BastaBugie n°646 del 08 gennaio 2020

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1 IL SIGNIFICATO PUBBLICO DEL PRESEPE
Il Vescovo di Trieste ribadisce che il presepe va fatto non solo per una questione culturale, ma soprattutto perché la Fede deve poter essere manifestata pubblicamente
Autore: Giampaolo Crepaldi - Fonte: Osservatorio Cardinale Van Thuân
2 L'OSSESSIONE PER L'UGUAGLIANZA LIVELLA TUTTI NELLA MISERIA
Ridurre le disuguaglianze economiche non riduce la povertà, bensì riduce le risorse utilizzabili in una società... rendendo tutti più poveri (e meno liberi)
Autore: Alessandra Nucci - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
3 COME SAREBBE LA NOSTRA CIVILTA' SENZA GESU'?
Se il cristianesimo non ci fosse stato non avremmo gli ospedali, la scienza, l'abolizione della schiavitù, la dignità dei bambini e delle donne, ecc.
Fonte: Sito del Timone
4 SEGUIRE SOLO LE EMOZIONI E' RISCHIOSO
Le passioni sono buone, ma vanno moderate, cioè sottomesse alla ragione
Fonte: Radio Roma Libera
5 COME MAI DIO CHIESE AD ABRAMO DI UCCIDERE IL FIGLIO?
Due apparenti assurdità ci fanno capire la differenza tra abbandonarsi ciecamente e affidarsi totalmente a Dio
Fonte: I Tre Sentieri
6 LA REGALITA' SOCIALE DI CRISTO E I DOVERI DELLA POLITICA
L'errore oggi comune è quello di dare alla festa di Cristo Re (che mette in risalto la Regalità Sociale di Cristo) un significato spirituale, escatologico o pastorale, anziché sociale e politico
Autore: Stefano Fontana - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
7 I DUE PAPI, IL FILM NETFLIX CHE DEFORMA SIA BENEDETTO XVI CHE PAPA FRANCESCO
Un capovolgimento totale della realtà che condiziona comunque gli spettatori ignari
Autore: Marco Tosatti - Fonte: Radio Roma Libera
8 CAMBIA SESSO, MA POI CAMBIA IDEA... UN DISASTRO
Altre notizie dal mondo gay (sempre meno gaio): legge di bilancio stanzia un milione per gli studi LGBT, per il presidente della CEI i bambini hanno bisogno di un padre e di una madre, la Spagna verso il no all'utero in affitto
Autore: Luca Scalise - Fonte: Provita & Famiglia
9 OMELIA BATTESIMO DI GESU' - ANNO A (Mt 3,13-17)
Questi è il Figlio mio, l'amato
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - IL SIGNIFICATO PUBBLICO DEL PRESEPE
Il Vescovo di Trieste ribadisce che il presepe va fatto non solo per una questione culturale, ma soprattutto perché la Fede deve poter essere manifestata pubblicamente
Autore: Giampaolo Crepaldi - Fonte: Osservatorio Cardinale Van Thuân, 4 dicembre 2015

Anche quest'anno, con l'avvicinarsi delle feste natalizie, è tornata la polemica sui presepi nei luoghi pubblici, soprattutto nelle scuole. Si sono verificati molti casi di sospensione di questa tradizione, ove fosse ancora presente, insieme con la sospensione di canti religiosi ispirati alla Natività. [...]
Bisogna prima di tutto prendere atto che il processo di secolarizzazione non poteva certo fermarsi davanti al presepe. Da questo punto di vista, purtroppo, non c'è di che sorprendersi. La società attuale ha preso da tempo le distanze dalla religione, non solo impedendole ogni pubblica manifestazione e creando un mondo in cui Dio non si trova, ma anche sviluppando criteri di giudizio e atteggiamenti sociali direttamente e sistematicamente contrari alla fede cristiana e in particolare cattolica. Ci sarebbe da stupirsi se la secolarizzazione si fosse fermata davanti alle statuine di gesso e alla grotta con sopra il muschio. Con ciò non si intende avvalorare tale processo e tale suo esito, ma solo segnalare che esso non è nato ieri e ha ormai intaccato alla base molti elementi della cosiddetta civiltà cristiana. L'attacco al presepe richiede da parte cattolica una seria riflessione sulla secolarizzazione e le sue dinamiche.

LA FEDE DEVE POTER ESSERE MANIFESTATA PUBBLICAMENTE
In secondo luogo va osservato che del presepe viene contestata la costruzione nei luoghi pubblici. Il senso è preciso: la fede può essere al massimo tollerata come fatto privato. Il presepe va fatto in casa e non in piazza. È la privatizzazione della fede religiosa, che la laicità occidentale vanta come unica propria fede. Ciò dovrebbe valere per tutte le religioni. Tutte dovrebbero abbandonare la pubblica piazza e trasferirsi tra le mura domestiche. La società che ne deriverebbe sarebbe una società senza Dio e questa viene spacciata per neutralità rispetto a tutte le fedi, ossia per presunta laicità. Ma come può essere neutro chi vuol fare piazza pulita? Come può essere neutro chi discrimina le fedi religiose privandole della loro presenza pubblica? Certamente lo Stato ha, in certi casi, il dovere di vietare la manifestazione pubblica della religione. Il diritto alla libertà religiosa, per quanto riguarda il cosiddetto foro esterno, non è assoluto, ma sottoposto all'ordine pubblico e al bene comune. Lo Stato, per il bene comune, può limitare o anche vietare completamente la presenza pubblica di una religione. Ma nel caso in questione, il divieto non avviene per la salvaguardia di un bene comune, che lo Stato non è più nemmeno capace di immaginare, ma per un atto di imperio che tradisce una assolutezza politica molto pericolosa. Tradisce una politica che si fa religione e che gareggia con le religioni sul loro stesso piano assoluto. Si ha così uno scontro tra due religioni, e la laicità, che avrebbe dovuto essere uno spazio neutro e quindi pacifico, diventa un luogo pericoloso perché conflittuale.

PER FARE IL PRESEPE IL MOTIVO CULTURALE NON È IL PRINCIPALE
La terza osservazione da farsi riguarda la qualità dell'opposizione che solitamente viene messa in atto contro simili misure. In genere essa fa riferimento alla civiltà cristiana, alla nostra storia e a come la nostra vita sociale, i nostri criteri morali, le nostre abitudini, senza parlare delle opere d'arte che hanno formato le nostre menti, affondi le proprie radici nel cristianesimo. Difficile avere dubbi su questo tipo di argomentazioni.
L'Italia - e con essa tutto l'Occidente - non sarebbe se stesso senza le proprie radici cristiane che sono ben visibili ovunque attorno a noi. È legittimo e doveroso far valere questo argomento storico e di identità contro quanti sostengono che, invece, per convivere con gli altri, ci si dovrebbe spogliare delle proprie tradizioni e di quanto  esse ancora oggi ci danno. L'accoglienza e l'integrazione non si fanno nel vuoto e a volto coperto. È ben evidente che questi argomenti possono prestarsi anche ad un uso politico e che chi li sostiene non sempre lo fa per amore del cristianesimo, ma per altri motivi. Bisogna però anche accettare che gli argomenti siano vissuti da ognuno al proprio livello di comprensione e di assimilazione, mettendo anche in bilancio possibili elementi di strumentalizzazione. Non è corretto negare valore a questi argomenti circa l'identità di un popolo, con l'idea che si prestano ad operazioni politiche di corto respiro.
Detto questo, va anche però osservato che queste argomentazioni sono insufficienti. Se le radici cristiane vengono difese - come è pur giusto fare, lo ripetiamo - solo per motivi storici o culturali, può venire il momento che le nuove generazioni non siano più sensibili alla propria storia passata, alle proprie origini culturali o che, addirittura, diventino incapaci di leggere i segni della presenza cristiana attorno a noi. E' proprio tra le bellissime basiliche gotiche della Francia che alligna il nuovo ateismo e, in genere, un giovane oggi non possiede le più elementari nozioni teologiche per poter leggere una pala d'altare, un affresco o un fregio. La nostra storia cristiana può diventare muta. Non può essere solo il "come eravamo" o il "è da lì che noi proveniamo" a salvarci dalla secolarizzazione che secolarizza anche il senso del passato come il senso in genere e non solo il senso religioso.

IL PRESEPE VA FATTO NON SOLO PER LE RADICI CRISTIANE, MA PERCHÉ È VERO
Il presepe, come ogni altra manifestazione pubblica delle fede cristiana, ha diritto ad essere mantenuto non solo perché lì ci sono le nostre origini, ma perché è vero. È solo la verità della religione cristiana a valere come titolo ultimo del suo diritto ad una presenza nella pubblica piazza ed è solo perché questa religione, più di ogni altra, contribuisce al bene comune che il potere pubblico dovrebbe esso stesso difendere il presepe o qualsiasi altro simbolo di quella fede. Senza il Bambinello siamo tutti più poveri, anche i potenti di questa terra, che gestiscono la cosa pubblica senza sapere perché né come e che non sono in grado di valutare la verità delle diverse religioni preoccupandosi invece, con un gesto falsamente liberatorio, di eliminarle in blocco dalla pubblica piazza: fuori tutti da qui! Ma il senso di quel "qui", di cosa significhi la comunità politica, a quel potere sfugge. Altrimenti utilizzerebbe quei criteri per valutare le religioni e per vedere che la fede cristiana è "dal volto umano".
Le tradizioni muoiono se non sono continuamente rivissute. Cristo non è una tradizione anche se la Chiesa ha una tradizione, una tradizione viva che si fonda sulla reale presenza di Cristo nella sua storia, proprio ciò che il presepe vuole rappresentare. Le autorità politiche non riusciranno a impedire il presepe, anche se ciò non toglie che si debba lottare perché non lo facciano. Non riusciranno nemmeno a difenderlo dalla secolarizzazione, anche se non possiamo esimerci dal richiederglielo. Ciò che conterà, alla fine, è che Cristo sia vissuto come Vero e come Vivo dai cristiani. Non solo come Vivo, ma anche come Vero, perché su questo si fonda la sua pretesa di essere presente nella pubblica piazza.

Fonte: Osservatorio Cardinale Van Thuân, 4 dicembre 2015

2 - L'OSSESSIONE PER L'UGUAGLIANZA LIVELLA TUTTI NELLA MISERIA
Ridurre le disuguaglianze economiche non riduce la povertà, bensì riduce le risorse utilizzabili in una società... rendendo tutti più poveri (e meno liberi)
Autore: Alessandra Nucci - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 16-18 novembre 2019

A un certo punto della storia recente, all'incirca a partire dalla caduta del muro di Berlino, il concetto di giustizia in Occidente si è trasformato da "a ciascuno il suo", basato sul rispetto della proprietà privata e del merito, ad "a ciascuno secondo il bisogno", che suona cristiano ma in realtà era lo slogan di Lenin e di cristiano ha solo, appunto, il suono. Cristo disse quasi esattamente l'opposto di Lenin, quando concluse la parabola dei talenti con "a chiunque ha sarà dato, e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha" (Mt 25,29), ma tant'è. Da diverso tempo i politici, le Ong e i guru del pensiero unico politicamente corretto, nonché ormai anche tanti della sponda opposta, di pensiero conservatore o libertario, dichiarano di impegnarsi non per combattere la povertà ma per ridurre le diseguaglianze, come se i poveri fossero poveri semplicemente perché i ricchi sono ricchi.
In realtà c'è ben poca correlazione fra i tassi di povertà e la diseguaglianza. Nella pratica dei fatti si è visto che ridurre le disuguaglianze economiche non equivale a ridurre la povertà. Anzi. Dal 2008 la recessione negli Usa e nel mondo ha ridotto le disuguaglianze, riducendo la ricchezza in mano ai ricchi ma non certo migliorando le condizioni dei poveri. La perdita di potere d'acquisto da parte dei benestanti non migliora ipso facto le condizioni dei poveri, semplicemente drena le risorse utilizzabili in una società.
La superstar della pubblicistica in tema di diseguaglianze è il francese François Piketty, il cui "Capital in the Twenty First Century" (2014) è il bestseller del settore. Peccato però che non si sia molto diffusa la notizia che il tema centrale della sua opera, l'affermazione secondo cui le diseguaglianze patrimoniali starebbero tornando a livelli di prima della prima Guerra mondiale, risulta minato da formule errate ed errori di trascrizione dalle fonti originali. Non lo dico io ma il Financial Times, secondo cui alcuni dati di Piketty risultano scelti arbitrariamente o costruiti senza una fonte originale al fine di far tornare il risultato voluto, mentre una volta ripuliti i dati e semplificati, i numeri europei dopo il 1970 non dimostrano alcuna tendenza verso l'incremento della disuguaglianza patrimoniale.

LE SBAGLIATE IDEE DI MARX
Il fatto però è che è comunque sbagliato utilizzare l'uguaglianza come misura del benessere economico. Infatti se da una parte non esiste un travaso automatico dalle tasche dei poveri a quelle dei ricchi, dall'altra le opportunità dei cittadini sono collegate fra loro ed è il lavoratore a rimetterci se un imprenditore manca dei mezzi per pagare gli stipendi, o se non investe nelle start-up, oppure se non trova compratori per le merci offerte. Se al privato che produce si sostituisce lo Stato con le sue burocrazie, i mezzi li preleverà dalle medesime forze produttive, ma aggiungendoci i propri costi e depurandoli del necessario per pagare stipendi e costi vari.
L'idea marxiana che i profitti di uno comportino necessariamente delle perdite da parte di un altro corrisponde a una visione ottocentesca dell'economia a somma zero, radicata nella società agraria pre-industriale. Di conseguenza la richiesta politica è sempre quella di interventi per aumentare le tasse sui ricchi (la famigerata nebulosa del "1 %"), al fine di spendere di più sulla scuola, dare più poteri negoziali ai lavoratori ed essere meno tolleranti delle fusioni fra multinazionali. Ma l'economia non è di dimensioni fisse, in cui l'unica variabile è la distribuzione. Grazie alla creatività dell'essere umano, l'intera torta può crescere, mettendo a disposizione di tutti una quantità maggiore di risorse… a patto di lasciare un'effettiva libertà d'impresa, il sistema economico giudicato migliore nell'enciclica sociale Centesimus Annus.
Concentrarsi sulle diseguaglianze anziché sulla povertà, insistendo, come fa ogni anno il conglomerato di Ong denominato Oxfam, che eliminare le disuguaglianze è condizione imprescindibile per agire sulla povertà, attribuisce la responsabilità di ridurle a un'autorità centrale, lo Stato, coltivando quindi nella società l'abitudine all'obbedienza passiva, assieme al sentimento massimamente divisivo dell'invidia (S. Gregg, L'invidia in un'era di disuguaglianza, Acton Institute 2014), oscurando così, come notava l'economista cattolico Michael Novak, l'importanza delle scelte effettuate dai poveri stessi, quali principalmente: la scelta di seguire e portare a termine un corso di studi, la scelta di mantenere rapporti familiari stabili, la scelta di lavorare stabilmente evitando di darsi a "consolazioni" che portano a dipendenze. La stessa lezione si ricava da uno studio condotto nel 2018 nel Regno Unito (J. Cribb, A. Hood, R. Joyce, A. Norris Keiller, Living standards, poverty and inequality, IFS, July 2017) che certifica che nelle regioni britanniche più povere si sono constatate disuguaglianze ridotte, mentre nelle regioni dove i poveri stanno meglio ci sono anche più diseguaglianze.

LA FISSAZIONE PER LE DISUGUAGLIANZE
La fissazione per le disuguaglianze unita al divieto politicamente corretto di elogiare o diffondere la cultura occidentale, ovvero il capitalismo di stampo occidentale, che è quello che di fatto ha sollevato interi Paesi dalla povertà e continua a farlo, porta anche alla moderna ipocrisia dello sfruttamento dell'Africa mascherato da slanci altruistici. Cantanti, celebrità, Ong ed entità varie hanno fatto dell'Africa un business su cui incanalare l'indignazione del mondo occidentale, raccogliendo montagne di soldi  di cui non è quasi mai certa l'effettiva destinazione. Con molte eccellenti eccezioni, vi è in Occidente l'abitudine diffusa di inondare l'Africa non tanto di soldi quanto del travaso del nostro superfluo, fra cui talvolta  anche prodotti scaduti. Questo ha anche l'effetto negativo di ingessare ogni possibilità di intraprendere attività locali che diano un lucro certo: contro il prodotto gratuito, infatti, si lamentano gli economisti africani, quale concorrenza è possibile?
Negli ultimi 50 anni infatti, in omaggio al principio che la soluzione di tutto sta in una sapiente ridistribuzione delle "risorse", circa mille miliardi di euro sono stati trasferiti dai Paesi ricchi all'Africa sotto forma di aiuti allo sviluppo. Questa alluvione di denaro ha migliorato la vita degli africani? No, sostengono in molti. Lo scrive ad esempio Dambisa Moyo, la quale nel libro "Dead Aid" ("Assistenza morta", un gioco di parole fra dead end – strada senza uscita – e Live Aid, il nome di una grossa iniziativa benefica pro-Africa)  fa un confronto fra i Paesi africani che hanno rifiutato gli aiuti dei Paesi ricchi, e hanno prosperato, con altri che sono diventati dipendenti dagli aiuti e sono rimasti intrappolati nel circolo vizioso del debito, della corruzione, della distorsione del mercato e di un'ulteriore povertà e ulteriore bisogno di aiuto.
Che la povertà non sia un male incurabile lo dimostrano gli esempi della Corea del Sud, di Taiwan, di Singapore, di Hong Kong, il cammino impetuoso intrapreso dall'India e, in Europa, la trasformazione dell'Irlanda e più recentemente della Polonia.  Diverso è il discorso del capitalismo di Stato della Cina, rigidamente controllato dal Partito unico, comunista: dovremmo poter dare per scontato che assicuri poche disuguaglianze (ma è così se includiamo chi non ha la tessera del PCC?), ma ciò avviene al costo sicuro dei terribili Laogai e di pratiche coercitive disumane di cui abbiamo poche notizie.

COSA SONO I POVERI NEGLI USA?
Si impone infine uno sguardo alla società capitalistica per eccellenza: gli Stati Uniti d'America. Nel 2018 lo speciale Rapporteur dell'Onu sull'estrema povertà e i diritti umani scrisse che negli Stati Uniti "vivono circa 40 milioni di poveri, 18,5 milioni in estrema povertà e 5,3 milioni in condizioni di povertà assoluta da terzo mondo". Questo tipo di accusa è corroborata dalle statistiche del US Census, l'Ufficio del censimento degli stessi Stati Uniti, le cui soglie per applicare la definizione di povero sono molto più alte di altri paesi del mondo. Ma come si spiega che allo stesso tempo i dati raccolti per l'Ufficio Statistica del Bureau of Labor indicano che in media le famiglie povere spendono $2,40 per ogni dollaro di reddito denunciato, ovvero spendono più del doppio di quanto entri loro in tasca. Com'è possibile? È possibile perché per la classifica della povertà non si tiene conto di nient'altro che del reddito corrente in denaro. In altre parole uno può avere i beni mobiliari o immobiliari che vuole, e beneficiare dei corposi sussidi erogati dallo Stato a chi è in condizioni di indigenza (il welfare negli Usa ammonta a 1,1 mila miliardi di dollari all'anno), e ciononostante essere nel novero dei poveri.
Cosa significa dunque essere poveri negli Stati Uniti? Per il 2019  la soglia della povertà per una famiglia di 4 persone è stato stabilito in un reddito lordo di 25.750 dollari, circa 23.200 euro (per individuo singolo la soglia scende a 12.140 dollari ovvero circa 11mila euro; per ogni persona in più si aggiungono 4430 dollari [4026 euro] arrivando a considerare povera ad esempio a 43,430 dollari [39.500 euro] una famiglia di otto persone. Per chi vive alle Hawaii o in Alaska dove il costo della vita è più alto anche le soglie di povertà sono molto più alte. Questo dato numerico però, come dicevamo, non tiene alcun conto delle entrate percepite in forma non-monetaria,  come le case popolari, la sanità gratuita Medicaid o le sostanziose tessere per alimenti che possono arrivare fino a 600 euro pro-capite. E soprattutto non viene conteggiato ai fini della definizione di "povero" il patrimonio posseduto, e dunque i risparmi e i beni immobiliari e mobiliari degli individui e delle famiglie. Ciò permette al numero dei "poveri" americani di fluttuare da un anno all'altro in base alla decisione in un determinato periodo di non fare una attività retribuita ma di vivere temporaneamente di risparmi, (cosa che negli Usa è più comune che da noi). Traducendo i numeri in immagini concrete, risulta dagli studi di vari think tank che in USA anche le famiglie considerate in condizioni di "estrema povertà" tipicamente possiedono un computer, un DVD e dei cellulari. I casi di fame, sfratto o taglio delle utenze per morosità sono rari. Se poi si sale dall'estrema povertà ai poveri «normali », per il 42% è proprietario della casa in cui vive, costituita in media da tre camere da letto, un bagno e mezzo, un garage e una veranda,  per l'80 per cento essi hanno l'aria condizionata e la tv via cavo o satellite; i tre quarti possiedono un'automobile o un camioncino mentre il 31 per cento ne possiede più d'uno:  circa la metà di loro ha un computer, uno su sette ne ha più d'uno, il 43% ha un collegamento Internet e il 40% ha uno o più televisori al plasma. Oltre la metà delle famiglie povere con bambini possiede un sistema di videogiochi come Xbox o PlayStation, e un quarto di esse ha un sistema digitale vcr o dvd.
Uno studio della Heritage Foundation osserva inoltre che gli americani poveri hanno case più spaziose del cittadino medio non-povero dell'Europa occidentale e che quanto al nutrimento, il consumo medio di proteine, vitamine e minerali è praticamente uguale per i bambini di famiglie povere come di famiglie del ceto medio. Secondo, anzi, i dati del ministero dell'agricoltura, la maggior parte dei bambini di famiglie povere risulta iper-nutrita e in prospettiva diventa mediamente più alta e più robusta dei soldati che sbarcarono in Normandia durante la seconda guerra mondiale: questo perché essi consumano in media il 100% di proteine in più rispetto al livello consigliato.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 16-18 novembre 2019

3 - COME SAREBBE LA NOSTRA CIVILTA' SENZA GESU'?
Se il cristianesimo non ci fosse stato non avremmo gli ospedali, la scienza, l'abolizione della schiavitù, la dignità dei bambini e delle donne, ecc.
Fonte Sito del Timone, 29 dicembre 2019

Le radici della nostra civiltà affondano in Lui e senza di Lui semplicemente non sarebbero. Ecco alcuni esempi in pillole.

OSPEDALI
La fioritura degli ospedali e della cura dei malati nasce dalla fede, dall'identificazione del povero e del malato con Cristo sofferente. Nella sua vita terrena, Gesù è stato guaritore di corpi e di anime e lui stesso sofferente, come dicevano i teologi medievali: "Christus medicus et infirmus". C'è anche un modo di intendere l'uomo nel suo valore intrinseco e di vedere nel corpo non - come credeva Platone - un «involucro, immagine di una prigione» (Cratilo, 400 C), bensì la componente fisica della persona umana, per la prima volta concepita e apprezzata in modo unitario. I numerosi ospedali nati nel Medioevo, in genere presso monasteri, venivano chiamati "Domus Dei", "Casa di Dio". In America Latina, in Asia e in Africa i primi ospedali  sono stati fondati dalle missioni cattoliche e protestanti e ancor oggi la sanità delle Chiese cristiane occupa un ruolo importante in non pochi paesi. (Francesco Agnoli)

DIGNITÀ DEI BAMBINI
Con la diffusione del cristianesimo aborto e infanticidio divengono culturalmente inaccettabili e quindi fenomeni più rari e circoscritti. Se nell'Impero romano l'esposizione di neonati non desiderati era diffusa, i cristiani condannavano tale pratica come omicidio. Come ebbe a dire Giustino Martire (100-165 d.C.), «ci è stato insegnato che è malvagio esporre perfino i neonati [...] perché in tal caso saremmo degli assassini» (citato in "Writings of Saints Justin Martyr, Christian Heritage 1948). Le legislazioni, a partire da Costantino, vietano l'infanticidio e aiutano le famiglie bisognose perché non ricorrano alla vendita dei loro figli per motivi economici.

DIGNITÀ DELLA DONNA
Una delle grandi novità storicamente rilevabili apportate dal cristianesimo riguarda la concezione della donna. Sovente secondaria e marginale, almeno in linea di diritto, nel mondo greco; sotto perpetua tutela dell'uomo, padre e marito, nel mondo romano; ostaggio della forza maschile, presso i popoli germanici; passibile di ripudio e giuridicamente inferiore nel mondo ebraico; vittima di infiniti abusi e violenze, compreso l'infanticidio, in Cina e India; forma inferiore di reincarnazione nell'induismo tradizionale; sottoposta alla poligamia, umiliante affermazione della sua inferiorità, nel mondo islamico e animista; vittima presso diverse culture di vere e proprie mutilazioni fisiche; sottoposta al ripudio del maschio, in tutte le culture antiche, la donna diventa col cristianesimo creatura di Dio, al pari dell'uomo. (Francesco Agnoli)

MATRIMONIO
Il matrimonio cristiano è imprescindibilmente monogamico e indissolubile. Esso quindi sottintende e implica anzitutto la pari dignità degli sposi: non è lecito ad un uomo avere più mogli, nel suo gineceo o nel suo harem! Non è lecito, in virtù della sua maggior forza, ripudiare la moglie, come fosse un oggetto, né sostituirla con delle schiave! E neppure, ovviamente, il contrario. Tutta la storia della chiesa, per quanto riguarda la morale coniugale, tende a salvare proprio questa pari dignità: vietando ovviamente ogni antico diritto di vita o di morte dell'uomo sulla donna; tutelando il più possibile il libero consenso degli sposi, già partire dai primi secoli quando Agostino ricorda che "l'intervento dei genitori non è di diritto divino", cioè non è necessario, come per gli antichi, e aggiunge umoristicamente che "altrimenti Adamo avrebbe dovuto essere presentato a Eva da suo Padre"; innalzando l'età del matrimonio della donna (che per i romani erano sovente i dodici anni) e quindi la sua responsabilità e libertà; ostacolando il più possibile la possibilità dei genitori di violare la libertà dei figli, e in particolare ai padri di decidere il marito della figlia; combattendo l'abitudine dei matrimoni combinati, soprattutto tra i nobili; contrastando in ogni modo i matrimoni forzati, in cui solitamente era la donna a fungere da vittima; impedendo, in questo caso a tutela della salute dei figli, i matrimoni tra consanguinei... (Francesco Agnoli)

ABOLIZIONE DELLA SCHIAVITU'
Se infatti siamo tutti figli dello stesso Padre, è giocoforza riconoscere la nostra uguaglianza dinnanzi a Lui. Per questo Marc Bloch nota giustamente che il solo sedere accanto, durante la liturgia divina, di padrone e schiavo cristiani, fu una rivoluzione culturale immensa. Lo schiavo, figlio anche lui del "Padre Nostro", non era più da meno di una porta (Plutarco), neppure un mero instrumentum vocale (Catone), ma era, appunto nientemeno che figlio di Dio. Così nella Lettera di Barnaba si poteva leggere: "Non comandare amaramente alla schiava o allo schiavo tuo che sperano nello stesso Dio, onde non ti avvenga di non temere Dio che è sopra te e sopra loro"; analogamente Lattanzio affermava che padroni e servi "sono pari" perché "fratelli", mentre Clemente Alessandrino insegnava: "Gli schiavi debbonsi adoperare come noi adoperiamo noi stessi, giacché sono uomini come noi, e Dio è eguale per tutti, liberi e schiavi". Fu dalla visione teologica cristiana, dunque, che derivò il progressivo sgretolarsi dello schiavismo romano, che era sì già in crisi, ma non certo defunto; fu per questa stessa fede che Costantino vietò la crocifissione, i giochi gladiatorii negli stadi, dove gli schiavi venivano divorati dalle belve, il marchio a fuoco sugli schiavi stessi e la vendita dei bambini esposti. (Francesco Agnoli)

ECONOMIA
L'abitudine protocristiana di parlare di salvezza dell'anima in termini economici condusse in Occidente prima di tutto allo standardizzarsi di linguaggi economici fortemente intrisi di teologia, o se si preferisca strutturati a partire dai vocabolari giuridici dello scambio, e in secondo luogo alla divulgazione di una razionalità economica chiaramente orientata in senso religioso, ossia codificata in termini di ritualità religiosa. Se la ricerca di un profitto e l'aumento di un capitale monetario così come la competenza di un cambiavalute potevano valere da modello logico di riferimento per tutti quanti, da cristiani, intendevano accumulare un patrimonio di buone pratiche collettive che poi, investito e moltiplicato, si sarebbe tradotto nella felicità eterna, ne risultava che la dinamica dei mercati e le logiche dell'investimento profittevole venivano a trovarsi al centro della vita pubblica dei cristiani non soltanto per ragioni di utilità ma anche e soprattutto per ragioni metodologiche e religiose, inerenti cioè strutturalmente all'identità civica e politica di quanti si dicevano cristiani. (...) Due fenomeni storici furono tuttavia decisivi nel processo che condusse gradualmente questa definizione sacralizzata delle relazioni di mercato ad affermarsi come linguaggio corrente dell'esperienza economica e politica: la diffusione delle istituzioni monastiche e la collaborazione o per meglio dire la fusione politico-religiosa che si realizzò in Europa fra poteri ecclesiastici e poteri regi e imperiali. (G. Todeschini)

SCIENZA NATURALE
Risulta determinante lo spirito con cui ci si pone di fronte al mondo materiale. Il cristiano crede che il mondo è buono. La materia fu ulteriormente nobilitata dall'Incarnazione, allorché «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). La materia è ordinata e razionale, perché fu creata da un Dio fonte di razionalità. Nel Libro della Sapienza leggiamo che il Creatore «ha tutto disposto secondo misura, calcolo e peso» (Sap 11,20), una delle frasi della Bibbia maggiormente citate durante il Medioevo. L'ordine del mondo materiale è frutto di una libera scelta di Dio. Egli avrebbe potuto creare il mondo in molte altre maniere, ma scelse di crearlo così. Ciò indica l'importanza delle nostre convinzioni teologiche in rapporto al nostro modo di concepire il mondo materiale. Si attribuisce a Dio, allo stesso tempo, la razionalità e la libertà. Se si pone troppa insistenza sulla sua razionalità a scapito della sua libertà, ci si trova allora di fronte a un mondo chiuso e necessario, senza nessuna possibilità di scienza. Se, al contrario, si accentua troppo fortemente la libertà di Dio a scapito della sua razionalità, eccoci di fronte a un mondo totalmente imprevedibile, e, ancora una volta, senza alcuna possibilità di scienza. I cristiani credono che l'ordine della natura sia accessibile alla mente umana e credono che sia possibile acquisire conoscenze sul mondo, perché Dio comandò all'uomo di dominare la terra. (Peter E. Hodgson)

POLITICA
L'idea di bene comune e di legge naturale, corroborate dalla Rivelazione, sono alla base dei sistemi politici cristiani. Sistemi che sono ben rappresentati dalla celebre espressione di Gesù, mentre gli viene chiesto se sia giusto pagare le tasse a Roma: "Date a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio". Questa formula è densissima, e occorre sottrarla alla sua banalizzazione tipica dell'era contemporanea. Essa dice certamente della necessità di non confondere e sovrapporre la Chiesa allo Stato, il Papa all'imperatore. Ma non si ferma qui, come vorrebbe il pensiero laico e liberale contemporaneo. Innanzitutto, Nostro Signore ordina di dare a Dio ciò che gli spetta, e questo dovere ricade innanzitutto su ogni sovrano, sia esso un re o un parlamento. In questo modo, la fede si ritaglia un ruolo pubblico innegabile, e si propone come guida dello Stato per riconoscere il vero e il bene. La storia dimostra che, senza questa bussola, gli Stati scivolano sempre nel più disumano relativismo. Dall'altro lato, Gesù ricorda al cristiano che è suo dovere essere un leale suddito del potere costituito, a patto che l'autorità non sia iniqua e rispetti la Chiesa e il bene comune con le sue leggi e i suoi decreti. Questa mirabile lezione del cristianesimo fu alla base di secoli di ordinamenti politici, anche se oggi il mondo - sotto questo profilo - ha obiettivamente imboccato una strada completamente diversa. (M. Palmaro, Il Timone, dicembre 2013)

Fonte: Sito del Timone, 29 dicembre 2019

4 - SEGUIRE SOLO LE EMOZIONI E' RISCHIOSO
Le passioni sono buone, ma vanno moderate, cioè sottomesse alla ragione
Fonte Radio Roma Libera, 4 Gennaio 2020

Volgiamo uno sguardo sulle passioni, altrimenti conosciute come emozioni. Ora, le passioni vengono descritte come "movimenti impetuosi dell'appetito sensitivo rispetto a ciò che si percepisce come bene o male con una ripercussione sul corpo". Per esempio: l'amore, (la passione principale), è un movimento impetuoso verso un bene apparente, con una ripercussione fisica nella dilatazione del cuore, l'ira fa correre il sangue al cervello, la paura ci fa impallidire, ecc.
I sensi e le passioni appartengono a ciò che si chiama facoltà sensitiva dell'anima, ovvero la sua capacità di sentire. Questa facoltà la condividiamo con gli animali che, come abbiamo già accennato, usufruiscono anche essi dei sensi e delle passioni. Queste capacità servono a noi, come anche a loro, per discernere tra ciò che è proficuo e ciò che è nocivo nel mondo che ci circonda, che può apparirci come un bene oppure come un male, ma anche per poter approfittare del bene, ed evitare, o superare, il male.

DIFFERENZE UOMO - ANIMALE
Ci sono due differenze però tra gli animali e noi. I sensi e le passioni degli animali non sono in nessun modo soggetti alla razionalità e non sono neanche minimamente disordinati. I sensi e le passioni umane, invece, hanno una qualità razionale che trasforma il sentimento in qualcosa di comprensibile, e sono inoltre sottomessi alla padronanza della ragione. Per di più sono disordinati in conseguenza del Peccato originale. Noi non siamo come gli animali che sono sempre moderati nella ricerca dei piaceri, dei sensi e nell'uso delle passioni.
Il fatto che le passioni siano parzialmente disordinate e fuori controllo, non significa, però, che siano cattive di per se, come sostengono gli Stoici ed i Buddisti. Piuttosto sono passioni buone, ma che sono state danneggiate, ed ora vanno moderate. Questa è un'opera meritevole che fa parte (una buona parte) del lavoro che bisogna fare su se stessi.
Non siamo come gli animali, dunque, che hanno solo le passioni per aiutarli, e nient'altro. Noi abbiamo una facoltà superiore, cioè la razionalità, ovvero la ragione e la volontà. Le passioni ci indicano cosa c'è del bene e del male nel mondo intorno, ma bisogna valutare i loro dettami secondo la ragione, e poi agire in conformità alla realtà.

LA VALUTAZIONE MORALE
Bisogna giudicare se la persona o la cosa, che sentiamo essere buona, sia davvero buona, e se quella che sentiamo essere cattiva lo sia di fatto. Il nostro compito è quello di reagire al vero bene e al vero male nel modo adeguato. Questa persona antipatica è nociva e da evitare? Questa persona simpatica è buona e da accogliere? Non lasciamoci trascinare dalle emozioni, dall'odio, dall'amore, dalla paura e dalla tristezza. Controlliamole e moderiamole, utilizzandole come forze per fare il bene ed evitare o superare il male, migliorandoci come persone.
In questa faccenda imitiamo nostro Signore Benedetto, e la Madonna, che erano, e sono, padroni completi delle passioni - pur non sopprimendole, restano immuni al Peccato originale, vivendole secondo lo stato di natura pura. Nostro Signore ad esempio, secondo la testimonianza della Sacra scrittura, sentiva la forza delle passioni, ma le adoperava in modo adatto alle circostanze. Egli pianse su Gerusalemme, amava il discepolo san Giovanni, si arrabbiava contro i mercanti nel Tempio, fu preso dalla paura nell'orto. Ma tutto secondo il giusto peso, la giusta misura e proporzione.
Sono loro i nostri modelli in questo ed in tutto. La moderazione delle passioni è una meta difficile, ma seguendo il loro esempio e chiedendo il loro aiuto, la raggiungeremo, alla loro eterna gloria.

Fonte: Radio Roma Libera, 4 Gennaio 2020

5 - COME MAI DIO CHIESE AD ABRAMO DI UCCIDERE IL FIGLIO?
Due apparenti assurdità ci fanno capire la differenza tra abbandonarsi ciecamente e affidarsi totalmente a Dio
Fonte I Tre Sentieri, 18 dicembre 2019

La prova che subì Abramo presenta almeno due apparenti assurdità.
La prima relativa al fatto che Dio chieda di uccidere una vita umana, ovvero chieda di compiere un sacrificio umano. Ora, si sa che la religione ebraica si distingueva da quelle pagane per tante cose, tra queste anche il rifiuto di qualsiasi sacrificio umano.
La seconda assurdità riguarda il fatto che Dio chieda ad Abramo di uccidere quel figlio tanto sperato e inatteso, attraverso la cui nascita Abramo aveva capito che la promessa di Dio si sarebbe realizzata. Era stato difficile per lui credere in ciò che Dio gli aveva promesso, poi quella nascita impossibile... e quindi - incomprensibile! - la richiesta di far morire quel figlio. Assurdo.
Ma è proprio su questa impossibilità di accettare l'assurdo che si manifesta chiaramente la spiegazione di questa prova. In realtà, Dio fa sperimentare ad Abramo l'esperienza dell'abbandono e del non-senso, ma solo nell'ambito della suggestione, non su quello della ragione. Chiariamo: quando Abramo ricevette da Dio una simile richiesta, egli era certo sul piano della ragione (e rimase sempre di questa convinzione) che Dio non avrebbe mai potuto permettere che si realizzasse ciò che aveva richiesto. La questione si poneva però sul piano della suggestione, ove tutto sembrava terribilmente e drammaticamente vero. È questa la caratteristica della prova.

LA NOTTE DELLO SPIRITO
In teologia spirituale si parla della cosiddetta notte dello spirito, dove Dio permette che l'anima venga assalita da mille tentazioni, scrupoli e suggestioni. Dove tutto sembra vero, anche se nel fondo della propria ragione si capisce che così non è. Dove sembra di essere stati abbandonati da Dio, anche se sul piano della ragione si sa che questo non può essere. Nell'Epistolario di Padre Pio è descritta più volte una prova di questo tipo. In alcuni momenti della sua vita, il Santo Cappuccino, sul piano della suggestione, era certo di non potersi salvare, si vedeva già all'inferno, il demonio gli faceva credere (e in un certo senso vedere) che Dio lo avesse totalmente abbandonato. Ma sul piano razionale sapeva che ciò non poteva essere e che doveva conservare la pace nel profondo del proprio cuore. È un'esperienza terribile. Ed è proprio questa esperienza che è prefigurata nella prova che subì Abramo.
Questa è la spiegazione di ciò che gli accadde. Se così non fosse, se cioè dovessimo convincerci che Abramo credesse effettivamente che Dio avrebbe potuto permettere ciò che gli aveva chiesto, dovremmo ipotizzare che colui che è il padre della nostra fede (Abramo appunto) si sarebbe potuto convincere della possibile contraddizione nella natura di Dio, il che è impossibile. È vero, si dice che Abramo "sperò contro ogni speranza" (Romani 4, 18), ma ciò non significa che egli credesse che sarebbe accaduto davvero ciò che Dio gli aveva chiesto, bensì significa che la prova che stava subendo era talmente dura sul piano della suggestione che la sua convinzione razionale sembrava andare contro l'evidenza delle cose.

ABBANDONARSI CIECAMENTE O AFFIDARSI TOTALMENTE?
Il modello di un Abramo che ammette la possibilità che Dio possa avallare l'assurdo, e quindi che in Dio stesso possa esserci anche la contraddizione, è un modello non a caso presente nel mondo protestante. Il filosofo Kierkegaard (1813-1855), che pure ha tanti meriti, indica da questo punto di vista un modello sbagliato di Abramo. Per lui Abramo è colui che si abbandona ciecamente non che si affida totalmente. Kierkegaard scrive nel suo Timore e tremore: "La fede è il paradosso secondo il quale l'individuo, come tale, è al di sopra del generale, è in regola di fronte a questo, non come subordinato, ma come superiore; e nondimeno in modo tale che l'individuo, dopo essere stato come tale subordinato al generale, diventa allora, per mezzo del generale, l'individuo come tale, superiore a quello; in modo che l'individuo è in rapporto assoluto con l'assoluto. Questa posizione sfugge alla mediazione, che si effettua sempre in virtù del generale. Essa è resta eternamente un paradosso inaccessibile al pensiero. La fede è questo paradosso, altrimenti la fede non è mai esistita perché c'è sempre stata; in altre parole, Abramo è perduto."
Dunque, l'Abramo del filosofo danese si abbandona ciecamente non si affida totalmente.
Attenzione, la differenza è importante. Un conto è abbandonarsi ciecamente, altro è affidarsi totalmente. Abbandonarsi ciecamente vuol dire non coinvolgere l'intelligenza in questo abbandono. È il credo quia absurdum che partirà, di fatto, dal nominalismo filosofico per canalizzarsi nel principio della doppia-verità (un conto è la verità della fede, altro quella della ragione) di certo pensiero umanistico-rinascimentale per sfociare poi nel fideismo protestante. Insomma, la fede non avrebbe bisogno dell'intelligenza. Anzi, più si allontana dall'intelligenza e più diventerebbe fede vera e meritevole.  Affidarsi totalmente è il contrario. Si tratta di coinvolgere l'intelligenza per aprirsi poi all'affidamento. È ciò che si può anche chiamare "intelligenza della fede". Si capisce con la ragione ciò che è vero, si capisce che Dio è tutto ed è padre e, proprio perché tutto e padre, si coglie la necessità e la logica di abbandonarsi totalmente a Lui.
Abramo è il nostro padre nella fede, ma non di una qualsiasi fede, di un ben preciso modello di fede. È il modello dell'intelligenza della fede, della fede non come abbandono cieco bensì come affidamento totale... e la prova che egli subì deve essere letta e compresa all'interno di questo modello.

Fonte: I Tre Sentieri, 18 dicembre 2019

6 - LA REGALITA' SOCIALE DI CRISTO E I DOVERI DELLA POLITICA
L'errore oggi comune è quello di dare alla festa di Cristo Re (che mette in risalto la Regalità Sociale di Cristo) un significato spirituale, escatologico o pastorale, anziché sociale e politico
Autore: Stefano Fontana - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 24-11-2019

Dobbiamo guardare in faccia la realtà: oggi ricorre la Solennità di Cristo Re, ma sulla "Regalità di Cristo" ci si divide. Esistono infatti due interpretazioni teologiche diverse tra loro che si contraddicono sul punto fondamentale della regalità "politica" di Cristo: se essa esista o no. Ovviamente adopero l'aggettivo politica non nel senso dei partiti politici, ma per chiedere se la politica, come organizzazione della vita comunitaria in vista del bene comune, abbia un dovere verso Cristo, la religione cattolica, la Chiesa. La Dignitatis humanae del Vaticano II parla di un dovere "delle persone e delle società nei confronti dell'unica vera religione di Cristo", ma non parla di un dovere della comunità politica. Per una certa teologia tale dovere non esiste, per un'altra teologia esiste e su questo dissidio ancora non c'è pace.

IL DOVERE DELLA POLITICA VERSO L'UNICA RELIGIONE VERA
La parola dovere va intesa in senso forte. Dire che esiste un dovere della politica verso la religione vera, significa sostenere che non per motivi contingenti, occasionali o accidentali, ma per motivi essenziali, la politica non può stare senza la religione di Cristo, pur senza identificarsi con essa. Come dire che la politica non riesce ad essere vera politica se si separa dalla religione di Cristo. Per fare l'esempio dell'Italia: la politica italiana dovrebbe avere un rapporto essenziale con il cristianesimo non perché la nostra storia e la nostra cultura sarebbero irriconoscibili senza il cristianesimo, come spesso si dente dire, ma per l'apporto veritativo fondante che la fede cristiana dà alla politica stessa. Per continuare con gli esempi: nelle scuole si dovrebbe insegnare la religione cattolica non come generica istruzione religiosa di tipo culturale o per apprezzare il contributo del cristianesimo alla nostra cultura, ma per la sua verità e indispensabilità per la vita comunitaria, come se senza quella la comunità politica non potesse stare in piedi.
Si capisce bene perché su questo tema c'è dissidio e perché la lotta teologica sia su ciò ancora molto aspra. Se si intende la "Regalità sociale di Cristo" nel senso di questo dovere della politica verso la religione vera, la comunità politica dovrebbe avere con il cristianesimo un rapporto preferenziale ed unico, che andrebbe contro il principio della libertà religiosa come lo si intende oggi. La vita politica non sarebbe più laica nel senso che si attribuisce oggi a questo termine. Il bene comune non sarebbe più deciso da una maggioranza democratica, ma corrisponderebbe ai fini naturali delle persone, delle società naturali e dei corpi intermedi conosciuti dalla ragione ma ultimamente garantiti dalla religione. Il matrimonio religioso sarebbe l'unica forma di matrimonio pubblicamente riconosciuto. L'educazione sarebbe prima di tutto un dovere della Chiesa e non dello Stato.  E così via. Insomma, ammettere questo dovere della politica verso la religione vera comporterebbe rivedere alla radice alcuni principi fondamentali della politica come la si intende oggi.

NON C'È SOLUZIONE ALLA QUESTIONE SOCIALE FUORI DEL VANGELO
La regalità di Cristo e questo dovere della politica sono stati sempre affermati dai Pontefici da Pio IX a Pio XII. Il Vaticano II ha introdotto nuove prospettive, ma sia nei testi conciliari che nel magistero postconciliare, nessun Pontefice ha formalmente negato il principio. Se ne è parlato di meno e in modo meno deciso, ma non lo si è mai negato. Così che tra i nuovi principi, come quello della libertà religiosa, e l'antico mai negato principio della regalità politica di Cristo si è creato un corto circuito che aspetta ancora di essere aggiustato. Non si capisce infatti come sia possibile annunciare Cristo nella politica, nell'economia e nella società - cosa sempre richiesta dai papi postconciliari - senza annunciare anche la sua Regalità, privarlo di un vero Potere, negarne la funzione di Legislatore e di Fondamento dell'autorità... il che equivarrebbe a negarne la divinità. Non si capisce come si possa "ordinare a Dio le cose temporali", come devono fare i laici secondo il Concilio, e nello stesso tempo, come ammette il numero 423 del Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, evitare di generare "una discriminazione d'ordine civile o sociale per altri gruppi religiosi". Ammettere la regalità di Cristo non è compatibile col creare una società multireligiosa o atea.
Per evitare questi spinosi problemi, la strada che viene seguita è di stemperare i toni della "regalità" e di affievolire le sue pretese. All'espressione si assegna un significato spirituale, oppure escatologico, oppure vagamente pastorale, ma non sociale e politico. Eppure non si sfugge al problema: se Benedetto XVI scrive che il cristianesimo non è solo utile, ma indispensabile alla soluzione della questione sociale, non ripete quanto diceva Leone XIII secondo cui non c'è soluzione alla questione sociale fuori del Vangelo? Dicono ambedue la stessa cosa, quindi rimandano ambedue ad un dovere della politica verso la vera religione. Però allora si tiravano delle conseguenze che ora non si tirano più, almeno non si tirano più fino in fondo.

Nota di BastaBugie: se vuoi approfondire "Politica & Religione", ti consigliamo la lettura del nostro dossier. Per vedere l'elenco degli articoli, clicca qui.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 24-11-2019

7 - I DUE PAPI, IL FILM NETFLIX CHE DEFORMA SIA BENEDETTO XVI CHE PAPA FRANCESCO
Un capovolgimento totale della realtà che condiziona comunque gli spettatori ignari
Autore: Marco Tosatti - Fonte: Radio Roma Libera, 25 Dicembre 2019

Per puro caso - veramente per puro caso - ho visto I due papi, il film uscito di recente su Netflix, e che è pubblicizzato anche da un maxi-cartellone in via della Conciliazione a Roma. Il film tratta del rapporto fra Ratzinger e Bergoglio; da prima dei due conclavi - quello del 2005 e quello del 2013 - fino all'elezione di Bergoglio stesso.
Ho trovato che da un punto di vista semplicemente visivo la scelta dell'attore che ha impersonato Bergoglio sia stata felice: fisicamente i due si assomigliano. Non altrettanto felice la scelta di Ratzinger. E per il resto, non andrei a rivederlo, a meno che non mi pagassero profumatamente. E anche in quel caso ci penserei un paio di volte...
Per essere sincero, ai limiti della brutalità, mi è sembrato un polpettone mieloso. L'impressione è che siamo davanti a un'opera messa in piedi per fornire una specie di "investitura" di natura provvidenziale a quello che si sta rivelando come uno dei pontificati più divisivi [...] della lunga e travagliata storia della Chiesa.

INVENZIONE PURA
Il film propone l'idea che esistesse, e forse esista ancora, parecchia amicizia e familiarità fra i due. Ora, questa idea non è fondata su niente di storico o di verificabile. Anzi: sappiamo della delusione di Bergoglio quando Roma e la Congregazione per la Dottrina della Fede gli bocciavano la candidatura del suo teologo favorito, quello del guariscimi con un bacio, Tucho Fernandez, che adesso è vescovo a La Plata, dopo l'ottimo mons. Aguer, mandato ovviamente via non appena ha compiuto 75 anni. Quindi, dove gli autori abbiano preso l'idea che Ratzinger e Bergoglio fossero amici, non è dato di sapere. E probabilmente non è vero.
Come suonano false un sacco di altre cose. Vediamo Benedetto che suona il pianoforte per il cardinale Bergoglio, e gli parla dei Beatles, e di Abbey Road. Vediamo i due che vanno a sedersi nella Sistina e Benedetto si fa confessare da Bergoglio. Gli confida che vuole dimettersi. Gli predice che lui, Bergoglio, sarà papa e che la Chiesa ha bisogno che lui la rinnovi. Lo accompagna nel cortile Vaticano dove una berlina attende il cardinale, e di fronte a tutti Bergoglio gli prende le mani e comincia a insegnargli il tango... Vi sembra plausibile, anche nel regno del surreale e della metafora?
E poi, profeticamente: è stato usato come sottofondo Bella ciao. In un punto è stata arrangiata come una specie di canto gregoriano. Ma non solo. Benedetto se non ho capito male, parlando del suo rapporto con Cristo, dice a Bergoglio di aver riconosciuto nelle sue parole (di Bergoglio) la voce di Gesù... E va be'...

IL VERO PROBLEMA
Il problema però, al di là delle qualità estetiche e artistiche dell'opera, risiede nella veridicità dei messaggi che trasmette a un pubblico certamente in gran parte non abbastanza al corrente per esercitare un controllo sulla veridicità dei contenuti. Vi citiamo a mo' di esempio qualche riga di una recensione: "Fernando Meirelles sicuramente ha scelto un cammino semplificato, poco spinoso e critico per raccontare la storia di questo incontro papale, cimentandosi in quella che si può tranquillamente considerare come un'agiografia semplicistica di due Papi che hanno avuto problemi considerevoli con la propria leadership, il primo bramandola fortemente e dovendoci rinunciare, il secondo ottenendola senza averla mai cercata". E qui abbiamo un capovolgimento totale della realtà. Il "primo" sarebbe Ratzinger; e di sicuro se c'è qualcuno che non ha voluto diventare papa (stava organizzando, finalmente, la sua pensione, nel rifugio dei Castelli...) è proprio lui. [...]
Ma se il recensore, che non è certamente un esperto di cose vaticane, questo ha percepito, lo stesso accadrà agli ignari spettatori. E una grande menzogna diventerà verità per il volgo.

Fonte: Radio Roma Libera, 25 Dicembre 2019

8 - CAMBIA SESSO, MA POI CAMBIA IDEA... UN DISASTRO
Altre notizie dal mondo gay (sempre meno gaio): legge di bilancio stanzia un milione per gli studi LGBT, per il presidente della CEI i bambini hanno bisogno di un padre e di una madre, la Spagna verso il no all'utero in affitto
Autore: Luca Scalise - Fonte: Provita & Famiglia, 05/01/2020

Debbie Karemer è una donna di 61 anni, che per 17 anni ha voluto assumere le sembianze di un maschio attraverso la cosiddetta pratica della transizione di genere. La sua testimonianza personale su quella esperienza, riportata da Life Site News, può farci riflettere molto sul tema, attualmente fra i più scottanti.
Da adolescente, Debbie fu abusata sessualmente da suo padre. È così che hanno avuto inizio atroci sofferenze a cui non era riuscita a dare un nome, finché, all'età di 44 anni, non vide in televisione un episodio di talk show che parlava di transgenderismo. Si convinse, dunque, che fosse questo il suo problema: sentirsi nel corpo sbagliato.
Neanche il tempo di dirlo a uno psichiatra e già alla prima seduta ricevette la prima iniezione di testosterone e così, dopo tre mesi, si è proceduto all'amputazione dei seni ed al cambio del nome in Lee Harries. I trattamenti procedettero con la "creazione" di finti genitali maschili e con la rimozione di quelli femminili.
Era andata solo a parlare con uno psichiatra, era traumatizzata, non poteva sapere veramente in quel momento cosa volesse. E in rapidissimo tempo è stata (esteriormente) trasformata in un uomo, con "terapie" ed interventi che richiedono, peraltro, tantissimi soldi.
Solo anni dopo, il suo terapista, parlando con lei, usò l'espressione "traumi infantili" e le fece "accendere una lampadina": erano quelli che dovevano essere oggetto di cura, non il proprio corpo. Eppure, con gli ormoni e la chirurgia era stato trasformato il suo corpo, le era stata portata via la sua vera sessualità, la sua reale identità di donna.
«Sono intrappolata. Mi sento completamente mutilata. È un disastro completo», afferma della procedura di transizione. «Sono stata traumatizzata da quello che era successo nella mia vita, e sono stata erroneamente diagnosticata come transgender».
Pensiamo ora a quei bambini con diagnosi di disforia di genere a cui viene proposta la transizione. Sono forse in grado di optare consapevolmente per una scelta che potrebbe farli sentire un giorno, come Debbie, mutilati e in un corpo che non gli appartiene (specie considerando il fatto che la maggior parte dei bambini che ne soffrono cambiano idea al subentrare della pubertà)?
Ora Debbie sta seguendo la procedura inversa alla transizione e tanti, come lei, stanno facendo lo stesso. La sua testimonianza ci ricorda quanto sia importante occuparsi di aiutare chi soffre a riconoscersi nel proprio corpo, piuttosto che spingerlo a voler essere altro.

Nota di BastaBugie: ecco altre notizie dal "gaio" mondo gay (sempre meno gaio).

LEGGE DI BILANCIO STANZIA UN MILIONE PER GLI STUDI LGBT
All'interno del maxiemendamento della legge di bilancio c'è anche il comma 385 che prevede la costituzione di un "fondo per il finanziamento ordinario delle università [...] incrementato di 1 milione di euro annui a decorrere dall'anno 2020" per "promuovere l'educazione alle differenze di genere quale metodo privilegiato per la realizzazione dei principi di uguaglianza e di piena cittadinanza nella realtà sociale contemporanea". La finalità dichiarata è quella di "inserire nella propria offerta formativa corsi di studi di genere o a potenziare i corsi di studi di genere già esistenti".
Quindi soldi pubblici per diffondere ancor di più l'ideologia di genere.
(Gender Watch News, 24 dicembre 2019)

PER IL PRESIDENTE DELLA CEI I BAMBINI HANNO BISOGNO DI UN PADRE E DI UNA MADRE
Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, durante la celebrazione eucaristica della Festa diocesana delle famiglie ha dichiarato: I bambini «hanno bisogno di un padre e di una madre, così fu anche per Gesù. Oggi, purtroppo, questo fatto - che i bambini hanno bisogno di un padre e di una madre - non è più scontato. Senza una famiglia completa i bimbi non potranno crescere nella salute del corpo e del cuore. Senza una famiglia, senza amore paterno e materno è impossibile educare».
(Gender Watch News, 02-01-2020)

LA SPAGNA VERSO IL NO ALL'UTERO IN AFFITTO
Il governo spagnolo di Pedro Sanchez e Pablo Iglesias nel settimo punto del programma di governo depositato alla vigilia del voto di fiducia  e dedicato alle Politiche Femministe ha messo al bando la pratica dell'utero in affitto, pratica spesso utilizzata dalle coppie omosessuali. E' la prima volta che accade in Occidente per uno schieramento di sinistra
Il divieto nasce dalla consapevolezza che tale pratica «mina i diritti delle donne, soprattutto le più vulnerabili, mercificando i loro corpi e le loro funzioni riproduttive. Agiremo contro le agenzie che offrono questa pratica sapendo che è vietata nel nostro Paese».
Notizia sicuramente positiva, anche se era bene - ma ad uno schieramento di sinistra non si può chiedere troppo sulle tematiche di bioetica - ricordare che la pratica della maternità surrogata oltre a cosificare la donna, reifica anche e prima il nascituro.
(Gender Watch News, 09-01-2020)


Fonte: Provita & Famiglia, 05/01/2020

9 - OMELIA BATTESIMO DI GESU' - ANNO A (Mt 3,13-17)
Questi è il Figlio mio, l'amato
Fonte Il settimanale di Padre Pio

Oggi celebriamo il Battesimo del Signore. In questa giornata ricordiamo questo avvenimento della vita di Gesù, un avvenimento carico di mistero e di preziosi insegnamenti per la nostra vita di cristiani.
San Giovanni Battista stava predicando sulle rive del Giordano e amministrava un battesimo di penitenza. Prima di tutto bisogna capire la differenza tra il battesimo di Giovanni e il Sacramento istituito da Gesù. Quello di Giovanni era solo un simbolo, un segno della conversione interiore. I pii israeliti accorrevano da Giovanni e ricevevano quel battesimo riconoscendo di aver bisogno di una profonda purificazione, di cui quel battesimo era solo un simbolo. Con quel battesimo si chiedeva perdono a Dio per i propri peccati; esso era solo una preparazione al Battesimo istituito da Gesù, il quale, invece, è un Sacramento, ovvero un segno esteriore che opera realmente questa santificazione.
Sorprende il fatto che Gesù, pur essendo il Figlio di Dio e quindi infinitamente santo, si sia sottoposto al battesimo di Giovanni. Non ne aveva evidentemente bisogno. Per quale motivo ha voluto riceverlo? Una prima risposta è che Gesù ha voluto caricare sulle sue spalle tutti i nostri peccati. Non erano certamente suoi, ma nostri, i peccati da eliminare nel battesimo. Gesù, inoltre, ha voluto darci un esempio di umiltà: se Egli, l'Innocente, ha voluto sottoporsi a quel gesto di umiltà, quanto più noi che siamo carichi di peccati?
Ai giorni d'oggi, uno dei mali più grandi è la perdita del senso del peccato. L'uomo della nostra epoca troppo spesso si sente a posto, senza peccato. Così facendo, egli commette il più grande peccato: quello di superbia e di presunzione. Dio perdona, ma, come minimo, ci deve essere il nostro pentimento. Il superbo, al contrario, si ostina sulle sue vie non buone, senza chiedere perdono e senza nemmeno rendersi conto – accecato com'è – di essere pieno di peccati.
Un primo insegnamento che possiamo trarre dalla celebrazione di oggi potrebbe essere proprio questo: avere l'umiltà di riconoscere i propri peccati e chiedere perdono a Dio. Assoggettandosi al battesimo di Giovanni, Gesù ci dà proprio questa lezione.
Un giorno, ad un santo, dissero: «Beati gli occhi che vedono il Signore!», volendo con questo lodarlo per i doni molto grandi di cui era arricchito. Egli, invece, rispose: «Beati piuttosto gli occhi che vedono i propri peccati!». Con questa risposta, il santo voleva far capire che la grazia più importante è quella di riconoscere i propri peccati e di chiederne umilmente perdono. Se mancasse questa grazia, a nulla varrebbe vedere il Signore su questa terra. Dobbiamo dunque mettere sotto i tacchi il nostro orgoglio, la nostra presunzione, la nostra superbia.
Il brano del Vangelo di oggi ci invita a riflettere sul Battesimo che noi abbiamo ricevuto. Il Battesimo ci ha cancellato il peccato originale, anche se rimane l'inclinazione al male, ci ha resi figli adottivi di Dio e ci ha conferito la grazia santificante. È il primo e il più importante dei Sacramenti: senza di esso non vi è salvezza. Quando abbiamo ricevuto il Battesimo, per bocca dei nostri genitori e dei nostri padrini, abbiamo rinunciato a satana e al peccato e abbiamo professato la Fede. Una volta diventati grandi, dobbiamo personalmente rinnovare queste promesse.
È necessario, però, che il battezzato verifichi ogni giorno il suo comportamento di nato alla grazia, di figlio di Dio. Per questo motivo, noi tutti dobbiamo ricorrere frequentemente anche al sacramento della Confessione. Il Battesimo si riceve una volta nella vita, la Confessione molte volte, ogni volta che andremo da un sacerdote e chiederemo sinceramente perdono.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio

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