BastaBugie n°583 del 31 ottobre 2018

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1 CLAMOROSO: LA CORTE SUPREMA DEL PAKISTAN ASSOLVE ASIA BIBI DA TUTTE LE ACCUSE
Annullata la sentenza di morte del 2010 per blasfemia, dopo 9 anni di carcere in cella di isolamento e l'uccisione del ministro Shahbaz Bhatti
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
2 CLERGY, FILM CHE OFFENDE LA POLONIA CATTOLICA
Il film distorce apposta la realtà perché vuole screditare i sacerdoti e la Chiesa in un Paese dove il 93% si dichiara cattolico e il 37% va a Messa
Autore: Ermes Dovico - Fonte: Sito del Timone
3 IL MALATO GRAVE HA DIRITTO DI SAPERE LA VERITA'
Esiste un vero e proprio obbligo di coscienza di avvertire il malato che sta per morire perché abbia il tempo di ricevere i sacramenti, di salutare i propri cari e riconciliarsi con essi (mentre oggi prevale la congiura del silenzio da parte di parenti e dottori)
Autore: Giorgia Brambilla - Fonte: Radio Roma Libera
4 LA PRINCIPESSA ALEXANDRA SI CONVERTE AL CATTOLICESIMO... E NE PAGA LE CONSEGUENZE
La plurisecolare legge inglese esclude automaticamente (discriminandola in quanto cattolica) la figlia di Carolina di Monaco dalla linea ereditaria inglese
Autore: Ermes Dovico - Fonte: Sito del Timone
5 IL NUOVO PRESIDENTE DELL'INTER HA 26 ANNI... ED E' PIU' MATURO DI RONALDO (CHE NE HA 33)
Tutti sottolineano con stupore l'enorme responsabilità... eppure a 26 anni Alessandro Magno aveva già conquistato mezza Persia (ed io sono diventato padre)
Autore: Andrea Zambrano - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
6 LA VUOTA SOLIDARIETA' DELLE ONG E' MENZOGNERA
Le Ong si presentano come piene di valori, ma godono di finanziatori occulti e portano avanti ideologie come l'abortismo, l'omosessualismo e l'ambientalismo
Autore: Giuliano Guzzo - Fonte: Il Timone
7 LA SINISTRA AL POTERE IN SPAGNA ATTACCA PURE LA SAGRADA FAMILIA
Il comune di Barcellona multa di 36 milioni di euro la Cattedrale per ragioni burocratiche... e allora perché non smontare l'opera di Antoni Gaudì e trasportarla a Roma?
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero
8 LA RAGGI RIMUOVE I MANIFESTI CONTRO L'UTERO IN AFFITTO E FA PAGARE UNA MULTA DI 20MILA EURO
La sindachessa a 5 stelle di Roma impedisce di manifestare la propria contrarietà alle rivendicazioni LGBT (da notare che l'utero in affitto è illegale in Italia)
Autore: Domenico Mascialino - Fonte: Il Giornale
9 OMELIA XXXI DOMENICA T.O. - ANNO B (Mc 12, 28-34)
Non sei lontano dal regno di Dio
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - CLAMOROSO: LA CORTE SUPREMA DEL PAKISTAN ASSOLVE ASIA BIBI DA TUTTE LE ACCUSE
Annullata la sentenza di morte del 2010 per blasfemia, dopo 9 anni di carcere in cella di isolamento e l'uccisione del ministro Shahbaz Bhatti
Fonte La Nuova Bussola Quotidiana, 31-10-2018

Asia Bibi, da oggi è una donna libera. La Corte Suprema del Pakistan, dopo tre settimane di silenzio, ha infatti deciso di rendere pubblica la sentenza: "assolta da tutte le accuse". Il verdetto è stato annunciato dal presidente del massimo organo del potere giudiziario pakistano, il giudice Saqib Nisar.
Si conclude così la lunga odissea della donna cristiana accusata di blasfemia nel 2009, condannata a morte in primo grado nel 2010, più di nove anni in carcere, quasi tutti in cella di isolamento. Minacciata di morte dagli islamisti, che non hanno atteso la sentenza per condannare anche i giudici, la donna ha ora urgente bisogno di protezione e di asilo politico all'estero. In Pakistan, infatti, sia lei che i familiari che i giudici sono diventati, da oggi, il primo bersaglio dell'odio jihadista.

MARTIRI DELLA VERITÀ
Dal 1990, 62 persone sono state uccise come risultato di accuse di blasfemia. Nel caso di Asia Bibi i morti sono già due. La prima vittima eccellente è Salman Taseer, governatore del Punjab, ucciso nel gennaio 2011 dalla sua guardia del corpo Mumtaz Qadri (condannato a morte a sua volta, impiccato e ora da molti considerato come un eroe pakistano). Si era offerto di perorare la richiesta di grazia per Asia di fronte al presidente del Pakistan. La seconda vittima eccellente è Shahbaz Bhatti, cattolico, ministro per le Minoranze, assassinato dai Talebani nel marzo del 2011. Era tra le più influenti voci pakistane per la tolleranza religiosa, sospettato dagli integralisti islamici di voler intercedere per Asia Bibi e, in generale, di voler riformare la "legge nera", il famoso articolo 295, comma b, del Codice Penale pakistano, che condanna una persona per blasfemia, anche sulla base di un semplice sospetto.

LA STORIA DI ASIA BIBI
La vicenda di Asia Bibi è tanto lunga che è facile dimenticarne l'origine. Era stata arrestata nel giugno del 2009 per un sospetto di blasfemia, accusata dalle sue colleghe. Mentre lavorava nei campi, non la lasciavano bere dallo stesso recipiente d'acqua, perché loro erano musulmane e lei cristiana. Pare che, in un'animata discussione attorno all'acqua contesa, abbia messo a confronto Gesù e Maometto. "Gesù Cristo è morto sulla croce per i peccati dell'umanità. Che cosa ha fatto il vostro profeta Maometto per salvare gli uomini?" Una domanda giudicata blasfema, che può costare la vita. Ma è anche probabile che Asia non l'abbia neppure mai posta, questa domanda: non sono emerse prove contro Asia Bibi, nemmeno a 9 anni dal suo arresto. Nel novembre 2010 è però stata condannata a morte per impiccagione e da allora è sottoposta a regime d'isolamento nella prigione di Multan, dove le viene concessa un'ora d'aria tre volte al mese. In questi anni si è ammalata più volte e alcuni carcerieri, che ormai hanno stretto legami con lei, fanno sapere che non riceve adeguate cure mediche. Dopo i due omicidi eccellenti del 2011, legati al suo processo, Asia Bibi è diventata l'icona della persecuzione dei cristiani in Pakistan e il simbolo tragico della "legge nera" sulla blasfemia. Che colpisce soprattutto le minoranze e fra queste soprattutto i cristiani, costituendo così una non troppo velata legittimazione della persecuzione religiosa.
Dopo aver confermato la sentenza capitale nel 2010, il giudice Naqveed Igbal aveva fatto visita ad Asia Bibi nel braccio della morte in cui era reclusa per proporle la revoca della sentenza  a condizione che si convertisse all'Islam. "Io l'ho ringraziato di cuore per la sua proposta - Asia Bibi ha raccontato - ma gli ho risposto con tutta onestà che preferisco morire da cristiana che uscire dal carcere da musulmana. Sono stata condannata perché cristiana - gli ho detto - credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui".

Nota di BastaBugie: Marco Tosatti nell'articolo seguente dal titolo "Asia Bibi è libera" spiega come la Corte Suprema del Pakistan ha assolto Asia dall'accusa di blasfemia e ha revocato la condanna a morte.
Ecco l'articolo completo pubblicato su Stilvm Curiae il 31 ottobre 2018:
La Corte Suprema del Pakistan ha assolto mercoledì Asia Bibi - una donna cristiana accusata di blasfemia nel 2010 e condannata a morte - e ha accantonato un precedente giudizio emesso da un tribunale di grado inferiore. La notizia è stata data questa mattina.
Il giudice capo Saqib Nisar, che dirigeva il board di tre membri composta dal Giudice Asif Saeed Khosa e dl Giudice Mazhar Alam Khan Miankhel, ha letto il verdetto di 56 pagine e ha annunciato che il verdetto di Lahore High Court (LHC) è stato accantonato e ha dato istruzioni alle autorità Perché Asia Bibi sia rimessa in libertà.
"L'appello è accolto. Lei è stata assolta. Il giudizio dell'Alto tribunale e quello del tribunale dei processi sono rovesciati. La sua condanna è accantonata", ha detto il giudice.
La Corte ha aggiunto che Asia deve essere liberata se non è accusata di altri crimini.
Il legale di Asia, Saiful Malook, ha detto mentre parlava con The Express Tribune che il suo cliente ha ottenuto giustizia alla fine e che l'accusa si è dimostrata falsa i giudici e il capo del board Asif Saeed Khosa.
La donna cristiana di 51 anni era nel braccio della morte dal novembre 2010 dopo essere stata condannata per aver commesso blasfemia durante una discussione con due donne musulmane a Sheikhupura.
Il suo caso ha guadagnato importanza dopo che il governatore del Punjab Salmaan Taseer ha invocato un nuovo processo per il suo caso ed è stato successivamente ucciso da una delle sue guardie, Mumtaz Qadri, nel gennaio 2011.
Bibi ha sfidato il verdetto nell'ottobre 2014, tuttavia, l'Alta Corte di Lahore ha confermato la condanna a morte. Il tribunale supremo ha sospeso l'esecuzione a luglio 2015.
Dopo una pausa di tre anni, un banco speciale di tre giudici, guidato dal capo della giustizia del Pakistan, Mian Saqib Nisar, e comprendente il giudice Asif Saeed Khosa e il giudice Mazhar Alam Miankhel, hanno accolto l'appello.
L'udienza è durata quasi due ore e 45 minuti, durante i quali sia l'accusa che la difesa hanno presentato i loro punti di vista sulla condanna.
I membri della società civile, compreso il veterano Farhatullah Babar, erano presenti durante il procedimento. A differenza delle precedenti audizioni, alcuni religiosi erano presenti dentro e fuori dal tribunale.
Durante l'udienza, la commissione ha evidenziato diverse discrepanze nelle dichiarazioni dell'accusa e dei testimoni.
Imponenti le misure di sicurezza dentro e fuori del tribunale. All'interno erano presenti soldati dei corpi speciali senza armi.
Nella sentenza di 56 pagine è scritto fra l'altro:
"È un principio di diritto ben definito che chi fa un'affermazione deve dimostrarla, quindi spetta al pubblico ministero dimostrare la colpevolezza dell'accusata oltre ogni ragionevole dubbio per tutto il processo", ha osservato il giudice supremo. "La presunzione di innocenza permane in tutto il caso fino a quando il procedimento giudiziario non soddisfa il tribunale al di là di ogni ragionevole dubbio che l'accusato sia colpevole del reato che gli è stato addebitato.
"[...] L'espressione 'prova oltre ogni ragionevole dubbio' è di fondamentale importanza per la giustizia criminale: è uno dei principi che cerca di garantire che nessun innocente venga condannato.
"Tenendo presente le prove prodotte dall'accusa contro la presunta blasfemia commessa dal ricorrente, l'accusa ha categoricamente omesso di dimostrare il suo caso al di là di ogni ragionevole dubbio", ha concluso il capo della giustizia.
La corte ha anche osservato che "non sta agli individui, né a una folla, decidere se un atto che rientra nel campo di applicazione della Sezione 295-C è stato commesso o meno, perché come affermato in precedenza, è il compito del tribunale di prendere tale decisione dopo aver condotto un processo pienamente qualificato e sulla base di prove credibili presentate dinanzi ad esso ".
La sentenza si conduce ha concluso il giudizio con un hadith del Profeta Maometto sui diritti delle minoranze.
L'avvocato di Bibi, Saiful Mulook, ha dichiarato all'AFP: "Il verdetto ha dimostrato che i poveri, le minoranze e gli strati più bassi della società possono ottenere giustizia in questo paese, nonostante le sue carenze: questo è il giorno più bello della mia vita".
Bibi sembrava essere incredula dopo aver sentito della decisione dal suo avvocato.
"Non posso credere a quello che sto sentendo, uscirò ora? Mi lasceranno uscire, davvero?" Bibi ha detto ad AFP per telefono dal carcere dopo la sentenza. "Semplicemente non so cosa dire, sono molto felice, non posso crederci."
Anche il marito di Bibi ha salutato con gioia il verdetto. "Sono molto felice, i miei figli sono molto felici, siamo grati a Dio. Siamo grati ai giudici per averci dato giustizia, abbiamo sapevamo che era innocente", ha detto Ashiq Masih.
Poco dopo la sentenza, centinaia bloccarono una strada chiave che collegava Rawalpindi con Islamabad. Le persone si stanno anche radunando per le proteste a Karachi e Peshawar. Manifestazioni simili si svolgono altrove mentre la polizia sollecita manifestanti a disperdersi pacificamente.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 31-10-2018

2 - CLERGY, FILM CHE OFFENDE LA POLONIA CATTOLICA
Il film distorce apposta la realtà perché vuole screditare i sacerdoti e la Chiesa in un Paese dove il 93% si dichiara cattolico e il 37% va a Messa
Autore: Ermes Dovico - Fonte: Sito del Timone, 10 ottobre 2018

Clergy è il titolo internazionale di un film che da giorni sta dividendo la Polonia, pensato appositamente per dare una generalizzata immagine negativa del clero e di tutta la Chiesa in un Paese che mantiene una chiara identità cattolica, malgrado il processo di secolarizzazione. Secondo le ultime statistiche disponibili (relative al 2016), il 93% dei polacchi si dichiarano cattolici e, tra questi, il 37% affermano di partecipare alla Messa domenicale, un dato di rilievo per i tempi che corrono e che simbolicamente fa della Polonia l'ultimo baluardo della fede in un'Europa sempre più apostata. Gli esponenti del partito al governo, Diritto e Giustizia, hanno più volte ricordato l'importanza delle radici cristiane della propria nazione e in generale del Vecchio Continente. Perciò non sorprende che la Polonia sia a livello europeo il bersaglio preferito di un sistema politico, mediatico e culturale che trova indigeste le suddette radici e rigetta l'autorità morale della Chiesa.
Dalla sua prima proiezione nelle sale, il 28 settembre, la pellicola è stata vista da più di 1.7 milioni di spettatori, secondo i dati della società di distribuzione Kino Swiat divulgati l'8 ottobre dal New York Times. Il film, in base a quanto riferisce l'influente quotidiano liberal americano, inizia con la scena di tre sacerdoti che si ubriacano di vodka fino a quasi non poter più parlare. I tre si rendono protagonisti dei più vari misfatti e, secondo il resoconto di Radio Poland, uno di loro è accusato dai suoi parrocchiani di essere pedofilo mentre un altro intrattiene una relazione con una donna. Per completare il quadro c'è l'arcivescovo che vive nel lusso e si muove abilmente nelle stanze del potere. Una trama interamente centrata su scandali, insomma. «Un grande e importante film», «stupendo», «coinvolgente», lo hanno salutato i suoi ammiratori.

OFFENSIVO E PROFANATORIO
Offensivo per i fedeli, per la distorsione che viene fatta a partire da una realtà - quella degli scandali - che non può offuscare la storia e i tanti sacerdoti devoti che continuano silenziosamente a operare per amore di Dio e del prossimo. «Orribile» e «profanatorio», lo ha definito l'Associazione dei giornalisti cattolici polacchi, ricordando che per l'ideologia del politicamente corretto «tutto quello che è associato con il cattolicesimo può essere deriso». Clergy, secondo il viceministro della Cultura, Jaroslaw Sellin, «mostra solo stereotipi negativi gonfiati fino al punto che, dopo aver visto il film, lo spettatore ricava l'impressione che non c'è nulla di positivo riguardo ai sacerdoti».
Il disprezzo di tutto il clero e, con esso, di tutti i cattolici è esattamente il messaggio che vuole far passare il regista Wojciech Smarzowski. Lo si capisce bene dall'ultimo passaggio di una sua intervista e-mail, sempre leggibile sul New York Times: «Questo film è indirizzato ai cattolici», scrive Smarzowski: «Spero che dopo aver lasciato il cinema capiranno che sono corresponsabili di ciò che vedono sullo schermo». Un singolare senso della 'giustizia' quello del regista: come dire, più odio alla fede di così, si muore. Per ironia della sorte, il regista si è formato alla famosa Università Jagellonica, la più antica del suo Paese, che fu fondata nel 1364 da Casimiro III con il decisivo appoggio di un papa, il beato Urbano V, e rinnovata pochi decenni più tardi da Ladislao II e dalla moglie, santa Edvige di Polonia, che donò tutti i suoi gioielli agli studenti. Giusto per ricordare un po' di storia cattolica oggi dimenticata.

UN FILM ANTICATTOLICO
Tornando al film, risulta prodotto da diverse società, tra cui la Showmax, che fa capo alla Naspers, una multinazionale con base a Città del Capo e attiva, come riporta Forbes, in oltre 120 Stati. Tra le curiosità c'è che la Naspers ha nella sua rete di relazioni pure l'Open Society di George Soros: non che quest'ultimo abbia necessariamente un ruolo nella promozione del film (non abbiamo elementi per dirlo), ma probabilmente lo avrà in simpatia visto che è uno dei miliardari più attivi nel favorire la propaganda contro la Chiesa e il suo insegnamento (con relativa promozione di contraccezione, aborto, eutanasia, unioni omosessuali, immigrazione senza regole, droghe libere, ecc.).
In Polonia, intanto, il film ha trovato una sponda nell'ombudsman Adam Bodnar che ha scritto al sindaco di Ostroleka pretendendo spiegazioni sul perché un cinema della città si sia rifiutato di proiettare Clergy. A Bodnar ha risposto indirettamente Ordo Iuris, un istituto impegnato nella difesa della Costituzione polacca, che ha chiesto a sua volta all'ombudsman (l'equivalente del difensore civico) di indicare secondo quale base giuridica i cinema sarebbero costretti a diffondere un determinato film e perché le sale non dovrebbero essere libere di organizzare la loro programmazione. Secondo Marcin Olszowka, un giurista di Ordo Iuris, non è la prima volta che Bodnar usa «il suo ufficio per promuovere atteggiamenti e ideologie specifici, comunemente definiti "di sinistra" [...]. Ogni volta che un imprenditore o un'altra entità, come il cinema in questo caso, rifiuta di partecipare alla promozione di comportamenti, atteggiamenti od opinioni con cui non sono d'accordo, l'ombudsman cerca di usare i suoi poteri per costringerli a farlo». In breve, niente di nuovo sotto il sole.

Fonte: Sito del Timone, 10 ottobre 2018

3 - IL MALATO GRAVE HA DIRITTO DI SAPERE LA VERITA'
Esiste un vero e proprio obbligo di coscienza di avvertire il malato che sta per morire perché abbia il tempo di ricevere i sacramenti, di salutare i propri cari e riconciliarsi con essi (mentre oggi prevale la congiura del silenzio da parte di parenti e dottori)
Autore: Giorgia Brambilla - Fonte: Radio Roma Libera, 16 ottobre 2018

La mia riflessione parte da un breve dialogo che ho avuto l'altro giorno all'INPS mentre facevo la fila con una signora che era lì per richiedere l'invalidità per il marito che purtroppo è affetto da una malattia molto grave e incurabile. Questa signora mi diceva che ancora non hanno detto la verità della situazione così grave del marito.
Allora ho pensato oggi di fare proprio una riflessione sul dilemma della comunicazione di diagnosi e prognosi al paziente molto grave perché il problema della verità al malato è un problema su cui la bioetica riflette.
Moltissime volte ci si trova di fronte a questo dilemma ovvero se sia giusto o meno comunicare la diagnosi al malato e in che modo farlo. Questo chiaramente coinvolge la dimensione del dolore che è una dimensione insita nell'identità stessa dell'uomo. È qualcosa che potremmo dire si prova ma che, al tempo stesso, mette alla prova. Questo conduce anche alla domanda di senso, all'elemento esistenziale (se Dio è buono, da dove viene il male?). Se è vero poi che nel dolore l'uomo fa un'esperienza profonda della sua umanità, è altrettanto vero che uno dei tratti più sconvolgenti della sofferenza è dato dal fatto che questa traccia un vero e proprio solco di divisione intorno a chi soffre.
La via del dolore consente all'uomo di rientrare in se stesso scoprendo la sua peculiarità individuale per il fatto che nessuno potrà sostituirsi a lui nel dolore. Il problema è che questa separazione però avviene non solo a livello individuale, ma anche per opera degli altri soprattutto con l'avvicinarsi della morte. Sandro Spinsanti chiama questa dimensione "La congiura del silenzio" ed effettivamente è proprio una vera e propria congiura quella che avviene. Infatti fino a poco tempo fa c'era un vero e proprio obbligo di coscienza di avvertire il malato che stava per morire proprio perché egli partecipasse all'evento cruciale di tutta la sua vita. E se ieri come oggi la morte faceva paura, la buona morte era qualcosa di importante tanto che la morte improvvisa era temuta e scongiurata e si pregava dicendo "a subitanea et improvvisa morte libera nos Domine" perché si riteneva fondamentale poter avere tempo per ricevere i sacramenti. E poi anche a livello umano per poter salutare i propri cari e riconciliarsi con qualcuno di essi.

IL TABÙ DEL TUMORE
Cosa avviene oggi? Prendiamo il caso del tabù del tumore, attorno al quale comunemente si pensa che sia meglio non nominarlo neppure. Vi sarà sicuramente capitato di sentire dire "Eh si... questo poverino" "Ma perché che cosa ha?" "Sai ha un male brutto..." cioè non si nomina il tumore! Quante persone oggi vengono davvero informate di quanto sta succedendo loro? Spesso si sceglie di escludere i diretti interessati dalle decisioni terapeutiche che li riguardano. Proprio questa, che appunto Spinsanti chiama "congiura del silenzio", porta l'uno o l'altro familiare a vantarsi di aver saputo nascondere al morente la natura del suo male fino all'ultimo. Ma quanti malati terminali soffro nell'anima dolori più atroci di quelli del corpo perché non possono parlare con nessuno delle loro emozioni di fronte alla fine che sentono imminente?
Il compito di dare la notizia dell'imminente trapasso prima spettava al sacerdote che attraverso la somministrazione degli ultimi sacramenti aveva il compito di recare un vero e santo conforto. Oggi invece la chiamata al prete si rimanda il più possibile e si dice che questo è per non spaventare il malato. Così spesso il sacerdote arriva ormai quando la persona magari non è neanche più cosciente e questo chiaramente non va bene né dal punto di vista antropologico e meno che mai dal punto di vista spirituale.
Inoltre c'è anche il fatto che, a differenza ad esempio di altre culture, nella nostra l'individuo vive questo momento fondamentalmente isolato. La causa principale di questo è la scomparsa del modello familiare di tipo patriarcale, per cui in Italia si muore soli e in ospedale. Tra l'altro in ospedale non ci sono simboli religiosi od oggetti dei propri ricordi, ma ci sono solo sale asettiche in cui appunto in qualche modo sembra che la morte abbia perso la dimensione del lutto.
Infine va detto che a livello sociale c'è un oblio della morte che è strettamente legato a un oblio del senso della vita. Del resto se alla vita non si riconosce il significato che ha, come potrebbe averlo la morte?
La cosa paradossale è che nella nostra realtà culturale c'è un'ossessiva tendenza alla necrofilia, a una morte disumanizzata rappresentata solo nella sua violenta volgarità fino a una depersonalizzazione.

IL MORENTE È PRIMA DI TUTTO UN VIVENTE
Capiamo allora quanto è importante riflettere sul problema della verità da dire al malato. Spesso si dimentica in ambito medico che il morente è prima di tutto un vivente. È una persona ricca di emozioni, di desideri, di volontà. Per questo è importante fare in modo che al malato non manchi la verità circa il suo stato di salute. Va messo in luce che quello è un essere umano malato, ma vivente. Ha bisogno dire di essere ascoltato e di essere accompagnato. Allora anche di fronte a un malato che non possiamo guarire abbiamo una persona di cui prenderci cura emotivamente e anche spiritualmente. Comprendiamo che questo silenzio sulla malattia è controproducente e impedisce un'autentica relazione con il malato. Per non parlare del fatto che spesso è il malato stesso a rendersi conto da solo della sua condizione. Questa messa in scena che si svolge accanto a lui dove medici, infermieri e soprattutto parenti accumulano finzioni e ipocrisie, fa sentire la persona ancora più sola e triste.
Detto tutto ciò chiaramente non voglio dire che si debba dire tutta la verità senza prudenza, né carità. Ovviamente ogni affermazione, pur vera, va sempre comunque espressa e ponderata attraverso queste due virtù, ma quella che sicuramente dobbiamo evitare è la falsificazione sistematica della realtà.
Questa riflessione credo sia fondamentale per medici, infermieri e soprattutto parenti per modificare il modo di vivere il morire. Tutto questo misura il nostro amore per la vita e per l'essere umano.

Nota di BastaBugie: per i cattolici il codice di diritto canonico prescrive che il fedele che versa in pericolo di morte è soggetto all'obbligo di ricevere la Comunione come Viatico (can. 921 §1: "I fedeli che si trovano in pericolo di morte derivante da una causa qualsiasi, ricevano il conforto della sacra comunione come Viatico"). La causa del pericolo di morte può essere di qualunque genere: malattia, vecchiaia, intervento chirurgico pericoloso, guerra, epidemie mortali, ecc. Essere in "pericolo di morte" non vuol dire che il malato sia "in punto di morte" (articolo mortis), ma è sufficiente che la morte sia una minaccia probabile in tempi prossimi (invece "in punto di morte" si intende quando la morte seguirà in tempi rapidi).
I responsabili dell'infermo (familiari, personale sanitario, parroco, cappellano dell'ospedale) hanno il dovere, a norma del can. 922, a chiamare il sacerdote affinché l'infermo riceva il conforto religioso dei sacramenti (confessione, comunione, unzione degli infermi) nel pieno possesso delle sue facoltà.

Fonte: Radio Roma Libera, 16 ottobre 2018

4 - LA PRINCIPESSA ALEXANDRA SI CONVERTE AL CATTOLICESIMO... E NE PAGA LE CONSEGUENZE
La plurisecolare legge inglese esclude automaticamente (discriminandola in quanto cattolica) la figlia di Carolina di Monaco dalla linea ereditaria inglese
Autore: Ermes Dovico - Fonte: Sito del Timone, 5 ottobre 2018

Oggi si fa un gran parlare di «uguaglianza», non di rado strumentalizzando il concetto, ma la notizia dell'esclusione della principessa Alexandra di Hannover dalla linea di successione al trono britannico, che circola da almeno una settimana su social media e siti più o meno di nicchia, non ha destato fin qui l'interesse della stampa che conta. Il motivo dell'esclusione della diciannovenne Alexandra, nata in Austria e figlia del principe Ernesto Augusto V di Hannover e della principessa Carolina di Monaco, è la sua recente conversione alla fede cattolica (la stessa professata dalla madre), con conseguente abbandono del luteranesimo, cioè del credo in cui era stata battezzata.
La principessa - che nella sua genealogia conta tra i nonni materni Ranieri III di Monaco e Grace Kelly, mentre nella linea paterna ha per suoi antenati il kaiser Guglielmo II (suo trisnonno) e la regina Vittoria -  ha il titolo di Sua Altezza Reale e rimane comunque nella linea di successione al trono monegasco, dove occupa il 12° posto. Ama il pattinaggio di figura e lo pratica da anni, tanto da aver rappresentato il Principato di Monaco in competizioni internazionali, e ha finora mostrato un'indole piuttosto incline alla riservatezza, evitando il protagonismo sui social network (nemmeno usa Instagram e Twitter) e gli altri eccessi di personaggi altolocati che riempiono le pagine dei giornali di gossip.
La giovane è stata estromessa dalla linea di successione al trono del Regno Unito come avviene ininterrottamente per tutti i cattolici dall'epoca dell'Act of Settlement del 1701, diretta conseguenza di quella che la storiografia inglese maggioritaria chiama «Gloriosa rivoluzione» (1688-1689), che causò il rovesciamento e l'esilio del cattolico Giacomo II, nonché l'uccisione di molti che ne condividevano la fede. Questi eventi affondano evidentemente le loro radici nello scisma causato da Enrico VIII nel 1534, quando il re (volendo divorziare dalla moglie legittima per unirsi in seconde nozze ad Anna Bolena) si fece proclamare dal parlamento inglese capo supremo della Chiesa d'Inghilterra, rigettando l'autorità del papa e rompendo quindi la comunione con Roma. In seguito all'Accordo di Perth del 2011, che ha prodotto cambiamenti legislativi entrati in vigore quattro anni più tardi, gli eredi al trono britannico possono sposare fedeli cattolici, ma è rimasta la norma che impedisce al sovrano regnante di professare la sua adesione alla Chiesa cattolica.
In concreto cambia pressoché nulla per i diritti regali di Alexandra, che aveva davanti a sé altri 418 legittimi pretendenti alla corona messa sul capo di Elisabetta II ormai 65 anni fa, ma rimane il fatto che un Paese spesso celebrato dalle élite, a volte con merito altre per convenienza e pregiudizi ideologici, abbia da più di tre secoli una legge così importante che discrimina i cattolici, secondo una sorte che all'inizio di questo millennio è capitata anche a un altro convertito illustre, Lord Nicholas Windsor (cugino di secondo grado di Elisabetta II). Certo, la monarchia inglese non ha lo stesso peso politico del passato, ma la sua influenza culturale continua a essere forte, come ha ricordato padre Alexander Lucie-Smith in un commento sul Catholic Herald: «Nella moderna Gran Bretagna, tantissime persone che non sanno chi siano i loro cugini di secondo grado potrebbero declamare una lista [dei successori] della Regina».
La particolare storia di Alexandra, aggiunge il sacerdote, «ci ricorda anche qualcos'altro: la Gran Bretagna è ancora un paese ufficialmente anticattolico, in quanto ha leggi che discriminano (sebbene solo in teoria) contro i cattolici». I quali in concreto non possono divenire capi di Stato (carica ricoperta dal sovrano nel Regno Unito) «perché lo stato è uno stato protestante». Si spera che questo retaggio anticattolico venga superato ma intanto si può gioire per la scelta di Alexandra di far parte della Chiesa, fondata su Pietro da Nostro Signore.

Nota di BastaBugie: la linea di successione al trono britannico è regolata dall'Act of Settlement del 1701, dalla Succession to the Crown Act del 2013 (che ha abrogato il Royal Marriages Act del 1772) e dalla Common law.
La linea di successione è limitata agli eredi di Sofia del Palatinato, norma stabilita nel 1701 per evitare che salisse al trono un sovrano cattolico discendente dalla famiglia Stuart. Chi è cattolico, o lo diventa, è escluso dalla successione.
Per alcune considerazioni sulla linea di successione al trono britannico leggi il seguente articolo cliccando sul link:

QUELLO CHE LE TV NON HANNO DETTO SUL PRINCIPE INGLESE HARRY E LA FIDANZATA CATTOLICA (DIVORZIATA)
Il secondo figlio di Carlo e Diana diventando cattolico perderebbe il diritto di successione al trono (fino al 2015 non avrebbe nemmeno potuto sposare una cattolica), ma nessuno parla di questa discriminazione
di Rino Cammilleri
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4961

Fonte: Sito del Timone, 5 ottobre 2018

5 - IL NUOVO PRESIDENTE DELL'INTER HA 26 ANNI... ED E' PIU' MATURO DI RONALDO (CHE NE HA 33)
Tutti sottolineano con stupore l'enorme responsabilità... eppure a 26 anni Alessandro Magno aveva già conquistato mezza Persia (ed io sono diventato padre)
Autore: Andrea Zambrano - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 27-10-2018

Si chiama Zheng e qualcosa del genere e di lui sappiamo che è ricco e appena 26 enne. Guiderà l'Inter, di cui è diventato presidente succedendo al padre e per noi italioti è già una notizia eclatante. Caspita, 26 anni! Che responsabilità dovrà avere! Che peso sulle spalle! I suoi coetanei italiani - alcuni! - sperano nel reddito di cittadinanza. Che ingiustizia il mondo, si dirà. Invece è giusto così. Perché il fiore degli anni è quello, lo dimostra il fatto che tra un acerbo Cutrone e un maturo Higuain, i numeri stiano dando ragione al primo.
Ma non basta. 26 anni sono tanti o pochi? Secondo il criterio moralistico e nepotistico italiota sono pochi, pochissimi, per diventare professori universitari al posto dei baroni, per diventare capitani d'impresa al posto dei padri, per diventare faber fortune suae al posto di qualunque superiore senza più voglie nè ambizioni.
Eppure a 26 anni Alessandro il Grande si era già pappato la Ciclia e la Cappadocia e stava dando l'assalto finale a Babilonia.
Dunque torniamo al quesito: 26 anni sono tanti o pochi per avere delle responsabilità così grandi? Per Zheng e qualcosa del genere sono abbastanza per iniziare la sua vita da uomo. Vita che invece tendiamo a procrastinare sempre all'infinito crogiolandoci nell'eterno bamboccionismo. Un vizio che ha colpito anche la Chiesa con la smania di voler ascoltare i giovani in un dialogo tra sordi. Posto che dalla gioventù bisognerebbe scappare il prima possibile e non fissarla in una categoria sociale perchè prima o poi ci si abitua e poi si diventa giovani vecchi.
Pensandoci bene però, 26 anni sono un'età sufficientemente matura per avere una responsabilità così grossa come quella di guidare una squadra da Triplete, pagarne gli stipendi, fare le scelte strategiche che merita etc... etc...
Io ad esempio, o però, a quell'età sono diventato papà per la prima volta. Non lo sapevo, ma quella sì che era una bella responsabilità. In fondo cos'è più gravoso come onere: trattare il rinnovo di Icardi con Wanda Nara o con sacrifici generare alla vita e nell'educazione un essere umano? E poi due, e poi tre e poi quattro?
In defintiva: si diventa uomini prima cambiando pannolini o firmando assegni?

Nota di BastaBugie: Roberto Marchesini nell'articolo seguente dal titolo "Ronaldo e il conformismo dell'indignazione a comando" si chiede quale sia la differenza tra Ronaldo e i vari Brizzi, Kavanaugh, Trump e Weinstein. Il primo ha avuto un balzo di popolarità dopo le accuse di stupro e gli altri hanno invece affrontato la gogna mediatica. È l'indignazione a comando eterodiretta di una società talmente conformista, che aspetta di sapere dai media cosa deve pensare di questo e di quello.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 9 ottobre 2018:
La storia, a quanto ne sappiamo, è andata così. Nel 2009 Cristiano Ronaldo avrebbe stuprato l'insegnante Kathryn Mayorga; nel 2010 il calciatore avrebbe ottenuto il silenzio della ragazza dietro pagamento di 375 mila dollari. Ora, a distanza di anni e sulla scia del movimento #metoo, Mayorga ha deciso comunque di raccontare l'accaduto.
Non è la prima volta che il campione paga perché cali il silenzio sulle sue avventure a luci rosse. Altre donne dichiarano di aver subito lo stesso trattamento di Mayorga; e rispunta persino Ruby Rubacuori, che avrebbe avuto con Ronaldo un rapporto da minorenne.
Una storia come tante che abbiamo letto in questi anni: una accusa di stupro, la reputazione dell'accusato finita nel gabinetto, riprovazione sociale, perdita di ogni contatto sociale… Ricordiamo il caso Weinstein espulso con ignominia dall'Academy of Motion Picture Arts and Sciences; ma anche l'attore italiano Fausto Brizzi, poi scagionato.
Con l'aggravante che, nel caso di Ronaldo, non si tratta di accuse infondate o improbabili, ma di fatti circostanziati. Il punto è che Ronaldo non è stato cacciato dalla squadra, non ha perso le sponsorizzazioni, non ha smesso di allenarsi per preparare la sua linea di difesa, non ha chiuso ignominiosamente la sua (ormai al tramonto) carriera.
Anzi. Lo sponsor Yamamay, anziché annullare la rescissione del contratto, ha dichiarato: «Mai come in questo caso vale la presunzione di innocenza. L'immagine pubblicitaria è fortissima e il ritorno che stiamo avendo sulle vendite è elevatissimo».
Di più: a quanto pare la popolarità del campione è cresciuta, dopo le pesantissime accuse.
Com'è possibile? Qual è la differenza tra Ronaldo (probabilmente colpevole) e Brizzi (scagionato)? Perché il primo ha dovuto affrontare la gogna mediatica e il secondo ha avuto un balzo di popolarità? Perché una improbabile accusa risalente a più di trent'anni prima avrebbe potuto fermare la carriera del giudice Brett Kavanaugh e una accusa peggiore e meglio circostanziata ha messo un turbo a quella del calciatore?
La domanda è lecita, ma la risposta davvero difficile. Il pubblico reagisce in modo negativo di fronte a comportamenti immorali di un attore e in modo positivo a comportamenti simili da parte di un calciatore? E perché mai?
Forse perché i casi di Trump, Weinstein, Brizzi, Kavanaugh sono stati gestiti in modo enfatico da parte dei media, mentre del caso Ronaldo si occupano quasi esclusivamente i media sportivi? Si tratta dunque di indignazione a comando, eterodiretta dai media? Viviamo in una società talmente conformista, che aspetta di sapere dai media cosa deve pensare di questo e di quello? Ovviamente sbandierando libertà di pensiero  e anticonformismo?
Temo proprio di si.
Ricordo il celebre esperimento di Solomon Asch (1951), che ha dimostrato in modo chiaro e difficilmente confutabile quanto sia forte la tendenza al conformismo.
L'esortazione di san Paolo («Non conformatevi alla mentalità di questo mondo», Rm 12, 2) è caduta nel vuoto. E perché non avrebbe dovuto, considerato che «il mondo» sembra aver vinto?

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 27-10-2018

6 - LA VUOTA SOLIDARIETA' DELLE ONG E' MENZOGNERA
Le Ong si presentano come piene di valori, ma godono di finanziatori occulti e portano avanti ideologie come l'abortismo, l'omosessualismo e l'ambientalismo
Autore: Giuliano Guzzo - Fonte: Il Timone, ottobre 2018 (n.177)

Rimaste per mesi al centro del dibattito politico italiano e non solo, le Ong sono per molti divenute ormai sinonimo, a seconda dei punti di vista, di difesa dei diritti dei migranti o di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
In realtà, dietro questo acronimo, che sta per Organizzazioni non Governative - quelle, cioè, senza fini di lucro e indipendenti dagli Stati e dalle organizzazioni governative internazionali -, si cela però un arcipelago più vasto, con elementi comuni, ma anche con significative diversificazioni. In estrema sintesi, i tratti comuni delle Ong sono di tre tipi.
Il primo riguarda l'immagine che queste realtà offrono all'esterno, ossia quella di gruppi di giovani pieni di valori, entusiasti e desiderosi di fare del bene, anche a costo di accontentarsi di retribuzioni assai contenute e raccolte dalle Ong stesse con faticose collette. Il secondo comune denominatore delle Ong consiste nel fatto che, pur apparendo indipendenti e totalmente estranee a giochi di potere, esse godono spesso di finanziatori occulti o comunque non noti, il che dovrebbe - a prescindere dal pensiero di ciascuno al riguardo - alimentare qualche perplessità. Infine, la terza caratteristica comune a gran parte delle Ong concerne il ruolo che esse hanno come veicoli di specifiche ideologie. E che ideologie: l'abortismo, l'omosessualismo, l'ambientalismo e l'animalismo più spinti, tanto che c'è chi, come il giornalista e scrittore Camillo Langone, ha parlato di «disumanità dell'umanitarismo». Per dimostrare come queste non siano supposizioni complottiste ma realtà provate, dinnanzi alle quali sarebbe bene tutti riflettessero.
Passiamo ora a mettere in luce quali sono le principali Ong ideologicamente attive e, soprattutto, come operano e con quali strategie. Iniziamo proprio col poc'anzi richiamato tema dell'aborto.

ABORTO
Esiste un vasto e ricchissimo gruppo di Ong che diffondono l'ideologia ma anche la pratica abortiva. Solo che tanti non ci hanno mai fatto caso fino a quando, con uno dei suoi primi ordini esecutivi, nel gennaio 2017, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha disposto il blocco dei finanziamenti del governo federale alle organizzazioni non governative internazionali che praticano o informano sulla cosiddetta interruzione di gravidanza all'estero. Una decisione che ha mandato letteralmente su tutte le furie le Ong abortiste e che ha visto Cecile Richards, della Planned Parenthood Federation of America, una di queste realtà, dichiarare che lei e la sua organizzazione staranno «sempre dalla parte della possibilità delle donne di decidere della propria salute e della propria vita, senza interferenze della politica».
Che la scelta di Trump abbia infastidito le Ong pro choice è stato inoltre provato dalle reazioni della ministra olandese dello Sviluppo, Lilianne Ploumen, la quale, in risposta al provvedimento, aveva fatto sapere di voler donare 10 milioni di dollari a queste organizzazioni, con altri 20 poi donati da Belgio e Danimarca. Non solo: la Ploumen - successivamente premiata, non si è ancora capito bene perché, con l'onorificenza dell'Ordine Pontificio di San Gregorio Magno - ha a sua volta lanciato She Decides, nuova Ong volta proprio a sostenere con ingenti somme finanziarie tutte le organizzazioni abortiste penalizzate da Trump, arrivando a raccogliere la cifra di 300 milioni di dollari.
Il pericoloso e decisivo ruolo delle Ong nella promozione dell'aborto è stato denunciato più volte dagli uomini di Chiesa, che vedono queste realtà in azione soprattutto dove la pratica abortista non è ancora diffusa. Come in Perù, dove i presuli della Conferenza episcopale peruviana (Cep) hanno criticato con forza le organizzazioni che ricevono «forti finanziamenti economici» per promuovere e attaccare la vita dei nascituri nel Paese, nonostante siano protette dalla Costituzione.
Per completezza va precisato che le Ong abortiste, fra le quali figurano a dispetto del nome realtà come Amnesty International e Save the Children, quasi mai si presentano come tali, preferendo astutamente accreditarsi come organizzazioni che forniscono «assistenza sanitaria e informazioni alle donne a garanzia dei diritti riproduttivi» e della «pianificazione familiare».

«DIRITTI» LGBT
Nonostante sia presentata come una minoranza perseguitata, il movimento arcobaleno può, come molti ormai sanno, contare sugli appoggi delle più ricche aziende del pianeta. Lo ha dimostrato nel 2013 l'appello alla Corte suprema per la legalizzazione delle nozze gay che, negli Usa, fecero 278 colossi fra cui per brevità, ricordiamo soltanto i più noti: Amazon, Apple, Facebook, Twitter, Moody's, Morgan Stanley, Goldman Sachs e Starbucks. In aggiunta a tutto questo, potevano forse mancare Ong vicine al mondo Lgbt? Certo che no. Infatti abbiamo, per esempio nel mondo ispanico, Ong por la NO Discriminación, attiva nel supportare la diffusione di pubblicazioni sull'omosessualità, a partire da quelle rivolte ai bambini.
Se invece si vanno a guardare dimensione e numero di iscritti, la realtà più rilevante su questo versante è Human Rights Campaign (HRC), organizzazione che da alcuni è inquadrata come Ong e che rappresenta la più grande realtà lesbica, gay, bisessuale e transessuale d'America, con più di 750.000 soci e sostenitori, attiva per «un'America in cui a lesbiche, gay, bisessuali e transessuali» sia «garantita la parità e siano abbracciati come membri a pieno titolo della famiglia americana a casa, al lavoro e in ogni comunità». Come si può ben intuire da questa descrizione, analogicamente a quelle abortiste la strategia delle Ong vicine al mondo Lgbt sta nel presentarsi non già direttamente per quello che si è, e cioè come promotrici di nozze gay, utero in affitto e altri pseudo diritti - cose che le farebbe apparire agli occhi di molti quanto meno divisive, se non direttamente da avversare -, bensì come organizzazioni che si battono per «l'accoglienza» e «la parità» delle persone, ben sapendo che nessuno oserà mai dirsi contro «l'accoglienza» e «la parità». Una strategia astuta quanto, ahinoi, efficace, se si pensa alla presa che non di rado ha perfino in alcuni cattolici.

AMBIENTALISMO E ANIMALISMO
Un terzo ma non meno significativo filone ideologico sposato dal mondo delle Ong, è quello ambientalista e animalista. Un ambito, questo, assai variegato e nel quale si trovano realtà - solo per citarle alcune - come Water for People, Friends of Earth, Rainforest Alliance, Association for the defense of animal rights e, naturalmente, Greenpeace International e WWF. Il fil rouge ideologico che unisce tutte queste realtà è, per venire subito al dunque, l'odio contro l'uomo. Lo dimostrano tutta una serie di indizi. Per quanto riguarda l'ambito più genericamente ambientalista merita di essere sottolineato - hanno notato filosofi come Pascal Bruckner - come da anni, secondo una narrativa sempre più spesso sposata dai mass media, non vi siano più catastrofi naturali, ma solo fenomeni di origine umana: inondazioni, estati molto calde, inverni rigidi, persino terremoti e tsunami vengono presentati come ineluttabili conseguenze dei nostri comportamenti. Da parte loro, le Ong animaliste specificano come tra gli effetti delle attività antropiche vi sia la messa a rischio di numerose specie animali.
Messaggi, questi, che sottendono una concezione ben precisa, e cioè quella secondo cui l'uomo è il «cancro del pianeta», ossia non soltanto una componente anonima dell'ecosistema, ma addirittura pericolosa, il cui raggio di azione merita di essere contenuto se non avversato. Di qui la saldatura ideologica tra un certo ambientalismo e le istanze maltusiane, così chiamate perché hanno nell'economista inglese Thomas Malthus (1766-1834) il loro fondatore, volte ad un energico controllo delle nascite e al disincentivo della natalità.
Apparentemente impegnate a «salvare il pianeta», le Ong ambientaliste sono insomma espressione, anch'esse, di una impostazione non solo ideologica ma addirittura ostile all'uomo e all'ordine naturale. Esattamente come quelle abortiste e pro Lgbt.

FILANTROPIA SENZA CRISTO
In conclusione, vale la pena formulare l'invito a diffidare della gran parte delle Ong, a partire delle più ricche e potenti. Sia perché - come abbiamo sia pure in sintesi visto - tendono spesso a veicolare ideologie sia perché, in fondo, tutte si propongono di fatto come megafono di una tesi molto pericolosa: quella che non solo si possa fare del bene, ma possa esistere il Bene anche senza Dio. Una menzogna, quella della filantropia senza Cristo, che merita di essere smascherata e combattuta con forza. Non dimentichiamo che l'arcivescovo Fulton Sheen, uno dei grandi evangelizzatori del XX secolo, nell'elencare i tratti dell'Anticristo lo presentava come il «Grande Umanitario». Il capo dei capi, si potrebbe dire oggi, delle Ong.

Fonte: Il Timone, ottobre 2018 (n.177)

7 - LA SINISTRA AL POTERE IN SPAGNA ATTACCA PURE LA SAGRADA FAMILIA
Il comune di Barcellona multa di 36 milioni di euro la Cattedrale per ragioni burocratiche... e allora perché non smontare l'opera di Antoni Gaudì e trasportarla a Roma?
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero, 21 ottobre 2018

Potrà sembrare un'idea pazza, ma mi piacerebbe che il Papa (visto che proprio Benedetto XVI la consacrò nel 2010) facesse smontare la "Sagrada Familia" di Antoni Gaudì e da Barcellona la facesse trasportare a Roma, dove ricostruirla pezzo per pezzo.
Come - per la costruzione della diga di Assuan sul Nilo, in Egitto - furono smontati i templi di Abu Simbel (del XIII secolo a.C.), sezionati in 1030 blocchi e trasportati in altra zona dove tutto fu ricostruito. Un'operazione che impiegò cinque anni, dal 1964 al 1969.
Per la "Sagrada Familia" ci vorrebbe meno tempo e anche meno soldi. Gli sponsor privati si troverebbero. E poi i 36 milioni di euro che ora la Cattedrale dovrà pagare al Comune di Barcellona potrebbero essere già un'ottima "dote". Sarebbe meglio spenderli così.
Non mi pare che la Barcellona del sindaco Ada Colau si meriti il capolavoro cattolico di Gaudì. Infatti la "multa" che è stata oggi imposta - per "regolarizzare" la costruzione - è assurda, anche considerando il fatto che l'opera è tuttora in costruzione e ha bisogno di fondi.
L'amministrazione (di sinistra) avrà le sue ragioni burocratiche, ma altre ragioni molto più alte e nobili dovevano prevalere: quelle della bellezza, dell'arte e della storia. E poi c'è il buon senso che avrebbe dovuto sconsigliare una tale controversia.

UN ABUSO DA SANARE O UNA SCUSA PER FARE CASSA?
Dicono che ci sarebbe un abuso edilizio da sanare. Ma stiamo scherzando? A parte il fatto che nel 1882, quando Gaudì iniziò la costruzione, a quanto risulta, c'erano tutti i permessi.
Se poi quell'area è passata dall'amministrazione di Sant Martì de Provençals a Barcellona e ci sono questioni burocratiche mai sistemate, non si può considerare "abusiva" una cattedrale che è una delle grandi meraviglie del mondo ed è diventata patrimonio dell'umanità censito dall'Unesco.
Per Barcellona oltretutto è ormai il simbolo della città come la Torre Eiffel per Parigi e il Colosseo per Roma. Com'è possibile che s'intraprenda una controversia del genere per una questione di timbri e di carte?
Il valore spirituale e morale di un capolavoro che dà identità a un popolo e che illumina di bellezza una città e una nazione è inestimabile.
Che ne direste se il Comune di Firenze andasse a ravanare negli archivi per capire se la cattedrale di Santa Maria del Fiore, il campanile di Giotto e il Battistero hanno i permessi edilizi per stare lì? E Notre Dame a Parigi?
Del resto se fosse stata un "abuso" avrebbero dovuto accorgersene da tempo, visto che la prima pietra è del 1882. Invece fino al 2008 - quando si è progettata l'alta velocità ferroviaria vicino alla cattedrale - nessuno ha avuto nulla da eccepire. Per quasi 130 anni.
"Non si può dire che la Sagrada Familia sia stata costruita clandestinamente" ha giustamente ironizzato Joan Rigol, presidente dell'ente che costruisce la chiesa. E altrettanto giustamente ha aggiunto: "il silenzio dell'amministrazione ha lasciato intendere che i permessi esistessero".

UNA GENIALE ORIGINALITÀ
Peraltro nel frattempo della "Sagrada Familia" si è accorto il mondo intero e accorre in massa ad ammirarla (i terroristi islamici che nel 2017 colpirono la città catalana nelle ramblas l'avevano scelta come il loro bersaglio principale).
Per Barcellona la celebre basilica è un colossale affare perché quattro milioni e mezzo di persone vengono ogni anno e visitarla. Quindi il capolavoro di Gaudì già convoglia sulla città una ricaduta economica enorme. Dovrebbe essere finanziato non penalizzato.
In genere le amministrazioni locali e gli Stati attraggono multinazionali e industrie facendosi carico di infrastrutture e defiscalizzazioni. Invece per la "Sagrada Familia", che porta un enorme flusso di turisti a Barcellona, c'è da pagare.
Forse il problema è che si tratta di una cattedrale cattolica, per di più dedicata alla "Sacra famiglia", e questo probabilmente fa venire l'orticaria a una certa sinistra che, specialmente in Spagna, è molto anticlericale.
C'è qualcosa di emblematico in questa vicenda. L'opera di Gaudì infatti esprime, con geniale originalità, le nostre radici cristiane nella modernità.
Ma oggi una Chiesa così espressiva di tradizione e spiritualità deve pagare per stare in mezzo agli uomini. Da signora delle genti a straniera pagante per il permesso di soggiorno.
Considerando che il sindaco di Barcellona per anni ha combattuto con Madrid per avere un maggior numero di profughi (a Barcellona nel 2017 fu fatta pure una manifestazione con questa singolare richiesta), verrebbe da pensare che la "Sagrada Familia" sia, oggi, a Barcellona, l'unica ad essere considerata "straniera" e ad essere sgradita.
Sebbene esprima la storia e l'identità di quel popolo e di quella terra. O forse proprio per questo. E' l'identità cattolica e la bellezza portata dal cristianesimo che fanno problema? Se Gaudì avesse costruito un monumento al multiculturalismo o all'accoglienza dei migranti avrebbe avuto problemi di carte e di timbri?
Il problema di Gaudì è che era un geniale costruttore di cattedrali ed era cattolicissimo. Non può che essere "straniero" nella Barcellona della Colau. L'unico straniero.

Fonte: Libero, 21 ottobre 2018

8 - LA RAGGI RIMUOVE I MANIFESTI CONTRO L'UTERO IN AFFITTO E FA PAGARE UNA MULTA DI 20MILA EURO
La sindachessa a 5 stelle di Roma impedisce di manifestare la propria contrarietà alle rivendicazioni LGBT (da notare che l'utero in affitto è illegale in Italia)
Autore: Domenico Mascialino - Fonte: Il Giornale, 29/10/2018

20mila euro di multa e l'oscuramento dei manifesti. Sono queste le sanzioni comminate dal Comune di Roma alle associazioni Pro Vita e Generazione Famiglia per l'affissione dei discussi cartelloni di protesta contro la pratica dell'utero in affitto, che facevano parte di una campagna che ha coinvolto anche le città di Milano, Napoli e Torino.
L'intenzione delle associazioni era quella di contestare la prassi delle quattro amministrazioni di trascrivere le famiglie "arcobaleno", legalizzando i figli di coppie omosessuali generati all'estero con la pratica della maternità surrogata, o utero in affitto, vietata in Italia.
I 50 cartelli sono stati sanzionati ciascuno per 400 euro. "II messaggio e l'immagine veicolati dal cartellone violano le prescrizioni previste dal regolamento in materia di pubbliche affissioni, che vieta espressamente esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali - ha detto la Raggi - La strumentalizzazione di un bambino e di una coppia omosessuale nell'immagine offendono tutti i cittadini"
Immediata la reazione dei rappresentanti delle associazioni colpite, Toni Brandi di Pro Vita e Jacopo Coghe di Generazione Famiglia: "Con la solita scusa della strumentalizzazione dei bambini, la nuova tiranna del politicamente corretto, Virginia Raggi, ha calato la sua scure contro la libertà di espressione. Con il Comune di Roma a 5 stelle si torna a governare col terrore. Noi chiediamo liberi manifesti in libero Comune".
Secondo gli ideatori della campagna, la misura sarebbe stata "imposta" alla prima cittadina dal presidente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli che "ha dichiarato di aver fatto quello che sa fare meglio, ossia dare fastidio alla politica, tartassandola e riuscendo a parlare con l'ufficio della sindaca, ottenendo dopo sole 24 ore di pressing il comunicato in cui lei si impegnava alla rimozione. Chiediamo che Raggi faccia il sindaco di tutti e che non si metta a fare il despota della lobby Lgbt".

Nota di BastaBugie: per approfondire la vicenda dei manifesti anti utero in affitto si può leggere l'articolo cha abbiamo già pubblicato cliccando sul link

LA RAGGI CENSURA IL NUOVO MANIFESTO PROVITA
Oltre alla sindachessa di Roma, contro il manifesto ''Due uomini non fanno una madre'' si schierano Miguel Bosè, Ricky Martin, Monica Cirinnà, L'Espresso, ecc.
di Marcello Veneziani
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5378

Fonte: Il Giornale, 29/10/2018

9 - OMELIA XXXI DOMENICA T.O. - ANNO B (Mc 12, 28-34)
Non sei lontano dal regno di Dio
Fonte Il settimanale di Padre Pio

Il Vangelo di oggi fa parte della serie delle dispute di Gesù con i principali responsabili religiosi del suo tempo. Nel Vangelo secondo Matteo l'episodio non dà adito ad alcun dubbio: si tratta proprio di una disputa. L'Evangelista infatti inizia annotando che «un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova» (Mt 22,35). Nel Vangelo di san Marco, invece, lo scriba che interroga Gesù, anche se, forse, inizialmente era prevenuto nei confronti del Maestro, in seguito rimane positivamente impressionato dalla sua risposta, tanto da lodarlo: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità». è uno dei rari casi in cui Gesù riceve un riconoscimento da parte dei capi religiosi dei giudei.
La domanda che lo scriba rivolge a Gesù: «Qual è il primo dei comandamenti?», era una nota questione, che riceveva diverse risposte dalle varie scuole rabbiniche del tempo. è risaputo che «i rabbini giudei – come ci informa padre Marco Sales – dividevano i 613 comandamenti della legge (248 precetti e 365 proibizioni) in due classi: gravi e leggeri. Non si accordavano però tra loro nel determinare quali appartenessero all'una o all'altra classe, e meno ancora nel fissare le condizioni perché un precetto potesse dirsi grave. Per questo vi era chi diceva più grande il precetto dell'osservanza del Sabato, perché più antico; chi diceva più grande la circoncisione, ecc. La domanda fatta a Gesù si prestava quindi a mille cavilli e mirava a trascinarlo nelle dispute che dividevano le varie scuole».
Gesù risponde con due citazioni della legge mosaica. La prima è una parte della preghiera o professione di fede più comune dei giudei, detta "Shemà", dalla prima parola con cui inizia: «Ascolta, Israele...» (cf la Prima Lettura di oggi). Essa è costituita da tre sezioni bibliche (Dt 6,4-9; 11,13-21; Nm 15,37-41), precedute e seguite dalla recita di alcune benedizioni. Gli ebrei recitano questa preghiera, con profonda riverenza due volte al giorno, la mattina e la sera e, privatamente, prima di coricarsi. I rabbini insegnano, tra l'altro, che le parole dello Shemà sono 245. Ripetendone l'ultima espressione diventano 248, tante quante sono, per tradizione, le membra del corpo umano, come per dire che bisogna aderire alle parole dello Shemà con tutta la propria persona.
Con questa prima citazione Gesù riafferma anzitutto l'unità di Dio, poi, attraverso espressioni sinonime, ricorda l'impegno ad amarlo «sopra tutte le cose – continua il Sales –, in modo che a lui siano indirizzati tutti i pensieri della mente, tutti gli affetti del cuore e tutte le operazioni. La misura di amar Dio è amarlo senza misura». Questo è, dice Gesù, il «più grande e il primo dei comandamenti» (Mt 22,38). Però ne aggiunge subito un secondo, che, dice ancora il Maestro, è simile al primo: «Amerai il prossimo tuo come te stesso». Accanto al precetto dell'amore di Dio va messo sempre quello dell'amore del prossimo.
è vero che il precetto della carità verso il prossimo letteralmente era già contenuto nell'Antico Testamento, esattamente in Lv 19,18. Non è dunque una novità assoluta introdotta da Gesù. Tuttavia, alla luce di tutto l'insegnamento evangelico e, soprattutto, alla luce della testimonianza stessa di Gesù, che ha offerto la sua vita per l'umanità, si può affermare che esso acquista un significato molto più profondo e allo stesso tempo molto più impegnativo. Infatti, mentre prima il concetto di "prossimo" era molto limitato, relativamente ristretto, per Gesù il prossimo è ogni persona bisognosa di aiuto che si incontra. Non solo, ma prossimo è anche chi fa del male, il nemico, che va perdonato e persino amato.
Nel Discorso della montagna Gesù, perfezionando la legge antica, afferma: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori» (Mt 5,43s). In un'altra occasione Gesù aggiungerà: «Fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l'altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica» (Lc 6,27-29).
Gesù, con questa duplice risposta, indica il principio unificatore di tutta la Legge e i Profeti, ossia di tutta la Sacra Scrittura. La novità e la grandezza di queste parole consiste nell'aver unito insieme i due precetti, in modo che formino quasi un'unico Comandamento, che abbraccia e comprende tutti gli altri. Anzi, tutti i Comandamenti ricevono il loro vero senso dal precetto più grande, quello dell'amore di Dio e del prossimo.
I due Comandamenti vanno sempre insieme, tuttavia non sono sullo stesso piano. Gesù dice chiaramente che l'amore del prossimo è il "secondo" Comandamento. Non si può dunque appiattire o ridurre il Comandamento dell'amore di Dio a quello dell'amore verso il prossimo. L'amore di Dio è il fondamento dell'amore verso i fratelli. Solo se ci sarà una profonda fede in Dio e un attento ascolto della sua Parola, l'amore del prossimo potrà raggiungere la perfezione ed essere praticato in tutta la sua radicalità. L'amore di Dio modellerà il nostro amore verso il prossimo. è vero però anche il contrario. Senza amore verso il prossimo, non ci può essere vero amore e vera conoscenza di Dio, come dirà esplicitamente san Giovanni: «Se uno dicesse: "Io amo Dio", e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello» (1Gv 4,20s).

Fonte: Il settimanale di Padre Pio

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