BastaBugie n°527 del 11 ottobre 2017

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1 SI SALVI CHI VUOLE, IL NUOVO LIBRO DI COSTANZA MIRIANO
Un ''manuale di imperfezione spirituale'' per non andare sempre dietro alle cose urgenti, alle richieste degli altri che non hanno il diritto di dettarci l'agenda
Autore: Costanza Miriano - Fonte: Blog di Costanza Miriano
2 I POLACCHI HANNO RECITATO UN ROSARIO LUNGO TUTTO IL LORO CONFINE
Beati loro che hanno ancora dei confini... e noi italiani?
Fonte: Il Timone
3 CINQUANTESIMO ANNIVERSARIO DI CHE GUEVARA, IL SANGUINARIO ''EROE'' DELLA SINISTRA
Propagandava l'odio come fattore di lotta per trasformare l'uomo in una reale, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere
Autore: Stefano Magni - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
4 HO RITENUTO DOVEROSO FIRMARE LA CORREZIONE FILIALE AL PAPA
Intervista al sacerdote e professore Alberto Strumia, ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari e docente alla facoltà teologica dell'Emilia Romagna
Autore: Francesco Boezi - Fonte: Il Giornale
5 AVERE UN SEGRETO CON IL CONIUGE È MAI ACCETTABILE?
La fiducia è al vertice di qualsiasi rapporto duraturo e significativo
Autore: Christine Stoddard - Fonte: Aleteia
6 VITTORIA PRO-LIFE: TRUMP RIFORMA L'OBAMACARE
Trump finalmente abolisce l'obbligo previsto dall'Obamacare di inserire l'aborto nelle polizze sanitarie
Autore: Marco Respinti - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
7 IN ALCUNE SCUOLE IN INGHILTERRA NON SI CONTANO PIU' GLI ANNI A PARTIRE DA CRISTO
Con la solita scusa del non offendere i musulmani, non si dirà più 2017 d.C. (dopo Cristo), ma 2017 E.C. (dell'Era Comune)
Autore: Leone Grotti - Fonte: Tempi
8 LA MADONNA DEL ROSARIO E LA BATTAGLIA DI LEPANTO
Fede, coraggio e sacrificio di una società che voleva rimanere cristiana (VIDEO: la battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571)
Autore: Cristina Siccardi - Fonte: Corrispondenza Romana
9 OMELIA XXVIII DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 22,1-14)
Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - SI SALVI CHI VUOLE, IL NUOVO LIBRO DI COSTANZA MIRIANO
Un ''manuale di imperfezione spirituale'' per non andare sempre dietro alle cose urgenti, alle richieste degli altri che non hanno il diritto di dettarci l'agenda
Autore: Costanza Miriano - Fonte: Blog di Costanza Miriano, 9 ottobre 2017

Ho trascurato questo blog, negli ultimi mesi. Per una serie di motivi. Alcuni più difficili da dire e da esplorare in poche parole - un momento di confusione nel quale ogni volta che si parla partono le etichette "allora tu sei contro - oppure - allora tu sei a favore del Papa!", e giù anatemi - altri più semplici: la vita, il lavoro, i figli che crescendo non diventano meno impegnativi, anzi (non devi più giocare a principesse ma spegnere tablet e cercare cellulari nascosti, e io rivoglio il mio vecchio lavoro: ero più simpatica quando giravo per casa cantando con un diadema di plastica in testa). Ma il motivo determinante è che ho scritto un libro e ci ho messo tutte le energie (residue).
Questa volta mi è costato un lavoro e una fatica molto maggiori delle altre. Perché per scriverlo ho riletto tutti i miei diari, oltre trenta anni di appunti spietati e puntuali sulla mia vita interiore, e, vi assicuro, non è stato un bello spettacolo vedere concretamente che disastro è stato il mio cammino, che fatica che ho fatto. Comunque sono qui, sopravvissuta, e tutto è bene quel che etc etc

NON È UN DIARIO
Ovviamente il libro non è un diario - per me il pudore è un grande valore, non lo è la sincerità tout court: nella sostanza sì, ma i particolari non sono roba da dare in pasto a sconosciuti - ma è un distillato di tutto quello che ho capito della vita spirituale. Il tema è, appunto, mettere ordine nella vita interiore, cercare di passare dal bazar al cattedrale, dallo spontaneismo all'avere un progetto, costruendo e ordinando, capendo che il meglio delle nostre risorse intellettuali non va sprecato in quisquilie come i soldi o il lavoro. Quello che conta davvero è cercare Dio, l'unico che non ci sarà tolto.
E allora anche un laico può avere la sua regola di vita spirituale, proprio come un monaco, una regola che deve faticosamente cercare nelle pieghe della sua vita, cercando di capire come trovare spazi da chiudere, per aprirli solo a Dio, per farlo entrare nella stanza interiore e cercare di vedere il suo viso. Tanti di noi organizzano le giornate su questa ricerca, cercando faticosamente spazio alla parola di Dio, alla preghiera, alla confessione, all'eucaristia, al digiuno: i cinque sassi, insomma. O anche i cinque pilastri su cui è costruito il monastero, non solo quello interiore - ogni laico oggi è chiamato a un monachesimo interiorizzato - ma anche quello che ci unisce, in un'invisibile connessione wi fi che ci aiuta ad andare avanti, anche se abitiamo a centinaia di chilometri di distanza, e possiamo condividere la vita solo a tratti, con una preghiera ad orario concordato o uno sfogo telefonico o un messaggio affannato scritto in corsa (io preferivo gli stupidphone senza schermo touch perché potevi scrivere anche lanciandoti in corsa verso la macchina mentre adesso appena sfiori ti partono parole a caso).

NON ANDARE SEMPRE DIETRO ALLE COSE URGENTI, ALLE RICHIESTE DEGLI ALTRI
Come sempre, questo libro l'ho scritto prima di tutto per me, per mettere ordine e fermare i punti, per ricordarmi qual è la parte migliore, per aiutarmi a non andare sempre dietro alle cose urgenti, alle richieste degli altri, che non hanno il diritto di dettarci l'agenda. Ma l'ho scritto anche per gli altri, perché alla fine degli incontri, quando parlando di relazioni dico che quella che ci determina è quella con il Signore, c'è sempre più di qualcuno che mi chiede come si fa ad avere questo rapporto con Colui che abita la luce inaccessibile. C'è un modo sicuro, solo che io non lo so. Intuisco giusto qualcosa, e lo desidero moltissimo. E so che questo modo passa per i cinque sassi. So che va più di moda la meditazione orientale, lo yoga, il tantra, le regole norvegesi per essere felici, il potere del riordino e le invocazioni al Grande cocomero. Io però, anche se oggi si festeggia la nascita del quarto guru Sikh Ran Das, ho deciso di fidarmi più di Teresa d'Avila, Giovanni della croce, Benedetto, e soprattutto di Gesù.
E niente, ho voluto mettere a disposizione quello che a me è servito, e che mi sembra possa servire a molti: mi sono resa conto infatti che tante informazioni che diamo per scontate, non lo sono. Mi è capitato di parlare con persone che cercano con tutto il cuore e non sanno cos'è la liturgia delle ore, o persone impegnate in grosse battaglie culturali e anche politiche combattute con lo zelo dei crociati, che però non hanno un rapporto intimo con Colui sul quale tutte queste battaglie devono essere fondate per avere senso.

UN UTILE ANTIDOTO ALLO STATO D'ANIMO APOCALITTICO
Mi sembra, questo libro, anche un utile antidoto allo stato d'animo apocalittico, di chi vede segreti e rivelazioni e ultimi tempi ovunque: la battaglia è sempre interiore, tutto il resto non ci riguarda. Il nemico, il nostro problema, siamo noi, la ferita del peccato originale.
Non è però un'Opzione Benedetto, non esattamente. Io credo che noi dobbiamo comunque parlare quando ci è chiesto o ce ne è data l'occasione. Non rinunciare alla dimensione e alla presenza pubblica. Ma facendo bene attenzione a che sia profondamente fondata, radicata in un rapporto personale con Dio, senza il quale l'appartenenza a una tradizione non serve a niente. Non possiamo essere, pubblicamente, pronti a morire per il Signore, e poi in privato non avere alcun rapporto con lui.
Però, come dice il libro di Rod Dreher, vogliamo essere il popolo che resta, in un contesto culturale totalmente ostile e in una sostanziale indifferenza alla fede e alla Chiesa (per questo certe "aperture" mi lasciano perplessa: perché la gente già da tempo se ne frega altamente se la Chiesa apre o chiude, sono categorie totalmente estranee alla massa). Vogliamo restare, speriamo, come il resto di Israele. E vogliamo restare come Giovanni e Maria, sotto la croce, sperando di rimanere fedeli.
Come sempre io mi sono divertita a scrivere, anche nella fatica, mi sono ritrovata a ridere da sola mentre scrivevo, sempre, rigorosamente, di notte. Tranne quando in Croazia è comparso uno scorpione ciccionissimo vicino ai miei piedi, in quel caso non ci ho trovato niente da ridere, e ho svegliato mio marito, il quale voleva chiedere il divorzio ma la questione era troppo lunga, ha preferito ammazzare lo scorpione e tornare a letto.
Ah, dimenticavo, dopo una lunga disamina che ha escluso: Il popolo che resta, Monastero wi fi, Le cinque regole, Spiritualità for dummies, Ogni vita un monastero - il mio preferito - e Noi, felici monaci, il libro si chiama Si salvi chi vuole, manuale di imperfezione spirituale.

Fonte: Blog di Costanza Miriano, 9 ottobre 2017

2 - I POLACCHI HANNO RECITATO UN ROSARIO LUNGO TUTTO IL LORO CONFINE
Beati loro che hanno ancora dei confini... e noi italiani?
Fonte Il Timone, 09/10/2017

Che scandalo se un milione di persone si trovano a pregare il rosario ai confini di una nazione, che ha pagato molte volte col sangue la sua fedeltà a una religione e una cultura! Succede sabato in Polonia, dove un'associazione di laici - i laici sono sempre più protagonisti - ha indetto un "Rosario di riparazione" in occasione della festa della Madonna del Rosario. L'iniziativa è della fondazione di fedeli laici "Solo Dio basta", ma ha, fortunatamente, l'appoggio pieno della Conferenza Episcopale della Polonia che, in un suo comunicato, chiede di partecipare all'evento.
L'iniziativa, "Rozaniec do granic", che significa "Rosario al confine" è promossa dal sito www.rozaniecdogranic.pl. In tutta la Polonia saranno coinvolte oltre trecento chiese; ai confini, ma anche in aeroporti e stazioni. L'appuntamento è per le 10 del mattino, il rosario comincerà alle 14, dopo la messa e l'adorazione. Nel comunicato degli organizzatori, fatto proprio dalla Kep (la Conferenza episcopale della Polonia), si legge: "Crediamo che se il Rosario venisse recitato da un milione di polacchi lungo il confine del Paese potrebbe cambiare non solo il corso degli eventi, ma anche aprire il cuore dei cittadini alla grazia di Dio. Cent'anni fa Maria ha affidato ai tre bambini portoghesi un messaggio di salvezza: pentitevi ed offrite riparazioni per i peccati contro il mio cuore e recitate il Rosario".
Quindi due punti di riferimento precisi: Fatima (il 13 ottobre cadono i cento anni dall'ultima apparizione) e il 7 ottobre, giorno della Madonna del Rosario, creata per ringraziare dopo la vittoria di Lepanto, la battaglia che ha fermato l'avanzata in mare verso occidente dell'impero ottomano (come è successo a Vienna, per terra, più tardi). Due eventi che hanno salvato la cultura, e la fede religiosa, di molti Paesi, fra cui in primis il nostro.
Sarebbe bello, così crede chi scrive - che anche in Italia gruppi, organizzazioni ecclesiali e singole persone si unissero a questa iniziativa, sabato prossimo. Come ricorda un articolo della Nuova Bussola Quotidiana, "Il giornale Gazeta Wyborcza, la testa polacca di sinistra di proprietà di Soros, ha gettato fango sull'evento, inventandosi fra l'altro che il Rosario è stato pensato in funzione anti-russa. Ma Maciej Bodasiński, uno dei leader dell'iniziativa e fondatore dell'associazione 'Solo Dio Basta', ha spiegato a Lifesitenews che 'desideriamo pregare per la conversione della Polonia, dell'Europa e di tutto il mondo a Cristo, affinché più anime siano salvate dalla dannazione eterna e trovino il loro cammino verso Dio'. Ricordando anche la 'tensione crescente, la minaccia di una guerra, il terrorismo', è stato spiegato che il Rosario è anche in riparazione del passato comunista della Polonia e delle bestemmie e delle ferite al Cuore Immacolato di Maria".
La Polonia ha conosciuto la spartizione, e l'occupazione nazista e comunista. Ha certamente buoni motivi per chiedere aiuto alla Madonna. L'Italia non ne ha, sommersa da un attacco costante e continuo ai valori di base dell'antropologia, della sua cultura e della sua fede, con una Chiesa che pensa ad altro? Che i partiti politici, per interessi di lobby e di economia semplicemente tradiscano quella che una volta si osava chiamare Patria è nell'ordine delle cose: quando mai non è accaduto nel nostro Paese? Che la Chiesa si adegui, beh, appare triste e diverso.
Il tasso di arrivi dei migranti non accenna a diminuire (la TV francese qualche giorno fa mostrava immagini di 5.000 sbarchi in due giorni), e il fenomeno naturalmente non è sottolineato dai mass media di regime, per non disturbare i manovratori e chi guadagna da questo fenomeno.
Che ha, e avrà conseguenze imprevedibili. Abbiamo ricevuto da un lettore austriaco una lettera, che riproduciamo:
Viva Cristo Re e Viva Maria. Egregio Sig. Tosatti, leggo tanto volentieri i suoi articoli almeno fin dove le mie poche conoscenze dell'italiano lo permettono.
In riguardo al Suo ultimissimo articolo sull'islamizazzione mi permetto di inviare qualche dato empirico (non proiezioni) sulla situazione in Austria ove si tende a nascondere da parte ufficiale i dati dell'aumento dei musulmani il più possibile. Per Vienna non esistono cifre ufficiali perché il governo socialista-verde di rifiuta a censire i musulmani. Tutti, ma non i musulmani. Perciò esiste come dato più concreto quello del Yearbook of International Religious Demography 2014:
1971: 0,4 % musulmani
2011: 11,6 % musulmani
2017: ? (non si sa, ma si sa che il 28 % dei scolari delle elementari sono di fede musulmana).
Chi scrive non ha nulla di personale contro i musulmani. Ma una crescita del fenomeno di queste proporzioni voi come la chiamate, se non invasione? Checché ne possa dire mons. Galantino.

Nota di BastaBugie: Riccardo Cascioli nell'articolo sottostante dal titolo "Chi ha paura di Lepanto (e della Polonia)" parla dell'iniziativa polacca e di altri episodi di attualità.
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana l'8 ottobre 2017:
In tanti insorgono giustamente davanti alla tendenza nelle scuole di "cancellare" il Natale, raccontando agli studenti che si tratta delle vacanze d'inverno ed evitando accuratamente presepi e qualsiasi simbolo che ricordi il vero significato che sta nella nascita di Gesù. E in questi giorni tanti si sono scandalizzati (giustamente) perché in alcune contee inglesi si è deciso di sostituire nei calendari il "prima" e "dopo Cristo" con "prima dell'Era Comune" e "Era Comune". Tutto per rispettare le minoranze religiose, leggi i musulmani. Una vera idiozia, un insulto all'intelligenza, perché è anzitutto negazione della realtà. Su questo almeno, i cattolici sembrano convenire.
Eppure nessuno trova nulla da ridire sul fatto che nella Chiesa ormai si censura l'origine della festa liturgica che abbiamo celebrato ieri, la Beata Vergine del Rosario, ovviamente per rispetto dei musulmani. Non so chi abbia avuto il privilegio ieri alla messa di ascoltare un prete ricordare che la festa trae origine dalla battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571 in cui la flotta cristiana sconfisse la flotta turca salvando l'Europa dall'invasione islamica, una vittoria che si deve alla fede di tanti cattolici europei che accompagnarono la flotta con un esercito di rosari. Credo pochissimi. E anche laddove non si è potuto tacere sulla battaglia di Lepanto, lo si è detto di corsa, circondandolo di frasi vuote sulla pace e sull'umanità unita in un abbraccio.
Lepanto insomma, sembra una cosa di cui vergognarsi, come fosse una macchia nella storia della Chiesa, quando invece - come abbiamo detto - dovremmo onorare la memoria di quegli uomini (e di san Pio V, papa) che hanno impedito l'islamizzazione dell'Europa. Eppure oggi, in questo clima di pacifismo ecclesiastico imperante diventa una colpa anche l'applicazione di quel principio di "responsabilità di proteggere" che pure è stato rilanciato da Benedetto XVI in un discorso all'ONU nel 2008. Certo, sarebbe alquanto stupido pensare di poter fronteggiare l'attuale "invasione" (la cui parte più difficile è, guarda caso, la componente islamica) dichiarando guerra e organizzando una flotta per combattere nel Mediterraneo. Ma è ancora più stupido stendere tappeti rossi a chi disprezza la nostra civiltà e non vede l'ora di realizzare quelle circostanze che permetteranno di sostituire l'islam al cristianesimo.
Il vero problema oggi sta in quei tanti che non trovano nulla da ridire se un insegnante di religione cattolica usa la sua ora per far conoscere il Corano ai suoi studenti. Ricordare la battaglia di Lepanto e meditare quella lezione di storia, aiuterebbe a capire che la difesa della propria identità di popolo - così come la difesa della propria famiglia - non solo non è un delitto, ma è un dovere. Da assolvere nelle modalità più efficaci, che oggi possono anche escludere in tanti casi l'uso delle armi, ma pur sempre un dovere.
L'esempio ce lo hanno dato i cattolici polacchi che ieri si sono radunati in 320 chiese e 4mila "zone di preghiera" lungo tutto il confine per recitare insieme il rosario, perché la Polonia e l'Europa intera tornino alle loro radici cristiane contro la secolarizzazione e contro il diffondersi dell'influenza islamica. Le notizie che arrivano dalla Polonia dicono di una partecipazione ben al di sopra del milione di persone preventivato alla vigilia, e anche da altre parti del mondo (Italia compresa) ci si è collegati spiritualmente in comunione con i fedeli polacchi. Si è trattato di un evento grandioso, su cui in Italia - guarda caso - è calato il silenzio della stampa cattolica ufficiale.
Bruttissimo segno, anche se non sorprendente: ignorare l'evento di preghiera più importante degli ultimi sessanta anni (insieme alle Giornate Mondiali della Gioventù), teso a invocare dalla Madonna la grazia di mantenere o recuperare l'identità cristiana, significa soltanto che i pastori hanno abbandonato il proprio popolo, pronti a consegnarlo nelle mani del nemico.
Interessante invece che ieri nelle omelie dei vescovi polacchi, nelle messe che hanno preceduto il rosario, la preghiera per la pace si sia sposata alla richiesta a Dio di mantenere cristiane le nostre nazioni, legando in modo indissolubile le due cose. Non dovrebbe essere una novità, visto che "Cristo è la nostra pace"; e invece suona in totale contrasto con la mentalità oggi prevalente nella Chiesa, secondo cui la pace dovrebbe piuttosto scaturire dal dissolversi e dal fondersi della nostra identità con le identità di altri popoli che ci stanno invadendo.
Noi stiamo con i polacchi.

Fonte: Il Timone, 09/10/2017

3 - CINQUANTESIMO ANNIVERSARIO DI CHE GUEVARA, IL SANGUINARIO ''EROE'' DELLA SINISTRA
Propagandava l'odio come fattore di lotta per trasformare l'uomo in una reale, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere
Autore: Stefano Magni - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 10 ottobre 2017

"Martire", "combattente", "poeta". Nel 50mo anniversario della morte di Che Guevara, ieri, se n'è sentite di tutte, in ogni servizio televisivo e giornalistico, sulle Tv nazionali. Al massimo si aggiunge "chiaroscuro" per definire il suo curriculum. Tutt'al più: "controverso", giusto per apparire imparziali. Ma Che Guevara, a mezzo secolo dalla sua uccisione, pare essere stato un misto fra Garibaldi (per chi ama il genere) e Madre Teresa («Credo in una sola Chiesa, che va da Che Guevara a Madre Teresa» cantava Jovanotti). Eppure del Che si sa tutto, ormai. I suoi crimini sono noti. La lista è lunga. Perché il mito continua?

L'ODIO COME FATTORE DI LOTTA
La prima citazione che viene in mente di Che Guevara è tutt'altro che una frase da bigliettino nei cioccolatini. Esaltò l'odio, letteralmente, nella Conferenza Tricontinentale: «L'odio come fattore di lotta, l'odio intransigente verso il nemico, che spinge oltre i limiti naturali dell'essere umano e lo trasforma in una reale, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere». Non certo le stesse cose che diceva Madre Teresa. Il Che visse come un trauma il suo celeberrimo viaggio in motocicletta nell'America Latina. Vide la miseria e la malattia. Ma evidentemente non ne trasse alcun messaggio d'amore, bensì un odio apocalittico. Una voglia di distruzione del vecchio mondo e costruzione di un mondo e di un uomo nuovo che è testimoniata dalla sua posizione estrema nella crisi dei missili sovietici a Cuba, che nel 1962 portò il mondo sull'orlo del baratro della guerra nucleare. «Se i missili fossero rimasti - disse in seguito il Che - noi li avremmo utilizzati contro il cuore degli Stati Uniti, tra cui New York. Non dobbiamo mai stabilire una convivenza pacifica». Non temeva (anzi pareva auspicare) l'Olocausto nucleare: «Quello che affermiamo è che dobbiamo proseguire sulla via della liberazione, anche se questo costa milioni di vittime atomiche». Aveva idee chiare anche su come amministrare la giustizia: «Non abbiamo bisogno di una prova per l'esecuzione di un uomo. Abbiamo solo bisogno della prova che è necessario giustiziarlo». E come controllare il dissenso: «Dobbiamo eliminare tutti i giornali. Non siamo in grado di fare una rivoluzione con una stampa libera».

SISTEMA DI GOVERNO STALINIANO
Dalle parole, durissime («ma senza perdere la tenerezza», come disse lui stesso e come amano ricordare i suoi estimatori), il Che passò subito ai fatti sin dal giorno in cui la rivoluzione di Castro trionfò a Cuba. Nel 1959, Guevara divenne procuratore. Nel carcere della Cabanha, sotto sua diretta responsabilità, si eseguivano fucilazioni tutti i giorni. In sei mesi vennero "liquidati" dalla sua Commissione per la Purificazione 180 prigionieri politici. Nel 1960 mette in piedi il primo gulag cubano nella penisola di Guanaha. Funzionava come i gulag dell'Unione Sovietica: lavori forzati, torture, esecuzioni sommarie, disumanizzazione dei prigionieri. Definito un «partigiano dell'autoritarismo fino al midollo» dal suo ex compagno di lotta Regis Debray, fu Guevara, ancor più di Castro, a importare a Cuba un sistema di governo e repressione puramente staliniano.
Probabilmente la sua fama fu dovuta unicamente alla scelta di esportare la rivoluzione all'estero, fra Africa e Sud America. Morì da combattente, catturato sul campo dalle forze anti-insurrezionali della Bolivia e giustiziato il 9 ottobre 1967. Il suo corpo, esposto al pubblico e fotografato, è spesso paragonato a una Deposizione atea. Il suo volto, nel ritratto più celebre del fotografo Alberto Korda, ha lo sguardo ispirato di un messia. Per il pubblico più colto, è proprio nel suo messianesimo marxista che risiede il suo fascino. Ma è un culto della morte, anche se ben mascherato da speranza. Il giornalista Dario Fertilio, nel suo Il Virus Totalitario, la descrive come una «filosofia della tabula rasa, al piacere di ripartire da zero cancellando il già tentato e realizzato, senza pietà per coloro che vengono scartati dal programma, trucioli del vecchio mondo destinati all'inceneritore della distruzione creatrice». E' il "paradiso" in terra sognato dai marxisti. Inevitabilmente ha garantito la nascita di inferni terrestri, ovunque sia stato sperimentato. Ma il Che è sopravvissuto alla disillusione perché non ha mai assistito al suo fallimento. Non invecchiò, non divenne un gerarca, non attraversò la fase di "burocratizzazione" della dittatura più longeva del mondo.
Per il pubblico meno colto, il volto del Che stampato su magliette e cover dei cellulari, spille e tatuaggi, è solo un logo del perfetto «giovane che vuol cambiare il mondo». Ed è la nemesi perfetta per un uomo che dedicò la vita (e la perse) nella lotta contro il capitalismo: diventare un diffuso brand di successo.

Nota di BastaBugie: Francesco Agnoli nell'articolo sottostante dal titolo "Il vero volto del Che" dimostra come Che Guevara fosse crudele, fanatico, dogmatico, freddo, intollerante.
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su Libertà e Persona il 9 ottobre 2017:
Il mitico Che Guevara fu un ammiratore dello sterminatore Stalin, prima di divenire un seguace entusiasta del più grande massacratore di tutti i tempi, il dittatore cinese Mao Tse Tung. Il Che fu il primo filocomunista e il primo filosovietico, ben prima di Castro, tra i ribelli cubani, e riempì l'isola di manuali e di tecnici russi; fu l'uomo che durante la crisi dei missili di Cuba del 1962 sperò ardentemente che potesse scoppiare la guerra mondiale tra Usa e URSS, ritenendo che essa avrebbe sconfitto il nemico americano e portato automaticamente la pace e la giustizia sociale ai popoli.
Un uomo che ebbe due mogli e cinque figli, ma secondo la testimonianza di uno di questi, Camilo Guevara, non dedicò loro un solo attimo del suo tempo, intento com'era a cambiare il mondo con le armi. Che Guevara fu un feroce sanguinario. "Era disumano, un uomo senza sentimenti che in realtà voleva fare solo ciò che aveva occupato tutto il suo tempo: la guerra di guerriglia": così, dopo aver ricordato le fucilazioni indiscriminate ordinate dal Che a la Cabaña, Juanita Castro, la sorella di Fidel, che fu rivoluzionaria al suo fianco per alcuni anni (Juanita Castro, I miei fratelli Fidel e Raùl, Roma, 2010).
"La sua arroganza e il disprezzo verso gli altri, che considerava inferiori e trattava con i piedi - aggiungeva Carlos Franqui, che fu direttore di radio Rebelde e del quotidiano Revolucion, voci ufficiali della rivoluzione castrista -, erano proverbiali". E ancora: "Esiste il mito di Guevara, nonostante tutti i suoi insuccessi economici e politici, che contribuirono fortemente alla distruzione dell'economia e della società cubane" (Carlos Franqui, Cuba, la rivoluzione: mito o realtà, Milano, 2007).
Il Che era un uomo crudele, fanatico, un "dogmatico, freddo, intollerante che non ha nulla da spartire con la natura calorosa e aperta dei cubani", scriveva Regis Debray, un intellettuale francese marxista, che fu amico intimo di Castro e di Guevara, e che venne arrestato insieme a lui in Bolivia, prima di divenire consigliere del presidente socialista Mitterand (Révolution dans la révolution?, Paris, 1967 e Loués soient nos seigneurs, Paris, 1996).
Secondo Alvaro Vargas Llosa (figlio del celebre Mario, che fu sostenitore della rivoluzione cubana), il Che fu il responsabile di centinaia di esecuzioni nel carcere della Cabaña nelle prime settimane di potere; contribuì a consegnare la rivoluzione anti-Batista nelle mani del comunismo, allacciando le relazioni con il regime sovietico, e organizzò i primi campi di concentramento per i prigionieri politici, i credenti e gli "asociali" (tra cui gli omosessuali), creando nello stesso tempo un sistema economico autoritario che andò ben presto in bancarotta. (Il mito Che Guevara e il futuro della libertà, Torino 2007; Enrico Oliari, Pride, 9/2004).
Del resto è stato Guevara stesso a scrivere, in quello che è considerato il suo testamento: "Agirà il grande insegnamento dell'invincibilità della guerriglia...L'odio come fattore di lotta; l'odio intransigente contro il nemico, che permette all'uomo di superare le sue limitazioni naturali e lo converte in una efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così" (E. Che Guevara, Scritti, discorsi e diari di guerriglia (1959-1967), Torino, 1969). Così come era lui, capace di condannare a morte su due piedi avversari e talora persino compagni di lotta, e di dichiarare: "Prendete un fucile e sparate alla testa di ogni imperialista che abbia più di quindici anni". (Massimo Caprara, già segretario di Palmiro Togliatti, Il Timone, luglio-agosto 2002)".
Il già citato Antonio Moscato, suo grande estimatore, ricorda che il Che fu un devoto ammiratore di Stalin, poi di Mao, poi del comunismo ceco: "Guevara era stato il più entusiasta sostenitore della collaborazione con i paesi del socialismo reale...aveva manifestato la sua commozione per le accoglienze trionfali ricevute in URSS e in altri paesi socialisti..."; "Era stato il primo filocomunista nel '58, durante la guerra, e il primo filosovietico nel '59, '60, '61...".
Fu lui a inviare studenti, operai e tecnici cubani ad addestrarsi in diversi paesi socialisti, Urss, Cecoslovacchia e Germania comunista e ad invitare a Cuba tecnici sovietici, distruggendo l'economia cubana, nonostante promesse altisonanti.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 10 ottobre 2017

4 - HO RITENUTO DOVEROSO FIRMARE LA CORREZIONE FILIALE AL PAPA
Intervista al sacerdote e professore Alberto Strumia, ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari e docente alla facoltà teologica dell'Emilia Romagna
Autore: Francesco Boezi - Fonte: Il Giornale, 30/09/2017

La Chiesa vive un periodo di forte dibattito interno. Don Alberto Strumia è stato docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari ed è attualmente docente invitato alla facoltà teologica dell'Emilia Romagna.
Ma è anche uno dei sacerdoti che ha firmato la "correzione filiale" su Amoris Laetitia, l'esortazione apostolica del Papa che tanto sta facendo discutere il mondo cattolico e non. La firma di don Strumia ha suscitato scalpore, essendogli pacificamente riconosciuta una competenza di carattere internazionale tanto in materia teologica quanto in ambito scientifico.
Professor Strumia, perché ha firmato la "correzione filiale" su Amoris Laetitia?
Perché ho ritenuto doveroso farlo, pur non avendo mai immaginato prima di ora che si sarebbe dovuti arrivare ad una decisione così estrema e dolorosa. Osare di indirizzare una correzione dottrinale al Papa lo si può e lo si deve fare solo quando è in pericolo la verità della fede e quindi la salvezza degli appartenenti al popolo di Dio. Il realismo dinanzi agli accadimenti non mi fa illudere che la correzione verrà presa seriamente in considerazione, dal momento che neppure i dubia sollevati da quattro Cardinali hanno ricevuto finora risposta, ma se siamo in tanti a sollecitare il chiarimento c'è una maggiore possibilità anche a causa della visibilità pubblica favorita dalla mediaticità dei nostri giorni. Sono in molti, nella Chiesa, a sentirsi soffocati da un clima negativo nel quale l'abuso del potere viene non di rado a sostituire l'autorevolezza.
In chiave dottrinale, può un sacerdote contraddire il Papa?
La "dottrina della Chiesa" non è inventata dai teologi e neppure dai Papi, ma è fondata sulla Scrittura e radicata nella tradizione della Chiesa. Il Papa è al servizio, come custode e garante di questa continuità e non può spezzarla neppure velatamente, lasciando intendere, con formulazioni ambigue, che oggi si possa credere e fare il contrario di ciò che è stato insegnato finora, dal Magistero, su questioni essenziali come la dottrina dei sacramenti o la morale familiare, con la motivazione che i tempi sono cambiati e il mondo esige un adeguamento. Per questo è un dovere di carità, che ha come scopo la "salvezza delle anime", come si diceva un tempo, e la difesa della stessa dignità del soglio di Pietro e di colui che lo occupa, mettere con il massimo rispetto in risalto queste ambiguità.
Questo dibattito teologico è strumentalizzato? C'è uno scambio meramente dottrinale o sta emergendo nella dialettica una divisione già esistente nella Chiesa?
E' evidente che oggi emerge, nella Chiesa, a livello di vertice, ciò che da cinquant'anni si è innescato dalla base fino a più in alto. La liturgia è divenuta sempre meno sacra e sempre più incentrata sull'inventiva più o meno istrionica dei celebranti e sul protagonismo di animatori sempre più preoccupati di esibire se stessi che di esaltare la centralità del Sacrificio di Cristo, che forse non comprendono nemmeno più. Le omelie sono diventate melense e sentimentali, o comizi politici, e il canto sempre meno liturgico. Chi avrebbe dovuto correggere, si è messo talvolta ad imitare queste stesse tendenze.
Una delle critiche che i tradizionalisti muovono al Pontefice è relativa ad una presunta svolta modernista. E' così?
Intanto bisognerebbe smettere di vedere tutto ciò che sta accadendo nella Chiesa come una contrapposizione tra correnti: "i tradizionalisti" e i "progressisti". La Chiesa non è un partito e le questioni fondamentali della dottrina e della morale non sono riducibili ad "opinioni" di una parte o di un'altra. Qui si tratta di essere cattolici o non di esserlo, cattolici o protestanti, cattolici o gnostici, cattolici o sostenitori di "tutte le religioni sono equivalenti", tanto la "misericordia" (!), autorizza a fare quello che si vuole e non c'è bisogno di nessuna conversione, se non quella che aderisce al "pensiero unico" che crede nel "nuovo ordine mondiale". Come dicevo prima si tratta di una tendenza di matrice modernista e protestantizzante che è in atto da una cinquantina d'anni e che ora è venuta allo scoperto del tutto in questi ultimi anni. Era un fuoco sotto la cenere che ora è stato rinvigorito.
Ma esiste davvero una contrapposizione tra "conservatori" e "progressisti"? Insomma, la parola di Dio non è una sola? Da laici è difficile comprendere queste differenze di visione...
La divisione interna alla Chiesa è un dato di fatto che non si può e non si deve negare: se non ci fosse nessuna divisione, oggi anche sulle questioni fondamentali, sulla dottrina e sul modo di applicarla nella pratica pastorale, non saremmo qui a parlarne. Ma come ho detto è scorretto parlare di una contrapposizione tra "progressisti" e "conservatori". Se il problema fosse solo quello di due linee di tendenza "opinabili" saremmo di fronte ad un pluralismo di scuola che potrebbe essere anche utile alla ricerca teologica, e uno stimolo a gareggiare nell'intraprendere opere culturali e caritative. Ma oggi non è così: quando le divergenze vanno ad intaccare i fondamenti della dottrina, allora non siamo più di fronte a due correnti di pensiero, a due opinioni ammissibili, ma a due dottrine contrapposte, a due chiese separate, di fatto, anche se non giuridicamente. Come due "separati in casa".
Qual è il rapporto della linea dottrinale di questo Pontificato con Martin Lutero e la dottrina protestante?
Si direbbe che Lutero è guardato come un profeta e come un santo, che ha capito con largo anticipo ciò che la Chiesa cattolica non ha compreso finora, condannandosi ad un ritardo storico che sarebbe giunta l'ora di risanare. Eppure, la biografia di Lutero è tutt'altro che presentabile come un capitolo di "agiografia!" La Chiesa si è lentamente, ma inesorabilmente protestantizzata... E il "cavallo di Troia" per far avanzare questo processo è divenuto quello dell'ambiguità, nelle parole e nei gesti, insieme ad una concezione di "misericordia senza pentimento né conversione" che ricorda tanto il pecca fortiter et crede fortius (pecca fortemente e credi ancor più fortemente) di luterana memoria. E di fronte a tutto questo come non si poteva non muovere una "correzione filiale" che mettesse allo scoperto la gravità della situazione?

Nota di BastaBugie: un altro studioso che ha firmato la correzione spiega i suoi motivi nell'articolo qui sotto di cui riportiamo il link

SEI MOTIVI PER CUI HO FIRMATO LA CORREZIONE FILIALE AL PAPA
Il documento pubblicato è un accorato appello al Papa, moralmente lecito e canonicamente legittimo
di Antonio Livi
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4865

Fonte: Il Giornale, 30/09/2017

5 - AVERE UN SEGRETO CON IL CONIUGE È MAI ACCETTABILE?
La fiducia è al vertice di qualsiasi rapporto duraturo e significativo
Autore: Christine Stoddard - Fonte: Aleteia, 6 dicembre 2016

Quello che non dici, nel tuo matrimonio, potrebbe rivelare persino più di ciò che dici. Stacey Greene, autrice di Stronger Than Broken: One Couple's Decision to Move Through An Affair, lo sa meglio di tutti. Dopo aver appreso della relazione clandestina di suo marito, ha scritto un libro per documentare lo straziante viaggio che ha percorso, da donna cristiana, verso la guarigione interiore. Scrivendo e affrontando l'infedeltà del marito, Greene si è resa conto di una verità molto semplice sul matrimonio: non ci sono segreti degni di essere nascosti al proprio coniuge.
"Nel provare a far risuscitare il nostro matrimonio, abbiamo iniziato ad essere brutalmente onesti l'uno con l'altra, anche se sapevamo che questo avrebbe potuto ferire i sentimenti dell'altra persona", dice Greene. "Il matrimonio è duro, ma l'onestà è fondamentale. Se io gli chiedo 'Questo vestito mi fa il fondoschiena grosso' e lui mi risponde, 'Sì', va bene così. Cambio semplicemente vestito".
Ad alcune persone potrebbe sembrare eccessivo, soprattutto se ci si concede una bugia bianca, di tanto in tanto, per risollevare la propria autostima. Ma Greene non ha dubbi, ogni piccolo segreto - persino il più banale, come il non dire ciò che si pensa su un vestito che non dona molto - ha un potenziale effetto domino che conduce ad altri segreti, mettendo a repentaglio la base di fiducia tra marito e moglie.
"La fiducia è al vertice di qualsiasi rapporto duraturo e significativo", sostiene. "Dobbiamo chiederci perché vorremmo nascondere un segreto da nostra moglie o nostro marito. Qual è lo scopo? Cosa temiamo possa scoprire l'altra persona su di noi?" La posizione di Greene suggerisce che i motivi di fondo per dire la verità dovrebbero essere più importanti delle reazioni d'imbarazzo che potrebbe avere il tuo coniuge. La maggior parte delle persone non vuole affatto uscire di casa con un abito che non veste bene.

LA VERITÀ VERRÀ FUORI
Greene sostiene che non importa quale tipo di segreto tu stia pensando di avere, il tuo coniuge in qualche modo scoprirà la verità.
Questo è vero soprattutto riguardo al denaro. "Se hai un segreto finanziario, prima o poi verrà a galla, senza alcun dubbio", afferma. "Forse quando bisognerà fare la dichiarazione dei redditi, oppure nel caso in cui doveste dichiarare bancarotta o perdere la casa. Il matrimonio richiede fiducia e sicurezza". Parlare di soldi non è mai facile, per carità. Ma tra il litigare adesso e il rendersi conto che i tuoi progetti fossero basati sul nulla… cosa sceglieresti? E questo è un principio che vale per entrambi: se sei tu a sentirti all'oscuro di qualcosa in merito alle vostre finanze comuni, non startene in silenzio, parla. Il tempo migliore per sapere le cose è il presente.
Ma l'altra grande bugia che spaventa le coppie sposate è l'infedeltà: "Se la questione è una relazione segreta (tradire o essere traditi) c'è un'alta probabilità che col tempo la tresca venga scoperta", dice Greene. "Se il segreto riguarda la salute (se ad esempio uno dei coniugi ha fatto sesso non protetto), sappiate che il partner innocente può contagiarsi con quelle malattie. Se dalla relazione clandestina è nato un figlio, quel bambino potrebbe andare a cercare i suoi genitori naturali e disgregare le vite della sua famiglia biologica". Ci sono dunque tante possibilità di essere scoperti, e tutte queste fanno soffrire molto più rispetto al sentirsi dire la verità dal proprio coniuge. Ma, ovviamente, in un matrimonio è sempre meglio non fare nulla che tu pensi dovresti nascondere con una bugia.
"Ciò che dobbiamo comprendere sui segreti", ha aggiunto, "è che c'è sempre una possibilità di essere scoperti, il che minerebbe alla fiducia".
Anni Harry, una cattolica sposata, è della stessa opinione: e dato che prima o poi si verrà scoperti, la cosa migliore è essere sempre onesti con il proprio coniuge.
"Sono un libro aperto", dice. "Non gli nascondo nulla, perché credo fermamente che in qualche modo scoprirà tutto. Credo inoltre che una bugia di omissione resta comunque una bugia".

MA CI SONO DELLE, SEPPUR MINIME, ECCEZIONI?
Alcune coppie sposate ribattono dicendo che possono esserci dei segreti minori, a condizione che la relazione sia comunque basata sulla fiducia reciproca e su una comunicazione aperta.
Harry fa l'esempio di un'omissione, scontata e non seria, che in questo periodo è perfettamente a tema: i regali! "Alcuni piccoli segreti - come ad esempio ciò che regalerete per il compleanno, per Natale, ecc. - sono accettabili, ma se si tratta di qualcosa di molto costoso ne parlo prima con lui", sostiene.
La blogger Alicia Schonhardt, che parla di educazione parentale cattolica su Sweeping Up Joy, dichiara che i suoi segreti riguardano degli innocui piaceri.
"I miei segreti riguardano quanta cioccolata ho mangiato in un giorno o quali frivolezze io guardi regolarmente in TV", confessa. "Ma se mi fa una domanda diretta, rispondo onestamente. Sì, guardo Ballando con le stelle. No, non ne sono orgogliosa. Tutto qui".
"Potrebbero esserci altre cose che non gli comunico", aggiunge Schonhardt, "ma nulla che eviterei di dire se lui dovesse parlarne".
Per Chiara Pierpaolo Finaldi, una cattolica sposata che vive a Londra, non è necessario rimarcare continuamente i propri piccoli errori quotidiani… ma non aspettatevi di riuscire a nasconderli a lungo.
"Non dovete necessariamente dire subito che per sbaglio avete rovinato la sua camicia preferita. Alla fine lo scoprirà".
Possono esserci dei segreti, un tantino più consistenti, che fareste comunque bene a mantenere per voi. Molte donne pensano che se un amico ti ha confidato qualcosa che non ha nulla a che vedere col tuo coniuge, forse sarebbe buono non dire nulla.
"Tengo per me quelle cose che le amiche mi rivelano chiedendomi di non dirle a nessuno, ad esempio un matrimonio che sta andando a pezzi", dice Jennie Lawlis Goutet, che gestisce il blog A Lady in France. "Chiedo prima alle mie amiche, sempre. Ma lui rispetta la loro privacy e non indaga ulteriormente su argomenti che loro preferirebbero mantenere riservati".
Un altro tipo di segreto che potrebbe aver senso tenere per voi è, ad esempio, del pettegolezzo sul vostro coniuge.
"Cerco di evitare di dirgli le cose negative che gli altri hanno detto su di lui", rivela Leah Gray, che cura un blog in cui parla della sua esperienza di moglie di una persona affetta da dipendenze. "Mio marito ha dovuto affrontare una dipendenza, e a volte le persone hanno detto cose poco carine. Ma soprattutto cerco di fare in modo che neanche io dia ascolto a quelle parole. È una questione di integrità personale. Lui ignora totalmente queste cose, ma voglio onorarlo anche nella mia vita segreta".
E a parte questo? "Non ho altri segreti con lui", dice Grey. Perché, sebbene ci siano delle piccole eccezioni, la maggior parte dei segreti fanno male e possono causare danni seri.

Fonte: Aleteia, 6 dicembre 2016

6 - VITTORIA PRO-LIFE: TRUMP RIFORMA L'OBAMACARE
Trump finalmente abolisce l'obbligo previsto dall'Obamacare di inserire l'aborto nelle polizze sanitarie
Autore: Marco Respinti - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 09/10/2017

Vittoria schiacciante. Negli Stati Uniti lo Stato non costringerà più i cittadini ad abiurare, a rinnegare la fede e a calpestare la coscienza come aveva imposto il presidente Barack Obama. Venerdì 6 ottobre l'Amministrazione retta dal presidente Donald J. Trump ha emesso una ordinanza che mette fine all'obbligo di passare preparati contraccettivi e abortivi come fossero semplici cachet nel pacchetto delle polizze assicurative accese per i propri impiegati da ordini religiosi, istituzioni quali università e ospedali rette da loro o da enti d'ispirazione religiosa, organizzazioni di ben preciso orientamento quali i comitati promotori delle marce per la vita e aziende che sollevino eccezioni morali.
L'obbligo era stato imposto per legge federale dal "Patient Protection and Affordable Care Act", ovvero la riforma della Sanità firmata da Obama il 23 marzo 2010 e soprannominata "Obamacare", in stile perfettamente totalitario e burlandosi della Costituzione federale che, con il Primo Emendamento, base gloriosa di tutte le libertà civili e politiche dei cittadini statunitensi, garantisce certamente la libertà di credere ma soprattutto il rilievo pubblico della fede, difendendo come pilastro del bene comune e dell'ordine sociale la fede che si fa cultura e addirittura politica. La giornata del 6 ottobre è dunque una grandiosa vittoria sia per il diritto alla vita, visto che la misura dell'attuale governo americano rende più difficile l'accesso agli anticoncezionali, alle pillole killer dei "giorni dopo" e all'aborto chirurgico, sia per la libertà religiosa senza la quale da un lato non vi è merito nell'adorare Dio e dall'altro lo Stato, o chi per esso, finisce addirittura per sostituirsi, inevitabilmente in modo sempre tirannico, a Dio. La fine del dispotismo obamiano muove cioè un passo in più sulla strada della costruzione di «[...] una società a misura d'uomo e secondo il piano di Dio» - come con espressione mirabile per efficacia e pregnanza diceva, sin dal 1981, Papa san Giovanni Paolo II - e quindi contribuisce a fare di un governo di uomini un governo un po' più giusto, dunque più legittimo, quindi migliore oltre che sul piano umano anche in una prospettiva trascendente. Impossibile sottovalutarne la portata.

VOLTARE PAGINA
L'atto del governo Trump s'intitola Religious Exemptions and Accommodations for Coverage of Certain Preventive Services under the Affordable Care Act ed è un regolamento di svariate pagine emesso congiuntamente dall'Internal Revenue Service (l'Agenzia delle Entrate), dall'Health and Human Services Department (HHS, il ministero della Salute) e dall'Employee Benefits Security Administration (la divisione del ministero del Lavoro per la previdenza sociale). Secondo The New York Times, uno dei principali artefici ne è l'avvocato Matt Bowman dell'Alliance Defending Freedom, forse oggi la principale organizzazione americana che si batte, in tutto il mondo, per la liberà religiosa e tra i critici più duri dei diktat dell'"Obamacare". E i vescovi cattolici lo definiscono «[...] un ritorno al senso comune» che «corregge un errore anomalo dei legislatori federali che non avrebbe mai dovuto verificarsi e che non si dovrà mai ripetere».
Quando, sette anni e mezzo fa, Obama finse di garantire l'assistenza sanitaria "a tutti" e impose l'immoralità per legge fu subito affrontato da una "Vandea di popolo" che scatenò un profluvio di denunce e di processi, i più noti dei quali sono quelli intentati dalle Piccole Sorelle dei Poveri (un ordine di suore fondato nel 1839 in Bretagna da santa Maria della Croce [Jeanne Jugan, 1792-1879] per la cura degli anziani) e da Hobby Lobby Stores Inc., la catena di hobbistica e oggettistica di Oklahoma City gestita dai milionari protestanti evangelical David e Barbara Green (600 esercizi per 28mila assunti) cui peraltro nel 2014 la Corte Suprema federale ha dato ragione. Ma adesso l'Amministrazione Trump ha cestinato tutto con un atto d'imperio. Sono sempre stati i giacobini di ogni tempo e latitudine a cancellare le meravigliose e sagge protezioni giuridiche delle libertà che le società cristiane hanno saputo produrre nella storia; ora è lo spirito della civiltà autentica a cancellare i giacobinismi.

IMPEGNO MANTENUTO
Come sottolinea don Frank A. Pavone, battagliero fondatore dei "Priests for Life" e tra i consiglieri cattolici del presidente, è una promessa elettorale mantenuta. Tutto è iniziato il 4 maggio, che negli Stati Uniti marcava la Giornata della preghiera nazionale, quando nel giardino antistante la Casa Bianca, dopo preghiere e invocazioni, Trump firmò in pubblico il decreto esecutivo a difesa della libertà di religione e di espressione; molti conservatori criticarono quel provvedimento perché ancora insufficiente, ma sono le nuove regole diramate venerdì a dimostrare che si sbagliavano.
In maggio Trump invitò le Piccole Sorelle dei Poveri sul podio presidenziale in quello che sul finire si trasformò in un happening emozionante a cui ha partecipato pure Alveda King, nipote protestante di Martin Luther King, impegnatissima a difendere la vita nascente, Trump dalle false accuse di razzismo e la verità dal movimentismo nero ideologizzato. In quell'occasione il presidente disse: «Nessun americano deve essere costretto a scegliere fra quanto stabilisce il governo federale e i princìpi della propria fede». Un'affermazione basilare di statesmanship: lo Stato deve favorire la socialità politica che deriva dall'espressione pubblica della fede e dal suo farsi cultura, e se non ne è del tutto convinto quantomeno assecondarla. La vera laicità è questa. Sempre allora alle suore Trump promise: «Non permetteremo più che i credenti diventino un bersaglio, siano vittime di bullismo o vengano zittiti». È stato un suo impegno sin dall'inizio, da oggi è una misura concreta.
Ora bisogna andare avanti. Un momento decisivo verrà a breve, quando sarà nominato il nuovo ministro della Salute. Tom Price, contrario ad aborto, "matrimoni" omosessuali e ricerche sulle staminali, si è dimesso il 28 settembre per avere usato mezzi di trasporto troppo costosi... Lo ha sostituto ad interim il vice, Donald J. Wright, in attesa di un nuovo ministro a pieno titolo. Candido come una colomba e astuto come un serpente, don Pavone, consigliere del presidente, ha domandato in pubblico a Trump una nomina nettamente pro-life. I precedenti sono incoraggianti. Il 28 aprile Trump ha infatti scelto Charmaine Yoest, già leader dell'organizzazione antiabortista Americans United for Life, come nuova incaricata degli affari pubblici di quel ministero.
La Casa Bianca non è ancora riuscita a smantellare l'"Obamacare", ma le sue imposizioni più odiose sono solo un triste ricordo.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 09/10/2017

7 - IN ALCUNE SCUOLE IN INGHILTERRA NON SI CONTANO PIU' GLI ANNI A PARTIRE DA CRISTO
Con la solita scusa del non offendere i musulmani, non si dirà più 2017 d.C. (dopo Cristo), ma 2017 E.C. (dell'Era Comune)
Autore: Leone Grotti - Fonte: Tempi, 03/10/2017

Sul Corriere della Sera Pierluigi Battista critica una «provocazione decisamente ridicola» dettata dal «politicamente corretto»: quella di molte scuole del Sussex e dell'Essex, contee della Gran Bretagna, che hanno deciso di sostituire la sigla del calendario gregoriano "aC/dC", prima e dopo Cristo, con un più neutro "bce/ce", avanti l'era comune ed era comune. Il tutto per «non offendere gli studenti musulmani».
La notizia purtroppo è vera. Il trend, scoperto per la prima volta da un'inchiesta del Mail on Sunday, è stato descritto come una «grande vergogna» dall'ex arcivescovo di Canterbury, Lord Carey, che afferma di non aver «mai incontrato un singolo leader musulmano o ebraico offeso dal calendario gregoriano». Nel programma di religione 2017, pubblicato dal Consiglio dell'East Sussex, si legge che «i termini BC (avanti Cristo) e AD (anno domini) rimarranno di uso comune ma BCE (avanti l'era comune) e CE (era comune), utilizzati per la prima volta nel sesto secolo, saranno d'ora in poi utilizzati per dimostrare sensibilità nei confronti di coloro che non sono cristiani».

CALENDARIO GREGORIANO IN ARABIA SAUDITA
Secondo Chris McGovern, a capo della Campagna per la vera educazione in Inghilterra, siamo davanti a una «capitolazione davanti al politicamente corretto». Anche il presupposto secondo cui la classica dicitura del calendario gregoriano sarebbe offensiva per i non cristiani è stato negato dal portavoce degli ebrei britannici: «Non penso che a qualcuno interessi se le scuole usano le diciture "avanti Cristo" e "anno domini"». Lo stesso concetto espresso dall'imam Ibrahim Mogra: «Non credo che costituisca un'offesa nei confronti dei musulmani».
Che l'imam abbia ragione lo dimostra anche il comportamento dell'Arabia Saudita, il regno ultraconservatore islamico che ospita le sacre moschee dei musulmani, Mecca e Medina. L'anno scorso Riyad ha deciso che a partire dal primo ottobre il calendario gregoriano sarebbe stato utilizzato in tutti gli uffici pubblici, mandando in soffitta quello islamico. Il motivo ovviamente non è religioso, ma economico: il calendario islamico è lunare e ha 10 o 11 giorni in meno rispetto a quello gregoriano. In questo modo i funzionari lavoreranno 11 giorni in più, senza che lo Stato debba spendere un solo riyal in più.
Il calendario islamico parte dal 622 dopo Cristo, anno in cui è cominciata l'egira, cioè l'abbandono della Mecca da parte del profeta Maometto. L'anno islamico corrente sarebbe il 1438. La misura fa parte del piano di sviluppo Saudi Vision 2030, che ha come obiettivo quello di sganciare la prosperità saudita dalle esportazioni petrolifere, che oggi rappresentano il 46 per cento del Pil nazionale, l'84 per cento delle esportazioni e l'87 per cento delle entrate fiscali. Il piano prevede anche il taglio dello stipendio dei dipendenti pubblici e la decurtazione delle agevolazioni per casa e automobile.

COME IN COREA DEL NORD
Il risultato paradossale è che mentre nel paese più islamico del mondo Gesù scalza Maometto, anche se solo sul calendario, in Europa, un tempo considerata culla della cristianità, Gesù viene scalzato per non offendere Maometto. Le scuole del Sussex e dell'Essex entrano così a far parte di quei pochissimi luoghi del mondo dove non si data il tempo a partire dalla nascita di Gesù Cristo. Si avvicinano paradossalmente a un paese come la Corea del Nord, che parte dalla nascita del padre della patria Kim Il-sung. Attualmente, a Pyongyang, non è infatti il 2017 ma il Juche 106. Nel Sussex e nell'Essex invece è il 2017 dopo l'era comune.

Fonte: Tempi, 03/10/2017

8 - LA MADONNA DEL ROSARIO E LA BATTAGLIA DI LEPANTO
Fede, coraggio e sacrificio di una società che voleva rimanere cristiana (VIDEO: la battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571)
Autore: Cristina Siccardi - Fonte: Corrispondenza Romana, 08/10/2017

Nel 1212 san Domenico di Guzman, durante la sua permanenza a Tolosa, vide la Vergine Maria che gli consegnò il Rosario, come risposta ad una sua preghiera, a Lei rivolta, per sapere come combattere l'eresia albigese.
Fu così che il Santo Rosario divenne l'orazione più diffusa per contrastare le eresie e fu l'arma determinante per vincere i musulmani a Lepanto. Come già per Poitiers (ottobre 732) e poi sarà per Vienna (settembre 1683), la battaglia di Lepanto fu fondamentale per arrestare l'avanzata dei musulmani in Europa. E tutte e tre le vittorie vennero imputate, oltre al valore dei combattenti, anche e soprattutto all'intervento divino.

LA GUERRA DI CIPRO
La battaglia navale di Lepanto si svolse nel corso della guerra di Cipro. Era il 7 ottobre 1571 quando le flotte musulmane dell'Impero ottomano si scontrarono con quelle cristiane della Lega Santa, che riuniva le forze navali della Repubblica di Venezia, dell'Impero spagnolo (con il Regno di Napoli e di Sicilia), dello Stato Pontificio, della Repubblica di Genova, dei Cavalieri di Malta, del Ducato di Savoia, del Granducato di Toscana e del Ducato di Urbino, federate sotto le insegne pontificie. Dell'alleanza cristiana faceva parte anche la Repubblica di Lucca, che pur non avendo navi coinvolte nello scontro, concorse con denaro e materiali all'armamento della flotta genovese.
Prima della partenza della Lega Santa per gli scenari di guerra, san Pio V benedisse lo stendardo raffigurante, su fondo rosso, il Crocifisso posto fra gli apostoli Pietro e Paolo e sormontato dal motto costantiniano In hoc signo vinces. Tale simbolo, insieme con l'immagine della Madonna e la scritta S. Maria succurre miseris, issato sulla nave ammiraglia Real, sarà l'unico a sventolare in tutto lo schieramento cristiano quando, alle grida di guerra e ai primi attacchi turchi, i militi si uniranno in una preghiera accorata. Mentre si moriva per Cristo, per la Chiesa e per la Patria, si recitava il Santo Rosario: e i prigionieri remavano ritmando il tempo con le decine dei misteri. L'annuncio della vittoria giungerà a Roma 23 giorni dopo, portato da messaggeri del Principe Colonna. Il trionfo fu attribuito all'intercessione della Vergine Maria, tanto che san Pio V, nel 1572, istituì la festa di Santa Maria della Vittoria, trasformata da Gregorio XIII in «Madonna del Rosario».

LE FORZE IN CAMPO
Comandante generale della flotta cristiana era Don Giovanni d'Austria di 24 anni, figlio illegittimo del defunto Imperatore Carlo V e fratellastro del regnante Filippo II. Al fianco della sua nave Real erano schierate: la Capitana di Sebastiano Venier, capitano generale veneziano; la Capitana di Sua Santità di Marcantonio Colonna, ammiraglio pontificio; la Capitana di Ettore Spinola, capitano generale genovese; la Capitana di Andrea Provana di Leinì, capitano generale piemontese; l'ammiraglia Vittoria del priore Piero Giustiniani, capitano generale dei Cavalieri di Malta. In totale, la Lega schierò una flotta di 6 galeazze e circa 204 galere. A bordo erano imbarcati non meno di 36.000 combattenti, tra soldati, venturieri e marinai.
A questi si aggiungevano circa 30.000 galeotti rematori. Comandante supremo dello schieramento ottomano era Müezzinzade Alì Pascià. La flotta turca, munita di minore artiglieria rispetto a quella cristiana, possedeva 170-180 galere e 20 o 30 galeotte, cui si aggiungeva un imprecisato numero di fuste e brigantini corsari. La forza combattente, comprensiva di giannizzeri, ammontava a circa 20-25.000 uomini. L'ammiraglio, considerato il migliore comandante ottomano, Uluč Alì, era un apostata di origini calabresi, convertitosi all'Islam. Alì Pascià si trovava a bordo dell'ammiraglia Sultana, sulla quale sventolava un vessillo verde, dove era stato scritto, a caratteri d'oro, 28.900 volte il nome di Allah.

TAGLIATORI DI TESTE, OGGI COME ALLORA
I musulmani di allora tagliavano le teste così come le tagliano oggi quelli dell'Isis: essi non hanno mutato i loro sistemi, mentre i cristiani hanno declinato i loro doveri davanti a Dio e alle loro nazioni, asservendosi non più al Re del Cielo e della terra, ma al padrone degli Inferi. Spiegava san Louis-Marie Grignon de Montfort: «Nel Cielo, Maria comanda agli angeli e ai beati. Come ricompensa della sua profonda umiltà, Dio le ha dato il potere e l'incarico di riempire di santi i troni lasciati vuoti dalla superbia degli angeli ribelli». Tutte le grazie passano per Maria, come ci insegnano i grande teologi mariani ed ecco perché san Pio V, Papa mariano e domenicano, affidò a Maria Santissima le armate ed i destini dell'Occidente e della Cristianità, minacciati dai musulmani.
Da allora in poi si utilizzò ufficialmente il titolo di Auxilium Christianorum, titolo che non sembra doversi attribuire direttamente al Pontefice, ma ai reduci vittoriosi, che ritornando dalla guerra passarono per Loreto a ringraziare la Madonna.
I forzati che erano stati messi ai banchi dei remi furono liberati: sbarcarono a Porto Recanati e salirono in processione alla Santa Casa, dove offrirono le loro catene alla Madonna; con esse furono costruite le cancellate poi poste agli altari delle cappelle. Lo stendardo della flotta fu donato alla chiesa di Maria Vergine a Gaeta, dove è tuttora conservato e che attende di essere ancora issato nei cuori di coloro che si professano cristiani e vogliono difendere le proprie radici di fronte al proselitismo sanguinario dell'Isis.

Nota di BastaBugie: video di sei minuti con la ricostruzione della Battaglia navale dove la Lega Cristiana sconfisse la Flotta Turca nel Golfo di Lepanto e Patrasso


https://www.youtube.com/watch?v=LAgxnA8dymo

Fonte: Corrispondenza Romana, 08/10/2017

9 - OMELIA XXVIII DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 22,1-14)
Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 15 ottobre 2017)

Nella parabola del Vangelo di oggi, il regno dei cieli è paragonato ad un banchetto di nozze. Già nella prima lettura il profeta Isaia annunciava la salvezza di Dio adoperando la stessa immagine del convito, al quale tutti i popoli sono invitati. Questo banchetto è simbolo della redenzione offerta da Dio a tutte le nazioni. Allora il Signore «eliminerà la morte per sempre e asciugherà le lacrime su ogni volto» (Is 25,8).
La parabola del Vangelo è molto simile a quella della domenica scorsa. Essa parla di «un re che fece una festa di nozze per suo figlio» (Mt 22,2). Il re è Dio che offre al suo popolo la salvezza. I servi mandati a chiamare gli invitati alle nozze sono i profeti che dovevano preparare gli Ebrei alla venuta del Messia. Gli invitati, che rifiutano l'invito e maltrattano e uccidono i servi, sono proprio i Giudei, come pure tutti quelli che rifiutano Gesù.
Allora il re rivolge il suo invito a tutti, e manda i suoi servi a chiamare chiunque essi avessero trovato. Questo particolare simboleggia la predicazione della Chiesa, la quale annuncia la salvezza al mondo intero. Così «la sala delle nozze si riempì di commensali» (Mt 22,10). Questa sala simboleggia proprio la Chiesa dove non tutti sono santi, e vi è una compresenza di buon grano e di zizzania.
Per prendere parte alla festa di nozze del Figlio di Dio, ovvero per conseguire la salvezza, bisogna indossare l'abito nuziale. L'abito nuziale rappresenta la grazia di Dio di cui deve essere rivestita l'anima. Chi manca di questo abito è cacciato fuori della sala, nelle tenebre, ove «sarà pianto e stridore di denti» (Mt 22,13). Queste parole indicano chiaramente l'inferno, dove finiscono eternamente tutti quelli che muoiono in peccato mortale. La verità dell'inferno e della sua eternità è stata ripetutamente insegnata dalla Chiesa. È una verità scomoda, certamente, di cui però non possiamo tacere senza renderci gravemente responsabili.
La Chiesa deve richiamare l'attenzione di tutti i fedeli su questa tremenda possibilità di perdere eternamente l'amicizia con Dio. L'inferno testimonia in qualche modo l'infinito amore di Dio per l'uomo. Dio, infatti, ci ha donato la libertà e la possibilità di scegliere il destino eterno che noi vogliamo. Ciascuno raccoglierà ciò che avrà seminato.
Quando moriremo entreremo nell'eternità e così si fisserà irrevocabilmente la condizione della nostra anima: se sarà in grazia di Dio, essa sarà eternamente salva; se, al contrario, sarà in peccato mortale, l'anima rimarrà eternamente in questo rifiuto di Dio e della sua salvezza.
A commento di questa parabola, Gesù dice: «Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti» (Mt 22,14). Questa frase di Gesù ci fa comprendere tutto il rispetto che Dio ha per la nostra libertà: Egli chiama tutti, ma spetta a noi decidere se accogliere il dono di Dio e conseguire così la nostra eterna felicità.
Noi perdiamo la candida veste della Grazia divina con il peccato mortale. I peccati mortali più diffusi, per fare solo alcuni esempi, sono le bestemmie, i peccati contro la purezza e contro la vita, e il peccato di non andare alla Messa la domenica. Pensiamo poi ai furti e alle maldicenze con le quali roviniamo gravemente la buona fama del nostro prossimo. Con il sacramento della Confessione, se ci confessiamo con vivo pentimento e sincero proposito, noi recuperiamo la splendente veste dell'innocenza e possiamo assiderci degnamente al banchetto dell'Eucaristia.
Tante volte si sente dire che non è bene parlare dell'inferno, che ciò spaventa i fedeli, e che bisogna parlare solo della Misericordia di Dio. Riflettiamo bene che un tale modo di agire è pericoloso. Un fedele deve conoscere tutta la verità e deve sapere bene a cosa porta il cattivo uso della sua libertà, e quelle che sono le conseguenze eterne dei nostri pensieri, delle nostre parole, opere e omissioni.
Ai giorni d'oggi si pensa molto poco all'eternità e si trascura la salutare meditazione sui "Novissimi", ovvero sulle realtà ultime che ci attendono alla fine della nostra vita: morte, Giudizio, inferno e Paradiso. Non si pensa a questo preferendo dormire tranquilli, mettendo a tacere la nostra coscienza. Un Santo diceva: penso all'inferno per non andarci dopo morte. Pensiamo anche noi a queste ultime realtà, le uniche veramente certe nella nostra vita.
A Fatima, la Madonna fece vedere l'inferno a tre piccoli bambini, invitandoli a pregare e a offrire sacrifici affinché i peccatori si convertano e tornino nell'amicizia con Dio. Di fronte ad un appello così accorato rivolto non solo ai tre bambini, ma a tutti i cristiani di buona volontà, non possiamo rimanere indifferenti. Preghiamo e offriamo sacrifici anche noi e così eserciteremo la più grande carità fraterna.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 15 ottobre 2017)

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