BastaBugie n°557 del 02 maggio 2018

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1 CI VOGLIONO CONFONDERE LE IDEE SUL CASO ALFIE
Il Potere non perdona chi ha tentato di mettersi di traverso e quindi, ucciso Alfie, comincia a colpire chi lo ha difeso (inoltre ricordiamo la cronaca degli ultimi giorni nel famigerato ospedale e in cambio di cosa il padre ha negoziato il suo silenzio stampa)
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
2 L'AGGHIACCIANTE COMUNICATO DELL'OSPEDALE DI ALFIE RICORDA QUELLI DEL NAZISMO
Approfondiamo su Wikipedia leggendo la voce ''Eutanasia su minori nella Germania nazista''
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
3 IN BELGIO SI PRESENTA IL PARTITO ''ISLAM'' CHE VUOLE IMPORRE LA SHARIA
Ecco i frutti della democrazia: il nuovo ''partito'' promette posti separati sugli autobus, cibo halal e il velo nelle scuole (intanto in Italia una musulmana viene uccisa dai suoi parenti perché voleva sposare un italiano)
Fonte: Tempi
4 LUCA DONADEL, IL BLOGGER CHE CON UN VIDEO SVELO' LA VERITA' SUI MIGRANTI
In un nuovo video racconta le clamorose fake news di Repubblica e Corriere della Sera che rilanciano in internet ''Neonazisti ai comizi della Lega''... ma, ovviamente, è tutto falso (VIDEO: Cos'è il Kekistan)
Autore: Goffredo Pistelli - Fonte: Italia Oggi
5 E' LA SOMMA CHE FA IL TOTALE (COME DICEVA TOTO')
La Verità è una sola e non vi sono altre possibilità (ad es. il tempo scorre e conduce all'eternità e non al nulla)
Autore: Corrado Gnerre - Fonte: Il settimanale di Padre Pio
6 DISNEY FESTEGGIA L'ORGOGLIO GAY
Altre notizie dal mondo gay (sempre meno gaio): a Roma un asilo abolisce le feste del papà e della mamma, mamma e mamma atto illegittimo dell'Appendino, diocesi di Torino critica la registrazione di due mamme
Fonte: Corrispondenza Romana
7 IDENTITA' DA DIFENDERE, MA SOLO QUELLA DEGLI IMMIGRATI
Il quotidiano Repubblica difende l'identità (in genere musulmana) delle comunità degli stranieri, sputando sull'identità degli italiani
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero
8 LETTERE ALLA REDAZIONE: IL FALLIMENTO DI DARWIN E DELL'EVOLUZIONISMO
Condividiamo il 98% dei nostri geni con le scimmie, ma abbiamo anche il 97,5% di DNA dei topi e il 95% della fragola (VIDEO: La teoria dell'evoluzione è una frode)
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie
9 OMELIA VI DOMENICA PASQUA - ANNO B (Gv 15,9-17)
Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - CI VOGLIONO CONFONDERE LE IDEE SUL CASO ALFIE
Il Potere non perdona chi ha tentato di mettersi di traverso e quindi, ucciso Alfie, comincia a colpire chi lo ha difeso (inoltre ricordiamo la cronaca degli ultimi giorni nel famigerato ospedale e in cambio di cosa il padre ha negoziato il suo silenzio stampa)
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 02-05-2018

Alfie non è stato ancora sepolto, ma la gara per confondere la memoria di quanto è successo è già in pieno svolgimento.
A dare la linea ci aveva già pensato il giudice Hayden nell'ultima udienza da lui presieduta ad Alfie già staccato dall'apparecchio che garantiva la ventilazione: comprensibile la difficoltà dei genitori ad accettare la tragica condizione di Alfie, purtroppo ci sono alcuni che hanno approfittato per strumentalizzare. E ovviamente, eroici i medici dell'Alder Hey che hanno sopportato tutto questo pur prodigandosi in tutte le maniere per Alfie e la famiglia.

TUTTA UN'ALTRA STORIA
Peccato che in quelle ore stesse andando in scena tutta un'altra storia, come abbiamo abbondantemente documentato giorno per giorno, ora per ora. Non importa, la teoria dei "poveri genitori strumentalizzati" ha avuto successo e dopo la morte di Alfie è diventata un ritornello. Lo ripetono i grandi giornali - il The Guardian ha dedicato pure una mini-inchiesta alla scoperta degli strumentalizzatori -; lo sostiene anche il cardinale Vincent Nichols, primate cattolico della Chiesa inglese; lo sostengono esimi medici che non fanno che tessere le lodi di questo ospedale modello che sarebbe l'Alder Hey.
Secondo questa teoria, va da sé che i genitori facciano fatica ad accettare quello che comunque è ineluttabile. Si può forse discutere se staccargli i sostegni vitali un giorno prima o un giorno dopo - dipende da come vengono preparati i genitori - ma non c'è discussione sul fatto che Alfie doveva morire; lasciarlo in vita sarebbe stata una crudeltà inutile. Anzi, dovremmo prendere a modello il sistema sanitario britannico che è così preciso nei protocolli e così attento nel seguire ogni situazione del genere.
È possibile che tra qualche giorno, a forza di ripetere queste spiegazioni, molte persone alla fine si adatteranno, forse penseranno di aver sognato a proposito delle violenze subite da Alfie e del tormento inflitto ai genitori. Allora è bene ricordare sempre la semplice realtà: per quanto addolorati, Thomas e Kate, non hanno mai messo in discussione la gravità della malattia di Alfie (peraltro mai definita) né si sono mai nascosti il fatto che la sua aspettativa di vita sarebbe stata piuttosto limitata. Ma volevano che la durata della vita di Alfie fosse decisa dal Signore e non dai protocolli dell'Alder Hey.
La lunga battaglia legale è su questo che si è sviluppata, e sulla possibilità dei genitori di portare Alfie in un'altra struttura sanitaria disposta a rispettare la sacralità della vita. Nessun accanimento terapeutico, nessuna sofferenza inflitta ad Alfie, solo il rispetto dovuto ad ogni persona, sana o malata che sia.

UNO SCONTRO TRA DUE CONCEZIONI DELL'UOMO
Il problema vero è tutto qui, nello scontro tra due antropologie, come è stato detto. Credere che la vita vada rispettata dal concepimento fino alla morte naturale e una concezione della vita legata alla sua efficienza o capacità di fare, sono due modi diametralmente opposti di accostarsi alla persona e certamente causano due modi molto diversi di curare un malato. Appare perfino ovvio che se si crede che sotto un determinato standard la vita non abbia più alcun valore, non sia degna, ciò genera anche decisioni cliniche conseguenti: chi continuerebbe a spendere denaro per qualcosa che non vale nulla?
Certe espressioni di comprensione del dolore dei genitori - vedi giudici e medici dell'Alder Hey - sono in realtà il falso pietismo di chi è convinto che quei genitori sono dei poveretti, così attaccati a una vita che non vale nulla. E quindi cercano soltanto di trovare il percorso migliore per far loro digerire che gli ammazzeranno il figlio, ovviamente secondo un protocollo sanitario approvato da un Comitato etico che rende tutto così giusto.
Eppure abbiamo ben visto in cosa consiste questo protocollo, abbiamo rivissuto ieri con l'articolo della nostra Benedetta Frigerio quei cinque giorni di violenze contro Alfie e i suoi genitori [vedi nota di BastaBugie in fondo a questo articolo].
Non dimentichiamolo, perché chi oggi vuole oscurare quanto è realmente accaduto sta preparando lo stesso trattamento per tutti quanti sono in condizioni analoghe a quelle di Alfie. Non c'era nessun accanimento terapeutico, a meno che non sia considerato tale dare la possibilità di respirare, nutrirsi e idratarsi a chi è disabile grave.
Vale a dire che se era giusto che Alfie morisse in quel modo, allora lo stesso vale per quelle decine di migliaia di disabili gravi che solo in Italia sono tenuti in vita da supporti vitali. È qui che vogliono arrivare, è qui che punta anche la nostra legge sulle Dat (Dichiarazioni anticipate di trattamento).
La vicenda di Alfie è stata strumentalizzata? No, semplicemente c'è un popolo che ha compreso la posta in gioco, e ci sono associazioni e professionisti parte di questo popolo che si sono messi a disposizione per aiutare la famiglia Evans; o hanno fatto una battaglia culturale per far conoscere la vicenda e far comprendere l'importanza di salvare quel bambino dalle grinfie di chi lo voleva morto subito. Ma il Potere non perdona chi ha tentato di mettersi di traverso, e allora ecco che ora, ucciso Alfie, cominciano a colpire chi lo ha difeso.

Nota di BastaBugie: Benedetta Frigerio nell'articolo sottostante dal titolo "Ecco come hanno fatto morire Alfie" racconta la cronaca degli ultimi giorni nel famigerato ospedale. Alfie ha retto la rimozione dei sostegni vitali, ma l'Alder Hey ha negato l'ossigeno portato poi al piccolo senza autorizzazione. Il piccolo non è stato alimentato per 36 ore e l'infezione al polmone non è stata curata ma era comunque stabile, tanto che Thomas era convinto di avere quasi un piede fuori dall'ospedale che ha negoziato il silenzio della stampa in cambio di più apporti vitali. Poco prima della morte al piccolo sono stati somministrati dei farmaci.
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 1° maggio 2018:
È vero che la cosa più scandalosa accaduta al piccolo Alfie Evans è che sia stato intubato e ventilato per 15 mesi e che gli sia stata negata la tracheotomia, perché ad un mese dal ricovero (dicembre 2016) si è deciso che doveva morire senza neppure provare a fare una diagnosi. Infatti, anche se i giornali hanno scritto che Alfie era affetto da una malattia mitocondriale non c'è uno straccio di esame clinico che lo dimostri.
È poi sicuramente sconcertante il fatto che i tubi della ventilazione di Alfie furono sostituiti oltre 5 mesi dopo la loro applicazione e che perciò furono trovati pieni di muffa, come suo padre ha mostrato con un plico di foto (alcune da noi pubblicate) che provano le numerose negligenze dell'Arder Hey Hospital di Liverpool. Prove che hanno colpito profondamente anche Mariella Enoc, presidente del Bambin Gesù, a cui è stato negato di entrare nella stanza di Alfie dall'ospedale inglese. Insomma è vero tutto ciò, ma Alfie non è morto solo per questo.
Alfie una volta rimossa la ventilazione ha subìto un trattamento tremendo. Essendo che i suoi polmoni erano abituati a dilatarsi meccanicamente, i medici avrebbero dovuto "svezzarlo" per non provocarne la morte immediata. Cosa che comunque non si è verificata anche se dopo lo stop delle macchine il piccolo aveva contratto un'infezione polmonare.
Per questo Alfie, come aveva spiegato a Thomas un medico italiano con cui era in contatto, avrebbe avuto bisogno di una terapia antibiotica immediata che gli è stata negata. Eppure, nonostante tutto questo, il piccolo ha respirato comunque senza alcun aiuto per ore, dato che medici gli avevano negato anche la mascherina necessaria ad aiutare la sua respirazione comunque autonoma.
Perciò, la sera di lunedì 23 aprile, dopo la rimozione della ventilazione alle 22.15 italiane, Thomas ha lanciato un appello chiedendo che qualcuno portasse dell'ossigeno in ospedale, ma la barriera di polizia all'entrata ha impedito qualsiasi intervento esterno. A quel punto uno dei legali della famiglia, Pavel Stroilov, è corso all'Alder Hey Hospital chiamato da Thomas. Mentre Stroilov entrava hanno cercato di seguirlo altre sei persone, una con la mascherina in mano che ha provato ad entrare con lui senza successo. Questa ha però pensato bene di lanciare la mascherina sopra la testa degli agenti, permettendo al legale di portarla ai genitori di Alfie. A quel punto il piccolo, che aveva già dimostrato una stazza da leone, smentendo l'avvocato dell'ospedale, Michael Mylonas, che in udienza aveva rassicurato il giudice Hayden sul fatto che la morte di Alfie sarebbe stata immediata alla rimozione della ventilazione, è stato aiutato a respirare.
Ma, ancora una volta, i medici hanno provato a privare il bambino anche della mascherina, con la scusa che non proveniva dall'Alder Hey. E per ben due volte hanno dato ordini di staccarla, finché Thomas non ha fatto notare che il protocollo di morte approvato dal giudice Hayden non parlava né di privazione dell'ossigeno né di sospensione della nutrizione. Per la stessa ragione Thomas ha ottenuto che il piccolo, privato della nutrizione per ben 36 ore fosse alimentato. Sì, Alfie è rimasto senza cibo per 36 ore, un tempo lunghissimo per un bambino così piccolo, il cui cuore aveva già sostenuto uno sforzo enorme dopo la rimozione violenta della ventilazione senza svezzamento.
Inoltre, quando poi l'alimentazione è stata fornita era comunque a livelli bassi. Il bambino è vissuto minacciato dai medici e difeso dai suoi genitori per 4 giorni, aprendo di tanto in tanto gli occhi, reagendo. Così, per silenziare la stampa l'ospedale ha promesso a Thomas più ossigeno e più sostegni vitali. Due ore prima di morire la saturazione dell'ossigeno era a circa 98 e i battiti di Alfie erano a circa 160, tanto che Thomas era convinto che lo avrebbero lasciato andare presto a casa (così gli aveva detto l'amministrazione ospedaliera nel pomeriggio di venerdì). Prima di morire, mentre Thomas era uscito un istante, lasciando Kate in dormiveglia e un altro familiare in stanza, un'infermiera è entrata e ha spiegato che avrebbe dato al bimbo quattro farmaci (non si sa quali) per curarlo. Dopo circa 30 minuti la saturazione è scesa a 15. Due ore dopo Alfie era morto.
Non sappiamo quanto Alfie sarebbe vissuto se appropriatamente aiutato e curato, non sappiamo se esami approfonditi sarebbero giunti a formulare una diagnosi e quindi a trovare una cura, non sappiamo nemmeno se Alfie era ridotto in quelle condizioni per qualche responsabilità interna ad un ospedale il cui curriculum passato è a dir poco mostruoso. [...]
Quel che è certo però è che non possiamo dire che il bambino sia morto solo per la rimozione dei sostegni vitali.
Come aveva scritto il noto genetista e direttore scientifico dell'Ospedale Bambin Gesù, Bruno dalla Dallapiccola, «il piccolo Alfie non potrà resistere a lungo senza l'apporto di sostanze nutrizionali attraverso flebo. Senza l'apporto nutrizionale, infatti, la sopravvivenza può variare da poche ore a qualche giorno». Certo «la durata della sopravvivenza è condizionata dalle condizioni di partenza del paziente», sebbene nel caso di Alfie «non possiamo pronunciarci con certezza». Ad ogni modo, aveva concluso Dallapiccola, «indipendentemente dal fatto che il piccolo continui a respirare autonomamente, ora la mancanza di apporto nutrizionale rappresenta un'emergenza».
Anche Angelo Selicorni, noto genetista italiano, due giorni dopo la rimozione della ventilazione era intervenuto così: «Staccato dalle macchine il bambino ha "resistito" per ore senza "alcuna intenzione di morire"». Questa svolta, ha continuato «pone qualche dubbio sulla "terminalità" del suo stato».
Alfie già affaticato e sottoposto a trattamenti violenti è stato privato del tutto dell'antibiotico necessario a curare l'infezione e poi del cibo e dell'ossigeno per troppe ore. Chi non vuole prendere posizione si nasconde dietro al mantra del "caso troppo complicato" i cui confini sarebbero difficili da stabilire. Ma forse manca il coraggio di guardare la realtà e di affermare che qui siamo davanti ad un caso di accanimento eutanasico palese? È chiaro che se per i medici la vita di Alfie era "futile", quindi un peso e un costo che non valevano la pena di essere sostenuti, l'approccio clinico verso di lui non poteva che essere fino alla fine quello di eliminarlo. Come ha scritto sempre Selicorni: «Se io considero la vicenda di Alfie un disvalore, una storia umana inutile, senza senso, non posso che pensare che prima ne pongo fine e meglio è».
Una fantasia? Nel 2012 erano scoppiate numerose polemiche a causa di denunce effettuate da pazienti coinvolti nel Liverpool Care Pathaway, il programma di trattamento fine vita allora in vigore in Gran Bretagna. Una infermiera dell'Alder Hey, Bernadette Loyd, stanca di vedere casi simili, aveva scritto al ministero della salute denunciando i modi con cui bambini e neonati muoiono. «Morire di sete è terribile, ed è inconcepibile che dei bambini debbano morire così. I genitori si trovano a un bivio e si sentono quasi costretti a scegliere questa via perché i medici dicono che i loro bambini avranno pochi giorni di vita. Ma predire la morte è molto difficile e ho visto anche un gruppetto di bambini che sono tornati a vivere, dopo che il Lcp era stato avviato e interrotto». «Ho anche visto morire bambini morire terribilmente di sete perché l'idratazione viene sospesa fino a quando non muoiono. Ho visto un ragazzo di 14 anni con il cancro morire con la lingua incollata al palato, quando i medici si sono rifiutati di idratarlo. La sua morte è stata vissuta con angoscia da lui e da noi infermieri. Questa è l'eutanasia che entra dalla porta anteriore». Il Sistema sanitrio nazionale aveva risposto alla Loyd senza entrare nel merito: «Le cure per il fine vita devono soddisfare i più alti criteri professionali e bisogna sapere stare accanto ai genitori del bambino durante il processo decisionale».
Ecco cosa ha fatto il martirio di Alfie, oltre che convertire tanti cuori: ci ha costretti a unirci contro un mostro, a guardare alla brutalità di un sistema eugenetico travestito da democrazia. Un sistema con un potere illimitato sulla persona e considerato una religione civile dalla politica e dalla giustizia inglesi. Un potere che schiaccia tante altre vite fragili e che diffonde una mentalità utilitaristica che bisogna cominciare a combattere se non si vuole fare la stessa fine. Ma chissà, forse la storia di Alfie svelerà molto di più, perché a molti resta una domanda: cosa giustifica l'accanimento dell'ospedale terrorizzato dall'idea che il piccolo fosse trasferito altrove? Cosa ha fatto tremare l'Alder Hey Hospital?


DOSSIER "ALFIE"

Leggi gli articoli che abbiamo pubblicato su questo argomento.
http://www.bastabugie.it/it/contenuti.php?pagina=utility&nome=_alfie

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 02-05-2018

2 - L'AGGHIACCIANTE COMUNICATO DELL'OSPEDALE DI ALFIE RICORDA QUELLI DEL NAZISMO
Approfondiamo su Wikipedia leggendo la voce ''Eutanasia su minori nella Germania nazista''
Fonte La Nuova Bussola Quotidiana, 28-04-2018

Storia maestra di vita. Non sempre, però, perché l'uomo non impara dai suoi errori. Il piccolo Alfie ha appena ricevuto il più grottesco e sadico degli attestati di condoglianze. Arriva direttamente dalla direzione dell'ospedale Alder Hey che ha pervicacemente voluto, provocato e ottenuto la sua morte. Un comunicato che non può non risultare ipocrita e diabolicamente provocatorio.
"Desideriamo esprimere le nostre sentite condoglianze alla famiglia di Alfie in questo momento estremamente doloroso - si legge in un comunicato pubblicato sul sito dell'ospedale dove Alfie ha concluso la sua vita terrena a seguito di una crisi respiratoria -. Tutti noi esprimiamo sentimenti di vicinanza ad Alfie, Kate, Tom e tutta la sua famiglia e i nostri pensieri sono con loro".
Infine una considerazione su quanto accaduto in questi lunghissimi giorni: "Questo è stato un viaggio devastante per loro e chiediamo che la loro privacy e la privacy del personale di Alder Hey siano rispettate". Quale sia la privacy dell'ospedale da rispettare non è dato sapere.

IPOCRISIA, FALSITÀ E SFACCIATAGGINE
Ma il punto è un altro, al di là dell'ipocrisia, della falsità e della sfacciataggine con la quale l'ospedale nel nome del miglior interesse per Alfie causa la morte e poi sembra quasi esorcizzarla con un pietoso commiato.
E rimanda appunto alla storia. A quando nel 1943 lo psichiatra nazista Ernst Illing indirizzava ai genitori di uno dei bambini assassinati dai reparti speciali infantili istituiti dal Terzo Reich incaricato di eliminare fin dall'infanzia i bambini disabili.
Ecco il testo: "Devo comunicarvi il mio rammarico nell'informarvi che il bambino è morto il 22 gennaio 1943 per infiammazione delle vie respiratorie. (...) Egli non aveva fatto alcun tipo di progresso durante il suo soggiorno qui. Il bambino non sarebbe certamente mai diventato utile alla società ed avrebbe anzi avuto bisogno di cure per tutta la vita. Siate confortati dal fatto che il vostro bambino ha avuto una dolce morte".
Anche qui un bambino morto per complicanze respiratorie e anche qui ricorre il tema del fallimento di un progresso clinico. Ma ciò che è inquietante, è il tema dell'utilità alla società di quel bambino. Lo stesso termine che ricorre oggi con la sentenza del giudice sull'inutilità della vita di Alfie Evans e da qui il concetto di best interest che ha attivato il protocollo di morte per Alfie.

LA CARITÀ PELOSA E FALSA DEL DARWINISMO SOCIALE
Inoltre, la carità pelosa e falsa di chi dopo aver provocato la morte cerca di consolare i genitori. Davvero non c'è proprio nulla di nuovo sotto il sole. Il comunicato dell'Alder Hey Hospital assomiglia nei toni e nel risultato finale a quel programma di selezione eugenetica della società che aveva caratterizzato la società nazista. Un programma che nel nome della razza nordica e perfetta e del darwinismo sociale portò all'uccisione di 5000 bambini cui erano state diagnosticate patologie di ritardo mentale o sindrome di Down, microcefalia e idrocefalie, malformazioni di arti o lesioni alla colonna vertebrale, paralisi cerebrale infantile. Diagnosi che invece per Alfie non è mai nemmeno stata fatta.
Infine. Il dottore nazista informa i genitori che il piccolo "ha avuto una dolce morte". Quante analogie con il comfort garantito dal personale medico nel protocollo di morte reso pubblico prima del distacco del ventilatore. "Da quel momento - si leggeva - lo staff medico continuerà ad osservare la situazione di Alfie e il livello di conforto e ad attendere ai suoi bisogni e a quelli della sua famiglia, con discrezione, ma pronto a fornire con sollecitudine supporto e conforto".
Con la morte del piccolo Evans la tanto sbandierata mitologia del Ricordo dello sterminio e le sceneggiate sul pericolo nazista in questo o quel partito si offuscano, vengono a crollare come castelli di sabbia. Perché a Liverpool, come già è stato fatto a Londra con Charlie Gard e Isaiah e come si fa nascostamente da decenni in tutto il mondo con l'aborto e l'eutanasia, la selezione eugenetica della specie va avanti, ma nel disinteresse di tutti, anzi con il plauso di un mondo cinico e diabolico.
Da Sparta alla civile Gran Bretagna, passando per il Terzo Reich, le differenze noi non riusciamo proprio a trovarle.

Nota di BastaBugie: per capire che la storia si sta ripetendo sotto i nostri occhi è molto utile la lettura della sottostante pagina di Wikipedia dal titolo "Eutanasia su minori nella Germania nazista".
Nonostante la sua lunghezza, merita di essere letta per intero:

L'eutanasia su minori nella Germania nazista (in lingua tedesca Kinder-Euthanasie) è il nome dato agli omicidi organizzati di bambini e ragazzi fino ai 16 anni fisicamente disabili o affetti da un forte disturbo mentale durante l'epoca del nazionalsocialismo in oltre 30 "reparti speciali" adibiti all'uopo. Almeno 5.000 bambini sono stati vittime di questo programma, che è stato un diretto precursore dei successivi omicidi di bambini verificatisi nei campi di concentramento.

BACKGROUND
Le basi ideologiche del nazismo si fondarono essenzialmente sul darwinismo sociale il quale impugnava senza riserve la nozione di "sopravvivenza dei più forti", sia a livello individuale sia a quello d'interi popoli e stati. Questa nozione affermò di avere dalla sua parte la "legge di Natura"; tutte le opinioni religiose e umanitarie contrastanti si sarebbero in ultima analisi rivelate come "innaturali".
Una popolazione avrebbe potuto dimostrare il proprio valore solo nel lungo periodo in questa "lotta per la sopravvivenza" in corso; questo poteva verificarsi soltanto se promuovevano i "migliori" e nel contempo, se necessario, se eliminavano tutti quelli che invece indebolivano la stirpe. Inoltre esclusivamente un popolo il più possibile "puro" avrebbe potuto mantenersi in corsa nella "lotta per l'esistenza".
Per mantenere e migliorare la "razza nordica"-germanica, pertanto, avrebbero dovuto essere rigorosamente rispettate le leggi dell'eugenetica e dell'igiene razziale, biologicamente orientate; vale a dire con la promozione dei "geneticamente sani" e la contemporanea eliminazioni dei "difettosi". Tutti coloro che avevano un qualche malattia ereditaria (in seguito conosciuta come malattia genetica) o che erano gravemente handicappati fisici o mentali (vedi disabilità) furono classificati come esempi di "vita indegna di essere vissuta" (lebensunwertes Leben).
In conclusione sarebbero stati, in termini di selezione naturale, eliminati. Questa forma di eugenetica nazista fu alla base della politica di salute genetica nazionalsocialista, che venne elevata al grado di dottrina ufficiale dello Stato.
Nel 1929 Adolf Hitler disse al congresso del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori svoltosi a Norimberga "che una rimozione media annuale di 700-800.000 dei più deboli di un milione di bambini significava un aumento del potere della nazione e non un suo indebolimento". Così facendo egli fu in grado di ben affrontare le argomentazioni scientifiche che trasferirono agli esseri umani la teoria darwiniana della "selezione naturale" e, attraverso il concetto di "igiene razziale", formularono l'utopia di una "selezione umana", così come affermato da Alfred Ploetz (il fondatore dell'igiene razziale tedesca).
Già nel 1895 Poelz chiese che la prole umana non dovesse "essere lasciata al fortuito incontro di un momento di ebbrezza... Se, tuttavia, si scopre che il neonato è un bambino debole e illegittimo il consiglio medico, che decide sui casi della cittadinanza per il bene più alto della comunità, dovrebbe preparare una dolce morte, per esempio usando una piccola dose di morfina [...]".
Ne 1935 Hitler annunciò anche alla sede nazionale del partito di Norimberga, a Gerhard Wagner, medico del Reich, che avrebbe dovuto mirare ad "eliminare gli insani incurabili" al più presto, in caso di una guerra futura.
L'eliminazione di tutti quegli esseri umani che risultavano per il nazismo "indesiderati" venne attuata sotto la dicitura di "eutanasia di Stato", questo all'inizio della seconda guerra mondiale. Molte delle petizioni dei genitori i bambini disabili inviate alla cancelleria del Reich chiesero che venisse data ai loro figli "l'uccisione misericordiosa"; queste vennero usate come una giustificazione e per dimostrare che esisteva un'effettiva domanda esterna a riguardo. [...]

IL CASO "KINDER K."
L'occasione immediata per dare avvio all'eutanasia organizzata su minori viene considerata nella letteratura specialistica il cosiddetto caso "Kinder K.". [...]
In questo particolare caso i genitori presentarono una richiesta perché al loro figlio gravemente disabile fosse concessa un'"uccisione misericordiosa"; la domanda fu ricevuta dalle autorità in un tempo non verificabile prima della metà del 1939 presso l'"Ufficio del Fuhrer". Quest'ufficio era un'agenzia del partito nazista e di una cancelleria privata posta sotto l'autorità diretta di Hitler, che impiegava circa 195 dipendenti nel 1939.
Il principale segretario dell'ufficio, Hans Hefelmann, assieme al suo vice Richard von Hegener, fu il responsabile dell'"atto di clemenza"; il capo della direzione centralizzata, quindi il superiore diretto di Hefelmann, era l'"Oberdienstleiter" Viktor Brack, uno dei principali organizzatori dell'eutanasia nazista.
Le relazioni di questo caso si basano principalmente sulle stesse affermazioni degli imputati fatte durante il processo ai dottori, che ripetutamente indicarono il caso di un "bambino K.". [...]
La richiesta del 23 maggio del 1939 condusse ad un incontro dei genitori del bambino col direttore dell'ospedale universitario di Lipsia Catel, incentrata sulle possibilità di sopravvivenza del figlio malformato. Secondo la successiva dichiarazione di Catel, egli affermò che "liberare" il bambino da un'eventuale morte precoce rappresentò la soluzione migliore per tutti coloro che vi si ritrovarono coinvolti. Ma poiché assistere attivamente ad una morte eutanasica era in quel momento ancora punibile legalmente, Catel consigliò ai genitori di presentare una richiesta direttamente ad Hitler tramite la sua cancelleria privata.
Sulla base di questa richiesta, in una dichiarazione rilasciata davanti al giudice investigativo durante l'inchiesta svoltasi il 14 novembre del 1960 Hefelmann dichiarò quanto segue: «ho lavorato su questa richiesta, come era nelle funzioni del mio dipartimento. Dato che la decisione di Hitler era stata richiesta, l'ho trasmessa senza commento al capo dell'ufficio principale della cancelleria personale, Albert Bormann (figlio di Martin Bormann). E' stato richiesto come un semplice atto di misericordia, pertanto io non ha ritenuto necessario il coinvolgimento del ministro dell'Interno del Reich e del ministro della giustizia poiché, per quanto ne so, Hitler non aveva preso ancora una decisione in merito a tali richieste, mi sembrava praticamente impraticabile coinvolgere altre autorità».
Ai ricordi del suo capo il vice di Hefelmann, Richard von Hegener, aggiunse: «fino a metà anno prima dello scoppio della guerra vi erano sempre più richieste da parte di persone incurabilmente malate o gravemente ferite che chiedevano sollievo dalla loro sofferenza, che era diventata per loro insopportabile. In base alle leggi esistenti un medico non era tenuto a tener conto di tali desideri. Poiché il dipartimento, come ci è stato ricordato più e più volte, era sotto gli ordini diretti di Hitler, affrontare con prontezza ed esattezza tali casi che non potevano essere risolti legalmente fu considerato dal dottor Hefelmann come un impegnò e anch'io mi sentii coinvolto, dopo un po' di tempo, a fare una serie di tali richieste al medico personale di Hitler il dottor Brandt, affinché presentasse e ottenesse una decisione da parte di Hitler su ciò che doveva essere fatto con tali richieste. Brandt ci ha detto che Hitler aveva deciso, a seguito di questa presentazione, di concedere tali richieste se fosse stato dimostrato dal medico che aveva partecipato alle cure del paziente e al comitato sanitario di nuova costituzione, che la sofferenza era incurabile».
Nel corso del processo ai dottori, Brandt dichiarò quanto segue per il caso di "Kinder K": «io conosco personalmente una petizione che fu inviata al Führer nel 1939 tramite l'ufficio del suo aiutante [Adjutantur]. Il caso riguardava il padre di un bambino malformato che si rivolse al Führer chiedendo di occuparsi del caso di questa creatura. A quel tempo Hitler mi ordinò di affrontare la questione e di andare immediatamente a Lipsia - il fatto era difatti accaduto a Lipsia - per confermare in loco quello che era stato affermato. Ho scoperto che c'era un bambino che era nato cieco, appariva imbecille e mancava anche di una gamba e di una parte del braccio [...] [Hitler] mi aveva dato l'incarico di discutere con i medici che curavano il bambino, per determinare se le asserzioni fatte dal padre fossero corretto e, nel caso in cui fossero state confermate, avrei dovuto dire ai medici, nel nome di Hitler, di poter eseguire l'eutanasia. Così deciso, era importante che si dovesse fare tutto in modo tale che i genitori non potessero sentire in un secondo momento il senso di colpa per il fatto di essere stati accusati dell'eutanasia [del loro bambino]. In altre parole, che questi genitori non avrebbero dovuto avere l'impressione che essi stessi fossero i responsabili della morte del bambino. Sono stato ulteriormente attento a dire che se questi stessi medici fossero rimasti coinvolti in un qualsiasi procedimento giudiziario a seguito di queste misure, svolte per conto di Hitler, questi procedimenti sarebbero stati annullati. Il compito di Martin Bormann era quindi quello di notificare le conseguenze all'allora ministro della giustizia, Franz Gürtner, per questo caso avvenuto a Lipsia. [...] I medici erano del parere che la conservazione della vita di un tale figlio non fosse giustificata. È stato sottolineato che è normale che negli ospedali di maternità, in determinate circostanze, l'eutanasia sia amministrata dai medici in simile casi, senza definirla, nessun termine più preciso viene utilizzato».

COMITATO DEL REICH PER LA REGISTRAZIONE SCIENTIFICA DI MALATTIE GRAVI EREDITARIE E CONGENITE
Questa prima morte tramite eutanasia di un minore portò ad un'accelerazione significativa nell'attuazione di piani - rimasti fino ad allora ancora latenti - di sterminio eugenetico, iniziati teoricamente con la promulgazione della legge per la prevenzione delle malattie ereditarie (Gesetz zur Verhütung erbkranken Nachwuchses), istituita il 14 luglio 1933 e condotta a più tappe verso l'eutanasia di minori e adulti. Vi fu uno sviluppo quasi parallelo delle decisioni che condussero al programma di eutanasia di questi due gruppi.
Hefelmann descrise nel modo seguente questo ulteriore sviluppo: «il caso di Knauer ha portato Hitler ad autorizzare a Brandt e a Philipp Bouhler di fare altrettanto in casi di natura simile a quella del figlio Knauer. Se questa autorizzazione sia stata rilasciata per iscritto o verbalmente, non posso dirlo. In ogni caso Brandt non ci ha mostrato un'autorizzazione scritta, quando Brandt ha informato Hitler circa il caso di Knauer, mi ha poi detto personalmente che questa autorizzazione era stata concessa in questo modo, mentre Hitler aveva ordinato che tutte le richieste di questa stessa natura indirizzate al Ministero dell'Interno del Reich o all'ufficio del Reichspresident dovevano essere trattati solo dalla sua Cancelleria. In virtù di questo accordo, il Ministero dell'Interno del Reich e l'ufficio presidenziale sono stati invitati a trasmettere tali richieste alla Cancelleria. L'allora sottosegretario del Ministero dell'Interno, il dottor Herbert Linden, ha affrontato allora queste materie per la prima volta, per quanto ne so. L'argomento è stato trattato fin dall'inizio come segreto (Geheime R eichssache). Quando poco dopo mi fu ordinato dal professor Brandt di mettere insieme un organo consultivo, questo doveva essere considerato come un incontro top secret. Il risultato fu che solo quei medici che risultarono selezionati, di cui era noto un atteggiamento positivo verso la questione, vennero eletti. Un'altra ragione per la loro scelta era il fatto che Hitler aveva ordinato che il suo ufficio, e quindi anche la sua cancelleria, non dovesse apparire all'esterno come l'autorità che gestiva queste questioni"».
La questione venne inizialmente discussa con un cerchio interno composto da Hefelmann e Hegener, capo dell'Ufficio centrale II della cancelleria, da Viktor Brack e dal responsabile degli ospedali psichiatrici della divisione IV (Salute e benessere sociale) del ministero dell'Interno del Reich, il dottor Linden. Oltre a ciò, la commissione si riunì per organizzare l'eutanasia dei bambini; essa era composta oltre che da Brandt, anche dall'oculista Hellmuth Unger, dal pediatra Ernst Wentzler, dallo psichiatra eugenetico Hans Heinze e probabilmente anche dal professor Catel.
Le questioni in gioco, che erano anche pertinenti ai programmi di preparazione per l'adozione di progetti di eutanasia sugli adulti, furono chiariti in una fase di pianificazione breve ma efficace, affinché tre settimane dopo il primo caso di eutanasia venne istituita un'organizzazione ufficiale sotto il nome di 'Comitato del Reich per la registrazione scientifica delle malattie ereditarie e congenite', che cominciò a fare i primi passi concreti per la registrazione delle potenziali vittime.
Gli agenti principali che stavano dietro il gruppo erano gli stessi Hefelmann e Hegener dell'ufficio IIb della cancelleria che, su richiesta di Hitler, non dovevano però apparire pubblicamente, né erano gli unici rappresentanti di un'autorità governativa; vi era anche Linden del Ministero dell'Interno del Reich. Il cosiddetto 'comitato nazionale' diventò dunque semplicemente una 'casella postale' (Berlin W 9, PO Box 101). La corrispondenza venne indirizzata da questa casella postale all'ufficio centrale situato nella Cancelleria del Nuovo Reich nella Voßstraße 4 di Berlino.

IDENTIFICAZIONE DELLE VITTIME ED "ESAMI DEGLI ESPERTI"
Il documento chiave fu rappresentato da una circolare del Ministro degli Interni del Reich del 18 agosto 1939, Ref: IVb 3088/39 - 1079 Mi, che è venne contrassegnato come "strettamente confidenziale" il quale specificava i gruppi da includere e come avrebbero dovuti essere riuniti. Dopo di che i medici e le ostetriche degli ospedali di maternità, ai servizi ostetrici e agli ospedali infantili, salvo che un medico anziano non fosse presente o non avesse ricevuto l'istruzione, dovevano segnalare per iscritto alle autorità sanitarie competenti se il neonato fosse sospettato di essere afflitto dai seguenti disturbi congeniti:
1) ritardo mentale o sindrome di Down (in particolare i casi combinati con cecità e sordità);
2) microcefalia;
3) idrocefalo in un grado grave o avanzato;
4) malformazioni di tutti i tipi, in particolare assenza di arti, gravi lesioni della linea mediana craniosacrale e della colonna vertebrale;
5) paralisi, compresa la paralisi cerebrale infantile.
Un modello per i moduli di segnalazione venne allegato alla circolare, che doveva essere invita alle autorità sanitarie pubbliche così come richiesto dalla loro autorità amministrativa superiore. Questa prima formulazione venne ritirata tramite un decreto del 7 giugno del 1940 e sostituita da una più dettagliata. Venne concessa una remunerazione per ciascuna relazione compilata dalle ostetriche "per i servizi professionali resi".
Inizialmente solo i bambini di età inferiore ai tre anni dovevano essere segnalati. Il formulario di registrazione prescritto diede l'impressione che si trattasse esclusivamente di una ricerca allo scopo di fornire un'assistenza medica specifica. I medici distrettuali inviavano poi il modulo di registrazione compilato al Comitato Nazionale dove si trovava l'ufficio IIb della cancelleria privata del Fuhrer, con i suoi due medici medici Hefelmann e Hegener addetti ad esaminare i casi che a loro insindacabile giudizio consideravano non avrebbero dovuto essere inviati ad un "reparto speciale infantile", vale a dire quelli che non risultassero idonei all'eutanasia.
Dei circa 100.000 moduli d'iscrizione ricevuti fino al 1945, circa 80.000 vennero minuziosamente esaminati; per la valutazione professionale dei restanti 20.000 furono nominati tre esperti appartenenti al Comitato Nazionale i quali erano già stati fortemente coinvolti nella commissione preparatoria, vale a dire Werner Catel, Hans Heinze ed Ernst Wentzler. Hefelmann commentò in seguito: "il professor Heinze e il dottor Wentzler [...] hanno sostenuto con grande entusiasmo l'eutanasia assieme al professor Catel e così concordarono, senza alcuna pressione, di agire come consulenti tecnici esperti sulla questione".
Questi tre ricevettero i moduli di registrazione in sequenza, di modo che il terzo esperto conoscesse già la valutazione espressa in precedenza dai suoi due colleghi. La decisione sulla vita o sulla morte dei bambini venne presa solamente sulla base del resoconto offerto dal modulo, senza che i cosiddetti "esperti" avessero mai preso conoscenza dei documenti medici e senza vedere di persona in alcun modo i bambini. Se un bambino fosse stato valutato come un caso da eutanasia i revisori fecero un segno "+" mentre, se risultava non essere selezionato, fecero un segno "-".
Se invece non fosse risultata possibile una decisione chiara dalla prospettiva dei valutatori, si inseriva un "B" (Beobachtung, "in osservazione"). A questi ultimi bambini venne temporaneamente sospesa l'esecuzione tramite eutanasia, pur facendo ancora parte di un "Reparto speciale infantile". A seguito di un esame approfondito il medico locale aveva l'obbligo di riformulare una relazione di osservazione adeguata da inviare al Comitato Nazionale.
I criteri decisivi per una valutazione "positiva" furono la disabilità motoria e mentale. Secondo una dichiarazione rilasciata dal medico Walter Schmidt il quale gestì il "Reparto Speciale infantile" dell'ospedale psichiatrico di Eichberg (oggi "Vitos Rheingau") il 95% dei bambini assegnati furono istituzionalizzati nell'attesa di "essere trattati", un eufemismo per indicare l'assassinio. Solo il restante 5% venne fatto oggetto di osservazioni maggiormente approfondite.
Le autorità sanitarie responsabili del progetto "Reparto Speciale" ricevevano infine un avviso da parte del Comitato Nazionale sulla decisione presa; il medico locale doveva di conseguenza inviare un'informativa ai genitori sull'avvio di un "rinvio": questi venivano tuttavia deliberatamente ingannati sullo scopo effettivo del suddetto "rinvio", essendogli fatto credere che ciò fosse per la cura ed il trattamento dei loro figli da parte di apposite strutture. Questo permise inizialmente di evitare misure coercitive. Tuttavia se i genitori avessero rifiutato persistentemente di accettare il "rinvio" dei loro figli, avrebbero potuto essere minacciati della perdita dei diritti di potestà genitoriale; questo a partire dal settembre del 1941.
Già nella prima metà di quello stesso anno l'età dei bambini sottoposti a controlli venne innalzata fino ai 16 anni, ciò per prevenire che i giovani disabili fisici o mentali divenissero vittime del metodo sommario di morte in camera a gas nell'ambito di Aktion T4. Il cerchio di coloro che furono sottoposti ad un tale giudizio selettivo si allargò sempre di più. Oltre ai malati mentali e fisici anche tutti i cosiddetti affetti da psicopatia vennero successivamente registrati.
Nel centro di terapia di Kalmenhof (oggi un centro di pedagogia sociale), tutti quelli risultanti "inadatti alla società" (quindi tutti i ragazzi con una qualche problema comportamentale o disturbo della condotta) furono inviati al centro eutanasico nazista di Hadamar per finire nella camera a gas o, dopo l'interruzione del programma Aktion T4, essere uccisi dalla somministrazione di una droga letale. A questo scopo specifico Hadamar istituì la propria specifica "casa di allevamento"; tra i 40 e i 45 detenuti minorenni furono qui uccisi utilizzando sovradosaggi di droga, un metodo praticato anche nel programma di eutanasia sugli adulti.

REPARTI SPECIALI INFANTILI
Una circolare datata 1 luglio 1940 Rif: IVb-2140/1079 Mi, che venne fatta pubblicare nella rivista ministeriale del Reich e del Ministero dell'Interno Prussiano, informò il ministero che il "Comitato Nazionale" "aveva già istituito un dipartimento psichiatrico della gioventù presso l'Istituto Statale Görden vicino ad H. in Brandeburgo, che impiegava sotto la sua direzione scientifica tutte le opzioni terapeutiche disponibili sulla base degli ultimi risultati scientifici acquisiti".
Il primo "Reparto Speciale infantile" venne istituito nell'istituto statale Görden nell'ottobre del 1939; il responsabile capo di quest'istituto fu anche membro del Comitato Nazionale, Hans Heinze. Hefelmann si ricordò di "circa 30 reparti speciali per i bambini" nella sua dichiarazione rilasciata il 17 maggio 1961. Secondo lo stato attuale della ricerca, circa 37 di questi "reparti per bambini" furono istituiti all'interno delle case di cura mediche e infermieristiche già esistenti, negli ospedali infantili e nelle cliniche universitarie.
Le difficoltà pratiche nell'attuazione delle disposizioni possono essere notate anche da un'altra circolare del Ministro degli Interni del 20 settembre 1941 Az.: IVb-1981 / 41-1079 Mi. Il capo della sanità del Reich e il segretario di Stato Leonardo Conti non mancarono di far sottolineare l'importanza fondamentale della questione al Comitato Nazionale.
Si ribadì ancora una volta che l'inserimento di bambini malati in questi reparti speciali: «impedisce l'abbandono da parte della famiglia di altri figli sani [...] Il comitato nazionale per la registrazione scientifica delle malattie ereditarie e congenite ha nominato esperti eccezionali sulla sfera di specializzazione medica pertinente per svolgere le proprie funzioni [...] Il Comitato Nazionale ha ancora fondi disponibili per intervenire in quei casi specifici in cui i genitori potrebbero non avere bisogno di aiuto, ma possono avere difficoltà a sostenere i costi della cura istituzionale».
I medici locali furono incaricati di sorvegliare l'attività di segnalazione compiuta dalle ostetriche, di sostenere in ogni modo il lavoro del Comitato Nazionale e, se necessario, fare la dovuta pressione sui genitori.
Anche i bambini autorizzati a subire il "trattamento" non furono sempre uccisi, ma in certi casi vennero utilizzati, a volte per mesi, come cavie nella ricerca scientifica. Per esempio, vi fu una stretta collaborazione tra il capo del "Reparto Speciale infantile" dell'ospedale psichiatrico statale di Eichberg Walter Schmidt e il direttore della Clinica psichiatrica dell'Università Ruperto Carola di Heidelberg, Carl Schneider.
Queste vittime sfurono tenute sotto stretta osservazione nella clinica di Heidelberg e successivamente trasferiti a Eichberg, dove vennero uccisi e dove i loro cervelli sono furono rimossi. Ci sono prove di uno studio condotto su 52 bambini con disabilità, di cui almeno 21 furono successivamente uccisi a Eichberg. Schneider ricevette quindi i cervelli conservati appositamente per la sua ricerca istopatologica. [...]


DOSSIER "ALFIE"

Leggi gli articoli che abbiamo pubblicato su questo argomento.
http://www.bastabugie.it/it/contenuti.php?pagina=utility&nome=_alfie

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 28-04-2018

3 - IN BELGIO SI PRESENTA IL PARTITO ''ISLAM'' CHE VUOLE IMPORRE LA SHARIA
Ecco i frutti della democrazia: il nuovo ''partito'' promette posti separati sugli autobus, cibo halal e il velo nelle scuole (intanto in Italia una musulmana viene uccisa dai suoi parenti perché voleva sposare un italiano)
Fonte Tempi, 17/04/2018

Raccontava ieri un articolo della Stampa che in Belgio si dibatte molto se si debba permettere a un partito che si ispira alla sharia di partecipare alle elezioni. Accade infatti che la lista "Islam" (il cui acronimo sta per Integrità, Solidarietà, Libertà, Autenticità e Moralità) voglia presentare 28 suoi candidati alle elezioni amministrative del 14 ottobre. Il programma ha chiari riferimenti alla sharia, una "sharia occidentale" come la chiamano loro. Abdelhay Bakkali Tahiri, presidente di Islam, dice che «la Costituzione belga coincide all'80 per cento con il Corano» e sharia significa giustizia sociale: «La sharia è come un sacco. Prende la forma di ciò che mettiamo al suo interno».
Aveva proprio ragione il senatore Alain Destexhe, quando spiegò a Tempi che sull'integrazione «in Belgio negli ultimi vent'anni abbiamo sbagliato quasi tutto».
Le promesse elettorali degli esponenti di Islam non sono esattamente rassicuranti. «Secondo le stime demografiche, nel 2030 saremo la maggioranza» dice Redouane Ahrouch, tesoriere e cofondatore che, essendo un conducente di mezzi pubblici, ha lanciato la proposta di posti separati sugli autobus. «Gli uomini davanti e le donne dietro». Una misura di buonsenso «contro le molestie. Nelle ore di punta alcuni uomini, soprattutto di origine straniera, ne approfittano per "appoggiarsi" alle donne e "palpeggiarle"». Lo stesso Ahrouch ha anche altre idee: «Il nostro obiettivo finale è uno Stato islamico al 100 per cento, il velo potrà essere portato in tutti i luoghi pubblici e nelle scuole dovrà essere servito il cibo halal».
Diversi deputati, in particolare di destra, hanno protestato, chiedendo la messa la bando della lista. Theo Francken, segretario di Stato all'Immigrazione (Nva, partito della destra fiamminga), ha detto: «Da loro, dove regna la sharia, le donne non hanno diritti. Qui vogliono iniziare con la segregazione sui mezzi pubblici. Questo partito è rivoltante». Medesime preoccupazioni sono state espresse dal deputato federale Richard Miller del movimento liberale. Ma c'è anche chi difende il diritto della lista a presentarsi al voto. «Soltanto nelle dittature si proibiscono le opinioni», ha scritto De Standaard. «Non si arresta un'idea fermandone il veicolo politico» ha aggiunto Het Nieuwsblad.
È questo il risultato di anni e anni di predicazione multiculturalista?

Nota di BastaBugie: Lorenza Formicola nell'articolo sottostante dal titolo "Sana e le altre, uccise perché troppo integrate" commenta la triste vicenda di Sana Cheema che viveva nel bresciano e voleva sposare un ragazzo italiano. I suoi parenti l'hanno assassinata, perché si ribellava al matrimonio combinato. La stessa sorte è toccata a tante altre ragazze pakistane e musulmane, come Hina, Nosheen, Samia e la marocchina Rachida che provò a convertirsi.
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 22 aprile 2018:
Gujrat è una città del Pakistan, nella regione del Punjab. Una città che vive di agricoltura e artigianato, e da cui arrivano gran parte dei narghilè tanto di moda in Occidente, espressione della possibilità di culture lontane che si fondono, almeno così pare. Ma qualche giorno fa Gujrat è stata anche teatro dell'ennesima tragedia che enfatizza, piuttosto, le distanze.
Sana Cheema era nata proprio a Gujrat venticinque anni fa e con la famiglia era emigrata in Italia, a Brescia, poco più che bambina. La sua famiglia dopo diversi anni aveva scelto di emigrare nuovamente e questa volta in Germania in cerca di un futuro migliore. Sana invece in Italia ci era voluta rimanere, e con la scusa di aver trovato un lavoro in un'attività commerciale glielo avevano persino concesso. Ma la motivazione più importante era il fidanzato. Un giovane italiano che l'avrebbe sposata. Qualcosa che non può e non deve essere contemplato in una famiglia pakistana dove i matrimoni sono combinati. E quando Sana è tornata a Gujrat, giusto per qualche giorno, per fare visita alla famiglia, quella voglia di vivere all'occidentale e sposare un italiano, il padre e il fratello hanno deciso di fargliela passare una volta e per sempre: l'hanno sgozzata.
La tragica vicenda di Sana ricorda quella di Hina Saleem. Pakistana anche lei, che all'alba dei suoi vent'anni venne barbaramente uccisa nel 2006 a Sarezzo, sempre nel bresciano. Anche Hina vestiva troppo all'occidentale e aveva un fidanzato italiano. Il padre, lo zio e i cugini la sgozzarono con un coltello da cucina (i carabinieri ne sequestrarono alcuni, almeno due erano sporchi di sangue), scavarono una buca in giardino, calarono il corpo dalla finestra e la seppellirono con la testa rivolta verso la Mecca. "Non volevo che diventasse come le ragazze di qui. Le avevo chiesto di cambiare vita, ma lei non voleva", confesserà più tardi il padre, con il tono di chi ha fatto solo il suo dovere.
Come quella di Sana e Hina è stata la storia di Nosheen Butt. Pakistana trasferitasi con la famiglia a Modena. Il padre aveva quasi tutto pronto per il suo matrimonio combinato, ma Nosheen non ha intenzione di sposare un uomo - suo cugino - che nemmeno conosceva, la mamma è dalla sua parte. Nel 2010, in un giorno qualunque, Nosheen verrà presa a sprangate dal padre e dal fratello - ma sopravviverà - la mamma verrà lapidata e morirà poco dopo.
A Samia Shadid, pakistana, ventotto anni, toccò una sorte simile nel 2016. Scappata da un matrimonio combinato, si era trasferita in Gran Bretagna. Aveva deciso di andare a trovare i genitori a Islamabad per cercare di appianare le tensioni, ma anche lei venne uccisa dal padre. Colpevole, pergiunta, di essersi convertita allo sciismo.
E se questo è il destino riservato alle donne che tentano di sottrarsi alla pratica dei matrimoni forzati, figuriamoci quale tipo di persecuzione può toccare a chi si macchia del reato di apostasia. Come Rachida - la cui storia ha raccontato Souad Sbai in un libro -, che si stava convertendo al cattolicesimo. Una marocchina residente in provincia di Reggio Emilia che aveva iniziato a frequentare una parrocchia di nascosto e che a colpi di martello è stata massacrata dal marito quando è stata scoperta.
Destini che s'intrecciano nella strana trama del politicamente e islamicamente corretto, dove l'attenuante culturale è il ritornello, il multiculturalismo lo spartito da suonare, l'integrazione la battuta finale dal ghigno amaro.

Fonte: Tempi, 17/04/2018

4 - LUCA DONADEL, IL BLOGGER CHE CON UN VIDEO SVELO' LA VERITA' SUI MIGRANTI
In un nuovo video racconta le clamorose fake news di Repubblica e Corriere della Sera che rilanciano in internet ''Neonazisti ai comizi della Lega''... ma, ovviamente, è tutto falso (VIDEO: Cos'è il Kekistan)
Autore: Goffredo Pistelli - Fonte: Italia Oggi, 26 agosto 2017

Luca Donadel, classe 1993, studente di Scienze della comunicazione all'università di Torino. Da marzo, a dettare l'agenda della politica su un tema delicatissimo come gli sbarchi, è questo laureando torinese, che posta video, accuratissimi e documentati, avendo come sfondo la propria cameretta. L'ultimo scoop è di pochi giorni fa, pubblicato da ItaliaOggi: una nave militare irlandese raccoglie profughi nel Canale di Sicilia o anche più verso le coste libiche e li trasporta fino ai porti italiani. «I giornali irlandesi parlano dell'operazione Pontus, presentata come ''accordo bilaterale Irlanda-Italia'', ma se lei va sul sito della Farnesina non ne trova traccia», risponde al telefono, «e, da quello che ho potuto appurare, non c'entrano nemmeno Frontex o Sophia, le ultime operazione europee». Prima ancora, un suo video sull'attività sottocosta libica delle ong, aveva scatenato il grande dibattito e un'inchiesta: mostrava con grande perizia il tracciamento delle imbarcazioni delle ong che facevano la spola.
Domanda. Donadel chiariamo una cosa, chi la paga? Glielo avranno detto in molti, no?
Risposta. In una certa fase, quasi un assillo. Anzi, quando nel video sulle ong mostrai il libro di Mario Giordano, Profugopoli, pensarono che fosse un'operazione di marketing editoriale.
D. E invece?
R. Invece io vivo con i miei genitori, faccio i miei video in casa, con mezzi miei, avendo studiato informatica prima di spostarmi a Scienze della comunicazione.
D. Figlio di papà?
R. No, veramente in miei fanno l'insegnante, mia madre, e il geometra, mio padre. Una famiglia normalissima.
D. Allora lei è un militante grillino, lo ammetta.
R. Mai fatto politica. Mai.
D. E dunque, esaurite tutte le domande inquisitorie che molti vorrebbero farle, veniamo a noi. Come è cominciata questa sua attività?
R. Avevo cominciato a fare video sulle cose che studiavo e mi occupavo, comunicazione digitale soprattutto. Poi, nei giorni di Brexit, mi è venuta voglia di fare un video diverso su quelli che mi parevano i vizi del mainstream informativo.
D. Ossia?
R. Tutti questi servizi o articoli a senso unico: per cui aveva votato «leave», ossia via dall'Europa, erano solo una massa di zotici, ignoranti e vecchi, magari basandosi sul numero e tipo di interrogazione su «leave» e «Brexit» di un motore di ricerca come Google.
D. Che può dire della quantità e non della qualità delle interrogazioni.
R. Precisamente, il resto è gossip giornalistico. Ecco, mi pareva che, su un tema come Brexit, si facesse davvero solo chiacchiericcio e non informazione. Infatti il titolo che gli detti, tradiva un certo disappunto da parte mia: Le cinque cazzate che ti sei bevuto dopo il Brexit.
D. E di lì ha preso il via.
R. Sì, poi mi sono occupato di Islam
D. Ah e i suoi genitori?
R. Mi hanno manifestato un po' di preoccupazione, ma mi han lasciato fare. Quindi mi sono occupato della elezioni di Donald Trump.
D. Ah beh lì il mainstream si è effettivamente materializzato
R. Al culmine. Con i servizi di Giovanna Botteri inviata Rai negli States, che si interrogava sulla possibile mobilitazione antitrumpiana: «Che cosa possiamo fare noi ?»».
D. Finché siamo arrivati alle ong nel Canale di Sicilia.
R. Beh, più che Canale di Sicilia, come ho dimostrato, si era molto, molto più sud. Interessandomi alla vicenda ho trovato il sito marinetraffic.com che monitora, anche cronologicamente, tutti i movimenti navali, basandosi sui segnali del transponder di bordo. Ho potuto così tracciare le rotte delle imbarcazioni delle varie ong.
D. E poi lei ha continuato.
R. E poi sono arrivati, commenti a valanga, interazioni positive o negative, spesso argomentate. A volte anche gli insulti.
D. Questo è un punto su cui torno. Però mi dica cosa la pensa lei, come cittadino, su un tema così delicato come l'immigrazione e gli sbarchi.
R. Io diffido degli slogan.
D. In che senso?
R. Nel senso che non credo all'idea dei «no borders» dell'abbattere i confini, dell'accogliere tutti, insostenibile economicamente. Credo anche che le ong abbiano finito, purtroppo, per far crescere i morti i mare. Lo dicono i dati.
D. Me lo spieghi meglio.
R. Se le ong funzionano come traghetti, fino sottocosta, finisce che gli scafisti sono portati a usare imbarcazioni sempre più leggere ed economiche, al fine di massimizzare i profitti. Fanno arrivare i gommoni leggeri dalla Cina a Malta e lì prendono il via della Libia, ne ha parlato anche Toni Capuozzo in Terra su Canale5. Se potessero, le persone le imbarcherebbero sulle barchette di carta. Detto questo...
D. Detto questo?
R. Detto questo non sono neanche d'accordo con gli slogan di una certa destra, anche di Matteo Renzi recentemente, dell'aiutarli a casa loro. Sussidiare senza un progetto è controproducente, può distruggere intere economie intere. Lo hanno documentato saggi come La carità che uccide. Come gli aiuti dell'Occidente stanno devastando il Terzo Mondo, di Dambisa Moyo, economista zambiana.
D. E dunque?
R. Dunque bisogna procedere con cautela, con progetti che possano attivare le economie locali, creando sviluppo, magari usando la leva del microcredito.
D. Che effetto le ha fatto questo notorietà, l'aver in qualche modo contribuito a far avviare una inchiesta, come quella del procuratore catanese Carmelo Zuccaro.
R. Sì il mio nome è uscito anche durante la sua audizione parlamentare. Mi ha fatto piacere, ma quello che mi interessa è un'informazione corretta su fatti così importanti.
D. E dell'informazione, dei giornali, che idea s'è fatto?
R. Mi sono fatto l'idea di un settore in crisi che, almeno nell'online, predilige gli articoli acchiappa-click, come quelli sui piedi della Chiara Ferragni o della smorfia della moglie di Trump in quel certo incontro. Servono a monetizzare. A sprezzo della reputazione, però che va in fumo.
D. Beh, però i giornali non sono solo quelli sul web.
R. Ha ragione, l'obiezione che mi fanno molti suoi colleghi è questa: «Ma quella è la redazione online», come se fossero mondi separati. Certo, chi ti ha letto per i piedi della Ferragni non verrà a comprarti in edicola. Ma c'è un'altra cosa.
D. Dica.
R. Internet ha impigrito un po' i giornalisti: la verifica delle fonti, spesso, è affidata a quattro ricerche su Google.
D. Lei invece?
R. Io controllo e ricontrollo le miei fonti e, se ci fa caso, pubblico i link sugli articoli del mio sito, in modo che la gente possa andare a farsi i riscontri.
D. Nessuno le ha mai fatto una proposta di lavoro?
R. Ho scritto una cosa per Panorama e ho fatto alcuni video che Nicola Porro ha presentato a Matrix.
D. Nessun giornalone le ha proposto un contratto?
R. No. Qualcuno mi voleva a fare l'opinionista nei talk show ma ho declinato, non è il mio mestiere e non mi piace quando, spesso, finisce in caciara.
D. E allora, Donadel, che vuol fare da grande?
R. Io spero di poter vivere di questo, come accade all'Estero, dove ci sono influencer indipendenti, che non campano di pubblicità, ma di quello che può arrivare dai follower attraverso meccanismi di raccolta fondi online, su singoli progetti come il crowfunding. [...]

Nota di BastaBugie: il seguente video di Luca Donadel racconta le clamorose fake news di Repubblica, Corriere della Sera (ed Emanuele Fiano) che rilanciano in internet ''Neonazisti ai comizi della Lega''... ma, ovviamente, è tutto falso.


https://www.youtube.com/watch?v=_24w5h_GIOA

LE ONG VANNO A PRENDERE IN LIBIA I CLANDESTINI PER PORTARLI IN ITALIA (E FANNO AUMENTARE I MORTI IN MARE)
Il video di Luca Donadel, rilanciato da Striscia la notizia, è stato visto da mezzo milione di persone, ma ora è attaccato da tv e giornali, anche ''cattolici'' (VIDEO: La verità sui migranti)
di Chiara Giannini
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4684

10 MINUTI SULL'ISLAM
Il video sull'islam di Luca Donadel è veramente incisivo e molto lucido sulla situazione reale. Da non perdere. E da diffondere.
https://www.youtube.com/watch?v=fieiF2D_v_M

Fonte: Italia Oggi, 26 agosto 2017

5 - E' LA SOMMA CHE FA IL TOTALE (COME DICEVA TOTO')
La Verità è una sola e non vi sono altre possibilità (ad es. il tempo scorre e conduce all'eternità e non al nulla)
Autore: Corrado Gnerre - Fonte: Il settimanale di Padre Pio, 11 agosto 2013

Totò amava dire: «È sempre la somma che fa il totale». Una frase che non sembra affermare nulla, fastidiosamente lapalissiana, che dice una banalità, qualcosa di scontato... eppure esprime un dato a cui non sempre si pensa. C'è spesso una distanza tra ciò che è consolidato nel buon senso e ciò che invece guida la vita e la mentalità degli uomini. Se gli uomini vivessero sempre secondo ciò che è razionalmente evidente, tanti problemi non ci sarebbero; la questione è invece che l'uomo tende a dimenticare l'evidenza delle cose per convincersi di ciò che gli fa più comodo e quindi strutturare la sua esistenza proprio su ciò che immagina e non su ciò che riconosce. Ma Totò giustamente dice: «È sempre la somma che fa il totale». Per dire: è inutile che ci si illude, si può pensare quello che si vuole, si può immaginare tutto e il contrario di tutto... ma alla fine è sempre la realtà delle cose che viene fuori e da questa nessuno può prescindere.
Il "totale" si fa dopo; prima si mettono in colonna le varie cifre e poi si sommano, si tira la linea e zac... si calcola il totale; totale che raccoglie tutte le cifre precedenti, nessuna esclusa. La vita è così, non altro... anzi, visto che stiamo parlando di calcoli: la vita è così, né più né meno. Possiamo lavorare di fantasia, intraprendere voli pindarici, immaginare il possibile e l'impossibile, ma è così: né più né meno... perché è sempre la somma che fa il totale.

IL TEMPO CHE SCORRE
La vita è il tempo che trascorre, ma per andare dove? E qui sta il punto. O il tempo è indirizzato verso l'eternità oppure verso il nulla; da qui non si scappa, oltre queste due possibilità non ve ne è una terza.
L'uomo di oggi tende a costruire la sua vita sulla seconda possibilità, credendo cioè che tutto sommato il tempo è uno scorrere senza senso e che alla fine si chiuderanno gli occhi definitivamente per naufragare nel nulla assoluto. Certo, sul piano teorico, l'uomo di oggi riconosce ancora un senso, forse si crede ancora convinto che ci sarà una vita dopo la morte; ma praticamente agisce come se così non fosse; è quell'ateismo pratico di cui si sente tanto parlare: vivere come se Dio non esistesse.
Ma - diciamocelo francamente - il tempo o è apertura all'eternità o è una sorta di maledizione. Se si va verso il nulla, se il tempo è uno scorrere di attimi che avvicinano all'abisso, noi, ad ogni anno che passa, dovremmo scambiarci le condoglianze e non gli auguri. È passato un altro anno, che bello! Ma perché? Che senso ha? Dobbiamo essere allegri perché ci avviciniamo al dissolvimento? Ma siamo seri.
Altra cosa è se ci convinciamo di ciò che è invece evidente sul piano razionale e cioè che il tempo non è indirizzato verso il nulla bensì verso l'eternità; che la nostra vita non finirà, che ci potrà attendere una pienezza di cui abbiamo avuto sentore nella vita terrena ma che poi si potrà incontrare pienamente solo nella vita ultraterrena, che dovremo rendere conto di tutto perché... è sempre la somma che fa il totale.

BISOGNA GUARDARE ALL'ALTRO MONDO SE SI VUOLE MIGLIORARE QUESTO
Buon senso imporrebbe che a maggior ragione i cattolici siano testimoni di questa convinzione, siano chiari segni di questa speranza... e invece non sembra proprio così. Certo non siamo proprio ai livelli del reverendo protestante Klaas Hendrikse che amministra il servizio domenicale nella chiesa olandese di Gorinchem e che sostiene non solo che Gesù non sia veramente risuscitato ma che non ci sarebbe vita dopo la morte; dicevo: non siamo proprio a questi livelli che sembrano sfiorare il piano della dissociazione psichiatrica, ma ci andiamo molto vicini. La preoccupazione dominante oggi in molti cattolici è solo la soluzione dei problemi di questo mondo e pochi parlano che prima di tutto bisogna guardare all'altro mondo se si vuole migliorare questo.
I santi insegnano che bisogna guardare il Cielo per capire la terra; oggi non è che si sente predicare il contrario (bisogna guardare la terra per capire il Cielo), né si afferma che la terra si capisce con la terra, si arriva addirittura ad affermare che meno si pensa al Cielo più si capisce la terra. Il teologo, sedicente "cattolico", Vito Mancuso scrive nel suo L'anima e il suo destino: «Il principale obiettivo di questo libro consiste nell'argomentare a favore della bellezza, della giustizia e della sensatezza della vita, fino a ipotizzare che da essa stessa, senza bisogno di interventi dall'alto sorga un futuro di vita personale dopo la morte». Dunque, se le parole hanno un senso, l'uomo salva se stesso; il che vuol dire che la terra si capisce con la terra e che "guardare il Cielo" sarebbe una sorta di optional, c'è o non c'è fa lo stesso... anzi meglio che non c'è. [...]

Nota di BastaBugie: nel seguente video una scenetta tratta da un film di Totò alla quale si accenna nell'articolo.


https://www.youtube.com/watch?v=IGAhH3ZWink

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, 11 agosto 2013

6 - DISNEY FESTEGGIA L'ORGOGLIO GAY
Altre notizie dal mondo gay (sempre meno gaio): a Roma un asilo abolisce le feste del papà e della mamma, mamma e mamma atto illegittimo dell'Appendino, diocesi di Torino critica la registrazione di due mamme
Fonte Corrispondenza Romana, 30 aprile 2018

Disgustoso, ora, per "celebrare" il sedicente "orgoglio-gay", anche i negozi Disney hanno varato una linea di merchandising a tema, come le orecchie "arcobaleno" di Topolino o le spille Lgbt da collezione. Il che non deve tuttavia più di tanto stupire: secondo quanto denunciato dall'agenzia d'informazione InfoCatólica, la Disney avrebbe più volte ospitato i «Gay Days» annuali non ufficiali a Disneyland e Disneyworld, suscitando critiche anche nello stesso mondo Lgbt.
Si tenga presente che durante i «Gay Days» sono previsti appuntamenti come fetish party quali il concorso per l'elezione di «Mr. Leather» oppure il «Bingo Porno XXX» ed altri eventi con nudi almeno parziali. La Disney in questi anni ha compiuto anche notevoli sforzi per "normalizzare" l'omosessualità tra i bambini anche attraverso la propria programmazione televisiva, genitori attenti! Ad esempio, con la serie I Fosters, andata in onda per cinque stagioni, dal 2013 al 2018, su ABC Family e ABC Spark in Canada. Questa serie è stata creata da Bradley Bredeweg e Peter Paige, dichiaratamente omosessuali: nella prima stagione segue le vicende della sedicente "famiglia" Foster, una coppia di lesbiche con bimbi biologici e adottati; nella seconda stagione, passa dall'omosessualità adulta a quella infantile: Jude, l'ultimogenito 14enne, bacia Connor, l'amico di scuola, che lo ha difeso quando fu vittima di episodi di bullismo.
Altra coppia lesbica nel 2014 nel corso del programma Buona fortuna Charlie, realizzato dalla Disney Channel. Nel 2015 la Walt Disney Company ha dato sostegno ad oltre 379 società, che premono sulla Corte Suprema degli Stati Uniti, affinché rimuova qualsiasi veto statale al "matrimonio" gay. Nel 2016 ecco un'altra coppia omosessuale nel cartone animato Gravity Falls, trasmesso da Disney Channel, quella dello sceriffo Blubs e del deputato Durland. Così ha dichiarato il creatore del programma, Alex Hirsch, circa i colloqui avuti in merito con la censura della Disney: «Sostanzialmente hanno ammesso che non v'erano buone ragioni per cambiarlo, però avevano "ricevuto lamentele da diversi genitori omofobi e preferivano evitarsi i mal di testa». Arrendersi, però, a suo giudizio, avrebbe significato essere «fondamentalmente ostaggi degli intolleranti», "rovinare" il prodotto, quando «il peggio che può succedere è ricevere qualche lettera. A chi importa?». È chiaro come, con tali premesse, la strategia ormai sia più che chiara...

Nota di BastaBugie: ecco altre notizie dal gaio mondo gay (sempre meno gaio).

ROMA: ASILO ABOLISCE LE FESTE DEL PAPÀ E DELLA MAMMA
In un asilo romano le pressioni di una coppia omosessuale hanno portato all'abolizione delle feste del papà e della mamma, sostituite da una generica e politically correct "festa delle famiglie". Il 12 maggio, nella seconda domenica del mese, quando, come da tradizione, in tutto il mondo si celebrerà la festa della mamma, i bambini dell'asilo Chicco di Grano nel quartiere Ardeatino a Roma non potranno dunque festeggiare la loro mamma per non "discriminare" il loro compagno che una mamma non ce l'ha in quanto "figlio" di due papà.
Tale decisione ha suscitato le sconcertate proteste dei genitori che, attraverso l'associazione Articolo 26, hanno rivolto una protesta formale contro i vertici dell'asilo inviando un reclamo al municipio e sottolineando come la scelta di eliminare le tradizionali feste del papà e della mamma sia una "discriminazione al contrario presa dopo le pressioni di una coppia omosessuale".
Pronta la replica del Municipio che - ha fatto sapere l'associazione Articolo 26 - ha difeso la scelta della scuola "facendo intendere che le due secolari celebrazioni sono ideologiche e divisive e quindi ormai da cancellare con una più inclusiva festa delle 'famiglie'". Per Articolo 26 si tratta di "una risposta grottesca poichè è divisivo ledere i diritti di tutti gli altri genitori e bambini ed è ideologico cancellare i massimi simboli dell'umanità, di cui fanno parte sia i due genitori omosessuali, anch'essi nati da uomo e da donna, sia i loro bambini".
La risposta del Municipio secondo cui tali feste sarebbero ormai da cancellare in quanto non più "rappresentative" della complessa società odierna mette a nudo le reali e tangibili conseguenze a cui la nostra società va inevitabilmente incontro legiferando a favore dei cosiddetti "diritti lgbt". Introdurre la legge sulle unioni civili nel nostro ordinamento non è, in alcun modo, un atto neutrale che si limita ad allargare la sfera dei diritti ma è un passo determinante che rivoluziona e sconquassa irrimediabilmente i cardini fondamentali e naturali della nostra società.
(Rodolfo de Mattei, Osservatorio Gender, 29 aprile 2018)

MAMMA E MAMMA ATTO ILLEGITTIMO DELL'APPENDINO
Chiara Foglietta, consigliera comunale del Pd a Torino, e la sua compagna Micaela Ghisleni volano in Canada e lì la Foglietta si sottopone a fecondazione eterologa per avere un bebè.  Tornano in Italia e il bambino nasce all'ospedale Sant'Anna. A quel punto la coppia chiede che il neonato venga riconosciuto come figlio legittimo di entrambe le donne. L'ufficiale di stato civile oppone un giusto diniego. Infatti, solo le coppie di sesso differente possono accedere alle pratiche di fecondazione artificiale ex lege 40/2004, non le coppie omosessuali né i single o le single. Inoltre, la modulistica degli uffici dell'anagrafe di Torino è ferma al 2002 e quindi non contempla nemmeno le procedure di fecondazione extracorporea. L'anagrafe quindi suggerisce alla Foglietta, madre biologica del bambino, di dichiarare che il bebè è nato a seguito di un rapporto sessuale e il padre non vuole riconoscere il figlio. Questa menzogna risolverebbe perlomeno il riconoscimento del figlio a favore della Foglietta, ma l'altra compagna comunque non potrebbe figurare come seconda madre.
La coppia non ci sta e chiama in causa l'amministrazione del sindaco Chiara Appendino la quale ieri, con un colpo di mano e in barba alle leggi italiane, riconosce il minore come figlio di entrambe le donne. Si badi bene: non si tratta di stepchild adoption, ossia dell'adozione da parte della Ghisleni del figlio naturale della Foglietta, bensì del riconoscimento del bambino come figlio legittimo di entrambe. E' come se anche la Ghisleni avesse partorito il bambino. E' la prima volta che accade in Italia con queste modalità. Nel recente passato ci sono stati alcuni casi in cui tale riconoscimento di doppia omogenitorialità era avvenuto all'estero e poi, per ordine del giudice, si era proceduto alla ricezione della legittimazione qui in Italia. Tra parentesi, l'Appendino, oltre al riconoscimento a favore della coppia lesbica di cui sopra, ieri ha proceduto a riconoscere anche i figli di altre due coppie gay, la cui doppia genitorialità però era già stata riconosciuta all'estero. Il caso invece della Foglietta e della Ghisleni è differente perché tale riconoscimento estero non c'è stato. Quindi l'Appendino non ha proceduto ad una ricezione di un atto legale straniero, ma si è mossa in piena autonomia senza neppure l'intervento di un giudice.
L'atto è illegittimo perché la legge italiana non prevede questo tipo di filiazione, esclusa addirittura dalla stessa legge Cirinnà che ha reso legittime le Unioni civili. Lo sa bene la prima cittadina Chiara Appendino che infatti da Facebook, qualche giorno fa, non faceva mistero delle sue intenzioni poco legali: "Per la prima volta la Città di Torino si trova dinnanzi a casi inediti di nuove forme di genitorialità che richiedono del tutto legittimamente il riconoscimento di quella che per loro è una famiglia, intesa come luogo fisico ed emotivo in cui due o più persone si amano e costruiscono insieme il futuro proprio e dei propri figli. Da mesi stiamo cercando una soluzione compatibile con la normativa vigente. Dopodiché la nostra volontà è chiara e procederemo anche forzando la mano, con l'auspicio di aprire un dibattito nel Paese in tema di diritti quanto mai urgente". Insomma, se il pertugio legislativo c'è bene, altrimenti procederemo per la nostra strada. Sulla stessa lunghezza d'onda la consigliera comunale Pd Maria Grazia Grippo, vicepresidente della Commissione Diritti e Pari Opportunità della Città di Torino: "Questa situazione, in cui Chiara e Micaela non sono le uniche a trovarsi, impone una presa di posizione politica e non può essere scaricata sugli uffici o peggio sul bambino". Che tradotto significa: se anche la legge vietasse questo tipo di riconoscimento, politicamente non obbediremo.
Questa vicenda torinese, unita ad altre simili che hanno visto il riconoscimento della doppia omogenitorialità, ha impresso un'accelerazione notevole al tema. Varata la legge Cirinnà nel maggio del 2016 ci fu uno scontro al calor bianco nemmeno sull'adozione a favore delle coppie omosessuali, ma "solo" sulla stepchild adoption. A distanze neanche di due anni, la questione "stepchild sì - stepchild no" appare ampiamente superata e ormai due uomini o due donne possono tranquillamente figurare sullo stato di famiglia come genitori legittimi di bambini avuti in provetta. Come più volte abbiamo sottolineato, relativamente alla disciplina giuridica delle materie eticamente sensibili, ormai le aule parlamentari si trovano sparse un po' in tutta Italia, a volte nei tribunali e a volte nelle sale consiliari. Al Parlamento starà poi solo registrare in una legge la prassi giudiziaria e di carattere amministrativo ormai in uso nello stivale.
(Tommaso Scandroglio, La Nuova Bussola Quotidiana, 24 aprile 2018)

DIOCESI DI TORINO CRITICA LA REGISTRAZIONE DI DUE MAMME LESBICHE
Qualche giorno fa il sindaco Appendino ha registrato un bambino come figlio di due "madri" lesbiche. Ora la procedura, che è contra legem, è al vaglio della prefettura.Nel frattempo la diocesi di Torino scende in campo e critica la decisione della Appendino e lo fa attraverso il settimanale diocesano "La Voce e il Tempo" di cui riportiamo qualche stralcio.
 "Lascia davvero sconcertati lo strappo operato lunedì scorso dall'Amministrazione torinese rispetto alle leggi che regolano l'Anagrafe e lo Stato Civile: il sindaco Appendino ha deciso di 'forzare la mano' - parole sue - e registrare un neonato come 'figlio' di due mamme. Le norme anagrafiche non consentono questo tipo di registrazione. Neanche la Legge Cirinnà sulle unioni civili ha modificato questo punto. E allora ci domandiamo: a cosa servono le decisioni del Parlamento, se le altre Istituzioni dello Stato poi non le riconoscono? [...]
Il magistero non si stanca di affermare che ogni bambino - per crescere in modo sereno ed equilibrato - ha il bisogno primario di avere un padre e una madre. La considerazione massima, realmente partecipe al dolore di coloro che vorrebbero un figlio e non l'hanno, deve fermarsi di fronte al bisogno fondamentale dei piccoli. Di qui la valutazione contraria alla legalizzazione dei bambini con due mamme o due papà; il desiderio di maternità, come altri desideri della vita, non è realizzabile ad ogni costo. [...] Non si tratta di andare 'contro il progresso', qualunque esso sia. Ma di ricordare che non sono le norme sociali a cambiare la struttura, anche quella biologica, della persona umana".
(Gender Watch News, 27 aprile 2018)

Fonte: Corrispondenza Romana, 30 aprile 2018

7 - IDENTITA' DA DIFENDERE, MA SOLO QUELLA DEGLI IMMIGRATI
Il quotidiano Repubblica difende l'identità (in genere musulmana) delle comunità degli stranieri, sputando sull'identità degli italiani
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero, 29 aprile 2018

D'improvviso la parola "identità" - che da tempo viene evocata con ostilità (se non con disprezzo) ed è considerata sospetta di xenofobia e addirittura di razzismo - torna ad essere buona.
E' accaduto ieri su "Repubblica". A pagina 17 si poteva leggere questo titolo: "La rabbia delle famiglie arabe: 'Non date i nostri figli ai cristiani' ". Si parla del problema dell'affido di minori provenienti da famiglie immigrate. A fianco dell'articolo c'è un commento di Chiara Saraceno, grande sacerdotessa del "politically correct".
In questo caso la Saraceno fa una strenua difesa dell'identità. Spiega che per "un bambino che deve essere allontanato dalla sua famiglia per essere accolto temporaneamente da un'altra", oltre al trauma e alle questioni connesse alla nuova situazione, si pone anche il problema dell' "identità del minore coinvolto".
La Saraceno afferma: "la lingua madre, la cultura del gruppo di appartenenza, la religione fanno parte di questa identità... Prima che di un diritto dei genitori a che il figlio/a non venga collocato in affidamento presso famiglie di etnia e/o religione diversa dalla propria, è un diritto del bambino alla propria continuità identitaria".
Addirittura parla di "etnia", cosa che - se evocata per noi italiani - come minimo costa l'accusa di etnocentrismo, se non peggio.

VALORI DA DIFENDERE, MA SOLO PER GLI IMMIGRATI
Non entro nel merito del problema degli affidi, ma viene da chiedersi: l'identità, l'etnia e la continuità identitaria sono valori da preservare e difendere solo quando si parla di immigrati?
Perché quando si parla degli italiani, dei nostri figli e del nostro Paese, diventano categorie deteriori considerate con biasimo ed enorme sospetto?
Il Giornalista Collettivo e l'Intellettuale Collettivo non celebrano ormai da tempo il cosmopolitismo che spazza via le identità (nazionali, etniche e religiose) facendoci "cittadini del mondo" sulle note di "Imagine" di John Lennon? Ricordate? "Imagine there's no countries... And no religion too"...
Dopo mesi e anni di retorica antinazionale e anti-identitaria si scopre che gli immigrati hanno diritto alla "continuità identitaria". E gli italiani no?
Oltretutto, sollevando questo problema (che è vero), si scopre che l'immigrazione non è affatto una banale festicciola cosmopolita e buonista dove tutti si abbracciano e si sentono identici figli dei fiori, come la narrazione ufficiale ha ripetuto fino allo sfinimento, ma pone colossali problemi relativi alla convivenza in Italia di diverse identità culturali, religiose ed etniche che vogliono restare tali.

LA QUESTIONE IDENTITARIA È CENTRALE
Sempre ieri su "Repubblica" è uscito un altro articolo sorprendente, del tutto fuori linea rispetto ai dettami del pensiero unico e alla predicazione del Giornalista Collettivo.
Ma il suo autore - Alberto Asor Rosa - può permetterselo per l'autorevolezza del suo nome nel campo della cultura letteraria e nel mondo intellettuale della Sinistra italiana.
Asor Rosa prende di petto una decisione del Miur, il ministero dell'Università e della Ricerca scientifica guidato dal ministro Fedeli.
Per i "Progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale" che concorrono ai finanziamenti - dice il ministero - "la domanda è redatta in lingua inglese" e solo se si vuole "può essere fornita anche una ulteriore versione in lingua italiana".
Cosicché "l'immensa mole della ricerca scientifica universitaria italiana" argomenta Asor Rosa "per esprimersi ed essere riconosciuta nella sua validità, deve esprimersi, per farsi riconoscere, in lingua inglese".
Il critico ironizza su questa stupefacente prescrizione e ne contesta la validità non solo per la ricerca in campo umanistico-letterario, ma anche per le altre discipline, scientifiche, tecniche o giuridiche.
Perché infatti si dovrebbe sostituire la nostra lingua nazionale con l'inglese in un atto pubblico di questo genere?
Per facilitare eventuali commissari che non conoscono l'italiano? Ma in questo caso - suggerisce Asor Rosa - si sarebbe dovuto prescrivere l'opposto: la domanda va fatta in italiano (come sarebbe ovvio) ed eventualmente integrata da una versione nella lingua più attinente alla ricerca.

LA LINGUA RAPPRESENTA UNA CULTURA
Sembra una questione banale, ma non è così. C'è in gioco molto. E' il sintomo di una subalternità culturale nefasta. La lingua rappresenta infatti una cultura e un'identità nel mondo e nella storia.
Asor Rosa sottolinea che "una lingua è uno strumento di informazione e di comunicazione", ma - aggiunge - "è anche uno strumento identitario, anzi lo strumento identitario più possente che esista. Ossia: uno è la lingua che parla. Se non la parla, non la legge e non la scrive più, l'identità va a farsi benedire. E, naturalmente, se, come penso, il fenomeno va generalizzandosi, è evidente che il rischio è ancora maggiore".
Si può essere d'accordo o no con Asor Rosa (io sono d'accordissimo), ma di certo questo è un perfetto ragionamento "identitario" di quelli che - se fossero formulati da un Matteo Salvini o da una Giorgia Meloni - verrebbero fulminati con disprezzo dalla pubblicistica dominante come "nazionalisti", provinciali e "sovranisti".
Asor Rosa per una vita ha studiato la nostra letteratura e la nostra cultura nazionale e conosce le conseguenze (anche politiche) di una colonizzazione culturale che può portare alla disintegrazione dell'identità italiana. Non a caso il suo articolo ha un titolo insolito per "Repubblica", ovvero: "La ricerca succube dell'inglese".
I tempi sono tali che bisogna essere grati ai vecchi intellettuali provenienti dal marxismo come Asor Rosa per questo semplice ragionamento di buon senso. Speriamo che faccia riflettere.

Fonte: Libero, 29 aprile 2018

8 - LETTERE ALLA REDAZIONE: IL FALLIMENTO DI DARWIN E DELL'EVOLUZIONISMO
Condividiamo il 98% dei nostri geni con le scimmie, ma abbiamo anche il 97,5% di DNA dei topi e il 95% della fragola (VIDEO: La teoria dell'evoluzione è una frode)
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie, 3 maggio 2018

Gentilissima redazione di BastaBugie,
ho comprato il Dizionario elementare di apologetica da voi pubblicizzato in un vostro articolo (clicca qui).
Il volume è senz'altro validissimo, si legge con piacere, smentisce motivatamente molti luoghi comuni e leggende; non si può che consigliarne l'acquisto. Non è comunque esente da pecche, che vi segnalo. Chissà che in una prossima edizione se ne tenga conto.
Innanzitutto, come quasi sempre avviene con gli editori italiani, non include l'indice dei nomi, cosa a mio avviso gravissima per un'opera che contiene una notevole mole di riferimenti, citazioni e bibliografia. Manca anche l'elenco delle citazioni bibliche e delle sigle usate. Mi sarebbe piaciuto vedere la voce "Antico Testamento" per confutare l'andazzo attuale che tende a considerare più o meno cattivo il Dio Padre di Gesù.
Ma, secondo me, la pecca più grande è quella che si registra nella voce "Evoluzionismo" che è trattata molto male. Cercherò di esprimere il mio parere il più sinteticamente possibile.
Nel dizionario si afferma che "Per evoluzione si deve infatti intendere il fatto, testimoniato dai ritrovamenti fossili, che nella storia della terra si siano succedute specie differenti." In realtà qui l'unico fatto sono i fossili; il resto è solo interpretazione, peraltro errata, visto che possono essere il risultato delle stratificazioni rapide causate dal Diluvio Universale che colpì prima gli esseri piccoli non in grado di fuggire e poi quelli più grandi.
Inoltre si afferma che l'evoluzionismo sarebbe conciliabile con la Bibbia. Ma questo non è possibile, infatti se per assurdo l'evoluzione delle specie fosse vera la morte sarebbe esistita già da tempo prima di Adamo e allora anche il dogma del peccato originale sarebbe senza senso. Infatti la morte non è stata creata da Dio (altrimenti Dio sarebbe sia buono che cattivo). La morte, anche quella degli animali, è conseguenza del peccato degli uomini, ma se gli animali morivano anche prima del peccato degli uomini, l'unica alternativa sarebbe che esiste anche un peccato originale degli animali, ma questo è assurdo perché gli animali non possono fare che seguire l'istinto e quindi non possono fare scelte morali sbagliate... E ovviamente, se il peccato originale non è la causa della morte, cade tutta la dottrina cattolica e la Bibbia diventa un libro di favole.
Il dizionario poi non dice che, come invece ampiamente dimostrato, la stragrande maggioranza delle mutazioni non è per niente selezionata: il risultato è che quando se ne sono accumulate a sufficienza il degrado è ormai irreversibile
Inoltre credo sia ingannevole parlare di età dell'universo necessaria perché le mutazioni casuali possano determinare l'evoluzione:
a) quelli viventi sono sistemi irriducibilmente complessi e non possono essere costruiti con piccoli passi casuali
b) di fatto il secondo principio della termodinamica (quello che descrive il degrado che possiamo osservare ovunque) impedisce l'accumulo di informazioni incredibilmente sofisticate come quelle osservate negli esseri viventi
La voce del dizionario inoltre non menziona il fatto che è geneticamente dimostrato che tutti gli uomini discendono da un uomo e una donna (monogenismo, approvato da Pio XII) vissuti qualche migliaio di anni fa (questo è un dato molto significativo che non contraddice, ma anzi, rafforza il racconto della Genesi).
Il dizionario poi afferma che solo l'1% del DNA umano è diverso da quello di uno scimpanzé, nonostante questo sia vero solo in parte perché dipende da quale DNA si considera. Ad esempio se si considera anche il DNA erroneamente definito junk solo perché non codifica proteine, ma fa altro che appena si conosce ed allora si parla di una differenza con la scimmia del 20%. E comunque il DNA umano è al 50% come quello di una banana, giusto per puntualizzare il valore relativo di queste somiglianze che possono indurre in errore.
Insomma per concludere, secondo me sarebbe stato onesto citare anche la descrizione delle posizioni dei creazionisti per la terra giovane come ad es. descritte dal sacerdote cattolico Warkulwiz in The doctrines of Genesis 1-11: A compendium and defense of traditional Catholic theology on origins- iUniverse 2007 che si può comprare su Amazon. Purtroppo è in inglese, ma abbastanza facile da comprendere se si conosce anche la teologia cattolica.
Infine vorrei segnalare anche qualcosa sulla voce "Metodo scientifico" la quale menziona ripetutamente il Big Bang, che alimenta il mito dei "milioni di anni" che è una teoria in forte discredito visto che incompatibile con molti fenomeni, (si veda Ken Ham, La menzogna: Evoluzione/Milioni di anni - Edizioni CLC - 2016; è in lingua italiana ed anche questo è acquistabile su Amazon).
Cari amici di BastaBugie, spero accetterete questo mio contributo per il miglioramento di un'opera già di per se buona come il dizionario di apologetica, che comunque resta da consigliare. Solo mi dispiace che un'opera così preziosa nell'attuale battaglia culturale, abbia quelle imprecisioni (sia teologiche che scientifiche) che mi sono permesso di segnalarvi sinteticamente.
Giovanni

Caro Giovanni,
sono senz'altro d'accordo con te nell'apprezzare il Dizionario Elementare di Apologetica che noi da subito abbiamo ampiamente pubblicizzato.
Mi riservo di rispondere per bene alla questione che poni una volta che avrò letto i due libri che hai consigliato per approfondire un argomento così delicato, ma altrettanto importante per ogni buon cattolico.
Nel frattempo mi preme segnalarti l'articolo, in merito alla questione del condividere il 98% dei nostri geni con le scimmie, che è stato pubblicato sul giornalino Junior T che proviene dagli stessi che hanno compilato il Dizionario Elementare di Apologetica (T sta per Timone).
Ecco l'articolino completo al termine del quale trovi un video che spero possa interessarti, dal titolo "La teoria dell'evoluzione è una frode".
Giano Colli

GLI UOMINI SONO UGUALI ALLE SCIMMIE? PROPRIO NO!
Nel sangue abbiamo una specie di "carta d'identità" che si chiama DNA o patrimonio genetico. È vero che condividiamo:
il 98% dei nostri geni con le scimmie, ma abbiamo anche
il 97,5% di DNA come quello dei topi,
il 95% dei nostri geni sono simili a quelli della fragola,
l'80% del nostro DNA è lo stesso di un verme di 1 mm (il Caenorhabditis elegans),
il 50% il nostro patrimonio genetico è condiviso con quello della banana.
Gli scienziati non credenti, convinti che siamo delle scimmie più evolute, dovrebbero anche dire che siamo simili a dei grandi topi, un po' di fragole e persino banane. Si rischia di essere ridicoli.
Eppure Danilo Mainardi, famoso studioso di animali e presidente dell'Unione Ateo Agnostici Razionalisti (persone che hanno cancellato Dio dalla loro vita), in un recente articolo sugli scimpanzé, ha scritto che essi soffrono tanto quanto l'uomo poiché abbiamo il 98% dei geni in comune con loro.
A questo punto moltissimo esseri viventi possono essere considerati importanti come l'essere umano, in realtà l'unico a essere considerato a immagine e somiglianza di Dio, con un'intelligenza e un'anima in grado di metterlo in comunicazione con il suo Creatore e Padre. Ma potranno mai una fragola o un'ostrica avere pari dignità e valore di un bambino?
Fonte: Junior T, febbraio 2016 (n. 30).


VIDEO: LA TEORIA DELL'EVOLUZIONE È UNA FRODE



https://www.youtube.com/watch?v=Ge1H7my_40Y

Fonte: Redazione di BastaBugie, 3 maggio 2018

9 - OMELIA VI DOMENICA PASQUA - ANNO B (Gv 15,9-17)
Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi
Fonte Il settimanale di Padre Pio

Quando si parla di amore, ci si riferisce normalmente a quello che dobbiamo avere verso Dio e verso il prossimo. Oggi, il brano evangelico, che segue immediatamente alla parabola della vite e dei tralci, letta domenica scorsa, fissa invece l'attenzione sull'amore che Dio ha per noi e lo propone come sorgente e modello di quello che noi pure dobbiamo a Lui e ai fratelli.
«Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi» (Gv 15,9). Queste parole, scaturite dalle labbra e dal Cuore di Gesù, sono tra le più belle di tutto il Vangelo. Esse ci fanno comprendere tutta la grandezza dell'amore di Gesù per noi. Con lo stesso amore con cui è amato dal Padre, Gesù ama ciascuno di noi in particolare. Gesù stabilisce il confronto dell'amore suo verso di noi con quello che ha per Lui il Padre: è un amore veramente divino, senza limiti. Non sarebbe stato possibile dare una definizione più elevata di questa per farci comprendere di quale estensione e portata sia l'amore di Cristo per noi e per aiutarci a dissipare le eventuali obiezioni contro l'amore di Dio che sorgono talvolta dal nostro fondo di peccatori.
E Gesù ci dice: «Rimanete nel mio amore» (Gv 15,9). Rimanere nell'amore di Dio comporta una conseguenza pratica: l'osservanza dei Comandamenti. Chi deve rimanere nella corrente dell'amore divino è tutto l'uomo: non solo la mente, ma anche la volontà, decisa a conformarsi al Volere divino. Non può infatti esservi amore autentico e sincero se non c'è una piena adesione della volontà dell'uno a quella dell'altro: è solo dalla fusione delle due volontà che sorge l'amore. Perciò amare Dio e non osservare i suoi Comandamenti è una vera e propria contraddizione. Gesù lo dice molto chiaramente: «Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore» (Gv 15,10).
Viene dunque da sé che chi cerca il Signore è sempre disposto ad osservare i suoi Comandamenti. Dio, che è amore, come ci ricorda san Giovanni nella seconda lettura, non può non desiderare quello che è bene per ciascuno di noi. I suoi precetti sono perciò la via migliore, anzi l'unica, perché noi raggiungiamo il vero nostro bene definitivo ed eterno. Anche su questo punto Gesù si richiama al paragone del suo amore verso il Padre. Anche Egli ha dimostrato il suo amore al Padre con l'osservanza dei Comandamenti del Padre suo e lo ha fatto con ubbidienza assidua e perfetta. Così Egli invita a fare anche noi, mostrandoci il suo esempio. L'imitazione di Cristo è infatti la grande strada che il cristiano è chiamato a percorrere ed è, nonostante le apparenze, la fonte della massima gioia. Lo conferma Gesù: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11).
A questo punto Gesù estende la sua esortazione passando all'amore del prossimo. E se anche per questo occorre un modello, eccolo pronto: «Come io vi ho amati» (Gv 15,12). Il modello da imitare è sempre di natura divina: è Cristo stesso, colui che sa e può veramente amare nel senso più pieno della parola. Come io vi ho amati: e qui dobbiamo pensare alla nostra Creazione, alla Redenzione, al Sacrificio di Cristo per noi, a tutti i doni di cui ci rende partecipi.
I caratteri di questo amore disinteressato e senza limiti devono costituire l'esempio da seguire da parte di noi tutti. Ed è così che l'amore verso il prossimo diventa la perfetta imitazione di quello di Cristo e la norma suprema della vita dei suoi discepoli.
L'esortazione va così a colpire il punto centrale: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13). Questa misura straordinaria dell'amore costituisce il supremo vertice a cui dobbiamo tendere anche nelle circostanze ordinarie della vita. L'amore deve essere disinteressato al massimo per meritare di chiamarsi amore cristiano.
Nella seconda lettura di oggi abbiamo la più bella definizione di Dio, se di definizione possiamo parlare. L'apostolo san Giovanni scrive che «Dio è amore» (1Gv 4,8). In questa piccola frase è racchiuso tutto il Mistero divino. E noi, creati a immagine e somiglianza di Dio, siamo chiamati innanzitutto ad amare, siamo chiamati a riflettere l'amore del nostro Creatore nell'amore fraterno. Comunemente si dice che il simile conosce il simile, che solo l'amore può conoscere l'Amore. Pertanto si comprende molto bene che quanto più amiamo, tanto più riusciremo a conoscere Dio e a farlo conoscere a chi ci sta intorno. Per questo motivo, i Santi parlavano di Dio anche senza aprir bocca: tutta la loro vita era una predica vivente. San Giovanni scrive inoltre che «chi non ama non ha conosciuto Dio» (1Gv 4,8), proprio perché Dio è amore.
La Vergine Immacolata, Madre del Risorto, ci ottenga dal Figlio suo il bene inestimabile del puro e santo amore!

Fonte: Il settimanale di Padre Pio

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