BastaBugie n°94 del 10 luglio 2009

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1 FEDERAZIONE MONDIALE DEL CALCIO
Vietato pregare (ma solo ai cristiani)
Autore: Michele Brambilla - Fonte: Il Giornale
2 FEDE ADULTA 1
Il contropiede di Benedetto
Autore: Francesco Ognibene - Fonte: 1 luglio 2009
3 FEDE ADULTA 2
Benedetto XVI mette a nudo i cattolici adulti
Autore: Sandro Magister - Fonte: Settimo cielo
4 IRLANDA 1
Otto secoli di persecuzione da parte degli inglesi
Autore: Riccardo Michelucci - Fonte: 25 giugno 2009
5 IRLANDA 2
Dal Bloody Sunday al sacrificio di bobby sands
Autore: Riccardo Michelucci - Fonte: 25 giugno 2009
6 INTERVISTA A VITTORIO MESSORI
Immigrazione, oltre alla misericordia serve realismo
Autore: Andrea Tornielli - Fonte: Il Giornale
7 LA SUMMA TEOLOGICA DI SAN TOMMASO D'AQUINO
Finalmente scaricabile gratuitamente da internet
Autore: Angelo Zelio Belloni - Fonte: Totus Tuus network
8 CARITAS IN VERITATE 1
Le novita' dell'enciclica sullo sviluppo umano integrale
Autore: Antonio Gaspari - Fonte: ZENIT
9 CARITAS IN VERITATE 2
Non c'è contrasto tra le opere di carità e l'affermazione dei principi dottrinali
Autore: Antonio Gaspari - Fonte: Ragionpolitica

1 - FEDERAZIONE MONDIALE DEL CALCIO
Vietato pregare (ma solo ai cristiani)
Autore: Michele Brambilla - Fonte: Il Giornale, 2009-07-06

La Fifa, cioè il governo mondiale del calcio, ha inviato un «ammonimento» ufficiale alla Federazione brasiliana i cui calciatori, al termine della finale vittoriosa nella recente Confederations Cup in Sudafrica, hanno ringraziato Dio con una preghiera collettiva in mezzo al campo.
Una preghiera esplicitamente cristiana, com’ovvio, vista la fede comune in Brasile. La Fifa censura: la religione deve stare alla larga dal calcio.
Non ci sembra una notizia di poco conto. Tuttavia, su giornali e tv ha trovato scarsissimo rilievo.
Ci sbaglieremo, ma ieri l’abbiamo vista solo sul Corriere della Sera e su Repubblica. L’articolo del Corriere era ineccepibile. Quello di Repubblica, invece, ci ha fatti sobbalzare sulla seggiola. L’autore, infatti, subito dopo aver descritto il rito messo in scena dai calciatori brasiliani, e dopo aver rimarcato che molti indossavano «magliette alla Kakà (“I belong to Jesus”, appartengo a Gesù)», commenta: «Fosse stata una preghiera islamica, è il caso di dirlo, apriti cielo. Invece la faccenda è passata quasi sotto silenzio, almeno da noi».
Davvero stupefacente lo stravolgimento dei fatti e della realtà. Qui, è il caso di dirlo, è accaduto esattamente il contrario di quel che fa intendere Repubblica. Il cielo si è aperto proprio contro la preghiera cristiana dei brasiliani; mentre nessuno, tantomeno la Fifa, ha detto bah per una manifestazione altrettanto plateale, e anch’essa trasmessa in mondovisione, di pochi giorni prima.
E cioè la preghiera islamica dei calciatori egiziani i quali, subito dopo la partita vinta contro l’Italia, hanno pregato in mezzo al campo tutti quanti rivolti alla Mecca, secondo tradizione. Repubblica vuol farci credere che - nonostante l’ammonimento della Fifa - la preghiera cristiana dei brasiliani è passata «sotto silenzio», mentre un’ipotetica preghiera islamica avrebbe fatto gridare allo scandalo.
Anche se siamo abituati a faziosità di ogni genere, c'è da restare increduli di fronte a tanta spudoratezza. Ma quel che ci interessa qui non è il rimarcare certe piccole meschinità. Più che l'articoletto di Repubblica, ci pare indicativa di un certo clima la sanzione della Fifa; e il silenzio con cui tale disparità di trattamento - Brasile punito, Egitto no - viene fatta scivolare via.

Fonte: Il Giornale, 2009-07-06

2 - FEDE ADULTA 1
Il contropiede di Benedetto
Autore: Francesco Ognibene - Fonte: 1 luglio 2009

 Siamo tutti d’accordo: ci vuole un bel coraggio per essere anticonformisti, ma attenzione alle apparenze. Quest’affermazione oggi vive infatti un singolare rovesciamento concettuale, del quale è bene prendere coscienza. Il conformismo che si va stendendo come una glassa dolciastra sulla cultura diffusa non è certamente costituito da verità inossidabili – semmai dipinte come zavorra di un passato 'ideologico' – ma sembra piuttosto una miscela di opinioni impalpabili e fluttuanti fatte passare ormai come unica moneta spendibile nel confronto pubblico.
  Il pulviscolo delle idee tutte equivalenti, nessuna delle quali può permettersi una qualsiasi pretesa di verità, oscura la vista come una nebbia e consiglia sottilmente di attestarsi attorno a un pensiero minimo, magari banale e ovvio ma difficilmente soggetto a smentite plateali, su cui si può star certi che non si avranno noie. Tutti d’accordo su una ragionevolezza apparente, e guai a chi stona. Eccola, allora, la vera impresa per intelletti coraggiosi: risalire la torrenziale cascata dei luoghi comuni, che erode ogni punto fermo ed esalta l’uniformità del pensiero medio. Sfidare la caduta libera dell’intelligenza, per mettere in sicurezza l’umano.
  Al noioso conformismo dei nostri tempi, più paralizzante delle sabbie mobili, deve aver pensato Benedetto XVI quando domenica sera, nell’omelia con la quale ha chiuso l’Anno Paolino, ha tratteggiato con parole memorabili la figura del cristiano animato da una «fede adulta»: definizione logora e stanca, che il Papa ha bonificato una volta per tutte del suo retrogusto contestativo restituendola alla lettura vigorosamente evangelica impressa da san Paolo in persona quando – scrivendo agli Efesini – mise in guardia dal restare come «fanciulli in balia delle onde, trasportati di qua e di là da qualsiasi vento di dottrina». Niente di più attuale. Lo «slogan diffuso» – sono parole del Papa – dipinge oggi come «matura» la fede del cattolico che «non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi pastori ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere», e che ha il «'coraggio' di esprimersi contro il magistero della Chiesa». Bel coraggio davvero, questa «fede 'fai da te'»: uno zapping religioso e morale che odora di consumismo adolescenziale più che di 'maturità' cosciente di sé. Con sottile ironia, Benedetto annota che a contestare la Chiesa «in realtà non ci vuole del coraggio, perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso». Battuta impagabile, che da sola fa giustizia delle sfibranti ovvietà di chi alla vigilia dell’enciclica sociale dà per rottamata la 'questione antropologica': come se un pronunciamento pensionasse tutti gli altri. Il Papa rimette al suo posto ciò che fa 'grande' un credente enumerando che «fa parte della fede adulta, ad esempio, impegnarsi per l’inviolabilità della vita umana fin dal primo momento» e «riconoscere il matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita come ordinamento del Creatore». Lo spieghiamo anche ai nostri figli: adulto è – o diventa tale – chi sa dire qualche no che gli costa, chi «non si lascia trasportare qua e là da qualsiasi corrente», chi «s’oppone ai venti della moda». Questi tratti inconfondibili di una personalità formata – e nessun pedagogista oserebbe smentirlo – sono gli stessi che nelle parole papali svelano una fede matura, consapevole che «questi venti – come ci ricorda ancora Benedetto – non sono il soffio dello Spirito Santo» ma altre brezze che spingono su una rotta diversa da quella di Cristo. Che occorra ardimento nel percorrerla tra gli applausi generali è davvero comico sostenerlo, eppure – fateci caso – è quello che ogni giorno ci viene ripetuto.
  Per fortuna, di anticonformisti veri almeno uno siamo sicuri di averlo incontrato. Ed è là, al timone che fu di Pietro.

Fonte: 1 luglio 2009

3 - FEDE ADULTA 2
Benedetto XVI mette a nudo i cattolici adulti
Autore: Sandro Magister - Fonte: Settimo cielo, 29 giugno 2009

Nell’omelia dei vespri della vigilia della festa dei santi Pietro e Paolo, Benedetto XVI ha smontato con franchezza fuori dal comune una formula che va per la maggiore tra i cattolici progressisti: quella della “fede adulta”.
Nello stesso tempo, papa Joseph Ratzinger ha smontato anche un altro mantra (vedi l’articolo di Franco Garelli su “La Stampa” del 29 giugno): quello secondo cui – anche grazie alla nuova enciclica – la gerarchia starebbe “finalmente” abbassando i toni sulla frontiera bioetica per tornare a impegnarsi più nel sociale.
Nel suo argomentare, il papa ha fatto leva sulla formula che dà il titolo all’enciclica: “Caritas in veritate”.
Ma al momento di fare degli esempi, di che cosa ha parlato? Di “inviolabilità della vita umana fin dal primo momento” e di “matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita”.
Ecco qui riportato il passaggio ad hoc dell’omelia papale, da incorniciare:
"Nel quarto capitolo della lettera agli Efesini l’apostolo Paolo ci dice che con Cristo dobbiamo raggiungere l’età adulta, un’umanità matura. Non possiamo più rimanere “fanciulli in balia delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina…” (4, 14). Paolo desidera che i cristiani abbiano una fede “responsabile”, una “fede adulta”.
La parola “fede adulta” negli ultimi decenni è diventata uno slogan diffuso. Lo s’intende spesso nel senso dell’atteggiamento di chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere – una fede “fai da te”, quindi. E lo si presenta come “coraggio” di esprimersi contro il magistero della Chiesa. In realtà, tuttavia, non ci vuole per questo del coraggio, perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso. Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se questa contraddice lo “schema” del mondo contemporaneo.
È questo non-conformismo della fede che Paolo chiama una “fede adulta”. Qualifica invece come infantile il correre dietro ai venti e alle correnti del tempo.
Così fa parte della fede adulta, ad esempio, impegnarsi per l’inviolabilità della vita umana fin dal primo momento, opponendosi con ciò radicalmente al principio della violenza, proprio anche nella difesa delle creature umane più inermi. Fa parte della fede adulta riconoscere il matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita come ordinamento del Creatore, ristabilito nuovamente da Cristo.
La fede adulta non si lascia trasportare qua e là da qualsiasi corrente. Essa s’oppone ai venti della moda. Sa che questi venti non sono il soffio dello Spirito Santo; sa che lo Spirito di Dio s’esprime e si manifesta nella comunione con Gesù Cristo.
Tuttavia, anche qui Paolo non si ferma alla negazione, ma ci conduce al grande “sì”. Descrive la fede matura, veramente adulta in maniera positiva con l’espressione: “agire secondo verità nella carità” (cfr. Efesini 4, 15). Il nuovo modo di pensare, donatoci dalla fede, si volge prima di tutto verso la verità. Il potere del male è la menzogna. Il potere della fede, il potere di Dio è la verità. La verità sul mondo e su noi stessi si rende visibile quando guardiamo a Dio. E Dio si rende visibile a noi nel volto di Gesù Cristo.
Guardando a Cristo riconosciamo un’ulteriore cosa: verità e carità sono inseparabili. In Dio, ambedue sono inscindibilmente una cosa sola: è proprio questa l’essenza di Dio. Per questo, per i cristiani verità e carità vanno insieme. La carità è la prova della verità. Sempre di nuovo dovremo essere misurati secondo questo criterio, che la verità diventi carità e la carità ci renda veritieri".

Fonte: Settimo cielo, 29 giugno 2009

4 - IRLANDA 1
Otto secoli di persecuzione da parte degli inglesi
Autore: Riccardo Michelucci - Fonte: 25 giugno 2009

 La storia dell’umanità ha conosciuto innumerevoli genocidi, non si contano i popoli e le etnie sottoposte a stermini, deportazioni ed epocali tragedie, ma forse quello dell’Irlanda rappresenta il caso esemplarmente unico di un paese soggiogato, sfruttato e affamato da una potenza coloniale che per secoli ne ha schiavizzato, deportato e ucciso la popolazione con scientifica regolarità. Fin dall’età tardomedievale gli irlandesi hanno cercato di difendere il loro territorio elevando lo scontro con l’occupante inglese fino a livelli di estrema intensità e consentendo alla propaganda nemica di costruire e alimentare il primo dei grandi miti che caratterizzano da sempre il rapporto tra inglesi e irlandesi: che questi ultimi fossero dei barbari sanguinari, indisciplinati e guerrafondai che potevano essere ' educati' soltanto usando le maniere forti. La rappresentazione del nativo irlandese nelle fattezze di un bruto, con tratti quasi animaleschi, appare molto presto nell’iconografia medievale e attraverso un percorso evolutivo contribuisce nel corso dei secoli alla nascita e allo sviluppo di un razzismo anti-irlandese che sopravvive ancora oggi in Gran Bretagna. E proprio questa immagine ha contribuito in modo determinante a nascondere la realtà di un colonialismo spietato consentendo alla classe dirigente inglese di giustificare il proprio operato nella vicina isola.
  La missione 'civilizzatrice' di Oliver Cromwell, che alla metà del XVII secolo sbarcò in Irlanda per dare una lezione ai nativi «barbari e assetati di sangue» e la decisione del governo di Londra di inviare, nell’agosto 1969, migliaia di soldati nel nord Irlanda, ultimo, microscopico relitto dell’Impero i cui abitanti chiedevano uguaglianza e pari opportunità come i neri d’America, rappresentano due stelle polari che - seppur separate da tre secoli di storia - spiegano con estrema chiarezza i sentimenti degli inglesi nei confronti delle popolazioni dell’isola vicina. Tuttavia il disprezzo successivamente trasformato in vero e proprio razzismo nei confronti della presunta inferiorità degli irlandesi, affonda le proprie radici molti secoli prima dell’epoca di Cromwell e costituisce l’alibi della plurisecolare esperienza coloniale. È possibile individuare un ipotetico punto di partenza nel lontano XII secolo, in epoca normanna, quando ancora né l’Inghilterra né tanto meno l’Irlanda rappresentavano entità statuali compiute in senso moderno. Ma la fase di non ritorno, l’incancrenimento definitivo di una storia destinata ad arrivare tristemente fino ai giorni nostri può essere invece individuata alcuni secoli più tardi, all’inizio dell’era elisabettiana, quando le plantation  di coloni inglesi e scozzesi sul suolo irlandese avrebbero creato le condizioni per la nascita di un’identità protestante all’interno di un paese fino ad allora totalmente cattolico. Il periodo della riforma anglicana coincide con una svolta decisiva nella politica inglese in Irlanda non solo perché da quel momento in poi il papato non sarà più alleato della Corona, ma anche perché nascerà quell’identificazione tra religione cattolica e cultura gaelica destinata a introdurre il pernicioso e fuorviante elemento religioso nella lotta politica.
  In Irlanda le divergenze confessionali appaiono tuttavia la conseguenza - più che la causa - del disegno egemonico inglese e per questo la definizione di 'guerra di religione' appare inadeguata non soltanto oggi, ma anche nelle precedenti fasi storiche del conflitto. Non è d’altra parte casuale che i primi sedici re inglesi che si impegnarono nella conquista dell’Irlanda fossero cattolici. A partire dall’Alto Medioevo, l’intero sviluppo storico dell’Irlanda è stato condizionato dalla violenta ingerenza del potente vicino. Per questo motivo non è corretto affermare l’esistenza di una 'questione irlandese' ma più propriamente di una tragica e interminabile ' questione anglo-irlandese'.
  Quando i soldati di Sua Maestà sbarcarono in Irlanda nel 1969 all’alba della nuova, cruenta fase del conflitto, la popolazione inglese era davvero convinta che dietro l’intervento di Londra non vi fosse alcun interesse se non quello di ristabilire la pace tra la comunità cattolico-nazionalista e quella unionista-protestante. I fatti avrebbero poi dimostrato una realtà ben diversa e le persecuzioni, le torture, le uccisioni sommarie di uomini, donne e bambini irlandesi compiute dai soldati e dalle forze speciali inglesi in quegli anni e nei successivi dimostrarono non solo che la 'delega in bianco' consegnata secoli prima ai coloni non bastava più a controllare la turbolenta provincia dell’(ex) Impero, ma anche che il razzismo anti-irlandese insito nella cultura inglese aveva spinto i soldati di Sua Maestà a macchiarsi di delitti che mai e poi mai avrebbero potuto o voluto compiere a casa loro. I paracadutisti inglesi che sparano su un corteo per i diritti civili a Derry, le forze speciali che uccidono i bambini sparando proiettili di plastica nelle strade o i soldati che freddano alle spalle un ragazzo disarmato dopo avergli controllato i documenti dimostrano essenzialmente due cose: la certezza dell’impunità, cioè la garanzia di non dover essere chiamati a rispondere delle proprie colpe, e soprattutto il profondo disprezzo per un popolo considerato 'inferiore' e dunque da educare e da sottomettere, se non addirittura da annientare. Tutto ciò è accaduto con l’assenso, più o meno tacito, dell’opinione pubblica britannica. In molte occasioni soltanto pronunciare la parola 'irlandese' può suscitare risate o essere usata per definire comunemente comportamenti illogici e incomprensibili. Ancora oggi si tratta di innocue espressioni di ilarità che, spesso inconsapevolmente, sono il retaggio e il rifugio di secoli di violenza e distruzione.

Fonte: 25 giugno 2009

5 - IRLANDA 2
Dal Bloody Sunday al sacrificio di bobby sands
Autore: Riccardo Michelucci - Fonte: 25 giugno 2009

La fase moderna del conflitto anglo-irlandese scoppia nel 1969, con l’arrivo dell’esercito britannico in Irlanda del Nord. La popolazione dei ghetti cattolici, ferocemente discriminata e privata dei più elementari diritti, chiede uguaglianza e democrazia ma viene repressa con la violenza dai militari e dalla polizia, mentre gli unionisti-protestanti scatenano attacchi e pogrom contro le loro case. A partire dal 1970 l’Ira, l’esercito repubblicano irlandese, inizia una campagna militare contro le truppe di Sua Maestà, chiedendone il ritiro immediato dall’isola. Il governo britannico risponde introducendo misure draconiane e una brutale repressione che favorisce l’escalation del conflitto. Il 30 gennaio 1972 i paracadutisti inglesi sparano su un corteo per i diritti civili a Derry, uccidendo quattordici manifestanti disarmati: è la «Domenica di sangue» ( Bloody Sunday), preludio di quello che sarà ricordato come l’«annus horribilis» del conflitto, il 1972, con 497 morti. Terminati gli anni ’ 70 in assoluto i più sanguinosi  inizia la fase delle lotte carcerarie dei prigionieri repubblicani che sfocia nello sciopero della fame fino alla morte del 1981, in cui perdono la vita Bobby Sands e altri nove prigionieri irlandesi.
Dopo un lungo e complesso percorso politico che conosce non pochi momenti di stallo, nel 1998 viene firmato a Belfast l’Accordo del Venerdì Santo («Good Friday Agreement») che suggella il processo di pace anglo-irlandese. La fase moderna del conflitto ha causato oltre 3700 morti in poco più di 30 anni: ad opera dell’Ira e di altri gruppi repubblicani irlandesi nel 58% dei casi, ma l’esercito e le forze di sicurezza britanniche si sono rese responsabili del numero più elevato di vittime tra i civili, favorito anche dalle sistematiche collusioni con i gruppi paramilitari protestanti.

Fonte: 25 giugno 2009

6 - INTERVISTA A VITTORIO MESSORI
Immigrazione, oltre alla misericordia serve realismo
Autore: Andrea Tornielli - Fonte: Il Giornale, 3 luglio 2009

"Ricordiamoci della più importante delle virtù, il realismo, e ricordiamoci che se la Chiesa fa bene a invitare alla misericordia e all'accoglienza verso tutti, gli Stati devono pensare innanzitutto ai loro cittadini e devono cercare di governare questo fenomeno globale dell'immigrazione...". 
Vittorio Messori, giornalista e scrittore, intervistatore dei Papi e autore di best seller, ascolta con attenzione il giudizio preoccupato espresso dal Segretario del Pontificio Consiglio per i migranti e gli itineranti, l'arcivescovo Agostino Marchetto, che ieri ha accolto la notizia della definitiva approvazione del pacchetto sicurezza dicendosi "triste e dispiaciuto" perché la legge a suo avviso "porterà molti dolori e difficoltà per persone che, già per il fatto di essere irregolari, si trovano in una situazione di precarietà".
MESSORI, IL VATICANO PRENDE LE DISTANZE....
"Innanzitutto vorrei dire che dovremmo smetterla di affermare che la Chiesa o il Vaticano dichiarano questo o quello, quando a parlare è un singolo prelato, come in questo caso".
E' VERO CHE QUALCHE MESE FA, PER UN CASO SIMILE, LA SEGRETERIA DI STATO PRECISÒ CHE CERTI GIUDIZI NON POTEVANO ESSERE ATTRIBUITI AL VATICANO. MA È PUR VERO CHE L'ARCIVESCOVO LAVORA NEL DICASTERO DELLA SANTA SEDE PER I MIGRANTI.
D'accordo, ma nemmeno il Papa invoca il carisma dell'infallibilità se non in rarissimi casi. Figuriamoci i suoi collaboratori. Con questo non voglio sminuire la portata delle affermazioni di monsignor Marchetto ma solo precisare che ci vuole attenzione a non trasformare ogni giudizio personale in pronunciamento della Santa Sede.
ENTRIAMO NEL MERITO. COSA PENSA DI QUANTO DETTO DA MARCHETTO?
La legge segreta del cristianesimo, non mi stancherò mai di ripeterlo, è quella dell'et-et, dell'unione degli opposti. Ciascuno di noi sarà giudicato in base a questi due elementi: la giustizia e la misericordia. Anche la Chiesa deve contemperare la carità, l'accoglienza, l'attenzione ai poveri, con la prudenza, che è definita da San Tommaso "auriga virtutorum", cioè cocchiera delle virtù. La prudenza le contiene e le traina tutte. Ebbene, oggi potremmo tradurre con realismo la virtù della prudenza. Dunque l'attenzione ai poveri non può dimenticare che oggi ci troviamo di fronte non all'immigrazione - cioè con un fenomeno come quello che portò gli italiani in America - ma ci troviamo di fronte ad una grande migrazione, alo spostamento di interi popoli. Qualcosa che accade una o due volte in un millennio.
IL REALISMO COSA LE SUGGERISCE IN QUESTO CASO?
Che non è possibile spalancare la porte a tutti, accogliere tutti. E' necessario, invece, cercare di governare il fenomeno, tenendosi lontani dalla demagogia. Purtroppo negli ultimi decenni è accaduto più volte che la doverosa ed evangelica attenzione ai bisognosi sia scivolata in quella demagogia tipica dell'ideologia post-sessantottina, che produce frasi ad effetto e attestazioni di bontà, ma rischia in qualche caso di diventare disastrosa per le stesse persone che si vorrebbero aiutare. La Chiesa è amica della verità ed è contraria all'ipocrisia. Bisogna riconoscere che spesso coloro che arrivano nel nostro Paese non sono affatto o non sono soltanto i più bisognosi, ma coloro che hanno potuto pagarsi il viaggio. Rappresentano le élite. Così come bisognerà riconoscere che non tutti coloro che si presentano come perseguitati lo sono davvero.
QUAL'È, INVECE, IL COMPITO DELLO STATO?
Credo valga per lo Stato ciò che vale innanzitutto per se stessi. La prima carità è verso se stessi. Non è possibile amare gli altri se non amiamo noi stessi. Ora, gli Stati, prima di pensare agli altri, devono pensare ai propri cittadini, alla loro vita, al loro lavoro, alla loro sicurezza. E' un dovere che incombe. Un certo "estremismo" delle virtù appartiene ad alcuni grandi santi. Ma i reggitori dei popoli hanno il dovere di occuparsi innanzitutto dei loro cittadini. Questo, attenzione, senza fanatismo ed esasperazioni. L'altro, l'immigrato, non è un nemico. La Chiesa ci insegna l'accoglienza. Dobbiamo accogliere e aiutare senza dimenticare la grande virtù del realismo.

Fonte: Il Giornale, 3 luglio 2009

7 - LA SUMMA TEOLOGICA DI SAN TOMMASO D'AQUINO
Finalmente scaricabile gratuitamente da internet
Autore: Angelo Zelio Belloni - Fonte: Totus Tuus network, 4 luglio 2009

Un sito di sacerdoti ha reso disponibile una versione digitalizzata della Summa Teologica di San Tommaso d'Aquino scaricabile da questo indirizzo:
http://tinyurl.com/kjkmve
con queste premesse e avvertenze:
Il P. Tito Centi, del Convento di S. Domenico di Fiesole, che per ben 28 anni si è accollato quasi per intero la “gioiosa fatica”di tradurre, annotare, introdurre, correggere, redigere l’edizione italiana della Somma Teologica, mentre prende atto con piacere che le nuove edizioni italiane riproducono praticamente la sua, avendo ormai raggiunto la venerabile età di 94 anni ha espresso il desiderio che il frutto delle sue immani fatiche diventi, attraverso la rete informatica internet maggiormente accessibile al grande pubblico senza oneri di sorta. Il sottoscritto si è messo semplicemente a sua disposizione perché tale desiderio diventasse realtà.
N.B. Questa edizione integrale on-line non riproduce semplicemente quella pubblicata negli anni 1949-1975 a Firenze, ma è stata radicalmente rivista e modificata soprattutto nelle introduzioni, nella struttura e nei contenuti con apporti originali. Ci scusiamo per eventuali imperfezioni dovute alla trascrizione elettronica di alcune parti e alla dimensione consistente dell'intero documento.
AVVERTENZA: Il testo qui pubblicato é tutelato dai diritti di copyright. E' consentito l'utilizzo solo per uso privato e personale. E' quindi assolutamente vietata la riproduzione a fini commerciali con qualsiasi mezzo effettuata nonché la sua diffusione sullo spazio web senza una preventiva autorizzazione da parte nostra.

Fonte: Totus Tuus network, 4 luglio 2009

8 - CARITAS IN VERITATE 1
Le novita' dell'enciclica sullo sviluppo umano integrale
Autore: Antonio Gaspari - Fonte: ZENIT, 7 luglio 2009

Da oltre un anno i mass media di tutto il mondo hanno cercato di fornire anticipazioni e dettagli dell'Enciclica sociale di Benedetto XVI. In molti casi hanno raccontato cose fantasiose.
Adesso che l'Enciclica è uscita, bisogna valutarne le novità e precisarne le sfide.
In particolare, a spiegarne il progetto culturale e le rilevanti novità, è stato monsignor Giampaolo Crepaldi, segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, appena nominato dal Santo Padre, Arcivescovo di Trieste.
Intervenendo nella Sala Stampa vaticana martedì 6 luglio, monsignor Crepaldi ha indicato la grammatica dell'Enciclica con la frase "il ricevere precede il fare" spiegando che la 'Caritas in Veritate' propone una vera e propria "conversione" verso una nuova sapienza sociale.
Nel contesto in cui dai doveri nascono i diritti, il neo Arcivescovo di Trieste ha affermato che "bisogna convertirsi a vedere l'economia e il lavoro, la famiglia e la comunità, la legge naturale posta in noi ed il creato posto davanti a noi e per noi, come una chiamata" perché secondo la dottrina cristiana lo sviluppo è una "vocazione" che implica "una assunzione solidale di responsabilità per il bene comune".
Per fare in modo che la società sarà una vera comunità, le cui relazioni siano dettate dalla fraternità, la "Caritas in Veritate" ritiene che la verità e l'amore abbiano una forza sociale fondamentale.
L'Enciclica di Benedetto XVI sostiene che "la società ha bisogno di verità e di amore" ed "il cristianesimo è la religione della Verità e dell'Amore", per questo motivo "il più grande aiuto che la Chiesa può dare allo sviluppo è l'annuncio di Cristo".
Verità e amore sono fondanti per l'organizzazione sociale e svolgono una funzione di "purificazione" per l'economia e per la politica.
Monsignor Crepaldi ha sottolineato che, per la prima volta in una Enciclica sociale, il diritto alla vita e alla libertà religiosa trovano una esplicita e corposa collocazione in relazione allo sviluppo.
Nella "Caritas in Veritate" (ai punti 28, 44 e 75) la cosiddetta "questione antropologica" diventa a pieno titolo "questione sociale".
"La procreazione e la sessualità - ha aggiunto -, l'aborto e l'eutanasia, le manipolazioni dell'identità umana e la selezione eugenetica sono valutati come problemi sociali di primaria importanza che, se gestiti secondo una logica di pura produzione, deturpano la sensibilità sociale, minano il senso della legge, corrodono la famiglia e rendono difficile l'accoglienza del debole".
L'Enciclica ribadisce che "non sarà più possibile, impostare programmi di sviluppo solo di tipo economico-produttivo che non tengano sistematicamente conto anche della dignità della donna, della procreazione, della famiglia e dei diritti del concepito".
Altra tematica nuova è quella dell'ambiente. Il Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ha sostenuto che "l'ecologia ambientale deve liberarsi da alcune ipoteche ideologiche (presenti in molte versioni dell'ecologismo) che consistono nel trascurare la superiore dignità della persona umana e nel considerare la natura solo materialisticamente prodotta dal caso o dalla necessità".
"L'impegno per l'ambiente – ha affermato mons. Crepaldi – non sarà pienamente fruttuoso se non verrà sistematicamente associato al diritto alla vita della persona umana, primo elemento di una ecologia umana che faccia da cornice di senso per una ecologia ambientale".
Novità assoluta anche la trattazione che l'Enciclica svolge nei confronti del problema della tecnica che spesso sfocia in una mentalità che può chiamarsi "tecnicità".
"Il rischio – ha rilevato mons. Crepaldi – è che la mentalità esclusivamente tecnica, riduca tutto a puro fare e si sposi con la cultura nichilista e relativista".
Per il neo Arcivescovo di Trieste la "Caritas in Veritate" è una grande proposta culturale e di mentalità a servizio dell'autentico sviluppo, perché le risorse da utilizzare per lo sviluppo non sono solo economiche, ma immateriali e culturali, di mentalità e di volontà.
In questo contesto si richiede una nuova prospettiva sull'uomo che solo il Dio che è Verità e Amore può dare.
Monsignor Crepaldi ha precisato che "verità e amore sono gratuiti, superano la semplice dimensione della fattibilità e ci aprono alla dimensione dell'indisponibile".
Si tratta del principio secondo cui la reciprocità propria della fraternità entra pienamente dentro i meccanismi economici ed è motivo di ridistribuzione, di giustizia sociale e di solidarietà non successivamente o a latere degli stessi.
E' in questo contesto che la gratuità della verità e dell'amore conducono verso il vero sviluppo anche perché eliminano riduzionismi e visioni interessate.
In conclusione, monsignor Crepaldi ha constatato che l'Enciclica ha il grande merito di togliere di mezzo visioni obsolete, schemi di analisi superati, semplificazioni di problemi complessi, quali: un eccessivo riduzionismo Nord-Sud dei problemi dello sviluppo, dopo il crollo del riduzionismo Est-Ovest; una frequente sottovalutazione dei problemi culturali del sottosviluppo; un ecologismo spesso separato da una completa visione della persona umana; l'attenzione verso i problemi economici in senso stretto più che verso quelli istituzionali; una visione assistenzialista e non sussidiaria dello sviluppo.
L'attenzione è ancora una volta indirizzata all'uomo concreto, oggetto di verità e di amore ed esso stesso capace di verità e di amore.
Alla domanda sul perché si sia dovuti aspettare tanto per l'uscita dell'Enciclica, monsignor Crepaldi ha raccontato che "La Centesimus annus", l'ultima Enciclica sociale pubblicata da Giovanni Paolo II, impiegò 5 anni ad uscire, mentre la "Caritas in Veritate" ha impiegato solo due anni e mezzo.
Sul perché il tema della pace non sia stato affrontato a fondo, il segretario del Pontificio Consiglio ha risposto che si tratta di "una Enciclica e non di una enciclopedia".
D'altro canto, quando ci fu l'anniversario della "Pacem in terris" di Giovanni XXIII, alla richiesta di scrivere un eventuale Enciclica, l'allora Pontefice Giovanni Paolo II rispose che i Messaggi annuali per la Pace sono già una corposa Enciclica.

Per leggere tutto il testo dell'enciclica vai a:
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20090629_caritas-in-veritate_it.html

Fonte: ZENIT, 7 luglio 2009

9 - CARITAS IN VERITATE 2
Non c'è contrasto tra le opere di carità e l'affermazione dei principi dottrinali
Autore: Antonio Gaspari - Fonte: Ragionpolitica, 07 luglio 2009

Chi si aspettava i soliti luoghi comuni e la retorica dei «cattolici adulti» sulla decrescita, sull'ambientalismo romantico, sulla rivolta anti-capitalistica, sul fascino di coloro che accusano la cultura occidentale, è rimasto molto deluso, perché la Caritas in veritate, terza enciclica di Benedetto XVI, la prima di carattere sociale (a 18 anni dall'ultima enciclica sociale, la Centesimus annus di Giovanni paolo II), presentata martedì a Roma, ha dissipato dubbi e ambiguità circa l'ecologismo, il terzomondismo, la rivolta no global, il sostegno o meno allo sviluppo, la terza via tra capitalismo e socialismo, la teologia della liberazione, ecc...
Pur non citando mai la parola «capitalismo», l'enciclica propone un progetto di carattere culturale e sociale per superare le logiche utilitaristiche a favore di una rivoluzione antropologica dove lo sviluppo è indicato come «vocazione» per favorire «il bene comune» e si colloca nel «disegno di Dio».
Innumerevoli le novità. La prima riguarda la grande rilevanza dei temi di bioetica, che per la prima volta in una enciclica sociale trovano una esplicita e corposa collocazione in relazione allo sviluppo. Nella Caritas in veritate (ai punti 28, 44 e 75) la cosiddetta «questione antropologica» diventa a pieno titolo» questione sociale». Il controllo delle nascite, l'aborto, le sterilizzazioni, l'eutanasia, le manipolazioni dell'identità umana e la selezione eugenetica sono severamente criticati non solo per la loro intrinseca immoralità, ma soprattutto per la loro capacità di lacerare e degradare il tessuto sociale, minare il senso della legge, corrodere la famiglia e rendere difficile l'accoglienza del debole, che sono pratiche decisive per lo sviluppo delle virtù e dell'economia. L'enciclica spiega che per non mettere in pericolo lo sviluppo dell'economia e della società non sarà più possibile, impostare programmi di sviluppo solo di tipo utilitaristico che non tengano sistematicamente conto anche della dignità della donna, della procreazione, della famiglia e dei diritti del concepito.
A molti sembrerà ovvio che il Papa Benedetto XVI tocchi di nuovo i temi di bioetica. In realtà, questi sono di grande rilevanza soprattutto per chiarire il dibattito che ha coinvolto gran parte della Chiesa cattolica nel post Concilio Vaticano II. Da alcuni decenni, infatti, il mondo cattolico sembra essere diviso tra coloro che si dedicano ad opere di carità ed altri che si occupano più di questioni bioetiche come la difesa della vita e della famiglia. La lettura riduttiva dei mezzi di comunicazione di massa indica come progressisti coloro che si occupano di opere di assistenza e come conservatori quelli che si battono per la vita nascente. La questione è così presente che lunedì 25 maggio il cardinale Angelo Bagnasco, nel corso della prolusione alla 59a Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), ha riportato la domanda che alcuni fanno: «Se non sia opportuno concentrarci sul terreno della carità, dove s'incontrano facili consensi, piuttosto che in quello assai più contrastato della bioetica». Ed ha spiegato che non c'è contrasto tra le opere di carità e l'affermazione dei principi dottrinali, riaffermando la verità cristiana sull'uomo secondo cui «non c'è contraddizione tra mettersi il grembiule per servire le situazioni più esposte alla povertà e rivolgere ai responsabili della democrazia un rispettoso invito affinché in materia di fine vita non si autorizzi la privazione dell'acqua e del nutrimento vitale a chi è in stato vegetativo».
L'enciclica Caritas in veritate spiega in maniera chiara che non c'è carità senza verità e che solo nella verità la carità risplende. Sottolinea così che «senza la verità, la carità viene esclusa dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività».
Altra tematica nuova è quella dell'ambiente. I temi relativi all'ecologia sono affrontati con franchezza dall'enciclica, e l'ecologia umana viene contrapposta all'ideologia nota come «ecologia ambientale». E' scritto nella Caritas in veritate che «è contrario al vero sviluppo considerare la natura più importante della stessa persona umana. Questa posizione induce ad atteggiamenti neopagani o di nuovo panteismo. Dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, non può derivare la salvezza per l'uomo». E nel capitolo che tratta la crisi alimentare mondiale, il pontefice ha scritto che «potrebbe risultare utile considerare le nuove frontiere che vengono aperte da un corretto impiego delle tecniche di produzione agricola tradizionali e di quelle innovative, supposto che esse siano state dopo adeguata verifica riconosciute opportune, rispettose dell'ambiente e attente alle popolazioni più svantaggiate», concetto che gli analisti hanno letto come un'apertura, anche se prudente e velata, che Papa Benedetto XVI farebbe nei confronti delle nuove biotecnologie vegetali.
Mentre la parola più usata da Giovanni Paolo II era «solidarietà», nell'enciclica sociale di Benedetto XVI la parola chiave è quella di «fraternità», intesa come paradigma culturale e antropologico che guida ad una rivoluzione sociale, purificata da verità ed amore e finalizzata allo sviluppo del bene comune. Una rivoluzione della carità nella verità, che, a detta del Papa, ha in Gesù Cristo la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera.

Fonte: Ragionpolitica, 07 luglio 2009

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