BastaBugie n°591 del 26 dicembre 2018

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1 CARO GESU' BAMBINO, NON CI PORTARE L'AMORE
... e nemmeno la misericordia perché ne abbiamo a vagoni, tonda e paffuta, dolciastra e appiccicosa, ci sprofondiamo dentro fino al ginocchio
Autore: Silvana De Mari - Fonte: Il Timone
2 FRANCIA E OLANDA SEMPRE PIU' ISLAMIZZATE
Nel 2018 la polizia di Parigi ha arrestato 1.552 minori immigrati marocchini, ma è inarrestabile la progressiva colonizzazione islamica di interi quartieri delle città francesi... dove ormai vige la sharia
Autore: Lorenza Formicola - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
3 IL CONCILIO DI TRENTO E' L'ORIGINE INVOLONTARIA DELLO SFACELO ATTUALE DELLA CHIESA
Nonostante gli ottimi obiettivi dei primi gesuiti, l'istituzione dei seminari e la fedeltà al Papa sono oggi degenerati in indottrinamento all'eresia e fiducia cieca
Autore: Andrea Maccabiani - Fonte: Riscossa Cristiana
4 LA FUGA IN EGITTO DELLA SACRA FAMIGLIA NON ERA EMIGRAZIONE, MA LA PRIMA PERSECUZIONE ANTICRISTIANA
Rileggendo il Vangelo (quello vero), sfatiamo gli equivoci più in voga nel nostro tempo su Gesù, Giuseppe e Maria
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero
5 LA BELLA STORIA DEL CONFESSIONALE
Il confessionale fu ideato da san Carlo Borromeo ed era capace di tenere insieme visibilità pubblica e segretezza della confessione... nulla a che fare con la psicanalisi
Autore: Andrea Cionci - Fonte: Il Timone
6 TUO FIGLIO APPARTIENE ALL'IPHONE GENERATION... ECCO PERCHE' NON LO CAPISCI
Non si ribella troppo, non scalpita per la patente, ma non ha nemmeno grandi aspirazioni... non fa tardi, né si ubriaca, ma passa ore chiuso in stanza a ''vivere'' online
Autore: Benedetta Frigerio - Fonte: Il Timone
7 MORTO MARIO PAOLO ROCCHI, IDEATORE DEL PROGETTO GEMMA CHE HA COMBATTUTO L'ABORTO
A Firenze, dove Emma Bonino praticava aborti illegali a migliaia, Mario Paolo Rocchi nel 1975 fu tra i fondatori del primo Centro di Aiuto alla vita e del conseguente sorgere del Movimento per la Vita di Francesco Migliori
Autore: Marisa Orecchia - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
8 LETTERE ALLA REDAZIONE: IN DIFESA DI RED LAND, IL FILM CHE MOSTRA LE ATROCITA' SUBITE DAGLI ITALIANI NELLE FOIBE
Ci scrive il presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie
9 OMELIA DELLA SACRA FAMIGLIA - ANNO C (Lc 2,41-52)
Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?
Fonte: Il Settimanale di Padre Pio
10 OMELIA MARIA MADRE DI DIO - ANNO C (Lc 2,16-21)
Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose nel suo cuore
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - CARO GESU' BAMBINO, NON CI PORTARE L'AMORE
... e nemmeno la misericordia perché ne abbiamo a vagoni, tonda e paffuta, dolciastra e appiccicosa, ci sprofondiamo dentro fino al ginocchio
Autore: Silvana De Mari - Fonte: Il Timone, Dicembre 2018 (n. 179)

Caro Gesù Bambino, non disturbarti, non abbiamo bisogno di nulla. Non abbiamo bisogno di onestà. Giudici divorzisti e avvocati divorzisti si guadagnano i loro soldi con onestà adamantina, impiegando tutta la buona volontà possibile perché diventi fango ogni molecola di quello che, almeno per un attimo, era stato un amore. Espertissimi e onestissimi sessuologi insegnano che la sessualità è un bel giocattolo, uno strofinio da cui si ricavano sensazioni, da vivere senza nessun senso di colpa, per carità, che se per caso qualcosa scappa, non sia mai, se per caso un bimbetto comincia a formarsi, un comodo aborto a spese della comunità rimetterà le cose a posto, spostando il piccolino nel bidone dell'aspiratore o nel cesto delle garze sporche. Medici abortisti guadagnano onestamente il loro stipendio, su cui pagano le tasse fino all'ultimo centesimo ed è questo che conta.

NON ABBIAMO BISOGNO DI AMORE
Per carità, amore basta, ci stiamo sprofondando dentro, una robaccia dolciastra e molle come i marshmallow, love is love, fiocchetti e cuoricini. In nome dell'amore bimbi vengono fabbricati, ovuli vengono ceduti, anzi venduti, con una temibile e a volte mortale sindrome da iperstimolazione ovarica, ma che importa? Love is love. La gravidanza la porta una donna povera, spesso indiana o indonesiana, ma anche ucraina, un bimbo ordinato e pagato viene tolto alla donna che lo ha portato, di cui ha imparato a riconoscere la voce mesi prima di nascere, perché abbia gli ormoni da stress alti per tutta la vita, ma pare che chi gli ha fatto questo simpatico scherzo lo ami. Figuriamoci se lo odiavano. Altri bambini nascono senza padre, come se il padre e la necessità di averlo fossero due stantii e insulsi luoghi comuni. Anche questi li amano: love is love, niente amore grazie, ci stiamo annegando. Gesù Bambino, non ci portare la misericordia. Ne abbiamo a vagoni, tonda e paffuta, dolciastra e appiccicosa, ci sprofondiamo dentro fino al ginocchio. A me pareva dovessimo essere il sale della terra, non lo zucchero filato.

LA NOSTRA VOMITEVOLE MISERICORDIA
Siamo misericordiosi con i pretini tanto carini che ci presentano i loro fidanzatini ancora più carini di loro, siamo misericordiosi con gli spacciatori nigeriani e senegalesi, badando che possano fare indisturbati il loro lavoro. La nostra misericordia avvolge sempre Caino, infischiandocene di Abele, ed è per non offendere, per non essere scortesi che ci siamo tappati le orecchie e non sentiamo le voci dei cristiani perseguitati e assassinati nelle terre dell'islam e in quelle del comunismo reale.
Gesù Bambino non ci portare niente. Torna. Ormai siamo arrivati a un punto di follia, di negazione della realtà, nessuno insegna più che gli uomini sono nati per amare le donne, che le donne sono nate per amare gli uomini e entrambi per amare i bambini che metteranno al mondo con il loro amore, che proteggeranno stando insieme per tutta la vita sostenendosi e amandosi. Solo Tu, tornando, mettendo di nuovo i tuoi passi uno dopo l'altro sulla terra della Galilea, o dell'Afghanistan, o di Mosul, o della Nigeria puoi salvarci. O se proprio non puoi tornare, dacci le uniche cose di cui abbiamo bisogno, la giustizia e il coraggio, il coraggio per affermare la giustizia.

Nota di BastaBugie: Tommaso Scandroglio nell'articolo seguente dal titolo "Per favore, non festeggiate il Natale" parla provocatoriamente della festa del Natale. Un articolo da leggere tutto, prima di commentarlo.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 23 dicembre 2018:
Per favore, non festeggiate il Natale.
Voi che siete a favore dell' "amore è amore", delle "nozze" gay, dello sterminio di decine di milioni di figli nel grembo della propria madre, non festeggiate il Natale.
Voi che siete obiettori di coscienza al buon senso  e non volete che un bambino cresca con un padre e una madre, non festeggiate il Natale.
Voi che plaudite all'industria dell'uomo in provetta e alle incubatrici di carne, non festeggiate il Natale.
Voi che vi battete per divorzi sempre più brevi e di vite sempre più brevi con l'eutanasia, non festeggiate il Natale.
Voi sposi che amoreggiate con la contraccezione e voi uomini che amoreggiate con l'amante, a volte resa presentabile in società come nuova moglie, non festeggiate il Natale.
Voi che non mettete mai piede in una chiesa e che irridete i sacramenti perché riti magici, non festeggiate il Natale.
Voi che dite di credere a modo vostro e non al modo di Dio e che pensate che quello che dice la Chiesa siano tutte fesserie, non festeggiate il Natale.
Siate coerenti almeno una volta all'anno.
Non potete, ahivoi, festeggiarlo perché non siete cristiani. Perché il credente è colui che crede in ciò che Dio ha comandato di credere e tenta con tutto se stesso di metterlo in pratica. Ma prima di agire bene occorre pensare bene. Dirsi cristiano ed essere a favore di divorzio e omosessualità, è come dirsi ambientalista ed essere a favore del riscaldamento globale e della desertificazione.
Il Natale non è vostro, ma dei cristiani. Si fa festa a Natale per un unico motivo: nasce Colui che ci dà una chance di non finire all'Inferno. Ora alzi la mano chi crede nell'Inferno. Solo quelli possono festeggiare il Natale. Gli altri non ne hanno motivo. Senza un motivo per essere felici è da stupidi essere felici.
Quindi per favore, niente abeti, niente presepi, niente luminarie, niente regali, niente auguri, niente di niente. Martedì 25 come ogni altro giorno incolonnatevi sulla statale in auto o pressatevi negli scompartimenti di un treno per andare a lavorare. Lasciate che l'intima gioia del Natale sia elitaria, di pochi. Ci avete emarginato in tutto, nella politica, nei media, nell'istruzione, nell'arte. I credenti sono gli intoccabili esclusi dalla vita pubblica. E dunque anche in questo caso siate coerenti: emarginateci e lasciateci in pace, lasciate il Natale a noi. Voi continuate nel vostro sabba secolare, gaudenti e nevrotici come sempre. Non vi disturberemo. Tenetevi pure l'inclusività, la responsabilità e solidarietà e lasciate a noi la redenzione, il merito e la carità. Giù le mani dal Natale che è stato acquistato a caro prezzo da Cristo e non comprato a buon mercato su Amazon nel black Friday.
E non veniteci a dire che il Natale ormai è la festa dei buoni sentimenti ricchi di glucosio. Lo sanno tutti che, grattando, dietro i buoni sentimenti si nasconde il business. Il Natale è solo l'occasione più propizia durante l'anno per dar la stura al nostro desiderio di possedere. Il Natale è stato da tempo sequestrato dall'anonima atea, è stato espropriato dalle mani dei credenti per utilità commerciale pubblica. Ci hanno rubato il Natale e manco ce ne siamo accorti. Ma a noi in fondo non importa. Importa stare a casa con  ferie retribuite.
E a questo proposito, dove sono ora i sindacati, le Bonino e le Boldrini a rivendicare la laicità dello Stato, a berciare che non si può festeggiare pubblicamente per una solennità che è invece squisitamente ed esclusivamente cristiana? Perché ora non valgono quei principi laicissimi per i quali dovremmo spogliare ogni edificio pubblico dei crocefissi? Perché la croce no e la mangiatoia sì? Perché il Natale dovrebbe manifestare valori condivisi anche dai non credenti e non il crocefisso? Siate coerenti: chi non è cristiano vada a lavorare il 25, a Pasqua e nelle altre feste cattoliche, domenica compresa. Noi volentieri salteremo a piè pari la festa del 1° maggio.
E poi, a ben vedere, il Natale è una ricorrenza drammatica, altro che magia natalizia. Si festeggia la volontà di Gesù di sottomettersi alle frustate, agli insulti, agli sputi, alle botte e al supplizio della croce per noi. Sotto il tetto della capanna sono tre gli animali; il bue, l'asinello e l'Agnello sacrificale.
Festeggi invece:
- chi tradisce il coniuge, ma sente un macigno sul cuore;
- chi ruba non facendo il proprio lavoro, ma si vede come un infame;
- chi lotta, piange e si dispera perché non si sente uomo o donna sino in fondo;
- chi ha ucciso il proprio figlio prima di vederlo in volto perché le tenebre fitte in cui era avvolto il suo cuore non le ha permesso di prendere in mano la lanterna della verità ed ora si sente il ventre vuoto e il cuore gonfio di disperazione;
- chi prova un fitta nell'anima nell'ascoltare il proprio figlio dire "mamma e papà non stanno più insieme perché non si vogliono più bene";
- chi ha steso matasse di filo spinato tra sé e il figlio, la madre, la suocera, lo zio, ma poi è rimasto impigliato lui stesso tra le spine e si è ferito;
- chi ha giocato la propria vita sulla roulette russa e ha capito che, ad ogni gettone ingoiato da quelle macchinette, veniva ingoiata anche una quota della sua umanità;
- chi non riesce proprio a dirsi credente perché c'è il male nel mondo, perché i fedeli si comportano da infedeli, perché il suo dolore gli pare un disabile gravissimo tanto è cieco e sordo, ma non smette di credere che una risposta ci deve essere e forse la risposta giusta è proprio nel suo dolore;
- chi non ammazza, né ruba ma annega nella mediocrità del quotidiano: eppure in lui palpita ancora un vago desiderio di infinito;
- chi vive per sé perché vuole essere indipendente e libero, ma si è accorto che la solitudine è un vestito troppo stretto per muoversi liberamente;
- chi pensa che ha fallito, che ha mancato il bersaglio una volta per sempre con l'ultima freccia che aveva nella faretra, ma a guardar il presepe si accorge di tornare bambino, un bambino capace ancora di sognare;
- chi insomma compie il male, ma sente la nostalgia del tepore del bene.
Festeggino tutti costoro, perché tutta questa zavorra è già il preludio di un futuro riscatto, a patto che costoro abbiano l'umiltà e la speranza di mettersi in fila insieme ai Re Magi e porgerla come dono a Bambino Gesù. Lì c'è la risposta a tanta inquietudine, a tanto non senso, a tanta noia, a tanta sofferenza, a tanta disperazione.
Festeggiamo tutti noi, ammassati come pecore sotto il tetto di quella capanna in cui il Dio bambino ci ha promesso che un giorno Lui asciugherà ogni lacrima da tutti i nostri volti.

Fonte: Il Timone, Dicembre 2018 (n. 179)

2 - FRANCIA E OLANDA SEMPRE PIU' ISLAMIZZATE
Nel 2018 la polizia di Parigi ha arrestato 1.552 minori immigrati marocchini, ma è inarrestabile la progressiva colonizzazione islamica di interi quartieri delle città francesi... dove ormai vige la sharia
Autore: Lorenza Formicola - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 26-11-2018

La polizia di Parigi ha dichiarato di aver arrestato nel 2018 circa 1.552 minori immigrati marocchini. Si tratta dell'esito di un'operazione nata dalla collaborazione con le autorità del Marocco, ma solo per sei di questi sono state avviate le operazioni di rimpatrio.
I dati resi pubblici testimoniano il tentativo, ancora allo stato embrionale, di affrontare il dilagare delle bande di islamici che usano mettere a ferro e fuoco le strade della capitale francese. La città, e quasi tutti i suoi quartieri limitrofi, sono letteralmente ostaggio dell'anarchia imposta dalle bande islamiche dedite allo spaccio, alle aggressioni sessuali, all'occupazione di intere aree, in cui le norme della République sono state sostituite dalla shari'ah, e dove l'antisemitismo ha smesso di essere un retaggio del Novecento. Gli oltre 1500 arresti segnano un certo miglioramento delle operazioni in cui è stato registrato un 41% di arresti in più rispetto allo scorso anno, quando solo in 813 finirono in manette.
La cooperazione con le autorità marocchine era iniziata a luglio, quando la situazione ha raggiunto quello che probabilmente è stato l'apice tra degrado e proteste raccolte. La stampa a lungo, come nel resto d'Europa, ha raccontato la storia di giovanissimi minorenni, poveri e allo sbando, che si danno alla criminalità. Ma, come nel caso francese, puntualmente la narrazione è stata smentita dai fascicoli delle forze di polizia, che hanno determinato come in un'alta percentuale di casi gli'immigrati erano islamici, tutt'altro che ignoranti, e mai minorenni. Spesso si tratta di individui che valicano i confini europei spacciandosi per minori non accompagnati per beffare i controlli e le norme dell'immigrazione.

NO GO ZONES
Nell'ultimo periodo, oltre ai già noti, sono i quartieri di La Chapelle, Goutte d'Or e Barbès vittime delle bande di islamici, e data la reazione scomposta della gente del posto, e la natura annosa del problema, qualche arresto è stato venduto come un enorme successo. Resta però che si tratta di quartieri ormai sfuggiti al controllo statale. Qui gli immigrati hanno letteralmente occupato il suolo pubblico: l'amministrazione locale ha persino tentato di offrire assistenza e alloggi alle bande, destinando 700.000 euro al progetto, ma ogni sforzo è stato respinto con forza dagli immigrati. Quella dell'integrazione è una storia che difficilmente trova riscontro nella realtà, soprattutto quando si tratta delle no go zones. Quei quartieri di cui i media tendono a negare l'esistenza, ma recentemente, dopo anni in cui si cercava di dimostrare il contrario, anche i blog internazionali di viaggio hanno dovuto cedere, e dedicare sezioni a quelle zone per sottolineare che è vivamente consigliato non avvicinarsi.
Trappes, invece, comune di 30.000 abitanti a 35 chilometri da Parigi, è ormai la banlieue islamica per eccellenza, dopo essere stata negli anni Settanta uno dei feudi del partito comunista francese, dove risiedevano gli operai che lavoravano nelle fabbriche circostanti. Oggi è la città europea con il più alto numero di jihadisti. A Trappes le madrase clandestine pullulano, così come le moschee tenute da associazioni sulfuree. Luoghi in cui gli imam radicali hanno gioco facile nell'indottrinare i giovani al jihad armato.
Oggi si sta pensando di replicare l'operazione di cooperazione tra le forze dell'ordine anche in altre città della Francia. È da quest'estate che s'inseguono proteste e raccolte di firme per sollecitare le autorità, vista anche la crescita esponenziale dei reati di aggressioni sessuali ai danni di donne bianche firmati dagl'immigrati islamici. Così come s'è perso ormai il conto dei caffè il cui ingresso è vietato alle donne. "L'atmosfera è angosciante. Abbiamo modificato non solo i nostri itinerari, ma i nostri vestiti. Alcune di noi hanno anche rinunciato ad uscire", raccontano le donne che si sono lasciate intervistare.

I POLITICI NON POSSONO CRITICARE L'ISLAM
Donne ed ebrei, così, continuano ad essere le vittime della nuova islamizzazione d'Europa. È a Sarcelles, però, comune della periferia nord di Parigi, che da anni si registra il più alto numero di aggressioni antisemite. Come quando, qualche mese fa, una ragazzina quindicenne, tornando a casa da scuola, con indosso, un ciondolo con la stella di David e una divisa scolastica ebraica, è stata aggredita con un coltello al viso. Oppure il bambino di otto anni che, sempre a Sarcelles, poiché indossava una kippah è stato preso a calci e pugni da due islamici. Da quelle parti la parola "ebreo" è scritta in lettere maiuscole sulle saracinesche dei negozi e ristoranti ebraici. Ma è in un po' tutta la Francia che l'antisemitismo è un problema, e anche parlarne è sempre più pericoloso. Per un politico, è quasi un suicidio: i politici francesi, di destra e di sinistra, sanno che infrangere le regole della correttezza politica vuol dire essere marchiati dai media e di fatto emarginati. Sanno che alcune parole non possono più essere utilizzate in Francia e che le organizzazioni "antirazziste" fanno sì che nessuno possa criticare l'islam. Su una nuova edizione di un libro di storia per la terza media, adottato in una scuola pubblica, si può leggere che in Francia è vietato criticare l'islam e viene anche citata una decisione giudiziaria a sostegno di questa pretesa. Una parte della classe politica sa che il numero dei musulmani in Francia è talmente elevato da risultare praticamente impossibile vincere le elezioni privandosi del voto musulmano, e la differenza nel tasso di natalità tra musulmani e non musulmani renderà questo accordo sempre più importante negli anni a venire: si tratta di una tacita e grave rassegnazione.

LA PURGA INIZIERÀ ALLE ORE 20
Ma che la situazione sia ormai drammatica in tutta la Francia se n'è dato prova nella notte di Halloween. Quando la festa importata dagli States è stata il pretesto perché le bande di islamici uscissero mascherati per mettere a punto quelle che hanno battezzato "le purghe". L'appello alla "purga contro i gendarmi" è stato infatti raccolto da numerosi giovani che si sono riversati nelle strade. La maggior parte delle segnalazioni è arrivata dalle grandi città, in particolare da Parigi e Lione, proprio in quei quartieri a predominanza islamica. Il bollettino è di decine di incendi, un centinaio di arresti e qualche agente ferito.
Le regole, diffuse via Whatsapp e Facebook, erano molto semplici: "vestitevi di nero e mascheratevi. Tutte le armi sono autorizzate. Bruciate tutto quello che può prendere fuoco. Qualunque furto - telefoni, portafogli e mezzi di trasporto - è autorizzato. La purga inizierà alle ore 20. Qualunque persona che incontrerete dopo questo orario potrà essere pestata. Gli agenti di polizia dovranno sempre essere presi di mira. Le donne non devono partecipare".
Un'ultima novità degli ultimi anni è stata invece resa nota qualche mese fa dal Le Figaro e riguarda le misure adottate dal sindaco di Nizza per tenere sotto controllo un fenomeno in crescendo: quello di veri e propri rodeo per le strade francesi dopo le celebrazioni dei matrimoni islamici. Strade bloccate, manifestazioni aggressive, atteggiamento offensivo contro le forze di sicurezza, guida pericolosa, processioni rumorose e violente, spari in aria, tutte manifestazioni di gioia in seguito alle cerimonie religiose.
Qualcosa che di solito non esiste nei luoghi d'origine, ma che in Europa sta diventando espressione di potenza e predominio di un territorio, che di fatto hanno conquistato.

Nota di BastaBugie: l'autrice del precedente articolo, Lorenza Formicola, nell'articolo seguente dal titolo "Olanda, la colonizzazione culturale di Erdogan" riferisce che l'Olanda è stata teatro di diversi tentativi di attentati terroristici jihadisti nell'ultimo periodo. Benché questi non abbiano avuto successo, l'islamizzazione del paese procede in modo graduale ma inesorabile. Alle spalle del processo di diffusione dell'islam più radicale c'è soprattutto la Turchia di Erdogan, che finanzia e controlla le moschee e ispira il partito Denk.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 19 dicembre 2018:
L'Olanda è stata teatro di diversi tentativi di attentati terroristici jihadisti nell'ultimo periodo. Con i sette sospetti terroristi che sono stati arrestati a fine settembre mentre stavano pianificando un importante attentato con fucili automatici e autobombe, e altri episodi simili, il livello di minaccia terroristica sulla scala da 1 a 5 rimane fermo a 4. Tra l'agitare un coltello al grido di "Allahu Akbar", e l'afgano che ha accoltellato due americani alla stazione ferroviaria di Amsterdam, passano le dichiarazioni dei funzionari olandesi che hanno trovato in questi gesti un unico movente, "credono che nei Paesi Bassi, il Profeta Muhammad, il Corano, l'Islam e Allah siano ripetutamente insultati".
Il Coordinatore nazionale per la sicurezza e l'antiterrorismo del Paese, recentemente, ha sottolineato come "la dimensione del movimento jihadista olandese è motivo di preoccupazione". "Questo gruppo, che è cresciuto significativamente tra il 2013 e il 2016, potrebbe essere incline ad abbracciare una "narrativa della vendetta" che incolpa l'Occidente per il crollo del "califfato." I jihadisti che adesso vivono in Europa, hanno intenzione di rimanerci e dedicarsi alla da'wa: diffondere il messaggio islamico è l'unico obiettivo. Prepararsi a combattere altrove, come in Siria, non è più all'ordine del giorno. Il che ha portato, e sta portando, ad un aumento del numero di jihadisti nei Paesi Bassi. Ma oltre ai sostenitori del jihadismo, ci sono nel Paese anche diverse migliaia di simpatizzanti dei terroristi locali, e simpatizzanti dell'ISIS.
L'islamizzazione è un processo lento, ma che investe ogni aspetto della vita occidentale, anche, anzi soprattutto, quella politica. E in Olanda è una strada che è stata imboccata abbastanza di recente quella dei partiti islamici. Come Denk, il partito musulmano formato sei mesi prima delle ultime elezioni parlamentari da due turchi ex membri del partito socialista. Capaci, in pochissimo, d'aggiudicarsi il 2% e tre seggi in parlamento. Forse per comprendere la portata della cosa basterebbe soffermarsi su chi in Italia, all'ultima tornata elettorale ha raggiunto il 2 e 3%. Il partito nato sulla scia di un dissenso dei due ex parlamentari circa la politica d'integrazione del governo, non ha mai nascosto il suo legame con la Turchia: la critica alla Turchia che è tabù e il divieto di parlare del genocidio degli armeni da parte dei turchi costituiscono l'abc del movimento politico. Il partito si batte per una forma di integrazione degli immigrati che contempli una sorta di "accettazione reciproca", utile a creare società musulmane parallele, e per l'istituzione di una "polizia antirazzista", il cui compito sarebbe "registrare i 'trasgressori' ed escluderli dai pubblici uffici".
Ma oltre a chi oggi può permettersi di muovere anche i fili della politica olandese, l'islamizzazione prosegue nella predicazione del jihad nelle moschee. I centri culturali islamici e le moschee sono controllati dalla Direzione degli affari religiosi della Turchia (Diyanet) che distribuisce i sermoni ufficiali del venerdì alle moschee turche di tutto il mondo. Sermoni sulla falsariga de "i nostri soldati mostrano al mondo intero che stiamo sacrificando tutto per proteggere la nostra fede, bandiera e nazione. (...) Ogni figlio del nostro paese che, nel potere della sua vita, beve il dolce nettare del martirio, ci grida (...) Chi muore per la via di Allah, non lo chiama mai morto, ma lo chiama vivo". E considerando che si stima siano 140 le moschee nei Paesi Bassi che sono affiliate al Diyanet, non è difficile comprendere perché il terrorismo islamico sia in ascesa.
Così come non è complicato risalire alla causa del crescente antisemitismo olandese che assomiglia a quello della Francia o della Germania. Un rapporto pubblicato dal Pubblico Ministero olandese in aprile ha elencato 144 reati confermati nel 2017 che hanno coinvolto crimini di odio, tra cui intimidazioni, atti di vandalismo, aggressione e incitamento all'odio o alla violenza. Di questi casi, il 41% era "destinato contro gli ebrei", che rappresentano solo lo 0,2% della popolazione olandese. Eppure c'è ancora un altro sintomo dell'islamizzazione d'Olanda che tanto fa assomigliare il Paese al Regno Unito: l'epidemia di violenze su minorenni. Ogni anno si stima siano 1400 le ragazzine vittime delle gang islamiche.
Intanto resta alta l'allerta terrorismo. "I gruppi di destra sono sempre più fiduciosi e continuano a concentrarsi sulla protesta contro l'islamizzazione percepita dei Paesi Bassi, l'arrivo dei richiedenti asilo e la perdita percepita dell'identità olandese...", hanno scritto le autorità olandesi pochi mesi fa circa la valutazione della crescente minaccia. E, nel frattempo, volenti o nolenti, stanno prendendo in considerazione il problema. Monitorare i potenziali terroristi e riconoscere e ammettere l'esistenza di una radicalizzazione crescente sono i nuovi obiettivi minimi nei Paesi Bassi del controterrorismo. Il piano della Strategia nazionale contro il terrorismo islamico è stato messo a punto, ed è stato riconosciuto il jihadismo come la "principale fonte di terrorismo". Adesso tocca far fronte ad una società che, però, oltre alla paura, si trova costretta a convivere con un profilo che terzi le stanno cambiando.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 26-11-2018

3 - IL CONCILIO DI TRENTO E' L'ORIGINE INVOLONTARIA DELLO SFACELO ATTUALE DELLA CHIESA
Nonostante gli ottimi obiettivi dei primi gesuiti, l'istituzione dei seminari e la fedeltà al Papa sono oggi degenerati in indottrinamento all'eresia e fiducia cieca
Autore: Andrea Maccabiani - Fonte: Riscossa Cristiana, 6 settembre 2018

Il termine "papismo" ha disgustose origini. È l'aggettivo dispregiativo utilizzato dalle sette protestanti, specialmente quelle anglicane, per indicare la Chiesa Cattolica Apostolica e Romana. Ciò che effettivamente distingue in maniera esteriore e visibile i cattolici dalle chiese ortodosse o dalle sette protestanti è il papato, centro carismatico simbolo dell'unità della Fede dei credenti sparsi ai quattro angoli del mondo. Il papato non coincide con l'idea (moderna) del centralismo amministrativo, come se Roma fosse l'occhio che sorveglia e domina le varie comunità; è piuttosto il punto sulla terra in cui è custodito il tesoro più prezioso mai esistito, ovvero la Fede. Il Papa non è il padrone della Chiesa come non lo è della Fede: egli è il custode vigile e autorevole del deposito iniziato a caro prezzo dal sangue degli Apostoli, raccoglitori fedeli di quello più prezioso di Nostro Signore. La Chiesa non ha altro tesoro che questo e non ha altro fedele custode che il Papa.

COSÌ SI ESPRIME IL CATECHISMO DI SAN PIO X
113. Chi è il Papa?
II Papa è il successore di san Pietro nella sede di Roma e nel primato, ossia nell'apostolato ed episcopato universale; quindi il capo visibile, Vicario di Gesù Cristo capo invisibile, di tutta la Chiesa, la quale perciò si dice Cattolica-Romana.
114. Il Papa e i Vescovi uniti con lui che cosa costituiscono?
Il Papa e i Vescovi uniti con lui costituiscono la Chiesa docente, chiamata così perché ha da Gesù Cristo la missione d'insegnare le verità e le leggi divine a tutti gli uomini, i quali solo da lei ne ricevono la piena e sicura cognizione che è necessaria per vivere cristianamente.
116. Il Papa, da solo, può errare nell'insegnarci le verità rivelate da Dio?
Il Papa, da solo, non può errare nell'insegnarci le verità rivelate da Dio, ossia è infallibile come la Chiesa, quando da Pastore e Maestro di tutti i cristiani, definisce dottrine circa la fede e i costumi.

LA DOTTRINA CATTOLICA
Partendo dalla situazione odierna una domanda sorge spontanea: che cosa dunque è andato storto? A mio avviso per cercare di interpretare correttamente la crisi della Chiesa contemporanea occorre liberarsi da alcuni schemi:
- parlare del Papa non è come parlare del capo del governo. A volte applichiamo le categorie politiche per giudicare la Chiesa e la sua gerarchia. Non si può giudicare un Pontefice a seconda del suo partito, delle sue esperienze pregresse, delle sue idee, dei suoi sponsor elettorali o della sua agenda politica. E' un problema dei fedeli che guardano dal basso la balconata di San Pietro, ma è un problema anche dei porporati che si riuniscono in conclave. Può essere anche un problema del Papa di turno che si affaccia al balcone. Purtroppo termini come "elezioni", "dimissioni", "programma" sono entrati a gamba tesa nel lessico dei vaticanisti. In ogni caso non possiamo farci guidare nel nostro giudizio da questi aspetti. Conta solo una cosa: la fedeltà a Cristo e alla Tradizione.
- un Papa è sempre frutto di un ambiente e di un contesto particolare: non è possibile pensare che sia un fenomeno spuntato nel nulla che faccia bene o male rispetto alla storia che lo precede. Un Papa viene eletto da una maggioranza di cardinali con una formazione e sensibilità specifica. Quando si interpreta un pontificato bisogna tenere conto che esso è la conseguenza e non la causa di una situazione ecclesiale ben più ampia. Oggi non si può ritenere Francesco colpevole di ogni cosa, come se fosse un dittatore solo contro tutti.
Altra domanda cruciale: da dove viene fuori questo papismo moderno? Ripeto: tocca tapparsi il naso nell'utilizzare questo termine, ma non se ne trova uno migliore per indicare il fenomeno a cui assistiamo quotidianamente. Non ha nulla a che vedere con la sana fedeltà al Romano Pontefice che è parte integrante della Dottrina Cattolica, come ho già potuto sottolineare poco sopra. È piuttosto un'esasperazione, una degenerazione di un concetto giusto.

COME HA FATTO QUESTO CONCETTO A GUASTARSI A TAL PUNTO?
Provo a raccogliere schematicamente qualche idea ripercorrendo la storia della Chiesa:
Il Concilio di Trento, tra le tante riforme, mette mano alla formazione dei sacerdoti diocesani, fondando seminari e curando sempre meglio la formazione dei candidati al sacerdozio. Come tutte le riforme anche questa ha avuto bisogno di essere portata avanti nella pratica: se il livello di formazione teologica e spirituale dei sacerdoti era generalmente scadente, a chi affidare i nuovi istituti? Parve logico rivolgersi al nuovo ordine dei gesuiti fondati da S. Ignazio di Loyola, precursore del seminario tridentino. Ci fu un'intenzione buona ed un errore di fondo: i gesuiti sono religiosi, i sacerdoti diocesani hanno invece un altro carisma. Applicare una formazione religiosa in un seminario diocesano non è esattamente corretto. Tant'è. I gesuiti diventano dunque i gestori dei seminari diocesani della cattolicità, portando il loro carisma. Si può dire dunque che la formazione ufficiale dei presbiteri diocesani della Chiesa cattolica è stato dato praticamente in appalto ad un ordine religioso con una natura specifica.
Questo appalto durerà fino al Concilio Vaticano II: è vero che i gesuiti non furono più gestori in prima persona dei vari seminari, via via affidati al clero diocesano sempre più formato, ma è anche vero che rimarrà impressa una mentalità, quasi una sudditanza psicologica dal metodo gesuitico. Per fare un sunto dei tratti salienti di questa formazione: teologia manualistica rimasticatura della rimasticatura rimasticata della scolastica del dopo San Tommaso (che paradossalmente c'entra poco con l'Aquinate) e spiritualità improntata sul perenne sforzo del seminarista/sacerdote/semplice fedele alla perfezione, quasi un volontarismo che tiene poco in considerazione l'azione della Grazia, tema tanto caro ai padri della Chiesa e alla spiritualità medievale. Basta leggere i vecchi regolamenti dei seminari diocesani e si trova la scansione della giornata basata sul continuo esame di coscienza e sui processi di perfezione così come vengono insegnati da S. Ignazio.

CARO AI GESUITI È IL TEMA DELL'OBBEDIENZA
Questo passaggio è cruciale per la nostra riflessione. S. Ignazio la spiega così: « [...] facciamo quanto ci sarà comandato con molta prontezza, gaudio spirituale e perseveranza, persuadendoci che tutto ciò è giusto, e rinnegando con cieca obbedienza ogni parere e giudizio personale in contrario, in tutte le cose che il superiore ordina... Persuasi come siamo che chiunque vive sotto l'obbedienza si deve lasciar portare e reggere dalla Provvidenza, per mezzo del superiore, come se fosse un corpo morto ("perinde ac cadaver"), che si fa portare dovunque e trattare come più piace". L'espressione "perinde ac cadaver" porta alle estreme conseguenze il concetto di obbedienza cattolica. Il sapore di questa espressione è fortemente militare e certo si può adattare per una famiglia religiosa come i gesuiti. Avendo però parlato di una commistione secolare tra spiritualità gesuitica e formazione del clero diocesano non si può non riconoscere che questa "esagerazione" sia entrata a far parte del lessico sacerdotale. Il mescolare la vita religiosa con quella secolare è stato un errore dovuto a questo passaggio storico, che si è trascinato per quasi quattro secoli. L'obbedienza per i gesuiti è strettamente legata alla gerarchia, secondo uno schema tipicamente marziale. Non è dunque difficile concludere che mano a mano che si sale nei gradini della gerarchia cattolica e più sia dovuta estrema obbedienza, anche al di là della ragionevolezza ("come un cadavere").

MA È SEMPRE STATO COSÌ?
Se si guarda un po' indietro nella storia stupisce trovare comportamenti da parte del basso clero e a volte di semplici fedeli nei confronti della gerarchia. Non parliamo di rivoluzionari alla Lutero ma di santi. San Pier Damiani così scriveva a proposito di papa Benedetto IX: "Sguazzante nell'immoralità, un diavolo venuto dall'Inferno travestito da prete, apostolo dell'Anticristo, saetta scoccata da Satana, verga di Asur, figliolo di Belial, puzza del mondo, vergogna dell'umanità". Eppure era il Romano Pontefice. Cosa avrebbero scritto Tornielli o Melloni all'epoca? Cosa direbbero di una donna come Santa Caterina da Siena che si rivolge al Pontefice come se fosse suo fratello quando scrive a Urbano VI: "Soltanto passando attraverso il crogiolo sarete quello che dovrete essere, il dolce vicario di Cristo in Terra!... Fate dunque tutto quello che è in vostro potere acciocché non veniate ad agire secondo la volontà degli uomini, piuttosto secondo la volontà di Dio che altro non chiede, e per lo quale motivo vi ha posto a sì tanto supremo vicariato. Ma voi avete bisogno dell'aiuto di Gesù Cristo Crocifisso e con voi i vescovi che sono chiamati a consigliarvi, perocché molti sono fra loro corrotti e neanco ferventi sacerdoti, liberatevi di costoro, ponete il vostro santo desiderio in Cristo Gesù, ripudiate i sollazzamenti del marciume della corruzione, abbiatelo a distinguere da questo: se non sapete soffrire, non siete degno! Voi fate le veci del dolce Cristo Gesù, e come Lui dovete desiderare soltanto il bene delle anime, dovete bere il calice dell'amarezza, dovete farvi dare il fiele. Oh quanto sarà beata l'anima vostra e mia che io vegga voi essere cominciatore di tanto bene".

QUALCOSA È ANDATO STORTO
Il fatto di provare un certo disagio leggendo queste parole è un nuovo indizio che qualcosa è andato storto. Se non possiamo sapere il parere dei vaticanisti moderni se fossero vissuti all'epoca, purtroppo non possiamo nemmeno sapere cosa direbbero oggi questi santi. Guardando l'oggi pare che all'epoca si parlasse di peccatucci da probande. Cosa direbbero leggendo le interviste di papa Francesco a Scalfari? Certo non potrebbero dire molto, sarebbero stati cacciati da conventi e congregazioni, forse avrebbero perso la vocazione o anche la Fede. O forse sarebbero stati santi lo stesso, chi lo sa.
Non si vuole demonizzare la Compagnia di Gesù, solo inquadrare il suo ruolo all'interno della Chiesa. Come tutte le istituzioni religiose, anche i gesuiti nascono da mani e mente umana e quindi con il bacillo del peccato originale. Non si può negare la grandiosa storia di santità che contraddistingue questa congregazione. Non si può però nemmeno nascondere il suo contributo perché, passo dopo passo, si è arrivati alle degenerazioni attuali. E' singolare: tutto parte dai gesuiti nel 1500, tutto pare racchiuso nelle mani di un gesuita pontefice degli anni '10 del 2000.
Bene: mettiamo insieme i pezzi. Dopo questa breve panoramica non possiamo dunque più stupirci se nessuno oppone resistenza al quotidiano sfacelo della Fede cattolica che sta avvenendo ormai da svariati decenni. Nessun cardinale parla. Qualche vescovo borbotta. Molti preti chiacchierano. Ma davanti ai microfoni tutti muti. Ci chiediamo spesso: perché? Il colpo da maestro di Satana: passare la rivoluzione attraverso l'obbedienza e la riverenza verso l'Autorità, il potere. Attraverso i secoli il demonio ha preparato anello dopo anello la grande e pesante catena che ora stringe la Chiesa quasi soffocandola. Sappiamo per certo che non ce la potrà fare, ma intanto la situazione non è ottimale. Si aspetta sempre di cadere più in basso e poi "qualcosa accadrà". Ma non succede mai niente. Abbiamo già superato il limite parecchie volte, non si capisce quale sia il punto ulteriormente più basso. Se la dottrina interessa pochi, paiono non spaventare nemmeno i costumi. In queste settimane si è abbattuta una bufera di dimensioni incredibili sulla Chiesa, come abbiamo avuto modo ampiamente di descrivere su Riscossa Cristiana. Ma non succede niente.
Papa Francesco si paragona a Cristo in croce circondato da accusatori che latrano come cani. Chiede silenzio e preghiera. Un silenzio che paradossalmente dovrebbe guarire l'omertà. Nemmeno davanti ai dettagli nauseabondi di queste bassezze umane il papismo viene scalfito. Tanti lettori scrivono indignati che il Papa è sempre il Papa, che è tutto un complotto per toglierlo di mezzo, che si manca di carità.

L'UNITÀ È SUBORDINATA ALLA VERITÀ
Già: perché poi tutto viene buttato nello spirituale, o meglio nello spiritualismo. Il legittimo giudizio razionale su un atto esterno compiuto da un'altra persona che ciascun essere umano può formulare davanti ad una determinata situazione, alla luce della Rivelazione e della Tradizione, è subito bollato come peccato. Il che è abbastanza curioso: i peccati veri vengono continuamente derubricati, per le seconde (terze, quarte, quinte...) nozze ci vuole tenerezza e discernimento, per i pederasti occorre preghiera e silenzio ma sulla critica alla gerarchia ci vuole un'ora di confessionale, lo scioglimento della scomunica e una penitenza maiuscola. Si pecca di carità, si vuole attentare all'unità della Chiesa, si monta in superbia ("chi sei tu per giudicare un vescovo o un Papa che come è noto, sono assistiti continuamente dallo Spirito Santo?"). Se non fosse stata per la penetrazione massiccia del "perinde ac cadaver" nei seminari, nel clero e nelle parrocchie a quest'ora non ci sarebbe bisogno di illustrare come l'unità sia subordinata alla verità e che per amore di questa non bisogna aver paura che "gli scandali avvengano".
Se lo dicono diversi lettori di Riscossa Cristiana si può ben immaginare cosa può succedere sulla pagina Facebook di padre Spadaro (SJ). Se voleste però capire a che livello è il fenomeno papista non perdetevi il sito dell'associazione nazionale dei Papaboys, dove è presente una sezione nominata "attacco al pontificato!" (manca l'H finale da bimbiminkia che ci starebbe proprio bene). Vi si leggono diverse perle del tipo: "Vi abbiamo già detto in numerose occasioni come alcuni 'corvi', 'gufi' e 'sfigati della fede' tentano, ormai in maniera quotidiana e virale, di attentare al Pontificato di Papa Francesco che cerca - quasi da solo contro tutti - di portare avanti una necessaria riforma per la Chiesa, che viene ostacolata però da numerose potenze, prima di tutto mediatiche, poi anche economiche e culturali".
È evidente che il sistema è stato buono e fruttuoso finché al vertice ci sono stati pontefici fedeli. Non si possono certo demonizzare i nostri vecchi di parrocchia che sono stati cresciuti da parroci alla don Camillo e che sanno a memoria il canto "Bianco Padre". Chi glielo spiega che Avvenire o Famiglia Cristiana non andrebbero più sostenuti perché da difensori della cattolicità sono diventati organi di stampa nemici della Chiesa? Chi spiega a coloro che cinquant'anni fa prendevano legnate sulla schiena dai comunisti per aiutare il parroco con l'Azione Cattolica che adesso, per dirla come il Peppone del film: "Reverendo qui si bara, i comunisti siamo noi"?.
Alla luce di questa breve riflessione non è difficile capire che non si sta parlando di un fungo nato ieri sera e che domattina morirà. Il terreno è preparato proprio affinché questi siano i frutti. Dio sa il perché.

Fonte: Riscossa Cristiana, 6 settembre 2018

4 - LA FUGA IN EGITTO DELLA SACRA FAMIGLIA NON ERA EMIGRAZIONE, MA LA PRIMA PERSECUZIONE ANTICRISTIANA
Rileggendo il Vangelo (quello vero), sfatiamo gli equivoci più in voga nel nostro tempo su Gesù, Giuseppe e Maria
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero, 10/12/2018

Dal 2013 [...] si rilancia l'idea della Sacra Famiglia come una famiglia di migranti. Con un evidente sottinteso politico. [...]
Ad Acquaviva delle fonti, in provincia di Bari, hanno realizzato un presepio (vedi foto) dove Giuseppe e Maria sono due migranti che stanno affogando in un mare di bottiglie e Gesù bambino (di colore) sta dentro un salvagente.
Ma è fondata questa idea del "Cristo Migrante"? La risposta è semplice: no. Il Vangelo racconta una storia del tutto diversa.

LA VERA STORIA
Intanto va detto che il popolo d'Israele, duemila anni fa, soffriva la dominazione romana ed era così forte l'anelito alla libertà e all'indipendenza che immaginava il Messia come liberatore politico del suo popolo dall'oppressione dello straniero.
I Romani imposero un censimento dei loro sudditi. Così anche Giuseppe e Maria partono da Nazaret (dove abitava Maria e dove, probabilmente, viveva anche Giuseppe) verso Betlemme, non come migranti verso una terra straniera, ma, come tutti gli ebrei del tempo, per espletare le pratiche del censimento.
Siccome Giuseppe - che era il capofamiglia e quindi il "rappresentante legale" - apparteneva alla tribù di Giuda, per la precisione al casato di re Davide - dovettero andare a Betlemme che era la città d'origine della sua famiglia.
Ciò significa che andando a Betlemme non emigrarono in una terra straniera, anzi, il contrario: Giuseppe tornò nella sua patria, nella quale egli era addirittura conosciuto come uomo di stirpe regale.
Anche se la discendenza davidica, nel corso dei secoli, era decaduta e Giuseppe faceva l'artigiano (diciamo che apparteneva al ceto medio di allora), formalmente poteva essere considerato un principe nella sua terra.
Probabilmente, a Betlemme, Giuseppe aveva ancora delle proprietà, un po' di terra, perché in seguito Egesippo, al tempo di Domiziano, testimonia che i parenti di Gesù sono ancora vivi e conosciuti e hanno dei campi che lavorano personalmente e che, secondo gli storici, dovevano trovarsi proprio nell' "ager Bethlemiticus".

L'ALBERGO
Il viaggio verso Betlemme, in carovana con altri, durò qualche giorno e fu molto faticoso perché Maria era al nono mese di gravidanza e all'arrivo a Betlemme già stavano cominciando i segni del parto imminente.
Il Vangelo di Luca ci dice che "non c'era posto per loro nell'albergo" (2,7). Ma cosa significa in questo caso la parola "albergo"? E perché "per loro"?
Non si tratta degli alberghi di oggi. Siccome Betlemme era un punto di passaggio delle carovane che scendevano in Egitto, lì si trovava, da tanto tempo, un luogo di sosta per tali carovane (appunto un caravanserraglio, in ebraico "geruth", foresteria) che era stato costruito da Chamaan, forse figlio di un amico di Davide.
Giuseppe Ricciotti, nella sua "Vita di Gesù Cristo" spiega che, all'arrivo di Maria e Giuseppe, "il piccolo villagio rigurgitava di gente, che si era alloggiata un po' dappertutto a cominciare dal caravanserraglio".
Il quale era "un mediocre spazio a cielo scoperto, recinto da un muro piuttosto alto" con "un portico di riparo" e con "le bestie che erano radunate in mezzo al cortile".
In quel frastuono di gente ammassata "si questionava d'affari e si pregava Dio, si cantava e si dormiva, si mangiava e si defecava".
Perciò quando l'evangelista dice che "non c'era posto per loro", bisogna intendere - spiega Ricciotti - che per le particolari condizioni di Maria, in procinto di partorire, non era un luogo adatto. Non c'era la riservatezza che era necessaria a una giovane partoriente.
Non si sa se Giuseppe poté cercare nelle case di amici e parenti (anch'esse piene di gente) o se - vista l'assoluta urgenza - decise velocemente di riparare nella solitudine di quel ricovero per animali che forse poteva trovarsi proprio nella terra di sua proprietà.
Anche quello era ovviamente un luogo sporco, ma se non altro era solitario, tranquillo e garantiva la riservatezza.

STABILITI A BETLEMME
Dopo il parto, fatto in condizioni di emergenza, Giuseppe poté trovare subito un alloggio e infatti la famiglia di Gesù si stabilì col bambino a Betlemme, che era appunto la città di Giuseppe e di Gesù, il quale, non a caso, da adulto verrà definito dalla gente "figlio di David", discendente di Re David (come le profezie dicevano del Messia). Gesù in effetti era anche lui di stirpe regale, era un principe del suo popolo.
Proprio questo scatenò Erode. Avendo saputo, nei mesi successivi alla sua nascita, dai Magi, che era venuto alla luce un potenziale pretendente al regno d'Israele e che era nato a Betlemme, Erode (idumeo per parte di padre e arabo per parte di madre) cercò di eliminarlo.
I Magi, che arrivarono a rintracciare Gesù alcuni mesi dopo la sua nascita (quindi in una abitazione di Betlemme, non più nella grotta), avevano lasciato al bambino oro incenso e mirra.
Quell'oro fu molto importante per la Sacra Famiglia che dovette sfuggire a Erode. Perché permise loro di andare in Egitto (che era sempre sotto i Romani) e lì stabilirsi finché non fosse morto Erode.

FUGA E RITORNO A CASA
Dunque: la fuga della Sacra Famiglia non era dovuta a volontà di emigrazione, ma alla prima persecuzione anticristiana.
Quindi, se proprio vogliamo ricordarli come profughi, bisognerebbe parlare degli odierni cristiani perseguitati più che degli attuali migranti, i quali, come si sa, sono mossi perlopiù da ragioni economiche e di lavoro. Eppure nessuno parla delle vicende della Sacra Famiglia rammentando i cristiani perseguitati di oggi come invece si dovrebbe.
In secondo luogo non era in corso una migrazione di massa verso una terra straniera. Né in Egitto c'erano campi profughi sovvenzionati e pagati dalle casse pubbliche dove si poteva stare a lungo.
In Egitto Giuseppe mantenne la famiglia svolgendo il proprio lavoro per alcuni mesi. Ma già l'anno successivo seppero della morte di Erode e così la famiglia di Gesù ritornò a casa, scegliendo stavolta Nazaret, il villaggio di Maria (dove probabilmente aveva abitato anche Giuseppe).
Lì vissero stabilmente e Gesù stesso esercitò il mestiere del padre fino all'inizio della sua vita pubblica. Dunque non si vede come si possa accostare la loro vicenda agli odierni flussi migratori di massa.

ULTIMO EQUIVOCO
C'è un ultimo equivoco da chiarire. Il prologo del Vangelo di san Giovanni dice: "il mondo fu fatto per mezzo di lui,/ eppure il mondo non lo riconobbe./ Venne fra la sua gente/ ma i suoi non l'hanno accolto".
Queste parole non si riferiscono a una mancata accoglienza di un inesistente "Gesù Migrante", ma alla mancata accoglienza del suo annuncio. Infatti Gesù morì crocifisso. Si riferisce cioè alla fede cristiana.
Gesù non venne nel mondo per sponsorizzare la caotica politica migratoria oggi auspicata dai globalisti, ma venne per annunciare che Dio si è fatto uomo ed è presente in mezzo a noi per sconfiggere il male e la morte.

Nota di BastaBugie: Massimo Viglione nell'articolo seguente dal titolo "Pensierino liberatorio per Natale" chiarisce una volta per tutte alcune questioni sulla Sacra Famiglia.
Ecco l'articolo completo pubblicato su Confederazione Triarii il novembre dicembre 2018:
Allora, chiariamo una volta per tutte:
1) Giuseppe e Maria e dovettero fuggire dalla loro patria per salvare Gesù appena nato, in quanto era già ricercato per essere ucciso: infatti, avvenne la strage degli innocenti;
2) Giuseppe partì solo perché così gli fu ordinato da un angelo;
3) Partirono loro tre, nel perfetto silenzio, da soli, perché realmente necessitati da motivazione suprema;
4) non chiesero aiuto a nessuno: non vi furono organizzazioni internazionali a portarli, non vi erano leggi o Stati dalla loro parte;
5) pertanto, non invasero nessuno, essendo in tre, nel silenzio, in umiltà, non rivendicando nulla, ma solo obbedendo;
6) Nessuno si arricchì per la loro fuga: né ong, né ONU, né parrocchie e Chiesa, né sindaci, né pariti, né movimenti, né mafia o criminalità organizzata;
7) Per Giuseppe e Maria questa fu una durissima prova, che vissero con perfetta abnegazione e obbedienza, ma in certissima sofferenza personale e familiare; se fosse dipeso da loro, mai e poi mai avrebbero lasciato casa e patria;
8) Infatti, non appena un angelo comunicò a Giuseppe la morte di Erode, e quindi la possibilità di tornare in patria, immediatamente tornarono in patria, nel silenzio così come erano venuti: per loro era la più grande gioia, poter tornare a casa;
9) Nel periodo che vissero in Egitto, lo fecero nel silenzio e nell'umiltà, vivendo del loro lavoro, non imponendo nulla a nessuno ma facendosi amare dalle persone straniere;
10) tornati a casa, vissero in preghiera, lavoro, silenzio e umiltà. E, ovviamente, nella carità. Se oggi sappiamo questa storia, è solo perché così ha voluto Colui che ha ispirato i Vangeli, al fine dell'insegnamento della pazienza, della sopportazione umile e silenziosa delle sofferenze personali, della valorizzazione del significato della croce. E per conforto a tutti coloro che realmente, senza colpa, sono costretti all'esilio.
Vi fu la "fuga in Egitto", non i "profughi in Egitto".
Se veramente si vuole aiutare chi è in difficoltà, basta fare come la Chiesa ha sempre fatto nei 19 secoli precedenti: donare aiuto e soccorso, portando sia Cristo e la Chiesa sia i beni materiali, senza pretendere, senza vantare, senza rivendicare, senza essere schiavi del mondo e delle sue ideologie sovversive, senza provocare invasioni delle nostre terre, senza arricchirsi, senza odiare gli europei. Chiunque strumentalizza il Vangelo per i suoi scopi, è indegno mentitore e servo delle forze nemiche della Cristianità e degli europei, italiani, in primis.

Fonte: Libero, 10/12/2018

5 - LA BELLA STORIA DEL CONFESSIONALE
Il confessionale fu ideato da san Carlo Borromeo ed era capace di tenere insieme visibilità pubblica e segretezza della confessione... nulla a che fare con la psicanalisi
Autore: Andrea Cionci - Fonte: Il Timone, novembre 2018 (n. 178)

Il gesto pio e paziente dell'anziano sacerdote, i suoi occhi bassi, la fiduciosa devozione della giovinetta, un raggio di luce proveniente dall'alto... L'incantevole capolavoro di Giuseppe Molteni "La confessione", del 1838, trasmette la perfetta atmosfera di raccoglimento spirituale che dovrebbe permeare il sacramento della Riconciliazione. Tuttavia, l'opera costituisce anche un monumento al più antico, significativo e geniale strumento di conforto mai concepito al mondo. Parliamo dell'antico confessionale, pensato e voluto da San Carlo Borromeo, il cui principio di vita, non a caso, era che l'ordine interiore si raggiungesse attraverso l'ordine esteriore.
Fu lui, il cardinale nipote di Pio IV, ultimo papa del Concilio di Trento, che nelle sue "Istruzioni intorno alla Fabbrica ed alla suppellettile ecclesiastica", del 1577, diede precise indicazioni su come dovessero essere costruiti i primi confessionali. Si trattò della più efficace risposta alle critiche mosse da Lutero verso questo sacramento, che si svolgeva prima d'allora direttamente in casa del sacerdote, senza alcuna cautela.

LA GRATA E L'INGINOCCHIATOIO
I criteri emanati da San Carlo racchiudono, oltre a elevate intuizioni di natura spirituale, anche una serie di avanzatissimi accorgimenti di ordine sanitario e psicologico che riempiono di stupore. Innanzitutto, la struttura del confessionale consente di evitare ogni promiscuità fra il prete e la persona che si confessa. La visibilità esterna dell'intero corpo del penitente inginocchiato, il collocamento pubblico della cabina mettono al riparo non solo da ogni tentazione, ma anche da qualsiasi sospetto o maldicenza. La schermatura poi, aveva un po' la stessa funzione dei vetri che oggi, negli uffici, separano il pubblico dagli impiegati. Si trattava di un'intelligente protezione dalle malattie (specialmente dal contagio della peste) che anticipava di almeno tre secoli le scoperte della medicina. Il Borromeo aveva poi proibito di inserire nel confessionale cassette per le offerte, proprio perché fosse chiaro che l'assoluzione non poteva essere "comprata" con una donazione. Il doppio inginocchiatoio, oltre a donare simmetria armonica al mobile, rende possibile che i fedeli possano alternarsi a destra e a sinistra mostrando a tutta la navata se il posto è libero e facendo sì che la postura del sacerdote non permanga a lungo rivolta solo da una parte. Lo sportellino interno evita che il penitente in attesa possa percepire la confessione dell'altro e, mentre attende il suo turno, inginocchiato, può meditare per ricordare i suoi peccati. Vi è poi, soprattutto, la genialità dell'istituzione della grata che consente l'atto rituale di liberare la propria coscienza in un soffio di parole, "spifferando" il male compiuto all'orecchio del sacerdote, senza vederlo e senza farsi da lui vedere. Quanti rossori, quante lacrime hanno celato, per secoli, quelle grate d'ottone traforate a mano da antichi artigiani. Quanta libertà è stata concessa al penitente nel poter rivelare a un sacerdote, più o meno conosciuto, i propri peccati.

CONFESSIONE E PSICANALISI
Se il grande esegeta cattolico Gilbert Keith Chesterton scriveva: "La psicoanalisi è una confessione senza assoluzione", Carl Gustav Jung, fondatore della psicologia analitica, confermava che "i primordi di ogni trattamento analitico della psiche vanno ricercati nella confessione religiosa". Ovviamente si tratta di due mondi diversi, ma accomunati dal venire incontro a un'esigenza comune, la ricerca della pace interiore. Papa Benedetto XVI raccomandava: "Il prete non è uno psicologo dell'anima in quanto la psicologia è portata a giustificare e cercare attenuanti, mentre il senso di colpa resta". A tal proposito, mezzo secolo fa, il sacerdote-psichiatra Giambattista Torellò scrisse un libro intitolato "Psicanalisi e/o Confessione" (Ares 2007) che offre una visione chiara, sintetica ed equilibrata dei rapporti tra psicanalisi, confessione e direzione spirituale. Comunque sia, è un fatto che secoli prima che si cominciasse solamente a immaginare la psicoterapia, la Chiesa cattolica già offriva "un servizio d'ascolto" istituzionalizzato e materialmente strutturato per milioni di persone. Non sappiamo piuttosto se, nel mondo della psicoterapia, si sia mai sperimentata una soluzione tecnica cosi avanzata come quella della grata del confessionale, magari nell'ottica di assicurare maggiore libertà e comfort emotivo all'assistito attraverso il completo anonimato. Dopotutto, una delle resistenze più difficili da superare per il paziente è proprio quella di liberarsi completamente e senza vergogne di fronte al terapeuta (probabilmente, offrire lo stesso anonimato garantito dal sacramento cattolico non è praticabile, in quanto la psicoterapia non è un servizio gratuito). Chissà se San Carlo avesse intuito, già cinque secoli fa, quello di cui si occupano nello specifico alcune discipline recenti, ovvero lo studio del linguaggio più o meno volontario che esprimono gli occhi e la posizione del corpo. In una confessione vis-à-vis, questi segnali potrebbero sfuggire anche al più controllato dei confessori, veicolando una quantità di messaggi involontari e magari incutendo soggezione o vergogna al penitente.

UN COMPENDIO DI VISIBILITÀ E SEGRETEZZA
La grata costringe quindi il sacerdote e il fedele a una comunicazione intensa, priva della mimica facciale e della gestualità (se non quella ampia e riconoscibile del segno della croce). Questo tipo di comunicazione esclusivamente uditiva richiede maggiore concentrazione e impegno: lo dimostra il fatto che oggi le persone preferiscono molto più chattare sui social o mandarsi email piuttosto che parlare al telefono. Il confessionale è, dunque, un oggetto in cui convivono principi e tendenze del tutto contrapposti: esso garantisce il massimo della visibilità pubblica e il massimo della segretezza, la comunicazione più sincera e il maggiore distacco fisico. Del resto, il cristianesimo è la religione dell'et-et: gli opposti sono compossibili, come si conviene alla religione del vero Dio e vero Uomo. Tuttavia, nonostante il grande risalto dato alla confessione durante il Giubileo del 2000, già San Giovanni Paolo II si addolorava del fatto che sempre più credenti abbandonassero il sacramento per chiedere perdono dei peccati direttamente a Dio, secondo l'uso protestante. Per alcuni, questo progressivo abbandono è da porre in relazione anche al fatto che, dopo il Concilio Vaticano II, per asseriti motivi pastorali, si è instaurata una prassi che permette al confessore e al penitente di guardarsi in faccia. L'avvicinarsi al sacramento comporterebbe così maggiore vergogna e ritrosia tra i fedeli, tanto dallo scoraggiarne la pratica. Eppure, ancor oggi, secondo il Codice di diritto canonico, il sacramento deve celebrarsi in confessionali che si trovino "sempre in un luogo aperto, provvisti di una grata fissa tra il penitente e il confessore, cosicché i fedeli che lo desiderano possano liberamente servirsene". Inoltre, il Codice stabilisce che "non si ricevano le confessioni fuori del confessionale, se non per giusta causa".

Fonte: Il Timone, novembre 2018 (n. 178)

6 - TUO FIGLIO APPARTIENE ALL'IPHONE GENERATION... ECCO PERCHE' NON LO CAPISCI
Non si ribella troppo, non scalpita per la patente, ma non ha nemmeno grandi aspirazioni... non fa tardi, né si ubriaca, ma passa ore chiuso in stanza a ''vivere'' online
Autore: Benedetta Frigerio - Fonte: Il Timone, novembre 2018 (n. 178)

"Non sappiamo che cosa sia la vita senza un iPad o un iPhone... A volte penso che vogliamo più bene allo smartphone che alle persone"; "I genitori vogliono qualcosa da te... e se tu cerchi di spiegargli: sto giocando online... loro non capiscono"; "Alla mia generazione non piace più socializzare... ci si scrive sul telefono e ognuno resta a casa propria"; "i libri sono noiosi"; "la mia vita non è molto utile". "È sempre meglio evitare i confronti diretti... è rischioso".
Non serve arrivare ad affermazioni tali per riconoscervi i tratti di un figlio adolescente, per cui magari vi siete domandati come mai pare ancora un bambino solo che è già cinico. Un figlio che forse non si ribella troppo, ma che non ha nemmeno grandi aspirazioni, che non fa tardi né si ubriaca, ma che passa ore chiuso in stanza a vivere la vita online. Magari vi siete chiesti come mai sia sempre stanco, non scalpiti per avere la patente, faticando a capire che no, non si può lasciare che ognuno erga a diritto ogni suo capriccio. Beh, se è così, c'è chi si è domandato lo stesso trovando una spiegazione per cui ha battezzato la nuova generazione dei nati fra il 1995 e il 2012 iGen, ossia iPhone Generation. Lei è Jean m. Twenge, docente di psicologia alla San Diego University, che in "iGen", libro uscito nel 2017 è già tradotto in diverse lingue (in italiano "Iperconnessi") dettaglia le ragioni di un mutamento antropologico senza precedenti.

I NUMERI DI UNA DIPENDENZA
Studiando i nuovi dati relativi a 11 milioni di americani contenuti in ricerche governative che da mezzo secolo registrano le differenze generazionali dei cittadini, Twenge si è accorta che, se fino ad ora nella storia i cambiamenti culturali erano lenti e partivano da una cerchia ristretta di giovani, dal 2012 le alterazioni comportamentali ed emotive della massa sono mutate improvvisamente con grafici che si impennano bruscamente: "Non avevo mai osservato niente del genere", spiega. E il libro dimostra che solo una può essere la causa: nel 2011 cominciava la diffusione massiccia dei cellulari con circa il 98% degli adolescenti iscritti ai social. Tutto ciò ha causato qualcosa di nuovo, non più il cambiamento delle mode o del modo, giusto o sbagliato, di esprimere il proprio desiderio giovanile, ma il suo annichilimento: tra il 2012 e il 2015, ad esempio, vi è un calo drastico dei rapporti sessuali e non per motivi etici ma perché agli adolescenti non interessano più, per via della pornografia, ma non solo. Anche il numero dei maggiorenni senza patente si è alzato, un quarto di loro preferisce farsi scarrozzare dai genitori.
Non si pensi ad un fenomeno solo a stelle e strisce, come ha spiegato sul Qn il 30 dicembre scorso Augusto Biasini, già primario dell'ospedale Bufalini di Cesena: "Vediamo anche noi in misura sempre crescente la dipendenza da cellulare". Biasini ha curato anche bambini dai 10 anni in poi che "non riuscivano a staccarsi dal display", spiegando che "sono più depressi, vulnerabili psicologicamente, degli estranei anche per i loro genitori... Il numero dei ragazzi che mantiene l'abitudine di uscire con gli amici è calato del 40%. Sono meno interessati ai corteggiamenti e alle relazioni con l'altro sesso". Ma i dati americani di "Monitoring the Future" rilevano che gli studenti di prima superiore che passano 10 ore o più settimanali sui social hanno il 56% di possibilità in più di essere infelici (se le ore sono 6 si passa al 47), mostrando che non è la depressione a causare l'uso massiccio di internet ma che questa è impennata come conseguenza del suo utilizzo. Al contrario, spiegano i ricercatori della Florida State University, fra i teenager che vivono una vita sociale e sportiva la percentuale dei sintomi depressivi decresce ampiamente. Infine, fra il 2011 e il 2015 è aumentato del 31% il numero degli adolescenti che dicono di sentirsi soli: "è un cambiamento colossale in appena quattro anni", commenta l'autrice. Non serve però arrivare alla depressione patologica per accorgersi delle immense fragilità di una generazione che rispetto al 2009 ha il 64% in più di probabilità di avere qualche problema emotivo, mentre l'insonnia dal 2011 al 2015 è cresciuta del 22% fra i teenager per via dell'uso notturno dei cellulari: i ricercatori della Korea University di Seul hanno notato l'incremento di GABA, (uno dei più importanti neurotrasmettitori) che può causare ansia, insonnia e sfinimento, al crescere dell'utilizzo della tecnologia.

CAMBIA IL CERVELLO
Un'altra conseguenza dell'uso degli smartphone è la stupidità: Lamberto Maffei, emerito di Neuroscienze alla Normale di Pisa, ha dimostrato che la struttura neuronale del cervello sta mutando per via dei media digitali: la riflessione e l'apprendimento vengono meno, perché i neuroni del pensiero lento si spengono in favore dell'istintualità. E che fatichino a ragionare e leggere testi lunghi sono gli stessi iGen a confessarlo. Nel 2005 un 17enne su 3 dichiarava di non aver letto nemmeno un libro perché "facciamo fatica". Il dramma è che al posto loro non ci sono le informazioni reperite online ma ore passate a guardare video idioti (bambini che cadono, galline danzanti, gatti che fanno cose buffe). Una copertina del New Scientist del 2014 parlava dell'incremento della stupidità, misurando i quozienti intellettivi, con risultati sconcertanti: dagli anni '50 (diffusione della tv) ad oggi la media del Qi è scesa del 10%.
Di fronte a tale debolezza è chiaro che il potere si lecca i baffi. Claire Fox, scrittrice liberale, ha raccontato i pianti degli universitari davanti alle sue idee, battezzando la iGen "generazione fiocco di neve", per cui nelle università americane si stanno diffondendo i cosiddetti "spazi protetti", dove chi si sente offeso dal commento di un relatore può correre a farsi consolare. Gli studenti di fronte ad opinioni politicamente scorrette strillano come bambini, diventano violenti per paura di essere tolti della loro bambagia. Edward Scholosser, professore progressista, si è detto spaventato dai suoi studenti progressisti che passano così tanto tempo connessi da convincersi che le parole siano pericolosissime e che odiano l'autonomia: gli iscritti a Yale vogliono, ad esempio, che il college somigli ad un asilo dove le istituzioni dirimano anche i più piccoli conflitti. La scrittrice Hanna Rosin ha collegato tutto ciò al bisogno di sicurezza che sta soffocando quello di fare esperienze dirette, con un'infanzia "sterilizzata" che non conosce "le ginocchia sbucciate" (il gioco all'aria aperta è ormai prescritto dai pediatri Usa). Anche l'omologazione non è mai stata tale: difficile trovare in "iGen" un giovane, anche fosse un cristiano praticante, la cui chiesa (cattolica o protestante) chiarisca l'errore di questa visione, che non pensi che l'uguaglianza significhi dare diritti a chi li vuole perché "love is love".

IL POTERE DELLA DOPAMINA
Si capisce ora perché Steve Jobs, così come Bill Gates, abbiano ristretto al minimo l'uso della tecnologia dei loro figli, insieme ad altri leader della Silicon Valley (un sondaggio del 2017 parla di 907 famiglie su queste posizioni): Chris Anderson della 3D Robotics ha dichiarato che sebbene i figli si lamentino, visti "i danni della tecnologia sulla mia pelle non voglio che capiti anche a loro". Alex Constantinople, della OutCast Agency, spiega che i suoi figli hanno solo 30 minuti al giorno di accesso ai media. Pierre Laurent, che ha lavorato per Microsoft e Intel, ha detto alla Cbs News: "Non credo che i genitori ne siano consapevoli, non vedono le conseguenze" perché "non ci sono avvertimenti sul prodotto". Per questo l'ex vicepresidente di Facebook, Chamath Palihapitiya, ha confessato: "Abbiamo creato un sistema di gratificazione a breve termine di like e di feedback guidato dalla dopamina, che sta distruggendo il modo normale in cui la società funziona... quello che dico non è un problema solo americano... ha a che fare con tutto il mondo". Così ai suoi figli "non è permesso usare questa schifezza". Ecco perché i leader della tecnologia hanno creato scuole hi-tec free, facendo pensare ad una cerchia ristretta (i figli di questi milionari) che crescerà più intelligente e libera di una massa facilmente plagiabile.
Ma perché la tecnologia genera una tale dipendenza da far crescere persone impazienti e incapaci di sopportare i "no" e le frustrazioni? Lo spiega Simon Sinek, noto consulente di leadership delle aziende Usa: "La dopamina è il neurotrasmettitore che ha funzioni specifiche di controllo sulla sensazione di piacere... ogni volta che il cervello è stimolato da fattori esterni di piacere o di ricompensa (come i like su Facebook o una notifica) la dopamina viene rilasciata... Ecco perché siamo così dipendenti dalle tecnologie" che fanno "fuggire dalla realtà". Ma questa sudditanza perfetta di una popolazione, che in cambio di piaceri istantanei e di un benessere solo apparente si trova priva di desiderio e libertà, non piace innanzitutto agli iGen che dicono di non essere felici pur non sapendo come uscirne. La soluzione di Twenge, come quella dei leader delle aziende citate, è drastica: evitare più a lungo possibile di regalare il telefonino ai figli, sostituendolo se mai a quelli in cui si può solo chiamare, di non iscriversi ai social o altrimenti di farlo dai computer di casa (ci sono App che ne limitano l'uso), partendo dagli adulti che spesso sono i primi ad abusare dei cellulari con cui dormono e mangiano, propinandoli ai figli perché non disturbino.
Impossibile? Quest'anno il Liceo San Benedetto di Piacenza ha deciso di installare la "Yondr", un sistema di sicurezza per impedire l'uso di internet, con l'esito di un maggior benessere per gli studenti. Il preside ha dichiarato che "il senso più profondo di questa novità è proprio aiutare gli studenti a togliere gli occhi dal display per alzarli al cielo, ad andare metaforicamente oltre, verso qualcosa di più elevato... li aiuteremo nel tempo a capire questa scelta a guardare appunto alle stelle". Un po' come spiega Sinek: "Se non hai il telefono ti puoi anche godere il mondo ed è così che arrivano le idee... quando la mente divaga... questa è innovazione, ma ci stiamo privando di tutti questi piccoli momenti... abbiamo la responsabilità di riparare questo danno".

Fonte: Il Timone, novembre 2018 (n. 178)

7 - MORTO MARIO PAOLO ROCCHI, IDEATORE DEL PROGETTO GEMMA CHE HA COMBATTUTO L'ABORTO
A Firenze, dove Emma Bonino praticava aborti illegali a migliaia, Mario Paolo Rocchi nel 1975 fu tra i fondatori del primo Centro di Aiuto alla vita e del conseguente sorgere del Movimento per la Vita di Francesco Migliori
Autore: Marisa Orecchia - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 24-12-2018

Mario Paolo Rocchi è morto la sera del 21 dicembre nella sua casa di Firenze, dopo una vita trascorsa nel segno dell'impegno e della lotta a favore della dignità e della vita  dei bambini concepiti. Lascia un gran vuoto e una folla di ricordi in chi lo ha conosciuto ed ha avuto il dono della sua amicizia.
Pro life della prima ora, fu tra coloro che negli anni '70 mentre le forze radicali e il femminismo premevano con ogni mezzo per introdurre l'aborto legale nel nostro Paese, videro con chiarezza la profonda ingiustizia dell'aborto e la gravità del vulnus  che con la  sua legalizzazione sarebbe stato inferto  allo Stato di diritto e all'umana convivenza.

L'IDEATORE DEL PROGETTO GEMMA
Nella sua Firenze, dove Emma Bonino praticava aborti a migliaia con la pompa da bicicletta sotto  la sigla del CISA, Mario Paolo Rocchi fu tra i fondatori, nel 1975, del primo Centro di Aiuto alla vita, nella convinzione profonda  che la vita non si uccide neppure di fronte alle avversità  più gravi. Il sorgere del Movimento per la Vita lo vide tra i protagonisti di quella stagione gloriosa che, sotto la presidenza di Francesco Migliori, attivò iniziative  volte a contrastare l'iter parlamentare della legge abortista  e a promuovere, con la nascita dei Centri di aiuto alla vita, la consapevolezza che occorreva non disarmare, neppure in caso di vittoria abortista, ma restare sulla breccia per ricostruire la civiltà della vita.
A Mario Paolo Rocchi e al suo radicato e pertinace rispetto per il concepito, unito alla sua capacità di dar forma e architettura ad un'idea, si deve l'invenzione di Progetto Gemma - adozione prenatale a distanza, che ha permesso di vedere la luce a migliaia di bambini  sostenendone economicamente le  mamme che avrebbero altrimenti abortito. Gemma, perché così si chiamano le cose preziose al pari dei teneri virgulti, ugualmente preziosi, come puntualizzò Mario Paolo. Presentato nel corso di una conferenza stampa, a Milano, venne poi portato a Mesero, alla tomba di Gianna Beretta Molla, da poco proclamata Beata e a lei affidato.
Non solo a forze e iniziative umane, ma anche e soprattutto alla preghiera si affidava Mario Paolo, tanto che fu tra coloro che  pensarono di  sostenere  i concepiti, oltre che con l'aiuto  economico del Progetto Gemma, anche con la preghiera, dando vita  all'associazione privata di fedeli "Progetto Gemma", per la contemplazione e l'adorazione di Gesù concepito,  della quale fu fin dall'inizio vice presidente.

RIGORE, COERENZA E RISPETTO DELLA VERITÀ
Vennero poi i giorni della divisione quando, durante il lungo e travagliato iter  della legge 40  sulla fecondazione artificiale, il Movimento per la vita rinunciò a difendere la vita dei concepiti scegliendo il male minore, facendosi  cioè promotore e  sostenitore di un progetto di legge che consentiva la fecondazione in vitro purché omologa. Furono anni di duro confronto in seno al Movimento per la vita tra la maggioranza che sosteneva la linea compromissoria della presidenza e una minoranza in cui Mario Paolo Rocchi si collocava con il rigore, la coerenza di sempre e la forza della verità. Furono anni di ostracismo e censure dai quali si uscì infine con la  fondazione del Comitato Verità e Vita, un luogo  dove poter proclamare la verità tutta intera, senza equilibrismi politici e  senza tema di scomuniche. Per dieci anni Rocchi ne fu vice presidente. Oggi noi che  rimaniamo qui a combattere la buona battaglia, con le nostre piccole forze e le nostre povere armi, contro una cultura sempre più agguerrita e pervasiva, perdiamo indubbiamente  con Mario Paolo un punto di riferimento e un aiuto. Abbiamo  però la gioiosa speranza che lui e quanti ci hanno già lasciato, sono ancora al nostro fianco.

Nota di BastaBugie: eravamo amici di Mario Paolo Rocchi e da sempre abbiamo dato conto della drammatica deriva del Movimento per la vita. Per approfondire si possono leggere le decine di articoli che abbiamo pubblicato negli anni: clicca qui!

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 24-12-2018

8 - LETTERE ALLA REDAZIONE: IN DIFESA DI RED LAND, IL FILM CHE MOSTRA LE ATROCITA' SUBITE DAGLI ITALIANI NELLE FOIBE
Ci scrive il presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie, 19 dicembre 2018

Cari Amici di BastaBugie,
Sono un vostro affezionato lettore e sono nato in un insediamento di profughi giuliano-dalmati a Roma alla fine degli anni '50.
Sono il presidente della Federazione delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati, che rappresenta centinaia di migliaia di persone esuli di prima generazione e delle generazioni successive.
I miei genitori erano entrambi esuli, così come quelli di mia moglie, sbattuti dalle vicende storiche non in Italia ma negli U.S.A. Famiglie polverizzate, affetti disintegrati, prospettive annichilite. Questo è stata la tragedia dell'Adriatico orientale del secondo dopoguerra.
Le condizioni di vita degli esuli erano terribili ed hanno condizionato, così come le motivazioni che le causarono, almeno tre generazioni di persone. Ancora oggi, molta della nostra gente risente della violenza subita sulla propria pelle. Ma se quella fisica ha una facile collocazione morale, quella psicologica, verbale, discriminatoria, tesa all'oblio, ecc., è molto più subdola e, per ora, non ci risulta sia morta.
Se non sono diventato un criminale vivendo nell'emarginazione che mi ha accompagnato fino a qualche decennio fa, è perché ho incontrato Gesù nella mia vita, annunciatomi dentro la mia famiglia, perseguitata nella Terra natale non solo perché italiana, ma perché fermamente, radicalmente e fieramente credente.
La prospettiva di una vita vissuta alla ricerca di un'educazione alla fede ha consentito una risposta al vuoto esistenziale derivato non solo dallo sradicamento identitario, ma, peggio, dalla non esistenza, in quanto "se siete venuti via non eravate tanto ok", in fin dei conti perché "operai e casalinghe, agricoltori e pescatori avrebbero dovuto andarsene dal paradiso del proletariato?". La risposta semplice e diretta non è mai stata accettata, né considerata possibile o, peggio, veritiera: "se non puoi più parlare la tua lingua, se non puoi più professare la tua religione, se non puoi più esprimere il tuo pensiero, cosa resta?".
Nel lungo esodo, cominciato a ridosso della guerra e conclusosi a metà degli anni '60 (!), molti di noi hanno visto insorgere una coscienza volta alla testimonianza e, ancor prima, alla divulgazione umile e laboriosa di una storia mai raccontata, affinché ciò che è stato patito non avvenisse mai più. Ma senza conoscenza del passato è difficile non ricadere negli errori che l'hanno contraddistinto.
A fatica, nel 2004, è stata promulgata una legge per fare memoria di quegli eventi. Ad oggi, perché quella legge venga rispettata, le nostre associazioni sollecitano classi politiche ed istituzionali distratte, sempre attente al 'prossimo problema' o a quello di maggior convenienza al quale prestare attenzione.
Non abbiamo senatori a vita tra la nostra gente, nonostante ci siano figure più che degne, con famiglie sterminate eppure desiderose di trasferire sempre i concetti di pace e speranza che da sempre hanno costituito il nostro popolo.
Non abbiamo a nostro favore la sensibilità delle élite intellettuali, troppo impegnate a tarare unilateralmente i propri strumenti che inneggiano a pace e giustizia sociale senza curarsi di coloro che furono profughi/rifugiati/esiliati in patria.
Non abbiamo nemmeno la sensibilità dello Stato, che ha pagato il suo debito di guerra nei confronti della Jugoslavia, aggredita, depredando i beni costruiti in generazioni da gente autoctona e che viveva pacificamente l'Istria e la Dalmazia, tralasciando, poi, Trattati internazionali che obbligherebbero, oggi, a saldare il dovuto.
Abbiamo impiegato 70 anni per realizzare un film che tenti di far comprendere al mondo che cosa sia successo. Ci siamo riusciti solo in parte. Red Land sembra che racconti un episodio a sé stante, non organico e, soprattutto, diffuso DOPO la fine della guerra. Talmente diffuso che solo oggi, 2018, siamo riusciti a riesumare le spoglie del senatore Riccardo Gigante, fucilato presso Fiume-Rijeka in tempo di pace e seppellito in una fossa comune.
La violenza raccontata in Red Land ha causato vittime senza processo, nella stragrande maggioranza dei casi persone trucidate senza colpa, per le quali, oggi, stiamo cercando di realizzare atti di umana pietà, semplici eppure complicatissimi, come la predisposizione di lapidi multilingue in luoghi ancora nascosti e che, nell'oblio, custodiscono resti che non vengono ristorati nemmeno da una preghiera.
Realizzare quel film è stata un'impresa.
Ricordo lo sguardo snob, altezzoso e schifato di quando andammo, insieme alla Produzione, sette anni or sono a cercare fondi alla Commissione per la cinematografia del Ministero dei Beni Culturali: "questa storia non è interessante". Mi ricordo quel giorno e lo ricordo come un'ennesima umiliazione.
Chissà, se si fosse trattato di raccontare di una vicenda alla Risiera di San Sabba (quando era ancora campo di sterminio e non centro di raccolta profughi, come fu ed operò fino agli anni '60), avremmo avuto più fortuna.
Il copione di Red Land è stato letto e riletto decine di volte.
Il dibattito su come finire il film è stato argomento di appassionate discussioni tra la Produzione ed il nostro mondo. Che fare? Chiudere con un pugno nello stomaco, come quello che permane, oggi, in chi ancora non si vede adeguatamente ripagato per tutto ciò che ha patito e far comprendere tale disagio a chi guarda, oppure chiudere in maniera annacquata, in un modo tale per cui, dopo il grande cataclisma, la vita ricomincia e la speranza non muore mai?
Finire senza un accenno alla speranza era il modo per lasciare inquieto lo spettatore attento. E quello ancor più attento non avrebbe potuto non porsi una domanda.
Per quanto ci riguarda, noi, popolo che deriva da una terra martoriata fin dal trattato di Campoformio, la speranza è stata rappresentata dai volti e dalle mani di quelle poche persone che nella storia ci hanno riconosciuto. La speranza ultima, per noi, è stata la fede che ci è stata tramandata dai nostri padri, vissuta non in maniera bigotta, ma talmente radicata nel tessuto da dover essere estirpata da un'ideologia che non ne ammetteva la possibilità. Fossimo rimasti tutti nelle città dalla quale hanno perseguitato le nostre famiglie, l'Europa avrebbe avuto un'altra Polonia.
Avete idea a quante persone abbiamo tenuto la mano nella loro ultima ora e quanti di questi, andandosene, invocavano la loro Terra, chiedendo una giustizia umana mai assaporata in vita? Avete idea quante di queste persone sradicate, umanamente travolte, eppure dalla schiena dritta, in punto di morte non abbiano mai rinnegato la speranza?
La speranza è endemica nella storia del nostro popolo. Così come lo è la prospettiva. Se non fosse così non saremmo qui, dopo più di 70 anni, a chiedere con insistenza che ci vengano riconosciuti tutti quei diritti ampiamente a noi negati, ma dei quali non si pensa minimamente di privare non dico altre tipologie umane, ma gli animali!
La scelta artistica è stata quella di chiudere un film cercando di suscitare un senso di disagio nello spettatore. Un senso che rimandasse a quanto, oggi (non ieri), patito per diritti che a fatica si cerca di far emergere tra un'emergenza ed una finanziaria, tra un terremoto ed un carosello di bassa politica.
Voi avete colto la mancanza di una simile speranza ed infatti avreste auspicato che il film terminasse in maniera diversa. Eppure quel film non è ancora terminato e continua nella nostra vita, nella nostra testimonianza, nella nostra speranza che non muore perché siamo convinti che, alla fine, la giustizia trionfa.
Un'ultima chiosa.
Giustamente nella Vostra recensione citate un grande personaggio, il beato Carlo d'Austria: "un esempio per noi tutti, soprattutto per quelli che oggi hanno in Europa la responsabilità politica", come disse di lui San Giovanni Paolo II.
La Grazia divina soffia dove vuole e ha soffiato sulla casa d'Austria, la stessa che, con Francesco Giuseppe, immediato predecessore di Carlo, il 12 novembre 1866 statuì l'odio verso l'etnia italiana-italofona di Istria e Dalmazia, insediati colà da prima della Seconda Guerra Punica. In quel giorno, nel Consiglio della Corona di Austria ed Ungheria, venne stabilito che: "Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l'influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici [la Pubblica Amministrazione, diremmo oggi, n.d.r], giudiziari [la Magistratura, diremmo oggi, n.d.r], dei maestri [l'Istruzione, diremmo oggi, n.d.r] come pure con l'influenza della stampa [i media, diremmo oggi, n.d.r], si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale [Istria e Fiume, n.d.r.] per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno".
Forse Carlo d'Austria è stato beatificato proprio perché nella sua vita ha ripudiato questo modo di fare politica. Eppure, fu proprio quell'odio, scatenato dalla famiglia alla quale Carlo apparteneva, che alimentò la violenza, continuata sia dopo la Prima guerra mondiale (prima ancora dell'avvento del fascismo), che durante e dopo la Seconda guerra mondiale, in tempo di pace, come se si trattasse di giocare, dal vero, a Risiko, in una regione delicata e da sempre popolata da gente pacifica e laboriosa.
Antonio Ballarin
Presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati

Caro Antonio,
volevo ringraziarla per la sua mail che mi ha fatto estremamente piacere per due motivi. Il primo è perché sono contento che si definisca un nostro "affezionato lettore". Sono certo che lei sia d'accordo con il nostro impegno contro tutte le ideologie, tra cui non può mancare il comunismo che tanti danni ha fatto in Italia, in Europa e nel mondo. Il secondo motivo di soddisfazione è che lei mi conferma con le sue parole che abbiamo fatto bene a rilanciare con tutta evidenza nel nostro sito (per la precisione: come primo articolo dell'edizione n.587 del 28 novembre 2018) il film "Red Land - Rosso Istria". Era un vero peccato che passasse sotto silenzio (in pochi ne hanno parlato) una pellicola che ha il merito di far capire al grande pubblico la grave situazione in Istria ai tempi dei comunisti di Tito che hanno cancellato la presenza italiana da quei territori. Per questo abbiamo rilanciato volentieri l'articolo della nostra amica Giulia Tanel che elogiava tale film. Anche noi della redazione siamo riusciti a vedere una delle rare proiezioni in un cinema a noi vicino (che lo proiettava nella sala secondaria solo lunedì e martedì!) e non abbiamo potuto fare a meno di scrivere una nota di commento a tale articolo mettendo in evidenza sia i pregi, che i difetti di tale pellicola. Ovviamente i difetti li abbiamo scritti non per denigrare lo sforzo che sta a monte di tale lavoro, ma per mettere in luce i difetti che ogni lavoro umano ha. Abbiamo infatti scritto che il film ha "il pregio di essere ben fatto e non noioso, nonostante la durata di ben due ore e mezzo" per poi concludere che è "consigliabile il farlo vedere ai giovani" per esempio a scuola o in parrocchia... "per insegnar loro cosa è successo in Istria agli italiani che sono stati barbaramente eliminati nelle foibe dai comunisti di Tito".
Insomma penso che le sue interessanti argomentazioni siano utili per integrare i nostri brevi pensieri sul film.
Semmai se proprio su una cosa non sono d'accordo con lei è l'ultima parte della mail in cui critica Francesco Giuseppe. Beh, almeno su questo mi permetto di dire che è incredibile la tesi che, in quanto Asburgo-Lorena, odiasse gli italiani e che, imitando lui, i comunisti slavi avrebbero perseguitato gli istriani italiani.
È vero il contrario. I nazionalisti italiani scatenarono contro l'Imperatore Francesco Giuseppe ben 4 guerre d'aggressione, le cosiddette guerre d'indipendenza risorgimentali. Nella prima guerra, quella del 1848-49, era appena asceso al trono. Nella seconda, quella del 1859-60 gli fu strappata la Lombardia, e nella terza, quella del 1866, il Veneto. Morì mentre cercava di difendersi dalla quarta aggressione, la famigerata Prima Guerra Mondiale, che ebbe come conseguenza l'esilio della famiglia imperiale e lo smembramento dell'Impero.
Tra la terza e la quarta guerra, addirittura, un terrorista italiano, Luigi Lucheni, uccise la moglie indifesa di Francesco Giuseppe, la celebre Imperatrice Sissi.
Alla notizia dell'assassinio della moglie, Francesco Giuseppe esclamò: "Nulla mi è stato risparmiato su questa terra".
Comprensibile che avesse tentato di limitare nel 1866 l'influenza dei nazionalisti italiani nelle terre dell'Impero: era dai rivoluzionari che cercava di difendersi, non dagli italiani in quanto tali.
Infatti lo stesso Francesco Giuseppe discendeva dai sovrani italiani, suo nonno paterno, l'Imperatore Francesco II, era nato a Firenze dal Granduca di Toscana Pietro Leopoldo, e sua nonna paterna, l'Imperatrice Maria Teresa di Borbone, era nata a Napoli da Re Ferdinando delle Due Sicilie. Nelle sue vene scorreva il sangue dei Medici, dei Farnese, dei Gonzaga, degli Este e di tante grandi famiglie italiane.
L'accusa di odio anti-italiano è insostenibile, tanto più che Francesco Giuseppe stesso aveva approvato il matrimonio dell'erede al trono, il beato Carlo, con una principessa italiana, Zita di Borbone Parma, nata nei pressi di Lucca in Toscana.
La verità è che i comunisti slavi, perseguitando gli istriani italiani, imitarono, non Francesco Giuseppe, ma proprio i nazionalisti italiani che avevano perseguitato e combattuto l'Impero cristiano asburgico. Del resto erano quegli stessi nazionalisti rivoluzionari italiani che avevano perseguitato la Chiesa Cattolica con l'invasione dello Stato Pontificio e con le leggi anti-cattoliche risorgimentali. Gli stessi che avevano combattuto i sovrani cattolici italiani che, guarda caso, nel loro esilio, avevano tutti trovato rifugio alla corte asburgica di Francesco Giuseppe.
Per questo nel nostro commento al film Red Land, la citazione del beato Carlo, e dell'ideale cristiano sovranazionale asburgico, a mio parere, era più che opportuno in quanto solo esso avrebbe costituito l'antidoto al veleno del nazionalismo rivoluzionario che fece strage degli italiani d'Istria e di Dalmazia. Ripeto quindi che a nostro parere l'assenza di questo tema costituisce la maggiore pecca del film, chiuso tra opposti nazionalismi, incapace di spiegare la ragione vera di quegli orrori, ovvero, l'odio anticristiano che cavalcando le ideologie nazionaliste e stataliste, disprezzava ogni diritto legittimo, dall'appartenenza culturale alle proprietà altrui, fino a promuovere la stessa distruzione della vita di coloro che venivano di volta in volta definiti nemici.
Con ciò che abbiamo scritto nella nostra nota, e precisato meglio in questa risposta, abbiamo voluto mettere in guardia lo spettatore del film (che, ripeto, resta comunque da vedere e far vedere) sul persistere di un approccio ideologico al problema istriano.
Quindi, per concludere, nonostante abbiamo volentieri pubblicato la sua mail con le ragioni che hanno portato a scegliere quel modo di concludere il film, ribadisco che avremmo preferito non un finale che suscitasse disgusto, ma uno sguardo illuminante che suggerisse una cura alla violenza cieca dei rivoluzionari di ogni colore (comunisti, nazisti, ecc.), uno sguardo verso la fratellanza cristiana dei popoli incarnata dall'Istria prerivoluzionaria asburgica, uno sguardo verso il Cielo.

Fonte: Redazione di BastaBugie, 19 dicembre 2018

9 - OMELIA DELLA SACRA FAMIGLIA - ANNO C (Lc 2,41-52)
Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?
Fonte Il Settimanale di Padre Pio

La prima domenica dopo Natale ricorre ogni anno la festa della Santa Famiglia di Nazareth. Una famiglia unica e irripetibile, formata da Giuseppe, Maria e Gesù. Maria e Giuseppe erano veri sposi anche se vissero il loro matrimonio verginalmente, non solo come fratello e sorella, ma come Angeli in Terra, e più ancora. E Gesù è il Figlio di Dio venuto su questa Terra per la nostra salvezza. La Famiglia di Nazareth offriva agli angeli del Paradiso lo spettacolo più bello; essa – come si espressero alcuni Santi – era come la Trinità terrestre. San Giuseppe faceva le veci del Padre, Gesù è lo stesso Figlio di Dio, Maria è il riflesso più puro dello Spirito Santo. San Giuseppe, come la Chiesa da sempre ha insegnato, non è padre naturale di Gesù, ma, come si dice comunemente, il padre putativo, verginale, in quanto Gesù è stato concepito per opera dello Spirito Santo. Tuttavia era indispensabile la presenza di san Giuseppe per fare in modo che il Figlio di Dio entrasse in questo mondo in modo ordinato, ovvero che avesse una famiglia umana dove vivere e crescere.
La famiglia è formata dallo sposo, la sposa (uomo e donna) e la prole. Tutto ciò che va contro questo piano di Dio è peccato e perversione.
San Giuseppe educò lo stesso Figlio di Dio! Già da questo comprendiamo la grandezza di questo Santo che tante volte dimentichiamo. Dalle sue labbra Gesù apprendeva la Volontà del Padre Celeste; obbedendo a lui, Egli compiva con certezza ciò che Dio Padre chiedeva. Il Figlio di Dio si affidò a san Giuseppe: sul suo esempio mettiamo la nostra vita nelle mani di questo grande Santo.
Maria, invece, è Madre naturale di Gesù. Da Lei, il Figlio di Dio ha preso la carne e il sangue, solo da Lei. Per tale motivo ci doveva essere una straordinaria somiglianza tra Gesù e la sua Madre Santissima. La vita di Maria a Nazareth, come pure quella di san Giuseppe, fu una continua adorazione. Essi avevano sempre sotto il loro sguardo Gesù; i loro occhi e i loro cuori non potevano distaccarsi da Lui.
La Santa Famiglia di Nazareth ci offre dei grandissimi insegnamenti per la nostra vita cristiana, per la vita delle nostre famiglie. Prima di tutto essa ci insegna a mettere al primo posto la Volontà di Dio. Solo compiendo l'adorabile Volontà del Padre Celeste potremo essere felici, su questa Terra e in Paradiso. Nemmeno il più piccolo peccato nella Santa Famiglia di Nazareth: tutto era santo! Sull'esempio di Gesù, Giuseppe e Maria, impariamo anche noi ad evitare il peccato, pensando che esso è la più grande disgrazia che si possa abbattere sulle nostre famiglie. Insegnava un Santo, ad esempio, che la bestemmia e il non andare a Messa la domenica, allontanano sempre di più la benedizione di Dio sulle nostre famiglie. E poi pensiamo ai peccati contro la vita, alla contraccezione, all'aborto: altro che santa famiglia!
Ripuliamo le nostre famiglie da tutte queste macchie che la rendono sempre più opaca. Chiediamo alla Madonna e a san Giuseppe di renderle un riflesso quanto più splendente della loro Santa Famiglia.
Un altro insegnamento riguarda la preghiera. Ricordiamolo sempre: una famiglia che prega insieme è una famiglia che rimane insieme, una famiglia benedetta da Dio. Un tempo, alla sera, le famiglie si radunavano attorno al focolare per la recita del Rosario. Oggi, purtroppo, non è più così e i risultati si vedono con evidenza: famiglie distrutte, separazioni e divorzi.
Ritorniamo alla preghiera e ritroveremo l'unità famigliare.

Nota di BastaBugie: brevi spunti per l'omelia delle Messe feriali si possono leggere ogni giorno nella rubrica "Schegge di Vangelo" pubblicata sul sito de La Bussola Quotidiana.
Ecco il link:
http://lanuovabq.it/it/schegge-di-vangelo

Fonte: Il Settimanale di Padre Pio

10 - OMELIA MARIA MADRE DI DIO - ANNO C (Lc 2,16-21)
Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose nel suo cuore
Fonte Il settimanale di Padre Pio

Un celebre passaggio della Esortazione Apostolica Marialis Cultus spiega l'importanza della festa odierna, alla luce della riforma liturgica post conciliare. Così scrive il papa Paolo VI: «Il tempo di Natale costituisce una prolungata memoria della maternità divina, verginale, salvifica, di colei la cui illibata verginità diede al mondo il Salvatore: infatti, nella solennità del Natale del Signore, la Chiesa, mentre adora il Salvatore, ne venera la Madre gloriosa; nella Epifania del Signore, mentre celebra la vocazione universale alla salvezza, contempla la Vergine come vera Sede della Sapienza e vera Madre del Re, la quale presenta all'adorazione dei Magi il Redentore di tutte le genti (cf. Mt 2,11); e nella Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe (domenica fra l'ottava di Natale) riguarda con profonda riverenza la santa vita che conducono nella casa di Nazaret Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell'uomo, Maria, sua Madre, e Giuseppe, uomo giusto (cf. Mt 1,19).
Nel ricomposto ordinamento del periodo natalizio Ci sembra che la comune attenzione debba essere rivolta alla ripristinata solennità di Maria Ss. Madre di Dio; essa, collocata secondo l'antico suggerimento della Liturgia romana al primo giorno di gennaio, è destinata a celebrare la parte avuta da Maria in questo mistero di salvezza e ad esaltare la singolare dignità che ne deriva per la Madre santa [...] per mezzo della quale abbiamo ricevuto [...] l'Autore della vita (dal Messale Romano, 1º gennaio, Ant. d'ingresso e Colletta); ed è, altresì, un'occasione propizia per rinnovare l'adorazione al neonato Principe della Pace, per riascoltare il lieto annuncio angelico (cf. Lc 2,14), per implorare da Dio, mediatrice la Regina della Pace, il dono supremo della pace. Per questo, nella felice coincidenza dell'Ottava di Natale con il giorno augurale del primo gennaio, abbiamo istituito la Giornata mondiale della pace, che raccoglie crescenti adesioni e matura già nel cuore di molti uomini frutti di Pace» (n. 5).
Il Vangelo di oggi ci presenta la Vergine Maria con suo Figlio in braccio. È l'immagine più raffigurata dagli artisti cristiani, sin dai primi tempi del Cristianesimo. Maria, come trono della Divina Sapienza, dona al mondo il Salvatore. Chi lo cerca, come i pastori o i magi, lo troverà in braccio a Lei, che lo porge alla contemplazione e all'adorazione di tutti.
Come ha scritto il Papa, la solennità di oggi vuol celebrare la parte attiva che Maria ha avuto nell'opera della nostra salvezza. Il suo è stato un ruolo unico, quale Madre di Dio, Mediatrice di Grazia e Corredentrice, unita e subordinata al Figlio di Dio e suo, Mediatore e Redentore del genere umano. San Paolo, nella Lettera ai Galati (4,4-7: II Lettura), afferma che Gesù «nacque da donna, nacque sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché avessimo l'adozione a figli». Maria è questa donna, grazie alla quale è iniziata la nostra salvezza, grazie alla quale abbiamo avuto la possibilità di diventare figli di Dio.
Oggi veneriamo Maria non solo come Madre di Dio, ma anche come Madre del Corpo Mistico di Cristo, che è la Chiesa. Perciò essa ricorre a Lei con fiducia, per avere in dono la salvezza. Non solo, ma la prende come suo modello insuperabile nel cammino di fede e di santificazione.
Lo ha ricordato papa Benedetto XVI nella sua omelia del 1° gennaio 2006: «All'inizio di un nuovo anno, siamo come invitati a metterci alla sua scuola, a scuola della fedele discepola del Signore, per imparare da Lei ad accogliere nella fede e nella preghiera la salvezza che Dio vuole effondere su quanti confidano nel suo amore misericordioso».
E ancora, lo stesso Pontefice propone la Vergine come modello di contemplazione, adatto proprio all'inizio di un nuovo anno, da vivere nella ricerca del Bene supremo e della sua volontà: «"Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore" (Lc 2,19). Il primo giorno dell'anno è posto sotto il segno di una donna, Maria. L'evangelista Luca la descrive come la Vergine silenziosa, in costante ascolto della parola eterna, che vive nella Parola di Dio. Maria serba nel suo cuore le parole che vengono da Dio e, congiungendole come in un mosaico, impara a comprenderle. Alla sua scuola vogliamo apprendere anche noi a diventare attenti e docili discepoli del Signore. Con il suo aiuto materno, desideriamo impegnarci a lavorare alacremente nel "cantiere" della pace, alla sequela di Cristo, Principe della Pace. Seguendo l'esempio della Vergine Santa, vogliamo lasciarci guidare sempre e solo da Gesù Cristo, che è lo stesso ieri, oggi e sempre! (cf. Eb 13,8)».

Nota di BastaBugie: brevi spunti per l'omelia delle Messe feriali si possono leggere ogni giorno nella rubrica "Schegge di Vangelo" pubblicata sul sito de La Bussola Quotidiana.
Ecco il link:
http://lanuovabq.it/it/schegge-di-vangelo

Fonte: Il settimanale di Padre Pio

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