BastaBugie n°129 del 26 febbraio 2010

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1 ECCO IL PRIMO UOMO CHE PARTORISCE
Ma e' una bufala (infatti in realta' e' una ex donna... ma che razza di mondo e' questo?)
Autore: Milena Spigaglia - Fonte: Avvenire
2 IN SPAGNA VIETATO VIETARE
Nelle scuole elementari si insegna che e' normale il rapporto sessuale di uomini con animali
Fonte: Corrispondenza Romana
3 PILLOLA ABORTIVA RU486
La frontiera del dibattito e il nocciolo della questione
Fonte: Corrispondenza Romana
4 I CRISTIANI AMERICANI PAGANO PER LO SPOT ANTI ABORTO DURANTE IL SUPER BOWL, LA FINALE DEL FOOTBALL AMERICANO

Fonte: Il Foglio
5 LOURDES
Anziche' parlare del film, parliamo dei miracoli (quelli veri...) e del realismo che nega la realtà, dello scientismo che nega la scienza e del razionalismo che nega la ragione
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero
6 I CATTOLICI CHE VOTANO BONINO SONO GLI STESSI CHE NON HANNO CAPITO NULLA DI BENEDETTO XVI

Autore: Roberto De Mattei - Fonte: Il Foglio
7 ECCO COME L'IDEOLOGIA DEL RISCALDAMENTO GLOBALE DISTOGLIE LE RISORSE DAI PROBLEMI CONCRETI (VEDI IL CASO HAITI)

Autore: Anna Bono - Fonte: Svipop
8 PROPOSTE DI LEGGE SUL DIVORZIO BREVE
Cosi' si indebolisce ancora il matrimonio e i figli soffrirebbero molto
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire
9 OMELIA PER LA II DOMENICA TEMPO QUARESIMA - ANNO C - (Lc 9,28-36)

Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - ECCO IL PRIMO UOMO CHE PARTORISCE
Ma e' una bufala (infatti in realta' e' una ex donna... ma che razza di mondo e' questo?)
Autore: Milena Spigaglia - Fonte: Avvenire, 9 febbraio 2010

Lo chiameranno Miles, forse in onore di Miles Davis, chissà.
Come secondo nome suggerirei Audrey, che suona chic, o magari Paris, come la famosa ereditiera che ha consacrato l’esistenza ad onorare i consigli per gli acquisti. Del resto anche a loro piace tanto: quando Thomas ha saputo che Scott era incinto, non ha resistito alla gioia e ha fatto, racconta, quello che tutti i gay fanno quando sono eccitati – shopping!
A questo punto avrete forse cominciato a porvi qualche interrogativo in preda alla confusione. Niente, in confronto a quelli a cui dovrà rispondere il piccolo Miles, quando sarà abbastanza cresciuto da rendersi conto della realtà in cui lo hanno calato. Perché arriva sempre un momento in cui l’ipocrisia deve fare i conti con la realtà.
Miles nascerà nel mese di febbraio, e a partorirlo sarà un trentenne californiano, Scott Moore. Scott in principio era Jessica. Nato donna, diviene presto consapevole della sua identità maschile e sceglie di sottoporsi ad un intervento di chirurgia per eliminare il seno. Non ha il denaro sufficiente per portare a termine la riassegnazione del sesso, e deve limitarsi ad una terapia ormonale a base di pillole.
Scott poi incontra Thomas, che prima era Laura. I due si innamorano e decidono di sposarsi. Della famiglia fanno parte anche i figli che Thomas ha avuto da una precedente relazione con una donna adesso scomparsa. Ma la coppia è decisa a coronare la loro unione con un figlio tutto suo.
Detto, fatto. Scott benedice il giorno in cui la sua assicurazione sanitaria non poté far scempio delle sue ovaie e diventa il secondo uomo incinto della storia.
Il primo era stato Thomas Beatie il quale, con la benedizione di Oprah Winfrey, un paio di anni fa aveva dato alla luce una bambina. Anche Beatie, all’anagrafe Tracy Langodino, aveva provvidenzialmente mantenuto il suo apparato riproduttivo (non si sa mai), del quale si servì allorché la moglie Nancy comprese di non poter restare incinta a seguito di una grave endometriosi. La fecondazione avvenne acquistando alcune fialette di sperma da una banca del seme. A proposito di shopping.
Questa volta invece ci ha pensato un amico di Scott, che ha generosamente messo a disposizione il suo seme per ingravidarlo.
Sembra dunque che il piccolo Miles avrà a disposizione due papà e una mamma. O forse due mamme e un papà. Oppure i papà sono tre?
Non sarà un problema, a quanto pare. Scott e Thomas, che stanno progettando un parto naturale (sic) presso l’ospedale della loro città, sono certi che il bambino sarà in grado di affrontare qualsiasi provocazione o molestia relativa ai suoi genitori.
“Ci siamo passati” ha dichiarato Thomas “mio figlio Logan ne ha già subite, ma ora a chi lo offende si limita a rispondere ‘Se tu hai problemi con i miei due padri, io non ne ho, quindi non mi ferisci’”.
Non è vero, Thomas.
Non è vero che non lo feriscono, ma a voi piace crederlo. E’ vero che non vuole essere ferito, e che non vuole ammettere di esserlo.
Ed è anche vero che non tutta la colpa è di quei bulli insensibili. La gran parte della responsabilità della sofferenza di Logan è vostra, tua, di Scott e del vostro disumano egoismo. Del vostro narcisismo. Dei vostri complessi, che vi fanno pretendere di avere quello che non potreste – che non dovreste. Che vi induce a caricare i vostri figli della responsabilità di possedere e donarvi quella sicurezza che non appartiene a voi.
Il vostro non è il desiderio di un figlio, è il desiderio di AVERE un figlio. Di provare a voi e agli altri che è solo la volontà dell’individuo a contare, e al diavolo le conseguenze, le barriere, i giudizi.
Ma avere un figlio non è una sfida, non è un limite da superare, come non lo è la dignità di un essere umano che non chiede di venire al mondo e che, una volta arrivato, ha diritto ad una famiglia costituita da due figure fondamentali e complementari, il padre e la madre; ha bisogno di serenità e stabilità, e di crescere senza porsi interrogativi che quella stabilità e serenità vanno a distruggere. Soprattutto, quell’essere umano ha diritto alla possibilità di comprendere che non tutto ciò che vogliamo o possiamo è bene.
Scott e Thomas parlano di “parto naturale”. Ma cosa c’è di naturale nel parto di un individuo che è metà uomo e metà donna?
Una donna che dà alla luce un bambino attraverso l’amore per il suo uomo, questo è naturale. Un uomo e una donna è naturale. Un uomo e un uomo non è naturale, è diverso. Ma un uomo e un uomo che vogliano concepire un figlio non è naturale né diverso: è mostruoso!
Quella di Scott non è una gravidanza, ma un esperimento, non troppo differente da quello che i nazisti conducevano sulle cavie selezionate. Non si spargerà sangue, non si leveranno urla, ma è ugualmente violenza – contro Miles, la ragione umana e la legge di natura.
Contro Dio, se esiste.
Ed è questo il punto. Scott e i dottori compiacenti che hanno accettato di seguirlo in questo delirio sono accomunati dall’arroganza e dalla persuasione di potersi sostituire all’ordine che precede l’uomo e che conferisce senso alla sua esistenza. Il Mengele che è in loro arde dall’eccitazione fanatica di spostare il confine ancora un po’ più in là, nell’illusione di riuscire finalmente a controllare la forza da cui, a dispetto di tutti i loro vani tentativi, sono controllati.
L’uomo si sostituisce alla donna, lo scienziato subentra al Grande Demiurgo, entrambi non paghi di rappresentare una parte, ma posseduti dalla maligna fantasia di appropriarsi della capacità di creare, senza rendersi conto di perderla nell’istante stesso in cui la rincorrono.
Riprendiamo da dove avevamo interrotto? Scott si infila la panciera, si cosparge di crema all’acido ialuronico e poi, quando si sarà nuovamente stancato di Jessica e tornerà ad interpretare il ruolo del papà – una sgridata con la barba è sempre più efficace – sarà sufficiente riprendere la terapia ormonale. Anzi questa volta, con i soldi delle interviste, dei servizi fotografici e delle comparsate in tv, potrà finalmente rimuovere un utero ormai superfluo e diventare l’uomo che, seppure con qualche incertezza, si era ripromesso di essere.
Il piccolo Miles avrà già, suo malgrado, abdicato alla privacy. Il circo dei media gli si scatenerà attorno, per sincerarsi che goda di sana e robusta costituzione e fargli qualche domanda pruriginosa. Ma che importa, con ogni probabilità diventerà la star dell’ennesima edizione del Grande Fratello, guadagnando soldi e i sorrisi silenziosi e tartufeschi dei paladini dei diritti dell’infanzia.
E non si illudano, Scott e Thomas, di essere coraggiosi o migliori di altri, quando spacciano per acquisita una consapevolezza interiore, per afferrare la quale non esitano a strumentalizzare l’innocenza di una vita che nasce.

Fonte: Avvenire, 9 febbraio 2010

2 - IN SPAGNA VIETATO VIETARE
Nelle scuole elementari si insegna che e' normale il rapporto sessuale di uomini con animali
Fonte Corrispondenza Romana, 20/2/2010

Le organizzazioni dei genitori, in Spagna, stanno protestando calorosamente contro la circolare del governo socialista che propone un corso di “Educazione per la vita cittadina”, dopo aver constatato che in una città della Spagna gli studenti cominciano a pensare che il sesso può essere praticato liberamente, anche con gli animali.
D’accordo con l’organizzazione Professionali per l’Etica, gli studenti della terza elementare, in una scuola di Cordoba nel sud della Spagna, l’Andalusia, stanno partecipando a un corso la cui materia si intitola: “La natura ci ha dato il sesso e noi lo possiamo usare con un’altra ragazza, un altro ragazzo oppure con un animale”. Gruppi di genitori hanno detto che la materia indottrina i bambini, camuffa un programma pro-omosessualità e critica le norme ed i valori della morale. Nelle regioni di Castilla e di Leon, circa 500 alunni sono stati esonerati dalla partecipazione a questi corsi per ragioni di coscienza, mentre centinaia di altri, a Madrid e a Valencia, stanno aspettando la decisione della corte per sapere se saranno o meno obbligati a frequentarli.

Fonte: Corrispondenza Romana, 20/2/2010

3 - PILLOLA ABORTIVA RU486
La frontiera del dibattito e il nocciolo della questione
Fonte Corrispondenza Romana, 20/2/2010

Il Presidente della regione Piemonte Mercedes Bresso si prepara a seguire l’esempio dell’Emilia Romagna in merito alla somministrazione della pillola abortiva Ru486, che avverrà in regime di day hospital. La denuncia è di Chiara Mantovani, membro del Consiglio Direttivo Nazionale di Scienza & Vita, in un articolo pubblicato su “Il Foglio”.
Secondo la Mantovani tale soluzione non solo è incompatibile con la Legge 194, ma incentiva la pratica dell’aborto fai-da-te trasformandolo in una faccenda privata, e costringe le donne «a monitorare da sole l’espulsione del prodotto del concepimento, cioè del bambino che è ucciso con l’aborto, ad assumere antidolorifici di auto-somministrazione e a giudicare se le perdite ematiche hanno carattere di emorragia oppure sono nella norma».
Nell’articolo la Mantovani denuncia inoltre l’intenzione generale di delegare alle donne tutto il problema aborto e dunque di deresponsabilizzare la società intera ed in primis i chirurghi che praticano gli aborti. Non abbiamo bisogno di scaricabarili, afferma la Mantovani, ma di una cultura della vita.
Sebbene l’esponente di Scienza & Vita abbia il merito di denunciare la deriva antivita in atto, non sembra cogliere le contraddizioni insite nel ragionamento. In effetti, la pratica del day hospital per la somministrazione della Ru486 è la soluzione inevitabile alla scellerata decisione di commercializzare il prodotto, conseguenza di un dibattito politico privo di seri argomenti pro vita. Il ricovero coatto della donna in ospedale non solo non è consentito dalla legge (se non in casi eccezionali) ma prevede costi esorbitanti  insostenibili a carico delle strutture pubbliche, come ammette la stessa Mantovani.
Desta inoltre non poca preoccupazione vedere esposti i soliti “buoni motivi” per dire “no” all’aborto facile da parte di esponenti di importanti organismi che dovrebbero difendere la vita innocente con radicalità e coerenza. Il problema della privatizzazione dell’aborto non è di adesso; la Legge 194 prevede l’assoluta ed indiscussa “proprietà” della vita del bambino da parte della madre, al punto che neppure il padre può in alcun modo influire nella decisione. Il medico che rilascia il certificato ed il chirurgo che pratica l’aborto sono dei semplici esecutori di una sentenza di morte già scritta nelle pieghe delle norme dell’ipocrita ed omicida Legge 194.
L’obiettivo principale non può essere quello di preservare la donna dal trauma psichico o fisico ma, al contrario, di scuotere le innumerevoli coscienze anestetizzate da oltre trent’anni di legalizzazione dell’aborto.

Fonte: Corrispondenza Romana, 20/2/2010

4 - I CRISTIANI AMERICANI PAGANO PER LO SPOT ANTI ABORTO DURANTE IL SUPER BOWL, LA FINALE DEL FOOTBALL AMERICANO

Fonte Il Foglio, 30 gennaio 2010

Trenta secondi e 3,2 milioni di dollari per “celebrare la vita” durante il Super Bowl del 7 febbraio, la finalissima del campionato di football che batte ogni anno il record di ascolti in Tv. Si chiamano “Focus on the family”, e sono un gruppo di cristiani conservatori attivi ovunque, anche a Colorado Springs: lì hanno deciso di comprare uno degli spazi pubblicitari più costosi al mondo per piazzare uno spot contro l’aborto. I 30 secondi che verranno mandati in onda in una delle pause dell’evento sportivo americano racconteranno la storia di Pam e Tim Tebow: nel 1987 la ragazza era incinta quando si ammalò durante un viaggio in una missione nelle Filippine. I medici le consigliarono l’aborto, lei rifiutò. Oggi suo figlio Tim è uno dei più amati giocatori di football e gioca come quarterback nei Florida Gators.
 Il sito della Cbs, l’emittente televisiva che trasmetterà lo spot, ieri rispondeva alle critiche che hanno investito lo spot antiabortista (ancora non andato in onda). Il Women’s Media Center di New York ieri ha chiamato la Cbs per chiedere di togliere lo spot dalla programmazione perché “divide gli americani invece di unirli”. Il gruppo femminista ha inviato una lettera particolarmente violenta all’emittente, scrivendo che l’avere lasciato spazio a un’associazione no-choice durante il Super Bowl danneggerà la sua reputazione e farà perdere ascoltatori. Dal canto suo la Cbs ha risposto che manderà in onda lo stesso i 30 secondi di Focus on the family. Uno spot che i vertici del canale tv hanno esaminato con attenzione senza trovare motivi per rifiutarlo, dal momento che “celebra la famiglia”. I soldi per pagare la messa in onda non sono dell’associazione cristiana, ma arrivano da “alcuni amici generosi”. “So che a qualcuno non piacerà – ha detto Tim Tebow – ma io sono contro l’aborto perché oggi non sarei qui se non fosse stato per il coraggio di mia madre”.

Fonte: Il Foglio, 30 gennaio 2010

5 - LOURDES
Anziche' parlare del film, parliamo dei miracoli (quelli veri...) e del realismo che nega la realtà, dello scientismo che nega la scienza e del razionalismo che nega la ragione
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero, 19 febbraio 2010

Nella mentalità moderna, imbevuta di ideologia, quando i fatti disturbano le opinioni, tanto peggio per i fatti. Non a caso sta facendo discutere di più, oggi, sui giornali, il film su Lourdes di Jessica Hausner, nel quale la regista esprime le sue opinioni incerte sui miracoli, di quanto facciano discutere le effettive guarigioni miracolose che lì si verificano.
Una delle quali – non ancora riconosciuta perché la Chiesa esige lunghe verifiche medico-scientifiche – è stata resa nota l’agosto scorso.
La signora Antonietta Raco, 50 anni, di Francavilla in Sinni (Potenza), malata da quattro anni di sclerosi laterale amiotrofica (SLA) – una malattia terribile – è andata in pellegrinaggio a Lourdes sulla carrozzella, dove era ormai immobilizzata, ed è tornata a casa camminando normalmente con le sue gambe. 
Cosa le è accaduto? A Lourdes si era immersa nella piscina dell’acqua di Bernadette e aveva sentito un forte dolore alle gambe e poi una voce di donna che le diceva: “Non avere paura”. Di colpo è guarita. Quella stessa voce è tornata per invitarla a far sapere a suo marito cosa le è successo.
“Non è spiegabile con i mezzi di cui scientificamente dispongo”, così il neurologo Adriano Chiò delle Molinette di Torino, che aveva in cura la signora dal 2006, commentava il caso con i giornali. In effetti nella letteratura scientifica non esiste un caso simile.
Il medico ha spiegato:  “Non ho mai osservato una situazione del genere in malati di Sla. La diagnosi era inequivocabile: la signora aveva una forma di Sla a lenta evoluzione. Una malattia che può rallentare e al massimo fermarsi, ma che non crediamo possibile che migliori, perché intacca i neuroni irreversibilmente”.
Invece l’impossibile pare sia accaduto. Di fronte a un’altra guarigione analoga, riguardante Marie Bailly, una ventenne di Bordeaux – che lui  aveva conosciuto e analizzato come medico – nel 1903, il positivista e scettico Alexis Carrel (1873-1944), poi Premio Nobel per la medicina a soli 39 anni, andando a Lourdes rivide tutte le sue convinzioni e si convertì al cattolicesimo (racconta tutto nel suo memorabile “Viaggio a Lourdes”). Prima era certo che i miracoli non accadessero. Davanti al fatto si arrese. Carrel rispose lealmente a chi lo interrogava: “Bisogna constatare i fatti”.
Ma molti razionalisti preferiscono tapparsi gli occhi e ripararsi dietro i comodi pregiudizi. Emblematico è il caso di un altro importante intellettuale francese di quegli anni, il laico Emile Zola.
Nella Francia positivista di fine Ottocento si faceva un gran parlare di Lourdes e delle straordinarie guarigioni che lì avvenivano, perché mettevano in scacco la cultura dominante che nega il soprannaturale e quindi la possibilità stessa del miracolo.
Lo scrittore dunque decise di recarsi di persona sul posto per smascherare tutto. Era armato di tutti i suoi pregiudizi: “non sono credente, non credo ai miracoli. Ma credo al bisogno del miracolo per l’uomo”. Secondo lui gli uomini hanno “necessità di essere ingannati e consolati”.
Il “caso” vuole che lo scrittore si trovi a viaggiare nello stesso vagone dove sono due ammalate di tubercolosi all’ultimo stadio, Marie Lebranchu e Marie Lemarchand.
Quando dunque il convoglio arriva a Lourdes, nella mattina del 20 agosto 1892, il famoso scrittore conosce bene le loro situazioni di fronte alle quali la medicina ormai aveva alzato le braccia in segno di resa.
Ebbene accadde a lui precisamente ciò poi accadrà a Carrel: a Lourdes lui stesso dovette constatare la guarigione istantanea, definitiva e scientificamente inspiegabile, proprio di quelle due donne.
Alla sua “sfida” il Cielo aveva risposto con dei fatti. Fatti clamorosi e innegabili, impossibili da cancellare o ignorare.
Tanto che Zola, nel suo libro, fu “costretto” a riferirne, ma invece di riconoscere la sconfitta dei suoi pregiudizi, invece di accogliere il dono che aveva ricevuto, la rivelazione di una verità totalmente inattesa e così misericordiosa, nel suo romanzo parla della vicenda inventando  la morte delle due ‘miracolate’, dopo una breve, illusoria guarigione.
E poiché ha raccontato Vittorio Messori “una delle due donne risanate, e in modo definitivo, non si rassegnava al falso e protestava sui giornali, Zola andò a trovarla, offrendole denaro perché sparisse da Parigi…”.
E’ una storia emblematica. La cultura laica moderna lancia la “sfida”, ma poi non ha la lealtà di verificare la risposta, cioè i fatti. Naturalmente quel libro di Zola ebbe un gran successo ed è stato ristampato in Italia anche di recente.
“Zola (…) conoscerà un rinnovato successo presso il pubblico della Francia laica, rappresentando Lourdes come la capitale di una gigantesca intossicazione collettiva”, ha scritto domenica scorsa Sergio Luzzatto, sull’inserto culturale del Sole 24 ore.
Il suo articolo era addirittura la copertina. A tutta pagina campeggiava sotto il titolo “Miracoli di fede e scienza”. Questo lungo pezzo di Luzzatto si dilungava proprio a riferire il viaggio a Lourdes di Zola e il successo del suo libro.
Ma purtroppo non vi si accennava minimamente al retroscena suddetto, che poi è un clamoroso infortunio. Anzi, Luzzatto – evidentemente ignaro di questa storia – accredita il libro di Zola come un “meticoloso dossier” contro quell’ “industria del miracolo” che sarebbe Lourdes.
E’ significativo che sull’infortunio di Zola a Lourdes gravi ancora un simile tabù.  Si rilegge oggi il suo libro come se queste cose non fossero accadute. La pagina del Sole offre anche alcune delle sue pagine dove i cristiani vengono rappresentati come sciocchi creduloni.
Zola, descrivendo le folle che accorrono a Lourdes, sente pure il bisogno di precisare (bontà sua) che “non sono solo dei cretini, degli illetterati, ma ci sono uomini come Lasserre”.
La cosa gli serve per dimostrare che questa “necessità di essere ingannati” dai presunti miracoli riguarda tutti. Ma chi ha veramente ingannato in questa vicenda?
Naturalmente il problema non è Zola, ma una mentalità – ancor oggi dominante – che in nome del realismo nega la realtà, in nome dello scientismo, nega la scienza e in nome del razionalismo nega la ragione.
Diversamente da quanto comunemente si crede, il razionalismo sta alla ragione come la polmonite sta al polmone. Ecco perché uno scrittore pieno di umorismo come Gilbert K. Chesterton, il grande convertito inglese, dirà a proposito delle diverse reazioni ai miracoli: “Chi crede ai miracoli lo fa perché ha delle prove a loro favore. Chi li nega è perché ha una teoria contraria ad essi”.
Bisogna però precisare che il confronto non è alla pari. La mentalità dominante è l’ideologia di un establishment che la fa da padrone nell’industria culturale. Non da oggi. Attenzione, non sono io a dirlo.
Luzzatto, che certamente è un laico alquanto lontano dalla Chiesa, nell’articolo sopra citato, a proposito della conversione di Alexis Carrel, seguita al verificarsi di quel miracolo, fa questa considerazione impressionante: “Immaginando che una testimonianza del genere sarebbe bastata a rovinargli la carriera universitaria, Carrel cercò di mantenere segrete sia la sua visita alla città dei miracoli, sia l’apposizione della sua firma nella cartella clinica della donna risanata. Ma le voci circolarono in fretta a Lione come a Parigi, e nel giro di pochi mesi egli si vide costretto a lasciare la Francia per l’America”.
Tale era il clima che Carrel, anche dopo aver preso il Nobel, non si decise a pubblicare il suo “Viaggio a Lourdes”, libro che uscì postumo: “tanto poteva allora, negli ambienti della ricerca internazionale” osserva Luzzatto “l’idea che una fede nella fede fosse incompatibile con la fede nella scienza”.
Non ha dunque ragione il papa, Benedetto XVI, quando parla di “dittatura del relativismo”?

Fonte: Libero, 19 febbraio 2010

6 - I CATTOLICI CHE VOTANO BONINO SONO GLI STESSI CHE NON HANNO CAPITO NULLA DI BENEDETTO XVI

Autore: Roberto De Mattei - Fonte: Il Foglio, 2 febbraio 2010

Nella politica, come nella storia, vi sono uomini e donne che riassumono nelle loro persone una concezione della vita e del mondo. Il nome di Emma Bonino è, in Italia, il simbolo del laicismo integrale, come in Spagna lo è divenuto quello di José Luis Zapatero.
 Occorre fare un passo indietro, risalire agli anni Settanta, quando la marcia di conquista del Pci si svolgeva attraverso due linee direttrici: un fronte politico, rappresentato dallo stesso partito di Berlinguer, che tendeva la mano ai cattolici, in nome di un compromesso “aideologico” e un fronte “sociale”, incarnato dal partito radicale di Marco Pannella, che aggrediva ideologicamente, per estirparle, le radici della morale naturale e cristiana. Il Muro di Berlino è caduto, il Pci si è dissolto, ma il processo di disgregazione morale della società italiana è continuato in maniera implacabile.
 Nessun leader della sinistra rivendica ufficialmente l’eredità di Gramsci e di Berlinguer, ma Marco Pannella ed Emma Bonino, i due protagonisti storici di tutte le battaglie, proclamano con orgoglio la loro identità radicale. C’è insomma un postcomunismo, ma non c’è un “post- radicalismo”: c’è il laicismo puro e duro di chi si muove verso orizzonti trasgressivi sempre più avanzati.
 Anche quando ha svolto il ruolo di Commissario europeo, Emma Bonino non ha mai dimenticato la sua identità, e certamente così sarà, se mai dovesse guidare la regione Lazio. Al settimanale “Panorama” del 5 novembre 1998, che le obiettava: “Lei oggi in Europa è importante. Ma Pannella c’è sempre…”, la Bonino rispondeva categorica: “Io sono un gruppo, una storia, la sua”. La storia di Marco Pannella e del partito radicale: la storia della “modernizzazione” del nostro paese attraverso fasi successive e concatenate: divorzio, aborto, eutanasia, educazione sessuale obbligatoria, liberalizzazione della droga, matrimonio omosessuale, provetta selvaggia: non c’è tappa del processo di secolarizzazione degli ultimi quarant’anni che non sia stata fatta propria da Emma Bonino, nessuna trasgressione che non sia stata rivendicata come “conquista civile”.
 Giuliano Ferrara ha dunque ragione di scrivere: “Quella candidatura è un modello ideologico, un programma di rilancio della peggiore ipoteca laicista a Roma, un tentativo di rivincita sulla chiesa contestata ma non irrilevante del referendum sulla fecondazione assistita, uno schiaffo ai vescovi e ai laici del dies familiae; è anche la definitiva certificazione, se non combattuta, della marginalizzazione della chiesa dei movimenti, delle battaglie culturali all’insegna della difesa della fede, alleata della ragione, nello spirito pubblico occidentale.” (Il Foglio, 23 gennaio)
 E’ difficile immaginare un personaggio politico che incarni meglio della Bonino la negazione dei “valori non negoziabili” richiamati da Benedetto XVI. Con la Bonino cade ogni possibilità di compromesso e di mediazione. Se c’è un nemico è lì. Ma la chiesa ha nemici? Questo è il punctum dolens della situazione, emerso dall’inchiesta del Foglio tra i cattolici di base.
 LA MALATTIA SPIRITUALE
Il ritornello è sempre lo stesso: non ci si deve dividere sui problemi etici, né fare la guerra sulle questioni di principi, perché chi evoca l’esistenza di uno scontro lo alimenta. Non importa che la guerra ideologica sia in corso, sotto i nostri occhi; della guerra non bisogna parlare, perché ammetterne l’esistenza significa doversi schierare ed essere costretti a combattere. Ma ciò che caratterizza l’odierna mentalità ecclesiale è proprio il rifiuto della lotta, l’odio per lo scontro morale e per la polemica ideologica e dottrinale.
 Nelle polemiche, come in ogni guerra, anche solo verbale, si alzano i toni, si infliggono e si subiscono ferite talvolta difficili a rimarginare, si creano inimicizie spesso profonde, in una parola si soffre. Il cattolico di oggi, qualunque posto occupi nella chiesa, prova istintiva repulsione verso la sofferenza. La sua filosofia di vita è il relativismo, che giustifica ogni forma di edonismo e teorizza il culto dell’io e dell’appagamento dei propri bisogni, all’interno di un ordine delle cose secolare o “mondano” che ha espulso ogni traccia di sacrificio.
 Il sacrificio implica l’idea di verità e di bene ed è incompatibile con il relativismo religioso e culturale contemporaneo. Esso presuppone una mortificazione dell’intelligenza, che si pieghi alla verità, su una linea esattamente contraria a quella della autoglorificazione del pensiero umano che caratterizza il pensiero moderno e post-moderno. Le radici di questa malattia spirituale affondano, come osserva Francesco Agnoli, nello spirito irenistico e relativistico, penetrato nella chiesa conciliare, dimenticando che talora è necessario opporsi al mondo, seguendo la via della croce. Il cristianesimo non concepisce la vita come una festa, ma come lotta e come sacrificio.
 Una delle ragioni della sconfitta dei cattolici nel secondo Novecento è stata la perdita di questa visione militante cristiana, incentrata sullo scontro tra le “due città” agostiniane. A partire dagli anni Sessanta si è ritenuto che la causa dell’anticlericalismo e del laicismo dell’Ottocento e del Novecento fosse stata l’intransigenza della chiesa che, condannando il mondo moderno, ne aveva prodotto la reazione. I cattolici hanno mutato il loro atteggiamento verso il mondo moderno, praticando un falso dialogo, ma il processo di scristianizzazione non si è arrestato.
 L’anticristianesimo è cresciuto al punto che oggi ci troviamo di fronte a una “cristofobia” europeista e a una “teofobia” evoluzionista senza precedenti nella storia. Come stupirsi se le giovani generazioni ritengano che la fede sia una questione puramente personale e che non bisogna dividersi sui problemi etici, respingendo ogni tentazione di “fondamentalismo”?
 La filosofia soggiacente è quella immanentistica, che postula l’espulsione del sacro da tutti gli aspetti della vita sociale e l’immersione del cristianesimo nel mondo, con il conseguente assorbimento di tutto ciò che il mondo esprime. Questa filosofia della storia si fonda sul mito, proprio dell’Illuminismo, del mondo diventato “adulto” che deve liberarsi dei valori del passato, appartenenti all’infanzia dell’umanità per accedere ad un livello di vita pienamente razionale. E’ la cosiddetta “maturità del mondo” di cui parlano Bonhoeffer e Rahner. La liturgia, per il principio lex credendi, lex orandi, dovrebbe esprimere questo processo di irreversibile “mondanizzazione” della realtà e farsi essa stessa, come scrive Rahner, “liturgia del mondo”.
 I cattolici irenisti, che votano la Bonino, sono gli stessi che rifiutano la rinascita liturgica avviata dal Motu proprio “Summorum pontificum” di Benedetto XVI. Nella Messa tradizionale essi intravedono l’antitesi del secolarismo, il richiamo a una concezione trascendente della vita in cui i fedeli di Cristo si propongono di “cristianizzare” il mondo e non di lasciarsi “mondanizzare” da esso.
 La Messa, il cuore della vita cristiana, non è una gioiosa assemblea, ma il rinnovamento incruento del Sacrificio per eccellenza, quello di Gesù Cristo sul Calvario. E c’è ancora chi crede che solo in quella Croce possa essere la speranza di salvezza del mondo.

Fonte: Il Foglio, 2 febbraio 2010

7 - ECCO COME L'IDEOLOGIA DEL RISCALDAMENTO GLOBALE DISTOGLIE LE RISORSE DAI PROBLEMI CONCRETI (VEDI IL CASO HAITI)

Autore: Anna Bono - Fonte: Svipop, 22 gennaio 2010

Seguendo l’evolversi della situazione ad Haiti, non si può fare a meno di pensare con immenso rammarico che, in questi ultimi anni, invece di concentrare l’attenzione sull’aumento della temperatura di origine antropica – un fenomeno che secondo la maggior parte delle rilevazioni finora effettuate ancora non si sta verificando e, comunque, forse non sarebbe nemmeno dannoso come sostengono le Nazioni Unite e la maggior parte delle associazioni ambientaliste – sarebbe stato più utile dedicare almeno una parte delle risorse finanziarie e umane disponibili al contenimento dei danni causati da altri eventi naturali, quelli sì reali e sicuramente avversi.
Per la stessa ragione è deplorevole aver profuso tante risorse e mezzi in innumerevoli iniziative volte a incalzare i leader dei paesi occidentali affinché stanzino centinaia di miliardi di dollari per ridurre il global warming, di cui si ritengono responsabili, e per risarcire i paesi poveri che ne subirebbero ingiustamente le conseguenze, mentre assai meglio sarebbe stato organizzare serrate campagne di denuncia dei tanti leader del sud del mondo che non fanno nulla per ridurre l’impatto delle catastrofi naturali sulle popolazioni colpite.
È del tutto ovvio infatti che gli effetti di un fenomeno naturale inevitabile dipendono da ciò che è stato fatto per preparare un territorio e i suoi abitanti a farvi fronte: e ad Haiti, malgrado la prevedibilità dell’accanirsi degli elementi, non è stato fatto nulla o quasi. Almeno tre quarti delle costruzioni della capitale Port-au-Prince erano da considerarsi comunque insicure anche in tempi normali; ed erano carenti, anche in tempi normali, servizi pubblici, uffici amministrativi, mezzi di trasporto, per non dire degli apparati di sicurezza e di ordine pubblico; né erano stati predisposti programmi d’emergenza in caso di calamità.
Il fatto è che Haiti, benché sia indipendente da oltre 200 anni, è il più povero dei paesi del continente americano. È pur vero che si trova su un’isola maledetta, Hispaniola, dove si susseguono uragani e terremoti che periodicamente spazzano via uomini, infrastrutture e attività produttive. Ma sull’altra metà dell’isola c’è la Repubblica Dominicana e il confronto tra i due stati è sconcertante.
Nell’Indice dello Sviluppo Umano 2009 del Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) Haiti occupa il 149° posto, su 182 nazioni considerate, mentre la Repubblica Dominicana è al 90°. Il PIL pro capite ad Haiti è di 699 dollari e nel periodo tra il 1990 e il 2007 è diminuito del 2,1% all’anno. Quello della Repubblica Dominicana è di 3.772 dollari e il tasso di crescita nello stesso periodo è stato del 3,8% annuo. Il 72% degli Haitiani vive con meno di due dollari al giorno e la loro speranza di vita alla nascita è di 55 anni. I Dominicani hanno una speranza di vita di 64 anni e soltanto il 15% di essi dispone di meno di due dollari al giorno.
Un succedersi di regimi corrotti e violenti hanno impedito lo sviluppo di Haiti. Il peggio si è avuto con Papa Doc e Baby Doc: così venivano chiamati il dottor François Duvalier, presidente dal 1957 al 1971, e il figlio Jean-Claude, succedutogli alla sua morte e rimasto in carica fino al 1986. Ma anche dopo, come dimostrano i dati economici e sociali più recenti, le cose non sono andate meglio.
Attribuire, come molti stanno facendo in questi giorni, a fattori remoti – colonizzazione, schiavismo – e di ordine naturale – uragani, terremoti – la povertà degli Haitiani e quindi l’entità immensa dei danni prodotti dal sisma è un errore che apre la strada a nuovi drammi, se ne conseguirà che, dopo un formidabile impegno di ricostruzione, il paese verrà riconsegnato a una leadership incapace e irresponsabile a cui nessuno chiederà conto del modo in cui governa.
La prossima volta si tratterà di un ciclone tropicale di particolare violenza o di un’epidemia. Il risultato sarà lo stesso.

Fonte: Svipop, 22 gennaio 2010

8 - PROPOSTE DI LEGGE SUL DIVORZIO BREVE
Cosi' si indebolisce ancora il matrimonio e i figli soffrirebbero molto
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire, 9 febbraio 2010

 Senza entrare nel dettaglio delle proposte di legge sul 'divorzio breve', in continuità con le considerazioni svolte da Francesco Belletti su Avvenire  il 15 gennaio, ci preme ulteriormente motivare le ragioni della nostra decisa contrarietà verso di esso. Va sottolineato che siamo molto sensibili alle sofferenze che si verificano in certi matrimoni, le quali esigono molto affetto (lo scrivente conosce dei casi molto dolorosi). È anche per questo motivo che non biasimiamo la separazione quando la convivenza produce un danno serio ad uno o ad entrambi i coniugi. Ma la separazione consente dei ripensamenti (che diventano quasi impossibili dopo un divorzio), rari ma non inesistenti e che potrebbero probabilmente aumentare se lo Stato aiutasse le coppie in crisi a restaurare il rapporto: per il loro bene e per quello dei loro figli, come ha ricordato ieri Benedetto XVI. In effetti, dobbiamo prenderci a cuore i più deboli, appunto i figli. Ora, numerosissime ricerche sociologiche documentano le profonde sofferenze prodotte dalla separazione, e maggiormente dal divorzio, sui figli.
  Essi, inoltre, in aggiunta, fanno uso di droghe e patiscono diverse patologie psicologiche molto più spesso rispetto ai figli con genitori uniti. Un solo dato tra i tanti: negli Usa, durante gli anni Ottanta, il 63% dei suicidi dei giovani si è verificato in contesti con il padre assente.
  Nonostante i talvolta amorevoli ed encomiabili sforzi per il benessere dei figli da parte dei genitori, sono grandi le sofferenze non solo dei bambini, ma anche degli adolescenti, sia quando i genitori restano soli, sia quando trovano nuovi compagni. Lo diciamo sempre alla luce dei dati, che certificano che per i figli è preferibile – ancorché molto doloroso – vivere con i genitori divisi invece che uniti solo nei casi di conflittualità decisamente alta, che però sono rari ( tale conflittualità precede circa il 30 % delle separazioni). Ma la separazione, lo ribadiamo, è più compatibile con successive riappacificazioni. Ora, se lo Stato approva il divorzio breve, danneggia appunto i figli, sia perché riduce i tempi del ripensamento, perché indebolisce in generale il matrimonio, provocandone più spesso il fallimento. Infatti, le leggi non soltanto disciplinano le situazioni sociali, ma inoltre le modificano, hanno un forte impatto sulla mentalità e sul costume, che dipende dal messaggio che esse esprimono. Un esempio è proprio il divorzio breve introdotto da Zapatero nel 2005 in Spagna, dove è avvenuto un aumento clamoroso dei divorzi: rispetto al 2005 erano già saliti del 74,3 % nel 2006, e sono ulteriormente cresciuti del 140 % nel 2008. Questo aumento si può spiegare connettendolo sia alla riduzione del tempo del ripensamento, sia – e forse soprattutto – all’idea di matrimonio che lo Stato diffonde. Col divorzio breve, infatti, lo Stato produce, consapevolmente o meno, una banalizzazione del matrimonio – denunciata, relativamente alla situazione francese, anche dal quotidiano gauchiste Libération –, perché diffonde l’idea secondo cui il matrimonio è non già un impegno che bisogna tentare di far durare e per la cui riuscita e durata i coniugi si devono impegnare molto ed a fondo, bensì un rapporto temporaneo, transitorio, provvisorio, legato esclusivamente ai sentimenti reciproci, tanto è vero che è possibile interromperlo dopo breve tempo: dunque un rapporto per il quale non sono necessari né un’accurata preparazione previa, né un impegno speciale durante, perché tanto si può rapidamente ricominciare da capo.

Fonte: Avvenire, 9 febbraio 2010

9 - OMELIA PER LA II DOMENICA TEMPO QUARESIMA - ANNO C - (Lc 9,28-36)

Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 28 febbraio 2010)

La seconda domenica di Quaresima ci presenta, nel Vangelo, l’episodio della Trasfigurazione. La Trasfigurazione è stata una manifestazione della Divinità di Gesù e una anticipazione della gloria futura. Prima di salire il Calvario, Gesù sale il monte Tabor, per irrobustire la fede degli Apostoli e infondere coraggio nel portare la croce. Sul monte Tabor Gesù discute con Mosè ed Elia sulla sua prossima morte di Croce che avrebbe subìto a Gerusalemme. L’Alleanza con Abramo fu fatta con il sacrificio degli animali; la Nuova ed Eterna Alleanza si realizzò invece con il Sacrificio del Figlio di Dio, Gesù, morto in Croce e risorto per la nostra salvezza. Si udì una voce dal Cielo, la voce del Padre che disse: «Questi è il Figlio mio, l’eletto, ascoltatelo!» (Lc 9,35). Questo episodio ci offre diversi insegnamenti.
Prima di tutto ci insegna la necessità della croce. La gloria passa per la croce, chi vuole entrare nella gloria deve salire anche lui il Calvario dietro a Gesù. L’apostolo Paolo, nella seconda lettura, ci dice che «molti si comportano da nemici della croce di Cristo» (Fil 3,18). Tutti vogliono andare in Paradiso, ma pochi sono quelli disposti a portare la croce sulle loro spalle. Tutti vogliono arrivare alla Risurrezione senza passare per il mistero della Crocifissione. Anche Pietro preferiva starsene sul monte Tabor; ma, come si legge nel Vangelo, «non sapeva quello che diceva» (Lc 9,33).
Il secondo insegnamento riguarda la necessità della preghiera. Anche noi dobbiamo fare esperienza della Trasfigurazione. Anche noi dobbiamo salire il monte Tabor con Gesù e questo lo facciamo con la preghiera. Come Gesù volle irrobustire la fede degli Apostoli, così vuole irrobustire anche la nostra fede e fortificarci nel portare la croce attraverso le gioie e le consolazioni che ci vengono dalla preghiera.
Gesù salì sul monte a pregare. Impariamo da questo quanto sia importante la preghiera. Non se ne può fare a meno. La preghiera è la cosa più importante e i monasteri e le case di contemplazione possono essere considerati come le sorgenti nascoste che danno vita a tutta la Chiesa. Il beato Luigi Stepinac, arcivescovo di Zagabria nel XX secolo, aveva in così grande considerazione la vita contemplativa che appena divenne vescovo volle in diocesi un monastero di clausura, ben sapendo quanto sia importante avere delle anime oranti che attirino la grazia sul mondo intero. I contemplativi sono i più grandi benefattori dell’umanità.
Un altro insegnamento riguarda la gloria futura. Anche il nostro corpo risorgerà e sarà glorificato ad immagine del corpo glorioso di Gesù e dell’Immacolata Assunta in Cielo. San Paolo, nella seconda lettura, ci dice che Gesù Cristo «trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso» (Fil 3,21). Per questo motivo dobbiamo amare e praticare la virtù della purezza. Anche il nostro corpo è chiamato alla gloria del Paradiso, a condizione che serbiamo la purezza. Gesù nel Vangelo dice: beati i puri di cuore perché vedranno Dio. Lo vedranno in Paradiso ma già su questa terra assaporano le gioie della Vita eterna. La purezza è già un anticipo della gloria futura. Dio alcune volte premia la purezza dei suoi servi con doni particolari. Pensiamo a San Pio da Pietrelcina: quanti lo avvicinavano avvertivano un profumo di Paradiso. E così altri Santi. Pensiamo alla beata Giacinta di Fatima: a distanza di tanti e tanti anni dalla sua morte il suo corpo è ancora incorrotto. Esempi del genere se ne potrebbero fare molti. La purezza è la presenza dell’Immacolata nel nostro cuore, è il profumo del suo candore.
Eliminiamo dalle nostre case tutto ciò che offende una virtù così bella. Pensiamo a tanti programmi televisivi, a tante riviste indecenti. Le nostre case diventano come tante discariche nauseanti. San Luigi di Montfort terminava le sue innumerevoli missioni popolari con una cerimonia particolare: invitava tutti i fedeli a portare in piazza tutte le immagini indecenti che si trovavano nelle loro abitazioni e poi accendeva un grande fuoco distruggendole tutte ed esortando tutti a non tenerle mai in casa. Facciamo anche noi questa pulizia nelle nostre case!
Infine, l’episodio della Trasfigurazione ci insegna ad ascoltare Gesù. Lui è il nostro Maestro, noi tutti gli dobbiamo ubbidienza. Gesù ci parla nel suo Vangelo, da questo deriva il dovere di leggerlo, di meditarlo; ci parla attraverso i suoi rappresentanti qui in terra: il Papa, i vescovi. Chi ascolta loro, ascolta Gesù. Da ciò deriva il dovere dell’obbedienza alla Chiesa che è Madre e Maestra, che ci insegna ciò che è secondo Dio e ciò che dobbiamo evitare.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 28 febbraio 2010)

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