BastaBugie n°124 del 22 gennaio 2010

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1 BELLA: UN FILM CHE CONVERTE SENZA PREDICHE
In Italia è stato difficile vederlo al cinema perche' e' stato prodotto da cattolici e quindi e' stato boicottato dai distributori italiani...
Autore: Antonio Gaspari - Fonte: ZENIT
2 L'INFERNO DI HAITI
Ecco cosa non si dice in tv e sui giornali
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero
3 IL PAPA IN VISITA ALLA SINAGOGA DI ROMA
Ecco i punti veramente importanti di cui tv e giornali non si sono accorti
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: Cesnur
4 LE FREGATURE E LE INSIDIE NASCOSTE DELLA LEGGE SUL TESTAMENTO BIOLOGICO CHE IL PARLAMENTO ITALIANO STA PER APPROVARE

Autore: Mario Palmaro - Fonte: Comitato Verità e Vita
5 O LA CROCE O LA SVASTICA
Un recente libro con la vera storia dei rapporti tra la chiesa e il nazismo
Fonte: Il Sussidiario
6 L’ARCIVESCOVO DI MONACO DI BAVIERA CHIARISCE AI FEDELI L'AMBIGUITA' DI ANGELA MERKEL
La CDU ha tradito i valori cristiani
Fonte: Avvenire
7 LA MATEMATICA LO CONFERMA: GESU' E' DAVVERO IL MESSIA PREDETTO DALLE SCRITTURE

Autore: Marco Respinti - Fonte: Iltimone.org
8 A COPENNAGEN UNA HIROSHIMA CULTURALE

Autore: Luigi Mariani - Fonte: Svipop
9 OMELIA PER LA III DOMENICA TEMPO ORDINARIO - ANNO C - (Lc 1,1-4;4,14-21)

Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - BELLA: UN FILM CHE CONVERTE SENZA PREDICHE
In Italia è stato difficile vederlo al cinema perche' e' stato prodotto da cattolici e quindi e' stato boicottato dai distributori italiani...
Autore: Antonio Gaspari - Fonte: ZENIT, 9 dicembre 2009

Tre anni fa, il mondo del cinema fu sorpreso da “Bella,” la storia romantica diretta dal regista messicano Alejandro Monteverde, che inaspettatamente vinse il primo premio del prestigioso “People’s Choice Award” del Toronto Film Festival.
Da quel momento in poi, Bella ha vinto altri premi a livello internazionale, come il premio “Smithsonian Latino Center”.
Nominato come prima preferenza fra gli utenti di Yahoo, è stato anche premiato dalla Casa Bianca per il suo contributo alle Arti.
Il film è girato nella città di New York e racconta la storia di José, un promettente giocatore di calcio messicano, che (...) si ritira a fare il cuoco nel ristorante del suo fratello adottivo.
Nello stesso ristorante viene licenziata una giovane ragazza, Nina, che non andava al lavoro perché era incinta.
Nina intende mettere fine alla gravidanza, perché è sola, senza lavoro (...).
José non condivide la scelta della giovane collega ma tenta di aiutarla facendole sentire tutto il caloroso sostegno umano.
In questo modo, le due vite s’intrecciano e, con una serie di stupendi flashback e intensi dialoghi, lo spettatore viene spontaneamente ed emotivamente coinvolto nel loro passato.
Nel film le parole aborto, Dio, solidarietà, umanità, difesa della vita e della famiglia non vengono mai pronunciate, ma le immagini, i silenzi, le varie vicende, i diversi personaggi concorrono insieme a comporre una commovente poesia d’amore.
Si tratta di un film “potente e toccante... un’autentica ispirazione”, ha detto Ana Maria Montero nel suo servizio per la CNN. Secondo Maria Salas, di NBC-Miami, “Bella è un dramma romantico pieno di cuore, anima e messaggi positivi… un gioiello cinematografico”.
Dopo aver visto il film, alcune giovani donne hanno deciso di far nascere i bambini e le bambine che avevano concepito.
L’efficacia del film si deve in parte anche allo straordinario cast: Tammy Blanchard, vincitrice dell’Emmy Award, e la stella messicana Eduardo Verástegui, chiamato il “Brad Pitt dell’America Latina”.
“Dopo 10 anni di carriera – ha confessato Verástegui – mi sono reso conto che mi mancava qualcosa, ma non sapevo cosa fosse. Mi sentivo in un labirinto senza uscita; volevo usare l'uscita di sicurezza ma non sapevo dove si trovasse, mi sentivo vuoto”.
Il giovane Eduardo, nato a Xicotencatl, Tamaulipas, un piccolo paese al nord del Messico, ha avuto una brillante carriera internazionale come cantante pop del gruppo latino Kairo e come attore di “telenovela”, dopodiché si è stabilito negli Stati Uniti in cerca d’una felicità sempre sfuggente.
Dopo aver girato un popolare video musicale con Jennifer Lopez, Eduardo ricevette numerose offerte promettenti da registi di Hollywood, ma le rifiutò, perché si trattava di proposte con un basso livello morale.
“Ho promesso a Dio che non avrei mai più lavorato a un progetto che offendesse la mia fede, la mia famiglia o la mia comunità latina”, ha confessato.
Con gli amici Leo Severino e Alejandro Monteverde, Eduardo ha fondato la Metanoia Films per “produrre pellicole che abbiano il potenziale non solo di intrattenere il pubblico, ma anche di fare la differenza nella nostra società – ha spiegato Verástegui –, pellicole che tocchino il cuore del pubblico ed elevino l'intelletto verso ciò che è buono, bello e vero, verso l'eccellenza”.
La parola metanoia (in greco, “conversione”) è stata scelta Eduardo stesso e riflette il suo percorso spirituale personale.

Fonte: ZENIT, 9 dicembre 2009

2 - L'INFERNO DI HAITI
Ecco cosa non si dice in tv e sui giornali
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero, 16 gennaio 2010

Basta un piccolo starnuto del pianeta, in un minuscolo francobollo di terra come Haiti, e sono spazzati via migliaia di esseri umani. Anche un microscopico virus è in grado di uccidere milioni di persone. Sono tutte manifestazioni di una stessa fragilità, di uno stesso destino. Tutti documenti della nostra misera condizione mortale.
C’è una sola “malattia”, trasmessa per via sessuale, che porta inevitabilmente alla morte l’umanità intera e non ha cure possibili. Non è l’Aids. Ne siamo affetti tutti, ad Haiti come qui. Si chiama: vita.
E’ una “malattia” anche stupenda (per questo la scrivo fra virgolette), è una “malattia” che amiamo, a cui stiamo attaccati con le unghie e con i denti. Ma solitamente non riflettiamo sulla sua natura effimera e quindi l’amiamo in modo sbagliato, dimenticando che dobbiamo scendere alla stazione e siamo destinati a un’altra dimora.
Quando arrivano grandi tragedie, personali o collettive, apriamo gli occhi sull’estrema fragilità della nostra esistenza e – svegliandoci – ci sentiamo quasi ingannati. Come se non sapessimo che siamo di passaggio.
Sì, siamo tutti malati terminali. Ma noi dimentichiamo di essere sulla soglia della morte dal primo istante di vita. Lo rimuoviamo.
Anzi, quasi tutto quello che facciamo ogni giorno ha questa segreta ragione: farci dimenticare il nostro destino, esorcizzare la morte, preannunciata dalla decadenza fisica, dalle malattie, dalla sofferenza, dal dolore altrui. Distrarci, come diceva Pascal: il “divertissement”.
Ormai la nostra mente è organizzata come un vero e proprio palinsesto televisivo: c’è la mezz’ora dedicata alla tragedia di Haiti dove magari si chiama a parlarne non i missionari, non organizzazioni come l’Avsi che da anni lavorano in quelle povere terre, ma Alba Parietti e Cristiano Malgioglio. Poi, subito dopo, il telecomando passa ai quiz, alle ballerine sgallettanti, alle chiacchiere (politica o sport) eccetera.
Tutti modi – si dice – “per ingannare il tempo”. In realtà per ingannare noi stessi, per dimenticare il destino. Perché il nostro insopprimibile desiderio è di vivere sempre, è di essere felici, e ci è insopportabile l’idea della morte e dell’infelicità.
Così, anche quando parliamo seriamente di tragedie come quelle di Haiti, con la faccia compunta, tocchiamo tutti i tasti fuorché quello.
Parliamo dell’emergenza (e va bene), degli aiuti da mandare (e va benissimo), della miseria di quei luoghi (verissima), poi varie storie e considerazioni, finché uno guarda l’orologio perché deve andare al tennis, un altro sbircia il telefonino e un altro ancora sussurra al vicino “ma quand’è che se magna?”.
Ricomincia il tran tran. E gli affanni. E l’ebbrezza di essere padroni della nostra vita. E le illusioni. Eppure il più grande “filosofo” di tutti i tempi chiamò “stolto” colui che riempiva il suo granaio illudendosi di poterne godere all’infinito: “stanotte stessa ti sarà chiesta la tua anima…”.
Perché un giorno tutti dovremo rispondere dei nostri atti e di come abbiamo speso il nostro tempo. In quanto la vita è un compito. Anche se ormai gli stessi preti parlano raramente dell’Inferno e del Paradiso a cui siamo destinati.
Pensiamo che inferno e paradiso siano da fuggire o cercare qui sulla terra. “Haiti, migliaia in fuga dall’inferno”, titolava ieri la prima pagina della “Stampa”. Altri giornali raccontavano i “paradisi tropicali” dei turisti a pochi passi dall’orrore haitiano.
Solo la Chiesa ci dice che c’è un Inferno ben peggiore di Haiti (ed eterno) da cui fuggire. E un Paradiso da raggiungere, di inimmaginabile bellezza e gioia, in cui tutte le lacrime saranno asciugate.
Il solo conforto oggi di fronte all’enormità del dolore di tutta quella povera gente e di fronte a tanti morti, è proprio questo: sperarli (e pregare per questo) fra le braccia del Padre, finalmente nella felicità certa, per sempre.
Ma noi, davanti alla nostra stessa morte (che è certa, inevitabile), che speranza abbiamo? Proviamo a rifletterci. Per me la sola speranza autentica è in Colui che ha avuto pietà della sorte umana, Colui che ha il potere vero e che ripagherà ogni sofferenza con una felicità senza fine e senza limiti.
Per questo la Chiesa c’è sempre, dentro ogni prova dell’umanità, dentro ogni “inferno” terreno com’è Haiti (provate a leggere le testimonianze accorate da là dei missionari). C’è per portare agli uomini la compassione di Dio, la sua carezza, il suo aiuto e soprattutto per aprire le porte del suo Regno.
“Ti sei chinato sulle nostre ferite e ci hai guarito” dice un prefazio della liturgia ambrosiana “donandoci una medicina più forte delle nostre piaghe, una misericordia più grande della nostra colpa. Così anche il peccato, in virtù del Tuo invincibile amore, è servito a elevarci alla vita divina”.
E la cosa grande che ci porta Gesù, il Salvatore degli uomini, non è solo questa, ma la resurrezione, la vittoria sulla morte, cosicché nulla di ciò che abbiamo amato andrà perduto.
Diceva don Giussani: “Cristo risorto è la vittoria di Dio sul mondo. La sua risurrezione dalla morte è il grido che Egli vuole far risentire nell’animo di ognuno di noi: la positività dell’essere delle cose, quella ragionevolezza ultima per cui ciò che nasce non nasce per essere distrutto. ‘Tutto questo è assicurato, te lo assicuro, Io sono risorto per renderti sicuro che tutto quello che è in te, e con te è nato, non perirà’ ”.
Come si fa allora a non gioire, anche nelle lacrime? Come si fa a non affidarsi – anche nella tragedia – all’unico che salva?
Voglio dirlo con le parole di san Gregorio Nazianzeno: “Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei una creatura finita. Sono nato e mi sento dissolvere. Mangio, dormo, riposo e cammino, mi ammalo e guarisco, mi assalgono senza numero brame e tormenti, godo del sole e di quanto la terra fruttifica. Poi io muoio e la carne diventa polvere come quella degli animali che non hanno peccati. Ma io cosa ho più di loro? Nulla, se non Dio. Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei creatura finita”.

Fonte: Libero, 16 gennaio 2010

3 - IL PAPA IN VISITA ALLA SINAGOGA DI ROMA
Ecco i punti veramente importanti di cui tv e giornali non si sono accorti
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: Cesnur, 18 gennaio 2010

La visita di Benedetto XVI alla sinagoga di Roma, del 17 gennaio 2010, è stata vissuta dai media quasi esclusivamente come evento preparato e accompagnato da polemiche. Si è scrutato con attenzione ogni possibile riferimento alle polemiche a proposito della beatificazione di Papa Pio XII (1939-1958) o della revoca della scomunica ai vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata da monsignor Marcel Lefebvre (1905-1991), uno dei quali – monsignor Richard Williamson – ha espresso simpatia per le posizioni negazioniste sull’Olocausto. Nei mesi passati Benedetto XVI è più volte intervenuto per ribadire sia che Pio XII, una figura santa e a lui particolarmente cara, agì con discrezione ma anche con sapienza ed efficacia per aiutare, nei limiti di quanto era umanamente possibile, gli ebrei minacciati di sterminio dal nazional-socialismo, sia che la revoca delle scomuniche si inquadra nel tentativo di riportare la Fraternità San Pio X alla piena comunione con la Chiesa Cattolica, una questione complessa ma che non ha nulla a che fare con il negazionismo, del resto condannato con parole chiare e forti dallo stesso Pontefice.
L’insistenza di ambienti ebraici – dopo tanti chiarimenti – sulle due tematiche relative a Pio XII e a monsignor Williamson ancora in occasione della visita del 17 gennaio appare, occorre dirlo francamente, come un’ingerenza in affari interni della Chiesa, forse anche sollecitata e istigata da ambienti cattolici ostili a Benedetto XVI e decisi a preservare quella interpretazione del Concilio Ecumenico Vaticano II che il regnante Pontefice ha denunciato e condannato come «ermeneutica della discontinuità e della rottura». Da questo punto di vista, davvero di gusto discutibile appare la «difesa» del Concilio da parte del rabbino capo Riccardo Di Segni nel suo indirizzo di saluto al Papa: «Se quel che ha portato il Concilio Vaticano II venisse messo in discussione – ha detto il rabbino – non ci sarebbe più opportunità di dialogo». Ma soprattutto l’insistenza sull’evento rischia di far passare in secondo piano – come spesso accade – l’insegnamento di Benedetto XVI, che ha trattato in sinagoga due temi di grande importanza: un insegnamento che presenta anche qualche elemento di novità.
Il primo tema – che risponde in radice alle polemiche, ma vola più in alto rispetto a ogni giudizio contingente – riguarda le tragedie del XX secolo e le responsabilità per quegli errori e orrori. Il Papa indica con chiarezza da dove è venuto il male: da «ideologie terribili che hanno avuto alla loro radice l’idolatria dell'uomo, della razza, dello stato e che hanno portato ancora una volta il fratello ad uccidere il fratello. Il dramma singolare e sconvolgente della Shoah rappresenta, in qualche modo, il vertice di un cammino di odio che nasce quando l'uomo dimentica il suo Creatore e mette se stesso al centro dell’universo». Richiamando la sua visita ad Auschwitz del 28 maggio 2006, Benedetto XVI riafferma che uccidendo tanti uomini i signori delle ideologie in realtà, e ultimamente, «intendevano uccidere Dio». Non c’è solo, qui, una risposta al giudizio storicamente falso secondo cui l’Olocausto sarebbe una conseguenza dell’antigiudaismo cattolico, mentre è con tutta evidenza il frutto avvelenato di un’ideologia razzista radicalmente anticattolica. C’è molto di più. Le ideologie moderne – il nazional-socialismo che idolatra la razza, ma anche il comunismo che idolatra lo Stato e l’illuminismo laicista che proclama i diritti dell’uomo contro i diritti di Dio – sono segmenti di un processo plurisecolare di allontanamento dalla verità cattolica in cui l’uomo cerca di occupare quel «centro dell’universo» che è invece riservato a Dio. I frutti di questo processo, di cui il nazional-socialismo fa parte senza esserne l’unica manifestazione, non possono che essere odiosi e criminali.
Il secondo tema – e sta qui l’elemento di novità – è la proposta agli ebrei di un cammino di dialogo che non è principalmente teologico ma che parte dalla ragione e dal diritto naturale. I Dieci Comandamenti che gli ebrei e i cristiani hanno in comune sono, certo, rivelati da Dio ma sono accessibili anche alla ragione naturale di ogni persona di retto sentire. Il Decalogo «costituisce un faro e una norma di vita nella giustizia e nell'amore, un “grande codice” etico per tutta l'umanità. Le “Dieci Parole” gettano luce sul bene e il male, sul vero e il falso, sul giusto e l’'ingiusto, anche secondo i criteri della coscienza retta di ogni persona umana». La ragione, in particolare, è in grado di riconoscere la verità di aspetti fondamentali del Decalogo oggi particolarmente minacciati: «il rispetto, la protezione della vita» e «la santità della famiglia, in cui il “sì” personale e reciproco, fedele e definitivo dell'uomo e della donna, dischiude lo spazio per il futuro, per l’autentica umanità di ciascuno, e si apre, al tempo stesso, al dono di una nuova vita». Anche «riconoscere l'unico Signore, contro la tentazione di costruirsi altri idoli, di farsi vitelli d’oro» – il primo comandamento del Decalogo – è in realtà un traguardo cui la ragione umana è capace di pervenire, così che l’ateismo e il laicismo sono intrinsecamente irragionevoli, e sono anche alle radici degli orrori delle ideologie.
Non si può non notare il parallelo fra questa grande offerta al mondo ebraico di un dialogo incentrato sulla legge naturale, ricordata da Dio “pro memoria” nei Dieci Comandamenti a un’umanità che è in grado di comprenderla anche con la ragione – così che queste norme di natura s’impongono a tutti, credenti e non credenti, perché tutti sono dotati di ragione –, e l’analoga offerta più volte rivolta da Benedetto XVI ai musulmani. Il Pontefice non nega l’interesse di un dialogo teologico, che per i musulmani si è concentrato sul ruolo reciproco della Bibbia e del Corano o su come l’islam vede la figura di Gesù Cristo, per gli ebrei sul significato della nozione di alleanza fra Dio e il suo popolo e sul ruolo dell’Antica Alleanza con il popolo ebraico dopo la venuta di Gesù Cristo e la Nuova Alleanza con la Chiesa. Temi certamente interessanti per gli specialisti, e non solo. E tuttavia più volte Benedetto XVI ha mostrato i limiti di un dialogo teorico, buono quasi esclusivamente per gli accademici e per i congressi. In un mondo segnato da tante tragedie e violenze il dialogo più urgente e più concreto – quello che va al di là degli specialisti e coinvolge anche le persone comuni, quello che davvero può risolvere qui e ora i problemi e i conflitti – non può che partire dalla ragione. Se ogni religione argomenta esclusivamente dalla sua fede un confronto è certo possibile, ma raggiungere un consenso è del tutto aleatorio. Se tutti invece argomentano dalla ragione – che non è né cristiana né ebraica né musulmana, e che i credenti e i non credenti hanno in comune – trovare un consenso almeno su alcuni principi minimi della legge naturale, della legge di ragione, è possibile. Ed è il consenso su questi principi che può evitare le tragedie e le violenze che hanno segnato il XX secolo e continuano a segnare il XXI. Sta qui la vera svolta nel dialogo inter-religioso di Benedetto XVI, il Papa della ragione. Le polemiche contingenti non dovrebbero offuscare questo grande insegnamento.

Fonte: Cesnur, 18 gennaio 2010

4 - LE FREGATURE E LE INSIDIE NASCOSTE DELLA LEGGE SUL TESTAMENTO BIOLOGICO CHE IL PARLAMENTO ITALIANO STA PER APPROVARE

Autore: Mario Palmaro - Fonte: Comitato Verità e Vita, 11 gennaio 2010

Il Comitato Verità e Vita si inserisce nel dibattito sul testamento biologico con un Manifesto Appello “Contro la legge sul testamento biologico - Contro ogni eutanasia”. Con questa iniziativa, il Comitato Verità e Vita intende esprimere – in forma pubblica e argomentata - un giudizio decisamente negativo sul testo di legge già approvato dalla Camera dei Deputati.
Come si legge nella prima parte del lungo e dettagliato documento, “il giudizio negativo non nasce da alcun atteggiamento pregiudiziale, non si fonda su affrettate valutazioni di natura emotiva, non disconosce le buone intenzioni e gli sforzi di tutti coloro che hanno lavorato e lavorano per l’approvazione di questo testo di legge.”
Nel Manifesto viene svolta un’attenta, minuziosa, approfondita valutazione dei contenuti della proposta di legge. Il risultato è un giudizio molto severo, tecnicamente documentato, circa gli effetti che una simile legge produrrebbe nell’ordinamento.
Il Comitato Verità e Vita, fin dal suo atto costitutivo, si è assunto il compito di “impegnarsi per denunciare pubblicamente, senza cedimenti e compromessi, l'esistenza di leggi intrinsecamente ingiuste, quali la legge 194/1978 sull'aborto volontario, la legge 40/2004 sulla fecondazione extracorporea e ogni legge che dovesse rendere lecita la pratica dell'eutanasia comunque denominata”. Ed è in coerenza con tale mandato che l’associazione formula un giudizio così negativo sul testo di legge all’esame del Senato.
Verità e Vita ribadisce che “l’uccisione intenzionale di un essere umano, realizzata con comportamenti attivi o omettendo cure doverose, con o senza il consenso della vittima, è sempre in ogni caso illecita e deve essere vietata e punita dalle leggi dello Stato”. La legge in discussione al Parlamento italiano aprirebbe più di una falla alla tenuta di questi principi, che per ora informano l’ordinamento giuridico italiano e in particolare il nostro Codice Penale.
Tutti coloro che condividono il Manifesto appello potranno aderire con una firma, secondo le modalità descritte nel sito dell’associazione: www.comitatoveritaevita.it

Fonte: Comitato Verità e Vita, 11 gennaio 2010

5 - O LA CROCE O LA SVASTICA
Un recente libro con la vera storia dei rapporti tra la chiesa e il nazismo
Fonte Il Sussidiario, 19/12/2009

È di recente uscita il volume storico di Luciano Garibaldi «O la Croce o la Svastica. La vera storia dei rapporti tra la Chiesa e il nazismo». Si tratta dell’avvincente racconto, nel consueto stile del giornalista e storico, di un conflitto ideologico-politico durato dodici anni, tanti quanti ne trascorsero dalla presa del potere da parte di Hitler in Germania, per giungere alla fine della seconda guerra mondiale. Un conflitto del quale si sa poco, troppo spesso equivocato da false o incomplete ricostruzioni storiche, alle quali l’autore si è riproposto di porre fine.
LUCIANO GARIBALDI, QUALI FURONO VERAMENTE I RAPPORTI TRA LA CHIESA DI ROMA E IL TERZO REICH?
Vengo subito al cuore del problema. Il primo febbraio 1933 Hitler prese il potere e s’impegnò a “proteggere fermamente il cristianesimo”. Ma ben presto rivelò le sue vere intenzioni. Una serie di soprusi e violenze ai danni della Chiesa cattolica spinse Pio XI a promulgare l’enciclica “Mit brennender Sorge”. L'assassinio del presidente dell’Azione Cattolica di Berlino, che si era dimostrato solidale con gli ebrei ed aveva pregato con loro, segnò l’inizio di un’autentica persecuzione: soppressione delle scuole cattoliche, chiusura della stampa confessionale, arresto dei suoi direttori, ondata di processi-farsa contro il clero. In Austria, dopo l’Anschluss, ovvero l’annessione al Terzo Reich, si giunse al saccheggio e all’incendio delle scuole cattoliche e del palazzo arcivescovile di Vienna.
CHI FURONO I PRELATI PIÙ ATTIVI CONTRO IL REGIME NAZISTA?
Un ruolo fondamentale fu svolto dal futuro Beato Clemens von Galen, vescovo di Muenster. Fu lui, assieme al vescovo di Berlino Konrad von Preysing, suo cugino primo, a schierare la Chiesa cattolica tedesca contro il nazismo e a dar vita ad una lotta senza quartiere contro Alfred Rosenberg e il suo “Mito del XX secolo”, il razzismo.
QUALE FU IL RUOLO DI EUGENIO PACELLI, IL FUTURO PAPA PIO XII, ALLORA SEGRETARIO DI STATO, IN QUELLE CIRCOSTANZE?
Furono ben settanta - anche se pochi lo sanno - le note di protesta del segretario di Stato Eugenio Pacelli al governo di Hitler. Conseguenza delle sue iniziative fu la  esplicita accusa contro Pacelli, appena asceso al soglio pontificio, contenute nei rapporti segreti di Reinhard Heydrich, il promotore della “soluzione finale”, ai Gauleiter, i capi delle province tedesche: «è  schierato a favore degli ebrei, è nemico mortale della Germania ed è complice delle potenze occidentali». Del resto, parole inequivocabili di condanna del nazismo sono contenute nei due radiomessaggi pronunciati dal Pontefice in occasione del Natale del 1941 e del Natale 1942. Ma già nel 1939, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, con l’enciclica “Summi Pontificatus”, si era schierato apertamente in difesa degli ebrei. E quando era ancora segretario di Stato, aveva pubblicato alcuni articoli dedicati al nazismo su “L’Osservatore Romano”, in uno dei quali aveva scritto che il partito di Hitler non è “socialismo nazionale”, ma “terrorismo nazionale”.
QUALCHE EPISODIO SPECIFICO E POCO CONOSCIUTO?
In Germania, la lotta al nazismo partì dal pulpito di una chiesa di Colonia, allorché un famoso gesuita, padre Josef Spieker, esclamò: «La Germania ha un solo Führer, ed è Cristo!». Fu il primo religioso cattolico a finire in campo di concentramento. Riuscirà a salvarsi e a scrivere le sue memorie. Non così quattromila suoi confratelli, che nei Lager nazisti immoleranno le loro vite. Tale fu, infatti, il contributo di sangue che sacerdoti, suore e religiosi tedeschi dovettero pagare alla svastica.
È VERO CHE HITLER ORDINÒ DI FARE PRIGIONIERO IL PAPA E RINCHIUDERLO IN UNA FORTEZZA DEL LIESCHTENSTEIN, SULL’ESEMPIO DI QUANTO, UN SECOLO E MEZZO PRIMA, AVEVA FATTO NAPOLEONE BUONAPARTE CON PIO VI E PIO VII?
Sì, ed è un evento storico che ho accertato e raccontato io, per la prima volta, molti anni fa. Fu dopo la disfatta di Stalingrado che Hitler impartì al generale delle SS Karl Wolff l’ordine di predisporre l’arresto del Papa e il suo trasferimento nel Liechtenstein. «Il Vaticano», queste le sue parole, «è un covo di cospiratori contro l'Asse. Bisogna occuparlo, arrestare Pio XII e i suoi cardinali e sottoporli alla nostra autorità». Wolff prese tempo e tergiversò, finché il Führer si decise a rinunciare al progetto. Il generale lo aveva convinto del fatto che, dopo l'occupazione di Roma da parte dei tedeschi e lo stretto controllo esercitato sul Vaticano, non era più necessario eseguire il rapimento. Ma Wolff, che, dietro le pressanti richieste di molti cardinali, aveva fatto sospendere l’esecuzione di parecchie condanne a morte (il che gli varrà il proscioglimento a Norimberga), aveva un piano preciso: lanciare un ponte verso gli angloamericani. E il Papa fece da intermediario, agevolando la resa di un milione di uomini nelle mani degli Alleati.
NEL SUO LIBRO C’È ANCHE UN CAPITOLO DEDICATO AI PRETI FILONAZISTI
Effettivamente, all’interno della Chiesa non mancarono punte di filonazismo. Un caso clamoroso fu quello di monsignor Alois Hudal, rettore del Collegio di Santa Maria dell’Anima di Roma, chiamato “il vescovo bruno”. Ma Hudal non ottenne mai il credito che si attendeva dalla Santa Sede. Nel campo protestante, Ludwig Müller, autoproclamatosi Reichsbischof, “vescovo del Reich”, aveva dato vita alla Chiesa dei Deutsche Christen, il cui statuto contemplava l'Arierparagraph, il “paragrafo ariano” che prometteva guerra incondizionata agli ebrei. Punte di antisemitismo non si ebbero invece mai nei ranghi dei cattolici schierati con Hitler.
HA ANCHE DEDICATO UN CAPITOLO ALLE DONNE CATTOLICHE TEDESCHE CHE SI OPPOSERO AL NAZISMO
In effetti, nella storia delle iniziative poste in atto dal mondo cattolico per attenuare le conseguenze della persecuzione antiebraica giganteggiano alcune figure femminili. Tra esse, Margarethe Sommer, animatrice della “Hilfswerk Berlin”, l'opera di soccorso agli ebrei fondata da monsignor Lichtenberg e sostenuta dal vescovo di Berlino, e Gertrud Luckner, infaticabile dirigente della Caritas e organizzatrice, a Friburgo, di un centro per favorire l’emigrazione clandestina degli ebrei verso la Svizzera. Egualmente luminose le storie di madre Matylda Getter, la suora polacca che salvò migliaia di ebrei, e della ungherese Margit Slachta, fattasi suora dopo essere stata, nel 1920, la prima donna eletta nel Parlamento di Budapest. Senza dimenticare Germaine Ribière, che a Parigi diede vita all’organizzazione “Amitié Chrétienne”.
DA CHI, COME LEI, HA SCRITTO UN LIBRO COME «OPERAZIONE WALKIRIA», NON CI SI POTEVA NON ATTENDERE UN APPROFONDIMENTO SUL RUOLO AVUTO DALLA CHIESA CATTOLICA NELL’ATTENTATO A HITLER DEL 20 LUGLIO. QUALI LE NOVITÀ IN PROPOSITO?
In merito al complotto del 20 luglio, un  dubbio non è mai stato risolto: è vero che il colonnello Von Stauffenberg, fervente cattolico e amico del vescovo di Berlino, prima di compiere l’attentato, andò da lui a confessarsi, ottenne l’assoluzione e si comunicò? Nelle mie pagine, ho cercato di chiarire l’enigma che da allora intriga gli storici e il popolo cristiano. E che va collegato con la durissima repressione che, dopo il fallito Putsch, colpì non solo gli ambienti militari, ma anche il mondo cattolico, con centinaia di sacerdoti e  religiosi arrestati, impiccati o mandati a morire nei Lager.
PERCHÉ ANCORA IN MOLTI SI OSTINANO A CONSIDERARE PIO XII UN PAPA ANTISEMITA E FILONAZISTA?
Le calunnie hanno le gambe lunghe. Gli storici schierati a sinistra che - per vendicarsi dell’anticomunismo di Pio XII - sparsero fango sulla sua memoria, sono però positivamente contrastati da moltissimi ebrei, anche famosi, che si sono  schierati in sua difesa: Albert Einstein, Golda Meir, Martin Gilbert, Michael Tagliacozzo, Gary Krupp, Elio Toaff, William Zuckermann. Nomi di altissimo prestigio che prima o poi, ne sono certo, riusciranno a convincere i loro correligionari facendo trionfare la verità.

Luciano Garibaldi, O la croce o la svastica. La vera storia dei rapporti tra la Chiesa e il nazismo, Lindau 2009, pp. 208, Euro 16,50

Fonte: Il Sussidiario, 19/12/2009

6 - L’ARCIVESCOVO DI MONACO DI BAVIERA CHIARISCE AI FEDELI L'AMBIGUITA' DI ANGELA MERKEL
La CDU ha tradito i valori cristiani
Fonte Avvenire, 10 gennaio 2009

L’arcivescovo di Monaco di Baviera, Reinhard Marx, attacca la Cdu del cancelliere Angela Merkel. E accusa il partito conservatore di seguire politiche «troppo nebulose» nell’insegnamento dei valori cristiani e di illudere la popolazione con politiche per la famiglia troppo elastiche. Ciò che «manca – ha detto in un’intervista al settimanale “Der Spiegel” in edicola domani – è una risoluta professione di fede al Credo cristiano e alla Chiesa». Nel programma della Cdu si «parla in termini del tutto generici di “valori cristiani” – ha proseguito –. Per me, questo è troppo nebuloso». Un particolare riferimento, poi, è andato alla politica dell’esecutivo sulla famiglia: «La politica perde la bussola se fa credere alla gente che si può avere tutto allo stesso tempo: la carriera, buoni stipendi e i figli», ha infatti sottolineato Marx. Esplicito anche nel riferimento al ministro per la Ricerca scientifica, Annette Schavan (Cdu), la quale appoggiato l’uso delle cellule staminali embrionali a scopi scientifici: «Questo mi ha profondamente deluso», ha detto l’arcivescovo. «Per noi – ha ricordato –, l’uso di cellule fecondate è inaccettabile. È molto spiacevole che la Cdu non abbia seguito le raccomandazioni della Chiesa su questa questione e che abbia ulteriormente ammorbidito la propria posizione». L’attacco di Marx contro la Cdu e indirettamente la Merkel, che è protestante, segue di pochi giorni una dura critica della Chiesa protestante contro la politica del governo tedesco in Afghanistan.

Fonte: Avvenire, 10 gennaio 2009

7 - LA MATEMATICA LO CONFERMA: GESU' E' DAVVERO IL MESSIA PREDETTO DALLE SCRITTURE

Autore: Marco Respinti - Fonte: Iltimone.org, 19 Gennaio 2010

Gli amici del Movimento per la Vita e del Centro Aiuto alla Vita di Mistretta, nella Sicilia Centrale, tornano oggi a diffondere il risultato di uno storico sondaggio.
Utilizzando la probabilità statistica nel suo libro Science Speaks, originariamente pubblicato nel 1976 e poi più volte riveduto, lo scienziato statunitense Peter W. Stoner (1888-1980), direttore del Dipartimento di Matematica e di Astronomia del Pasadena City College in California, calcola che il realizzarsi casuale anche di sole otto profezie ammonta a una probabilità di 1 su 100.000.000.000.000.000 ovvero 1 su 10 in potenza 17.
E si spiega con un esempio: se si prende un numero di monete di dollari di argento pari a 10 in potenza 17, con esse si può ricoprire tutta la superficie dello Stato nordamericano del Texas di uno strato spesso due piedi, vale a dire circa 60 centimetri. E quindi lo scienziato osserva: «Ora, segnate una di queste monete e disperdetele per tutto lo Stato. Bendate gli occhi di un uomo e ditegli che può andare lontano quanto vuole, ma che deve trovare il dollaro segnato. Quale possibilità ha di trovarlo? È la stessa probabilità che i profeti avrebbero avuto di vedere compiersi in un uomo le otto profezie da loro scritte, dalla loro epoca fino a oggi, assumendo che le abbiano scritte con la propria saggezza».
Ebbene, la probabilità casuale che un uomo realizzi non 8, ma ben 48 profezie è pari a un numero ancora più enorme, 1 su 10 in potenza 157. Nei Vangeli però Gesù ha realizzato ben 48 profezie, almeno 48 profezie.
La probabilità che dunque Gesù sia stato un semplice uomo i cui gesti siano per caso coincisi con quanto il Messia avrebbe dovuto realizzare a norma di Scritture Sacre è infinitesimale, forse persino meno. A rigore allora di statistica e di matematica, Gesù era Dio.

Fonte: Iltimone.org, 19 Gennaio 2010

8 - A COPENNAGEN UNA HIROSHIMA CULTURALE

Autore: Luigi Mariani - Fonte: Svipop, 30-12-2009

Da 10.500 anni l’agricoltura impiega con profitto la CO2 per produrre cibo, per cui l’idea della CO2 come inquinante propostaci dai leader mondiali riuniti a Copenhagen è stata, per usare un’espressione cara a Enrico Fermi, una “Hiroshima culturale” che avrà ripercussioni nefaste sulle giovani generazioni.
I dati osservativi indicano che il cosiddetto “riscaldamento globale” (+0,8°C in 150 anni) è fenomeno che interessa soprattutto le latitudini medio-alte; in ragione di ciò è apparso oltremodo ridicolo quel signore africano che, intervistato a margine della conferenza di Copenhagen, si lamentava del fatto che in Africa faccia troppo caldo per colpa dell’Occidente evoluto.
“Testimoni del clima che cambia” ed “eroi del clima” si sono aggirati per Copenhagen sponsorizzati dal WWF, a testimonianza soprattutto di un tempo che sempre più sostituisce le sensazioni alle misure.
Pare che in tutto i partecipanti all’evento danese siano stati 45.000; una partecipazione avvenuta in gran parte a spese dei contribuenti e sul cui impatto ambientale è meglio stendere un velo pietoso. Frattanto, ai margini del summit, una sapiente regia mediatica alimentava la spasmodica attesa delle masse, informandoci tramite radio, Tv e quotidiani sugli innumerevoli disastri che sono dietro l’angolo; nessuno si è tuttavia peritato di dirci che l’Antartide presenta oggi la copertura glaciale marina più ampia mai riscontrata da quando si fanno misure regolari.
In sintesi il global warming visto da Copenhagen fra il 7 ed il 18 dicembre 2009 ha assunto i connotati della farsa, una farsa di cui purtroppo quasi nessuno ha riso perché erano tutti troppo impegnati a recitare.
Peccato davvero: in passato Copenhagen fu la città di quell’Hans Christian Andersen che coniò l’immortale frase “il re è nudo”, frase che nessuno ha avuto il coraggio di pronunciare in occasione di questo summit.
La storia dell’agricoltura ci insegna che i nemici della produzione di cibo sono le fasi climatiche fredde e quelle caldo-aride. Al contrario, le fasi calde sono da sempre favorevoli all’attività agricola e dunque alla civiltà, a condizione di disporre di acqua. Ciò significa che molto prima di una politica globale della CO2 dovrebbe venire una politica globale delle risorse idriche finalizzate agli usi civili ed alla produzione di cibo.
Ma come conciliare una così lampante esigenza con gli enormi interessi del settore energetico o con l’atteggiamento medio del settore agricolo? Il nostro settore purtroppo, a fronte dell’ingiusta accusa - “inquinate emettendo CO2, metano, protossido d’azoto ecc.” - non solo non è in grado di rispondere che l’agricoltura assorbe molta più CO2 di quanta non ne emetta (e per di più per uno scopo nobile quale la produzione di cibo) ma sempre più spesso si autodichiara “inquinatore” sperando così di ottenere un modesto “piatto di lenticchie”.
Non è dicendo “scusateci se esistiamo” che si fa il bene proprio e della collettività.
Nel 2050 questo pianeta avrà circa 9 miliardi di abitanti; quando avremo dilapidato le nostre risorse per ridurre la CO2 (magari infilandola a caro prezzo nelle viscere della Terra) cosa daremo da mangiare a tutta quella gente? Da leader mondiali saggi e che vedano un poco oltre il loro naso (pardon, “mandato”) mi sarei atteso una risposta chiara e non dilatoria a questa domanda. E, credetemi, non bastano le parole magiche “biologico” o “biodinamico” che oggi mi suonano sempre più simili al motto di tutti gli ancien regimes: “il popolo non ha pane, che mangi brioches”.
Grava su tutti noi la profezia di Richard Lindzen, professore di Fisica dell'atmosfera al Massachusset Institute of Technology, secondo cui “...le generazioni future si meraviglieranno, attonite, di come agli inizi del XXI secolo il mondo sviluppato sia stato colpito da un panico isterico per un aumento della temperatura a livello mondiale di pochi decimi di grado e di come, sulla base di grossolane esagerazioni nelle proiezioni fatte al computer, abbia potuto profetizzare la necessità di un totale rovesciamento dell’era industriale”.
Questi pensieri si accavallano mentre scorro l’accordo di Copenhagen che i capi di Stato e di Governo hanno sottoscritto al termine della Conferenza, un documento onusto di slogan sul cambiamento climatico come grande sfida del nostro tempo, sul contenimento dell’aumento delle temperature entro i 2°C rispetto all'inizio dell'era industriale, sullo sviluppo sostenibile, sui profondi tagli nelle emissioni globali, sull’equità, sullo sradicamento della povertà, sull’ulteriore stretta alle emissioni rispetto a Kyoto, sulla lotta alla deforestazione, sull’aiuto allo sviluppo dei Paesi in via di sviluppo tramite la cooperazione internazionale. Nemmeno una parola invece sull’agricoltura e sulla produzione di cibo.
Tre giorni dopo la conclusione del vertice, 21 dicembre, primo giorno d’inverno, l’Europa si è trovata alle prese con quella che è forse la maggiore ondata di freddo dopo il 1985; fra morti per freddo e trasporti nel caos il global warming torna finalmente in soffitta.
Good bye, Copenhagen.

Fonte: Svipop, 30-12-2009

9 - OMELIA PER LA III DOMENICA TEMPO ORDINARIO - ANNO C - (Lc 1,1-4;4,14-21)

Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 24 gennaio 2010)

Le letture di oggi ci danno degli insegnamenti molto importanti per la nostra vita cristiana. Fin dalla prima lettura si parla del dovere dell’evangelizzazione. Il popolo di Israele era appena tornato dall’esilio di Babilonia ed era giunto il tempo di restaurare la Nazione dalle fondamenta. Più urgente della restaurazione materiale era quella spirituale. Quindi il sacerdote Esdra portò la Legge davanti all’assemblea e, dallo spuntar della luce fino a mezzogiorno, fu proclamata e spiegata la Parola di Dio.
Il brano del Vangelo presenta Gesù che nella sinagoga di Nazareth illustra la sua Missione di salvezza. Egli si alzò a leggere e gli fu dato il rotolo del profeta Isaia. Egli lo aprì e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio» (Lc 4,18). Terminata la lettura del passo, Egli proclamò: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21). Gesù è venuto su questa terra per proclamare a tutti il lieto annunzio della salvezza e questa Missione è continuata dalla Chiesa che deve diffonderlo fino agli estremi confini della terra.
Oggi come allora c’è questa necessità dell’evangelizzazione. Il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II parlava di nuova evangelizzazione, il che vuol dire che siamo tornati indietro, da una società cristiana a un mondo ormai pagano nel cuore e nella mente. Gli stessi cristiani tante volte sono paurosamente ignoranti per quanto riguarda le verità eterne.
All’interno della Chiesa vi sono quei cristiani chiamati in un modo particolare a quest’opera evangelizzatrice. San Paolo, nella seconda lettura di oggi, scrivendo ai Corinzi, ci ricorda che tutti noi siamo membra del Corpo Mistico di Cristo, ciascuno secondo la propria missione. Per cui alcuni sono apostoli, altri sono profeti, altri ancora maestri, altri hanno il compito di governare la Chiesa, di assistere i bisognosi, e così via (cf 1Cor 12,27-30).
Chi è chiamato all’evangelizzazione deve svolgere questa missione pienamente consapevole che essa è un compito di cui dovrà rendere conto a Dio. Per questo motivo, san Giovanni Maria Vianney si preparava le prediche con notti intere di preghiera e di studio. Il suo intento era quello di essere semplice, così che tutti potessero comprendere. Un giorno una donna chiese al Santo: «Perché quando pregate parlate tanto piano, mentre invece predicate tanto forte?». E il Santo rispose bonariamente: «È perché quando predico, parlo a gente sorda o addormentata, mentre quando prego parlo al Signore, che non è sordo».
Uno dei più grandi predicatori che abbia percorso gran parte dell’Italia fu certamente san Bernardino da Siena, il quale dal 1419 portò di paese in paese, come predicatore itinerante, la Parola del Vangelo. L’Italia, a quell’epoca, come pure oggi, offriva un quadro ben poco consolante. La fede del popolo era particolarmente scossa per la presenza di molti nemici della Chiesa. Conseguenze ne furono l’indifferenza religiosa e la depravazione dei costumi. Era l’epoca dell’umanesimo e del rinascimento, durante i quali ci fu un ritorno al paganesimo, a un lusso sfrenato e a una vita gaudente e, se ciò non bastasse, vi erano molte discordie nella società. L’unico rimedio a questi mali san Bernardino lo vide in un ritorno al Vangelo e allora per venticinque anni attraversò l’Italia in tutti i sensi, portando, in una predicazione sostanziosa e ardente, viva di fresca naturalezza e di nobile popolarità, il lieto messaggio di Cristo. Nelle sue prediche flagellava con coraggio i vizi dominanti dell’epoca e alla fine ordinava al popolo di inginocchiarsi e di domandar perdono al Salvatore promettendogli conversione e fedeltà. San Bernardino era e rimarrà il grande Santo missionario popolare che ridiede un volto cristiano all’Italia immersa in un nuovo paganesimo.
Altro grande predicatore fu san Giacomo della Marca, il quale percorse l’Europa intera predicando il Vangelo. Egli paragonava la predicazione alla semina di un contadino. I cuori dei fedeli sono il terreno che deve accogliere questa semente. Tante volte purtroppo questo terreno è sassoso e spinoso, per cui non ci sono frutti di conversione. E così diceva: «O preziosa e santissima Parola di Dio! Tu illumini i cuori dei fedeli, tu strappi le anime dalla bocca del diavolo, giustifichi gli empi e da terreni li trasformi in celesti. O santa predicazione, più preziosa di ogni tesoro! Beati coloro che volentieri ti ascoltano, perché tu sei la grande luce che illumina il mondo».
Oggi come allora c’è bisogno di questa nuova evangelizzazione e, se da una parte dobbiamo pregare il Padrone della messe perché mandi santi predicatori per ridare un volto cristiano ai nostri paesi, dall’altra parte abbiamo il dovere di istruirci nella fede, meditando assiduamente il Vangelo e studiando seriamente il Catechismo.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 24 gennaio 2010)

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