BastaBugie n°617 del 19 giugno 2019

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1 FRANCO ZEFFIRELLI: ''TUTTI CONSIGLIARONO A MIA MADRE DI ABORTIRE, MA LEI NON VOLEVA RIMORSI''
Il regista di Gesù di Nazareth, morto a 96 anni, era omosessuale, ma senza simpatie per il movimento gay, cattolico nonostante le cadute nel peccato, non fu mai comunista ed è morto pregando molto
Autore: Franco Zeffirelli - Fonte: Vita
2 LA UMMA NON PREVEDE NESSUNA FRATERNITA' SE NON TRA MUSULMANI
Intanto in Germania la Merkel ammette che la società multiculturale è completamente fallita e per questo il parlamento tedesco ha approvato leggi che prevedono espulsioni e un giro di vite sugli ingressi
Autore: Marie-Thèrese Urvoy - Fonte: Osservatorio Van Thuan
3 L'EDUCAZIONE CIVICA NELLE SCUOLE E' UNA NUOVA RELIGIONE CIVILE CHE SOSTITUISCE QUELLA CATTOLICA
Il Senato potrebbe approvare la reintroduzione dell'Educazione Civica ma quel che è certo è che nessun insegnante parlerà di un ordine naturale delle cose a cui le leggi dello Stato si devono uniformare
Autore: Stefano Fontana - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
4 I BAMBINI CI INSEGNANO CHE FIDARSI E' BENE...
Ma noi, grandi, aggiungiamo subito che ''... non fidarsi è meglio!'', eppure non possiamo fare a meno delle relazioni (che se sono autentiche non possono non fondarsi sulla fiducia)
Autore: Giulia Tanel - Fonte: Libertà e Persona
5 IL FILM SULLA VITA DI TOLKIEN PRESTO AL CINEMA
Il film parlerà degli anni giovanili di Tolkien, quando trova amicizia, amore e ispirazione artistica tra un gruppo di amici a scuola, tra cui C.S.Lewis (VIDEO: trailer del film)
Autore: Ivo Musajo Somma - Fonte: Corrispondenza Romana
6 GUCCI, LA MODA SI UNIFORMA AL PENSIERO UNICO
Uteri in stile floreale sugli abiti, slogan femministi, scritte che celebrano la promulgazione della legge sull'aborto (che in Italia ha ucciso 6 milioni di bambini)
Autore: Ermes Dovico - Fonte: Sito del Timone
7 QUANDO SI PUO' DICHIARARE MORTA UNA PERSONA?
Per poter procedere all'espianto di organi sono stati inventati nuovi criteri: dopo la ''morte celebrale'' è stata inventata la ''morte a cuore fermo'' per aumentare ancora di più i potenziali donatori di organi
Autore: Ermes Dovico - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
8 MASSACRO DI TIENANMEN: DOPO 30 ANNI SI SCOPRE CHE I MORTI FURONO OLTRE 10.000
Un documento segreto rivela cosa accadde alla rivolta degli studenti cinesi del 4 giugno 1989: carri armati sui civili a 65 km orari, ragazze trafitte con le baionette, mille sopravvissuti falciati dalle mitragliatrici
Autore: Alan Donald - Fonte: Tempi
9 OMELIA CORPUS DOMINI - ANNO C (Lc 9,11-17)
Voi stessi date loro da mangiare
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - FRANCO ZEFFIRELLI: ''TUTTI CONSIGLIARONO A MIA MADRE DI ABORTIRE, MA LEI NON VOLEVA RIMORSI''
Il regista di Gesù di Nazareth, morto a 96 anni, era omosessuale, ma senza simpatie per il movimento gay, cattolico nonostante le cadute nel peccato, non fu mai comunista ed è morto pregando molto
Autore: Franco Zeffirelli - Fonte: Vita, 9 agosto 2002

La mia vita è un premio; una madre che genera una vita è una donna premiata qualunque sia la sua situazione, qualunque siano i conti da pagare, qualunque siano i suoi problemi emozionali: ha il marito, non ha il marito, ha quello che la ricatta, quello che l'ha abbandonata. Il privilegio di portare la vita è un privilegio che gli uomini non hanno: noi siamo inferiori alle donne per questo.
Il miracolo di sentir germogliare nel proprio ventre una nuova vita, il vederla sbocciare e vederla venir su rende voi donne più forti. Anche se alla fine i figli vi deludono, gli anni della creazione della vita nessuno ve li toglierà mai e in qualunque momento della vostra esistenza, quando la pena del mondo, l'abbandono degli affetti vi cadrà sulle spalle, ripercorrerete certamente col pensiero, col cuore quei meravigliosi mesi in cui avete creato una vita. Che poi quello sia divenuto un assassino, un papa, non importa. Ed è strano che sia io a dire queste cose, io che non sono né padre né madre né niente, sono solo figlio. Di più, sono un aborto mancato. Avrei dovuto essere abortito perché nascevo da due persone che erano entrambe sposate: lui aveva una famiglia bella e pronta, lei aveva tre figli ed erano tutti e due al tramonto dell'età delle frizzole. E invece si innamorarono pazzamente e mia madre rimase incinta.
Tutti naturalmente le consigliarono di abortire. Il marito era moribondo, quindi non c'era neppure la possibilità di nascondere la gravidanza illegittima. Mio padre da buon galletto andava dicendo in giro che questo figlio era suo, però non faceva niente. Ma la gravidanza andò ugualmente avanti. La mia nonna stessa me lo confessò e mi chiese scusa; disse «Io ero la prima feroce nemica di questa gravidanza». E io invece nacqui contro il parere di tutti, perché mia madre ripugnava il pensiero di uccidermi: «Morirei di rimorso, nel pensiero di aver avuto tre figli e di aver distrutto un'altra vita». Molti dei miei avversari invece dicono: «Magari ti avesse fatto fuori». È l'odio delle persone, mentre io vorrei conoscere solo l'amore, perché sono stato amato nel ventre di mia madre, ho assorbito tanto di quell'amore, l'ho sentito, mi è entrato addosso.
Mia madre l'ho persa che avevo sette anni, però sono rimasto impregnato del suo amore. Quando qualcuno ti ha amato veramente tanto e tu l'hai amato, questo amore, questa fiammella, questa fiaccola non si spegne mai, ti è sempre accanto. Siamo fatti di spirito, chi ci crede; io ci credo profondamente perché la vita mi ha dato continue verifiche di non essere un ammasso di cellule ma di essere un corpo che alloggia temporaneamente uno spirito che è la frazione del grande Creatore, di Dio a cui torneremo.
Questa è la mia concezione: non me la sgangherate perché sto benissimo così, dormo sonni tranquilli, sono arrivato a settant'anni e voglio arrivare tranquillo al mio ultimo passo. Forse interessa un piccolo episodietto della mia vita. Calza a pennello proprio in seguito alla mia storia. Quella di un bastardino. Infatti, io non avevo il nome né di mia madre né di mio padre. Mia madre inventò questo nome Zeffirelli perché, secondo un'antica tradizione dell'ospedale degli Innocenti di Firenze che si tramanda dai tempi di Lorenzo il Magnifico, ogni giorno della settimana corrispondeva ad una lettera. Il giorno che nacqui io toccava alla Z e mia madre, che oltre ad essere una grande sarta era musicista, pianista, un'appassionata di Mozart, con tanto di farfalle e zeffiretti, quando le proposero la Z come iniziale, all'impiegato comunale disse, appunto Franco Zeffiretti. Quello non capì bene e, invece delle doppie "t", mise le doppie "l": Franco Zeffirelli. Sono sicuro di essere l'unico con questo nome al mondo.

Nota di BastaBugie: il regista Franco Zeffirelli, morto questa settimana all'età di 96 anni, era nato a Firenze il 12 febbraio del 1923, dichiaratamente omosessuale, ma senza simpatie per il movimento gay, non nascondeva la sua fede cattolica. Nel 1993, messo di fronte a una affermazione del cardinale Giacomo Biffi - chi abortisce è come se compisse un delitto di mafia - disse che  «Biffi è troppo blando, il crimine di chi uccide una creatura che non ha modo di difendersi non ha eguali. Non c'è nulla di così sinistro, di così orrendo» (fonte: Sito del Timone, 16 giugno 2019).
Rino Cammilleri nell'articolo seguente dal titolo "Zeffirelli, il cattolico estetico che ci donò il volto" spiega perché il Cristo di Zeffirelli colpì talmente l'immaginario che ancora oggi ci si immagina Gesù così: merito di un regista che, come Gibson, era credente, pur nella complessità delle cadute nel peccato. Mai comunista, nella pur comunista Firenze, è morto pregando molto.
Ecco l'articolo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 16 giugno 2019:
Una sera, a cena in un ristorante italiano, il regista polacco Krystzsof Zanussi mi commentò da par suo il kolossal zeffirelliano Gesù di Nazareth. «Vedi - disse - se guardi un santino o un dipinto sacro, cogli subito che l'immagine rimanda a Qualcos'Altro. Ma se vedi Gesù in un film, quel che vedi è, per te, Lui». Mi chiarii subito perché, nei film hollywoodiani fino a Ben Hur compreso, Cristo era sempre mostrato di spalle o da lontano, così lontano da rendere impossibile coglierne i tratti.
L'incanto venne rotto nel 1961 da Il re dei re di Nicholas Ray, dove un bellissimo Jeffrey Hunter sparava il volto di Gesù in primo piano. Ma il suo era un viso "americano", biondo e con gli occhi azzurri, e il risultato complessivo era una specie di profeta minore, non il Figlio di Dio. Ci si misurò, com'è noto, anche Pasolini, col suo Vangelo secondo Matteo. Poi venne La più grande storia mai raccontata, dove Max von Sydow impersonava un Cristo più ieratico.
A quel punto fu Zeffirelli a prendere in mano la situazione trovando l'attore inglese Robert Powell. [...] Il Cristo di Zeffirelli colpì talmente l'immaginario che ancora oggi non è raro trovare santini o foglietti per la messa i  cui disegni  ricalcano sfacciatamente quel Gesù del 1977. Il grandissimo senso estetico di Zeffirelli si profuse, in quell'ormai lontano sceneggiato, in tutti i particolari, tanto che ogni volto, dalla Madonna a san Pietro, risultava azzeccatissimo, perfino lo sbrigativo soldataccio Pilato-Rod Steiger.
Zeffirelli, a mio avviso, toccò l'apice della sua arte in quel lavoro. Lavoro che, sempre a mio avviso, non avrebbe potuto fare con quella perizia se non fosse stato lui stesso un credente. E non è un caso se i due migliori film sul tema sono stati quello suo e quello di Mel Gibson, cioè di due registi credenti. Ovviamente, credenti a modo loro, certo, ma di questi tempi da un artista non si può pretendere di più. L'epoca del Beato Angelico è, ahimè, tramontata.
Gibson, più tormentato, sessualmente e alcoolicamente intemperante. Zeffirelli, omosessuale ma riservato, un vero gentiluomo lontano dalle chiassate e dalle volgarità dell'ideologia. Per un parallelo, gli stilisti Dolce&Gabbana, omosessuali ma cattolici e rispettosi della dottrina della Chiesa; almeno fino a quando il gay-system internazionale non li minacciò nella scarsella costringendoli a piegarsi al gayamente corretto.
Per Zeffirelli la cosa fu diversa, sempre. Fino all'ultimo la sua vita privata erano fatti suoi e mai volle mischiarsi alla gazzarra del nuovo Sol dell'Avvenire. Forse era troppo anziano per farlo, ma credo di no. Altri «grandi vecchi» si sono comportati diversamente di fronte al nuovo-che-avanza, basta pensare al poeta Ungaretti e al Sessantotto. [...]
Un cattolicesimo solo estetico, il suo? Può darsi, ma il cattolicesimo è anche questo. Per secoli la Chiesa è stata maestra di bellezza, e quanti artisti - veri - hanno trovato (o almeno intuito) la strada del Regno dei Cieli attraverso la bellezza della liturgia, dell'arte, del canto cristiani. Pensiamo all'inventore stesso del decadentismo, J. K. Huysmans, convertito dalle melodie gregoriane delle carmelitane di Parigi. O all'insospettabile Andy Warhol, che assisteva alla messa tutti i giorni (sì, proprio lui).
«Ho paura di morire. Sono credente e prego molto»: così Zeffirelli in una delle sue ultime interviste. Ma era anche un dichiarato anticomunista, a differenza di altri «esteti» come Pasolini o Visconti. Tanto da accettare una carica nell'allora vituperatissimo, nel suo ambiente, partito di Berlusconi. Se non fosse stato un genio, dati questi handicap (anticomunista, credente...) non avrebbe fatto l'incredibile carriera che ha fatto. Ci mancherà.

Fonte: Vita, 9 agosto 2002

2 - LA UMMA NON PREVEDE NESSUNA FRATERNITA' SE NON TRA MUSULMANI
Intanto in Germania la Merkel ammette che la società multiculturale è completamente fallita e per questo il parlamento tedesco ha approvato leggi che prevedono espulsioni e un giro di vite sugli ingressi
Autore: Marie-Thèrese Urvoy - Fonte: Osservatorio Van Thuan, 12 Giugno 2019

«Nel Corano ritroviamo questo primo uso del verbo âmana nel senso di "fidarsi gli uni degli altri". Vi si dice infatti che il profeta «si fida dei muʼminûn», mentre non «si fiderà per niente» di quanti si tirano indietro e trovano delle scuse per non impegnare i loro beni e le loro persone nella lotta sulla strada di Allah (IX, 41, 44, 73 et 81).
Gli affidati «sono una umma unica, ad esclusione degli altri uomini», dice l'incipit della Carta. Nel grande dizionario classico Lisân al-ʽarab, umma questa parola significa prima di tutto gruppo, o raggruppamento umano in senso neutro. Qui, essa non designa un raggruppamento etnico o tribale, ma nel contesto dell'Arabia di allora indica la federazione dei Qurayshiti della Mecca, giunti a Medina con il profeta, e i vari clan e tribù della zona di Medina.
Questa confederazione è di natura politica, unita dall'adesione al profeta di Allah. Essa si caratterizza per il fatto di essere esclusiva. La finalità di questa organizzazione è di garantire l'efficacia del comune sforzo guerriero. Ciò è espresso fin dall'inizio della Carta con la parola jihâd, che verrà più tardi precisata con l'espressione "il combattimento sulla strada di Allah".

NESSUNA FRATERNITÀ SE NON TRA MUSULMANI
Una stretta regolamentazione e una casistica minuziosa stabiliscono che un affidato possa evitare una sanzione, anche se è colpevole, se la vittima è estranea al gruppo. Questa solidarietà nasce prima di tutto dallo spirito di sopravvivenza del gruppo - dirà lo storico Muhammad Talbi, per giustificare le violenze degli inizi della storia dell'Islam, - «perché si trattava della difesa e della sopravvivenza della umma primitiva».
Non per caso quando il Corano dice: «i credenti sono dei fratelli» (XLIX, 10) utilizza la particella grammaticale innamâ che contiene un significato esclusivo, ma anche un effetto amplificante che dinamizza la frase nominale. Essa è da mettere in relazione con la particella illâ, propria del credo monoteista «nessuna divinità eccetto Allah», che carica la frase nominale, qui negativa, di un esclusivismo ferreo. In questi due esempi abbiamo ben più che delle questioni tecniche, abbiamo delle vere e proprie strategie stilistiche che mirano ad un solo effetto: la valorizzazione dell'aspetto assoluto con la relativa ricaduta nella mente dei credenti.
Del resto, il commentatore al-Râzî afferma che la particella innamâ comporta restrizione: «nessuna fraternità se non tra Musulmani». Egli spiega la sua interpretazione basandosi sulle prescrizioni legali che negano una qualunque fraternità tra un Musulmano e un infedele, il quale non può in nessun caso ereditare da un Musulmano. Allah ricorda a più riprese ai Musulmani che essi sono i soli credenti nel Corano: «voi siete la comunità migliore che sia mai stata creata per gli uomini; voi ordinate di fare il bene e vietate di fare il male, voi credete in Allah» (III, 110).
A partire da qui, l'islam ha considerato la superiorità della comunità dei credenti come il primo legame tra di loro: essi hanno come segno distintivo la capacità di distinguere tra fede e infedeltà, bene e male. Dall'invincibile affermazione dell'unicità di Allah discende il senso vivo del Musulmano per l'unità con i suoi fratelli nella medesima fede.
Essi sono inviati da Allah per difendere i suoi diritti sulla terra. Sono dei servitori eletti e incaricati dell'esecuzione di un piano divino che coincide con le prescrizioni sociopolitiche scese sul suo profeta a beneficio dell'umanità e per il trionfo dell'islam su tutte le religioni (IX, 33).

LA TERRA DELL'ISLAM
Questi brevi richiami alle fonti dell'Islam a Medina permettono di comprendere la nozione di "terra dell'islam" (dâr al-islâm) nei suoi rapporti con gli infedeli. L'espressione designa l'insieme delle terre dove viene osservata la legge islamica ed è la rappresentazione concreta dell'organizzazione politica dell'Islam. Accanto alla terra dell'islam c'è "la terra della guerra" (dâr al-harb), chiamata anche "terra dell'infedeltà » (dâr al-kufr).
Conquistarla è un «dovere collettivo» per installarvi la umma che difende i diritti di Allah. Una simile divisione del mondo fa sì che un aggiornamento sia tecnicamente difficile perché il Diritto islamico classico è strutturato secondo uno schema preciso proprio di tutte le società islamiche:
1. uomini e donne;
2. liberi e schiavi;
3. Musulmani e non musulmani.
Non hanno tutti gli stessi diritti e gli stessi doveri.
La comunità dei credenti è privilegiata a motivo della sua origine sacralizzata nel Corano. Uno Stato islamico va inteso di trascendenza divina, coranica e chariatica. Le sue terre sono le terre di Allah, del Corano e della legge di Allah. Questa sottomissione ad una trascendenza si trova nella disposizione, per costituzione, che l'islam "è la religione dello Stato", e non solamente "religione di Stato".
Lo Stato fa professione di islam. In uno Stato islamico l'adesione alla comunità non pone direttamente la questione di una vita nuova, nel senso del rinnovamento individuale tramite la grazia (quella dell'uomo nuovo di San Paolo), perché l'islam è la religione di una collettività.
Essa è essenzialmente uno stato, uno statuto giuridico (hukm), direttamente voluto e decretato da Allah. Gli individui che vi si sottraggono sono braccati, perseguitati, e perfino messi a morte dall'islam ufficiale tradizionale».

Nota di BastaBugie: l'articolo della professoressa Urvoy, islamologa francese di fama, è stato pubblicato nell'ultimo "Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa" a cura dell'Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa. Per acquistare il singolo fascicolo o per abbonarsi alla rivista scrivere a ordini@edizionicantagalli.it

LA GERMANIA SVOLTA SULL'IMMIGRAZIONE
Gianandrea Gaiani nell'articolo seguente dal titolo "Migration Paket, la Germania svolta sull'immigrazione" ricorda che Angela Merkel già nove anni fa aveva dovuto ammettere il fallimento dell'approccio multiculturale. Ora il Bundestag ha approvato il cosiddetto Migration Paket, un nuovo pacchetto normativo che prevede espulsioni e un giro di vite sugli ingressi. Il cambio di strategia non è solo politico, ma soprattutto culturale.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 12 giugno 2019:
Il tentativo della Germania di creare una società multiculturale è "completamente fallito", aveva detto nell'ottobre 2010 il cancelliere Angela Merkel a un incontro con i giovani membri della CDU a Potsdam. Già allora, ben prima delle ondate migratorie degli ultimi anni lungo la rotta libica e quella balcanica, la Merkel aveva ammesso che permettere alle persone con differenti background culturali di vivere fianco a fianco senza integrarsi non aveva funzionato in un Paese che ospita circa quattro milioni di musulmani. "Questo approccio multiculturale è fallito, completamente fallito", aveva detto cedendo alle richieste interne al suo partito e alla CSU bavarese, per assumere una linea più severa sugli immigrati che non mostrano la volontà di adattarsi alla società tedesca.
La Merkel aveva affermato che l'educazione dei disoccupati tedeschi dovrebbe avere la priorità sul reclutamento di lavoratori dall'estero pur sottolineando che la Germania non potrebbe cavarsela senza lavoratori stranieri qualificati e aggiungendo che i tedeschi devono accettare che le moschee sono diventate parte del loro paesaggio.
Rileggere oggi quell'intervento è utile a comprendere l'iniziativa assunta da Horst Seehofer, ex presidente della Christian Social Union (CSU), il partito gemello della CDU, e ministro dell'Interno che ha appena varato il cosiddetto "Migration Paket" che prevede l'espulsione immediata dei migranti illegali, l'ampliamento della detenzione preventiva per chi entra illegalmente in Germania e il taglio del Welfare agli stranieri che potranno essere sottoposti a perquisizioni senza bisogno di mandato giudiziario.
Misure approvate dal Bundestag con il voto della SPD che ben fotografano il crescente malcontento dei tedeschi nei confronti delle continue violenze compiute da immigrati illegali per lo più di religione islamica.
Per comprendere come sia cambiata la Germania appena quattro anni dopo la "politica del benvenuto" rivolta dalla Merkel ai migranti illegali arrivati perlopiù dalla "rotta balcanica", basti pensare che ora chi è privo del permesso verrà espulso fisicamente dal Paese. Berlino si impegna quindi ad accogliere solo 260.000 migranti regolari all'anno, necessari all'economia nazionale; e benché le associazioni industriali sostengano che nella Repubblica Federale manchino lavoratori specializzati, in molti ormai ritengono più utile motivare a venire a lavorare in Germania cittadini europei piuttosto che accogliere persone di culture diverse.
Alle dure critiche dell'opposizione di Sinistra (e a quelle di AfD, che chiede misure ancora più rigide contro l'immigrazione) Seehofer ha replicato affermando che "non si tratta di calpestare i diritti umani ma piuttosto di eseguire le procedure previste. Ci sarà, in futuro, un modo legale di immigrare nel nostro Paese anche perché abbiamo bisogno di uomini e donne qualificati per il nostro mercato del lavoro".
Non è forse un caso, sottolinea il quotidiano comunista Il Manifesto, che "il pacchetto-Seehofer supera il vaglio istituzionale esattamente il giorno dopo la pubblicazione dell'ultimo sondaggio Infratest che conferma come i Verdi sarebbero oggi il primo partito tedesco col 26% dei voti seguito dal CDU/CSU col 25%, AfD con il 13% mentre la SPD non supererebbe il 12%, i liberali l'8% e la Sinistra (Linke) il 7%".
Sarebbe però riduttivo interpretare il cambiamento di approccio politico della Germania rispetto all'immigrazione extra europea come un mutamento determinato solo dai problemi sociali e di sicurezza senza tenere conto dell'aspetto culturale.
Già nove anni or sono aveva suscitato scalpore il libro Deutschland schafft sich ab (traducibile in "La Germania abolisce sé stessa") scritto dall'economista ed ex membro del consiglio di amministrazione della Deutsche Bundesbank Thilo Sarrazin, che attribuiva agli immigrati musulmani l'abbassamento dell'intelligenza media nella società tedesca. Sarrazin venne censurato per le sue opinioni e licenziato dalla Bundesbank, ma il suo libro si è rivelato molto popolare e i sondaggi mostrarono che la maggioranza dei tedeschi era d'accordo con i suoi argomenti, come sottolineò un report dell'agenzia Reuters.

Fonte: Osservatorio Van Thuan, 12 Giugno 2019

3 - L'EDUCAZIONE CIVICA NELLE SCUOLE E' UNA NUOVA RELIGIONE CIVILE CHE SOSTITUISCE QUELLA CATTOLICA
Il Senato potrebbe approvare la reintroduzione dell'Educazione Civica ma quel che è certo è che nessun insegnante parlerà di un ordine naturale delle cose a cui le leggi dello Stato si devono uniformare
Autore: Stefano Fontana - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 07-05-2019

La Camera dei deputati ha approvato la reintroduzione dell'insegnamento dell'Educazione Civica nelle scuole italiane. Ora la questione è passata all'esame del Senato. È il caso di chiedersi se questo sia apprezzabile e auspicabile dal punto di vista dei principi della Dottrina sociale della Chiesa. La cosa va esaminata sia riguardo al cosa (i contenuti) sia riguardo al come (chi educa).
Dal punto di vista dei contenuti insegnati è facile prevedere che essi saranno di un certo tipo, ossia conformi all'ideologia dominante oggi, fatta propria anche dallo Stato. È vero che l'insegnamento concreto dipende dal singolo docente, ma oggi la grande maggioranza dei docenti condivide gli stessi riferimenti civici di fondo, i dirigenti scolastici pure, e poi c'è la presenza dei delegati sindacali... insomma la scuola italiana oggi è un "sistema". Le stesse iniziative studentesche sono sempre innescate da fuori e sono sempre politicamente corrette. Non si è mai vista una manifestazione studentesca contro la legge Cirinnà o la 194, ma solo "verità per Giulio Regeni" e mobilitazione per la violenza sulle donne. I direttori d'orchestra sono sempre quelli. C'è tutta una cultura che non ha accesso alla scuola pubblica e non l'avrà nemmeno con l'insegnamento dell'educazione civica.

SMARRITO L'ORDINE NATURALE DELLE COSE
Proviamo quindi ad immaginare quali potranno essere i contenuti di questo ripristinato insegnamento: i diritti (compresi i nuovi diritti), il costituzionalismo (o patriottismo della Costituzione), le parole d'ordine sulla resistenza come matrice della nuova Italia, l'eguaglianza tra i diversi tipi di famiglie, la laicità (assenza di religione) degli ambiti pubblici, l'ideologia europeista, la società multiculturale e multireligiosa come ideale assoluto, l'uguaglianza di tutte le religioni, l'uguaglianza di tutti gli orientamenti sessuali, le rivendicazioni del femminismo, la liceità delle droghe leggere, il pacifismo, l'ecologismo esasperato con letture dei discorsi di Greta nei vari consessi istituzionali, la libertà del cittadino come autodeterminazione, l'illiceità della pena di morte, la necessità di aprirsi alla globalizzazione come via ad un bene comune mondiale, la tutela delle culture primitive e indigene, la lettura dei libri di don Ciotti sul nuovo razzismo di chi vuole regolare le immigrazioni e così via. Una cosa è certissima: nessun insegnante di educazione civica parlerà di un ordine naturale delle cose a cui le leggi dello Stato dovrebbero uniformarsi.
Questo dal punto di vista dei contenuti. Dal punto di vista del come, è evidente che il soggetto educatore sarà lo Stato, il quale prevedibilmente fornirà a scuole e insegnanti anche delle indicazioni e dei programmi. Così l'insegnamento dell'educazione civica sarà una specie di "religione civile", verranno cioè fatte maturare le convinzioni utili a tenere uniti i cittadini tra loro e sotto il potere statale. Non quelle vere ma quelle funzionali a questo scopo. Un tempo uno Stato di questo tipo si sarebbe chiamato "Stato etico", ossia uno Stato che si ritiene autore di una morale pubblica e la vuole imporre non solo esternamente ma anche internamente, nell'animo delle persone. Avremo così studenti educati in batteria, che riceveranno tutti le stesse informazioni e gli stessi insegnamenti e che crederanno negli stessi valori anche se saranno disvalori.

NEGATO IL PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETÀ
Altri soggetti educativi saranno ancora una volta esautorati e messi da parte con buona pace del principio di sussidiarietà. Già è così oggi senza l'insegnamento dell'educazione civica, figuriamoci domani. Né varrà affidare questo insegnamento a docenti laureati in legge, dato che dalle nostre università oggi escono solo giuristi di mentalità positivistica, ossia i migliori funzionari per uno Stato che considera se stesso la fonte del diritto, della morale pubblica e dell'educazione civica.
Nella sua storia post-unitaria la scuola italiana è passata dalle mani dei cattolici a quella dei comunisti (vecchi e nuovi). La cultura scolastica è oggi prevalentemente nelle mani del progressismo di sinistra. Da un punto di vista strettamente politico non si capisce bene come mai l'attuale maggioranza abbia deciso di mettere nelle mani di una cultura politica avversaria una possibilità di questa portata.
In situazioni ordinarie (ossia conformi ad un ordine) la Dottrina sociale della Chiesa avrebbe dato un giudizio favorevole all'insegnamento dell'educazione civica. Ma nella situazione attuale no.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 07-05-2019

4 - I BAMBINI CI INSEGNANO CHE FIDARSI E' BENE...
Ma noi, grandi, aggiungiamo subito che ''... non fidarsi è meglio!'', eppure non possiamo fare a meno delle relazioni (che se sono autentiche non possono non fondarsi sulla fiducia)
Autore: Giulia Tanel - Fonte: Libertà e Persona, 26/05/2019

Se ci si fa caso, salvo particolari eccezioni negative di scarso accudimento, i bambini hanno piena fiducia nei loro genitori e nelle persone più prossime: non hanno paura che chi li tiene in braccio li farà cadere, tanto da riuscire ad addormentarsi sereni; non hanno paura di morire di fame, perché - grazie a una serie di esperienze positive in tal senso - hanno avuto prova che la mamma, o chi per lei, provvederà a dare loro il latte o, dopo i primi mesi, altro cibo; non hanno paura di non essere vestiti, lavati, curati se sono malati... così come, se hanno avuto figure di riferimento "sufficientemente buone", non hanno paura di non essere amati e coccolati; addirittura, se hanno vicino a loro un adulto che fa loro compagnia e li rassicura, anche i terribili mostri che si aggirano di notte diventano innocui...

I BAMBINI, DUNQUE, SI FIDANO
Questa disposizione, tuttavia, con l'avanzare dell'età va progressivamente scemando. Già un adolescente nutre alcuni (talvolta anche tanti!) dubbi che i suoi genitori si stiano prendendo cura di lui nella maniera adeguata, o che i limiti che gli vengono posti siano per il suo bene, e via discorrendo. Quando poi si arriva alla fase adulta, il fatto di fidarsi di un'altra persona diventa ancora più raro; una cartina di tornasole in tal senso è, per esempio, l'aumento del tasso di convivenze: chi sei tu affinché io mi debba fidare a tal punto di te da decidere di intrecciare per sempre la mia vita alla tua? Chi mi assicura che non tradirai questa mia aspettativa?
La tendenza al venir meno della fiducia si è andata fortemente accentuando nel corso degli ultimi anni. Come mai? Si potrebbero proporre svariate disamine di natura psicologica o socio-culturale, nel tentativo di dare una risposta.

LA PERDITA DELLA FEDE... CIOÈ DELLA FIDUCIA (IN DIO)
Tuttavia, a ben vedere, la considerazione principale è che tutto ha origine nella progressiva perdita della fede, nell'abbandono del trascendente. Infatti, se non ci si fida più che c'è un Dio buono, un Padre, che ci ama e si prende cura di ognuno singolarmente [«Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete; né per il vostro corpo, come lo vestirete. La vita vale più del cibo e il corpo più del vestito» (Lc12,22-23)], su quali basi è possibile fidarsi del proprio coniuge, dei propri genitori, dei propri figli, degli amici, dei colleghi...? Perché una persona, debole nella sua umanità e magari già piena di questioni personali, dovrebbe prendere a cuore un'altra persona, tanto da amarla come se stessa? Un dubbio, questo, che risulta ulteriormente amplificato, se si insinua su una serie di umanissime esperienze di fiducia tradita...
Eppure, l'uomo non può prescindere dalla relazione, e una relazione autentica è necessariamente fondata sulla fiducia. Ecco quindi che pensare di poter vivere prescindendo dalla fiducia riposta nell'Altro, ancora prima che negli altri, è pura utopia: o, meglio, è certamente possibile, ma è una vita che non conoscerà mai la «gioia piena» che deriva dal sapersi amati, con i propri pregi e i propri difetti, fin dal principio e per sempre. A scalare, poi, se ci si riconosce amati così da Nostro Signore, diventerà possibile amarsi a propria volta, così come avventurarsi nella vocazione matrimoniale che esige il "per sempre", o investire nelle amicizie... insomma, vivere la vita con fiducia.

Fonte: Libertà e Persona, 26/05/2019

5 - IL FILM SULLA VITA DI TOLKIEN PRESTO AL CINEMA
Il film parlerà degli anni giovanili di Tolkien, quando trova amicizia, amore e ispirazione artistica tra un gruppo di amici a scuola, tra cui C.S.Lewis (VIDEO: trailer del film)
Autore: Ivo Musajo Somma - Fonte: Corrispondenza Romana, 31 Maggio 2019

J.R.R. Tolkien (1892-1973), soprattutto per le recenti versioni cinematografiche delle sue opere principali, è entrato in qualche modo a far parte della cultura popolare, con il conseguente rischio di banalizzarlo riducendolo a semplice "autore di libri fantasy" o di piegare la sua opera ai dogmi del relativismo contemporaneo. Ne parliamo con Guido Milanese, professore ordinario di Lingua e letteratura latina e docente di Cultura classica e Letteratura comparata presso la Facoltà di Scienze linguistiche dell'Ateneo.
Professore, qual è a suo avviso il profilo culturale autentico dell'opera di Tolkien?
Credo che la chiave di lettura essenziale per accostarsi a Tolkien consista in un dato composito: Tolkien era un linguista, un padre, un professore ed era tutte queste cose in quanto cattolico. Era un linguista vero, uno di quelli che sanno le lingue, e sapere le lingue sul serio significa ascoltare le parole, il suono, le forme. Tolkien creava attraverso le lingue che conosceva. Si è detto tante volte, ed è vero, credo, che il suo raccontare nasce dalla volontà, forse dalla necessità, di far parlare a qualcuno le lingue che si era costruito - insomma un mondo che nasce perché qualcuno parli quelle lingue. Era un padre, uno che davvero amava raccontare favole e storie ai suoi bambini; era un professore noto per il modo trascinante con cui leggeva in classe i testi delle amatissime lingue dell'Inghilterra pre-normanna, l'Inghilterra anglosassone; quando spiegava il Beowulf venivano a sentirlo anche studenti che dell'antico inglese ben poco capivano.
Una delle dimensioni più profonde della personalità di Tolkien fu proprio la sua sincera adesione alla fede cattolica. Si può definire Tolkien un grande autore cattolico del Novecento?
Appunto, come dicevo prima, era un cattolico: un padre cattolico, un professore cattolico... cioè un uomo che pensava, e sentiva, il mondo come un luogo dotato di senso, un mondo verso il quale il Principio ha interesse, nel senso proprio di inter-esse, esserci in mezzo. Non so se Tolkien conoscesse Manzoni; ma credo che nel «la c'è la Provvidenza» di Don Lisander si sarebbe riconosciuto. Ovviamente questo dato è passato sotto silenzio dal mainstream corrente. Pensi solo al disastro di Notre-Dame: l'arcivescovo di Parigi ha fatto presente come in tanti interventi pubblici, anche apprezzabili, non fosse minimamente presente un dato appena un po' importante, cioè che l'edificio medievale andato a fuoco è una chiesa cattolica; "cattolico" non è una brutta parola, ha detto l'arcivescovo... Nel caso di Tolkien, si apprezza il narratore, alle volte anche lo studioso, ma lo si proietta in una religiosità neutra, cioè vuota. Con il risultato di non capire più nulla: la dimensione della Provvidenza, come si diceva, il senso della vocazione personale che si fa carne solo nell'accettazione del senso della vita (perché altrimenti diventa una folle prigione), il dramma della non-redenzione di Gollum. Non è un "fantasy" per effetti speciali: è il dramma, terribile e splendido, della vocazione di ciascuno di noi. Se si elimina il fondamento, nascosto ma palese, della mitologia di Tolkien, si ha un'epica impazzita, e nasce quel "tolkienismo" senza Dio che per opporsi alle ideologie del mainstream diventa a sua volta una forma di ideologia, e alquanto perversa.
Tolkien tipico professore di Oxford della sua epoca, visceralmente "inglese", sospettoso verso gli Americani; trova orribile che un ottavo della popolazione mondiale già a quel tempo, a quanto aveva sentito dire, parlasse inglese: «Se è vero, che vergogna - dico io. Che la maledizione di Babele possa colpire le loro lingue in modo che possano dire solo "baa baa"». Intravedeva - e coerentemente giudicava - i primi segni del mondo in cui viviamo?
Comincerei dalla visione "inglese", non "britannica", di Tolkien. Il mondo che egli amava era in realtà quello dell'Inghilterra precedente il 1066, l'arrivo dei Normanni; e non apprezzava in modo particolare la letteratura inglese. C'è una spruzzata di "little England" in Tolkien... ed è un tratto certamente curioso della sua personalità che si capisce se si conosce un po' del mondo inglese lontano da Londra; che è poi il mondo inglese non londinese che ha portato alla Brexit. Il rapporto di Tolkien con l'America e gli americani è a tratti alquanto buffo - sembra di sentire la Dowager Countess di Downton Abbey - anche quando parla con una qualche nostalgia del mondo di Jane Austen in una lettera del 1944 al figlio Christopher. Ma nel suo "antiamericanismo" Tolkien (identitario, cattolico, critico della modernità) intravvede la globalizzazione delle culture, cioè l'omologazione in una non-identità. Guardi che Tolkien era tutt'altro che un isolato dal mondo; contro il razzismo nazista scrive in modo sprezzante, e negli anni '40 capisce che il pericolo di un imbarbarimento anche in Inghilterra, causato dalla guerra, esiste. Forse vedeva un po' troppo in là; in generale, per chi capisce le cose (o le intuisce, per un tipo come Tolkien), il destino è quasi sempre segnato: quando si affermano certe verità non si è presi sul serio e spesso si è messi in ridicolo; quando poi il "quadro" previsto si verifica, chi ne aveva parlato in anticipo viene accuratamente cancellato dalla memoria, e i cantori della contemporaneità (che non avevano capito niente del processo in corso) sono felicissimi di illustrare le loro profonde interpretazioni di ciò che sta avvenendo. Il segno di questa omologazione dove tutti sono nulla è una non-lingua, la lingua del "baa baa" evocata da Tolkien.
È atteso a settembre anche in Italia, dopo l'uscita nelle sale inglesi e americane, un film sugli anni giovanili di Tolkien, che si aggiunge ai film di Peter Jackson, sui quali i giudizi sono stati diversi. Qual è il suo parere al riguardo?
Tolkien non aveva rifiutato l'idea di un adattamento cinematografico della sua opera, anzi si era impegnato a lungo nel progetto, pur fallito all'epoca. Un adattamento cinematografico è una traduzione, e ovviamente tutte le traduzioni perdono qualcosa e la necessità del mezzo modifica l'equilibrio compositivo. Pensi, in un altro campo, a una trascrizione per pianoforte di una sinfonia o di scene d'opera, alla Listz, o, al contrario, all'orchestrazione di opere nate originariamente per pianoforte, com'è il caso dei Quadri di un'esposizione. A me l'adattamento cinematografico del Signore degli anelli di Jackson piace molto; l'ambiente neozelandese è splendido, molti attori sono di alto livello, la musica è ben scritta ed eseguita. La versione cinematografica de Lo Hobbit mi piace decisamente meno. Sul film biografico in arrivo, ne parleremo quando sarà disponibile. Ho visto solo il trailer; temo aria di politically correct, ma vedremo.

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Nel seguente video (durata: 2 minuti) si può vedere il trailer del film biografico sugli anni giovanili di Tolkien, quando trova amicizia, amore e ispirazione artistica tra un gruppo di amici a scuola. Tutte queste esperienze hanno consentito a Tolkien di scrivere i suoi famosi romanzi della Terra di Mezzo.


https://www.youtube.com/watch?v=gteub9K3hSI

Fonte: Corrispondenza Romana, 31 Maggio 2019

6 - GUCCI, LA MODA SI UNIFORMA AL PENSIERO UNICO
Uteri in stile floreale sugli abiti, slogan femministi, scritte che celebrano la promulgazione della legge sull'aborto (che in Italia ha ucciso 6 milioni di bambini)
Autore: Ermes Dovico - Fonte: Sito del Timone, 01/06/19

Uteri in stile floreale ricamati sugli abiti, slogan femministi importati da Oltreoceano per essere più radical chic (vedi "my body, my choice", che oggi pare suoni meglio del grido di battaglia delle veterofemministe italiane, "l'utero è mio e me lo gestisco io"), scritte come "22.05.1978" a celebrare la data di promulgazione della 194, cioè la legge attraverso la quale sono stati legalmente soppressi circa 6 milioni di bambini. Sono le trovate dell'ultima campagna di Gucci, associata al lancio della collezione Cruise 2020, presentata martedì ai Musei Capitolini.
Da un lato la propaganda abortista della maison non sorprende, perché le grandi case di moda sono avvezze a veicolare il pensiero politicamente corretto, ma dall'altro si può dire che Gucci abbia superato un altro limite, guadagnandosi gli elogi delle riviste patinate e delle voci più rappresentative del sistema mediatico. Che vanno in brodo di giuggiole a sentir parlare così il direttore creativo Alessandro Michele: "Le donne vanno rispettate e considerate libere di scegliere quello che vogliono per il proprio corpo. Anche se è la scelta più difficile, quella di interrompere una gravidanza", ha detto lo stilista, sfoggiando la solita retorica su una malintesa "libertà di scelta", che viene usata per togliere la vita a un essere umano innocente. Questo è l'unico dato di fatto, al di là dell'intento politico della campagna che disprezza le "ondate populiste" (per usare le parole di Vogue) che sarebbero rappresentate dalle restrizioni all'aborto recentemente approvate in Alabama e in altri Stati americani.

LIBERTÀ D'ESPRESSIONE (E DI UCCIDERE)
Michele scade perfino nel grottesco con un'associazione improponibile: "In questa sfilata si parla dell'importanza della libertà d'espressione, e proprio per questo mi pare assurdo che oggi ci sia chi vuole negare questa libertà alle donne, non riconoscendo il loro diritto a disporre del proprio corpo come invece possono fare gli uomini". Difficile dire se sia più raccapricciante o 'creativo' che lo stilista invochi così la libertà d'espressione, dove la sottintesa "espressione" è qui quella di uccidere liberamente il bambino che si porta in pancia. Ma anche questa capriola linguistica è funzionale al capovolgimento della realtà, essendo chiaro che oggi la libertà d'espressione autenticamente minacciata è quella di chi difende la vita fin dal concepimento, come mostrano gli immancabili polveroni mediatici e le censure che seguono ogni campagna a difesa del bambino nel grembo (vedi la sorte dei manifesti di Pro Vita o l'isteria di massa contro i feti di plastica al Congresso mondiale delle Famiglie) e che fanno il paio con i tentativi di restringere ed eliminare l'obiezione di coscienza. Un diritto, quest'ultimo, che non riguarda solo l'ambito medico, bensì interessa nella pratica le professioni più diverse, compresa - si può immaginare - quella di quei semplici lavoratori che avranno dovuto ricamare, anche contro la loro coscienza, i simboli e le scritte pro aborto.

TEMATICHE LGBT E LA CULTURA DELL'ABORTO VANNO A BRACCETTO
Michele, coinvolto in una relazione gay e attivissimo con la Gucci a diffondere le tematiche Lgbt, con cui la cultura dell'aborto va a braccetto, è anche un nostalgico del paganesimo (come fare un autogol, se pensiamo alla condizione delle donne nelle società pagane) e della "vicinanza" - riassume la laicista Repubblica - delle divinità pagane agli uomini. "I loro dei erano esseri umani con pregi e difetti. Non avevano bisogno di crearsi un essere superiore e onnipotente, com'è accaduto con la Chiesa".
Le parole di Michele confermano che alla base di tante menzogne c'è il rifiuto di Cristo, che si è fatto carne scendendo in mezzo agli uomini, manifestando in tutto, dalla nascita alla morte, il Suo amore e la Sua vicinanza - questa sì, reale - a ognuno di noi, intendendo salvarci dal peccato ed elevarci a Lui. Sull'esempio della piena di grazia, Maria Santissima, pienamente libera proprio perché in tutto obbediente e amante della volontà di Dio. Altro che paganesimo.

Fonte: Sito del Timone, 01/06/19

7 - QUANDO SI PUO' DICHIARARE MORTA UNA PERSONA?
Per poter procedere all'espianto di organi sono stati inventati nuovi criteri: dopo la ''morte celebrale'' è stata inventata la ''morte a cuore fermo'' per aumentare ancora di più i potenziali donatori di organi
Autore: Ermes Dovico - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 14-06-2019

Quando davvero si può dichiarare morta una persona? La domanda potrebbe sembrare oziosa, ma la risposta che si dà ha invece grandi ripercussioni dal punto di vista morale e sanitario, perché da questa dipende tutto il settore dei trapianti di organi. Ci riferiamo soprattutto ai pazienti reduci da incidenti o pazienti con gravi disabilità. Oggi si dà per scontato il paradigma della "morte cerebrale", ma anche quello della cosiddetta "morte a cuore fermo", da chiamare più propriamente in inglese controlled cardiac-circulatory death (CCCD, ma sono diffuse anche altre sigle; letteralmente "morte controllata cardio-circolatoria"). C'è però chi non si rassegna, soprattutto in ambito cattolico, a questi paradigmi che hanno un'indubbia origine utilitaristica. E intende riaprire il dibattito.
Il paradigma della "morte cerebrale", infatti, è stato definito nell'agosto del 1968, cioè pochi mesi dopo il primo trapianto di cuore, proprio con il fine di ottenere organi funzionanti da pazienti vivi, come un'inchiesta della Nuova Bussola aveva ricostruito.
Meno conosciuto è appunto il paradigma della cosiddetta "morte a cuore fermo", introdotto per quei pazienti che non si possono dichiarare "cerebralmente morti" ma che sono reduci da incidenti o hanno comunque gravi disabilità, spesso neurologiche, e beneficiano di un supporto vitale. [...] Quest'altra definizione, introdotta negli Usa nel 1993, ha chiaramente l'effetto di allargare il parco dei donatori di organi.
Si possono questi paradigmi considerare coincidenti con la morte effettiva? A dare una risposta assolutamente negativa è la professoressa Doyen Nguyen, specializzata in Medicina ematologica e a lungo attiva in questo campo, poi laureata in Teologia morale, specializzata in Bioetica, e oggi docente alla Pontificia Università di San Tommaso d'Aquino (Angelicum). La Nguyen ha dedicato molti studi al tema della definizione di morte e ne ha parlato a un recente convegno a Roma incentrato proprio sulla "morte cerebrale". L'abbiamo intervistata per comprendere meglio le sue ragioni. [...]
Professoressa Nguyen, al convegno dell'Accademia Giovanni Paolo II tenutosi a Roma il 20-21 maggio e incentrato sul concetto della "morte cerebrale", lei ha tenuto una relazione sulla "morte a cuore fermo", sottolineando l'inganno che si cela in entrambi i costrutti. Ci può spiegare di cosa si tratta?
La "morte a cuore fermo", più propriamente controlled cardiac-circulatory death (CCCD), è un altro paradigma accanto a quello della morte cerebrale. Nel 1993, cioè 25 anni dopo la definizione utilitaristica di "morte cerebrale" contenuta nel rapporto di Harvard, è stato predisposto negli Stati Uniti un altro protocollo, quello di Pittsburgh, perché si era in cerca di un maggior numero di organi. È un cosiddetto ritorno al criterio cardio-respiratorio, ma in realtà la controlled cardiac-circulatory death è fondata sul paradigma della "morte cerebrale". In casi del genere il potenziale donatore è un paziente (con organi sani) che non è cerebralmente morto e che ci si aspetta che muoia entro 60 minuti dalla rimozione del supporto vitale.
Quel protocollo stabilisce un'attesa di 2 minuti (Pittsburgh Protocol), ampliata anche a 5 minuti (raccomandazione dell'Institute of Medicine), dopo l'arresto del battito cardiaco. Questo intervallo di 2-5 minuti è chiamato periodo "no touch" o "death watch" [un periodo di osservazione del paziente, ndr]. Il paziente firma prima un permesso a non essere rianimato, il DNR (do not resuscitate), cioè a farlo morire dopo il distacco del ventilatore, e un consenso a donare gli organi. Il paziente è poi portato in sala operatoria. Il supporto vitale viene rimosso. Dopo che si ferma il suo battito cardiaco per 2-5 minuti (l'intervallo varia a seconda degli specifici protocolli), il paziente viene dichiarato morto, e l'espianto degli organi inizia immediatamente. Ora, questo intervallo di 2-5 minuti non basta perché ci sono persone che possono avere un arresto cardiaco e il cui cuore può tornare a battere praticandogli la rianimazione cardiopolmonare (CPR). A volte avviene anche quello che è chiamato "fenomeno di Lazzaro", con la spontanea riattivazione del sistema cardiocircolatorio, riscontrata fino a 33 minuti dopo l'arresto cardiaco [...].
Sono quindi paradigmi che condividono la stessa concezione utilitaristica?
Sì, nel protocollo della controlled cardiac-circulatory death si afferma esplicitamente che esso è stato ideato per espandere il numero di potenziali donatori di organi. Il secondo paradigma si basa alla fine sui presupposti del primo perché è basato sulla tesi (sostenuta dai proponenti della "morte cerebrale") che la morte cerebrale sia la morte sic et simpliciter, che può essere determinata o usando il criterio della "morte cerebrale" o il cosiddetto criterio cardio-respiratorio della controlled cardiac-circulatory death. Comunque, in realtà, l'attesa di 2-5 minuti del periodo "no touch" non è abbastanza lunga per produrre la condizione di "morte cerebrale", figuriamoci la morte vera! In Europa abbiamo invece il protocollo di Maastricht, che adotta un intervallo di 10 minuti [esteso a 20 minuti in Italia, ndr] prima di espiantare gli organi sempre sulla base di una situazione simile alla "morte cerebrale". In base al protocollo di Maastricht, soltanto i reni possono essere espiantati poiché sono più resistenti degli altri organi (per esempio, il fegato, il pancreas, il cuore) alla lesione ischemica [...].
Con il protocollo di Maastricht si possono dunque espiantare solo i reni, mentre con il protocollo di Pittsburgh?
Riguardo a quello di Pittsburgh, dal 1993 al 2008 estraevano i reni e altri organi, eccetto il cuore, perché secondo i criteri del protocollo il cuore doveva essere già "morto" irreversibilmente... quindi, si diceva, come si può fare un trapianto di cuore dopo che il cuore è morto? Ebbene, nel 2008, il dottor Boucek fece tre trapianti di cuore da donatori bambini: nel primo caso aveva atteso 3 minuti, negli altri due casi ancora meno, 75 secondi. Ma questo vuol dire che il cuore nella persona A, con una diagnosi di "morte a cuore fermo", trapiantato con successo nella persona B, avrebbe continuato a battere anche nella persona A, se solo l'avessero rianimata [...]
Quando è lecito allora donare i singoli organi vitali?
Lecito vuol dire dopo la morte, la morte vera, che non è la "morte cerebrale" né quella "a cuore fermo", che sono concetti che si basano sulla mistificazione delle parole. Quando c'è una persona morente gli organi via via ricevono meno sangue, meno ossigeno, e questo significa che la qualità dell'organo si va progressivamente riducendo. [...] Ora, per avere organi buoni, trapiantabili, bisogna prenderli da un corpo ancora vivo. Questo fatto l'avevano capito già prima degli anni Sessanta.
Prima ancora del primo trapianto di cuore (3 dicembre 1967)?
Sì, prima. I trapianti sono iniziati con i trapianti di reni, ma poi hanno visto che la qualità dei reni ottenuti dopo la morte vera era scarsa. Perciò decisero di cambiare la definizione di morte e nell'agosto 1968, pochi mesi dopo il primo trapianto di cuore, il rapporto di Harvard definì il coma irreversibile come un nuovo criterio per la morte. Ora: la morte è un fenomeno, il coma irreversibile è un altro fenomeno. Il nostro concetto di morte deve corrispondere alla realtà, non possiamo imporre sulla realtà ciò che abbiamo in mente. Veritas est adaequatio intellectus et rei (la verità è la corrispondenza tra realtà e intelletto). Se il nostro pensiero prevale sulla realtà, è ideologia.
E durante la vita ci sono donazioni lecite? Per esempio, il beato don Carlo Gnocchi poco prima di morire disse di voler donare gli occhi, o meglio le cornee.
Uno dei reni è lecito donarlo. La donazione delle cornee non equivale alla donazione degli occhi perché la cornea è solo una parte dell'occhio: l'occhio è un organo, la cornea è un tessuto, che non ha bisogno di molto sangue e può durare anche abbastanza dopo la morte. Sì, può essere donata.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 14-06-2019

8 - MASSACRO DI TIENANMEN: DOPO 30 ANNI SI SCOPRE CHE I MORTI FURONO OLTRE 10.000
Un documento segreto rivela cosa accadde alla rivolta degli studenti cinesi del 4 giugno 1989: carri armati sui civili a 65 km orari, ragazze trafitte con le baionette, mille sopravvissuti falciati dalle mitragliatrici
Autore: Alan Donald - Fonte: Tempi, 31 maggio 2019

Il 4 giugno ricorre il 30esimo anniversario del massacro di Piazza Tienanmen. Il numero degli studenti inermi uccisi dall'esercito inviato dal regime comunista nelle strade di Pechino non è mai stato quantificato con esattezza. Il 6 giugno 1989 il portavoce del Consiglio di Stato cinese, Yuan Mu, parlò di «300 morti e 2.000 feriti». Il 17 giugno, undici giorni dopo, lo stesso Yuan dichiarò a un'emittente americana: «Non è morto nessuno. Neanche uno studente è stato schiacciato dai carri armati». La Società della croce rossa cinese, al contrario, stimò «2.600-3.000 morti». Un anno e mezzo fa, il governo britannico ha declassificato un documento inviato dall'allora ambasciatore inglese in Cina, Sir Alan Donald, che parla di «minimo 10.000 morti». La fonte del documento è lo stesso Consiglio di Stato cinese presieduto dall'allora primo ministro Li Peng, che il 20 maggio 1989 dichiarò la legge marziale, che portò al massacro pochi giorni dopo. Il documento racconta nel dettaglio come sono stati uccisi in modo barbaro i civili. Riportiamo di seguito una nostra traduzione.

I PRIMITIVI DEL 27ESIMO
Fatto. Ad aver commesso le atrocità a Pechino è il 27esimo gruppo di armata, composto da truppe provenienti dallo Shanxi, per il 60 per cento analfabete e soprannominate: "Primitivi". Il comandante era Yang Zhenhua, figlio di Yang Baiding, fratello di Yang Shangkun. Per dieci giorni non hanno ricevuto notizie fino a quando non hanno saputo che dovevano prendere parte a una esercitazione. (...) Sono stati informati della legge marziale il 20 maggio. Durante i primi quattro giorni dal loro arrivo a Pechino sono stati condotti per le vie della città per familiarizzare con l'area. Il 27esimo era nel pieno delle sue forze con carri armati, mezzi corazzati e ogni tipo di munizioni, gas lacrimogeni e lanciafiamme. (...)
Fatto. La notte del 3/4 giugno al 27esimo è stato ordinato di attaccare da ovest insieme ad altre unità provenienti da Shenyang. La prima ondata doveva attaccare senza armi, la seconda con le armi ma senza munizioni, la terza con le armi cariche per spaventare la folla, la quarta era il 27esimo a pieno regime. Le prime tre ondate sono state bloccate dai dimostranti, mentre le truppe cercavano di respingerle per far passare il 27esimo. Non ci sono riuscite e il 27esimo ha aperto il fuoco sulla folla (sia civili che soldati) prima di schiacciarli con i mezzi blindati.

CARRI ARMATI SUI CIVILI A 65 KM ORARI
Fatto. Le masse, inferocite, hanno continuato a ignorare il fuoco e a Liubukou (vicino a Tienanmen, ndr) i mezzi blindati hanno schiacciato truppe e civili allo stesso modo a una velocità di 65 chilometri orari. Un mezzo si è ribaltato e il capitano è stato tratto fuori dal veicolo e portato in ospedale dalla folla. Non era impazzito e ha chiesto di morire per le atrocità compiute.
Fatto. Arrivate a Tienanmen, le truppe hanno separato gli studenti dai residenti. Gli studenti hanno compreso di avere un'ora per abbandonare la piazza ma dopo appena cinque minuti i mezzi blindati li hanno attaccati. Gli studenti si sono compattati unendo le braccia ma sono stati falciati insieme a molti soldati. I blindati sono passati e ripassati sui corpi più volte, i resti sono stati raccolti con le ruspe, cremati e dispersi nei canali di scolo.

MILLE SOPRAVVISSUTI FALCIATI CON I MITRA
Il 27esimo ha ordinato di non risparmiare nessuno, sparando anche ai feriti. Quattro studentesse ferite hanno implorato i soldati di risparmiare loro la vita, ma sono state trafitte con le baionette. Una bambina di tre anni è rimasta ferita, la madre ha cercato di soccorrerla ma le hanno sparato. Altre sei persone hanno cercato di soccorrerla ma hanno fatto la stessa fine. A mille sopravvissuti è stato detto che potevano scappare prendendo via Zhengyi, ma sono stati abbattuti con le mitragliatrici già appostate. Le ambulanze dell'esercito che hanno tentato di soccorrere le persone sono state colpite con armi da fuoco, al pari di un'ambulanza ospedaliera sino-giapponese. Un conducente dell'ambulanza ha cercato di contrattaccare ma è stato fatto a pezzi con un'arma anti blindati. Durante l'attacco un ufficiale del 27esimo è stato ucciso dai suoi stessi uomini, apparentemente perché stava tentennando. I soldati hanno spiegato che se non l'avessero ucciso, sarebbero stati uccisi loro.

LA RIBELLIONE DI PARTE DELL'ESERCITO
Ipotesi. È stato usato il 27esimo (per il massacro, ndr) perché era l'armata più affidabile e ubbidiente. Secondo alcuni, le altre armate avrebbero attaccato il 27esimo se avessero avuto le munizioni. (...).
Voce. Alcuni soldati delle prime tre ondate sono tornati alle basi militari per prendere le munizioni. Le armate provenienti dallo Shandong, Jiangsu e Xinjiang hanno lasciato le caserme senza aver ricevuto l'ordine per distruggere il 27esimo. I comandanti provenienti da Guangzhou, Pechino e Shenyang si sono rifiutati di partecipare a un incontro con il comandante Yang Shangkun.
Fatto. Il comandante di Pechino si è rifiutato di rifornire le truppe in città con cibo, acqua e riparo. Il 27esimo utilizzava proiettili a espansione (che aumentano la gravità delle ferite, ndr). Cecchini del 27esimo hanno ucciso molti civili appostati sui balconi. Hanno sparato su netturbini ecc. per fare pratica. Gli ospedali di Pechino hanno ricevuto l'ordine di accettare solo i feriti delle forze di sicurezza. Al momento, 6 studenti stranieri e 23 giornalisti stranieri sono stati uccisi nei combattimenti (nota: di quest'ultimo fatto non abbiamo le prove).

STIMA MINIMA: 10.000 MORTI
Fatto. La prima fase delle operazioni aveva lo scopo di mettere in sicurezza Piazza Tienanmen. La fase successiva avrà l'obiettivo di controllare le strade principali e le traverse spingendosi dal centro verso l'esterno. Questa fase comincerà entro due giorni.
Fatto. Yang Shangkun e Deng Xiaoping (leader de facto della Cina, ndr) sono amici stretti. Alcuni membri del Consiglio di Stato [affermano] che la guerra civile è imminente. Qin Jiwei (generale e ministro della Difesa, ndr) è stato costretto contro la sua volontà ad apparire in televisione il 20 maggio per dare l'impressione [che il governo] fosse unito. Stima minima dei civili morti: 10.000.

Fonte: Tempi, 31 maggio 2019

9 - OMELIA CORPUS DOMINI - ANNO C (Lc 9,11-17)
Voi stessi date loro da mangiare
Fonte Il settimanale di Padre Pio

Oggi celebriamo la solennità del Corpo e Sangue di Cristo. È dunque la festa dell'Eucaristia. L'Eucaristia è il dono per eccellenza, poiché è Gesù stesso che si dona a noi nelle sembianze di un po' di pane e di un po' di vino.
Le letture di oggi ci aiutano a comprendere, per quanto è possibile, la grandezza di questo dono. La prima lettura ricorda la più antica figura di Cristo Sacerdote: Melchisedek, re di Salem e sacerdote del Dio Altissimo che, in ringraziamento a Dio per la vittoria ottenuta da Abramo, offre un sacrificio di "pane e vino". Questo sacrificio fatto a Dio del pane e del vino simboleggia il sacrificio dell'Eucaristia. E Melchisedek, questo misterioso personaggio di cui l'Antico Testamento non ci dà alcuna indicazione, è una prefigurazione, ovvero una anticipazione profetica, di Gesù Cristo vero Sacerdote che congiunge la terra al Cielo. Il Salmo responsoriale dice di Lui: «Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek».
La seconda lettura ci presenta l'Istituzione dell'Eucaristia. San Paolo, scrivendo ai Corinzi, riporta il racconto dell'Ultima Cena di Gesù con i suoi Apostoli. Durante l'Ultima Cena avvenne il più grande miracolo, miracolo che si perpetua ad ogni celebrazione della Santa Messa: il pane muta di sostanza e diventa il Corpo di Cristo, e così pure il vino che si trasforma nel Sangue Preziosissimo del Redentore.
L'Eucaristia che Gesù stringeva tra le sue mani durante l'Ultima Cena è lo stesso suo Corpo che a distanza di pochi giorni è stato immolato sulla Croce, ed è lo stesso Corpo che, ogni volta, riceviamo alla Comunione. Durante l'Ultima Cena, dunque, Gesù anticipò il Sacrificio che compì sul Calvario e disse agli Apostoli: «Fate questo in memoria di me» (1Cor 11,25). Fin dal suo sorgere, la Chiesa ha sempre obbedito a questo comando del Signore, celebrando la Messa ogni giorno. Non si tratta di un semplice ricordo di un avvenimento passato, in quanto l'Eucaristia rende presente, in modo sacramentale, lo stesso Sacrificio del Calvario.
Anche il Vangelo di oggi parla dell'Eucaristia, di cui il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci è anch'esso un'anticipazione profetica. Gesù prende i pani, eleva gli occhi al cielo, li benedice, li spezza e li distribuisce. Tutti questi gesti saranno poi ripetuti durante l'Ultima Cena. Per compiere il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù si servì dell'aiuto dei suoi Apostoli; per compiere invece il Miracolo Eucaristico, Gesù si avvale dei suoi sacerdoti, i quali sono come i suoi tesorieri.
Il Vangelo dice che «tutti mangiarono a sazietà» (Lc 9,17). L'Eucaristia, soltanto l'Eucaristia, può saziare ogni nostro desiderio. Tutto il resto, anche le ricchezze e i beni di questo mondo, ci lasceranno sempre vuoti e insoddisfatti.
Come proposito pratico, impegniamoci a partecipare con più amore all'Eucaristia domenicale e a ricevere spesso la Comunione. Ricordiamoci però che, per ricevere la Comunione, bisogna essere in grazia di Dio. Quindi, se uno è consapevole di essere in peccato mortale, deve prima confessarsi. In questi nostri tempi spesso si è pensato che questa norma fosse ormai decaduta, come qualcosa di superato. La Chiesa, invece, continua a ribadirla. L'ultimo Catechismo così riporta: «Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il Sacramento della Riconciliazione, prima di accedere alla Comunione» (CCC, n. 1385). Ciò significa che, per quanto grande possa essere il nostro pentimento, se si è in peccato mortale, bisogna prima confessarsi dal sacerdote. Anche il papa Giovanni Paolo II, in una sua lettera Enciclica, ha ripetuto questo insegnamento, dichiarando: «Desidero quindi ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma [...] che, al fine di una degna ricezione dell'Eucaristia, si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale».

Fonte: Il settimanale di Padre Pio

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