BastaBugie n°9 del 28 dicembre 2007

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1 LO STATO NON HA SOLDI PER SOSTENERE LE FAMIGLIE: FALSO!
Il sostegno economico conviene sempre
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire
2 CONIUGI FELICI: CREDENTI O NON CREDENTI È UGUALE: FALSO!
Le coppie sposate credenti sono più felici
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire
3 LO STATO NON DEVE ASSUMERE ALCUNA VISIONE ETICA: FALSO!
L’etica c’entra eccome nel fare le leggi
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire
4 PER I FIGLI È EQUIVALENTE AVERE GENITORI SPOSATI O CONVIVENTI: FALSO!
Convivenza o nozze: per i bambini non è lo stesso
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire
5 L’ORIENTAMENTO SESSUALE NON È UNA SCELTA: FALSO!
Gay alla nascita? La scienza non lo prova
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire
6 IL MATRIMONIO È UN’INVENZIONE CRISTIANA: FALSO!
Greci e Romani così lodavano il matrimonio
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire
7 IL NATALE NON C’ENTRA CON LA FAMIGLIA: FALSO!
Così il Natale dona alla famiglia la gratuità
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire
8 ATTUALITÀ: DIVORZIO EXPRESS PRESTO ANCHE IN ITALIA?
ACCELERARE IL DIVORZIO FA MALE AI MATRIMONI Una pratica da sbrigare in 6 mesi
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire

1 - LO STATO NON HA SOLDI PER SOSTENERE LE FAMIGLIE: FALSO!
Il sostegno economico conviene sempre
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire, 05/10/2007

«Lo Stato non ha i soldi per permettersi di sostenere finanziariamente le famiglie». È un discorso che sentiamo ripetere in questi giorni, anche in risposta alle severe critiche mosse alla finanziaria dal Forum delle famiglie o, per esempio da Francesco Riccardi.
Si tratta di un discorso che è ingiusto e sbagliato, per (almeno) le seguenti ragioni.

1. Lo Stato spreca somme enormi, oppure le impiega per iniziative legittime, ma molto meno importanti della famiglia, che è invece la cellula fondamentale della società.

2. La società non ha futuro se è vittima del crollo demografico, che si può arginare sostenendo la famiglia.

3. La famiglia che funziona ha un enorme impatto economico positivo sulla società. Per es., gli uomini diventano mediamente più produttivi dopo il matrimonio: guadagnano dal 10 al 40 % in più rispetto ai single che hanno un’educazione una storia professionale simili. E se un uomo è più produttivo, contribuisce a far crescere il pil del suo Paese.

4. Per contro, un matrimonio che termina con un divorzio, è molto dispendioso per la collettività: (per es. in America costa al governo federale circa 30.000 $):
a) per le politiche di assistenza sociale, perché il divorzio e la procreazione fuori del matrimonio aumentano la povertà. Per esempio, le madri sole hanno il doppio di probabilità di cadere in povertà rispetto a quelle sposate. E la rottura del matrimonio contribuisce alla diffusione della povertà: dopo il divorzio ci vogliono due case, due affitti, due bollette del telefono, dell’elettricità, del gas, ecc., e tante altre spese che adesso ognuno dei due ex coniugi deve sostenere in proprio. E poi ci sono naturalmente le salatissime spese per gli avvocati;
b) per arginare la delinquenza provocata dalla disgregazione famigliare. Ad esempio, in Gran Bretagna il 70% dei giovani criminali viene da famiglie monoparentali;
c) per le spese della giustizia: per es., nello Stato della Georgia le cause concernenti  disgregazioni familiari costituiscono il 65 % di tutti i processi a livello di Corte d’appello.

Per fare un solo esempio, in Gran Bretagna, il crollo della famiglia rappresenta un peso economico notevole per lo Stato: supera ampiamente i 20 miliardi di sterline l’anno, la maggior parte dei quali vengono spesi per le sovvenzioni ai genitori single. Se ci fossero meno separazioni familiari e meno nuclei monoparentali, ci sarebbero meno bambini da prendere in carico, meno persone senza casa, meno dipendenza dalla droga, meno criminalità, meno domande per i servizi sanitari, meno bisogno di insegnanti di sostegno, ecc. e dunque meno costi per lo Stato.

Fonte: Avvenire, 05/10/2007

2 - CONIUGI FELICI: CREDENTI O NON CREDENTI È UGUALE: FALSO!
Le coppie sposate credenti sono più felici
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire

«Si può essere ottimi e felici coniugi anche se non si è credenti», dicono alcuni, e hanno ragione: infatti, talora, ci sono coniugi non credenti che si vogliono più bene e sono più felici di altri che sono credenti. Tuttavia, almeno mediamente parlando, le cose stanno diversamente. Lo documenta la prima parte di un recente studio sociologico di N. Wolfinger e W. Bradford Wilcox, che passa in rassegna i risultati di varie altre ricerche, e registra un dato di fatto: la religiosità influenza molto positivamente la qualità del rapporto matrimoniale. Riportiamo dunque alcuni motivi di questo fatto, così come sono delucidati in questo lavoro.

1. La religione afferma la sacralità del matrimonio e/o l’importanza della fedeltà, promuovendo una solida visione del matrimonio, che non viene perciò visto come un mero contratto a breve termine, bensì come istituzione a lungo termine, e ciò comporta un maggior investimento affettivo e di energie per la riuscita del rapporto. Le norme religiose sull’affetto reciproco, sulla fedeltà sessuale, sul perdono, sull’indissolubilità del matrimonio, ecc. aiutano ad edificare coppie solide e ad evitare molto conflitti.

2. Anche i riti religiosi (che invece sono, assai spesso, erroneamente, considerati vuoto formalismo) legati alla vita familiare (soprattutto matrimonio e battesimo) rinforzano la capacità di mantenere fede all’impegno assunto il giorno delle nozze, perché consentono di percepire le relazioni familiari come qualcosa in cui c’è una dimensione sacra.

3. I coniugi credenti, conoscendo le proprie convinzioni religiose reciproche sul matrimonio (e, aggiungiamo noi, se sono convinti dell’aiuto divino), confidano nella durata del loro matrimonio, avvertono un senso di sicurezza e di fiducia reciproca e sono maggiormente propensi a  passar sopra ai problemi che insorgono all’interno della relazione.

4. Le istituzioni religiose promuovono forme di supporto concreto alle famiglie e propongono modelli-esempi di coniugi da imitare (sia nel gruppo religioso, sia additando alcuni coniugi della storia della Chiesa).

5. La religione condanna pratiche che minano le relazioni coniugali, come l’alcolismo e l’uso di droghe, facendole diminuire.

6. Una delle maggiori cause dei problemi relazionali e coniugali è lo stress, che – secondo i dati di questo studio – è minore nelle persone che esercitano la pratica religiosa, la quale è mediamente associata ad un maggior livello di benessere psicologico.

Insomma, non solo tra le coppie sposate di credenti si verificano molti meno casi di violenza domestica, ma, secondo gli studi sociologici che abbiamo sintetizzato, queste coppie sono mediamente assai più solide e felici.

Fonte: Avvenire

3 - LO STATO NON DEVE ASSUMERE ALCUNA VISIONE ETICA: FALSO!
L’etica c’entra eccome nel fare le leggi
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire

«Lo Stato non deve assumere alcuna visione etica». È la tipica tesi di una (non l’unica) versione di liberalismo, che viene espressa quando qualcuno, nei dibattiti politici, per esempio sui Pacs-Dico-Cus, elabora delle argomentazioni di carattere etico. L’etica, si dice, non deve entrare nella politica, non deve ingerirsi, perché lo Stato deve essere moralmente neutrale.
Negli ultimi decenni, il più famoso sostenitore di questa versione del liberalismo è stato John Rawls. Secondo la riflessione di questo filosofo americano (ovviamente la stiamo semplificando e sintetizzando), lo Stato deve fare i conti con il pluralismo delle nostre società, deve  prescindere da qualsiasi concezione etica e trovare delle regole per una convivenza ordinata nella società pluralistica. Siccome è impossibile l’unanimità sul piano delle concezioni del bene, bisogna ricercare l’unanimità, la convergenza, sul piano delle regole di convivenza, bisogna trovare delle regole condivise che rendano possibile a ciascuno perseguire la propria visione del bene e della vita, purché questa non leda gli altri.
In realtà, però, questo discorso presuppone implicitamente una concezione etica ed una certa visione del bene: infatti, in questa visione, la convivenza tra gli uomini è un bene che lo Stato deve tutelare. E da tale bene discende un dovere morale per lo Stato: quello di tutelare la convivenza.
In effetti, la neutralità etica è impossibile e qualsiasi Stato che legiferi non è mai riuscito ad essere davvero eticamente neutrale, né mai potrà riuscire ad esserlo. Ad esempio, se lo Stato vieta il furto o l’omicidio, è perché il legislatore presuppone, almeno implicitamente, che il rispetto della proprietà e della vita altrui siano un bene. In generale, se lo Stato legifera è perché presuppone che sia un bene farlo invece che non farlo.
Del resto, qualora nella vita sociale e nella emanazione delle leggi fosse realmente possibile prescindere dall’esistenza di un qualche bene e qualora non fosse un bene legiferare, allora le leggi di una determinata società, invece che essere fondate sul bene, sarebbero solo il risultato della convergenza degli interessi della maggioranza, a scapito della minoranza. In tal caso, però, chi trasgredisce le leggi perché non gli sono utili, non potrebbe essere biasimato moralmente: se io rispetto le leggi solo perché mi sono utili (e non perché esse sono moralmente buone e perché si ergono a tutela di qualcosa che è bene fare/rispettare, anche se ciò va contro il mio interesse), non appena esse non corrispondono più al mio utile-interesse (che potrebbe anche essere il mio mero non incorrere nelle sanzioni, nelle pene e/o nel semplice biasimo della comunità: pensiamo al caso in cui io sia in grado di violare le leggi senza essere scoperto), non c’è alcun motivo morale per cui io le rispetti.
Insomma, nei dibattiti politici sulla famiglia l’etica ha tutto il diritto di intervenire e di far sentire la propria voce. Per il bene della società.

Fonte: Avvenire

4 - PER I FIGLI È EQUIVALENTE AVERE GENITORI SPOSATI O CONVIVENTI: FALSO!
Convivenza o nozze: per i bambini non è lo stesso
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire

«Per i figli è equivalente avere genitori sposati o conviventi». Le cose non stanno così. Alcuni conviventi sono ottimi genitori, però, mediamente, i loro figli patiscono problemi psicologici (come asocialità, depressione, difficoltà di concentrazione) più frequentemente rispetto ai figli degli sposati. I problemi emotivi e comportamentali dei figli dei conviventi sono quasi il doppio più alti di quelli dei figli degli sposati nella fascia dai 6 agli 11 anni, e quasi il triplo più alti nella fascia dai 12 ai 17 anni.
Ebbene, una recente indagine sociologica di S.H. Liu e F. Heiland ha rilevato che già nei bambini di tre anni i cui genitori si sono sposati, almeno dopo la loro nascita, l’indice del Peabody Picture Vocabulary Test (metodo di misurazione delle abilità verbali e linguistiche) è più alto di 4 punti rispetto a quello dei loro coetanei che hanno un contesto di nascita e di vita simile, ma i cui genitori non si sposano.
Gli autori di questa ricerca spiegano questo dato di fatto dicendo che il matrimonio incoraggia maggiormente la specializzazione e la suddivisione dei compiti e dei ruoli all’interno della coppia. Inoltre, il matrimonio è un legame che aumenta la solidità del rapporto, considerato che la trasgressione dei doveri verso i coniugi può essere sanzionata giuridicamente.
Così, per esempio, un padre non sposato è meno incentivato ad investire affettivamente ed economicamente sul figlio sia «perché avverte una maggior incertezza circa la misura in cui, in futuro, potrà beneficiare di questo investimento», dato che il figlio potrebbe in futuro non vivere più con lui (bensì con l’ex), sia perché ha maggiori difficoltà a monitorare l’uso dei soldi che dà alla convivente in favore del figlio.
Si rileva, allora, che i non sposati con bambini che hanno meno di 13 anni stanno con i loro figli 12-14 ore in meno alla settimana rispetto ai genitori sposati; inoltre essi spendono meno per i figli.
Si può aggiungere, prima di concludere, che anche le famiglie di provenienza dei conviventi sono meno propense fornire ai propri figli, e ai bambini di questi ultimi, degli aiuti economici. Infatti questi loro figli, essendo non sposati, è molto più probabile (rispetto agli sposati) che si dividano dai loro partner, perciò i soldi che vengono dati potrebbero alla fine andare a beneficio non dei propri figli, bensì dei loro, in futuro, ex-conviventi.

Fonte: Avvenire

5 - L’ORIENTAMENTO SESSUALE NON È UNA SCELTA: FALSO!
Gay alla nascita? La scienza non lo prova
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire, 09/11/2007

«L’orientamento sessuale non è una scelta». È la tesi dell’ormai noto manifesto della Regione Toscana, in cui è fotografato un neonato. Abbiamo consultato al riguardo Roberto Marchesini, psicologo e psicoterapeuta, che collabora con un gruppo che si chiama Chaire (www.obiettivo-chaire.it/), che sostiene persone con tendenze omosessuali indesiderate. Secondo Marchesini «questa tesi non ha nessun fondamento scientifico». È vero, ci sono ricercatori, essi stessi spesso gay, che hanno tentato di dimostrare l’origine biologica dell’omosessualità. Tuttavia, «nessuno di essi è riuscito a dimostrare alcunché».
Anzi, «le ricerche di Bailey sui gemelli sono un indizio a favore dell’origine ambientale dell’omosessualità, e tale teoria ha il sostegno di ricerche più rigorose, ad esempio quella di Bieber del 1962». Nel primo studio di Bailey, infatti, due gemelli identici erano entrambi omosessuali solo nel 52% dei casi; dato che i gemelli identici condividono il 100% dei geni, se la causa dell’omosessualità di questi gemelli fosse stata genetica, essendo uno dei due omosessuale, avrebbe dovuto esserlo anche l’altro nel 100% dei casi, e non solo nel 52% dei casi. Inoltre, quando Bailey replicò il suo studio nel 2000 (poiché il primo studio si basava su soggetti che non erano stati scelti a caso, ma erano volontari della comunità gay), la concordanza fu molto più bassa: dal 20 al 37,5%.
Insomma, per Marchesini, «lo slogan di questo manifesto ha lo stesso fine delle campagne per le unioni omosessuali: non vuole rispondere a una domanda (i registri delle unioni omosessuali sono quasi vuoti), bensì equiparare le unioni omosessuali a quelle eterosessuali, l’omosessualità all’eterosessualità».
Marchesini dice che lo scopo di Chaire «è offrire maggiore libertà alle persone con tendenze omosessuali indesiderate, le cui idee e valori, a volte, non concordano con lo stile di vita gay». Infatti, aggiunge, «è importante distinguere: il termine 'omosessuale' designa la persona con tendenze omosessuali, mentre il termine 'gay' indica un’identità socio-politica, rappresentata da una minoranza, che si riconosce in uno stile di vita, istanze e rivendicazioni».
Molti potrebbero dubitare che si possa uscire dall’omosessualità, ma Marchesini garantisce: «ci sono, e purtroppo, vengono trattati malissimo. Alcuni ex omosessuali che conosco sono stati derisi dal Corriere e in televisione (a 'Il bivio') o aggrediti su Radio 24 ». Di più, «gli stessi gay li trattano come dei poveri dementi a cui è stato fatto un lavaggio del cervello». A chi insinua questo, Marchesini replica che «la proposta di Chaire non si rivolge ai gay soddisfatti, ma alle persone con tendenze omosessuali non desiderate, che non si riconoscono come gay, e che vivono nella sofferenza e nel nascondimento».
Insomma, «si tratta di una proposta, mai di un’imposizione, una risposta a una libera domanda. Se una persona desidera fare questo percorso è giusto che possa intraprenderlo; impedirglielo sarebbe discriminante».

Fonte: Avvenire, 09/11/2007

6 - IL MATRIMONIO È UN’INVENZIONE CRISTIANA: FALSO!
Greci e Romani così lodavano il matrimonio
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire, 09/11/2007

«Il matrimonio è un’invenzione cristiana». È vera questa tesi? Oppure hanno ragione, per esempio, Foscolo e Vico, secondo cui «nozze, tribunali ed are» sono antichi quanto la società umana? In questi mesi di dibattiti sulla famiglia, Avvenire ha già consultato diversi antropologi, sociologici ed etnologi, che hanno certificato che il matrimonio è antichissimo e precede di gran lunga l’inizio del cristianesimo. Ad integrazione di questi discorsi possiamo allora riportare l’elogio e la difesa tenace del matrimonio fatti da alcuni filosofi non cristiani.
Tra i Greci, Aristotele (384 – 322 a. C.) scrive: «L’amicizia tra marito e moglie», cioè il matrimonio, «è naturale: l’uomo, infatti, è per sua natura più incline a vivere in coppia che ad associarsi politicamente, in quanto la famiglia è qualcosa di anteriore e di più necessario dello Stato» (Etica Nicomachea, 1162a 16-19). Così, per Aristotele, il matrimonio è la prima società, è la cellula fondamentale della società.
Tra i Romani, per Cicerone (106 – 43 a. C.): «La prima forma di società consiste nel matrimonio stesso, la seconda nei figli […]: ora precisamente questo è il principio della città e, per così dire, il fondamento della Res Publica» (I doveri, I, 17, 54).
Sempre tra i Romani, Musonio Rufo (30 d. C. – fine primo secolo) nelle sue Diatribe (n. XVII) spiega (cfr. gli studi di Ilaria Ramelli): «È evidente che, secondo natura, se mai altro, è proprio il matrimonio». Per Musonio, il matrimonio va protetto perché è il fondamento della società civile e del bene comune: «Ciascuno deve preoccuparsi della propria città e creare una famiglia che contribuisca alla città. Ma principio del fondamento di una famiglia è il matrimonio. Di conseguenza, colui che sottrae agli uomini il matrimonio, elimina la famiglia, la città, tutto quanto il genere umano. Infatti il genere umano non potrebbe sussistere in assenza di procreazione». Il che significa, chiaramente, che, per questo filosofo, la distinzione sessuale e l’attrazione reciproca tra uomo e donna determinano il fatto che il matrimonio può essere solo tra l’uomo e la donna, perché è l’unico che sia procreativo: «a quale scopo il demiurgo dell’uomo, da principio divise in due la nostra specie, poi fece duplici organi riproduttori, femminile e maschili, quindi instillò […] un desiderio intenso per la compagnia e la comunanza […]? Egli voleva che questi due vivessero insieme e si procurassero reciprocamente le cose della vita ed insieme generassero ed allevassero i figli, perché il nostro genere fosse perpetuo».
In effetti, come ha ricordato Marta Sordi, il matrimonio romano è sempre stato monogamico e appunto solo tra un uomo e una donna. Perciò, le nozze omosessuali di Nerone vennero biasimate duramente da Tacito, Svetonio e Cassio Dione.
Solo pochi esempi per mostrare che il cristianesimo non ha affatto escogitato il matrimonio. Lo ha arricchito, gli ha dato un ulteriore valenza, ma non lo ha inventato.

Fonte: Avvenire, 09/11/2007

7 - IL NATALE NON C’ENTRA CON LA FAMIGLIA: FALSO!
Così il Natale dona alla famiglia la gratuità
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire, 21/12/2007

Proviamo a chiedercelo a ridosso di questo Natale 2007. Ora, una risposta completa dovrebbe elencare i molteplici modi in cui il cristianesimo ha impreziosito e irrobustito la famiglia e il matrimonio, pur non avendoli inventati, giacché queste istituzioni (come abbiamo spiegato numerose volte su questa rubrica) sono naturali ed antiche quanto la società umana.
  Possiamo solo soffermarci su un punto, cioè sul tema della gratuità. Infatti, in una famiglia che funziona, al posto della legge bronzea del do ut des, tipica delle relazioni economiche e professionali in genere, vige un amore capace di gratuità, cioè viene trasgredita la logica della prestazione e fiorisce quella del dono: il bambino neonato è amato e ben voluto non per l’utilità che esso offre; l’anziano è custodito e rispettato anche se non è più produttivo; quando un familiare si ammala non viene abbandonato a se stesso. In una buona famiglia ognuno è amato e accettato per quello che è, compresi i propri limiti, e non per quello che fa, per ciò che produce o che possiede.
 O ra, la gratuità dell’amore è una concezione quasi sconosciuta prima del cristianesimo. Nella loro filosofia, i Greci connotavano l’amore in modo egoistico. Infatti, per loro la volontà è una facoltà fondamentalmente tendenziale, desiderativa. Ora, si desidera ciò che ancora non si possiede, pertanto l’amore è desiderio di eliminare un’indigenza e di colmare una mancanza. È vero che alcuni passi di Platone e Aristotele contrastano con questa concezione, ma restano spunti poco tematizzati. Il cristianesimo, invece, introduce senza i tentennamenti di Platone e Aristotele un concetto di amore che non è ricerca, ma dedizione, che non è mosso da interesse, bensì è disinteressato e gratuito, è dono gratuito di sé.
 E bbene, il cristianesimo ha guadagnato questo concetto proprio grazie alla sua concezione di Dio, e delle sue attività, come la creazione e l’Incarnazione. Infatti, per il cristianesimo Dio è Uno e Trino e una delle Persone divine, lo Spirito Santo, è l’Amore del Padre e del Figlio, Amore perfetto ed esclusivamente generoso: Dio è amore (1 Gv, 4, 8) e ama l’uomo fino alla morte di croce. Ama ogni uomo, anche quello malvagio e si incarna per ogni uomo, per pura gratuità. Infatti, dall’Incarnazione Dio non aveva nulla da guadagnare (anzi, si è poi procurato la morte in Croce di Cristo), poiché, per definizione, era (è, e sempre sarà) già perfetto; d’altra parte, sempre in forza della sua perfezione, Dio era (è, e sempre sarà) assolutamente libero, dunque si è incarnato senza la minima costrizione.
  Nel Natale di Gesù, Dio si fa dono (che si compirà sulla Croce) all’uomo, indicando questo farsi dono come modello di ogni relazione. Insomma, il Natale di Gesù è l’espressione di un Amore che si è incarnato e donato, che ha scelto, Lui che è onnipotente, di assumere la condizione umana, di nascere bambino inerme in una mangiatoia, al gelo di una notte di 2000 anni fa.

Fonte: Avvenire, 21/12/2007

8 - ATTUALITÀ: DIVORZIO EXPRESS PRESTO ANCHE IN ITALIA?
ACCELERARE IL DIVORZIO FA MALE AI MATRIMONI Una pratica da sbrigare in 6 mesi
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire

La commissione Giustizia ha adottato come testo base un articolato del senatore del Pd, Massimo Brutti, che ha nell’articolo 1 il suo punto saliente: per ottenere il divorzio basta un solo anno (rispetto ai tre attuali) e questo accorciamento vale ugualmente per le coppie con e senza figli.
Brutti ha fatto intendere che si potrebbero anche abbreviare i tempi a soli sei mesi, nel caso in cui non ci siano figli ed entrambi i coniugi vogliano consensualmente prendere ognuno la propria strada.
Lasciando gli aspetti giuridici agli specialisti e soffermandoci invece su quelli etici e sociali, dobbiamo rimarcare che questa proposta di legge é molto grave. Il divorzio , contrariamente a quello che ritiene la maggior parte delle persone, è una pratica moralmente sbagliata (diversamente dalla separazione che, in certi casi, è moralmente lecita) già per la ragione (senza bisogno della fede), cioè dal punto di vista laico. Poiché non abbiamo qui lo spazio per argomentarlo, possiamo almeno sottolineare che un’accelerazione delle procedure di divorzio è gravemente dannosa, sia nel caso che ci vadano di mezzo dei bambini, sia nel caso in cui non ne siano nati.
  Quando ci sono dei bambini, essi sono le principali vittime del divorzio . Decine di studi rilevano la sofferenza e, spesso, anche le patologie psichiche provocate nei figli dal divorzio dei loro genitori. È perciò già sconcertante che la proposta di legge non faccia alcuna differenza, nel concedere l’accorciamento dei tempi per il divorzio , tra coniugi che hanno bambini e quelli che non ne hanno.
  Inoltre, una norma che abbrevia l’iter del divorzio accorcia proporzionalmente anche i tempi per un ripensamento e per una riconciliazione, che è possibile sia tra coniugi che vivono insieme, sia tra coniugi che vivono già separati. Infatti, anche i separati a volte si riconciliano: è difficile ma non impossibile.
  Secondo una ricerca di P. Fagan, negli Stati Uniti sarebbe del 20% la percentuale dei separati che si riappacifica. Quale che sia questa percentuale, resta il dato di fatto: alcuni coniugi riescono a superare le divergenze ed a rilanciare il loro matrimonio, con grande beneficio per i figli.
  Se invece non ci sono tempi di ripensamento, i divorzi proliferano. In Spagna, Zapatero ha ridotto i tempi del divorzio a soli tre mesi, cioè ha quasi cancellato i tempi per una riappacificazione. Risultato: nel 2006 i divorzi in Spagna sono aumentati del 74,3% rispetto al 2005. E l’aumento è particolarmente significativo nelle coppie che hanno divorziato prima di un anno di matrimonio, che sono aumentate del 330,6% rispetto al 2005.
  Ma siamo decisamente contrari al divorzio rapido anche perché le leggi, non bisognerebbe mai dimenticarlo, non si limitano a fotografare una situazione sociale ed a normarla, bensì hanno un potente impatto pedagogico e creano mentalità e costume. Una legge come quella proposta da Brutti, se verrà approvata, avrà sicuramente l’effetto di indebolire la percezione sociale del valore di un impegno indissolubile, o, per lo meno, a lungo termine, come quello del matrimonio, perciò lo indebolirà. Come si è visto in Spagna, il divorzio rapido rafforza la concezione opposta, quella per cui il matrimonio sarebbe un impegno molto labile.
  Con questa legge, come anche coi Pacs-Cus, lo Stato darebbe un pessimo messaggio ai giovani (e ai meno giovani): 'che voi facciate delle scelte impegnative, o che viviate in rapporti a tempo determinato e con «clausola di rescissione», per me è lo stesso'.

Fonte: Avvenire

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