BastaBugie n°575 del 05 settembre 2018

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1 A MILANO L'INCONTRO TRA VIKTOR ORBAN E SALVINI, I DUE UOMINI PIU' ''CATTIVI'' D'EUROPA
Il premier ungherese corregge il segretario della Lega: ''L'obiettivo non è ricollocarli in altri stati europei e non basta lo stop agli immigrati clandestini, ma vanno rimandati a casa quelli già arrivati''
Autore: Stefano Magni - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
2 INTERVISTA ALL'ARCIVESCOVO VIGANO' DOPO LA PUBBLICAZIONE DEL SUO DOSSIER
L'ex nunzio ha raccontato un piccolo tassello di un vasto fenomeno (non solo di questi ultimi anni) che mostra quanto la lobby gay abbia preso il controllo
Autore: Aldo Maria Valli - Fonte: Blog di Aldo Maria Valli
3 LE 7 VIRTU' PER ESSERE ATTRAENTI PER LE DONNE
Il libro di Roberto Marchesini è una scommessa per riscoprirsi cavalieri nel mondo moderno (VIDEO: Consigli per fidanzati e sposi)
Autore: Gelsomino Del Guercio - Fonte: Aleteia
4 COME PREPARARE I BAMBINI ALLA CONFESSIONE
Occorre tornare a insegnare il catechismo con la sana dottrina di sempre (che include l'esame di coscienza, il timor di Dio, i peccati mortali e l'esistenza dell'inferno)
Autore: Nili Santoro - Fonte: Confederazione Triarii
5 HUMANAE VITAE: ENCICLICA CORAGGIOSA, MA NON PROFETICA
Intervista allo storico Roberto de Mattei su luci e ombre dell'enciclica di Paolo VI (che subì attacchi così violenti da non scriverne più nei restanti 10 anni di pontificato)
Autore: Diane Montagna - Fonte: Corrispondenza Romana
6 MEETING DI RIMINI 2018: IL DIALOGO CON L'ISLAMISMO CHE PORTA ALL'AUTODISTRUZIONE
Il segretario della Lega musulmana al Meeting di CL dimostra a che punto è l'infiltrazione islamica in Europa... e quanto poco gli europei se ne siano accorti
Autore: Souad Sbai - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
7 LEGGETE HEIDI AI VOSTRI FIGLI... QUELLA VERA, NON IL CARTONE ANIMATO GIAPPONESE
Un bel libro per la lettura familiare che insegna a vedere la bellezza e il positivo che ci circonda
Autore: Andrea Carabelli - Fonte: Tempi
8 VI DESCRIVO DA GIORNALISTA L'INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE A DUBLINO
La situazione è grave se anche nella Chiesa la lobby gay riesce a dettare l'agenda così spudoratamente
Autore: Costanza Miriano - Fonte: Blog di Costanza Miriano
9 OMELIA XXIII DOMENICA T. ORD. - ANNO B (Mc 7,31-37)
Fa udire i sordi e fa parlare i muti
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - A MILANO L'INCONTRO TRA VIKTOR ORBAN E SALVINI, I DUE UOMINI PIU' ''CATTIVI'' D'EUROPA
Il premier ungherese corregge il segretario della Lega: ''L'obiettivo non è ricollocarli in altri stati europei e non basta lo stop agli immigrati clandestini, ma vanno rimandati a casa quelli già arrivati''
Autore: Stefano Magni - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 29/08/2018

Milano è sotto assedio. Posto di blocco a Corso Monforte. Che succede? Succede che in prefettura si incontrano i due uomini più "cattivi" d'Europa: Matteo Salvini e Viktor Orban, il vicepremier leghista e il premier ungherese uniti da un argomento chiave, quello dello stop all'immigrazione clandestina.
Il vuoto siderale delle strade blindate contrasta con la ressa di giornalisti dentro i locali (forse troppo) angusti messi a disposizione dalla Prefettura per la conferenza stampa congiunta. "Non facciamo brutta figura!" Salvini prega i giornalisti che non ne vogliono sapere di tacere prima dell'inizio della conferenza, perché c'è sempre qualche braccio o mano di troppo davanti agli obiettivi. Poi finalmente si inizia. Parla Orban, che ha definito Salvini "il mio eroe e il mio compagno di destino" ("Sì, ma ovviamente politicamente parlando", puntualizza Salvini). Anche perché: "Non dimentichiamo che, quando l'Ungheria veniva attaccata nel Parlamento Europeo sulla riforma della Costituzione, Salvini è intervenuto prendendo le nostre difese". Definisce la situazione europea "ricca di stimoli e molto seria", invita a sfidare e rompere i tabù. "L'Ungheria è il paese che ha dimostrato al resto d'Europa che l'immigrazione può essere fermata. Prima tutti erano convinti che questo fosse impossibile, sia da un punto di vista legale che fisico. Invece noi abbiamo dimostrato che è possibile fermarla, sia sul piano giuridico, che materialmente. La nostra politica mira ad aiutare laddove ci sono i guai. Non a portare i guai altrui a casa nostra". Incoraggia il ministro dell'Interno scherzando sul fatto che: "Se fosse ungherese, probabilmente oggi vincerebbe le elezioni. Grazie a Dio non è ungherese". "Sta dimostrando che l'immigrazione può essere fermata anche sul mare. Nessun paese mediterraneo ci ha mai provato prima, dal suo successo dipende la sicurezza dell'Europa. Gli auguriamo di non indietreggiare. Che ci difenda. Che difenda i confini europei". L'Ungheria si dice disposta a "dare tutti gli aiuti possibili per la difesa del confine". E "quegli immigrati che sono già qui devono essere riportati a casa loro. L'élite europea dice che ciò non è possibile, ma lo dicevano anche a noi, prima che chiudessimo il confine".

ORBAN: NON RICOLLOCARE, MA RIMANDARLI A CASA
"Possono aprire inchieste, indagini che non mi fanno assolutamente retrocedere o cambiare idea", promette il ministro dell'Interno italiano. Salvini conferma di star lavorando con il governo tedesco, per un accordo ("a portata di mano") per un rinvio degli immigrati dalla Germania all'Italia. "L'importante è che l'accordo sia a saldo zero", precisa il titolare del Viminale, "Noi possiamo essere disposti a riammettere nel paese i cosiddetti immigrati secondari, a fronte di un ricollocamento e di un allontanamento dal nostro paese di un ugual numero di immigrati. Perché noi ereditiamo, per incapacità o complicità, dai governi di sinistra precedenti, alcuni milioni di presenze in Italia. Quindi non ci possiamo permettere la firma di alcun accordo che implichi un solo richiedente asilo in più". "Non ricollocare, non spartire, ma rimandarli a casa", precisa Orban a chi chiede se sia disposto ad "aiutare" l'Italia accogliendo un certo numero di immigrati sbarcati sulle nostre coste. E' contrario al principio stesso di ridistribuzione dei richiedenti asilo.
Per Matteo Salvini, l'Ungheria non è un esempio solo per l'immigrazione, ma anche per il suo modello economico. Come aveva già scritto in un tweet prima della conferenza stampa: "L'Ungheria ha una disoccupazione al 3,5%, una crescita superiore al 4%, una flat tax al 9% per le imprese e al 15% per le persone. E' la dimostrazione che un paese può crescere investendo, spendendo e non tagliando e sacrificando", afferma come premessa per la prossima Finanziaria, che sarà oggetto del dibattito politico nei prossimi mesi. "Comincia con oggi un percorso per i prossimi mesi, con un'Europa diversa, con un cambiamento della Commissione Europea, delle politiche europee, per rimettere al centro il diritto al lavoro, alla vita e alla salute, diritto alla sicurezza, tutto quello che le élite europee, finanziate dai Soros e rappresentate dai Macron di turno negano. Siamo vicini a una svolta storica a livello continentale. Mi stupisce lo stupore di una sinistra che esiste solo per contestare gli altri e che riteneva che Milano non dovesse ospitare il presidente di una potenza europea, come se fosse la sinistra a decidere chi ha diritto di parlare e chi no. E poi si stupiscono se la gente non li vota più".

EUROPA A UN BIVIO
Questo discorso significa che si prepara un'alleanza continentale a destra, una sorta di "Lega delle leghe", annunciata a Pontida? "Quali alleanze si creeranno, lo si potrà dire dopo le elezioni europee di maggio (2019, ndr)" spiega Orban, alla domanda di un giornalista ungherese. Il premier conservatore di Budapest è comunque parte del Partito Popolare Europeo, assieme alla Merkel, giusto per dirne una. "Il nostro compito è per ora quello di raccogliere il più alto numero possibile di simpatizzanti ungheresi e italiani per compiere questa svolta in Europa".
Orban lascerebbe il Ppe? Salvini non si vuole intromettere: "Non mi permetto di chiedergli cosa intende fare del suo futuro (Orban, ndr). Ognuno sta lavorando nel suo ambito per costruire un'alleanza che escluda i socialisti, che escluda le sinistre e riporti al centro le identità che i nostri movimenti politici e i nostri governi rappresentano, ognuno, naturalmente, con la sua storia. Possiamo unire energie diverse con un obiettivo comune". "La situazione europea è in realtà molto semplice - approfondisce Orban - ci sono sostanzialmente due campi. Uno è guidato da Macron, che vuole fare esplodere il Partito Popolare Europeo, esattamente come ha fatto esplodere il sistema partitico francese. Lui è alla guida di quella forza europea che sostiene l'immigrazione. Dall'altra parte ci siamo noi, che vogliamo fermare l'immigrazione illegale (e sottolineo: illegale). Su questa questione è in corso un grosso dibattito anche all'interno del Ppe".
Fuori dalla sede della Prefettura, intanto, si è riunita la sinistra di piazza, diverse migliaia di persone, fino a 15mila secondo le stime più generose. Fra Porta Venezia e Piazza San Babila, sembra una riedizione del 25 aprile: bandiere arcobaleno e vessilli rossi, le Acli e la Cgil, le Arci e Anpi, Majorino e la Boldrini. Per l'antifascismo in mobilitazione permanente è l'occasione di contarsi e di ripetere i suoi mantra ("La solidarietà è la nostra forza", "Fare ponti e non muri"). Fra cui spunta anche qualche minaccia ("Tra 4 fermate c'è Piazzale Loreto", alludendo alla piazza in cui fu appeso a testa in giù Benito Mussolini). Ed è una manifestazione che sa già di antico, anche se dovrebbe costituire la premessa di quel che saranno i temi della sinistra parlamentare nei mesi che verranno.

Nota di BastaBugie: Stefano Fontana nell'articolo seguente dal titolo "Le buone pratiche di Orban" scrive che "Il Presidente ungherese Viktor Orban è molto inviso all'Unione Europea, alla cultura progressista e anche a molti cattolici. Le polemiche su di lui si sono manifestate anche in occasione della sua recente visita in Italia. Se però si esamina il suo operato politico alla luce dei principi della Dottrina sociale della Chiesa il bilancio risulta positivo. E non si capisce perché lo si critichi da parte di molti intellettuali e politici cattolici. Do qui una anticipazione. Estraggo dal prossimo 'Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel Mondo' dell'Osservatorio Cardinale Van Thuân, di prossima uscita presso le Edizioni Cantagalli, una parte del capitolo redatto da Paolo Piro sull'Ungheria. Leggetelo e vedete se trovate qualcosa che contrasta con la Dottrina sociale della Chiesa".
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 4 settembre 2018:
La nuova Costituzione ungherese all'Articolo L) recita: «L'Ungheria tutela l'istituto del matrimonio quale unione volontaria di vita tra l'uomo e la donna, nonché la famiglia come base della sopravvivenza della Nazione. L'Ungheria sostiene l'impegno ad avere figli. La tutela delle famiglie è regolata da legge organica». L'attuale Primo Ministro ungherese Viktor Orban pare volere incarnare i principi costituzionali e il fatto di essere padre di cinque figli, tutti della stessa moglie, non ha mancato di fargli buona pubblicità. I suoi ultimi anni di governo sono stati improntati a rendere popolare un sentimento pubblico favorevole alla famiglia. La politica è stata prodiga di misure tese ad incentivare la famiglia e promuovere la natalità. L'Ungheria destina il 4,8% del PIL allo sviluppo di politiche a favore della famiglia ed è stata istituita una Segreteria di Stato per la Famiglia e la Gioventù, avendo coscienza dell'invecchiamento della popolazione, diminuita, negli ultimi 35 anni, di 856 mila unità. Il governo magiaro punta su matrimonio e nascite, dal 2015 ha messo in atto una deduzione fiscale per le giovani coppie che contraggono matrimonio, a condizione che si tratti del primo per entrambi gli sposi, come chiaro segnale di incoraggiamento alla stabilità matrimoniale e familiare.
Per l'accesso alle previste sovvenzioni mensili alle famiglie è stata rimossa la formula "dai tre figli in su". Si tratta, insomma, di vere "politiche familiare" a carattere strutturale, dal momento che l'istituto familiare è promosso in quanto tale e non come famiglia numerosa o bisognosa. Il governo Orban spera di raddoppiare il sussidio alle famiglie con figli, entro il 2019. Lo Stato acquista buoni del Tesoro a 19 anni di durata per ogni nuovo nato, all'esborso dell'erario i genitori possono aggiungerne uno proprio. Queste politiche hanno elevato dal 13% al 15% il numero di mamme fra i 25 ed i 49 anni, con figli minori di 3 anni, un dato al quale si affianca il tasso di impiego femminile al 61,3%. Peraltro, in Ungheria, il Codice del Lavoro prevede la possibilità di lavorare mezza giornata per le lavoratrici con bambini fino a 3 anni di età, fino a 5 anni se si tratta di famiglie numerose. Sono previsti aiuti economici a coloro che stipulano un contratto con persone in situazioni di particolari vulnerabilità, fra le quali madri con bambini piccoli. Un imprenditore che assume una madre è esente da oneri sociali, in questo modo lo status di madre ha un riconoscimento pubblico ed incondizionato. Inoltre con il progetto "The Woman 40" è stata introdotta la pensione di anzianità per le donne che hanno maturato 40 anni di contributi, senza limiti di età.
Altre misure inerenti l'acquisto da parte di giovani coppie di una casa nuova o usata hanno consentito di abbassare del 5% il tasso di rischio di povertà in famiglie con figli e del 7% in quelle con 3 o più figli, nel tentativo di smentire l'idea che i figli portano povertà ed esclusione. La via seguita è stata quella della riduzione delle spese generali, attraverso interventi su bollette di acqua, energia elettrica, raccolta rifiuti, spese per asili infantili e gratuità dei libri di testo fino alla terza elementare. Infine è stato introdotto il Programma Elisabeth per le vacanze sociali. La nuova Costituzione esplicita doveri nelle relazioni tra genitori e figli e di questi verso i genitori anziani, per richiamare alla cura dell'anziano in famiglia. Complessivamente nel 2017 si registra il boom del numero dei matrimoni passati da 35.520 a 50.600, la riduzione del numero dei fallimenti delle coppie, con i divorzi che sono scesi da 23.873 a 18.600. Un dato che ha sorpreso è quello dell'occupazione femminile (15-64 anni) salita dal 50,2% al 61,3%.
Il 19 aprile 2011, il Parlamento ungherese ha approvato il testo della nuova Costituzione ungherese, dove all'art. II si legge: «La dignità umana è inviolabile. Ogni uomo ha diritto alla vita ed alla dignità umana, la vita del feto va protetta fin dal concepimento». E all''art. III «È vietata la sperimentazione medica o scientifica su esseri umani senza il loro consenso informato. È vietata la pratica eugenetica, l'utilizzo del corpo umano e di parti di esso a scopo di lucro, nonché la clonazione umana».
Nel 2016, le posizioni pro-vita assunte dal Paese magiaro sono state stigmatizzate dalla Commissaria UE Viviane Reding (Partito Cristiano Sociale), come una «campagna che va contro i valori europei». In questo modo l'Ungheria è finita anche sotto il mirino dell'ONU per "ostacolo" all'accesso all'aborto con «periodi di attesa non necessari, consulenze ostili e con l'obiezione di coscienza».
Secondo i dati dell'Hungarian Central Statistical Office, nel 2010 il numero di aborti era stato di 40.449, nel 2017 il numero delle piccole vittime è sceso a 28.500. Il numero totale delle nascite è passato da 90.335 a 91.600.
Il 23 dicembre del 2017 il premier Orban ha pubblicato un articolo sul sito del governo ungherese intitolato "Dobbiamo difendere la cultura cristiana" nel quale, fra l'altro, scrive «Il nostro punto di partenza, l'alfa e l'omega della  nostra filosofia di vita è il valore della vita, la dignità della persona ricevuta da Dio. Senza ciò non saremmo in grado di apprezzare neanche i diritti dell'uomo e altri simili concetti moderni. E' per questo che ci chiediamo se questi ultimi siano esportabili nella vita di altre civiltà, costruite su diversi pilastri... le fondamenta della vita europea ora sono sotto attacco».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 29/08/2018

2 - INTERVISTA ALL'ARCIVESCOVO VIGANO' DOPO LA PUBBLICAZIONE DEL SUO DOSSIER
L'ex nunzio ha raccontato un piccolo tassello di un vasto fenomeno (non solo di questi ultimi anni) che mostra quanto la lobby gay abbia preso il controllo
Autore: Aldo Maria Valli - Fonte: Blog di Aldo Maria Valli, 28/08/2018

Monsignore, come sta?
Grazie a Dio molto bene, con grande serenità e pace di coscienza: è il premio della verità. La luce vince sempre sulle tenebre, non può essere soppressa, specialmente per chi ha fede. Perciò ho molta fiducia e speranza per la Chiesa.
Come giudica le reazioni alla pubblicazione del suo memoriale?
Come lei sa, le reazioni sono contrapposte. C'è chi non sa più dove attingere il veleno per distruggere la mia credibilità. Qualcuno ha persino scritto che sono stato ricoverato due volte con trattamento obbligatorio (TSO) per uso di droga; c'è chi si immagina cospirazioni, complotti politici, trame di ogni genere, eccetera, ma ci sono anche molti articoli di apprezzamento e ho avuto modo di vedere messaggi di sacerdoti e fedeli che mi ringraziano, perché la mia testimonianza è stata per loro un barlume di speranza nuova per la Chiesa.
Qual è la sua risposta a chi in queste ore obietta che lei avrebbe motivi di rancore personale nei confronti del papa e per questo avrebbe deciso di scrivere e diffondere il memoriale?
Forse perché sono ingenuo e portato a pensare sempre il bene per le persone, ma soprattutto riconosco che è un dono che mi ha fatto il Signore, non ho mai avuto sentimenti di vendetta o di rancore in tutti questi anni in cui sono stato messo alla prova da tante calunnie e falsità sul mio conto.
Come ho scritto all'inizio della mia testimonianza, avevo sempre creduto che la gerarchia della Chiesa avrebbe trovato in se stessa le risorse per sanare tanta corruzione. Lo scrissi anche nella mia lettera ai tre cardinali incaricati da papa Benedetto di indagare sul caso Vatileaks, lettera che accompagnava il rapporto che consegnai loro: "Molti di voi - scrissi - sapevate, ma avete taciuto. Almeno ora che avete avuto questo incarico da Benedetto abbiate il coraggio di riportare con fedeltà quanto vi è stato rivelato di tante situazioni di corruzione".
Perché ha deciso di far pubblicare e diffondere la sua testimonianza?
Ho parlato perché oramai la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa. Mi rivolgo ai giornalisti: perché non chiedono che fine ha fatto la cassa di documenti che, l'abbiamo visto tutti, fu consegnata a Castelgandolfo da papa Benedetto a papa Francesco? Tutto è stato inutile? Sarebbe stato sufficiente seguire il mio rapporto ed il verbale che fu fatto alla mia deposizione davanti ai tre cardinali incaricati delle indagini sul caso Vatileaks (Julian Herranz, Jozef Tomko e Salvatore De Giorgi) per iniziare a fare un po' di pulizia in Curia. Ma sapete che cosa mi rispose il cardinale Herranz quando lo chiamai da Washington, dato che era passato molto tempo da quando era stata nominata questa Commissione da papa Benedetto senza che mai fossi stato contattato? Allora ci davamo del tu e gli dissi: "Non credi che abbia anch'io qualche cosa da dire sulla questione delle mie lettere, pubblicate a mia insaputa?". Mi rispose: "Ah, se proprio vuoi".
Che cosa risponde a chi sostiene che lei sarebbe il "corvo", o uno dei "corvi", all'origine del caso Vatileaks?
Io il corvo? Come avete visto con la mia testimonianza, sono solito fare le cose alla luce del sole! Io all'epoca da tempo ero a Washington e certo avevo altro a cui pensare. D'altra parte è sempre stata mia abitudine immergermi completamente nella mia nuova missione. Così feci quando fui mandato in Nigeria: non leggevo più neppure le notizie italiane. Tanto che quando, dopo sei anni, fui richiamato in Segreteria di Stato da san Giovanni Paolo II mi ci volle qualche mese per rendermi conto di dove ero ripiombato, nonostante fossi stato già in Segreteria di Stato per undici anni dal 1978 al 1989.
Che cosa risponde a chi sostiene che lei sarebbe stato allontanato dal Governatorato e che anche per questo coverebbe sentimenti di rancore e volontà di vendetta?
Come già ho detto, rancore e vendetta sono sentimenti che non mi appartengono. La mia resistenza a lasciare il mio compito al Governatorato era motivata da un profondo senso di ingiustizia per una decisione che sapevo non corrispondeva alla volontà che papa Benedetto stesso mi aveva manifestato. Il cardinale Bertone pur di allontanarmi aveva commesso una serie di gravi abusi di autorità: aveva sciolto una prima commissione di tre cardinali che papa Benedetto aveva nominato per indagare sulle gravi accuse mosse da me come segretario generale e dal vice-segretario generale monsignor Giorgio Corbellini sugli abusi commessi da monsignor Paolo Nicolini; al posto di detta commissione cardinalizia aveva creato una commissione disciplinare alterando nella sua composizione quella istituzionale del Governatorato; prima ancora di creare detta commissione mi aveva convocato per comunicarmi che il Santo Padre mi aveva nominato nunzio a Washington; visto che nonostante tutto detta Commissione disciplinare aveva deciso il 16 luglio 2011 il licenziamento di monsignor Paolo Nicolini aveva annullato abusivamente detta decisione impedendo che venisse pubblicata. Così facendo mi aveva impedito di continuare nell'opera di risanamento della corruzione nella gestione del Governatorato.
Che cosa risponde a chi parla del suo "chiodo fisso" di diventare cardinale e sostiene che ora attacca il papa anche perché non ha ricevuto la porpora?
Posso affermare con tutta sincerità davanti a Dio di aver di fatto rinunciato ad essere cardinale. Dopo la mia prima lettera al cardinale Bertone, che inviai al papa perché ne facesse quello che credeva più opportuno, papa Benedetto mi chiamò e mi ricevette in udienza il 4 aprile 2011 e mi disse immediatamente queste parole: "Io credo che l'incarico in cui lei potrebbe meglio servire la Santa Sede è come presidente della Prefettura per gli affari economici al posto del cardinale Velasio De Paolis. Io ringraziai il papa per la fiducia che mi mostrava ed aggiunsi: "Santo Padre, perché non aspetta sei mesi o un anno? Perché, se lei mi promuove adesso, la squadra che ha avuto fiducia in me per sanare la situazione al Governatorato sarà immediatamente dispersa e perseguitata (come di fatto è avvenuto). Aggiunsi anche un altro argomento. Dato che il cardinale De Paolis era stato da poco incaricato di sanare la delicata situazione dei Legionari di Cristo (il cardinale De Paolis mi aveva consultato prima di accettare questo incarico), dissi al papa che era meglio che continuasse ad avere un incarico istituzionale che dava maggior autorevolezza alla sua persona e alla sua azione con i Legionari.
Al termine dell'udienza il papa mi disse di nuovo: "Io comunque resto del parere che il posto in cui lei può servire meglio la Santa Sede è come presidente della Prefettura per gli affari economici". Il cardinale Re può confermare questa notizia. Quindi io allora ho rinunciato al cardinalato per il bene della Chiesa.
Che cosa risponde a chi coinvolge la sua famiglia parlando di "saga" all'insegna di ingenti interessi economici?
Il 20 marzo 2013 i miei fratelli avevano preparato un comunicato per la stampa, alla cui pubblicazione io allora mi opposi per evitare di coinvolgere tutta la famiglia. Poiché ora si continua a ripetere l'accusa di mio fratello don Lorenzo, e cioè che io avrei mentito a papa Benedetto scrivendo della mia preoccupazione di dover partire perché dovevo prendermi cura di mio fratello malato, ho deciso di rendere pubblico ora il comunicato. Dalla sua lettura appare evidente come io sentissi la grave responsabilità morale di prendermi cura e di proteggere mio fratello.

Nota di BastaBugie: Riccardo Cascioli nell'articolo seguente dal titolo "Lobby gay inarrestabile, il dossier che non si vuole aprire" riflette su quanto pesi la lobby gay in Vaticano. Questo è dimostrato da un episodio apparentemente secondario: la cancellazione della parola psichiatria pronunciata dal Papa in relazione all'omosessualità. Questo episodio porta al cuore del problema del dossier di Viganò: una rete di potere omosessualista inarrestabile a livelli altissimi nella Chiesa. L'ex nunzio ha raccontato un piccolo tassello di un fenomeno vastissimo non circoscrivibile solo a questo pontificato, ma che non si vuole combattere: dai vescovi tedeschi omoeretici allo scandalo del gesuita Martin fino agli sdoganamenti di Avvenire e una serie impressionante di nomine sospette, gesti e decisioni che ora mostrano fin dove è arrivato questo processo.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 29 agosto 2018:
Quanto pesi la lobby Lgbt in Vaticano lo dimostra il piccolo episodio che ha visto protagonista la Sala Stampa vaticana al ritorno del Papa da Dublino. Rispondendo alla domanda di un giornalista che gli chiedeva cosa direbbe a una famiglia che scopre di avere un figlio omosessuale, papa Francesco sull'aereo che lo riportava a Roma rispondeva tra l'altro che dipende anche da quale sia l'età «in cui si manifesta questa inquietudine»; «Se si manifesta da bambini, ci sono tante cose da fare con la psichiatria, per vedere. Un'altra è se si manifesta dopo i vent'anni». Ma nel comunicato ufficiale che riporta il testo della conferenza stampa il riferimento alla psichiatria è stato cancellato.
Ovvio il motivo: guai a mettere in relazione l'omosessualità con l'idea di una patologia, un punto su cui la lobby Lgbt non transige. In realtà tutta la frase del Papa, dal punto di vista scientifico e antropologico, avrebbe bisogno di molte puntualizzazioni, ma qui è chiaro che l'unico motivo della censura è evitare di irritare la nota lobby.
Cosa confermata dalla successiva giustificazione (ma sarebbe più corretto parlare di arrampicata sugli specchi) della numero 2 della Sala Stampa vaticana Paloma Garcia Ovejero secondo cui il Papa «non intendeva dire che si tratta di una malattia psichiatrica». «Quando il papa si riferisce a "psichiatria" è chiaro che vuole dare un esempio delle diverse cose che si possono fare». Insomma, secondo la signora Garcia Ovejero il Papa usa parole a caso oppure con un significato che solo lui conosce: non è proprio un bel servizio che rende a papa Francesco. In ogni caso, se in Sala Stampa sono davvero convinti che questo sia il caso, dal punto di vista deontologico invece di censurare sarebbe molto più corretto porre delle note esplicative a margine.
Ad ogni modo, questa lunga premessa ci porta al cuore del problema che il dossier Viganò ha posto in modo esplosivo all'attenzione di tutta la Chiesa, ovvero la rete di potere creata nel tempo da preti e vescovi omosessuali, con la complicità di prelati corrotti o deboli o ricattabili, arrivata ormai al punto di incidere sulla dottrina della Chiesa. Non ci deve scandalizzare tanto il peccato per quanto grande e diffuso sia, anche nelle gerarchie: in fondo è nella debolezza dell'uomo che si manifesta la potenza di Dio, come ci ricorda anche San Paolo. Ma quando il peccato si istituzionalizza e pretende di farsi dottrina - ciò che sta avvenendo ora - il discorso allora cambia, e di molto.
Il fatto che monsignor Viganò, alla fine del suo lungo memoriale, sia arrivato a chiedere anche le dimissioni del Papa ha fatto sì che tutto il dibattito (si fa per dire) successivo si concentrasse su Papa Francesco. A dir la verità non sarebbe stato molto diverso se quella frase non l'avesse scritta, perché tanto ormai l'argomento della cospirazione conservatrice e tradizionalista contro papa Francesco è un ritornello che si ritira fuori ogni volta che si pone anche solo una domanda su questo pontificato. Più che prevedibile dunque lo scatenamento delle truppe di giornalisti pasdaran a difesa della rivoluzione.
Ma la questione posta da monsignor Viganò è molto più grave e profonda e va ben oltre papa Francesco, tanto è vero che tira in ballo le persone con cui ha avuto rapporto diretto, a Roma e negli Stati Uniti, anche nei precedenti pontificati. E disegna un quadro coerente con quanto da anni andiamo scrivendo e documentando su questo fenomeno della lobby gay e dell'omoeresia. E, al contrario di molti che scelgono di parlare o non parlare a seconda che convenga alla propria sponda "politica", noi della Bussola possiamo rivendicare il fatto di aver denunciato con forza il fenomeno dell'omosessualità nel clero e dell'omoeresia sin dal nostro inizio, quindi prima del pontificato di Francesco, e di aver sempre sostenuto - dati alla mano - che gli abusi sui minori in oltre l'80% dei casi sono fenomeni di omosessualità e non di pedofilia. E finché non si affronta alla radice questo problema - che è anche l'estremo avvertimento di mons. Viganò - le ferite della Chiesa non potranno mai essere sanate.
Quello rappresentato da monsignor Viganò è soltanto un tassello, quello di cui ha avuto esperienza diretta, ma a questo dovremmo aggiungere tanti altri tasselli: gli orientamenti di certi episcopati europei, ad esempio il presidente dei vescovi tedeschi Reinhard Marx ha proposto la benedizione in chiesa delle coppie dello stesso sesso; le fughe in avanti di singoli sacerdoti, anche in Italia, che già lo fanno; il colpo di mano agli ultimi Sinodi sulla famiglia, quanto accaduto in occasione dell'Incontro mondiale della famiglia, di cui la relazione di padre James Martin è soltanto l'aspetto più eclatante. E un discorso a parte merita il caso italiano, dove è addirittura il quotidiano dei vescovi, Avvenire, ad aver abbracciato totalmente un'agenda pro-gay: è un fatto pubblico che la linea editoriale del giornale dipenda direttamente, da alcuni anni, dal segretario generale della CEI, monsignor Nunzio Galantino. Ma sarebbe un errore pensare che il controllo catto-gay su Avvenire sia iniziato con questa gestione, adesso ha solo trovato il terreno fertile per esprimersi apertamente.
Dunque, come dice in modo accorato monsignor Viganò, «per restituire la bellezza della santità al volto della Sposa di Cristo, tremendamente sfigurato da tanti abominevoli delitti, se vogliamo veramente liberare la Chiesa dalla fetida palude in cui è caduta, dobbiamo avere il coraggio di abbattere la cultura del segreto e confessare pubblicamente le verità che abbiamo tenuto nascoste».
Per stare solo al caso McCarrick, è giusto che venga fatta chiarezza su come abbia potuto passare di diocesi in arcidiocesi fino a diventare cardinale durante il pontificato di Giovanni Paolo II, che ruolo abbia avuto l'allora segretario di Stato cardinale Sodano e quanti altri con lui. E poi ancora, cosa sia successo negli anni di Benedetto XVI, con quelle sanzioni che non sono state rispettate; e poi ancora, l'accresciuta importanza durante questo pontificato. E gli esempi si possono moltiplicare.
Non è dunque un problema circoscritto a questo pontificato, né un fenomeno che si risolva magicamente con le dimissioni del Papa; però non si può non riconoscere che mai come in questi ultimi anni la lobby gay abbia enormemente accresciuto la sua influenza. Sia per le posizioni di potere ricoperte, soprattutto nella Curia Romana (e ormai anche la cronaca si incarica di segnalare diversi stretti collaboratori di papa Francesco fra quanti sono al centro di casi di abusi sessuali o legati a comportamenti omosessuali) sia per il via libera alla circolazione di tesi omoeretiche su cui nessuno a Roma pare abbia intenzione di intervenire.
L'inizio fu la nomina di monsignor Battista Ricca come prelato dello Ior, malgrado il pesante scandalo omosessuale di cui era stato protagonista nella nunziatura in Uruguay, e fu proprio rispondendo a una domanda sul suo caso che il Papa se ne uscì con quel «Chi sono io per giudicare?» che, a prescindere dalle intenzioni, ha avuto un effetto devastante favorendo il dilagare dell'ideologia omosessualista. Ma tante sono state le nomine, i gesti, le decisioni che hanno favorito il radicarsi della cultura omosessualista nella Chiesa. Fino agli ultimi episodi: la nomina come consultore della Segreteria per la Comunicazione dell'ormai famoso padre James Martin, poi assurto alla massima visibilità per lo spazio assegnatogli all'Incontro mondiale delle famiglie. Incontro, guarda caso, guidato dal cardinale Kevin Farrell, "creatura" del cardinale McCarrick e grande estimatore di padre Martin, a cui ha scritto la prefazione del suo libro su Chiesa e gay. E ancora, l'introduzione della terminologia Lgbt nell'Instrumentum Laboris del prossimo Sinodo dei Giovani.
Ce n'è più che abbastanza per chiedere di fare chiarezza, sia sulla rete di copertura degli abusi sia sul tentativo di sovvertire la dottrina della Chiesa da parte della lobby gay che l'allora cardinale Ratzinger già denunciava nel 1986. Ma come ha già dimostrato nel caso dei Dubia, papa Francesco non è incline a fare chiarezza, è molto più interessato - come ha detto molte volte - ad avviare processi. E qui, purtroppo, è chiaro dove sta portando questo processo.

Fonte: Blog di Aldo Maria Valli, 28/08/2018

3 - LE 7 VIRTU' PER ESSERE ATTRAENTI PER LE DONNE
Il libro di Roberto Marchesini è una scommessa per riscoprirsi cavalieri nel mondo moderno (VIDEO: Consigli per fidanzati e sposi)
Autore: Gelsomino Del Guercio - Fonte: Aleteia, 11/02/2017

Le 7 virtù che oggi ogni uomo dovrebbe riscoprire per essere attrattivo e attraente nei confronti di una donna. Ne parla lo psicoterapeuta Roberto Marchesini in "Codice cavalleresco per l'uomo del terzo millennio" (Sugarco edizioni).
"Il Codice cavalleresco per l'uomo del terzo millennio - scrive nella prefazione Giorgia Brambilla, professoressa associata di Bioetica Ateneo "Pontificio Regina Apostolorum" - si presenta come una mappa per l'uomo contemporaneo per riscoprire se stesso e la grandezza del suo essere maschile attraverso l'arduo cammino delle virtù (da vir, uomo) che contraddistinguono il cavaliere, figura appropriatamente presa dall'autore a modello dell'uomo di ogni tempo".

1) CORAGGIO
Essendo una virtù, cioè un abito, il coraggio dipende dalle nostre azioni. Come dice Aristotele, se compiamo azioni coraggiose diventiamo uomini coraggiosi; al contrario, se compiamo azioni vili, diventiamo vili (Etica nicomachea, III, 1, 1103b). Sono quindi le nostre azioni che ci definiscono. Ogni giorno, azioni grandi o piccole. Non esistono uomini coraggiosi a prescindere dalle azioni che compiono; così come la mancanza di coraggio non può essere additata come giustificazione per azioni vili. Ogni uomo è chiamato a sviluppare in sé la virtù della fortezza compiendo azioni coraggiose, cioè opponendosi al male anche a rischio della propria incolumità. Il destino dell'uomo è, da pavido, diventare coraggioso.
L'uomo coraggioso non è l'uomo che non ha paura. Non esiste un uomo che non abbia paura, la paura è una passione buona e naturale. L'uomo coraggioso è l'uomo che ha paura, ma fa ugualmente ciò che è giusto. È l'uomo che utilizza le passioni, non si fa guidare da esse. Dominare le passioni, e non farsene dominare; guidarle, indirizzarle verso il bene.

2) SINCERITÀ
 Perché è così difficile essere sinceri? Innanzitutto, la menzogna è così diffusa che sembra normale. L'uomo sincero rifugge la lusinga, l'adulazione o la compiacenza. Dice quello che pensa, e pensa quello che dice. Non baratta la verità con l'approvazione degli altri: sceglie la prima, e accetta di portarne il peso. Essere sinceri significa rendersi impopolari, accettare il rischio di vivere controcorrente. Perché essere sinceri significa amare la verità più degli amici. L'uomo sincero non è un chiacchierone, non parla a vanvera: le sue parole sono poche e pesanti. Hanno delle conseguenze, ed egli è pronto a farsene carico.

3) ONORE
L'onore non coincide con la reputazione. L'onore dipende dalle virtù della persona, non da quello che altri pensano di lei. Le due cose non coincidono, anzi, spesso sono in antitesi. Chi si comporta in maniera virtuosa necessariamente scontenta qualcuno; e chi vuole piacere a tutti deve necessariamente rinunciare a comportarsi in modo onorevole. La nostra società - senza onore, come abbiamo già visto - è basata sulla reputazione.
Per convincersene è sufficiente chiedersi qual sia il motivo dell'enorme successo dei cosiddetti social network, inutili intrattenimenti per adulti. Cosa spinge una persona adulta a gettare la propria vita, reale o immaginaria che sia, in pasto a perfetti sconosciuti? Un piccolo meccanismo perverso ma straordinaria- mente efficace: la possibilità di ricevere dei Like, «Mi piace», di avere dei followers. Di avere, cioè, l'approvazione e l'attenzione degli altri, anche se sono dei perfetti estranei. Chi elemosina approvazione da chiunque è generalmente una persona molto insicura, e chi fa di tutto per avere un po' d'attenzione è, di nuovo, il bambino.
Essendo l'onore la conseguenza della virtù, e dipendendo la virtù dalle nostre azioni e non dalle altrui, ne consegue che, come scriveva Cechov, "L'onore non si può togliere, si può solo perdere" La nostra è la società del piagnisteo, dove ognuno si lamenta continuamente di essere stato offeso dagli altri. In realtà solo noi possiamo offenderci, solo noi possiamo ferire il nostro onore comportandoci in modo indegno. L'onore si può solo perdere, non si può togliere.

4) LEALTÀ
Lealtà deriva dal latino legalitas, cioè la fedeltà alla legge: non a una legge imposta, ma a una legge che la persona ha scelto liberamente di darsi, cioè a un impegno, a un accordo, alla parola data. Una volta data la propria parola, l'accordo diviene, per chi è leale, intangibile. Non è leale chi rispetta la parola data quando tutto va bene; è leale chi è disposto a perdere qualcosa (una amicizia, la reputazione, la libertà, la vita...) pur di restare fedele alla sua parola. La lealtà costa.
La nostra società, nella quale la lealtà è ormai scomparsa, tenta di reggersi sulla legalità, da tanti esaltata come massima virtù civile. Ma una società nella quale la legalità ha preso il posto della lealtà non è una società di uomini liberi, bensì di schiavi. Che nel mondo occidentale la lealtà sia scomparsa lo dimostra la crisi dell'istituto matrimoniale. Il matrimonio non è altro che una promessa solenne e pubblica. Il tradimento (considerato fisiologico nella nostra società) e il divorzio non sono altro che una rottura del giuramento, una slealtà.

5) CAVALLERIA
Il cavaliere non è tale per nascita, ma per virtù; non ha privilegi, ma doveri, che egli accetta liberamente. Il cavaliere è generoso e (il brano non lo specifica) povero: la sua ricchezza non è il denaro (verso il quale non prova nessun attaccamento) ma la virtù, cioè l'onore.
Il cavaliere è giovane (e ogni confronto di questo modello con l'attuale gioventù è davvero improponibile). Il cavaliere teme più la vergogna, l'onta, il peccato della morte. Anzi: la morte, il sacrificio di sé per il bene altrui è il destino, il compimento del cavaliere. Egli diventa cavaliere per morire in modo esemplare e glorioso, a coronamento di una vita spesa al servizio della virtù.

6) CORTESIA
Il termine «cortesia» indica il codice di comportamento che veniva richiesto nelle corti (da qui il nome) che comprendeva eleganza, lealtà, umiltà, generosità; soprattutto indica l'atteggiamento del cavaliere nei confronti delle donne. La cortesia è in realtà un atto di vassallaggio nei confronti di una donna, anziché di un signore: il cavaliere mette a disposizione della donna le sue qualità cavalleresche (la forza, il coraggio...) e si lega a una donna in un patto di reciproca fedeltà e lealtà. Non a caso è in questo periodo che la mulier diventa donna, cioè domina (signora).
Oggi, nel mondo del politicamente corretto, la cortesia è considerata assolutamente riprovevole. Un uomo che metta a disposizione di una donna la sua forza fisica (aprendo la porta o la portiera dell'auto, aiutandola a indossare il cappotto o ad accomodarsi al tavolo, porgendo il braccio per la passeggiata...) o economica (pagando il conto del ristorante...) è considerato un ottuso misogino, un arrogante e volgare prevaricatore che ostenta una superiorità inesistente. Il femminismo e l'ideologia di genere insistono nell'affermare che la forza che l'uomo mette a disposizione della donna nei gesti di cortesia è una affermazione di supremazia, intollerabile nel mondo moderno contemporaneo.

7) FRANCHEZZA
Grazie alla letteratura cavalleresca che narrava le epiche imprese di giovani francesi il termine "franco" (da cui deriva franchezza, cioè l'azione dell'essere franco) divenne così sinonimo di cavalleresco, cioè coraggioso, leale, sincero, libero.
Pensiamo, ad esempio, che san Francesco d'Assisi era stato battezzato Giovanni. Fu suo padre, Pietro di Bernardone, a chiamarlo Francesco, desiderando un figlio che incarnasse l'ideale cavalleresco. E, di fatto, lo incarnò. Non solo partecipando alla guerra contro Perugia (1202); non solo partecipando alla quinta crociata (1219); ma seguendo l'esempio di Cristo fino alla morte (tanto che nel suo corpo si aprirono le stesse ferite che ricevette Gesù sulla croce).

Nota di BastaBugie: il matrimonio non è finalizzato alla propria soddisfazione personale, ma è altrettanto sbagliato ritenere che debba obbligare a rinunciare ad ogni tipo di gratificazione. Nel seguente video Roberto Marchesini, autore del libro recensito nell'articolo qui sopra, spiega come funziona il matrimonio con preziosi consigli per fidanzati e sposi (che è il tema di un altro suo libro "E vissero felici e contenti").


https://www.youtube.com/watch?v=FNU_v8oF0Gs

Fonte: Aleteia, 11/02/2017

4 - COME PREPARARE I BAMBINI ALLA CONFESSIONE
Occorre tornare a insegnare il catechismo con la sana dottrina di sempre (che include l'esame di coscienza, il timor di Dio, i peccati mortali e l'esistenza dell'inferno)
Autore: Nili Santoro - Fonte: Confederazione Triarii, 05/05/2018

In questo nostro tempo così intriso di rispetto umano è difficilissimo parlare con serenità di ciò che ci aspetta nell'Aldilà. Eppure occorre ritrovare il coraggio della verità per non rischiare di perdere la nostra e l'altrui anima. Pensiamo che questi bambini, che siano o no i nostri figli, ci sono stati affidati per essere portati a un destino di salvezza eterna.
Per preparare i bambini alla prima Confessione occorre aiutarli a comprendere a fondo che cosa è il peccato con l'aiuto del Catechismo e attraverso l'esame di coscienza. Questo è un momento delicato in cui è importante formare la coscienza dei bambini - che non deve diventare grossolana ma nemmeno angosciosa - accompagnandoli con spiegazioni ed esempi a capire la differenza fra peccato veniale e peccato mortale. Soffermiamoci con cura a spiegare, anche con esempi, che cosa si intende per piena avvertenza e deliberato consenso in riferimento al peccato mortale (sul Catechismo di San Pio X dalla 135 alla 143). Occorre a mio avviso essere espliciti per non rischiare di cadere nel tranello del rispetto umano ma, nello stesso tempo, usando un occhio di riguardo alle diverse sensibilità dei temperamenti dei bambini che abbiamo davanti. Chi è molto sensibile potrà facilmente diventare un po' scrupoloso, chi è più grossolano farà più fatica nell'esame di coscienza e dunque andrà spronato.

UNA BUONA CONFESSIONE
Contemporaneamente faremo loro scrivere e imparare a memoria che cos'è l'esame di coscienza: la ricerca diligente di tutti i peccati commessi dall'ultima confessione; dei peccati mortali bisogna ricordare anche il numero e le circostanze.
Da qui si può passare al catechismo sulla Confessione (355, 357, 358) in particolare le cinque condizioni per fare una buona confessione:
1. l'esame di coscienza,
2. Il dolore dei peccati,
3. il proponimento di non commetterne più,
4. l'accusa dei peccati,
5.la soddisfazione o penitenza.
Su questo punto ci possiamo far aiutare dalla parabola del figliol prodigo.
Riguardo il tema del dolore dei peccati (367 sul Catechismo di San Pio X) occorrerebbe spiegare che esistono due tipi di dolore, scrivendo anche sul quaderno: il primo, più imperfetto, è quello di chi si vergogna del peccato e teme l'inferno; il secondo, più perfetto, è quello di chi capisce di aver offeso Dio, Padre infinitamente buono e di aver causato la Passione di Gesù che tanto ci ama. Scriviamo e impariamo bene che: "se manca il dolore la confessione non vale. I peccati veniali fanno piangere Gesù e se muoio in peccato veniale vado in purgatorio. Se muoio in peccato mortale vado all'inferno per l'eternità. Se per vergogna in confessionale nascondo un peccato mortale faccio un sacrilegio". Questo è l'argomento che io uso per spronare i più distratti. Il perdono di Dio è vita per l'uomo, perché senza di esso non possiamo mangiare il pane eucaristico e nutrirci di Lui, dunque il dolore è faccenda seria su cui occorre lavorare per tutta la vita.
Più avanti si può approfondire con le domande 369, 370,372, 380 riguardo il proponimento, l'occasione di peccato, l'accusa dei peccati e l'assoluzione.

LA VERITÀ TI FA MALE LO SO
In questo nostro tempo così intriso di rispetto umano è difficilissimo parlare con serenità di ciò che ci aspetta nell'Aldilà. Eppure occorre ritrovare il coraggio della verità per non rischiare di perdere la nostra e l'altrui anima. Pensiamo che questi bambini, che siano o no i nostri figli, ci sono stati affidati per essere portati a un destino di salvezza eterna. Di fronte a questa prospettiva qualunque buonismo, qualunque timore deve svanire per fare posto solo a ciò che la santa Chiesa ha insegnato da sempre. Riflettiamo sulla superbia che può nascere anche in un cuore piccino a cui è stata nascosta la verità per questioni di irragionevole paura di spaventare o, peggio, per posizione ideologica. Nello stesso tempo bisogna fare il possibile per trasmettere loro l'infinita tenerezza che Dio Padre nutre nei nostri confronti e così non rischieremo mai di fare loro "paura". Il timor di Dio è sentimento nobile che porta frutti salvifici, se ben coltivato.
Ricordo bene che nella mia precedente esperienza di catechismo parrocchiale nessuno osava parlare di queste cose. Tutto era tabù, tutto era velato da mezze verità, tutto offuscato da una radicata e radicale volontà di celare il vero. Le parole peccato mortale e veniale non venivano nominate mai, per paura di dover parlare dell'inferno e del purgatorio. Gli esami di coscienza proposti erano annacquati, carenti sotto tutti gli aspetti, superficiali e grossolani e di proposito venivano lasciate nell'oblio tutte le più raffinate definizioni di peccato. La pappa già masticata che ne usciva fuori, portava solo frutti di ignoranza e dunque di tiepidezza spirituale. [...]

Nota di BastaBugie: ecco il link a due articoli che parlano di due opposte esperienze parrocchiali sul catechismo.

ECCO COME MI SONO VISTA COSTRETTA AD ABBANDONARE L'INSEGNAMENTO DEL CATECHISMO CHE TANTO AMAVO
Divieto di presentare ai bambini la dottrina cattolica e nuove strategie: cronaca di un ordinario fallimento parrocchiale
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4243

NELLA MIA PARROCCHIA SI INSEGNA LA DOTTRINA COME DIO COMANDA
E con il ''campionato di catechismo'' si stimolano i bambini a imparare a mente le nozioni che gli rimarranno per tutta la vita
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4251

Fonte: Confederazione Triarii, 05/05/2018

5 - HUMANAE VITAE: ENCICLICA CORAGGIOSA, MA NON PROFETICA
Intervista allo storico Roberto de Mattei su luci e ombre dell'enciclica di Paolo VI (che subì attacchi così violenti da non scriverne più nei restanti 10 anni di pontificato)
Autore: Diane Montagna - Fonte: Corrispondenza Romana, 25/08/2018

Il 25 luglio 1968 Paolo VI promulgò l'enciclica Humanae Vitae. Cinquant'anni dopo, qual è il giudizio storico che dà su questo avvenimento?
La Humanae Vitae è un'enciclica di grande rilievo storico, perché ha ricordato l'esistenza di una legge naturale immutabile, in un'epoca in cui il punto di riferimento della cultura e del costume era la negazione dei valori permanenti nel divenire storico.
Il documento di Paolo VI fu anche una risposta alla rivoluzione ecclesiastica che, dopo la chiusura del Concilio Vaticano II, attaccava la Chiesa dall'interno. Dobbiamo ringraziare Paolo VI per non aver ceduto alle fortissime pressioni dei media e delle lobby ecclesiastiche che pretendevano di modificare l'insegnamento della Chiesa a questo proposito.
Contrariamente a molti, Lei sostiene che Humanae Vitae non sia stato un documento profetico. Perché?
Nel linguaggio corrente, viene definita profetica la capacità di prevedere avvenimenti futuri alla luce della ragione, illuminata dalla Grazia. Sotto questo aspetto, negli anni del Concilio Vaticano II, furono "profeti" i 500 Padri conciliari che reclamarono la condanna del comunismo, prevedendo che in quanto "intrinseco male" sarebbe presto crollato, mentre non furono "profeti" coloro che a questa condanna si opposero, nella convinzione che il comunismo conteneva qualcosa di buono e sarebbe durato secoli. In quegli stessi anni si diffondeva il mito della esplosione demografica e tutti parlavano della necessità di ridurre le nascite.
Non furono profeti coloro che come il cardinale Suenens, chiedevano di autorizzare la contraccezione per limitare le nascite, mentre furono profeti i Padri conciliari, come i cardinali Ottaviani e Browne, che si opponevano a queste richieste, ricordando le parole della Genesi: Crescete e moltiplicatevi. Il problema che oggi affronta l'Occidente cristiano non è certo quello della sovrappopolazione, ma il crollo demografico. La Humanae vitae non fu un'enciclica profetica, perché accettò il principio del controllo delle nascite, sotto forma di "paternità responsabile", anche se fu un documento coraggioso perché ribadì la condanna dei metodi anticoncezionali e dell'aborto. Sotto questo aspetto merita di essere celebrato.
Alcuni hanno suggerito che l'HumanaeVitae abbia offerto un insegnamento nuovo, ricordando l'inseparabilità dei due fini del matrimonio, il procreativo e l'unitivo e ponendoli sullo stesso piano. È d'accordo?
L'inscindibilità dei due fini del matrimonio fa parte della dottrina della Chiesa e l'Humanae Vitae giustamente lo ricorda. Ma per evitare equivoci bisogna ricordare l'esistenza di una gerarchia dei fini. Secondo la dottrina della Chiesa il matrimonio è, per sua natura, una istituzione di carattere giuridico-morale, elevata dal Cristianesimo alla dignità di Sacramento. Il suo fine principale è la procreazione della prole, che non è una semplice funzione biologica e non può essere separata dall'atto coniugale.
Il matrimonio cristiano infatti ha lo scopo di dare dei figli a Dio e alla Chiesa, perché siano futuri cittadini del Cielo. Come insegna san Tommaso (Contra Gent. 4, 58), il matrimonio fa degli sposi «i propagatori e i conservatori della vita spirituale, secondo un ministero a un tempo corporale e spirituale», che consiste nel «generare la prole ed educare al culto divino» (Ef 5, 28), I genitori non comunicano direttamente la vita soprannaturale ai loro figli, ma devono assicurarne lo sviluppo, trasmettendo loro l'eredità della fede, a cominciare dal battesimo. Per questo il fine principale del matrimonio comporta anche l'educazione della prole: un'opera, afferma Pio XII in un discorso del 19 maggio 1956, che per la sua portata e le sue conseguenze sorpassa ampiamente quella della generazione.     
Qual è l'autorità magisteriale dell'Humanae Vitae?
Paolo VI, per cercare di attenuare lo scontro dottrinale con i cattolici fautori della contraccezione, non volle attribuire al documento un carattere definitorio. Ma la condanna della contraccezione può essere considerata un atto infallibile del Magistero ordinario, laddove ribadisce quanto sempre è stato insegnato: ogni uso del matrimonio in cui, utilizzando metodi artificiali, si impedisca all'atto coniugale di procreare la vita, viola la legge naturale e costituisce una colpa grave.
Anche il primato del fine procreativo del matrimonio può essere considerato dottrina infallibile del Magistero ordinario, perché affermata in modo solenne da Pio XI nella Casti connubii e ribadita da Pio XII nel suo fondamentale Discorso alle ostetriche del 29 ottobre 1951. Pio XII afferma infatti in maniera chiara: «La verità è che il matrimonio, come istituzione naturale, in virtù della volontà del Creatore non ha come fine primario e intimo il perfezionamento personale degli sposi, ma la procreazione e la educazione della nuova vita. Gli altri fini, per quanto anch'essi intesi dalla natura, non si trovano nello stesso grado del primo, e ancor meno gli sono superiori, ma sono ad esso essenzialmente subordinati. Ciò vale per ogni matrimonio, anche se infecondo; come di ogni occhio si può dire che è destinato e formato per vedere, anche se in casi anormali, per speciali condizioni interne ed esterne, non sarà mai in grado di condurre alla percezione visiva». Il Papa a questo punto ricorda che la Santa Sede, con un pubblico Decreto del Sant'Uffizio, «pronunziò non potersi ammettere la sentenza di alcuni autori recenti, i quali negano che il fine primario del matrimonio sia la procreazione e la educazione della prole, o insegnano che i fini secondari non sono essenzialmente subordinati al fine primario, ma equipollenti e da esso indipendenti» (S. C. S. Officii, I aprile 1944 - Acta Ap. Sedis vol. 36, a. 1944).
Nel suo articolo Lei evidenzia che un elemento nuovo che emerge dal libro di mons. Marengo è il testo completo della prima bozza dell'enciclica di Paolo VI, con il titolo De nascendi prolis. Questa enciclica è stata poi trasformata nell' Humanae Vitae. Ci può dire qualcosa in più riguardo a questa trasformazione?
La storia della Humanae Vitae è complessa e tormentata. L'inizio di questa storia è il rifiuto, da parte dei Padri conciliari, dello schema preparatorio sulla famiglia e il matrimonio redatto dalla commissione preparatoria del Vaticano II e approvato da Giovanni XXIII. Il principale artefice della svolta fu il cardinale Leo-Joseph Suenens, arcivescovo di Bruxelles che influì profondamente sulla Gaudium et Spes e "pilotò" la commissione ad hoc sulla regolazione delle nascite nominata da Giovanni XXIII e ampliata da Paolo VI.
Questa commissione, nel 1966, elaborò un testo in cui la maggioranza degli esperti si esprimevano a favore della contraccezione. I due anni che seguirono furono controversi e confusi, come confermano i nuovi documenti pubblicati da mons. Marengo. Al rapporto di maggioranza, reso noto dal National Catholic Report nel 1967, si contrappose un rapporto di minoranza che si opponeva all'uso dei mezzi anticoncezionali. Paolo VI nominò quindi un nuovo gruppo di studio, diretto dal suo teologo mons. Colombo. Dopo molte discussioni si arrivo alla De nascendiprolis, ma qui ci fu un nuovo colpo di scena, perché i traduttori francesi espressero forti riserve sul documento. Paolo VI fece nuove modifiche e finalmente, il 25 luglio 1968, fu pubblicata la Humanae Vitae.
La differenza tra i due documenti stava nel fatto che il primo era di natura più "dottrinale", il secondo aveva un profilo più "pastorale". Si sentiva, secondo mons. Marengo, «la volontà di evitare che la ricerca di una chiarezza dottrinale potesse essere interpretata come insensibile rigidità». La dottrina tradizionale della Chiesa era confermata, ma la dottrina dei fini del matrimonio non era espressa con sufficiente chiarezza.
Nel suo articolo Lei scrive che Giovanni Paolo II riaffermò con vigore l'insegnamento dell'Humanae Vitae, ma la concezione di amore coniugale diffusasi sotto il suo pontificato è alle origini di molti equivoci . Ci vuole dire qualcosa di più su questo punto?
Sono grato a Giovanni Paolo II per la chiara riaffermazione degli assoluti morali nella Veritatis splendor. Ma la teologia del corpo di Giovanni Paolo II, in parte ripresa dal nuovo Codice di Diritto canonico e dal Nuovo Catechismo, esprime una concezione del matrimonio centrata quasi esclusivamente sull'amore sponsale. Dopo cinquant'anni si deve avere il coraggio di riesaminare la questione con oggettività mossi solo dal desiderio di ricerca della verità e dal bene delle anime.
I frutti della nuova pastorale sono sotto gli occhi di tutti. La contraccezione è largamente diffusa nel mondo cattolico e la giustificazione che viene data è una visione distorta dell'amore e del matrimonio. Se non si stabilisce la gerarchia dei fini il rischio è proprio ciò che si vuole evitare, vale a dire la tensione, il conflitto e infine la separazione dei due fini del matrimonio.
Ma il legame matrimoniale non è anche simbolo dell'unione intima di Cristo con la Chiesa?
Certamente, ma la celebre espressione di san Paolo (Eph. V, 32) viene quasi sempre applicata all'atto coniugale, mentre l'amore matrimoniale non è solo amore sensibile, ma prima di tutto amore razionale. L'amore razionale, elevato dalla Carità, diviene una forma di amore soprannaturale e santifica il matrimonio. L'amore sensibile può degradarsi, fino a considerare la persona del coniuge come un oggetto di piacere. Questo rischio può derivare anche da una enfatizzazione del carattere sponsale del matrimonio.
Inoltre, riferendosi all'immagine dell'unione di Cristo con la sua Chiesa, Pio XII afferma: «Nell'uno come nell'altra il dono di sé è totale, esclusivo, irrevocabile: nell'uno e nell'altra lo sposo è capo della sposa, che gli è soggetta come al Signore (cfr. ibidem, 22-33); nell'uno e nell'altra il dono mutuo diviene principio di espansione e sorgente di vita» (Discorso ai novelli sposi del 23 ottobre 1940).
Oggi si pone l'accento solo sulla donazione reciproca, ma si tace sul fatto che l'uomo è il capo della moglie e della famiglia, come Cristo lo è della Chiesa. L'implicita negazione del primato del marito sulla moglie è analoga all'omissione del primato del fine procreativo sull'unitivo. Ciò introduce all'interno della famiglia una confusione di ruoli di cui oggi misuriamo le conseguenze.

Fonte: Corrispondenza Romana, 25/08/2018

6 - MEETING DI RIMINI 2018: IL DIALOGO CON L'ISLAMISMO CHE PORTA ALL'AUTODISTRUZIONE
Il segretario della Lega musulmana al Meeting di CL dimostra a che punto è l'infiltrazione islamica in Europa... e quanto poco gli europei se ne siano accorti
Autore: Souad Sbai - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 26/08/2018

Per chiunque conosca il minimo sindacale di un testo di diritto musulmano e abbia avuto un minimo approccio con la cultura islamica non assorbita unicamente da siti web, la notizia di una presenza sempre più importante di musulmani al meeting ciellino di Rimini non può non suonare come un campanello d'allarme. Negli ultimi anni, come spiegano anche gli organizzatori, si assiste a una crescente presenza di musulmani al Meeting, che nell'edizione appena conclusa è culminata con l'intervento del segretario della Lega Musulmana, il saudita Mohammad Ben Abd Ul-karim al-Issa, presenza resa possibile dal presidente dell'UCOII e imam di Firenze Izzeddin Elzir.
Anche a costo di passare per antipatico, il compito di chi si occupa di queste tematiche, è quello di individuare gli elementi di novità nel corso della quotidianità e darvi un senso.
Il concetto di base, che si cerca a piu riprese di far comprendere ai più, tra notevoli difficoltà di comprensione, ricade proprio sulla stessa essenza dell'islam, ovvero la sottomissione non solo ad una norma di etica e di morale, quanto la sottomissione ad un sistema di regole e di norme che, comprendendo anche la religione, domina ogni aspetto della vita del fedele, regolandone comportamenti, etica, morale, scelte, ed allo stesso tempo identificandone anche le norme di portata penale.
A questo genere di condizione, che lega la umma islamica nella sua interezza, al netto delle frastagliate divisione settarie e confessionali, si rifanno un po' tutte le organizzazioni estremiste che hanno scelto anche la via del combattimento e quindi del terrorismo per far valere le proprie ragioni.
Inutile girare intorno al concetto. L'islam non ammette alcuna altra tipologia di fede. Cosi come non è ammesso una declinazione di modalità nell'osservanza dei dettami e dei precetti.
Chi si attacca ai concetti relativi alla "Gente del libro" dimentica sempre di considerare che le popolazioni infedeli che volessero continuare a propugnare la propria fede hanno l'obbligo del pagamento di somme a titolo protettivo... una sorta di tangente che, pagata, fino ad un certo punto consente di pregare il proprio Dio all'interno delle proprie mura di casa, senza comunque rendere palese all'esterno la cosa, che potrebbe creare un problema di immoralità o peggio di apostasia, punibile finanche con la morte.

TAQIYYA, OVVERO COME TI FREGO L'INFEDELE CON LA MENZOGNA
È per tutelare e proteggere la fede islamica in ogni contesto, per proteggerla da ogni ipotesi di contaminazione con la modernità di un mondo che va avanti nonostante tutto e tutti, che le organizzazioni nate nel mondo dell'estremismo islamico, dai Salafiti, alla Fratellanza, alle organizzazioni Takfir, hanno autorizzato una forma di dissimulazione della fede islamica, al fine di tenere nascosto agli occhi degli infedeli il vero livello di adesione alla fede, farsi passare per "moderati" (altro termine che con l'islam non ha alcun legame concettuale) e organizzare cosi una rete di sostegno, intervento, e propaganda intorno al centro di interesse principale, che di solito ruota su un centro culturale o una moschea da sottoscala.
Questo sistema si chiama taqiyya, e indica la possibilità di nascondere o addirittura rinnegare esteriormente la fede, di dissimulare l'adesione a un gruppo religioso, e di non praticare i riti obbligatori previsti dalla religione islamica.
Un sistema organizzativo tattico e quindi di campo, di derivazione militare, utile per introdursi all'interno di un territorio, imparare a leggerne comportamenti e scenari, abitudini delle persone, capire come attivare le modalità di condizionamento facendo leva sulle corde emozionali sociali. Questo consente di studiare nel tempo giusto e coerente con i propri obiettivi tattici locali, le modalità di diffusione, infiltrazione, condizionamento e, successivamente, le modalità attraverso le quali rendersi palesi, e pretendere la riserva giuridica delle proprie condizioni normative in un contesto già normato, facendo leva sentimentale su precetti di natura religiosa, che in realtà nascondono una pretesa normativa assolutamente improvvida in uno Stato nel quale già sono pure troppe le norme che regolano la convivenza tra persone sia pure di cittadinanza, religione ed orientamenti diversi.
Concetto non esprimibile dal punto di vista islamico estremista, che prevede la sola sopravvivenza del proprio spirito sociale, religioso e normativo, e l'abbandono completo di qualsivoglia altra produzione normativa, che prodotta dall'uomo, è sempre considerata di natura inferiore alla parola dettata nel Corano.

UN'OTTIMA OCCASIONE PER INFILTRARSI
È un'ottima occasione quindi per organizzazioni come la Fratellanza Musulmana questa del Meeting di Rimini, all'interno del quale infiltrare delle proprie "truppe" per le attività tipiche di cui appena sopra, ovvero vedere, apprendere, studiare e fare rete con quei musulmani eticamente spinti da un pensiero di convivenza serena che si presentano a queste occasioni di incontro per scambiarsi il "tu" come diceva don Giussani.
Il Meeting rappresenta una occasione di incontro istituzionale, un palcoscenico per la politica di più colori, per il mondo dell'industria e dell'imprenditoria, per le università, la ricerca ed il terzo settore.
Tutti passano da Rimini, dove è evidente, si crea un clima molto amichevole, ma anche capace di offrire dei punti di vista da "influencer", ovvero di mandare all'esterno una serie di segnali su un nuovo modo di vedere qualcosa, di considerarla, di inserirla in piu contesti.
E questa è una occasione ampiamente sfruttabile da parte delle cellule di infiltrati di organizzazioni terroristiche come i Fratelli Musulmani. Perché la lotta al modernismo per la ripresa degli antichi costumi religiosi e sociali non passa solo dal fucile, ma passa attraverso una serie di adesioni a comitati, organizzazioni politiche, enti associativi, frange sindacali... tutto ciò che si caratterizza per aspetto numerico eterogeneo, e possibilità di espressione o pressione politica.
Se poi, questa pressione politica la si fa coincidere con pretestuose accuse di razzismo, intolleranza religiosa, odio etnico, fobie varie... ecco che si crea l'ambiente ideale nel quale cominciare a premere l'acceleratore per strappare le maggiori concessioni possibili.
Perché la leva dell'intolleranza religiosa è una potente leva sociale, che agisce nell'animo dei più in nome di un più grande alveo di diritti, che è racchiuso nei diritti fondamentali dell'uomo, quelli inalienabili di libertà.

LA DICHIARAZIONE ISLAMICA DEI DIRITTI DELL'UOMO
Ma... forse a molti sfugge che [...] l'islam ha creato la propria Dichiarazione islamica dei diritti dell'uomo nel 1981, dove tutto si muove nel quadro dei limiti della legge islamica.
Per cui si ricade sempre nel caso di partenza.
Ci si trova a tacere sulla libertà di espressione e di fede in territori mediorientali, a tacere sulle vessazioni e persecuzioni dei non musulmani in Nord Africa, Medioriente e Sud est asiatico.
Ci si trova sempre in questa scomoda situazione nella quale ogni domanda legittima sulla sorte di persone (non di fedeli... ma di persone) legata ad una fede particolare in base alla quale vivere o morire per mano di altri uomini, sia in partenza bandita, manipolata, rivista per non creare nel musulmano seduto di fronte stizza o rabbia.
Quanto ancora si dovrà tenere questo atteggiamento di "colpevoli a prescindere" per il fatto di essere occidentali e cristiani (o di qualunque altra fede, anche nessuna se del caso)?
Perché ogni ipotesi di discorso sulla difesa delle radici culturali delle nostre popolazioni è considerato un attacco razzista nei confronti dell'intero universo, mentre si difende a spada tratta il diritto di ogni fedele islamico a mantenere sul suolo straniero le proprie radici culturali, e promuoverle come virtù ed esempio della multiculturalità?
Di quali colpe ancora dobbiamo mondare il nostro passato storico? Perché non ci è concesso di poter difendere a voce alta le radici del Diritto romano sul quale l'impero costruì i suoi pilastri?
Perché in occasione di questi meeting non viene proposta una sorta di parallelo incontro anche in aree islamiche per parlare serenamente della libertà di fede, della libertà di non avere una fede, o di indossare o meno un velo integrale, di fatto riconoscendo la inutilità della creazione del cervello, incapace di ragionare sui minimi elementi di vissuto sociale?
E' inevitabile la presenza interessata di organizzazioni che praticano la Taqiyya anche in virtù delle numerose presenze legate al settore della imprenditoria di area cattolica, considerato che sono sempre più importanti i criteri finanziari e industriali, le scelte di diffusione locale di personaggi legati a Organizzazioni, e Paesi notoriamente associati al sostegno della causa dei Fratelli Musulmani.

SORRISI E STRETTE DI MANO CHE INGANNANO
Occasioni importanti, persone di rilievo, molti elementi di valutazione e studio utili per consentire nel breve, medio e lungo termine, una stratificazione, una organizzazione e l'influenza, come un cancro che si insinua all'interno di un gruppo di cellule sane, per infettarle una per volta e crescere al punto di andare in metastasi e colpire l'intero sistema ospitante, partendo dalla confusa comunità islamica, fino alle nostre culturalmente povere istituzioni politiche che si dimostrano ogni giorno manchevoli dei più elementari concetti di conoscenza. Istituzioni che rimediano spingendo ogni azione sul versante del sentimento sociale, ignorando che ogni concessione, ogni allargamento ad organizzazioni legate a strutture come la Fratellanza, sono viste come segni di cedimento per debolezza e paura, configurando cosi in pieno la dualità del mondo secondo il punto di vista islamico, ovvero la terra dell'islam e la terra della conquista.
L'ideale ideologico rimane sempre quello, al netto di sorrisi e strette di mano dietro le quali si affilano i coltelli della propaganda senza sconti e delle accuse di razzismo, il tentativo di unificazione della umma, e il ritorno ai fasti del primo califfato post 680 dC, che richiama in realtà battaglie, sangue, e lunghi periodi di disastro sociale.
Islam aperto? Islam che dialoga? Non per la Fratellanza. Non per chi ha stravolto ogni elemento religioso e vive nella follia delle proprie affermazioni virulente e puntate a distruggere la nostra civiltà come la conosciamo. Un dialogo senza senso, forzato e senza sbocco, utile solo per movimentare qualche voto. Un dialogo a senso unico buono a rallentare ogni progresso, a spegnere ogni mente ed a bloccare senza speranza ogni ipotesi di riforma e di riconoscimento dei basilari diritti umani.

DOSSIER "MEETING di RIMINI"

Leggi gli articoli che abbiamo pubblicato su questo argomento.
http://www.bastabugie.it/it/contenuti.php?pagina=utility&nome=_meeting_rimini

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 26/08/2018

7 - LEGGETE HEIDI AI VOSTRI FIGLI... QUELLA VERA, NON IL CARTONE ANIMATO GIAPPONESE
Un bel libro per la lettura familiare che insegna a vedere la bellezza e il positivo che ci circonda
Autore: Andrea Carabelli - Fonte: Tempi, 17/07/2016

Questo è un libro che io consiglio come lettura estiva e familiare. Leggere insieme prima che un atto di conoscenza è un gesto d'amore. E quale migliore occasione durante le vacanze per leggere un libro insieme ai propri figli? Durante l'anno lavorativo, si sa, i bambini devono andare a letto presto e i genitori sono troppo stanchi della giornata intensa di lavoro. Ma in aiuto vien l'estate che permette di godersi ore preziosissime da passare finalmente insieme a chi si ama.
Non ne consiglio la lettura come viatico all'addormentamento. In casa mia mentre lo leggevo ogni sera mi ritrovavo a saltare sul letto mimando e gesticolando fino all'esasperazione. Matilde, la più emotiva del gruppo, piangeva e rideva a intermittenza a seconda delle circostanze che l'avventura in corso dettava, Margherita implorava di leggere un altro capitolo, Martino si limitava a osservare (a lui basta che si continui a far baccano!). Per leggere in famiglia ci vuole per forza un libro che vada bene sia per i bimbi che per i grandi, un libro che come questo sappia far dialogare la purezza della fanciullezza con il valore dell'esperienza degli adulti.
Il titolo del libro è tutto un programma, nel senso letterale di programma televisivo, visto che parliamo niente di meno che di Heidi, il cartone animato preferito da almeno tre generazioni, il cartone che chiunque al mondo conosce, il più famoso, il più cantato e parodiato. Ma non pensiate che la mia proposta abbia a che fare con le proposte animate.
Per l'appunto la prima operazione che dovete fare per leggere questo piccolo romanzo è fare tabula rasa della banale giapponeseria che si è impadronita di tutti i personaggi del testo e che ad ognuno di essi ha dato un'immagine visiva che ormai tutti abbiamo indelebilmente stampato in testa. Se riuscissimo invece a lasciarci condurre nient'altro che dalle parole del libro ci accorgeremmo fin dalle prime pagine che l'autrice di Heidi, Johanna Spyri, ha da dire ben di più di quello che ci hanno fatto credere gli animatori e autori del cartone. Credetemi: è un romanzo tutto da scoprire e di una profondità inaspettata. L'autrice, svizzera, scrive il romanzo Heidis Lehr- und Wanderjahre (Gli anni di formazione e di peregrinazione di Heidi) nel 1880 (per intenderci, un anno prima dell'assoluto capolavoro della letteratura per ragazzi, Pinocchio) e lo ambienta nella regione alpina svizzera del Canton Grigioni, precisamente sopra Maienfeld (chi oggi visita quelle zone trova addirittura un piccolo paese dedicato tutto alla protagonista e che naturalmente non può che chiamarsi Heidiland).

MA COS'È, PETER, COS'È?
Ecco dunque servito un altro valido motivo per leggere Heidi: spero abbiate l'occasione durante questo periodo di riposo di immergervi in mezzo alla natura e di sentirne il suo tenero abbraccio (più facile che accada se si andrà in montagna). Questo libro aiuta a guardare lo spettacolo della bellezza della natura con gli occhi giusti. Sono gli occhi di una bambina capace di vedere naturalmente le cose con purezza cristallina. Sentirete per esempio lo stupore che si può provare di fronte a un tramonto visto per la prima volta: «Peter! Peter! Il fuoco! Il fuoco! Le montagne bruciano tutte, brucia anche la neve lassù e anche il cielo! Guarda, guarda! La montagna di roccia, quella alta, arde tutta. Oh, la bella neve di fuoco! Peter, alzati! Guarda, c'è fuoco anche lassù, nella tana dell'uccellaccio. Guarda le rocce! Guarda gli abeti! Tutto è in fiamme!».
La risposta di Peter è molto eloquente, è quella di chi, come accade spesso anche a noi, non si stupisce più di ciò che accade nella vita:
«- È sempre stato così - disse tranquillamente Peter mentre era intento, con un temperino, a togliere la corteccia dal suo bastone -. Ma non è fuoco.
- Che cos'è allora? - gridò Heidi correndo qua e là per vedere meglio da tutte le parti. Era tanto bello che la bimba non si saziava di quello spettacolo.
- Ma che cos'è, Peter, che cos'è? - gridò ancora.
- Viene da sé… così - spiegò Peter».
L'incantato mondo dove Heidi scopre la bellezza di prati, monti e tramonti non è per tutti. O meglio chi vuole goderlo occorre che faccia un piccolo sforzo, e non è un caso che l'inizio del romanzo sia la salita che porterà Heidi nella casa del nonno sulle Alpi. Quando, verso la fine del racconto, dalla città di Francoforte riporteranno Heidi in montagna, l'adulto che l'accompagna, Sebastian, non avrà il coraggio di salire, premuroso di riprendere il primo treno che lo riporti indietro, rimanendo prigioniero di un pregiudizio che non gli permette di assaporare l'autenticità della realtà.

LA PARABOLA DEL FIGLIOL PRODIGO
La figura positiva più bella di tutto il romanzo è certamente la nonna di Clara, una vera educatrice. Heidi deve imparare a leggere, ma con il maestro e la signorina Rottenmeyer non c'è verso di insegnarle nulla («è sempre svogliata», «potrebbe avere un disturbo mentale»), l'amico Peter l'aveva addirittura indotta a pensare che «non si può imparare a leggere. È troppo difficile!». La nonna invece ha un metodo molto più proficuo: le fa vedere un libro con le immagini delle montagne. Heidi ne è intensamente attratta. La nonna la rincalza:
«- Hai visto il pastorello sul prato verde? Appena saprai leggere, ti regalerò quel libro e potrai apprendere tutta la sua storia, come se qualcuno te la raccontasse. Tutto, tutto quello che fa con le sue pecorelle e con le sue caprette, e quali cose meravigliose gli capitano. Saresti contenta di saperlo, non è vero, Heidi?
La bimba aveva ascoltato attentamente senza batter ciglio, e gli occhi le brillavano. Traendo un profondo sospiro, disse:
- Oh come vorrei saper già leggere!».
E così presto Heidi impara a leggere. La nonna è capace di trasformare il desiderio di Heidi, quello stesso desiderio che l'aveva fatta vibrare di fronte al tramonto, in conoscenza e soprattutto in preghiera: quando Heidi è triste la nonna le insegna che si è tristi quando non si conosce nessuno che ti possa aiutare, «pensa come fa bene, quando si ha nel cuore qualcosa che opprime e che fa soffrire continuamente, potersi rivolgere al buon Dio, dirgli tutto e pregargli che ci aiuti in quelle cose in cui nessuno, proprio nessuno ci può aiutare. Egli può tutto e ci può dare ciò che ci farà contenti». Questo rapporto sarà anche l'avvio per la conversione del nonno stesso: la prima storia che Heidi ha imparato a leggere è quella della parabola del figliol prodigo e quando Heidi la racconterà al nonno per la prima volta il nonno sentirà che quelle parole di Gesù sono per lui e si sentirà anche lui abbracciato dalla misericordia di Dio. Ma bisogna leggerla per capirne tutta la dinamica.
Altro non voglio svelarvi. Dico solo che chi ne trarrà piacere potrà dilettarsi leggendo anche «il secondo libro di Heidi» che l'autrice scrisse poco dopo e che mette a tema lo straordinario rapporto tra Heidi e Clara. [...]

Nota di BastaBugie: per acquistare il libro di Heidi in versione completa (cioè fino a quando Clara recupera l'uso delle gambe e cammina), clicca sul seguente link
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FILM: ZOCCOLETTI OLANDESI (1937)
La storia di Heidi ha ispiriato molti film (e cartoni animati). Uno dei primi film è stato "Zoccoletti olandesi" del 1937 diretto da Allan Dwan, con protagonista Shirley Temple conosciuta nel mondo dello spettacolo con il soprannome di "riccioli d'oro".
Purtroppo anche in questo caso la trama è stata rimaneggiata in diversi modi. Il film ad esempio trascura il capitolo dove Heidi torna in montagna e Klara recupera lentamente la sua salute sulle Alpi. Il film esclude un personaggio che nel libro è molto importante, la nonna di Klara. Invece tutte le scene dove la Rottenmeier cerca di vendere Heidi agli zingari e l'inseguimento sugli slittini per le strade di Francoforte sono state inventate.
Ecco comunque il film che si trova su YouTube.


https://www.youtube.com/watch?v=5nv15oIxii8

Fonte: Tempi, 17/07/2016

8 - VI DESCRIVO DA GIORNALISTA L'INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE A DUBLINO
La situazione è grave se anche nella Chiesa la lobby gay riesce a dettare l'agenda così spudoratamente
Autore: Costanza Miriano - Fonte: Blog di Costanza Miriano, 01/09/2018

L'articolo di James Martin nel suo miglior travestimento - la vittima - mi costringe a fare qualche riflessione su questa dolorosissima vicenda degli abusi di McCarrick: il sacerdote gesuita, sempre più esplicito nella sua militanza omosessualista, lamenta la caccia alle streghe contro i sacerdoti "gay" in un articolo ritwittato da Spadaro, che peraltro supponevo "fedelissimo" di quel Papa che dice che gli omosessuali in seminario al minimo sospetto manco ci devono entrare. Purtroppo la lamentela e il vittimismo sono i cavalli di battaglia dei militanti (non a caso un tratto più spesso femminile che maschile della personalità). A forza di lamentarsi e di fare le vittime, a forza di parlare di discriminazione e non accoglienza, le persone omosessuali hanno al contrario con estrema aggressività e violenza ideologica imposto la loro agenda a tutti i livelli.

NON CHIEDONO DI NON ESSERE DISCRIMINATI, VOGLIONO COMANDARE
Prima ci sono riusciti con diversi governi, imponendo il loro ruolino di marcia, bloccando parlamenti per mesi, tradendo le priorità della realtà, inventando un mondo in cui le persone omosessuali sono vittime di cattiverie e violenze quotidiane ed è urgentissimo in nome dei diritti civili occuparsi di questo, più urgente della povertà, della scuola, della disoccupazione. Perché come dice Bret Easton Ellis, loro non chiedono di non essere discriminati, loro vogliono comandare. Un'agenda presumibilmente dettata da una regia che non so decriptare, ma i cui effetti sono lampanti (come altrimenti spiegare, per esempio, le parole di commiato di Gentiloni, la sua eredità politica: "sono fiero di aver guidato un governo che ha fatto le dat, e di essere di un partito che ha fatto le unioni civili"?). Adesso lo stanno facendo - occupare il centro della scena oscurando il resto - nella Chiesa, con la conseguenza che in questo momento anche tanti uomini di fede santa e dottrina solidissima non hanno più il coraggio di dire sull'omosessualità la verità, cioè che è un disordine, e che i rapporti omosessuali sono un peccato. O magari la dicono, ma durante la giornata contro l'omofobia, dunque piegandosi ai diktat di un'agenda imposta alla Chiesa dall'esterno, e totalmente non reale rispetto alle vere necessità dei fedeli (io ho bisogno di qualcuno che mi ricordi che il mio problema sono io, non gli altri che mi trattano male).
Come al solito la Chiesa arriva a saldi finiti, e mentre i preti omosessuali sono consultori di Dicasteri, fanno corsi per insegnare la fedeltà omosessuale, e poi su su salendo di grado fanno carriera e gestiscono immobili e soldi e porpore cardinalizie, dettano la scaletta dei giornali, la Chiesa sembra ancora credere alla bufala della sofferenza di coloro che non si sentono accettati. Magari alcuni ci credono sinceramente, ma perché non conoscono la realtà. Le persone con attrazione verso lo stesso sesso soffrono perché soffrono, non perché non accettati, cosa peraltro sempre più falsa (sto ancora aspettando che ci raccontino una storia vera su questo, di qualcuno maltrattato nella Chiesa per la sua inclinazione). Il magistero è rimasta la loro unica speranza di uscire dalla loro sofferenza, che non passa se tutti fanno pat pat sulla spalla. Non passa finché non viene affrontata.

PSICHIATRIA, LA PAROLA CENSURATA
Il Papa lo ha accennato in aereo, da piccoli si può intervenire con la psichiatria. Lui poi ha aggiunto "intorno ai venti anni non più", ma io conosco persone che hanno affrontato e vinto questa battaglia anche molto dopo i venti anni, perché hanno avuto al loro fianco qualcuno che ha detto loro la verità. Un cattolico. Perché il lavoro medico da solo non basta, serve anche quello spirituale.
La Sala Stampa nel bollettino ufficiale ha poi corretto l'affermazione, scrivendo "si possono fare tante cose" e togliendo la parola psichiatra. L'instancabile Martin arrampicandosi sugli specchi si è affrettato a spiegarci che il Papa intendeva dire che lo psichiatra serve ai bambini perché si sentono discriminati. Dopo i venti anni, allora, caro Martin, non c'è più discriminazione? Allora tutta la storia dell'omofobia dunque è falsa? Scegli. O ammetti che il Papa ha detto quello che ha detto - psichiatra, c'è la registrazione - proprio perché intendeva parlare di cura o ammetti che l'omofobia non esiste e quindi come dici tu non serve più lo psichiatra che serviva da bambini.
Non so perché questa correzione, e non so perché tutto questo avvenga, non sono brava con le trame. Forse il Papa nel mea culpa per gli abusi in Pennsylvania non ha nominato la parola omosessualità proprio per non offendere, non far sentire nessuno non accolto, per non gettare sale nella ferita dell'omosessualità che già fa male da sola. Forse voleva solo parlare degli abusi e non della piaga della Chiesa, perché non tutti gli omosessuali, certo, commettono abusi, e voleva evitare il rischio dell'identificazione dei due fenomeni. Certo, non tutti gli omosessuali commettono abusi, ma la stragrande maggioranza degli abusi è compiuta da omosessuali. E la pratica omosessuale tra preti adulti consenzienti è un abominio, indipendentemente dal consenso. E' un abominio prima di tutto per chi la compie e un padre di quei sacerdoti deve condannarla, per il bene loro e della loro anima, per la loro salvezza eterna e per la loro vita qui. Se, come noi crediamo e annunciamo, l'omosessualità è un disordine, questo influisce su tutta la vita del sacerdote. Noi non siamo maschio o femmina solo a letto, lo siamo nel modo di guardare al mondo, nei giudizi, nell'affettività, nel modo di amare gli altri. Al sacerdote è richiesta una virilità persino superiore di quella che è richiesta a un laico, a uno sposato. Il sacerdote in confessionale ha bisogno di un sacco di testosterone. E anche nel suo darsi e morire per i fedeli come Gesù realizza la chiamata a essere profondamente uomo. Un sacerdote omosessuale che non combatte la propria inclinazione non può essere un buon sacerdote, e la Chiesa non deve avere paura di dirlo, e infatti il Papa lo dice: non devono neanche entrare in seminario. Non è che gli omosessuali non siano virili, è che si sentono feriti nella loro virilità, e vanno aiutati a tornare fieri di essere veri uomini, qualunque ferita abbiano subito. La vera accoglienza è dire la verità con dolcezza.

PERCHÉ TUTTA QUESTA CAUTELA?
Siamo tutti in un cammino di costante conversione. Siamo tutti peccatori e tutti ci confrontiamo con un disordine (magari uno solo!). I nostri disordini ci impediscono di essere uniti al Signore e di vivere in modo fecondo e ordinato la nostra vita. Quando per esempio si vive in una situazione di adulterio, tutta la vita entra in una sorta di schizofrenia, e non si riesce a fare nulla delle cose normali con il cuore indiviso. Tutta la vita diventa adultera, perché l'affettività è il nostro centro, e la Chiesa la custodisce con grande sapienza. Per questo il sesto comandamento, per questo Humanae Vitae, per questo l'indissolubilità.
Non so perché tutta questa cautela, ma se è per non allontanare nessuno, per far sentire tutti accolti, per non essere divisivi, forse vale la pena guardare cosa è successo a tutti i governi gayfriendly negli ultimi tempi. Sono stati quasi tutti cancellati, travolti, spariti. Una esilissima minoranza ha vinto risucchiando la scena, la maggioranza non l'ha sentita come una priorità, e ha votato di conseguenza. Comunque la si pensi, ciò che è chiaro nella percezione comune è che la causa omosessualista non può imporsi in questo modo ideologico e falso. Quindi, se l'obiettivo sono i consensi, mi pare che nella Chiesa stia un po' succedendo quello che è successo negli scenari politici di molti paesi: Hollande, Cameron, Renzi, Zapatero, Hillary Clinton avevano tutti i media a favore, ma la percezione comune era molto lontana dalla loro narrazione imposta dall'alto. Nella Chiesa non si vota, e i suoi veri figli rimarranno amanti di questa madre per quanto sporche possano essere le sue vesti. Però tanti stanno attraversando uno smarrimento e una sofferenza: tante parole chiarissime e buone sono state dette, ma forse qualche gesto ha creato confusione.
Perché per esempio al posto di Martin a Dublino non è andato a parlare Fr. Mike Schmitz che ha scritto un meraviglioso libro sull'attrazione verso lo stesso, pieno di intelligenza e comprensione e delicatezza, ma in linea con il magistero? E' lo stesso sacerdote che tiene corsi agli uomini sulla virilità, su come essere veri uomini cristiani, e che è amatissimo e seguitissimo, che sa infiammare i cuori con l'orgoglio di appartenere a Cristo, senza però mai attaccare nessuno. In più, come bonus, ha fatto anche due Ironman. Per me molti sacerdoti sono supereroi, ma se nuotano per 4 chilometri, pedalano per 180 e poi corrono una maratona, be', lo sono anche di più.

Nota di BastaBugie: Lupo Glori nell'articolo seguente dal titolo "Non solo padre Martin, da Dublino indicazioni per una nuova pastorale LGBT" parla di ciò che è emerso dal recente incontro mondiale delle famiglie a Dublino... e non c'è da stare allegri.
Ecco l'articolo completo pubblicato su Corrispondenza Romana il 29 agosto 2018:
Accanto al controverso e contestato intervento del gesuita americano, su posizioni notoriamente pro gay, padre James Martin, il World Meeting of Families che si è appena concluso a Dublino, è stato caratterizzato anche da un altro incontro "minore" sulla cosiddetta "pastorale LGBT", che pretende di conciliare cattolicesimo ed omosessualità (attiva), di cui ha fornito un dettagliato resoconto un articolo a firma di Francis De Bernardo pubblicato su www.newwaysministry.org, il sito della nota associazione LGBT fondata nel 1976 da padre Robert Nugent e suor Jeannine Gramick.
L'incontro, seppure di second'ordine rispetto alla dibattutissima relazione del consultore della Segreteria vaticana per la Comunicazione, nonché autore di Building a bridge (edito in Italia col titolo Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt e con prefazione dell'arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi), James Martin, è degno di nota in quanto evidenzia l'esistenza di un preciso piano strategico di accettazione e promozione dell'omosessualità all'interno della Chiesa cattolica, portato avanti dalla potente lobby gay ramificata al suo interno, così come la volontà di diffondere e replicare tale modello di azione, proponendolo come "caso scuola" ad un evento del calibro del World Meeting of Families.
Nel tardo pomeriggio di mercoledì 23 agosto l'organizzazione gay, denominata LGBT + Catholics Westminster, attiva a Londra, nel quartiere di Mayfair, presso la parrocchia dell'Immacolata Concezione in Farm Street, meglio conosciuta come Chiesa di Farm Street, ha dunque avuto il suo spazio all'interno del Congresso per tenere un incontro dal titolo Iniziative pastorali per i cattolici Lgbt, in cui ha raccontato le "inclusive" attività svolte all'interno della loro comunità parrocchiale nei confronti dei fedeli gay, lesbiche, transgender, eccetera, illustrando alla platea i passi concreti che hanno reso possibile sviluppare, nel tempo, tale innovativo ed accogliente "ministero".
I relatori, il gesuita Fr. Dominic Robinson parroco di Farm Street fino al 2012 e attualmente superiore della locale comunità della Compagnia di Gesù e i parrocchiani Nick O'Shea e Sherwyn Sicat (in collegamento video), hanno così spiegato dal palco come le origini dell'attuale, a loro dire, "florido" ministero LGBT (O'Shea ha ammonito i partecipanti con tali parole: «Se non stiamo attenti, le chiese potrebbero svuotarsi e quello che abbiamo qui è una fiorente comunità di persone») risalgano al 2009 quando, con il nome di "Messe di Soho", il Soho Masses Pastoral Council diede vita ad una speciale "messa" per le persone LGBT presso la parrocchia dell'Assunta e di san Gregorio a Warwick Street.
Successivamente, in seguito al progressivo allargarsi della comunità omosex, nel marzo 2013, il Consiglio per le Messe di Soho ricevette l'invito dell'arcivescovo Vincent Nichols (creato cardinale da papa Francesco nel 2014), a trasferirsi presso l'odierna più grande parrocchia gesuita dell'Immacolata Concezione a Farm Street.
Il gesuita Fr. Dominic Robinson ha quindi illustrato ai presenti «l'intero processo di quanto chiamiamo 'Aprire le nostre porte'», spiegando come ogni seconda e quarta domenica del mese, i "cattolici" LGBT abbiano la possibilità di assistere assieme agli altri parrocchiani alla messa delle 17:30. «Il gruppo - ha inoltre specificato Robinson come riportato dal sito gaynews.it - i cui rapporti ufficiali col card. Nichols sono tenuti per il tramite di mons. Keith Barltrop (parroco di Santa Maria degli Angeli a Bayswater), ha un proprio consiglio pastorale per la valutazione delle istanze della collettività cattolica Lgbt e la programmazione dei vari incontri. Al suo interno ci sono due sottogruppi: quello dei 'Giovani Adulti' (Yag), che, composto di cattolici Lgbti tra i 20 e i 40 anni, si riunisce per attività sociali e spirituali; quello 'Trans', che collabora, fra l'altro, con organizzazioni ecumeniche come 'The Sybils'».
Il direttore di New Ways Ministry, De Bernardo, conclude infine il suo resoconto sottolineando soddisfatto il significato straordinario della presentazione tenuta al WMF da O'Shea e Sicat, rimarcando come i due parrocchiani londinesi di Farm Street siano le prime persone dichiaratamente LGBT a rappresentare, e "sdoganare" aggiungiamo noi, in un così importante e considerevole contesto una pastorale cattolica che non professa l'obbligatorietà della castità.
Un passo in avanti enorme, aggiunge De Bernardo rispetto al precedente WMF di Philadelphia del 2015, dove a parlare di Chiesa ed omosessualità era stato un uomo apertamente gay, esponente di Courage, un associazione che, al contrario, concentra il proprio apostolato sulla promozione della castità, l'accompagnamento spirituale e considera l'attrazione per lo stesso sesso come un disordine morale da combattere e correggere.
Una considerazione difficile da contestare che sintetizza ed esprime emblematicamente i felpati quanto drammatici balzi in avanti effettuati in poco tempo dall'omoeresia all'interno della Chiesa cattolica.

Fonte: Blog di Costanza Miriano, 01/09/2018

9 - OMELIA XXIII DOMENICA T. ORD. - ANNO B (Mc 7,31-37)
Fa udire i sordi e fa parlare i muti
Fonte Il settimanale di Padre Pio

Il profeta Isaia, nella prima lettura, assicura gli israeliti che erano in esilio, e che si erano smarriti di cuore, che il Signore era loro vicino e che sarebbe venuto a salvarli. Come segno della venuta del Salvatore, egli dice: «Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi» (Is 35,5). Venne realmente il tempo della loro liberazione, quando poterono rientrare nella loro patria, ma il segno degli occhi che si aprono e delle orecchie che si schiudono si realizzò pienamente solo con la venuta di Gesù, il vero Salvatore, Colui che ci libera dalla vera schiavitù che è quella del peccato.
Così, andando verso il mare di Galilea, Gesù operò un miracolo il cui significato era molto chiaro: Egli diede la parola e l’udito a un sordomuto che gli era stato condotto affinché Lui lo beneficasse. Gesù lo prese in disparte, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua e, guardando verso il cielo, disse: «“Effatà”, cioè: “Apriti!”. E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente» (Mc 7,34-35). La folla, ammirata per quel miracolo, disse: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti» (Mc 7,37).
Quel miracolo fu il segno atteso da molto tempo, il segno indicato dal profeta Isaia, che Dio «viene a salvarci» (Is 35,4). Dio ha mandato il suo Figlio a salvarci e a ridonarci l’eredità perduta. Il miracolo operato da Gesù voleva essere soprattutto un ammaestramento che, finalmente, era giunto il tempo della salvezza.
Lo stesso gesto operato da Gesù si ripete ogni volta che viene amministrato il Battesimo: il sacerdote traccia sulle orecchie e sulle labbra del battezzando il segno della croce, augurando al bambino che presto possa udire la Parola di Dio e proclamarla.
Il Vangelo di oggi è dunque un richiamo rivolto a tutti noi a ripensare agli impegni presi con il Battesimo e a rimanerne fedeli. Dobbiamo ascoltare la Parola di Dio, meditandola profondamente nel nostro cuore, e dobbiamo proclamarla con l’esempio della nostra vita e con la nostra parola franca e coraggiosa. Diversamente saremo come il sordomuto del Vangelo, sordo alla Parola di Dio e incapace di annunciarla ai fratelli.
Quanti sordomuti ci sono ai nostri giorni! Un po’ lo siamo tutti noi, noi che ogni domenica partecipiamo alla Messa: non meditiamo con amore questa Parola di salvezza e, praticamente, una volta usciti di chiesa, con il nostro comportamento, spesso diamo delle contro testimonianze. Anche noi dobbiamo essere condotti da Gesù, affinché operi per noi il miracolo di scuoterci dalla nostra desolante apatia.
Un Santo che ci è di grande insegnamento per quello che riguarda l’ascolto del Vangelo è certamente san Francesco d’Assisi. Egli desiderava ardentemente, non solo ascoltare la Parola del Signore, ma soprattutto metterla in pratica e proclamarla ai fratelli. Prima di tutto l’ascoltava. Un suo biografo testimonia come egli scolpiva indelebilmente nel suo cuore tutto quello che leggeva o ascoltava del Vangelo, al punto che la sua memoria aveva preso il posto dei libri (cf FF 689). Con l’affetto dell’amore egli riusciva a penetrare il senso profondo della Scrittura. Ogni giorno ascoltava con molta attenzione i brani della Scrittura durante la Messa; e, se non poteva parteciparvi a causa delle sue malattie, se li faceva leggere e non ne perdeva neppure una sillaba.
Egli voleva non soltanto ascoltare, ma anche vivere il Vangelo. Per cui, il suo biografo scrive che egli non era mai stato un ascoltatore sordo del Vangelo, ma, affidando alla sua memoria tutto quello che ascoltava, cercava con ogni diligenza di eseguirlo (cf FF 357). La sua aspirazione più alta, il suo più grande desiderio era di osservare perfettamente e sempre il Santo Vangelo (cf FF 466). In questo modo, egli era come una predica vivente; e, anche senza parlare, riusciva a condurre a Gesù Cristo tante anime smarrite.
Infine, san Francesco voleva proclamare la Parola di Dio in tutto il mondo. Per questo motivo, così egli diceva ai suoi fratelli: «So, fratelli carissimi, che il Signore ci ha chiamati non soltanto per la nostra salvezza. Voglio perciò che ci disperdiamo tra la gente e portiamo soccorso al mondo in pericolo mediante la Parola di Dio e gli esempi di virtù» (FF 2689).
Il Santo di Assisi non si riteneva amico di Cristo, se non amava le anime che Egli ha amato (cf FF 490). Per questo motivo egli andava incontro alle anime annunziando loro la Parola di salvezza. Di preferenza, egli si rivolgeva ai poveri e ai più abbandonati, memore delle parole che abbiamo ascoltato nella seconda lettura di oggi, che cioè Dio ha scelto i poveri agli occhi del mondo per farli ricchi nella fede ed eredi del Regno (cf Gc 2,5).
Sull’esempio di san Francesco cerchiamo anche noi di ascoltare, vivere e annunziare la Parola del Signore.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio

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