BastaBugie n°529 del 25 ottobre 2017

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1 LA VERA PARTITA CHE SI STA GIOCANDO NEL MONDO
Trump e Orban stanno combattendo in difesa dell'identità nazionale (e inoltre Trump sta imponendo clamorose misure a favore della vita umana dal concepimento alla morte naturale)
Autore: Benedetta Frigerio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
2 OMELIA FOTOCOPIA PER SACERDOTI STANDARD
Indipendentemente dalle letture, ricorre spesso il mantra ''Dio ti ama così come sei'', eppure le cose non stanno proprio così...
Autore: Stefano Fontana - Fonte: Vita Nuova Trieste
3 GANG ISLAMICHE A CACCIA DI RAGAZZINE BIANCHE
Ennesima serie di stupri commessi da gruppi di musulmani in Gran Bretagna... ormai l'immigrazione senza controllo sta diffondendo il caos in Europa
Autore: Lorenza Formicola - Fonte: L'occidentale
4 IL PAPA CORREGGE CON VIGORE IL CARD. SARAH
Il prefetto della Congregazione per il Culto Divino aveva tentato di arginare la libertà sulla liturgia concessa dal motu proprio Magnum Principium alle Conferenze episcopali
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
5 FESTA DELLA TRASFIGURAZIONE (IN RICORDO DELL'EROICA BATTAGLIA DI BELGRADO)
6 agosto 1456: la vittoria militare dell'Occidente che fermò gli Ottomani umiliando la ferocia islamica
Autore: Umberto Maiorca - Fonte: Totus Tuus
6 IL PERICOLO DEL NUOVO PASTORALISMO SOCIALE
Nuovo libro dell'arcivescovo di Trieste Giampaolo Crepaldi intervistato da Stefano Fontana (VIDEO: i doveri della politica nei confronti della religione vera)
Autore: Osservatorio Van Thuân, 16/10/2017 - Fonte: Silvio Brachetta
7 LE SPESE PAZZE DI GALANTINO E SAT 2000 CON I SOLDI DELL'8XMILLE
La tv della Cei ridimensiona i programmi religiosi e diventa sempre più mondana con presentatori famosi
Autore: Antonio Righi - Fonte: Libertà e Persona
8 UNA RACCOLTA DI FIRME IN FAVORE DEL PAPA IN RISPOSTA ALLA ''CORRECTIO FILIALIS''
Tra i firmatari qualche nome imbarazzante, ad esempio una signora, Martha Heizer, presidente dell'associazione austriaca ''Noi siamo chiesa'' che fu scomunicata nel 2014 proprio da Papa Francesco
Autore: Marco Tosatti - Fonte: Libertà e Persona
9 OMELIA XXX DOMENICA T.O. - ANNO A (Mt 22,34-40)
Amerai il tuo prossimo come te stesso
Fonte: Il settimanale di Padre Pio
10 OMELIE DELLA SOLENNITA' DI TUTTI I SANTI E DELLA COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI - ANNO A (Mt 5,1-12a; Gv 6,37-40)
Beati i poveri in spirito
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - LA VERA PARTITA CHE SI STA GIOCANDO NEL MONDO
Trump e Orban stanno combattendo in difesa dell'identità nazionale (e inoltre Trump sta imponendo clamorose misure a favore della vita umana dal concepimento alla morte naturale)
Autore: Benedetta Frigerio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 18/10/2017

Negli stessi giorni del centenario della fine delle apparizioni di Fatima (13 ottobre), i rappresentanti di due paesi hanno fatto discorsi del tutto simili, mostrando la vera partita che si sta giocando nel mondo. Quella fra chi crede che l'identità sia un muro divisivo da smussare e quella di chi sostiene che la valorizzazione di essa sia una ricchezza per l'uomo e per le nazioni. Dopo il Rosario dei polacchi alle frontiere, che non hanno solo affermato un'identità nazionale, ma le proprie radici cristiane e la dipendenza dell'uomo da Dio (è questo il vero fondamento dell'identità che fa progredire la storia e che oggi si teme di affermare, come se ciò fosse vero solo per chi crede) è stato il turno dell'Ungheria di Viktor Orban e poi quello degli Stati Uniti di Donald Trump.

L'ANALISI DI ORBAN
Il 13 ottobre Trump è tornato a parlare al Values Voter Summit, la conferenza politica annuale che raccoglie numerose organizzazioni che indirizzano il loro voto in base al rispetto del diritto naturale (quindi ai princìpi della vita, della famiglia, della fede, della libera iniziativa e dalla libertà di espressione). Mentre il giorno precedente Orban aveva aperto la più grande conferenza mai supportata da un governo per far fronte alle persecuzioni cristiane nel mondo, a cui hanno partecipato 30 paesi e i loro leader cristiani.
L'analisi di Orban è agghiacciante nel suo realismo, quando denunciando "il politicamente corretto e l'incantesimo dei diritti umani che confonde tutto" e "il silenzio apatico dell'Europa che nega le sue radici cristiane", ha spiegato che le politiche immigratorie che permettono a tutti, compresi "gli estremisti pericolosi", di avanzare "trasformeranno radicalmente" la cultura e l'identità cristiane "in poche generazioni".
Razzista? Peccato che Orban sia seriamente impegnato nell'aiuto delle comunità perseguitate con un ministero dedicato a loro, perché "altrimenti Dio ce ne chiederà conto". Ma ecco cosa intende Orban per aiuto, sottolineando il punto principale della questione: "Quando li aiutano a tornare nelle loro terre di origine gli ungheresi adempiono ad una missione", quella di "preservare le autonomie nazionali... di preservare i loro paesi". Non a caso il patriarca caldeo, Louis Sako di Baghdad, ha ringraziato il governo ungherese per l'aiuto ricevuto facendo riferimento alle donazioni di 2,4 milioni di dollari per aiutare 1.000 famiglie a ritornare in Iraq, scongiurando un nuovo esodo. Fra le altre azioni ci sono le costruzioni di scuole, case e di fondi per lo studio.
È così che, "mettendo da parte il politicamente corretto, si devono aiutare i cristiani con tutte le proprie forze", ha continuato Orban, perché "se un guardiano vede il nemico avvicinarsi e non suona l'allarme, il Signore riterrà tale guardiano responsabile per la morte di coloro che vengono uccisi a causa della sua inazione". Inoltre, ha concluso, dopo un regime comunista che impoverì il paese minando la sua identità, l'Ungheria che oggi sta prosperando, "riconosce l'importanza dell'identità nazionale per sé" e dunque "anche per gli altri".

L'ANALISI DI TRUMP
Quello di Trump è un discorso che, oltre a citare, al pari di Orban, Dio come fattore oggettivo e necessario anche alla politica, dimostra le ragioni del premier ungherese e delle altre nazioni europee, prima vittime del comunismo, che oggi riconoscono l'importanza del cristianesimo: "L'America - ha cominciato il presidente - è una nazione di credenti e insieme siamo rafforzati e sostenuti dal potere della preghiera". Poi ha parlato del suo popolo "come capace di opporsi al male e all'odio con coraggio e amore" facendo riferimento alla sparatoria di Las Vegas dove donne e uomini hanno dato la vita per salvarne altri. Mentre durante l'uragano Harvey un imprenditore, padrone dell'azienda "Mattress Mack", ha perso molti soldi per aiutare le persone alluvionate affermando che "la mia fede è ciò che mi definisce, è chi sono. Possiamo permetterci questo [il costo in dollari] ... ma quello che non possiamo permetterci... è causare la perdita della speranza delle persone". Insomma, ha sottolineato Trump, "gli uomini e le donne che hanno rischiato la loro vita per salvare i loro concittadini hanno dato prova delle parole della scrittura: "La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta".
Subito dopo Trump ha chiarito un altro aspetto dell'identità americana che rende il paese davvero accogliente, si tratta "degli stessi valori condivisi e immutabili. Condividiamo il rispetto per la dignità di ogni vita umana. Crediamo in famiglie forti e in comunità sicure. Onoriamo la dignità del lavoro. Difendiamo la Costituzione. Proteggiamo la libertà religiosa... Siamo orgogliosi della nostra storia... Celebriamo i nostri eroi e onoriamo ogni americano che indossi l'uniforme. Rispettiamo la nostra meravigliosa bandiera americana. E siamo uniti dai nostri costumi, credenze e tradizioni che definiscono chi siamo come nazione e come popolo". Poi il riferimento a chi, come i padri fondatori, sa cosa rende un paese felice e prospero: "George Washington disse che "la religione e la moralità sono inseparabili" nel raggiungimento della felicità dell'America... della sua prosperità, del suo pieno successo. Sono la nostra fede e i nostri valori ad inspirarci e a darci la chiarezza per agire con coraggio e per sacrificarci per ciò che capiamo essere giusto".
Pertanto "i padri fondatori dell'America hanno evocato il nostro Creatore per ben quattro volte nella Dichiarazione di Indipendenza". Ma "come sono cambiati i tempi", ha constatato, promettendo però che "le cose torneranno come prima". Infine, un altro accenno alla preghiera, visto che lo stesso "Benjamin Franklin ricordò ai suoi colleghi dell'Assemblea Costituente di cominciare piegando la loro testa in preghiera. Perciò, la libertà religiosa è contemplata subito nel primo emendamento della Carta dei Diritti. Mentre noi tutti promettiamo fedeltà così - in modo veramente bello - come una nazione sottomessa Dio". Quindi, come i polacchi hanno ricordato: "Questa è l'eredità dell'America, un paese che non dimentica che siamo tutti - tutti, ognuno di noi - creati dallo stesso Dio del Paradiso... vi prometto che nell'amministrazione Trump la nostra tradizione religiosa sarà amata, protetta e difesa come non è mai accaduto prima".

L'ELENCO DEI PROVVEDIMENTI A FAVORE DEI PRINCIPI NON NEGOZIABILI
Poi il presidente ha fatto l'elenco dei provvedimenti, pro family, pro life e a favore della libertà religiosa presi in nove mesi fra cui la libertà di parlare della vita pubblica anche dei "pastori, preti o rabbini", perché "queste sono le persone che vogliamo ascoltare e non saranno più tenute in silenzio". Poi il riferimento alle Little Sister of Poor (le suore in causa con il governo Obama che obbligava a pagare la contraccezione e l'aborto ai propri assistiti): "Sono dovute passare per l'inferno... voglio davvero dire a tutti che le Little Sister of Poor e altre persone di fede vivono una chiamata bellissima e noi non lasceremo che i burocrati le sottraggano dalla loro chiamata o che le privino dei propri diritti". Così, "stiamo frenando gli attacchi ai valori giudeo-cristiani".
Il discorso prosegue parlando della bellezza del Natale (parola prima censurata), dei tagli delle tasse, degli incentivi pro family e delle politiche per favorire i lavoratori americani, per cui il tasso di disoccupazione "è il più basso degli ultimi 17 anni" e "il mercato azionario ha toccato il picco storico". Lo stesso vale per l'Ungheria, dove le politiche pro famiglia e a favore delle imprese nazionali hanno incrementato le nascite, diminuito i divorzi e la povertà e alzato il tasso di occupazione (il governo Ungherese destina il 4 per cento del suo Pil allo sviluppo delle politiche familiari).
È così che Trump sta sfidando il relativismo e il nichilismo radicali, nati in casa propria e di cui l'Europa centro-meridionale sta facendo una bandiera pericolosa: "Troppo a lungo i politici hanno provato a centralizzare il potere nelle mani di pochi... I burocrati credono di poter dirigere le nostre vite, di sovvertire i valori, di mettere le mani sulla tua fede e di dirti come devi vivere, cosa devi dire, come devi pregare". Ma sono "la fede e la preghiera" ad aver sviluppato la sussidiarietà americana per cui "sappiamo che sono la famiglia e la chiesa, non i funzionari di governo, che sanno come meglio creare solide e amorevoli comunità. E soprattutto sappiamo questo: in America non veneriamo il governo, veneriamo Dio. Inspirati da questa convinzione stiamo riportando la chiarezza morale sulla nostra visione del mondo e delle sfide che dobbiamo affrontare".

CHIAMARE IL MALE CON IL SUO NOME
Anche in politica estera Trump ha detto di voler chiamare "il male con il suo nome... faremo fronte alle minacce che mettono in pericolo la nostra nazione, i nostri alleati e il mondo, inclusa la minaccia del terrorismo islamico radicale. Abbiamo fatto grandi passi avanti contro l'ISIS - passi avanti enormi... Non sono mai stati colpiti come ora". Tutto ciò anche grazie al "coraggio e compassione... Noi vediamo questo spirito negli uomini e nelle donne che si arruolano in maniera disinteressata nelle nostre forze armate e, veramente, che si buttano e rischiano la loro vita per Dio e per il nostro Paese. E lo vediamo nelle madri e nei padri che si alzano all'alba, fanno due lavori, a volte tre. Si sacrificano ogni giorno per il sostentamento e il futuro dei loro figli... e si assicurano che il futuro dei loro figli comprenda Dio, per loro così importante... lo vediamo nelle comunità ecclesiali che si riuniscono per prendersi cura l'uno dell'altro, per pregare l'uno per l'altro e per farsi forza l'un l'altro nel momento del bisogno... Finché saremo orgogliosi nel nostro Paese, avremo fiducia nel nostro futuro e fede nel nostro Dio, allora l'America prevarrà". E "lasceremo in eredità le benedizioni della libertà e le glorie di Dio ai nostri figli. I nostri valori resisteranno, la nostra nazione fiorirà, i nostri cittadini prospereranno e la nostra libertà trionferà".
Un'alternativa radicalmente opposta che costringe a scegliere: o la fioritura della propria identità cristiana, con tutte le sue implicazioni sociali, morali, culturali, legali, capace di un'accoglienza reale e forte. Oppure un'identità fiacca, amputata di tutte queste implicazioni, che lascia spazio alla violenza islamista e al decadimento della persona (indebolita dal non sapere bene chi è e per cosa si vive) e quindi delle famiglie, dei legami, del lavori e della solidarietà occidentali".

Nota di BastaBugie: Marco Respinti nell'articolo sottostante dal titolo "La Sanità Usa protegge la vita, sin dal concepimento" parla delle clamorose misure prese dall'amministrazione Trump a favore della vita.
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 16 ottobre 2017:
Un altro centro pieno messo a segno dall'Amministrazione Trump. La vita umana è intangibile dal concepimento alla morte naturale. È quanto sta scritto nel piano strategico per il periodo 2018-2022 del ministero della Salute degli Stati Uniti (Department of Health and Human Services, HHS) reso pubblico all'inizio di ottobre. Adesso il testo è, come prassi, aperto ai commenti di tutti i soggetti coinvolti nell'attività del Ministero e lo sarà fino al 27 ottobre. Per questo viene - tecnicamente - definito «draft», sostanzialmente un "testo di lavoro". Ma la sostanza è stabilita, e la notizia una bomba.
Nero su bianco, il ministero della Salute scrive infatti: «L'HHS svolge la propria missione attraverso programmi e iniziative che coprono uno spettro ampio di attività, servendo e proteggendo gli statunitensi a ogni stadio della vita, a iniziare dal concepimento» (rigo 60). E poi: «Una componente importante della missione dell'HHS è servire tutti gli statunitensi dal concepimento alla morte naturale [...]» (rigo 846). Il linguaggio non potrebbe essere più tranchant. L'attività del governo degli Stati Uniti in campo medico-sanitario - dice senza giri di parole il documento - è anzitutto e soprattutto quella di servire la vita così come essa è come essa è data senza che mano umano interferisca, e ciò costituisce una missione. Servire e proteggere sono i verbi adoperati, come nel motto della polizia americana: la funzione del ministero della Salute è cioè quella di essere la forza dell'ordine a tutela della vita, il pastore della vita umana. È la politica colta nella sua funzione autentica.
L'aborto e l'eutanasia non sono dunque possibilità che possano essere prese in considerazione. Per gli Stati Uniti d'America non lo sono più. Sono escluse. Certo, stante che negli Stati Uniti l'aborto è legale dal 1973, questa presa di posizione dell'Amministrazione attuale confligge con la legge federale: il governo in carica, attraverso quella sua agenzia che è il ministero della Salute, sconfessa una legge dello Stato. Al di là di forme, cavilli e proceduralismi, nella sostanza la sorpassa, la rende inutile, vi ci si ribella. Per usare una categoria che accende l'immaginazione e la passione, una categoria ideale già evocata per accadimenti analoghi, è una "Vandea", ma stavolta una "Vandea di governo" che rispedisce al mittente una misura legislativa irricevibile. La cosa non potrebbe essere più clamorosa.
Potrebbe colpire il fatto che l'Amministrazione Trump non l'abbia accompagnata con fiati di trombe e garrire di vessilli, come sarebbe nel suo stile, ma bisogna capirla. Se è vero, com'è vero, quel che abbiamo testé scritto, ovvero che il piano dell'HHS afferma esattamente il contrario di quanto stabilisce la legge dando effettivamente corso a una prassi opposta, i termini del conflitto fra "pezzi dello Stato" sono enormi. Le conseguenze potenzialmente incalcolabili. Lo scontro inevitabile. E la prima a saperlo è proprio l'Amministrazione Trump che fino a quando il Congresso non troverà la quadra che permetterà di smantellarla e sostituirla, fa tutto quanto è in proprio potere senza prevaricare le prerogative del Congresso per svuotare dall'interno il "Patient Protection and Affordable Care Act", ovvero la riforma della Sanità firmata dal presidente Barack Obama il 23 marzo 2010 e soprannominata "Obamacare", a partire dalle sue clausole più immorali e insopportabili: quelle che riguardano il principio non negoziabili della difesa della vita umana.
Ora, il presidente Donald J. Trump e il suo governo sanno benissimo di essere costantemente nell'occhio del ciclone, nel mirino di potentati che non si sono affatto rassegnati a lasciare che le cose siano; e se questo vale per ogni e qualsiasi mossa dell'Amministrazione, è vero soprattutto per le cose che più contano, quelle che evocano princìpi primi, quelle che apportano allo status quo modifiche strutturali. Quindi, per quanto l'Amministrazione non disdegni il confronto maschio, e non si sia mai tirata indietro di fronte ad alcun alterco, già è stata a volte costretta ad accusare il colpo. Quindi, di fronte a una questione tanto decisiva come quella toccata dal nuovo piano dell'HHS, foriera di novità di cui non si sottolineerà mai abbastanza la portanza epocale, ha scelto non tanto il profilo basso, ma la strategia di chi è candido come colomba e astuto come serpente. Senza proclami altisonanti, ha vergato un'affermazione "di minoranza" (in realtà di maggioranza, ma spesso la maggioranza è sin troppo silenziosa) e "impopolare" (solo perché i capipopolo hanno già molto massificato la gente al pensiero unico) che ovviamente è divisiva, che forse potrebbe anche essere rigettata, ma che pone comunque un punto fermo di cui potranno parlare i libri di storia: per questo governo degli Stati Uniti la vita umana è data e intangibile dal concepimento alla morte naturale, e unico compito dello Stato è quello d'inginocchiarsi a questa evidenza servendola nel migliore dei modi possibili e con tutto se stesso.
Le conseguenze sono incalcolabili. La prima l'abbiamo già salutata. È l'ordinanza che, emessa congiuntamente il 6 ottobre dall'Internal Revenue Service (l'Agenzia delle Entrate), dall'HHS e dall'Employee Benefits Security Administration (la divisione del ministero del Lavoro per la previdenza sociale), mette fine all'obbligo di passare preparati contraccettivi e abortivi nel pacchetto delle polizze assicurative accese per i propri impiegati da ordini religiosi, istituzioni quali università e ospedali rette da loro o da enti d'ispirazione religiosa, organizzazioni di ben preciso orientamento quali i comitati promotori delle marce per la vita e aziende che sollevino eccezioni morali.
C'è da scommetterci che siamo solo all'inizio. Perché l'idea forte con cui Trump si è, per primo lui, scoperto di voler guidare il Paese più potente del mondo è quella risuonata secca e precisa nelle parole che il presidente ha pronunciato venerdì 13 ottobre al Values Voter Summit, la convenzione annuale di tutto il mondo social conservative organizzata a Washington dal Family Research Council: «Fino a che saremmo orgogliosi del nostro Paese, avremo fiducia nel futuro e fede nel nostro Dio, gli Stati Uniti prevarranno». Verbo strano, «prevarranno». I fan delle prospettive solo muscolari avrebbero certo preferito "vinceranno". Ma «prevarranno», al futuro, lo usa il Vangelo, preceduto dalla negazione «non», in relazione alle porte dell'Inferno. No, no siamo diventati visionari. Abbiamo solo imparato che la storia ridotta alla mera dimensione orizzontale parla solo a metà, mentre Fatima ce ne ha insegnato anche la dimensione verticale. 100 anni fa la Madonna promise che il mondo avrebbe avuto pace vera se fosse stata posta fine agli errori diffusi nel mondo delle grandi nazioni ideocratiche. L'Unione Sovietica, certo, ma non solo. Venerdì 13 ottobre, quando il presidente del Paese più importante del mondo diceva quel che ha detto, ricorreva il centenario della sesta e ultima apparizione di Fatima.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 18/10/2017

2 - OMELIA FOTOCOPIA PER SACERDOTI STANDARD
Indipendentemente dalle letture, ricorre spesso il mantra ''Dio ti ama così come sei'', eppure le cose non stanno proprio così...
Autore: Stefano Fontana - Fonte: Vita Nuova Trieste, 20/10/2017

Da un po' di tempo noto che gran parte delle omelie che ascolto la domenica durante la Messa dicono sempre la stessa cosa. Qualsiasi siano le letture da commentare, come un singolare mantra ripetono lo stesso concetto che possiamo riassumere in questa frase: Dio ti ama così come sei.
L'attenzione è posta sulla misericordia di Dio, che ci accoglie nonostante le nostre debolezze e fragilità. In genere in queste omelie di "peccato" si parla ormai poco. La parola è sostituita appunto da debolezza e fragilità, davanti alle quali si prova di solito un sentimento di misericordia.
La conclusione di queste omelie fotocopia è quindi che non dobbiamo giudicare, non dobbiamo essere legalisti nel senso di rammaricarci se non riusciamo a rispettare la legge di Dio, e che l'unica cosa importante è ricambiare questo amore di Dio che, appunto, ci ama così come siamo.

SEGUIRE I COMANDAMENTI
In questo tipo di omelia, colui che pensa sia doveroso - proprio per amore di Dio - seguire la legge e i suoi comandamenti, viene considerato come un nuovo fariseo, che cerca la giustificazione seguendo delle regole esteriori e formalistiche. La morale naturale e cattolica viene quindi vista come "moralismo" e la dottrina morale come qualcosa di astratto che non tiene conto delle fragilità e delle debolezze umane.
Anche domenica scorsa mi è toccato di sentire questa predica, nonostante il brano evangelico del giorno fosse piuttosto duro e non permettesse per niente questa interpretazione. Il re che aveva fatto un banchetto per il matrimonio del figlio fa gettare fuori dal convito chi non si era presentato con l'abito adatto e lo fa buttare là dove c'è pianto e stridore di denti. Era evidente che si trattava di un giudizio di condanna. Ma l'omelia ha completamente trascurato questo aspetto, sostenendo che Dio invita tutti al banchetto, nonostante le nostre debolezze e fragilità che poi, una volta entrati, possiamo trasformare in cose buone. Nessun cenno al giudizio espresso dal Re e alla condanna.

MISERICORDIOSAMENTE GIUSTO E GIUSTAMENTE MISERICORDIOSO
La Chiesa ci ha sempre insegnato che Dio è misericordiosamente giusto e giustamente misericordioso. La filosofia cristiana ha sempre sostenuto che Dio è assoluta semplicità e quindi in Lui la misericordia e la giustizia sono la stessa cosa. Non c'è la prevalenza dell'una sull'altra. Ci ha anche sempre insegnato che la legge morale naturale (i dieci comandamenti per capirci) sono anch'essi precetti divini e che Dio non ci dà solo degli ideali ma anche degli ordini a cui obbedire. Tali precetti non sono astratti e lontani dalla vita concreta, ma sono le luci per poter affrontare le situazioni della vita concreta. Rappresentano sì un giogo, perché richiedono sacrificio, ma si tratta di un gioco "dolce" da sopportare e per il quale Dio ci dà il suo aiuto tramite la grazia santificante. Il peccato non è una fragilità, perché delle fragilità non siamo moralmente e religiosamente responsabili, mentre dei peccati sì. Il peccato non è solo un generico rifiuto di Dio, ma è anche il rifiuto dei suoi comandamenti, perché l'amore per Dio lo si dimostra seguendo quello che ci ha detto di fare.
Chi fa il peccato sa che così facendo non piace a Dio e, in fondo, non piace nemmeno a se stesso. Dopo il peccato Dio ci accoglie, ma pentiti e confessati in un sacramento da lui concessoci e che presuppone il giudizio e la condanna.

Fonte: Vita Nuova Trieste, 20/10/2017

3 - GANG ISLAMICHE A CACCIA DI RAGAZZINE BIANCHE
Ennesima serie di stupri commessi da gruppi di musulmani in Gran Bretagna... ormai l'immigrazione senza controllo sta diffondendo il caos in Europa
Autore: Lorenza Formicola - Fonte: L'occidentale, 11/08/2017

"Tutte le donne bianche sono buone solo a una cosa. Per gli uomini come me sono da abusare e utilizzare come spazzatura. Nient'altro".
A parlare è uno degli imputati coinvolti in quella che è stata battezzata "operazione santuario": l'ennesima indagine su sfruttamento sessuale e abuso di minori per mano di "asiatici" in Gran Bretagna.
E' balzata agli onori della cronaca non troppe ore fa dopo che a Newcastle diciassette uomini e una donna sono stati ritenuti colpevoli - la sentenza definitiva arriverà a settembre - di abusi e spaccio di droga. Niente di nuovo sotto il sole d'Inghilterra, insomma, neanche per questa estate.
L'inchiesta di grandi dimensioni, di cui Newcastle è solo la punta di diamante ha portato, fino ad ora, all'arresto di 461 persone, all'interrogatorio di 703 denunciati e contato almeno 700 vittime.

TUTTE BIANCHE E DI ETÀ COMPRESA TRA I TREDICI E I VENT'ANNI
Siamo di fronte al settimo scandalo che ha per protagonista una gang islamica che ha colpito il Regno Unito dopo i casi infami di città come Rotherham, Rochdale, Oxford e Bristol, e di cui vi abbiamo già raccontato.
La banda dei diciotto "asiatici" - come piace chiamarli al politicamente corretto - di Newcastle usava adescare ragazzine e adolescenti con festini in cui droga e alcool erano l'esca e contemporaneamente il mezzo con cui avvenivano le violenze sessuali. Abusi che spesso si perpetravano ai danni di tredicenni e quindicenni in completo stato di incoscienza.
Per la prima volta, da quando seguiamo casi di questo genere, è arrivata una dichiarazione atipica in cui a esporsi è direttamente il capo della polizia di Nothumbria, Steve Ashman. "Non esiste alcuna correttezza politica. Questi sono criminali e non c'è stata alcuna esitazione nell'arrestarli e continueremo ad utilizzare tutti i mezzi a nostra disposizione".
Niente di troppo sofisticato, lo ammettiamo, ma, rispetto a quanto ci avevano abituato le autorità in passato per vicende simili, un filo di soddisfazione lo proviamo. E Steve Ahaman ha ammesso di aver preso parte alla più grande e complica operazione della sua carriera, ha aggiunto anche che "la maggior parte dei detenuti non sono mica bianchi. Vengono dal Bangladesh, dal Pakistan, dall'Iran, dall'Iraq, sono curdi, turchi, albanesi e orientali".

DEVASTATA UN'INTERA COMUNITÀ
Gli eventi sono accaduti tra il 2010 e il 2014 e hanno devastato un'intera comunità che, però, si è dimostrata disponibile a collaborare a differenza di casi già raccontati dove la resistenza e l'omertà si sono manifestate sia da parte delle autorità che della gente del posto.
Il che ha consentito in tempi relativamente più brevi di portare a compimento le indagini. Grazie alla testimonianza drammatica di una tredicenne raccolta dal Daily Mail è stato possibile ricavare le dinamiche con cui la gang islamica mieteva vittime. La festa, la droga e poi un uomo dopo l'altro.
Ed è sempre il quotidiano inglese ad aggiungere dettagli, raccontando anche della decisione - fortemente criticata dal NSPCC (Società nazionale per la prevenzione della crudeltà sui bambini) - della polizia di pagare circa 10.000 sterline dei soldi dei contribuenti ad uno degli indagati perché agisse da spia.
Ma la polizia spiega che infiltrare la gang ha permesso di arrivare prima alla conclusione di una parte dell'operazione e di prevenire altri abusi.
L' 'operazione santuario' andrà avanti. E lo farà nella consapevolezza delle autorità che Newcastle non è l'ultima città inglese ad essere ostaggio di gang islamiche a caccia di ragazzine bianche.
Eloquenti in tal senso sono state le parole del direttore esecutivo del consiglio comunale di Newcastle, "purtroppo, ci sono prove di sfruttamento sessuale in quasi tutte le altre città del paese e chiunque dica di non aver avuto questo problema, non lo sta cercando".
Evidentemente la lezione dei 1400 bambini abusati sessualmente a Rotherham [vedi link in fondo all'articolo, N.d.BB] non è servita neanche alla stampa, che, come sempre, tace per quieto vivere.
Intanto dalle pagine del Telegraph si apprende che parlamentari e attivisti stanno chiedendo, per la prima volta, che i crimini di cui sono accusate queste gang, ai fini del processo, prevedano l'aggravante di razzismo.

Nota di BastaBugie: per ripercorrere la clamorosa storia dei 1400 bambini abusati sessualmente a Rotherham clicca sul seguente link
 
SE LO STUPRATORE E' ISLAMICO, LA POLIZIA LASCIA FARE
In una città inglese 1400 minorenni sono state violentate da musulmani, ma nessuno ha fatto nulla
di Stefano Magni
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3544

Fonte: L'occidentale, 11/08/2017

4 - IL PAPA CORREGGE CON VIGORE IL CARD. SARAH
Il prefetto della Congregazione per il Culto Divino aveva tentato di arginare la libertà sulla liturgia concessa dal motu proprio Magnum Principium alle Conferenze episcopali
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 22/10/2017

L'interpretazione del cardinale Robert Sarah del Motu Proprio "Magnum Principium" non è corretta; lo spirito del documento pontificio è proprio quello di concedere per le traduzioni liturgiche quell'ampia autonomia e fiducia alle Conferenze episcopali che il cardinale Sarah vorrebbe limitare. A dirlo è proprio papa Francesco con una lettera autografa al prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti - il cardinale Sarah appunto - che qui pubblichiamo integrale su richiesta esplicita dello stesso Pontefice. Era stata infatti proprio la Nuova Bussola Quotidiana a pubblicare il 12 ottobre la nota del cardinale Sarah che, tenendo conto di alcune reazioni già manifestatesi, proponeva una corretta interpretazione del Motu Proprio [vedi nota in fondo all'articolo, N.d.BB].
Il Papa che chiede che la Nuova Bussola Quotidiana pubblichi la sua lettera dopo aver pubblicata la nota del cardinale Sarah: è un gesto, quello di papa Francesco, senza precedenti. E aldilà delle questioni di merito cui accenneremo, siamo certamente onorati e grati di questa attenzione del Santo Padre che oggettivamente conferisce alla NBQ l'autorevolezza di ospitare un dibattito su temi fondamentali per la vita della Chiesa che lo vede protagonista insieme ad alcuni cardinali.
Ma veniamo al tema della controversia: l'argomento è quello delle traduzioni dal latino dei testi liturgici in uso nei singoli Paesi. Le traduzioni (versioni ed eventuali adattamenti) vengono preparate dalle singole Conferenze episcopali che poi ne chiedono l'approvazione alla Santa Sede. L'esame della Santa Sede avviene attraverso due strumenti: la confirmatio e la recognitio, che il Motu Proprio vuole ridefinire. A questo punto ecco le diverse interpretazioni: secondo il cardinale Sarah confirmatio e recognitio sono differenti per l'effetto prodotto (confirmatio: sola traduzione della edizione tipica latina; recognitio: aggiunta di nuovi testi e modifiche rituali ovviamente non sostanziali), ma sono due atti identici dal punto di vista della responsabilità della Santa Sede. E dunque in entrambi i casi è possibile e richiesta una analisi dettagliata di tutto: nuovi testi, modifiche rituali, traduzioni dell'originale latino.
È evidente la preoccupazione del cardinal Sarah in qualità di prefetto della Congregazione per il Culto Divino: mantenere l'unità della Chiesa anche nella liturgia, pur rispettando l'autonomia dei vescovi dei singoli Paesi nell'elaborare la liturgia locale.

CORRECTIO PATERNALIS
Il Papa però ora fa sapere che non è questa la mens del Motu Proprio che va invece nella prospettiva di una vera e propria "devolution" liturgica. Egli precisa infatti che i due procedimenti - confirmatio e recognitio - non sono identici e che nell'esercizio di queste due azioni si dà una responsabilità «diversa» sia da parte della Santa Sede, sia da parte delle Conferenze Episcopali:
a) La recognitio «indica soltanto la verifica e la salvaguardia della conformità al diritto e alla comunione della Chiesa». È una frase un po' ermetica ma che va probabilmente interpretata con le parole del commento con cui monsignor Artur Roche, segretario della Congregazione per il Culto Divino, ha accompagnato la pubblicazione di Magnum Principium: «La recognitio (...) implica il processo di riconoscimento da parte della Sede apostolica dei legittimi adattamenti liturgici, compresi quelli "più profondi", che le conferenze episcopali possono stabilire e approvare per i loro territori, nei limiti consentiti. Su questo terreno d'incontro tra liturgia e cultura, la Sede apostolica è chiamata dunque a recognoscere, cioè a rivedere e valutare tali adattamenti, in ragione della salvaguardia dell'unità sostanziale del rito romano».
b) La confirmatio è l'atto sul quale la lettera papale centra di più l'attenzione. È detto chiaramente che il giudizio sulla fedeltà delle traduzioni con l'originale tipico latino è delle Conferenze Episcopali, «sia pure in dialogo con la Santa Sede». La quale Santa Sede, nel concedere la confirmatio, non attuerà più «un esame dettagliato parola per parola», eccetto casi evidenti di formule rilevanti come le preghiere eucaristiche o le formule sacramentali. Insomma molta più libertà alle conferenze episcopali.

FRANCESCO CORREGGE GIOVANNI PAOLO II
Nella lettera al cardinal Sarah poi, il Papa spiega che vanno ricomprese o abrogate alcune parti di Liturgiam Authenticam (2001), il documento normativo per le traduzioni attualmente in vigore. «Vanno attentamente ri-compresi» i nn. 79-84, che riguardano l'approvazione della traduzione e la recognitio della Sede Apostolica; «sono decaduti» invece i nn. 76 e 80. Quest'ultimo è incentrato sulla recognitio, ed è stato ovviamente riformulato, mentre il n. 76 richiedeva alla Congregazione di partecipare «in maniera più stretta al lavoro di preparazione delle traduzioni nelle principali lingue».
Un ulteriore passaggio della lettera del Papa richiede attenzione. Dice infatti che «Il Magnum Principium non sostiene più che le traduzioni devono essere conformi in tutti i punti alle norme del Liturgiam Authenticam, così come veniva effettuato nel passato». Tale affermazione unita all'altra secondo cui una traduzione liturgica "fedele" «implica una triplice fedeltà» - al testo originale, alla lingua della traduzione, alla comprensibilità dei destinatari - lascia intendere che Magnum Principium è inteso come l'inizio di un processo che può portare molto lontano.
E sta qui l'importanza di questa controversia che vede il Papa smentire il cardinale Sarah, il quale non fa altro che muoversi sulla linea tracciata da Benedetto XVI. Non c'è dubbio infatti che con lo "spirito" di Magnum Principium, precisato e accentuato dalla lettera papale che qui pubblichiamo, la tendenza sarà di avviarsi verso Messali nazionali sempre più differenti tra di loro, verso uno "spirito liturgico" sempre meno condiviso.

OLTRE LA LITURGIA
La questione va oltre l'aspetto meramente liturgico e, come ha più volte sostenuto il cardinale Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI, riguarda la concezione di Chiesa, e la comprensione che la Chiesa ha di se stessa. In discussione è soprattutto il ruolo e il potere delle Conferenze episcopali, a cui papa Francesco intende dare «anche qualche autentica autorità dottrinale» (cfr. Evangelii Gaudium no. 32).
Al contrario, già nel libro-intervista con Vittorio Messori - "Rapporto sulla fede" (1985) - il cardinale Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, commentando positivamente la valorizzazione del «ruolo e della responsabilità del vescovo» voluta dal Concilio Vaticano II, lamentava la deriva post-conciliare: «Il deciso rilancio del ruolo del vescovo si è in realtà smorzato o rischia addirittura di essere soffocato dall'inserzione dei presuli in conferenze episcopali sempre più organizzate, con strutture burocratiche spesso pesanti. Eppure non dobbiamo dimenticare che le conferenze episcopali non hanno una base teologica, non fanno parte della struttura ineliminabile della Chiesa così come è voluta da Cristo: hanno soltanto una funzione pratica, concreta». Il collettivo non sostituisce la persona del vescovo. Questo è un punto decisivo «perché - diceva il cardinale Ratzinger - si tratta di salvaguardare la natura stessa della Chiesa cattolica, che è basata su una struttura episcopale, non su una sorta di federazione di chiese nazionali. Il livello nazionale non è una dimensione ecclesiale. Bisogna che sia di nuovo chiaro che in ogni diocesi non c'è che un pastore e maestro della fede, in comunione con gli altri pastori e maestri e con il Vicario di Cristo».

Nota di BastaBugie: Riccardo Cascioli nell'articolo sottostante dal titolo "Traduzioni e liturgia, Sarah frena la deriva" parla dell'intervento del card. Sarah in merito al Motu Proprio, Magnum Principium, a cui ha risposto con energia papa Francesco.
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 12 ottobre 2017:
Quando il 9 settembre scorso fu reso noto il Motu Proprio di papa Francesco, Magnum Principium, i soliti noti hanno gridato al "Liberi tutti" per le traduzioni dei testi liturgici. Così ora interviene il prefetto della Congregazione per il Culto Divino, il cardinale Robert Sarah, a ribadire alcuni punti fermi e a rimettere nel giusto equilibrio il rapporto tra Santa Sede e Conferenze episcopali per evitare una sorta di "federalismo liturgico". Non si tratta di un documento ufficiale della Congregazione, ma di una iniziativa personale del Prefetto, un «contributo per la corretta comprensione di Magnum Principium», come il cardinale Sarah titola la sua lettera che la Nuova BQ pubblica in esclusiva per l'Italia.
Della partita che si sta giocando sulle traduzioni dei testi liturgici abbiamo già parlato, è una questione delicata che va a toccare gli stessi contenuti della fede. Per capire dove può andare a parare Magnum Principium, basta leggere i commenti del liturgista Andrea Grillo, uno dei personaggi che ha lavorato con il segretario della Congregazione per il Culto Divino, monsignor Arthur Roche, per promuovere i cambiamenti nei criteri delle traduzioni dal latino in senso contrario a quanto auspicato da papa Benedetto XVI e prima ancora da san Giovanni Paolo II. Grillo, che si è distinto recentemente anche per una serie di invettive contro il cardinale Sarah, ha spiegato che l'obiettivo è superare l'istruzione Liturgiam Authenticam (2001), che richiedeva una traduzione letterale dei testi dal latino, a favore di una interpretazione che li renda più comprensibili alla popolazione locale. Grillo parla esplicitamente di "diritto all'interpretazione", sottintendo il maggiore potere che le Conferenze Episcopali devono avere in materia.
In linea di principio il cardinal Sarah - riprendendo quanto già osservava il cardinale Ratzinger (poi Benedetto XVI) - non obietta affatto alla distinzione tra traduzione e interpretazione, ma si preoccupa che questa non copra la voglia di rivoluzione che alcuni stanno portando avanti. E per capire appieno l'iniziativa del cardinale Sarah, va ricordato che la commissione che ha lavorato alla preparazione del Motu Proprio, lo ha fatto alle sue spalle, tenendolo volutamente all'oscuro.
Entrando nel merito del documento firmato dal cardinale Sarah, come dicevamo emerge chiara la preoccupazione che la distinzione che viene fatta in Magnum Principium tra traduzione (= la resa del testo liturgico in lingua vernacola a partire dall'originale "tipico" latino) e adattamento (= un nuovo testo aggiunto, un nuovo rito o la modifica di un rito esistente) non diventi il pretesto per far passare di tutto. Il nuovo canone 838 prevede infatti un diverso tipo di approvazione da parte della Santa Sede: la confirmatio/conferma per le traduzioni e la recognitio/revisione per gli adattamenti (cfr su questo più ampiamente padre Riccardo Barile in la NBQ).
Ecco dunque in breve i principali chiarimenti proposti dal cardinale Sarah:
1. Per le traduzioni restano in vigore le norme attuali di Liturgiam autenthicam (2001), che richiedono la fedeltà e insieme offrono i criteri per l'adattamento linguistico nel passaggio dal latino alle lingue parlate.
2. Sia la confirmatio che la recognitio stabiliscono che sempre è necessaria l'approvazione della Santa Sede e, dal punto di vista dell'approvazione, quasi non sembra esserci differenza e sono intercambiabili. Anche la conferma richiede la revisione del testo tradotto.
3. C'è differenza invece nel risultato finale, perché la traduzione è la semplice trasposizione di un libro liturgico dal latino a una lingua parlata, mentre l'adattamento modifica poco o tanto la edizione tipica dello stesso libro per quella lingua o area linguistica.
4. Il card. Sarah prevede e auspica una differenza anche nel procedimento previo: infatti la traduzione sembra più affidata direttamente alle Conferenze Episcopali le quali poi chiederebbero la conferma alla Santa Sede, mentre gli adattamenti, data la loro natura più delicata, per giungere alla auspicata recognitio finale, sembrerebbero richiedere un più opportuno lavoro di concertazione previa tra le Conferenze Episcopali interessate e la Santa Sede. Ovviamente tale concertazione previa sarebbe auspicabile anche per le traduzioni, non in tutto, ma almeno per la traduzione di alcuni termini particolarmente fondamentali e delicati in ordine all'espressione della fede e della preghiera della Chiesa.
Questi chiarimenti non piaceranno sicuramente ai soliti "Guardiani della rivoluzione" e ad alcuni episcopati che mal sopportavano le precedenti disposizioni. Vedi ad esempio la conferenza episcopale tedesca, che ha appena annunciato lo stop alla traduzione in tedesco del messale. Il cardinale Reinhard Marx, secondo quanto riportato dalla testata britannica The Tablet, considera finita "Liturgiam Authenticam" e quindi decadute tutte le precedenti disposizioni. Il lavoro sul messale tedesco si era arenato sulle parole della consacrazione eucaristica, una questione che stava molto a cuore a Benedetto XVI. Quando si parla del sangue versato da Cristo, il "pro multis" latino viene tradotto da molti episcopati con "per tutti" anziché "per molti", come sarebbe letteralmente. Benedetto XVI aveva dunque invitato tutti gli episcopati del mondo a correggere la traduzione - risultando "per molti" la versione corretta -, ma non tutti si sono ancora adeguati: fra questi la Germania, che ora si sente libera di fare la sua strada.

(Ha collaborato a questo articolo padre Riccardo Barile)

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 22/10/2017

5 - FESTA DELLA TRASFIGURAZIONE (IN RICORDO DELL'EROICA BATTAGLIA DI BELGRADO)
6 agosto 1456: la vittoria militare dell'Occidente che fermò gli Ottomani umiliando la ferocia islamica
Autore: Umberto Maiorca - Fonte: Totus Tuus, 06/08/2017

Il 29 maggio del 1453 Costantinopoli è perduta. L'imperatore Costantino XI Paleologo, armi in pugno, si getta nella mischia nei pressi della Porta di San Romano e scompare. Con lui muoiono anche le ultime vestigia dell'Impero romano. Dopo la caduta di Bisanzio tutta l'Europa è in pericolo. E lo sguardo del sultano Mehmet II si appunta sulla sterminata pianura ungherese.
Nel 1456 un'armata della stessa estensione di quella che aveva conquistato Costantinopoli marcia verso Belgrado, la porta dell'Europa. Venezia ha sottoscritto una pace separata con il sultano. Vienna è lontana. La Francia sta a guardare. Solo papa Callisto III interviene a favore dell'Ungheria . Indice una crociata e invia sette frati cappuccini, con a capo il settantenne Giovanni da Capestrano, a predicare nell'Europa orientale (in latino, affinché tutti comprendessero e visto che nessuno di essi parlava le lingue dell'Est) e raccogliere volontari per combattere l'Orda verde . Mentre i frati predicano e raccolgono un esercito di diecimila volontari, però, Mehmet II è già in vista delle mura di Belgrado e assedia il forte (in ungherese Nándorfehérvár).

GLI UNGHERESI
Ad attendere le truppe musulmane c'è il nobile transilvano János Hunyadi, padre del futuro re Mattia Corvino, e già da due decenni a capo dell'esercito ungherese nella lotta contro i turchi. Hunyadi, forte della propria esperienza di guerra aveva previsto che le armate di Mehmet II avrebbero investito Belgrado con tutta la loro forza e dall'anno prima aveva iniziato i preparativi per la difesa, sapendo di non avere la forza di affrontare il nemico in campo aperto. Così dopo aver sottoscritto la pace o la tregua con i suoi avversari, aveva approvvigionato e riarmato al fortezza di Belgrado, lasciandovi una guarnigione di 7.000 uomini (tra cui un corpo di 200 balestrieri polacchi, fondamentali per la difesa delle mura) al comando del cognato Mihály Szilágyi e del figlio maggiore Laszlo Hunyadi. Lasciata Belgrado János Hunyadi si dedica a percorrere tutta l'Ungheria per arruolare un'armata di soccorso e costituire un flotta di 200 corvette per pattugliare i corsi d'acqua e colpire le navi turche che risalgono il Danubio. La nobiltà, i notabili cittadini e i ricchi commercianti, non rispondono all'appello, timorosi del potere che Hunyadi sta accumulando, ritenendolo più pericoloso degli stessi turchi. Il rifiuto del re magiaro Ladislao il Postumo di assumere la guida dell'esercito, inoltre, esenta di fatto la nobiltà dal prendere parte alla crociata.
Identiche difficoltà incontra Giovanni da Capestrano, raccogliendo adesioni alla crociata tra contadini e i piccoli proprietari terrieri, spesso armati di fionde, mazze, falci e forconi. Sommando anche le bande di mercenari e alcune compagnie di cavalieri raccolte da Hunyadi e le persone che seguono i frati (solo dalla Germania partirono alla volta di Belgrado calzolai, sarti, tessitori, minatori, fornai, studenti, chierici) si arrivò ad una forza di 30.000 uomini. Mehmet II avanzava con almeno settantamila uomini perfettamente equipaggiati.

L'ASSEDIO
Il 28 giugno del 1456 gli uomini di Szilágyi osservano all'orizzonte le truppe turche che sfilano dietro il vessillo con la coda di cavallo e si posizionano sulle alture davanti alla fortezza. Il 29 Mehmet dà l'ordine di iniziare a bombardare le mura con i cannoni trascinati a forza fino sopra le colline, mentre dispone le sue forze con i rumeli (fanteria leggera e artiglieria) sul lato destro, i corpi di fanteria pesante dell'Anatolia sul lato sinistro e riservando il centro ai suoi giannizzeri. La cavalleria leggera, gli spahis, pattugliava il Danubio ad est, mentre una parte della flotta presidiava la Sava a sud-ovest e a nord-ovest per evitare che eventuali rinforzi raggiungessero la fortezza.
Hunyadi proseguiva l'opera di reclutamento di truppe e sperava di giungere in tempo per rompere l'assedio, facendo affidamento sulla resistenza della rocca bizantina trasformata da Stefan Lazarevic, nel 1404, in un castello tra i meglio costruiti e difesi dell'Europa. La costruzione era dotata di tre linee difensive, del castello interno con il palazzo, un grande dongione (o maschio) difensivo, la città alta, quattro cancelli e una doppia cinta di mura. La città bassa con la cattedrale e il porto sul Danubio furono rinforzate da trincee, cancelli e nuove mura. Nel corso degli anni vennero aggiunte altre torri, compresa a Nebojsa costruita appositamente per ospitare per l'artiglieria.
I turchi martellano la città per quindici giorni, colpendo le mura con il tiro dei loro cannoni. Le difese reggono e gli assalti, nonostante le mura cittadine siano ormai sbriciolate, vengono respinti dai soldati assediati. Gli uomini di Szilágyi rispondono colpo su colpo ai giannizzeri di Mehmet II. La sera del 13 luglio Jànos Hunyadi è in vista della città e prepara il suo piano. Belgrado è circondata, ma la via del Danubio presenta un punto debole. Ed è lì che le truppe di soccorso puntano.

LA BATTAGLIA
Quaranta navi ungheresi attaccano la flotta fluviale ottomana. Colano a picco tre grandi galee turche e vengono catturati quattro grandi vascelli e altre 20 piccole imbarcazioni. Alcuni cittadini di Belgrado, al comando di Iancu Hunedoara, all'approssimarsi della flotta di Hunyadi uscirono da Belgrado per colpire alle spalle la flottiglia ottomana, permettendo l'accerchiamento e l'annientamento del nemico. Un colpo di mano che consente a Hunyadi di entrare in città e rinforzare le difese, evitando che crollassero.
Il sultano, conquistatore di Bisanzio, non demorde e fa aumentare il tiro di artiglieria fino a riuscire ad aprire, il 21 luglio, diverse brecce nelle mura. In serata ordina l'assalto: prima avanzano la fanteria leggera degli azab, seguita dalla seconda ondata di akinji e di spahis, smontati. In formazione compatta, infine, seguono i giannizzeri. L'urto è violentissimo, l'assalto prosegue dal tramonto fino a notte inoltrata e le difese ungheresi cedono. Hunyadi dà ordine di ritirarsi nella cittadella fortificata. Appena gli ottomani entrano in città, però, vengono accolti da ripetute scariche di frecce e da pezzi di legno imbevuti di pece o altro materiale infiammabile, poi dal fuoco.
I giannizzeri e le altre forze turche entrate a Belgrado sono separate da quelle ancora fuori dalla mura. La fanteria pesante ungherese assale gli ottomani da tutte le parti e la città bassa si trasforma nel teatro di una carneficina che cessa solo all'alba del 22 luglio. Nessuno dei giannizzeri entrati in città ne uscì vivo, mentre tra i soldati che tentavano di varcare le brecce si contarono perdite ingenti. Un turco era quasi riuscito a scalare il bastione principale ed issare il vessillo verde, quando un soldato di nome Dugovics Titusz lo scaraventò di sotto, cadendo anch'egli (per questo gesto di coraggio il re d'Ungheria Mattia Corvino elevò al rango di nobile il figlio di Tito, tre anni più tardi).
Il sole si alza sulle mura del castello di Belgrado e i due eserciti sono troppo stanchi per proseguire nella battaglia. Gli ungheresi liberano le mura da corpi e macerie, mentre i turchi riparano verso il proprio campo. Ed è a questo punto che accade l'inaspettato.
Le cronache riferiscono che un gruppo di crociati arrivati in città con fra' Giovanni da Capestrano esce dalla mura per una razzia. Altre fonti parlano di un'azione militare iniziata su stimolazione del frate abruzzese. Da altri racconti si sa che alcuni difensori raggiunsero le fortificazioni avanzate semidistrutte e iniziarono ad attaccare i soldati nemici isolati. Alcuni spahis turchi cercano di caricare, ma vengono respinti. Dalle mura accorrono altri cristiani. La scaramuccia diventa presto battaglia.
Giovanni da Capestrano, secondo una cronaca di un confratello, cerca di richiamare i suoi, ma quando si vede attorniato da oltre 2.000 uomini li conduce alle spalle delle linee ottomane, attraversando la Sava, sollevando il crocifisso e gridando le parole di san Paolo: «Colui che ha iniziato in voi quest'opera buona, la porterà a compimento» (Fil. 1,6). Hunyadi vede tutto dalle mura del castello, comprende il pericolo, ma ormai l'attacco è iniziato. Ordina alla fanteria pesante ungherese di attaccare il campo ottomano e si dirige verso le posizioni dell'artiglieria turca.
I nemici sono presi alla sprovvista e non si difendono, ma cercano di fuggire. Solo la guardia personale del sultano, circa 5.000 giannizzeri, si compatta e cerca di riconquistare il campo. Mehmet II stesso combatte. Uccide un cavaliere cristiano, ma viene ferito da una freccia ad una coscia e sviene. Gli ottomani sono presi dal panico, cedono di schianto su tutto il fronte e abbandonano senza combattere le tre linee di trincee difensive scavate giorni prima. Il nemico è in rotta, ma Hunyadi non si fida e ordina ai suoi di rientrare tra le mura e vigilare tutta la notte. Il contrattacco turco non arrivò più.
Con il favore della notte i turchi si ritirano, portandosi via i feriti su 140 carri. Il sultano riprende conoscenza solo a Sarona e preso atto della disfatta, migliaia di soldati morti, le artiglierie perse, l'equipaggiamento abbandonato, la flotta semidistrutta, tenta di uccidersi con il veleno, ma viene fermato da alcuni dignitari. Tra le fila ottomane si contarono 50.000 vittime, mentre tra gli assediati 7.000.

L'EPILOGO
Per gli ungheresi fu un trionfo, tanto che papa Callisto III volle che la vittoria venisse ricordata nel calendario liturgico in occasione della festa della Trasfigurazione del 6 agosto.
Durante l'assedio il pontefice ordinò che la campane suonassero a mezzogiorno, così da chiamare i credenti a pregare per i difensori. Da allora, per commemorare l'avvenimento, continuano a suonare alla stessa ora.
Pochi giorni dopo la vittoria, però, scoppiò la peste che fece 3.000 morti nel campo magiaro. Jànos Hunyadi morì l'11 agosto e fra' Giovanni da Capestrano il 23 ottobre.
La battaglia fermò l'espansionismo ottomano in Europa per almeno 70 anni. I cannoni persi a Belgrado furono recuperati dai turchi dopo la disfatta cristiana di Mohàcs (1526).
Nel canto XLIV dell'Orlando furioso, Ariosto parla dell'arrivo di Ruggiero "ove la Sava nel Danubio scende" nel momento in cui l'imperatore d'Oriente Costantino ha deciso di attaccare i bulgari. Il paladino si schiera in battaglia a fianco di questi ultimi. Secondo recenti studi, il grande poeta avrebbe voluto descrivere, con quei versi, proprio l'assedio di Belgrado da parte dei turchi nel 1456.

Fonte: Totus Tuus, 06/08/2017

6 - IL PERICOLO DEL NUOVO PASTORALISMO SOCIALE
Nuovo libro dell'arcivescovo di Trieste Giampaolo Crepaldi intervistato da Stefano Fontana (VIDEO: i doveri della politica nei confronti della religione vera)
Autore: Osservatorio Van Thuân, 16/10/2017 - Fonte: Silvio Brachetta

Si sono sentite spesso ripetere, da parte dell'episcopato, esortazioni di questo tenore: c'è bisogno di «una nuova classe di politici cattolici», di una «nuova stagione del cattolicesimo politico», di «una nuova generazione di cattolici impegnati in politica». È del tutto vero. Ma dove mai «dovrebbe andare a formarsi un laico», dato che l'insegnamento della Dottrina sociale è «molto carente»?
Se lo chiede Mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, nel libro "La Chiesa italiana e il futuro della Pastorale Sociale" (Cantagalli, 2017), scritto assieme a Stefano Fontana, direttore dell'Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa. L'Arcivescovo tratta della questione nel capitolo "Pastorale e pastoralismo: equivoci e ritardi nella Pastorale Sociale". E individua la causa della crisi pastorale proprio nel «pastoralismo» definito, appunto, come una «pastorale sociale senza dottrina» o una sua «assolutizzazione», che «soffoca e assorbe le altre dimensioni della vita della Chiesa».

LA DERIVA DI KARL RAHNER
È un problema che ha segnato tutta l'epoca postconciliare e che si è acutizzato specialmente negli anni successivi al 1980. Si tratta di una prassi innescata, in modo particolare, dalla teologia di Karl Rahner, secondo cui nella Chiesa c'è posto per tutti e per tutte le dottrine, indistintamente. Secondo Crepaldi, a seguito della deriva rahneriana, vasti settori della Chiesa hanno dimenticato che in essa «possono entrare tutti, ma non il male che portano con sé». In altre parole, il mondo «non è solo l'ambito esistenziale dell'umano» (come pensava Rahner), ma «anche il luogo delle forze antagoniste a Cristo». Per questo motivo, la pastorale non può limitarsi al semplice accompagnamento o al puro ascolto di tutti gli uomini, ma deve trovare il coraggio d'indicare la dottrina di Cristo, il quale - spiega Crepaldi - «ci ha detto di amare tutti, ma non di amare tutto». Nel momento in cui il cristiano rinuncia ad indicare il peccato e l'errore, respingendo così la dottrina, scivola dalla pastorale al pastoralismo.
Non è possibile, allora, collaborare con tutti e specialmente con chi rifiuta, a priori, la verità cattolica. Sono tipici atteggiamenti pastoralisti, ad esempio, la «cura delle persone omosessuali» e la simultanea «accettazione dell'omosessualità», o la collaborazione con organizzazioni «impegnate per il riconoscimento dei diritti delle persone LGBT, per l'approvazione del diritto all'eutanasia, per la liberalizzazione della droga, per i "diritti sessuali e riproduttivi"» o impegnate per la «contraccezione». Non è infrequente - dice l'Arcivescovo - che la pastorale resti «priva di annuncio», nel timore che la dottrina si possa trasformare in ideologia ed «impedisca l'incontro». Sono in molti, purtroppo, a pensare che la verità sia causa della «divisione tra i cattolici». Molti parroci non trattano i «temi scottanti» per paura di «dividere la comunità», dimenticando però che «l'unità si fa nella verità».

DOTTRINA SOCIALE, LA GRANDE ASSENTE
Non deve stupire che da simili pratiche siano scaturite forme oramai sclerotizzate di relativismo e secolarizzazione. La grande assente degli istituti di scienze religiose e dei seminari è stata proprio - e continua ad essere - la Dottrina sociale. Crepaldi lamenta anche una certa assenza formativa nei Movimenti ecclesiali, più assorti su «altre priorità».
Crepaldi e Fontana avevano più volte riflettuto sul pastoralismo. Nell'articolo "Il pastoralismo, malattia infantile del catto-pietismo" (La Nuova Bussola Quotidiana, 13/01/2016), Stefano Fontana ne ha elencato i danni. Tra l'altro, il pastoralismo «ha fatto pensare a molti che non bisogna più intervenire sulle leggi, ma solo sulle coscienze delle persone»; «fa ritenere che scendendo sul terreno delle leggi civili la fede cattolica diventi ideologia»; «ha indirizzato tante Diocesi a trattare certi temi, ma con l'intervento di tutte le opinioni in campo e senza prendere posizione». Per il pastoralista, nulla di oggettivo è più materia di critica o giudizio. Nulla è più carità o presenza, se non aiuto immediato, pronto soccorso. Non c'è più posto per programmi strutturati, per una proposta formativa di lungo respiro, per un progetto di evangelizzazione. La pastorale sociale è tutt'altra cosa.

Nota di BastaBugie: mons. Crepaldi e Stefano Fontana hanno fondato in varie regioni italiane le scuole di Dottrina Sociale della Chiesa seguendo il modello della diocesi di Trieste. Nel seguente video Stefano Fontana nell'incontro del Centro Culturale "Amici del Timone" di Staggia Senese del 13 ottobre 2017 analizza il rapporto politica-religione in una lezione dal titolo "La laicità e i doveri della politica nei confronti della religione vera".


https://www.youtube.com/watch?v=b5HFekIyx30

Per un resoconto della conferenza, clicca qui sotto:
http://www.amicideltimone-staggia.it/it/articoli.php?id=164

Fonte: Silvio Brachetta

7 - LE SPESE PAZZE DI GALANTINO E SAT 2000 CON I SOLDI DELL'8XMILLE
La tv della Cei ridimensiona i programmi religiosi e diventa sempre più mondana con presentatori famosi
Autore: Antonio Righi - Fonte: Libertà e Persona, 16/10/2017

Il quotidiano La Verità del 14 ottobre 2017 titolava: Reality e Vip nella tv dei vescovi che nasconde le radici cristiane. Il sottotitolo: Nel palinsteso di Tv 2000, finanziata con l'8×1000, ridimensionati i programmi religiosi.
Sat 2000 è oggi il più potente strumento nelle mani di mons. Nunzio Galantino. Una grande struttura, sempre più costosa, che cala per ascolti ma cresce quanto a spese. Mentre il soldo scarseggia, e anche l'8 x 1000 barcolla, SAT 2000 moltiplica i suoi programmi: sono ben 50 i nuovi programmi mandati in video in questi ultimi mesi, al costo, almeno, di 200-300 mila euro cadauno.
Del resto se per fare una tv sempre più mondana si ricorre a presentatori famosi, anche se un po' bolliti, come Licia Colò, per compiacere al partito di riferimento del monsignore, occorrono ex parlamentari PD come Piero Badaloni ed Andrea Sarubbi.
Non può mancare una rubrica condotta dal supermondanissimo Dario Edoardo Viganò,
il monsignore che ama frequentare, da sempre, i vip e gli attori, sfoggiare camicie e look da uomo di mondo, e che per questo è diventato, nella "chiesa in uscita", nientemeno che Prefetto della potentissima Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede.
Va ricordato che il direttore di SAT 2000 voluto dal nuovo corso è Paolo Ruffini, scuole dai Gesuiti di Roma, ed ex direttore di Rai3 e La7 ai tempi delle trasmissioni di Santoro sulla pedofilia nella Chiesa... Il direttore dei tg è invece Lucio Brunelli, romano, classe 1952, amico di lunga data di Jorge Mario Bergoglio, laurea all'Università "La Sapienza" di Roma con una tesi sulla formazione religiosa e culturale di Giorgio La Pira. Nel 1983 inizia la sua carriera giornalistica nel mensile ciellino "30Giorni" di don Giacomo Tantardini, Giulio Andreotti, Andrea Tornielli, Masismo Borghesi e Stefania Falasca.
Brunelli è stato al centro di una grossa polemica allorchè, all'indomani del Family day che portò in piazza una folla immensa di cattolici, non solo fece di tutto per ignorare l'evento, secondo il dettato di mons. Galantino, grande nemico della manifestazione, ma, evidentemente contrariato, dedicò il suo tempo a sminuirne la portata.

Nota di BastaBugie: nell'articolo sottostante dal titolo "Due milioni o no? Lo sfogo di Lucio Brunelli" si mette in luce il comportamento, citato nell'articolo, del direttore delle testate giornalistiche delle emittenti CEI TV2000 e Radio InBlu dopo lo svolgimento del Family day.
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su Libertà e Persona il 30 gennaio 2016:
Al Circo Massimo, guidati da Capitan Massimo Gandolfini, Gianfranco Amato, Mario Adinolfi, Emmanuele di Leo, Costanza Miriano, Jaocopo Coghe, Filippo Savarese, Toni Brandi, Maria Rachele Riu... c'era oggi una folla immensa. Presenti tv
da tutto il mondo. Palpabile lo stupore: da quando i popoli si muovono da soli, senza burattinai?
Ma quanta gente c'era in quella piazza immensa, composta, allegra, dove non era possibile trovare un solo cartello con insulti, dove nessuno ha alzato il dito medio contro altri, dove si è solo ribadito quello che la natura mostra, che tutti i popoli del mondo hanno sempre creduto?
Forse due milioni no; sappiamo tutti che lì non ci stanno; non ci stanno neppure in piazza San Giovanni, che è più piccola... Sebbene tutti abbiano sempre sostenuto il contrario...
Il fatto è che le piazze si allargano o si restringono: grazie alle macchine dei fotografi, e, soprattutto, a chi ci sta dentro. Così la stessa piazza contiene oltre un milione di persone, se a manifestare ci stanno i sindacati, o i beniamini del potere mediatico; altrimenti solo poche migliaia di persone, se si tratta di quelli che non si riconoscono nel pensiero dominante.
Così la settimana scorsa le piazzette semivuote organizzate da LGTB e CGIL e parte del Pd, sono diventate oceani, e meno di 50.000 persone sono diventate, sul Corriere, 1 milione.
Quasi nessuno dei grandi media si è preso la briga di ribadire, di smentire, di puntualizzare.
Ma oggi non è così. Di fronte a quella che è forse la più grande manifestazione di popolo dell'Italia repubblicana, è partita la corsa a spiegare che lì due milioni di persone non ci stanno.
E' vero... ma il punto è che ce n'erano lo stesso più che in qualsiasi altra occasione.
Questo è certamente una pessima notizia, ma non solo per i fans dell'utero in affitto; lo è soprattutto per quel mondo clericale che ha fatto l'impossibile per boicottare l'evento, addomesticarlo, renderlo innocuo... per non rovinare l'amicizia con Matteo Renzi, Maria Elena Boschi...
Galantino, stasera non si sentirà molto bene... Non può procedere alla defenestrazione dei responsabili del Family day da qualche organismo clericale.
Ha già defenestrato Gandolfini da Scienza & Vita, non rimane altro.
Ma non tutti si trattengono.
Lucio Brunelli, di Sat2000, la Tv della Cei, promosso da Galantino dopo l'epurazione di Dino Boffo, ha twittato con orgoglio l'articolo del collega della Stampa (vedi in alto).
E' un po' strano che chi sta ai vertici di Sat2000, il cui editore dovrebbe essere Bagnasco, assolutamente silente la settimana scorsa di fronte ai numeri gonfiati di Sveglia Italia, sia così lesto, oggi, a segnalare l'eccesso.
Forse anche a lui il Family day ha dato tanto fastidio.
Perché ci sono gesti che sono segni di contraddizione, richiamano a verità che, per quanto belle, possono fare male.
Del resto anche Lui volle essere "segno di contraddizione" perché siano svelati i pensieri di molti cuori. Anche di cuori col marchio Cei.

Fonte: Libertà e Persona, 16/10/2017

8 - UNA RACCOLTA DI FIRME IN FAVORE DEL PAPA IN RISPOSTA ALLA ''CORRECTIO FILIALIS''
Tra i firmatari qualche nome imbarazzante, ad esempio una signora, Martha Heizer, presidente dell'associazione austriaca ''Noi siamo chiesa'' che fu scomunicata nel 2014 proprio da Papa Francesco
Autore: Marco Tosatti - Fonte: Libertà e Persona, 20/10/2017

Dalla Germania, in risposta alla "Correctio Filialis", che ha raggiunto ormai le 245 firme qualificate (teologi, studiosi, docenti e religiosi) e ha superato le ventimila firma di appoggio, è partita una raccolta di firme pro Francis. Pare un centinaio, fino ad ora. Ma alcune delle firme sono decisamente imbarazzanti. Come fa notare Maike Hickson in OnePeterFive infatti nell'elenco è presente il vescovo emerito sudafricano Fritz Lobinger, che proponeva di ordinare come sacerdoti uomini e donne sposati. C'è padre Martin Lintner, che proponeva di liberalizzare l'insegnamento della Chiesa sui rapporti omosessuali, e di riscrivere di conseguenza il Catechismo della Chiesa cattolica alla luce dell'Amoris Laetitia. Non solo: uno dei due principali protagonisti del progetto, padre Paul Zulehner, è co-autore - insieme a Lobinger - di un libro in cui si critica il celibato per i sacerdoti di rito latino, e si propone l'idea di ordinare uomini sposati per avere sacerdoti part-time nelle parrocchie.
E soprattutto fra i firmatari c'è una signora, Martha Heizer, presidente dell'associazione di base austriaca "Wir sind kirche" (Noi siamo chiesa) che è stata scomunicata dal Pontefice nel maggio del 2014, insieme a suo marito. La coppia aveva celebrato ripetutamente la messa a casa sua, privatamente, e alla presenza di numerosi ospiti. Ovviamente senza avere nessun tipo di ordinazione.
In particolare, come scrive Corrispondenza Romana, "Padre Paul Zulehner, discepolo di Karl Rahner, è conosciuto a sua volta per una fantasiosa 'Futurologia pastorale' (Pastorale Futurologie, 1990). Nel 2011 appoggiò l''appello alla disobbedienza' lanciato da 329 preti austriaci, favorevoli al matrimonio dei preti, all'ordinazione sacerdotale delle donne, al diritto per protestanti e divorziati risposati di ricevere la comunione e a quello dei laici a predicare e guidare parrocchie". Invece Martin Lintner, è un religioso servita di Bolzano, docente a Bressanone e presidente dell'Insect (International Network of Societies for CatholicTheology). È noto per il suo libro La riscoperta dell'eros. Chiesa, sessualità e relazioni umane (2015). Come dicevamo è favorevole non solo all'omosessualità ma alle relazioni extramatrimoniali. Di Amoris laetitia dice che segna "un punto di non ritorno" nella Chiesa. Infatti, "non possiamo più affermare che oggi ci sia un'esclusione categorica ad accostarsi ai sacramenti dell'eucaristia e della riconciliazione per quanti, nella nuova unione, non si astengono dai rapporti sessuali. Su questo non c'è alcun dubbio, proprio a partire dal testo stesso dell'AL". (www.settimananews.it, 5 dicembre 2016).
È interessante notare che la raccolta è presente sul sito della Chiesa cattolica tedesca katholisch.de. Fra i firmatari c'è anche Wolfgang Thierse, già presidente del Parlamento tedesco, un politico socialdemocratico. Come il cardinale Gehrard Mūller ha dichiarato in una recente intervista al Tagespost, un giornale cattolico tedesco, parlando dei teologi e dei sacerdoti che si opponevano alla dottrina ortodossa della Chiesa cattolica negli ultimi decenni, "Nel frattempo gli oppositori di 'allora' si sono sciolti trasformandosi in seguaci entusiasti del papa".

Nota di BastaBugie: ecco il link all'articolo in cui davamo notizia di quando Papa Francesco ha scomunicato Martha Heizer, la co-fondatrice e presidentessa dell'organizzazione ultraprogressista "Noi siamo Chiesa" (di cui si parla nel precedente articolo).

PAPA FRANCESCO SCOMUNICA LA PRESIDENTESSA DI ''NOI SIAMO CHIESA'' CHE CELEBRA UNA MESSA-FARSA IN CASA PROPRIA
I mezzi di comunicazione non riportano la notizia (eccetto l'Ansa che però parla di prima scomunica dimenticando il prete australiano scomunicato perché a favore dei matrimoni gay)
di Mauro Faverzani
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3278

Fonte: Libertà e Persona, 20/10/2017

9 - OMELIA XXX DOMENICA T.O. - ANNO A (Mt 22,34-40)
Amerai il tuo prossimo come te stesso
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 29 ottobre 2017)

Rispondendo al dottore della Legge che gli chiedeva quale fosse il più importante comandamento, Gesù proclama e diffonde il primato dell'amore nella vita di ogni uomo. Dio è amore, e l'uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, è chiamato prima di tutto ad amare. È l'amore a dare senso e significato alla vita umana. Una creatura umana si realizza nella misura del suo amore al Creatore e ai fratelli. Diversamente, se si lascia vincere dall'egoismo, che è esattamente il contrario dell'amore, si incammina a rapidi passi verso la sua infelicità.
L'amore ci spinge a donarci; l'egoismo ci porta a dominare e a ricercare unicamente il nostro tornaconto. L'uomo d'oggi tante volte si illude di amare, ma, in realtà, è guidato quasi esclusivamente dall'egoismo. L'insegnamento delle letture di questa domenica deve spingerci a fare un serio esame di coscienza e a domandare al Signore la grazia del puro e santo amore, quell'amore che ha condotto Gesù a donare la sua vita per noi, fino a morire in croce.
L'amore richiede sforzo, impegno personale e sacrificio. La prova inconfutabile dell'amore è il dolore. Solo se siamo disposti a soffrire per una persona diamo prova di amare quella persona. E quando si ama, quella sofferenza non pesa, anzi, è desiderata. Così ci ha amati Gesù, fino a versare tutto il suo Sangue per la nostra salvezza; così hanno amato i Santi, i quali hanno donato la loro vita per Dio e per i fratelli; così dobbiamo amare anche noi, se veramente ci teniamo alla nostra felicità.
L'amore ci porta ad amare Dio al sopra di ogni cosa, e il prossimo come noi stessi. Questi due amori sono strettamente congiunti e non si possono separare l'uno dall'altro, al punto che noi dimostreremo il nostro amore a Dio amando e servendo i nostri fratelli; ma è anche vero che quanto più ameremo Dio, tanto più riusciremo ad amare il prossimo.
L'amore ci avvicina sempre di più a Dio, pertanto bisogna esortare tutti a far del bene, anche i lontani: in tal modo, senza accorgersene, anche loro si avvicineranno alla conversione, si avvicineranno sempre di più all'incontro con Dio. L'amore, inoltre, ci spingerà a fare sempre di più per la gloria di Dio e per il bene dei fratelli.
È stato l'amore a spingere la beata Teresa di Calcutta a dedicarsi completamente ai bisognosi più poveri e abbandonati. Nel suo cuore ci fu come un fuoco ardente che la consumava giorno per giorno, e lei non si risparmiò minimamente, volendo potare la luce di Dio e della carità cristiana a chi non aveva mai conosciuto un gesto d'amore, una parola gentile, e viveva in condizioni disumane.
È stato l'amore a spingere San Pio da Pietrelcina a rinchiudersi per ore e ore ogni giorno in confessionale per dare alle anime il perdono di Dio e la grazia della sua amicizia. San Pio avvertiva tutto quel peso immane, ma lo faceva volentieri perché amava le anime. Per loro sgranava in continuazione decine e decine di Rosari, per ottenere dal Cuore materno di Maria tutte le grazie di cui avevano bisogno e, soprattutto, la grazia della conversione e della perseveranza nella grazia di Dio. La vita di Padre Pio fu letteralmente divorata dal fuoco dell'amore di Dio. Per lui la più grande carità era quella di offrirsi al Signore e di pregare incessantemente per la conversione dei peccatori e per le anime del Purgatorio.
È stato l'amore di Dio a spingere santa Teresina ad offrirsi come vittima all'amore misericordioso di Gesù, per la conversione dei peccatori, rinchiudendosi in un monastero di clausura. Oggi questa vocazione non è molto compresa, ma, agli occhi di Dio, è preziosissima.
L'amore ci fa uscire da noi stessi, in modo tale che ci prendiamo cura degli interessi del prossimo come se fossero i nostri. Si dice che "chi ama non calcola, mentre chi calcola non ama".
Scriveva sant'Agostino: «Sempre, in ogni istante, abbiate presente che bisogna amare Dio e il prossimo: Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente, e il prossimo come se stessi. Questo dovete sempre pensare, meditare, ricordare, praticare e attuare. Amando il prossimo per amore di Dio e prendendoti cura di lui, tu cammini. Aiuta, dunque, il prossimo con il quale cammini, per poter giungere a Colui con il quale desideri rimanere».
L'amore è la misura del cristiano. Saremo riconosciuti come discepoli di Gesù se avremo carità gli uni per gli altri. E, ricordiamolo sempre, la carità deve essere esercitata con la mente, pensando bene e giudicando bene il prossimo; con le parole, evitando con cura la mormorazione; e con le opere, servendo Gesù nella persona del prossimo. Saremo veramente cristiani nella misura di questo amore.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 29 ottobre 2017)

10 - OMELIE DELLA SOLENNITA' DI TUTTI I SANTI E DELLA COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI - ANNO A (Mt 5,1-12a; Gv 6,37-40)
Beati i poveri in spirito
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelie per il 1° e il 2 novembre 2017)

OMELIA DELLA SOLENNITA' DI TUTTI I SANTI (Mt 5,1-12a)
Oggi è la solennità di tutti i Santi. Con questa celebrazione la Chiesa intende ricordare tutti i nostri fratelli e sorelle che ci hanno preceduto nel pellegrinaggio della fede e già godono della visione beatifica in Paradiso.
I Santi sono per noi dei modelli. Guardando a loro, noi comprendiamo come deve essere vissuto il Vangelo, fedelmente, in ogni circostanza della nostra vita. San Francesco di Sales domandava che differenza ci fosse tra il Vangelo e la vita di un Santo. Egli stesso diede poi la risposta, affermando che il Vangelo è come se fosse una sinfonia scritta sul rigo musicale, mentre la vita di un Santo equivale a questa sinfonia eseguita nella vita.
Da questo si comprende come sia importante leggere la vita dei Santi, per comprendere sempre più in profondità tutta la ricchezza del Vangelo. Sant'Ignazio di Loyola iniziò il suo cammino spirituale leggendo quasi per forza un libro che narrava la vita dei Santi. Egli si trovava convalescente a letto e, tanto per ingannare il tempo, si mise a leggere, inizialmente controvoglia, uno dei due unici libri che si trovavano in quella casa, appunto un florilegio sulla vita dei Santi. Inizialmente quella lettura lo lasciava indifferente; ma, quanto più andava avanti, tanto più avvertiva i benèfici influssi di quei racconti. Quelle pagine lasciavano nel suo cuore una profonda pace e il desiderio sempre più forte di imitare degli esempi così belli. Così, un po' alla volta, fece a se stesso questa domanda: «Ma, se ce l'hanno fatta loro, perché non posso farcela anch'io?». Fece sul serio, e in breve tempo bruciò le tappe e giunse ad una grande perfezione.
I Santi non sono soltanto dei modelli da imitare, essi sono anche degli intercessori da invocare. Essi pregano per noi, e Dio vuole far risplendere la sua bontà e misericordia servendosi della preghiera dei suoi Santi per elargire le sue grazie sul mondo intero. Affidiamoci anche noi all'intercessione di qualche Santo di cui abbiamo particolare devozione, e sperimenteremo certamente dei grandi benefici. Per assicurarci ancora di più la loro intercessione, cerchiamo di imitarne gli esempi, mirando decisamente a migliorare la nostra vita. Sarebbe infatti da biasimare il comportamento di chi volesse pregare i Santi senza sforzarsi minimamente di correggere la propria condotta.
Santi non si nasce, ma si diventa. Tutti sono chiamati alla santità, dal momento che Gesù per tutti ha detto: «Siate santi come il Padre vostro che è nei cieli». Non riusciremo mai ad essere santi come il Padre Celeste, e allora, per quale motivo Gesù ci ha detto di essere santi come Lui? Per farci comprendere che ci sarà sempre da migliorare, e che non ci sarà mai un momento nella nostra vita nel quale potremo dire di aver fatto abbastanza.
I Santi sono coloro che hanno vissuto la pagina evangelica di oggi nel modo migliore. Essi sono stati "poveri in spirito", ovvero sono stati staccati dai beni terreni e hanno rivolto il loro cuore unicamente al Signore. Essi "hanno pianto e hanno sofferto" per il Regno dei cieli, ed ora godono eternamente la felicità del Paradiso. Essi sono stati "miti di cuore" sull'esempio di Gesù, e, con la forza della mitezza, hanno trionfato sulla violenza che domina il mondo. Essi hanno avuto "fame e sete della giustizia", ovvero hanno avuto un vivo desiderio di Dio, mettendolo al di sopra di ogni loro aspirazione. Essi sono stati "misericordiosi" e "puri di cuore", "operatori di pace" e "perseguitati per la giustizia". In poche parole, essi hanno vissuto la vita di Gesù.
Un particolare molto bello accomuna la vita dei Santi: la devozione alla Madonna. Tutti loro l'hanno amata e invocata con fiducia. Affidiamoci anche noi alla Vergine Santissima Regina di tutti i Santi, e chiediamole un vivo desiderio di raggiungere anche noi la santità.

OMELIA COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI (Gv 6,37-40)
Oggi, Commemorazione di tutti i fedeli defunti, le letture ci invitano a riflettere sulla nostra sorte eterna.
La prima lettura riporta le parole piene di fede di Giobbe, il quale esclama: «Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero» (Gb 19,26).
La certezza della vita dopo la dipartita finale, rende la morte cristiana colma di speranza. Il giorno della nostra morte si può paragonare al giorno della nostra vera nascita, quella definitiva, della nascita al Cielo.
Un Santo la paragonava al balzo di un bambino tra le braccia del proprio genitore. L'amore a Dio caccerà via ogni timore. San Francesco poteva quindi andare lieto incontro alla morte e chiamarla "sorella".
Ogni giorno dobbiamo pregare con le parole del Salmo: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore ed ammirare il suo santuario» (26,4).
«La speranza non delude» - ci ricorda san Paolo nella seconda lettura - e la nostra speranza si fonda sull'amore di Dio, il quale è morto per noi, per donarci la sua vita. Il suo Sangue ci salva dalla morte eterna.
Infine, il brano del Vangelo ci colma di consolazione, al pensiero che la Volontà del Padre è che «chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 6,40). Inoltre Gesù ci rassicura con le sue parole piene di amore: «Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me non lo respingerò» (Gv 6,37).
Andiamo dunque a Gesù con un cuore umile, contrito e pieno di fiducia; faremo anche noi questo balzo tra le sue braccia e troveremo la salvezza.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelie per il 1° e il 2 novembre 2017)

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