BastaBugie n°496 del 08 marzo 2017

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1 LA CIVILTA' E' NATA CON I MURI (ALTRIMENTI E' LA BARBARIE)
Anzitutto il muro della casa, che difende l'intimità e gli affetti familiari, dove si può entrare solo attraverso la porta (per tener fuori estranei, ladri e assassini); poi i muri delle città...
Autore: Gianfranco Morra - Fonte: Italia Oggi
2 LECH WALESA E LA FAVOLA DELL'ELETTRICISTA CHE DA SOLO AVREBBE SCONFITTO IL COMUNISMO IN POLONIA
Se era così pericoloso per il regime, perché non fu fatto sparire come tanti altri? Semplice: perché era un collaboratore del regime e per questo prese molti soldi (ed ecco perché nessuno ha pagato per i crimini che il popolo polacco ha subito)
Fonte: Libertà e Persona
3 GOD'S NOT DEAD 2, IL FILM SUL PROCESSO ALLA FEDE
Dopo il professore ateo affrontato da uno studente cristiano, in questo secondo film un'insegnante di storia viene licenziata per aver parlato di Gesù in classe e si deve difendere in tribunale
Autore: Lorenzo Bertocchi - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
4 E SE LE DONNE NON VOLESSERO DIVENTARE PRETI?
Valorizzare la donna non significa farle fare l'uomo (come vuole il femminismo), ed ecco perché mi sento accolta dalla Chiesa
Autore: Costanza Miriano - Fonte: Blog di Costanza Miriano
5 I CATTOLICI ADULTI SANNO STARE AL PASSO CON I TEMPI
Il cattolico adulto pensa che sia la Chiesa a dover cambiare (dal suo rigore dottrinale, dal suo essere astratta istituzione, ecc.)
Autore: Aldo Vitale - Fonte: Tempi
6 PRECISAZIONI SU CIO' CHE HO DETTO L'8 FEBBRAIO
Nessuna marcia indietro, anzi un passo avanti, ma bisogna capire verso dove
Autore: Antonio Socci - Fonte: Lo Straniero
7 PERCHE' TORNINO A BATTERE CUORI DI CAVALIERI
Ecco un libretto per l'uomo contemporaneo in crisi di virilità
Autore: Andreas Hofer - Fonte: Blog di Costanza Miriano
8 E' MORTA LA DONNA SUL CUI STUPRO SI FONDA L'ABORTO IN AMERICA... MA NON ERA STATA STUPRATA E POI NON ABORTI'
Fu usata dalla lobby abortista per arrivare alla sentenza della Corte Suprema americana Roe vs Wade del 1973... poi si convertì e divenne cattolica (e prolife)
Autore: Benedetta Frigerio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
9 OMELIA II DOMENICA DI QUARESIMA - ANNO A (Mt 17,1-9)
Questi è il Figlio mio, l'amato
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - LA CIVILTA' E' NATA CON I MURI (ALTRIMENTI E' LA BARBARIE)
Anzitutto il muro della casa, che difende l'intimità e gli affetti familiari, dove si può entrare solo attraverso la porta (per tener fuori estranei, ladri e assassini); poi i muri delle città...
Autore: Gianfranco Morra - Fonte: Italia Oggi, 22/02/2017

La civiltà è nata col muro. Anzitutto quello della casa, che la circonda e la difende come il luogo degli affetti familiari e dell'intimità. Dentro la quale si può entrare solo attraverso la porta, il cui simbolismo (morale e religioso) in ogni cultura è uno dei più forti. Dalla casa, dal castello e dall'abbazia si estese a quella grande Casa che è la città. E ancora oltre: gli Stati hanno eretto lunghe muraglie, come quelle di circa 120 km tra Gran Bretagna e Scozia volute da Adriano e Antonino Pio. Il primato spetta ai cinesi: una Grande Muraglia lunga 8.800 km.
Senza dubbio, per esigenze di difesa contro i nemici e per tener fuori estranei, ladri e assassini. Ma non minori erano le valenze simboliche. Muro significa identità e solidarietà. Le mura trasformavano la città in un microcosmo, di cui racchiudevano la perfezione: spesso erano circolari, come il moto delle sfere celesti. In Occidente, il loro modello erano le mura della Gerusalemme celeste, costituita da un quadrato perfetto: «un muro grande e alto munito di dodici porte presso le quali vi erano dodici angeli» (Apocalisse, 21, 12).

CIVILTÀ DEL PASSATO
Ancor oggi restiamo stupiti di fronte alla grandiosità delle mura erette dalle civiltà del passato. In alcune città vi sono ancora tracce di tre o quattro cerchia di mura, corrispondenti ai successivi ampliamenti dell'abitato. Mirabili ancora le mura di Roma, che risalgono a Romolo («possa morire chiunque osi scavalcare le mura», in Tito Livio).
Ma anche le mura volute da tanti i papi sono fra le più grandiose, soprattutto quelle leonine, fatte erigere da Leone IV per difendere Roma dagli islamici: la fede religiosa ha sempre protetto l'ordine sociale contro il disordine che può giungere dall'esterno. Grandiose quelle del Vaticano, tuttora custodite e controllate ad ogni porta da guardie svizzere. Le mura erano strumenti di difesa. In latino moenia deriva da munire, fortificare, proteggere. Le mura potevano essere anche una prigione. Ma tutte avevano le porte, che si chiudevano la sera e si riaprivano all'alba.
La civiltà moderna ha inventato armi così potenti che le mura della città sono divenute inutili. Quasi ovunque sono state rase al suolo dai progetti urbanistici dell'Ottocento, la città è divenuta aperta e i trasporti rapidi. Era nata l'Europa della sicurezza, quel «mondo di ieri» (Zweig) nel quale si viaggiava tra i vari paesi senza difficoltà. Senza dubbio un progresso, al quale però è corrisposto però un mutamento paradossale. Le mura non le abbiamo più, ma l'incomunicabilità e la solitudine, anziché diminuire, sono aumentate, sino a divenire una malattia endemica del tecnopolitano.
E la criminalità dilaga. Le porte delle case non sono più aperte, come spesso nel passato, ma chiuse da complicate serrature e difese da sofisticati sistemi d'allarme. Tolte le mura, non abbiamo avuto una società libera, ma atomistica e angosciata. Una civiltà del «muro», come ha esemplificato Jean Paul Sartre, una barriera invisibile che impedisce la comunicazione e il rapporto fra le persone, come ne Le mur di Sartre (1939): «L'inferno sono gli altri» (l'enfer c'est les autres). Ma il muro non può essere uno strumento di egoismo e di sopraffazione, quando impedisce a popolazioni misere e profughe di trovare uno spazio vitale nei paesi ricchi e civili, che le escludono?

UNA FORTE INCOSCIENZA
La polemica del cattopopulismo ha come primo bersaglio il «muro», al quale contrappone un'altra immagine antropologica, quella del ponte. Alla base della quale c'è un autentico sentimento di solidarietà, dato che è un dovere cristiano e più generalmente umano aiutare chi soffre. Ma esprime anche una forte incoscienza sugli aspetti reali, distruttivi della identità e della sicurezza dei popoli raggiunti dalle migrazioni senza regole che da anni sempre più numerose investono l'Europa.
In contrasto con la reale situazione di disagio e di insicurezza delle popolazioni europee, soprattutto dei poveri, che di fronte alla immigrazione selvaggia sono i più disarmati.
Una paura reale e motivata, che va considerata in ciò che ha di reale, non demonizzata, col falso ragionamento che occorre farla tacere e accogliere tutti. Si confonde così l'effetto con la causa: sono i migranti che producono la paura, dalla quale gli invasi impauriti cercano di difendersi con la richiesta di una programmazione e di un controllo.
E quei paesi che, per farlo, hanno eretto dei muri, che più spesso sono reticolati, non possono essere bollati e infamati come «anticristiani». Non l'hanno fatto di buon grado, ma perché ne sono stati costretti. Ciò vale in Europa per Francia e Regno Unito, Germania e Spagna, Austria e Ungheria, Grecia e Macedonia, Slovenia, Norvegia ed Estonia. E vale anche per gli Stati Uniti, dove il muro col Messico è stato una scelta condivisa da tutti gli ultimi presidenti, elefantini o asinelli che fossero. Basta ripercorrerne la storia: fu iniziato dal repubblicano Bush senior nel 1990 e continuato da Bush junior nel 2006. Lo potenziò anche un democratico come Clinton nel 2005 e votarono a favore Hillary e Obama (allora senatori).
Ma la polemica contro il muro per fermare i messicani rientra nella campagna di squalificazione contro il Presidente Trump, colpevole di aver vinto le elezioni democratiche. Chi le ha perse aveva bisogno di una strega e di un capro espiatorio. Anche perché Donald sta facendo qualcosa di peggiore, cerca di attuare quelle promesse, che ha fatto durante la campagna elettorale convincendo i cittadini. Inaudito.

Fonte: Italia Oggi, 22/02/2017

2 - LECH WALESA E LA FAVOLA DELL'ELETTRICISTA CHE DA SOLO AVREBBE SCONFITTO IL COMUNISMO IN POLONIA
Se era così pericoloso per il regime, perché non fu fatto sparire come tanti altri? Semplice: perché era un collaboratore del regime e per questo prese molti soldi (ed ecco perché nessuno ha pagato per i crimini che il popolo polacco ha subito)
Fonte Libertà e Persona, 26/02/2016

Parliamo oggi di Polonia. E lo facciamo con Roberto Marchesini, che ci propone un'approfondita analisi su questo Paese, che ha attraversato periodi storici molto complessi, alcuni dei quali ancora oggi controversi.
La Polonia del 2016. Qual è la situazione politica, economica e religiosa?
Partiamo dalla situazione politica. Per come la vedo io la Polonia è attualmente divisa in due dal punto di vista politico. Tralasciando alcune piccole formazioni, il paese è conteso tra Diritto e Giustizia (PiS), il partito dei gemelli Kaczynski; e Piattaforma Civica (PO), il cui esponente più prestigioso è l'attuale presidente dell'Unione Europea Donald Tusk. Nonostante abbia sentito alcun italiani commentare che si tratta di "due partiti di destra", oppure di "due partiti eredi di Solidarnosc", le differenze tra i due schieramenti sono notevoli. Anche geograficamente la Polonia è divisa in due: la parte nord-occidentale è elettoralmente per il PO, la Polonia centrale e sud-orientale è per il PiS. Questa divisione rappresenta realmente una spaccatura presente nella società polacca: da una parte c'è la Polonia rurale, nazionalista, cattolica ed ancorata ai valori tradizionali; dall'altra la Polonia dei poteri forti, della finanza e del denaro, europeista, consumista. C'è una differenza abissale tra i paesini delle campagne e i grattacieli di Varsavia, e questa differenza è ben rappresentata da questa spaccatura politica.
Descrivere la situazione dal punto di vista economico la situazione è imbarazzante perché tutti i media sono unanimi nel cantare il miracolo economico polacco. La situazione è un po' più complessa. Partiamo dal debito pubblico, salito dal 37% del PIL del 2000 al 56% del 2013. Questo dato, di per sé impressionante (tanto più se consideriamo che la Polonia non è nell'area euro) è dovuto a diversi fattori: assunzioni pubbliche di massa, partecipazione a progetti parzialmente finanziati dall'UE, sprechi e corruzione... Si nota una diminuzione del rapporto tra deficit e PIL nel 2014, ma è dovuto al fatto che lo stato ha incamerato i soldi che i polacchi hanno (obbligatoriamente) versato ad assicurazioni private per la pensione. Il tasso di disoccupazione è attualmente stimato intorno al 10% con punte del 14% nel 2013 e nel 2014; va però considerato che il tasso di emigrazione polacco è uno dei più elevati al mondo. Si calcola infatti che attualmente sono quasi tre milioni i polacchi in età lavorativa (spesso giovani coppie) che si sono trasferiti all'estero per cercare lavoro. Quanto sarebbe la disoccupazione se questi giovani tornassero? Il reddito annuo pro capite cresce, ma cresce anche la forbice tra ricchi e poveri: significa che ci sono alcune persone che guadagnano moltissimo e sempre di più, mentre la maggior parte dei polacchi resta in condizioni economiche difficili. Il PIL è in costante crescita, ma le aziende polacche chiudono. Molte aziende straniere, infatti (tra le quali la grande distribuzione, che drena denaro e non produce) si sono trasferite in Polonia a causa della manodopera a basso costo (lo zloty vale circa un quarto dell'euro...); ma li introiti e le tasse di queste imprese finiscono all'estero. La Polonia sta diventando quindi un paese di manodopera a basso costo per aziende straniere, come i paesi del terzo mondo. In Polonia le infrastrutture sono carenti. La Polonia ha ereditato dal regime comunista una imponente rete ferroviaria, purtroppo in gran parte smantellata o ceduta a imprenditori stranieri. Nonostante la Polonia sia un paese pianeggiante (e nonostante le cifre pazzesche appositamente raccolte in decine di anni) in Polonia mancano le autostrade; ce ne sono pochi monconi, spesso in mano a privati. Le strade statali hanno un manto stradale spesso indecente, hanno una sola corsia e attraversano piccoli paesi limitando la marcia a 30 km/h (in Polonia, praticamente, non esistono tangenziali). Di fatto spostarsi (e spostare merci) da una parte all'altra della Polonia è un'impresa non da poco. Aggiungiamo che dal punto di vista della corruzione e dell'efficienza pubblica la Polonia non ha molto da insegnare all'Italia e il quadro è completo...
Per quanto riguarda la situazione religiosa partiamo da qualche dato. Il numero di vocazioni sacerdotali è crollato del 50%: si è passati da 1100 seminaristi del 2005 a 600 del 2014. Anche il numero dei partecipanti alla Messa è sceso del 10%, assestandosi ad un 40% di partecipanti alla Messa domenicale. Come per i numeri economici, anche i numeri religiosi vanno però interpretati e, anche in questo caso, la forbice è amplissima: si va dall'80% delle aree rurali al 20% di alcune diocesi e città. Aggiungo un altro dato empirico. Ogni anno, in occasione della festa dell'Assunzione di Maria, ogni ogni parrocchia organizzava un pellegrinaggio a piedi a Czestochova. Sacerdoti, giovani, adulti, anziani e bambini camminavano per settimane, dormendo nelle stalle e vivendo di ciò che forniva la gente durante il percorso. Questa cosa è durata, imponente e commuovente durante tutto il regime comunista: c'erano parrocchie che camminavano per quasi un mese per raggiungere la città mariana. Ora il pellegrinaggio è diventato diocesano perché le parrocchie non riescono più ad avere un numero minimo di partecipanti; e anche le diocesi hanno parecchie difficoltà... A cosa è dovuto questo cambiamento? Credo che il fenomeno abbia tre diversi motivi. Il primo è - paradossalmente - la fine del regime comunista. Durante la dittatura la Chiesa aveva assunto una funzione sociale, politica e culturale fortissima per cui chi non aderiva al regime si dichiarava cattolico e viceversa. Finito il comunismo, la Chiesa ha perso questo ruolo. Il secondo motivo è indubbiamente la secolarizzazione che, attraverso i media, ha affrontato la Polonia. Il cambiamento che io stesso ho notato tra la televisione polacca di dieci anni fa e quella attuale è impressionante, e questo ha indubbiamente una ricaduta sulla mentalità della gente. Il terzo motivo è l'attacco continuo ed incessante che i media rivolgono direttamente alla Chiesa polacca, con un pretesto o un altro: dalla pedofilia al gender, la chiesa è continuamente derisa e attaccata.
Andando indietro solamente di pochi anni si trova uno stato diverso, succube del comunismo sovietico impostosi a seguito della seconda guerra mondiale...
Sì, il nodo fondamentale per capire la Polonia attuale è il passaggio tra il regime sovietico e l'attuale nazione. La situazione economica polacca sotto la dittatura comunista era tragicomica, ma la direzione che è stata data dopo l'89 è ugualmente drammatica. Il primo premier della Polonia libera, Tadeusz Masowieczki, volle come ministro dell'economia Leszek Balzerowicz, che si incaricò di attuare un piano denominato "shock economy" partorito dall'economista staunitense Jeffrey Sachs, ghost-writer dell'enciclica di papa Francesco sull'ambiente. In effetti il "piano Balzerowicz" fu davvero uno shoc per l'economia polacca: nessuno si aspettava condizioni di vita peggiori di quelle che i polacchi avevano con il comunismo. Il nome di Sachs garantì alla Polonia aiuti da parte della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale ma, come è noto, questo genere di aiuti prevede una "cura" particolare: privatizzazioni (in realtà una svendita del patrimonio nazionale), contrazione della spesa pubblica (la famosa austerità), aumento dei prezzi per ridurre la domanda interna, forte svalutazione per indurre ulteriormente investitori stranieri ad acquistare, aumento dei tassi di interesse a favore degli investitori stranieri (e a tutto svantaggio degli imprenditori locali). Le conseguenze del "piano Balzerowicz" si vedono ancora adesso: la Polonia è un paese deindustrializzato, con una forte emigrazione, con un patrimonio pubblico in mano agli stranieri e che riesce ad esportare (soprattutto prodotti agricoli) solo grazie alla debolezza della moneta. Non esiste, per intenderci, una catena di grande distribuzione polacca... I due partiti principali si dividono anche nei confronti della politica economica: il PO è un fautore delle privatizzazioni e della vendita del patrimonio nazionale agli investitori stranieri (anche quando si tratta di patrimonio di rilevanza sociale - come gli ospedali - o ambientale - come le foreste); il PiS punta invece sullo sviluppo di una economia nazionale...
Nel 1980 nasce il sindacato indipendente Solidarnosc. Quali scopo si prefiggeva e quale ruolo ebbe nella caduta del comunismo?
Il sindacato indipendente nacque con lo scopo di tutelare le condizioni di vita degli operai polacchi. Per noi che siamo sempre vissuti in occidente fa un po' ridere pensare che gli operai debbano essere protetti da un regime sovietico, eppure è così: furono gli operai coloro ai quali il regime polacco chiese il maggior contributo di sangue. Ripeto: il sindacato indipendente nacque con lo scopo di tutelare le condizioni di vita degli operai polacchi, e non con quello di far cadere il regime. Queste persone erano nate e cresciute con il comunismo, non avevano nemmeno idea che potesse esistere un mondo diverso da quello. Per convincersene basta dare un'occhiata ai famosi 21 punti di Danzica, scritti su un foglio di compensato in occasione del celebre sciopero dei cantieri navali del 1980: "Aumento del salario base di ogni lavoratore di duemila zloty al mese per compensare l'aumento del prezzo della carne", "Scala mobile dei salari", "Realizzazione di un approvvigionamento pieno del mercato interno di articoli alimentari e limitazione delle esposizioni ai surplus"... Stupisce la semplicità delle richieste degli scioperanti: Solidarnosc non chiedeva la democrazia o la fine del regime, ma un trattamento più equo per gli operai.
Solidarnosc divenne più di un sindacato: radunò un popolo (arrivò a circa diecimila iscritti), lo formò (anche grazie alla cosiddetta "università volante", con lezioni di storia, politica, economia e filosofia, ad esempio, nei fienili durante il pellegrinaggio a Czestochowa...). Ma tutto questo, ovviamente, non bastò a far crollare un sanguinario regime sovietico.
Solidarnosc offrì un imponente tributo di sangue e dolore, ma nemmeno questo bastò a farla finita con il comunismo.
Nel 1981 fu istituita la legge marziale, che restò in vigore fino al 1983. Durante questo periodo il regime offrì la possibilità a numerosi attivisti (soprattutto i leader) di Solidarnosc di uscire dal carcere, a condizione di lasciare il paese di di non mettervi più piede. Molti accettarono.
Fino a quel momento, evidentemente, il regime era sicuro di schiacciare quel movimento popolare che destava attenzione in tutto il mondo.
Poi qualcosa cambiò. Solidarnosc, decapitato e braccato, ebbe un ruolo nella caduta del comunismo pur non avendone l'intenzione? L'Occidente ne è convinto. È la solita versione della storia for dummies, nella quale i buoni vincono, i cattivi perdono e il bene trionfa. Io non la penso così. Probabilmente non la pensava così nemmeno Giovanni Paolo II, che disse a Messori: "Sarebbe [...] semplicistico dire che è stata la Divina Provvidenza a far cadere il comunismo. Il comunismo come sistema è, in un certo senso, caduto da solo. È caduto in conseguenza dei propri errori e abusi. Ha dimostrato di essere una medicina più pericolosa e, all'atto pratico, più dannosa della malattia stessa. Non ha attuato una vera riforma sociale, anche se era divenuto per il mondo una potente minaccia e una sfida. Ma è caduto da solo, per la propria immanente debolezza". Il comunismo è caduto da solo. Cosa accadde in realtà è difficile dirlo, ma è plausibile un'altra versione della storia, meno manichea e più realistica.
Siamo rimasti ad un sindacato decapitato durante le leggi marziali. Gradualmente, a prendere la guida del movimento, si pose il KOR (Komitet Obrony Robotnikow, Comitato per la Difesa degli Operai), fondato nel 1976 da Antoni Macierewicz. Il KOR ebbe un ruolo straordinario nella difesa degli operai, soprattutto nei processi (politici) che il regime intentò nei confronti di alcuni di essi. Spiccarono per attivismo il fratelli Kazcynski, Lech e Jaroslaw, entrambi uomini di legge, che ritroveremo protagonisti nel nuovo millennio. Al KOR aderirono però anche personaggi discutibili, tra i quali il cosiddetto Commando, composto da due comunisti ucraini che si erano distinti per il tentativo di dare vita ad un '68 polacco: Jacez Kuron e Adam Michnik.
Strana storia quella del '68, "spontaneamente sorto", per motivi completamente diversi, negli USA e in Europa. Ancora più difficile credere che un movimento simile sia sorto spontaneamente in Polonia, allora completamente isolata dal resto del mondo e con condizioni socio-economiche opposte a quelle che, secondo il mainstream, portò al '68 occidentale. Kuron fu il fondatore dei cosiddetti Scout comunisti, associazione per l'indottrinamento della gioventù polacca; e Michnik, il padre e il fratello del quale si distinsero per ortodossia comunista e ardore anti-polacco, è ora direttore del più importante quotidiano polacco: Gazeta Wyborcza (ex foglio di Solidarnosc al quale, in seguito, il sindacato vietò di fregiarsi del simbolo del sindacato). Gazeta Wyborcza è un quotidiano radicale portabandiera del gender, dell'abortismo, dell'europeismo e difensore di tutti coloro i quali ebbero un ruolo nel regime comunista.
Per tutti gli anni Ottanta gli operai continuarono le loro lotte, e gli attivisti di base subivano pestaggi, incarcerazioni, trattamenti psichiatrici e talvolta la morte. Ad un certo punto, come un fulmine a ciel sereno, ecco la cosiddetta "tavola rotonda": Solidarnosc e il regime seduti attorno ad un tavolo a parlare pacificamente, con i comunisti decisi a passare lo scettro alla società civile polacca e a farla finita con il comunismo. Questa versione è credibile? Lo dubito. Forse non ricordiamo cos'era il comunismo, quanto feroce fosse, quanta poca considerazione avesse dell'opinione dei popoli che sottomise... "L'opposizione ce la facciamo noi", disse una volta Lenin; ricordiamo quello che ha detto Giovanni Paolo II: "Il comunismo è caduto da solo"…
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il potere è passato gradualmente dalla vecchia nomenklatura sovietica ad una oligarchia legata alla prima talvolta in modo diretto e filiale; la magistratura è ancora quella comunista, così come i vertici militari, gli uomini dei media; le chiavi economiche del paese sono rimaste in mano a pochi noti... E i collaboratori? Gli uomini dei servizi segreti? Coloro i quali si sono macchiati di crimini orrendi? Sono scomparsi nel nulla? Fingiamo di sì. Fingiamo che, dopo l'89, queste persone non siano mai esistite; che tutto ciò che era prima sia svanito nel nulla con un colpo di penna.
Kaczynski ha tentato una pacificazione nazionale: ha istituito l'Istituto per la Memoria Nazionale per favorire gli studi storici sul recente passato della Polonia; ha proposto la "lustracja", ossia alzare un velo sulla rete di collaboratori del regime. Non è riuscito a farlo, qualcosa di molto potente glie l'ha impedito, compresi gli strepiti e gli strilli ("Caccia alle streghe!!!") dei media occidentali (compresi quelli dell'Italia, paese che il proprio dittatore lo appese a testa in giù a Piazzale Loreto...). Come in Italia, e penso al Risorgimento, alla "lotta partigiana" e al 25 aprile, c'è una versione ufficiale che non può essere messa in discussione. Il problema è che una nazione fondata su una bugia, per quanto comoda, non sarà mai una nazione unita, pacificata, forte. Io credo che il regime, considerata l'impossibilità di proseguire con le sue devastanti politiche, abbia usato Solidarnosc (come abbiamo visto, infiltrato nei vertici) per una transizione morbida conservando il potere. A supporto di questa tesi c'è un particolare che molti ignorano: l'accordo tra Solidarnosc e il regime non avvenne durante la mediatica "tavola rotonda", bensì nel corso di precedenti accordi segreti in località Magdalenka, vicino a Varsavia. Non esistono documenti scritti di questi incontri, ma fotografie. Fotografie abbastanza impressionanti, che vedono membri del regime (tra i quali il generale dei Servizi Segreti Czeslaw Kiszczak) ed esponenti di Solidarnosc brindare insieme allegramente, come vecchi amici, mentre altri se ne stanno in disparte rigidi e pensosi.
Questi sono fatti. Una locuzione "obbligata" circa queste vicende è questa: "Durante la rivoluzione polacca non fu rotto un vetro, nessun militare fu colpito, nessuna azienda danneggiata" (ANSA). Forse non è un caso. Il generale Jaruselski è stato processato per le leggi marziali, ma non è stato condannato (a causa delle sue condizioni di salute...). Nessuno ha pagato per gli innumerevoli crimini che il popolo polacco ha subito...
Una domanda a sé merita la figura di Walesa. Un personaggio di certo importante, che ancora oggi fa parlare di sé e sul cui giudizio si sentono pareri discordanti...
Ecco, Walesa, l'uomo simbolo di Solidarnosc, l'uomo che ha sconfitto il comunismo, il "lottatore senza compromessi". Un mito, un totem intoccabile nel mondo occidentale, soprattutto in Italia, dove non capiamo una sola parola di ciò che dice. Io ho in mente l'intervista che gli fece la Fallaci, davvero roba da mal di testa... In Polonia, dove capiscono quello che Walesa dice, è considerato una macchietta. Walesa era un elettricista, dichiara di non aver mai letto un libro in vita sua, ha grosse difficoltà ad esprimersi in polacco e quando lo fa parla per proverbi... davvero crediamo che quest'uomo abbia fatto crollare il comunismo mondiale? Se era così pericoloso, così potente, perché non è stato fatto sparire come tanti altri? Recentemente la moglie del generale Kiszczak ha portato all'Istituto per la Memoria Nazionale cinquanta chili di documentazione conservata dal marito. L'ha fatto per denaro, come lei stessa ha ammesso. Tra questi documenti ci sono denunce scritte e firmate da Walesa, la sua disponibilità alla collaborazione, le ricevute del denaro preso (denaro che giustificava alla moglie dicendo di aver vinto al lotto...). Subito, in tutt'Europa (Italia compresa) si è gridato alla lesa maestà, al "gombloddo": qualcuno vuole infangare Walesa. Ma in Polonia tutti sono convinti che Walesa abbia collaborato con il regime: l'aeroporto a lui dedicato viene chiamato "Bolekowo" (Bolek era il nome in codice di Walesa come collaboratore); il film di Wajda "L'uomo della speranza" è stato ribattezzato "L'uomo nell'armadio" (l'armadio è quello di Kiszczak)... Già nel 2000 Walesa è stato processato per la collaborazione: è stato assolto perché la documentazione che lo riguardava era mancante di venti pagine decisive, e l'ultimo ad aver avuto in mano il dossier "Bolek" era stato proprio Walesa, durante la presidenza della repubblica. Nel 2008 l'Istituto per la Memoria Nazionale ha pubblicato un imponente tomo sulla questione, basato non solo sui documenti allora disponibili ma anche sulle testimonianze. Una di queste, che mi ha particolarmente colpito, è stata quella di Anna Walentinowicz, eroina di Solidarnosc morta nell'incidente di Smolensk insieme a Lech Kaczynski: lei contesta la versione di Walesa circa lo sciopero del 1980 a Danzica ("Sono salito sul muro...") dicendo che lo ha visto arrivare dal canale su una barca della polizia. Adesso è comparso il dossier originale di Walesa, completo. Se davvero credessimo che "La verità ci farà liberi" (Gv 8, 32) non avremmo problemi a cercare di capire come si svolsero realmente i fatti.
Sia in Polonia, sia in Russia i dati attestano come, dopo un periodo di ateismo forzato (nella fattispecie, sotto l'imposizione del comunismo) la popolazione è molto più propensa ad abbracciare la Fede...
In Russia è così, perché la Chiesa ortodossa era collusa con il potere. In Polonia, come abbiamo visto, non è così, perché la Chiesa cattolica ha rappresentato una appartenenza morale e civile, oltre che religiosa. Assistiamo, invece, ad un raffreddamento religioso, almeno nei numeri. Forse è una cosa buona, non so...
Per le ultime generazioni di cattolici la Polonia è identificata soprattutto dalle figure di papa Giovanni Paolo II e santa Faustina Kowalska, nonché per la Madonna Nera di Czestochowa. E' proprio vero che dove più abbondano le prove, più abbonda la Grazia...
É proprio vero, e questo lo ha sostenuto diverse volte Giovanni Paolo II anche in Italia: ricordo la sua visita a Torino, nella quale ha commentato il fiorire di santi che la città visse a cavallo: "La città di Torino era per me un enigma. Ma, dalla Storia della Salvezza, sappiamo che là dove ci sono i Santi entra anche un altro che non si presenta con il suo nome. Si chiama il Principe di questo mondo, il Demonio [...] Quando ci sono tanti santi è perché ce n'è bisogno. [...] Tu Torino hai bisogno di una conversione eccezionale, superiore". Sicuramente la Polonia ha un ruolo particolare nella storia del Novecento, ma credo che questa storia sia ancora da scrivere.
Un'ultima domanda, quindi: il sole - inteso come rinascita di un umanesimo di matrice cristiana - sorgerà da est?
Il sole sorge sempre da oriente. Per questo motivo un tempo le chiese erano "orientate", cioè rivolte ad est: da lì sarebbe arrivata la salvezza. Di più, però, non posso dire, né è mio compito dire qualcosa a questo proposito. Questa Russia potrà avere un ruolo nel futuro nell'Occidente sfibrato e confuso? Polonia e Ungheria riusciranno a cambiare questa Unione Europea? Non lo so. Veglio e aspetto.

Fonte: Libertà e Persona, 26/02/2016

3 - GOD'S NOT DEAD 2, IL FILM SUL PROCESSO ALLA FEDE
Dopo il professore ateo affrontato da uno studente cristiano, in questo secondo film un'insegnante di storia viene licenziata per aver parlato di Gesù in classe e si deve difendere in tribunale
Autore: Lorenzo Bertocchi - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 01/03/2017

A seguire le cronache sembra che ormai non importi più se Dio sia morto oppure no, semplicemente si vive come se Lui non esistesse. Nei cinema italiani, invece, è sbarcato God's not dead 2, sequel di una prima pellicola in cui un professore ateo veniva affrontato da un giovane e caparbio studente cristiano che arrivava a far dire ai suoi compagni di corso che no, Dio non è morto.
Questa volta il film ci porta sempre dentro un'aula, ma non più accademica, di tribunale. E' la vicenda, che nasce da un fatto vero, quello di una insegnante di storia che deve difendersi dall'accusa di aver osato parlare di Gesù in aula. E' ancora la Dominus Production a portare in Italia il sequel di una pellicola dal sapore fin troppo Usa, che però ha il pregio di farci sbattere la faccia contro una realtà molto più reale e vicina di quanto possa sembrare a prima vista. Quello della libertà delle proprie idee e di religione, una libertà che appare sempre più minacciata e sottilmente delimitata.

CONTRO LO SPIRITO DEL MONDO
La professoressa Grace, interpretata da Melissa Joan Hart (già Sabrina in Vita da Strega), deve difendersi dall'accusa di fare prediche anziché insegnare, nonostante il tutto sia partito da una domanda di un'alunna che chiede all'insegnante di fare semplicemente un parallelismo tra Ghandi, Martin Luther King e Gesù. Insomma, in realtà sarebbe questione storica, ma Grace ha il difetto di essere cristiana e quindi l'occasione è ghiotta per farla fuori e sbattere la fede finalmente fuori dallo spazio pubblico. [...]
La grinta del giovane avvocato (Jesse Metcalfe) che difende Grace è interessante, così come la battuta messa in bocca al pastore: «dobbiamo riconoscere che c'è una battaglia, ma non contro carne e sangue, ma contro lo spirito del mondo», una frase che andrebbe bene da mettere in campo ecumenico anche da parte cattolica. Ci sono spazi per riconoscere la bontà di questa interpretazione, basta guardarsi intorno. Eutanasia, famiglia, aborto, sono solo alcuni degli ambiti in cui Dio è sbattuto fuori dalla porta del dibattito pubblico. Anche se in molti casi è la ragione stessa ad essere stata esclusa. Il film evidenzia anche il pericolo di ideologizzazione dei principali canali di comunicazione con la conseguente deformazione delle informazioni e invita lo spettatore ad interrogarsi sui grandi valori della vita, arrivando a domandarci: quanto siamo disposti a rischiare per difendere ciò in cui crediamo?

UNA DOMANDA DI SENSO
Tutto era iniziato da una domanda di senso che la giovane insegnante pone all'alunna che deve fare i conti con l'elaborazione del lutto del fratello. «C'è qualcosa d'altro» oltre l'orizzonte terreno? Questo è il punto. Perché far uscire Dio dallo spazio pubblico significa in fondo escludere le domande di senso, infatti, dice la prof., «l'ateismo non toglie il dolore, toglie solo la speranza». La strategia per far fuori l'insegnante, e con lei la fede, è ben sintetizzata dall'avvocato dell'accusa quando rivolto al suo aiutante spiega come irretire la giuria: «non conoscono l'odio, ma basterà una mezza verità, un po' di dubbio e si pronunceranno a suo sfavore». La battaglia all'interno dell'aula si rivelerà come occasione per fare un po' di sana apologetica sulla storicità di Gesù e sulla credibilità dei Vangeli. Come andrà a finire? Una serata al cinema vi svelerà tutto.
Dalla sala uscirete con una domanda che aleggia nell'aria, quella che pronunciò Gesù davanti ai discepoli quando diceva «Voi chi dite che io sia?». A cui fa seguito un'altra domanda del Maestro. «Quando il Figlio dell'uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra?» (Lc 18, 8). La risposta dipende da ognuno e dalla volontà di vivere di conseguenza; come una lunga scia di martiri dimostra non ci sono molte scale di grigio a disposizione. O Dio è morto, oppure è vivo.

Nota di BastaBugie: per vedere il trailer del film, clicca qui sotto


https://www.youtube.com/watch?v=Mn8P1wfOH3o

TRAILER LUNGO E CINEMA DOVE VEDERE IL FILM
Per vedere il trailer (versione lunga in due minuti), vedere i cinema che hanno in programma il film, ascoltare la stupenda colonna sonora e altro ancora clicca al seguente link
http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=226

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 01/03/2017

4 - E SE LE DONNE NON VOLESSERO DIVENTARE PRETI?
Valorizzare la donna non significa farle fare l'uomo (come vuole il femminismo), ed ecco perché mi sento accolta dalla Chiesa
Autore: Costanza Miriano - Fonte: Blog di Costanza Miriano, 09/02/2017

Secondo la Civiltà Cattolica - che confesso di non leggere, ma che è citata testualmente dal sito del Timone (che a sua volta riprende il blog di Sandro Magister) - il discorso dell'apertura del sacerdozio alle donne non è chiuso. A dire la verità, come ricorda Magister, Papa Francesco è stato molto chiaro in merito: "Sull'ordinazione di donne nella Chiesa cattolica l'ultima parola chiara è stata data da Giovanni Paolo II, e questa rimane". Ma la rivista dei gesuiti riapre la questione, anche se GPII aveva affermato chiaramente che la Chiesa non ha facoltà di conferire l'ordinazione sacerdotale alle donne, e che "questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa".
Ora, io non sono minimamente in grado di entrare nella disputa teologica e sacramentale, però mi sento almeno un po' chiamata in causa, innanzitutto come donna cattolica, e poi anche come donna che ha provato a ragionare e scrivere del ruolo femminile nel mondo e nella Chiesa, e ha incontrato e conosciuto tante, tante sorelle di cammino.

MOTIVAZIONE ASSURDA
La prima cosa che voglio dire è che trovo assurda la motivazione addotta dall'autore dell'articolo, il vicedirettore, gesuita, Giancarlo Pani, per dichiarare la questione ancora aperta. Il motivo sarebbe che i fedeli non danno consenso a questa posizione del Magistero, e una dottrina proposta dalla Chiesa chiede di essere compresa dall'intelligenza credente. A me pare esattamente il contrario. Se una cosa l'ha stabilita il Signore, è l'intelligenza credente che con la grazia e la fede si "adatta" alla verità proposta, cerca di capirla, comprenderla. La fede viene sempre dall'ascolto, cioè dall'accoglienza di qualcosa che non penso già di mio, da un annuncio che mi viene fatto, perché come dice san Giovanni della Croce, per andare dove non sai, devi passare da dove non sai. La fede non conferma le tue convinzioni, sei tu che parti per un viaggio. Lo so che se qualche dotto legge questa argomentazione mi si mangia in due bocconi sfoderando una meravigliosa citazione, ma il mio semplice sensus fidei è certissimo di questo: l'intelligenza credente deve fare un cammino verso le verità proposte dal magistero, ed è sempre un cammino benedetto, perché mi salva. Non sono, al contrario, le verità della fede che devono andare verso l'uomo, magari in modo accondiscendente verso lo spirito del tempo.
Per fare un esempio mi chiedo: l'intelligenza credente è davvero convinta della transustanziazione? Se lo fosse, se fossimo davvero convinti, ci dovrebbero portare via di peso quando ci trovassimo a passare davanti alle chiese - e infatti per Giovanni Paolo II era così, certe volte quelli del cerimoniale dovevano cambiare i suoi percorsi perché ritardava i programmi quando gli capitava di passare davanti a un tabernacolo e si fermava rapito. Se il consensus fidelium sapesse davvero, credesse davvero (e parlo per me per prima), che lì c'è il corpo di Cristo veramente, non succederebbe come al funerale dell'amatissimo Papa Wojtyla, quando centinaia di migliaia di persone facevano dodici ore di fila per omaggiare il suo corpo mortale mentre lì a pochi metri, nella chiesa della Transpontina, il Santissimo, esposto, stava praticamente da solo.
Se l'ordinazione sacerdotale è proposta infallibilmente e definitivamente dal Magistero, è del tutto irrilevante come venga percepita. Altrimenti torniamo a cadere nel complesso di inferiorità che a me sembra avere ferito mortalmente la Chiesa, la quale si sente in dovere di essere per forza friendly con tutti, come se questa fosse una garanzia di bontà. Ci siamo fatti fare il lavaggio del cervello dal mondo, che ci ha convinti che l'obbedienza alle regole è una fregatura, o siamo certi noi per primi che quello che non capiamo, come per esempio i comandamenti - intesi in senso lato - sono quello che ci salva, ci custodisce, ci protegge, ci fa vivere?

VERITÀ E OPINIONE, MAGISTERO E SENTIRE COMUNE
Questo quanto al rapporto tra Verità e opinione, Magistero e sentire comune. Se la Chiesa per due millenni ha affermato qualcosa con certezza, appellandosi all'infallibilità, il fatto che quella cosa venga percepita come espressione di "autoritarismo", come dice la Civiltà Cattolica, non dovrebbe minimamente interessarci come fedeli, tanto meno dovrebbe interessare ai pastori. Il mondo pensa di essere autosufficiente, ma noi credenti sappiamo che l'uomo da solo non è buono, solo Dio è buono (lo dice Gesù nel Vangelo), e che l'obbedienza alla sua voce è un regalo che ci viene fatto, non una fregatura.
Quanto al merito, proviamo a vedere superficialmente qualche punto della questione femminile. Innanzitutto io non conosco manco mezza donna che viva come una deminutio il fatto di non poter fare il prete. Davvero, ci ho pensato e ripensato. Forse me ne viene in mente qualcuna, pochissime - donne avanti con gli anni e poco realizzate nella vita privata - che vorrebbero più spazio nel senso di prestigio e visibilità, ma come risarcimento per qualche frustrazione, per la mancanza, soprattutto, di un rapporto vivo col vivente. Mi sembra che non siano questi i criteri per cui si è adatti a essere sacerdoti, cioè servi, cioè pastori pronti a dare la vita per le pecore. È ovvio, io non sono certo l'Istat, magari ho conosciuto un campione umano inaffidabile, ma ho parlato con migliaia e migliaia di donne cattoliche in tutta Italia e fuori. Conosco invece suore e consacrate magnifiche, piene di luce e forza ed energie e capacità di costruire e creare e inventare. Molte di loro sono perfettamente realizzate nel posto che hanno, e l'ultima cosa al mondo che desidererebbero è di avere incarichi diversi o ulteriori. Ad altre di loro secondo me potrebbe essere data l'occasione di far fruttare meglio i loro talenti, il discernimento, la capacità di relazione, la profondità spirituale. Ma per far questo basterebbe che chi ha a che fare con loro avesse l'intelligenza e l'umiltà di valorizzarle. Trovo ottimo per esempio che ci sia una donna a reggere un'università pontificia come l'Antonianum, e peraltro suor Melone ha detto di non volere il sacerdozio femminile. Spero che altre donne diventino presto rettori, questo sì, ma è una questione diversa. Spero che le suore vengano più spesso consultate dai sacerdoti, che i loro suggerimenti vengano seriamente presi in considerazione, che la loro creatività venga lasciata libera di agire.

L'ERRORE DELLE FEMMINISTE
Valorizzare la donna, invece, non significa affatto chiederle di fare l'uomo. Le femministe hanno fatto questo errore, rendendosi complici, lievito direi, di una trasformazione epocale che per noi donne si è rivelata complessivamente una enorme, gigantesca, beffarda fregatura. Perché, è vero, adesso ci è permesso di scegliere e studiare, che sono cose belle, ma in cambio ci è chiesto di diventare uomini, di lavorare come uomini, di avere rapporti come gli uomini, di avere sempre meno tempo per le persone a cui vogliamo bene, meno tempo per i nostri bambini, che infatti sono sempre meno numerosi, ma anche per i nostri anziani, o per accudire tutte le fragilità. Il Papa ci invita sempre a chinarci sul povero, sul debole, ma chi di noi ha il tempo di farlo, se corriamo dall'alba a notte fonda per stare dietro a tutto - casa marito figli lavoro colloqui a scuola visite pediatriche iscrizioni moduli certificati catechismi sport amichetti spesa cucina bollette tasse e mi fermo ma potrei continuare per ore? E tutto questo anche quando ci sono mariti super collaborativi, come sono oggi la maggioranza dei mariti, semplicemente perché c'è quel vecchio problema delle 24 ore di una giornata, e se ne lavori 8, con gli spostamenti ne stai fuori di casa 10, e ne dormi altre 8, ne rimangono pochissime per dedicarti alla parte più preziosa della vita, le persone che ami. La donna un tempo era lasciata a casa non perché fosse prigioniera, dice Chesterton, ma esattamente per il motivo opposto, perché fosse libera di seguire tutte le sue seconde occupazioni. A noi donne sta a cuore questo, non la regola, incarnata dal maschile, non il fecondare il mondo e trasformarlo, ma l'eccezione, il caso particolare, la persona, le persone che amiamo (Edith Stein lo dice molto meglio di me). A noi non interessa essere pastori, e guidare, a noi interessa mischiare la nostra vita con quella degli altri, ma nella libertà, seguendo il soffio dello Spirito, se ne abbiamo la grazia, gonfiando le vele della Chiesa, lasciando che siano gli uomini a fare quel noiosissimo ruolo di alberi maestri.

LA CHIESA VALORIZZA LE DONNE (LO HA SEMPRE FATTO)
Quanto al valorizzare le donne, non esiste un luogo in cui noi donne ci sentiamo più valorizzate che nella Chiesa. A me solo dei sacerdoti hanno parlato della mia grandezza, nobiltà, valore. Della purezza, dell'apertura alla vita, di un amore che non sia solo emozione o possesso, che è quello che ci propone il mondo con la sua retorica dell'amore romantico. Solo nella Chiesa mi hanno indicato una strada che si è rivelata benedetta per la mia storia, solo nella Chiesa ci sono uomini che perdono la vita nei confessionali ad ascoltare paturnie, a sbrogliare matasse, a guidare le nostre vite complicate. Per esempio, una donna ti si fa compagna di cammino, ti viene a stirare a casa, ti abbraccia, ti regala una borsa, della cioccolata o un profumo, ma serve un uomo, un vero uomo, per la direzione spirituale (dice un amico sacerdote che serve più testosterone in un confessionale che in una partita di rugby).
Noi donne, almeno quelle che conosco, non abbiamo bisogno di una Chiesa che faccia sue le rivendicazioni delle femministe. Abbiamo bisogno di veri uomini e di vere donne, diversi nei loro carismi, pari nella dignità (ma c'è davvero ancora bisogno di dirlo?). Abbiamo bisogno di uomini e donne che facciano a gara per mettersi agli ultimi posti, e non vogliamo avere altri incarichi, grazie. Anzi, se qualcuno vuole aiutarci nei troppi che già abbiamo, si accomodi.

Fonte: Blog di Costanza Miriano, 09/02/2017

5 - I CATTOLICI ADULTI SANNO STARE AL PASSO CON I TEMPI
Il cattolico adulto pensa che sia la Chiesa a dover cambiare (dal suo rigore dottrinale, dal suo essere astratta istituzione, ecc.)
Autore: Aldo Vitale - Fonte: Tempi, 03/03/2017

Sì, lo si sa: il cattolico adulto è uno che la sa lunga, mica come quei cattolici bigotti che ancora credono nei sacramenti, nella confessione, magari nella presenza reale del Salvatore nell'eucaristia, nell'indissolubilità del matrimonio, nella verità della rivelazione cristiana o perfino in posti da isteria collettiva di massa come Fatima, Lourdes o Medjugorje.
Il cattolico adulto lo sa, lo sa bene che quello che conta è la speranza nell'uomo, nella possibilità di essere tolleranti e moderni, non come chi ritiene che vi siano principi e norme universali; il cattolico adulto sa bene che ciò che conta è la fede di portare il progresso nella società, nella concretezza delle opere, non nell'astrazione dello spirito; ciò che conta per il cattolico adulto è la carità per il prossimo, come assistenza dei più poveri e degli emarginati, non con l'asettico rigore del rispetto di astratte verità teologiche e morali.
Tutto questo, e in effetti anche ben altro, il cattolico adulto ce l'ha sempre ben presente, ed è ciò che lo distingue, grazie a Dio (pensa tra sé), dagli altri, dagli altri cattolici, intolleranti e retrogradi che dopo un rosario, magari predicano una assurda verità assoluta sull'uomo riflesso di una ancor più assurda verità su Dio, o che magari ritengono che la Chiesa non debba essere un insieme di operatori sociali per il benessere umano, ma la sposa mistica del Cristo.
No, il cattolico adulto è maturo, non ha più bisogno di madre Chiesa che gli indichi la via; quello è tipico di quei cattolici che, appunto, adulti non sono, né nella fede, né nell'agire sociale e politico. Il cattolico adulto lo sa, sa di essere diverso, aperto ai tempi che mutano e che richiedono un mutare della Chiesa, del suo rigore dottrinale, del suo essere astratta istituzione.
Il cattolico adulto sa che la Chiesa orienta, ma non guida; sa che le Sacre Scritture sono solo orientative, non indicative; sa che il Cristianesimo è amore e che quindi non vi possono essere principi, norme o divieti.

IL CATTOLICO ADULTO SA DI SAPERE
Il cattolico adulto non solo sa, ma sa anche di sapere tante cose, tante più degli altri, sicuramente più di coloro che, cattolici non-adulti, hanno una fede semplice, popolare, ingenua, perfino mistica talvolta, e che se non è mera superstizione è sicuramente qualcosa non più al passo con i tempi.
Il cattolico adulto, per esempio, ritiene che l'aborto sia soltanto un disagio personale della donna e che nessuno possa intromettersi, non invece, come insegna S. Giovanni Paolo II «l'uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita» (Evangelium vitae, n. 58).
Il cattolico adulto, sempre per esempio, ritiene che la maternità surrogata sia legittima, perché legittimo è il diritto di avere figli, non come insegna la Congregazione per la Dottrina della Fede secondo la quale, invece, la maternità surrogata è «una mancanza oggettiva di fronte agli obblighi dell'amore materno, della fedeltà coniugale e della maternità responsabile; offende la dignità e il diritto del figlio ad essere concepito, portato in grembo, messo al mondo ed educato dai propri genitori» (Dona vitae, II, 3, 22 febbraio 1987).
Il cattolico adulto, ancora per esempio, reputa che l'ideologia gender non esista, essendo soltanto una trovata omofoba di certi ambienti cattolici conservatori ancora attaccati a modelli familiari ancestrali e non più al passo con i tempi, non avendo alcuna importanza le parole di Papa Francesco per il quale «un'altra sfida emerge da varie forme di un'ideologia, genericamente chiamata gender, che nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un'identità personale e un'intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L'identità umana viene consegnata ad un'opzione individualistica, anche mutevole nel tempo. E' inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l'educazione dei bambini. Non si deve ignorare che sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender), si possono distinguere, ma non separare. D'altra parte, la rivoluzione biotecnologica nel campo della procreazione umana ha introdotto la possibilità di manipolare l'atto generativo, rendendolo indipendente dalla relazione sessuale tra uomo e donna. In questo modo, la vita umana e la genitorialità sono divenute realtà componibili e scomponibili, soggette prevalentemente ai desideri di singoli o di coppie. Una cosa è comprendere la fragilità umana o la complessità della vita, altra cosa è accettare ideologie che pretendono di dividere in due gli aspetti inseparabili della realtà. Non cadiamo nel peccato di pretendere di sostituirci al Creatore. Siamo creature, non siamo onnipotenti. Il creato ci precede e dev'essere ricevuto come dono. Al tempo stesso, siamo chiamati a custodire la nostra umanità, e ciò significa anzitutto accettarla e rispettarla come è stata creata» (Amoris laetitia, n. 56).

AL PASSO CON I TEMPI
Il cattolico adulto ritiene del resto che non vi sia nulla di male nell'approvazione delle unioni civili, poiché i tempi cambiano e con essi la famiglia, occorrendo garantire i diritti di tutti, anche di coloro che non rientrano nella definizione cristiana di famiglia, non risultando rilevanti le parole di Papa Leone XIII per il quale «è dunque un errore grande e dannoso volere che lo Stato possa intervenire a suo talento nel santuario della famiglia» (Rerum novarum, n. 11).
E, infine, il cattolico adulto, che non ritiene fondamentale la resurrezione tra i paradigmi escatologici del Cristianesimo, e che ha elaborato una idea tutta propria della morte, magari schiacciando l'occhio anche a qualche tentazione orientalista che predica la reincarnazione, sa bene che nessun Dio buono può costringere i propri figli alla sofferenza, non potendo così essere illecita l'eutanasia, specialmente se richiesta da persone estremamente sofferenti, non avendo alcuna importanza le parole di Papa Benedetto XVI per cui «va facendosi strada una mens eutanasica, manifestazione non meno abusiva di dominio sulla vita, che in certe condizioni viene considerata non più degna di essere vissuta. Dietro questi scenari stanno posizioni culturali negatrici della dignità umana. Queste pratiche, a loro volta, sono destinate ad alimentare una concezione materiale e meccanicistica della vita umana» (Caritas in veritate, n. 75).
Il cattolico adulto, quindi, partecipa attivamente o anche soltanto passivamente, ma sempre con gioia, all'approvazione e alla diffusione di leggi e meccanismi culturali che favoriscono l'aborto, la maternità surrogata, l'ideologia gender, le unioni civili, l'eutanasia, poiché sa, sa cosa in effetti è il Cristianesimo e sa quando la Chiesa sbaglia non avendo importanza nemmeno le parole di S. Paolo: «La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia» (1Cor. 13,9).
Il cattolico adulto, insomma, pare sia molto adulto anche se a scapito del suo stesso essere cristiano, poiché il suo pensiero, specialmente nell'ambito della bioetica, sebbene sia proprio al passo con i tempi non c'entra più nulla con l'impianto morale del Cristianesimo.

Fonte: Tempi, 03/03/2017

6 - PRECISAZIONI SU CIO' CHE HO DETTO L'8 FEBBRAIO
Nessuna marcia indietro, anzi un passo avanti, ma bisogna capire verso dove
Autore: Antonio Socci - Fonte: Lo Straniero, 14/02/2017

Il mio post dell'8 febbraio [leggi: SMETTIAMO QUESTA GUERRA CIVILE FRA CATTOLICI, clicca qui, N.d.BB] ha provocato confusione in alcuni di voi. Molti hanno frainteso. Sicuramente perché io non sono stato chiaro, ma forse anche perché c'è una forma mentis sbagliata che alcuni di voi fanno fatica a superare.
Lasciatemi dire: come tanti di voi ci hanno messo del tempo a capire la gravità del "caso Bergoglio" e - all'inizio - mi hanno preso a male parole, così oggi tanti di voi fanno fatica a capire la nuova situazione che si è creata e la responsabilità che ci è chiesta, in questo grave momento storico, come cattolici.
Cercherò allora di dirvi alcune cose che mi hanno indotto a scrivere quel post. Sono le riflessioni che vado facendo in questi giorni. Prendetele come appunti provvisori di viaggio. Pronti ad essere approfonditi o corretti.

PRIMO: PROVOCAZIONI E RISENTIMENTI SCIOCCHI
E' un momento in cui circolano molte bufale e molti strani personaggi. E' facile venire fuorviati o cadere in provocazioni o alimentare risentimenti sciocchi. O lasciarsi andare a rabbia istintiva.
Occorre quindi esercitare la virtù cardinale della prudenza e quella della scaltrezza: "Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe" (Mt 10,16).

SECONDO: RABBIA E SCORAGGIAMENTO
L'uso che l'establishment di Santa Marta ha fatto dell'episodio dei manifesti di Roma o la disinvoltura con cui ha "asfaltato" una istituzione millenaria (riconosciuta a livello internazionale) come l'Ordine di Malta (ma si potrebbero fare molti altri esempi), conferma che questo Potere sfrutta sempre pretesti o equivoci creati ad arte, per inasprire la repressione: è già partita la macchina per la defenestrazione del card. Muller (dopo il card. Burke) e forse di altri cardinali cattolici (mentre prosegue l'epurazione fra i vescovi).
Per questo l'errore peggiore è fornire pretesti al Potere. Peraltro non si difende la dottrina cattolica con sentimenti e parole che non sono compatibili con lo "stile cristiano".
Questo accade - secondo me - perché in molti c'è un forte senso di impotenza e di frustrazione dovuto al fatto di sentirsi ingannati e di dover assistere allo sfacelo della Chiesa senza poter fare nulla. Ma questo sentimento è un risentimento e deriva da un pericoloso affievolirsi della fede e della speranza.
Infatti, paradossalmente, questo è un momento di prova, ma anche un momento di grazia e avere il dono del discernimento è una grande grazia di cui bisogna essere felici e grati, mentre chiediamo la perseveranza.
Soprattutto vedendo che in questo passaggio storico, che è il momento della verità, molti hanno tradito o altrettanti preferiscono non esporsi.
Lo ripeto. La rabbia e lo scoraggiamento rappresentano peccati contro la speranza e contro la fede. Se permettete anche contro il realismo.
Perché c'è una battaglia culturale che ormai abbiamo vinto: oggi tutto è chiaro per chi vuole vedere (chi non vuole vedere negherà sempre anche l'evidenza).
Il re è nudo, la prepotenza - ancorché mascherata da misericordia - appare evidente e così pure la deviazione dalla dottrina cattolica.
Inoltre è cambiato il quadro geopolitico. L'imperialismo di Obama e della Clinton - nel cui alveo è avvenuta la "rinuncia" di Benedetto XVI e l'ascesa al potere del vescovo argentino - è stato sconfitto dall'irrompere di Donald Trump.
Oggi papa Bergoglio non ha più la potente sponsorizzazione dell'impero americano e -goffamente - l'entourage bergogliano sta adesso arrancando per cercare di accreditare papa Bergoglio alla corte di Trump (dopo che il vescovo di Roma lo ha incredibilmente attaccato durante la campagna elettorale e lo ha paragonato a Hitler pochi giorni fa).

TERZO: LA LOGICA DI POTERE
Stiamo constatando che si è stabilito un sistema di governo della Chiesa che non si era mai visto prima. Sembrano senza alcun timor di Dio.
Sembrano credere di essere padroni, anziché servi, della Sposa di Cristo e - denigrandola instancabilmente - passano su persone e istituzioni senza rispetto nemmeno del comandamento della carità. Del resto non hanno rispetto neanche del S.S. Sacramento...
Quindi oggi non si tratta solo di difendere la dottrina cattolica, ma anche di essere diversi da loro.
Non ci si oppone a una logica di potere (una logica settaria) con un'eguale e contraria logica settaria e di potere.
Chi vuole essere testimone di Cristo non cerca la propria vittoria, ma vive "ad maiorem Dei gloriam". Combatte instancabilmente per la verità, ma con la pace nel cuore e - mentre dà testimonianza - prega perché solo il Signore può salvare la Sua Chiesa, perfino riuscendo a convertire tutti.

QUARTO: LA PROVA FINALE
La vicenda dei "Dubia" ormai ci pone davanti a un papa che si rifiuta di ottemperare al primo dovere del papato: quello di "confermare nella fede".
Egli si rifiuta di ribadire l'insegnamento di sempre della Chiesa, si rifiuta di pronunciare la parola chiara e definitiva sui temi essenziali di fede e di morale (oltretutto dopo che lui stesso - con l'Amoris laetitia - ha creato quella confusione, legittimando una prassi pastorale eterodossa).
Siamo dunque in una situazione gravissima in cui sono messi in discussione non solo la dottrina e i sacramenti, ma anche la continuità del Magistero, che è fondamentale per la vita della Chiesa.
Se a questo si dovesse pure aggiungere - come par di capire da molti segnali - un colpo di mano sulla liturgia che va ad alterare addirittura la Messa e il rito della consacrazione, in senso protestante, dovremmo riconoscere che non è infondata la persuasione di molti secondo cui stiamo vivendo una tragedia simile a quella illustrata nella profezia, di fondamento biblico, che è riportata autorevolmente nel Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 675: "Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti [Cf Lc 18,8; Mt 24,12]. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra [Cf Lc 21,12; Gv 15,19-20] svelerà il "Mistero di iniquità" sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell'apostasia dalla verità".
Nei prossimi mesi può accadere di tutto, anche un tragico scisma. E' dunque necessario che ciascuno - attraverso la testimonianza - aiuti il discernimento degli altri, con gli argomenti e con uno stile di vita cristiano.
Noi sappiamo bene qual è e dov'è la vera Chiesa Cattolica: è quella che professa tutto ciò che la Chiesa dei santi e dei martiri ha sempre insegnato.
E c'è un altro connotato particolare che rende ancor più riconoscibile la "vera Chiesa" dalla "falsa Chiesa".
Infatti la vera Chiesa è perseguitata, dalla falsa Chiesa e dal mondo. Mentre la falsa Chiesa è applaudita e acclamata dal mondo.
Il venerabile Fulton Sheen (arcivescovo) scriveva: "Se io non fossi cattolico e volessi trovare quale sia oggi, nel mondo, la vera Chiesa, andrei in cerca dell'unica Chiesa che non va d'accordo con il mondo. Andrei in cerca della Chiesa che è odiata dal mondo. Infatti, se oggi nel mondo Cristo è in qualche Chiesa, Egli dev'essere tuttora odiato come quando viveva sulla terra. Se dunque oggi vuoi trovare Cristo, trova la Chiesa che non va d'accordo con il mondo. Cerca quella Chiesa che i mondani vogliono distruggere in nome di Dio come crocifissero Cristo. Cerca quella Chiesa che il mondo rifiuta, come gli uomini rifiutarono di accogliere Cristo".
Dunque: viviamo un momento straordinario della storia. E dobbiamo viverlo da cristiani veri. Potrebbe accadere l'avvenimento più catastrofico della storia della Chiesa: uno scisma provocato dal vertice.
Non possiamo affrontare una tale tragedia come fosse una disputa fra partiti o fra fazioni, ma ricordando che siamo chiamati alla santità. E che a noi spetta solo combattere per la Verità: la vittoria è tutta di Dio.
La Sua più grande vittoria sarebbe la conversione e il ritorno sulla retta via dei fratelli che oggi stanno rivoluzionando la Chiesa di Cristo, cercando di farne una "nuova Chiesa" a loro immagine e somiglianza. Una pretesa terrificante e insensata.
Perché Dio tocchi i loro cuori e le loro menti occorre impegnarci con la testimonianza e la preghiera.

Fonte: Lo Straniero, 14/02/2017

7 - PERCHE' TORNINO A BATTERE CUORI DI CAVALIERI
Ecco un libretto per l'uomo contemporaneo in crisi di virilità
Autore: Andreas Hofer - Fonte: Blog di Costanza Miriano, 06/03/2017

A che serve un Codice cavalleresco per l'uomo del terzo millennio come quello che ha dato alle stampe Roberto Marchesini per Sugarco? Sappiamo quale sia la reazione quasi pavloviana del mainstream. Ma perché mai avere un codice? A che ci serve? Noi facciamo quello che ci pare e piace! È il principio alla base dell'edonismo di ogni tempo: lo scopo della vita sta nella ricerca del piacere.
Ma davvero cercare il piacere vuol dire fare quello che si vuole? Qui sta precisamente l'inganno della morale del piacere. Sì, perché fare ciò che ci piace non coincide affatto col fare ciò che si vuole, ci ricorda Marchesini - che in questa sua ultima fatica riannoda le fila di un discorso iniziato sette anni fa con Quello che gli uomini non dicono. E lo prova il fatto che ci si impegni in attività faticose, che esigono sacrificio (come lo sport, lo studio, il lavoro, ecc.) senza che nessuno ci costringa a farlo. Il piacere anestetizza, solleva dalla sofferenza. Ma non può dare senso alla nostra vita. Chi pensa solo a divertirsi (dal latino divertere, cioè allontanare, deviare) in realtà è qualcuno che cerca di allontanarsi dalla sofferenza. Il divertimento sottrae per un attimo fuggente dall'angoscia di una vita senza scopo, non di più.
Eccolo, il nemico mortale della morale del piacere: l'idea che la vita abbia un télos, uno scopo intrinseco, e che la vita trovi la sua piena realizzazione soltanto col compimento di questo scopo. L'imperativo del divertimento per tutti e a tutti i costi non vale che a consegnare la vita umana a un insensato eterno presente.

ARISTIPPO DI CIRENE
In verità c'è stata nell'Antichità una scuola filosofica che considerava il piacere come lo scopo della vita: la scuola di Aristippo di Cirene. A differenza dell'amico Socrate, Aristippo non disputò mai sul fine ultimo della vita accontentandosi di affermare che la felicità stava nella ricerca del piacere. Una posizione che aveva delle precise conseguenze sul piano morale. Se solo il piacere è la misura del bene, allora la virtù e l'amicizia non sono altro che beni strumentali, utili solo per la nostra convenienza. Per la scuola cirenaica nemmeno esisteva un ordine naturale. «Nulla è giusto o bello o turpe per natura, ma solo per convenzione (nomos) e consuetudine (ethos)», si legge in uno dei frammenti dei Cirenaici.
Uno dei discepoli più coerenti di Aristippo fu un certo Egesia, il quale sosteneva l'impossibilità di raggiungere la felicità (sempre intesa come piacere) poiché quaggiù sulla terra, a causa dei dolori del corpo, i piaceri si rivelano davvero pochi. E non esistendo altri valori all'infuori del piacere e dell'utilità tanto valeva allora darsi la morte. Questo radicale pessimismo valse ad Egesia il poco lusinghiero soprannome di "persuasore di morte" (peisithanatos), visto che molti, udite le sue teorie, si davano spontaneamente la morte. Per questo gli fu vietato di insegnare la sua deleteria dottrina nelle scuole.
Inutile dire dove aleggi oggi lo spirito di Egesia. Non è difficile intravedere la sua ombra dietro all'opera di quei manutengoli senza scrupoli che accompagnano, da novelli persuasori di morte, i fragili e i deboli verso i servizi eutanasici forniti a caro prezzo da alcune cliniche svizzere. L'imperativo del piacere promette una falsa liberazione. Non porta ad altro che alla schiavitù dalle passioni, non senza prima averci illusi di aver optato liberamente per la morte. Ma c'è libertà nella scelta del nulla? Non è invece un desiderio di onnipotenza che, come quello che ghermisce Kirillov nei Demoni portandolo al suicidio, è solo il tipico prodotto di una fantasia infantile? Dunque di una volontà immatura, non pienamente realizzata?
Le passioni, insiste Marchesini, schiavizzano se non sono dominate e orientate dalla retta ragione. Come sfuggire allora ai moderni discepoli di Egesia? Innanzitutto ricordandosi che la vita è fatta per essere spesa per qualcosa di superiore alla vita stessa. La vera felicità sta nel donare se stessi. E a questa paradossale felicità si arriva coltivando virtù come il coraggio, la prudenza, la temperanza, la giustizia.
Solo così l'uomo arriva a realizzare se stesso trasformandosi, come dicevano i latini, da homo (l'essere biologicamente di sesso maschile) in vir, l'uomo pienamente tale. È la virtus a rendere virile un uomo, non la semplice biologia (il fatto di essere nato maschio). Il maschio ha il dovere di diventare un uomo, attuando così il potenziale donatogli al momento del concepimento.
Come può il maschio diventare ciò che è in potenza, cioè un uomo? La virtù è come un abito (habitus). Per manifestarsi deve perciò essere indossata. Come diceva Aristotele si diventa coraggiosi se ci si comporta da coraggiosi.

LE VIRTÙ CARDINALI
Uno dei pregi indiscutibili di Marchesini è la capacità di mostrare con chiarezza, senza nulla concedere all'ampollosità, il legame organico tra quelle che canonicamente vengono definite "virtù cardinali". E tali sono per la loro natura di perno, dunque di base che permette di articolarsi.
La prima tra le virtù cardinali è il coraggio (o fortezza), che non ha alcun grado di parentela con la temerarietà. Essere coraggiosi non consiste nel ricercare un annientamento fine a se stesso. Il coraggio non ha nulla a che vedere con la mistica della "bella morte". È piuttosto la disposizione ad accettare il rischio di essere feriti, anche mortalmente, nella lotta contro il male. La fortezza pertanto presuppone un discernimento lucido tra il male e il bene. E questo giudizio richiede la virtù della prudenza, che a sua volta non si identifica con quella mediocrità anodina che rifugge ogni presa di posizione. Il vero prudente è il saggio che dopo aver individuato il bene lo abbraccia con risolutezza.
Un'altra virtù indispensabile è la temperanza. Le emozioni non vanno soppresse ma guidate. L'emozione (dal latino emovere, smuovere, spingere all'azione) serve a dare forza al nostro agire, serve a dare un corpo vibrante alle idee. Ma guai quando è l'emozione, cioè la passione, a guidare l'azione dell'uomo! Una emozione come il timore paralizza se prende il sopravvento. Solo se la guida resta salda in mano alla ragione il timore assolve la sua funzione ordinaria: quella di essere un segnale che ci indica il pericolo, che ci dice di stare attenti. Per questo oltre al coraggio e alla prudenza è necessaria una terza virtù: la temperanza, che ci permette di dominare le passioni orientandole verso il bene.
Infine c'è una quarta virtù cardinale: la giustizia, la capacità di dare a ciascuno quanto gli spetta. Essere giusti è qualcosa di più che osservare la semplice "legalità" (dato che, come ci insegna l'esperienza, vi possono essere leggi ingiuste che fungono da alibi a una irresponsabilità generalizzata). E l'uomo giusto nemmeno è il cultore del "doverismo" (il dovere per il dovere di kantiana memoria). Giusto è chi riconosce una legge superiore a sé e sente impegnata la propria personale responsabilità anche quando fare ciò che è giusto potrebbe nuocergli. Non c'è amore per la giustizia senza il coraggio.

IL CAVALIERE MEDIEVALE
Altre qualità legate alle virtù cardinali sono la sincerità (il coraggio di dire la verità in un mondo invaso dalla menzogna), l'onore (il possesso della virtù spinto al punto di saper rinunciare anche alla propria reputazione), la lealtà (la fedeltà alla parola data, qualcosa di molto superiore al semplice rispetto della legalità), la franchezza (antidoto al cinismo), la cortesia (la volontà di dare sempre il meglio di sé, soprattutto nelle relazioni coi più deboli).
C'è mai stato qualcuno capace di incarnare in maniera esemplare questi valori? Ebbene, c'è stato: il cavaliere. Nella cavalleria medievale gli uomini imparavano a essere generosi, coraggiosi, giusti, leali, cortesi. Morire, per il cavaliere medievale, era il coronamento di una vita donata al servizio della virtù.
L'uomo del terzo millennio è rimasto sprovvisto di codici cavallereschi perché è rimasto senza telos, senza uno scopo da dare alla propria esistenza. Ecco perché oggi è smarrito, debole, incerto. Sono numerose le immagini evocate dagli osservatori più acuti per descrivere la condizione dell'uomo contemporaneo: barbaro civilizzato, homo comfort, selvaggio con telefonino, signorino soddisfatto, bimbo viziato, uomo senza qualità, ecc.
In definitiva l'essere rimasto puramente "maschio" appare sinistramente simile ai Proci, questi eterni adolescenti nemici giurati della figura virile di Ulisse, o alle Bandar-log, le orde scimmiesche che nel "Libro della giungla" di Kipling simboleggiano una psicologia immatura, incapace di rispettare la legge e pertanto letteralmente fuori controllo. Oggi vediamo personificate queste lugubri figure negli sciami anonimi di web-squadristi, pronti a scattare per azzannare e linciare senza pietà chiunque capiti loro a tiro. Senza lo spirito cavalleresco non resta che una massa di individui schiavizzati dal proliferare incontrollato delle passioni.
E allora ben venga l'esortazione di Marchesini: se vogliamo cominciare ad essere responsabili, cioè uomini capaci di amare la vita, dobbiamo rottamare i falsi miti - come quello del seduttore "bello e dannato" - per tornare ad attingere a veri miti come quello del cavaliere "senza macchia e senza paura". Come ha detto mirabilmente Gustave Thibon, non bisogna dare credito "ai distruttori delle regole che parlano in nome dell'amore". Perché "là dove la regola è frantumata, l'amore abortisce".

Fonte: Blog di Costanza Miriano, 06/03/2017

8 - E' MORTA LA DONNA SUL CUI STUPRO SI FONDA L'ABORTO IN AMERICA... MA NON ERA STATA STUPRATA E POI NON ABORTI'
Fu usata dalla lobby abortista per arrivare alla sentenza della Corte Suprema americana Roe vs Wade del 1973... poi si convertì e divenne cattolica (e prolife)
Autore: Benedetta Frigerio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 20/02/2017

Si è consumato ieri il suo ultimo sacrificio, dopo 27 anni in cui ha dovuto portare il peso enorme di essere stata la principale causa delle milioni di vittime dell'aborto, quelle che poi ha cercato di difendere con tutta se stessa. Norma McCorvey, simbolo mondiale della legalizzazione dell'aborto in Occidente e poi icona della causa pro life, è morta a 69 anni in una casa di riposo del Texas.
Nota con lo pseudonimo di Jane Roe, spinse la sua richiesta di normalizzare l'omicidio dei figli in grembo alle madri fino alla Corte Suprema, che accolse il suo caso emettendo la nota sentenza Roe vs Wade del 1973. Poi, come succede sempre in questi casi, aperta la diga americana, l'aborto legale si diffuse come un'onda in tutta Europa. Sì può quindi dire che grazie al sì di questa donna, oltre 60 milioni di bambini sono stati uccisi solo in Usa e quasi 7 milioni in Italia, per non parlare delle cifre di altri paesi e degli aborti non conteggiati, come quelli clandestini o provocati dalle pillole del giorno dopo. McCorvey allora era una 22enne, convivente con un'altra donna, quando portò come motivazione di fronte al tribunale la sua povertà, i suoi problemi di tossicodipendenza e il fatto che era stata stuprata, non immaginando però che ben 7 giudici contro 2, tre anni dopo, le avrebbero dato ragione. Come a dire che la strada era già stata spianata da anni di lavoro da parte del movimento femminista, a cui serviva solo un caso "estremo" per convincere il popolo e quindi rendere accettabile la decisione dei giudici.

LA CONVERSIONE A CRISTO
Fu lei stessa, convertendosi al cristianesimo e ricevendo il battesimo nel 1995, a svelare la menzogna montata dagli attivisti della morte, che la usarono chiedendole di mentire su uno stupro mai avvenuto. Infatti, ammetterà McCorvey ,"sono stata persuasa da avvocati femministi a mentire, a dire che ero stata stuprata e che avevo bisogno di un aborto ma era tutta una bugia. E da allora oltre 50 milioni di bambini sono stati uccisi. Mi porterò questo peso nella tomba". Il suo caso conferma dunque la tattica che ancora oggi viene utilizzata per far sì che siano approvate norme contrarie alla vita e alla famiglia, come le unioni dello stesso sesso, l'eutanasia e prima ancora il divorzio. Non solo, perché la vicenda di McCorvey parla anche a chi, pur dicendosi contrario all'aborto, ne fa una questione di coscienza personale, spesso sbeffeggiando quanti si battono pregando o mostrando alle donne ingannate dalla scappatoia abortista le immagini dei feti.
Nella sua biografia, "Won by Love" ("Vinta dall'amore"), pubblicata nel 1998, McCorvey scriverà delle milioni di persone che dopo la sentenza cominciarono a pregare per lei e di quando, 17 anni più tardi, si convertì alla causa pro life: "Ero seduta in un ufficio quando ho notato un poster con uno sviluppo fetale. La crescita del feto era così evidente, gli occhi erano così dolci. Il mio cuore mi faceva male solo a guardarli. Sono corsa fuori dalla stanza e mi sono detta: "Norma hanno ragione". Qualcosa in quel poster mi aveva fatto perdere il respiro, continuavo a vedere l'immagine di quel piccolo embrione di 10 settimane e non ho potuto non dire: questo è un bambino. E' come se un paraocchi mi fosse caduto dagli occhi, ho capito subito la verità: è un bambino! Mi sentivo schiacciata sotto la verità di questa rivelazione. Ho dovuto affrontare una realtà terribile: l'aborto non si trattava di un "prodotto del concepimento" (...). Si trattava di bambini uccisi nel grembo della madre. In tutti quegli anni mi ero sbagliata. Tutto il mio lavoro nelle cliniche abortiste era sbagliato. Divenne chiaro, dolorosamente chiaro".

PROLIFE FINO ALLA FINE
Fu da qui che McCorvey si decise a dare tutta se stessa per combattere l'aborto, girando il paese senza sosta per svelare l'inganno. Accompagnata al battesimo dagli stessi preti pro life che aveva combattuto, nel 1996 dichiarò anche di aver abbandonato la sodomia. Nel 2003 fece anche ricorso alla Corte Suprema ammettendo di essere stata usata, proprio perché povera e ignorante, e di aver dato falsa testimonianza. Ma il ricorso fu respinto. "Aspetto il giorno in cui giustizia sarà fatta e il peso di tutte queste morti sarà rimosso dalle mie spalle". McCorvey non ha visto quel giorno, ma ha speso oltre due terzi della sua vita a immolarsi per riparare alla sua scelta di offrire il proprio braccio alla vittoria della causa abortista. E chissà se il sacrificio ultimo e supremo della sua vita non sia il presagio del compimento delle sue attese: la fine della causa principale delle guerre nel mondo, come spiegò santa Madre Teresa di Calcutta, chiarendo che una società in cui le madri arrivano a uccidere i loro figli non può che essere piena di odio [leggi: IL TRIBUNALE CHE INTRODUSSE L'ABORTO IN AMERICA, clicca qui, N.d.BB].

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 20/02/2017

9 - OMELIA II DOMENICA DI QUARESIMA - ANNO A (Mt 17,1-9)
Questi è il Figlio mio, l'amato
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 12 marzo 2017)

Il Vangelo della seconda domenica di Quaresima ci invita a riflettere sull'episodio della Trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor, un episodio avvenuto – narra l'Evangelista – sei giorni dopo il primo annuncio fatto da Gesù sulla sua prossima Passione. In quella circostanza, Gesù si manifesta chiaramente come il Messia sofferente, come Colui che è venuto al mondo a morire per gli uomini, a morire per la salvezza dell'umanità. Quella rivelazione non rispondeva alle comuni attese degli ebrei di un Messia glorioso, quindi di quelle degli Apostoli. In questi ultimi produsse sgomento e scoraggiamento. Allo scopo di incoraggiarli, il Maestro divino portò sul monte Tabor Pietro, Giacomo e Giovanni e lì si trasfigurò davanti a loro: «Il suo volto brillò come il sole – racconta il Vangelo – e le sue vesti divennero candide come la luce» (Mt 17,2).
Il Signore mostrò ai tre Apostoli lo splendore della sua divinità. Dovette essere un'esperienza così beatificante da indurre Pietro, a nome degli altri, ad esprimere il desiderio di voler rimanere per sempre sul monte a contemplare Dio.
Questo episodio ci richiama il significato della Quaresima, tempo di preghiera e penitenza.
Gesù abbandona la pianura, la città, e sale sul monte Tabor per rimanervi nella solitudine, in preghiera. Il monte nella Sacra Scrittura (come il monte Sinai, il monte Carmelo) è il luogo della presenza straordinaria di Dio.
La salita al monte Tabor ci rivela la necessità della penitenza, il distacco dalle cose materiali per poter pregare: incontrare e conoscere Dio.
Dobbiamo purtroppo rilevare la difficoltà a pregare da parte di tanti uomini. Questo accade soprattutto perché risulta difficile staccare il cuore da tanti interessi materiali, da tante passioni terrene, da tante occupazioni volute da noi. Ed allora diventa difficile anche entrare in chiesa, trovare un po' di tempo per la preghiera.
Pensiamo a quanti perdono la Santa Messa domenicale per gli avvenimenti sportivi (partita di calcio, ad esempio). Per una passione si vendono l'anima al diavolo! Qualsiasi sacrificio per il calcio! Non riescono a staccarsi. Il cuore è attaccato agli interessi materiali.
Ma anche se si trova il tempo per andare alla Messa, molto spesso, purtroppo, si riduce solo ad una presenza fisica, come quella dei banchi e dei muri. Questo per togliersi lo scrupolo di non aver perso la Messa. Ma la mente, il cuore dove stanno, dove vagano?
Ecco il monte Tabor: bisogna staccarsi dal piano, arrampicarsi, fare lo sforzo del distacco per potersi incontrare con Dio e avere i veri frutti della preghiera: l'incontro e la manifestazione di Dio, la conoscenza sempre più profonda di Dio.
Fratelli e sorelle, una volta che siamo riusciti a salire e a rimanere sul monte, una volta che ci mettiamo a pregare, una volta che gustiamo la preghiera, può succedere anche a noi ciò che è accaduto per l'Apostolo Pietro: Signore restiamo sempre qui! È bello stare con te! Non vogliamo più lasciarti!
Padre Pellegrino Funicelli, che fu anche assistente personale di Padre Pio, ha raccontato di averlo a lungo "spiato" di giorno e di notte, un po' dappertutto, sino alla sua morte: «Ebbene, non l'ho mai sorpreso ad oziare: non soltanto pregava sempre, ma quando credeva di essere solo pregava con una concentrazione tale che sembrava in contatto diretto con la Divinità. In pubblico, invece, per non distinguersi, si uniformava allo stile e al ritmo della comunità».
E quanto ritenesse vitale la preghiera anche per i suoi figli spirituali lo documenta una testimonianza della signorina Clementina Belloni: «In una confessione, Padre Pio mi accusò di aver rubato. Sorpresa, negai. Il Padre continuò: "Hai rubato il tempo a nostro Signore". E infatti il giorno precedente avevo mancato al dovere della preghiera». Con padre Giacomo Piccirillo, che indugiava a fotografarlo da diverse angolazioni, sbottò: «Stai con questo "ma strillo" [riferendosi alla macchina fotografica, nda] in mano da più di un'ora e non hai detto neanche un'Ave Maria!».
A conclusione di questa nostra riflessione domandiamoci: che cosa abbiamo fatto noi, intanto, in questo primo scorcio di Quaresima? Che cosa abbiamo fatto per aumentare la nostra preghiera? Possiamo già dire che in questo periodo quaresimale stiamo pregando di più? Abbiamo già fatto qualche sforzo, sacrificio proprio per facilitare il movimento del nostro spirito nell'innalzarsi verso Dio (Santa Messa quotidiana, un Rosario in più, ecc.)?
Proponiamoci dunque di pregare di più e meglio, ossia di pregare con sacrificio, pregare rinunciando a tutte le occasioni di distrazione (non riempire la mente unicamente di fatti di cronaca o di notizie sportive o altro che non ci eleva e che ci degrada addirittura, evitare chiacchiere inutili, perdite di tempo, ecc.). Solo così la nostra preghiera sarà più efficace e ci attirerà grazia sovrabbondante dal Signore.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 12 marzo 2017)

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