BastaBugie n°581 del 17 ottobre 2018

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1 UNA SCUOLA VIETA I CELLULARI E COSI' MIGLIORA L'ATTENZIONE ALLE LEZIONI
L'istituto San Benedetto a Piacenza con un sistema impedisce l'uso del telefonino, incluso durante la ricreazione (VIDEO: A scuola senza smartphone)
Autore: Marco Lepore - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
2 ADDIO AL CELIBATO/NUBILATO? MA ANCHE NO!!!
Mi stupisco di quanta energia ed entusiasmo vengono spesi per una festa (importata dall'America) degli ultimi momenti di libertà (?!) prima del matrimonio (e mi chiedo: se pensi che sia una prigione, perché ti sposi?)
Autore: Benedetta Bondesan - Fonte: Blog di Costanza Miriano
3 I DUE MOTIVI CHE FANNO ARRABBIARE LA SINISTRA PER VERONA COME CITTA' A FAVORE DELLA VITA
La mozione del Consiglio comunale impegna il Comune a promuovere il programma ''Culla segreta'' e a stanziare fondi di bilancio per progetto Gemma e progetto Chiara
Autore: Rodolfo Casadei - Fonte: Tempi
4 IL CACCIATORE AMA GLI ANIMALI E LA NATURA
Invece chi vuole abolire la caccia non lo fa per amore della natura, ma per disprezzo dell'uomo (e di Dio)
Autore: Andrea Cionci - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
5 E' NATO IL FRATELLINO DI ALFIE EVANS
La giornalista Benedetta Frigerio seguì il caso di Alfie in prima persona stando fisicamente accanto ai suoi genitori e conducendo il padre dal Papa (VIDEO: la storia di Alfie raccontata dalla Frigerio)
Autore: Giulia Tanel - Fonte: Notizie Provita
6 I PROMESSI SPOSI E LA FECONDAZIONE ARTIFICIALE
Sulle orme di Renzo e Lucia scopriamo che il sorgere della vita non può essere separato da un atto d'amore
Autore: Giorgio Carbone - Fonte: Il Timone
7 IL FESTIVAL GENDER E' FINANZIATO DALLA GALASSIA PD (COMUNE DI BOLOGNA, COOP, UNICREDIT, ECC.), E DAL MINISTERO PER I BENI CULTURALI... MA NON ERA IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO?
Altre notizie dal mondo gay: padre e madre nei moduli della Regione Lombardia, bagni per trans allo stadio, punite l'ambasciatore Lgbt che ha violato le legge
Autore: David Botti - Fonte: Osservatorio Gender
8 L'ACCORDO CON IL REGIME COMUNISTA CINESE NON TIENE CONTO DEI MARTIRI
La chiesa sotterranea, cioè fedele al Papa e che quindi non si è piegata al regime di Pechino, vanta un primato nel mondo: è quella che da più tempo è perseguitata
Autore: Cristina Siccardi - Fonte: Corrispondenza Romana
9 OMELIA XXIX DOM. DEL T.ORD. - ANNO B (Mc 10,35-45)
Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - UNA SCUOLA VIETA I CELLULARI E COSI' MIGLIORA L'ATTENZIONE ALLE LEZIONI
L'istituto San Benedetto a Piacenza con un sistema impedisce l'uso del telefonino, incluso durante la ricreazione (VIDEO: A scuola senza smartphone)
Autore: Marco Lepore - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 05/10/2018

«Seppur consapevoli della grande utilità dei cellulari, crediamo che il loro utilizzo diventi sempre più una fonte di distrazione, di comportamenti asociali e di conflitto sia a scuola che a casa... Ricerche hanno dimostrato che la semplice presenza di cellulari nelle aule può avere un'influenza negativa sulla performance degli studenti».
Nei mesi scorsi, la dirigenza del Liceo San Benedetto di Piacenza (Liceo scientifico paritario a indirizzo sportivo e scienze applicate) aveva scritto così in una lettera ai genitori dei propri studenti che, da lunedì 17 settembre, primo giorno di scuola, hanno dovuto iniziare a fare i conti con una grande novità: la speciale tasca 'Yondr', un sistema per impedire l'uso del cellulare a scuola, ricreazione compresa. Si tratta di una "semplice" custodia che scherma i dispositivi: una volta chiusa dall'insegnante alla prima ora, può essere sbloccata solo dagli stessi docenti al termine dell'ultima lezione, tramite un'apposita base. Gli studenti possono tenere con sé lo smartphone, che tuttavia così è reso inefficace.

DOPO I PRIMI GIORNI LA PROIBIZIONE VIENE ACCETTATA
Sono andato a far visita all'istituto San Benedetto per vedere di persona il dispositivo e capire "che aria tira". I ragazzi sapevano già dallo scorso anno che la scuola stava ragionando su come far fronte al problema, ma non si aspettavano che si sarebbe arrivati ad una simile conclusione. «L'avete fatto davvero!!» è stato il loro commento. Masticando un po' amaro nei primissimi giorni, hanno dovuto accettare quanto deciso dalla dirigenza -anche se qualcuno ha provato a forzare il sistema - ma dopo un po' si sono abituati e la vita scolastica già scorre serena.
Le famiglie da parte loro sono contentissime. Del resto, qualsiasi genitore vede quanto sia diventato difficile separare i giovani dai telefonini, che assorbono la loro attenzione pressoché senza soluzione di continuità giorno e notte. Sono i figli della "look down generation", definizione coniata nei paesi anglosassoni per indicare quelli che camminano sempre guardando in basso il monitor del proprio smartphone, in perenne connessione e con auricolari che isolano dal mondo. E il dialogo in famiglia, già in crisi per tanti motivi epocali, ne risente pesantemente...
La vicenda, subito metabolizzata dalla comunità scolastica, è invece ancora oggetto di attenzione (non senza qualche polemica strumentale...) da parte della stampa e della televisione. [...]
Il caso ha avuto così tanto rilievo perché in effetti il problema esiste ed è controverso. Le analisi in questi anni si sono moltiplicate e le ipotesi di soluzione pure; quella proposta dal Ministero dell'Istruzione, di utilizzare gli smartphone per la didattica, convince davvero poco la maggior parte dei docenti, e non senza fondate motivazioni di facile comprensione. Il sequestro dei dispositivi è vietato dalla legge, e oggi purtroppo molte leggi non si preoccupano delle conseguenze educative di quanto sancito...; l'uso in classe per fini non didattici non è consentito, ma gli studenti, che lo tengono sempre a portata di mano, lo utilizzano per copiare, chattare, fotografare, realizzare video, registrare, navigare su internet, fino talvolta a usarlo per fini illeciti e violenti, come nei casi sempre più frequenti di Cyber-bullismo. [...]

TOGLIERE GLI OCCHI DAL DISPLAY PER ALZARLI AL CIELO
Dobbiamo fare i conti con un diffuso (non solo fra i giovani, ma anche massicciamente fra gli adulti) disturbo ossessivo-compulsivo, per cui non si riesce a stare senza controllare continuamente quanto arriva attraverso i molteplici canali di comunicazione del telefonino.
In una società in cui dire di NO pare diventato difficilissimo, la decisione adottata dalla Scuola San Benedetto di Piacenza è una ventata di aria nuova. E se a qualcuno ha fatto storcere il naso, perché pare in controtendenza o addirittura "reazionaria", non mancherà sicuramente di dare buoni frutti.
Come il preside della scuola, prof. Bertamoni, ha ripetuto a me e in occasione delle numerose interviste "piovute" in questi giorni: [...] «Il senso più profondo di questa novità è proprio aiutare gli studenti a togliere gli occhi dal display per alzarli al cielo, ad andare metaforicamente oltre, verso qualcosa di più elevato. Siamo convinti che sia un'opportunità per i nostri studenti di poter andare oltre. Certo, non li lasceremo soli in questa situazione, ma li aiuteremo nel tempo a capire questa scelta, e a guardare appunto alle stelle». E' una sfida, questa, di cui ha bisogno più che mai tutta la società, non solo i nostri giovani.

Nota di BastaBugie: nel seguente video (durata: 2 minuti) in un servizio andato in onda su TG2000 si vede la particolare tecnologia per impedire agli studenti l'uso del telefonino a scuola con interviste a studenti, professori e preside della scuola di Piacenza.


https://www.youtube.com/watch?v=Gfn68vyWSws

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 05/10/2018

2 - ADDIO AL CELIBATO/NUBILATO? MA ANCHE NO!!!
Mi stupisco di quanta energia ed entusiasmo vengono spesi per una festa (importata dall'America) degli ultimi momenti di libertà (?!) prima del matrimonio (e mi chiedo: se pensi che sia una prigione, perché ti sposi?)
Autore: Benedetta Bondesan - Fonte: Blog di Costanza Miriano, 20/04/2018

Non avevo mai notato quel piccolo negozio tra via del Corso e piazza di Spagna in cui qualche giorno fa mi ha accompagnato mia mamma: abiti coloratissimi e un po'stravaganti, lunghissimi e femminili, il tutto a prezzi accettabili. E' stato persino divertente provarli e quando la commessa mi ha proposto un meraviglioso vestito double - face non ho avuto dubbi: è il mio. Due abiti in uno è la perfetta soluzione per affrontare i quattro matrimoni ai quali dovrò partecipare nei prossimi tre mesi, rendendo orgoglioso mio marito dell'unico acquisto (e permettendomi di abbinarci quella pochette arancione che ci sta così bene...).
Quattro matrimoni, quattro amici (tra i quali una bellissima cognata) che si sposano. E se per l'abito ho miracolosamente ed in grande anticipo risolto, non posso dire lo stesso per le attività che precedono il matrimonio.
Per una di queste, poi, manifesto una vera e propria allergia: l'addio al nubilato! I potenti mezzi della comunicazione consentono a giovani donne di cimentarsi in un confronto virtuale di mete, italiane o straniere, di attività ludiche o di relax da organizzare per la futura ed ignara sposa. Quel turbinio di email preparatorie all'evento mi infastidisce così tanto che sono stata talmente maleducata da non intervenire mai nella conversazione, nemmeno per rispondere con un anonimo e cortese: "anche no, grazie".

ULTIMI MOMENTI DI LIBERTÀ?
Lo ammetto, sono prevenuta: mi ha sempre dato l'idea di essere una di quelle ridicole rivendicazioni femministe per cui se gli uomini fanno l'addio al celibato, perché non lo possiamo fare anche noi? Ma l'addio al celibato degli uomini non è tradizionalmente una festa in cui vengono celebrati gli ultimi momenti di libertà prima della prigione matrimoniale, con spogliarelliste non d'obbligo, ma ubriacatura garantita? Per tanti uomini che conosco decidersi per questo passo non è stata una passeggiata e l'addio al celibato pare quasi l'ultimo canto del cigno. Invece noi donne quel matrimonio lo abbiamo desiderato così tanto, anche quelle che si dicevano soddisfatte della convivenza, anche quelle che mostravano indifferenza al lancio del bouquet dell'amica, per poi sorridere di vera felicità quando lo riescono furtivamente ad afferrare.
È vero, mi si dice, l'addio al nubilato (così come quello al celibato) è un'occasione di festa, di confidenze tra amiche, di spensieratezza tra i mille impegni e le incombenze, molte delle quali con parenti e affini, che precedono il "grande giorno". Ma allora perché questa festa non può essere condivisa con il proprio futuro sposo, con i propri amici, maschi e femmine senza distinzione?
Ma non è solo questo il motivo di tanto fastidio nei confronti dell'addio al nubilato. Sono stupita nel constatare quanta energia e quanto entusiasmo vengano spesi per organizzare l'evento migliore per l'amica, che di per sé è una cosa bella e buona, e quante aspettative si hanno per quei momenti insieme. È una sensazione che ho spesso provato, dopo aver organizzato o partecipato ad un viaggio o ad una festa tanto desiderati. [...]

NESSUNA FESTA PUÒ RIEMPIRE QUEL VUOTO
Dopo tante email in cui si vagheggiano posti da sogno, Capri, Barcellona o Saint Tropez, dopo averli magari trascorsi questi giorni da sogno, o meglio dopo esserne forse rimaste un po' deluse, si ritorna alla propria scrivania, alla propria routine... E non ci si accorge che nessun luogo, nessun incontro, nessun momento di festa può riempire quel vuoto che percepiamo da sempre. Perché chi ci manca non è altri che Nostro Signore Gesù Cristo, l'unica via possibile per la gioia, l'Unico che vince il vuoto della noia, l'Unico che lenisce le ferite delle nostalgie delle cose e delle persone perdute, l'Unico che non ci fa sprofondare nella malinconia, l'Unico che rende nuove tutte le cose, attimo per attimo, momento per momento.
Per questo, non so se parteciperò a qualche addio al nubilato, ma sono sicura che pregherò per i miei amici futuri sposi, maschi e femmine che siano. Pregherò, come mi ha insegnato il mio padre spirituale, che il giorno del matrimonio non sia il più bello della loro vita, ma che lo sia quello in cui stanno vivendo, senza nostalgie e rimpianti. E perché questo sia possibile, pregherò che chiedano ogni giorno di amare il proprio sposo come Cristo lo ama, che chiedano di amarsi da Dio!

Fonte: Blog di Costanza Miriano, 20/04/2018

3 - I DUE MOTIVI CHE FANNO ARRABBIARE LA SINISTRA PER VERONA COME CITTA' A FAVORE DELLA VITA
La mozione del Consiglio comunale impegna il Comune a promuovere il programma ''Culla segreta'' e a stanziare fondi di bilancio per progetto Gemma e progetto Chiara
Autore: Rodolfo Casadei - Fonte: Tempi, 07/10/2018

La mozione del Consiglio comunale che proclama Verona «città a favore della vita», che impegna il Comune a promuovere il programma regionale "Culla segreta" e a stanziare fondi di bilancio per progetto Gemma e progetto Chiara, due iniziative che offrono aiuto economico a donne che incontrano difficoltà materiali al momento di una gravidanza, non chiede in alcun modo l'abrogazione della legge 194/78 che ha legalizzato l'aborto in Italia. Il testo della mozione cita anzi gli articoli della legge che auspicano interventi per rimuovere i motivi che possono condurre le donne a richiedere un'interruzione della gravidanza. Perché allora la stampa di sinistra ed esponenti politici di spicco di Partito democratico, Leu e Movimento Cinque Stelle si sono scagliati con violenza inaudita contro il voto dei consiglieri comunali veronesi? Esponenti nazionali del Pd come Andrea Orlando hanno addirittura chiesto l'espulsione dal partito della capo gruppo piddina in Consiglio comunale Carla Padovani, che ha votato a favore della mozione; la senatrice Monica Cirinnà si è dichiarata «esterrefatta e schifata» per il voto veronese.

DOGMI MEDIOEVALI
La risposta all'interrogativo è che i partiti cosiddetti progressisti si reggono su alcuni dogmi, e quello che riassume in sé tutti gli altri è il dogma del relativismo. Per i vertici del Pd nostrano è "medievale" proclamare Verona «città a favore della vita», perché morte e vita sono sullo stesso piano: è indebito fare classifiche di valore, nemmeno se il valore in questione è quello della vita. La vita non è sacra in sé, così come nulla è sacro in sé: la secolarizzazione ha desacralizzato tutto, e ciò che non è ancora desacralizzato prima o poi lo sarà. Attualmente c'è una sola cosa che i progressisti riconoscono come sacra, ed è la scelta che il soggetto umano compie. Abortire o non abortire sono moralmente indifferenti agli occhi del progressista, il valore morale dell'una e dell'altra cosa si manifesta solamente nel momento in cui viene scelta dalla donna: è la scelta della donna per un'opzione piuttosto che per l'altra che la rende morale, che le conferisce valore. Nel progressismo il posto di Dio lo prende l'essere umano: è lui che decide cosa è bene e cosa è male, e lo decide attraverso la sua insindacabile scelta. L'arbitraria decisione umana scimmiotta l'atto creatore di Dio: come Dio afferma la bontà dell'essere per il fatto stesso che lo chiama all'esistenza, l'uomo crea il bene dal nulla delle azioni moralmente indifferenti con la sua scelta.

LA DONNA NON SBAGLIA MAI
Il voto del Consiglio comunale di Verona compie dunque due peccati gravissimi agli occhi dei progressisti (gravi al punto che la compagna di partito Padovani merita la scomunica): pretende di stabilire una gerarchia oggettiva di valori e relativizza il valore della scelta. La scelta iniziale della donna - dice in sostanza la mozione votata - può essere meritevole di rettifica, non veramente libera, o semplicemente - ecco la parola terribile per i progressisti - sbagliata. Invece nella visione del mondo dei progressisti nessuno deve cercare di far cambiare idea a una donna propensa a interrompere una gravidanza, perché ciò implica logicamente che le autonome scelte morali degli individui possono essere sbagliate. La donna non sbaglia mai, sia quando decide di tenere il bambino che quando decide di liberarsene. La donna che cambia idea dopo essere stata avvicinata e persuasa da qualcuno mette in crisi questo dogma progressista: per questo bisogna impedire lo sviluppo di qualunque programma che possa portare a risultati di questo tipo. È la stessa logica per cui il coming out di un uomo sposato e con figli che si dichiara omosessuale attivo è salutato come un trionfo del progresso, mentre lo sforzo di un omosessuale distonico che vuole liberarsi di certi comportamenti e scoprire in sé l'attrazione per l'altro sesso viene considerato una sciagura: la prima dinamica incarna la libera scelta di un soggetto che si dà da sé la propria natura, l'atto rivoluzionario che sovverte datate convenzioni sociali e un preteso ordine di natura col solo potere della volontà; la seconda disconosce il dogma relativista (insinua che l'eterosessualità sia preferibile all'omosessualità) e getta il dubbio sull'infallibilità del desiderio umano e delle scelte che ad esso si ispirano.
Quando la 194 fu approvata alla fine degli anni Settanta e poi confermata da un referendum popolare nel 1981, l'argomento principale della propaganda a favore della legge era - lo ricordiamo bene perché noi, a differenza di tanti che oggi sproloquiano, c'eravamo - che la legalizzazione avrebbe permesso di combattere meglio la piaga dell'aborto. Per tutti - favorevoli e contrari - l'obiettivo non era la libertà di aborto, ma la libertà dall'aborto. Che secondo i fautori della legge sarebbe stata meglio perseguita facendo emergere l'aborto clandestino piuttosto che punendolo penalmente. Oggi il discorso è completamente cambiato: la donna, si dice, ha il diritto di abortire. Se qualcosa è un diritto, significa che quella cosa è buona. L'aborto è buono? Lo è nella misura in cui è scelto consapevolmente da una donna.

ABORTO LEGALIZZATO NELL'URSS
L'aborto libero non è un elemento periferico, ma una componente centrale della visione del mondo progressista, in quanto incarna il principio della libera disponibilità della vita umana da parte dell'uomo. Finché al mondo ci sono cose sacre - e la vita del nascituro è una di queste cose sacre, come mostra il senso di orrore verso l'aborto di tutte le civiltà che lo hanno proibito, e il senso di vergogna che circondava l'atto nelle civiltà che lo permettevano - l'uomo non può liberamente manipolare la realtà per i fini che lui autonomamente decide. Non bisognerebbe mai dimenticare che il primo stato al mondo che legalizzò l'aborto fu l'Unione Sovietica di Lenin, cioè il paese dove l'ideologia al potere prevedeva che alcuni milioni di uomini fossero sacrificabili per la liberazione del resto dell'umanità: i bolscevichi applicavano coerentemente il principio della disponibilità della vita umana in tutti gli ambiti a cui poteva essere applicato.
Pd e Leu, ultime reincarnazioni eretiche del comunismo (l'eresia consistendo nella loro evoluzione radical-borghese), hanno abbandonato gli ideali anticapitalisti del bolscevismo, ma hanno conservato l'eredità demoniaca del principio della disponibilità della vita umana: lo hanno imposto in materia di fecondazione assistita con l'ausilio di giudici costituzionali felloni, vorrebbero presto estenderlo all'eutanasia, alla droga libera, ecc. I cattolici che negli ultimi anni si sono avvicinati a questi partiti e hanno proclamato la legittimità del voto a loro favore dovrebbero fare autocritica, o perlomeno rendere ragione pubblicamente della loro problematica scelta. E il discorso andrebbe allargato a tutti i cattolici "europeisti" che sembrano non avere coscienza del fatto che il principio della disponibilità della vita umana oggi permea profondamente le istituzioni dell'Unione Europea, a cominciare dal Parlamento europeo.

Nota di BastaBugie: Stefano Fontana nell'articolo seguente dal titolo "Doppia lezione dal voto pro-vita di Verona" spiega che la mozione approvata al Comune di Verona a sostegno delle donne che scelgono la vita rinunciando all'aborto, conferma che - malgrado le difficoltà - pochi cattolici determinati e intelligenti possono ottenere validi risultati. E che per i cattolici nel PD non c'è posto.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 7 ottobre 2018:
La delibera del Consiglio comunale di Verona che ha impegnato la giunta ad attuare alcune misure a sostegno delle donne affinché procedano nella gravidanza senza ricorrere all'aborto è molto istruttiva da più punti di vista.
È stata approvata l'altro ieri sera con 21 voti contro 6. Sarebbero stati anche 22 se un consigliere che si trovava fuori dall'aula al momento della votazione avesse sentito il campanellino del sindaco. Attenzione però: questo non vuol dire che tutto sia filato liscio. La sera stessa della votazione - chissà perché! - la questione era all'ultimo punto all'ordine del giorno, nella speranza forse che potesse slittare. È stato il consigliere della Lega Alberto Zelger a chiedere la modifica dell'ordine del giorno ponendo al primo punto la mozione aborto. Gazzarra della sinistra, votazione, la richiesta passa.
Questo per dire che alcuni bastoncini tra le ruote sono stati posti anche dall'interno della maggioranza di centro-destra e, senza ombra di dubbio, anche dall'interno della Lega veronese. Da quando nel luglio scorso lo stesso Zelger aveva iniziato a raccogliere le firme all'interno del gruppo della Lega per presentare la mozione, ottenendo infine anche quella del sindaco Sboarina, il quale ricordava onestamente che la questione faceva parte del programma elettorale, a quando si è finalmente giunti al voto in aula, gli ostacoli da scavalcare sono stati tanti e soprattutto interni.
Nella Lega veronese c'è un buon gruppo dirigente, sanamente convinto e capace, c'è poi una massa non molto preparata e qualche singolo individuo che fa la fronda, anche sui temi etici. Alla fine però la linea Zelger ha avuto successo ed è la prova che un gruppo di politici cattolici anche non numeroso ma con le idee chiare, determinato e che trovi alleanze anche in singoli consiglieri esterni al suo partito, può farcela a guidare le danze.
Un secondo insegnamento deriva dal voto della capogruppo del Partito Democratico Carla Padovani. Cattolica, focolarina, già consigliere comunale in passate legislature, si era sempre dimostrata a disagio con se stessa sui temi etici. Stavolta il rifiuto della propria coscienza è stato più forte che in passato e ha detto di no, pur essendo colei che, come capogruppo, doveva guidare la schiera dei no. Il motivo da essa addotto - essere cioè a favore della vita sempre, per il nascituro e per l'immigrato - è valido per metà. Essere a favore della vita sempre va bene. Ma non va bene mettere sullo stesso piano il nascituro e l'immigrato. Tuttavia la scelta operativa finale è stata giusta e apprezzabile.
A questo punto la lezione poteva essere la seguente: vedete? Si può essere cattolici e sentirsi a casa propria anche nel Partito Democratico. Si può seguire la propria coscienza e militare nel partito della Cirinnà, di Scalfarotto, della Fedeli e della Boschi. Sarebbe stato un messaggio dirompente, che avrebbe messo alle corde i cattolici che la pensano all'opposto. Un messaggio che avrebbe riavvicinato al Partito Democratico gente che se ne è allontanata - e tutti sappiamo quanti siano ormai - compresi molti cattolici che votano Lega perché nel Partito Democratico la libertà di coscienza sul diritto alla vita o sulla famiglia naturale non viene rispettata, perché nel Partito democratico si vuole abolire lo stesso diritto all'obiezione di coscienza dei medici e del personale sanitario statale, perché l'ideologia di sinistra è diventata una cappa di piombo e così via. La Padovani, col suo gesto, avrebbe in fondo arrecato un beneficio al partito, togliendolo dalle secche ideologiche - borghesi, individualistiche, elitarie, che vestono Prada - in cui si è ormai da tempo chiuso. Se io fossi stato Martina avrei detto: viva la Padovani.
Ma Martina non ha detto viva la Padovani, l'ha irrimediabilmente crocifissa, come il TG1 della sera stessa della mozione, come i guru dell'intelligenza nazionale di sinistra che in un attimo hanno dirottato l'assoluzione del sindaco di Riace con la condanna della Padovani. Martina e gli esponenti del Partito Democratico, partiti ed intellettuali che siano, hanno riproposto il volto truce di un partito-inquisizione, di un partito-tribunale, di un partito ghigliottinaro che considera i propri militanti come dei soldati di regime. Privi di coscienza.
Ma la cultura liberale, radicale e di sinistra di cui il Partito Democratico si intende come l'erede primogenito non aveva sempre proposto l'intoccabilità della coscienza? Non solo quella delle donne che vogliono abortire, ma anche quella del sindaco di Riace che secondo Saviano e don Ciotti avrebbe evaso la legge per rispondere al richiamo alla solidarietà espresso dalla propria coscienza? Per la Padovani, però, l'unica libertà di coscienza ammessa è quella riconosciuta dal partito. È buono ciò che il partito giudica buono. E chi si oppone finisce davanti al tribunale speciale.
La mozione veronese è stata quindi molto importante. Ha confermato che pochi cattolici determinati e intelligenti possono ottenere validi risultati. Ha confermato che un cattolico non può stare nel Partito Democratico, a meno di delegare al partito il giudizio sul bene e sul male: quanto è valido a Riace non è più valido a Verona. La Padovani poteva sdoganare la partecipazione dei cattolici al partito Democratico. Martina ha ribadito questa impossibilità. Grazie Martina.


Il comitato Verità e Vita nel comunicato stampa seguente dal titolo "Un passo avanti, ma senza equivoci" mostra le ombre della mozione approvata al Comune di Verona.
Ecco il comunicato stampa completo pubblicato sul sito di Verità e Vita l'11 ottobre 2018:
Il Comitato Verità e Vita, in ordine all'approvazione da parte del Consiglio Comunale di Verona, della delibera 4.10.2018, nell'esprimere viva soddisfazione per il passo importante compiuto in difesa della vita del concepito, ribadisce fermamente che, seppur in un'ottica di gradualità, non si può prescindere dal giudizio comunque negativo sulla Legge 194/78 che è, di fatto e al di là di certe espressioni letterali, la legge del libero aborto.
Ogni iniziativa a tutela della vita, pertanto, non può seriamente poggiare su una norma che ha quale finalità la distruzione del nascituro; che presuppone la disponibilità giuridica della maternità; che vede la maternità solo quale scelta della madre e non come fenomeno che, come è in natura, interessa anche il figlio ed il padre; che permette l'eugenetica; che ribalta il senso dell'arte medica asservendola alla soppressione anziché alla cura della vita umana.
Uno sguardo onesto e concreto alla 194 non consente di rinvenirvi "parti buone", poiché anche quelle disposizioni che apparentemente tutelano la maternità non proteggono la vita del figlio ma esclusivamente la libertà della madre di portare avanti la gravidanza o chiedere la soppressione del concepito.
Il Comitato Verità e Vita, pertanto, afferma nuovamente che alla gradualità degli interventi e delle iniziative debba indefettibilmente affiancarsi la chiarezza negli obiettivi e nei giudizi, senza tentativi di addomesticare quella che, in realtà, è una legge che ha consentito e causato fino ad oggi la morte di sei milioni di innocenti.
Mancando tale chiarezza, ogni pur rilevante traguardo rischierebbe di degradarsi in un compromesso, col drammatico effetto di benedire, anche solo in parte, lo status quo e portare acqua al mulino di quella mentalità che, sebbene si dichiari formalmente contraria all'aborto, ritiene poi che in ottica di male minore esso debba essere comunque legalizzato.
Si tratta di una mentalità pro choice che nulla ha a che vedere con la difesa seria e coerente della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale.
Il Comitato Verità e Vita incoraggerà sempre chi, in forza della intera Verità sulla Vita, terrà alto il livello della qualità culturale ed operativa che abbia a cuore la vita di ogni concepito, così come ogni vero prolife dovrebbe sentirsi incoraggiato.

Fonte: Tempi, 07/10/2018

4 - IL CACCIATORE AMA GLI ANIMALI E LA NATURA
Invece chi vuole abolire la caccia non lo fa per amore della natura, ma per disprezzo dell'uomo (e di Dio)
Autore: Andrea Cionci - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 03/10/2018

Il recente, tristissimo incidente che pochi giorni fa ha portato alla morte un ragazzo di 19 anni, scambiato da un cacciatore per un cinghiale, ha dato nuovo vigore ai conati animalisti contro l'attività venatoria. Stando ai numeri - spesso gonfiati ad arte - proposti dalle associazioni anticaccia (che inseriscono nelle statistiche anche malori e incidenti che nulla hanno a che vedere con l'atto venatorio) la caccia sembrerebbe essere la più pericolosa delle attività sportive.
La realtà dice altro, basti pensare, ad esempio, al numero dei morti prodotti dall'alpinismo nel 2017: ben 87 rispetto ai 30 dovuti alla caccia. Come mai non nascono mai associazioni contro lo sci, la raccolta funghi (una delle attività col più alto numero di infortuni) il calcio, o il motociclismo sportivo?
Per giunta, se i funghi e le montagne innevate, lasciate a se stesse non fanno male a nessuno, nel 2017 sono stati 10 i morti e 91 i feriti gravi prodotti da incidenti stradali con ungulati che stanno proliferando ovunque con enormi danni alle colture e all'ecosistema.
In realtà, alla base di queste campagne antivenatorie vi è un amore sbilanciato per gli animali piuttosto che per l'uomo. Come tutte le forme di inversione dell'ordine naturale voluto da Dio, l'animalismo sortisce effetti opposti agli obiettivi che si prefigge e produce danni per lo stesso ambiente, come vedremo più avanti.
Innanzitutto facciamo luce su cosa prescrive il Catechismo in merito al rapporto con gli animali. L'art. 2417 riporta: " Dio ha consegnato gli animali a colui che egli ha creato a sua immagine è dunque legittimo servirsi degli animali per provvedere al nutrimento o per confezionare indumenti. Possono essere addomesticati, perché aiutino l'uomo nei suoi lavori e anche a ricrearsi negli svaghi".

LA MORALE CRISTIANA NON È CONTRARIA ALLA CACCIA
Il teologo spagnolo don Oscar Maixe ci guida nel merito dell'argomento: "La morale cristiana non è contraria alla caccia, in linea di massima. Appartiene al diritto dell'uomo trovare i mezzi per cibarsi e la Creazione, per volere di Dio, ha l'uomo nella sua cuspide. Da sempre le esigenze alimentari umane sono state viste come necessarie e per questo l'uomo ha cominciato a cacciare. Poi, progredendo, ha iniziato l'allevamento degli animali per il consumo umano. Questo comporta tuttavia che l'uomo debba essere rispettoso con il creato. Nella Genesi, Adamo riceve da Dio la missione di "amministrare" il creato, non di esercitarvi un dominio assoluto. Questo è molto importante. Può l'uomo continuare a cacciare per sport anche se le sue necessità alimentari sono attualmente già coperte dall'allevamento? La risposta è sì poiché non si vedono ragioni di immoralità. Del resto, la pesca viene praticata da moltissime persone anche se l'industria ittica provvede al bisogno collettivo. Ciò che è immorale è cacciare solo per il gusto di ammazzare gli animali: per questo esiste un codice etico fra i cacciatori.
Oggi la cultura animalista propone la parità uomo-animale. Questo può produrre diverse incoerenze. Per esempio, ci sono persone che difendono i cuccioli di foca, ma poi sono a favore dell'aborto: un controsenso logico. Perché difendono i piccoli degli animali e non i piccoli degli umani? Gli animalisti dimenticano anche che nella natura sono gli stessi animali ad essere feroci con gli altri animali. Non esiste una parità tra l'uomo e l'animale, ma quando l'uomo maltratta gli animali diventa indegno perché cede a brutali istinti che lo fanno assomigliare a una belva feroce, come una faina che in un pollaio fa inutile strage di pollame. Infine questa è la regola d'oro: l'essere umano tratti il creato con rispetto, quando cresce un figlio, quando alleva animali, e anche quando caccia".

SALVARE ALCUNI COMPORTA LA MORTE DI ALTRI ANIMALI
I cortocircuiti logico-razionali della mentalità animalista emergono poi in modo palese quando salvare a tutti i costi alcuni animali comporta la morte di altre bestie.
Un esempio? Quello delle berte minori, uccelli marini molto minacciati, che si riproducono sull'Isola di Montecristo. Fino al 2010, la loro popolazione era messa a rischio dai ratti che ne divoravano pulli e uova. Un progetto di derattizzazione è stato fortemente criticato da gruppi animalisti, ma grazie ad un progetto finanziato dall'Unione Europea (LIFE) è stato possibile eliminare i ratti dall'isola salvando centinaia di giovani uccelli. Danni simili sono causati dalla nutria, anch'esso animale 'straniero', che, oltre a gravi danni agli argini e alla vegetazione, mangia i piccoli degli uccelli acquatici.
Anche ungulati come il cinghiale creano impatti devastanti: non è solo un competitore alimentare, ma è anche un insaziabile predatore. Come una vera ruspa, ara il soprassuolo alla ricerca di tuberi e radici, impedendo la rigenerazione del bosco. Soprattutto, mangia tutti gli animali più piccoli: roditori, rettili, tartarughe, bisce, uccellini e uova, leprotti, perfino cuccioli di capriolo.
Le contraddizioni dell'animalismo hanno condotto un nutrizionista americano, Tovar Cerulli, a un drastico mutamento di prospettiva. Nel suo libro "The mindful carnivore - il carnivoro consapevole" - spiega come a vent'anni fosse divenuto vegetariano e, poco dopo, vegano. Visto il peggioramento della sua salute, e consapevolizzatosi su cosa sia veramente l'impatto dell'uomo sulla natura, ha poi imbracciato la doppietta.
"Osservando i cacciatori aggirarsi per le foreste - racconta Cerulli - ero solito scuotere la testa. Come vegano che aborriva la violenza e la sofferenza, mi meravigliavo pensando a cosa potesse motivare tali persone. Quasi dieci anni dopo, capii che tutto il cibo ha il suo costo. L'agricoltura comporta la distruzione dell'habitat e la produzione di cerali è ben lontana dall'innocenza.

L'ESPERIENZA INSEGNA
Cominciai a vedere che la questione non era su ciò che noi mangiamo, ma come questo cibo viene nel nostro piatto. La mia salute migliorò quando cominciammo a mangiare latticini e uova. Migliorò ancor più quando cominciammo a mangiare pollo e pesce. Cercando un modo etico, ecologico e responsabile per venire a patti con il mio cibo, cominciai a contemplare l'inconcepibile: cacciare. Due anni più tardi comprai un fucile per la caccia al cervo. Il mio cambiamento di opinione verso la caccia fu un'inaspettata estensione della mia stessa ricerca verso il rispetto per la natura. In realtà gli incidenti di caccia e le altre cose criticabili del mondo venatorio fanno parte di quel lato oscuro che esiste in tutte le attività umane, dal guidare ubriachi, al costruire dissennatamente fabbriche e impianti industriali, fino alle pratiche agricole che causano erosione del terreno e la morte di milioni di uccelli con i loro veleni. Tuttavia il comportamento non responsabile del cacciatore è quello che catalizza maggiormente la disapprovazione pubblica, questo perché siamo tutti disturbati dalla morte dell'animale".
Infine, va ricordato che dal punto di vista alimentare la selvaggina è in effetti la carne più sana che ci sia, dato che l'animale è cresciuto libero in natura, padrone di cibarsi in armonia col suo istinto, senza essere sottoposto a ingrassamento o a crescita forzata. Non a caso, in Francia, la carne degli ungulati uccisi dai cacciatori viene servita negli ospedali e negli ospizi per malati.
«Il senso e il significato della caccia li capiamo solamente se comprendiamo la natura dell'animale e quella dell'uomo. Capire il senso della caccia presuppone che si capisca l'essere umano». Sono parole del filosofo spagnolo José Ortega y Gasset (Madrid, 1883 - 1955), contenute nel piccolo libro intitolato «Discorso sulla caccia».

LA CACCIA NON SOLO È LECITA, MA ADDIRITTURA AUSPICABILE
Ortega spiega come l'uomo grazie alla caccia abbia imparato a limitare il potere distruttivo di cui dispone, rinunciando a esercitare tutta la sua supremazia sull'animale. Invece di fare tutto ciò che è in suo potere per uccidere l'animale, imbriglia le sue enormi possibilità e volontariamente si mette ad imitare la Natura. Regredisce volontariamente per rientrare lealmente in essa.
«Il senso della caccia sportiva - scrive Ortega - non è di elevare la bestia fino all'uomo, ma qualcosa di molto più spirituale; una cosciente e quasi religiosa umiliazione dell'uomo, che frena la propria strapotenza e s'abbassa fino all'animale».
Nell'atto venatorio, l'uomo celebra il culto di quello che c'è di divino, di trascendente, nelle leggi della Natura e per questo la caccia assume il rango di un'occupazione veramente «seria». Fatica, impegno, strategia, calcolo razionale eppure anche istinto, intuizione: la caccia si appaia alla regola monastica e alla disciplina militare soprattutto per la ferrea morale che la governa.
Essendo una metafora della vita e della conoscenza, è inevitabilmente anche simbolo della ricerca e del metodo filosofico. Lo stesso S. Tommaso d'Aquino parlava del filosofo come venator, cacciatore, sempre all'erta per cogliere, con sguardo infallibile, una verità sull'uomo che passa come una rara preda.
Quindi, ben vengano tutti i provvedimenti utili a sanzionare i cacciatori indisciplinati, a consapevolizzarli e a renderli sempre più partecipi dell'ecosistema come regolatori della fauna selvatica e veri "giardinieri" di quel mondo naturale che l'uomo è chiamato ad amministrare.
A fronte di tali riflessioni, una "caccia cristiana" praticata con etica ferrea e totale rispetto delle regole, non solo è lecita, ma è addirittura auspicabile.

Nota di BastaBugie: per approfondire si può leggere il seguente articolo (cliccare sul link).

AMARE GLI ANIMALI... NONOSTANTE GLI ANIMALISTI
Intervista al fondatore di FederFauna, paladino di allevatori, cacciatori, zoo e circhi (lettura sconsigliata a chi condivide foto di gattini su Facebook)
di Pietro Piccinini
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4422

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 03/10/2018

5 - E' NATO IL FRATELLINO DI ALFIE EVANS
La giornalista Benedetta Frigerio seguì il caso di Alfie in prima persona stando fisicamente accanto ai suoi genitori e conducendo il padre dal Papa (VIDEO: la storia di Alfie raccontata dalla Frigerio)
Autore: Giulia Tanel - Fonte: Notizie Provita, 04/09/2018

Il piccolo Alfie Evans, ucciso a neanche due anni in nome del suo «best interest» lo scorso 24 aprile, è diventato fratello maggiore: i media riportano infatti che l'8 agosto è nato il piccolo Thomas Evans.
La notizia è emersa solamente ora perché i due giovani genitori, poco più che ventenni, hanno preferito non far pubblicità alla nuova gravidanza, peraltro iniziata proprio nei momenti di maggiore tensione tra la famiglia di Alfie, la "giustizia" e l'Alder Hey Children's Hospital di Liverpool: quando Alfie è stato ucciso, infatti, Kate era già al quarto o quinto mese.
Scrive Leone Grotti su La Verità di domenica 2 settembre, riportando le parole di una fonte vicina alla famiglia: «Nelle ultime settimane di vita di Alfie era già incinta, anche se non ha mai detto niente. I due genitori sono felicissimi. La tristezza rimane, perché sanno che Alfie sarebbe stato un fratello maggiore splendido, ma sono entusiasti per il nuovo arrivo».
Pare che - anche se le fonti su questo aspetto non sono concordi - Kate e Tom abbiano già sottoposto Thomas a diversi esami clinici per capire se anche lui è affetto dalla stessa patologia neurodegenerativa di Alfie, e che i risultati sembrerebbero essere confortanti. Ce lo auguriamo tutti, per il piccolo e per i suoi genitori.
Di fronte a questa nuova vita, tuttavia, è facile immaginare che non tutti avranno reagito con gioia, bensì che ci saranno stati anche diversi scettici. È possibile immaginare la formulazione di frasi del tipo: «Stavano combattendo per la vita di un figlio, perché ne hanno concepito un altro?», «Perché "correre il rischio" di mettere al mondo un altro bambino "malato"?», e via sugli stessi toni. Tutte domande che rivelano tre tendenze di fondo sempre più radicate nel mondo contemporaneo.

1) LA MENTALITÀ CONTRACCETTIVA
Innanzitutto la mentalità contraccettiva, per cui l'uomo sarebbe il padrone assoluto della vita: è lui a decidere quando (e come: se non rasenta la perfezione, è scartata!) farla nascere e quando farla morire. Ma la realtà ci dimostra che non è così: non solo non è possibile concepire un figlio "a comando", checché ne dica la scienza, ma non è neanche possibile stabile quando una persona debba morire, e l'agonia di ore di Alfie - a dispetto delle sentenze dei medici - ce lo richiama molto bene.

2) IL FIGLIO È PER I GENITORI
In secondo luogo, l'idea egoistica secondo cui un figlio è per i genitori. Non è così: i genitori sono al servizio del figlio, che non è un dono scontato e non ha lo scopo di "rendere felici" i genitori. Nel momento in cui ci si apre alla vita, si decide consapevolmente di sacrificare una parte di sé e una buona parte della propria vita per il bene di un'altra persona.

3) SOLO SE IL FIGLIO RIENTRA NEI PROGRAMMI
Infine, il fatto che spesso oggi si ragioni "troppo" sulla decisione di fare o meno un figlio: rispetto ai soldi, rispetto all'impegno che avere un bambino comporta, rispetto al mondo in cui li si porta a vivere, rispetto alla cosiddetta "carriera" che ne potrebbe essere influenzata in senso negativo... tutti ragionamenti che portano a rimandare la genitorialità, salvo poi accorgersi che è troppo tardi; a limitare il numero di figli a uno, o al massimo due; a rivestire di aspettative i (pochi) bambini (privilegiati) che infine nascono; a vivere i figli come "pacchetti" da sistemare tra la scuola e le attività, in modo che "disturbino" il meno possibile; in definitiva, a organizzare la propria vita secondo priorità esteriori, più che interiori, sacrificando sull'altare del vivere moderno la propria vocazione alla maternità e alla paternità. La realtà invece è che per fare un figlio serve una buona dose d'incoscienza: se ci si pensa troppo, i figli non si fanno. Il che naturalmente non significa darsi a una procreazione irresponsabile, bensì trovare il giusto equilibrio tra uno stretto razionalismo (condito da un pizzico di egoismo e di edonismo) e un'imprudenza estrema: occorre affidarsi al fatto che non tutto dipende da noi e decidere di investire su un futuro che non si conosce ma che, nel vagito di un bambino, può ricoprirsi di speranza.
Di fronte alla morte, la vita continua. E Alfie, dal Cielo, veglierà sul suo fratellino.

Nota di BastaBugie: nel seguente video (durata: 1 ora e 13 minuti) la giornalista Benedetta Frigerio racconta la vicenda di Alfie Evans che ha seguito in prima persona stando fisicamente accanto ai suoi genitori. Questa testimonianza è stata fatta dalla giornalista della nuova Bussola Quotidiana per la prima volta durante il decimo giorno del Timone della Toscana il 15 settembre 2018. Ecco dunque l'imperdibile video.


https://www.youtube.com/watch?v=2d-4zVXjxtE

Fonte: Notizie Provita, 04/09/2018

6 - I PROMESSI SPOSI E LA FECONDAZIONE ARTIFICIALE
Sulle orme di Renzo e Lucia scopriamo che il sorgere della vita non può essere separato da un atto d'amore
Autore: Giorgio Carbone - Fonte: Il Timone, luglio-agosto 2018 (n. 175)

Per semplificare la valutazione prendo il caso più semplice, cioè una coppia di sposi di manzoniana memoria, Renzo e Lucia, che dopo anni di matrimonio non riescono ad avere un tanto desiderato figlio. Alcuni esperti li indirizzano verso la fecondazione in provetta facendo uso degli ovociti di Lucia e degli spermatozoi di Renzo, tentano cioè la fecondazione in provetta omologa. Questo tentativo è eticamente buono?

BIMBO SENZA SESSO
Il protocollo fivet - acronimo che significa fecondazione in vitro con trasferimento dell'embrione - prevede che Renzo e Lucia non abbiano nessun atto coniugale. Gli ovociti sono prelevati dopo un lungo trattamento ormonale. Gli spermatozoi in genere sono ottenuti con la masturbazione. Ovociti e spermatozoi sono messi in un vetrino perché si verifichi la fecondazione. Avvenuta la fecondazione, l'essere umano embrione si sviluppa, moltiplica le cellule di cui si compone e dopo un numero di giorni che oscilla tra i 2 e i 5 - a seconda della tecnica scelta - è trasferito all'interno della cavità uterina perché vi si annidi. Questa succinta descrizione della tecnica è sufficiente a mettere in luce che il figlio di età embrionale c'è, ma non c'è l'atto coniugale.
Cos'è l'atto di generare un figlio?
Generare un figlio è un aspetto o un effetto di un atto di amore coniugale, un amore profondamente personale, in quanto coinvolge tutti gli aspetti di Renzo e Lucia: l'aspetto biologico (come ad esempio gli ormoni, gli ovociti, gli spermatozoi); l'aspetto emozionale (l'attrazione fisica); l'aspetto affettivo (l'amore coniugale); l'aspetto fisico (l'unione corporea); l'aspetto spirituale (l'unione delle volontà in ordine a un progetto di vita che va al di là della stessa coppia). L'atto dell'amore coniugale esprime anche la donazione totale che un coniuge fa all'altro della propria vita e quindi esprime la comunione totale trai due. Generare un figlio non è un fatto o un processo biologico, ma è un risultato probabile di un atto personale umano, che coinvolge in modo libero, responsabile ed esclusivo la totalità delle persone dei coniugi.
C'è una grande differenza tra generare un figlio e produrre cellule o tessuti vegetali o animali. Generare un uomo non è come riprodurre le cellule del midollo osseo o una pianta di pomodoro in laboratorio. Perciò se Renzo e Lucia vogliono vivere la possibilità di generare un figlio in modo umano, avranno un atto coniugale. Lo vivranno in tutti i suoi aspetti biologico, psicologico, fisico, spirituale. Separare questi aspetti significa di fatto separare il sorgere della vita umana dall'amore umano. Non sto dicendo che Renzo e Lucia non amino il figlio. Sto dicendo che la fecondazione extracorporea forse riuscirà a dare loro un figlio, ma attraverso una procedura con la quale l'aspetto biologico è completamente separato dalla dimensione personale dell'amore coniugale e del generare propriamente umano. Il figlio è il risultato, non più di un atto coniugale che non c'è più, ma di un processo tecnico. La sessualità umana è ridotta alla capacità di fornire gameti, quando invece l'atto coniugale e la sessualità umana sono dimensioni esistenziali della persona umana cariche di alti valori. Quindi, con la fecondazione extracorporea, anche solo omologa, il generare un uomo perde la pienezza del suo significato: è spersonalizzato.
La conseguenza di questo riduzionismo è segnalata dal linguaggio: abitualmente si parla di «tecniche di riproduzione artificiale», di «prodotto del concepimento».

FIGLIO PER DELEGA
Renzo e Lucia chiedono agli esperti - come è ovvio che sia - che la procedura tecnica sia eseguita con attenzione e perizia. Se ci fosse uno scambio di ovociti o di spermatozoi, un errore nel trasferimento dell'embrione, Renzo e Lucia potranno agire in giudizio per chiedere un risarcimento dei danni. Ottenere un figlio con la fivet carica l'équipe dei biologi e dei medici di responsabilità: è questa équipe che è la causa efficiente del figlio. La fivet introduce una causalità genitoriale plurima ed estranea alla coppia e realizza una sorta di "delega procreatica": coloro che generano non sono più Renzo e Lucia, ma sono il medico e il biologo che uniscono ovociti e spermatozoi, che controllano lo sviluppo degli embrioni, li selezionano e li scartano in base a criteri biomedici. Questa delega è segnalata anche da alcune modificazioni linguistiche: il figlio sparisce e compare l'embrione, la blastocisti; sparisce il grembo materno, al massimo c'è la provetta o l'utero; sparisce la donna e compaiono le funzioni fisiologiche; il padre sparisce dietro la fornitura di seme. Ora si possono delegare delle funzioni - ad es. Tizio può delegare Caio nella firma di un contratto -, ma non gli atti personali. Nessun marito, assentandosi dal tetto coniugale per un mese, chiede a un suo amico di farsi sostituire come marito negli atti personali che il marito compie con sua moglie. Generare un figlio - come anche essere madre e essere padre - non sono semplicemente delle funzioni fisiologiche riproduttive.
La fivet altera non solo i tempi, i luoghi e i modi della generazione umana, ma anche i suoi protagonisti: con la fornitura di ovociti e spermatozoi, con la produzione del figlio nella provetta e con gli altri aspetti tecnici Renzo e Lucia svaniscono, perdono la loro consistenza e identità.
Sarà poi inevitabile che il generare un uomo, ridotto a procedura tecnica, sarà valutato secondo una logica di efficacia produttiva.
Quando produco qualcosa mi preoccupo:
1) che ne valga la spesa e che la procedura di produzione sia efficace;
2) una volta ottenuto il prodotto, do un giudizio di qualità su di esso;
3) in base a questo giudizio decido se tenermi il prodotto oppure no.
È giocoforza che questa logica sia trasferita alla generazione umana. Infatti, davanti alle varie tecniche ci si chiede:
1) qual è quella più efficace e sicura per avere un figlio?
2) una volta ottenuto l'embrione in vitro, verifico se è di buona qualità;
3) se non lo è lo scarto e non lo impianto.
Perciò se introduco nell'origine della vita umana una tecnica produttiva, con essa introduce di conseguenza anche la logica dell'efficacia produttiva che inevitabilmente finisce per distruggere l'individuo umano.

TERAPIA?
Alcuni traducono la fivet o le sue varianti con «fecondazione assistita», o «medicalmente assistita», inducendo altri a credere che essa sia un atto di assistenza o un atto terapeutico, sia un rimedio alla sterilità. Ora una terapia consiste in un atto che mira alla rimozione delle cause di una patologia, ma non sostituisce i soggetti affetti dalla patologia.
La fivet si sostituisce tout court all'uomo e alla donna a cui è diagnosticata una causa di sterilità: Renzo e Lucia, pur avendo il figlio in braccio, rimarranno sterili. Se Renzo ha pochi spermatozoi e per di più deboli, e se Lucia ha le tube chiuse, potranno anche avere in braccio il bimbo ottenuto con la provetta, ma continueranno a essere sterili. La fivet o le sue varianti non intervengono sulle cause della patologia, né migliorano né correggono la
funzionalità degli organi umani.
Dal punto di vista morale, bisogna insistere sull'onestà e sulla perizia delle diagnosi, nell'individuare le cause della sterilità e rimuoverle promuovendo tutti quegli interventi farmacologici, chimici, chirurgici per ripristinare la funzionalità degli organi o dei tessuti dell'apparato genitale. Innanzitutto, bisogna eliminare la causa che induce la persona a essere sterile e nella maggior parte dei casi si tratta di cause temporanee di sterilità. Rimuovere le cause della sterilità non è assolutamente lo scopo della fivet, la quale, invece, propone una soluzione alternativa, per nulla terapeutica, che risulta sostitutiva dell'atto coniugale. Quindi chiamare la fivet «procreazione medicalmente assistita» o «terapeutica» è una manipolazione linguistica che di fatto illude e inganna Renzo e Lucia.

Fonte: Il Timone, luglio-agosto 2018 (n. 175)

7 - IL FESTIVAL GENDER E' FINANZIATO DALLA GALASSIA PD (COMUNE DI BOLOGNA, COOP, UNICREDIT, ECC.), E DAL MINISTERO PER I BENI CULTURALI... MA NON ERA IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO?
Altre notizie dal mondo gay: padre e madre nei moduli della Regione Lombardia, bagni per trans allo stadio, punite l'ambasciatore Lgbt che ha violato le legge
Autore: David Botti - Fonte: Osservatorio Gender, 14/10/2018

"Pene nero" (Black dick): questa potrebbe essere la sintesi del 16° festival gender che si abbatterà sulla città Felsinea dal prossimo 24 ottobre al 3 novembre.
Cosa contiene questo "festival internazionale che presenta i prodotti dalla cultura contemporanea"? Di oltre 100 eventi, l'85% ha evidenti scopi di propaganda LGBT, mentre i restanti potrebbero essere classificati come "arte strampalata". Un esempio? L'evento teatrale "Welcome to the caos", così presentato: «un viaggio di improvvisazione guidata: da yoga a immagini di cemento, pavoni bianchi, miele di Manuka, magma e caos».
La maggioranza della propaganda LGBT si concentra quest'anno su due temi: un ritorno al femminismo e il transessualismo, con 11 eventi ciascuno. Del primo gruppo è emblematico lo spettacolo "Hope Hunt", che «smonta lo stereotipo del maschio della classe operaia». Per i trans è difficile scegliere: si va dal film "El diablo es magnífico", che narra gli incontri, gli amori, il sesso di una giovane transessuale cilena, a "Girl", dove un 15enne si sente donna... e ovviamente tutti gli dicono di prendere ormoni facendogli credere di poter cambiare sesso.

IRRISIONI DELLA RELIGIONE (CATTOLICA, OVVIAMENTE)
Non mancano le consuete irrisioni della religione, come ad esempio lo spettacolo di danza "Love souvenir", in cui un ballerino con parrucca interpreta una Santa Maria Maddalena transessuale. Danzante è anche il sadomaso, con "Sin" (peccato) che propone un incontro casuale in una balera tra due sconosciuti: dominio e sottomissione gay, sul ritmo travolgente del tango.
Attualità? promo dell'utero in affitto nel film "Diane a les épaules" la cui protagonista non vuole figli, ma accetta di portare in grembo quello dei suoi amici gay Thomas e Jacques. Il gender diktat è proposto a teatro: "Non normale, non rassicurante", in cui un neo-colonialismo socialista dovrebbe omologare la legislazione africana (bollata come omofoba) agli standard "democratici". Infine, l'ultima perversione delle varianti gender: "Ni d'Ève, ni d'Adam. Une histoire intersexe", un film che propone persone "intersessuali", che credono cioè di esser portatrici di una variazione biologica dei caratteri sessuali che rende impossibile definirle univocamente maschi o femmine.

CHI PAGA QUESTO SCEMPIO?
Va sottolineato l'enorme sforzo organizzativo compiuto dal cassero Lgbt center, che ha coinvolto oltre 20 tra cinema, teatri, sale universitarie, immobili artistici. Così, il costosissimo Museo di Arte Moderna bolognese, finisce per ospitare "Dans for satan" e - per ben otto giorni - la mostra del fumetto "Io sono Mare", che espone il «viaggio fantastico di una bambina per riflettere sulle tematiche dell'identità e della scoperta di sé, sui desideri e sulle emozioni».
Chi paga questa imponente campagna propagandistica? Il Comune di Bologna (a guida Partito Democratico) finanzia - direttamente o indirettamente - ben 58 eventi su circa 100. La Regione (anch'essa PD) 40 eventi. Seguono il colosso della distribuzione Coop Alleanza 3.0, due Fondazioni bancarie facenti capo a Unicredit e Intesa, Unipol, Granarolo e altri. Purtroppo, una menzione particolare va al Ministero per i Beni Culturali (Governo del cambiamento?) con 14 eventi.

Nota di BastaBugie: ecco altre notizie dal gaio mondo gay (sempre meno gaio).

PADRE E MADRE NEI MODULI DELLA REGIONE LOMBARDIA
A Milano il consigliere regionale Giacomo Cosentino, eletto nella lista Fontana presidente, ha proposto una mozione perchè in tutta la modulistica degli enti pubblici milanesi compaia la dizione "padre e madre" e non "genitore 1 e genitore 2"
Inoltre ha invitato la giunta a «vigilare affinché gli enti culturali e di formazione, pubblici e privati, sussidiati da Regione Lombardia e le istituzioni scolastiche nel territorio regionale adottino lo stesso criterio per la propria modulistica». Secondo il consigliere regionale «è ormai diffuso il tentativo per via burocratica di cancellare, in ossequi alla teoria Gender, l'oggettiva e indiscutibile realtà per cui i genitori di un bambino o di una bambina non possono che essere un uomo e una donna» e «si ha notizia di numerosi enti pubblici che si adeguano a questa vera e propria deriva antropologica».
(Gender Watch News, 10 ottobre 2018)

BAGNI PER TRANS ALLO STADIO DEL MANCHESTER UNITED
Un tifoso transessuale ha chiesto ai responsabili dello stadio del Manchester United di installare bagni gender free, ossia bagni solo per trans. Il capo della sicurezza dell'Old Trafford ha così risposto: "È qualcosa a cui stiamo pensando poiché desideriamo assicurare che l'Old Trafford continui ad essere accogliente e inclusivo per tutti i sostenitori. Ti terrò informato. Il nostro impegno per l'uguaglianza, la diversità e l'inclusione è importante in tutto ciò che facciamo e lavoriamo costantemente con le parti interessate, tra cui l'associazione LGBT Stonewall, nel trattare questi argomenti".
Il Manchester United si è sempre mostrato gay friendly: nel 2016 aveva appoggiato il gay pride locale facendo indossare al proprio capitano una fascia arcobaleno.
Installare un bagno gender free in uno stadio ha una valenza simbolica particolare perché significa piantare la bandierina arcobaleno in un ambiente sanamente virile e in genere poco incline ad accettare ideologie omosessualiste.
(Gender Watch News, 11 ottobre 2018)

PUNITE L'AMBASCIATORE LGBT CHE HA VIOLATO LE LEGGE
"Trasferite quell'ambasciatore". Parte dalle colonne dell'Occidentale l'appello al ministro degli Esteri ad affrontare in maniera risoluta il caso dell'ambasciatore italiano in Spagna che ha utilizzato la sede della nostra ambasciata per una cerimonia di "nozze" gay tra due militanti spagnoli.
Che la location offerta da Stefano Sannino fosse inopportuna è un dato di fatto. Ma se è stato commesso un illecito, o eventualmente anche un reato, è questione che adesso è il sul tavolo di Enzo Moavero Milanesi che dovrebbe dare una risposta dopo l'interpellanza presentata dal senatore Gaetano Quagliariello.
Risposta che però non è arrivata e che probabilmente non arriverà mai. E' per questo motivo che l'Occidentale ha pensato di avviare una petizione pubblica per costringere Milanesi a fare il suo dovere, e cioè quello, anzitutto di dare una risposta definitiva sul caso.
Che non potrà essere elusiva. Bisognerà infatti spiegare, legge alla mano, se la nostra sede diplomatica, che è territorio italiano a tutti gli effetti, possa ospitare la stipula di patti non riconosciuti dal nostro ordinamento. Le nozze gay infatti in Italia non sono normate, a tanto non è arrivata neppure la legge Cirinnà. Così come hanno scritto in una nota lo stesso Quagliarello, Eugenia Roccella e Carlo Giovanardi: "Le sedi delle rappresentanze all'estero sono considerate a tutti gli effetti suolo sottoposto alla giurisdizione italiana, e i locali della missione non possono essere adibiti ad usi con essi incompatibili. Il matrimonio fra persone dello stesso sesso non è previsto dal nostro ordinamento e anche le unioni civili possono essere stipulate all'estero secondo la normativa italiana, purché uno dei due contraenti sia cittadino italiano, cosa che nel caso in questione non risulterebbe".
In questo senso Sannino dovrebbe rispondere al ministro degli Esteri. Ma qualcosa ci dice che non lo farà: dovrebbe infatti ammettere di avere violato la legge per fini puramente propagandistici e ideologici. E questo aprirebbe un problema politico che invece per il momento resta relegato nel quieto vivere più ovattato.
In attesa dunque che Milanesi faccia il suo dovere, spinto da una petizione che potrebbe arrivare in poche ore a raggiungere migliaia di estensori, sarebbe interessante sapere il ritardo non dipenda più dall'imbarazzo di toccare un filo scoperto dell'attuale maggioranza. Che cosa accadrà se il ministro degli Esteri dovesse sanzionare o addirittura spostare l'ambasciatore? Si alzerebbero grida e alti lai da parte delle truppe LGBT che albergano all'interno del governo. Per questo è improbabile che arrivi una risposta decisa, ma questo non farà altro che far proseguire l'agenda omosessualista.
(Andrea Zambrano, La Nuova Bussola Quotidiana, 11 ottobre 2018)

Fonte: Osservatorio Gender, 14/10/2018

8 - L'ACCORDO CON IL REGIME COMUNISTA CINESE NON TIENE CONTO DEI MARTIRI
La chiesa sotterranea, cioè fedele al Papa e che quindi non si è piegata al regime di Pechino, vanta un primato nel mondo: è quella che da più tempo è perseguitata
Autore: Cristina Siccardi - Fonte: Corrispondenza Romana, 26/09/2018

Mentre Papa Francesco era in Lituania ad onorare una Chiesa che, con i suoi martiri, ha resistito alle persecuzioni, nonostante la drammatica Ostpolitik, per la quale era necessario tacere e non denunciare, né condannare il comunismo, la Sala stampa vaticana ha sobriamente annunciato l'accordo «provvisorio» e «soggetto a valutazioni periodiche» raggiunto fra Cina e Santa Sede.
Certamente è stato compiuto un atto che non considera le persecuzioni che continuano a perpetrarsi in Cina, così come avveniva in Unione Sovietica e nei Paesi dell'Est suoi satelliti. Meglio un accordo pastoral-politico, svendendo la fede e con essa tutti coloro che hanno versato il loro sangue per Lei, oppure una Chiesa di Roma che coerente ai suoi principi, non viene a patti con i propri persecutori? Sono i martiri, di cui la Chiesa si è sempre fregiata, che rispondono: non si stipulano contratti di compromesso con il mondo, men che meno con i propri persecutori.

PERSECUZIONI SENZA FINE
La Cina, che sfida l'Occidente con il suo straordinario sviluppo produttivo ed economico, è una Repubblica popolare in cui il potere è esercitato dal solo Partito Comunista Cinese; ciò significa che la dottrina vigente è quella atea e materialista di Mao e di Marx. Ha scritto il 24 settembre u.s. padre Bernardo Cervellera, missionario del PIME e direttore dell'agenzia Asia News: né «nella notizia dell'accordo, né nelle sue spiegazioni vi è un minimo accenno alla persecuzione che i cattolici e tutti i cristiani stanno sostenendo in questi tempi. Come testimoniato tante volte sull'agenzia, in nome della "sinicizzazione", in Cina vengono bruciate e distrutte croci, demolite chiese, arrestati fedeli e ai giovani sotto i 18 anni è vietata la partecipazione alle funzioni e l'educazione religiosa. In più ci sono vescovi e sacerdoti scomparsi nelle mani della polizia; vescovi agli arresti domiciliari; vescovi non ufficiali considerati come criminali; controlli d'ogni tipo nella vita delle comunità».
Lo stesso padre Cervellera rivela ancora che il Partito comunista cinese ha dato indicazioni perché nessuna agenzia di viaggio della Cina permetta a gruppi di turisti di visitare la Basilica di San Pietro e il Vaticano; inoltre vige il divieto di fare pubblicità e programmare viaggi, e sono previste multe fino a 300mila yuan (39 mila euro circa).
Mentre il Papa nella terra della Collina delle Croci - periodicamente demolita dal Partito comunista e costantemente ricostruita, di notte, dal clero e dai fedeli - ricorda le terribili sofferenze qui patite, nelle ore in cui la Santa Sede si accorda con la chiesa ufficiale cinese, non fa memoria dei tanti martiri che nella terra del drago non si sono inchinati allo Stato.
I martiri cinesi non sono soltanto quelli periti sotto i Tartari Manciù nel Seicento, [...] ma anche quelli dell'epoca di Mao Zedong, negli anni Cinquanta e Sessanta, quando in Occidente furoreggiava il Libretto rosso di Mao, sventolato come manifesto rivoluzionario di grande libertà.

PADRE PASQUALE DE MARTINO
Di questi perseguitati e martiri si conosce ben poco, la Chiesa stessa non se ne cura. C'è un libro molto intenso e realista a tale riguardo, che uscì nel 1961 per le Edizioni missionarie di Parma.
L'autore, il saveriano Padre Pasquale De Martino, Prefetto Apostolico di Padang (Indonesia), che patì sei mesi di prigionia, scrisse una nota introduttiva al libro autobiografico, dove attesta: «L'autore - uscito dalle carceri comuniste di Cengciow, nel Honan - è quasi certo che i fatti narrati in queste memorie di prigionia saranno creduti da pochi. [...] L'autore pensa con queste sue pagine di rendere un piccolo omaggio a tutti i missionari espulsi dalla Cina comunista come malfattori comuni e che sono sparsi nel mondo, in altre missioni, per continuare a portare, e solamente, fede e civiltà».
Padre De Martino, sepolto a Parma, era nato a Como il 7 marzo del 1900 e morì a Tavernerio (CO) il 7 agosto 1968. Trascorse i suoi giorni di crudele prigionia recitando il Rosario: «... ero come fuori del tempo e dello spazio. Fissai una notte emi dissi che quella era la notte del Santo Natale. Pregai, ricordai, pensai a come avrebbero passato il Natale i cristiani, a cui era vietato andare alla messa di mezzanotte, mi domandai se i missionari avrebbero potuto celebrare la Messa notturna, magari di nascosto... [...] Erano già parecchie le notti passate senza dormire, e di giorno guai a chiudere un occhio! Presi l'abitudine di recitare continuamente il Rosario. [...] Il Rosario fu l'unica mia preghiera che sostituiva la Messa, il breviario, la meditazione, la visita, la lettura eccetera. Quando avevo le manette dovetti accontentarmi di contare le Ave Maria con le dita, quando poi mi liberarono da quel tormento, sfilacciai una striscia di stoffa dai miei abiti su cui feci dieci nodi, me l'infilai nella manica e con la mano nascosta mi riuscì più facile contare con meno errori [...] e così riuscii a recitare in media otto rosari al giorno e qualche volta raggiunsi puntate di dodici e tredici rosari interi» (pp. 104-105).

PERSECUZIONI RECORD IN CINA
La Chiesa cattolica cinese vanta un primato nel mondo: è quella che da più tempo è perseguitata. Il Governo, da Mao in poi, ha cercato sempre di assoggettare vescovi e clero allo Stato. Tutto si conosce dei lager nazisti; non abbastanza dei «gulag» sovietici, dei quali ci è pervenuto qualcosa grazie alla grande opera di Aleksandr Solgenitsin; quasi nulla degli orrori perpetrati nei «laogai» cinesi. È un silenzio colpevole. Realtà negate a chi le ha subite e le subisce ancora.
Nel libro In catene per Cristo. Diari di martiri nella Cina di Mao, a cura di Gerolamo Fazzini, con la prefazione di Bernardo Cervellera (Editrice Missionaria Italiana, Bologna, 2015) si possono leggere i diari di quattro testimoni perseguitati nei primi anni della rivoluzione comunista: Padre Gaetano Pollio, missionario italiano del PIME, poi Arcivescovo di Kaifeng, arrestato e costretto ai lavori forzati per sei mesi nel 1951 e infine espulso; padre Domenico Tang, gesuita, Arcivescovo di Canton, incarcerato senza processo per ventidue anni e dato per morto per diverso tempo; il catechista Giovanni Liao, incarcerato in un laogai per ventidue anni; don Leone Chan, rimasto in prigione quattro anni e mezzo.
Ma oppressioni, angherie, sevizie sono proseguite anche dopo Mao, senza pietà. Don Francesco Tan Tiandedel Guangdong, spirato nel 2009 a 93 anni, trascorse 30 anni, dal 1953 al 1983, nei Laogai. La sua persistente e tenace gioia ricorda quella dei martiri cristiani dell'antica Roma: nessuna paura, anzi si sentiva onorato, perché, dopo aver ricevuto il sacramento della Cresima, aveva promesso che sarebbe stato un soldato coraggioso di Cristo per tutta la vita.
«Vivere per lui e morire per lui», rendendo testimonianza al Vangelo. Diversi vescovi e comunità sotterranee, in questi mesi di dispacci dal sapore accordista, sono stati messi sotto pressione espinti ad iscriversi all'Associazione patriottica. Monsignor Giulio Jia Zhiguo, Vescovo di Zhengding (Hebei), riconosciuto dal Vaticano, ma non dalle autorità comuniste, il 6 e 7 marzo scorso è stato portato via dalla polizia per evitare che il prelato rilasciasse commenti sui "dialoghi" cino-vaticani ai giornalisti stranieri, convenuti a Pechino per seguire l'Assemblea nazionale del popolo.
Monsignor Jia Zhiguoha trascorso più di quindici anni in carcere ed è fra le persone al mondo che ha subito più arresti, dal 1980 in poi. Il lavaggio del cervello è sempre consistito nel fargli rinnegare il Vicario di Cristo, ma il Vescovo ha costantemente resistito. Si sentirà lui, oggi, rinnegato dal Papa? Anche questo è martirio.

Nota di BastaBugie: Stefano Fontana nell'articolo seguente dal titolo "Cina-Vaticano, una lettera che sa di fideismo" parla della Lettera ai cattolici cinesi, seguita all'accordo con il regime di Pechino, nella quale il papa esorta i cattolici cinesi a pregare, ad aprirsi, ad accogliere, a riconciliarsi, ma senza che l'oggetto sia conosciuto. Ci si deve solo fidare del papa. Chiede loro di muoversi al buio...
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 28 settembre 2018:
Il Messaggio che papa Francesco ha rivolto ai cattolici cinesi due giorni fa, dopo la notizia dell'accordo tra Cina e Vaticano sulle nomine episcopali, stupisce per diversi motivi e in diversi punti.
La prima cosa che il lettore si chiede è quale sia il senso di un Messaggio su una cosa che è tuttora sconosciuta. Come si sa, infatti, i contenuti dell'accordo sono secretati. Il Messaggio del Papa è quindi privo di contenuto. A cosa si riferisce? Di cosa parla? Non lo si capisce non per difficoltà di parola - al contrario il testo è ricco di belle parole e belle frasi - ma per mancanza di contenuto. Il papa esorta i cattolici cinesi a pregare, ad aprirsi, ad accogliere, a riconciliarsi, ad accettare la sofferenza... ma l'oggetto non lo dice. Chiede una specie di atto di fiducia verso se stesso, avendo egli rivendicato a sé - nella conferenza stampa di ritorno dai Paesi baltici - la responsabilità dell'accordo.
C'è da sperare che i contenuti dell'accordo vengano resi noti e che i cattolici cinesi fedeli a Roma sappiano, come si dice in gergo, "di che morte moriranno". Ma intanto come si devono comportare i cattolici della Chiesa clandestina fedele a Roma? Per aprirsi, uscire e riconciliarsi dovranno riconoscere i vescovi della chiesa patriottica come vescovi autentici, anche se sanno che sono spie? Anche se sanno che hanno donne e figli? Anche se sanno che sono lì per pura carriera politica? Stupisce molto che il papa chieda loro qualcosa senza informarli veramente sulla situazione in cui si troveranno a vivere. Che chieda loro di muoversi al buio. Muoversi al buio è fede o fideismo?
Spingere perché ci si muova al buio è un frequente atteggiamento di questo pontificato. Il caso più evidente è l'Esortazione apostolica Amoris Laetitia. Essa è "al buio". Non dice cosa fare in ordine ad un contenuto definito. Invita a muoversi intorno ad un contenuto impreciso. Con Amoris Laetitia non è nata una nuova teologia del matrimonio, del divorzio, dei Sacramenti della Comunione e della Confessione precisata e definita dal magistero. Sono nati dubbi e incertezze - molti punti di domanda - sulla teologia tradizionale. Su questo è stata però chiesta la mobilitazione dei fedeli, senza aver precisato i contenuti di questa mobilitazione. Ora, in modo simile, ci si rivolge ai fedeli cinesi senza chiarire con loro di cosa si stia parlando.
Nel Messaggio ai cattolici cinesi stupisce poi anche che ci si rivolga - almeno sembra di capire - in via prioritaria ai fedeli della Chiesa clandestina e fedele a Roma, chiedendo loro di "farsi artefici di riconciliazione", ponendo sullo stesso piano le due chiese, quella fedele a Roma e quella emanazione del partito comunista al potere. Ora, tutti sanno che gli esatti confini tra le due chiese sono difficilmente precisabili. C'è un andirivieni di vescovi e di sacerdoti dall'una all'altra. Questo però non autorizza a metterle sullo stesso piano e a rivolgersi indistintamente agli uni e agli altri come quando si chiede che "Tutti i cristiani, senza distinzione, pongano ora gesti di riconciliazione e di comunione".
Il papa chiede una Chiesa cinese "in uscita". Ma la Chiesa cinese dovrebbe uscire verso una non-Chiesa. Ove manca la successione apostolica non c'è Chiesa e nella chiesa patriottica che non è in comunione con Roma non c'è la successione apostolica. A meno che l'accordo secretato non preveda che tutti i vescovi cattolici della chiesa patriottica passino ope legis in quella fedele a Roma, trasformandosi così automaticamente da inautentici ad autentici. E magari senza alcun pentimento, come invece è avvenuto per il Figliol Prodigo citato dal papa nel Messaggio come esempio appunto di riconciliazione. Ma, come ripeto, ciò non ci è dato di sapere. Sicché questo invito alla riconciliazione e alla comunione è, per il momento, privo di contenuto e invita a riconciliare due chiese di cui una è Chiesa e l'altra no.
Nel corpo del Messaggio, Francesco si rivolge anche ai cattolici - vescovi, sacerdoti e laici - che hanno subito la persecuzione del regime proprio per la volontà di rimanere fedeli al papa: "Sono sentimenti di ringraziamento al Signore e di sincera ammirazione per il dono della vostra fedeltà, della costanza nella prova, della radicata fiducia nella Provvidenza di Dio, anche quando certi avvenimenti si sono dimostrati particolarmente avversi e difficili". Prosegue poi dicendo che "Tali esperienze dolorose appartengono al tesoro spirituale della Chiesa in Cina e di tutto il Popolo di Dio pellegrinante sulla terra". Tuttavia occorre cambiare ed affrontare le nuove sfide, come per esempio la volontà espressa da tanti cattolici della chiesa patriottica di unirsi a Roma.
Stupisce molto questa valutazione del martirio in relazione con la situazione dei tempi, come se la Chiesa non fosse ontologicamente - e non secondo un vago spiritualismo - là dove ci sono i martiri per la fede. Se chi è ucciso in odium fidei (il martire) è santo anche senza miracolo e senza processo, vuol dire che i martiri sono il cuore della Chiesa e che la Chiesa è là dove essi sono perché essi sono là dove essa è. C'è un nesso profondo tra i martiri, la Chiesa e il papa. Non può esistere motivo pastorale per metterli da parte, per collocare la Chiesa altrove da dove essi sono. I martiri sono fedeli alla Chiesa e la Chiesa deve essere fedele ai martiri.

Fonte: Corrispondenza Romana, 26/09/2018

9 - OMELIA XXIX DOM. DEL T.ORD. - ANNO B (Mc 10,35-45)
Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore
Fonte Il settimanale di Padre Pio

Anche questa domenica il Vangelo ci parla di umiltà e di croce. Si avvicinarono a Gesù i due figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, e gli chiesero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra» (Mc 10,37). Gli Apostoli non avevano ancora compreso l'insegnamento di Gesù, essi ricercavano ancora la gloria umana, mentre il Maestro voleva far capire a loro che si entra nella gloria del Regno solo attraverso la sofferenza della croce e l'umiltà del cuore. Per far comprendere questa esigenza, Gesù domanda loro: «Potete bere il calice che io bevo?» (Mc 10,38). Gesù intende il calice amaro della Passione e Morte in Croce. Giacomo e Giovanni non comprendono ancora bene, e rispondono: «Lo possiamo» (Mc 10,39). Gesù predice loro che anch'essi avrebbero bevuto questo calice amaro – infatti tutti gli Apostoli dopo la Pentecoste ebbero a soffrire per il Nome di Gesù, e quasi tutti morirono martiri –, ma afferma che spetta solo al Padre stabilire a chi spettano i posti d'onore accanto a Lui nella gloria.
Dall'altra parte vediamo gli altri dieci Apostoli. Anch'essi non avevano ancora compreso la grande lezione di umiltà e carità del Salvatore, e «cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni» (Mc 10,41) a causa della loro grande pretesa. Ecco allora che Gesù impartisce a tutti e Dodici un grande insegnamento, facendo loro comprendere chi è veramente grande agli occhi di Dio: «Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell'uomo, infatti, non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,43-45).
In poche parole, Gesù ci insegna a ricercare sempre l'ultimo posto. La ricerca dell'ultimo posto ha sempre contraddistinto la condotta dei Santi, i quali volevano fedelmente seguire le orme di Gesù e vivere in umiltà. La vera umiltà si riconosce da alcuni segni. Come quando c'è molto caldo e il sole picchia, istintivamente si cerca l'ombra; così l'anima umile cerca di rimanere sempre nascosta. Essa, quando è posta in alto, si sente a disagio.
Il secondo segno è quello di accettare serenamente le umiliazioni che ci vengono dagli altri. Essa soffre interiormente per l'umiliazione subita; ma, nel profondo del suo cuore, rimane in una pace inalterata. Un conto è umiliarsi davanti agli altri, con la segreta speranza che nessuno ci creda, un altro conto è subire una ingiusta umiliazione e rimanere tranquilli. San Francesco d'Assisi si dimostrava riconoscente nei confronti di tutti quelli che, in qualche modo, lo riprendevano e lo umiliavano.
Un altro segno è quello di parlare sempre bene di tutti. Si capisce: se l'umile si considera l'ultimo di tutti, di conseguenza pensa bene di tutti. Non potrebbe essere diversamente. San Francesco era convinto che se Dio avesse dato le grazie a lui concesse a qualsiasi delinquente di questo mondo, questi sarebbe certamente meglio di lui. Forse questo è il segno più certo che denota una grande carità d'animo.
Poi vi sono altri segni. Uno consiste nel non potersi inorgoglire delle lodi ricevute. L'anima umile sa benissimo che è Dio l'artefice di tutto il bene che riesce a compiere, per cui indirizza subito la lode ricevuta al suo Signore. Così fece la Madonna, la quale, lodata da Elisabetta, esclamò: «L'anima mia magnifica il Signore». L'ultimo segno che consideriamo consiste nel non accorgersi nemmeno del bene che si fa. Questo segno lo vediamo in tutto il suo splendore nella vita di san Francesco, il quale, prima di morire, disse così ai frati radunati attorno a lui: «Fratelli, iniziamo a far del bene, perché finora non abbiamo fatto nulla».
La ricerca dell'ultimo posto ha contraddistinto la vita di sant'Antonio da Padova. Egli, prima di entrare nell'Ordine francescano, era già un profondo teologo e un grande predicatore; ma, una volta entrato tra i frati, volle nascondere queste sue doti per poter vivere nell'ombra. Nel convento dove fu destinato svolse i lavori più umili, stimando una grande grazia quel genere di vita così nascosta agli occhi degli uomini. Ma Dio dispose diversamente. Un giorno, essendoci delle Ordinazioni sacerdotali, e venuto meno il predicatore per un imprevisto, serviva qualcuno che annunziasse la Parola di Dio all'assemblea radunata. Tutti gli altri sacerdoti si tirarono indietro perché non erano preparati e temevano di fare una brutta figura. Allora i Superiori ordinarono all'obbediente sant'Antonio di predicare. Fu una predica meravigliosa e, da quel giorno, i Superiori lo destinarono alla predicazione popolare, per la gloria di Dio e il bene delle anime.
Chi si umilia sarà innalzato!

Fonte: Il settimanale di Padre Pio

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