BastaBugie n°118 del 11 dicembre 2009

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1 CON UN REFERENDUM LA SVIZZERA HA DETTO BASTA ALL'INVASIONE ISLAMICA DELL'EUROPA
Le tre questioni in ballo
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: Libero
2 IL RIFIUTO DEI MINARETI: IN EUROPA I POPOLI SONO D'ACCORDO CON IL VOTO SVIZZERO
Coloro che comandano invece no
Autore: Samir Khalil Samir - Fonte: AsiaNews
3 INTRODOTTA DEFINITIVAMENTE IN ITALIA LA RU486
Dove hanno sbagliato Avvenire e simili
Fonte: Corrispondenza Romana
4 IL MOSTRO DI LOCH NESS POTREBBE ESSERE STATO UCCISO DAL RISCALDAMENTO GLOBALE
E non si sa se ridere o piangere
Autore: Fabrizio Proietti - Fonte: Svipop
5 IL TRAMONTO DEL DARWINISMO
Quando vogliono zittire i veri scienziati
Autore: Fausto Carioti - Fonte: Libero
6 POPIELUSZKO, NON SI PUO' UCCIDERE LA SPERANZA
Il film (che non ci vogliono far vedere in Italia) che ricorda l'eroico don Jerzy assassinato dai servizi segreti della Polonia comunista
Autore: Giuseppe Biffi - Fonte:
7 POTERE GAY
Alla scoperta della lobby più ricca e lagnosa che ci sia
Autore: Luigi Mascheroni - Fonte: Il Foglio
8 IL PRIMO CAPITOLO DEL LIBRO CATTIVI MAESTRI
Eutanazia di una rivoluzione, ovvero il comunista terminale
Autore: Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro - Fonte:
9 OMELIA PER LA III DOMENICA TEMPO DI AVVENTO - ANNO C - (Lc 3, 10-18)

Autore: Padre Antonio Izquierdo - Fonte: Sacerdos

1 - CON UN REFERENDUM LA SVIZZERA HA DETTO BASTA ALL'INVASIONE ISLAMICA DELL'EUROPA
Le tre questioni in ballo
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: Libero, 3 dicembre 2009

È ufficiale: in Europa c’è un partito dei minareti. Parte dai neo-fondamentalisti islamici alla Tariq Ramadan – lupi travestiti da agnelli, meno solerti quando si tratta di chiedere libertà di culto per i cristiani in Arabia Saudita o in Pakistan –, passa per gli eurocrati di Bruxelles e di Strasburgo – quelli del no al crocifisso e del sì invece al minareto – e arriva fino all’immancabile Gianfranco Fini. Ma frequentando, come mi capita in questi giorni, qualche dibattito e talk show assisto pure a una strana rinascita di affetto e stima per la Chiesa cattolica da parte della sinistra nostrana. Zitti – ci intimano –: “il Vaticano” ha parlato e tutti i buoni cattolici devono stringersi intorno alla difesa dei minareti. L’antico motto “Roma locuta, quaestio soluta”, “Quando Roma ha parlato la questione è risolta” è invocato da comunisti, dipietristi e persino musulmani. Fateci caso: quando la Congregazione per la Dottrina della Fede – che, lei sì, esprime la posizione ufficiale della Chiesa – afferma che sospendere l’alimentazione e l’idratazione dei malati in coma è omicidio per molti media italiani si tratta dell’“opinione del cardinal Levada”, subito contraddetta nella colonna accanto dello stesso giornale da un altro cardinale, magari in pensione, anziano e milanese. Se invece un vescovo o un collaboratore dell’“Osservatore Romano” attacca gli elettori svizzeri sui minareti ecco che “il Vaticano” ha parlato e i cattolici devono stare zitti.
Non ignoro l’opinione dei vescovi della Svizzera. Ma il loro presidente eletto si è dichiarato anche contrario al celibato dei sacerdoti, ed è difficile presentare pure questa come opinione “del Vaticano”. Se poi dai titoli passiamo alla sostanza, vediamo che si fa una gran confusione tra tre questioni diverse. La prima riguarda la libertà di culto. Questa deve essere garantita anche ai musulmani, i quali hanno diritto di radunarsi in sale di preghiera – beninteso per pregare, non per reclutare (è successo) terroristi da inviare in Afghanistan – pulite, igieniche e note alle forze dell’ordine come tali. L’Occidente, che ha una cultura giuridica diversa, garantisce la libertà religiosa anche a chi non la offre in patria ai cristiani: anche se fa bene quando gli fa notare l’esigenza di reciprocità, come il Papa stesso ha fatto parlando agli ambasciatori dei Paesi islamici a Castel Gandolfo il 25 settembre 2006.
La seconda questione riguarda i minareti. Non sta scritto da nessuna parte che per esercitare la libertà di culto ci sia bisogno del minareto. La sua funzione propria è quella di chiamare i fedeli alla preghiera – oggi in genere tramite un altoparlante – ma questo di norma non avviene in Europa dove non ci sono muezzin, neppure elettronici. Pertanto il minareto è nel migliore dei casi un ornamento estetico, nel peggiore un’affermazione identitaria, volta a segnare la conquista di un territorio: di qui la corsa a minareti più alti dei campanili cristiani. Nel secondo caso quella che si risolve in una provocazione può essere vietata dallo Stato in nome del bene comune; nel primo, se del caso, in nome della tutela dell’identità architettonica e paesaggistica delle nostre città.
Ma c’è una terza questione, che viene prima del minareto: la moschea. Purtroppo si continuano a confondere moschee e sale di culto. A differenza della sala di culto, la moschea è un’istituzione globale dove la comunità musulmana si trova per affrontare questioni non solo religiose ma giuridiche, sociali e politiche. “È dunque scorretto – ha scritto l’islamologo gesuita padre Samir Khalil Samir su ‘Avvenire’, un quotidiano talora presentato anch’esso (erroneamente) come ‘il Vaticano’ – parlando della moschea, parlare unicamente di ‘luogo di culto’. Com’è scorretto, parlando della libertà di costruire moschee, farlo in nome della libertà religiosa, visto che non è semplicemente un luogo religioso, ma una realtà multivalente (religiosa, culturale, sociale, politica, eccetera)”. Non si può escludere che ci siano in Europa situazioni locali in cui – dopo avere considerato con grande prudenza chi è che la propone, la finanzia e la gestirà – le dimensioni, la rilevanza e il contesto in cui si muove una comunità musulmana rendano accettabile che si prenda in esame l’idea della moschea. Ma non sempre e non dovunque. Non abbiamo bisogno di lezioni sulla libertà religiosa né da Fini né da Rosy Bindi. Si può essere a favore della libertà religiosa ma contro le autorizzazioni indiscriminate a costruire moschee. E minareti.

Fonte: Libero, 3 dicembre 2009

2 - IL RIFIUTO DEI MINARETI: IN EUROPA I POPOLI SONO D'ACCORDO CON IL VOTO SVIZZERO
Coloro che comandano invece no
Autore: Samir Khalil Samir - Fonte: AsiaNews, 04/12/2009

Il risultato del referendum degli svizzeri ha suscitato un’ondata di inchieste e domande su internet e sulla stampa, con reazioni talvolta molto violente, talvolta più favorevoli.
In genere i politici hanno reagito in modo negativo, criticando questo voto. Invece la gente in Europa è stata molto favorevole all’esito.
Alcuni siti e giornali europei hanno votato così:
I SONDAGGI IN EUROPA
In Francia, il giornale Le Monde ha fatto un’inchiesta: “Organizzare un referendum come quello della Svizzera è un segno di democrazia o di irresponsabilità? Il 61,5% ha detto che è democrazia; 33,2% ha detto che è irresponsabilità; il 5,3% senza opinione.
L’Express ha fatto un’altra domanda: Se si facesse lo stesso referendum in Francia che cosa rispondeste? L’86% risponde sì, è contro i minareti; 11% no; 2% non risponde
Le Figaro, che è di destra: 77% sì al divieto; 23% no.
BFM, una tivu, ha avuto questi risultati: 75% di sì; 25% di no.
Radio Montecarlo 83% sì; 17% no;
Euronews, piuttosto di sinistra, 70% sì; 29% no; 1% non sa.
Le Soir in Belgio 63,2% si; 34% no; 2,8 senza parere.
In Spagna “Venti minutos” dà 94% di sì; 6% di no. El Mundo 79% sì; 21% no (con 25 mila intervenuti)
In Germania, Die Welt online: 87% sì; 12% no; 2% non so.
In Austria, Die Presse : 54% sì; 46% no. È la più bassa di tutte le inchieste.
In Italia ho visto solo “Leggo” che dà 84,4% sì; 13,6 no; 2% non so. Nando Pagnoncelli, direttore dell’IPSOS, afferma però che “in generale il tema dell'Islam e dell'immigrazione suscita preoccupazione e in alcuni casi anche allarme sociale, in quanto c'è una percezione di fanatismo”. Se ci fosse un referendum simile a quello svizzero, le voci favorevoli sarebbero largamente vincenti.
In Olanda Elzevier  ha dato 86% sì; 16% no.
Questo dà un’immagine – forse non perfetta ma interessante: in tutta l’Europa c’è una reazione di paura di fronte a un pericolo che proviene dall’islam. E c’è anche un atto di coraggio per osare dire “basta” malgrado la propaganda dei politici e le minacce di ritaglio che lasciavano intravedere. Nel suo commento al voto, il Dr. Issam Mujahid, portavoce della comunità musulmana di Brescia, dice: “E’ un voto di paura”, ma aggiungeva “e tutti noi siamo responsabili”.
ALCUNE RIFLESSIONI SU QUESTI DATI
Questo referendum può diventare un’occasione positiva per riflettere insieme. “Perché ora, dice Issam Mujahid, c’è  la necessità e la possibilità di assumerci le nostre responsabilità per lavorare a favore del dialogo tra le civiltà e bocciare la tesi dello scontro”.
1. La gente in Europa non rigetta il minareto per difendere la cristianità. Non è un problema religioso: è un problema culturale e di visibilità.
2. La gente sente che se dice sì al minareto, domani si diffonderà anche l’appello alla preghiera, poi i microfoni; poi ci saranno le richieste per avere la carne halal negli ospedali o nelle mense scolastiche, poi verranno le interruzioni al lavoro per fare le cinque preghiere prescritte (come hanno cercato di fare con me all’università di Birmingham nel 1991 quando ci insegnavo) … Ogni tanto i musulmani fanno qua e là nuove richieste, che crescono sempre di più in luoghi e Paesi, portando nuove richieste. E una volta ottenuto una licenza non si ritorna mai indietro. Non si è mai visto che i gruppi musulmani si siano fermati a un certo punto. E questo fa riflettere gli europei.
3. Se guardiamo la situazione degli immigrati, solo un po’ più di un terzo provengono da regioni musulmane. Due terzi da altre zone (Asia, Europa orientale; Africa, America latina). Eppure quel terzo fa sempre parlare di sé, perché fa di continuo richieste di tipo religioso-culturale: I vietnamiti, i cinesi, gli indiani, gli africani non islamici, i latinos non hanno queste rivendicazioni culturali e di visibilità.
Qual è dunque il problema?
4. L’Europa sta scoprendo, con la presenza di altre culture che anche se stessa ha una propria cultura. La reazione italiana contro la decisione di Strasburgo di abolire il crocifisso nei luoghi pubblici, sottolinea la difesa di un elemento della cultura (oltre che della religione di molti). Questa riscoperta della cultura è essenziale per il dialogo.
I musulmani arrivano con un sentimento forte di identità culturale religiosa perché nel mondo islamico questi due campi non sono divisi. Gli europei invece, che sono però la maggioranza,  faticano a dire qual’è la loro identità. Ora, non c’è vero dialogo se un partner ha un identità forte e l’altro debole, e neppure se i due partner sono deboli. Il dialogo è più duro quando ambedue hanno una forte identità, ma è più ricco e valido!
5. D’altra parte, come dice Issam Mujahid, “in Europa manca la cultura della società civile musulmana organizzata. In Europa, l’islam è rappresentato solo dalle moschee. E questo è sbagliato”. I musulmani integrati in Europa non aiutano la comunità islamica immigrata in tempi più recenti ad integrare i valori della cultura europea. Da parte loro, gli imam spesso non sono in grado di trasmettere questi valori, perché loro stessi non li hanno percepiti.
6. Il senso del voto svizzero potrebbe essere riassunto cosi’: “Noi non vogliamo più proteggere la diversità culturale e garantire la libertà religiosa sottomettendoci all’intolleranza degli islamisti ... che a loro volta non tollerano la diversità culturale e la libertà religiosa”. (...)

Fonte: AsiaNews, 04/12/2009

3 - INTRODOTTA DEFINITIVAMENTE IN ITALIA LA RU486
Dove hanno sbagliato Avvenire e simili
Fonte Corrispondenza Romana, 21/11/2009

Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un progressivo ed inesorabile allontanamento da una posizione radicale in difesa della vita umana innocente verso una posizione sempre più sfumata e sempre meno ortodossa, soprattutto in seno ai movimenti pro-life italiani e a gran parte del mondo cattolico. Mantenere un atteggiamento fermo e deciso avrebbe significato infatti “perdere contatto” con il mondo e rinunciare alla seduzione del compromesso e del dialogo.
I “successi” ottenuti dalla cultura antivita dominante sono in parte da attribuire alla scarsa ed inconsistente opposizione dei “buoni” che, colludendo col nemico sui punti essenziali, hanno finito per spianargli la strada. Il recente via libera dell’Aifa all’introduzione nel mercato italiano della pillola abortiva Ru486 ha reso ancor più evidente e manifesta tale perversa tendenza.
Già da tempo l’“Avvenire”, il quotidiano dei vescovi italiani, ha dato prova di equilibrismo concettuale e dottrinale sul tema dell’aborto volontario, assumendo spesso posizioni ambigue e fin troppo concilianti. Sull’inserto di “Avvenire” intitolato E’ vita del 12 novembre è uscito uno sconcertante articolo dal titolo Sulla Ru486 ora l’Aifa risponda, in cui vengono poste all’Agenzia italiana del farmaco una serie di domande in merito all’attuazione del provvedimento che autorizza la distribuzione della Ru486. Le otto domande costituiscono forse il manifesto più evidente della deriva morale ed intellettuale in atto: in esse non c’è alcun riferimento al bambino, la vera vittima dell’aborto chimico, che non viene mai nemmeno nominato!
Tutti gli interrogativi ruotano intorno alla salvaguardia dell’integrità fisica della donna ed al rispetto di quella legge che da oltre trent’anni legittima l’uccisione volontaria di esseri umani innocenti ed indifesi. L’abominevole delitto descritto dal Catechismo diventa tale solamente quando la donna ne subisce le conseguenze fisiche o morali.
Il tentativo di occultamento del male operato dalle lobby abortiste ha probabilmente raggiunto l’obbiettivo fissato: della vittima non v’è più alcuna traccia.

Fonte: Corrispondenza Romana, 21/11/2009

4 - IL MOSTRO DI LOCH NESS POTREBBE ESSERE STATO UCCISO DAL RISCALDAMENTO GLOBALE
E non si sa se ridere o piangere
Autore: Fabrizio Proietti - Fonte: Svipop, 25-11-2009

Dalla possibile esplosione della Terra al calo di fertilità maschile, dal rimpicciolimento degli uccelli alla diffusione dell’AIDS: negli ultimi anni al riscaldamento globale sono state attribuite colpe di ogni tipo. E non da gente qualunque, ma nella maggior parte dei casi da eminenti esperti che per arrivare a tali conclusioni sono anche pagati con soldi pubblici.
Come ad esempio l’economista di Berkeley (California) Edward Miguel che ha presentato nell’aprile 2008 una ricerca per farci sapere che a causa del riscaldamento globale c’è un aumento di esecuzioni di streghe. Proprio così, streghe. Infatti - ci fa sapere Miguel - nelle aree rurali della Tanzania, dove la caccia alle streghe pare essere più viva che mai, quando le piogge diventano irregolari (siccità o allagamenti) l’esecuzione di streghe raddoppia. In confronto, il nostro “Piove, governo ladro” è roba da scuola materna.
Sempre in Africa ha fatto un’altra scoperta sensazionale il noto paleontologo australiano Tim Flannery, i cui libri sui cambiamenti climatici sono stati tradotti anche in Italia. Ebbene, nel suo libro “An Explorer’s notebook” (Diario di un esploratore) il buon Flannery ci fa sapere che a causa del riscaldamento globale c’è un drastico calo di circoncisioni. Nel nord del Kenya ha infatti scoperto che a causa della prolungata siccità, nei villaggi non si riusciva ad accumulare abbastanza bestiame e altro cibo che accompagna le cerimonie di iniziazione per i giovani che entrano nell’età adulta, e che si tengono ogni sette anni. Così la cerimonia viene continuamente rinviata di anno in anno e le ragazze sono costrette a sposarsi con uomini anziani.
Ancora niente rispetto a quello che succede in Australia, dove i contadini aborigeni – riportava il Christian Science Monitor il 20 novembre 2006 - si suicidano a causa della siccità.
Inquietante anche ciò che accade in Sudafrica, secondo il dott. Alison Leslie dell’Università di Stellenbosch, che vede come effetto del riscaldamento globale uno squilibro nel rapporto tra coccodrilli maschi e femmine. Il sesso dei coccodrilli, infatti, sarebbe determinato non da fattori genetici ma dalla temperatura in cui si trova l’embrione durante la fase di incubazione. Un aumento delle temperature dell’acqua perciò provocherebbe uno squilibrio insostenibile. E chissà come saranno riusciti ad arrivare ai nostri giorni i coccodrilli visto che di cambiamenti climatici ne hanno visti parecchi nel corso dei millenni che hanno attraversato…
Ma a proposito di acqua, anche in Europa pare ci siano problemi per gli abitanti degli abissi. In particolare pare che il riscaldamento globale possa avere ucciso anche il mostro di Loch Ness, secondo quanto riportato il 13 febbraio 2008 dal giornalista Bob Dow in un articolo che dà conto del “ritiro” dell’85enne Robert Rines, leggendario cacciatore del mostro che, dopo averlo avvistato una volta, gli ha dato invano la caccia per i successivi 37 anni. E’ chiaro, per la scomparsa di Nessie non ci può essere altra spiegazione plausibile che il riscaldamento globale.
Fortunatamente per delle specie che spariscono ci sono anche quelle che beneficiano del caldo, come le foche maschio che – secondo i ricercatori dell’Università di Durham – vedono la loro vita sessuale molto stimolata dai cambiamenti climatici. Ed è una fortuna che le foche grigie – oggetto dello studio andato avanti dal 1996 al 2004 in Scozia – siano poligame, così i maschi possono aumentare le loro compagne fino a 10-15 l’uno.
Si potrebbe proseguire ancora molto con scoperte di questo genere (un sito ne ha recensite oltre 600), ma almeno una vale la pena sottolinearla perché forse è la chiave di volta per interpretare tutte le altre ricerche. Due scienziati americani, Jessica Ash e Gordon Gallup, hanno infatti pubblicato una ricerca su Human Nature (primavera 2007) in cui dimostrano che un clima più caldo fa diminuire la dimensione del cervello. Evidentemente in certi laboratori scientifici e centri di ricerca il riscaldamento è decisamente troppo.

Fonte: Svipop, 25-11-2009

5 - IL TRAMONTO DEL DARWINISMO
Quando vogliono zittire i veri scienziati
Autore: Fausto Carioti - Fonte: Libero, 3 novembre 2009

Fosse una ipotesi scientifica come le altre, l’evoluzionismo sarebbe finito già da tempo, se non nell’obitorio della scienza, quantomeno nel reparto dei malati gravi, viste le tante discordanze che le conseguenze di questa teoria hanno con l’osservazione empirica. Ma l’evoluzionismo non è più una teoria qualunque, da sottoporre a rischio di falsificazione, come richiesto dall’epistemologo Karl Popper per distinguere ciò che è scienza da ciò che non lo è. Esso è un dogma al quale si può aderire solo mediante atto di fede. Una metafisica, insomma. Proprio come quel “creazionismo” che degli evoluzionisti è il grande nemico. Con la differenza che chi difende l’ipotesi della creazione di solito lo fa con la Bibbia in mano, e non pretende di parlare in nome della scienza.
La stessa comunità scientifica è tutt’altro che concorde con le ipotesi sviluppate da Charles Darwin nell’Origine delle specie. La novità è che molti di questi scienziati adesso iniziano a rendere pubbliche le loro critiche. Un libro importante uscirà nei prossimi giorni per le Edizioni Cantagalli. Si intitola (e il titolo già dice tutto) Evoluzionismo: il tramonto di una ipotesi, ed è stato curato da Roberto de Mattei, Vice Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il volume, che “Libero” ha potuto leggere in anteprima, raccoglie gli interventi tenuti in un convegno a porte chiuse che si è svolto a Roma lo scorso febbraio nella sede del Cnr. Un’occasione che ha visto a confronto biologi, paleontologi, fisici, genetisti, chimici, biologi e filosofi della scienza di livello internazionale.
La tesi illustrata 150 anni fa da Darwin e portata avanti dai suoi epigoni è riassumibile in tre assiomi. Primo: «Tutti gli esseri organici che hanno vissuto su questa terra sono derivati da una singola forma primordiale, nella quale la vita è stata per la prima volta infusa» (come scritto dallo stesso Darwin nell’Origine delle specie). Secondo: la selezione naturale è stata «il più importante, anche se non esclusivo, strumento di modificazione» attraverso il quale le forme di vita più complesse si sono evolute da quelle più semplici. Terzo, non esiste alcun “progetto”: le mutazioni sono casuali e alcune rendono certi individui più adatti alla sopravvivenza; trasmettendole ai loro eredi, rendono possibile l’evoluzione.
Un corpus teorico che, secondo i documenti che il Cnr sta per rendere pubblici, fa acqua da tutte le parti. Il fisico tedesco Thomas Seiler mette il darwinismo alla prova della seconda legge della termodinamica, secondo la quale l’entropia, che può essere definita come il caos in natura, non può mai diminuire. E «l’ipotetico emergere della vita da processi materiali indiretti, come suggerito dalla teoria evoluzionistica, non è conforme» a questa legge. Ma anche «la successione di piccole variazioni genetiche che portano alla costruzione di un organo completamente nuovo tramite selezione naturale», prevista dal darwinismo, «è una processo da escludere di entropia decrescente». Non a caso, nota Seiler, malgrado siano stati descritti più di 1,3 milioni di tipi di animali, «nessun organismo mostra segni di essere in evoluzione verso una complessità maggiore. Come previsto, l’entropia biologica non sta diminuendo». Insomma, la fisica stessa si ribella all’ipotesi darwiniana.
L’evoluzionismo presuppone inoltre lunghissimi tempi geologici, nei quali – come affermano i suoi sostenitori, «l’impossibile diviene possibile, il possibile probabile e il probabile virtualmente certo». La sequenza degli strati dei fossili marini, ad esempio, secondo i darwinisti confermerebbe processi durati milioni di anni. Ma il paleontologo francese Guy Berthault sostiene che, calcolato con nuovi metodi più attendibili, il periodo di sedimentazione dei fossili si rivela assai più breve di quanto creduto sinora e il tempo degli sconvolgimenti geologici si accorcia drasticamente. Tanto da essere «insufficiente per l’evoluzione delle specie, come risulta concepita dai sostenitori dell’ipotesi evoluzionista».
Dominique Tassot, che in Francia dirige il Centre d’Etudes et de prospectives sur la Science, invita a non confondere tra «micro-evoluzione» e «macro-evoluzione». Nel primo caso rientrano le mutazioni adattative accertate, che riguardano caratteri secondari come il colore, lo spessore della pelliccia di un animale, l’altezza, la forma del becco e così via. Ma «è paradossale», sostiene, «estendere il significato della parola “adattamento” per indicare l’evoluzione di nuovi organi del corpo», come «il passaggio dalle squame alle piume o dalle pinne alle zampe», esempi di macro-evoluzione: fenomeno «che manca di qualsiasi verifica empirica o di base teorica».
Il genetista polacco Maciej Giertych sottolinea che «siamo a conoscenza di molte mutazioni che sono deleterie» e anche «di mutazioni biologicamente neutrali», ma le cosiddette «mutazioni positive», che consentirebbero l’evoluzione delle specie, «sono più un postulato che una osservazione». L’esempio che più di frequente viene fatto, l’adattamento di certe erbacce al diserbante atrazina, «in nessun modo aiuta a sostenere la teoria dell’evoluzione», perché si tratta di un adattamento «positivo soltanto nel senso che protegge funzioni esistenti», ma «non fornisce nuova informazione, per nuove funzioni o organi». A conti fatti, secondo Giertych, «l’evoluzione dovrebbe essere presentata nelle scuole come un’ipotesi scientifica in attesa di conferma, come una teoria che ha sia sostenitori che oppositori. Per di più, sia gli argomenti a favore della teoria che quelli contrari dovrebbero essere presentati in modo imparziale».
La verità, banale e meravigliosa allo stesso tempo, è che, come scrive de Mattei, «dal punto di vista della scienza sperimentale, entrambe le ipotesi sulle origini, sia l’evoluzionista che la creazionista, sono inverificabili. Su questi temi ultimi non è la scienza, ma la filosofia, a doversi pronunciare».

Fonte: Libero, 3 novembre 2009

6 - POPIELUSZKO, NON SI PUO' UCCIDERE LA SPERANZA
Il film (che non ci vogliono far vedere in Italia) che ricorda l'eroico don Jerzy assassinato dai servizi segreti della Polonia comunista
Autore: Giuseppe Biffi - Fonte:

A distanza di un mese dall’uscita nelle sale cinematografiche, il film “Popieluszko” (sottotitolo:) è proiettato solo in Lombardia in un’unica sala in provincia di Milano, a Gorgonzola (Sala Argentia).
Incredibile ma tristemente vero, dato che il film “Popieluszko” narra la vicenda del cappellano del sindacato polacco Solidarnosc, il Servo di Dio Don Jerzy Popieluszko, che fu assassinato dai servizi segreti della Polonia comunista nell’ottobre del 1984. Perché quel sacerdote di 37 anni, dal viso da ragazzo ma con una volontà di ferro e una passione per la verità, era diventato un simbolo per i polacchi e così scomodo per il regime? Oltre al lavoro parrocchiale, don Jerzy svolgeva il suo ministero tra gli operai organizzando conferenze, incontri di preghiera, assistendo ammalati, poveri, perseguitati. «Una volta al mese - scrisse Luigi Geninazzi su Avvenire del 19 ottobre 2004 - celebrava la "Messa per la patria", una tradizione che risaliva all'Ottocento quando la Polonia senza Stato difendeva la sua identità rifugiandosi sotto il manto della Chiesa cattolica. "Poiché con l'instaurazione della legge marziale (introdotta nel 1981) ci è stata tolta la libertà di parola, ascoltiamo la voce del nostro cuore e della nostra coscienza", diceva, invitando i polacchi "a vivere nella verità dei figli di Dio, non nella menzogna imposta dal regime". A conclusione delle Messe per la patria chiedeva ai fedeli di pregare "per coloro che sono venuti qui per dovere professionale", mettendo in imbarazzo gli spioni dell'Sb, il servizio di sicurezza». «Avevano deciso di fargliela pagar cara - conclude Geninazzi -. Iniziarono con le minacce, seguirono con le perquisizioni che portarono all'ordine d'arresto per il "prete sovversivo". Fino a quando, la notte del 19 ottobre, gli maciullarono la bocca dopo avergli fracassato il cranio a colpi di manganello. Un delitto compiuto con ferocia bestiale. I mandanti non furono mai giudicati. Gli imputati vennero condannati ma ebbero la pena ridotta e sono già usciti tutti dal carcere. Don Jerzy continua a vivere: sulla sua tomba si recano in pellegrinaggio milioni di persone che lo venerano come il testimone della resistenza morale e spirituale della nazione polacca. Eroe della libertà e testimone della fede, don Popieluszko ci appare come "l'autentico profeta dell'Europa, quella che afferma la vita attraverso la morte", ha detto Giovanni Paolo II».
Proprio in questi giorni in cui in tutta Europa si fa un gran parlare di diritto ai “minareti” e di attentato alla libertà religiosa nei confronti dell’Islam da parte del popolo svizzero, si deve constatare ancora una volta un ostracismo, un oscuramento e una colpevole dimenticanza di tutto ciò che parla della grandezza e della bellezza del cristianesimo e della cultura che da esso deriva e di cui anche i mussulmani beneficiano… ma solo da noi e non nei loro Paesi!
Mi auguro che ci sia chi, ancora amante della verità e della giustizia,  provveda - specialmente in ambito cattolico ma non solo -  a far si che il film “Popieluszko” riceva la dovuta attenzione.


7 - POTERE GAY
Alla scoperta della lobby più ricca e lagnosa che ci sia
Autore: Luigi Mascheroni - Fonte: Il Foglio, 7 settembre 2009

Come il peggiore dei luoghi comuni, si rafforza negandolo. Più i gay ripetono «non siamo un potere forte, né occulto», più il mondo etero si convince che «sono una lobby potentissima».
Quando Benedetto XVI, parlando ai nunzi apostolici dell’America Latina nel febbraio 2007, ribadì il ruolo centrale del matrimonio nella società contemporanea, «che è l’unione stabile e fedele tra un uomo e una donna», lamentando come la famiglia «mostra segni di cedimento sotto la pressione di lobby capaci di incidere sui processi legislativi», l’universo gay, sentendosi chiamato in causa, rispose sdegnato che la vera lobby, semmai, era quella vaticana... Ma l’opinione pubblica ebbe confermato, ex cathedra, un sospetto magari tendenzioso ma radicato.
In Italia, per ben note questioni storiche, il «potere» dei gruppi omosessuali è ancora sotto traccia. Ma nel resto del mondo occidentale, soprattutto nei Paesi anglosassoni dove i termini gay e lobby non hanno alcuna connotazione negativa, l’omosessualità, oltre che una ragione di orgoglio, pride, è anche una questione di potere, power.
E se recentemente è stato lo stesso presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, a fare i conti con il peso politico della comunità gay (in occasione del referendum sul matrimonio omosessuale nello stato della California è stato aspramente criticato per le sue affermazioni sul matrimonio come «un’unione sacra, benedetta da Dio, tra un uomo e una donna»), è soprattutto nel mondo degli affari e dell’economia che le quotazioni della «gay corporation» sono in costante aumento: una dettagliata inchiesta pubblicata su Corriere Economia nel marzo 2008 metteva in evidenza la straordinaria capacità da parte dei gay di «fare rete». E sottolineava come, mentre aveva fatto discutere la decisione della banca d’affari Lehman Brothers di dedicare una giornata di selezione a Hong Kong solo per gli omosessuali per accaparrarsi i talenti migliori, per tante società americane la cosa non presentava nulla di speciale.
Negli Usa esiste un’associazione, Out&Equal, con sede a San Francisco – capitale storica della liberazione (omo)sessuale – che promuove il diritto all’uguaglianza degli omosessuali nei luoghi di lavoro. E in tutte le grandi banche, in Ibm, in Johnson&Johnson, esistono gruppi organizzati di «Glbt», l’acronimo utilizzato per riferirsi a gay, lesbiche, bisessuali e transgender. Ed è attraverso organizzazioni come queste che la comunità omosessuale «fa network», cioè lobby.
Una lobby potente e ricca. Anzi, secondo un dossier del 2006 della rivista Tempi, ricchissima: la lobby omosessuale internazionale, che ha le sue roccaforti a New York, Washington, San Francisco e Bruxelles, è sempre più influente. Riceve finanziamenti sia dalle grandi corporation americane, sia dai governi e dalle istituzioni internazionali, spesso sotto forma di donazioni a Ong o fondi per la lotta all’Aids.
Uno tra i più influenti gruppi che appoggiano le battaglie per i diritti delle comunità gay e bisessuali negli Usa come in America Latina e in Europa è quello dei «Catholics for a Free Choice», un’organizzazione che assieme all’«International Lesbian and Gay Association» (presente in 90 Paesi con oltre 400 organizzazioni affiliate) lavora a Bruxelles per far pressione sui legislatori affinché agiscano contro gli Stati che non riconoscono le unioni omosessuali.
Giusto per capirne la potenza economica, il gruppo «Catholics for a Free Choice» dispone di un budget annuale di 900mila dollari ed è finanziata da molti «poteri forti», tra cui la Playboy Foundation, la MacArthur Foundation, l’Open Society Institute del finanziere George Soros e la Rockefeller Foundation. Le medesime fondazioni, poi, con l’aggiunta di colossi dell’industria mondiale – dalla Kodak all’American Airlines, da Apple alla Toyota – finanziano per decine di migliaia di dollari la più importante organizzazione gay con sede a Washington: la «Human Rights Campaign».
E solo per citare un altro colosso, la Sony è tra i fondatori di «Mtv Gay Channel» e sponsorizza gli attivisti pro-nozze gay e pro-aborto della «Rock for Choice» che coinvolge numerose star della musica, dai Red Hot Chili Peppers a Tracy Chapman.
Come fanno notare molti intellettuali, la potenza politico-economica dei gruppi gay è tale da influenzare l’intero ambito sociale, arrivando a imporre le regole del «politicamente corretto».
Esempi? La riforma del diritto di famiglia voluta da Zapatero in Spagna per introdurre il matrimonio tra omosessuali ha cancellato dal codice civile i termini «marito» e «moglie» (sostituiti da «coniuge») e «padre» e «madre» (sostituiti da «genitore»); la Bbc ha diramato una circolare interna in cui bandisce i termini «padre» e «madre»; il ministero della Pubblica istruzione inglese suggerisce agli insegnanti di redarguire i bambini che si riferiscano ai propri genitori chiamandoli «mamma» o «papà» perché ciò farebbe sentire discriminati i bambini cresciuti da coppie omosessuali...
E qualche mese fa, a una domanda della giuria di Miss America sulle unioni gay, Carrie Prejean, rispondendo che «nella mia nazione ideale il matrimonio è tra un uomo e una donna», si è giocata il titolo. (...)
Intanto, anche da noi, sull’onda mediatica del successo di film e serial tv politicamente molto corretti e culturalmente molto queer, c’è chi sta pensando di fondare un partito «altro». All’ultimo Gay Pride, a Genova lo scorso giugno, il presidente di Arcigay Aurelio Mancuso ha ribadito la necessità per i gay di «entrare in politica». Sfilando in piazza per andare ben oltre il semplice concetto di lobby.

Fonte: Il Foglio, 7 settembre 2009

8 - IL PRIMO CAPITOLO DEL LIBRO CATTIVI MAESTRI
Eutanazia di una rivoluzione, ovvero il comunista terminale
Autore: Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro - Fonte:

A conoscenza di chi scrive, in Occidente è rimasto un solo vero, serio e solido comunista. Si chiama Carlo R. ed è uno che si commuove pensando ai bei tempi di Baffone, piange al suono dell’Internazionale, non vede l’ora di morire per farsi avvolgere nella bandiera rossa con falce e martello e assomiglia a Pino Rauti. Carlo R., che abita nel Levante genovese e recita a memoria brani della Messa in latino e interi capitoli del Don Camillo, quando lo si interpella sulla caduta del muro di Berlino ha un tuffo al cuore e, con enfasi non priva di dolore, proclama: «Per me non è caduto un cacchio». In realtà, Carlo R. non si esprime in linguaggio così urbano, ma in una gustosa parlata ligure che tradurre sarebbe come profanare. Chi ha pratica di mondo può immaginarla.
Questo capitolo non tratta di lui, che, come Peppone, vive nel sogno di un socialismo profumato dalla redenzione del proletariato. Tratta di coloro che respirano avidamente il fetore nauseabondo dell’idea comunista in putrefazione.
Qui non si parla di un vivo che teme di morire, ma di moribondi convinti di essere in buona salute.
Carlo R. non è un comunista terminale. Lui non ha esultato quando, nel novembre 2008, l’ex deputato di Rifondazione comunista Guadagno Wladimiro, meglio conosciuto come Vladimir Luxuria, ha trionfato all’Isola dei Famosi battendo in finale Belen Rodriguez. Non sapeva che la vittoria in un reality show di un omosessuale che si è pompato il seno, rifatto il naso, depilato permanentemente e autodefinito transgender è una vittoria del proletariato.
Carlo R. è rimasto indietro di due o tre aggiornamenti della rivoluzione. Tanto che, fin dal 2006, all’epoca della candidatura di Guadagno Wladimiro nelle file del suo partito, aveva commentato il fatto con espressioni così colorite e così politicamente scorrette da finire sotto accusa per deviazionismo fascio-clerico-leghista. Nuovo tipo di deviazionismo che, in seguito agli aggiornamenti della rivoluzione, ha sostituito quello borghese, in base al quale oggi anche i cosiddetti probi viri del partito finirebbero diritti sul banco degli imputati.
Contrariamente a Carlo R., il comunista terminale vede nella causa del transgender Luxuria la nuova frontiera della rivoluzione e, da questo punto di vista, ha perfettamente ragione. Ha capito che la rivoluzione procede di negazione della distinzione in negazione della distinzione. Il comunista terminale ha compreso che il processo rivoluzionario parte dalla negazione delle diversità dovute alla vita sociale, alla cultura, ai costumi, alle tradizioni per arrivare fino alla presunzione di cancellare la diversità più evidente decretata dalla natura: quella tra maschio e femmina. La proclamazione dell’equivalenza tra uomo e donna è l’esercizio massimo e ultimo dell’ideologia rivoluzionaria, oltre il quale c’è solo la negazione della distinzione tra uomo e Dio. Ma, si sa, per il rivoluzionario Dio non esiste, altrimenti non sarebbe rivoluzionario.
Il comunista terminale vive beato in un mondo infettato dall’ideologia egualitaria in cui esiste una sola eccezione: lui stesso. Lui, secondo la migliore applicazione della prassi leninista, appartiene all’avanguardia che ha il dovere e il diritto di tracciare la strada lungo la quale poi procederà il popolo bue: uguale, ma non del tutto. Le cattedre non gli mancano, perché ha smesso da tempo di fare l’operaio e si è dato alle professioni intellettuali. Insegna nella scuola pubblica e privata, lavora nelle case editrici, ha colonizzato i giornali, fa televisione, non di rado si esibisce dai pulpiti.
Semina, coltiva, raccoglie. Poi, quando è il momento, proclama la vittoria, come ha fatto «Liberazione» con il trionfo di Luxuria sull’Isola dei Famosi.
«Un duello epico» ha scritto il quotidiano comunista.
«Vladimir contro Belen, la trans contro la donna vera. Il risultato, strepitosamente, spariglia le carte. […] Il momento più brutto è stato quando si sono trovate l’una davanti all’altra.
Belen, la donna bella, secondo il pregiudizio l’unica donna vera, contro Vladimir la pasionaria, la donna che ha scelto di essere donna. Due donne, due storie, due modelli, due culture. Lì siamo rimasti col fiato sospeso, abbiamo temuto che Vladimir non ce la facesse.»
Ma poi Vladimir ce l’ha fatta. E allora gli italiani, che quando votano alle elezioni sono dei poveri imbecilli perché fanno vincere Berlusconi, quando invece tele votano all’Isola dei Famosi diventano dei raffinati intellettuali perché fanno vincere il compagno transgender Guadagno Wladimiro. Non fa niente se la televisione, fino al giorno prima, è stata considerata spazzatura per minorati mentali: il giorno dopo diventa uno strumento della rivoluzione, una corazzata Potëmkin che spara sui cattivi soldati zaristi del terzo millennio.
Come aveva scritto Karl Marx: «La storia si ripete sempre due volte: la prima volta in tragedia e la seconda in farsa». E qui, come si può immaginare, la tragedia è passata da un pezzo. Ma non fa nulla, perché il comunista terminale, con grande sprezzo del ridicolo, vive dei miasmi esalati dalla tragedia in avanzato stato di decomposizione.
Aiutata da pietosa e farsesca eutanasia, munita del conforto dei suoi cinici cari è morta una fase della rivoluzione e, dal suo stesso cadavere, ne nasce un’altra. Si volta pagina.
Così, aiutato anche dal fatto che il cashmere logora chi non ce l’ha e che il toscano adesso si fuma nei salotti, il comunista terminale ha sterzato decisamente sul versante “radical”. Visto che “chic” lo era già, come resistere alla tentazione di mettere insieme le due cose? E infatti non ha resistito.
Al diavolo le volgari rivendicazioni salariali, al diavolo le nuove povertà e al diavolo anche le vecchie. È arrivato il momento di radicaleggiare. Chi meglio del compagno terminale Fausto Bertinotti, nonostante ora sia stato messo un po’ in ombra dalle batoste elettorali, incarna il prototipo del cattivo maestrino dalla penna rossa esperto di rivoluzione permanente? Durante l’ultimo governo Prodi, Bertinotti era presidente della Camera, terza carica dello stato, e da quell’autorevole scranno nel 2007 spiegò che serviva «una grande battaglia politica e culturale in Parlamento e nel paese sui Dico e sui diritti civili. Come ai tempi del divorzio».
Qui bisogna aprire una parentesi perché il suo successore alla terza carica dello stato, onorevole Gianfranco Fini, pur appartenendo al fronte politico opposto, sostiene gli stessi argomenti. Sarà la presidenza della Camera che produce effetti indesiderati. Ma di questo ci occuperemo nell’apposita sezione.
Ora chiudiamo la parentesi perché il compagno terminale Bertinotti sostenne che la battaglia culturale e politica sui Dico sarebbe stata possibile solo mettendo insieme «sinistra radicale e riformista, laici e liberali». E, sino a qui, l’onorevole Fini non è ancora arrivato.
Non sfuggirà che il fondatore di un partito chiamato Rifondazione comunista, riferendosi al suo schieramento, non parlò di “comunisti” ma di sinistra radicale. Tale terminologia spiega un fenomeno del quale bisogna prendere atto: quel che resta del vecchio Pci, nei diversi tronconi che vanno da Fassino a Bertinotti, Diliberto, Luxuria e Nichi Vendola, si è trasformato in una sorta di partito radicale di massa: più agguerrito, più numeroso e persino, se mai fosse possibile, più cinico del plotoncino pannelliano.
Detto questo, non stupisce se il povero Carlo R. si è trovato alle corde, accusato di deviazionismo fascio-clerico-leghista quando ha espresso il proprio parere sulla candidatura di Guadagno Wladimiro nelle file del partito che avrebbe dovuto rifondare il comunismo. Il povero Carlo R. è rimasto al Pci che faceva il Pci. Al partito che, come ricordava Massimo Caprara che ne fu il braccio destro, ebbe in Palmiro Togliatti un deciso avversario dell’aborto. Al partito che, con l’inserimento della norma sui corpi sociali nella Costituzione, non pensava certo di dare il via libera al matrimonio degli omosessuali. Al partito che espulse per indegnità morale Pier Paolo Pasolini a causa della sua omosessualità.
Con ciò, non si vuole rimpiangere Togliatti e il suo Pci.
Ma solo mettere in guardia i gonzi che pensano di poter trattare impunemente con gli eredi di quella storia e di quei metodi. La piazza evocata dal comunista terminale non è altro che un immenso Hotel Lux, l’albergo al civico 10 di via Gorkij a Mosca in cui ai tempi del Komintern dimoravano gli alti funzionari del partito e i capi dei partiti comunisti stranieri. Ruth Fischer von Mayenburg lo ricorda così: «Qui si discuteva, si cospirava e a volte si taceva in preda a un’angoscia di morte. Qui c’erano lacrime, sogni, tragedie».
La von Mayenburg fu tra i fortunati che riuscirono a sopravvivere alle purghe staliniane degli anni Trenta. Allora tentò persino di giustificare quella carneficina di compagni traditori in nome dei grandi ideali e del grande fine ultimo della rivoluzione. Se avesse immaginato che i suoi sogni sarebbero naufragati sull’Isola dei Famosi con Vladimir Luxuria al comando di Simona Ventura, avrebbe certamente seguito l’insegnamento marxista completando il suo pensiero all’incirca così: «Qui c’erano lacrime, sogni, tragedie che un giorno diventeranno farse».
In effetti, la deriva dei cattivi maestri della sinistra ton sur ton fa pensare a Marx: ma non a Karl, a Groucho.
Eppure non c’è niente da ridere.
 IDENTIKIT
• Dove opera
Parlamento (quando riesce a farsi eleggere), cattedre, scrivanie, strapuntini, reality show, non di rado i pulpiti. Disdegna le piazze, così rozze.
• Come riconoscerlo
Cashmere, pantaloni con le pence, scarpe su misura, cravatta all’uncinetto: se parla di operai, è un industriale; se si lamenta perché Cortina è sovraffollata, è lui.
• Come difendersi
Avvicinatevi con una pagnotta, un etto di mortadella e un bottiglione di Manduria. Dategli del tu e offrite con generosità. Se per caso accetta, allora dovete anche prenderlo in braccio come fece Benigni con Berlinguer. Ma non ce ne sarà bisogno, fuggirà prima. Voi non siete Benigni.


9 - OMELIA PER LA III DOMENICA TEMPO DI AVVENTO - ANNO C - (Lc 3, 10-18)

Autore: Padre Antonio Izquierdo - Fonte: Sacerdos, (omelia per il 13 dicembre 2009)

I testi liturgici di questa terza domenica di avvento sono un inno alla gioia. Gioia per gli abitanti di Gerusalemme, che vedranno allontanarsi il dominio assiro e l'idolatria, e potranno rendere culto a Javeh con libertà (prima lettura). Gioia dei cristiani, una gioia costante e traboccante, perché la pace di Dio "custodirà le loro menti e i loro cuori in Cristo Gesù" (seconda lettura). Gioia dello stesso Dio, che esulta di giubilo nel trovarsi in mezzo al suo popolo per proteggerlo e salvarlo (prima lettura). Gioia che Giovanni il Battista comunica al popolo, mediante la predicazione della Buona Novella del Messia salvatore, che con la sua venuta instaurerà la giustizia e la pace tra gi uomini (vangelo).
MESSAGGIO DOTTRINALE
Perché rallegrarsi? Sono varie le cause che si trovano nei testi liturgici.
A) Innanzitutto, perché Dio ha annullato la sua sentenza. Sofonìa immagina Javeh come un giudice di tribunale che, dopo aver emesso sentenza di condanna, la annulla. Come non rallegrarsi? Storicamente, si riferisce alla pesante oppressione che l'impero assiro esercitava sul regno di Giuda al tempo di re Giosia, e dalla quale Javeh lo ha liberato (prima lettura).
B) Rallegrarsi, perché Javeh è in mezzo a te. Questa presenza divina di potere e di salvezza libera da ogni paura, e rinnova il regno di Giuda con il suo amore. È una presenza protettrice e sicura (prima lettura).
C) Rallegrarsi, perché il cristiano possiede la pace di Dio che supera ogni intelligenza (seconda lettura). Codesta fede in Dio, che è frutto della fede e del battesimo, e che si esperimenta in modo efficace nella celebrazione liturgica, quando "presentiamo a Dio le nostre richieste, mediante la preghiera e la supplica, accompagnate dall'azione di grazie" (seconda lettura).
D) Infine, rallegrarsi perché Giovanni il Battista, il precursore, proclama la Buona Novella di Cristo (vangelo), e, con lui e come lui, tutti i precursori di Cristo nella società e nel mondo. Per tutto ciò, possiamo dire che il cristianesimo è la religione della gioia. Ma, la gioia nel Signore, come ci ricorda san Paolo.
La gioia del precursore. La gioia di Giovanni il Battista è espressa mediante tre immagini. L'immagine del padrone e del servo, con cui si indica la superiorità di Gesù su Giovanni. Gesù è come il padrone che, quando giunge dalla campagna o dalla città, ha a sua disposizione un servo (Giovanni il Battista), che gli slega la cinghia e i calzari. Giovanni è allegro perché il Messia, suo padrone, sta per arrivare. Usa anche l'immagine dell'agricoltore che, giungendo l'estate, sega le spighe, le trebbia, separa mediante il forcone il grano dalla paglia, conserva il grano e brucia la paglia. La gioia di Giovanni è la gioia di chi raccoglie il frutto del suo lavoro, il frutto di tanti altri profeti che prepararono insieme a lui la venuta del Messia. Da ultimo, Giovanni si rallegra perché, mentre egli battezza in acqua, colui che sta per venire, cioè il Messia, battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Ossia, in Spirito che è fuoco purificatore dal peccato, fuoco propulsore e diffusore di grandi imprese. Nel battesimo, il cristiano riceve lo Spirito, uno dei cui primi frutti è la gioia.
Il vangelo della gioia. Riflettendo sulla pericope evangelica, il vangelo della gioia si rivolge ad ogni tipo di persone: alla gente in generale, ai pubblicani, agli stessi soldati. Questo vangelo consiste soprattutto nella donazione e nell'amore al prossimo, che ogni categoria deve vivere secondo le proprie circostanze. Così la gente è invitata a condividere con i più bisognosi il vestiario e il cibo. I pubblicani vivranno l'amore fraterno riscuotendo le tasse con esattezza e giustizia, senza addizioni egoiste per il proprio lucro personale. Rispetto ai soldati, da una parte, siano contenti del salario che ricevono, supponendo che sia giusto; dall'altra, non facciano estorsioni a nessuno, e nessuno denuncino falsamente. Riassumendo, il vangelo della gioia si impianta e produce frutti magnifici laddove si vive il comandamento dell'amore, ciascuno secondo la sua professione e la sua condizione di vita.
SUGGERIMENTI PASTORALI
Rallegrarsi già del futuro. Sofonìa annuncia la liberazione di Gerusalemme e di Giuda, ma essa ancora non è giunta. Ciononostante, già lo stesso annuncio deve essere causa di gioia. Giovanni il Battista gioisce già in anticipo della venuta del Messia, anche se quest'ultimo ancora non si è fatto presente. Noi cristiani viviamo con gioia questo periodo di avvento, pur sapendo che non è ancora giunto il Natale. Noi cristiani siamo stabiliti nel presente, ma con lo sguardo posto nel futuro, che deve essere sempre fonte di gioia. C'è un vecchio proverbio che dice: "Ogni tempo passato fu migliore". Certamente non è vero. Ma non è neppure cristiano. Il cristiano, uomo della speranza, dirà piuttosto: "Ogni tempo futuro sarà migliore", e questo gli infonde una grande gioia. Meglio, non precisamente per merito degli uomini, ma per azione misteriosa ed efficace dello Spirito Santo nella storia e nelle anime. Meglio, perché il progresso scientifico, e soprattutto morale dell'umanità, senza dimenticare l'ambivalenza e le deficienze del progresso stesso, contribuisce in qualche modo al regno di Dio nel tempo e nella vita degli uomini. E, come non rallegrarci del futuro, se siamo convinti che il futuro è nelle mani di Dio, perché Egli è il Signore della storia, e colui che ha in suo potere le chiavi del futuro? Perfino in mezzo alla prova e alla tribolazione, il futuro sorride al cristiano maturo nella fede.
Gioia e pace. Amore, gioia e pace sono doni dello Spirito Santo. In quanto doni dello Spirito Santo, sarebbe un errore identificare l'amore con il sentimento amoroso o con le avventure sentimentali, la gioia con il chiasso, e la pace con l'assenza di guerra, di distruzione e di morte. La pace di Dio è qualcosa che, ci dice san Paolo, supera ogni intelligenza. E lo stesso vale per la gioia. Essendo doni dello Spirito santo, unicamente chi li ha ricevuti tramite la fede, è in condizioni di sperimentarli, conoscerli, possederli, goderne e trasmetterli. C'è una certa reciprocità tra entrambi i doni dello Spirito. La pace che abita nell'anima del credente ispira una gioia interiore attraente, che si materializza nello stile della persona, che si contagia perfino con la sola presenza. Da parte sua, la gioia della quale lo Spirito dota il credente, trasmette pace ed ordine nella vita, serenità ed armonia, e soprattutto una specie di atarassia, di imperturbabilità spirituale, che provoca in tutti ammirazione. Perché non chiedere allo Spirito Santo che ci conceda più abbondantemente questi doni della pace e della gioia per prepararci al Natale? Rallegriamoci nel Signore. Viviamo la Pace di Dio. Il Natale è ormai alle porte.´

Fonte: Sacerdos, (omelia per il 13 dicembre 2009)

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