BastaBugie n°550 del 14 marzo 2018

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1 ECCO SERVITO IL SESSO CON I ROBOT
Di perversione in perversione, al peggio non c'è mai fine: i robot saranno anche compagni di piacere sessuale, del resto la fantascienza l'aveva previsto
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
2 IL PAPA CHIEDE OMELIE BREVI, MA CHI LO ASCOLTA?
Papa Francesco inascoltato quando ha denunciato la sindrome da microfono che colpisce i sacerdoti
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
3 IL PRIMO SENATORE NERO DELLA STORIA ITALIANA E' LEGHISTA (E CATTOLICO)
Clamoroso smacco per chi, a sinistra, ha impostato la campagna elettorale sul presunto razzismo della Lega
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
4 ADDIO BELLEZZA, IN CHIESA SOLO CANZONETTE
Invece la musica liturgica dovrebbe avere caratteristiche di nobiltà, bellezza, ricercatezza, raffinatezza
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
5 COSA HANNO IN COMUNE L'EX MINISTRO LORENZIN, LA FESTA DELLA DONNA E IL FEMMINICIDIO?
Il termine ''femminicidio'' è stato coniato da una femminista comunista messicana (e nessuno ha mai dimostrato l'efficacia delle lezioni contro il bullismo)
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
6 AVVENIRE RIDICOLIZZA GESU' (ALMENO FACESSE RIDERE)
Pubblicata sul quotidiano dei vescovi una vignetta dissacrante con Gesù che flirta con la Maddalena
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
7 PAX CHRISTI VUOLE ELIMINARE I CAPPELLANI MILITARI IN NOME DEL VANGELO... MA GESU' NON ERA PACIFISTA
L'associazione, succube dell'ideologia pacifista, vuole togliere lo stipendio ai sacerdoti dell'esercito in modo da privare i soldati del necessario sostegno spirituale
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
8 IL SOGNO DI UN PARROCO PROGRESSISTA
A Bagni di Lucca hanno chiuso le chiese per mancanza di clero, ma per alcuni è un cambiamento positivo perché si può pregare assieme anche senza sacerdoti
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
9 OMELIA V DOM. DI QUARESIMA - ANNO B (Gv 12,20-33)
E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - ECCO SERVITO IL SESSO CON I ROBOT
Di perversione in perversione, al peggio non c'è mai fine: i robot saranno anche compagni di piacere sessuale, del resto la fantascienza l'aveva previsto
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 04/03/2018

Il Corsera-innovazione.it titola così: «Non solo badanti e camerieri, i robot diventeranno anche compagni di "piacere" e faremo sesso con loro». Sottotitolo: «Le nuove frontiere della robotica e dell'intelligenza artificiale coinvolgono anche la sfera "a luci rosse". Già disponibili modelli replicanti Sex-bot come Harmony, Rocky e Solana». Perché meravigliarsi? Perché scuotere la testa commentando «signora mia, ma dove andremo a finire»? C'era da aspettarselo, prima o poi sarebbe successo.
Ogni invenzione, se ci si pensa, è suscettibile di un'applicazione débauché, anche perché l'impulso sessuale è così forte, il Peccato originale così pervasivo che, a molti, la seconda cosa che viene in mente, vista la novità, è la sua versione hard. Quando fu inventata la fotografia, il primo dagherrotipo ritrasse forse un vaso di fiori, ma già il terzo, se non il secondo, era un nudo. Il passo successivo furono le immagini pornografiche. In breve fu scoperta la tecnica del fotomontaggio e ne fecero le spese la regina Sofia delle Due Sicilie (le modelle in pose sconce con la sua faccia fecero il giro delle cancellerie europee) e il papa Pio IX, ripreso paludato in abiti massonici: i liberali ottocenteschi quanto a propaganda non esitavano di fronte a niente.

CINEMA E PORNO
Poi venne il cinema, e l'Arrivo del treno dei fratelli Lumière, cort(issim)ometraggio che fece sobbalzare gli spettatori, tanto sembrava realistico. Ebbene, quando tempo passò prima dell'avvento del filmetto pornografico? La sua obbligata clandestinità non ci permette datazioni precise, ma ci sentiamo di dire che almeno un barbaglio di tentazione sarà venuta agli stessi Lumière (senza offesa). Il cinema, poi, fece passi da gigante: il sonoro, il colore, il vhs, il dvd. Ma sempre cinema era. Il salto ulteriore l'ha fatto internet, medium nel quale la pornografia ha tirature da capogiro.
Infatti, prima dovevi nascondere la copia di «Playboy» nelle pieghe del quotidiano, quando andavi a comprarla in edicola guardandoti alle spalle. Oggi basta un clic nel segreto della tua stanzetta, al riparo da sguardi ironici. Indi è venuta la robotica e, dopo i robot industriali, quelli umanoidi.
Era solo questione di tempo prima che i sex-shop si dotassero di questi gadget. In fondo, è il sogno segreto di ogni sessuomane: un partner dall'avvenenza on-demand, che fa –e subisce- tutto quello che vuoi, quando lo vuoi e come lo vuoi. Spegnibile a comando quando sei stufo e riattivabile, sempre a comando, quando ne hai voglia. Meglio, cento volte, che un partner umano. Come al solito, la fantascienza c'era arrivata prima. Diversi decenni fa, lo scrittore Isaac Asimov, uno dei massimi autori del genere, nell'ultimo dei suoi romanzi del ciclo Fondazione aveva immaginato un futuro in cui perfetti robot positronici (qualunque cosa ciò volesse dire) erano talmente in grado di sostituire l'uomo da essergli preferiti, creando una società in cui certuni addirittura i robot li sposavano.

LA FANTASCIENZA L'AVEVA PREVISTO
Uno dei personaggi principali, una donna, conviveva con Daniel R. Olivaw (dove R. stava per robot), che aveva, oltre tutto, il vantaggio di un pene erettile a richiesta e di non invecchiare mai. Oltre a una memoria enciclopedica, un'abilità eclettica e un carattere calmo ed equilibrato. Insomma, un ottimo partito. Tornando all'oggi, gli attuali sex-robot sono, al momento, al più bambolotti meccanici che magari rispondono a qualche domanda. Ma l'importante è che la via sia aperta, prima o poi i materiali e l'elettronica applicata evolveranno e daranno ai nostri figli l'oggetto desiderato. La cosa avrà conseguenze sociologiche? Sicuro. Già oggi esistono quei giovani che si chiudono nella loro stanza col computer e non vogliono più uscirne, pensate quando avranno a diposizione una creatura artificiale con cui metter su «famiglia».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 04/03/2018

2 - IL PAPA CHIEDE OMELIE BREVI, MA CHI LO ASCOLTA?
Papa Francesco inascoltato quando ha denunciato la sindrome da microfono che colpisce i sacerdoti
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 14/02/2018

Bisogna scomodare la psicologia del profondo per capire certe cose. Per esempio, il plauso del clero per il «nuovo corso» inaugurato da papa Francesco è pressoché universale: bando alla dottrina, misericordia, no al proselitismo, dialogo, accoglienza, poveri & periferie sono le nuove parole d'ordine e, anzi, lo «stile» di Francesco ha sostituito lo «spirito del concilio» nell'entusiasmo clericale. E non c'è alzata d'ingegno eterodossa che non invochi l'ormai classico «come dice il papa».
Solo che, il papa, qualche giorno fa ha esternato sulle omelie. Ha detto, giudiziosamente, che devono essere non improvvisate ma ben preparate. E che – udite, udite - non devono superare i dieci minuti di durata. Ed ecco che il clero già fan bergogliano ha fatto spallucce, orecchie da mercante, come se quello non avesse detto niente. Qui Francesco non viene seguito, qui poteva risparmiarsi il fiato, qui è come se avesse parlato al vento. Dieci minuti? Chi, io? Con tutte le cose meravigliose e avvincenti che ho da dire? Così, il clero si è voltato dall'altra parte e si è riaccomodato sul cuscino. Francesco ha parlato? Ecchissenefrega.
Il prete standard non parla meno di venti minuti, qualcuno parla per venticinque, c'è chi supera la mezz'ora. Così che il centro della messa non è il Sacrificio, relegato nell'ultimo quarto d'ora, ma lui, il prete e il suo comizio. Quando ha finito, si siede e si osserva l'unico minuto (scarso) di silenzio dell'intera messa. Per meditare sulla Parola di Dio? No, per meditare su quel che ha detto il prete. Il quale, nella maggior parte dei casi, si ritiene un oratore nato, tant'è che parla a braccio, senza avere «preparato» un bel niente. Eh, i preti non hanno tempo (lo trovano tutto in chiesa la domenica).

LA SINDROME DA MICROFONO
Abbiamo parlato inizialmente di psicologia? Infatti. E' la sindrome del microfono, così come vediamo anche nei talkshow o quando, in tivù, il giornalista dislocato in qualche località fa parlare la gente dei comitati di protesta. Spesso, in quest'ultimo caso, si svolgono vere e proprie colluttazioni tra il giornalista e quello che gli vuole strappare il microfono di mano per parlare lui. Tutti, quando abbiamo, appunto, il microfono in mano, ci sentiamo al centro dell'attenzione e lottiamo per non rinunciarvi. Così, un prete, afferrato il microfono, si trova protagonista dello show e fa una fatica boja a smettere. Certuni, mai paghi, costellano di mini-omelie l'intera messa, commentando ogni minimo passaggio e cominciando dall'inizio: prima dello start, ecco un commento (di solito logorroico e pleonastico) su quel che avverrà. Cioè, aria fritta in perfetto pretese.
E che dire di quelli che, per affettare bontà, parlano in modo melenso e strascicato, così che per dire cinque parole ci mettono un sacco di tempo? Per quanto riguarda i contenuti delle omelie, sarebbe interessante effettuare un sondaggio. Cioè, mettersi all'uscita della messa, fermare chi esce e chiedergli: saprebbe riassumermi quel che ha detto il celebrante? Ora, ammesso che l'intervistato sia rimasto attento per tutto il discorso, cosa veramente improbabile, la verità è che un sunto è impossibile. Troppo generico e genericamente buonista l'omelia.

SNOBBATO PAPA FRANCESCO
In sintesi: il prete ha parlato venti-venticinque minuti senza dire niente di speciale. Solo che, meno aveva da dire, e più lo ha detto. Sindrome del microfono. Povero papa Francesco: per una volta che ne ha detto una giusta, eccolo snobbato. Tra l'altro, col suo stile franco ha aggiunto che, se l'omelia supera i dieci minuti, c'è il rischio che l'ascoltatore esca a fumarsi una sigaretta. Così era, ricordo, nel Sud negli anni Cinquanta e Sessanta: appena cominciava la «predica», gli uomini uscivano di chiesa, si accendevano una sigaretta sul sagrato e poi tornavano quando sentivano silenzio. Davvero, il popolo dei fedeli è troppo educato: sta seduto, zitto e buono, a sorbirsi la noia mortale della domenica mattina. Sarebbe auspicabile un «voto coi piedi»: appena l'omelia supera i dieci minuti, tutti fuori, e lasciare il prete a parlarsi addosso da solo. Viva papa Francesco.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 14/02/2018

3 - IL PRIMO SENATORE NERO DELLA STORIA ITALIANA E' LEGHISTA (E CATTOLICO)
Clamoroso smacco per chi, a sinistra, ha impostato la campagna elettorale sul presunto razzismo della Lega
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 08/03/2018

Certo che c'è da scompisciarsi. Per la prima volta nella storia d'Italia una persona di colore viene eletta in Parlamento, ed è leghista. E' vero, c'è stata la congolese Cécile Kyenge, ma nessuno l'aveva votata, era ministro di un governo tecnico, il governo Letta che, pur'esso, nessuno aveva votato.
L'avvento del senatore nigeriano Toni Iwobi è la ciliegina sulla torta - meglio, lo sberleffo - dopo una campagna elettorale punteggiata di scontri tra la polizia e gli «antirazzisti» dei cosiddetti centri sociali, i quali, all'ombra delle bandiere rosse, cercavano di impedire i comizi della Lega e di Fratelli d'Italia. Ma era, è, la Lega, soprattutto, quella talmente accusata di razzismo da finire identificata nell'immaginario col Ku Klux Klan.

LEGA = RAZZISMO?
Esageriamo? Allora sentite qua: Stefano Zurlo del Giornale ha intervistato il neo-senatore al telefono e gli è stato risposto di attendere un attimo. L'eletto, infatti, era impegnato in altre conversazioni telefoniche, nientemeno che col Daily Telegraph e il Washington Post (il mitico The Post del superlodato film di Steven Spielberg) e altre testate più o meno prestigiose. «Mi hanno chiesto se sono razzista. Razzista io... Capisce?». Sì, capiamo, capiamo bene. L'equazione Lega = razzismo è arrivata perfino in America. Intanto, il senatùr nègher (dialetto lombardo) si fa fotografare con una maglietta con su scritto # no jus soli. Mentre quelli che facevano lo sciopero della fame perché i migrati ottenessero tale «diritto» hanno pensato bene di rimettersi a mangiare sotto elezioni. Il che dimostra la loro malafede. Sapevano, infatti, che lo jus soli era indigesto alla maggior parte degli italiani, perciò hanno rimesso le mani in tasca fischiettando come se niente fosse. Eh, la politica è una cosa sporca, si dice. La verità è peggio: è una cosa triste.
Torniamo a Toni Iwobi. Quelli del Daily Telegraph e del Washington Post, se non avessero avuto le fette di salame sugli occhi (ma non ce li hanno i corrispondenti? non hanno, in Italia, qualcuno che non legge solo Repubblica?), avrebbero dovuto giubilare, altro che chiedere a un africano se è razzista. Sì, perché Iwobi incarna perfettamente il «sogno americano». Arrivato da noi nel 1977, ha fatto i mestieri più umili, perfino lo spazzino (pardon, operatore ecologico) a Milano, prima di arrivare ad essere un imprenditore informatico con dodici dipendenti. Ecco un immigrato serio, apprezzato fin da subito dai lumbard per la sua voglia di sgobbare. E' nègher? Sì, ma el laùra! Il giro mentale dei milanesi è tutto in questa frase: sì, ma lavora! Il che sana tutto e abbatte ogni, eventuale, pregiudizio.

NESSUNA CORSIA PREFERENZIALE
Iwobi non ha reclamato nessuna corsia preferenziale, nessuna «quota nera», si è solo rimboccato le maniche senza invocare piagnucolose «accoglienze» con tanto di wi-fi e parabole per guardare le partite. Si è integrato subito. Si è integrato talmente, in Lombardia, da essere un leghista della prima ora, di quelli convertiti dal verbo di Bossi. A Spirano, nella Bassa bergamasca, culla del Carroccio duro & puro. Ed è stato pure consigliere comunale (per vent'anni!) e assessore. Quando si dice il razzismo dei leghisti...
Ed eccolo, il sogno americano, anzi padano, un sogno che dà lezione agli americani. I quali sono così ossessionati dalle quote etniche da mettere un nero perfino a fare la divinità vikinga nei film di Thor. Invece, ecco l'integrazione alla leghista: sei bravo? accòmodati. Ma sono africano! Ecchissenefrega! Ecco un bell'esempio da portare ad esempio. Toni Iwobi, che da spazzino è arrivato a senatore. Se tutti gli immigrati lo imitassero, questo sarebbe un Paese migliore.

Nota di BastaBugie: Ecco la biografia completa di Iwobi (fonte: Wikipedia).
Toni Chike Iwobi (Gusau, 26 aprile 1955) è un politico nigeriano naturalizzato italiano, primo eletto afroitaliano al Senato della Repubblica. Nato a Gusau nel nord della Nigeria, è figlio di una famiglia cattolica di madrelingua inglese.
Ancora adolescente si trasferisce negli Stati Uniti d'America dove si laurea in informatica. Arriva in Italia nel 1976, dapprima a Perugia, con un visto da studente per poi trasferirsi stabilmente mesi dopo a Spirano, dove ha iniziato l'attività imprenditoriale. Ha inoltre conseguito un diploma in economia aziendale a Manchester e in analisi contabile a Treviglio.
Iwobi fonda nel 2011 la Data Communication Labs s.r.l. e lavora per l'ospedale di Treviglio. Precedentemente lavora tra il 1980 e il 1981 per la CimiMontubi, poi per AMSA (Azienda Milanese Servizi Ambientali) e per una società di Roveredo in Svizzera.
Ispirato dal federalismo nigeriano e affascinato dalle idee di Gianfranco Miglio, nel 1993 si iscrive alla Lega Nord e viene eletto nel consiglio comunale di Spirano fino al 2014. Nel periodo 2010-2014 è stato anche assessore per i servizi sociali e presidente della commissione cultura, organizzando corsi di dialetto bergamasco e di toponomastica locale. Dal 2014 è responsabile federale del Dipartimento Immigrazione e Sicurezza della Lega per volere del segretario Matteo Salvini.
Viene eletto senatore nelle elezioni politiche italiane del 2018 divenendo il primo senatore nero della storia d'Italia.
È sposato con una donna italiana e ha due figli.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 08/03/2018

4 - ADDIO BELLEZZA, IN CHIESA SOLO CANZONETTE
Invece la musica liturgica dovrebbe avere caratteristiche di nobiltà, bellezza, ricercatezza, raffinatezza
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 21/01/2018

Negli anni Sessanta mi toccò di assistere, nel mio paesello natale, a una messa «beat». Non poteva essere stata un'iniziativa del parroco, troppo anziano. Sicuramente non aveva resistito all'«ansia di rinnovamento» che faceva fremere i «giovani» parrocchiardi. Il complessino si piazzò dietro l'altare, debitamente microfonato. In una chiesa ottocentesca in cui anche un sussurro rimbombava. Il risultato fu un disastro, con le chitarre elettriche che coprivano la voce del prete, col basso che faceva tremare le viscere, con la batteria che assordava e i colpi di piatto che stressavano le orecchie. Da allora il complessino domenical-liturgico fa parte del nostro panorama diffuso e consueto. Ma chi ha cominciato?
In quale documento magisteriale è prescritto il complessino? Non si sa. E ormai sono passati troppi decenni perché valga la pena chiederselo. E' così e basta. La musica leggera è entrata in chiesa e c'è rimasta. Con tanto di «canti» codificati. Ogni tanto si sente l'annuncio: «Adesso facciamo il canto numero 686». Il che è un invito ai fedeli a prendere l'apposito libro, aprirlo alla pagina prescritta e cantare. Suppongo sia quello che si intende per «partecipazione». Ora, ci si chiede quanti siano, questi «canti», visto che paiono centinaia. Ci si chiede anche chi li scrive, visto che sono anonimi, e in virtù di quale autorità li si licenzia per la stampa. Adempiono gli obblighi Siae relativi al diritto d'autore? Boh. E' pur vero che la messa cantata & parlata assomiglia alla funzione protestante, nella quale ciò che conta sono il sermone e i canti (non c'è altro).

IL "SANREMO" DEI POVERI
Va anche detto che spesso queste canzonette non fungono neanche da colonna sonora, giacché può capitare che il «Sanctus» sia un'allegra marcetta (e dovrebbe introdurre il Sacrificio della Croce, mah) e che la fila per fare la comunione sia infastidita da un'assordante ritmica. Il prete accontenta i «giovani», par di capire; fosse per lui... Invece può essere che il "Sanremo" dei poveri piaccia anche a lui, e pazienza se la chiesa è provvista di organo faraonico. Vuoi mettere le chitarre a dodici corde (così fanno più casino) e il microfono ben temperato?
Scrive il maestro Aurelio Porfiri nel suo libro Ci chiedevano parole di canto (Chorabooks, pp. 60, €. 13,50): «Il musicista liturgico deve debitamente ossequiare e rispettare il clero ma essere ferocemente contro il clericalismo, anche se essi coincidono nella stessa persona». In pratica: «Se un documento magisteriale dice una cosa e il prete ne dice un'altra, il prete sbaglia!». Sacrosanta verità. Ma come si fa? Chi glielo dice, al prete, di licenziare con modi garbati il complessino (che è gratis) e assumere un maestro organista (che vuole lo stipendio)? Il compositore di musiche liturgiche (e Porfiri lo è) magari pensa al motu proprio «Tra le sollecitudini» (1903) di san Pio X dedicato alla musica sacra, ma anche a quanto affermato dal Concilio Vaticano II in materia.

LO SPIRITO DEL CONCILIO
Però il Concilio è finito e il suo posto è stato preso dal suo «spirito», che consiste nel «liberi tutti». Canzonette, dunque, e va già bene se il prete dal pulpito non vi bacchetta perché non vi unite al coro (ne ho sentiti alcuni che, anzi, rimproveravano i fedeli perché non si sgolavano abbastanza). Così, se il giorno dell'Immacolata tra i canti vi ritrovate infilato un brano di Fabrizio De Andrè, portate pazienza. E' tratto dall'album La buona novella del 1970 e parla di Maria, tanto basta. E se poi, per sua stessa ammissione, l'autore si era ispirato ai vangeli apocrifi, pace.
«La musica liturgica deve rispondere a queste caratteristiche di nobiltà, bellezza, ricercatezza, raffinatezza, e non cercare facili scappatoie nei facili tranelli del sentimentalismo banale e in canti che tradiscono effeminatezza e ricerca di un (troppo) facile consenso di popolo», dice Porfiri. Ma siamo davvero sicuri che il «consenso di popolo» ci sia? Il «consenso» è quello del complessino, il popolo piglia quel che gli danno. Visto che non gli danno altro.

Nota di BastaBugie: per approfondire l'argomento si può leggere il seguente articolo e guardare il video cliccando sul link

NELLE CHIESE DI OGGI SI CANTANO SOLO CANZONETTE
Parola di Riccardo Muti... la musica è un servizio liturgico per dare a Dio ciò che c’è di più bello (VIDEO: canti in chiesa)
di Rino Cammilleri
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4131

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 21/01/2018

5 - COSA HANNO IN COMUNE L'EX MINISTRO LORENZIN, LA FESTA DELLA DONNA E IL FEMMINICIDIO?
Il termine ''femminicidio'' è stato coniato da una femminista comunista messicana (e nessuno ha mai dimostrato l'efficacia delle lezioni contro il bullismo)
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 08/03/2018

«Si deve partire dalle scuole, insegnare ai bambini a volersi bene e a rispettarsi, vero antidoto alla cultura dell'odio, alla rabbia, ai fenomeni, troppi, di autolesionismo». Sono parole pronunciate dal ministro della salute Beatrice Lorenzin, leader di Civica Popolare (in campo col Pd). E aggiungeva che «serve un piano nazionale, un patto tra scuola e genitori» (così titolava «Il Messaggero.it» l'1 marzo u.s.). Il tema era il femminicidio, ripreso con veemenza esasperata dall'ultimo, clamoroso, episodio: il carabiniere di Latina che ha ucciso le figliolette e ferito gravemente la moglie prima di suicidarsi.
«114 donne uccise in Italia nei primi dieci mesi del 2017», snocciola «Il Messaggero.it», «al Nord più che al Sud, quasi sempre da mariti, conviventi, compagni, fidanzati». Chissà a cosa si riferiva il ministro parlando di «troppi» episodi di «autolesionismo». Nei bambini? Boh. Per quanto riguarda il femminicidio, ci si potrebbe chiedere perché incide, in Italia, più al Nord che al Sud. Non era il Sud più sanguigno, più incline alla violenza per motivi d'onore? Non sarà che il Sud, nel suo inguaribile ritardo, divorzia e si separa meno? Infatti, la maggior parte dei casi di femminicidio è scatenata proprio dal timore di un abbandono.
Proprio nel fatto di Latina, la moglie del carabiniere voleva lasciarlo e lui non l'ha sopportato. Il meccanismo psicologico è noto: lei vuole andarsene, il giudice sicuramente le assegnerà i figli, i quali dovranno crescere con un probabile nuovo compagno di lei. Specialmente se sono piccoli, questo talvolta scatena la furia: piuttosto che in mano a un estraneo li ammazzo. «Talvolta», grazie al cielo, perché, diciamolo, 114 casi all'anno su 60 milioni di abitanti non fanno pensare a una «strage», come è stato detto. Non sembri cinico questo ragionamento: è chiaro, anche un solo caso sarebbe troppo.

QUALCOSA DI DIVERSO
Ma i crudi numeri raccontano qualcosa di leggermente diverso. Il termine «femminicidio» è stato coniato da Maria Marcela Lagarde, femminista comunista messicana, ed è stato lanciato dal film Bordertown del 2006 (con Jennifer Lopez, Antonio Banderas e Martin Sheen) che indagava sulle troppe donne trucidate nella città messicana di Ciudad Juarez. Da noi il termine viene applicato in un ambito ristretto, riferendosi alle donne uccise dai «mariti, conviventi, compagni, fidanzati». Chissà perché, non lo si usa per le fasce d'età estreme, adolescenti e grandi anziani. Comunque, viviamo nel Paese con un basso tasso di omicidi femminili, rispetto, per esempio, all'Austria, alla Francia e alla Svizzera che hanno percentuali quasi doppie.
Il numero delle donne che si tolgono la vita è quattro volte superiore. Il maschi ammazzati stanno a tre a uno rispetto alle donne. Questi i numeri nudi. Tuttavia, anche se di minor impatto numerico rispetto alle percezione (e, ma sì, all'enfasi ideologica), il fenomeno va, certo, affrontato, ma non si vede che cosa c'entri la scuola. Evidentemente si suppone che sia tutta una questione di educazione, che corsi appositi, magari cominciati alle elementari (e perché non all'asilo?), inculcheranno nelle menti il rispetto, il dominio di sé, l'accettazione serena delle diverse vedute del prossimo.

LEZIONI CONTRO IL BULLISMO, CHI L'HA DETTO CHE FUNZIONANO?
Bisognerebbe, per esempio, conoscere l'impatto delle lezioni contro il bullismo. Funzionano? In ogni caso, il ministro non ha dubbi: «Dobbiamo immaginare anche un diverso supporto psicologico alla coppia e alla famiglia, dobbiamo insomma mettere in campo una vera e propria rete su tutto il territorio nazionale per prevenire, curare e fermare questo orrendo femminicidio». Si potrebbe obiettare che il carabiniere di Latina era già in cura da uno psicologo, ma tant'è.
Il ministro comunque incalza: «Ancora oggi, nel terzo millennio, dietro ai femminicidi c'è una visione della donna come proprietà privata dell'uomo, inadatta a prendere decisioni autonome, destinata a un ruolo subalterno». In verità, quasi nessuna delle vittime faceva la casalinga sottomessa e dipendente dal marito, e forse l'approccio dovrebbe essere un tantino diverso. Basta guardare ai tassi di femminicidio nei Paesi c.d. avanzati, dove l'emancipazione della donna è somma e vige da lungo tempo, Germania, Norvegia, Danimarca, Svezia... Nella triste classifica, l'Italia è fanalino di coda insieme a Irlanda e Grecia. Insomma, concentrarsi, come si fa, su una sola tipologia di omicidio rischia solo l'inconcludenza.

Nota di BastaBugie: Souad Sbai nell'articolo sottostante dal titolo "8 marzo, il femminismo delle privilegiate odiatrici" parla del solito siparietto dell'8 marzo. Infatti in tale data va in scena la grande festa delle femministe, con la loro continua guerra contro l'uomo. Ma vengono dimenticate le donne che soffrono per davvero, in Iran, nel Maghreb e nelle comunità di immigrati in Italia, tuttora costrette a obbedire a leggi religiose e tribali.
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 9 marzo 2018:
Il day after 8 marzo è sempre un misto di desolazione e constatazione del non senso. E non è casuale questa definizione visto che davvero oggi, visto da fuori, un 8 marzo così non ha davvero più alcun motivo di esistere. Non perché sia politicizzato, o meglio ideologizzato perché lo è sempre stato almeno nel nostro Paese, bensì perché non si vede ormai da anni donne manifestare per le donne. Per tutte le donne.
Facciamo alcuni esempi, lontani e vicini. In Iran una ragazza viene condannata a due anni per aver tolto il velo per qualche minuto, ma non viene considerata degna di attenzione o di difesa. Il 60% delle bambine di origine maghrebina in Italia non frequentano la scuola dell'obbligo e non sapremo probabilmente mai che fine faranno. Anche qui silenzio totale, perché altrimenti qualcuno si offende. E poi le spose bambine, la recrudescenza dell'infibulazione e chi più ne ha ne metta. Si dirà ''si manifesta per tutto'': eh no le cose vanno chiamate per nome altrimenti non è ''tutte le donne'' ma solo ''alcune donne'', quelle che al femminismo salottiero attuale fa comodo difendere. Il pensiero unico ci raccomanda di non disturbare le ''tradizioni'' di altri Paesi, e di distruggere quelle nazionali, dunque non c'è di che stupirsi, ma la cosa va denunciata ugualmente. Del resto questo tipo di femminismo, ideologizzato fino all'osso, cosa ha portato per le donne in Iran o in Afghanistan? Nulla di nulla. Un deserto di valori e di contenuti difficile anche da descrivere. Fatto sta che ogni rivoluzione o sommovimento oscurantista viene salutato dall'elite femminista come una liberazione, salvo poi tacere in maniera criminogena sugli effetti di quelle rivoluzioni: khomeinismo spietato a Teheran, talebani e burqa a Kabul.
Quello andato in scena ieri, con le vedette della neonata guerra contro tutti gli uomini, è un triste siparietto di modernità bislacca, fasulla, plastificata da parole inglesi e hashtag violenti: insomma, una cosa che non ci azzecca niente con la grandiosa figura della donna nella storia. Le grandi donne hanno sempre lavorato per unire, per costruire e per amare: non per dividere, distruggere e odiare. Ma vallo a spiegare a chi fa della crociata contro l'uomo molestatore una ragione di vita, vagli a dire che per costruirsi un'immagine duratura non serve nemmeno questo. Si dia un'occhiata alla misera campagna elettorale portata avanti da alcune formazioni che hanno puntato sull'antifascismo in assenza di fascismo. E ai risultati ottenuti. Ecco, dopo aver ragionato su tutto questo ci si sveglia il 9 marzo e come associazione ci si sente soli. Come prima per carità, ma ancora più soli nella denuncia della mancanza di centri antiviolenza; per carità lo diciamo oggi così nessuno si risente e ci dice che le molestie alle attrici sono più importanti.
Chiudiamo con il surreale sciopero indetto per l'8 marzo, con donne che per questa follia comunicativa hanno perso un giorno di lavoro o addirittura hanno dovuto pagare di tasca propria un taxi. Già, perché oggi il lavoro è sempre garantito e le tasche sono piene. Ma alle femministe questo non interessa, perché ogni donna licenziata o in miseria è per loro una manna, che alimenta in un gioco inquietante una propaganda stantìa e ormai nauseabonda.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 08/03/2018

6 - AVVENIRE RIDICOLIZZA GESU' (ALMENO FACESSE RIDERE)
Pubblicata sul quotidiano dei vescovi una vignetta dissacrante con Gesù che flirta con la Maddalena
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 01/03/2018

La domenica il disegnatore satirico (con esiti, a dire il vero, a corrente alternata) Staino, di sinistra da sempre (è stato anche direttore de «L'Unità») e non credente, pubblica su «Avvenire» una sequenza di vignette dal titolo sbarazzino «Hello, Jesus!», il cui protagonista è Gesù. Uno potrebbe dire: ma come, non ci sono vignettisti cattolici in giro? In effetti, almeno uno c'è, Clericetti, che pubblica sul mensile «Studi cattolici» da anni. Ovviamente ce ne sono tanti altri, ma non così famosi come Staino. Perciò, va bene così, «Avvenire» si è assicurato un celebre vignettista e pazienza se i fogli laicisti non ricambiano la cortesia.
L'«apertura» verso chi ha idee diverse è assicurata e il quotidiano della Cei fa così mostra di larghezza mentale. Ci si può comunque legittimamente domandare, per altri versi, se il gioco sia valsa la candela. Cioè: l'assunzione di Staino (che certo costerà qualcosina) è compensata da un corrispettivo aumento delle copie vendute? La presenza in pagina di Staino, insomma, ha fatto decollare le vendite? Non lo sappiamo, tuttavia, dando un'occhiata alla «satira» domenicale, qualche dubbio è lecito. Prendiamo per esempio la sequenza che ha fatto stracciare le vesti a un cospicuo numero di siti catto-tradizionalisti, questa: Gesù sta scrivendo al computer mentre la Maddalena si avvicina con una specie di vezzoso turbante in testa.

CIAO MADDALENA
«Oh, ciao, Maddalena», fa Gesù al vederla. E lei: «Che ti sembra? …non è bello il mio copricapo?». Gesù comincia a sudare, imbarazzato, strabuzza gli occhi, comincia a pregare affannosamente tra sé: «Oh, mio Dio! Fammi dire di sì! … di sì! … di sì!». La Maddalena incalza: «Allora?». Gesù, annichilito, balbetta: «…è orribile…». Ciaf! La Maddalena molla uno sganassone a Gesù. Il quale scoppia in lacrime, mentre lei se ne va via indignata. Primo piano del volto di Gesù, devastato: «Padre, Padre… perché questa condanna a dover dire sempre la verità?». Fine della scenetta. Ora, la domanda da cinque centesimi è: fa ridere? Si potrebbero riempire pagine sul sottofondo, cioè Gesù e la Maddalena che si comportano da coniugi o almeno da fidanzati, e ripercorrere le famose teorie di Dan Brown, a loro volta mutuate dal Sacro Graal di Lincoln e Baigent, aggiungendoci i vangeli apocrifi nel passo in cui Gesù bacia la Maddalena (anche se gli apocrifi non parlano affatto di coniugio tra i due, nemmeno di liaison amorosa).
Ma non è il caso di addentrarci nella questione: proprio la scenetta disegnata da Staino dimostra che questa storia è ormai entrata nell'immaginario, sia pure scherzoso. Se si deve allestire un mistero buffo, ormai le allusioni al flirt tra Gesù e la Maddalena ci stanno benissimo, e nessuno se ne meraviglia. No, il problema è un altro. E' la riduzione domenicale del Risorto, del Dio Incarnato, del Re dell'Universo a macchietta per far ridere lor signori. E per giunta sul quotidiano dei vescovi.

LA COSA IMPERDONABILE
E sia pure, siamo larghi. Ma la cosa che veramente non si perdona è questa: non fa ridere. Gesù che si piglia una sberla dalla Maddalena per aver criticato il suo cappellino è da sit-com americana, per mettere in scena la quale non c'era certo bisogno di scomodare Dio e i Santi. Gesù che si lamenta col Padre per la sua «condanna» a dire sempre la verità non è tanto blasfemo quanto ridicolo. Gesù tapino e povero diavolo: da Staino ci si può aspettarselo, da «Avvenire» un po' meno. Niente, chiudiamo con un appello in romanesco al maestro della satira: 'a Stai', vedi de farce ride', che stavorta nun ce sei riuscito.

Nota di BastaBugie: per leggere gli articoli che abbiamo già pubblicato sulla deriva di Avvenire, clicca qui!

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 01/03/2018

7 - PAX CHRISTI VUOLE ELIMINARE I CAPPELLANI MILITARI IN NOME DEL VANGELO... MA GESU' NON ERA PACIFISTA
L'associazione, succube dell'ideologia pacifista, vuole togliere lo stipendio ai sacerdoti dell'esercito in modo da privare i soldati del necessario sostegno spirituale
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 12/03/2018

Ahò, e Pax Christi ce l'ha proprio coi cappellani militari. Già l'associazione pacifista si era indispettita quando è stato proposto Giovanni XXIII come santo patrono delle forze armate (e qualche vescovo si era unito alla protesta), ora cala l'asso (di denari), ricordando al futuro governo che i cappellani militari costeranno allo Stato dieci milioni di euri l'anno. Infatti, i cappellani sono inquadrati nelle forze armate con i gradi di ufficiale e percorrono tutta la carriera gerarchica, percependo lo stipendio relativo al grado raggiunto. In cima c'è l'Ordinario militare, che un tempo si chiamava Vescovo castrense ed è equiparato a un generale di corpo d'armata.
Ora, il mese scorso la Santa Sede ha firmato col premier Gentiloni un'Intesa in materia, intesa che però dovrà essere recepita dal nuovo parlamento. Ebbene, è proprio a quest'ultimo che si indirizza Pax Christi, ricordando il costo, tra stipendi e pensioni, e dicendo chiaro e tondo che il corpo dei cappellani militari va abolito. Perché? Perché, a sentir loro, «lo stretto connubio tra Forze Armate e cappellani militari è in chiaro contrasto con il Vangelo» e pure «con quanto ci ha insegnato Gesù che va nella direzione della nonviolenza attiva».

GESÙ NON ERA PER LA NONVIOLENZA
Gesù apostolo della nonviolenza? Come Gandhi? Come, ma sì, Pannella? Boh. E l'elogio al centurione di Cafarnao? E tutti i Santi che di mestiere facevano i militari? E l'atteggiamento benevolo del Battista nei confronti dei soldati che venivano a lui? Ma per Pax Christi le nostre Forze Armate sono «sempre più impegnate a fare guerra ovunque i nostri interessi vitali siano minacciati, come recita il Libro Bianco della Difesa». Pax Christi, gli interessi vitali, vorrebbe difenderli, evidentemente, col dialogo.
Comunque, chiede «che venga abolito l'inquadramento militare dei cappellani e che l'assistenza spirituale al personale militare sia data alla pastorale ordinaria». Ora, si può osservare che dal punto di vista pratico non cambierebbe niente: abolire i cappellani e sostituirli con preti senza stellette servirebbe solo a privare questi ultimi dello stipendio. Ma si tratta anche di seguire le truppe nei vari angoli del mondo: quale parroco potrebbe permettersi di lasciare tutto e partire? L'unica è lasciare le cose come stanno. Il solo risultato sarebbe quello di privare i cappellani della paga. Può darsi che, a quel punto, nessun prete vorrebbe indossare la divisa. Forse è proprio a questo che punta Pax Christi, per la quale, a quanto è dato di capire, il soldato è un mestiere spregevole.

L'IDEOLOGIA PACIFISTA
Abolendo, insomma, gli eserciti, si abolirebbero le guerre. Non fa una grinza. Temiamo che, invece, stante il Peccato Originale, a quel punto le guerre le farebbero con le pietre e i denti. Naturalmente, parliamo dei cristiani. Gli altri sono esentati dal pacifismo per il semplice fatto che se ne chiamano fuori. Comunque, al di là degli appelli, crediamo che il Vaticano da questo orecchio non ci senta. E' già tanto se ha acconsentito, con la firma della presente Intesa, a ridurre il numero dei cappellani dagli attuali 204 a 162. L'istituzione dei cappellani militari fu creata, con gran fatica da parte vaticana, durante la Grande Guerra, ed è costata, appunto sudore. Rinunciarvi per una presunta radicalità evangelica, tutta da dimostrare, sarebbe solo un autogol.

Nota di BastaBugie: sul tema dell'obiezione di coscienza al militare, si può vedere il film di Mel Gibson del 2017 sulla storia vera di Desmond Doss. "La Battaglia di Hacksaw Ridge" parla dell'eroismo nella guerra senza essere né guerrafondaio, né pacifista.
Per informazioni sul film e per vedere il trailer, vai al seguente link:
http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=56

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 12/03/2018

8 - IL SOGNO DI UN PARROCO PROGRESSISTA
A Bagni di Lucca hanno chiuso le chiese per mancanza di clero, ma per alcuni è un cambiamento positivo perché si può pregare assieme anche senza sacerdoti
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 17/02/2018

C'è un posto, in Italia, dove hanno dovuto chiudere tutte le chiese per mancanza di preti. Si tratta di Bagni di Lucca, in provincia, ovviamente, di Lucca. Ma è l'intera diocesi a soffrire, anche perché i sacerdoti rimanenti cominciano ad essere anziani e certi devono coprire da soli più parrocchie. Non poche tra queste sono distanti tra loro, alcune sono in montagna, così che il prete deve fare la spola. Il che significa che deve avere un'auto sempre in efficienza e una buona salute.
Non è solo il caso della diocesi di Lucca, naturalmente. In questo momento sono a Lesa sul Lago Maggiore, e qui il mio parroco deve badare a ben sette località, con turnazioni di messe calibrate al millimetro. Ovviamente, non può permettersi una banale influenza. Tornando a Bagni di Lucca, si tratta di una ridente cittadina termale e in montagna, cui si arriva superando diversi tornanti. Lucca è sempre stata un'oasi «bianca» in una Toscana da sempre rocciosamente «rossa» (meglio: dal dopoguerra, perché prima era una delle zone classiche del fascismo). Perciò, vivere in un posto senza chiese e senza celebranti è sentito dalla cittadinanza con grande dispiacere.

PREGARE SENZA PRETE?
Un parroco della diocesi, don Franco Cerri (solo omonimo del famoso chitarrista jazz), ha scritto ai fedeli della diocesi una lettera che è stata pubblicata da Il Tirreno, quotidiano toscano, l'8 febbraio scorso. Senza giri di parole ha fatto presente che «si può pregare insieme anche senza prete». E questo è vero, diciamo noi. Solo che - ricordiamo sommessamente - per certe cose ci vuole il prete, e non c'è niente da fare: battesimi, nozze, funerali, messa, benedizioni. Senza contare il fatto che, specialmente in un piccolo centro, il prete è un leader naturale, un punto di riferimento morale. «È in atto nella diocesi un progetto per una nuova configurazione delle parrocchie. Una revisione diventata necessaria, essendo cambiata non soltanto la realtà sociale del territorio, ma anche quella ecclesiale», dice don Cerri. Per forza: non ci sono preti. E non ci sono preti perché non ci sono vocazioni, tutto qui.
La Chiesa si interroga sul perché di questo fenomeno? Boh, non si sa nemmeno se l'abbia mai fatto. Don Cerri mette le mani avanti e ammette la presenza di mugugni: eh, «quando si tratta di cambiare qualcosa, c'è subito una forte resistenza. Questo anche nella Chiesa. C'è perfino chi non ha digerito ancora il Concilio Vaticano II». Ora, la resistenza al cambiamento avviene quando il cambiamento non è gradito, altrimenti non c'è resistenza ma plauso. Quelli, poi, che non hanno ancora digerito il Concilio forse avrebbero qualche risposta circa la crisi - epocale - delle vocazioni, crisi che invece non c'è, guarda un po', in Africa, dove lo «spirito» del Concilio non ha attecchito. Ma don Cerri incalza: «E se fosse che non abbiamo il coraggio di leggere i segni del nostro tempo?». Ecco un perfetto slogan post-conciliare che, dopo mezzo secolo, ancora è buona toppa per ogni buco. Temiamo di averli letti, sì, i segni dei tempi: niente preti e niente chiese. Più «segno» di così... Don Cerri, tuttavia, insiste: «Non è soltanto una questione di numero di preti. Finora si è contato tutto sui preti, quasi fossero loro soltanto la Chiesa e poco, pochissimo sulla presenza attiva dei fedeli laici nella vita ecclesiale». Sarà.

UN RICORDO PERSONALE
Mi si permetta un ricordo personale. Francia, primi anni Settanta. Mi trovavo in una cittadina dell'Isère. Il prete aveva gettato l'abito, si era iscritto al Partito Comunista e faceva il lavamacchine. Ogni due settimane veniva un prete da Grenoble, consacrava un po' di ostie e le lasciava lì. La domenica, un gruppetto di laici si riuniva in chiesa, diceva qualche preghiera e distribuiva le ostie a chi le voleva. Questa era la «presenza attiva dei fedeli laici nella vita ecclesiale». Uno squallore. Che non sarebbe stato diverso se la «cerimonia» fosse stata allietata da chitarre o ingentilita da cotillons. Come si vede, i «segni dei tempi», col loro sinistro scricchiolìo, erano avvertibili già all'indomani del Concilio. Ma li leggemmo, ahimè, solo noi rigidi & farisei.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 17/02/2018

9 - OMELIA V DOM. DI QUARESIMA - ANNO B (Gv 12,20-33)
E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me
Fonte Il settimanale di Padre Pio

Nel Vangelo di questa domenica, la quinta di Quaresima, Gesù annunzia ai suoi discepoli che ormai è giunta la sua ora. Di quale ora si tratta? Di quella di essere glorificato per mezzo della sua morte in Croce e della sua Risurrezione. Gesù, nella sua umanità, avverte tutta l'angoscia di questo momento. Nel Getsemani Egli pregherà il Padre che si allontani, se possibile, questo calice amaro della sofferenza; tuttavia, sia fatta la volontà del Padre. Ai suoi discepoli dice: «Adesso la mia anima è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest'ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest'ora!» (Gv 12,27).
Gesù avverte questa angoscia, ma aderisce pienamente alla volontà del Padre e va incontro alla morte con il desiderio di donarci la vita. E così, per insegnare ai suoi discepoli la necessità di questa morte, Gesù usa il bel paragone del chicco di grano che morendo porta molto frutto: «In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).
Con questo paragone Gesù ci insegna la grande legge dell'amore che è quella del dono di sé: solo donando la nostra vita noi saremo felici. Per imprimere nel cuore e nella mente dei suoi discepoli questa verità, Gesù adopera delle parole molto forti, che devono essere rettamente intese. Egli dice: «Chi ama la propria vita la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12,25).
Non dobbiamo prendere queste parole alla lettera. Gesù non ci insegna a odiare e a disprezzare la vita, che è un suo dono, ma ci vuol far comprendere che solo donando la nostra vita potremo dire di amare davvero. E amare significa sapersi sacrificare.
Così ha fatto Gesù e così hanno fatto i suoi fedeli discepoli. Con queste parole il nostro Maestro Divino non vuole solamente insegnarci quella che è stata la sua vita, ma ci vuole indicare come deve essere la vita di tutti quelli che vogliono essere cristiani e desiderano seguire la sua via. Per questo Egli afferma: «Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore» (Gv 12,26). Se realmente vogliamo essere cristiani, dobbiamo seguire Gesù fin sul Calvario, e anche noi un giorno saremo glorificati.
Per esprimere ancora la fecondità della sua morte in Croce, Gesù pronuncia questa frase: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Il significato di queste parole è chiaro: quando sarà innalzato in Croce, Gesù donerà la vita al mondo intero e diverrà «causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,8-9), come dice la seconda lettura di oggi.
Anche per noi giungerà un giorno "l'ora del dolore" che sarà l'ora della suprema testimonianza d'amore. Forse per qualcuno di noi quest'ora è già suonata e dura da molto tempo. Dobbiamo però sapere una cosa: Gesù non ci abbandonerà in questa ora così difficile; non ci toglierà la croce, ma ci aiuterà a portarla, facendoci comprendere che sarà proprio per mezzo di questa croce che noi saremo come quel chicco di grano che morendo porta molto frutto.
I Martiri hanno guardato a quest'ora come all'ora suprema della loro glorificazione. Tra tutte, è molto bella la testimonianza di sant'Ignazio di Antiochia, che era un vescovo dei primi secoli. Egli fu condannato ad essere sbranato dalle belve feroci, e si paragonò a del buon grano che doveva essere macinato dai denti di quelle fiere per poter divenire pane di vita. Così egli scrisse ai cristiani di Roma che cercavano in tutti i modi di salvarlo: «Lasciate che io sia pasto delle belve, per mezzo delle quali mi sia dato di raggiungere Dio. Sono frumento di Dio, e sarò macinato dai denti delle fiere per divenire pane puro di Cristo. Supplicate Cristo per me, perché per opera di queste belve io divenga ostia per il Signore».
In quell'ora suprema del martirio, sant'Ignazio sentiva la vicinanza di Gesù e andava fiducioso incontro alla difficile prova.
Anche noi, come Gesù e come tutti i Martiri, sentiremo l'angoscia e la paura; ma, per farci coraggio, dobbiamo pensare che quanto più saremo vicini alla croce, tanto più saremo uniti a Gesù, e che da un apparente fallimento scaturirà la più grande vittoria.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio

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