BastaBugie n°582 del 24 ottobre 2018

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1 NELL'EDUCAZIONE VA MESSO AL CENTRO L'ASPETTO RELIGIOSO, PAROLA DI DON BOSCO
La formazione in famiglia e a scuola non è equilibrata se non è percepita come l'unione di corpo e anima
Autore: Teresa Mancini - Fonte: All Christian
2 ERDOGAN HA ISLAMIZZATO LA TURCHIA COME FECE KHOMEINI IN IRAN
La Turchia è ormai una nazione islamista al 100% (diritti umani assenti, cristiani perseguitati per decreto di stato, sharia come legge, donne senza dignità) ma c'è ancora chi la vuole in Europa
Autore: Lorenza Formicola - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
3 SESSO CON LE BAMBOLE, L'ULTIMA FRONTIERA DELLA PERVERSIONE
L'uomo può fingere di essere solo istinti e pulsioni da soddisfare, ma il sesso senza amore non è umano (perché non corrisponde al desiderio di una vera relazione tra persone)
Autore: Francesco Agnoli - Fonte: Libertà e Persona
4 PER MACRON UNA MAMMA CON TANTI FIGLI E' SENZ'ALTRO IGNORANTE E MALE ISTRUITA
Le risposta delle mamme laureate e con famiglie numerose: inviate centinaia di cartoline (#postcardsforMacron) al ridicolo presidente francese
Autore: Ermes Dovico - Fonte: Sito del Timone
5 LA RAGGI CENSURA IL NUOVO MANIFESTO PROVITA
Oltre alla sindachessa di Roma, contro il manifesto ''Due uomini non fanno una madre'' si schierano Miguel Bosè, Ricky Martin, Monica Cirinnà, L'Espresso, ecc.
Autore: Marcello Veneziani - Fonte: Il Tempo
6 IL VERO SAN FRANCESCO: NE' ECOLOGICO, NE' ECUMENICO, NE' RIVOLUZIONARIO
Un nuovo libro aiuta a smontare tutti i falsi miti sul poverello di Assisi
Autore: Giuliano Guzzo - Fonte: Libertà e Persona
7 PAPA FRANCESCO: ''ABORTIRE E' COME ASSOLDARE UN KILLER''
Si può parlare in modo duro contro l'aborto, ma poi elogiare Emma Bonino?
Autore: Stefano Fontana - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
8 LA FILOSOFIA CRISTIANA MANTIENE IL CONTATTO CON LA REALTA'
Intervista a Stefano Fontana: ''Il bambino nasce filosofo realista, ma poi la società di oggi e la scuola lo trasformano in uno scettico e finisce per credersi felice in questa brodaglia di nulla che ci circonda''
Autore: Giuseppe Tires - Fonte: Osservatorio Van Thuan
9 OMELIA XXX DOMENICA T.ORD. - ANNO B (Mc 10,46-52)
Va', la tua fede ti ha salvato
Fonte: Il settimanale di Padre Pio
10 OMELIA SOLENNITA' DI TUTTI I SANTI (Mt 5,1-12a)
Grande è la vostra ricompensa nei cieli
Autore: Benedetto XVI - Fonte: Sito del Vaticano

1 - NELL'EDUCAZIONE VA MESSO AL CENTRO L'ASPETTO RELIGIOSO, PAROLA DI DON BOSCO
La formazione in famiglia e a scuola non è equilibrata se non è percepita come l'unione di corpo e anima
Autore: Teresa Mancini - Fonte: All Christian, ottobre 2003

Abbiamo già sottolineato come i principi ispiratori del Sistema Preventivo di Don Bosco, ampiamente ed efficacemente applicati nel tempo e nello spazio (la famiglia dei Salesiani e l'opera degli oratori sono una realtà diffusa in molti Paesi del mondo, che non smette di dare frutti), trovino completa applicazione ed utilità non solo nel campo dell'azione pastorale a favore dell'educazione dei giovani nelle parrocchie, negli oratori, nell'attività di catechesi, ma come questi "principi cardine" abbiano una indiscussa validità educativa in tutti i contesti educativi, inclusa la famiglia.
È nostra convinzione che gli indirizzi pedagogici del Santo pedagogo non solo sono trasferibili nelle dinamiche relazionali genitori-figli, ma che proprio essi possono costituire quei correttivi così indispensabili nelle nostre, spesso drammatiche, emergenze educative, nell'affrontare i problemi educativi che ci impegnano e spesso ci sconfiggono come genitori. È questa la tesi che ci sta più a cuore: Don Bosco è un faro acceso anche nelle nostre famiglie: egli guida e recupera al bene anche i nostri figli, se comprendiamo, accogliamo e applichiamo il messaggio che ci comunica.

RAGIONE, RELIGIONE, AMOREVOLEZZA
Abbiamo già argomentato "en passant" sulle tre parole chiave che ispirano il suo pensiero: ragione, religione, amorevolezza, e su come questi tre aspetti, se ben coniugati nell'approccio docente-discente, assicurino la fiducia dei nostri ragazzi verso l'educatore realizzando il tanto auspicato "successo educativo". Mi sono chiesta in quali di questi tre elementi la nostra realtà attuale risulta più carente, più lontana dal modello proposto: nella ragione, nella religione, nell'amorevolezza? Ho cercato di ipotizzare cosa ci direbbe oggi Don Bosco osservando i nostri ragazzi, guardando dentro le nostre famiglie.
Una prima presa di coscienza: forse, nelle nostre esperienze come educatori non manca il richiamo alla "ragione" e all'"amorevolezza", ma non è più centrale la "religione". Capita infatti, in modo sempre più convinto e diffuso, che, in nome di un indiscusso principio di laicità del servizio scolastico pubblico, ad esempio, o in nome di una libertà di scelta del proprio credo religioso, dei valori ispiratori fondamentali della propria vita, venga trascurato, addirittura accantonato l'aspetto spirituale della formazione dei nostri bambini, demandando ogni responsabilità alla parrocchia e affidando una delega in bianco ai catechisti che operano nel territorio, o aspettando che i nostri ragazzi, una volta cresciuti, facciano "liberamente" le proprie scelte.
Don Bosco ci insegna che ciò è fallimentare, se da subito, e permeando ogni esperienza, attività e conoscenza, non si realizza un collegamento dialettico tra ciò che è immanente e ciò che è trascendente, se non diamo alle nostre azioni, scelte, progetti la direzione che Dio, nella Sua infinita bontà ci ispira, se nella nostra realtà quotidiana non ci mettiamo in dialogo con Lui.

DIMENSIONE MATERIALE E SPIRITUALE
Proprio Don Bosco ci fa capire come non vi possa essere una crescita e formazione equilibrata della persona se questa non è percepita nella sua unitarietà psicofisica e spirituale: è difficile smentire che l'uomo si sostanzi, oltre che della sua dimensione materiale, anche di un aspetto profondo che lo induce, sin dalla più tenera età, a porsi delle domande di senso e ad esprimere la sua componente spirituale.
Eppure paradossalmente è molto più facile, oggi, che nostro figlio venga curato nella crescita corporea, in quella psichica, ma trascurato nella crescita spirituale. Assicuriamo ai nostri bambini schiere di pediatri, di specialisti in ogni settore, curiamo e preveniamo ogni loro piccolo o grande malanno, come è giusto che sia; ricorriamo sempre di più ai consigli dello psicologo, se scorgiamo un disagio, una difficoltà; ricorriamo al ripetitore privato, se ha preso cinque in matematica, ci preoccupiamo che gli venga assicurato ogni tipo di istruzione e insegnamento, che gli venga aperto il mondo della cultura, la possibilità di godere appieno di tutti i vantaggi che la moderna società offre; ma come il nostro figliolo è spesso ignorato, dimenticato, come ci è sconosciuto sotto l'aspetto spirituale! Giochiamo con lui, ma non preghiamo con lui; parliamo con lui di tanti argomenti, ma non gli parliamo di Gesù; gli narriamo tante favole, gli diamo tanti insegnamenti, ma non gli raccontiamo della Sacra Famiglia, non lo avviamo alla comprensione della Parola di Dio, alla scoperta dei precetti evangelici. Sappiamo e appuntiamo dei nostri figli le tappe raggiunte, le malattie patite, le misure della loro crescita corporea, ma ignoriamo o sottovalutiamo i loro peccati, non cogliamo, o proprio non ci interessa, come si misura nelle scelte, nelle azioni e nei progetti con i precetti divini, con i valori fondamentali, quali la carità, la pazienza, l'amicizia, la lealtà, la giustizia, l'onestà; non sappiamo quali sono i suoi dubbi in merito alla fede né ci poniamo come obiettivo quello di rimuovere gli eventuali ostacoli che lo frenano nel cammino dello spirito.

UN UNIVERSO NASCOSTO
Quando non suggeriamo noi stessi comportamenti e scorciatoie per affrontare le piccole e grandi difficoltà del vivere. Come si rapporta il nostro bambino con il vicino di banco, che è meno capace e viene emarginato dal gruppo? È capace di autentica amicizia? Coglie il nostro ragazzo il peso delle responsabilità e se ne fa carico oppure ha già imparato a "fare il furbo"? Copia il compito in classe di latino o lealmente s'impegna a dare il meglio di ciò che è capace? Ha una sua vita interiore o si gioca tutto sull'apparire? Se andiamo in profondità, ci si svela un universo nascosto meraviglioso e insospettato, ci accorgiamo che ognuno dei nostri figli ha vocazioni diverse e diverso spessore spirituale, un loro diverso modo di dialogare e di rivolgersi a Dio.
Don Bosco insegna anche a noi genitori che non basta accogliere, sfamare, assicurare istruzione e cultura ai nostri ragazzi, ma che essi vanno costantemente orientati al bene, seguiti da vicino per essere sostenuti proprio nelle cadute, perché per il ragazzo è normale sbagliare, se è lasciato a se stesso, soprattutto nel suo cammino spirituale. Certamente sollecita proprio noi genitori, o nonni, in famiglia le prime guide spirituali dei nostri figli; ci incoraggia a non delegare un ruolo che solo la famiglia può interpretare compiutamente ed efficacemente; lui che ha avuto come efficacissima guida spirituale la mamma Margherita. Don Bosco ci invita esplicitamente, non solo come educatori, ma soprattutto come genitori a dare centralità alla religione, a incoraggiare e a facilitare i nostri figli «nell'approccio a Gesù facendo notare la bellezza e la santità di quella religione che propone mezzi così semplici per costruire una società civile».

Fonte: All Christian, ottobre 2003

2 - ERDOGAN HA ISLAMIZZATO LA TURCHIA COME FECE KHOMEINI IN IRAN
La Turchia è ormai una nazione islamista al 100% (diritti umani assenti, cristiani perseguitati per decreto di stato, sharia come legge, donne senza dignità) ma c'è ancora chi la vuole in Europa
Autore: Lorenza Formicola - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 12/10/2018

La Turchia degli ultimi 16 anni è un Paese trasformato fin dalle radici. Oggi è una nazione islamista che assomiglia all'Iran del 1979: alla guida di Erdoğan la rivoluzione islamica sta facendo il suo corso, forse è solo più lenta rispetto al modello iraniano. Ma il processo d'islamizzazione è quasi sovrapponibile.
Il Pahlavi Shah, l'ultimo Scià di Persia, che ha governato l'Iran dal 1941 fino alla rivoluzione del 1979, aveva esiliato Khomeini, in Turchia (guardo caso), nel 1964. Quando il grande ayatollah tornerà nel suo Paese natale era il 1 ° febbraio 1979, e prenderà il potere quasi immediatamente. Creato in tempi estremamente brevi il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC), per eliminare i nemici interni, finì con il triplicare gli inquilini delle carceri e in poche settimane l'Iran divenne un regno islamico del terrore.
Per la Turchia il processo d'islamizzazione è stato solo più lento ed è passato per le urne, ma erano i medesimi sentimenti di Khomeini ad animare le ambizioni di un giovane Erdoğan già quando era "solo" sindaco di Istanbul: "Le moschee sono le nostre caserme, le cupole dei nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e fedeli i nostri soldati". Parole che gli consegneranno una condanna a dieci mesi per "incitamento all'odio", ma che non sconterà mai. A differenza dell'ayatollah non verrà esiliato, fonderà anzi un partito, Justice and Development Party (AKP), con il quale diventerà Primo Ministro nel marzo 2003. Sarà l'inizio di un cambio radicale del Paese: chiese cristiane bandite o sequestrate, le leggi sul hijab, i musulmani non sunniti perseguitati. Un processo lento che, complici la guerra in Siria del 2011 e il tentato golpe del 2016, porterà all'espressione della sua vera personalità islamista e aggressiva: un sultano despota.
Erdoğan una volta ha detto che "la democrazia è come un tram, la guidi fino a quando arrivi a destinazione, poi scendi". E sembra che la sua fermata sia arrivata da un pezzo.

LA RIVOLUZIONE DI KHOMEINI
Quando Khomeini iniziò a lavorare al suo progetto, c'era la "rivoluzione bianca" da trasformare. Da cancellare il secolarismo che lo Scià aveva in qualche modo instaurato dopo decenni di politiche volte a occidentalizzare l'Iran. Era stato concesso alle donne di occupare posti di governo, la terra poteva essere lavorata con strumenti moderni e "occidentali", il "Family Protection Bill" permetteva alle donne ripudiate di ottenere la custodia dei figli e agli uomini venne negato il diritto di poligamia, era stato abolito anche il cosiddetto "matrimonio temporaneo" (una sorta di autorizzazione religiosa sciita che legittimava la prostituzione) e l'età legale del matrimonio passò da nove (sull'esempio del Profeta) a quindici anni.
Ma per Khomeini tutto ciò andava spazzato via, c'era da "disintossicare" l'Iran dall'occidentalizzazione (gharbzadegi in persiano). E così gli Stati Uniti simbolo della modernità e del secolarismo a cui il Paese si era ispirato, divennero il "grande Satana".
In Turchia, Erdoğan, ha lentamente eroso le libertà dei cittadini mosso dallo stesso tentativo di eliminare ogni traccia di occidentalizzazione con cui i suoi predecessori avevano "contaminato" l'anima dei turchi. Ataturk aveva abolito il califfato islamico nel 1924 e per quasi settant'anni sembrava si potesse essere immuni dall'islamismo. Ma fu un'illusione. Il sultano ha picconato il sistema Ataturk eliminando anzitutto i diritti dei cristiani e sostituendo le chiese con moschee. La stampa non è più libera e il mondo accademico è l'ombra del suo presidente. Perché è dall'istruzione che il presidente turco ha pensato di restaurare il Paese: è proprio di ogni dittatura rubare le giovani menti.
Qualsiasi islamico che ambisce al governo deve trovare un modo di arginare il decreto coranico del "Allah non ha partner". Nel 1991, quando Ayman al-Zawahiri (l'attuale leader di Al-Qaeda) criticò i Fratelli Musulmani per aver presto parte ai processi democratici d'Egitto, trasse una conclusione: "la linea di fondo delle democrazie è che il diritto di legiferare è dato a qualcuno che non sia Allah l'Altissimo. Chiunque è d'accordo con questo è un infedele perché ha messo qualcun altro al posto di Allah".

DITTATURE A CONFRONTO
Khomeini aggirò il problema ponendo la governance nelle mani dei chierici, la cui stretta aderenza alla shariʿah allontanò il regime dall'accusa di sostituire Allah e in quanto "leader supremo" si fece dittatore ingannando e minacciando la popolazione.
Erdoğan ha acquisito il potere attraverso il processo democratico reso possibile dalle riforme di Ataturk e voto dopo voto è diventato più autoritario e il Paese più islamico. Specie dopo il tentato golpe. Con le elezioni del 2018 si è concesso di cambiare la costituzione per diventare un Khomeini turco. Da ora in poi non correrà più il rischio di perdere, ma vincerà con i margini di Arafat.
L'obiettivo della politica estera di Khomeini era semplice: espandere l'influenza dell'Iran, diffondere la sua versione dell'islamismo e combattere l'Occidente. La politica estera di Erdoğan è stata ostile all'Occidente ancor prima che diventasse primo ministro, ma come presidente della Turchia, l'ostilità agli Stati Uniti s'è fatta concreta: ha aiutato l'Iran a portare armi in Siria, ha combattuto i curdi e ha reso popolare, per qualcuno ha addirittura inventato, il saluto a quattro dita della Fratellanza Musulmana.
Ma tra i più preoccupanti tra tutti i paralleli Erdoğan-Khomeini c'è la nuova tendenza all'ostaggio. Il 4 novembre 1979, le forze di Khomeini hanno sequestrato l'ambasciata americana a Teheran e tenuto in ostaggio 52 persone tra diplomatici e civili per 444 giorni. E non smetterà mai di catturare americani. Dal 2016 ad oggi non si contano gli ostaggi di Erdoğan: tra le varie carcerazioni opinabili, forse la più celebre è quella del pastore Andrew Brunson. L'accusa di cristianizzazione è la più diffusa.
Oggi la rivoluzione del Sultano ha preso velocità e sta quasi per superare le gesta del grande ayatollah. Se c'è un posto al mondo dove i diritti umani sono stati debellati quasi completamente, dove i cristiani sono perseguitati per "decreto di stato", dove la shariʿah governa e le donne non hanno dignità, questo è la Turchia del ventunesimo secolo. E c'è ancora qualcuno che la sogna in Europa.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 12/10/2018

3 - SESSO CON LE BAMBOLE, L'ULTIMA FRONTIERA DELLA PERVERSIONE
L'uomo può fingere di essere solo istinti e pulsioni da soddisfare, ma il sesso senza amore non è umano (perché non corrisponde al desiderio di una vera relazione tra persone)
Autore: Francesco Agnoli - Fonte: Libertà e Persona, 29/09/2018

L'ultima frontiera dei robot, sono i cosiddetti "sexy robot": automi che, nelle intenzioni di chi li progetta, soprattutto nel mondo anglosassone, dovrebbero fare le veci di mogli e fidanzate, "utili a chi è solo o non è in grado di stabilire una relazione".
In soldoni, si tratta di robot che "migliorerebbero" le "sexy doll", concepite per "fare sesso", senza la presenza di una persona in carne e ossa. Ma è possibile davvero sostituire una persona con un robot? Ed è davvero umano il "sesso senza amore", per usare l'espressione di un cantautore come Antonello Venditti?
Alla prima domanda si è già risposto: i robot non hanno nulla a che vedere con le persone. Sono, per usare un'espressione che racchiude tutto ciò che si è detto, "senz'anima".
È dunque già chiara la risposta alla seconda domanda: il sesso senza amore è di per sé possibile, ma non è umano, nel senso che non corrisponde al vero desiderio dell'uomo, ma solo ad sua volontaria auto-amputazione della natura umana. Infatti l'uomo può anche "fingere" di essere solo un fascio di istinti e di pulsioni cieche; può comportarsi come se fosse solo un corpo disanimato, come una macchina. Ma senza che questo gli permetta di essere felice, di vivere la grandezza della vera relazione tra persone.

USARE LE PERSONE COME OGGETTI
Il primo concetto da mettere a fuoco è questo: il corpo è epifania, manifestazione, della persona. Non esiste da solo, di per se stesso. E' sempre connesso all'anima. In quest'ottica guardare ad una persona come se essa coincidesse con il suo corpo e soltanto con esso significherebbe reificare una persona, ridurre un soggetto ad oggetto.
Esempi di reificazione sono la pornografia, lo stupro, il ricorso alla prostituzione ecc. In tutti questi casi un soggetto concupisce, in un altro soggetto, solo il suo corpo (o addirittura solo una parte di esso), e lo riduce così ad un oggetto di piacere individuale.
Con una conseguenza per lui forse inaspettata, ma logica: che lo stesso piacere che ne ricava, è, non solo effimero, ma anche "avvelenato". Perché? Perché il vero desiderio dell'uomo, se egli è anima e corpo, è amare con entrambi, amare consapevolmente, amare con tutto se stesso, amare nel rispetto della propria e dell'altrui libertà (senza essere schiavo, lui, dell'istinto, l'altra persona della sua forza bruta), e ciò - in caso di "sesso senza amore" -, non avviene.

UOMO = ANIMA + CORPO
C'è amore, dunque, quando un tutto, l'uomo come anima e corpo, abbraccia, di un altro tutto, il tutto e non la parte. E lo si chiama amore, e non solo piacere, perché soddisfa non solo l'istinto corporeo, ma un desiderio più profondo. Perché realizza un' aspirazione più grande, vivendo la relazione non come possesso, ma come dono; non come mera gratificazione egoistica, ma come incontro; non con egoismo, ma con altruismo; non con la concupiscenza di chi usa gli altri come fossero intercambiabili, ma con la responsabilità di chi comprende l'unicità di ogni singola persona ("amo te, solo te, proprio te come persona, e cioè non solo in un dato momento, ma fedelmente").
Vissuta bene la sessualità non è chiusura su di sè, ma apertura; non è pura genitalità, ma affettività; non esita nella violenza, ma rimane nell'amore. Così la natura sponsale del corpo (evidente negli organi genitali), convive armoniosamente con la natura relazionale, sponsale, dell'anima umana.
Nell'atto coniugale, cioè che congiunge, due persone si accolgono e si donano reciprocamente, integralmente, perché si sono già accolte e riconosciute prima dell'atto corporeo stesso, nella loro mente e nel loro cuore.
I visi si guardano, si parlano e si baciano (il viso è l' "immagine della soggettività" dell'altro, identifica la sua identità di persona razionale e libera); le braccia spalancate abbracciano: è l'accoglienza del cuore; gli organi genitali si uniscono, generando la vita.
Così l'unione dei due corpi suggella e realizza l'unione spirituale degli sposi, permettendo a sua volta di generare un figlio (perché l'amore è davvero "creatore").

Fonte: Libertà e Persona, 29/09/2018

4 - PER MACRON UNA MAMMA CON TANTI FIGLI E' SENZ'ALTRO IGNORANTE E MALE ISTRUITA
Le risposta delle mamme laureate e con famiglie numerose: inviate centinaia di cartoline (#postcardsforMacron) al ridicolo presidente francese
Autore: Ermes Dovico - Fonte: Sito del Timone, 19/10/2018

Catherine Pakaluk, Agnès Marion, Mariana Rodriguez Varela, Chinelo Ujubuonu, Annarosa Rossetto, Federica Biscia, Stefania Manganelli, Beth Hockel, Sue Anne Smith, Elizabeth Foss, Jennifer Frey e l'elenco potrebbe continuare ancora seguendo su Twitter e Facebook l'hashtag #postcardsforMacron, «cartoline per Macron». Ma che cosa ha detto il presidente francese per meritarsi l'attenzione delle mamme di mezzo mondo? La frase, che circola ormai da alcuni giorni (soprattutto sui social network), è questa: «Io dico sempre: "Presentami la donna che ha deciso, essendo perfettamente istruita, di avere sette, otto o nove figli"». Insomma, per Macron una mamma perfettamente istruita non deciderà mai di formare una famiglia numerosa. Figuriamoci.

ELIMINARE LA POVERTÀ OSTACOLANDO LA NASCITA DEI BAMBINI POVERI
Il presidente francese ha pronunciato la sua sentenza nel mese di settembre a New York durante il lancio dell'ultimo rapporto annuale della Fondazione Gates che si propone di eliminare la povertà ostacolando la nascita dei bambini poveri, specialmente nell'Africa subsahariana. La linea è la stessa tracciata nei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile promossi dall'Onu, visto che il primo obiettivo consiste nell'eliminare la povertà e il quinto prevede tra l'altro di assicurare l'accesso universale ai servizi per «la salute sessuale e riproduttiva», che tradotto nel linguaggio comune equivale a contraccezione e aborto libero per tutti. Riguardo alla retorica della «scelta» usata dal fondatore di En Marche!, basterebbe ricordare che i suoi compagni di merenda alla Fondazione Gates e alle Nazioni Unite sono gli stessi che negli ultimi decenni hanno favorito l'uso di contraccettivi altamente pericolosi, le sterilizzazioni forzate e la tremenda politica del figlio unico in Cina (vedi l'Unfpa, il fondo dell'Onu per la popolazione).

LA RISPOSTA DELLE MAMME
Ad ogni modo, la risposta migliore a Macron l'hanno data proprio le mamme perfettamente istruite. Come Catherine Pakaluk, con un dottorato in economia ad Harvard e oggi assistente alla Busch School of Business e fellow alla Catholic University of America, che il 16 ottobre ha lanciato il già citato hashtag pubblicando una foto con sei dei suoi otto figli e invitando le altre mamme con famiglie numerose a fare altrettanto.
Ricordiamo poi Beth Hockel, laureata a Stanford, ingegnere elettrico e madre di undici.
La francese Agnès Marion, presidente di Cercle Fraternité e madre di sei figli.
E poi un medico, moglie di Eric Kigozi che ha pubblicato una foto con la famiglia al completo (sette figli).
Anche dall'Italia sono state mandate diverse "cartoline" a Macron, tra cui ricordiamo quella di Federica Biscia, l'ex nuotatrice che ha vinto un oro ai Giochi del Mediterraneo del 1997 e gareggiato alle Olimpiadi di Sidney del 2000, madre di cinque figli. E ancora Annarosa Rossetto, anche lei madre di cinque figli.
Ci fermiamo qui, anche se sui social network sono state diffuse così tante foto di famiglie gioiose da far venire la voglia di pubblicarle tutte. Chiaramente, qui non si tratta di assecondare l'inganno di Macron che dà di fatto una qualificazione morale al livello di istruzione (per lui il "bene" è non fare figli, o farne il meno possibile, come vuole l'ideologia a cui si rifà), secondo una correlazione che nella storia non esiste, contando invece la purezza del cuore. Più semplicemente si smentisce il pregiudizio del presidente francese rispondendogli per le rime, come ha spiegato la stessa Pakaluk, la quale oltre a ricordare che fare molti figli non è affatto un ostacolo allo sviluppo (anzi, è proprio la crisi demografica uno dei maggiori problemi per l'economia) ha scritto: «Si tratta di... smascherare l'idea che l'alta natalità sia una conseguenza dell'ignoranza». Queste mamme ci sono riuscite benissimo.

Fonte: Sito del Timone, 19/10/2018

5 - LA RAGGI CENSURA IL NUOVO MANIFESTO PROVITA
Oltre alla sindachessa di Roma, contro il manifesto ''Due uomini non fanno una madre'' si schierano Miguel Bosè, Ricky Martin, Monica Cirinnà, L'Espresso, ecc.
Autore: Marcello Veneziani - Fonte: Il Tempo, 19/10/2018

"Due uomini non fanno una madre", diceva il manifesto-gigante di ProVita e Generazione Famiglia affisso nelle città d'Italia, con un neonato in primo piano. La Raggi e l'Appendino, collaboratrici domestiche del politically correct, ingaggiate dall'agenzia pulizie Casaleggio per i comuni di Roma e di Torino, hanno fatto rimuovere in fretta quei manifesti osceni. Sai, difendevano la maternità e i figli, che orrore. Il poster condannava gli uteri in affitto e lo squallido mercato; e due donne sindaco, grillo-femministe, dovrebbero difendere la dignità della donna. Macché. In una città sommersa dai rifiuti, la Raggi - il peggior sindaco che Roma abbia mai avuto e ce ne voleva a vincere la gara - ha trovato la premura non per rimuovere le immondizie che merdeggiano in ogni angolo della Capitale, ma quei poster "scorretti" che denunciavano la compravendita di madri e bimbi e la difesa della famiglia con padre e madre, senza uteri in affitto.

I LIBERI, MODERNI, CIVILI E TOLLERANTI FANNO RIMUOVERE IL MANIFESTO
Anche se non le condivido affatto, arrivo a capire le ragioni opposte a quelle esposte in quel manifesto. Ma in un paese davvero libero e civile, si risponde a una tesi con una tesi opposta, a un manifesto con un contromanifesto. No, i liberi e moderni, i civili e i tolleranti fanno rimuovere il manifesto; se hai un'idea diversa dalla nostra, anche se è poi l'idea che ha permeato da sempre ogni civiltà, te la devi ricacciare in gola, non puoi esprimerla, non hai il diritto di dissentire. E visto che non capisci, ti arriva l'accusa: omofobia. Chi chiede che un bambino abbia un papà e una mamma è omofobo. Chi contrasta il vergognoso traffico di bambini su commissione, è omofobo. Vi rendete conto in che mondo capovolto ci troviamo a vivere?
Nel frattempo, l'immancabile organo radical L'Espresso rispondeva a pro-Vita con uno slogan per le famiglie arcobaleno: "Ho due papà e sono felice". Ma non faceva in tempo a pubblicare l'elogio filiale alle famiglie con papà doppi e senza mamme, che veniva fuori la storia di Miguel Bosè. L'avrete letta. In un'intervista, il famoso figlio del torero aveva detto: "E' stato il mio amico Ricky Martin a suggerirmi una madre "in affitto": in Spagna non è legale, ma negli Stati Uniti sì. Lì è il mercato che crea la legge e sono più avanti di noi." Le Tavole di Bosé. Così ha commissionato all'utero in affitto una coppia di gemelli, e si è unito a un compagno anch'egli padre unico di due gemelli nati pure loro noleggiando un utero. Ma a un certo punto la felice famiglia arcobaleno si è sfasciata, i genitori si dividono e i figli pure.

IL NUOVO CHE AVANZA
Provo a ricapitolare la sequenza generale, dall'inizio. Due persone dello stesso sesso decidono di far coppia. Sono liberi, fatti loro, nulla da dire. No, loro vogliono essere considerati alla pari delle famiglie e vogliono unirsi in matrimonio. E le sindache, come la Raggi e l'Appendino, subito accorrono a celebrare i loro matrimoni. Ma non basta. Vogliono adottare un figlio, e poco importa se questa creatura crescerà con una sola figura genitoriale a doppione, senza la madre. Ma non basta ancora: non adottano un bambino che ha perduto i genitori ma ne vogliono uno nuovo di zecca e allora se lo comprano ancora cellofanato nella placenta tramite quella pratica vergognosa che è l'utero in affitto, ipocritamente ribattezzato maternità surrogata. I più ricchi possono permettersi anche stock di figli in confezioni gemellari. E i sindaci grillo-progressisti benedicono e celebrano.
Ma poi, prendi il caso Bosé, il capriccio finisce male: la coppia omosex scoppia, come capita anche alle coppie tradizionali e i quattro bambini comprati all'ipermarket (o super-racket) delle maternità svendute, devono ripartirsi tra i due genitori. Ma niente paura, avvertono i due papà, c'è Skype, che permetterà ai bambini divisi di parlarsi e vedersi come se fossero a casa. Che felicità per quei bambini, diremo con l'Espresso.
Ma come si sentiranno quei bambini, venduti alla nascita dalle loro mamme, vissuti con due omo-padri ma senza una madre, che ora si ritrovano pure con mezza paternità ciascuno? Pensate che sia civile, moderno, libertario tutto questo? O pensate che sia incivile, bestiale, egoistico, capriccioso, offensivo per la dignità della donna e lesivo per la vita dei bambini? Immaginate il mio parere, ma guai a renderlo manifesto. Perché il meraviglioso mondo lgbt e i censori piddini, boldrini, grillini, ti cancellano e magari dopo ti denunciano pure. Acchiappatelo, è un delinquente, difende la dignità delle mamme e la vita dei bambini.

Nota di BastaBugie: Caterina Giojelli nell'articolo seguente dal titolo "Sarebbero questi i sostenitori dell'utero in affitto?" intervista a Elena Donazzan, titolare di istruzione, lavoro e pari opportunità in Veneto. Dopo aver condannato la maternità surrogata, ha ricevuto messaggi di questo tenore: «Io intanto carico il fucile per ammazzarla».
Ecco l'articolo completo pubblicato su Tempi il 19 ottobre 2018:
Pensavamo che per capire che l'utero in affitto fosse un abominio non occorresse essere né di destra né di sinistra, né donna né uomo, né credente o agnostico. Tantomeno per affermare che la carne delle donne non è mercanzia, o che ordinare un bambino e saldarne il prezzo alla nascita significa trattarlo come un prodotto fabbricato e non come una persona umana (copyright Sylviane Agacinski, intellettuale francese femminista). Soprattutto che esporsi pubblicamente per criticare una pratica vietata dalla legge italiana non potesse che incontrare il plauso di madrine e padrini del rispetto dei diritti, della legalità e della libertà di espressione. Oggi abbiamo scoperto che se a dire queste cose è un politico, donna, di destra, finisce a minacce di fucilate e quasi tutti zitti.
«Io intanto carico il fucile per ammazzarla»: ai Jesse James da tastiera Elena Donazzan, battagliera assessore regionale all'istruzione, alla formazione, al lavoro e pari opportunità del Veneto ha già risposto da signora, ovvero sporgendo denuncia e invitando a un più nobile confronto: «Ditemi dove preferite incontrarmi, i codardi siete voi». Detto questo, «è curioso come la difesa della vita e del diritto di un bambino ad avere una mamma e un papà dia a un'orda di sedicenti alfieri della libertà assoluta il diritto e licenza di uccidere la libertà di chi non la pensa come loro».
Donazzan racconta a tempi.it che dopo aver aderito alla campagna #stoputeroinaffitto, pubblicando sui social il manifesto "Due uomini non fanno una madre" di Pro Vita Onlus e Generazione Famiglia (che raffigura due uomini, "genitore 1" e "genitore 2", che spingono un carrello con dentro un bambino che piange col codice a barre sul petto), ha passato ore a rimuovere insulti e minacce contro di lei, contro i veneti, contro chi la pensa come lei, «e dunque contro la stragrande maggioranza di chi ragiona in maniera sensata. Faccio politica da sempre, detesto il turpiloquio, ma di che razza di dialettica e argomentazioni stiamo parlando quando il dissenso nei confronti di una persona si trasforma in minacce di morte per chi difende la vita dal suo inizio? Sarebbero questi i sostenitori dell'utero in affitto? Le ronde degli haters con la tastiera in braccio?».
Ora l'amministrazione capitolina guidata dalla solerte Virginia Raggi, dopo un tweet della madrina della surrogata e delle unioni civili Monica Cirinnà, che la invitava a rimuovere subito i manifesti e a fare «una telefonata a Chiara Appendino per farsi spiegare cosa deve fare un sindaco contro le discriminazioni», ha provveduto a levare tutto. Per il Campidoglio infatti «il messaggio e l'immagine veicolati dal cartellone - mai autorizzato da Roma Capitale e dal Dipartimento di competenza - violano le prescrizioni previste al comma 2 dell'art. 12 bis del Regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta espressamente esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali». È la seconda volta che Raggi dà mandato di rimuovere un manifesto di Pro Vita: già ad aprile il manifesto con l'immagine di un feto (accompagnato dalle scritte: «Tu eri così», «i tuoi organi erano presenti», «il tuo cuore batteva già dalla terza settimana dopo il concepimento», «già ti succhiavi il pollice», «e ora sei qui perché tua mamma non ti ha abortito») aveva fatto scattare la censura.
«Ironia della sorte, proprio sabato scorso ho partecipato all'incontro "Libertà di informazione e manipolazione mediatica", promosso dall'Associazione Opera dell'Amore-Schio, in collaborazione con Pro Vita onlus e il quotidiano La Verità, si è parlato di disinformazione, bavagli mediatici e omissione di informazione. Vediamo ora chi derubricherà le minacce che ho ricevuto riguardo a questo tema specifico alle dinamiche del web. Perché la verità è che se avessi detto il contrario avrei incassato la solidarietà di giornali e politici che cantano la messa alla surrogata, pratica abominevole e vietata in Italia, tutti i giorni».
Invece? Invece della solidarietà dei giornali, di Boldrini, Lucarelli, Iene, «ho ricevuto quella del mio presidente Zaia e di tantissime persone comuni. Oggi è diventato un "noi" contro di "loro", loro predicano la libertà assoluta ma solo per chi la pensa come loro. Chi disturba viene censurato. In questo senso Virginia Raggi che dice che il manifesto "offende tutti i cittadini" si dimostra ancora una volta una oscurantista. Una violenta oscurantista. Si ricorda quando nel 2007 vennero affissi i manifesti di Oliviero Toscani con la fotografia della modella e attrice francese Isabelle Caro, malata di anoressia, che all'età di 27 anni pesava 31 chili? Un'immagine "choc" e violenta, certamente dolorosa o offensiva per chiunque soffrisse di anoressia o avesse figli in quella situazione. Undici anni dopo Virginia Raggi e le altre si stracciano le vesti perché il rispetto dei diritti e delle libertà individuali - leggi: la loro cultura e visione materialista della vita - è lesa da un manifesto con due uomini che spingono un carrello con un bambino. Peccato che la Gpa (gestazione per altri, ndr) non sia un diritto né tanto meno una libertà individuale, bensì un reato».
Sorvolando su Roma che affonda nella spazzatura e avrebbe in questo momento problemi di rimozione più importanti, i giornali non sono stati da meno: "Manifesti omofobi", titola Repubblica, «"Un bimbo conosce la propria famiglia per quella che è. Senza numeri né genere". Il commento dei ragazzi di famiglie Arcobaleno è la più bella reazione al manifesto omofobo appeso sui muri di Roma», scrive l'Espresso. «L'Espresso - chiosa Donazzan - dovrebbe leggere i commenti e messaggi arrivati a me dopo la campagna da uomini omosessuali fermamente contrari alla surrogata, "Natura vuole che i bambini nascano dall'unione di un uomo e una donna", "mamma e papà non si toccano", "tutta la mia solidarietà a lei". E dovrebbe avere l'onestà intellettuale di ammettere che ai ragazzi dei commenti riportati non è offerta la dimensione di crescere in una famiglia con un padre e una madre. Il rispetto dell'affettività e la capacità di amare un bambino non ha nulla a che vedere con l'estremizzazione dell'amore propinataci dai giornaloni, dai radical chic che mercanteggiano sulla vita, censurano i manifesti e si riempiono la bocca della parola "amore" per giustificare l'acquisto dei bambini. Dicono che due padri che si comprano un bambino possono amarlo, ma può dirsi buono e giusto questo che chiamano amore? Togliere loro una madre? Qui di estremizzazione in estremizzazione si arriva alla sindrome di Stoccolma». O alla regolamentazione della Gpa, come quella dei giuristi di Articolo29 fortemente promossa da Cirinnà «in spirito di solidarietà, eguaglianza e giustizia».

Fonte: Il Tempo, 19/10/2018

6 - IL VERO SAN FRANCESCO: NE' ECOLOGICO, NE' ECUMENICO, NE' RIVOLUZIONARIO
Un nuovo libro aiuta a smontare tutti i falsi miti sul poverello di Assisi
Autore: Giuliano Guzzo - Fonte: Libertà e Persona, 04/10/2018

Dispiace ripetere quello che gli storici sanno benissimo e da tempo, ma la ricorrenza della morte di san Francesco (1182-1226), avvenuta il 3 ottobre 1226, ma il giorno in cui ne viene celebrata la memoria liturgica in tutta la Chiesa cattolica, cioè oggi, è un'occasione preziosa per ricordare quanto il patrono d'Italia sia stato un uomo diverso dalla caricatura dolciastra che, purtroppo con successo, gli è stata cucita addosso. Perché? Per più ragioni. Tanto per cominciare, non era affatto un personaggio ossessionato dalla povertà materiale alla quale anteponeva, come preoccupazione, quella spirituale. Mai, infatti, esortò i bisognosi alla rivolta bensì, semmai, alla pazienza; fu seguito anche dai rampolli della nobiltà italiana del suo tempo ai quali disse che la povertà era una strada per il Paradiso senza però mai - attenzione - azzardarsi a suggerirla come unica.

CALICI PREZIOSI PER LA SANTA MESSA
Francesco lottò dunque contro la vanità terrena, ma non demonizzò i materiali preziosi, che difatti raccomandava esplicitamente ai suoi di impiegare per la Messa: «Vi prego [...] i calici, i corporali, gli ornamenti dell'altare e tutto ciò che serve al sacrificio, devono essere preziosi. E se in qualche luogo trovassero il santissimo corpo del Signore collocato in modo miserevole, venga da essi posto e custodito in un luogo prezioso, secondo le disposizioni della Chiesa, e sia portato con grande venerazione e amministrato agli altri con discrezione» (Prima lettera ai Custodi). Se poi pensiamo che fra gli studiosi c'è chi sostiene che pure la moderna teoria del libero mercato debba molto al contributo culturale dei teologi discepoli del Poverello, si può definitivamente comprendere l'infondatezza del mito di un predicatore della povertà assoluta quale Francesco mai, di fatto, volle essere.
Priva di fondamento è anche l'idea di un san Francesco eternamente sorridente e dalla personalità tiepida e buonista: basti ricordare che un giorno - stando agli scritti di Tommaso da Celano (1200-1270) - informato della presenza di detrattori del suo Ordine si rivolse al suo vicario, frate Pietro di Cattaneo, intimandogli quanto segue: «Coraggio, muoviti, esamina diligentemente e, se troverai innocente un frate che sia stato accusato, punisci l'accusatore con un severo ed esemplare castigo! Consegnalo nelle mani del pugile di Firenze, se tu personalmente non sei in grado di punirlo (Chiamava col nome di pugilatore frate Giovanni di Firenze, uomo di imponente statura e dl grandi forze)». Un tono e un atteggiamento, converrete, che mal si concilia con l'immagine mielosa che i più hanno in mente. Ma questo non è certo il solo episodio significativo.

IL VERO SAN FRANCESCO
Possiamo anche ricordare, per rendere giustizia del Francesco della storia - così diverso da quello di certa propaganda -, che quando costui, nell'anno 1219, si trovò al cospetto del Sultano Malik al-Kami, anziché tessere l'elogio del dialogo e della pace non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell'occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall'amore del nostro Dio. Proprio per questo, i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo». Che il Poverello fosse guerrafondaio? Ma no, ci mancherebbe. Semplicemente era un uomo non solo di solidi principi ma anche di solida personalità, incline all'amore, certo. Ma non ai compromessi. Mai.
Non è un caso che anche Papa Francesco, nella sua visita ad Assisi qualche anno fa, abbia sentito proprio il bisogno, lui che di solito predilige forme espressive non troppo dure, di precisare con forza come fra la pace francescana ed il pacifismo corra letteralmente un abisso. «La pace francescana - ha detto il Santo Padre - non è un sentimento sdolcinato. Per favore: questo san Francesco non esiste! E neppure è una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo... Anche questo non è francescano! Anche questo non è francescano, ma è un'idea che alcuni hanno costruito! La pace di san Francesco è quella di Cristo, e la trova chi "prende su di sé" il suo "giogo"». Nella speranza che quell'avvertimento tanto chiaro ed inequivocabile - «Per favore: questo san Francesco non esiste!» - non sia stato già dimenticato, è bello, oggi, rendere omaggio al patrono d'Italia nella consapevolezza che è stato uomo forte e determinato; proprio quel tipo di patrono di cui, oggi più che mai, il nostro Paese ha bisogno.

Nota di BastaBugie: Aurelio Porfiri nell'articolo seguente dal titolo "San Francesco, tutti i miti da sfatare su povertà e ambiente" parla del nuovo libro di Vignelli che ci aiuta a smontare tutti i falsi miti sul "poverello di Assisi".
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 4 ottobre 2018:
La moderna cultura, con le sue imposizioni di tipo culturale ed ideologico, spesso ci impone immagini ed idee che poi non corrispondono alla realtà. Il caso più clamoroso è certamente quello di San Francesco d'Assisi, che la propaganda incessante ha oramai trasformato in un santo "new age". Sorprese un testo di Guido Vignelli, storico cattolico e studioso della dottrina sociale della Chiesa, dal titolo "San Francesco antimoderno" (Fede & Cultura). Su quella linea ora il Dr. Vignelli sta lavorando ad un nuovo e agile testo dedicato al Santo d'Assisi, che certamente riproporrà alcuni dei temi già esposti nel testo precedente. La Nuova BQ ha rivolto alcune domande allo studioso, sperando che metteranno in qualcuno, specie nell'ordine francescano, il seme di un salutare dubbio. Oggi non è infrequente identificare la spiritualità francescana con "Dolce è sentire", colonna sonora di un film che ha trasbordato nelle nostre liturgie ridotte spesso a ricettacoli di culture altre.
Quale è oggi l'immagine dominante di San Francesco?
Dato che perfino la figura del Redentore Gesù Cristo è stata sminuita, deformata e strumentalizzata con sconcertante audacia e spesso anche in malafede, non c'è da stupirsi se un simile trattamento è stato applicato anche ai suoi seguaci lungo i secoli, perfino da alcuni autori cristiani. Purtroppo, l'immagine oggi dominante di san Francesco è stata gravemente "aggiornata" al fine di adeguarla alla sensibilità moderna. In maniera anche contraddittoria, egli è stato dipinto di volta in volta come un pauperista e un rivoluzionario, oppure come un pacifista ed ecologista, oppure come un "ecumenista" e un relativista. Così facendo, il messaggio, l'esempio e il modello francescani sono stati privati della loro autenticità, serietà e radicalità originarie e sono stati o inseriti in un quadro di rivoluzione violenta, come quella della "teologia della liberazione", oppure, all'opposto, sono stati immersi in un sentimentalismo dolciastro e vile, o anche nel fumo di una spiritualità in stile "new age". Ma, in questo modo, l'autentico messaggio francescano è stato non tanto sminuito quanto sostituito da surrogati alla moda, come quando un cibo sano e nutriente viene sostituito da un alimento insipido che risulta privo di sostanza nutritiva sebbene gradevole al palato.
Non fu egli un alfiere del politically correct?
Al contrario, San Francesco fu politically uncorrect. Riformatore esigente, severo, combattivo, san Francesco fu un modello di umiltà e di austerità; quindi il suo esempio si contrappone radicalmente all'orgoglio e alla sensualità della nostra epoca. Questi due vizi oggi sono favoriti dalla "political correctness" che impone un conformismo e un'abitudine all'errore e al male che sta aiutando la Rivoluzione anticristiana ormai crescente. San Francesco ben sapeva che l'uomo non è buono per natura, ma anzi è corrotto dal Peccato Originale e inclinato da quelli attuali a fare il male. Pertanto, per salvarsi, l'uomo ha bisogno di essere esortato al pentimento, alla conversione e alla penitenza; inoltre, egli ha bisogno di essere corretto dagli errori, rimproverato delle colpe e sottoposto a quei castighi che possono tenerlo lontano dal peccato. Pochi sanno che san Francesco aveva incaricato uno dei suoi frati, che era stato pugile, di punire fisicamente quei confratelli che davano scandalo.
Santo ecologico?
San Francesco aveva una concezione sapienziale della natura, della sua conoscenza e del suo uso. Egli considerava la natura non come un idolo da adorare e al quale sacrificare la civiltà, come oggi pretende l'ecologismo estremista, bensì come una creatura, come un "ambiente" creato che manifesta le divine grandezze del Creatore e come uno strumento donato da Lui all'uomo per il suo progresso e soprattutto per la sua salvezza. Tantomeno si può considerare san Francesco come un precursore dell'odierno "animalismo" o del vegetarianismo: egli infatti amava alcuni (non tutti!) animali come immagini di virtù morali o di personaggi sacri e celebrava le feste religiose mangiando di tutto, anche la carne, come l'agnello pasquale.
Almeno ecumenico?
L'insegnamento e l'esempio di san Francesco sono "ecumenici" solo nel senso tradizionale del termine: ossia mirano a convertire infedeli, eretici e scismatici per ricondurli al solo vero Dio, alla sola vera Fede e alla sola vera Chiesa. Nulla a che fare, quindi, con quell'ecumenismo relativistico e pacifista che vorrebbe sacrificare l'evangelizzazione al rispetto di una falsa pace religiosa. Questo vale anche per il breve rapporto che il Serafico padre ebbe con l'Islam, rapporto ben sintetizzato dal suo famoso incontro col Sultano egizio. A lui, san Francesco propose di ripudiare l'islamismo per convertirsi al solo vero Dio e Salvatore. Quando alcuni suoi frati furono martirizzati da musulmani in Marocco, perché avevano confutato l'errore maomettano davanti ai suoi mullah, san Francesco li elogiò come "i miei primi veri seguaci e imitatori".
Ci viene detto che fu un rivoluzionario...
Non si può definire "rivoluzionario" un frate che inizia la sua missione obbedendo alla richiesta del Crocifisso di "restaurare" la vera Chiesa. San Francesco non fu egualitario né pauperista, non propagandò un programma politico, non incitò alla ribellione sociale, non esortò alla rivolta generazionale, non contestò la Gerarchia ecclesiastica ma solo i suoi abusi. Al contrario, egli difese la proprietà, esortò alla pace sociale, al rispetto delle autorità, all'obbedienza ai genitori. Anche per questo, egli fu seguito e imitato non solo da poveri ed emarginati, ma anche da ricchi e nobili, non pochi dei quali poi sono stati proclamati santi dalla Chiesa.
Cosa intendiamo per "povertà francescana"?
La vera povertà francescana consiste nella rinunzia personale a tutti i benefìci resi possibili dalla proprietà privata e dalla vita sociale: ossia sicurezza economica, soddisfazione professionale, prestigio sociale, influenza politica; tutte cose buone, ma inferiori a quella eletta libertà di spirito che viene assicurata principalmente dalla rinuncia al mondo, alla famiglia e ai beni. Quando si è rinunciato alla sicurezza e alle soddisfazioni fornite dalla famiglia e dalla proprietà, allora si vive in totale abbandono alla Divina Provvidenza. Tuttavia, questa rinunzia è meritevole solo se è una scelta volontaria fatta liberamente da una élite per santificarsi, ma diventa colpevole e rovinosa se è una imposizione fatta da una setta alla società per ripudiare i benefici della civiltà cristiana, come è accaduto con la dittatura socialista.
Non ha predicato povertà per la Chiesa?
Il Serafico padre desiderava una Chiesa povera ma non miserabile né impotente. Fin dai tempi della primitiva comunità apostolica, oggi ingenuamente mitizzata, la Chiesa ha ricevuto in dono molti e ricchi beni e si preoccupata di gestirli adeguatamente per sostentarsi come società organizzata e rendersi indipendente dai poteri politici. La Chiesa ha così usato quei beni al fine di soccorrere i poveri, certo, ma anche di provvedere al culto liturgico, che dev'essere solenne e fastoso, al fine di rendere a Dio dovuta la gloria. Di conseguenza, san Francesco voleva che il suo Ordine vivesse poveramente e in abitazioni misere, ma stabilì pure che ricevesse in dono beni e tesori per ornare le Chiese e gli altari, al fine di celebrarvi un culto gradito a Dio. Anche per questo motivo, l'Ordine francescano ha contribuito alla civiltà cristiana arricchendola nelle arti, nelle scienze e nella cultura in genere.
Quale documento d'epoca ci ridona il vero San Francesco?
Basterebbe rileggere le primitive fonti francescane, a cominciare dai testi del beato Tommaso da Celano e dalla bellissima biografia scritta da san Bonaventura da Bagnoregio. Vi aggiungerei la eloquente enciclica "Rite expiatis", pubblicata nel 1929 da papa Pio XI, che già al suo tempo denunciò la incipiente falsificazione del modello francescano e invitò i fedeli a riscoprire quello vero. Purtroppo, al contrario, da allora questa falsificazione si è aggravata, come dimostrano molti libri di autori anche famosi, come Balducci, Basetti Sani, Boff, Caretto, Fabbretti, Jeusset, Miccoli, Ortensio da Spinertoli: quasi tutti membri dell'Ordine francescano, si badi! Invece altri frati che ho avuto come amici - come Antonio Coccia, Antonio Di Monda e Stefano Manelli - mi hanno aiutato a riscoprire il vero messaggio di san Francesco.
Ma perché tutte le falsificazioni di cui parlava in precedenza?
L'immagine, il messaggio e l'esempio francescani sono stati sottoposti a un'opera di deformazione cominciata alla fine del XIX secolo da ambienti protestanti e liberali i quali, dopo aver per decenni disprezzato il vero san Francesco, hanno tentato di inquinarne l'eredità diffondendone un ritratto falsificato. Particolarmente influente fu l'opera del calvinista Paul Sabatier, che ha fatto scuola anche tra gli studiosi francescani. Ciò è spiegabile solo con una sorta di congiura che ha alleato, da una parte, alcuni storici prevenuti e sleali, che hanno adattato il francescanesimo alla loro ideologia laicista e rivoluzionaria, e, dall'altra parte, molti maldestri propagandisti cristiani, che hanno voluto diffondere una immagine del santo "aggiornata" al conformismo progressista, nella illusione di renderlo meno scandaloso e più accettabile. Una lunga serie di saggi, romanzi, fumetti, commedie, musical, film, e trasmissioni televisive hanno poi imposto questa falsa immagine al grande pubblico: e così, una falsità ripetuta migliaia di volte è diventata una verità indiscutibile. Eppure, basta tornare alle fonti storiche del secolo XIII per ricuperare il vero esempio francescano nella sua autenticità storica. Si tratta di un modello di santità evidentemente antimoderno il quale, proprio per questo, oggi risulta di attualità e mantiene un certo fascino che attira soprattutto quei giovani che sono disgustati dalla "modernità", sono consapevoli del suo fallimento e ne ricercano una credibile alternativa. Anche nel caso del francescanesimo vale quell'antico motto che dice: "Riscoprite l'antico e sarà un progresso".

Fonte: Libertà e Persona, 04/10/2018

7 - PAPA FRANCESCO: ''ABORTIRE E' COME ASSOLDARE UN KILLER''
Si può parlare in modo duro contro l'aborto, ma poi elogiare Emma Bonino?
Autore: Stefano Fontana - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 11/10/2018

Papa Francesco ieri ha parlato in modo molto duro dell'aborto. Dire che abortire è come assoldare un killer è un'espressione che non lascia molti margini alla tolleranza e che non concede nulla anche all'attenzione rispettosa che di solito gli ecclesiastici hanno, quando parlano di aborto, nei confronti delle donne che abortiscono. Quando papa Francesco interviene di tanto in tanto su questi temi caldi, di solito succede che gli abortisti tacciono, mentre con i papi precedenti protestavano, gli antiabortisti si sentono confortati che il papa sia con loro, come uscendo da una certa incertezza o perplessità, e noi siamo contenti ma ci poniamo qualche domanda.
Come possono stare insieme questa presa di posizione di papa Francesco e le sue lodi ad Emma Bonino "grande italiana"? Oppure, come si combina con l'idea da lui espressa che i principi non negoziabili - tra i quali campeggia il diritto alla vita - siano incomprensibili? A partire da queste affermazioni del papa, bisognerebbe organizzare dappertutto le Sentinelle in Piedi, ed invece esse vengono osteggiate proprio dalla gerarchia ecclesiastica. Bisognerebbe appoggiare la Marcia per la Vita ed invece si fa il contrario. Bisognerebbe valutare la politica proprio a partire da questo aspetto mentre avviene il contrario.

UNA NUOVA RELAZIONE TRA DOTTRINA E PRASSI
In questo pontificato emerge una nuova relazione tra la dottrina e la prassi. La dottrina viene ribadita, come nel caso dell'aborto nelle affermazioni di ieri, ma essa non ha una lineare conseguenza sulla prassi. Si pensa che se venisse applicata conseguentemente imporrebbe la propria astrattezza alla realtà. Nella applicazione c'è bisogno di interpretazione e discernimento, ossia di entrare dentro le vicende storiche senza giudicarle dall'esterno applicandovi una astratta teoria. È quanto avviene sulla questione dei divorziati risposati e del loro accesso all'eucarestia, ma anche su molte altre questioni oggi in ballo. In questo modo si pensa di rendere un servizio alla dottrina collegandola meglio con la prassi ed invece si finisce per decretare la priorità della prassi sulla dottrina. È la prassi infatti che decide cosa della dottrina debba e possa essere applicato e in che senso vada applicato. Facciamo due esempi di questi giorni. Il cardinale Cupich di Chicago afferma che la "politica" (cioè la prassi) della sua diocesi è di dare la comunione alle coppie omosessuali, in contrasto con la dottrina. Un vescovo tedesco ha comunicato la sua scelta di prassi: non ordinerà più sacerdoti che siano legati dottrinalmente al mondo della tradizione. In ambedue i casi abbiamo la prassi pastorale che valuta selettivamente la dottrina.
Sul piano dottrinale papa Francesco dice che l'aborto è una forma di killeraggio. Sul piano della prassi incontra Emma Bonino e dice che è una "grande italiana". In questo caso ha vinto la prassi o la dottrina? Ha vinto la prassi perché di Emma Bonino essa ha scelto cosa valorizzare e cosa no senza rifarsi alla dottrina, anzi selezionando anche la dottrina. Anche l'opinione pubblica si è ormai abituata a valutare le affermazioni del papa in questa prospettiva: gli abortisti sanno che dalle sue affermazioni dottrinali non deriveranno immediate conseguenze pratiche e quindi non reagiscono, gli antiabortisti pensano che la dottrina abbia ripreso il suo posto nel guidare la prassi e si mettono il cuore in pace ma si ingannano.

DUE ATTEGGIAMENTI SBAGLIATI
Alla base di questo nuovo approccio non solo al tema dell'aborto ma anche a quello più generale della dottrina e della prassi stanno due atteggiamenti.
Il primo consiste nel vedere le varie realtà esistenziali come un insieme di aspetti che si sommano tra loro, senza una gerarchia che dia un senso al tutto per la quale ci sia bisogno della dottrina. C'è quindi l'aborto, ma c'è anche la povertà delle donne-madri, c'è l'aborto ma ci sono gli immigrati, c'è l'aborto ma c'è anche il riscaldamento climatico che genera miseria: la realtà è complessa e bisogna tenere conto di tutti i suoi aspetti. Emma Bonino dice aborto ma dice anche lotta alla fame nel mondo. L'Esortazione Gaudete ed Exsultate non pone sullo stesso piano il feto e il migrante in quanto tutti e due avrebbero bisogno di protezione? Così, però, non è. La prassi incontra i singoli aspetti, è la dottrina a vedere il tutto e a dare le priorità. Ci sono degli aspetti che, oltre ad essere tali sono anche dei principi. È questo il caso del diritto alla vita che non indica solo un ambito esistenziale della pastorale ma un principio della dottrina che illumina tutti gli ambiti dell'esistenza e della pastorale.
Il secondo atteggiamento è pensare che la realtà così complessa ed articolata, struttura a forma di cipolla o di carciofo, mai da noi conoscibile fino in fondo, non ci autorizzi mai a nessun giudizio definitivo. Non si rimarrebbe che entrare in essa e, vivendo insieme e condividendo le situazioni, provare a discernere in modo tuttavia sempre provvisorio e senza giudizi di condanna. La dottrina emetterebbe giudizi di condanna, la prassi no. Essa accompagna e basta. È anche questa una vittoria della prassi sulla dottrina. Non esistono principi orientativi a carattere definitivo, ciò che appunto si chiama dottrina, ma ad essi si deve sempre ritornare dall'interno dell'esistenza per conoscerli interpretandoli. Nessuna conoscenza senza interpretazione. Ma anche nessuna verità se non come interpretazione. Come disse il padre Soza, non avevamo registratori ai tempi di Gesù e nemmeno adesso ne abbiamo.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 11/10/2018

8 - LA FILOSOFIA CRISTIANA MANTIENE IL CONTATTO CON LA REALTA'
Intervista a Stefano Fontana: ''Il bambino nasce filosofo realista, ma poi la società di oggi e la scuola lo trasformano in uno scettico e finisce per credersi felice in questa brodaglia di nulla che ci circonda''
Autore: Giuseppe Tires - Fonte: Osservatorio Van Thuan, 21/09/2018

L'uscita in libreria del nuovo testo di Stefano Fontana sulla filosofia medievale ["La sapienza dei medievali. La filosofia cristiana da San Paolo a Guglielmo di Occam", Fede & Cultura, Verona 2018] ci dà lo spunto per una conversazione con l'Autore sulla filosofia e sulla filosofia cristiana in particolare.
Dottor Fontana, lei si occupa da una vita di Dottrina sociale della Chiesa, ma da qualche anno è molto impegnato anche sul fronte della filosofia. Per esempio ha pubblicato un libro molto fortunato dal titolo "Filosofia per tutti. Una breve storia del pensiero da Socrate a Ratzinger", [Fede & Cultura, Verona 2016] e ha iniziato dei "Moduli di Filosofia Cristiana" in video conferenza sempre presso le edizioni Fede & Cultura di Verona nei quali ha già trattato dell'ontologia e della gnoseologia.
È vero, in questi ultimi anni ho intensificato il mio impegno nel campo della filosofia. Credo infatti che sia in atto da molto tempo il progetto di cambiare la dottrina della fede non direttamente ma cambiando la filosofia con cui si fa teologia. Oggi questo processo ha raggiunto livelli molto alti nella Chiesa. Si tratta, in fondo, del modernismo. Questa eresia condannata da Papa Pio X nel 1907 voleva che la Chiesa cambiasse dall'interno, che fosse essa stessa a gestire il proprio cambiamento. A quel punto il cambiamento sarebbe stato indolore, convinto, e i fedeli si sarebbero trovati a credere in un'altra religione senza saperlo. La teologia ha bisogno della filosofia, che le fornisce le categorie concettuali per poter procedere. Non è vero, come si dice oggi, che la dottrina cattolica può andare d'accordo con ogni filosofia. La fede ha bisogno della ragione ma non di ogni tipo di ragione. Se la teologia si rivolge a filosofie incompatibili con la dottrina della fede cattolica, pian piano anche la visione di quest'ultima viene deformata e, inavvertitamente, si comincerà a credere in una fede diversa. Se, per esempio, ci si affida ad una filosofia esistenzialista tutto cambia nella visione dei contenuti della fede cattolica.
Ma oggi nei seminari e negli studi teologici non si tiene conto di questo...
Lo so. Oggi si teorizza il pluralismo filosofico nei seminari. Ma il pluralismo filosofico porta al pluralismo teologico e questo porta al pluralismo dottrinale quando viene fatto proprio anche dal magistero. Del resto, vescovi e papi sono stati a loro tempo seminaristi e se nei seminari hanno appreso la filosofia di Heidegger invece che quella di San Tommaso, poi da vescovi e da papi ragioneranno alla maniera di Heidegger, che però è incompatibile con la fede cattolica. Non sto segnalando un problema marginale ma centrale nella vita della Chiesa oggi. Certamente non c'è un solo filosofo che possa rappresentare la filosofia compatibile con la fede cristiana perché questa non si appiattisce su nessuna filosofia particolare, ma questo non significa accettare il pluralismo che, di fatto, rende la fede indifferente alla ragione. Se la fede può andare d'accordo con ogni ragione, essa è indifferente alle ragioni della ragione. In questo modo il nesso intimo tra ragione e fede viene distrutto e si è già protestanti pensando di essere ancora cattolici.
Quale filosofia, allora, dovrebbe entrare in dialogo con la fede?
La filosofia "naturale", il modo di conoscere e di pensare che corrisponde alla nostra natura di esseri razionali, ossia il realismo metafisico, che è la filosofia spontanea di ogni bambino che magari poi la società si incarica di inquinare con l'istruzione scolastica. Le verità del senso comune sono universali, tutti gli uomini le posseggono, tanto è vero che ci si può intendere anche tra diverse culture. Anche Gesù Cristo applicava il principio di non contraddizione perché era un principio naturale dell'intelligenza umana. Esistono una grammatica, una sintassi, una logica naturali frutto anch'esse della creazione che permettono di conoscere in modo realistico ed aperto fin da subito alla trascendenza, perché la nozione implicita di Dio è presente fin dall'inizio in questa filosofia naturale ed è in qualche modo implicita in ogni altra conoscenza. Purtroppo, specialmente nella modernità, l'uomo ha creato filosofie innaturali, artificiali, lontane dalla realtà e così la filosofia si è avvitata su se stessa, impazzendo. Perché di solitudine e di autoreferenzialità si impazzisce.
Lei ha anche ripreso il concetto di "filosofia cristiana". Può dirci di cosa si tratta?
La filosofia cristiana è il "filosofare nella fede", ossia l'esercitare la ragione naturale tenendo conto del quadro della rivelazione soprannaturale. Ciò non comporta di sminuire l'autonomia della ragione rispetto alla fede, perché è proprio la fede nella rivelazione che conferma la ragione nella sua autonomia. Ci sono verità che la ragione, pur potendole conoscere di diritto con le sue sole forze, di fatto non avrebbe mai conosciuto senza la rivelazione. Ci sono verità filosofiche che la rivelazione ha trasmesso alla ragione per via non filosofica perché se ne occupi direttamente. Ci sono verità che la ragione acquisisce ma che senza il sostegno della fede perde poi di vista. La ragione, senza la fede, non riesce ad essere ragione fino in fondo. La fede, entrando in relazione con la ragione, non le chiede di diventare fede, ma di essere al massimo grado ragione, la sostiene come ragione e le chiede di non disperare, come purtroppo avviene sempre quando la ragione si stacca dalla fede. Oggi la ragione non crede più in se stessa, non crede nemmeno più di essere in grado di conoscere cosa sia vita e cosa sia morte, cosa sia uomo e cosa sia donna... ciò è dovuto al fatto che ha abbandonato il suo rapporto con la fede. La natura, senza la sopra-natura, non riesce nemmeno ad essere natura.
Nel suo ultimo libro sulla filosofia medievale lei parla di questo?
Sì, presento il concetto di filosofia cristiana e ne espongo la nascita e lo sviluppo nel Medioevo. La filosofia cristiana nasce nel Medioevo ma è una filosofia perenne. La sua Magna Carta è il Prologo del Vangelo di san Giovanni in cui si parla di Cristo come del Logos di Dio. Molti furono i filosofi di grande spessore nel Medioevo, che nel libro cerco di presentare in modo didattico, tuttavia è con San Tommaso d'Aquino che la filosofia cristiana raggiunge un vertice particolarmente importante. La filosofia di San Tommaso è la "prova" principale della possibilità della filosofia cristiana. Molti hanno sostenuto che nel Medioevo una vera e propria filosofia non era possibile, perché si ragionava "nella fede" ed era quindi possibile solo una teologia. Ma San Tommaso dimostra che la fede contiene implicita una filosofia e che la ragione non deve uscire dal rapporto con la fede per esplicitarla. Quella di San Tommaso è una vera filosofia nuova e non solo un ripensamento di Aristotele o dei Commentatori arabi o dello Pseudo Dionigi.
Da quanto dice devo concludere che la filosofia cristiana ha bisogno comunque della filosofia greca.
Joseph Ratzinger-Benedetto XVI ha sostenuto che l'incontro tra fede cristiana e filosofia greca è stato "provvidenziale" e io sono d'accordo con lui. Nel mio libro cerco di illustrare questo processo di collaborazione che è avvenuto nella Patristica, nell'epoca dei grandi concili dell'antichità, nella lotta alle eresie e nella definizione del Canone. È poi proseguito nella filosofia erroneamente detta dei "secoli bui" prima del mille che presenta figure molto ricche di filosofi oggi dimenticati e si è completata nella Scolastica dell'età aurea, ossia quella del XIII secolo. Bisogna però sottolineare che non si è trattato solo di una ricezione strumentale delle categorie della filosofia greca, nella quale c'erano anche tanti errori, ma di una purificazione alla luce dei contenuti della fede capace di produrre una filosofia nuova. Il punto è questo: la fede non solo entra in rapporto con le filosofie, come per esempio quella greca, ma è capace di produrre filosofia. È questo che fonda la possibilità di una filosofia cristiana, che rende sostanziale e non accidentale il rapporto tra fede e ragione e che mantiene comunque il primato della fede, senza del quale non si avrebbe una filosofia cristiana ma solo una filosofia.
Secondo lei c'è in giro questo bisogno di riappropriarsi di una filosofia naturale?
Il bambino nasce filosofo realista e poi la società e la scuola lo trasformano in uno scettico. Siccome la cappa di piombo è molto incombente è difficile tirarsene fuori e si finisce per crederci felici in questa brodaglia di nulla che ci circonda. L'uomo è capace di abituarsi anche a questo. Ci sono però diverse realtà che stanno reagendo, gruppi di cristiani che intendono riappropriarsi della possibilità di pensare respirando. Io stesso ne seguo qualcuno. Sono realtà sane che danno speranza.
Quando lei incontra questi gruppi e tiene queste lezioni anche in videoregistrazione da cosa comincia?
Comincio da una impostazione schiettamente realista. Faccio notare che il punto di partenza è quello fondamentale. Se io parto chiedendomi cosa posso conoscere ho già sbagliato tutto. Dal dubbio non si esce più. La via moderna verso il soggettivismo che si avvita su se stesso è già iniziata e si imporrà implacabilmente. Io devo partire dalla certezza di conoscere e conoscendo imparerò a conoscere. Prima conosco e poi imparo come si conosce. Se invece penso di dover imparare cosa voglia dire conoscere per poi conoscere, finisco che non conosco nulla. Il problema del metodo viene dopo e non prima, come invece è stato erroneamente pensato dalla filosofia moderna. Oggi si pensa che tutto "dipende dai punti di vista". È il dubbio che è ormai diventato sistematico e da cui non si esce. Se non si esce dal dubbio, però, ognuno è chiuso nel suo mondo. Lo chiamano dialogo ma è monologo. Un monologo privo di senso oggettivo e quindi asfissiante l'anima. Il senso, infatti, deve essere oggettivo e per essere oggettivo deve essere originario, indipendente dal nostro punto di vista. Il realismo metafisico della filosofia cristiana è questo, ed è un realismo liberante.

Fonte: Osservatorio Van Thuan, 21/09/2018

9 - OMELIA XXX DOMENICA T.ORD. - ANNO B (Mc 10,46-52)
Va', la tua fede ti ha salvato
Fonte Il settimanale di Padre Pio

Il protagonista del Vangelo di oggi è un cieco, Bartimeo. Questo cieco è talmente preso dalla speranza di ottenere una grazia da Gesù che non si ferma nemmeno davanti ai rimproveri della gente. Egli continua a gridare: «Gesù abbi pietà di me!» (Mc 10,47). È una domanda angosciosa di chi sa di aver bisogno di compassione. Ma quella invocazione: «Figlio di Davide», è anche una vera e propria professione di fede. Il Figlio di Davide, ovvero colui che doveva nascere dalla stirpe di Davide, era il Messia promesso, atteso e sperato. Il senso di questa frase era ben chiaro per ogni ebreo. Dalla ripetizione di questa invocazione vediamo la convinzione di Bartimeo di trovarsi davanti al Messia. Questa fede è messa alla prova dai rimproveri della folla, ma il cieco non si ferma e ripete la stessa supplica.
Gesù, allora, si ferma e lo fa chiamare. Bartimeo balza in piedi e, pieno di speranza, va incontro a Lui. Il Signore non aveva certamente bisogno di sapere di cosa avesse bisogno quel povero cieco, ma ugualmente gli domanda: «Che cosa vuoi che io faccia per te?» (Mc 10,51). Gesù gli rivolge quella domanda per dargli l'occasione di sentirsi compreso e per rafforzare la sua fede. Così Gesù fa anche con noi: Egli sa di cosa abbiamo bisogno, prima ancora che glielo manifestiamo nella preghiera; ciononostante Egli vuole che noi formuliamo la nostra richiesta per dilatare in noi il desiderio della grazia e per esercitare la nostra fede. Egli vuole questa richiesta al punto che, se manca, tante volte non riceviamo l'aiuto di cui abbiamo bisogno. Da tutta l'eternità, Dio sa quelle che sono le grazie a noi necessarie, Egli vuole donarcele, ma, tante volte le condiziona alla nostra preghiera, di modo che, se pregheremo le riceveremo; se, al contrario, non le domandiamo con umiltà e perseveranza, rimarremo nella nostra indigenza.
Bartimeo persevera nella sua preghiera, e Gesù l'esaudisce. Compiuto il miracolo, il Salvatore dice all'uomo beneficato: «Va', la tua fede ti ha salvato» (Mc 10,52). Gesù domanda la fede anche da parte nostra. La mancanza di fede, in un certo senso, paralizza l'Onnipotenza di Dio. Quante grazie Egli non può donarci perché non preghiamo e perché la nostra preghiera è fatta senza fede viva! Quando la Madonna apparve a Parigi nel 1830 si mostrò a santa Caterina Labuoré nell'atteggiamento che possiamo osservare nella celebre "Medaglia Miracolosa": dei raggi luminosi partivano dalle sue mani e si indirizzavano verso terra. Quei raggi simboleggiavano le grazie che Ella donava all'umanità, ma alcuni raggi erano opachi e non risplendevano come gli altri. I raggi opachi simboleggiavano tutte le grazie che Ella avrebbe voluto donare da parte di Dio all'umanità, ma non poteva farlo proprio perché non si pregava con fede.
Facciamo nostro il grido di Bartimeo, e innalziamo sempre fiduciosi la nostra preghiera a Dio per la mediazione materna della Vergine Santa. Alla nostra preghiera fiduciosa seguirà poi la pioggia benefica della grazia di cui abbiamo tanto bisogno. San Claudio de la Colombiere affermava che la preghiera, e si intende la preghiera fiduciosa, è l'onnipotenza di Dio nelle nostre mani. Per mezzo di essa si può ottenere tutto da Dio, di modo che non ci saranno più raggi opachi. Una cosa dispiace in modo particolare al Signore: la nostra diffidenza. Non diamogli più questo dispiacere e gridiamo sempre con fede incrollabile la nostra invocazione: «Gesù, abbi pietà di noi!». Affidiamoci all'intercessione della Madonna e dei Santi nostri protettori. Allora la nostra preghiera sarà sostenuta dalla loro preghiera e giungerà certamente al Cuore di Gesù. Il Signore domanderà anche a noi: «Che cosa vuoi che io faccia per te?», e noi gli manifesteremo con grande semplicità e confidenza ciò che ci sta particolarmente a cuore.
Il momento della Comunione, quando Gesù è dentro il nostro cuore, è il momento più bello per manifestare a Lui i nostri desideri. E, se nella preghiera questi desideri aumentano sempre di più, è segno che il Signore vuole esaudirli. È stato Lui ad ispirarceli, aspetta solo la nostra preghiera umile, fiduciosa e perseverante.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio

10 - OMELIA SOLENNITA' DI TUTTI I SANTI (Mt 5,1-12a)
Grande è la vostra ricompensa nei cieli
Autore: Benedetto XVI - Fonte: Sito del Vaticano, 1° novembre 2006

Cari fratelli e sorelle,
la nostra celebrazione eucaristica si è aperta con l'esortazione "Rallegriamoci tutti nel Signore". La liturgia ci invita a condividere il gaudio celeste dei santi, ad assaporarne la gioia. I santi non sono una esigua casta di eletti, ma una folla senza numero, verso la quale la liturgia ci esorta oggi a levare lo sguardo. In tale moltitudine non vi sono soltanto i santi ufficialmente riconosciuti, ma i battezzati di ogni epoca e nazione, che hanno cercato di compiere con amore e fedeltà la volontà divina. Della gran parte di essi non conosciamo i volti e nemmeno i nomi, ma con gli occhi della fede li vediamo risplendere, come astri pieni di gloria, nel firmamento di Dio.
Quest'oggi la Chiesa festeggia la sua dignità di "madre dei santi, immagine della città superna" (A. Manzoni), e manifesta la sua bellezza di sposa immacolata di Cristo, sorgente e modello di ogni santità. Non le mancano certo figli riottosi e addirittura ribelli, ma è nei santi che essa riconosce i suoi tratti caratteristici, e proprio in loro assapora la sua gioia più profonda. Nella prima Lettura, l'autore del libro dell'Apocalisse li descrive come "una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua" (Ap 7, 9). Questo popolo comprende i santi dell'Antico Testamento, a partire dal giusto Abele e dal fedele Patriarca Abramo, quelli del Nuovo Testamento, i numerosi martiri dell'inizio del cristianesimo e i beati e i santi dei secoli successivi, sino ai testimoni di Cristo di questa nostra epoca. Li accomuna tutti la volontà di incarnare nella loro esistenza il Vangelo, sotto l'impulso dell'eterno animatore del Popolo di Dio che è lo Spirito Santo.
Ma "a che serve la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità?". Con questa domanda comincia una famosa omelia di san Bernardo per il giorno di Tutti i Santi. È domanda che ci si potrebbe porre anche oggi. E attuale è anche la risposta che il Santo ci offre: "I nostri santi - egli dice - non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. Per parte mia, devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri" (Disc. 2; Opera Omnia Cisterc. 5, 364ss). Ecco dunque il significato dell'odierna solennità: guardando al luminoso esempio dei santi risvegliare in noi il grande desiderio di essere come i santi: felici di vivere vicini a Dio, nella sua luce, nella grande famiglia degli amici di Dio. Essere Santo significa: vivere nella vicinanza con Dio, vivere nella sua famiglia. E questa è la vocazione di noi tutti, con vigore ribadita dal Concilio Vaticano II, ed oggi riproposta in modo solenne alla nostra attenzione.
Ma come possiamo divenire santi, amici di Dio? All'interrogativo si può rispondere anzitutto in negativo: per essere santi non occorre compiere azioni e opere straordinarie, né possedere carismi eccezionali. Viene poi la risposta in positivo: è necessario innanzitutto ascoltare Gesù e poi seguirlo senza perdersi d'animo di fronte alle difficoltà. "Se uno mi vuol servire - Egli ci ammonisce - mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà" (Gv 12, 26). Chi si fida di Lui e lo ama con sincerità, come il chicco di grano sepolto nella terra, accetta di morire a sé stesso. Egli infatti sa che chi cerca di avere la sua vita per se stesso la perde, e chi si dà, si perde, trova proprio così la vita (Cfr Gv 12, 24-25). L'esperienza della Chiesa dimostra che ogni forma di santità, pur seguendo tracciati differenti, passa sempre per la via della croce, la via della rinuncia a se stesso. Le biografie dei santi descrivono uomini e donne che, docili ai disegni divini, hanno affrontato talvolta prove e sofferenze indescrivibili, persecuzioni e martirio. Hanno perseverato nel loro impegno, "sono passati attraverso la grande tribolazione - si legge nell'Apocalisse - e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello" (v. 14). I loro nomi sono scritti nel libro della vita (cfr Ap 20, 12); loro eterna dimora è il Paradiso. L'esempio dei santi è per noi un incoraggiamento a seguire le stesse orme, a sperimentare la gioia di chi si fida di Dio, perché l'unica vera causa di tristezza e di infelicità per l'uomo è vivere lontano da Lui.
La santità esige uno sforzo costante, ma è possibile a tutti perché, più che opera dell'uomo, è anzitutto dono di Dio, tre volte Santo (cfr Is 6, 3). Nella seconda Lettura, l'apostolo Giovanni osserva: "Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!" (1 Gv 3, 1). È Dio, dunque, che per primo ci ha amati e in Gesù ci ha resi suoi figli adottivi. Nella nostra vita tutto è dono del suo amore: come restare indifferenti dinanzi a un così grande mistero? Come non rispondere all'amore del Padre celeste con una vita da figli riconoscenti? In Cristo ci ha fatto dono di tutto se stesso, e ci chiama a una relazione personale e profonda con Lui. Quanto più pertanto imitiamo Gesù e Gli restiamo uniti, tanto più entriamo nel mistero della santità divina. Scopriamo di essere amati da Lui in modo infinito, e questo ci spinge, a nostra volta, ad amare i fratelli. Amare implica sempre un atto di rinuncia a se stessi, il "perdere se stessi", e proprio così ci rende felici. Così siamo arrivati al Vangelo di questa festa, all'annuncio delle Beatitudini che poco fa abbiamo sentito risuonare in questa Basilica. Dice Gesù: Beati i poveri in spirito, beati gli afflitti, i miti, beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, beati i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia (cfr Mt 5, 3-10). In verità, il Beato per eccellenza è solo Lui, Gesù. È Lui, infatti, il vero povero in spirito, l'afflitto, il mite, l'affamato e l'assetato di giustizia, il misericordioso, il puro di cuore, l'operatore di pace; è Lui il perseguitato a causa della giustizia. Le Beatitudini ci mostrano la fisionomia spirituale di Gesù e così esprimono il suo mistero, il mistero di Morte e Risurrezione, di Passione e di gioia della Risurrezione. Questo mistero, che è mistero della vera beatitudine, ci invita alla sequela di Gesù e così al cammino verso di essa. Nella misura in cui accogliamo la sua proposta e ci poniamo alla sua sequela - ognuno nelle sue circostanze - anche noi possiamo partecipare della sua beatitudine. Con Lui l'impossibile diventa possibile e persino un cammello passa per la cruna dell'ago (cfr Mc 10, 25); con il suo aiuto, solo con il suo aiuto ci è dato di diventare perfetti come è perfetto il Padre celeste (cfr Mt 5, 48).
Cari fratelli e sorelle, entriamo ora nel cuore della Celebrazione eucaristica, stimolo e nutrimento di santità. Tra poco si farà presente nel modo più alto Cristo, vera Vite, a cui, come tralci, sono uniti i fedeli che sono sulla terra ed i santi del cielo. Più stretta pertanto sarà la comunione della Chiesa pellegrinante nel mondo con la Chiesa trionfante nella gloria. Nel Prefazio proclameremo che i santi sono per noi amici e modelli di vita. Invochiamoli perché ci aiutino ad imitarli e impegniamoci a rispondere con generosità, come hanno fatto loro, alla divina chiamata. Invochiamo specialmente Maria, Madre del Signore e specchio di ogni santità. Lei, la Tutta Santa, ci faccia fedeli discepoli del suo figlio Gesù Cristo! Amen.

Fonte: Sito del Vaticano, 1° novembre 2006

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