BastaBugie n°545 del 07 febbraio 2018

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1 IL FEMMINICIDIO E' GRAVE MA SE, COME NEL DELITTO DI PAMELA MASTROPIETRO, L'ASSASSINO E' UN IMMIGRATO TUTTO CAMBIA
Un tempo si chiamavano delitti passionali senza distinguere il sesso della vittima, oggi invece se ne parla solo se la vittima è donna (e il carnefice italiano)
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
2 L'OCCHIO DEL PERVERSO VEDE PERVERSIONE ANCHE DOVE NON C'È
In una scuola arriva la statua di un santo che porge un panino ad un povero, ma la stupidità dei social network si indigna per un gesto pedofilo... inesistente
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
3 LA CONVERSIONE DI VOLTAIRE IN PUNTO DI MORTE
Il celebre filosofo anticattolico si confessò dichiarando: ''Muoio nella santa Religione Cattolica sperando che Dio si degni di perdonare tutti i miei errori e se ho scandalizzato la Chiesa chiedo perdono anche di ciò''
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
4 LA PIU' COMPLETA RICERCA SUI SERIAL KILLER
Purtroppo oggi si inventa il buon padre di famiglia cristiano come protagonista dei serial killer (cinema, romanzi, televisione, fumetti) distorcendo così la realtà
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
5 SEI IMMIGRATO? PORTE APERTE! SEI ANCHE GAY? PORTE SPALANCATE!
Basta che l'immigrato dichiari di essere gay (senza dimostrarlo) per ottenere più facilmente asilo politico
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
6 LE SPOGLIE DI UN RE, MALEDETTE DALL'ANTIFASCISMO
L'Italia si mostra disponibile a digerire di tutto, dagli anarchici bombaroli ai centri sociali devastatori, ma non il rimpatrio della salma di Vittorio Emanuele III
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
7 GRAZIE AL CRISTIANESIMO L'UMANITA' FIORI'
E' grazie al Vangelo che abbiamo le nostre case riscaldate, l'abbondanza di cibo e beni, i diritti, ecc.
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
8 BANDIERA ARCOBALENO SULL'ALTARE E MIGRANTI AL POSTO DELLA VIA CRUCIS
Un parroco a Monza ha sostituito i quadri della Via Crucis con foto di immigrati per essere ''creativo'' (VIDEO: il nuovo video di Povia ''Immigrazia'')
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
9 OMELIA VI DOMENICA T. ORD. - ANNO B (Mc 1,40-45)
Lo voglio, sii purificato!
Fonte: Il settimanale di Padre Pio
10 OMELIA MERCOLEDI' DELLE CENERI (Mt 6,1-6.16-18)
Il Padre tuo, che è nel segreto, ti ricompenserà
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - IL FEMMINICIDIO E' GRAVE MA SE, COME NEL DELITTO DI PAMELA MASTROPIETRO, L'ASSASSINO E' UN IMMIGRATO TUTTO CAMBIA
Un tempo si chiamavano delitti passionali senza distinguere il sesso della vittima, oggi invece se ne parla solo se la vittima è donna (e il carnefice italiano)
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 03-02-2018

(LETTURA AUTOMATICA)
Pare sia stata María Marcela Lagarde, una femminista messicana, a coniare il termine «femminicidio», che però solo dal 2010 ha acceso la fantasia dei giornali italiani. E dei telegiornali, uno dei quali (il Tg2, per la precisione) addirittura ne tiene il conto e ne aggiorna i teleutenti con un riquadro numerato in alto a destra dello schermo: per esempio, «quarantacinquesimo femminicidio dall'inizio dell'anno...». Il termine implica in sé un'aggravante: se uccidi un uomo, un bambino, un vecchietto, anche la nonna, è un delitto comune, ma se ammazzi la moglie o la convivente è un reato a sé stante, a tutto tondo.

L'INDIGNAZIONE SCATTA SOLO IN PRESENZA DI FATTORI BEN PRECISI
Più grave - sottinteso - degli altri, e il pubblico si deve costernare di più. L'arrière pensée è questo: la donna è più debole e fragile dell'uomo, fisicamente s'intende, perciò farle del male - da parte maschile - è vieppiù odioso. Ed è inutile tirare fuori statistiche che evidenziano un fenomeno, l'uccisione di donne da parte del partner (questo è il femminicidio), tutto sommato contenuto, e addirittura, in Italia, meno diffuso che in altri posti (i Paesi nordici e quelli più «avanzati» hanno percentuali di violenze sulle donne di gran lunga maggiori) e che, sul totale degli omicidi, le vittime maschili sono di gran lunga più numerose. No, l'immaginario vuole la sua parte e scatta solo in presenza di fattori ben precisi: l'assassino deve avere un'età compresa tra i trentacinque e i sessantacinque anni, e la vittima deve essergli suppergiù coetanea; se l'omicida ha novant'anni e la morta quasi, allora non si parla di femminicidio. Lo stesso quando il fattaccio vede implicati due adolescenti.
L'ideale, per i media, è una situazione-standard: lei, stufa, vuole separarsi e lui la uccide. Questo è femminicidio «classico» e fa scattare il numerino al Tg2. La riprova di questo stampino mediatico l'abbiamo avuta nel delitto di Macerata: una ragazza diciottenne uccisa e fatta a pezzi da uno spacciatore nigeriano. «Il Giornale», nel titolo, sottolinea che l'assassino è un clandestino, ma non si sofferma sulla differenza di sesso tra omicida e vittima. E neanche gli altri grandi quotidiani: il «Corsera» parla di delitto, «Repubblica» di ragazza fatta a pezzi, la «Stampa» di assassinio, il «Messaggero» pure e l'«Ansa» di omicidio.

DELITTI PASSIONALI
Pamela Mastropietro è stata uccisa da Innocent Oseghale, immigrato, il quale ha creduto bene di sezionarne il cadavere e chiuderlo in due trolley. Tutto qui. Molto probabilmente una storia di spaccio, staremo a vedere. Ma il punto è un altro. Questo è un ammazzamento qualsiasi, mica un femminicidio. Infatti, del femminicidio non ricorrono gli estremi, tant'è che le femministe non hanno battuto ciglio: niente manifestazioni, indignazioni collettive, volantinaggio, convegni, indizioni di «giornate», cortei con striscioni e facce dipinte.
No, quantunque la definizione di femminicidio non sia mai stata ufficialmente circoscritta, è ormai chiaro che essa riguarda un delitto verificatosi entro le mura domestiche o negli immediati paraggi. Naturalmente, l'assassino deve essere lui, se è lei non vale, non ha la stessa valenza ideologica. Un tempo si chiamavano delitti passionali, ma avevano il difetto di non distinguere il sesso della vittima. Poi è arrivata l'ideologia a fare chiarezza e a numerare i «femminicidi». Reato speciale, specialissimo. Per certuni, anzi, il più grave di tutti. Ah, quasi dimenticavo: mi raccomando, nella faccenda di Macerata, guardiamoci bene dal «demonizzare» gli immigrati...

Nota di BastaBugie
: Riccardo Cascioli nell'articolo sottostante dal titolo "Pamela, sepolta dal cinismo di media e politica" afferma sconsolato che a nessuno sembra veramente importare di Pamela Mastropietro, la ragazza brutalmente uccisa e fatta a pezzi. La sua tragica fine è stato solo il pretesto per scatenare le opposte fazioni in vista delle elezioni.
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 5 febbraio 2018:
C'è qualcuno a cui interessa davvero di Pamela Mastropietro? Della sua vita, del suo destino, del dolore dei suoi genitori? Una ragazza di appena 18 anni, dapprima caduta nel tunnel della droga, ora barbaramente, selvaggiamente uccisa a Macerata, probabilmente dopo essere stata violentata, e il suo corpo smembrato. Per il suo omicidio è stato arrestato un giovane nigeriano, Innocent Osenghale; le prove a suo carico, da quel che si legge, sembrano schiaccianti.
Ma è proprio a questo punto che si cominciano a perdere le tracce di Pamela sui media e anche nella politica. Perché le circostanze e l'autore dell'omicidio danno il via al solito squallido teatrino ideologico. Per i nostri media laicisti sembra proprio che l'omicidio di Pamela (curiosamente in questa circostanza nessuno usa la parola "femminicidio") sia un po' meno grave visto che a commetterlo è un immigrato africano.
Certo, c'è anche chi ne approfitta un po' per alimentare la propria campagna elettorale in chiave anti-immigrazionista; certo, di omicidi efferati ne commettono anche gli italiani, ma accusare di razzismo e xenofobia chiunque fa notare l'anomalia e l'inaccettabilità della presenza di un immigrato senza permesso di soggiorno che vive indisturbato in un piccolo centro e ancora più indisturbato nello stesso piccolo centro spaccia droga, è semplicemente folle. Non è un caso isolato, purtroppo: di casi di cronaca nera provocati da immigrati nelle stesse condizioni ne abbiamo registrati già diversi, ed è solo la punta di un iceberg: chiunque può vedere gruppi più o meno grandi di immigrati irregolari che vagano per città piccole e grandi facendo nulla o anche spacciando droga. E se la gente non si sente sicura, ha paura, non è per xenofobia o per razzismo.
Ma poi, su una situazione già avvelenata e in cui Pamela, il suo corpo smembrato, è già sullo sfondo, ecco arrivare un altro giovane, Luca Traini, decisamente border-line e forse anche oltre, che decide di tentare una strage di immigrati sparando dalla sua auto. Alla fine il bilancio è di sei feriti. Non c'è nulla al momento che faccia pensare all'azione di un qualche gruppo estremista, sembra proprio l'atto di uno psico-labile esaltato dall'omicidio commesso pochi giorni prima. Ma ecco che a questo punto Pamela sparisce completamente dalla vista; dalle più alte cariche dello Stato all'ultimo degli opinionisti diventa tutto un allarme-razzismo, proclami che sfiorano il ridicolo, la chiamata alla mobilitazione anti-fascista. E non parliamo neanche dei deliri dello scrittore Roberto Saviano. Dai media i sei immigrati feriti vengono subito coccolati ed esaltati, della ragazza fatta a pezzi e messa in due valigie non c'è più traccia.
In realtà non interessa a nessuno neanche della storia e della realtà che vivono i sei immigrati feriti, tutto e tutti diventano pretesto per le diverse battaglie politiche e ideologiche. E quindi, esaurita la forza propulsiva della cronaca, si dimenticherà anche questo caso senza che nulla sia stato fatto almeno per minimizzare le condizioni che possono portare a queste tragedie: lo spaccio e il consumo di droga, l'immigrazione senza controllo e le attività illecite degli immigrati. Almeno fino al prossimo caso, quando le reciproche indignazioni si riaffronteranno ancora sopra qualche altro cadavere.
Per quel che ci riguarda, il nostro pensiero torna a Pamela, a una vita di 18 anni stroncata dal vuoto esistenziale riempito con le droghe e dalla violenza di un uomo che non sarebbe neanche dovuto essere lì. Per lei ora possiamo solo pregare per la sua anima - in ogni caso l'aiuto più grande che chiunque può darle -, ma molto altro c'è da fare per evitare che accadano altre tragedie di questo genere.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 03-02-2018

2 - L'OCCHIO DEL PERVERSO VEDE PERVERSIONE ANCHE DOVE NON C'È
In una scuola arriva la statua di un santo che porge un panino ad un povero, ma la stupidità dei social network si indigna per un gesto pedofilo... inesistente
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 24/11/2017

(LETTURA AUTOMATICA)
I cosiddetti social network sono una buona cosa? Sono come la stampa, bellezza: tutto dipende dall'uso che se ne fa. Uno spazio in cui scrivere è una benedizione se chi ci scrive è il saggio, una jattura se vi mette mano l'imbecille. Questa serena riflessione è scaturita dall'ultima novità-scandalo (si fa per dire) lanciata dai social, ripresa e rilanciata dai media, amplificata fino a copertura mondiale da questi ultimi. Si tratta di questo: nella scuola australiana Blakfriars di Adelaide c'è, nel cortile, una statua che raffigura un Santo nell'atto di offrire un pane a un bambino. I «blackfriars» nel mondo anglosassone sono i domenicani, «frati neri» per via del colore del mantello.

SAN MARTÍN DE PORRES
Nulla di strano che nel cortile di quella scuola ci sia l'effigie di un Santo O. P., appartenente cioè all'Ordine dei Predicatori (questo il nome ufficiale dei domenicani). Sarebbe san Martín de Porres, un santo del XVI secolo che visse in Perù ed aveva la caratteristica di essere mulatto: era figlio infatti di un hidalgo spagnolo e di una schiava nera liberata. Martín de Porres, nato a Lima nel 1579 da don Juan de Porres e Ana Velázquez, e morto a sessant'anni nel 1639, fece l'apprendista barbiere-cerusico prima di entrare nell'unico convento domenicano del Perù. Poiché non aveva studiato lo misero a fare i lavori più umili. Infatti, la sua rappresentazione più classica lo vede con in mano una scopa di saggina. O mentre, col dito alzato, ammaestra i topi.
Sì, perché tra i molti suoi carismi aveva anche quello di farsi capire - e ubbidire - dagli animali. Poiché i topi facevano danno in dispensa e nel granaio, lui prese l'abitudine di farli radunare in un angolo del giardino per mangiare quel che lui dava loro, senza che recassero disturbo. Divenne così famoso che anche il Viceré veniva a cercare i suoi consigli. Ma lui rimase sempre umile e al suo posto. E' invocato anche contro la peste, perché curò da solo l'intero convento quando il morbo arrivò a Lima. Fondò anche un collegio per istruire i bambini poveri, e forse a questo si ispira la statua di Adelaide.

L'OCCHIO DEL PERVERSO VEDE PERVERSIONE ANCHE DOVE NON C'È
Ora, il problema è questo: il pane che la statua porge al bambino è un sfilatino allungato e, data l'altezza del bambino, questo panino si situa proprio in corrispondenza del basso ventre del Santo. Naturalmente, ci vuole un occhio lubrico per vedere nel complesso statuario un richiamo pedofilo, ma abbiamo già detto, a proposito del saggio e dell'imbecille, come stanno le cose. La lucerna del corpo è l'occhio, dice il Vangelo, ma se l'occhio è malato... Infatti, nessuno aveva fatto caso a questa speciale lettura (diciamo così) cui la statua offriva il fianco. Il preside e lo staff della Blackfriars quando hanno commissionato la statua (made in Vietnam: forse da qui la sua particolare stilizzazione) non ci hanno visto niente di particolare, perciò l'hanno piazzata nel cortile e pace. Ma non avevano fatto i conti con chi ha guardato la foto su internet.
Eh, quantunque la pagnotta rechi sopra quattro scanalature diagonali (perciò si vede eccome che si tratta di pane), il Santo la porge a un bambino che gli arriva all'inguine. In effetti, dopo che vi hanno suggerito questa particolare lettura, allora sì che vedete la statua pedofila. Ma solo dopo che qualcuno ve l'ha messo in testa. Vabbè, data la risonanza planetaria, la statua è stata coperta con un sacco nero, in attesa di ulteriori decisioni. Correggerla, comunque, è facile, basta uno scalpellino. L'insegnamento che deve trarsi da tutta questa vicenda è il seguente: bisogna camminare con una mano davanti e l'altra dietro, perché la circospezione non basta mai. Attenti ai social, dunque. Non ve ne faranno passare liscia una.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 24/11/2017

3 - LA CONVERSIONE DI VOLTAIRE IN PUNTO DI MORTE
Il celebre filosofo anticattolico si confessò dichiarando: ''Muoio nella santa Religione Cattolica sperando che Dio si degni di perdonare tutti i miei errori e se ho scandalizzato la Chiesa chiedo perdono anche di ciò''
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 20/11/2017

(LETTURA AUTOMATICA)
François-Marie Arouet (1694-1778) si firmava con lo pseudonimo Voltaire e si sa quale fosse il suo sport preferito: sparare ad alzo zero contro il cristianesimo. Sua è la celebre frase «Écrasez l'infâme!» (schiacciate l'infame, cioè, soprattutto, la Chiesa cattolica). Tuttavia, come Napoleone (ma anche come Cavour), in fin di vita volle il prete. Sì, perché non si sa mai. Non sarà il primo - e neanche l'ultimo - di quelli che, dopo aver dato il corpo e le opere al diavolo, danno almeno l'anima a Dio. In effetti, comunque, la notizia della sua conversione in articulo mortis è una novità, segnalata dall'agenzia Aleteia.org del 16 novembre 2017.
Se ne è accorto il cattedratico Carlos Valverde, consultando il volume XII di una antica rivista francese: Correspondance littéraire, philosophique ed critique (1753-1793). Nel numero di aprile 1778, alle pagine 87-88, ecco il documento di pugno (o dettato) da Voltaire in persona: «Io sottoscritto dichiaro che avendo vomitato sangue quattro giorni fa, all'età di ottantaquattro anni, e non essendo potuto andare in chiesa, il parroco di Saint Sulpice ha voluto aggiungere alle sue buone azioni quella di inviarmi il signor Gauthier, sacerdote. Mi sono confessato con lui, e se Dio dispone di me, muoio nella santa religione cattolica nella quale sono nato sperando che la misericordia divina si degni di perdonare tutti i miei errori, e se ho scandalizzato la Chiesa chiedo perdono a Dio e a lei. Firmato: Voltaire, 2 marzo 1778 in casa del marchese de Villevielle, alla presenza del signor abbé Mignot, mio nipote, e del signor marchese di Villevielle, mio amico».
Voltaire morì il 30 maggio successivo, e nulla lascia pensare che abbia cambiato idea rispetto a quel 2 marzo. Straordinaria professione di fede di uno che aveva dedicato la vita, con le armi dell'ironia e del sarcasmo, a vomitare odio sulla Chiesa e il cristianesimo. Certo, l'animo umano è insondabile. O forse, semplicemente, la paura fa novanta. Può trattarsi di una bufala, questa conversione sul filo di lana? Non pare, perché la rivista in questione era edita da enciclopedisti come Diderot e Grimm. Poi perché riporta in calce quest'altro documento: «Dichiariamo la presente copia conforme all'originale, rimasto nelle mani del signor abbé Gauthier e che entrambi abbiamo firmato, come il presente certificato. Parigi, 27 maggio 1778. L'abbé Mignot, (il marchese di) Villevielle». La rivista, nel numero che riporta la morte di Voltaire, si spertica in lodi per quest'ultimo, «il più grande, il più illustre, forse l'unico monumento di quest'epoca gloriosa in cui tutti i talenti, tutte le arti dello spirito umano sembravano essersi elevati al più alto grado di perfezione».
Nel numero di giugno compare una lettera del priore dell'abbazia di Scellières al vescovo di Troyes. Questi aveva proibito che Voltaire fosse sepolto nell'abbazia, come richiesto dalla sua famiglia, ma il priore gli fa presente che, essendogli stata presentata la professione di fede che Voltaire scrisse (o dettò) il 2 marzo, non poteva in coscienza respingere la richiesta. Anche questo documento, dunque, conferma la conversione volterriana. Il corpo di Voltaire, comunque, in quell'abbazia rimase poco. Pochi anni dopo, nel 1791, la Rivoluzione trionfante, forse ignara di quanto accaduto il 2 marzo 1778 in casa del marchese di Villevielle, lo portò con tutti gli onori al Pantheon parigino, cioè l'antica chiesa di Sainte Geneviève sconsacrata all'uopo, e lo sistemò di fronte a Rousseau, altro Grande Eroe di quell' «epoca gloriosa».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 20/11/2017

4 - LA PIU' COMPLETA RICERCA SUI SERIAL KILLER
Purtroppo oggi si inventa il buon padre di famiglia cristiano come protagonista dei serial killer (cinema, romanzi, televisione, fumetti) distorcendo così la realtà
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 18/10/2017

(LETTURA AUTOMATICA)
Meglio regnare all'inferno (Lindau, pp. 256) di Mario A. Iannaccone è la più completa ricerca sul fenomeno dei serial killer pubblicata in Italia. Tratta del problema dell'omicidio seriale e delle sue manifestazioni nell'immaginario; di come è stato trattato dalla legge, dalla società, dalla scienza, e di come è stato raccontato nelle varie forme della cultura popolare (cinema, romanzo, televisione, fumetto).
È, soprattutto, una riflessione sull'uso ideologico della narrazione di questi crimini dal XIX secolo a oggi. Assassini che uccidevano per il proprio piacere, perché folli o malvagi, ce ne erano sempre stati; alcuni erano diventati persino celebri, come Jack lo Squartatore. Ma fu soltanto alla fine degli anni Sessanta, all'indomani di un'ondata omicidiaria senza precedenti, che il problema fu affrontato in modo nuovo.

GLI ANNI '80
Nel 1980 Ronald Reagan ebbe buon gioco nel rappresentare l'omicida seriale come un portato del trasgressivismo ribelle, promiscuo e drogato della controcultura americana. In effetti, non pochi assassini seriali del periodo riflettevano tali caratteristiche. Durante il grave caso degli Atlanta Child Murders (1978-1981) - omicidi di bambini - Reagan fece creare una sezione della FBI, la Behavioral Science Unit (BSU), che lavorasse specificamente al problema: fu allora che venne inventato il termine «serial killer». Da quel momento il seriale divenne il nuovo nemico interno. L'Accademia FBI di Quantico formò nuovi specialisti, psichiatri e criminologi, specializzati nello stilare "profili" predittivi dei seriali: erano i mindhunter che dovevano "pensare" come gli assassini, gli psicologi profiler e gli esperti di indagine procedurale (quella immortalata da CSI o dai romanzi di Kathy Reichs), protagonisti di migliaia di romanzi e film e di una vera mitologia contemporanea. In quel periodo, inoltre, nella gran parte di queste creazioni l'unico a salvarsi dalla furia omicida era chi si mostrava più morigerato, generalmente una ragazza chiamata Final Girl (l'archetipo si trova nel film Halloween del 1978).

GLI ANNI '90
Nel corso degli anni Novanta, a partire dall'era Clinton, le forze "progressiste" spazzarono via la breve stagione conservatrice reaganiana influenzando un nuovo modello. L'industria dello spettacolo, liberata dai lacci della condanna morale, imponeva il serial killer come eroe alla De Sade, astuto, manipolatore, creato da un male superiore. Hannibal Lecter è un archetipo del serial killer di nuovo tipo: avendo visto la sorella divorata da feroci nazisti capisce che il mondo è governato dal male e abbraccia una filosofia ispirata a De Sade. Questo tipo di serial killer immaginario è diventato molto presente nella cultura pop e ha avuto incarnazioni di grande successo come nelle serie tv Dexter o Hannibal, complessa e disturbante riflessione sull'arte di uccidere. Viene visto con simpatia: è per l'eutanasia, è colto, è slegato da convinzioni religiose (talvolta è persino un "giusto" nella sua ingiustizia). Ed è un artista.
Allo stesso tempo è sorto un secondo tipo di serial killer: il padre di famiglia, l'uomo ossessionato dalla religione (cattolica o comunque cristiana). In questo senso il cinema dei serial killer ma anche il romanzo nei suoi maggiori esponenti (come Patricia Cornwell) è diventato un mezzo di condanna della «cultura patriarcale» e della famiglia. In decine di serie televisive e centinaia di film negli ultimi trent'anni è il «padre» sotto accusa, in tutti i sensi. La donna è quasi sempre vittima, e il maschio colpevole soprattutto se è legato a una società tradizionale e religiosa, che è la fonte di tutti i mali. La famiglia è malata: così è rappresentata nelle serie americane, inglesi (Broadchurch o Happy Valley), norvegesi, svedesi e persino francesi: padri pedofili o assassini, figli mostri. Ci sono intere serie in cui scene clou di omicidio e violazione avvengono in chiese e luoghi di culto. Un caso? No, solo un altro modo con cui le sinistre culturali del regresso irrazionale combattono l'antico nemico. Da questo punto di vista il libro di Iannaccone è una riflessione su come certa cultura, anche quella che sembra più neutra, sia sempre un'arma per l'egemonia.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 18/10/2017

5 - SEI IMMIGRATO? PORTE APERTE! SEI ANCHE GAY? PORTE SPALANCATE!
Basta che l'immigrato dichiari di essere gay (senza dimostrarlo) per ottenere più facilmente asilo politico
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 28-01-2018

(LETTURA AUTOMATICA)
Mi sono sempre chiesto: se un migrante richiede asilo politico perché è gay e nel suo Paese d'origine i gay sono perseguitati, come si fa a sapere se dice il vero? Sappiamo che sono in tanti, gli africani soprattutto ma anche parecchi degli asiatici, a fuggire - dicono - da guerre, conflitti etnici e perfino cambiamenti climatici (sic!). Si sa, in effetti, che per la stragrande maggioranza si tratta di migranti economici, cioè gente che viene in Europa a cercare condizioni migliori di vita. Attratti da quel che hanno sentito dire, o da quel che hanno visto in televisione, in buona fede molti sono convinti di venire nel Paese di Lucignolo, e c'è da dire che i governi del Lucignolo fanno di tutto per accontentarli.
Ovviamente c'è qualche nodo burocratico da sciogliere, perciò il migliore sistema rimane quello di protestarsi «rifugiato»: si ha subito un permesso di soggiorno illimitato e quant'altro, vale a dire tutti i benefits a disposizione dei cittadini autoctoni. Ecco perché la qualifica di rifugiato fa gola a tutti i migranti e perché la prima cosa che in tanti dicono, appena arrivati, è «chiedo asilo politico». Ora, sapendo che la fuga dalla guerra non da tutti può essere invocata (i luoghi in cui sono in atto conflitti permanenti non sono moltissimi), anche perché, la guerra, oggi c'è e domani no, una più sicura alternativa è la gayezza: l'Occidente odierno è culturalmente dominato dal politicamente corretto pro-lgbt, e i Paesi afroasiatici in cui gli omosessuali non sono visti di buon occhio sono tanti (quelli musulmani praticamente tutti). Così è invalso il vezzo, crescente, di dichiararsi gay per ottenere lo status di rifugiato.

SCUSI, MA LEI DAVVERO E' GAY?
Ed eccoci allora alla domanda iniziale: come si fa a sapere se chi invoca il rifugio in nome della sua diversità sessuale dice il vero? La spiritosaggine farebbe dire: le autorità preposte assoldino come perito una pornostar e, lì sotto gli occhi degli agenti della polizia di frontiera, il richiedente asilo «dimostri» l'asserita peculiarità sessuale. Naturalmente scherziamo. Ma le autorità incaricate di concedere o negare l'asilo una prova la fanno davvero, perché non è pensabile che chi invoca un privilegio non debba provarne di esserne degno. La prova c'è e consiste in uno o più test psicologici tesi a stabilire, davvero e di fatto, l'orientamento sessuale dell'immigrato richiedente asilo. Così, almeno, veniva fatto fino all'altro ieri.
Ora, invece, colpo di scena: la Corte di Giustizia della Ue dalla sua sede di Lussemburgo ha dichiarato che il test di cui sopra costituisce «una inaccettabile ingerenza nella sfera privata» del migrante. Come se protestarsi gay non fosse di per sé una rinuncia spontanea alla propria privatezza, boh. Il caso è stato offerto da un nigeriano che nel 2015 aveva fallito il test in Ungheria e si era visto respingere la domanda. Fatto ricorso, la Corte gli ha dato ragione. Inutile pensare, malignamente, che la Ue al momento non è molto tenera con la politica ungherese in materia di accoglienza migranti.

SAREMO SOMMERSI DI IMMIGRATI (PRESUNTI) GAY?
La sentenza vale per tutti i Paesi della Ue e c'è da ritenere che creerà non pochi imbarazzi. Si badi: la Corte non ha detto no tout court alle perizie psicologiche, ma solo che l'interessato deve dare il consenso, e che questo deve essere libero. Ma - è qui l'inghippo - se dal test dipende la concessione dello status di rifugiato, ecco che il consenso non si può più dire propriamente libero. Mah. E adesso che succede? Saremo sommersi di nigeriani sedicenti gay? C'è da dire che, in fondo, le aspettative di chi si imbarca sulle carrette del mare alla nostra volta hanno ben donde: l'Europa è davvero il Paese di Lucignolo che accoglie, coccola e vezzeggia i c.d. «disperati». I quali ora sanno anche che i suoi giudici supremi hanno a cuore pure la loro privacy.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 28-01-2018

6 - LE SPOGLIE DI UN RE, MALEDETTE DALL'ANTIFASCISMO
L'Italia si mostra disponibile a digerire di tutto, dagli anarchici bombaroli ai centri sociali devastatori, ma non il rimpatrio della salma di Vittorio Emanuele III
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 19/12/2017

(LETTURA AUTOMATICA)
Don Bosco l'aveva sognato e glielo aveva mandato a dire. A Vittorio Emanuele II, mentre il parlamento subalpino decideva la soppressione degli ordini religiosi e l'incameramento dei beni ecclesiastici. Prima i lutti a Corte (e ci furono, uno dietro l'altro), poi l'ammonimento: chi ruba a Dio non supera la quarta generazione. E infatti: Vittorio Emanuele II, prima generazione di re d'Italia; Umberto I, seconda; Vittorio Emanuele III, terza; Umberto II, «re di maggio», quarta; fine della dinastia reale. Don Bosco l'aveva detto.

ALMENO LE SALME
Be', di tempo ne è passato dalla sostituzione del Regno con la Repubblica. Ormai, almeno le salme potrebbero rientrare dall'esilio. A chi fanno paura? Si dice che le bare che contengono le spoglie di Vittorio Emanuele III, morto ad Alessandria d'Egitto, e di sua moglie Elena di Montenegro, morta a Montpellier, siano state portate di soppiatto nel santuario di Vicoforte, in quel di Mondovì. Insomma, adesso sono in Italia. Dopo settant'anni. Ma ecco i mugugni. I monarchici, la cui consistenza numerica non dovrebbe impensierire l'Italia laica, democratica e antifascista, dicono in pratica: che c'entra Vicoforte? Là c'è seppellito Vittorio Emanuele I, che era re, sì, ma di Sardegna, non d'Italia. No, i fans dei Savoia vogliono quelle salme nel Pantheon di Roma. E additano, a conferma, le esequie di Michele I (Mihai) ex re di Romania: il feretro accolto in patria con tutti gli onori, esercito schierato e politici in prima fila, con percorso, su affusto di cannone, tra due ali di folla oceanica. Eppure, anche la Romania è una repubblica da decenni. Perché l'Italia fa ancora storie per il rientro di due salme e queste devono essere infiltrate quasi di nascosto?

AZZARDIAMO UN'IPOTESI
In Italia, ancora oggi, se gli anarchici mettono bombe alle porte di commissariati e caserme la notizia compare tra le brevi in quinta pagina. Se i cosiddetti centri sociali devastano il centro storico, la notizia la trovate in cronaca locale. Se gli stessi occupano interi palazzi e vi smerciano «erba», la notizia non la trovate proprio. Ma se quattro gatti di estrema destra disturbano verbalmente un convegno pro-immigrazione e, dopo aver letto un comunicato, se ne vanno disciplinatamente, ecco indetta una mobilitazione di tutte le forze politiche e sindacali per reagire alla intollerabile provocazione fascista. Se un giovane militare appende nella sua stanzetta una bandiera della marina prussiana si agita e sbraccia perfino il ministro della difesa, che minaccia sfracelli, destituzioni, rimozioni, punizioni severissime. Se un pugno risicato di attivisti di Forza Nuova si mascherano da fantasmi e lanciano slogan al megafono contro il gruppo Repubblica-L'Espresso senza far danni né male a nessuno, l'indignazione nazional-popolare raggiunge l'acme e allarmate interrogazioni parlamentari si levano contro il terrificante rigurgito nazifascista. Morale: tutto ciò che è comunista o simil-comunista è tollerato, anzi, va benissimo. Mano ferrea e pronta repressione sul versante opposto, e pazienza se la risposta è spropositata. Questa è la situazione, e lo è dal Sessantotto.
Ebbene, Vittorio Emanuele III è stato «di destra», perché non si è opposto a Mussolini o, almeno, non lo ha fatto fin da subito, fin dalla Marcia su Roma. Nell'immaginario egemone quel Re è stato complice del «male assoluto», cioè del fascismo, e in un'Italia in cui alte cariche istituzionali si sentono male, o almeno a disagio, quando passano dalla Stazione Ferroviaria di Milano o davanti all'Eur (realizzazioni del mai abbastanza deprecato Ventennio), il malessere o il disagio sarebbero replicati dalla presenza al Pantheon delle salme di Vittorio e Elena. Non sia mai. La domanda è però un'altra: perché i Savoia ci tengono tanto a tornare, pure da morti, in questo Paese?

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 19/12/2017

7 - GRAZIE AL CRISTIANESIMO L'UMANITA' FIORI'
E' grazie al Vangelo che abbiamo le nostre case riscaldate, l'abbondanza di cibo e beni, i diritti, ecc.
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 02/01/2018

(LETTURA AUTOMATICA)
Che cosa sarebbe il mondo senza il cristianesimo e la civiltà che esso ha generato? A questa domanda è stato risposto più volte e in modo esauriente, ma la memoria è forse la cosa più labile che esista, anche perché è la più facilmente inquinabile. Perciò, stancamente, ricordiamo com'era il mondo prima di Cristo e, visto che ci siamo, diamo un'occhiata a quelle parti di mondo in cui Cristo non c'è. Il mondo non cristiano, sia ateo, sia buddista, sia induista o musulmano, colpisce per la sua staticità.
Più «integrale» è, e più è fermo a millenni fa. Tanto per dirne una, le zone in cui vige la sharìa vivono ancora nel VII secolo, e non hanno intenzione di prenderne le distanze, anzi. Della civiltà cristiana hanno preso i ritrovati tecnologici ma il resto lo rifiutano, vivendo una vita tutto sommato difficile: hai la macchina ma se sei donna non puoi guidarla. In Africa, dove i missionari cristiani non hanno attecchito, la stregoneria e le più truci superstizioni tengono banco, fino all'omicidio degli albini, dei "vampiri", perfino dei calvi.

CHI HA RIFIUTATO LA CIVILTÀ CRISTIANA
Un'esistenza schizofrenica la si registra in quei luoghi dell'Asia dove Cristo è bandito, ma non la televisione. I Paesi ancora comunisti non hanno rifiutato la civiltà cristiana, anzi, le sono debitori di Marx, che è uno dei frutti ottocenteschi delle eresie laiche post-giacobine. E perfino i jihadisti sono debitori al giacobinismo del «terrore», e ai protestanti americani del «fondamentalismo». Prima di Cristo l'umanità era (non) equamente divisa tra liberi e schiavi, con i secondi che facevano da bestia da soma o da trastullo ai primi. Era sempre stato così e tutti, perfino il grande Aristotele, ritenevano che fosse giusto così.
Le donne erano proprietà del padre e del marito poi. Comprate e vendute, oggetto di contrattazione, spose-bambine non avevano neanche il diritto al nome proprio: i pur civilissimi romani davano alle figlie, quasi sempre uniche, il nome generico della gens; se la gens era l'Ottavia, la figlia si chiamava Ottavia, se era la Giulia, si chiamava Giulia. L'aborto era normale e riconosciuto legalmente. L'aborto selettivo, a danno delle femmine, pure. Tutte cose, è vero, tornate in auge alla grande, ma oggi almeno qualcuno se ne indigna, prima era pacifico.

DONNE E BAMBINI
I malati? Durante la peste di Alessandria, riportano le cronache, i pagani si stupivano del fatto che i cristiani assistevano gli appestati e se ne prendevano cura. I cristiani organizzavano la loro «carità» ed ecco gli ospedali. Il rifiuto dell'aborto portò alla primavera demografica dopo che l'Impero romano era morto proprio di denatalità. Le prime martiri cristiane vennero uccise perché avevano osato rivendicare, rifiutando le nozze imposte, le loro personalità e libertà. I secoli cristianissimi ebbero una pletora di regine, cioè la più alta carica dello stato.
Per i romani la donna era buona a una sola cosa: «domo mansit, lanam fecit» (rimase a casa a filare la lana), così si leggeva sulle tombe delle matrone, ed era un elogio sperticato. Inventare qualcosa di tecnologico? E perché? C'erano gli schiavi. Insomma, grazie alla Buona Novella l'umanità fiorì, ed è alla civiltà cristiana che dobbiamo le nostre case riscaldate, l'abbondanza di cibo e beni, i diritti. Ora, ecco un Dizionario elementare della civiltà cattolica. Scoperte. Conquiste, Traguardi (a cura di G. Barra, M. A. Iannaccone, M. Respinti, ed. Istituto di Apologetica, pp. 545, €. 25) da consultare e da tenere tra le opere più care della nostra biblioteca. Impossibile da riassumere qui, ma c'è proprio tutto, voce per voce. Anche il sottoscritto vi ha lavorato compilando la voce relativa a Pio XII e alla riconoscenza che per lui ebbero tutti gli ebrei salvati dalla Chiesa al tempo del nazismo. Potete chiederlo anche a info@iltimone.org. Non perdetevelo.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 02/01/2018

8 - BANDIERA ARCOBALENO SULL'ALTARE E MIGRANTI AL POSTO DELLA VIA CRUCIS
Un parroco a Monza ha sostituito i quadri della Via Crucis con foto di immigrati per essere ''creativo'' (VIDEO: il nuovo video di Povia ''Immigrazia'')
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 08/01/2018

(LETTURA AUTOMATICA)
Se ci lamentiamo per le liturgie creative stiamo sbagliando in pieno. Sì, perché i preti tutto sono tutto tranne che creativi. No, no, sono monotoni e ripetitivi, noiosi fino allo sfinimento, appiattiti come gregge sull'ultimo grido del clericalmente corretto. Ormai sono anni che approfittano dei presepi per «lanciare un messaggio», e questo messaggio è sempre lo stesso: i migranti. Gommoni al posto delle mangiatoie, barconi al posto delle grotte, il trio Gesù-Maria-Giuseppe in versione afro, e sempre la solita solfa monocorde, il solito faro puntato sulla «tragedia» dei migranti, tanto per tirare la volata alla Caritas che, con le Coop, con l'«accoglienza» ci va a nozze.

I MIGRANTI ANCHE NELLA VIA CRUCIS
Ora, passato il Natale, i migranti in chiesa sono finiti nelle Stazioni della Via Crucis. A Monza, capoluogo della Brianza, due passi da Milano, parrocchia Regina Pacis. Al collettivo dei preti della comunità pastorale, all'unanimità, è parso bene di sostituire i quadretti della tradizionale Via Crucis, quei quattordici che in tutte le chiese punteggiano a intervalli regolari le pareti, con foto di migranti. I quali, data la nostra situazione geografica, ormai sono tutti africani. Poi, tanto per non farsi mancare nulla, sull'altare è stata messa la bandiera arcobaleno. Che - non malignate - non è solo quella dei Lgbt, ma anche il simbolo - da qualche tempo a questa parte - del pacifismo. Forse che la parrocchia non è intitolata alla Regina Pacis (=della pace)? Dunque... Sì, ma qualche parrocchiano si è scocciato di queste melensaggini politicamente corrette. E si è lamentato. In effetti, sarebbe ora di finirla con questi preti che considerano le chiese e la liturgia di loro esclusiva proprietà e hanno ripristinato la definizione giustinianea del corrispondente diritto: «jus utendi et abutendi». Che, tradotto alla larga, sarebbe: la chiesa è mia e ci faccio quel che mi pare. I fedeli in disaccordo hanno mugugnato; quelli di osservanza leghista, che da quelle parti non sono pochi, hanno alzato la voce. E hanno definito «giusta e comprensibile» la decisione di quei fedeli che hanno espresso la loro opinione coi piedi, alzando i tacchi e uscendo di chiesa.

IL NUOVO VITELLO D'ORO MULTICOLORE
Ora, poiché la bella trovata della new-viacrucis e del drappo multicolor i preti della comunità pastorale implicata l'anno escogitata all'unanimità, il segretario della Lega sta pensando di adire l'arcivescovo. Anche perché alla cerimonia inaugurale del colpo di genio era stato invitato anche il locale imam, il quale ha recitato una sura del Corano. Il parroco, sentito dal «Giornale di Monza», ha risposto: «Ci dispiace che non sia stata capita la forza di questo messaggio». Che la «forza» sia con lui, perché a noi il «messaggio» pare proprio banale e ritrito. Non solo. Questa cosa che nessuno ha capito, tranne i preti ideatori del «messaggio», sa tanto di disprezzo clerical-chic per il popolo-bue che non si commuove come lor signori per la ria sorte del migrante. Il quale è ormai diventato una sorta di Vitello d'Oro, a cui ripetere incessantemente santo-santo-santo. Mah. Certo, prima, di noioso e ripetitivo c'era solo l'omelia, nella quale il celebrante meno aveva da dire e più lo diceva, così da estenuare per venti-venticinque minuti l'uditore obbligato a stare seduto e zitto per tutto il tempo. Ora ci si mette anche l'arredo, così che il tedio sia totale. Aridàteci gli anni Settanta, quando tra i preti furoreggiava il comunismo e al posto del migrante c'era l'operaio. Ricordate? Allora san Giuseppe era un lavoratore. Oggi è diventato profugo.

Nota di BastaBugie: qui sotto puoi vedere il nuovo video ufficiale del brano "Immigrazia" di Povia contenuto nel bellissimo cd "NuovoContrordineMondiale". Puoi richiederlo a giuseppepovia@vodafone.it 1 CD15 € - 2 CD 20€


https://www.youtube.com/watch?v=QabmEnuiVgo

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 08/01/2018

9 - OMELIA VI DOMENICA T. ORD. - ANNO B (Mc 1,40-45)
Lo voglio, sii purificato!
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 11 febbraio 2018)

(LETTURA AUTOMATICA)
Per paura del contagio, gli ebrei allontanavano dai centri abitati tutti quelli che erano stati colpiti dalla lebbra. Questi sventurati dovevano vivere appartati, lontani da tutti, e da tutti schivati. Il lebbroso veniva considerato come un essere pericoloso, condannato alla solitudine e all'abbandono. In caso di guarigione, il lebbroso doveva presentarsi dal sacerdote, il quale, constatato l'avvenuto risanamento, riammetteva il fratello nella società.
I commentatori del Vangelo hanno sempre visto nel miracolo riportato nel brano di oggi un miracolo ancora più grande e importante: quello della nostra guarigione dal peccato. Come Gesù ha voluto guarire quel povero lebbroso, così, e ancora di più, vuole guarire anche noi dalla lebbra del peccato. Il peccato, come la lebbra, porta alla morte, non però del corpo, ma della vita spirituale.
Vi è un particolare che accomuna la lebbra al peccato: la sua natura contagiosa. Il peccato tende sempre ad allargare la sua influenza, e non è raro il caso in cui l'uomo venga contagiato dal cattivo esempio degli altri. Di fronte al peccato, l'uomo ha solo una possibilità: ricorrere al Signore, con la fiducia di essere guarito, supplicando Gesù come il lebbroso del Vangelo: «Se vuoi, puoi purificarmi!» (Mc 1,40).
Quando uno si pente sinceramente dei suoi peccati, Gesù subito lo perdona; ma, come al lebbroso del Vangelo, dice: «Va' a mostrati al sacerdote» (Mc 1,44). Il sacerdote doveva verificare l'avvenuta guarigione e riammettere il lebbroso sanato alla vita comunitaria. Anche se siamo sinceramente pentiti, se siamo consapevoli di aver peccato mortalmente, non possiamo ricevere la Comunione, dobbiamo prima presentarci al sacerdote per ricevere l'assoluzione sacramentale. Egli verificherà il nostro pentimento e, in Nome di Dio, ci donerà il perdono dei nostri peccati.
Questa dottrina è stata da sempre insegnata dalla Chiesa, anche nell'ultimo Catechismo, e, con parole molto forti, dal papa Giovanni Paolo II. Il Papa, nell'Enciclica Ecclesia de Eucharistia, citava innanzitutto il Catechismo, quando dice: «Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione» (CCC, n. 1385); inoltre, poco prima, citava san Giovanni Crisostomo, il quale, in una sua omelia, così scriveva: «Anch'io alzo la voce, supplico, prego e scongiuro di non accostarci a questa sacra Mensa con una coscienza macchiata e corrotta. Un tale accostamento, infatti, non potrà mai chiamarsi comunione, anche se tocchiamo mille volte il corpo del Signore, ma condanna, tormento e aumento di castighi».
Ascoltando queste parole non possiamo rimanere indifferenti. Il messaggio di Giovanni Paolo II è stato molto chiaro. Con l'assoluzione sacramentale, quando il sacerdote pronuncia su di noi le parole di perdono, noi, come il povero lebbroso del Vangelo, entriamo in contatto con la misericordia stessa di Gesù e veniamo lavati nel suo Sangue Divino.
Gesù continua a mandare i lebbrosi dal sacerdote, i lebbrosi piagati dal peccato. Le parole che il sacerdote pronuncia al termine della Confessione non sono una semplice dichiarazione dell'avvenuto perdono, ma compiono una autentica trasformazione. Il sacerdote, in quel momento, è Cristo stesso che perdona e guarisce interiormente, usando la formula in prima persona: Io ti assolvo dai tuoi peccati.
Da questa riflessione deve nascere in noi una grande stima per questo Sacramento istituito per liberare l'uomo dal peccato. Per fare una buona Confessione dobbiamo fare nostro l'atteggiamento del lebbroso di cui parla il Vangelo, dobbiamo pertanto riconoscere il male che è dentro di noi. Non si va dal confessore per giustificarci o per dire i peccati degli altri, ma per manifestare semplicemente le colpe che abbiamo commesso.
Ai giorni d'oggi, molto spesso, si è perso il senso del peccato, e ci si sente a posto davanti a Dio. Altre volte il nostro accecamento arriva al punto da non riconoscere l'autorità della Chiesa che ci richiama sulla gravità di alcuni peccati.
Preghiamo che il Signore apra bene gli occhi del nostro cuore, affinché, con umiltà, riconosciamo la nostra miseria. Dio sarà subito pronto a perdonarci e ad innalzarci ancora più di prima. Ma, se manca questa umiltà, noi rimarremo sempre nel nostro accecamento e continueremo a vivere in questa illusione, la più pericolosa che ci possa essere.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 11 febbraio 2018)

10 - OMELIA MERCOLEDI' DELLE CENERI (Mt 6,1-6.16-18)
Il Padre tuo, che è nel segreto, ti ricompenserà
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 14 febbraio 2018)

(LETTURA AUTOMATICA)
È iniziata la Quaresima. Questo tempo che dura quaranta giorni è il "tempo favorevole" per la nostra conversione, per prepararci nel modo migliore alla celebrazione della Pasqua. Le letture ci offrono diversi spunti di meditazione. La prima lettura ci invita a una profonda conversione. Il signore così ci dice per bocca del profeta Gioele: "Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso" (Gl 2, 12-13). Dobbiamo convertirci e dobbiamo pregare per la conversione dei nostri fratelli. Infatti, poco più avanti, il Profeta così scrive: "Tra il vestibolo e l'altare piangono i sacerdoti, ministri del Signore, e dicano: "Perdona, Signore, al tuo popolo e non esporre la tua eredità al ludibrio e alla decisione delle genti"" (Gl 2,17).
Tutti noi, certamente, abbiamo bisogno di conversione, ma non possiamo disinteressarci di tanti nostri fratelli e sorelle che vivono come se Dio non esistesse e vanno verso la loro perdizione. Per loro dobbiamo innalzare continuamente le nostre preghiere, come i sacerdoti di cui parla Gioele, e implorare per tutti misericordia.
Cogliamo l'invito di San Paolo apostolo che così ci dice: "Lasciatevi riconciliare con Dio" (2Cor 5,20). Ci riconcilieremo con Dio ogni volta che ci accosteremo al sacramento al sacramento della Confessione che è l'incontro tra la Misericordia di Dio e l'umiltà dell'uomo pentito. Prepariamoci con cura a questo incontro, con un buon esame di coscienza, con vivo dolore, fermo proposito tra la Misericordia di Dio e l'umiltà dell'uomo pentito. Prepariamoci con cura a questo incontro, con un buon esame di coscienza, con vivo dolore, fermo proposito e una accusa sincera di tutti i nostri peccati.
Infine il Vangelo ci dà tre preziosi insegnamenti.
Il primo riguarda la preghiera, una preghiera fatta con il cuore, una preghiera che deve diventare un dialogo d'amore con Dio. Gesù, infatti, dice: "Quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che è nel segreto, ti ricompenserà" (Mt 6,6).
Il secondo insegnamento si riferisce all'elemosina, ovvero alla carità fraterna che riveste tante forme diverse. Gesù ci insena a praticare queste opere di misericordia non per essere lodati dagli uomini, ma unicamente per fare del bene. Riguardo a quelli che fanno del bene per essere approvati dagli altri, Gesù dice: "Hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra" (Mt 6,2-3).
Il terzo insegnamento è quello del digiuno. Il digiuno è una forma di penitenza che in questa Quaresima non dovrà mancare. Digiunare significa togliere qualcosa dalla nostra tavola per darla a che non ne ha. In senso ampio significa rendere più sobria la nostra vita, eliminando sprechi e spese inutili, per favorire la preghiera e la carità fraterna. Se la nostra preghiera sarà accompagnata dall'elemosina e dal digiuno, diverrà molto potente presso il Cuore di Gesù e ci otterrà tutto ciò di cui abbiamo bisogno, noi e i nostri cari.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 14 febbraio 2018)

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