BastaBugie n°554 del 11 aprile 2018

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1 UBRIACHI DI SERIE TELEVISIVE
Inchiodano i giovani davanti alla tv per ore e trasmettono un'ideologia in cui i valori sono ribaltati, la moralità calpestata e persino il diavolo è positivo
Autore: Mario A. Iannaccone - Fonte: Il Timone
2 IL MANIFESTO PROLIFE CHE HA MESSO A NUDO L'IDEOLOGIA RADICALE DI PD E CINQUESTELLE
Così come accadeva nei regimi comunisti, certe verità (oggi ad es. la foto di un embrione) gettano nel panico il sistema attuale... si avvicina anche per esso il tracollo?
Autore: Rodolfo Casadei - Fonte: Tempi
3 ERDOGAN PROMETTE CHE L'EUROPA SARA' PRESTO MUSULMANA
Il presidente turco festeggia ogni anno la conquista di Costantinopoli, oggi Istanbul (cosa accadrebbe se l'Unione Europea celebrasse la vittoria di Lepanto o la liberazione di Vienna?)
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Corrispondenza Romana
4 LA PASQUA SPIEGATA DA PINOCCHIO
Collodi ha scritto una delle più belle parabole della condizione umana come la presenta la tradizione cristiana: la paternità, la fuga da casa, la libertà ferita, la salvezza, la morte e la resurrezione
Fonte: Tempi
5 LA SOCIETA' MULTICULTURALE E' CONTRO IL BENE COMUNE
L'immigrazionismo sovverte le nazioni (e la Dottrina Sociale della Chiesa)
Autore: Stefano Fontana - Fonte: Osservatorio Card. Van Thuan
6 IL PESSIMO NUOVO FILM SULLA MADDALENA
Politicamente corretto, femminismo esasperato, vangeli stravolti, falsi storici, scene stile Codice da Vinci: non vale davvero la pena di vederlo
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
7 ORBAN STRAVINCE ANCORA LE ELEZIONI UNGHERESI
La parola chiave per capire l'Ungheria non è xenofobia, ma sovranità
Autore: Rodolfo Casadei - Fonte: Tempi
8 LETTERE ALLA REDAZIONE: MA QUANTI ABUSI!
Eppure il Concilio Vaticano II è chiaro: ''Nessun sacerdote osi aggiungere, togliere o cambiare nulla nella liturgia''
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie
9 OMELIA III DOM. DI PASQUA - ANNO B (Lc 24, 35-48)
Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - UBRIACHI DI SERIE TELEVISIVE
Inchiodano i giovani davanti alla tv per ore e trasmettono un'ideologia in cui i valori sono ribaltati, la moralità calpestata e persino il diavolo è positivo
Autore: Mario A. Iannaccone - Fonte: Il Timone, dicembre 2017 (n° 168)

Le serie televisive, nelle loro varie tipologie, serial, miniserie, sit-com ecc., sono il tipo di narrazione oggi più seguito, più dei lungometraggi cinematografici e più del romanzo o del fumetto. Questo anche grazie all'aumento in percentuale di giovani assidui a serie tv trasmesse oggi sui grandi schermi ad alta definizione, ben diversi dai televisori di 10 o 15 anni fa, che ne rendono più gradevole la visione; non a caso molta parte degli sforzi produttivi cinematografici si stanno spostando sulle produzioni televisive (anche ad altissimo budget). È aumentato anche il numero di supporti sui quali è possibile vedere i contenuti, portatili, tablet e addirittura cellulari. Questi sono preferiti dalle generazioni più giovani per il 30% (ricerca Primaonline 30.10.2017), percentuale che andrà nel tempo aumentando in tutte le età. Inoltre, sono diventate più numerose le piattaforme di distribuzione streaming come Netflix e Infinity o pay-per-view, che favoriscono, per le loro caratteristiche, fenomeni di binge watching (guardare sino a ubriacarsi) ovvero il guardare per ore episodi successivi di una stessa serie (mediamente praticato da circa il 40% della fascia 13-25 anni).
Ultimo dato su cui le statistiche sono unanimi: il tempo medio di visione giornaliera per tutte le fasce d'età giovani supera le 4 ore quotidiane, e il giro d'affari ha oltrepassato i 100 miliardi di dollari annui solo per il video on demand.

RACCONTANO IDEOLOGIE
Se le serie assorbono un tempo così elevato della vita quotidiana degli spettatori, soprattutto giovani - il giovane è più influenzabile -, ci si può chiedere cosa raccontano.
È un fatto che la gran parte di queste serie rientrino in un ambito di influenza che riflette l'ideologia progressista-libertaria di cui sono espressione tanto le élite di Hollywood e della televisione - produttori, finanziatori, artisti - quanto gli interessi che rappresentano - fondazioni, istituzioni finanziarie e sovranazionali. Non dovrebbe quindi essere una sorpresa scoprire che il fronte libertario-progressista utilizzi come mezzo privilegiato proprio le narrazioni televisive ubique e facili da fruire. Molte di queste serie (ogni anno ne escono decine di nuove) sposano un'ideologia demoralizzante coerente e ripetuta. In esse, l'aborto è normalizzato, l'omosessualità viene vista come la tendenza "più" normale, positiva e diffusa. Ad esempio, per citarne una fra le tante, nella pluripremiata (e continuamente osannata, lodata) serie Orange is the New Black, si raccontano le vicende carcerarie di una giovane wasp lesbica, arrestata per un vecchio reato dopo che si era rifatta la vita come "etero"; in carcere però torna lesbica. Qui, gli uomini o le donne "etero" vengono rappresentati come fanatici religiosi, ignoranti e violenti. La serie, prodotta da Netflix, è emblematica di una tendenza in atto: la religione è continuamente vilipesa; le detenute s'incontrano per le loro effusioni in una specie di cappella dove è collocato quello che pare un disadorno altare cattolico.
La serie viene acclamata più per le sue esplicite tendenze che per la qualità. Blasfemia e demoni vincono in serie più raffinate come Penny Dreadful, dove una donna cattolica non può liberarsi dal demonio e tutto quanto lei credeva si dimostra inutile o controproducente e alla fine accetta la dannazione.

SGANCIAMENTO DI OGNI COMPORTAMENTO SESSUALE DALLA PROCREAZIONE
Simili situazioni vengono mostrate in serie di lungo corso come Supernatural o True Blood e nuove come Outcast: la costante è l'anticristianesimo (più spesso anticattolicesimo radicale), la promozione della fluidità dei generi, la normalizzazione del tradimento (difficile trovare famiglie unite) e dell'aborto. Lo sganciamento di ogni comportamento sessuale dalla procreazione è ribadito dall'esagerazione dei problemi che portano i bambini: sono noiosi, petulanti, peggiorano la vita degli adulti. Centrale è anche l'elemento di lotta antipatriarcale e la distruzione del ruolo e della figura del padre, platealmente proposto nelle serie umoristiche (con le sue famiglie "allargate") e crime. Per quanto riguarda i temi di crimine ho mostrato l'evidenza di tutto ciò nel libro Meglio regnare all'inferno (Lindau, 2017), dedicato al tema dei serial killer. In serie decisamente scadenti ma non per questo meno "premiate" tutti questi comportamenti appaiono insieme. In Grace & Frankie, ad esempio, prodotta dalla ex diva Jane Fonda, due donne settantenni apprendono un giorno che i loro mariti coetanei sono gay e vogliono sposarsi. Gli effetti della rivelazione (l'ormai celebre coming out) sono seguiti in una sit-com che vorrebbe essere divertente ma è tetra, funerea; i due uomini convolano a "nozze" mentre le donne vanno a vivere insieme sottintendendo un legame lesbico sottotraccia: i ruoli dei padri e delle madri vengono ridicolizzati. Il coming out dei due neo-gay - vi recita un imbarazzante Martin Sheen - è trattato come qualcosa di coraggioso e giusto e la famiglia ricomposta nella nuova configurazione, guardata male da pochi "bigotti" fanatici, risulta migliore della precedente versione.
Già in Will e Grace la famiglia "arcobaleno" includeva diverse tendenze sessuali ed era vista come un bene. Una persona molto giovane che guardi simili serie potrebbe uscirne confusa, tuttavia, un preadolescente potrebbe annoiarsi a guardare i personaggi senili, in vena di tardiva fluidità di genere, di Grace & Frankie. Ecco perché i riformatori dell'antropologia che orientano il mercato televisivo hanno già pensato alle serie LGBT per bambini. La Disney, ad esempio, (Disney Channel è pieno di sorprese di questo tipo) ha inaugurato la serie Andy Mack nella quale un tredicenne si mostra consapevolmente e felicemente gay. Non di rado essere demoni o dalla parte del male non è così male, come nella serie Lucifer dove il diavolo si presenta come un personaggio positivo.

DISARMATI DI FRONTE AL FENOMENO
Tutte queste serie, e molte altre ancora, promuovono comportamenti che James Hillman, ispiratore di molta nuova televisione, definiva, appunto, de-moralizzanti ovvero "distruttori della morale" e promotori della demoralizzazione quale sana modalità di vivere una vita insensata. Che questo avvenga continuamente nella miriade di serie e film tv continuamente riproposti, con qualche eccezione che non rompe la regola, è piuttosto evidente se si vuole guardare al fenomeno con un minimo di freddezza. Ciò che più sorprende è il completo disarmo dei cattolici: non esistono più luoghi in cui una critica non semplicemente moralistica ma anche tecnica, secca, motivata venga affrontata e portata avanti nel tempo con competenza e determinazione. Come accade nel campo del cinema e del romanzo, la gran parte del mondo cattolico pare aver ceduto del tutto le armi o aver minimizzato qualcosa che nel tempo si è configurato come una catastrofe. Cambiamenti profondi nei comportamenti e nelle convenzioni derivano anche da come la televisione e i media hanno operato e stanno operando.
L'accettazione dell'aborto e della denatalità è parte di quest'opera. Forse sembra crudo dirlo ma il non comprendere la potenza di fuoco, l'intelligenza e la sottigliezza con cui il cattolicesimo è stato combattuto negli ultimi decenni sta condannando i cattolici stessi all'irrilevanza. Se non alle catacombe.

Fonte: Il Timone, dicembre 2017 (n° 168)

2 - IL MANIFESTO PROLIFE CHE HA MESSO A NUDO L'IDEOLOGIA RADICALE DI PD E CINQUESTELLE
Così come accadeva nei regimi comunisti, certe verità (oggi ad es. la foto di un embrione) gettano nel panico il sistema attuale... si avvicina anche per esso il tracollo?
Autore: Rodolfo Casadei - Fonte: Tempi, 08/042018

«Nel comunismo come nella liberal-democrazia incontriamo la stessa peculiarità: ciò che è incidentale viene trattato come un problema sistemico, il che significa che tutto quello che accade è sistemico e nulla è incidentale nel sistema. Pertanto diventa naturale per i veri liberal-democratici - come lo era per i veri comunisti - perseguitare i loro colleghi a causa di un commento occasionale, o di una mancanza di vigilanza, o per una battuta inappropriata, rendendo la vita difficile alle persone indisciplinate con continue ammonizioni e creando nuove regole e leggi più severe. Facendo ciò, gli autoproclamati guardiani della purezza vedono se stessi come coloro che portano sulle proprie spalle il futuro della liberal-democrazia in tutto il mondo. Se non fosse per il loro sforzo e la loro dedizione, questa grande intrapresa politica, pensano, conoscerebbe battute d'arresto, e questo non sia mai detto. Come in ogni sistema costruito sulla violenza e sulle bugie, nel comunismo questa convinzione un po' paradossale nella contemporaneità di invincibilità e vulnerabilità poteva essere facilmente spiegata. Si avvertiva che anche solo pochi pensieri e idee veri, una volta riconosciuti pubblicamente come tali, avrebbero messo a nudo la falsità dell'intero sistema e infine lo avrebbero fatto cadere. Anche i più illusi sostenitori del sistema sapevano che la verità era il suo più potente nemico. Ed è stata la verità in senso quasi letterale a farlo crollare. In una liberal-democrazia questo modo di vedere le cose sembra assurdo, perché il sistema è stabile e il principio della libertà di parola è iscritto nella Costituzione. Ma coloro che danno la caccia alla scorrettezza politica e lavorano al rafforzamento della correttezza politica credono o forse inconsciamente pensano che la stabilità del sistema non è così forte come ingenuamente si crede, che la libertà di parola non è così priva di problemi come certi malintenzionati ritengono che sia». (R. Legutko, The Demon in Democracy - Totalitarian Temptations in Free Societies, pp. 103-104).

IL VERO MOTIVO
Con una sorta di ingenua incredulità, molti hanno commentato che la richiesta della senatrice Monica Cirinnà (Pd) di rimuovere il manifesto anti-aborto fatto affiggere dall'associazione Pro Vita in una via di Roma e la successiva decisione del sindaco Virginia Raggi (Cinque Stelle) di toglierlo effettivamente non sono in alcun modo giustificabili, perché il manifesto non offendeva o attaccava nessuno, ma esponeva delle verità di fatto. Intorno all'immagine di un feto c'erano infatti scritte le seguenti frasi: «Tu eri così a 11 settimane... Tutti i tuoi organi erano presenti. Il tuo cuore batteva già dalla terza settimana dopo il concepimento. Già ti succhiavi il pollice. E ora sei qui perché tua mamma non ti ha abortito».
Il motivo che ha messo in crisi il fronte abortista e per cui è stata chiesta e ottenuta la rimozione del manifesto è proprio questa: che esponeva delle verità di fatto. Non attaccava la legislazione che ha legalizzato l'aborto in nome di princìpi morali, o con argomentazioni politiche, filosofiche o religiose. Semplicemente esponeva delle verità fattuali. Oggi certe verità fattuali gettano nel panico l'establishment politico dei paesi liberaldemocratici così come la più piccola delle verità, se pronunciata in pubblico, gettava nel panico le nomenklature dei paesi comunisti. Ryszard Legutko, professore di filosofia polacco ed europarlamentare del partito Diritto e Giustizia, ha vissuto sotto entrambi i regimi politici, ha notato le crescenti somiglianze fra il comunismo degli anni Sessanta-Ottanta e la liberal-democrazia nel Terzo Millennio, e ci ha scritto sopra il libro illuminante da cui è tratta la citazione che abbiamo proposto in apertura.
L'allergia per la verità che conduce la liberal-democrazia d'oggidì alla censura in un modo che assomiglia sempre di più a quello che ieri faceva il comunismo, illumina la natura dei due sistemi: entrambi sono di natura ideologica. La liberal-democrazia odierna pretende di presentarsi come un sistema neutro, una cornice istituzionale che permette lo svolgimento della vita politica in termini pluralistici. In realtà la crescente intolleranza dei sedicenti liberal-democratici per tutto ciò che contraddice la loro visione del mondo è la prova che non siamo davanti a un sistema che garantisce vera libertà non più di quanto, riguardo al comunismo, fossimo davanti a un sistema che garantiva vera uguaglianza. Altri indizi di un'affinità non casuale e non incidentale fra comunismo e liberal-democrazia odierna balzano agli occhi. L'egualitarismo, ideologia che piega le realtà fattuali e morali alle proprie astrazioni politicamente interessate, è migrato dal comunismo alla liberal-democrazia. In Italia il Partito Democratico nel quale milita l'intollerante Cirinnà discende attraverso due passaggi storici (Pds e Ds) dal Partito Comunista Italiano (Pci).

DEL NOCE AVEVA RAGIONE
Alla fine degli anni Ottanta Augusto Del Noce scrisse che, aderendo alle campagne per i "diritti civili" promosse dal Partito Radicale, il Pci avrebbe perso non solo i suoi contenuti ideologici marxisti, ma anche la sua anima popolare, e sarebbe diventato un Partito Radicale di massa. È esattamente quello che è successo: oggi il vecchio Pci si chiama Partito Democratico e in economia è liberista, mentre sulle questioni bioetiche e della famiglia è liberal. L'unica discrasia rispetto alla profezia delnociana sta nel fatto che non è più esattamente di massa: il 19 per cento delle ultime elezioni stride col 34 per cento che il Pci di Enrico Berlinguer toccò nel 1976.
Mentre l'intolleranza e la censura della libertà di espressione che caratterizzano i partiti liberal-democratici odierni non possono non allarmarci, ci conforta la constatazione che l'estrema suscettibilità di fronte a una circoscritta provocazione è sintomo di debolezza. Come nel socialismo reale la minima manifestazione di dissidenza incontrava feroce repressione perché il potere era consapevole che la più piccola verità contraddittoria rispetto alla propaganda poteva fare crollare il regime, così nella liberal-democrazia in deriva totalitaria la crescente intolleranza verso i dissenzienti soprattutto sulle questioni che riguardano sesso e famiglia fa presagire l'imminenza di un tracollo. Che in un paese di 60 milioni di abitanti grande 300 mila chilometri quadrati un singolo manifesto provochi reazioni isteriche, violenza verbale e un atto illiberale come quello di ordinare l'eliminazione dello stesso, è il segnale della fragilità dell'edificio del politicamente corretto. A furia di allargarsi e di alzarsi in altezza, comincia a scricchiolare.
Aspettiamoci un crescendo di intimidazioni, soprattutto a causa del fatto che in Italia i dissidenti sono pochi, i complici interessati del potere tanti, la subalternità culturale crescente. In realtà basterebbe un po' di intransigenza nella difesa della libertà di espressione per ridurre a più miti consigli i neo-totalitari. E un po' di coraggio nel continuare a pronunciare in pubblico le verità fattuali che danno fastidio alla cultura dominante. Oggi dire che siamo tutti figli di un padre e di una madre, o che ciascuno di noi prima di nascere era un feto che poteva contare solo sull'accoglienza del grembo in cui è stato concepito, è diventato più rivoluzionario della Dichiarazione di indipendenza americana o del giuramento della Pallacorda.

Fonte: Tempi, 08/042018

3 - ERDOGAN PROMETTE CHE L'EUROPA SARA' PRESTO MUSULMANA
Il presidente turco festeggia ogni anno la conquista di Costantinopoli, oggi Istanbul (cosa accadrebbe se l'Unione Europea celebrasse la vittoria di Lepanto o la liberazione di Vienna?)
Autore: Roberto de Mattei - Fonte: Corrispondenza Romana, 28/03/2018

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan festeggia ufficialmente, ormai da qualche anno, la data del 29 maggio 1453 che vide la conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II, e quella del 26 agosto 1071, quando a Manzinkert i Selgiuchidi di Alp Arslān sconfissero l'esercito bizantino e fondarono il primo Stato turco in Anatolia. Immaginiamo che l'Unione Europea proponesse di celebrare solennemente la vittoria di Lepanto del 1571 o la liberazione di Vienna dai Turchi del 1683.
I mass-media di tutto il mondo, controllati dai "poteri forti" che guidano la politica mondiale, protesterebbero con tutta la loro forza contro questo atto provocatorio e islamofobo. Ma l'Unione Europea non prenderebbe mai una simile iniziativa, perché nel suo atto costitutivo, il Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007, ha definitivamente rinunciato ad ogni riferimento alle proprie radici storiche.
E mentre Erdogan rivendica con orgoglio un'identità ottomana, che si è definita contro l'Europa cristiana, l'Unione Europea sostituisce il richiamo alle radici cristiane con l'ideologia del multiculturalismo e dell'accoglienza del migrante. L'offensiva dell'Islam contro l'Europa, nel corso dei secoli, si è sviluppata secondo due linee direttrici ed è stata condotta da due popoli diversi: gli Arabi da Sud Ovest e i Turchi da Sud Est.
Gli Arabi, dopo aver conquistato il Nord-Africa, invaso la Spagna e oltrepassato i Pirenei, furono fermati da Carlo Martello a Poitiers nel 732. Da allora arretrarono progressivamente, per essere definitivamente espulsi dalla penisola iberica nel 1492. I Turchi, dopo aver soggiogato l'Impero bizantino e parte di quello asburgico, furono fermati a Vienna nel 1683 da Giovanni Sobieski e a Belgrado nel 1717 da Eugenio di Savoia.
Oggi, l'avanzata islamica segue le medesime direzioni. A Sud Ovest, è promossa da paesi come l'Arabia Saudita e il Qatar, che finanziano i "Fratelli Musulmani" e la costruzione di una fitta rete di Moschee in tutta Europa. A Sud Est la Turchia esige di entrare nell'Unione Europea, minacciando, in caso contrario, di inondare il nostro continente con milioni di migranti.
Il progetto più pericoloso è proprio quello di Erdogan, che aspira a divenire il "sultano" di un nuovo impero ottomano che dispiega tutta la sua forza dal Medio Oriente all'Asia centrale.

UN SECOLO TURCO
L'Impero turco, tra il 1299 e il 1923, arrivò ad abbracciare un vasto territorio che dalle coste nordafricane arrivava al Caucaso e alle porte dell'Italia e dell'Austria. L'obiettivo di Erdogan è quello di fare della Turchia il paese guida di un'area ancora più vasta, che si allarga ad Est del mar Caspio, dove cinque nuove repubbliche nate dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica - Azerbaigian, Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakistan e Kirghistan - costituiscono il nucleo di una comunità in cui la religione islamica si fonde con un'identità etnico-linguistica turcofona.
È a partire dagli anni Novanta che i turchi hanno iniziato a presentare ai «200 milioni di loro connazionali» degli Stati turcofoni dell'Est la necessità di costituire «una comunità di Stati dall'Adriatico alla Grande Muraglia cinese», secondo la formula dell'allora presidente Halil Turgut Özal (1927-1993), che amava parlare dell'arrivo di "un secolo turco". Erdogan ha ripreso queste idee, che sono state sviluppate nell'ultimo decennio dal suo Ministro degli Esteri Davutoğlu, fino al suo licenziamento nel 2016.
Il fondatore della Turchia moderna, laica e secolarizzata, Mustafa Kemal Atatürk, vedeva nell'Islam un fattore di destabilizzazione. I suoi successori, da Özal a Erdogan, ritengono al contrario che l'Islam possa costituire un elemento di aggregazione e di coesione sociale. Il sistema educativo è un pilastro del progetto di Erdogan, sia per estendere la sharia, anche al di fuori dei confini turchi, attraverso la Diyanet, il ministero degli Affari religiosi, sia per imporre, attraverso il ministero dell'Istruzione, l'identità linguistica, cancellata dalla rivoluzione kemalista.
La reislamizzazione di questi territori, attraverso la costruzione di moschee e il sostegno offerto al mantenimento degli Imam, si è accompagnata agli investimenti culturali per reintrodurre, nelle scuole e nelle università, lo studio della cultura ottomana. Riferendosi ai tempi dell'Impero ottomano, Erdogan ha affermato: «Chi pensa che ci siamo dimenticati delle terre dalle quali ci ritirammo in lacrime cent'anni fa, si sbaglia. Diciamo ogni volta che si presenta l'occasione che la Siria, l'Iraq e altri luoghi sulla mappa geografica dei nostri cuori non sono diversi dalla nostra patria. Stiamo lottando affinché una bandiera straniera non venga sventolata in alcun posto dove sia recitato un adhan [la chiamata islamica alla preghiera nelle moschee]. Quello che abbiamo fatto finora è nulla in confronto agli attacchi ancor più grandi che stiamo pianificando per i prossimi giorni, inshallah [se Allah lo vuole]».

CONQUISTA MILITARE E DEMOGRAFICA
Il primo obiettivo dichiarato da Erdogan è la riconquista delle isole greche del Mare Egeo. Il leader turco ha detto che nel 1923 la Turchia «ha svenduto» le isole greche che «erano nostre» e dove «ci sono ancora le nostre moschee, i nostri santuari».
Erdogan ha indicato come scadenza, il 2023, centesimo anniversario della Repubblica turca, e del Trattato di Losanna, che ha stabilito le frontiere di cui ora egli chiede la revisione. Non sono solo parole.
Nel 1974 la Turchia ha occupato manu militari una parte dell'isola di Cipro e oggi, con il pretesto della "guerra al terrorismo", ha conquistato un'ampia striscia di territorio siriano lungo il confine dei due paesi. Ma le minacce più gravi riguardano il futuro dell'Europa, che Erdogan immagina sottomessa al suo Impero. «L'Europa sarà musulmana, se Allah vuole», ha annunciato il deputato del suo partito (AKP), Alparslan Kavaklioglu, ripetendo quanto lo stesso Erdogan ha apertamente dichiarato: «i musulmani sono il futuro dell'Europa». «La fortuna e la ricchezza del mondo si spostano dall'Occidente verso l'Oriente. L'Europa attraversa un periodo che si può definire straordinario. La sua popolazione diminuisce e invecchia. Ha una popolazione molto anziana. Dunque, delle persone vengono dall'estero per trovarvi lavoro. Ma l'Europa ha questo problema: che tutti i nuovi arrivati sono musulmani. Vengono dal Marocco, dalla Tunisia, dall'Algeria, dall'Afghanistan, dal Pakistan, dall'Irak, dall'Iran, dalla Siria e dalla Turchia. Coloro che provengono da questi paesi sono musulmani. Siamo arrivati al punto in cui il nome più ricorrente a Bruxelles, in Belgio, è Mohammed. Il secondo nome più diffuso è Melih, il terzo Aisha».
Erdogan sa che Bruxelles, la capitale dell'Unione Europea, è la città dove l'Islam è già oggi la prima religione, un cittadino su tre è musulmano, e il nome più frequente all'anagrafe fra i nuovi residenti è Mohammed.
La sua arma, come quella dei Fratelli Musulmani, è la conquista demografica dell'Europa nei prossimi decenni. Ma già adesso, se la Turchia entrasse in Europa, sarebbe la prima nazione dell'Unione, per la sua popolazione, comprendente anche i suoi cittadini che già risiedono nel continente europeo.
Va ricordato infatti che sul piano numerico, i turchi rappresentano la seconda comunità in Germania, Paesi Bassi, Austria, Danimarca e Bulgaria e Erdogan li esorta a non perdere la loro identità. «I turchi all'estero dovrebbero restare turchi a prescindere dalla loro cittadinanza», ha proclamato il sultano, arrivando a definire l'assimilazione un «crimine contro l'umanità».
Di fronte all'arroganza di Erdogan, l'Europa non solo non agisce, ma tace. Tace sulla violazione dei diritti umani in Turchia, tace sull'invasione del Kurdistan siriano, tace sul blocco navale imposto alla piattaforma dell'ENI a Cipro, tace sulle minacce contro le isole greche. E sull'annuncio della prossima islamizzazione del nostro continente, tace non solo l'Unione Europea, ma anche la Chiesa. La forza di Erdogan è questo silenzio colpevole.

Fonte: Corrispondenza Romana, 28/03/2018

4 - LA PASQUA SPIEGATA DA PINOCCHIO
Collodi ha scritto una delle più belle parabole della condizione umana come la presenta la tradizione cristiana: la paternità, la fuga da casa, la libertà ferita, la salvezza, la morte e la resurrezione
Fonte Tempi, 01/04/2018

Tutti conoscono Pinocchio, uno dei libri più popolari della storia, ma non tutti si sono resi conto che Collodi ha scritto una delle più belle parabole della condizione umana. In L'avventura di Pinocchio. Rileggere Collodi e scoprire che parla della vita di tutti (ed. Centocanti, 192 pagine) Franco Nembrini prende molto sul serio un'intuizione del cardinal Giacomo Biffi per rileggere l'avventura del celebre burattino, mostrando, passo dopo passo, come questa riproponga il dramma della vita, così come lo presenta la tradizione cristiana: la paternità, la fuga da casa, la libertà ferita, l'incontro con una possibile salvezza, la morte e la resurrezione. Pochi sanno infatti che verso la fine del 1880, Collodi mandò al suo amico Fernandino Martini, redattore capo di un giornale per ragazzi, un pacco di manoscritti che definì «una bambinata» e accompagnò da una missiva, «fanne quello che ti pare; ma, se la stampi, pagamela bene, per farmi venire voglia di seguitarla». Il 7 luglio 1881 sul Giornale per i bambini uscì la prima puntata della Storia di un burattino, il 27 ottobre l'ottava, che si concludeva con la morte di Pinocchio.
Nelle intenzioni di Collodi Pinocchio era infatti morto davvero, la storia era finita, e invece la redazione del giornale venne subissata di lettere di protesta inviate da bambini di tutta Italia che rivolevano il loro eroe. Martini rintracciò Collodi: «Guarda che la storia deve andare avanti!», «Come, andare avanti?. È morto! Come faccio?». «E tu fallo risorgere!». E Collodi, racconta Nembrini, lo fece risorgere. Ecco uno dei passi più belli del libro, nel cui ultimo capitolo è raccontata l'avventura della salvezza, l'avvenimento della salvezza. Che avviene nel fondo degli inferi, nell'oscurità assoluta del ventre del Pesce-cane, dove Pinocchio trova un compagno di sventura, un Tonno.
Riportiamo di seguito un passo del libro di Nembrini, che inizia con una citazione di Collodi.
«- Ed ora, che cosa dobbiamo fare qui al buio?...
- Rassegnarsi e aspettare che il Pesce-cane ci abbia digeriti tutt'e due!... - Ma io non voglio esser digerito! - urlò Pinocchio, ricominciando a piangere.
- Neppure io vorrei esser digerito, - soggiunse il Tonno – ma io sono abbastanza filosofo e mi consolo pensando che, quando si nasce Tonni, c'è più dignità a morir sott'acqua che sott'olio!...
- Scioccherie! - gridò Pinocchio.
- La mia è un'opinione - replicò il Tonno - e le opinioni, come dicono i Tonni politici, vanno rispettate!
- Insomma... io voglio andarmene di qui... io voglio fuggire...
- Fuggi, se ti riesce!...

Il Tonno è un cinico, un disilluso, un rassegnato. Un uomo di oggi, per il quale «i fatti non esistono, esistono solo interpretazioni», e tutte le opinioni sono equivalenti; forse un accenno di autoritratto di Collodi, con quel riferimento ai «Tonni politici», alla speranza che lo ha deluso...
Nel tempo che faceva questa conversazione al buio, parve a Pinocchio di vedere, lontano lontano, una specie di chiarore.
- Che cosa sarà mai quel lumicino lontano lontano? - disse Pinocchio.
- Sarà qualche nostro compagno di sventura, che aspetterà, come noi, il momento di esser digerito!...
- Voglio andare a trovarlo. Non potrebbe darsi il caso che fosse qualche vecchio pesce capace di insegnarmi la strada per fuggire?

In qualsiasi circostanza, anche la più dura, la più cattiva, quella che senti più estranea, più nemica di te, quello sguardo, quel tenerti d'occhio di Dio fa in modo che sempre un lumicino da qualche parte ci sia. Il Tonno, cinico, alza le spalle, non si aspetta più niente. Pinocchio invece di quel lumino si fida. Sai mai che là dove vedo la luce possa incontrare qualcuno capace di insegnarmi la strada, che quest'ombra che non so nemmeno distinguere - come il Virgilio di Dante, «qual che tu sii, od ombra od omo certo!» - sia proprio la guida venuta a prendermi per insegnarmi la strada?
Non importa se il Tonno lo avvisa che il Pesce-cane «è lungo più di un chilometro, senza contare la coda», che è come dire: "Non farti illusioni, è troppo lontano, non ci arriverai mai". Pinocchio ha imparato ad avere il coraggio di guardare la realtà per quello che è, per i segni positivi che manda, attraverso i quali attrae e sollecita in qualche modo la libertà; perciò decide, fidandosi di un segnale così tenue, di percorrere il corpo del Pesce-cane per andare a vedere. Ed è per questo coraggio, per questa libera decisione di andare a vedere che l'ultima parola non sarà la morte, non sarà la vittoria del male, ma del bene. L'ultima parola della vita dell'uomo, così come della vicenda di Pinocchio, sarà la parola misericordia. Perché questi ultimi capitoli sono le pagine in cui la natura di Dio, e perciò in qualche modo anche la nostra, perché partecipiamo della natura di Dio, si svela come misericordia.
Pinocchio appena che ebbe detto addio al suo buon amico Tonno, si mosse brancolando in mezzo a quel bujo, e camminando a tastoni dentro il corpo del Pesce-cane, si avviò un passo dietro l'altro verso quel piccolo chiarore che vedeva baluginare lontano lontano. E nel camminare sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera d'acqua grassa e sdrucciolona.
Non è magari un'autostrada, il cammino sarà anche faticoso, ma bisogna guardare là. Viene in mente il finale del bellissimo film Le ali della libertà, quando il protagonista riesce a fuggire dal carcere strisciando nel condotto di una fogna: la strada può essere ripugnante, ma vale la pena farla.
E più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente e distinto: finché, cammina cammina, alla fine arrivò: e quando fu arrivato... che cosa trovò? Ve lo do a indovinare in mille: trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata, il quale se ne stava lì biascicando alcuni pesciolini vivi, ma tanto vivi, che alle volte mentre li mangiava, gli scappavano perfino di bocca.
A quella vista il povero Pinocchio ebbe un'allegrezza così grande e così inaspettata, che ci mancò un ette non cadesse in delirio. Voleva ridere, voleva piangere, voleva dire un monte di cose; e invece mugolava confusamente e balbettava delle parole tronche e sconclusionate. Finalmente gli riuscì di cacciar fuori un grido di gioja, e spalancando le braccia e gettandosi al collo del vecchietto, cominciò a urlare:
- Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più!

In fondo all'inferno, in fondo al nostro male, Dio ci viene a prendere. Viene in mente veramente la notte di Pasqua, il buio orrendo del venerdì santo e del sabato santo, la morte di Dio, il punto più fosco, più terribile della storia dell'umanità; ma da lì la Chiesa quella notte fa gridare: «Felice colpa, che ci ha meritato un così grande Redentore!». Che nel momento in cui noi siamo più lontani dal nostro bene qualcuno ci venga a prendere è il grande miracolo della vita. (...) E Pinocchio giustamente esulta perché è tornato a casa. Tornare alla casa del padre, tornare a consistere del rapporto che ti fa essere: questa è la salvezza. Capiamo allora l'entusiasmo di Pinocchio; ma più sconvolgente e più straordinaria ancora è la battuta successiva:
- Dunque gli occhi mi dicono il vero? - replicò il vecchietto, stropicciandosi gli occhi - Dunque tu se' proprio il mi' caro Pinocchio?
- Sì, sì, sono io, proprio io! E voi mi avete digià perdonato, non è vero?

La sintesi di tutto il bisogno che abbiamo, di tutta la domanda con cui ci alziamo al mattino, è: c'è qualcuno che può perdonarmi? C'è qualcuno che darebbe la vita per me adesso senza chiedermi di cambiare? E se Dio si mostra come Dio, si mostra per questo. Il sospetto di avere incrociato in qualche modo il Padreterno, il sospetto che questo avvenimento che hai davanti agli occhi abbia a che fare con Dio, viene quando senti la misericordia operante, quando ti senti guardato in quel modo. Perché quest'opera, il perdono, la fa solo Dio, e chi vive come Lui».

Nota di BastaBugie: per approfondire i contenuti di Pinocchio consigliamo la lettura dei seguenti articoli

LE SETTE VERITA' FONDAMENTALI DI PINOCCHIO
Sono tutte cristiane: la nostra origine da un Creatore, il peccato originale, il demonio, Cristo unico salvatore, Dio come fondamento della dignità umana, la vita di Grazia, inferno e paradiso
http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=99

IL DESTINO ALTO DI UNA TESTA DI LEGNO
Intervista al Cardinale Giacomo Biffi sul vero significato del capolavoro di Collodi
http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=100

LE SORPRESE DEL MATERIALISTA MAESTRO CILIEGIA
Commento al primo capitolo del libro di Pinocchio
http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=101

Fonte: Tempi, 01/04/2018

5 - LA SOCIETA' MULTICULTURALE E' CONTRO IL BENE COMUNE
L'immigrazionismo sovverte le nazioni (e la Dottrina Sociale della Chiesa)
Autore: Stefano Fontana - Fonte: Osservatorio Card. Van Thuan, 23 marzo 2018

Osserviamo da tempo una chiara adesione della gerarchia ecclesiastica e di gran parte del mondo cattolico all'idea di favorire una accoglienza degli immigrati pressoché priva di filtri e piuttosto ampia e generalizzata. Si deve notare però che questo nuovo atteggiamento si distingue da quanto tradizionalmente proposto dalla Dottrina sociale della Chiesa, ossia un governo delle migrazioni guidato dal criterio del bene comune. Conseguenza, infatti, di questo nuovo atteggiamento sembra essere la sostituzione del bene comune con la società multireligiosa, vista come il fine della società. Una accoglienza senza i filtri e senza il governo del bene comune intende come buona in sé la società multireligiosa che ne deriva, al punto che anche i cattolici dovrebbero lavorare per essa piuttosto che per il bene comune o per essa in quanto coincidente col bene comune.
La questione deve il proprio interesse al fatto che una nuova impostazione di questo genere comporterebbe una consistente revisione della Dottrina sociale della Chiesa, della sua struttura e dei suoi fondamenti. Non faccio il processo alle intenzioni, e quindi non posso dire se lo scopo di questa "apertura" al fenomeno immigratorio sia proprio di mutare la Dottrina sociale della Chiesa in alcuni punti fondamentali, però non posso esimermi da una oggettiva verifica della importante questione.

DIRITTO NATURALE E BENE COMUNE
Se la società multiculturale, e non il bene comune, è il fine della politica quando si occupa di immigrazione, allora capita che due principi cardine della Dottrina sociale della Chiesa crollano su se stessi.
Il primo è il diritto naturale che, fino a prova contraria, è una delle fonti insostituibili della Dottrina sociale della Chiesa. È noto che non tutte le religioni rispettano il diritto naturale. Quelle che ammettono la poligamia o la superiorità antropologica di un gruppo su un altro oppure dell'uomo sulla donna lo fanno in dispregio del diritto naturale. Così avviene pure per le religioni che stabiliscono una relazione immediata tra rivelazione divina e diritto civile, assegnando alla rivelazione una dimensione giuridica immediata. Per molte religioni Dio non è Verità e quindi non è tenuto a rispettare la ragione sicché quelle religioni non passano attraverso il naturale di cui non tengono conto. Per altre Dio non è Persona e quindi risultano incapaci di fondare adeguatamente la dignità della persona umana richiesta anche dal diritto naturale. Senza parlare poi delle mutilazioni fisiche rituali, della prostituzione sacra o di altri atteggiamenti ancor più terra terra.
Del principio del bene comune fa parte integrante il rispetto del diritto naturale, mentre del concetto di società multiculturale esso non fa parte. Sostituire il primo con la seconda comporta quindi la rinuncia al principio del diritto naturale, cosa impossibile senza cambiare i connotati della Dottrina sociale della Chiesa. Quello di bene comune è un principio assoluto, quello di società multiculturale è un principio relativo al bene comune che da quello dipende.

LA CENTRALITÀ DI DIO NELLA COSTRUZIONE DELLA SOCIETÀ TERRENA
Il secondo elemento fondamentale che verrebbe meno è quello della centralità di Dio nella costruzione della società terrena. Le encicliche sociali ripetono all'unisono che non c'è soluzione alla questione sociale fuori del Vangelo, che il primo fattore di sviluppo umano è il Vangelo, che l'adesione ai valori del cristianesimo non è solo utile ma è indispensabile per la costruzione del bene comune. In altre parole affermano che senza il Creatore la creatura crolla su se stessa e che non c'è un ambito del creato che sia indipendente dal Creatore. Ma nella società multiculturale questa indispensabilità della religione cattolica sparisce, in quanto anche tutte le altre religioni sono indispensabili se il fine è, appunto, la società multi-culturale. Anzi, la presunzione di indispensabilità del cattolicesimo confliggerebbe con la società multiculturale e sarebbe quindi dannosa e da evitare. L'idea, allora, della società multiculturale comporta l'equiparazione della fede cattolica a tutte le altre fedi, e nel contempo l'indispensabilità di tutte le religioni, ossia la loro uguaglianza indifferente alla verità. L'apertura indiscriminata alle immigrazioni comporta un'idea relativistica della religione e, quindi, un rovesciamento come un calzino della Dottrina sociale della Chiesa.
Proviamo ad immaginare una società multireligiosa senza il cattolicesimo. Non ci sarebbe bene comune né potrebbe esserci. Proviamo ad immaginare una società con la presenza della sola religione cattolica e quindi non multireligiosa. Qui potrebbe esserci il bene comune. Mentre tutte le altre religioni insieme non sono in grado di produrre il bene comune, la sola presenza della religione cattolica sarebbe in grado di farlo. Proprio questo è quanto viene negato dal principio della società multiculturale come fine dell'azione sociale e politica, ma proprio questo è quanto ha sempre affermato la Dottrina sociale della Chiesa.

Nota di BastaBugie: per approfondire il tema della centralità di Dio nella costruzione della società terrena è molto utile la lettura del seguente articolo

LIBERTA' DI RELIGIONE E DOVERI POLITICI VERSO LA VERA RELIGIONE
Le religioni possono godere di un vero rispetto solo dentro una civiltà in cui politica e fede cattolica tornino a saldarsi
di Stefano Fontana
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4153

Fonte: Osservatorio Card. Van Thuan, 23 marzo 2018

6 - IL PESSIMO NUOVO FILM SULLA MADDALENA
Politicamente corretto, femminismo esasperato, vangeli stravolti, falsi storici, scene stile Codice da Vinci: non vale davvero la pena di vederlo
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 08/04/2018

Un tempo nel cinema c'era una convenzione tacita: nei film d'ambientazione evangelica il volto di Cristo non veniva mai mostrato. Il patto venne infranto nel 1961, con Il re dei re, in cui Gesù ebbe la faccia dell'attore Jeffrey Hunter. Da allora fu normale. Fino all'ultimo, Maria Maddalena, attualmente nelle sale. Produzione italo-inglese, il regista Garth Davis ha interpretato a modo suo (molto suo) la vicenda, assolutamente noncurante dell'aderenza di trama e personaggi ai Vangeli.
Gesù è un ultraquarantenne, Joaquin Phoenix (che faceva Commodo ne Il gladiatore), cui barbone e capelloni danno, semmai, l'aspetto del Maharishi Mahesh Yogi, il guru indiano dei Beatles. Nessuna delle frasi che pronuncia è presa dal Vangelo, dice delle cose improbabili, simil-evangeliche, che però non si capisce come possano affascinare e convincere gli astanti. E' un Gesù tormentato, non si sa da cosa, che magari dà di fuori da forsennato come quando sfascia una bancarella nel Tempio e viene trascinato via a forza.
Per il resto, il non rispetto della storia è così insistito da essere per forza di cose voluto. Però si rispetta il politicamente corretto, tant'è che Pietro è nero. Volendo, tra gli apostoli c'era Simone il Cananeo, che aveva qualche probabilità di essere scuro di pelle, invece no, chissà perché. Gesù, nel film, battezza personalmente (per immersione totale, alla fondamentalista protestante), quantunque i Vangeli dicano esplicitamente il contrario. Giuda si impicca a un architrave e non a un albero. Pietro e Maddalena, in viaggio chissà perché da soli, in Samaria si imbattono in un villaggio distrutto dai Romani, quando si sa che i samaritani erano i più fidati auxiliares dell'Impero.

STRANEZZE SU STRANEZZE
I Romani, lo si intuisce dai dialoghi, sono rappresentati come crudeli e spietati, quasi le SS dell'epoca, nel solco (che era stato abbandonato dal cinema) dei film hollywoodiani degli anni Cinquanta. Fino all'ultimo istante, Pietro e gli apostoli sono convinti di essere un gruppo sedizioso che Gesù deve chiamare alla rivolta antiromana (aspettano il suo «segnale»). La Madonna è anziana ed ha le sopracciglia depilate. Gesù si sdraia accanto al cadavere di Lazzaro e lo abbraccia; poi, dopo averlo risuscitato, si accascia spossato e si mette a piangere. Boh.
Insomma, con le stranezze potremmo continuare, ma è il caso di concentraci sulla protagonista, Maria Maddalena, interpretata da Rooney Mara. Non è sorella di Marta e Lazzaro, non è la peccatrice che cosparge i piedi e il capo di Gesù di profumo. E' una che litiga col padre e il fratello maggiore per unirsi agli apostoli, unica donna in un gruppo di maschi errabondi (cosa che solo oggi sarebbe accettabile dall'opinione pubblica, non certo tra gli ebrei dell'anno 33). E pure lei si mette a battezzare. I battesimi, tra parentesi, avvengono in mare, sebbene i Vangeli parlino di laghi e del fiume Giordano.

LENTO, CUPO, NOIOSO
Nell'Ultima Cena la Maddalena è presente, unica donna, e siede alla destra di Gesù: riferimento al Codice da Vinci? Naturalmente, i commensali sono seduti, come nei quadri rinascimentali, non sdraiati secondo quanto insegna la storia: Giovanni, nel Vangelo, poté chinare il capo sul petto di Gesù proprio perché, essendo distesi attorno al desco, si trovava con la nuca all'altezza del torace del Messia. Ma il regista e la sceneggiatura hanno deciso di sorvolare sulla aderenza storica.
Bene, in fondo un film non è un documentario, per chi vuole la verisimiglianza ci sono già il chilometrico Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli e l'intenso The Passion di Mel Gibson. Ma questo Maria Maddalena non è né chilometrico né intenso, è solo lento, cupo e tutto sommato noioso. Temiamo che, quando si tratta di trasposizioni evangeliche, il pubblico sia più interessato alla fedeltà storica e letterale che alle personali fantasie degli sceneggiatori e del regista. E' normale che, data la scarna frammentarietà dei Vangeli, in un film qualcosa di inventato si debba aggiungere, ma questa volta ci pare davvero troppo...

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 08/04/2018

7 - ORBAN STRAVINCE ANCORA LE ELEZIONI UNGHERESI
La parola chiave per capire l'Ungheria non è xenofobia, ma sovranità
Autore: Rodolfo Casadei - Fonte: Tempi, 11/04/2018

Le elezioni politiche ungheresi del 2018 si sarebbero potute decidere sugli ottimi risultati economici conseguiti dal governo della coalizione Fidesz-Kdnp negli ultimi otto anni e sui vantaggi che alle classi popolari sono venuti dalle politiche governative. Negli ultimi tre anni il Pil è cresciuto sopra il 4 per cento e la disoccupazione è scesa al 3,8 per cento grazie agli investimenti esteri e all'osmosi con l'economia tedesca, che subappalta all'Ungheria molte fasi delle sue produzioni industriali. Ciò ha permesso di aumentare gli importi delle pensioni, ridurre quelli delle bollette di gas ed elettricità, istituire sussidi per le famiglie numerose, "salvare" le famiglie che avevano sottoscritto mutui per la casa in franchi svizzeri, ecc. Argomenti validissimi per la propaganda del governo uscente.
Oppure le elezioni si sarebbero potute decidere sui sempre più numerosi scandali che hanno visto al loro centro ministri dell'esecutivo Orban, imprenditori amici del partito Fidesz, personalità nominate a posti di responsabilità pubblica dal governo, e sulle difficoltà a perseguire in giustizia i casi che li riguardano a causa della crescente subalternità del sistema giudiziario al potere politico. L'insofferenza crescente per il sistema di potere che si è consolidato negli ultimi otto anni, con la sua casta di privilegiati, avrebbe potuto aiutare l'opposizione a risalire la china e, se non proprio a detronizzare Orban, almeno a impedire che l'amministrazione uscente riconquistasse quella maggioranza parlamentare dei due terzi che le permette di fare tutto ciò che vuole.

LA MINACCIA ISLAMICA E L'ONDATA DI CLANDESTINI
Invece le elezioni si sono decise su temi apparentemente lunari come la minaccia islamica, l'ondata di migranti illegali (in un paese dove le domande d'asilo l'anno scorso sono state appena 3.397), la prospettiva che la barriera sul confine meridionale costruita nel 2015 al culmine della crisi migratoria venisse smantellata (in realtà nessun partito aveva questo punto nel suo programma), i tentativi di distruggere l'identità dell'Ungheria da parte del finanziere George Soros. Questi sono stati i temi ricorrenti e dominanti dei comizi di Viktor Orban e degli altri esponenti di Fidesz, insieme alla assicurazione che la conferma del governo uscente avrebbe salvato l'Ungheria da queste catastrofi. Fra le misure che Orban ha promesso in caso di vittoria alle elezioni spiccava quella di introdurre una legge che tasserebbe pesantemente le donazioni estere alle Ong ungheresi che si occupano di migranti secondo le prospettive e i valori di George Soros anziché quelli del governo ungherese. Gli elettori hanno ascoltato, si sono recati alle urne con una tasso di partecipazione del 68 per cento (quasi 7 punti in più della precedente tornata del 2014) e hanno premiato la coalizione guidata da Orban col 48,9 per cento dei voti.
Perché nell'Ungheria del 2018 la questione delle frontiere e dei migranti è più decisiva per l'esito delle elezioni degli argomenti che riguardano l'operato in bene e in male del governo? Perché la vertenza che si trascina con l'Unione Europa dal 2015, cioè il rifiuto da parte di Budapest di ricollocare 1.294 richiedenti asilo provenienti da Italia e Grecia, è così importante per governanti ed elettori ungheresi? I media e l'establishment dell'Europa Occidentale e Bruxelles agitano gli spauracchi della xenofobia, dell'antisemitismo, delle risorgenze fasciste o della penetrazione strisciante della Russia di Putin. Un misto di arroganza e ignoranza: Viktor Orban è stato dissidente antisovietico, si è laureato con una tesi su Solidarnosc, ha studiato a Oxford grazie a una borsa di studio della fondazione di George Soros (proprio lui!), la sua formazione politica è da sempre affiliata al Partito Popolare Europeo. Non più tardi del 2006 il partito socialista (Mszp) raccoglieva i voti del 43 per cento degli ungheresi: domenica scorso si è fermato a 12,3. Al secondo posto è finito Jobbik, fino a pochi mesi fa impresentabile partito antisemita e criptonazista, ma riabilitato agli occhi delle cancellerie europee da quando ha seppellito l'ascia di guerra contro Bruxelles e si è dato disponibile per una grande alleanza di tutti i partiti ungheresi contro Orban. Jobbik ha ricevuto il 19,3 per cento dei voti. Questo significa che quasi il 70 per cento dei votanti di domenica scorsa sceglie partiti nazionalisti contrari all'immigrazione di massa in Ungheria. Lo si poteva già intuire dal risultato del referendum contro le quote europee di migranti che il governo Orban promosse nel 2016: 3 milioni e 316 mila elettori - cioè 1 milione in più di quelli che avevano votato Fidesz alle elezioni di due anni prima - votarono contro la decisione europea di redistribuire obbligatoriamente anche in Ungheria una parte dei migranti arrivati in Italia e Grecia.

LA PAROLA CHIAVE: SOVRANITÀ
La parola chiave per capire quello che a livello politico succede in Ungheria e in altri paesi dell'Est che hanno aderito alla Ue (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia) non è xenofobia, ma sovranità. L'Ungheria, come gli altri paesi dell'Europa orientale i cui elettorati hanno votato in massa forze nazional-conservatrici o populiste euroscettiche, è una nazione che ha trascorso metà della sua storia sotto il tallone di potenti vicini: nel suo caso ottomani, austriaci, sovietici. Ha perduto popolazione e territorio in conseguenza delle due guerre mondiali. Non ha partecipato a imprese coloniali, non ha praticato l'imperialismo nei confronti dei continenti extraeuropei nel XIX o nel XX secolo, dunque non nutre complessi di colpa verso africani e mediorientali. Ha aderito all'Unione Europea per godere della prosperità e dell'indipendenza che fino ad allora gli erano state per lungo tempo negate. Ora queste nazioni scoprono che il prezzo della prosperità che l'adesione alla Ue ha certamente favorito è la progressiva rinuncia alla propria indipendenza a vantaggio di una integrazione dove tutte le culture e le storie sono tenute a sciogliersi in un'indistinta unità fondata sulla libertà di mercato e sui diritti individualistici.
Liberatisi della dottrina brezneviana della "sovranità limitata", in base alla quale nessun paese socialista poteva sperare di riavvicinarsi al capitalismo senza che gli altri paesi socialisti, a cominciare dall'Unione Sovietica, intervenissero con le buone o con le cattive per riportarlo all'ovile, oggi i paesi dell'Est si trovano di fronte a una nuova versione di quella dottrina, concepita stavolta a Bruxelles: nessun paese della Ue può opporsi al progetto di sempre maggiore integrazione fra i paesi aderenti, compresa la delicata materia delle politiche dell'immigrazione, senza rischiare di perdere i diritti di voto e i finanziamenti dei Fondi di coesione. Ma questa linea dura contro Budapest e Varsavia che trova ogni giorno nuovi sostenitori in Europa occidentale e a Bruxelles rischia di aggravare la crisi di coesione dell'Unione anziché risolverla. Occorrerebbe invece contemperare i processi di integrazione con la salvaguardia delle identità nazionali. Come scrive il filosofo Mathieu Bock-Côté: «Il diritto alla continuità storica è vitale per un popolo».

Nota di BastaBugie: Stefano Magni nell'articolo sottostante dal titolo "La vittoria di Orban, leader di un'Europa diversa" parla delle elezioni per il rinnovo del Parlamento ungherese dove la coalizione di centrodestra guidata da Viktor Orban, ha vinto con un'ampia maggioranza. Come era prevedibile i mass media dell'Europa occidentale suonano le campane a lutto per la democrazia ungherese. Perché non ne capiscono le ragioni. Vediamole nell'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 10 aprile 2018:
Come era prevedibile, nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento ungherese, la coalizione di centrodestra costituita dal partito Fidesz e da quello Cristiano Popolare Democratico, ha vinto con un'ampia maggioranza. Viktor Orban è riconfermato premier per il suo quarto mandato (il terzo consecutivo). Come era prevedibile, la stragrande maggioranza dei media europei occidentali, parla di "fine della democrazia" ungherese. Pare che Budapest sia pronta a contendere la palma a Minsk (Bielorussia) per il titolo infame di "ultima dittatura d'Europa". Ma è così tragica la situazione?
Partiamo dai numeri. Il centrodestra ha vinto la maggioranza dei seggi, con il 48,5% dei voti. Il secondo partito è ancora più a destra, il nazionalista Jobbik, con il 19,5% dei voti. La strategia di questa formazione, guidata (fino alle sue dimissioni, ieri) da Gabor Vona, consisteva nel darsi un volto moderato. Non ha pagato. Negli ultimi sondaggi, poco meno del 20% degli elettori di Jobbik si diceva pronto a votare per un candidato di sinistra, pur di scalzare Orban dal potere. Al tempo stesso, il 25% circa degli elettori di sinistra si diceva pronto ad accettare un candidato di Jobbik. Benché questo fosse, fino a meno di cinque anni fa, un partito che non negava il suo antisemitismo e usava un frasario nazionalista da anni '30. Il risultato di questa operazione di sdoganamento di Jobbik presso l'elettorato moderato e di sinistra è uno stallo: né crescita, né un calo vertiginoso. Ma sostanzialmente è una sconfitta che ha provocato le dimissioni di Vona. Tracollo a sinistra, invece: messi assieme, il partito Socialista (Mszp), il nuovo partito ecologista Dialogo e il nuovo movimento Insieme, hanno raccolto il 13% dei consensi. Alla loro sinistra, i Verdi (Lmp) hanno preso il 7%. E la Coalizione Democratica, partito moderato di sinistra, il 5,6% dei voti.
Come in tutti i paesi occidentali, ormai, la tendenza è sempre quella: la sinistra vince alla grande nelle città, la destra nelle aree rurali. L'Ungheria non fa eccezione: le opposizioni di sinistra hanno conquistato i due terzi dei seggi a Budapest. La sinistra aveva sperato di ribaltare a proprio vantaggio le elezioni, quando a febbraio Fidesz era dato in calo in tutti i sondaggi. Il 25 febbraio, nella città di Hodmezovasarhely, considerata una roccaforte del partito di Orban, aveva vinto, con il 57,5% dei voti, un candidato sindaco indipendente, Peter Marki-Zay, sostenuto sia da Jobbik che dalla sinistra. Le opposizioni, tuttavia, non sono riuscite a ricreare la stessa coalizione anche su scala nazionale e hanno perso. Questi risultati smentiscono l'immagine di un'Ungheria autoritaria, ormai solo formalmente democratica. La democrazia appare invece viva, vegeta e molto combattuta: anche i dati sull'affluenza (oltre il 70%) sono i più alti dal 1998.
Come si spiega il terzo mandato consecutivo di un leader inviso al resto dell'Ue? John O'Sullivan, osservatore della National Review (rivista di riferimento del conservatorismo americano, dunque ben lontana dalle simpatie per movimenti della destra "populista" europea) esclude la spiegazione, facile, quella del controllo della macchina statale e mediatica da parte del premier. "Non si può più dire credibilmente che Orban stia promuovendo la sua rivoluzione di nascosto e con metodi non democratici. Gli elettori sanno ormai esattamente cosa voglia fare Orban, così come conoscono il programma dei suoi oppositori. E hanno votato per lui (...) Non si può neppure più spiegare la vittoria con l'egemonia della destra nei media, affermazione comunque esagerata: ci sono giornali, riviste, canali televisivi, siti Web, che propagano le tesi delle opposizioni, sia di destra che di sinistra e sono tanto brutali quanto la è la macchina della propaganda di Fidesz". Secondo la classifica di Freedom House (una Ong tutt'altro che tenera con le destre) sulla libertà di stampa, l'Ungheria è nella fascia dei paesi "gialli", cioè "parzialmente liberi". Detto così parrebbe un brutto risultato, ma è in buona compagnia: c'è anche l'Italia nella stessa categoria. Se noi riteniamo di vivere in un paese in cui la stampa è sufficientemente libera da non falsare il risultato elettorale, allora anche l'Ungheria lo è.
Il fatto è che Orban ha vinto, perché la sua politica ha convinto. Prima di tutto perché l'economia va bene. Benché non sia nell'euro e non voglia entrarci nel breve periodo, l'Ungheria si dimostra fiscalmente più responsabile di tanti paesi (specialmente quelli mediterranei) dell'eurozona. Il suo debito pubblico si è ridotto di 6 punti percentuali rispetto al Pil, il deficit è stato dimezzato, i salari sono aumentati del 10%, la disoccupazione è calata fino al 5,2% (la metà di quella italiana), il Pil è cresciuto del 2,9%, al di sopra della media europea. Quindi è un periodo di vacche grasse e, se l'economia non è tutto, almeno ha contribuito ad accrescere la popolarità del governo.
Ma, appunto, l'economia non è tutto e altri due fattori hanno contribuito a determinare la vittoria del centrodestra ungherese: lo stop all'immigrazione (l'Ungheria, nel 2015, ha costruito il muro per fermare la rotta balcanica) e la lotta contro una Ue troppo burocratica e troppo poco democratica. "Nelle discussioni di ordine morale ed etico non dobbiamo cedere terreno, perché dobbiamo difendere l'Ungheria per com'è oggi - aveva dichiarato Orban a febbraio - Dobbiamo affermare che non vogliamo che nella nostra società ci siano la diversità, la mescolanza: non vogliamo che il nostro colore, le nostre tradizioni e la nostra cultura nazionale si mescolino con quelle degli altri. Non lo vogliamo". Queste sono parole che hanno fatto rizzare i capelli in testa a molti osservatori europei. Suonano razziste, "sporche". Suonano come bestemmie contro il multiculturalismo, la diversità, il meticciato, ideali della sinistra europea. Ma contro la retorica dell'immigrazione, Orban ha raccolto a man bassa il voto degli ungheresi, specialmente quelli delle aree rurali. E' anche un voto contro l'Ue, con le sue logiche centraliste di redistribuzione dei rifugiati, a cui l'Ungheria si è opposta. Può piacere o no, ma non si può parlare di vittoria rubata. Semmai è l'ulteriore conferma di un trend europeo ormai consolidato.


Per approfondire la figura di Viktor Orban, leggi gli articoli che abbiamo pubblicato sul dossier sul presidente dell'Ungheria cliccando sul seguente link.
http://www.bastabugie.it/it/contenuti.php?pagina=utility&nome=_orban

Fonte: Tempi, 11/04/2018

8 - LETTERE ALLA REDAZIONE: MA QUANTI ABUSI!
Eppure il Concilio Vaticano II è chiaro: ''Nessun sacerdote osi aggiungere, togliere o cambiare nulla nella liturgia''
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie

Gentile redazione di BastaBugie,
mi associo alla lettera di Giano Colli del 28 marzo u. s. per sfogarmi almeno con voi (visto che i preti non mi danno ascolto) sugli abusi liturgici che vedo perpetrare a ogni Messa domenicale.
Non c'è volta che io non veda disatteso il foglietto liturgico della Messa del giorno. Ma quest'ultimo riproduce o no il Messale Romano?
Se SI, la liturgia non deve essere modificata secondo gli umori del celebrante.
Se NO, non occorre stampare e diffondere il foglietto stesso.
I sacerdoti che ho interpellato mi hanno risposto più o meno: "Ma di che si sta a preoccupare! Viva tranquilla e non si ponga questi problemi". Risposta stupida e fuorviante. Non è stato Benedetto XVI a scrivere parole meravigliose sulla liturgia? Allora come la mettiamo? Dobbiamo banalizzare le parole del più grande teologo cattolico del nostro tempo?
Grazie per avermi letto,
Carla

Cari amici di BastaBugie,
nella mia parrocchia si celebra una messa per i ragazzi che frequentano l'oratorio. Il sacerdote al posto delle letture fa cantare un salmo e non annuncia il vangelo del giorno ma il vangelo da lui selezionato. Questo anno sceglieva gli episodi del vangelo gli incontri di Gesù con le persone.
Questo comportamento è ammesso?
Cordiali saluti,
Giandomenico

Gentile redazione,
se il sacerdote - fra le altre cose - alla consacrazione aggiunge "per noi che lo crediamo" (ma solo se non concelebra, mettendo in serio dubbio la sua buona fede) e parla di "servizio battesimale" invece che "sacerdotale", e nega non solo l'utilità, ma anche la necessità della confessione... cosa dobbiamo fare?
Patrizia

Cari amici,
in conseguenza dell'articolo sugli abusi liturgici (più sotto trovate il link) purtroppo la nostra redazione è stata subissata da segnalazioni dei nostri lettori. Tra le tante abbiamo scelto queste tre perché ci permettono di riflettere sulla questione centrale del discorso: è lecito o no al sacerdote cambiare la liturgia della Santa Messa? Può a sua discrezione modificare ciò che ritiene opportuno? Così facendo esercita il suo ministero oppure si può configurare un abuso di ufficio?
In genere se si pongono queste domande al sacerdote stesso, ci sentiamo rispondere che lui "deve" applicare il Concilio Vaticano II, che avrebbe cambiato molte cose in materia liturgica. Ebbene, leggiamo dunque cosa dice in merito a questa delicata e decisiva questione l'ultimo concilio della Chiesa (magari ricordando che nessuno cita mai il penultimo, cioè il Vaticano I, e tantomeno il terz'ultimo, cioè il Concilio di Trento).
Dice appunto il Concilio Vaticano II nella costituzione sulla sacra liturgia "Sacrosanctum Concilium" al numero 22: "Regolare la sacra liturgia compete unicamente all'autorità della Chiesa, la quale risiede nella Sede apostolica e, a norma del diritto, nel vescovo. [...] Di conseguenza assolutamente nessun altro, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica".
Essendo talmente chiaro (almeno su questo punto) il Concilio Vaticano II, i sacerdoti disubbidienti che vogliono continuare a mascherarsi dietro di esso per fare ciò che vogliono (invece che ciò che devono), tirano fuori un fantomatico "spirito del concilio" che non si sarebbe potuto esprimere pienamente nel concilio stesso a causa delle resistenze incontrate, ma alla cui luce dovrebbe essere invece interpretato. Insomma: fumo negli occhi per impedire di vedere la loro malafede.
Cosa resta da fare ai semplici fedeli? Innanzitutto cercare nelle vicinanze (e, al limite, anche nelle lontananze) una Santa Messa celebrata secondo quanto prescrive la Chiesa.
In secondo luogo, perché non segnalare tali abusi alla relativa autorità competente, come suggerivamo nel seguente articolo di cui riportiamo il link?

LETTERE ALLA REDAZIONE: ABUSI LITURGICI, CHE FARE?
Consacrazioni con refusi o fai da te, come comportarsi con i sacerdoti che dal punto di vista liturgico sono alquanto permalosi?
di Giano Colli
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5102

Fonte: Redazione di BastaBugie

9 - OMELIA III DOM. DI PASQUA - ANNO B (Lc 24, 35-48)
Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?
Fonte Il settimanale di Padre Pio

Il Vangelo di questa terza domenica di Pasqua prosegue il racconto dei discepoli di Emmaus. Questi due discepoli raccontarono agli Undici e a tutti quelli che erano con loro «ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane» (Lc 24,35). Mentre stavano narrando la loro straordinaria esperienza, ecco che Gesù comparve loro e disse: «Pace a voi» (Lc 24,36). Il Signore diede prova della sua Risurrezione mostrando loro le mani e i piedi: era proprio Lui, e i segni gloriosi delle ferite lo testimoniavano in modo molto chiaro. Poi domandò loro qualcosa da mangiare, ed essi gli diedero una porzione di pesce arrostito: non si trattava certamente di un fantasma. Alla fine, Gesù spiegò agli Apostoli il senso delle Scritture, le quali parlavano della sua Morte e Risurrezione, e del compito che Gesù affidava loro: il compito di predicare a tutti i popoli «la conversione e il perdono dei peccati» (Lc 24,47).
Gli Apostoli presero alla lettera queste parole e, dopo la Pentecoste, si misero a predicare la Buona Novella. Così, nella prima lettura di oggi, abbiamo ascoltato il discorso che san Pietro rivolse al popolo. Al termine di questo discorso, Pietro disse: «Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati» (At 3,19).
Se veramente vogliamo vivere anche noi da risorti, dobbiamo cambiare vita ed eliminare energicamente il peccato. Con questo testimonieremo di amare davvero il Signore. San Giovanni lo afferma chiaramente nella seconda lettura di oggi: «Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: lo conosco, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c'è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l'amore di Dio è veramente perfetto» (1Gv 2,3-5).
L'amore di Dio consiste nell'osservare i suoi Comandamenti, non può essere diversamente. Quando si ama Dio, allora sarà una gioia per noi metter in pratica ciò che Egli insegna, ed evitare risolutamente il peccato. Quando si ama, si fa volentieri la volontà della persona amata. Se io so che Gesù non vuole una cosa, farò di tutto per non farla, costi quel che costi.
Tante volte non si pensa che il peccato è la più grande disgrazia che possa colpirci. I Santi avrebbero preferito mille e mille volte la morte piuttosto che commettere un solo peccato. Pensiamo a tanti Martiri, ai quali i persecutori, per non torturarli e metterli a morte, avevano ingiunto di rinnegare la fede in Cristo e di bestemmiare. Ma loro rimasero fedeli a Dio e andarono incontro lieti alle più grandi sofferenze e alla morte.
Abbiamo un criterio infallibile per sapere se una cosa è bene o male, si può fare o è peccato: questo criterio è l'obbedienza al Papa e al suo Magistero. Se il cristiano sa, ad esempio, e lo sa con certezza perché ce lo insegna la Chiesa, che non si può rubare, che non si può imbrogliare il prossimo, che non si possono commettere atti impuri, che il Matrimonio non può essere profanato dall'infedeltà o dall'uso di anticoncezionali, ecc., egli deve evitare tutto questo, anche se ciò comporta sacrificio, confidando nell'aiuto onnipotente di Dio e nella preghiera.
Se il cristiano sa che Dio vuole che si santifichino le feste, che si preghi ogni giorno, che si facciano le opere di bene, egli deve fare tutto questo con gioia. In questo modo, egli testimonierà il suo amore a Dio non a parole, ma con i fatti.
All'inizio della sua conversione, san Francesco chiese con fiducia che Dio gli indicasse il cammino da seguire. Egli comprese benissimo che la nostra gioia non consiste nel fare la nostra volontà, ma la Volontà del nostro Creatore. Per essere sicuro di stare nella Volontà di Dio, egli non si fidò di quanto sentiva in cuore, ma volle andare dal Papa: solo da lui poteva avere la certezza di essere sul retto sentiero.
Impariamo da san Francesco questa docilità all'insegnamento del Papa. Ai giorni d'oggi molti si sentono illuminati; ma, a conti fatti, dimostrano di mancare della cosa più importante: di questa docilità al Magistero della Chiesa. Se anche noi obbediremo a questo insegnamento, saremo certi di fare la Volontà di Dio e godremo di una grande pace nel cuore.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio

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