BastaBugie n°551 del 21 marzo 2018

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1 IL DRAMMA DI UNA GENERAZIONE CHE RIFIUTA LA FATICA
Tra i motivi, oltre all'incapacità dei genitori di tollerare la frustrazione, il limite, la sofferenza dei propri figli, c'è anche la tecnologia che offre tutto e subito senza fatica
Autore: Costanza Miriano - Fonte: Il Timone
2 LA CLAMOROSA FAKE NEWS SECONDO LA QUALE BENEDETTO XVI SI SENTIREBBE IN PERFETTA CONTINUITA' CON PAPA FRANCESCO
Dopo indiscrezioni pressanti il Prefetto per le comunicazioni del Vaticano (monsignor Dario Viganò) pubblica la lettera inviata da Benedetto XVI, dopodiché è ''costretto'' alle dimissioni (subito accettate dal Papa)
Autore: Lorenzo Bertocchi - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
3 PASSATE LE ELEZIONI, RICOMINCIA L'INVASIONE
Analizziamo tutti i trucchi della sinistra (che comunque non sono bastati per evitare la batosta elettorale)
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero
4 LA TRUFFA DELLA TEORIA DEL TUTTO DI STEPHEN HAWKING, L'ASTROFISICO SENZA NOBEL
Morto a 76 anni, ha pensato di sostituire Dio con un ridicolo surrogato, l'Universo che si autogenera
Autore: Francesco Agnoli - Fonte: La Voce del Trentino
5 IN BELGIO DIMISSIONI CHOC NELLA COMMISSIONE PER L'EUTANASIA
Un neurobiologo ha denunciato la sistematica violazione della legge sul consenso all'eutanasia in Belgio (VIDEO: 15 anni di sperimentazione in Belgio)
Fonte: Corrispondenza Romana
6 COMUNIONE SULLA MANO: L'ECCEZIONE CHE SEMBRA LA REGOLA
Ma il cardinale Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino, ricorda che la regola resterà sempre la comunione sulla lingua (e quella sulla mano un abuso)
Autore: Stefano Fontana - Fonte: Vita Nuova Trieste
7 I CRISTIANI IN IRAQ CHE HANNO TESTIMONIATO CRISTO DURANTE L'INVASIONE DELL'ISIS
Il documentario ''Guardiani della Fede'' ricostruisce quanto avvenuto nel 2014 quando l'Isis volle cancellare la presenza dei cristiani da Mosul (ex Ninive)
Autore: Benedetta Frigerio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
8 CHE FINE HANNO FATTO GLI ATLETI NORDCOREANI?
Viste le prestazioni deludenti, in passato chi è tornato nella patria comunista ha fatto una bruttissima fine
Autore: Leone Grotti - Fonte: Tempi
9 OMELIA DOMENICA PALME - ANNO B (Mc 14,1-15,47)
Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori
Fonte: Il settimanale di Padre Pio
10 OMELIA GIOVEDI' SANTO - ANNO B (Gv 13,1-15)
Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: La rivincita del crocifisso

1 - IL DRAMMA DI UNA GENERAZIONE CHE RIFIUTA LA FATICA
Tra i motivi, oltre all'incapacità dei genitori di tollerare la frustrazione, il limite, la sofferenza dei propri figli, c'è anche la tecnologia che offre tutto e subito senza fatica
Autore: Costanza Miriano - Fonte: Il Timone, febbraio 2018

Qualche tempo fa, in una gelida mattina invernale, a Perugia, ho incontrato un gruppo di ragazzini delle medie. Correvano in un bosco - come me, peraltro -, incuranti della pioggia, del freddo, degli schizzi di fango. Da madre ho avuto un sussulto, poi mi sono ricordata che per tutta l'adolescenza, e a dire il vero per tutta la vita, l'ho fatto anche io: prendere freddo, bagnarmi, sudare, correre tra radici e rami sporgenti; le mie ginocchia piene di cicatrici lo testimoniano, ma insomma sono sopravvissuta.
Immersa in quei ricordi, quando ho visto sotto la pioggia il mio vecchio allenatore di atletica, non ho potuto fare a meno di violare il primo comandamento della corsa - mai fermarsi per nessun motivo al mondo, neanche in caso di rottura di arti -: ho dovuto abbracciarlo e scambiare due parole con lui. Così, ho avuto la conferma di ciò che vado pensando e dicendo da quando sono madre, e cioè che i ragazzi di oggi hanno una tolleranza alla fatica enormemente inferiore a quella delle precedenti generazioni. In certi momenti, a dire il vero, mi veniva il dubbio di essere vittima del disturbo che affligge un po' tutti gli adulti di una generazione, la sindrome "aimieitempi" (aimieitempi sì che la vita era dura, aimieitempi sì che si studiava), e che a volte mi porta ad esagerare le asprezze della vita nei miei maldestri tentativi educativi (io non lasciavo mai avanzi sul piatto, io apparecchiavo e sparecchiavo sempre, io mi facevo il letto da sola: ragazzi, non è proprio esattamente vero, ma si chiamano bugie bianche).

PRESTAZIONI ATTUALI INFERIORI AL PASSATO
Però quanto mi ha detto il mio allenatore mi ha confermato, in modo concretamente misurabile, quanto dicevo. Tra i ragazzi del suo team, alla stessa età che noi avevamo trenta anni fa, le prestazioni attuali sono di molto inferiori. E il cronometro dà dati oggettivi. Lo conferma il fatto che sono stati alzati i minimi per accedere alle gare nazionali di atletica. I record mondiali, è vero, si abbassano sempre di più, ma la massa dei praticanti - sempre più sottile, almeno in Italia - a livello agonistico serio, corre in media più lentamente, salta più corto e più basso, lancia più vicino. A parte che non siamo sostenitori delle teorie di Darwin, qui comunque non si tratta di evoluzione della specie, ma semplicemente di un fatto culturale. I ragazzi sono più sedentari, hanno meno voglia di muoversi e di faticare. E' un dato di fatto oggettivo, con cui fare i conti.
Le cause? Non so, probabilmente una serie di elementi. Intanto adulti troppo protettivi: il mio allenatore ci lasciava a volte in un posto nel nulla, e ci diceva di andare a un paese a venti chilometri di distanza. Superfluo ricordare che non esistevano i cellulari, né i navigatori, né gli integratori salini. Si chiedeva la strada al contadino (senza fermarsi, urlando di corsa), e se era molto caldo magari gli si domandava il permesso di bere dal tubo con cui annaffiava. Se cadevi ti rialzavi e andavi avanti per rimanere attaccata al gruppo, sennò eri persa. I nostri genitori neanche sapevano dove fossimo, e l'allenatore ci aspettava all'arrivo col cronometro (e comunque ci avevamo sempre messo troppo tempo). Il criterio per stabilire se ti fossi allenato bene o no era il vomito: se ne sentivi lo stimolo, allora probabilmente ti eri allenato abbastanza. Ai miei interessava solo che mantenessi alta la media a scuola, non si preoccupavano troppo se prendessi freddo o caldo: finché ero in salute, significava che potevo farcela.

L'ILLUSIONE DELLA TECNICA E DELL'IPERCONTROLLO
I genitori di oggi ipercontrollano la salute e ogni movimento dei figli: tutto deve essere vagliato dal loro filtro, nell'illusione che la tecnica, l'informazione, il benessere economico possano proteggere da tutto questi bambini e poi ragazzi, sin dal grembo materno, con gravidanze continuamente esaminate (salvo eliminare i bambini se malati). Lo stesso atteggiamento protettivo i genitori ce lo hanno nei confronti della scuola: il professore è il nemico, non l'alleato, gli ostacoli vanno rimossi, la fatica evitata. Le interrogazioni vengono quasi sempre programmate, in modo che i ragazzi, se lo vogliono possano studiare solo per quel giorno, o comunque limitare al massimo la fatica. A una mia protesta una professoressa mi ha spiegato che è costretta a farlo pur di avere qualcuno all'interrogazione: l'alternativa è che tutti si giustifichino. "Le prometto che se lei rifiuta le giustificazioni e mette 2 a mio figlio io non protesto. Rimandate, bocciate se necessario. Io sono con voi qualunque cosa decidiate di fare". La prof mi ha guardato come si guarda un elefante verde in una sala professori.
Quali sono le cause di questo cambiamento epocale? Oltre all'incapacità dei genitori di imporre o di tollerare la fatica, la frustrazione, il limite, anche la sofferenza a volte dei propri figli, aggiungerei anche altri elementi, come il modello di consumo nel quale viviamo immersi, e la cultura che ne consegue (suscitare bisogni falsi e convincerci che è necessario soddisfarli tutti, anche velocemente), e l'enorme peso che ha la tecnologia nelle nostre vite, e molto di più in quelle dei nostri figli, nativi digitali. Insomma, è sempre più difficile scollarli dai divani, dai letti, da tutte le superfici orizzontali sulle quali istintivamente si sdraierebbero se potessero, se attraverso quel coso che hanno in mano possono vedere di tutto, leggere, comunicare, scambiare una mole di informazioni che le precedenti generazioni neanche immaginavano pensabile.

UN PROBLEMA DI SENSO
Ma al fondo di tutto, il problema è un problema di senso. E' il modello di uomo che ci viene proposto da tutti i canali che formano le nostre coscienze: la cultura, l'informazione, la scuola, l'intrattenimento, la comunicazione, e anche, dobbiamo dirlo, parte della Chiesa. Siamo immersi in una cultura che considera l'uomo come non bisognoso di cura, redenzione, salvezza. E' la cultura che considera come degni di approvazione e giustificati tutti i moti interiori, viviamo nella palude, dove tutto è molle, modificabile, plasmabile, contrattabile, aggiustabile. La fatica è un'obiezione: se ti fa fatica fare una cosa, non è buona per te. Mentre per secoli anche la letteratura ci ha consegnato le immagini degli eroi che facevano viaggi pericolosi, affrontavano imprese, scommettevano - e a volte perdevano - la vita in prove rischiose, pur di ottenere l'obiettivo, oggi i libri, i film, le storie che popolano il nostro immaginario raccontano piccoli piaceri, piccole soddisfazioni, comode cucce calde che ci siamo aggiustati per vivere. Purtroppo anche in tante realtà della Chiesa si propone un Cristo amico che ti dà una pacca sulla spalla, e sostanzialmente ratifica la tua vita e le tue scelte. Dimenticando che la vita di un cristiano è un combattimento, una milizia nella quale si suda sangue anche, a volte. Anzi, se non succede, se non ti giochi tutto, vuol dire che Cristo non è tutto per te. Un combattimento nel quale il nemico è prima di tutto interiore: è il nostro peccato, che viene dalla nostra responsabilità e dalla ferita del peccato originale. So che sono discorsi fuori moda, che a certe orecchie suonano assurdi come lasciar correre dei ragazzini nel fango sotto la pioggia gelata, ma in gioco c'è la vita eterna, e se non combattiamo più ci prendiamo molto più che una febbriciattola (che poi a correre non viene mai, fidatevi!).

Nota di BastaBugie: per approfondire le motivazioni della situazione attuale, si può leggere il seguente articolo

MILLENNIALS: UNA GENERAZIONE IMPAZIENTE, E PER QUESTO INSODDISFATTA
I ragazzi di oggi sono pigri, social-dipendenti e incapaci di raggiungere una vera gratificazione (VIDEO: chi sono i Millennials)
di Nadia Ferrigo
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4861

Fonte: Il Timone, febbraio 2018

2 - LA CLAMOROSA FAKE NEWS SECONDO LA QUALE BENEDETTO XVI SI SENTIREBBE IN PERFETTA CONTINUITA' CON PAPA FRANCESCO
Dopo indiscrezioni pressanti il Prefetto per le comunicazioni del Vaticano (monsignor Dario Viganò) pubblica la lettera inviata da Benedetto XVI, dopodiché è ''costretto'' alle dimissioni (subito accettate dal Papa)
Autore: Lorenzo Bertocchi - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 18-03-2018

Tra gli autori dei volumetti dedicati alla "Teologia del Papa" c'è anche un teologo tedesco che aveva duramente e sistematicamente attaccato papa Giovanni Paolo II, la sua autorità in fatto di teologia morale e in particolar modo l'enciclica Veritatis Splendor. Per questo non era concepibile un contributo teologico di papa Benedetto XVI all'operazione voluta da monsignor Dario Edoardo Viganò. È questo il senso del paragrafo della lettera di diniego inviata dal papa emerito al centro in questi giorni di una polemica internazionale per l'evidente manipolazione da parte vaticana.
La lettera scritta dal papa emerito Benedetto XVI a mons. Viganò, Prefetto della Segreteria per le comunicazioni del Vaticano, ieri è finalmente stata pubblicata e diffusa integralmente. Ci sono voluti 4 giorni e diverse polemiche per avere tutto il contenuto che Benedetto XVI ha inviato a Viganò nella lettera «riservata» che rispondeva a una richiesta a proposito della collana di 11 volumetti sulla teologia di Francesco.

RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI
Martedì 13 marzo, in occasione dei 5 anni del pontificato di Francesco, il prefetto esperto di comunicazioni Viganò presentava in conferenza stampa una lettera inviatagli da Benedetto XVI in cui elogiava l'iniziativa editoriale sulla teologia di Francesco deprecando lo «stolto pregiudizio» sull'incompetenza teologica e filosofica di Papa Bergoglio, e garantiva sulla «continuità interiore» dei due pontificati. Nel comunicato stampa consegnato ai giornalisti presenti, e poi nella pubblicazione nei media vaticani, non veniva divulgato tutto il contenuto della lettera, ma solo i paragrafi con il duplice «stolto pregiudizio».
Il giorno dopo però il vaticanista Sandro Magister, recuperando una registrazione della conferenza stampa, pubblicava tutto il contenuto della lettera di cui era stata data lettura il giorno prima davanti ai giornalisti. Nella parte che non era stata diffusa il papa emerito in sostanza diceva che, un po' per l'età e un po' per gli impegni, proprio non poteva scrivere su questi volumetti «una breve e densa pagina teologica». Né ora, né mai. E' chiaro che il duplice «stolto pregiudizio» pur restando intatto, veniva ora letto su di una luce diversa.
Una delle agenzie stampa più importanti del mondo, l'Associated press, pubblicava la notizia che il Vaticano ammetteva la manipolazione della foto diffusa circa la lettera di Benedetto XVI, una foto artatamente oscurata nelle ultime righe del primo foglio, mentre del secondo si poteva leggere solo la firma del papa emerito. Il resto era coperto dai volumetti. L'agenzia di stampa americana faceva notare che secondo delle regole che sono considerate standard fra le agenzie non è corretto manipolare un documento.

UNA PEZZA PEGGIORE DEL BUCO
Diversi commentatori e giornalisti si sono allora chiesti per quale motivo la Segreteria della comunicazioni vaticana avesse fatto queste scelte. Voleva forse dare una lettura preconfezionata delle parole di Benedetto XVI? Perché rischiare di fornire una mezza fake news? Giovedì scorso, nel tardo pomeriggio, compariva una notizia dell'Ansa in cui, imprecisate «fonti vaticane», sostenevano che non c'era stata alcuna «manipolazione», ma si trattava di una foto «artistica». Una smentita che aveva tutta l'aria di essere una pezza peggiore del buco.
Arriviamo così a ieri. Nella tarda mattinata il quotidiano Il Foglio, quindi il vaticanista Sandro Magister nel suo blog Settimo Cielo, davano notizia del fatto che in realtà la lettera, di cui a più riprese si era detto che era stata letta «integralmente» durante la conferenza stampa del 13 marzo, aveva ancora un paragrafo di cui nessuno aveva mai parlato. Tempo qualche ora e la Sala stampa vaticana fa uscire finalmente la lettera intera, la quale riporta una annotazione sostanziale del papa emerito, questa:
«Solo a margine vorrei annotare la mia sorpresa per il fatto che tra gli autori figuri anche il professor Hünermann, che durante il mio pontificato si è messo in luce per avere capeggiato iniziative anti-papali. Egli partecipò in misura rilevante al rilascio della "Kölner Erklärimg", che, in relazione all'enciclica "Veritatis splendor", attaccò in modo virulento l'autorità magisteriale del Papa specialmente su questioni di teologia morale. Anche la "Europäische  Theologengesellschaft", che egli fondò, inizialmente da lui fu pensata come un'organizzazione in opposizione al magistero papale. In seguito, il sentire ecclesiale di molti teologi ha impedito quest'orientamento, rendendo quell'organizzazione un normale strumento d'incontro fra teologi.
Sono certo che avrà comprensione per il mio diniego e La saluto cordialmente
Suo
Benedetto XVI»
Se non bastasse, insieme alla lettera è stato diffuso anche un comunicato stampa che ha del grottesco. Perché apprendiamo che la Segreteria della comunicazioni, che si era preoccupata di zittire i dubbiosi ripetendo a più riprese che comunque della lettera si era data lettura «integrale», dice che «della lettera, riservata, è stato letto quanto ritenuto opportuno e relativo alla sola iniziativa» editoriale. Un nuovo concetto di "integralità relativa" che non fa proprio onore all'etica delle comunicazioni.

Nota di BastaBugie: Riccardo Cascioli nell'articolo sottostante dal titolo "Benedetto XVI, Francesco e il giallo della lettera" racconta a caldo della lettera del Papa emerito apparentemente a sostegno di Francesco che invece si è rivelata in realtà un'operazione mediatica gestita dal prefetto della Segreteria per le comunicazioni, monsignor Viganò (con la complicità della casta dei vaticanisti), subito smascherata.
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 14 marzo 2018 (quattro giorni prima dell'articolo di Lorenzo Bertocchi qui sopra):
Se questo è il "dominus" della comunicazione in Vaticano, allora è bene che papa Francesco cominci a preoccuparsi seriamente. Stiamo ovviamente parlando di monsignor Dario Edoardo Viganò, potente prefetto della Segreteria per la Comunicazione, colui che sta rivoltando come un calzino tutti i media della Santa Sede per farne una efficientissima macchina da guerra con più bocche da fuoco concentrate sullo stesso obiettivo.
Ebbene, per il quinto anniversario del pontificato di Francesco, monsignor Viganò aveva preparato un grande colpo di scena: una lettera di Benedetto XVI che esalta la profondità teologica di Francesco e ne sottolinea la continuità con il suo pontificato. In effetti il colpo era riuscito: ieri tutti i giornali riportavano con grande risalto la notizia di Benedetto XVI che bacchettava i detrattori di papa Bergoglio. La lettera veniva presentata da Vatican News (il nuovo portale vaticano creato da monsignor Viganò) come un «contributo» che Benedetto XVI «ha voluto dare» per testimoniare l'«unitarietà interiore spirituale dei due pontificati». Si tratta di una lettera, dice sempre Vatican News, ricevuta da monsignor Viganò in occasione della presentazione della collana 'La Teologia di Papa Francesco', 11 volumetti editi dalla Libreria Editrice Vaticana (LEV), in cui diversi teologi di ogni parte del mondo interpretano le linee teologiche di questo pontificato.
Nel corso della conferenza stampa Viganò ha letto i passaggi centrali di questa lettera, che hanno indubbiamente colpito: «Plaudo a questa iniziativa - scrive Benedetto XVI - che vuole opporsi e reagire allo stolto pregiudizio per cui Papa Francesco sarebbe solo un uomo pratico privo di particolare formazione teologica o filosofica, mentre io sarei stato unicamente un teorico della teologia che poco avrebbe capito della vita concreta di un cristiano oggi». E poi ancora: «I piccoli volumi mostrano a ragione che Papa Francesco è un uomo di profonda formazione filosofica e teologica e aiutano perciò a vedere la continuità interiore tra i due pontificati, pur con tutte le differenze di stile e di temperamento».
Tanto è bastato per scatenare l'entusiasmo dei giornali laici e dei soliti "guardiani della rivoluzione", con punte di trionfalismo come per i tweet di padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, che ovviamente non ha perso l'occasione per irridere ancora una volta i cardinali dei Dubia.
In effetti in tanti hanno notato la singolarità del messaggio sia per lo stile – così diverso da altri interventi del Papa emerito - sia per i contenuti, anche se dalla portata molto meno sconvolgente di quanto si sia fatto credere.
Ma ecco che ieri, il blog di Sandro Magister pubblica la lettera integrale di Benedetto XVI (mai apparsa su Vatican News) e allora si capisce che monsignor Viganò aveva nascosto due particolari decisivi, in grado di capovolgere il significato della lettera: il primo, riguarda le circostanze del messaggio: la lettera è datata 7 febbraio (oltre un mese fa) e papa Benedetto sta rispondendo a monsignor Viganò che il precedente 12 gennaio gli aveva inviato gli 11 volumetti chiedendogli un contributo teologico. Si tratta dunque di una lettera di cortesia che niente ha a che vedere con la volontà di dire la sua a sostegno di Francesco nel quinto anniversario del suo pontificato.
Ma il secondo particolare è ancora più stupefacente: Viganò infatti ha citato due capoversi della lettera tralasciando il terzo che viene subito dopo e che, riferendosi proprio agli 11 volumetti ricevuti, dice così:
«Tuttavia non mi sento di scrivere su di essi una breve e densa pagina teologica perché in tutta la mia vita è sempre stato chiaro che avrei scritto e mi sarei espresso soltanto su libri che avevo anche veramente letto. Purtroppo, anche solo per ragioni fisiche, non sono in grado di leggere gli undici volumetti nel prossimo futuro, tanto più che mi attendono altri impegni che ho già assunti».
Riassunto: Viganò scrive a Benedetto XVI per strappargli una «densa pagina teologica» da inserire come trofeo a presentazione della collana. E il papa emerito, con il suo stile umile e vagamente ironico, gli manda a dire che «No, grazie. Molto gentile, ma ho cose più importanti da fare che leggere questi contributi (che solo dall'indice non devono essere sembrati particolarmente attraenti) e scrivere un saggio a mia volta». Una porta chiusa in faccia dunque, che Viganò ha comunque cercato di usare secondo lo scopo originario.
In effetti le frasi da lui citate in conferenza stampa danno apparentemente un'impressione di forte sostegno al pontificato di Francesco da parte di Ratzinger, ma quasi sicuramente se potessimo leggere la lettera che monsignor Viganò ha inviato a Benedetto il 12 gennaio ne capiremmo meglio il senso. In questi casi infatti è abbastanza usuale che l'interpellato risponda cortesemente riprendendo frasi e concetti del suo interlocutore.
In ogni caso, quali che siano le dichiarazioni ufficiali, che la discontinuità del pontificato di Francesco rispetto al predecessore vada oltre stile e temperamento solo un cieco può non notarlo, come direbbe il compianto cardinale Carlo Caffarra. Non è comunque questa la sede per sviluppare questo giudizio.
Qui si vuole notare invece la goffaggine e l'idiozia di certe operazioni mediatiche: sicuramente i grandi media non si correggeranno e lasceranno nei loro lettori ed ascoltatori la sensazione di un papa Benedetto testimonial di papa Francesco. A loro oggi va bene così. Ma resta il fatto che ora i giornalisti che si occupano di Chiesa sanno di avere a che fare con un responsabile della comunicazione vaticana che non si fa scrupoli nel manipolare le informazioni pur di ottenere l'effetto mediatico voluto. E questo potrà creare molti imbarazzi, al Papa e alla Chiesa.

AGGIORNAMENTO DEL 21 MARZO ORE 13.30
Papa Francesco ha accettato la rinuncia di mons. Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la Comunicazione (Spc). Fino alla nomina del nuovo prefetto, la Spc sarà guidata dal Segretario del medesimo dicastero, mons. Lucio Adrián Ruiz. Lo annuncia il direttore della Sala stampa vaticana, Greg Burke.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 18-03-2018

3 - PASSATE LE ELEZIONI, RICOMINCIA L'INVASIONE
Analizziamo tutti i trucchi della sinistra (che comunque non sono bastati per evitare la batosta elettorale)
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero, 19 marzo 2018

Dunque sono ripresi gli sbarchi come ha raccontato venerdì Gianluca Veneziani su queste colonne. Una curiosa coincidenza.
Appena passate le elezioni, come per magia, ricominciano le ondate migratorie che erano praticamente cessate proprio alla vigilia della campagna elettorale. Giusto il tempo di far dimenticare agli elettori italiani l'arrembaggio dei mesi scorsi. Passata la festa gabbato lu santo?
Come la storia dello Ius Soli. Per tutto il 2017 dalla Sinistra e dal mondo clerico-bergogliano appelli e digiuni strappalacrime. Sembrava una questione umanitaria urgentissima, una questione vitale. Chi vi si opponeva veniva fulminato come un troglodita, xenofobo e disumano. Non sentivano ragioni.
Per quanto si obiettasse, numeri alla mano, che l'Italia era il Paese europeo che già riconosceva più cittadinanze agli stranieri e quindi - casomai - si sarebbe dovuto diminuirle, il cuore in fiamme dei "cosmopoliti" non voleva sentir ragioni. La cittadinanza italiana doveva diventare un regalo di massa.
Avevano giocato pesante. Come ricorda sull'"Espresso" Andrea Riccardi "l'estate scorsa addirittura il Papa aveva firmato un appello". Una colossale intromissione politica del Vaticano che i laicisti progressisti avevano applaudito infischiandosene del fatto che nello stato di cui Bergoglio è sovrano assoluto non solo non c'è lo Ius Soli, ma non si può nemmeno entrare liberamente.
Intellettuali, comici, filantropi, giornalisti, Emmebonino, preti e ballerine, tutti mobilitati per questa nobile e umanitaria stupidaggine da infliggere all'Italia.

IL RIDICOLO SCIOPERO DELLA FAME DEL MINISTRO DELRIO
Addirittura dei ministri, fra un pranzo e una cena, si sono messi a fare lo sciopero della fame. Memorabile quello del ministro Delrio che, invece di badare - in quanto ministro - ad autostrade e ferrovie (che poi si bloccano per cinque centimetri di neve), annunciò il suo digiuno proprio per lo Ius Soli.
Non si erano mai visti ministri che fanno uno sciopero della fame per ottenere una legge: essendo ministri o sono capaci di farla o (se ci tengono così tanto) si dimettono per protesta.
Ma Delrio non fece né l'una cosa, né l'altra (non sia mai che si rinunci alla poltrona). Lui, con grande sprezzo del ridicolo, voleva sottolineare il suo inutile slancio ideale offrendo le proprie membra in sacrificio digiunatorio.
Per quanto fosse da più parti sollecitato a tener duro e arrivare fino allo stremo per la causa, in quei giorni il Gandhi di Reggio Emilia ha misteriosamente mantenuto la sua cera, le sue attività e il suo peso forma.
In ogni caso la legge è rimasta ingolfata. Perciò era logico aspettarsi che lo Ius Soli diventasse un infuocato argomento della campagna elettorale. Invece nulla.
Appena cominciata la campagna elettorale, sullo Ius Soli di colpo è calato il silenzio totale. L'urgenza è sparita d'improvviso. La causa umanitaria si è dissolta tutta d'un tratto.
Non c'è stato un solo partito della Sinistra, di quelli che ne avevano fatto una bandiera morale, che in campagna elettorale si sia presentato agli elettori sbandierando lo Ius Soli come una delle sue proposte urgenti e qualificanti.
Sembrava che la corbelleria - prima tanto acclamata - non avesse più nessuno sponsor politico. Anzi, tutti zitti sull'argomento così da far perfino dimenticare di averla sostenuta: perché sapevano che era urticante per gli elettori. [...]
Qualcosa di analogo è accaduto allo stato maggiore dell'Unione Europea. Il 7 marzo, solo due giorni dopo il voto, si poteva leggere questo titolo su Tgcom.24: "Dombrovskis bacchetta lʼItalia: 'Crescita molto sotto la media Ue' ".
Sarebbe stato utile sentirlo dire durante la campagna elettorale, quando il Pd renziano celebrava ogni giorno la presunta "ripresa" dovuta ai governi Pd ed esaltava l'Italia "che sta ripartendo".
Anche la cosiddetta "riforma carceraria" del ministro Orlando ha risentito della campagna elettorale. Infatti la legge delega era già stata approvata prima delle elezioni e il decreto era già stato definito, ma è stato fatto impantanare in uno strano via vai con le commissioni Giustizia di Camera e Senato. Alla fine lo scadente e scaduto governo Gentiloni lo ha varato dopo le elezioni, il 16 marzo. Perché temevano che gli elettori non avrebbero gradito quelle maglie larghe sulle misure alternative al carcere? Verrebbe da pensarlo.

PERICOLO FASCISMO, HACKER RUSSI, CAVALLI DI TROIA
Fra i misteri di questo periodo elettorale c'è anche l'allarme apocalittico per l'onda nera che - stando sempre al ministro Delrio - stava per sommergere l'Italia.
"Repubblica" dedicò addirittura un titolone di apertura della prima pagina al pericolo fascismo e l'allarme fu martellante pure in programmi televisivi come quello di Corrado Formigli che faceva temere di essere quasi alla vigilia di una nuova "Marcia su Roma".
Ma da quando sono passate le elezioni di colpo di quell'allarme non si parla nemmeno più. Certo, si è potuto constatare che era una bufala e che le liste di estrema destra hanno preso percentuali da prefisso telefonico, ma si sapeva già prima che erano pressoché inesistenti nel Paese: solo che faceva comodo "pomparne" la consistenza oltre il limite del ridicolo, sia per gridare "al lupo! Al lupo!", sia per creare difficoltà al centrodestra.
Fra i desaparecidos del dopo elezioni ci sono anche i fantomatici "hacker russi". A sentire la stampa mainstream e gli alti papaveri europei e atlantici c'era il terribile rischio che questa nuova Spectre condizionasse o addirittura falsasse il risultato delle elezioni.
Un titolo di "Repubblica" del 15 novembre: "Così la Russia infiltra i suoi cavalli di Troia anche in Italia".
Nessuno ha visto cavalli in giro. Somari sì, tanti, ma non russi. Non si è mai capito dove si fosse arenato il cavallo di Troia paventato dalle parti di "Repubblica". E nessuno ha visto agenti russi che in incognito si sono aggirati fra le cabine elettorali. In sostanza: una comica.

FAKE NEWS E POPULISMO
L'evocazione di questi fantasmi è andata di pari passo con la surreale asserita presenza di fake news, anch'esse un altro pericolo apocalittico amplificato da certi apparati di propaganda dell'establishment. Serviva per mettere sotto accusa la rete che ha la grave colpa di non essere controllabile. Anche in questo caso si è accodato pure il Vaticano al bau bau contro le fake news e viene da ridere a pensare ai suoi casi recenti...
Ma infine la metamorfosi più repentina e sorprendente è stata quella relativa al cosiddetto "populismo".
Per tutta la campagna elettorale la Sinistra ha alimentato il bau bau contro quello spettro terrificante, indicando nei Cinque Stelle un pericoloso pastrocchio di incompetenti teleguidati dalla Casaleggio e associati, che avrebbero mandato in rovina lo Stato col reddito di cittadinanza.
Ma dalle urne è uscito il successo di M5S e Lega, così si è assistito - come ha scritto Paolo Mieli - "all'incredibile corsa del ceto medio riflessivo della sinistra italiana in vista di un balzo sul carro dei Cinque Stelle nei minuti successivi alla proclamazione dei risultati delle elezioni politiche. Minuti? Diciamo pure frazioni di secondo".
Nella corsa si sono visti politici, intellettuali e giornalisti, ma uno dei più tempestivi è stato Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, attore e regista siciliano che in passato partecipò alla Leopolda renziana.
Se andrà così e il Pd cederà alle sirene facendo la stampella dei grillini, potremo se non altro celebrare la morte definitiva del Pd e la nascita ufficiale della Sinistra del Pif.

Fonte: Libero, 19 marzo 2018

4 - LA TRUFFA DELLA TEORIA DEL TUTTO DI STEPHEN HAWKING, L'ASTROFISICO SENZA NOBEL
Morto a 76 anni, ha pensato di sostituire Dio con un ridicolo surrogato, l'Universo che si autogenera
Autore: Francesco Agnoli - Fonte: La Voce del Trentino, 17/03/2018

L'astrofisico Stephen W. Hawking si chiese, in una circostanza, se fosse più famoso per la sua sedia a rotelle o per le sue scoperte (che, per quanto notevoli, non gli sono mai valse il Nobel, a dimostrazione di come la fama mediatica non sia sempre del tutto rispettosa della realtà delle cose).
Forse ora, leggendo i giornali che lo hanno celebrato, sorriderà nel vedere che la maggior parte di coloro che lo hanno ricordato hanno capito poco e dell'una e delle altre.
Anche per "colpa" di Hawking, bisogna pur dirlo.
Perché questo grande fisico inglese ha portato il suo male, come è naturale, in modo diverso nel tempo, e perché ha più volte cambiato le sue idee filosofiche.
Un giorno raccontò che la vita era diventata noiosa, e che era tornata a sorridergli solo dopo aver saputo della sua malattia, cioè quando si era accorto che poteva perderla. In altre circostanze ha lasciato intendere che avrebbe potuto ricorrere all'eutanasia, ma non solo non lo ha mai fatto, ma anche ringraziato la moglie che, nel 1985, disse il suo no deciso ai medici che ritenevano di dovergliela praticare.
Come sta un uomo con il suo dolore? Quali domande si fa sul senso della vita?
E' facile immaginarlo: tantissime.
Ancora di più, forse, se ha vicino una moglie cattolica che gli parla di Dio, e se, di mestiere, si occupa di studiare, oltre ai buchi neri, il Big bang.

I PRIMI ISTANTI DELL'UNIVERSO
Eh già, studiare il Big bang significa andare ai primi istanti dell'Universo, per chiedersi se esso sia nato davvero o meno; e, se è nato, da Chi.
Hawking lo aveva chiaro: sebbene nel suo best seller, Dal big bang ai buchi neri non lo citi mai, sapeva bene che la teoria del Big bang deve la sua esistenza ad un sacerdote cattolico, George Eduard Lemaitre che nel lontano 1931 aveva sollevato un vespaio, rilanciando con la sua ipotesi il dibattito su Dio: se l'Universo è nato, perché? Da chi? Con quale scopo?
Per questo nel libri di Hawking ritorna sempre la domanda: "Perché l'universo esiste? Perché noi esistiamo?".
Bisogna ricordare che nel 1970, insieme a Roger Penrose, uno scienziato non inferiore a lui, sebbene meno noto al grande pubblico, Hawking aveva proposto il "teorema della singolarità", da lui commentato con queste parole: "Mostrammo che [...]qualsiasi modello ragionevole di universo doveva iniziare con una singolarità. Ciò significava che la scienza poteva predire che l'universo doveva avere avuto un inizio, ma che non poteva predire come l'universo doveva cominciare, poiché tale compito era di competenza di Dio" (S.Hawking, in Buchi neri e universi neonati).
In altre parole il teorema rafforzava l'idea di molti: l'universo è nato, quindi non è eterno nè autosufficiente, ma richiede un Creatore, il quale solo, nella sua Onnipotenza, conosce fino in fondo la natura stessa dell'universo. Sì perché la singolarità rappresenta una situazione per noi inconoscibile, una condizione del cosmo impenetrabile dalla mente umana, perché in essa non vigono le leggi della natura a noi note.
L'universo ha dunque bisogno di un Creatore e l'uomo è incapace di comprendere tutto?
Le cose sembrerebbero stare proprio così, e per questo Hawking rimane, a lungo, dubbioso: nel suo best seller citato, un Creatore sembra a volte innegabile, a volte inutile.

SULLA CATTEDRA DEL CRISTIANO ISAAC NEWTON
Non bisogna dimenticare che Hawking ha occupato la cattedra che era stata di Isaac Newton, convintissimo della necessità, per l'universo, di un Creatore. Hawking non può non fare i conti, oltre che con le sue domande esistenziali, con i suoi grandi ispiratori: il devoto protestante Newton e il devoto cattolico Lemaitre. A tutto ciò si aggiunge, lo possiamo intuire, una domanda personale incalzante: perché, il mio dolore? Quale senso, nella mia vita?
La conclusione del libro Dal Big bang ai buchi neri è celeberrima: Hawking si chiede se riusciremo a trovare una "teoria completa" che ci aiuti a risolvere il problema "del perché noi e l'universo esistiamo". E conclude: "Se riusciremo a trovare la risposta definitiva a questa domanda, decreteremo il trionfo definitivo della ragione umana: giacché allora conosceremo la mente di Dio". Si noti il "se": Hawking non sa, propone solo un'ardita ipotesi.
Approfondita successivamente: rinnegato il suo stesso teorema della singolarità, che apre troppi spazi a Dio, Hawking avanza un'ipotesi che possa permettergli di sbarazzarsene.
Nel 2010, nel suo Il grande disegno, propone un universo senza inizio. Si tratta di un'ipotesi poco fondata, ma, a suo dire, promettente, tanto che nella stessa pagina Hawking scrive: "non abbiamo una risposta definitiva, ma oggi disponiamo di una candidata alla teoria ultima del tutto: la teoria M. Se confermata, sarà... il trionfo della ragione umana. Quanto ad un presunto Creatore del grande disegno (parola usata da Newton proprio per indicare l'universo come opera di un grande Pittore, ndr), la scienza dimostra che l'universo può crearsi dal nulla sulla base delle leggi della fisica. Non è necessario appellarsi a Dio per accendere la miccia e mettere in moto il processo".
Il concetto, come si vede, non è del tutto logico: si parla di ipotesi, da confermare, ma poi si dà per certo che Dio non sia più necessario.

DIO NON SERVE; L'UOMO CAPIRÀ OGNI COSA
Le due tesi contenute in queste parole (Dio non serve; l'uomo capirà ogni cosa) destano subito delle reazioni: il premio Nobel per la Fisica del 2006, proprio per gli studi sul Big bang, George Smoot, ha appena scritto, nel suo Wrinkles in time, l'esatto contrario; l'amico Roger Penrose nota che la M-teoria "non è nemmeno una teoria, non è scienza ma un insieme di speranze, idee, aspirazioni". Altri, fisici, astrofisici e filosofi, fanno notare a Hawking che si è dimenticato di spiegare la cosa fondamentale: da dove derivano le "leggi della fisica" che lui stesso pone come condizione necessaria per l'esistenza dell'universo?
L'astrofisico Piero Benvenuti, segretario generale dell'Unione Astronomica mondiale, in una intervista concessa allo scrivente e contenuta in "Gli scienziati davanti al mistero del cosmo e dell'uomo. Piccoli dialoghi su grandi temi" dichiara: "Mah, Hawking è un grande scienziato, non all'altezza dei giganti, come si potrebbe credere dai media, ma un grande. Eppure nel suo ultimo libro, Il grande disegno, lui o chi lo ha scritto per lui, dice delle enormi sciocchezze filosofiche. Non arriveremo mai ad una teoria del tutto... noi conosciamo solo il 4 o 5 per cento di ciò che esiste... esistono l' "energia oscura" e la "materia oscura" che chiamiamo così perché in verità non sappiamo cosa siano... Tra vent'anni cosa può saltare fuori? E' recentissima la scoperta delle onde gravitazionali, che ci porteranno altri elementi. La scienza è un'avventura continua per fortuna...".
Il fisico italiano Franco Saporetti, nel suo "Big bang: chi ha acceso la miccia?", dopo aver provato l'insostenibilità di una conoscenza umana assoluta (basterebbero il principio di indeterminazione o le teorie del caos a provare l'esistenza di realtà per l'uomo intrinsecamente inconoscibili), ricorda un fatto importante: dopo il libro del 2010, Hawking stesso ha poi rinnegato la sua ipotesi che sia possibile per l'uomo conoscere davvero "la mente di Dio".

HO CAMBIATO IDEA
In una conferenza dal titolo Gödel e la fine dell'universo, infatti, Hawking ha affermato: "ho cambiato idea... il teorema di Gödel assicura che ci sarà sempre lavoro per i matematici", e che non arriveremo mai a scrivere il libro definitivo di matematica, fisica ecc...
E allora perché i giornali continuano a presentare Hawking come il sostenitore, sempre e comunque, della teoria del Tutto?
Forse perché a qualcuno, come nell'Ottocento, piace ancora pensare che la mente umana potrà un giorno risolvere ogni mistero?
Ma che questo non accadrà mai non solo è dimostrato dai teoremi di incompletezza di Kurt Gödel; non solo è stato sostenuto con argomenti molto forti, per stare solo al Novecento, da Albert Einstein, Werner Heisenberg e Max Planck, i massimi fisici del secolo, ma è evidente per il fatto che il limite della scienza è l'uomo stesso, come notava il padre della biochimica Erwin Chargaff.
Sono la curiosità e la sete insaziabile di conoscenza di Hawking, come pure la sua malattia e la sua morte, a rivelarci e la nostra grandezza e la nostra piccolezza di uomini.
Concludo con due pensieri autorevoli. Il primo, formulato nel 1930, è di Max Planck, padre della fisica quantistica, premio Nobel per la Fisica, credente: "Di fronte a Dio tutti gli uomini, anche i più perfetti ed i più geniali... sono creature primitive... e sarebbe temerario ed assurdo tentare di imitare l'occhi divino e di ripensare completamente i pensieri della mente divina. L'intelletto comune dell'uomo non saprebbe comprenderne i profondissimi pensieri neppure se gli venissero comunicati" (M. Planck, La conoscenza del mondo fisico).
Il secondo, del 2017, è di Carlo Rovelli, fisico contemporaneo, ateo: "La natura del tempo resta il mistero forse più profondo. Strani fili lo legano agli altri grandi misteri aperti: la natura della mente, l'origine dell'universo, il destino dei buchi neri, il funzionamento della vita" (C. Rovelli, L'ordine del tempo).

Nota di BastaBugie: Marco Respinti nell'articolo sottostante dal titolo "La truffa della teoria del tutto, Hawking ora sa tutto" parla della grande truffa che ha accompagnato il pensiero di Stephen W. Hawking, l'astrofisico scomparso ieri a 76 anni. Il suo trucco è di avere spodestato il Dio metafisico per poi sostituirlo con un surrogato, l'Universo che si autogenera. Un grande disegno che rivela anche un'angoscia terribile.
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 15 marzo 2018:
Adesso il profeta della "teoria del tutto" sa davvero tutto. Stephen W. Hawking, morto ieri 76enne a Cambridge, sa benissimo quanto siano state stupide le parole che a metà del maggio 2011 disse all'intervistatore di The Guardian, Ian Sample: «Considero il cervello come un computer che smetterà di funzionare quando i suoi componenti verranno meno. Non c'è alcun paradiso o vita oltre la morte per i computer rotti; è una fiaba per chi ha paura del buio». Ricordiamoci di lui nelle nostre preghiere.
Fisico e matematico, ha dominato per decenni le scene di una scienza, l'astrofisica, che non esisterebbe se non fosse per il padre gesuita emiliano Angelo Secchi (1818-1878), sbeffeggiato durante il Risorgimento per la sua fede e la sua fedeltà al Papa, il quale l'ha fondata essendo il primo che, studiando la composizione chimico-fisica delle stelle (e fondando così pure la spettrometria astronomica e la classificazione stellare, oltre a una pletora di altre discipline), intuisce quanto l'astronomia debba farsi coscientemente fisica dei corpi celesti per sondare, oltre la semplice osservazione, le proprietà degli astri e investigarne le meccaniche.
È se non altro curioso, visto che Hawking è stato un meritatamente famoso nemico giurato di qualsiasi prospettiva teleologica e teologica, di ogni pur minima possibilità, cioè, che la fisica dell'Universo sia compatibile con una prospettiva trascendente e per ciò stesso un propagandista di una delle più grandi fake news della storia occidentale: l'incompatibilità fra scienza e fede cristiana, una bugia inventata a tavolino per motivi propagandistici da due statunitensi dell'Ottocento, il fisico John William Draper (1811-1882), autore, nel 1874, di History of the Conflict between Religion and Science, e il diplomatico Andrew Dickson White (1832-1918), autore, nel 1896, dei due tomi di cui si compone History of the Warfare of Science with Theology in Christendom. Per dimostrargli personalmente che non è vero e che la fede non ha mai paura né della verità né degli anti-Dio come lui, la Pontificia Accademia delle Scienze ha eletto Hawking membro nel 1986.
Nato a Oxford nel 1942, a 17 anni Hawking entra nello University College della medesima cittadina inglese dove poi si laurea in Scienze naturali nel 1962. S'iscrive quindi a Cosmologia nell'Università di Cambridge e nel 1966 consegue il dottorato in Matematica applicata e in Fisica teorica. Dopo avere lavorato a fianco del celebre matematico britannico Roger Penrose sui cosiddetti "buchi neri" ed essere stato, dal 1970, visiting professor al California Institute of Technology di Pasadena, nel 1979 viene nominato titolare della cattedra lucasiana di Matematica nell'Università di Cambridge, dove insegna per 30 anni fino al 2009. Da allora e fino a ieri ha diretto il Dipartimento di Matematica applicata e Fisica teorica.
Nel 1988 pubblica il primo libro che lo rende celebre, basato su studi e ipotesi messe a tema tra il 1965 e il 1970: A Brief History of Time: From the Big Bang to Black Holes, pubblicato in italiano nello stesso anno dalla milanese Rizzoli come Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo. È il lavoro con cui lo studioso suggella l'abbandono del concetto metafisico di Dio per sostituirlo con un surrogato panfisicista: l'ipotesi della grande unificazione. Si badi: la chiamano tutti "teoria della grande unificazione", ma è un errore madornale. Non è affatto una "teoria", bensì solo un'ipotesi, e tale resterà finché, come prescrive il metodo scientifico universalizzato da Galileo Galilei (1564-1642), non sarà provata, riprovata e comprovata empiricamente. Quell'ipotesi, dunque, cerca di unificare in una sola descrizione tutte le forze fisiche fondamentali della natura, soprattutto quella di gravità. I modelli proposti sono diversi e nessuno è universalmente accettato oggi da tutta la comunità scientifica. Fra essi c'è anche quello che è stato chiamato (inizialmente per celia) "teoria del tutto" di cui appunto Hawking è stato un assertore convinto.
Per l'astrofisico, infatti, la "teoria del tutto", quando dimostrata, sarebbe la conquista definitiva del modo di ragionare di Dio. Per ciò stesso, allora, un trionfo assoluto della mente umana, capace di esaurire per intero quella divina. Che pertanto non è affatto tale, a meno di non intendere "divino" come una metafora. Del resto, la coincidenza fra la mente divina e quella umana farebbe concludere che l'unico vero Dio è l'uomo. Hawking, infatti, se dapprima non esclude in ipotesi l'idea di Dio, dopo averla minuziosamente demetafisicizzata e ridotta a capacità suprema della ragione umana, ne decreta la superfluità totale. Che bisogna c'è di Dio per spiegare l'Universo se l'Universo si spiega con la "teoria del tutto" attingibile perfettamente dalla ragione umana?
Morto il Dio metafisico, entra in scena allora la nuova divinità Dio panfisicista: un Universo che si spiega da sé attraverso le proprie stesse leggi. La formulazione rotonda di questa visione è contenuta in un altro suo libro celebre, The Great Design, pubblicato nel 2010 assieme al fisico statunitense Leonard Mlodinow e tradotto in italiano come Il grande disegno (Mondadori, Milano 2011). Dio è inutile e l'Universo si crea spontaneamente per effetto della legge di gravità: stante che la gravità è la prima delle forze fisiche fondamentali che la "teoria del tutto" cerca di unificare, la sua mera esistenza produrrebbe automaticamente l'essere, cioè l'Universo, invece del nulla. Secondo Hawking, e Mlodinow, Dio è solo un trucco: l'attribuire quel nome a ciò che altro non è se non l'Universo stesso. Il creatore e la creatura, insomma, coinciderebbero. Ma è vero invece il contrario: il trucco è avere spodestato il Dio metafisico per poi sostituirlo con un surrogato, l'Universo che si autogenera. A Hawking ha risposto bene il matematico nordirlandese John C. Lennox, docente nell'Università di Oxford, con un librettino aureo, God and Stephen Hawking: Whose Design Is It Anyway? (Lion, Oxford 2011). Oltre che ateo, Hawking si è sempre professato panteista e Il grande disegno - la summa del suo pensiero - lo mostra bene. Ma Il grande disegno rivela anche un'angoscia terribile: la necessità che Hawking ha proprio di Dio. Deciso a non darla vinta al Dio metafisico, lo scienziato lo ha combattuto sostituendolo con un sosia. Sete di Dio portata fino alla truffa.
Esiste però anche un altro Hawking, anzi ne esistono altri due.
Uno è l'autorità in materia di "buchi neri". Le sue scoperte in questo campo sono numerose. Nella teoria delle relatività generale einsteniana, un buco nero è una regione dello spazio-tempo (la struttura a quattro dimensioni dell'Universo, il palco su cui si muove la realtà fisica tutta) dove l'intensità enorme del campo gravitazionale non permette a nulla di sfuggire all'esterno, nemmeno alla luce, e che sarebbe il risultato del collasso su sé stessa di una stella di massa enorme. Ma sui "buchi neri" molto è ancora allo stadio di mera speculazione, compreso quel che ha affermato Hawking. Per certi scienziati i "buchi neri" forse nemmeno esistono. Come che sia, nel gennaio 2014 è stato proprio Hawking ha portare scompiglio fra le proprie certezze, stravolgendo addirittura l'idea base e nota anche ai profani secondo cui il "buco nero" sarebbe un mostro spaventoso in forma di pozzo senza né fondo né via di uscita in agguato negli spazi siderali. Tutto da rifare. Ma se la scienza, e Hawking per primo, non sa nulla di certo su questi "buchi" che non a caso sono neri, come fa la scienza, e Hawking per primo, a decretare con certezza l'inutilità di Dio?
Il terzo e ultimo Hawking è l'uomo a cui nel 1963 diagnosticarono una terribile malattia degenerativa dei motoneuroni che alcuni hanno creduto d'identificare con la sclerosi laterale amiotrofica e che per altri sarebbe invece un'atrofia muscolare progressiva, meno micidiale. Si fa per dire: perché Hawking progressivamente si è rattrappito facendosi un mucchietto informe di ossa, nervi e carne, immobile dagli anni 1980, condannato alla carrozzella e in seguito, a causa di una tracheotomia resasi necessaria dopo una polmonite che nel 1985 quasi lo uccideva, pure incapace di proferire parola se non attraverso un sintetizzatore vocale finito persino in una canzone dei Pink Floyd. Ad averlo saputo, uno così, per il mondo in cui stiamo, nemmeno doveva nascere. E invece è stato uno dei più acuti cervelli del secondo Novecento e rotti. Una volta diagnosticata la malattia, uno così, per il mondo in cui stiamo, avrebbe dovuto farla finita. La prima confutazione di questi sofismi è lo stesso Hawking, al quale nel 1963 avevano dato due anni di vita. Ha vissuto oltre, dando il meglio di sé dopo quella sentenza capitale. Il male ha proceduto in lui in un modo che nessuno avrebbe mai potuto ipotizzare. Appunto. Se Hawking avesse scelto l'eutanasia, il mondo non avrebbe mai conosciuto il suo genio. A dire il vero Hawking al suicidio assistito e all'eutanasia ci ha pensato facendo campagna in loro favore, ma non le ha mai scelte.
Nel 2014 sulla sua vita è uscito un lungometraggio diretto da James Marsch, ovviamente intitolato La teoria del tutto. È tratto dalla biografia Travelling to Infinity: My Life With Stephen (trad. it. Verso l'infinito, Piemme, casale Monferrato [Alessandria] 2015), pubblicata nel 2007 dalla sua ex moglie, Jane Wilde, madre dei suoi tre figli. Jane e Stephen si sono sposati dopo la malattia di lui, nel 1965, più o meno quando lui avrebbe dovuto morire. Hanno divorziato nel 1995 e si sono risposati entrambi (lui ha divorziato pure dalla seconda moglie nel 2006). Il film è la storia di un uomo e di uno scienziato che non si arrende, che non lascia alla morte l'ultima parola. Un uomo arguto e faceto (trovava l'ipotesi del multiuniverso interessante ma problematica: se uno non ricorda dove ha parcheggiato l'auto...) diverso dal musonismo eutanasista. Anche il film racconta che quando nel 1985 la polmonite lo stava per uccidere e i medici volevano staccare le spine che lo tenevano in vita Jane lo ha salvato. È lei che il mondo deve ringraziare per il genio impertinente di Hawking. A volte persino le ex mogli ti salvano. Ecco, fra "teoria del tutto" e fame di vita Hawking ha finito per essere un grande testimonial riluttante di Dio.

Fonte: La Voce del Trentino, 17/03/2018

5 - IN BELGIO DIMISSIONI CHOC NELLA COMMISSIONE PER L'EUTANASIA
Un neurobiologo ha denunciato la sistematica violazione della legge sul consenso all'eutanasia in Belgio (VIDEO: 15 anni di sperimentazione in Belgio)
Fonte Corrispondenza Romana, 20 febbraio 2018

Il neurobiologo, dott. Ludo Vanopdenbosch, ex-membro della Commissione Federale per il controllo e la valutazione dell'eutanasia, in Belgio, ha denunciato la deliberata e sistematica violazione della legge.
L'agenzia Associated Press ha reso pubblica la sua lettera di dimissioni, inviata lo scorso settembre a politici di alto livello, per denunciare come in tutto questo la Commissione, di cui ha fatto parte per diversi anni, abbia svolto un ruolo attivo di supervisione: «Non voglio far parte di un comitato, che ha deliberatamente violato la legge», ha dichiarato, pur dicendosi personalmente a favore dell'eutanasia, ma non dell'illegalità.
Vanopdenbosch ha personalmente assistito a casi di medici mai denunciati dalla Commissione alle autorità, benché avessero praticato l'eutanasia senza la necessaria autorizzazione. E tutto questo per motivi politici e ideologici. È la sorte capitata ad un malato di Parkinson: «Non è eutanasia, poiché il paziente non l'ha mai richiesta - ha dichiarato il dott. An Haekens, direttore psichiatrico dell'Ospedale Alexianen en Tienen, in Belgio - Non v'è un'altra parola che omicidio per descrivere quanto accaduto», ha concluso.
Chi soffre di demenza o di deficit cognitivi è più a rischio di altri: oltre 360 medici, accademici ed intellettuali hanno firmato una petizione, per chiedere controlli più severi sull'eutanasia praticata in questi casi. Il dott. Vanopdenbosch lamenta anche il fatto d'esser stato messo a tacere da altri membri della sua stessa Commissione, quando ha espresso le prime preoccupazioni in merito. Ed è questo sistema a garantire l'impunità a chi commette questi crimini. Non è un caso che i due co-presidenti dell'organismo, i dottori Wim Distelmans e Gilles Genicot, abbiano categoricamente negato qualsiasi negligenza.
Di queste denunce ha già parlato la stampa internazionale. Se ne è occupata anche l'agenzia Associated Press, che è americana. Gli unici media, che non hanno ancora parlato della faccenda, sono proprio quelli belgi.

Nota di BastaBugie: imperdibile video "Eutanasia: 15 anni di sperimentazione in Belgio" di quattro minuti che mostra l'abominio dell'omicidio legalizzato in Belgio. La falsa misericordia e il falso buonismo che sta dietro questa pratica omicida raccontata dai protagonisti.


https://www.youtube.com/watch?v=Y1g07ifz-rA

Fonte: Corrispondenza Romana, 20 febbraio 2018

6 - COMUNIONE SULLA MANO: L'ECCEZIONE CHE SEMBRA LA REGOLA
Ma il cardinale Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino, ricorda che la regola resterà sempre la comunione sulla lingua (e quella sulla mano un abuso)
Autore: Stefano Fontana - Fonte: Vita Nuova Trieste, 09/03/2018

Il Cardinale Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino, ha scritto la prefazione ad un libro di don Federico De Bortoli "La distribuzione della comunione sulla mano, Profili storici, giuridici e pastorali, Cantagalli, Siena 2018 in cui si dice favorevole ad un pieno ritorno alla Comunione in bocca e non sulle mani.
Oggi quasi tutti i fedeli prendono la Comunione nella mano e non più sulla lingua. C'è però un discreto numero di loro che continua con la pratica tradizionale. Alcuni liturgisti, pastoralisti e qualche autorità ecclesiastica ritengono utile tornare all'assunzione in bocca. Da ultimo il cardinale Robert Sarah, come abbiamo informato su Vita Nuova della settimana scorsa. Una volta chiarito che prendere la Comunione nella mano non è di per sé segno di irriverenza verso la Santa Eucarestia, e una volta chiarito che proporre di tornare a prenderla in bocca non è un atto di insubordinazione, può essere utile ricordare cosa dicono le norme canoniche a questo proposito.

MEMORIALE DOMINI (1969)
Tutto risale alla istruzione Memoriale Domini della Congregazione per il Culto Divino del 29 maggio 1969, dove si dice che Paolo VI, di fronte ad alcune richieste di introdurre l'uso di ricevere la comunione nella mano, ha consultato l'episcopato che ha risposto negativamente. La Memoriale Domini continua stabilendo che Paolo VI non ha ritenuto di cambiare il modo tradizionale con cui viene amministrata ai fedeli la Santa Comunione ed ha esortato caldamente i vescovi, i sacerdoti e i fedeli ad osservare con amorosa fedeltà la disciplina in vigore. Nel caso che qualche Conferenza episcopale avesse già introdotto il nuovo uso (e solo in questo caso), Paolo VI la invitava a vagliare bene le circostanze che avevano indotto questa decisione, deliberando in merito con voto segreto e mandando tutto alla Santa Sede che avrebbe valutato. Insomma: era confermata la comunione in bocca ed eventuali richieste del permesso di deroga (indulto) dovevano essere presentate alla Santa Sede.

EUCHARISTIAE SACRAMENTUM (1973)
Il 21 giugno 1973 la Congregazione per il Culto Divino ha pubblicato il Decreto Eucharistiae Sacramentum con il quale promulgava il rito della Santa Comunione e del culto eucaristico fuori della Messa. In esso si insiste nel conservare la consuetudine che poggia su una tradizione plurisecolare di deporre sulla lingua il pane consacrato, attribuendo comunque alle Conferenze episcopali la possibilità di procedere diversamente con il consenso della Santa Sede. La norma continua quindi ad essere la comunione in bocca e la comunione nella mano una eccezione di cui chiedere il permesso.
Il 3 aprile 1985, la Congregazione per il Culto Divino ha pubblicato una Notificazione dal titolo La Saint-Siége chiarendo tra l'altro che nessun fedele dovrà essere obbligato ad adottare la pratica della Comunione sulla mano e quand'anche si ottenesse l'indulto si dovrà lasciare ognuno libero. Nessun vescovo, quindi, può introdurre, di diritto o di fatto, l'obbligatorietà della comunione sulla mano nella sua diocesi.
Il 4 febbraio 1980, nella Lettera Apostolica Dominicae caene, Giovanni Paolo II lamentava gli abusi conseguenti alla distribuzione della Santa Comunione sulla mano e confermava le precedenti disposizioni. Lo stesso dicasi per l'Istruzione Redemptionis Sacramentum della Congregazione del Culto divino del 22 maggio 1998. In questo testo si invitava a non distribuire la Comunione nella mano se ci sono pericoli di profanazione.

L'ECCEZIONE È LA COMUNIONE SULLA MANO
Le Conferenze episcopali, come si è visto, possono chiedere un indulto, ossia la sospensione della norma di ricevere la comunione in bocca, norma che rimane confermata proprio dalla necessità di un indulto per ovviarvi. L'eccezione è la comunione sulla mano e non il contrario, come molti forse oggi pensano. E ciò, dal punto di vista canonico, rimane valido anche se tutte le Conferenze episcopali avessero chiesto l'indulto. In Italia ciò è avvenuto con la delibera della CEI del 19 luglio 1989.
Da questa breve rassegna possiamo concludere che la norma rimane quella della Comunione sulla lingua e che la Comunione sulla mano è una eccezione e tale rimane anche se ormai è la pratica largamente più diffusa. Va anche ricordato che la concessione dell'indulto all'inizio era prevista solo per le Conferenze episcopali che avessero già introdotto la comunione nella mano dopo la regola stabilita da Paolo VI nel 1969, ma in seguito le richieste di indulto dilagarono e fu concesso a tutte le Conferenze episcopali che lo richiedevano. È chiaro che vi fu una forzatura della norma. Infine va anche ricordato che se un vescovo volesse impedire nella sua diocesi la Comunione nella mano in termini di diritto canonico potrebbe farlo.
Con tutto ciò è da ritenersi assolutamente plausibile la proposta di tornare alla Comunione sulla lingua. Il cardinale Robert Sarah rimane nel pieno delle sue legittime funzioni nel prospettare questa richiesta e Vita Nuova nel farla conoscere.

DOSSIER "COMUNIONE SULLA LINGUA"

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Fonte: Vita Nuova Trieste, 09/03/2018

7 - I CRISTIANI IN IRAQ CHE HANNO TESTIMONIATO CRISTO DURANTE L'INVASIONE DELL'ISIS
Il documentario ''Guardiani della Fede'' ricostruisce quanto avvenuto nel 2014 quando l'Isis volle cancellare la presenza dei cristiani da Mosul (ex Ninive)
Autore: Benedetta Frigerio - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 19/03/2018

«Chiamavano tutti i giorni a casa nostra minacciandoci. Dovevamo scegliere: convertirci all'Islam o abbandonare il paese». Comincia così il documentario "Guardiani della Fede" girato da alcuni giovani spagnoli dopo il loro viaggio in Iraq nell'agosto del 2015 mostrando la forza di chi per Cristo è disposto a perdere tutto. Il documentario ricostruisce senza ideologie quanto avvenuto il 10 giugno del 2014, quando l'Isis invase il paese cominciando con l'occupazione di Mosul, facendo parlare i testimoni diretti della tragedia e dell'esodo dei cristiani. Quando, spiega un superstite, «tutto cambiò in 12 ore» e furono sterminati centinaia di migliaia di cristiani.
Sullo sfondo del documentario compaiono le immagini degli attacchi delle Femen, delle chiese profanate in Occidente, delle discoteche piene di giovanissimi che si sballano, mentre una voce spiega come «in un'Europa che ha perso la fede risulta difficile credere alla testimonianza di uomini disposti a rinunciare a tutto per Cristo. Per questo siamo andati in Iraq per conoscere se queste storie sono reali e se i loro protagonisti sono sani di mente o sono dei fanatici».

LA STORIA DEI CRISTIANI IN IRAQ
Gabriel Alqosh, abate del monastero della vergine Maria, spiega la storia dei cristiani in questa terra dove da sempre sono perseguitati. Douglas Bazi, sacerdote di Erbil, racconta che "negli ultimo 100 anni la mia gente è stata attaccata 8 volte...ecco perché questa chiesa "si dovrebbe chiamare Chiesa dei Martiri". Si capisce poi che quanto sta accadendo oggi ha origine nei primi anni Novanta: Safaa Khanro, capitano milizia cristiana Ninive Palin Forces, conferma che «siamo sempre stati perseguitati». Ma la vera svolta fu dopo l'11 settembre 2001, con l'occupazione americana dell'Iraq, fino all'arrivo dell'Isis. Bashar Warda, vescovo di Erbil, ricorda quando «iniziarono a bombardare le chiese, a sequestrare cristiani, preti». Con lui altri testimoni rammentano le atrocità subite.
Ma com'è possibile che l'Isis abbia occupato Mosul (2 milioni di abitanti) con solo 400 soldati? Come si spiega il fatto che pochi uomini abbiano messo in fuga oltre 60 mila soldati iracheni? Qualcosa doveva essere già stato organizzato prima. A chiarire come mai è l'ambasciatore spagnolo a Bagdad, José Maria Farré. Anche Behnam Benoka Bartella, responsabile del dispensario medico Ashti, è colpito dal crollo velocissimo dell'Iraq «per mano di qualche barbaro».
La pellicola ricorda la popolazione musulmana scesa in strada per rifocillare le milizia dell'Isis, mentre Emmanuel, responsabile di un centro rifugiati descrive «quando l'esercito decise di abbandonare la città», quando i cristiani furono costretti a convertirsi, a pagare una tassa o a fuggire. In realtà anche se «scappavano, l'Isis attaccava», spiega il capo delle milizie cristiane.

OBAMA E L'OCCIDENTE CHE HA AIUTATO L'ISIS
Una donna yazida, racconta la morte di 4 cugini, dello zio, della zia e altro ancora. Suor Sanna Haha, superiora generale delle Figlie del Sacro Cuore, spiega: «Abbiamo perso tutto». Un insegnate ricorda quando dopo la fuga «ci dissero che la nostra casa era stata saccheggiata». In centinaia di migliaia scappano nella piana di Ninive in cerca di città in cui rifugiarsi, ma le milizie islamiste occuparono altri territori grazie all'aiuto di alcune nazioni occidentali come spiega Javier Menendez, di Acs Spagna. Basti pensare che l'America di Obama dichiarò Assad un nemico appoggiando i ribelli, fra cui c'erano anche i membri dell'Isis. Menendez illustra la strategia dell'Isis, mentre il vescovo di Erbil indica il problema interno all'Islam.
Altri testimoni della successiva occupazione di Sinjar e Qaraqosh raccontano il dramma dei rapimenti delle bambine, le violenze bestiali dell'Isis, gli omicidi, lo sterminio di intere famiglie. Khalid Alyas, fuggito da Qaraqosh, papà di David morto martire a 6 anni parla di quanti rassicuravano sul fatto che i cristiani della sua città potevano stare tranquilli, invece il «6 agosto i bambini giocavano davanti a casa, verso le 9:30 esplose una bomba sulla nostra casa. Capimmo che Daesh era arrivato. Tutta la mia famiglia era ferita, mia madre le mie sorelle, mio nipote Milad era straziato con la testa aperta e...».
Ma dice un testimone «non ho mai perso la fede», e un altro «la mia fede in Dio è totale, confido in Dio». E se distruggono una croce «ne innalzeremo tre al suo posto. Se distruggono una chiesa ne costruiremo cinque». Mentre una delle donne che ha subito violenze atroci, confessa: «Ora il mio amore per Dio è più forte che mai». Nel documentario c'è molto altro ancora.
Ma perché raccontare tutto questo? Perché portare il documentario nei cinema? Sicuramente attraverso la ricostruzione di quanto avvenuto in Iraq emergono delle dinamiche che rivelano la responsabilità di chi condanna le guerre e nello stesso tempo le permette. Ma soprattutto, attraverso i testimoni diretti del martirio, si riscopre una fede impressionate che colpisce al cuore il borghesismo medio del cristianesimo occidentale. Risvegliando il desiderio di radicalità e di comunione con la Chiesa dei martiri.

Nota di BastaBugie: qui sotto il trailer di tre minuti de "I guardiani della fede".
Per richiedere la proiezione del documentario nel proprio cinema, clicca qui.


https://www.youtube.com/watch?v=pfYHwigVKLk

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 19/03/2018

8 - CHE FINE HANNO FATTO GLI ATLETI NORDCOREANI?
Viste le prestazioni deludenti, in passato chi è tornato nella patria comunista ha fatto una bruttissima fine
Autore: Leone Grotti - Fonte: Tempi, 22/02/2018

La Corea del Sud ha ammesso alle Olimpiadi invernali di PyeongChang molti atleti nordcoreani nonostante non fossero riusciti a qualificarsi nelle rispettive discipline. È stata sicuramente una dimostrazione di buona volontà nell'ottica di un riavvicinamento tra i due paesi dopo mesi di tensione altissima nella Penisola per le intemperanze nucleari del dittatore Kim Jong-un. Nonostante questo, potrebbe non aver fatto un favore agli atleti del Nord, visti i pessimi risultati che hanno ottenuto e visto quello che è successo ai loro predecessori una volta tornati in patria da perdenti.
La squadra mista femminile di hockey sul ghiaccio si è rivelata un disastro perdendo 8-0 con la Svizzera, 8-0 con la Svezia, 4-1 con il Giappone e ancora 2-0 con la Svizzera. Chi ha gareggiato individualmente, però, non ha fatto meglio. Choe Un Song, pattinatore di velocità su ghiaccio, ha registrato il peggior risultato nella gara dei 1.500 metri; Ri Yong Gum, sciatrice di fondo, è arrivata 89esima su 90 nella dieci chilometri; Han Chun Gyong e Park Il Chol si sono aggiudicati le posizioni 101 e 107 su 116 nel tabellone del fondo maschile. Gli unici due atleti regolarmente qualificati per meriti sportivi, i pattinatori artistici Ryom Tae Ok e Kim Ju Sik, hanno terminato in 13esima posizione su 16. Gli altri hanno fatto anche peggio di loro, arrivando ultimi nelle rispettive competizioni.

GULAG E LAVORI FORZATI
Gli atleti che in passato hanno raggiunto risultati così magri non sono stati trattati bene, per usare un eufemismo, al loro ritorno in patria. Il caso più eclatante è quello della nazionale di calcio nordcoreana, che pure nel 1966 ottenne un risultato storico accedendo ai quarti di finale dei Mondiali, battendo proprio l'Italia per 1-0 in una partita memorabile e arrendendosi solo ai portoghesi, che vinsero 5-3. Al loro ritorno a Pyongyang il "Presidente eterno" Kim Il-sung spedì tutta la squadra in uno dei peggiori gulag del paese, il campo 15 di Yodok, riservato ai prigionieri politici. Qui incontrarono il futuro disertore Kang Chol-Hwan, che nel suo libro Gli acquari di Pyongyang descrisse la fama che si guadagnò il calciatore Pak Seung-Zin, in grado di «resistere a qualsiasi tortura». Un altro membro della squadra veniva soprannominato lo "scarafaggio", per la sua abilità nel catturare e mangiare ogni tipo di insetto nel tentativo disperato di non morire di fame.
Chi non ottiene vittorie scintillanti, dando così «gloria alla madrepatria e al leader», viene punito e rinchiuso per mesi in campi di lavoro forzato, ha testimoniato il disertore Kim Hyeong-Soo, scappato dal paese nel 2009. È il caso del promettente judoka Lee Chang-soo, che dopo essere stato ricoperto di onori in patria per la vittoria ai Mondiali di Judo nel 1989, ebbe la sfortuna di perdere in finale ai Giochi asiatici del 1990 di Pechino contro un sudcoreano. Al ritorno a Pyongyang, il padre della patria Kim Il-sung non ebbe pietà e gli fece pagare l'affronto condannandolo ai lavori forzati in una miniera di carbone.

TUTTO MERITO DEL DITTATORE
Non sono gli unici casi conosciuti di atleti puniti. Nel 2010, ai Mondiali in Sudafrica, tutto il mondo elogiò la nazionale nordcoreana per aver perso solo 2-1 nella sua prima gara contro il Brasile. Allora l'allenatore diede tutto il merito della fantastica prestazione al "Caro leader" Kim Jong-il, figlio di Kim Il-sung, che aveva guidato la squadra «attraverso uno speciale telefono senza fili, invisibile a occhio nudo, di sua invenzione». Purtroppo nella sfida seguente la Corea del Nord perse 7-0 contro il Portogallo, la televisione di Stato che trasmetteva la partita interruppe bruscamente la visione del match. Al ritorno in patria, la squadra subì una sessione di critica pubblica di sei ore al Palazzo della Cultura del popolo da parte del ministro dello Sport Pak Myong-Chol. I giocatori sono stati costretti a denunciare il «tradimento» dell'allenatore Kim Jong-Hun, colpevole di non aver seguito le indicazioni del leader nelle partite successive al Brasile. Per questo fu inviato ai lavori forzati.
Un trattamento simile è stato riservato anche a Hyo Sim-Choe, regina del sollevamento pesi destinata a vincere la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Rio 2016, ma che ottenne "solo" l'argento. Davanti a questi esempi, non c'è da stupirsi se alcuni campioni nordcoreani, vincitori di importanti medaglie, hanno sempre ringraziato le persone giuste per le loro vittorie: «Ce l'ho fatta solo perché Kim Jong-il mi ha guardato da lassù», disse ai giornalisti nel 2012 Om Yun-Chol dopo aver vinto la medaglia d'oro nel sollevamento pesi, riferendosi al leader appena deceduto. «Gli altri atleti erano nervosi, io no, perché sapevo che lui vegliava su di me. Sono felice che lui mi abbia dato la forza necessaria per sollevare quei pesi, è come se avesse guidato le mie azioni, fino a farmi fare il record del mondo. È tutto merito suo». Allo stesso modo An Kum-ae, judoka vincitore della medaglia d'oro, diede tutto il merito a Kim Jong-un: «Ho dato gioia e felicità al nostro leader».
Seul ha compiuto un gesto importante invitando i nordcoreani alle Olimpiadi di PyeongChang e permettendo loro di gareggiare anche se non si erano qualificati per meriti sportivi. Forse però, per garantire la loro incolumità, avrebbe dovuto anche farli vincere. Nel 2015 il partito nordcoreano ha pubblicato un documento dal titolo: "Inauguriamo una nuova età dell'oro costruendo una potenza sportiva nello spirito rivoluzionario del monte Paektu", perché «solo gli sportivi possono far sventolare alta nel cielo la bandiera della nostra Repubblica in tempo di pace». Kim Jong-un tiene molto alle competizioni sportive, ma in Corea del Sud gli atleti del Nord hanno fallito: speriamo che il regime non faccia ancora parlare di sé per il trattamento che riserverà loro.

Fonte: Tempi, 22/02/2018

9 - OMELIA DOMENICA PALME - ANNO B (Mc 14,1-15,47)
Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori
Fonte Il settimanale di Padre Pio

La Liturgia della Parola della Domenica delle Palme è molto ricca. Il brano del Vangelo con cui abbiamo iniziato la Celebrazione narrava l'ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme; la prima lettura, tratta dal profeta Isaia, sottolinea le offese e le umiliazioni che il nostro Redentore ha dovuto sopportare per nostro amore; al Salmo responsoriale abbiamo ripetuto il grido di Gesù in Croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»; la seconda lettura descrive l'annientamento del Figlio di Dio, il quale, per la nostra salvezza, si è umiliato sino alla morte di Croce; infine, il lungo brano del Vangelo narrava la Passione di Gesù.
In questo breve pensiero, vogliamo riflettere su un particolare molto sconcertante: l'ingresso di Gesù a Gerusalemme fu salutato dalla folla festante; ma, a quell'ingresso trionfale, seguì ben presto la condanna e la morte di Gesù. Dall'"osanna" al "crucifige": è questo il mistero del cuore umano. Certamente, in mezzo a quella folla che gridò "crocifiggilo" vi furono molti che poco prima accolsero trionfalmente Gesù e che, forse, furono stati anche miracolati da Lui.
Questo inspiegabile cambiamento è un invito a considerare la gravità del nostro peccato. La leggerezza e l'incostanza sono atteggiamenti purtroppo frequenti in noi nei riguardi del Signore. In particolare, la facilità di passare, da atti di fede e di culto, al peccato grave, deve costituire per noi un motivo di seria riflessione.
Non si può concepire un cristiano staccato da Cristo e disposto a vivere abitualmente nel peccato, privo della grazia di Dio, per la maggior parte dell'anno. Non si può ascoltare la parola di Cristo per quanto riguarda i nostri rapporti in chiesa, e poi ascoltare i princìpi del mondo per quanto riguarda la vita pratica. Gesù e il suo Vangelo devono essere la direttiva costante della nostra vita per non ripetere il tradimento delle folle di Gerusalemme pronte a passare dall'"osanna" al "crucifige".
La vita del cristiano non può ignorare quello che è avvenuto a Cristo e il modo con cui Egli ha salvato il mondo. Da qui l'esigenza di meditare sulla Passione di Gesù. San Leonardo da Porto Maurizio affermava che dalla mancanza di questa meditazione deriva lo scadimento di tanti cristiani. Per questo motivo, egli diffuse ovunque la pia pratica della Via Crucis, dando a questo devoto esercizio una grande importanza.
Si pensa a ciò che si ama. Se pertanto amiamo Gesù, penseremo spesso a quanto Egli ha patito per noi. Meditiamo sull'immenso amore che spinse Gesù a morire in Croce per noi. Se non ci avesse amati, Egli non sarebbe salito su quella Croce.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio

10 - OMELIA GIOVEDI' SANTO - ANNO B (Gv 13,1-15)
Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: La rivincita del crocifisso

Secondo la testimonianza del vangelo di Luca, Gesù si mette a tavola per l'ultima volta coi suoi discepoli dicendo queste parole: "Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi" (Lc 22,14).
Queste parole ci sembra stasera di risentirle rivolte anche a noi: il Figlio di Dio crocifisso per noi e risorto - che non ha certamente bisogno della nostra attenzione e del nostro affetto - desidera ardentemente di averci suoi commensali e di ammetterci alla sua intimità; un'intimità superiore ad ogni altra: è l'intimità che ci deriva dal suo sangue versato per noi e dal suo corpo che ci viene donato.
E noi - che senza di lui vagheremmo nel deserto dell'esistenza come creature miserabili e smarrite - talvolta tentiamo di sfuggire a questo amore gratuito e di sottrarci al suo abbraccio che salva. Ma questa sera siamo qui ben decisi a diventare più saggi e a non deludere le attese di chi si è dato tutto per noi.
Noi stiamo rivivendo la "cena del Signore": non è il puro ricordo di un fatto avvenuto una volta a Gerusalemme e ormai perso in un lontano passato; è una memoria che anche oggi è arricchita della medesima realtà di quella prima celebrazione. Sotto un rito semplice e significante, il Signore Gesù si fa davvero presente con la sua persona adorabile, col suo sacrificio che ha sancito la Nuova Alleanza, con un nutrimento arcano - la sua "carne per la vita del mondo" (cf Gv 6,51) - che ci consente misteriosamente ma realmente di vivere la sua stessa vita.
La "cena del Signore", che qui rievochiamo, non è dunque un'esperienza remota ed estranea, che impallidisca sempre più con l'implacabile fuggire dei secoli: al contrario, ci propone una partecipazione personale e coinvolgente all'avvento centrale della storia, che è reso presente; non è la cenere di un fuoco irrimediabilmente spento, è la fiamma di un amore che continua a divampare nei cuori.
"Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi". L'istituzione dell'Eucaristia avviene, come si vede, nel contesto del banchetto pasquale ebraico, quando - in obbedienza alle prescrizioni ricevute da Mosè, che abbiamo riascoltato nella prima lettura - ogni famiglia mangiava un agnello immolato.
Quell'agnello - nella coscienza israelitica - raffigurava, compendiandole in sé, tutte le vittime di espiazione e tutte le sofferenze innocenti: lo strazio di Abele, trucidato dall'invidia del fratello Caino; l'angoscia di Isacco già disteso sulla catasta dell'immolazione; lo sgomento di Giuseppe venduto dai suoi familiari a ignoti mercanti; il pianto della vergine figlia di Iefte, sacrificata dal padre; il sangue di Zaccaria, il profeta abbattuto tra il vestibolo e l'altare; fino al martirio di Giovanni il Battezzatore, ultima voce della Rivelazione antica e primo annunciatore dei tempi evangelici.
Ma soprattutto in quell'agnello che gli sta davanti sulla mensa Gesù riconosce se stesso, nella sua prerogativa di vittima unica e pienamente sufficiente per il riscatto dell'intera famiglia umana: le "figure" sono finite, colui che era stato in esse presagito e aspettato ormai è presente, le avvera tutte e tutte le oltrepassa.
"Era come un agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori" (Is 53,7): così era preannunciato nelle pagine di Isaia il Servo di Iahvè "trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità" (Is 53,5).
Davanti al pane e al vino - che agli apostoli e a tutti noi egli consegna trasnaturati e colmi della sua passione redentrice - il Figlio di Dio accetta interamente il disegno del Padre e si dispone a prendere su di sé tutto il male del mondo, per espiare ogni colpa, ogni ingratitudine, ogni ribellione. Come ancora sta scritto: "Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe siamo stati guariti" (Ib.).
In conformità a questo progetto eterno, Gesù distende liberamente le braccia sulla croce in una suprema offerta d'amore; e nel "pane santo della vita eterna" e nel "calice dell'eterna salvezza" racchiude per sempre e ci ripresenta la realtà e il valore di questo olocausto.
Perciò san Paolo ci ha detto che ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice noi annunziamo la morte del Signore finchè egli venga (cf 1 Cor 11,36).
In ogni messa noi annunziamo la morte redentrice dell'Agnello; lo stesso Agnello che ora vivo e splendente nel santuario celeste - ci dice l'Apocalisse - "è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione" (Ap 5,12).
Prorompe dunque dall'azione eucaristica un messaggio totalizzante, che proclama in sintesi l'intera vicenda salvifica; un messaggio di immolazione e di vita, di sconfitta e di vittoria, di umiliazione e di universale e definitivo dominio.
Tutto questo ci viene rammentato quando, al momento di cibarci del Pane celeste, lo stesso Signore Gesù - nella realtà della sua palpitante presenza - viene offerto alla nostra fede con le parole: "Ecco l'Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo".
Entrare in comunione con questo Agnello significa assimilarne l'indole e la missione. Significa rinunciare a ogni forma di prepotenza e a ogni rancore, per incamminarci sulla via della mansuetudine e del perdono. Significa abbandonarci fiduciosamente e pazientemente a quanto il Padre ha stabilito che ci avvenga per il bene nostro e della santa Chiesa. Significa accettare di spenderci per Cristo, che è morto e risorto per noi, e per ogni uomo che è sempre la sua immagine viva.
"Dì soltanto una parola e io sarò salvato", noi diciamo.
Questa parola che salva, questa sola parola che spiega tutto, la parola che tutto racchiude e tutto trasforma, la parola che il Signore ci sussurra in questa sera suggestiva del Giovedì Santo è la parola "amore".

Fonte: La rivincita del crocifisso

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