BastaBugie n°464 del 27 luglio 2016

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1 GUERRA DI RELIGIONE: NEANCHE IL SACERDOTE SGOZZATO IN CHIESA DAGLI ISLAMISTI RISVEGLIA I POLITICI EUROPEI
Islam religione di pace? Eppure l'arcivescovo di Mosul un anno fa ci aveva avvertiti: ''Se non capite in tempo la minaccia, diventerete vittime del nemico che avete accolto in casa vostra''
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
2 HANNO UN SOLO OBIETTIVO: VENGONO PER OCCUPARE L'EUROPA E UCCIDERE GLI INFEDELI (CHE SIAMO NOI)
L'arcivescovo Márfi: ''Vogliamo bene ai lupi in quanto creature di Dio, ma non per questo li facciamo entrare tra le pecore''
Autore: Andras Kovacs - Fonte: Riscossa Cristiana
3 SUI TERRORISTI ISLAMICI UN SILENZIO SOSPETTO
Una strage dell'Isis a Kabul passata inosservata, un'altra a Nizza di cui si nega il movente jihadista, un'altra a Monaco in cui avrebbe agito un lupo solitario
Autore: Stefano Magni - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
4 CON IL SI AL REFERENDUM COSTITUZIONALE L'ITALIA SI INCAMMINA VERSO LA DITTATURA
La nostra Costituzione non è ''la più bella del mondo'' perché non permette la difesa della legge naturale e di quella divina che le sono superiori, ma con la riforma di Renzi la si peggiora esasperando lo statalismo e dando il potere a un solo uomo
Autore: Stefano Fontana - Fonte: Il Timone
5 CARO SAVIANO, LEGALIZZARE LA MARIJUANA E' UN ERRORE
Incalcolabili i danni per la persona e per la società e inoltre non si riduce, ma al contrario si rilancia il potere delle mafie (VIDEO: ex tossicodipendenti contro la cannabis libera)
Fonte: Tempi
6 RIVOLUZIONE FRANCESE E DITTATURA GAY: STESSI MEZZI, STESSI OBIETTIVI
L'ideologia omosessualista porta a compimento il terrore giacobino con la distruzione finale della natura umana
Autore: François Billot de Lochner - Fonte: Libertà e Persona
7 COME IL CRISTIANESIMO HA ABOLITO LA SCHIAVITU'
Ai cristiani si contesta di non aver deplorato questa piaga, ma è vero il contrario: già San Paolo proclamava la dignità dello schiavo (che porterà all'abolizione della schiavitù)
Autore: Marco di Matteo - Fonte: Il Timone
8 LE LETTERE DI BERLICCHE: IL MANUALE PER SMASCHERARE IL DIAVOLO
Prima delle Cronache di Narnia, C. S. Lewis scrisse quest'opera davvero geniale per riconoscere la tentazione e combatterla
Autore: Giovanni Fighera - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
9 OMELIA XVIII DOMENICA T. ORD. - ANNO C (Lc 12,13-21)
Anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - GUERRA DI RELIGIONE: NEANCHE IL SACERDOTE SGOZZATO IN CHIESA DAGLI ISLAMISTI RISVEGLIA I POLITICI EUROPEI
Islam religione di pace? Eppure l'arcivescovo di Mosul un anno fa ci aveva avvertiti: ''Se non capite in tempo la minaccia, diventerete vittime del nemico che avete accolto in casa vostra''
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 27/07/2016

Come ogni mattina da quando, per ragioni di età, non era più parroco, don Jacques Hamel celebrava la messa feriale del mattino, alle 9, nella "sua" chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray, parrocchia di 20mila anime della diocesi di Rouen, nel cuore della Normandia. Con lui, come ogni mattina, tre suore e altri due fedeli. Ma ieri qualcosa non è andato come le altre mattine: due giovani islamici armati di coltello hanno fatto irruzione durante la messa e hanno bloccato i presenti. [...] E mentre si preparavano a sgozzarlo davanti a quell'altare dove si stava rinnovando il sacrificio di Cristo in croce, uno di loro ha preso il posto del prete e si è lanciato in un sermone in arabo, ha testimoniato suor Danielle, una delle religiose presenti riuscita a fuggire un attimo prima che i criminali infilassero il coltello nella gola di don Jacques. «È stato orribile», ha detto suor Danielle, e insieme al prete anche un altro fedele è stato colpito ed è in gravissime condizioni. La religiosa ha anche detto che i due, evidentemente fieri della loro azione, hanno ripreso tutta la scena, immagini che sicuramente ora sono nelle mani della polizia che ha ucciso i due non appena hanno messo la testa fuori dalla chiesa.

DISTURBATI MENTALI O TERRORISTI ISLAMICI?
Come ormai per un riflesso, tutti i media hanno immediatamente detto che si trattava di due persone con disturbi mentali, ancor prima che si conoscessero le generalità, e il bello è che hanno continuato a scriverlo anche dopo che è stato reso noto che i due erano "soldati" dello Stato Islamico. In particolare uno dei due, un 19enne, era un foreign fighter fallito, ovvero aveva tentato l'anno scorso di entrare due volte in Siria per combattere ma era stato bloccato dagli agenti turchi e rimandato in Francia. Qui si è fatto un annetto di galera prima che un giudice gli concedesse i domiciliari malgrado il parere contrario della procura antiterrorismo parigina. Ed ecco i risultati. Davvero una gran bella dimostrazione di serietà da parte delle istituzioni francesi che - dopo la serie di attentati che stanno colpendo la Francia da oltre un anno - danno prova di una "leggerezza" a dir poco sconcertante. Tanto più che, si viene a sapere, Saint-Etienne-du-Rouvray è un noto covo di estremisti islamici, radunati attorno alla locale moschea.
Don Jacques è morto così, in odio alla fede, ma quel che è successo nella diocesi di Rouen è un chiaro salto di qualità del terrorismo islamico in Europa: i luoghi di culto sono diventati un obiettivo, uno scenario che in troppi pensavano fosse relegato al solo Medio Oriente. Ma ora, come ha giustamente notato un comunicato dell'Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), il Medio Oriente è arrivato da noi, a conferma di una profezia che non più di un anno fa aveva fatto l'arcivescovo di Mosul, Amel Nona, in una intervista al Corriere della Sera.
Rileggiamo quelle parole: «Per favore, cercate di capirci. I vostri principi liberali e democratici qui non valgono nulla. Occorre che ripensiate alla nostra realtà in Medio Oriente perché state accogliendo nei vostri Paesi un numero sempre crescente di musulmani. Anche voi siete a rischio. Dovete prendere decisioni forti e coraggiose, a costo di contraddire i vostri princìpi. Voi pensate che gli uomini siano tutti uguali. Ma non è vero. L'islam non dice che gli uomini sono tutti uguali. I vostri valori non sono i loro valori. Se non lo capite in tempo, diventerete vittime del nemico che avete accolto in casa vostra».

LA BALLA DELL'ISLAM RELIGIONE DI PACE
Parole chiarissime, e puntualmente confermate, ma che ancora sono ben lontane dall'essere comprese. Ancora dopo il terribile assassinio a Saint-Etienne-du-Rouvray, la preoccupazione maggiore di politici, ecclesiastici e intellettuali è quella di ripetere banalità e menzogne: "non è uno scontro di civiltà", "i terroristi non sono l'islam", "l'islam è una religione di pace", e così via. E anche chi dice finalmente che «siamo in guerra», poi fatalmente dimentica di indicare quale sarebbe il nemico ed eventualmente come combatterlo.
Diciamola tutta: questo atteggiamento non è sorprendente da parte di leader mondiali che da 15 anni ci ripetono irresponsabilmente che i cambiamenti climatici sono una minaccia peggiore del terrorismo internazionale. E continuano a fare i vertici sul clima mentre gli scoppiano le bombe sotto al sedere. Non solo, da anni hanno come massima preoccupazione di promuovere i diritti gay e i matrimoni omosessuali, come potrebbero occuparsi di banalità come le migliaia e migliaia di islamici - cittadini o immigrati che siano - che non aspettano altro che il giorno in cui ci sottometteranno alla sharia? Pensiamo soltanto a casa nostra e confrontiamo le energie e risorse messe in campo da Renzi per far passare la legge sulle unioni civili con quelle dedicate alla sicurezza e alla lotta all'estremismo islamista: qualcuno ricorda un solo atto di governo significativo per mettere sotto controllo la minaccia terroristica?
E non è che dal punto di vista ecclesiale vada molto meglio: l'ecclesialmente corretto vuole che non si parli mai di islamici quando ci si riferisce ai terroristi, che l'islam sia sempre definita una religione di pace, che non si deve discriminare in fatto di immigrazione (anzi, se facciamo vedere che accogliamo i musulmani facciamo anche più bella figura). E quando accadono fatti come quello di ieri ecco che si parla genericamente di odio e violenza nel mondo a cui non bisogna cedere.

UNA CIVILTA' VIENE DISTRUTTA DALL'ESTERNO SOLO QUANDO SI E' GIA' CORROTTA AL SUO INTERNO
Nessuno vuole vendetta né rispondere con l'odio a chi ci odia e, come dice l'arcivescovo di Rouen, dobbiamo anzitutto rispondere con la preghiera. Certo, la preghiera è la cosa più importante: preghiamo per l'anima di don Jacques, per i feriti (fisicamente e spiritualmente) nella chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray, preghiamo per la conversione degli islamici, tutti gli islamici non solo i terroristi, e preghiamo anche per la pace nel mondo. Ma non è vero che possiamo solo pregare, se con questo si intende chiudersi in chiesa immaginando che Dio possa fare da solo quello che ha affidato a noi come compito, quasi fosse una magia. Così si lascia solo campo libero alla barbarie. La preghiera non è uno spiritualismo astratto; al contrario, è una comprensione più vera della realtà, ci dovrebbe donare la capacità di comprendere tutti i fattori in gioco e il coraggio di affermare e perseguire la verità.
Se l'islam pone chiaramente una sfida, il vero problema che oggi abbiamo davanti è la nostra civiltà, ormai agonizzante e incapace di dare ragione della sua identità davanti al nemico che l'assale. Il vero problema è anche in una Chiesa che ormai si preoccupa principalmente di aggiustare le cose del mondo e non di annunciare Cristo come speranza e destino per ogni uomo. La grande lezione di Giovanni Paolo II sull'identità dell'Europa è ormai archiviata, così come il magistrale discorso di Benedetto XVI a Ratisbona sulla sfida che accomuna Occidente e islam; per non parlare dei criteri sull'immigrazione suggeriti 15 anni fa dall'allora arcivescovo di Bologna Giacomo Biffi che - se presi sul serio - ci avrebbero risparmiato i tanti problemi di cui oggi assaggiamo appena l'antipasto. Tutto inascoltato e dimenticato [leggi BIFFI: L'EUROPA O RIDIVENTERA' CRISTIANA O DIVENTERA' MUSULMANA, clicca qui, N.d.BB].
Adesso vanno di moda vescovi e opinionisti del "dialogo" e dell'accoglienza "senza se e senza ma", che pensano di affrontare problemi complessi con slogan e frasi fatte. Ovviamente corteggiano gli islamici radicali e pensano di essere superiori perfino alle giuste norme di diritto internazionale che distinguono tra il diritto a migrare e il diritto all'invasione. Purtroppo, per questi neanche il sangue di don Jacques basterà a risvegliarli.

Nota di BastaBugie: Claudio Torre nell'articolo sottostante dal titolo "Il gesto eroico di padre Jacques: Non si è inginocchiato" parla dei nuovi dettagli che emergono sulla morte del prete 86enne sgozzato da due jihadisti.
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su Il Giornale del 27/07/2016:
A quanto pare il prete prima che venisse sgozzato ha cercato di difendere la sua chiesa. Non si è piegato al diktat dei due islamici e si è rifiutato di inginocchiarsi. Un gesto che di certo segna la drammaticità di quegli attimi. La consapevolezza di morire e il rifiuto di soccombere davanti ai due assassini. A raccontare il retroscena è stata suor Danielle che ha assistito alla scena senza che i due jihadisti si accorgerserro della sua presenza. "Sembravano invasati" ha raccontato suor Danielle. "Gridavano Daesh, Daesh o anche Allah Akbar". "Volevano che Padre Jacques si inginocchiasse, giravano attorno all'altare facendo una specie di proclama islamico, in arabo. Tutti gridavano. "Fermatevi, non sapete cosa state facendo". "E' una follia". Ma i due avevano i coltelli e minacciavano tutti". Poi quella richiesta al prete: "Inginocchiati", avrebbero detto al prete. "Padre Jacques non ha voluto inginocchiarsi, ha resistito e credo che tutto sia degenerato in quel momento". Così uno dei due ha sgozzato il prete. "Tutti urlavano, i fedeli inorriditi e anche i due invasati. "Fermatevi, fermatevi". Io ero vicina alla porta, nessuno mi guardava". Padre Jaques si deve essere accasciato perché la suora racconta che "quello del coltello si era chinato per raccoglierlo. L'altro stava riprendendosi mentre pregava in arabo davanti all'altare. Una barbarie. Ed è stato allora che sono corsa fuori senza che nessuno se ne accorgesse".

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 27/07/2016

2 - HANNO UN SOLO OBIETTIVO: VENGONO PER OCCUPARE L'EUROPA E UCCIDERE GLI INFEDELI (CHE SIAMO NOI)
L'arcivescovo Márfi: ''Vogliamo bene ai lupi in quanto creature di Dio, ma non per questo li facciamo entrare tra le pecore''
Autore: Andras Kovacs - Fonte: Riscossa Cristiana, 21/07/2016

Non è un caso che c'è questa enorme pressione di immigrazione sull'Europa, ci può avere un ruolo anche la volontà di conquista da parte dei musulmani, ma lo appoggiano pure i grandi poteri - dice nell'intervista Gyula Márfi, arcivescovo di Veszprém, con cui abbiamo parlato sulla necessità di ritrovare la fede cristiana. E' un compito fondamentale considerare di nuovo seriamente la fede cristiana.
E' ancora cristiana l'Europa?
Recentemente sono stato in Polonia con dei pellegrini. Secondo i segni esterni là vive ancora il cristianesimo. Oltre alle chiese vecchie da ammirare ce ne sono diverse nuove, costruite recentemente, e la cosa più importante sono le comunità numerose di giovani. La fede è viva, ma purtroppo questo in Europa non si vede più, neanche nella nostra patria.
Alla luce di questo, cosa vuol dire l'esortazione che bisogna proteggere l'Europa cristiana?
Prima di tutto bisogna far capire che siamo sulla strada sbagliata e che il più presto possibile dobbiamo tornare alle nostre radici. Perché in Europa anche adesso tutto parla di cristianesimo. E' sufficiente considerare la nostra era: Gesù è nato 2016 anni fa. Oppure che mentre per i musulmani venerdì è festa, per gli ebrei sabato è festa, in Europa la domenica viene considerata una festa perché Gesù si è risuscitato quel giorno. Ma possiamo guardarci attorno nell'architettura, nelle arti, nella letteratura o nella musica e dappertutto ci accorgiamo che i valori più determinanti sono nati dalla fede cristiana. Se buttiamo via tutto ciò, non ci resta niente, la nostra cultura perde il suo senso. Il problema ancor più grave è se rinunciamo ai nostri valori morali; allora la sessualità, l'amore, l'affetto e la vita si distaccano gli uni dagli altri. In quel modo si crea non solo un sottovuoto ideologico ma anche demografico. Quindi vengono gli immigrati.
Secondo alcuni questo non è un problema, anzi, è un'opportunità.
Non ho mai disonorato i musulmani ma la loro morale è completamente diversa dalla nostra. Quello che per noi è un peccato, per loro è una virtù. Ciò che secondo noi non è una colpa così grave, per loro è un peccato mortale. Per esempio, per loro ingannare un kafir (miscredente, non fedele di allah) è un atto particolarmente buono. Dobbiamo considerare questo, senza giudicarli. Nessuno vuole fargli del male, neanche io li odio, anzi gli voglio bene e li rispetto. Prego per loro tutti i giorni. Non è colpa loro se vogliono occupare l'Europa, ma è colpa nostra.
Quindi secondo Lei la migrazione attuale è anche una conquista?
La jihad è un principio per i musulmani che vuol dire che devono espandersi. Bisogna rendere dar al-islam, cioè territorio islamico la maggior parte della terra, introducendo la shariʿah, cioè la legislazione specifica.
Pensa seriamente che anche le persone che fanno centinaia di chilometri con dei figli vorrebbero conquistare il continente?
Sono certo che hanno anche una missione del genere, ma naturalmente non vengono solo per questo. Ci sono sempre stati guerre e disastri ambientali, ma il fatto che adesso c'è una pressione così forte sull'Europa, non può essere un caso, può averne ruolo la volontà di conquista. Per questo li appoggiano le banche arabe. Non li fanno entrare in Qatar o negli Emirati Arabi Uniti, ma gli danno dei soldi e li incitano ad immigrare da noi. La migrazione non ha solo delle cause, ma anche degli scopi. Come per esempio la destabilizzazione dell'Europa e dell'Euro, in cui invece possono contare sull'appoggio degli Stati Uniti. Il terzo scopo è la cura della forza di lavoro in certi Stati Membri dell'Unione Europea. Le multinazionali hanno bisogno di forza di lavoro economico, cioè di schiavi moderni.
Papa Francesco, il capo della Chiesa Cattolica, in questi giorni ha detto che nell'immigrato cacciato ci può essere Cristo. Non c'è una contraddizione in questo?
Gesù disse "siate miti come le colombe", ma disse anche "siate intelligenti come i serpenti". Solo perché vogliamo bene ai lupi, in quanto creazioni di Dio, non li facciamo entrare tra le pecore, anche se arrivano in veste di pecore. Al Santo Padre non conviene dichiarare certi pensieri in maniera forte perché allora i musulmani possono vendicarsi sui cristiani del Medio Oriente.

Nota di BastaBugie: Antonio Righi nell'articolo sottostante dal titolo "Terrorismo islamico: 10 domande ai cultori del multiculturalismo" mette a nudo l'inconsistenza culturale del mantra "costruiamo ponti e non muri" che va tanto di moda in Europa e che la porterà all'autodistruzione (peraltro già in atto).
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su Libertà e Persona il 21 luglio 2016:
Dopo l'attentato di Nizza e la drammatica vicenda sul treno tedesco molte sono le persone che invitano i cristiani, e più in generale gli occidentali, a non alzare i toni dello scontro, come se investire centinaia di persone con un tir o colpire a con un'ascia passeggeri inermi su un treno sia ormai una normalità da accettare. A queste persone vorrei porre dieci domande.
1. Se la risposta agli attentati terroristici è rappresentata dal dialogo (costruiamo ponti e non muri) a favore dell'integrazione, come la mettiamo se dall'altra parte l'esigenza dell'integrazione non è una priorità?
2. Se la risposta è l'integrazione, come poterla mettere in atto senza la condivisione dei principi fondamentali della dignità della persona, della figura femminile e della libertà di pensiero?
3. Se la violenza a cui assistiamo ormai quotidianamente, che arriva da ogni parte del mondo dove la religione islamica è di fatto, al potere, in quale realtà si può parlare realisticamente di Islam moderato?
4. Nella maggior parte dei paesi islamici vige la Shari'a (la durissima legge islamica), come si concilia questo con l'idea che la maggior parte degli islamici professi una religione di pace?
5. Diversi esponenti dell'Islam moderato stanno applaudendo la politica punitiva messa in campo da Erdogan dopo il fallito golpe. Come si può ancora considerare la Turchia un paese "quasi" europeo?
6. Visto che il Corano è Parola di Dio in senso letterale (a differenza della Bibbia che è scritta nel linguaggio umano e quindi imperfetto) come giudicare non corrispondenti alla fede in Allah (o addirittura anacronistiche!) quelle sure in cui si invitano i fedeli islamici ad uccidere gli infedeli e a sottomettere le donne?
7. Nelle varie biografie antiche di Maometto (nonché negli Hadith, i detti e i fatti della vita del Profeta, testo normativo in molti paesi islamici) si parla del suo rapporto con le giovani spose e con la violenza utilizzata per conquistare il potere. Maometto è per gli islamici modello di perfezione di vita come Gesù Cristo per i cristiani. Come riuscire a conciliare due fondatori di religioni così distanti?
8. Del patrimonio lasciatoci in eredità dal Cristianesimo (nonostante quello che predica la pseudo-cultura di massa dura a morire) oggi in ambito accademico non dubita più nessuno. Ospedali, scienza, innovazioni tecnologiche, principi legali, dignità della persona e della donna, sono solo alcune delle sue importanti eredità. Possiamo dire altrettanto del mondo islamico?
9. Pensate davvero che sia possibile integrare una cultura così differente da quella occidentale (plasmata in larga parte dal Cristianesimo) dopo decenni di politiche multiculturali che tanto hanno investito in questa direzione? Se si in che modo agire ancora?
10. Infine un'ultima domanda. Chi propone come soluzione la laicizzazione dell'Islam, la nascita (come alcuni hanno prospettato) di un "Islam europeo", è sicuro di non tradire la vera religione islamica millenaria, così come il Profeta l'ha annunciata al mondo e così come essa è cresciuta nei secoli?

Fonte: Riscossa Cristiana, 21/07/2016

3 - SUI TERRORISTI ISLAMICI UN SILENZIO SOSPETTO
Una strage dell'Isis a Kabul passata inosservata, un'altra a Nizza di cui si nega il movente jihadista, un'altra a Monaco in cui avrebbe agito un lupo solitario
Autore: Stefano Magni - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 25/07/2016

Una strage dell'Isis passata inosservata, a Kabul. Una strage sotto gli occhi di tutti, a Nizza, di cui si vuol negare il movente jihadista. Infine una strage di cui non si sa ancora il movente, ma della quale si vuole tassativamente escludere la pista islamica, a Monaco. Sono tre casi di cortocircuito informativo su cui una riflessione è d'obbligo.

C'È UNA GIUSTIFICAZIONE RAZIONALE AL SILENZIO? APPARENTEMENTE SÌ
A Kabul l'Isis, con un attacco suicida contro una manifestazione di Hazara (una minoranza etnica di religione sciita), ha provocato ottanta morti in un solo colpo. Si tratta di un bilancio pesante quasi quanto quello di Nizza. Tuttavia non ha conquistato le prime pagine dei nostri giornali, né attirato la consueta macchina della solidarietà. Perché è a Kabul, appunto. Perché è, non solo lontano, ma in un teatro di guerra, del più lungo conflitto che abbia finora interessato forze militari occidentali. Dunque non fa notizia, è la nuova "norma".
A Nizza, un militante dichiarato dell'Isis ha commesso una strage usando un camion, un'arma impropria facilmente procurabile e il bilancio, come ormai è noto, è di 84 vittime di cui 6 italiani. La notizia ha conquistato tutte le prime pagine, per più di un giorno. Ma come? Arrivando a negare che si trattasse di un atto di terrorismo organizzato. Solo nei giorni successivi, pezzo dopo pezzo, si è riusciti a ricostruire il puzzle, sono emerse le conferme di quello che tutti pensavano: che l'attacco era stato preparato a lungo, che c'erano complici (almeno 5), che la radicalizzazione del terrorista suicida Bouhlel era stata tutt'altro che rapida e impulsiva. Questi dettagli, niente affatto trascurabili, hanno smontato la prima versione diffusa ai media dalle autorità francesi e dai media all'opinione pubblica: che il franco-tunisino Bouhlel fosse mosso solo da motivi psicologici suoi, che avesse usato l'islam radicale solo come scusa e copertura per un gesto impulsivo, che non fosse islamico perché "beveva" e non rispettava i precetti religiosi.
Mosso da motivi psicologici, solitario e nient'affatto islamico è il profilo dell'altro stragista, quello di Monaco, il tedesco-iraniano Alì Sonboly, del quale si vuole tassativamente escludere il movente islamico e si lascia senza risposta una serie lunghissima di interrogativi. Non è affatto detto che fosse mosso da motivi religiosi, politici o jihadisti. Ma sbalordisce la foga con cui viene negata anche questa ipotesi. Era musulmano, ma i genitori dichiarano (proprio come nel caso di Bouhlel) che fosse lontano dalla religione. Era iraniano, quindi si dà per scontato che l'appartenente a un popolo a maggioranza sciita non possa aderire al terrorismo scatenato dall'Isis.

LA BIZZARRA IDEA
Si fa anche strada la bizzarra idea, ripetuta a più riprese, che l'islam sciita non possa generare fenomeni jihadisti e di terrorismo suicida, dimenticando Amal ed Hezbollah in Libano, gli inventori del terrorismo suicida odierno. Sonboly avrebbe agito "da solo", ma già compare sulla scena un amico adolescente (un afgano), arrestato ieri, che testimonia di essere stato messo al corrente sulla preparazione della mattanza. Se Sonboly era solo e armato di pistola, come la polizia tedesca afferma, colpire 36 persone, uccidendone 9, richiede calma, sangue freddo, un buon addestramento e una precisione di tiro da militare di professione. Cosa non comune per un ragazzo descritto come depresso patologico. Se era armato di pistola in Germania, dove procurarsi un'arma è difficile quanto in Italia, tramite quali conoscenze ci è arrivato? Gli inquirenti affermano che l'ha acquistata sul mercato nero, via Internet. Poi qualcuno gliel'ha spedita a casa? Quanto è difficile, per un diciottenne in cura per depressione, andare a ritirare un'arma di contrabbando con ben 300 proiettili?
Alle domande le autorità centellinano le risposte. Ma i media non insistono neppure troppo per averle. Si possono trarre alcune chiare regole di comunicazione. Se un attentato terroristico avviene fuori dall'Europa e non provoca vittime europee, gli si dà un rilievo nullo. Se avviene in Europa, con vittime europee, come a Nizza, si nega l'evidenza. "Islam, quale islam?" sembra chiedersi, disorientato il giornalista collettivo, arrivando alla conclusione che la situazione "è complessa" e facendo prevalere sempre e comunque spiegazioni psicologiche o sociali, quando non economiche. Lo stesso copione è stato seguito anche dopo le stragi di San Bernardino e di Orlando, dove la motivazione religiosa degli attentatori ha lasciato il posto a motivi personali, psicologici, benché gli stragisti fossero tutti e tre dichiaratamente simpatizzanti per l'Isis. Infine, a Monaco, stiamo assistendo all'esclusione a priori della pista islamica che, se non altro a causa della religione dello stragista, dovrebbe entrare a pieno titolo nella rosa delle ipotesi. Infine, ma non da ultimo, gli atti di violenza che non provocano morti, passano in secondo o terzo piano. Quasi nessuno ricorda più che un adolescente afgano, armato di accetta, una settimana fa, ha tentato di provocare una strage in un treno a Wurzburg, facendo "solo" cinque feriti.

QUANTI GIORNALISTI CREDONO IN DIO?
Paura? Prudenza? Deliberata volontà di non scatenare un'ondata di "islamofobia"? Forse. Ma domandiamoci quanti giornalisti ed editorialisti credano in Dio. Negli Usa, un sondaggio Pew del 2007 rilevava che un'esigua minoranza di giornalisti fosse credente e praticante, appena l'8% nei media nazionali e con una tendenza in forte calo. In Europa non esistono statistiche analoghe, ma la percentuale potrebbe risultare addirittura inferiore. Se Dio scompare dalle redazioni è difficile che ricompaia nelle notizie. Anche se ad uccidere è qualcuno che urla, in arabo "Dio è grande", si troverà sempre il modo di dire che quella è solo una copertura di "ben altro" motivo, o che l'attentatore, proprio perché uccide nel nome di un dio, è solamente pazzo.
P.S.: Mentre questo articolo veniva scritto e andava online, un siriano, entrato in Germania due anni fa come rifugiato, ha cercato di provocare una strage in un festival ad Ansbach, Germania meridionale. E' morto l'attentatore, ucciso dalla sua stessa bomba, mentre altre 12 persone sono rimaste ferite. Solo per imperizia dell'aggressore non è stata una nuova strage. Anche in questo caso, fra i commentatori, prevale immediatamente, già a poche ore dall'accaduto, la spiegazione psicologica: la disperazione di non aver ricevuto il diritto d'asilo, depressione, già due tentativi di suicidio e un periodo di cura in clinica psichiatrica.

Nota di BastaBugie: Gianandrea Gaiani nell'articolo sottostante dal titolo "Monaco, la versione rassicurante del lupo solitario" parla della strage a Monaco, l'episodio più caotico della storia recente del terrorismo. La polizia ha paralizzato una città intera per poi scoprire che l'attentatore era uno solo e si era già suicidato. Prevale la tesi del folle solitario, ma chi esclude il movente islamico rischia di non capire la realtà.
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 24-07-2016:
Confusione o depistaggio, la strage al centro commerciale Olympia di Monaco è stato l'episodio più caotico di tutta la storia recente del terrorismo.
Certo, del killer, il 18enne tedesco iraniano Alì Soboly, sappiamo ben poco anche se tutti si affannano a dirci che era depresso, aveva problemi con i compagni, a scuola era stato bocciato e tutte quelle notizie che dovrebbero aiutare a rimuovere l'ipotesi di motivazione ideologica islamista per accreditare quella del pazzo. Una soluzione di comodo e un po' forzata, ma che ci impone di rassegnarci a "subire" il pazzo di turno invece di contrastare ideologie aggressive e molto ben radicate anche a casa nostra.
Così la polizia di Monaco ci dice che Soboly era affascinato dagli eccidi di massa ma era ispirato più da Anders Breivik che dall'Isis. Chissà perché considerato che Breivik uccise giovani militanti del Partito Socialista, cioè bersagli scelti con cura, mentre Soboly ha sparato nel mucchio uccidendo chi gli capitava a tiro, proprio come il commando jihadista al Bataclan e Mohammed Bouhlel sulla "promenade" a Nizza. A Monaco hanno quasi ignorato che Alì era un musulmano (forse sciita) anche se i suoi famigliari lo dipingono come molto lontano dalle religioni, così come scarsa eco ha avuto la testimonianza della signora che nel bagno del McDonald's col figlio ha sentito Soboly gridare "Allah Akhbar" mentre sparava.
In attesa di avere maggiori informazioni su cui ragionare qualcuno ha evidenziato l'incongruenza di un killer jihadista iraniano, che ci si aspetta sia sciita e nemico dei jihadisti sunniti e dell'Isis. In realtà in Iran il 35% della popolazione appartiene a minoranze tra le quali azeri, curdi, arabi, e baluci molti dei quali sono sunniti. La polizia ha negato infine legami con l'Isis, ma anche ragioni ideologiche dietro la strage, dopo una notte intera in cui è stato usato un brano del video in cui il killer scambia parole e soprattutto insulti con un uomo, che lo riprende col telefonino, per dipingerlo come xenofobo. Peccato che la frase "maledetti stranieri" attribuita a Soboly sia stata invece pronunciata dal suo interlocutore, probabilmente di etnia turca.
Sorprendente poi che la polizia di Monaco abbia dato la caccia per ore, bloccando l'intera città e alimentando il panico tra la gente, a due o tre terroristi in fuga dotati di armi lunghe. In realtà una minaccia immaginaria poiché il terrorista era uno solo, aveva solo una pistola ed era già morto. Certo la perizia balistica sui proiettili rinvenuti nei corpi avrebbe chiesto tempo, ma un rapido esame delle ferite avrebbe permesso di escludere rapidamente l'uso di fucili.
Meglio comunque prendere con le molle le informazioni rilasciate dalla polizia tedesca i cui vertici si sono già da tempo rivelati compromessi col potere politico, soprattutto sulle vicende islamiche e legate agli immigrati illegali, per risultare credibili. Basti pensare che per settimane tentò di nascondere la portata degli stupri e violenze di massa perpetrati da 2.000 islamici ai danni di 1.200 donne tedesche in quattro diverse città la notte di Capodanno. Una settimana fa il rapporto dalla polizia criminale federale (Bka) sulle violenze compiute a Colonia, Amburgo, Stoccarda e in altre città tedesche ha confermato che sono stati identificati solo 120 sospetti su cui la magistratura indaga e appena in 4 hanno subito condanne a Colonia, Duesseldorf e Nuertingen.
Secondo il rapporto la maggior parte dei sospetti sono nord-africani e afghani, pochissimi i siriani, e più della metà era arrivato in Germania nel 2015 come richiedente asilo. In dettaglio la polizia ha rilevato circa 650 reati di natura sessuale a Colonia e oltre 400 ad Amburgo, che risultano così le città più colpite dalle violenze ma il rapporto nega vi sia una mente comune che lega le aggressioni nello stesso momento e in diverse città. In pratica vogliono farci credere che 2mila stupratori islamici hanno aggredito casualmente 1.200 donne nella stessa sera in città diverse [leggi LE VIOLENZE DI CAPODANNO IN GERMANIA, clicca qui, N.d.BB].
Del resto i tedeschi hanno cose più serie di cui occuparsi. La Bild ha riferito che la tv pubblica Zdf ha bandito a vita le repliche dei telefilm dell'Ispettore Derrick dopo che è emerso il passato di giovane SS del suo protagonista, l'attore Horst Tappert deceduto nel 2008 all'età di 85 anni. Quando il suo passato nazista era venuto alla luce nel 2013, la Zdf aveva deciso di sospendere la trasmissione dei vecchi episodi di Derrick, benché l'attore, accusato di aver prestato servizio in un reparto contraereo della Divisione Panzer SS Totenkopf, avesse appena 22 anni alla fine della guerra e non vi fossero indizi di crimini da lui compiuti. Mettere al bando l'ispettore Derrick per i fatti di 70 anni or sono invece della sharia che ci vuole riportare alla preistoria è la strategia migliore per far aderire milioni di tedeschi a movimenti e partiti populisti, nazionalisti e xenofobi.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 25/07/2016

4 - CON IL SI AL REFERENDUM COSTITUZIONALE L'ITALIA SI INCAMMINA VERSO LA DITTATURA
La nostra Costituzione non è ''la più bella del mondo'' perché non permette la difesa della legge naturale e di quella divina che le sono superiori, ma con la riforma di Renzi la si peggiora esasperando lo statalismo e dando il potere a un solo uomo
Autore: Stefano Fontana - Fonte: Il Timone, luglio-agosto 2016 (n.155)

In ottobre i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per esprimere il loro voto sulla riforma della Costituzione italiana voluta dal governo Renzi. La revisione costituzionale è stata approvata dal Parlamento, ma non con l'ampia maggioranza richiesta per i mutamenti costituzionali, per cui si è reso necessario il passaggio referendario, dato che, come afferma il "sacro testo" della nostra Repubblica; "Il potere appartiene al popolo".
Motivazioni molto diverse tra loro guideranno gli italiani al voto. Per esempio lo schieramento del "No" alla riforma comprende esponenti della sinistra radicale e laicista, del movimento del Family Day, comunisti non modernisti, Movimento 5 Stelle, Lega, studiosi e politici di matrice dossettiana, un certo mondo del cattolicesimo tradizionalista e così via. La stessa cosa potrebbe dirsi per il fronte contrapposto del "Si".
Ecco perché può essere utile, accanto alle motivazioni più strettamente politiche e di valutazione dell'operato di questo governo che molti attendono al varco del referendum, precisare e recuperare alcune motivazioni più forti e specifiche, valutando la riforma alla luce della Dottrina sociale della Chiesa.

LA COSTITUZIONE COME PROBLEMA
La prima cosa da considerare è il significato della Costituzione. Il cattolico non è un "patriota della Costituzione". Egli sa infatti che a fondamento della Costituzione c'è ben altro e di più della Costituzione, qualcosa a partire da cui valutare e giudicare la stessa Costituzione. Parlo della legge naturale e divina. Quindi la Carta costituzionale non è l'ultima istanza normativa della vita comunitaria. Sarebbe così per l'ideologia del costituzionalismo, ma il cattolico non può essere costituzionalista.
Alla luce di quanto fonda e supera la Costituzione, si può dire che la nostra Costituzione abbia sia limiti che meriti. Per esempio gravi limiti sono la mancanza di riferimento a Dio, l'adozione del principio assoluto di autodeterminazione soggettiva, la dipendenza dalla visione liberale dei diritti umani come diritti soggettivi, la scarsa attenzione per i corpi intermedi; un merito è la definizione di famiglia come società naturale fondato sul matrimonio. Il problema allora non è né difenderla ad oltranza né volerla cambiare in modo frettoloso e pasticciato. Si tratta piuttosto di vedere se i cambiamenti previsti la migliorerebbero o meno, alla luce di quel qualcosa che le sta sopra e che per noi risponde all'espressione "Dottrina sociale della Chiesa".

IL QUADRO DELLA RIFORMA
La riforma costituzionale su cui andremo a votare prevede la trasformazione del Senato, che perderà la funzione politica di dare la fiducia al governo e quella legislativa di fare le leggi. Si occuperà di raccordo con le regioni e avrà un numero minore di senatori, eletti in seconda istanza tra i consiglieri regionali e i sindaci. Il Senato continuerà però a votare per l'elezione del Presidente della Repubblica e per i componenti della Corte Costituzionale. Chi avrà in mano la Camera avrà in mano il Paese, perché sarà la sola assemblea parlamentare ad avere un ruolo politico e legislativo.
Inoltre la Camera aumenterà il proprio peso nella elezione delle più alte cariche istituzionali come la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale, visto che il numero dei senatori diminuisce rispetto a quello dei deputati. La domanda quindi è: chi avrà in mano la Camera? Per saperlo bisogna analizzare la nuova legge elettorale, l'Italicum, anche se non rientra nelle questioni della riforma costituzionale strettamente intese.
Questa prevede elezioni a due turni su liste parzialmente bloccate. Il partito che al primo turno supera il 40 per cento dei voti ottiene un cospicuo premio di maggioranza che gli permette di avere in mano la Camera prendendo da solo il 54% dei seggi. Se ciò non avviene, si va al secondo turno, ove il partito che prende il maggior numero di voti - senza soglia, ossia che siano pochi o tanti non importa - prende il premio di maggioranza e ha in mano la Camera col 54% dei seggi, ossia l'attività legislativa e la nomina delle massime istituzioni. Il combinato tra nuova legge elettorale e sostanziale abolizione del Senato crea una situazione sbilanciata a favore di uno strapotere dell'esecutivo e, con molte probabilità, di un solo partito (e di un solo uomo?).

LE ISTITUZIONI E IL BENE COMUNE
Non sono le istituzioni a creare il bene comune, perché le comunità familiare, sociale e politica vengono prima dello Stato. L'equilibrio tra le istituzioni è uno strumento affinché il bene comune sia partecipato. Esso, infatti, deve venire dal basso, al di fuori di ogni centralismo. Il bene comune non può essere imposto o pianificato dall'alto delle istituzioni statali, men che meno dall'alto del potere esecutivo. Ogni famiglia, ogni impresa, ogni associazione, ogni comunità locale, ogni regione ha il proprio bene comune da raggiungere. Tutti devono dare il proprio apporto al bene comune. Per questo la partecipazione è un dovere ed anche un diritto: il diritto di partecipare alla costruzione del bene comune. Certo si tratta di una partecipazione eticamente qualificata per un bene comune che rispetti il naturale bene della persona e della comunità. Ma l'etica del bene comune non deve essere fatta dallo Stato, essa è prima di tutto il bene della comunità politica a cui lo Stato è a servizio.
Lo Stato deve seguire un'etica che non è lui a stabilire, deve perseguire il bene della comunità politica, articolata nei suoi corpi intermedi. Ora, un accentramento di potere nel governo e, cosa ancora peggiore, in un partito si oppone a questa visione analogica del bene comune. Assomiglia, piuttosto a quella di uno Stato etico, ossia di uno Stato non che si sottopone all'etica, ma che pensa di stabilirla lui.
L'accentramento istituzionale nel governo che la riforma prefigura produrrà certamente maggiore decisionismo, ma con grande svantaggio della partecipazione degli organismi che compongono la società politica nazionale al bene comune. Non si rivendica qui una partecipazione per la partecipazione, quanto una partecipazione solidale e sussidiaria (su cui tornerò tra poco) eticamente qualificata.

IL PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETÀ
Il pericolo di accentramento di funzioni politiche essenziali eccessive nel governo è ulteriormente aggravato dal fatto che la riforma costituzionale prevede anche un riaccentramento di molte funzioni amministrative dalle regioni al governo centrale. Quel partito che, almeno in linea realisticamente teorica, potrebbe avere in mano la Camera, avrebbe titolarità su molte funzioni che oggi sono articolate nel territorio nazionale a livello regionale. Inoltre, invocando la clausola dell'interesse nazionale, il governo potrebbe accentrare in futuro altre funzioni, togliendole alle regioni anche virtuose.
Poiché rimane la distinzione tra regioni ordinarie e a statuto speciale, potrà darsi che il governo avochi a sé la competenza in settori importanti - come per esempio la sanità - da regioni che stanno operando bene e lasciando invece tali competenze a regioni a statuto speciale che operano male.
Nella precedente riforma costituzionale si era verificata una "devolution" dallo Stato alle regioni. Ora si vuole percorrere la strada opposta. In ambedue i casi, però, non si rispetta il metodo richiesto dal principio di sussidiarietà. [...]
Questo vorrebbe che si partisse dal basso e si chiarisse cosa possono fare i diversi livelli amministrativi del territorio e le diverse agenzie sociali, dato che la sussidiarietà non è solo verticale ma anche orizzontale e le due dimensioni vanno combinate insieme.
Il livello superiore deve fare quanto il livello inferiore non riesce a fare. Se non riesce a farlo perché momentaneamente impedito dalle difficoltà, il livello superiore deve agire con spirito di supplenza e con un aiuto sussidiario per rimetterlo in grado di fare da sé, senza sostituirsi ad esso. Nel caso invece non sia in grado di farlo perché non gli compete, allora il livello superiore deve assumere questa funzione in proprio. Questo metodo non è stato adoperato nella riforma costituzionale cosiddetta "Boschi-Renzi": si pensa solo a riaccentrare, compresi ambiti in cui ciò potrà produrre maggiore corruzione e aumento di costi, senza peraltro correggere in modo sussidiario altra corruzione ed altri sprechi.

IL NUOVO GOVERNO ETICO
Un governo forte costituito da un solo partito e guidato da un leader carismatico con in mano l'unica Camera parlamentare potrà certo far approvare le leggi in fretta e le riforme in quattro e quattr'otto. Ciò comporterà però che i poteri supernazionali e transnazionali potranno agire su di lui più agevolmente per farlo operare secondo i loro interessi. Comporterà anche che un programma di distruzione della famiglia, della procreazione, dell'educazione potrà essere approvato in modo veloce ed indolore. Non possiamo dimenticare il modo con cui il governo attualmente in carica ha fatto passare la legge Cirinnà: con due voti di fiducia che hanno "crioconservato" il Parlamento.
Non dimentichiamo che l'unico intoppo la prassi governativa l'ha trovato al Senato. Nel contesto della riforma costituzionale prefigurata, quanto manca al disegno laicista di creare una nuova morale e un nuovo uomo - ossia eutanasia, utero in affitto, droga libera, prostituzione legalizzata, fine dell'obiezione di coscienza in tutti i campi - si realizzerà con una velocità esponenzialmente maggiore a quella dell'approvazione della legge Cirinnà.
Quello di bene comune è un concetto morale; presuppone che il bene sia indipendente e precedente le leggi e le politiche. Solo allora sarà un bene "in comune", altrimenti sarà un bene di parte. L'equilibrio tra le istituzioni serve a favorire questo principio. La riforma Boschi-Renzi consegna il bene in mano ad una Camera, ad un potere, quello esecutivo, ad un partito e ad un uomo. Una corretta impostazione istituzionale non è sufficiente per avere il bene comune, ma è necessaria.

Fonte: Il Timone, luglio-agosto 2016 (n.155)

5 - CARO SAVIANO, LEGALIZZARE LA MARIJUANA E' UN ERRORE
Incalcolabili i danni per la persona e per la società e inoltre non si riduce, ma al contrario si rilancia il potere delle mafie (VIDEO: ex tossicodipendenti contro la cannabis libera)
Fonte Tempi, 8 e 26/07/2016

«È ora di legalizzare il mercato delle droghe in Italia e di farlo in maniera ragionata per evitare che continuino a circolare sostanze che uccidono. Non è più possibile girare la faccia dall'altra parte. È ora di capire che abbiamo troppo da perdere», ha scritto Roberto Saviano sull'Espresso. È il suo - ennesimo - articolo a favore della legalizzazione delle droghe. Niente. È più forte di lui: deve continuare a ripetere la stessa solfa fino alla noia.
L'autore di Gomorra dovrebbe però atterrare sul pianeta Terra, togliersi il salame dagli occhi e cominciare a fare un po' più i conti con la realtà e un po' meno coi suoi bolsi refrain ideologici. Perché lo dice Tempi? No, perché lo dicono molti di quei magistrati e scienziati che lui dice di stimare.
Di esempi ce ne sono a bizzeffe. Non staremo qui a ripetervi quel che diceva Paolo Borsellino nel 1989 (qui trovate ilvideo) quando definiva coloro che propongono di liberalizzare le droghe per combattere le mafie dei «dilettanti di criminologia». Né ripeteremo le parole di Silvio Garattini, direttore dell'Istituto farmacologico "Mario Negri", che recentemente ha messo fortemente in dubbio le presunte "qualità terapeutiche" della cannabis.
Di marijuana si torna a parlare in questi giorni perché il 25 luglio arriva alla Camera la proposta di legge sulla legalizzazione e qualche giorno fa il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, ha appoggiato l'idea. Di più: ha proposto che diventino monopolio di Stato e siano vendute nelle tabaccherie.
Bene. Ora però dovete leggere l'intervista definitiva sulla questione che spazza via le ridicole tesi di Saviano e che appare oggi sulla Stampa. A parlare non è uno qualunque ma Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro che vive sotto scorta per le sue inchieste contro la 'ndrangheta. Insomma, uno che la mafia la conosce bene. E Gratteri, tra le altre cose, afferma due cose molto interessanti.
Primo: «Penso che uno Stato democratico non si possa permettere il lusso di liberalizzare ciò che provoca danni alla salute dei cittadini. Uno stato democratico si deve occupare della salute e della libertà dei suoi cittadini, noi sappiamo invece che qualsiasi forma di dipendenza genera malattie, in particolare psichiche, ma genera anche ricatto. Non possiamo liberalizzare ciò che fa male».
Secondo: «Il guadagno che si sottrarrebbe alle mafie è quasi ridicolo rispetto a quanto la criminalità trae dal traffico di cocaina e eroina. Un grammo di eroina costa 50 euro, un grammo di marijuana costa 4 euro. Non c'è paragone dal punto di vista economico». Volete un esempio, dei numeri? Eccoli: «Ogni 100 tossici dipendenti solo il 5% usa droga leggere. Di questa percentuale solo il 25% viene utilizzato da maggiorenni, l'altro 75% sono minorenni. Se noi pensiamo di liberalizzare e vendere droghe leggere e allora dovremmo ipotizzare di vendere hashish e marijuana anche ai minorenni. Di sicuro non risolveremmo il problema di contrasto alle mafie. Le mafie per coltivare canapa non pagano luce, acqua e soprattutto personale, se si legalizza invece bisogna assumere operai, pagare acqua, luce, il confezionamento, il trasporto. Si è fatto un esperimento a Modena creando delle serre, si è capito che in questo modo un grammo costerebbe 12 euro, tre volte in più di quanto costa al mercato nero. È evidente che il "consumatore" andrà comunque dove paga meno».

LEGALIZZARE LA CANNABIS È UN ERRORE, AD ESEMPIO IN COLORADO...
«Legalizzare la cannabis è un errore, provoca danni sociali per miliardi». Parola di Antonio Maria Costa, classe 1941, per anni direttore a Vienna dell'Ufficio Onu per la lotta a droga e criminalità organizzata.
In un intervento pubblicato ieri dalla Stampa, Costa spiega innanzitutto come la «cannabis danneggia la mente», frenando il funzionamento dei recettori sensoriali. Se il rischio di danno psichico è pari al 10% in media, nei giovani che consumano in modo «saltuario» la marijuana «sale al 20%», mentre per i giovani che ne fanno uso abituale si va dal 20% al 50%.
Purtroppo il consumo è sempre più frequente a causa della diminuita percezione dei rischi nei giovani, dovuta anche ai «mezzi di info-trattenimento (media, musica e cinema) glorificano la droga, fino a deriderne il rischio». Il risultati è che solo il 40% di giovani europei e americani (dieci anni fa erano l'80%) pensa che la marijuana sia dannosa. Non a caso, «in Italia e Spagna, dove l'apprezzamento del rischio tra i giovani è basso (36%), il consumo è più alto (28%). A livello europeo, 3 milioni di persone fanno uso quotidiano di cannabis, e 10% di loro (circa 300 mila) necessitano di cure ospedaliere».
Negli Stati Uniti la marijuana, senza i tanti giri di parole che si leggono sui nostri quotidiani, è stata legalizzata per soldi e «la lobby pro-droga fa milioni vendendo l'erba e ingegnosi derivati». I consumi però sono aumentati e non solo. Conclude Costa: «In Colorado l'uso tra i giovani è salito dal 27% al 31% (contro il 6-8% della media nazionale), la richiesta di assistenza al Pronto soccorso è aumentata del 31%, i ricoveri in ospedale del 38%. In crescita anche i morti su strada. Malgrado le buone intenzioni del legislatore, il mercato illecito prospera (40% del consumo), mentre gli introiti fiscali languiscono all'1% (110 milioni di dollari, su un bilancio di 11 miliardi)».
Se si aggiunge, come ben spiegato da Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro che vive sotto scorta per le sue inchieste contro la 'ndrangheta, che la legalizzazione non danneggia affatto le mafie («Il guadagno che si sottrarrebbe alle mafie è quasi ridicolo», con buona pace di Saviano), si capisce bene che la proposta di Benedetto Della Vedova è del tutto strumentale.

Nota di BastaBugie: In questo video eloquente pubblicato da Avvenire, gli ospiti delle comunità di recupero di San Patrignano, Ceis Viterbo ed Exodus, che hanno vissuto in prima persona il dramma della dipendenza, spiegano perché si oppongono al disegno di legge sulla legalizzazione della marijuana.


https://www.youtube.com/watch?v=qcwkCFXdQv4

Fonte: Tempi, 8 e 26/07/2016

6 - RIVOLUZIONE FRANCESE E DITTATURA GAY: STESSI MEZZI, STESSI OBIETTIVI
L'ideologia omosessualista porta a compimento il terrore giacobino con la distruzione finale della natura umana
Autore: François Billot de Lochner - Fonte: Libertà e Persona, 15/06/2016

Il terrore rivoluzionario, che è cominciato all'inizio del 1789, e non nel 1793, come vuol farci intendere la storia ufficiale, al fine di minimizzarlo, riducendone la durata, si è dato come obiettivo principale quello di rigenerare l'uomo abbattendo però tutti i fondamenti su cui egli si appoggiava.

LA NUOVA FRANCIA
Quelle basi vennero attaccate attraverso l'ultima violenza al sistema monarchico, alla religione cattolica, alle famiglie, all'insegnamento, alla morale tradizionale, alla cultura, eccetera. La nuova Francia doveva essere democratica, di liberi costumi, fraterna ed egualitaria. Tutti i mezzi erano permessi per giungere a tale risultato, a cominciare dalla soppressione di tutte le libertà allo sterminio più radicale di ogni oppositore. I rivoluzionari misero in campo, con ogni sorta di delazione, una implacabile dittatura che in qualche anno si tradusse in un bagno di sangue mai visto prima in Francia. E, quasi come una ciliegia su un dolce, i rivoluzionari avevano creduto necessario dichiarare guerra a tutti i paesi europei, pensando loro dovere esportare con tutti i mezzi, anche i più violenti, il nuovo paradiso rivoluzionario che avevano follemente deciso di creare.

IL TERRORE RIVOLUZIONARIO? OGGI COME NEL 1789
Lo stesso terrore rivoluzionario è messo in atto nel nostro paese in maniera inesorabile. Anche oggi la rigenerazione dell'uomo è nei programmi dei "leader". Si tratta solo di terminare il lavoro incompiuto della Rivoluzione del 1789 con la decostruzione finale dei fondamenti del nostro paese. Alla nazione francese deve succedere un'Europa completamente aperta a un mondo globale di consumatori. Un'Europa che favorisce le migrazioni di popoli tanto ingarbugliato, quanto salutare. Alla famiglia naturale deve seguire un insieme di individui intercambiabili che rendano possibile ogni combinazione. Alla tradizionale istruzione deve succedere una "educazione" assicurata dallo Stato, al fine di sottrarre i bambini all'educazione famigliare. Alla morale tradizionale deve sostituirsi un liberalismo dei costumi che permetta ogni esperienza, soprattutto le più "innovative".
Per portare a termine questo vasto programma, le armi utilizzate assomigliano stranamente a quelle della grande Rivoluzione. Il pessimo ministero nazionale dell'educazione, dopo aver coscientemente voluto la decostruzione del servizio pubblico dell'Istruzione, si attacca, come ha fatto intendere, al sistema chiamato "fuori contratto", ultimo spazio di libertà per le famiglie. L'impotente ministero dell'Interno accorda una impunità quasi completa ai violenti distruttori, ai teppisti di sinistra, agli islamisti, agli antisistema e agli altri difensori di tutto ciò che è ritenuto "tabù", ma reprime con implacabile severità i difensori "dell'ordine borghese", che cercano di erigere delle piccole dighe per cercare di fermare le onde di questo autentico tsunami della decostruzione. Il decadente Ministero della Famiglia non ha interesse che per i modelli familiari più contestabili, e si impegna con vigore nel suo nuovo fondamentale combattimento, e cioè la promozione di una diffusa e fiorente pornografia, vista come una libera espressione artistica.

VIOLENZA CONTRO CHI RESISTE
Come all'inizio della Rivoluzione Francese, la sottomissione al nuovo ordine è generale, e la repressione dei veri resistenti è sistematica. C'è da temere che la violenza di Stato, o quella dei suoi servi, aumenti di intensità, poiché i de costruttori, accelerando la loro opera di morte si scontrerà inevitabilmente con una opposizione incrociata. I recenti attacchi degli anarchici ai pacifici "vigilanti" (come le nostre Sentinelle in piedi, ndR), sono un brutto segno, fra tanti altri. Le nubi si addensano ed è prossima la tempesta, così come il rischio di vivere un domani poco allegro, che avanza velocemente. Detto ciò, "questo" governo non può pensare che i francesi lasceranno affondare il loro paese senza reagire. Se la decostruzione accelera di settimana in settimana, l'azione di resistenza si sviluppa ogni giorno di più. Più di undici mesi... Ma possa in seguito essere all'altezza della posta in gioco!

Fonte: Libertà e Persona, 15/06/2016

7 - COME IL CRISTIANESIMO HA ABOLITO LA SCHIAVITU'
Ai cristiani si contesta di non aver deplorato questa piaga, ma è vero il contrario: già San Paolo proclamava la dignità dello schiavo (che porterà all'abolizione della schiavitù)
Autore: Marco di Matteo - Fonte: Il Timone, giugno 2016 (n.154)

Una delle accuse rivolte agli autori neotestamentari è di non aver mai invocato l'abolizione della schiavitù in modo esplicito: è vero?

PER I PAGANI ERA INDISCUSSA
Cominciamo a dire che nella vita di antichi popoli la schiavitù è stata per molti secoli la più grave piaga, di cui nessuno in linea di principio metteva in discussione la legittimità. Persino molti schiavi consideravano naturale il loro status. Anche grandi pensatori come Platone e Aristotele (quest'ultimo con qualche oscillazione), negavano agli schiavi il possesso delle qualità proprie dell'uomo. I Romani, pur non reputando necessariamente gli schiavi inferiori per natura, a livello giuridico li qualificavano come proprietà del padrone. Solo la filosofia stoica, basandosi sul comune possesso della natura umana, propugnava un trattamento più benevolo verso gli schiavi, come attestano soprattutto le Epistole a Lucilio di Seneca.
Il cristianesimo sin dall'inizio si preoccupa della condizione degli schiavi. Nel Nuovo Testamento, anche se la questione della schiavitù non viene affrontata in termini espliciti, il concetto della comune fratellanza e dell'uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio destituisce di ogni fondamento l'idea che un uomo possa essere proprietà di un altro uomo.

SAN PAOLO
Significative risultano soprattutto le lettere dell'apostolo Paolo, che scrive ad esempio: "Noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito, per formare un solo Corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi" (1 Cor 12,13); "Non c'è più Giudeo né Greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù" (Gal 3,28).
Ma soprattutto la breve Lettera a Filemone attesta in larga misura, oltre alla dolcezza del cuore di Paolo, la nuova dignità di cui il cristianesimo riveste lo schiavo. Filemone era un eminente membro della Chiesa di Colosse; un suo schiavo, Onesimo, si era dato alla fuga, sottraendo anche una somma di denaro, ed era riuscito a raggiungere Roma, dove grazie a Paolo si era convertito ed aveva ricevuto il battesimo. In casi simili il padrone poteva infliggere pene terribili, che giungevano fino alla crocifissione. L'Apostolo rimanda Onesimo a Filemone, chiedendogli, ora che è divenuto cristiano, di riceverlo "come le viscere" stesse di Paolo e come "fratello carissimo".
Anche nelle altre lettere, numerose sono le esortazioni rivolte da Paolo ai padroni e agli schiavi, a cui non cessa di ricordare i doveri reciproci: bontà da parte degli uni, sottomissione da parte degli altri. I padroni devono comandare come a dei fratelli, gli schiavi obbedire come se obbedissero a Cristo (cf. Ef 6, 5-9; Col 3, 22-24), poiché ogni autorità, se esercitata con giustizia, viene da Dio (cf. Rm 13,1). Mai parole simili erano state pronunciate con tanta autorità, poiché, laddove gli stoici disquisivano, consigliavano e spesso declamavano, l'Apostolo non disquisisce, né si limita a consigliare, ma ordina, investito da una missione divina. Le sue parole agiscono come un balsamo sulla piaga viva della schiavitù, in attesa che un giorno essa si cicatrizzi del tutto. Paolo considera la schiavitù virtualmente abolita quando la dichiara incompatibile con l'unione di tutti i fedeli in Cristo. Non è soltanto, come nello stoicismo, la constatazione teorica dell'appartenenza alla stessa comunità umana, è l'annuncio di un fatto nuovo, di una rivoluzione operata per tutti coloro "che sono stati battezzati in Cristo" (Gal 3, 27) e che diventerà universale il giorno in cui il cristianesimo impregnerà del suo spirito le leggi civili dei popoli, poiché egli sa, come osservava Maritain, che "il fermo evangelico, una volta deposto nella pasta, lavorerà dal di dentro del mondo e provocherà, a lunga scadenza, anche cambiamenti nell'ordine temporale".

RISPOSTE ALL'ACCUSA
Come dicevamo sopra, una delle accuse rivolte agli autori neotestamentari è di non aver mai invocato l'abolizione della schiavitù in modo esplicito. A ciò si può rispondere come segue:
1) la schiavitù è stata un'istituzione portante nella vita di quasi tutti i popoli antichi, per cui la Chiesa evita prudentemente ogni parola che possa turbare una pace sociale all'epoca sin troppo precaria (le rivolte schiavili si erano sempre risolte in bagni di sangue);
2) S. Paolo, come si è osservato, ribadisce più volte che dinanzi a Dio non esiste differenza alcuna tra lo schiavo e il libero, affermazione che introduce una definizione rivoluzionaria in termini di identità e di status per lo schiavo;
3) anche se nel Nuovo Testamento gli schiavisti cristiani non sono espressamente esortati a liberare i loro schiavi, sono tuttavia chiamati a trasformare la loro relazione con essi in senso fraterno;
4) è molto significativo che nessuna delle figure di spicco del Nuovo Testamento possegga schiavi, e questo fatto serve di esempio per altri cristiani.
Nella Chiesa dei primi secoli gli schiavi partecipano pienamente alla vita comunitaria; possono accedere, una volta liberati, al presbiterato, all'episcopato e persino al pontificato (papa Callisto I portava le stimmate di schiavo fuggitivo).
La loro personalità fisica e morale è pienamente tutelata, le loro unioni, in forza del sacramento, sono considerate un vero matrimonio. Molte schiave contribuiscono alla diffusione del Vangelo; rilevante il numero di schiavi e schiave martiri della fede, come S. Blandina. La Chiesa si adopera per l'affrancamento degli schiavi, vendendo per tale scopo persino le suppellettili sacre, ma anche inducendo i padroni a farlo spontaneamente (S. Melania, senatrice Romana, ne libera ottomila tutti nello stesso giorno).
Non meno intensa è l'attività della Chiesa nel combattere le cause prossime della schiavitù: contrasta il lusso smodato e l'ambizione di possedere moti schiavi, educa i genitori alla responsabilità verso i figli per impedire l'espansione dei bambini(molti schiavi erano fanciulli abbandonati alla nascita) e soprattutto nobilita il lavoro manuale togliendogli il marchio infamante della degradazione (da riservare agli schiavi) e presentandolo come un mezzo di santificazione.

Fonte: Il Timone, giugno 2016 (n.154)

8 - LE LETTERE DI BERLICCHE: IL MANUALE PER SMASCHERARE IL DIAVOLO
Prima delle Cronache di Narnia, C. S. Lewis scrisse quest'opera davvero geniale per riconoscere la tentazione e combatterla
Autore: Giovanni Fighera - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 10/07/2016

Nato a Belfast nel 1898 e morto ad Oxford nel 1963, professore universitario e scrittore, Clive Staples Lewis è noto al grande pubblico principalmente per le Cronache di Narnia, una delle saghe per l'infanzia più venduta di sempre, pubblicata tra il 1950 e il 1956 in sette tomi. La notorietà di Lewis assume, però, dimensioni internazionali già una decina di anni prima, grazie alla pubblicazione de Le lettere di Berlicche, opera davvero geniale.
Lewis inventa l'espediente di un colloquio epistolare tra demoni, lo zio Berlicche e il nipote Malacoda. Lo zio vuole educare il nipote a tentare gli umani, gli insegna i trucchi e l'arte segreta del mestiere, le vie subdole per indirizzare l'uomo sulla via del male, distogliendolo lentamente dalla strada della verità. Oltre che apprezzabile per arguzia e ironia, l'opera appare come un'utilissima palestra per allenarsi a riconoscere la tentazione. Nella quotidianità facciamo costantemente esperienza di come spesso ci si presentino scelte non buone e maliziose sotto l'apparenza del bene e dell'innocenza. Il male che si nasconde sotto le parvenze del bene si chiama tentazione.

DUE ERRORI UGUALI E OPPOSTI
Nel Padre nostro noi chiediamo a Dio di tenerci lontano dalla tentazione ovvero di farcela riconoscere come tale e, quindi, di togliere la patina mendace che ricopre il male e ci impedisce di riconoscerlo come tale. Lewis evidenzia già fin dall'inizio che «vi sono due errori, uguali e opposti, nei quali la nostra razza può cadere nei riguardi dei diavoli. Uno è il non credere alla loro esistenza. L'altro di credervi e di sentire per essi un interesse eccessivo e non sano. I diavoli sono contenti d'ambedue gli errori e salutano con la stessa gioia il materialista e il mago»..
Percorrendo le pagine in cui lo zio tenta di educare il nipote a corrompere l'uomo, scopriamo che il diavolo vuole allontanare gli esseri umani dal gusto di vivere portandolo a denigrare la dimensione allegra della vita e il riso. Anche trascurare i piaceri veri, quelli che davvero hanno a che fare con la persona in nome dei piaceri che vanno più di moda, è un espediente adottato dal diavolo perché l'uomo non vada verso Dio, dal momento che l'uomo è portato verso Dio proprio dalle sue vere passioni e dai suoi talenti. Scrive lo zio diavolo Berlicche al nipote Malacoda: «Come non sei riuscito a capire che un piacere vero era l'ultima cosa che non avresti dovuto lasciargli incontrare? Come non hai previsto che avrebbe proprio annientato tutto l'inganno che tanto laboriosamente gli hai insegnato a valutare? E che quel genere di piacere che il libro e la passeggiata gli davano era il più pericoloso di tutti? Che gli avrebbe tolto tutta quella specie di crosta che eri riuscito a formargli sulla sua sensibilità, e fatto sentire che stava tornando a casa, che stava guarendo?».

SPRONATO DALLO ZIO
Quest'uomo, che è chiamato dal diavolo con l'espressione "verme" o "piccolo bruto", non deve pensare a se stesso, deve essere distratto da ciò che ha più a cuore, dai suoi interessi in una sorta di divertissement o distrazione che lo allontana da sé, dalla realtà e da Dio. Malgrado i suggerimenti dell'esperto zio, il paziente di Malacoda diventa cristiano. Anche allora lo si può tentare utilmente facendogli pensare di avere la grazia per sempre e che essa non vada, invece, chiesta giorno per giorno, istante per istante, facendogli desiderare un'umiltà intesa non come dipendenza da Dio e dal Mistero, bensì come sottovalutazione e disprezzo dei propri talenti e delle proprie capacità.
Malacoda sarà di volta in volta spronato dallo zio a tentare il paziente con il desiderio di vivere nella prospettiva del futuro, slegato dal presente e dall'eternità, con la dimenticanza della propria precarietà e della propria miseria. Scrive Berlicche: «Gli esseri umani vivono nel tempo, ma il nostro Nemico (Dio) li destina all'eternità. Perciò, credo, Egli desidera che essi si occupino principalmente di due cose: della eternità stessa, e di quel punto del tempo che essi chiamano il presente. Il presente è infatti il punto nel quale il tempo tocca l'eternità. Del momento presente, e soltanto di esso, gli esseri umani hanno un'esperienza analoga all'esperienza che il nostro nemico ha della realtà intera; soltanto in esso viene loro offerta la libertà e la realtà».
A questo punto si potrà tentare il nuovo convertito inducendolo a non voler essere «unicamente cristiano», ma a perseguire «il cristianesimo e la crisi, il cristianesimo e la nuova psicologia, il cristianesimo e l'ordine nuovo, il cristianesimo e la ricerca psichica, il cristianesimo e il vegetarianesimo». Al proposito lo zio scrive ancora a Malacoda: «Se devono essere cristiani siano almeno cristiani con una differenza. Sostituisci alla fede qualche moda con una tinta cristiana». Questa è una riduzione del cristianesimo che lo stempera e, al contempo, ne annienta la potente forza rivoluzionaria in nome delle buone, accettabili e comprensibili mode del momento. Nell'ottica mondana e nella prospettiva dei due demoni del romanzo ciò che è incomprensibile è che si possa seguire un Altro per guadagnare completamente se stessi, che si possa davvero amare un altro in maniera disinteressata (ci deve pur essere un secondo fine nell'amore di Dio, nel cosiddetto amore disinteressato).

MANUALE TASCABILE PER RICONOSCERE LA TENTAZIONE
Il lettore trova piacere nel leggere quello che io definirei come un "manuale tascabile per riconoscere il pensiero del mondo e la tentazione". Qual è la fine del paziente e dell'inesperto diavolo Malacoda? Riesce lo zio Berlicche ad istruire il nipote sulle modalità migliori per tentare gli umani? Dall'ultima lettera scopriamo che il paziente, morto durante un bombardamento, viene salvato e va in Paradiso. Il povero Malacoda andrà incontro a un destino terribile che si coglie nelle parole che lo zio gli indirizza nell'ultima lettera: «Mio caro, mio carissimo Malacoda, mio pupattolo, mio gattino, ti sbagli di grosso venendo piagnucoloso, ora che tutto è perduto, a chiedermi se i termini affettuosi che io ti indirizzavo non significavano nulla fin dall'inizio. Tutt'altro! Sta' sicuro che il mio amore per te e il tuo amore per me sono simili come due piselli. Io ho sempre sentito un grande desiderio di te, come tu (sciocco, degno di compassione) hai desiderato me. La differenza consiste nel fatto che io sono il più forte. Penso che ora ti daranno a me; o mi daranno un pezzettino di te. Amarti? Ma sì! Non mi sono mai cibato di un bocconcino più squisito. Ti sei lasciato sfuggire dalle dita un'anima. L'urlo della fame resa più acuta per quella perdita riecheggia in questo momento per tutti i gironi nel regno del rumore giù giù fino al trono».
Berlicche riconosce che alla fine, una volta entrato in Paradiso, il paziente ha visto tutto chiaramente,senza alcuna incrostazione e dubbio: «Questo animale, questa cosa generata in un letto, poté posare il suo sguardo su di Lui. Ciò che per noi è fuoco accecante, soffocante, è per lui luce rinfrescante, è la stessa chiarità, e porta le forme d'un Uomo».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 10/07/2016

9 - OMELIA XVIII DOMENICA T. ORD. - ANNO C (Lc 12,13-21)
Anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 31 luglio 2016)

Tutti gli uomini vogliono arricchire, ma pochi sono quelli che desiderano accumulare i veri tesori, non quelli che sono destinati a passare, ma quelli che rimarranno per sempre, per la Vita eterna. Nella lettura del Vangelo abbiamo ascoltato la parabola dell'uomo ricco che aveva avuto un raccolto abbondante. Egli pensava di demolire i vecchi magazzini e di costruirne di più grandi, per accumulare sempre di più e godersi la vita. Ma non pensava a una cosa, la cosa più importante: i nostri giorni sono contati e, quando meno ce lo aspettiamo, dobbiamo presentarci al Giudice divino per ricevere la giusta ricompensa per il bene o il male che abbiamo fatto e anche per tutto quel bene che abbiamo trascurato di compiere. L'uomo ricco della parabola non pensava minimamente a tutto questo e andava spensierato incontro alla sua perdizione.
Gesù ci dice che «così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio» (Lc 12, 21). Questa parabola sembra proprio una fotografia della nostra società, così dimentica dei beni soprannaturali e perduta dietro la materia. Gesù ci insegna a non farci dominare dalla cupidigia, ovvero dalla ricerca smodata dei beni materiali: un uomo non vale per quello che ha, ma per quello che è. Così il Signore afferma: «Fate attenzione e tenetevi lontano da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede» (Lc 12, 15).
Dobbiamo dunque arricchire «presso Dio», dobbiamo dunque accumulare meriti per la vita eterna. Pensiamo ad un uomo ricco che giace infermo e che sta per lasciare questa vita: che ne è di tutte le sue ricchezze? Saranno molto probabilmente causa di liti tra i suoi eredi! Proprio come il Vangelo di oggi: un uomo andò da Gesù e disse: «Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità» (Lc 12, 13). Gesù si rifiutò di intervenire in quella lite familiare, non certo per disprezzo della giustizia umana, ma perché evidentemente vedeva che quei fratelli erano attaccati ai beni materiali e non si davano cura di arricchire presso Dio.
Ben a ragione, San Paolo, nella seconda lettura di oggi, ci esorta in questo modo: «Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio, rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3, 1-2). Questi sono i beni che valgono davvero; tutto il resto, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, «è vanità» (Qo 1, 2).
Nel Salmo responsoriale abbiamo inoltre pregato: «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio» (Sal 89). La vera saggezza viene proprio da questa riflessione, dal pensare che qui siamo solo di passaggio e che un giorno ci presenteremo a Gesù per essere giudicati. In questo viaggio, da questa all'altra vita, ci accompagneranno solo le preghiere e le buone opere da noi compiute. Sforziamoci dunque di accumulare questi tesori e di essere ricchi della vera ricchezza.
Si racconta che san Francesco d'Assisi era così staccato dai beni materiali al punto che bramava la povertà più di quanto un ricco poteva desiderare i tesori di questo mondo. La sua vita fu una continua ricerca dei beni di lassù, e quando ormai stava per morire, ai confratelli che erano radunati attorno a lui, disse: «Fratelli, iniziamo a far del bene, perché finora non abbiamo fatto nulla». Alla luce dell'eternità, nella quale stava ormai entrando, san Francesco, in quel momento, si rendeva sempre più conto che l'unica nostra vera ricchezza è il bene che riusciamo a compiere.
Sforziamoci di arricchire anche noi «presso Dio»!

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 31 luglio 2016)

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