi all'art. 82 della Costituzione. Dice infatti questo articolo che «se il re si trova nell'impossibilità di assolvere alle sue funzioni di Capo dello Stato», può subentrarvi il governo stesso. La pratica e la dottrina avevano finora individuato due casi in cui far ricorso all'art. 82: la malattia grave e la privazione della libertà personale. Questo secondo caso si era verificato una sola volta, nel 1940, quando il governo belga in esilio aveva esautorato il re Leopoldo, arresosi ai tedeschi e da loro imprigionato.
Nel caso di Baldovino i termini sono però diversi e il governo, interpretando in modo estensivo l'art. 82, ha allora parlato di «impossibilità morale» per il re, poiché la sua coscienza gli impediva di compiere il dovere costituzionale di accettare le decisioni del Parlamento in materia di aborto. Baldovino viene quindi sospeso dalle sue funzioni per la giornata di giovedì 4 aprile e fino alle ore 15 del giorno successivo. In questo modo, mentre il re è fuori campo, il governo belga può promulgare e mettere in vigore la legge sull'aborto. Venerdì 5 aprile, appunto alle ore 15, le due Camere, riunite in seduta comune, con 245 sì e 93 astensioni, restituiscono al re i suoi poteri e pongono fine allo stato di emergenza.
A parte la sostenibilità tecnica e giuridica, la soluzione escogitata dal governo belga ha il pregio di rispettare il valore delle posizioni morali del re, la sua netta e precisa obiezione di coscienza nei confronti dell'aborto, pur senza aprire un conflitto politico e istituzionale, che sarebbe stato lacerante per il Belgio.
Secondo il cardinale Leo Suenens, primate della Chiesa cattolica belga dal 1962 al 1980, amico e confidente di Baldovino, «questo re pastore è stato soprattutto il modello del suo popolo. Gli ha dato l'esempio di una coscienza fine, sensibile, infinitamente delicata, docile alle minime ingiunzioni morali e spirituali. Per lui la coscienza era un assoluto: era la voce dell'uomo profondo e la voce di Dio. Egli l'ha seguita sempre, anche a rischio dei suoi interessi personali, a rischio della sua posizione di re. La vita umana, pensava, valeva questo prezzo».

Nota di BastaBugie: per approfondire il grande gesto di Re Baldovino si può leggere il seguente articolo cliccando sul link sottostante
RE BALDOVINO DI FRONTE ALLE LEGGE BELGA SULL'ABORTO
Un sovrano amato dal popolo
di Anselmo Palmi
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=802

Fonte: Cristiano Cattolico, 13/05/2016

4 - OSSERVATORE ROMANO E AVVENIRE: SI ALLE UNIONI GAY
Il quotidiano vaticano e quello della CEI promuovono l'accoglienza dell'omosessualità, liquidando definitivamente Benedetto XVI e il Catechismo (invece il card. Bagnasco...)
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 09/05/2016

È primavera e nella Chiesa pare proprio sbocciato l'amore, ma quello omosessuale. Dal centro alla periferia ormai è tutto un inno ai rapporti gay. Non si fa in tempo a stupirsi del nuovo spazio dedicato dal settimanale diocesano Verona Fedele alla nuova rubrica "La Porta Aperta", che debutta l'1 maggio con un'intervista-propaganda a una persona omosessuale che decanta il suo amore, che il 3 maggio si scoprono porte aperte anche all'Osservatore Romano che lancia il suo nuovo magazine dedicato alle donne.
Il giornale vaticano ovviamente è molto più prudente, ma per valorizzare «quella rivoluzione intellettuale che le donne hanno operato nella cultura cattolica a cominciare dal secolo scorso» assolda in redazione intellettuali cattoliche del peso di Daria Bignardi, attuale direttore di Rai 3, firmataria dell'appello al parlamento del 21 febbraio scorso in favore delle unioni gay, e Melania Mazzucco, autrice del libro "Sei come sei", in cui si racconta in modo particolareggiato come un adolescente scopre e sperimenta la sua omosessualità [leggi LIBRO PORNO-GAY NELLE SCUOLE, MA PER AVVENIRE NON E' OSCENO, clicca qui, N.d.BB].
Come si ricorderà il libro divenne un caso perché fu adottato al liceo Giulio Cesare di Roma, provocando una dura reazione da parte di alcuni studenti e genitori [leggi AMICO DEL CLERO O AMICO DEI GAY?, clicca qui, N.d.BB].

SDOGANAMENTO SOFT
Lo sdoganamento dunque è soft ma si può scommettere su prossime più ampie aperture, anche perché nel frattempo sta aprendo la strada a tappe forzate il quotidiano della CEI, Avvenire, che dopo le puntate precedenti [leggi SECONDO AVVENIRE QUELLO GAY E' UN AMORE AUTENTICO, clicca qui, N.d.BB], sabato 7 maggio si è spinto ancora più in là nel promuovere il comportamento omosessuale. Una pagina dedicata a "Chiesa e cristiani Lgbt", prendendo spunto dal IV Forum dei cristiani Lgbt che si è tenuto a fine aprile ad Albano Laziale, per sostenere la necessità di progetti pastorali ad hoc che favoriscano la piena accoglienza non già delle persone con tendenze omosessuali (che non è mai stata negata) ma dell'omosessualità in quanto tale.
Dietro le solite parole fumogene e la voluta confusione tra rispetto della persona e avallo di qualsiasi comportamento, il passaggio cui chiama Avvenire è proprio la messa in discussione di quella legge naturale su cui - ci dice il quotidiano della CEI - si è discusso ad Albano. Per tranquillizzare il lettore, il cronista avverte che i cristiani Lgbt sono persone serie - «proprio come noi normali», direbbe Checco Zalone [vedi il video con la canzone di Checco Zalone tratta da un suo noto film, clicca qui, N.d.BB]-, tutta preghiera e riflessione sulla Chiesa, «niente carnevalate di dubbio gusto». Non manca l'imprimatur ufficiale, con l'udienza concessa ai partecipanti al Forum da parte del vescovo locale Marcello Semeraro, «che è anche segretario del C9», il Consiglio dei cardinali che aiuta papa Francesco nel disegnare la riforma della Curia Romana.
Dai relatori del Forum viene l'indicazione, fatta propria da Avvenire, di una partecipazione alla vita della Chiesa «a partire dalla loro identità» (padre Pino Piva, gesuita, coordinatore nazionale dell'apostolato degli esercizi spirituali ignaziani), che ovviamente porta a ridiscutere la legge morale naturale e il ruolo di «omosessuali, transessuali, bisessuali nel piano di Dio» (Damiano Migliorini, filosofo e autore di «un monumentale saggio sull'amore omosessuale»).
Ad Avvenire non viene neanche in mente che a proposito di piano di Dio ci sarebbe prima da risolvere quel problemino legato al racconto della Creazione secondo cui Dio creò l'uomo maschio e femmina, con il compito di popolare la terra. Ma non è solo il problema del riferimento alla Scrittura - un teologo che sistema brillantemente qualsiasi situazione lo si trova sempre -, piuttosto il rispetto della realtà di persone che vivono una condizione di sofferenza, e non a causa del rifiuto della Chiesa. In questo Avvenire avalla la solita menzogna secondo cui fino a ieri le porte delle chiese erano chiuse a tutti quelli che non erano "giusti", "a posto con le regole", e oggi finalmente quelle porte si aprono per accogliere e accompagnare ogni persona "ferita". Tale narrazione è un insulto a migliaia di sacerdoti che da sempre accolgono, consigliano, accompagnano persone e gruppi che hanno ferite profonde nella loro vita e che solo in una chiesa trovano qualcuno disponibile ad ascoltare e condividere.

IL VERO OBIETTIVO
Tale narrazione è però funzionale al vero obiettivo di tutta questa campagna, che non è accogliere le persone che vivono la condizione omosessuale, ma cambiare la dottrina della Chiesa imponendo l'accettazione del comportamento omosessuale, il peccato insieme al peccatore. Parlare di comportamenti "contro natura" diventa così una bestemmia per il nuovo linguaggio inclusivo, e di conseguenza usando Amoris Laetitia, Avvenire manda definitivamente in pensione anche Benedetto XVI che da papa aveva definito il gender la sfida più grande per la Chiesa di oggi, e che da cardinale aveva scritto nel 1986 una lettera chiarificatrice «per la cura pastorale delle persone omosessuali».
Già allora la Chiesa condannava con fermezza ogni espressione malevola e ogni violenza contro le persone omosessuali, e anche allora il cardinale Ratzinger invitava a iniziative pastorali specifiche, ma - ci spiega Avvenire prendendone le distanze - allora c'era «una riprovazione morale» per l'omosessualità che oggi è superata. In effetti non lo sarebbe, perché non si tratta di un'opinione di un Papa o un altro in quanto è parte del Catechismo, ma per Avvenire quel che conta è lo spirito dei tempi.
Diceva allora Ratzinger ribattendo a chi riteneva la condizione omosessuale «indifferente o addirittura buona»: «Occorre invece precisare che la particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l'inclinazione stessa dev'essere considerata come oggettivamente disordinata. Pertanto coloro che si trovano in questa condizione dovrebbero essere oggetto di una particolare sollecitudine pastorale perché non siano portati a credere che l'attuazione di tale tendenza nelle relazioni omosessuali sia un'opzione moralmente accettabile».
Piaccia o meno ad Avvenire e ai vescovi che lo guidano, questo è ancora non solo l'insegnamento della Chiesa ma anche l'atteggiamento che maggiormente corrisponde alla realtà, come dimostrano le iniziative pastorali che in questi anni hanno seguito con successo questo indirizzo e che oggi vengono fatte fuori. Nel nome dell'accoglienza.

Nota di BastaBugie: sempre Riccardo Cascioli nell'articolo sottostante dal titolo "Unioni civili, da Bagnasco uno schiaffo ad Alfano e un mea culpa per il silenzio colpevole" mette in evidenza che la legge Cirinnà equipara di fatto le unioni gay al matrimonio e apre all'utero in affitto. Il giudizio del cardinale Bagnasco non solo smentisce il leader di Area Popolare, ma anche la linea possibilista del quotidiano della CEI, Avvenire, ispirata da monsignor Galantino.
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su La nuova Bussola Quotidiana il 18-05-2016:
«La recente approvazione della legge sulle Unioni civili sancisce di fatto una equiparazione al matrimonio e alla famiglia, anche se si afferma che sono cose diverse: in realtà, le differenze sono solo dei piccoli espedienti nominalisti, o degli artifici giuridici facilmente aggirabili, in attesa del colpo finale - così già si dice pubblicamente - compresa anche la pratica dell'utero in affitto, che sfrutta il corpo femminile profittando di condizioni di povertà». Queste parole pronunciate ieri dal cardinale Angelo Bagnasco in apertura dell'assemblea generale della Conferenza episcopale italiana (CEI) non possono passare inosservate.
Si tratta di un giudizio estremamente duro, soprattutto dopo che per mesi e mesi, durante l'infuriare della battaglia per il disegno di legge sulle Unioni civili, il presidente della CEI aveva tenuto un profilo molto basso. Si era fatto notare solo una volta dando "imprudentemente" pubblico ed entusiastico appoggio al secondo Family Day, ma poi aveva dovuto subito rientrare nei ranghi. Evidentemente doveva obbedire a logiche superiori.
Con questa uscita sembra invece voler regolare i conti: smentisce clamorosamente Angiolino Alfano e Maurizio Lupi che ancora in questi giorni rivendicano a sé il merito di una legge "moderata" rispetto all'originale; ma smentisce anche la linea di Avvenire, il quotidiano della CEI, il cui direttore da giorni discetta di «legge sbagliata ma non ingiusta», a dire che si poteva fare di meglio ma che tutto sommato non è neanche da buttare via. Uno schiaffo ai politici di Area popolare dunque; e un sassolino che si toglie dalla scarpa nei confronti del segretario della CEI, monsignor Nunzio Galantino, il vero ispiratore della linea di Avvenire. Non solo, Galantino ha anche gestito direttamente la mediazione politica con il governo, puntando sull'azione dei cosiddetti catto-dem, ovvero i parlamentari "cattolici" del Partito democratico, senza disdegnare incontri ravvicinati con la stessa Monica Cirinnà. Obiettivo: l'approvazione di una legge sulle unioni civili dove fosse chiara la differenza tra unione civile e matrimonio. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, e Bagnasco non ha usato giri di parole: la legge approvata costituisce «una equiparazione al matrimonio e alla famiglia, anche se si afferma che sono cose diverse».
Pochi giorni prima, il 9 maggio, lo stesso presidente della CEI aveva pronunciato altre parole forti nell'omelia della messa celebrata a Genova per il primo anniversario della morte del cardinale Giovanni Canestri. In quello che è suonato come un mea culpa collettivo, Bagnasco ha detto: "Quanto silenzio colpevole, quanta omertà culturale, quanta prostrazione al pensiero unico, alla paura di essere derisi e giudicati fuori tempo (...) Non possiamo tacere per amore a Gesù e all'umanità, allo smarrimento diffuso, alla confusione di valori e principi sull'uomo, sulla vita e sulla morte, sull'anima immortale, sulla famiglia, sulla libertà vera".
Le parole di ieri sembrano dare un seguito a quel "Non possiamo tacere" e in molti sperano che da oggi sia davvero così, visto che il «silenzio colpevole» (a cominciare dai vertici della CEI), l'«omertà culturale», la «prostrazione al pensiero unico» di questi anni, sono già costate molto care non solo alla cattolicità, ma al Paese intero.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 09/05/2016

5 - SEI MOMENTI IN CUI LA PROVVIDENZA DI DIO SI MANIFESTA NELLA NOSTRA VITA... E SPESSO NON CE NE ACCORGIAMO
Nascere ultimo di 12 fratelli mi ha dato la certezza che la Provvidenza esiste ed agisce costantemente nella mia vita
Autore: Andrés D' Angelo - Fonte: Aleteia, 13/04/2016

Il nostro Padre che è nei cieli è onnipotente ma, nello stesso tempo, è infinitamente misericordioso: il suo cuore è vicino alla nostra miseria. Quando Gesù ci parla della Divina provvidenza nel Vangelo, ci parla di un Padre amorevole, che con dedizione vede ogni più minimo dettaglio della nostra vita. "Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!" (Matteo 10,29-31).
Così come la fisica è la matematica applicata alla realtà, credo che la Divina provvidenza sia la misericordia Divina applicata alla nostra vita quotidiana. Ci sono delle volte in cui non pensi sia vero? Ti succede mai che ti costa farti carico di cosa significhi veramente tutto questo? A volte possiamo credere che "Dio si dimentica di noi" o che la sua Provvidenza non è accurata come volevamo. A me non succede molto spesso, ma non perché sono speciale né perché ho una fede che può smuovere le montagne. Ma solo per la mia storia.

LA MIA STORIA
Sono il minore di 12 fratelli e nascere ultimo in una famiglia molto grande non mi ha dato fede nella provvidenza. Si, avete letto bene, non ho fede. Ho la piena certezza che esiste ed agisce costantemente nella mia vita. Per crescere dodici figli - soprattutto negli ultimi 60 anni e nel mio paese, l'Argentina, che ha accumulato un'inflazione milionaria - non ci vuole fede, ci vuole la certezza piena che Dio ci assiste del continuo. Mio padre chiamava il suo metodo il "provvidenzialismo demenziale controllato". "Provvidenzialismo" perché contavamo sulla Divina provvidenza. Non ci è mai mancato nulla ed eravamo dodici bocche da sfamare, vestire e istruire. Abbiamo passati dei momenti duri, ma non ci è mancato nulla. "Demenziale", perché a volte mio padre ha fatto salti nel vuoto con una fiducia cieca nella provvidenza; sia per cose superflue o superficiali (come costruire una piscina molto grande nel giardino per poter invitare più amici, oppure andare tutti insieme in vacanza al mare) o cose molto importanti e necessarie, come ampliare l'enorme casa che abbiamo. E "controllato" perché questi salti nella fede non si sono verificati con troppa frequenza e inoltre abbiamo sempre pagato un debito prima di farne un altro. [...]

TRE PREMESSE
Prima di elencare i punti vorrei dire tre cose sulla provvidenza.

A) LA DIVINA PROVVIDENZA NON È UNA BAMBINAIA
Dio ci conosce intimamente e sa ciò che siamo capaci di fare o non fare. Come dice Sant'Agostino, dobbiamo fare ciò che possiamo, e chiedere per quello che non possiamo fare. Ma non si può barare. Se non facciamo la nostra parte, non potremmo sperare che Dio faccia la sua.

B) LA DIVINA PROVVIDENZA NON CI CHIEDE L'IMPOSSIBILE
La Divina Provvidenza chiede di fare il nostro dovere, niente di più! A tutto il resto ci pensa Lui! Se ad esempio a una giovane albanese in India avessero detto che avrebbe dovuto fondare una congregazione di 4500 membri che si estende in 133 paesi, la povera suora sarebbe morta di angoscia, pensando che tutto questo sarebbe stato più pesante delle sue proprie forze. Invece Dio le ha detto: «Va' e prenditi cura dei più poveri tra i poveri». E questo l'ha resa la Madre Teresa che noi tutti conosciamo e ammiriamo. Tutto il resto è stato sopraggiunto. Qui si radica la grandezza della Divina Provvidenza: ci dà la libertà di dedicarci a cose grandi (il Regno di Dio) mentre lui si occupa del resto. E come se ne occupa!

C) LA DIVINA PROVVIDENZA NON AGISCE DIRETTAMENTE
C'è una famosa storia di un uomo che ha chiesto a Dio di salvarlo da un'inondazione. Prima sono venuti i vigili del fuoco, ma l'uomo si è rifiutato di entrare nella loro barca perché aveva chiesto aiuto a Dio. Poi è arrivata la protezione civile, ma neanche nella loro imbarcazione l'uomo osa entrare, perché è a Dio che ha chiesto aiuto. Infine viene raggiunto da un elicottero della polizia, ma l'uomo si rifiuta ancora una volta. Quando muore, l'uomo va in cielo e chiede a Dio: "Dio mio, perché mi hai abbandonato?" Al che Dio risponde: "Uomo, ti ho mandato prima i pompieri, poi la protezione civile e infine la polizia, e tu li hai rifiutati tutti!"

FIDARSI SEMPRE DELLA DIVINA PROVVIDENZA
Compreso ciò, vediamo i momenti in cui Dio sembra non preoccuparsi delle nostre necessità, e proviamo a capire cosa sta davvero facendo quando a noi sembra che il mondo stia per finire!

1. QUANDO IL MALE PREVALE
Molti atei negano l'esistenza di Dio per la sua presunta indifferenza alla sofferenza o al male. Perché non fa scendere fuoco dal cielo per estirpare il male dal mondo? Perché Dio non si commuove a causa della sofferenza di milioni di persone che lo invocano ogni giorno? A questo c'è una sola risposta: «Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (Isaia 55,8). Perché pensiamo che se fossimo stati al posto di Dio avremmo fatto le cose meglio di Lui? Dio nostro Signore tiene in conto fino all'ultima sofferenza che passiamo in questa terra, e talvolta permette il male per procurarci poi un grande bene. Ricordiamoci che il suo più grande trionfo, la redenzione dell'umanità, è stato la conseguenza della sua apparentemente peggiore sconfitta, l'incredibile martirio di suo Figlio sulla Croce. Dio conta persino i capelli sulla nostra testa! Abbiamo fiducia che Lui (e solo Lui, nella sua infinita saggezza) conosca le prove a cui ci sottopone e il male che permette per trasformare tutto questo in bene!

2. QUANDO NON CE LA FACCIAMO
Quando ci mancano le forze, quando "non possiamo dare di più", quando tutti i nostri sforzi sembrano portare a nulla e chiediamo a Lui di darci "un'ultima spinta" per raggiungere il nostro obiettivo. Non ci sembra che molte volte Dio non guarda i nostri sforzi e "non fa la sua parte"? Abbiamo in mente ogni nostro singolo sforzo e facciamo tutto quanto sia umanamente possibile, eppure ci sembra che Dio non faccia quel "di più" di cui abbiamo bisogno per ottenere ciò che cerchiamo.
C'è un aneddoto molto bello sul centro per bambini disabili «San Martín de Tours» a San Rafael, Mendoza. Arrivata la festa dell'Epifania, i tre fratelli laici che gestiscono il centro hanno deciso di vestirsi da Re Magi per andare a salutare i bambini, ma non avevano neanche un regalo decente per i piccoli! Non avendo regali, hanno deciso di far fare ai bambini una colazione più ricca il giorno dopo, rassegnandosi all'idea di un'Epifania senza regali. Arrivati al centro hanno visto con grande sorpresa che i bambini erano tutti in fila, aspettando i loro regali! E i bambini, dopo aver salutato i Re Magi, sono andati a dormire pieni di speranza! I tre fratelli hanno invece dormito di un sonno inquieto, col cuore appesantito; l'indomani, mentre preparavano la colazione "rinforzata", hanno sentito una voce. Era una camionetta che veniva da una parrocchia molto lontana che aveva organizzato una lotteria di beneficienza per il centro. Ogni bambino ha avuto il suo regalo nuovo, preziosamente avvolto da una carta dorata. I bambini avevano più fede degli adulti e hanno insegnato loro a confidare nella Provvidenza, che supera sempre le nostre migliori aspettative.

3. QUANDO LA CROCE CHE DOBBIAMO SOFFRIRE È PIÙ PESANTE DI QUANTO LE NOSTRE SPALLE POSSANO REGGERE
Oppure la percepiamo come assolutamente insopportabile. Quando nostra figlia Cecilia ci ha lasciati, io e mia moglie Mariana ci siamo chiesti se Dio ci amasse davvero. Perché ci ha donato una figlia per poi riprendersela? Si è pentito strada facendo? Non meritiamo una figlia? Non immagini neanche la rabbia che ho avuto quando un amico ha provato a dirmi la tipica frase di circostanza per tirarmi su di morale "Dio ha dato, Dio ha preso, sia lode a Dio", presa dal libro di Giobbe. Povero amico mio, l'ho quasi ucciso! Tuttavia la risposta più semplice e comprensibile me l'ha data un sacerdote: "Il bracciante chiede permesso al campo prima di ararlo? No! E perché lo ara? Affinché dia frutto!" Sul momento mi ha infastidito ma poi, col passare degli anni, ho capito che è vero. Dio è il più saggio!

4. QUANDO PECCHIAMO
Soprattutto quando si tratta di grandi peccatori, come me. Come può Dio darmi qualcosa se io gli volgo le spalle? Perché non mi spedisce all'inferno in questo preciso momento? È in questi momenti che la Provvidenza Divina è più "attenta" al nostro pentimento. Ci ricordiamo che quando è tornato il Figliol Prodigo, il padre l'ha visto da lontano e lo ha raggiunto di corsa, lo ha abbracciato e lo ha coperto di baci? Questo ovviamente non significa che dobbiamo peccare affinché Dio ci dia qualcosa, bensì che seppure i nostri peccati fossero rossi come il sangue, possiamo chiedere aiuto a Dio, pentirci e ritornare alla Chiesa! Lui vuole farlo!

5. QUANDO DOBBIAMO ESSERE STRUMENTI DELLA DIVINA PROVVIDENZA
Non ti è mai successo di vedere un mendicante che ha particolarmente bisogno, una signora molto anziana o molto malata che ti fa stringere il cuore per la propria miseria? È lì che la Divina Provvidenza agisce in te! Ma non tocca i tuoi sentimenti per farti dire, facendo spallucce, che "Dio provvederà". In questo momento sei uno strumento nelle mani di Dio! Dagli qualcosa! Se non hai nulla dona un abbraccio! Se hai molto poco, dai quel poco che hai! Dio lo ha messo là sulla tua strada affinché tu lo aiuti!
A ottobre Papa Francesco canonizzerà Cura Brochero, un sacerdote argentino morto nel 1914. Padre José Gabriel del Rosario Brochero è arrivato a Villa del Tránsito come parroco e là ha incontrato un popolo dimenticato dalle autorità in cui abitavano più delinquenti che cittadini. Con infinita pazienza, Brochero si è fatto carico di quel gregge smarrito, ha costruito una Casa degli Esercizi spirituali e, come ha detto lui stesso, "Non è sfuggito neanche uno"; tutti gli abitanti del villaggio facevano esercizi spirituali. Ma non solo: in primo luogo ha costruito, insieme alla popolazione, una scuola per ragazze, ha deviato il corso di un fiume per portare acqua al villaggio, ha costruito il primo ufficio con un telegrafo - un'opera che dura ancora sino ai giorni nostri - ha costruito la strada di Traslasierra, che unisce il villaggio alla città di Cordoba. Prima di lui non c'era strada, tutto era nel più assoluto abbandono. Raccontano che quando ha vissuto a Cordoba un mendicante gli ha chiesto denaro e lui gli ha dato ogni cosa che aveva, dovendo però tornare a piedi fino alla cattedrale dove viveva! Dio ci chiede di essere strumenti della sua Misericordia quando ci pone davanti a miserie che possiamo riconoscere e che chiamano la nostra "fame e sete di giustizia". È qui che dobbiamo confidare che se Dio ci ha posto una sfida, di sicuro ci ha anche dato i mezzi per superarla!

6. QUANDO ABBIAMO GIÀ FIDUCIA
Ci sono volte in cui davvero crediamo nella Divina Provvidenza, facciamo un salto di fede, e poi... non succede nulla! Non riceviamo l'aiuto di cui abbiamo bisogno. Perché tarda? Perché a volte sembra che ci abbia dato la fiducia necessaria per ricevere ma poi Lui "ritira la mano"? Cadiamo dalle nuvole. "Ha detto infatti: 'Sono figlio di Dio" (Matteo 27,43). Soffriamo e ci disperiamo, a volte non tanto perché non otteniamo qualcosa, ma perché pensiamo che Dio non abbia risposto! Dobbiamo ricordarci che i tempi di Dio non sono i nostri. Dio si muove in termini di eternità, noi in termini di temporalità! Quello che possiamo fare è rinnovare la fiducia in Dio e pregare di nuovo affinché il suo aiuto non tardi ad arrivare.

Fonte: Aleteia, 13/04/2016

6 - IL COMITATO OLIMPICO INTRODUCE IL REATO DI OMOFOBIA
L'equiparazione tra razzismo e omofobia rappresenta un fatto storico gravissimo, emblematico della decadenza dei tempi
Autore: Rodolfo de Mattei - Fonte: Osservatorio Gender, 09/05/2016

Il CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) si uniforma al diktat etico globale ed introduce il reato di omofobia all'interno del proprio statuto. A darne notizia è il suo stesso presidente Giovanni Malagò, nel corso dell'audizione alla VII commissione del Senato sullo stato di salute dello sport italiano, dichiarando: "Ieri abbiamo inserito il tema della lotta all'omofobia nello statuto del Coni: è stata recepita l'indicazione della Presidenza del Consiglio dei ministri" e per questo "abbiamo modificato l'ordinamento inserendo oltre ai reati di discriminazione razziale anche quelli di omofobia".

CI SIAMO ADEGUATI AI DIKTAT
Il presidente del CONI Malagò ha motivato la propria decisione affermando di essersi semplicemente attenuto a quelle che erano le indicazioni "dall'alto" in tal senso: "non abbiamo fatto altro che rispettare le indicazioni generali".
La nuova norma è stata accolta con scontato entusiasmo dalle associazioni LGBT che grazie a tale novità vedono equiparare il reato di discriminazione razziale e quello di omofobia. Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia, ha dichiarato: "È un ottimo segnale. Dai cori omofobi alle discriminazioni nei confronti di atleti ritenuti omosessuali, finora lo sport italiano ha dato una pessima immagine. La stessa reiterata negazione da parte di dirigenti sportivi del fatto che l'omosessualità è presente in tutte le discipline, o le offese gratuite con dichiarazioni raccapriccianti sulle persone omosessuali, sono atteggiamenti discriminatori che convincono, tra l'altro, migliaia di sportivi a vivere nella paura e nella clandestinità. Quindi è necessario che dai primi, timidi gesti si passi velocemente ai fatti".
Sulla stessa linea anche Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center, per il quale, d'ora in avanti, "non sarà più lecito né discriminare, né usare un linguaggio offensivo sui campi di gioco".

FATTO GRAVISSIMO
L'equiparazione tra razzismo e omofobia da parte dei vertici dello sport italiano rappresenta un fatto storico gravissimo, emblematico della decadenza dei tempi e dell'odierno clima culturale in tema di omosessualità. Con tale conformista decisione il CONI, il più importante organo sportivo italiano, mette lo sport, attività educativa e formativa per eccellenza, rivolta a giovani e giovanissimi, al servizio della sempre più aggressiva ideologia LGBT. Un irresponsabile provvedimento adottato, secondo le parole dello stesso presidente Malagò, in riverente ossequio alle indicazioni arrivate in materia dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri che, dopo le recenti nomine in quota LGBT a Palazzo Chigi, mette dunque, ancora una volta, a nudo la linea politica del premier Matteo Renzi in fatto di gender ed omosessualità.

Nota di BastaBugie: Rodolfo de Mattei nell'articolo sottostante dal titolo "Matteo Renzi sceglie il guru LGBT De Giorgi per la comunicazione online" parla delle "recenti nomine in quota LGBT a Palazzo Chigi" a cui si accenna nella parte finale dell'articolo.
Ecco dunque il suo articolo pubblicato su Osservatorio Gender il 7 maggio 2016:
Matteo Renzi sceglie il guru LGBT per rilanciare la sua comunicazione online. Da lunedì il fondatore e direttore del portale Gay.it, Alessio De Giorgi, farà infatti il suo ingresso a Palazzo Chigi per entrare a far parte dello staff della comunicazione, con il compito di occuparsi soprattutto di informazione on line e social media.
Quarantasette anni, gestore della discoteca Mamamia sulla marina di Torre del Lago, già capo di Gabinetto nell'amministrazione del sindaco di Viareggio Leonardo Betti, De Giorgi è stato anche consigliere per l'attuazione delle norme contro le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere, su nomina della Giunta regionale toscana. Esponente di Arcigay, con il suo oggi ex compagno Christian Panicucci fu il primo a firmare un Pacs nel 2002 a Roma presso il consolato francese.
Il direttore di Gay.it entra dunque questa volta dalla porta principale dopo il fallito tentativo di fare il suo ingresso in Parlamento come candidato del partito Scelta Civica di Mario Monti nel 2013. Candidatura alla quale fu costretto a rinunciare, in seguito alla pubblicazione di alcune sue foto da parte del quotidiano Libero e dopo che la trasmissione radiofonica La Zanzara diffuse la notizia che lo stesso De Giorgi risultava proprietario di ben quattro siti pornografici: Gaysex.it, GayTube.it, NewEscort.com e Me2 tutti riconducibili alla società da lui amministrata Gay.it S.p.A.. [...]
Ultimamente il neoassunto di palazzo Chigi, ha assistito Renzi durante il travagliato iter della legge sulle unioni gay, appoggiando la scelta del premier di stralciare le adozioni pur di far passare la legge e riuscendo così a far "digerire" tale indigesta decisione all'esigente comunità omosessuale. L'incarico sa dunque di meritata ricompensa da parte del capo che con tale abile nomina strizza l'occhio anche al mondo gay in vista delle prossime elezioni amministrative.
Dopo il "teologo" gay, Benedetto Zacchiroli, chiamato da Bologna a Roma per entrare a far parte dello staff di Palazzo Chigi, la nomina del fondatore e direttore di Gay.it, Alessio De Giorgi, in un campo oggi così importante e strategico come quello della comunicazione online, mostrano chiaramente da che parte sta il governo del "cattolico" Matteo Renzi nell'odierna battaglia culturale per la "normalizzazione" dell'omosessualità e di ogni tendenza sessuale nella nostra società.

Fonte: Osservatorio Gender, 09/05/2016

7 - GLI ANIMALISTI CONTRO PAPA FRANCESCO
Una sua battuta su chi si circonda di animali, ma si disinteressa del prossimo, scatena la fanatica reazione degli animalisti
Autore: Andrea Zambrano - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 16/05/2016

In fondo era solo una frase di buon senso. Ma all'ideologia animalista il buon senso non serve. Animali e uomini, il Papa ne ha riparlato. L'ultima volta aveva messo in guardia chi sceglie di non avere figli e si circonda di cani e gatti. Sabato, alla vigilia della Pentecoste, nello spiegare uno dei doni dello Spirito Santo, la pietà, ha fatto un esempio dei suoi, di quelli che provocano terremoti.
«La pietà non va confusa col pietismo - ha detto -. Quante volte vediamo gente tanto attaccata ai gatti ai cani e poi lasciano senza aiuto la fame del vicino e della vicina? No, per favore no».

APRITI CIELO
Parte il can can mediatico di una frase che in fondo è condivisibile, scontata, ovvia nel suo candore. Perché i paladini degli animali, per i quali la cura di fido è una ideologia, li abbiamo sotto gli occhi e a volte fanno anche ridere.
Ci sono negozi di cani dove ti vergogni a chiedere qualunque cosa perché l'addetta potrebbe trattarti come un "canofobo". «Ma sta scherzando? Gli fa mangiare gli avanzi? Ma lei li mangerebbe gli avanzi?». Al che tu rimani lì e cerchi di divincolarti: «No no, ci mancherebbe, non lo farei mai», dici mentendo più per la paura di una denuncia a qualche polizia canina che il timore di soccombere». Chi ha un cane sa cosa significhi tutto questo.
Però, gratta gratta, sia nelle parole del Papa che nelle risposte scomposte di alcuni animalisti, c'è molto di più che una frase di buon senso e una reazione isterica.
Bergoglio ha ribadito una gerarchia creazionistica che l'ideologia animalista vorrebbe cancellare: l'uomo è il vertice della creazione, viene prima degli animali e mettere gli animali al vertice della creazione vuol dire mettere l'umano sotto i tacchi. Non ci vuole un genio per capirlo. Però dire certe cose significa andare contro un fiorente business sia commerciale che culturale. Perché tutte le volte che il Papa parla, non c'è occasione migliore per andare a stanare chi da determinate espressioni o concetti può trarne maggiore pubblicità e vantaggio.

IL "TEOLOGO" DEGLI ANIMALI
Infatti dopo la frase, qualcuno, il Corriere, ha pensato di andare a scovare nientemeno che il teologo degli animali Paolo De Benedetti, che, viene scritto a chiare lettere, era amico del cardinal Martini e di Umberto Eco. Come se certe amicizie determinassero una patente di attendibilità.
Poi è stata la volta degli sguaiati commenti su Facebook: «Un contribuente paga le tasse per tutti e cura i propri animali con quel che gli resta in tasca: o deve regalare anche quella quota per ristrutturare un attico di Bertone coi soldi destinati ai bimbi poveri?» è il tenore di alcuni post. Che c'entra coi cani? Niente, ma il messaggio è chiaro: o Francesco parla di argomenti che il mainstream accetta oppure questo è il trattamento.
Poi è la volta dell'Aidaa (Associazione Italiana Difesa Animali ed Ambiente) che non si risparmia proprio. Al Fatto Quotidiano ha dichiarato: «Parole irresponsabili e fuorvianti» dice il suo presidente. Ci sono persone che quando hanno il titolo di presidente, fosse anche del circolo caccia e pesca, si sentono in potere di paragonarsi per importanza e autorevolezza ad un Papa.

L'AVANGUARDIA FANATICA DI UNA RELIGIONE POST UMANA
Verrebbe da sorridere come se si trattasse di pidocchi sulla criniera di un nobile destriero, ma ecco che parte la bomba: «Francesco si occupi dei problemi della Chiesa a partire dai sacerdoti che violentano i bambini e dei preti e cardinali che vivono negli attici e certo non pensano né ai poveri né ai gatti ma solo a loro stessi e a quelli che si approfittano dei bambini prima di venire a fare lezioni a noi che amiamo sia uomini che animali come tutte creature di Dio».
I preti pedofili e gli scandali in Vaticano messi sulla bilancia con una battuta su Fido. Ci sono persone che oltre al senso della misura hanno perso anche quello del ridicolo. Sul sito dell'Aidaa si scopre tra le principali attività vi è anche quella di promuovere il veganesimo. Che c'azzecchi l'ideologia vegana con la tutela dei cani, visto che mangiano carne cruda, non si sa, però il messaggio è chiaro: veganesimo e animalismo sono l'avanguardia fanatica di una religione post umana che mette l'irrazionalità della natura al di sopra di tutto, con tutte le ricadute del caso a danno dell'uomo, sempre più accidente del progetto chiamato terra.
«Secondo me il Papa ha sbagliato, dovrebbe insegnare l'armonia e non creare fratture. E poi si chiama Francesco, come il poverello di Assisi, che in fatto di animali potrebbe insegnare qualcosa a tutti», dice un titolare di un gattile. Infatti il poverello di Assisi, gli animali se li mangiava arrosto. Vogliamo aprire una crisi internazionale per questo?

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 16/05/2016

8 - LETTERE ALLA REDAZIONE: BAMBINI A MESSA... SI O NO?
Una cosa è certa: quando Gesù ha detto ''Lasciate che i bambini vengano a me'' non era nel tempio e non stava pregando
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie, 17/05/2016

Gentile Redazione,
vi scrivo per ringraziarvi di aver pubblicato il 4 maggio 2016 la lettera del padre domenicano che con equilibrio e carità parlava della opportunità o meno di portare i bambini alla messa, quando sono molto piccoli e rischiano di disturbare.
Sono mamma di tre bambini piccoli (il più grande ha 4 anni) e, come molti, sono passata anche io dal periodo in cui ho portato i miei bambini alla messa, contenta di poter condividere con loro e con mio marito la funzione, fiera e gioiosa del mio essere famiglia. Se qualcuno ci guardava storto perché non erano in perfetto silenzio mi dicevo che erano degli intolleranti che non capivano i bambini, e mi consolavo con gli sguardi e i sorrisi che di solito i miei bambini strappavano agli altri, teneri e bellissimi come tutti i bimbi. Se a volte esageravano nella confusione, mi portavo a casa un senso di inadeguatezza: dovevo trovare a tutti i costi un modo per far loro vivere la messa in silenzio (magari coerente con la messa stessa, dato che non mi pareva giusto portare giocattoli o merendine come avevo visto fare)... e se non ne ero capace era un mio difetto.
Poi, con tutta la famiglia, siamo stato ad un ritiro che aveva per tema la realtà della messa e il modo migliore di viverla. E lì ho capito il mio errore, che non era di incapacità educativa, ma di ignoranza di fede: dovevo chiarirmi innanzitutto che cosa è la messa: sacrificio di Cristo sulla Croce che si rinnova innanzi a noi.
Adempiere il precetto domenicale non può limitarsi alla presenza in chiesa e all’attenzione intellettuale a ciò che viene fatto o detto. La partecipazione al Mistero della passione e morte di Gesù in un reale raccoglimento è qualcosa di così difficile da raggiungere che non si può pensare di cercarlo senza silenzio, dovendo tenere a bada dei bambini, cullandoli in piedi in fondo alla chiesa, facendo lo yo yo fuori e dentro il portone. E’ successo anche a me di vivere messe in questo modo: uscita dalla funzione avrei saputo benissimo raccontare e commentare letture e omelia (forse anche gli avvisi finali), perché con la testa c’ero, ero attenta come a scuola... ma quanta preghiera ci sarà stata realmente?
E gli altri? Quanto la presenza dei bambini distrae non solo me, ma anche le persone che sono in chiesa insieme a me? Davvero me la sento di prendermi la responsabilità di disturbare il dialogo tra Dio e i fedeli portando i miei bambini a messa? Proprio io, che per distrarmi basta notare la sciarpa a fiori della mia vicina annodata elegantemente alla borsa? Anche se stessero immobili e muti come statue sarebbero comunque motivo di distrazione.
Da quando abbiamo deciso di non portare i bambini a messa mi sono resa conto di quanta preghiera mi perdevo prima. Io e mio marito siamo diventati esperti degli orari delle messe del circondario, e ci alterniamo. Così la messa domenicale è diventata per noi occasione di farsi un dono reciproco: un’ora di silenzio e preghiera in una settimana che tra lavoro e figli e cose da fare non ha quasi più nessun momento per la vita spirituale: un rifornimento di grazia che ciascuno fa da solo per poi riversarlo nella vita familiare. E quando il dono ce lo vogliono fare i nonni, tengono i bimbi e noi possiamo andare insieme.
I bambini apprendono la preghiera in altri momenti, scandita dai ritmi della giornata e della settimana, e di certo non manca loro una educazione cristiana dato che viviamo intensamente le proposte della diocesi, della parrocchia e del nostro gruppo, dove tutti insieme possiamo anche dare testimonianza di famiglia numerosa e felice. Anzi, i bambini hanno imparato che per mamma e papà la messa è una cosa seria, come il lavoro o un colloquio importante, e che i genitori, che pure li amano tanto, mettono al primo posto Dio... e anzi, un po’ ne sono incuriositi, fanno domande e a volte chiedono di venire come fosse un regalo.
Io ho smesso di sentirmi in colpa se non sanno stare in silenzio, e anzi accetto questo loro modo di essere serenamente perché è normale: la messa per loro è una cosa noiosa, e non serve alla loro crescita spirituale (meno che mai se gliela faccio digerire portando giocattoli per tenerli buoni). E’ invece molto utile per loro che noi genitori la viviamo al meglio possibile, attingendo la grazia che nutre la nostra fede di famiglia.
C’è chi dice che è portando i bambini a messa fin da subito che li si può abituare ad andarci ogni domenica. Può darsi che sia vero, man mano che i miei cresceranno mi renderò conto se ho creato una difficoltà in tal senso o no, ma penso che il mio obiettivo, più che creare un'abitudine, sia quello di insegnare loro cosa è davvero la messa, e non sarei felice di aver creato in loro l’abitudine ad andare in un luogo di preghiera dove in realtà ognuno può fare quello che vuole. Quando avranno l’età giusta (fissata dalla Chiesa a 7 anni), la messa per loro sarà obbligatoria, e la loro capacità di comprenderlo non dipenderà dalla abitudine, presa magari controvoglia, obbligati a stare fermi e silenziosi, ma dal senso che avremo loro trasmesso.
Ho voluto condividere con voi questa nostra esperienza perché ha rappresentato una grazia nel nostro percorso: ci ha portati a interrogarci maggiormente sulla messa, a viverla in maniera più rispettosa, a dedicare il giorno del Signore a Lui senza sconti (in totale, alternandoci, se ne vanno due ore ogni domenica invece che una...).
Grazie del preziosissimo lavoro che svolgete.
Cordialmente,
Rita

Spettabile redazione di BastaBugie,
anch'io credo che i bambini debbano stare in silenzio alla S. Messa, ma sono rimasto sconvolto nel vedere un sacerdote, Padre Angelo, che consiglia di non portare i bambini a Messa prima dell'età del catechismo: la S. Messa è il momento in cui siamo più vicini a Nostro Signore Gesù Cristo ricevendo molte grazie e ciò vale anche per i bambini piccoli. Un bimbo che è stato abituato ad avere la Domenica intera per giocare che tutto ad un tratto deve rinunciarvi per la Messa lo vedrà come una costrizione inutile e difficilmente amerà la S. Messa, al contrario se educati fin da piccoli i bambini non vedranno mai la S. Messa come un peso. E' chiaro che questo comporta difficoltà per i genitori ma questa è proprio la missione a cui li chiama Nostro Signore, a me capita spesso di non riuscire ad avere il raccoglimento che vorrei (il comportamento dei miei bambini è tutt'altro che esemplare) ma so che comunque faccio la volontà del Signore e questo è quello che conta.
Mirko

Cari Rita e Mirko,
tra le tante ricevute, abbiamo scelto le vostre mail, una d'accordo e una contraria all'articolo relativo all'opportunità di portare i bambini alla Messa. Entrambe fanno riflettere e mi permettono di chiarire meglio alcuni aspetti.
Nell'articolo di Padre Angelo tratto dal sito degli Amici Domenicani (leggi I BAMBINI A MESSA? SOLO SE SANNO STARE IN SILENZIO, clicca qui), non si dice di non portare assolutamente mai i bambini alla Messa, ma, come dice il titolo, si possono portare a condizione che non disturbino la preghiera degli altri ed anche quella dei propri genitori.
Infatti Padre Angelo ha scritto: "Se i bambini stanno bravi e non disturbano, si fa bene a portarli". Tanti lettori invece ci hanno accusato di aver pubblicato un articolo che vietava i bambini in chiesa come se stessimo dicendo ai sacerdoti di fermare la Messa e dire "Ora basta, tutti i bambini fuori!". E per avvalorare la loro opinione circa la metà delle mail contrarie all'articolo citavano la famosa frase di Gesù "Lasciate che i bambini vengano a me" dimenticando che questa frase è stata pronunciata fuori dal tempio e non quando Gesù stava pregando. Invece quando Gesù voleva pregare o se ne stava "tutto solo" spesso di notte oppure era nel tempio con gli altri, ma senza bambini. Tra l'altro quando il vangelo racconta di Gesù che nell'ultima cena istituisce il Santo Sacrificio della Messa, non ci parla della presenza di bambini. Citare quindi il vangelo per avvalorare l'ipotesi che i bambini vadano comunque e sempre portati alla Messa, anche se rumorosi, non ha alcun fondamento.
Credo inoltre che non si possa considerare la questione solo dal punto di vista dei bambini, ma anche degli altri che sono presenti alla Messa. Sacrificare una intera assemblea in preghiera per il pianto di un solo bambino, magari al momento della consacrazione, non è giustificabile. Ci sentiamo quindi di sottoscrivere le considerazioni di Padre Angelo che nell'articolo sopra menzionato ha scritto: "sì, i genitori sono venuti in Chiesa nel giorno di festa. Ma è un altro paio di maniche vedere se hanno partecipato alla S. Messa. Ora la partecipazione all'Eucaristia è troppo importante per sostenere e alimentare la vostra vita cristiana. [...] Decidere di portali a Messa comunque, anche se stanno in perenne agitazione e disturbando, è più nocivo che benefico. Non dobbiamo dimenticare che il sacro silenzio che si vive nella liturgia è talvolta più potente di tanti canti ed è più benefico di tante parole. La gente ha bisogno anche di questo silenzio profondo, sacro. Toglierglielo con grida, pianti e scorribande dei bambini non mi pare un atto di carità".
Mi pare importante tenere conto che la Messa non è l'unico momento in cui si trasmette la fede a un bambino. Anzi, forse per lui sono più adeguati altri momenti, come appunto aveva fatto notare il sacerdote rispondendo appunto alla domanda se fosse necessario abituare i bambini alla preghiera o rimandare a quando avessero raggiunto una presunta maggior consapevolezza. Padre Angelo così iniziava la sua risposta: "È importante che i bambini crescano vedendo papà e mamma che pregano prima dei pasti, che si fanno il segno della croce, che pregano insieme. Anche la loro preghiera, per quanto infantile, è importante e preziosa per tutti voi: è una benedizione, una protezione continua. L'attenzione che ponete attraverso piccoli segni nel far sentire ai bambini che vivete momenti forti dell'anno liturgico vale più di tanti discorsi".
Mi rendo conto che i genitori si sentano coinvolti nelle questioni di cui abbiamo parlato e quindi accetto di buon grado alcune mail giunte in redazione al limite della buona educazione. Spero che queste precisazioni servano di riflessione pacata a coloro che hanno a cuore la propria vita spirituale per poi trasmetterla ai propri figli rispettando i loro tempi di crescita.

Fonte: Redazione di BastaBugie, 17/05/2016

9 - OMELIA SANTISSIMA TRINITÁ - ANNO C (Gv 16,12-15)
Lo Spirito della verità vi guiderà a tutta la verità
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 22 maggio 2016)

Un giorno sant'Agostino passeggiava su una spiaggia cercando di comprendere il mistero di Dio. Mentre era immerso in queste meditazioni, vide un bambino che con una conchiglia prendeva l'acqua del mare e la versava in una piccola buca. Incuriosito, il Santo lo interrogò chiedendogli cosa stesse facendo. «Voglio mettere il mare dentro la buca», rispose il piccolo. Sant'Agostino, con parole semplici, cercò di spiegare al bambino che questo era impossibile. Allora il piccolo aggiunse: «Prima che tu comprenda il mistero di Dio, io avrò messo tutto il mare nella buca». Detto questo il bimbo disparve.
Allora sant'Agostino pensò che quel bambino poteva essere un angelo inviatogli da Dio per fargli comprendere che il mistero della Santissima Trinità è il più grande e il più importante della nostra Fede e noi, con la nostra mente, non riusciremmo mai e poi mai a capirlo interamente. Come quella piccola buca sulla spiaggia era troppo piccola per contenere tutta l'acqua del mare, così, e ancora di più, la nostra intelligenza è oltre modo limitata per afferrare un Mistero così grande.
Noi sappiamo che Dio è Trinità solo perché Gesù ce lo ha rivelato nel Vangelo. Egli ha parlato del Padre, del Figlio, ovvero di Lui stesso, e dello Spirito Santo. Il Padre è Dio, il Figlio è Dio, lo Spirito Santo è Dio; insieme, le tre Divine Persone non sono tre dèi, ma l'unico vero Dio. Per riuscire un po' a comprendere questo grande Mistero bisogna partire dalla più bella definizione che è stata data di Dio. La definizione, se così possiamo dire, ce l'ha data san Giovanni apostolo in una sua lettera. Egli dice: «Dio è amore» (1Gv 4,8). In questa piccola frase è racchiuso tutto il mistero di Dio Uno e Trino. Se Dio è amore, ciò significa che vi è una comunione di Persone. Il Padre ama il Figlio, il Figlio ama il Padre, e l'Amore reciproco tra Padre e Figlio è anch'esso Persona ed è lo Spirito Santo.
Noi, che siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio, siamo chiamati a riflettere questo Mistero dell'amore eterno di Dio nel mondo. Innanzitutto la famiglia è chiamata a questa altissima missione. Nella famiglia vi sono più persone riunite in un solo amore. Così è poi per ogni comunità umana: l'amore reciproco deve essere riflesso dell'amore di Dio.
Nell'Antico Testamento non si aveva ancora la rivelazione di questo mistero. Tuttavia ve ne era qualche piccola intuizione, come quella che risulta dalla prima lettura di oggi. L'autore del libro dei Proverbi parla della Sapienza, che è da sempre, generata fin dall'eternità (cf 8,24-26). La Sapienza era presso Dio quando Egli fissava i cieli, quando stabiliva al mare i suoi limiti, quando disponeva le fondamenta della terra (cf 8,27-30). Nella Sapienza di Dio, di cui parla l'Antico Testamento, i cristiani hanno riconosciuto il Figlio eterno del Padre. È molto bello notare che, in ogni opera creata da Dio, la Sapienza era presso di Lui. Quando poi si parla dell'uomo, la lettura dice che la Sapienza ha posto in lui le sue delizie (cf 8,31). Ciò significa che tutte le creature, e in modo particolare il genere umano, sono riflesso della perfezione della Sapienza, ovvero del Figlio eterno del Padre.
La seconda lettura di oggi ci parla invece dello Spirito Santo, la terza Persona della Santissima Trinità. San Paolo ci dice che «l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). Lo Spirito Santo è l'Amore tra il Padre e il Figlio e questo amore eterno dimora nei nostri cuori dal giorno del nostro Battesimo. Purtroppo, con il peccato mortale, noi tante volte cacciamo via dal nostro cuore l'Amore di Dio e, ad esso, preferiamo magari l'illusorio piacere di un momento. Pentiamoci dunque, di tutto cuore, e chiediamo perdono a Dio di tutti i nostri peccati. Confessiamoci sinceramente e cambiamo vita, allora lo Spirito Santo tornerà a riversare nei nostri cuori il suo amore. Così, resi nuove creature, noi potremo diventare testimoni dell'amore di Dio.
Un giorno, un avvocato anticlericale andò ad Ars sperando di ridere a spese di «quell'ignorante del parroco» che era san Giovanni Maria Vianney. Ma, contro ogni sua aspettativa, quell'uomo tornò a casa convertito. Agli amici che gli chiesero: «Ma dunque che cos'hai visto ad Ars?», rispose: «Ho visto Dio in un uomo».
Quanto più ameremo Dio e il prossimo, tanto più comprenderemo il mistero di Dio e lo faremo comprendere ai nostri fratelli.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 22 maggio 2016)

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