BastaBugie n°121 del 01 gennaio 2010

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1 GHEDDAFI IN VISITA IN ITALIA SOSTIENE CHE GESU' NON E' MORTO IN CROCE: ECCO PERCHE' CHI SEGUE IL CORANO SI COPRE DI RIDICOLO...

Autore: Giampaolo Barra - Fonte: iltimone.org
2 EVOLUZIONISMO, IL TRAMONTO DI UN'IPOTESI: IL VERO OBIETTIVO DI CHI DIFENDE DARWIN E' CRITICARE LA CHIESA

Autore: Roberto De Mattei - Fonte: Corrispondenza Romana
3 IL FUTURO DELL’EUROPA NELLE CHIESE O NEI MINARETI? ECCO COSA INTENDE L'ISLAM PER LIBERTA' RELIGIOSA...

Fonte: Corrispondenza Romana
4 SI CONVERTE AL CATTOLICESIMO ANNE RICE, AUTRICE DELL'ESOTERICO INTERVISTA COL VAMPIRO: ECCO IL NUOVO ROMANZO ANGEL TIME

Autore: Massimo Introvigne - Fonte:
5 BASTAVA UNA SEMPLICE LEGGE PER NON PERMETTERE L'UCCISIONE DI UN'ALTRA ELUANA: LE PERICOLOSE INSIDIE DEL TESTAMENTO BIOLOGICO

Fonte: Corrispondenza Romana
6 TRATTATO DI LISBONA: IN MOLTI NON SI ACCORGONO DEI GRAVI RISCHI CHE CORRIAMO IN EUROPA

Autore: Giorgio Salina - Fonte: Svipop
7 ZAPATERO: PRIMO SI ALL'ABORTO DI MASSA

Fonte: Corrispondenza Romana
8 IL RACCONTO DEI MAGI: UNA STORIA REALE
Erano tre fratelli: Melchiorre, che regnava sui persiani, Baldassare, che dominava sugli indiani, e Gaspare, che comandava sul paese degli arabi
Autore: Vitaliano Mattioli - Fonte: CulturaCattolica.it
9 OMELIA PER LA SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL'EPIFANIA DEL SIGNORE

Autore: Benedetto XVI - Fonte: vatican.va

1 - GHEDDAFI IN VISITA IN ITALIA SOSTIENE CHE GESU' NON E' MORTO IN CROCE: ECCO PERCHE' CHI SEGUE IL CORANO SI COPRE DI RIDICOLO...

Autore: Giampaolo Barra - Fonte: iltimone.org, 16-11-2009

Il leader libico Mu'ammar Gheddafi, giunto domenica 15 novembre in Italia per partecipare al vertice mondiale della Fao che si sta svolgendo a Roma, ha incontrato giovani e avvenenti ragazze italiane per impartire loro una non richiesta lezione sull’Islam, invitandole poi espressamente a convertirsi alla religione maomettana. Invito corroborato dal dono a ciascuna delle partecipanti di una copia del Corano e di un altro libro, scritto dal relatore.
Nel suo discorso, il neo-predicatore islamico ha sostenuto, tra altre cose, che Gesù di Nazareth non sarebbe morto in croce: «Voi – ha detto – credete che Gesù è stato crocifisso ma non lo è stato, lo ha preso Dio in cielo. Hanno crocefisso uno che assomigliava a lui».
Questa affermazione ha la sua radice nel Corano, che al versetto 157 della Sura 4, accusando i giudei di avere deviato dalla via indicata da Dio, mette loro in bocca queste parole: «Abbiamo ucciso il Cristo, Gesù figlio di Maria, Messaggero di Dio» e le commenta denunciandone l’infondatezza: «… mentre né lo uccisero né lo crocifissero, bensì qualcuno fu reso ai loro occhi simile a Lui».
Ora, è sufficiente dimostrare – come è stato abbondantemente fatto – che Gesù Cristo fu realmente crocifisso «sotto Ponzio Pilato» per documentare l’inconsistenza della credibilità storica del Corano. Almeno su questo punto. Che è decisivo per l’attendibilità dell’intera religione islamica.
Tuttavia, volendo dare per assodata l’affermazione del Corano, se ne dovrebbe dedurre una serie davvero improbabile di concomitanze.
La prima: l’ingenuità dei Romani che, dominatori del mondo grazie ad una civiltà, cultura, organizzazione militare e giurisprudenza impareggiabili a quel tempo, si sarebbero fatti beffare non si sa bene da chi (da Dio?) crocifiggendo un sosia al posto di Gesù.
La seconda: la sprovvedutezza dei notabili Giudei e di gran parte del popolo di Gerusalemme, che dopo aver brigato in tutti i modi per far condannare a morte il Cristo, che ben conoscevano anche di vista, se lo sarebbero lasciato sfuggire, facendosi gabellare da un suo sosia.
La terza: l’incomprensibile, autolesionistico comportamento degli amici di Cristo, i quali, a breve, sarebbero andati incontro al martirio per imitarlo, senza accorgersi che inchiodato alla Croce non c’era finito il loro Messia, ma un altro uomo.
La quarta: l’onniscienza di Maometto, il quale, ben sei secoli dopo i fatti accaduti sul Calvario, sarebbe stato il solo a conoscere come era andata, realmente, la vicenda.
Pare doveroso, dunque, se si vuole prestar fede al Corano su questo punto e dare ragione al leader libico, ammettere una serie di coincidenze del tutto inverosimili.
Forse, è più ragionevole pensare che, almeno qui, il testo sacro “dettato” a Maometto abbia preso un colossale abbaglio. Al quale crede, purtroppo, oltre un miliardo di uomini.

Fonte: iltimone.org, 16-11-2009

2 - EVOLUZIONISMO, IL TRAMONTO DI UN'IPOTESI: IL VERO OBIETTIVO DI CHI DIFENDE DARWIN E' CRITICARE LA CHIESA

Autore: Roberto De Mattei - Fonte: Corrispondenza Romana, 30 Novembre 2009

L’ultimo numero della rivista ultralaicista Micromega ha come bersaglio, in copertina e in numerosi articoli, Benedetto XVI e il suo Magistero. Ma uno degli articoli è una violenta requisitoria contro un convegno da me promosso al Consiglio nazionale delle ricerche lo scorso 23 febbraio sull’evoluzionismo. Per l’autore, Telmo Pievani, non solo è inconcepibile che qualcuno critichi l’evoluzionismo, ma è persino «mirabolante» che la critica sia promossa dal vicepresidente del Cnr.
Ciò che più colpisce non è la prevalenza degli aggettivi sui sostantivi e degli umori sulle ragioni, né le espressioni insultanti tipo «siamo il paese delle trasmissioni paranormali alla Voyager», ma la capacità di parlare di ciò che non si conosce. Pievani tenta per sette pagine di ridicolizzare un convegno internazionale senza peritarsi di leggerne gli atti, recentemente pubblicati da Cantagalli con il titolo "L’evoluzionismo: tramonto di un’ipotesi". Dopo aver visto su un quotidiano un’ottima recensione di questo volume, è andato fuori dai gangheri e non ha fatto ciò che sarebbe stato ragionevole: acquistare una copia del libro e redigere una risposta argomentata. Avrebbe così scoperto che il libro collaziona non esternazioni fideistiche, bensì critiche di carattere scientifico, alle quali avrebbe così potuto provare a replicare in modo meno approssimativo e manicheo.
La principale caratteristica dei fanatici dell’evoluzionismo è parlare di ciò che non conoscono, a cominciare dalla stessa teoria dell’evoluzione che, 150 anni dopo l’apparizione dell’Origine della specie di Darwin, continua a essere una sorta di «oggetto scientifico non identificato». Così facendo, però, egli contraddice due volte il metodo scientifico. Prima di tutto perché la scienza non afferma verità ma vi si approssima per prove ed errori: epistemologicamente, qualunque tesi verrà tendenzialmente confutata o almeno corretta. E poi la modalità d’indagine con cui la scienza procede per raggiungere una conoscenza oggettiva e affidabile si basa sull’osservazione della realtà e sulla formulazione di un’ipotesi, verificata sperimentalmente. Ciò che non è il caso dell’evoluzionismo.
La legge della gravitazione universale di Newton può essere sperimentata ogni giorno. Gli esperimenti di Pasteur sui micro-organismi possono essere ripetuti ogni giorno. Per poter trarre leggi generali da un esperimento, esso deve poter essere realizzato, nelle stesse condizioni, da chiunque, in qualunque tempo e luogo. Quando un’ipotesi scientifica è inverificabile non può assumere la dignità di teoria. Ma quali esperimenti provano ciò che accadde nel passato: la pretesa evoluzione dalla materia alla vita, dal semplice al complesso? Il fatto che la materia complessa sia costituita da elementi più semplici non prova l’esistenza di un passaggio, nel tempo, dai secondi alla prima.
Per ovviare alla mancanza di una dimostrazione scientifica, l’evoluzionismo pretende di sostituire alla causalità, la casualità. Il «caso» diviene la «spiegazione» dell’inspiegabile. In questa prospettiva Pievani teorizza «che un evento altamente improbabile può realizzarsi in seguito a un’enorme quantità di tentativi nel corso di milioni o di miliardi di anni» (Creazione senza Dio, Einaudi, 2006). Ma il tempo non produce differenza: ciò che è impossibile sotto l’aspetto dei rapporti causa-effetto rimane tale per sempre. Anche le fantasie del caso hanno limiti invalicabili, che nella teoria della probabilità si chiamano «soglie di impossibilità» e rappresentano quei valori di probabilità al di sotto dei quali vi è la certezza che un evento casuale non si è mai verificato, né mai si verificherà. Il fatto che un evento molto improbabile possa teoricamente accadere, non significa che sia accaduto. Né ha valore immaginare lunghissimi tempi in cui «l’impossibile diviene possibile, il possibile probabile e il probabile virtualmente certo. Basta aspettare: il tempo compirà da solo il miracolo» (George Wald, L’origine della vita).
L’evoluzionismo, insomma, è una fantasiosa «storia» che presuppone a sua volta come verità indiscussa un principio filosofico, l’idea che tutto sia materia in continuo sviluppo. La teoria scientifica non si regge da sola: ha bisogno di quella filosofica per sopravvivere, e viceversa.
In questi giorni celebriamo i 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino, e con esso di tanti miti: il «socialismo scientifico», la «dittatura del proletariato», il «progresso» indefinito della storia. Un solo totem sopravvive ancora: quello dell’evoluzionismo, un dogma che al socialismo di Engels e di Marx è, come noto, strettamente legato. Qual è la ragione per cui una teoria scientifica nata nell’Ottocento, come è quella darwiniana, è sopravvissuta al crollo dei miti ottocenteschi? Perché non possiamo non dirci darwinisti?, come recita un altro curioso titolo diffuso in questi giorni in libreria? La ragione è semplice. Il relativismo contemporaneo, secondo cui non esistono valori assoluti, ma tutto si trasforma, e nulla è stabile e permanente, ha il suo fondamento nella teoria evoluzionista. E oggi siamo passati dalla dittatura del proletariato alla dittatura del relativismo. Un esempio di questo totalitarismo scientista è proprio la pretesa di Pievani di tappare la bocca ai propri avversari, imponendo loro la «verità scientifica» per autorità, prassi di cui, anche nel fascicolo di Micromega, viene accusata la Chiesa.
Così facendo, Pievani dimostra l’utilità del libro e conferma la ragione per cui esso è nato, cioè evitare che l’evoluzionismo continui a essere imposto come dogma di fede, bollando i critici con epiteti spregiativi e, se necessario, colpendoli con l’epurazione. È questa infatti la nemmeno troppo larvata richiesta nei miei confronti di Pievani, scandalizzato che io ricopra «la carica di vicepresidente del Cnr». Il mondo scientifico nel XX secolo ha già conosciuto regimi in cui si è adottato questo sistema. Ma un pensatore laico e democratico non dovrebbe aborrire simili atteggiamenti?

Fonte: Corrispondenza Romana, 30 Novembre 2009

3 - IL FUTURO DELL’EUROPA NELLE CHIESE O NEI MINARETI? ECCO COSA INTENDE L'ISLAM PER LIBERTA' RELIGIOSA...

Fonte Corrispondenza Romana, 19/12/2009

Il cronista medievale Raul Glaber racconta che all’inizio dell’anno Mille, l’Europa andava coprendosi di un bianco manto di chiese. I campanili svettanti nei borghi e nelle città annunciavano una nuova primavera della fede. Sorgeva la grande Civiltà cristiana del Medioevo. Da allora, nel corso dei secoli, quelle chiese e quei campanili hanno segnato il paesaggio e lo spazio pubblico europeo.
Il prof. Josef Weiler, un costituzionalista americano di religione ebraica, ricordando la storia biblica degli uomini che furono mandati a esplorare la Terra Promessa, scrive che quegli stessi uomini inviati oggi a «cercare» la Terra promessa d’Europa racconterebbero anche questo: «Che in ogni centro abitato, anche nel più piccolo, le tombe nei cimiteri recano iscrizioni diverse nelle lingue europee, ma hanno quasi tutte la stessa identica croce cristiana; a chi visiti un cimitero quella croce si ripresenta sempre uguale, immutabile anche nel tempo: è la stessa croce su una tomba del 1003, come su una del 1503, come su una del 2003. Racconterebbero poi che non esiste città o paese di una certa grandezza che non abbia almeno una chiesa cristiana, e a volte anche più d’una; se non altro nell’Europa occidentale, dove la libertà di religione non è una conquista recente, e ha permesso alla Cristianità di esprimersi nei secoli, anche attraverso la costruzione di chiese. In certi luoghi queste chiese possono anche rimanere vuote per la maggior parte dell’anno; ma sono là, spesso di una bellezza maestosa, spesso in posizione dominante nel cuore dello spazio pubblico» (Un’Europa cristiana. Un saggio esplorativo, BUR, Milano 2003, p. 42).
La croce, simbolo di identificazione della nostra civiltà, è oggi però messa in discussione dagli stessi europei. La Corte di Giustizia Strasburgo intima la rimozione dei crocifissi dagli spazi pubblici e giunte comunali, come quella di Lugo di Romagna, ne deliberano la scomparsa dalle lapidi dei cimiteri. Un progetto di legge dello stesso tenore è allo studio del governo belga per «non offendere i musulmani».
Nell’Europa, stanca e svigorita dei nostri giorni, le croci vengono rimosse, le chiese si svuotano o vengono trasformate in alberghi, mentre spuntano sempre più numerose le moschee, all’ombra dei minareti. Le moschee e i minareti non sono elementi decorativi del paesaggio, ma espressione di una fede religiosa che si dilata nel nostro continente. «I minareti sono le nostre baionette, le cupole i nostri elmi, le moschee le nostre caserme e i credenti il nostro esercito». Così si esprimeva nel 1998 l’attuale premier turco Tayyp Erdogan citando un poeta musulmano. Non tutti gli svizzeri che hanno votato contro la costruzione di nuovi minareti in Svizzera conoscono questa citazione, ma non stupisce che essi considerino i minareti come simbolo di conquista religiosa e culturale. Il minareto (in arabo manar, il “faro”che proietta la fede) è la torre che propaga ai quattro punti cardinali la fede islamica. Accettare il minareto significa accettare ciò che dal minareto è inscindibile: la presenza del Muezzin che lancia il suo appello alla preghiera e alla conversione ad Allah.
Il diritto di propagandare la propria fede è rivendicato dai musulmani in nome della “libertà religiosa”. Ma in nome della stessa libertà di religione i seguaci dell’Islam chiedono il rispetto della loro legge religiosa, che impone pratiche come la poligamia e proibisce ogni forma di “apostasia”, ovvero interdice l’abbandono dell’islamismo per convertirsi al Cristianesimo. Per i musulmani libertà religiosa significa dunque il diritto di convertire i cristiani all’Islam e il contemporaneo divieto di convertire i musulmani al Cristianesimo.
Il termine “libertà religiosa” viene invece inteso in Occidente come “religione della libertà”, ovvero come primato assoluto della autodeterminazione dell’individuo e conseguente equivalenza di ogni religione. Ma qual è la religione oggi minacciata in Europa, quella dei musulmani o quella dei cristiani? La Corte di Strasburgo, che ha condannato l’esposizione pubblica dei Crocifissi, si pronuncerebbe contro la proclamazione della fede maomettana dalle torri dei minareti? Il Crocifisso non può essere esposto in una scuola a maggioranza cristiana, ma nelle stesse città in cui non può essere esibito il Crocifisso possono sorgere a volontà moschee e minareti.
Qualcuno distingue tra minareti e moschee, definendo religiosamente aggressivi i primi e “pacifiche” le seconde. Si dimentica però che le moschee non sono solo luoghi di culto, ma hanno anche la funzione di propaganda della sharī’a, la legge islamica. L’associazione dei Fratelli Musulmani, ad esempio come ricorda Magdi Allam, «promuove l’islamizzazione della società a partire dal basso, tramite il controllo delle moschee, dei centri culturali islamici, delle scuole coraniche, di enti caritatevoli e di istituti finanziari. La tattica perseguita è quella di dar vita gradualmente a uno Stato islamico in fieri all’interno dello Stato di diritto» (Kamikaze made in Europe, Mondadori, Milano 2005, p. 22). Lo Sceicco Yusuf al Qaradawi, in una fatwa del 29 ottobre 2001, lo ha ribadito: «Da sempre la moschea ha avuto un ruolo nel jihad in nome di Allah, per combattere gli invasori, nemici di questa religione».
I Paesi islamici fanno parte di una “Conferenza Internazionale”, l’OCI, che raccoglie 57 Paesi di religione musulmana, uniti dalla consapevolezza di appartenere ad un’unica comunità di credenti, la Umma. Il fine dell’OCI è di propagare la sharī’a nel mondo e di difendere l’identità islamica dei musulmani che vivono ovunque, compresa l’Europa: quell’Europa che con la ratifica del Trattato di Lisbona espelle le radici cristiane della sua carta fondativa e apre la porta al reato di “islamofobia”.
Non ci si accusi di mancanza di carità nei confronti dell’Islam. Il rispetto per la dignità di ogni uomo, compresi i musulmani, non ci deve far dimenticare che uno solo è il vero Dio, quello che si è rivelato come uno e trino e che è morto sulla Croce per redimere i nostri peccati. Per questo il Cristianesimo, come ha spiegato Giovanni Paolo II in un discorso del 15 settembre 2002, «ha nella Croce il suo simbolo principale. Dovunque il Vangelo ha posto radici, la Croce sta ad indicare la presenza dei cristiani. Nelle chiese e nelle case, negli ospedali, nelle scuole, nei cimiteri la Croce è divenuta il segno per eccellenza di una cultura che attinge dal messaggio di Cristo verità e libertà, fiducia e speranza». Il messaggio di Cristo continua ad accendere i cuori degli europei? Il problema di fondo non sta nell’espansione dell’Islam, ma nella perdita da parte degli europei della fiamma dell’amor di Dio, della luce della fede e della forza invincibile della speranza.

Fonte: Corrispondenza Romana, 19/12/2009

4 - SI CONVERTE AL CATTOLICESIMO ANNE RICE, AUTRICE DELL'ESOTERICO INTERVISTA COL VAMPIRO: ECCO IL NUOVO ROMANZO ANGEL TIME

Autore: Massimo Introvigne - Fonte:

Con Angel Time ( «Il tempo dell’angelo» , Knopf, New York 2009) una delle scrittici più amate dagli americani, Anne Rice, offre al pubblico il suo primo vero romanzo dopo il ritorno al cattolicesimo annunciato nell’ottobre 2004. Nel 2005 aveva iniziato a pubblicare una vita romanzata di Gesù Cristo – di cui sono usciti i due primi volumi – e nel 2008 era tornata in libreria con un’autobiografia spirituale sulla sua «uscita dalle tenebre». Angel Time è invece un romanzo che torna su molti temi cari alla scrittrice americana – New Orleans, il crimine, l’intreccio fra creature immortali e umani – ma questa volta presentati da un punto di vista esplicitamente cattolico. Anne O’Brien (Rice per il matrimonio del 1961 con il poeta Stan Rice, 1942-2002) nasce nel 1941 a New Orleans in una famiglia di origine irlandese, profondamente cattolica. Dopo la morte della madre nel 1956 si trasferisce prima in Texas e poi in California. Qui, negli anni della controcultura, abbandona la fede cattolica e conduce una vita sregolata, soprattutto dopo la morte di leucemia a sei anni dell’amata figlia Michèle nel 1972.
  Nel 1969 scrive un racconto, Intervista col vampiro, e nel 1976 pubblica un romanzo con lo stesso titolo. Il libro si vende benino, non benissimo, anche se diventa un oggetto di culto per piccoli gruppi di entusiasti. Per sbarcare il lunario, la Rice scrive in questi anni anche libri pornografici. Lo fa per sopravvivere, ma insieme – racconta – per affermare la sua libertà nei confronti sia del cattolicesimo dell’infanzia, sia del radicalismo femminista dei suoi amici californiani, per cui la pornografia non è certo «politicamente corretta» . Nel 1985 entra nell’olimpo degli autori più letti d’America con The Vampire Lestat (in italiano «Scelti dalle tenebre»), il seguito di Intervista col vampiro, che a sua volta diventa un best seller mondiale grazie al film del 1994 con Tom Cruise e Brad Pitt. Da allora è una sequela di trionfi in libreria, con gli altri libri del ciclo dedicato ai vampiri –in totale saranno quindici–, e i tre consacrati alle streghe della famiglia Mayfair di New Orleans. Di questa serie fa parte The Witching Hour ( «L’ora delle streghe» , 1990), che molti critici considerano il suo vero capolavoro. Nel 1995 la scrittrice inserisce nel ciclo dei vampiri Memnoch il diavolo, un vero e proprio romanzo teologico dove il vampiro Lestat incontra il Diavolo, il quale gli propone una visita del Cielo e dell’Inferno e un viaggio nel tempo in cui il vampiro rivede la creazione, la «grande controversia» fra Dio e il Diavolo, e la stessa redenzione a opera di Gesù Cristo. Questo romanzo mostra già l’orientamento di Anne Rice verso la religione e la teologia. I vampiri, come gli angeli, il Diavolo e le entità con cui sono in contatto le streghe Mayfair, illustrano una cosmologia non ortodossa e gnostica, dove Dio (come spiega Memnoch al vampiro Lestat) crea il mondo per scoprire come è diventato Dio. Dopo che la dolorosa malattia e la morte di cancro del marito la hanno riavvicinata alla Chiesa, Anne Rice torna dall’esoterismo a una visione del mondo cattolica tradizionale. In Angel Time il protagonista Toby O’Dare viene da una difficilissima adolescenza nella New Orleans dei poveri – un ambiente che torna in molti romanzi della Rice – ed è diventato un killer professionista, che però prova disgusto per il suo stile di vita e medita il suicidio.
  L’angelo e il «diavolo custode» lottano per la sua anima. Alla fine l’angelo, Malchiah, gli si rende visibile e gli propone un patto. I suoi numerosi peccati saranno perdonati se egli metterà i suoi notevoli talenti al servizio del bene. Dovrà andare nel passato, nell’Inghilterra del XIV secolo: a Norwich. Qui nel 1144 è nata l’ «accusa del sangue» nei confronti degli ebrei, l’idea cioè che gli ebrei rapiscano e sacrifichino bambini cristiani di cui intendono usare il sangue nei loro riti. E sempre in Inghilterra, a Lincoln, nel 1255 c’è stato uno degli incidenti più gravi di «accusa del sangue» nella storia dell’Occidente.
  Anne Rice conosce questi episodi, ma riferisce pure – correttamente – che la gerarchia della Chiesa non ha creduto all’accusa del sangue e che nel secolo XIV le acque si sono calmate. Nel romanzo la sparizione di una bambina rischia di scatenare nuovi tumulti contro gli ebrei.
  Toby interviene e salva la situazione, attraverso un espediente: mostra alla folla una bambina, che non è però quella scomparsa – che è morta – ma una sua sorella gemella che vive a Parigi. L’uso di un gemello o di una gemella per risolvere una situazione critica non è nuovo nei romanzi, e denuncia di solito qualche problema nella vena narrativa degli autori. L’ora delle streghe o Intervista col vampiro erano capolavori, sebbene sorretti da una visione del mondo da un punto di vista cattolico inaccettabile. Angel Time, nonostante qualche pagina felice, non lo è. Ma l’incontro fra il talento letterario di Anne Rice e la fede ritrovata promettono di meglio per il futuro.


5 - BASTAVA UNA SEMPLICE LEGGE PER NON PERMETTERE L'UCCISIONE DI UN'ALTRA ELUANA: LE PERICOLOSE INSIDIE DEL TESTAMENTO BIOLOGICO

Fonte Corrispondenza Romana, 12 Dicembre 2009

Il 14 novembre si è tenuta a Bologna presso il convento dei domenicani la V assemblea nazionale di Verità e Vita, la nota associazione pro vita che si distingue per l’instancabile impegno profuso a tutela della vita dal concepimento fino alla morte naturale e per l’appassionata difesa della verità da ogni tentativo di mistificazione e di accomodamento. Il pool direttivo è composto da persone di assoluto spessore umano e professionale tra i quali citiamo il presidente, il professore Mario Palmaro, ed il professore Giuseppe Garrone, da anni in prima linea per strappare alla morte fisica e spirituale il maggior numero possibile di donne e bambini.
Tra i diversi punti all’ordine del giorno affrontati nel corso dell’assemblea, di particolare rilievo la discussione sul ddl Calabrò sul testamento biologico. Il magistrato e membro del Comitato Giacomo Rocchi ha presentato una dettagliata quanto esauriente relazione circa i contenuti essenziali del progetto di legge all’esame del Parlamento. Innanzitutto, afferma Rocchi, c’è da chiedersi quali siano state le urgenze che hanno spinto il legislatore all’adozione della norma. Se l’unica urgenza fosse stata la necessità di evitare ad altri quanto è capitato ad Eluana Englaro sarebbe stata sufficiente una legge molto semplice che vietasse l’interruzione di alimentazione ed idratazione artificiale ai soggetti in stato vegetativo. Evidentemente, al legislatore interessano principalmente le dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT), ossia quella parte del testamento biologico che permetterà di curare o di lasciare morire il soggetto incosciente.
Particolarmente indicativo è l’art. 3 della legge che riguarda il divieto di accanimento terapeutico: la definizione in esso contenuta dimostra che con il concetto ambiguo e dai contorni sfumati di “fine vita” si vuole estendere il divieto di accanimento anche a quelle condizioni in cui la morte non è prevista come imminente e come inevitabile.
L’intenzione vera del legislatore è dunque di permettere ai tutori degli incapaci di richiedere che quest’ultimi non vengano curati, sottolinea Rocchi. Altro punto delicato del testo di legge riguarda il consenso.
Il principio indicato nel testo secondo cui «ogni trattamento sanitario è attivato previo consenso informato esplicito ed attuale del paziente prestato in modo libero e consapevole», tende pericolosamente ad invertire la logica che sottende il rapporto medico paziente. In altri termini, prosegue Rocchi, una buona regolamentazione dovrebbe prevedere (come già è indicato nel codice deontologico) come efficace il rifiuto ad un trattamento sanitario da parte del paziente (sempre che egli sia pienamente libero, adeguatamente informato e capace di intendere e di volere) e non che la legittimità dell’intervento medico dipenda da un preventivo consenso; in tal modo infatti il medico verrebbe messo da parte poiché senza consenso non avrebbe alcun obbligo verso il paziente ma, al contrario, un sostanziale divieto di agire. In effetti, il fondamento dell’attività medica è la tutela della salute del paziente e non il suo consenso.
Il dottor Rocchi ha poi passato in rassegna tutti gli altri punti del ddl Calabrò mettendone magistralmente in evidenza i lati oscuri e le pericolose ambiguità. In conclusione, l’eventuale approvazione del testo di legge aprirebbe probabilmente la strada all’introduzione sotto mentite spoglie nel nostro ordinamento giuridico della pratica eutanasica.

Fonte: Corrispondenza Romana, 12 Dicembre 2009

6 - TRATTATO DI LISBONA: IN MOLTI NON SI ACCORGONO DEI GRAVI RISCHI CHE CORRIAMO IN EUROPA

Autore: Giorgio Salina - Fonte: Svipop, 9-12-2009

Giovedì 3 dicembre, “Avvenire” pubblicava un intervento di Roberta Angelilli e Gianni Pittella, i due Vice Presidenti italiani del Parlamento europeo, che era tutto un inno al Trattato di Lisbona, grazie al quale i nostri problemi hanno ormai tracciata la strada maestra per essere facilmente risolti.
Con molta franchezza mi pare ci sia troppa enfasi. Vero è che avevamo bisogno di regole più snelle, democratiche e funzionali per regolare il funzionamento dell’UE, tuttavia alcune affermazioni probabilmente avrebbero meritato una maggiore cautela. «Ma forse la vera novità rivoluzionaria del Trattato di Lisbona – dichiarano i due Vice Presidenti all’unisono – riguarda la protezione dei diritti personali legati alla dignità dell’uomo, alla libertà, all’uguaglianza, alla solidarietà, alla cittadinanza e alla giustizia. (...) Infatti, la Carta dei diritti fondamentali è diventata legge europea, una tutela e una garanzia più forte per tutti noi cittadini anche in considerazione dell’evoluzione della società, del progresso sociale e degli sviluppi scientifici e tecnologici. Particolare attenzione sarà poi attribuita ai bambini a cui è dedicato un apposito articolo della Carta, il 24, che ribadisce il principio dell’interesse superiore dei minori in tutti gli atti che li riguardano, siano essi compiuti da autorità pubbliche o da istituzioni private, e l’obbligo alla protezione e alle cure necessarie per il loro benessere. La tutela dei diritti è infatti un principio fondatore dell’Unione Europea e il presupposto indispensabile della sua legittimità».
Nobili parole, ma i nostri due Rappresentanti hanno dimenticato che non più di venti giorni or sono il Parlamento ha chiesto di modificare una legge lituana che pretendeva di impedire la propaganda omosessuale ai minori! Sicuri che la propaganda gay risponda all’obbligo della protezione e delle cure necessarie per il loro benessere (dei minori)?
Come se ciò non bastasse il mese scorso la Corte Costituzionale tedesca, in un’attesissima sentenza, stabiliva che le deliberazioni conseguenti alla Carta si applicheranno in Germania solo se non in contrasto con la legge tedesca. Evidentemente la Corte ha giurisdizione solo in Germania, ma il monito è chiarissimo. E ciò dopo che a vario titolo Inghilterra, Irlanda, Polonia e Slovacchia hanno affermato lo stesso principio in sede di ratifica del Trattato.
Altri passaggi dell’intervento suscitano qualche perplessità: «Le principali novità: innanzitutto il Presidente del Consiglio dell’Unione Europea rimarrà in carica due anni e mezzo anziché solo sei mesi, con una conseguente continuità strategica ed organizzativa e una rinnovata autorevolezza. E poi l’Alto Rappresentante della Politica Estera, il cosiddetto Mr Pesc, (nel nostro caso la Signora Pesc. n.d.r.) avrà il duplice ruolo di vicepresidente della Commissione e capo della diplomazia europea, con l’obiettivo di organizzare il nuovo servizio per l’azione esterna dell’Unione, che contribuirà al rafforzamento di una politica estera unica».
Io capisco che in alcune occasioni si debba fare buon viso a cattivo gioco, capisco anche che i Vice Presidenti debbano fare sponda a dichiarazioni analoghe del Presidente Buzek, tuttavia non possiamo ignorare completamente che queste nomine sono state volute dall’asse Parigi – Berlino, Sarkozy – Merkel, che non intendevano avere figure carismatiche di primo piano, in questi incarichi. Le voci di dissenso non sono certo mancate: Daniel Cohn-Bendit, Copresidente del Gruppo dei Verdi/ALE al Parlamento europeo ha dichiarato senza mezzi termini che scegliendo Herman Van Rompuy e Catherine Ashton «i Dirigenti hanno continuato a indebolire le istituzioni europee. I Capi di Stato e di Governo hanno confermato la loro scelta per un Presidente debole della Commissione (Barroso), designando un Presidente del Consiglio insipido (Van Rompuy) ed un Alto Rappresentante agli affari esteri insignificante (Ashton, la Baronessa Ashton). L'Europa si affossa. La buona notizia è che le cose potranno soltanto migliorare in futuro». È stata la lapidaria conclusione.
Come noto dal 1° gennaio prossimo la Presidenza di turno verrà assunta dalla Spagna: il Presidente del Consiglio sarà Van Rompuy, e non Zapatero, ma i Ministri “zapateriani” presiederanno i diversi Dicasteri (esteri, interni, economia, ecc.) Come reagiranno i nostri  vice Presidenti Angelilli e Pittella se si proponesse anche in Europa l’eliminazione di tutti i crocifissi dai luoghi pubblici, come stanno facendo in Spagna?
Per concludere segnalo una Direttiva della Commissione europea e del Consiglio all’esame del Parlamento, che tratta della protezione degli animali utilizzati a fini scientifici. Vi risparmio la direttiva, ma Vi riporto una nota in merito redatta dal Dottor Carlo Bellieni, neonatologo dell’università di Siena, Membro della Pontificia Accademia per la Vita. Scrive tra l’altro Bellieni, commentando la Direttiva: «La filosofia morale di Peter Singer ad esempio è impostata come una forma di utilitarismo, secondo la quale la differenza di specie (ivi compreso il genere umano) non è in sé una differenza moralmente rilevante, sebbene possa esserlo indirettamente nella misura in cui si traduce in una differenza di preferenze o nell'intensità delle stesse.
Sostenere questo significa negare la specificità propria della persona umana; dare diritti man mano maggiori quanto più si sale nella scala evoluzionistica significa negare la specificità della persona umana, fino a negare, come avviene, che alcuni esseri umani, che non hanno capacità di autodeterminazione non sono “persone”. I diritti degli animali sono cosa sacrosanta, ma non devono essere confusi con quelli della persona umana.»
Forse Onorevole Angelilli ed Onorevole Pittella, acquisito un metodo più spedito per assumere decisioni vincolanti, per altro ancora tutto da sperimentare, in particolare per i famosi principi non negoziabili, ma non solo per quelli, c’è da stare con l’occhio vigile e con le orecchie tese per evitare un’omologazione relativista che sino ad ora ha cercato di prevaricare cultura, tradizioni e storia.
Un indizio di ciò? Eccolo. Mercoledì 25 novembre 2009, a Strasburgo, il Parlamento ha approvato il Programma pluriennale 2010-2014 in materia di libertà, sicurezza e giustizia (programma di Stoccolma), che all’articolo 3 sottolinea l'importanza di ampliare senza restrizioni la competenza della Corte di giustizia, sia affinché quest'ultima possa adottare decisioni pregiudiziali su qualsiasi questione derivante dall'SLSG (spazio di libertà, sicurezza e giustizia) sia affinché sia consentito alla Commissione di avviare procedure d'infrazione in questo settore. Non suona qualche campanello d’allarme? Beh, dovrebbe suonarne più d’uno!

Fonte: Svipop, 9-12-2009

7 - ZAPATERO: PRIMO SI ALL'ABORTO DI MASSA

Fonte Corrispondenza Romana, 26/12/2009

Il 17 dicembre il Congresso dei deputati spagnoli ha approvato a larga maggioranza il disegno di legge che depenalizza l’aborto. La nuova legge prevede la possibilità di abortire liberamente anche per le minorenni entro la 14esima settimana di gestazione; le adolescenti avranno tuttavia “l’obbligo” di informare i loro genitori a meno che le stesse dichiarino di non poterlo fare a causa di tensioni in famiglia (sic!).
L’aborto sarà inoltre possibile fino alla 22esima settimana in caso di rischi per la salute della madre o di malformazione del feto. La nuova legge prevede una limitazione del diritto all’obiezione di coscienza che sarà possibile solo per i medici che praticano direttamente l’intervento ed introduce l’obbligo di approfondire e studiare le tecniche abortive nelle università di medicina e le scuole di infermieri. Il documento passerà ora all’esame del Senato per l’eventuale e purtroppo probabile approvazione definitiva.
La natura perversa delle modifiche apportate all’attuale (e comunque omicida) legislazione vigente mette in evidenza la logica malvagia che sottende il disegno di morte portato avanti dal premier socialista. L’obiettivo infatti non è semplicemente quello di depenalizzare l’aborto ma di promuoverne il più possibile la diffusione; i socialisti di Zapatero mirano a far sì che l’aborto diventi un dovere sociale. Le limitazioni alla obiezione di coscienza previste nella nuova legge vanno esattamente in questa direzione. D’altra parte, così come il diritto all’istruzione ha portato all’obbligo scolastico, allo stesso modo il riconoscimento giuridico del diritto all’aborto conduce inevitabilmente alla negazione per legge del suo contrario, ossia del diritto alla vita.
Non rappresenta uno scenario fantascientifico immaginare un prossimo futuro in cui potrebbe essere reso obbligatorio il ricorso all’aborto in caso di gravidanza indesiderata o al di fuori degli schemi socio culturali previsti, soprattutto per i minori.
Mentre i “grandi” del mondo si affannano per cercare soluzioni efficaci al presunto riscaldamento della terra che minaccerebbe la sopravvivenza del genere umano, gli adepti del demonio compiono passi da gigante nel tentativo di portare l’umanità all’autodistruzione.

Fonte: Corrispondenza Romana, 26/12/2009

8 - IL RACCONTO DEI MAGI: UNA STORIA REALE
Erano tre fratelli: Melchiorre, che regnava sui persiani, Baldassare, che dominava sugli indiani, e Gaspare, che comandava sul paese degli arabi
Autore: Vitaliano Mattioli - Fonte: CulturaCattolica.it

La festa che si occupa di questo episodio viene chiamata "Epifania", vocabolo che significa "manifestazione del Signore". In oriente viene chiamata con il vocabolo più appropriato "Teofania", manifestazione della divinità del Signore.
E' in rapporto a questo significato che in quel giorno si ricordano le tre grandi manifestazioni di Cristo-Dio: l'adorazione dei Magi, il battesimo di Gesù (anche se questa festa oggi è spostata alla domenica seguente) ed il miracolo di Cana.
Di queste tre manifestazioni l'episodio dell'adorazione dei magi ha finito col prevalere diventando in occidente l'unico tema della festa, come si deduce dalle omelie del papa S. Leone Magno.
Per divina ispirazione i magi hanno visto in quel bambino, presentato a loro dalla madre Maria, l'atteso delle Genti ed il figlio di Dio.
Con il tempo tale festa ha assunto anche una connotazione missionaria: manifestazione di Cristo-Dio al mondo pagano. I Magi sono visti dalla tradizione cristiana come la 'primitia gentium', i primi fra i pagani ad aver riconosciuto e adorato il Signore. Per questo il loro culto fu tanto fortunato, diffuso e radicato tra i convertiti dal paganesimo.
Il tema dell' "Adorazione" è diventato uno dei classici nell'arte. Solo due riferimenti tra i tanti. Il primo è il già ricordato sarcofago di Adelfia, dove la scena dei magi si riscontra due volte: sul coperchio e sotto il clipeo. Qui la Madonna appare seduta in cattedra e tiene in braccio il Bambino, che si protende nell'atto di ricevere la corona d'oro gemmata offerta dal primo dei tre Magi. L'altro è il meraviglioso mosaico di S. Apollinare Nuovo in Ravenna.
Anche in questo caso la data è probabilmente presa da una festività egiziana. Ci narra infatti Epifanio di Salamina (+ 403) che in Egitto nella notte tra il 5/6 gennaio si celebrava la nascita del dio Sole Aion dalla vergine Kore e contemporaneamente si celebrava la il culto del Nilo.

MITO O REALTÀ
Diverse volte in quel giorno la gente mi domanda: "Padre, i re magi sono veramente esistiti o si tratta di una leggenda?".
Vediamo prima il racconto evangelico:
"Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo. All'udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:
E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda:
da te uscirà infatti un capo
che pascerà il mio popolo, Israele.
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo. Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese" (Mt., 2, 1-12).
Oltre ai Vangeli 'canonici' (riconosciuti dalla Chiesa come ispirati), ne parlano anche i vangeli apocrifi.
Il Protovangelo di Giacomo, probabilmente anteriore al IV secolo, (cap. 21-23); il Libro dell'infanzia del Salvatore, circa IX secolo, (cap. 89-91); il Vangelo dello Pseudo Matteo, verso il VI secolo, (cap. 16-17); il Vangelo Arabo dell'infanzia del Salvatore, circa la metà del VI secolo, (cap. 7-9); il Vangelo Armeno dell'Infanzia, fine VI secolo, (cap. V, 10) che ci riferisce anche i nomi, accettati poi normalmente nella tradizione. Riporto solo la citazione di quest'ultimo: "Un angelo del Signore si affrettò di andare al paese dei persiani per prevenire i re magi ed ordinare loro di andare ad adorare il bambino appena nato. Costoro, dopo aver camminato per nove mesi avendo per guida la stella, giunsero alla meta proprio nel momento in cui Maria era appena diventata madre. E' da sapere che in quel momento il regno persiano dominava sopra tutti i re dell'Oriente per il suo potere e le sue vittorie. I re magi erano tre fratelli: Melchiorre, che regnava sui persiani, poi Baldassare che regnava sugli indiani, ed il terzo Gaspare che dominava sul paese degli arabi".
E' anche interessante che il "Libro della Caverna dei Tesori", scritto nel V secolo d.C., ma riferentesi ad un testo siriaco più antico, descrive i Magi come Caldei, re e figli di re, in numero di tre.

COMINCIAMO DAL TERMINE
La parola 'mago' che si usa per indicare questi personaggi non va identificata con il significato che oggi noi diamo. Il vocabolo deriva dal greco 'magoi' e sta ad indicare in primo luogo i membri di una casta sacerdotale persiana (in seguito anche babilonese) che si interessava di astronomia e astrologia. Potremo meglio nominarli: studiosi dei fenomeni celesti.
Nell'antica tradizione persiana i Magi erano i più fedeli ed intimi discepoli di Zoroastro e custodi della sua dottrina. Rivestivano anche un ruolo di primo piano nella religione e vita politica.
L'idea del tempo che ciclicamente si rinnova conduceva il mazdeismo (religione della Persia preislamica) alla costante attesa messianica di un 'Soccorritore divino", il ruolo del quale sarebbe stato quello di aprire ciascuna era di rinnovamento e di rigenerazione dopo la fase di decadenza che l'aveva preceduta. In tal senso il mazdeismo si collega all'attesa messianica. In questa religione si attendevano tre successive, arcane figure di salvatori e rigeneratori del tempo futuro: l'ultimo di essi, il 'Soccorritore', sarebbe nato da una vergine discendente da Zarathustra e avrebbe condotto con sé la resurrezione universale e l'immortalità degli esseri umani. Molte leggende accompagnavano il mito del 'Soccorritore', tra le quali: una stella lo avrebbe annunciato.
Tenendo conto di questo contesto culturale, non fa meraviglia il comportamento dei magi nella descrizione di Matteo.
Il nome generico di provenienza, Oriente, può indicare diverse regioni.
La Babilonia, Mesopotamia, dove si studiava specialmente l'astronomia. Si deve tener conto infatti che in seguito alla terribile distruzione di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor nel 586, gli ebrei sopravissuti furono deportati in Babilonia, dove rimasero fino alla liberazione da parte di Ciro nel 539. L'influsso ebraico si fece sentire in quella regione, dove tra l'altro anche dopo la liberazione rimasero a vivere diverse famiglie ebraiche, e dove fu compilato il Talmud Babilonese. Sicuramente a Babilonia le attese messianico giudaiche erano conosciute.
Sotto questo aspetto potrebbe trattarsi anche della Siria. Seleuco I tra il 305-280 vi aveva fondato la città di Antiochia e vi aveva concentrato numerosi giudei deportati dalla Palestina
Una terza possibilità è che i magi provenivano dalla Media. Questa si basa sullo storico greco Erodoto secondo il quale i magi appartenevano ad una delle sei tribù della Media ed esercitavano molta importanza a corte. Erano sacerdoti e venivano chiamati astrologi, indovini, filosofi.
Niente di strano quindi che un gruppo di questi studiosi fosse guidato verso la Giudea da una singolare posizione delle stelle, da far presagire qualcosa di 'strano'.
L'episodio dettagliato di Matteo, la domanda di Erode sul 'tempo' del sorgere della stella permettono di interpretare in forma storica e non allegorica l'esistenza dei magi e l'episodio della stella.
Ancora lo Stramare ci permette una meditazione, oltre la curiosità: "Perché Matteo avrebbe usato il termine 'ab oriente', evidentemente molto generico? Senza scartare come risposta la possibilità che Matteo ignorasse effettivamente la località precisa di provenienza, rimane sempre da considerare la sua chiara intenzione di privilegiare in questo racconto l'universalità, contro il particolarismo nel quale era rinchiusa l'attesa ebraica. L'esattezza geografica, infatti, non avrebbe servito in questo caso allo scopo: la chiamata alla fede sarebbe stata estesa semplicemente ad un altro popolo ben determinato, ma non a tutti". (...)

LE RELIQUIE DEI MAGI
Una legittima curiosità provoca una domanda: ma poi, che fine hanno fatto i Magi?
Il Vangelo ci informa soltanto che "i magi per un'altra strada sono ritornati al loro paese" (Mt., 2, 12). Altro ufficialmente non sappiamo. Per completare il racconto e rispondere alla domanda non abbiamo fonti certe, ma si devono seguire le tradizioni formatesi nel tempo. Del resto non si deve ritenere inutile la questione dato che nei giorni 19 e 20 dicembre 1998 si è svolto all'Abbazia di Chiaravalle (presso Milano) il convegno: "I tre Saggi e la Stella. Mito e Realtà dei Re Magi", organizzato da Identità Europea.
Una tradizione ci dice che i Tre, dopo la loro conversione, sono stati consacrati vescovi dall'apostolo Tommaso e morirono martiri all'età tra i 106 e 118 anni. Sarebbero stati sepolti in India (dove l'apostolo Tommaso avrebbe predicato) ma in luoghi separati.
Un'altra tradizione invece ci dice che sono morti in Persia e sepolti insieme in una grande tomba. Secondo questa tradizione l'imperatrice Elena (madre di Costantino), venutane a conoscenza, avrebbe fatto trasportare le reliquie a Costantinopoli in una grande chiesa fatta costruire apposta per ospitarle. Tuttavia in questa città a quel tempo non si riscontra un culto in onore dei Magi.
Alcuni storici sostengono che queste reliquie nello stesso IV secolo furono trasportate da Costantinopoli a Milano da Eustorgio, vescovo di questa città.
Altri infine ritengono che le reliquie sono giunte in Italia con le crociate, dato che prima di questo periodo a Milano non c'è traccia di questo culto.
Una tradizione lega il vescovo Eustorgio ai Magi. A Milano fu dedicata in suo onore una basilica; già nell'XI secolo vi si trovava una urna preziosa chiamata 'Arca dei Magi' con una stella sopra un pilastro.
Una cosa sembra certa: nel 1162 si sa che le spoglie dei Magi si trovavano in Lombardia. Infatti in questa data il Barbarossa, che aveva raso al suolo Milano, teneva molto alla conservazione di quelle reliquie per appropriarsene, come garanzia di una particolare compiacenza e protezione da parte di Dio.
Si dice anche che nel XIII secolo i Tartari volessero invadere l'Europa proprio per riprendersi i 'loro' Magi.
La presenza delle reliquie nel capoluogo lombardo è testimoniata anche dal culto che si diffuse nella regione. Solo alcuni esempi: nel 1420 nella Certosa di Pavia su un trittico d'avorio sono inserite ben 26 scena della storia dei Magi; nel 1570 in S. Michele a Pavia si affresca una cappella dei Magi; pochi anni prima a Voghera i cistercensi avevano aperto una abbazia intitolata ai Re Magi.
Queste reliquie nel 1164 da Milano sono state trasportare a Colonia in Germania. Attualmente si trovano in una arca-cattedrale nel Duomo di questa città.
Di questo viaggio ci è giunta una particolareggia descrizione del carmelitano Giovanni di Hildesheim nel 1364. Riporta le 42 tappe segnate dall'arcivescovo Reinaldo di Dassel effettuate per il trasporto dell'urna. Il percorso sarebbe: Pavia (dove si trovava il Barbarossa che aveva ordinato il trasferimento), Vercelli, Torino, Alpi.
E Milano? Solo nel 1903 l'arcivescovo di Colonia inviò al suo collega di Milano alcune reliquie consistenti in qualche ossicino.
Queste almeno sono le notizie tramandateci e confermate dal padre Goffredo Viti, professore a Firenze di storia della Chiesa nella relazione, tenuta al Convegno citato, dal titolo: "La reliquie dei Re Magi. Storia di un cammino in terra lombarda".

Fonte: CulturaCattolica.it

9 - OMELIA PER LA SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL'EPIFANIA DEL SIGNORE

Autore: Benedetto XVI - Fonte: vatican.va, 6 gennaio 2009

Cari fratelli e sorelle!
L’Epifania, la "manifestazione" del nostro Signore Gesù Cristo, è un mistero multiforme. La tradizione latina lo identifica con la visita dei Magi al Bambino Gesù a Betlemme, e dunque lo interpreta soprattutto come rivelazione del Messia d’Israele ai popoli pagani. La tradizione orientale, invece, privilegia il momento del battesimo di Gesù nel fiume Giordano, quando egli si manifestò quale Figlio Unigenito del Padre celeste, consacrato dallo Spirito Santo. Ma il Vangelo di Giovanni invita a considerare "epifania" anche le nozze di Cana, dove Gesù, mutando l’acqua in vino, "manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui" (Gv 2,11). E che dovremmo dire noi, cari fratelli, specialmente noi sacerdoti della nuova Alleanza, che ogni giorno siamo testimoni e ministri dell’"epifania" di Gesù Cristo nella santa Eucaristia? Tutti i misteri del Signore la Chiesa li celebra in questo santissimo e umilissimo Sacramento, nel quale egli al tempo stesso rivela e nasconde la sua gloria. "Adoro te devote, latens Deitas" – adorando, preghiamo così con san Tommaso d’Aquino.
In questo anno 2009, che, nel 4° centenario delle prime osservazioni di Galileo Galilei al telescopio, è stato dedicato in modo speciale all’astronomia, non possiamo non prestare particolare attenzione al simbolo della stella, tanto importante nel racconto evangelico dei Magi (cfr Mt 2,1-12). Essi erano con tutta probabilità degli astronomi. Dal loro punto di osservazione, posto ad oriente rispetto alla Palestina, forse in Mesopotamia, avevano notato l’apparire di un nuovo astro, ed avevano interpretato questo fenomeno celeste come annuncio della nascita di un re, precisamente, secondo le Sacre Scritture, del re dei Giudei (cfr Nm 24,17). I Padri della Chiesa hanno visto in questo singolare episodio narrato da san Matteo anche una sorta di "rivoluzione" cosmologica, causata dall’ingresso nel mondo del Figlio di Dio. Ad esempio, san Giovanni Crisostomo scrive: "Quando la stella giunse sopra il bambino, si fermò, e ciò poteva farlo soltanto una potenza che gli astri non hanno: prima, cioè, nascondersi, poi apparire di nuovo, e infine arrestarsi" (Omelie sul Vangelo di Matteo, 7, 3). San Gregorio di Nazianzo afferma che la nascita di Cristo impresse nuove orbite agli astri (cfr Poemi dogmatici, V, 53-64: PG 37, 428-429). Il che è chiaramente da intendersi in senso simbolico e teologico. In effetti, mentre la teologia pagana divinizzava gli elementi e le forze del cosmo, la fede cristiana, portando a compimento la rivelazione biblica, contempla un unico Dio, Creatore e Signore dell’intero universo.
E’ l’amore divino, incarnato in Cristo, la legge fondamentale e universale del creato. Ciò va inteso invece in senso non poetico, ma reale. Così lo intendeva del resto lo stesso Dante, quando, nel verso sublime che conclude il Paradiso e l’intera Divina Commedia, definisce Dio "l’amor che move il sole e l’altre stelle" (Paradiso, XXXIII, 145). Questo significa che le stelle, i pianeti, l’universo intero non sono governati da una forza cieca, non obbediscono alle dinamiche della sola materia. Non sono, dunque, gli elementi cosmici che vanno divinizzati, bensì, al contrario, in tutto e al di sopra di tutto vi è una volontà personale, lo Spirito di Dio, che in Cristo si è rivelato come Amore (cfr Enc. Spe salvi, 5). Se è così, allora gli uomini – come scrive san Paolo ai Colossesi – non sono schiavi degli "elementi del cosmo" (cfr Col 2,8), ma sono liberi, capaci cioè di relazionarsi alla libertà creatrice di Dio. Egli è all’origine di tutto e tutto governa non alla maniera di un freddo ed anonimo motore, ma quale Padre, Sposo, Amico, Fratello, quale Logos, "Parola-Ragione" che si è unita alla nostra carne mortale una volta per sempre ed ha condiviso pienamente la nostra condizione, manifestando la sovrabbondante potenza della sua grazia. C’è dunque nel cristianesimo una peculiare concezione cosmologica, che ha trovato nella filosofia e nella teologia medievali delle altissime espressioni. Essa, anche nella nostra epoca, dà segni interessanti di una nuova fioritura, grazie alla passione e alla fede di non pochi scienziati, i quali – sulle orme di Galileo – non rinunciano né alla ragione né alla fede, anzi, le valorizzano entrambe fino in fondo, nella loro reciproca fecondità.
Il pensiero cristiano paragona il cosmo ad un "libro" – così diceva anche lo stesso Galileo –, considerandolo come l’opera di un Autore che si esprime mediante la "sinfonia" del creato. All’interno di questa sinfonia si trova, a un certo punto, quello che si direbbe in linguaggio musicale un "assolo", un tema affidato ad un singolo strumento o ad una voce; ed è così importante che da esso dipende il significato dell’intera opera. Questo "assolo" è Gesù, a cui corrisponde, appunto, un segno regale: l’apparire di una nuova stella nel firmamento. Gesù è paragonato dagli antichi scrittori cristiani ad un nuovo sole. Secondo le attuali conoscenze astrofisiche, noi lo dovremmo paragonare ad una stella ancora più centrale, non solo per il sistema solare, ma per l’intero universo conosciuto. In questo misterioso disegno, al tempo stesso fisico e metafisico, che ha portato alla comparsa dell’essere umano quale coronamento degli elementi del creato, è venuto al mondo Gesù: "nato da donna" (Gal 4,4), come scrive san Paolo. Il Figlio dell’uomo riassume in sé la terra e il cielo, il creato e il Creatore, la carne e lo Spirito. E’ il centro del cosmo e della storia, perché in Lui si uniscono senza confondersi l’Autore e la sua opera.
Nel Gesù terreno si trova il culmine della creazione e della storia, ma nel Cristo risorto si va oltre: il passaggio, attraverso la morte, alla vita eterna anticipa il punto della "ricapitolazione" di tutto in Cristo (cfr Ef 1,10). Tutte le cose, infatti – scrive l’Apostolo –, "sono state create per mezzo di lui e in vista di lui" (Col 1,16). E proprio con la risurrezione dai morti Egli ha ottenuto "il primato su tutte le cose" (Col 1,18). Lo afferma Gesù stesso apparendo ai discepoli dopo la risurrezione: "A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra" (Mt 28,18). Questa consapevolezza sostiene il cammino della Chiesa, Corpo di Cristo, lungo i sentieri della storia. Non c’è ombra, per quanto tenebrosa, che possa oscurare la luce di Cristo. Per questo nei credenti in Cristo non viene mai meno la speranza, anche oggi, dinanzi alla grande crisi sociale ed economica che travaglia l’umanità, davanti all’odio e alla violenza distruttrice che non cessano di insanguinare molte regioni della terra, dinanzi all’egoismo e alla pretesa dell’uomo di ergersi come dio di se stesso, che conduce talora a pericolosi stravolgimenti del disegno divino circa la vita e la dignità dell’essere umano, circa la famiglia e l’armonia del creato. Il nostro sforzo di liberare la vita umana e il mondo dagli avvelenamenti e dagli inquinamenti che potrebbero distruggere il presente e il futuro, conserva il suo valore e il suo senso – ho annotato nella già citata Enciclica Spe salvi – anche se apparentemente non abbiamo successo o sembriamo impotenti di fronte al sopravvento di forze ostili, perchè "è la grande speranza poggiante sulle promesse di Dio che, nei momenti buoni come in quelli cattivi, ci dà coraggio e orienta il nostro agire" (n. 35).
La signoria universale di Cristo si esercita in modo speciale sulla Chiesa. "Tutto infatti – si legge nella Lettera agli Efesini – [Dio] ha messo sotto i suoi piedi / e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose: essa è il corpo di lui, / la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose" (Ef 1,22-23). L’Epifania è la manifestazione del Signore, e di riflesso è la manifestazione della Chiesa, perché il Corpo non è separabile dal Capo. La prima lettura odierna, tratta dal cosiddetto Terzo Isaia, ci offre la prospettiva precisa per comprendere la realtà della Chiesa, quale mistero di luce riflessa: "Alzati, rivestiti di luce – dice il profeta rivolgendosi a Gerusalemme – perché viene la tua luce, / la gloria del Signore brilla sopra di te" (Is 60,1). La Chiesa è umanità illuminata, "battezzata" nella gloria di Dio, cioè nel suo amore, nella sua bellezza, nella sua signoria. La Chiesa sa che la propria umanità, con i suoi limiti e le sue miserie, pone in maggiore risalto l’opera dello Spirito Santo. Essa non può vantarsi di nulla se non nel suo Signore: non da lei proviene la luce, non è sua la gloria. Ma proprio questa è la sua gioia, che nessuno potrà toglierle: essere "segno e strumento" di Colui che è "lumen gentium", luce dei popoli (...).

Fonte: vatican.va, 6 gennaio 2009

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