BastaBugie n°160 del 01 ottobre 2010

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1 SANDRA E RAIMONDO: ELOGIO DEL MATRIMONIO
I 50 anni ininterrotti in casa Vianello esaltati dai mass media “divorzisti”
Autore: Mario Palmaro - Fonte: Il Timone
2 GRANDE VIAGGIO DI BENEDETTO XVI IN INGHILTERRA: TEMI IMPORTANTI TRATTATI E MOLTITUDINI IN ATTESA DEL PAPA
Sulla stampa italiana invece si è parlato solo di pedofilia e contestazione
Autore: Umberto Folena - Fonte: Avvenire
3 L'ABORTO VA COMBATTUTO SENZA SE E SENZA MA
In Italia invece il movimento pro-life appare annacquato...
Fonte: Corrispondenza Romana
4 LA LEGGE SULLA FECONDAZIONE ARTIFICIALE NON E' BUONA E NEMMENO IL TESTAMENTO BIOLOGICO
Il presidente di Verità e Vita ricorda le ragioni che hanno portato alla nascita del suo movimento
Autore: Mario Palmaro - Fonte: Il Foglio
5 ACCUSE E COMPLOTTI CONTRO BENEDETTO XVI
Intervista ad Andrea Tornielli, vaticanista de “Il Giornale”
Autore: Antonio Gaspari e Carmen Elena Villa - Fonte: Zenit
6 LA BUFALA DEL CLIMA: CATASTROFISMI INVENTATI NELL'INTERESSE DEI POLITICI
Sono inutili i risultati pseudo-scientifici promossi dall'Onu sul fantomatico riscaldamento globale
Autore: Ezio Bussoletti - Fonte: Il Tempo
7 RIVOLUZIONE FRANCESE: FOSSE COMUNI SCOPERTE DI RECENTE IN VANDEA
Le agghiaccianti verità sul genocidio compiuto dai rivoluzionari francesi nella regione in cui gli abitanti insorsero per difendere il proprio Re e la propria Chiesa
Fonte: Corrispondenza Romana
8 COSTRUIRE MOSCHEE IN ITALIA NON FA NE' IL BENE DEGLI IMMIGRATI, NE' IL BENE DEGLI ITALIANI
Il caso della moschea a Colle di Val d'Elsa: il comune non concede il referendum e trova invece soldi e permessi necessari
Autore: Paolo Maria Ficcadenti - Fonte: BastaBugie
9 OMELIA PER LA XXVII DOMENICA TEMPO ORDINARIO - ANNO C - (Lc 17,5-10)
Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili, abbiamo fatto quanto dovevamo fare
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - SANDRA E RAIMONDO: ELOGIO DEL MATRIMONIO
I 50 anni ininterrotti in casa Vianello esaltati dai mass media “divorzisti”
Autore: Mario Palmaro - Fonte: Il Timone, giugno 2010

“Che noia, che barba, che barba, che noia!” Era la frase tormentone che concludeva immancabilmente ogni puntata della situation-comedy “Casa Vianello”. A pronunciarla Sandra Mondaini, nascosta sotto le coperte del lettone matrimoniale; accanto a lei un Raimondo Vianello nei panni di un marito impassibile, impegnato nella lettura serale altrettanto immancabile della Gazzetta dello Sport. Erano marito e moglie nella finzione, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini. Ma lo erano anche nella realtà: si erano sposati da mezzo secolo, dopo essersi conosciuti nel mondo vacuo e tentatore dello spettacolo. E dopo cinquant’anni erano ancora lì, insieme, a litigare davanti alle telecamere, un po’ per finta, un po’ sul serio. Ma erano insieme, marito e moglie. Solo la morte lì ha separati, perché sono rimasti insieme “nella buona e nella cattiva sorte”, come vuole la formula millenaria che la Chiesa fa pronunciare agli sposi davanti al sacerdote.
LA “MORTE SPETTACOLO”
Quando il 14 aprile Raimondo Vianello è morto , la notizia ha fatto subito il giro delle agenzie e delle radio, addirittura andando in apertura di molti telegiornali. Attore, comico, presentatore, autore, appassionato di calcio (si dice fosse interista): quotidiani e riviste popolari hanno dedicato a quest’uomo copertine e numeri monografici. Vianello era – insieme all’inseparabile Sandra –un personaggio popolarissimo. Quanto il pubblico lo amasse lo si è capito proprio nel momento della sua scomparsa: le lunghe code di gente comune per visitare le sue spoglie, l’affetto che traspariva in vario modo dai commenti che circolavano negli uffici e nei negozi in quei giorni, i funerali religiosi. Certo, come sempre accade nel mondo della Tv e del cinema, c’è sempre una porzione detestabile di spettacolarizzazione anche nel fenomeno severo e terribile del morire. L’assedio delle telecamere e dei giornalisti, che vogliono profanare anche questi momenti solenni della vita di un uomo; un certo voierismo del pubblico, che vuole andare a “vedere il morto” e magari – orribile abitudine – a fotografarlo con il telefonino. La morte viene trasformata in un fenomeno da teleriprendere, e così perfino le esequie di persone normali si sono imbarbarite: se il funerale è un vero e proprio spettacolo da celebrare a beneficio di un pubblico, allora è del tutto “naturale” comportarsi come a un talk show o a un varietà del sabato sera. E così, ecco dilagare l’orrido costume degli applausi al morto: esce la bara dalla Chiesa, e la gente applaude; o addirittura, l’applauso esplode fra le navate del tempio, violando le regole più elementari del contegno dovuto alla casa del Signore.
IL PARADOSSO DELLE “ VIRTÙ POSTUME”
Sia concesso, dunque: anche in questa occasione i meccanismi del mondo dello spettacolo hanno giocato la loro parte. E tuttavia, c’è qualche cosa d’altro, e di molto più profondo ed edificante. Nelle ore che sono seguite alla morte di Raimondo Vianello, i mass media sono stati affollati dai “coccodrilli”, nel gergo giornalistico gli articoli che rievocano la figura di un personaggio all’indomani della sua dipartita. Ne veniva fuori un ritratto unanime di Vianello, che più o meno ripeteva questo refrain: Raimondo era un uomo senza volgarità, un comico che non diceva mai una parolaccia, un presentatore elegante e ironico, una persona per bene, un uomo riservato, una persona buona, un marito che non aveva mai rotto il vincolo matrimoniale con la sua Sandra, e che voleva bene a sua moglie, l’unica moglie, anche se amava scherzare sull’argomento e “costruire” i suoi testi comici proprio intorno alla “pesantezza” del legame coniugale. Il pubblico si riconosce in questi giudizi, e sa che non sono dettati – come spesso avviene – dalla necessità del parce sepulto, dal dovere dell’etichetta che impone di dire solo bene del morto.
Raimondo Vianello piaceva, e piaceva anche perché incarnava una televisione virtuosa. In “Casa Vianello” – che è stata la sit-com più famosa e longeva prodotta dalla televisione italiana, trasmessa sulle reti Mediaset sin dal 1988 – il lettone era in fondo il simbolo di un’antica verità che piace alla gente normale: e cioè che l’amore deve essere per sempre. Ma è proprio in questo fatto che, apologeticamente, si può notare una clamorosa contraddizione del mondo in cui viviamo: Vianello viene ricordato e celebrato per che cosa? Per le sue virtù. Per il bene che ha fatto e per il male che ha evitato di fare. E questo bene e questo male sono individuati in maniera molto concreta e corretta. Sul piano astratto e teorico, però, quelle stesse virtù – esaltate nei coccodrilli dedicato al vip che non c’è più – vengono sistematicamente negate, sbertucciate, derise. Il matrimonio? Una burletta, un oggetto da museo, superato dal libero amore e dalla convivenza. L’indissolubilità matrimoniale? Una prigione inventata dalla Chiesa. La “bocca pulita” e l’abitudine a non dire parolacce? Un modello borghese e ottocentesco, buono per un don Bosco o un Domenichino Savio, ma non certo per gente tosta e moderna.
IL MOMENTO DELLA VERITÀ
Poi, però, c’è come un momento della verità, uno snodo della vita nel quale le parole vuote e le menzogne della società nichilista e relativista sono polverizzate, spazzate via: è il momento della morte. E anche se viviamo in una società secolarizzata, che nega Dio e quindi il suo giudizio particolare nei confronti di ogni anima; anche se molti hanno tentato di convincerci che il Paradiso non c’è e men che meno l’Inferno e il Purgatorio; ebbene, nonostante queste premesse disperanti, il mondo è costretto a esercitarsi in un “giudizio” mondano del morto. E quasi per magia, il mondo si scopre “costretto” a utilizzare quegli stessi criteri che duemila anni di cristianesimo hanno instillato nel cuore e nella mente di innumerevoli generazioni: pulizia morale, fedeltà, serietà, onestà, perfino religiosità. Così, Raimondo Vianello viene ammirato come un simbolo della solidità matrimoniale, anche se a celebrarlo sono magari i teorici della dissoluzione legale e morale di tale solidità. E le telecamere indugiano sulla “sua” Sandra che lo piange straziata abbracciandone la bara. Lei che in quel momento appare così diversa dalla donne annoiata e insofferente di tanti sketch televisivi, e che si rivela per quello che era nella realtà: una moglie.
Così, Sandra e Raimondo diventano i simboli della virtù incarnata, del fatto che il bene non è un ideale bello e impossibile, ma che può essere vissuto davvero, e che ad esempio l’indissolubilità é più forte delle tentazioni del mondo e delle debolezze personali. Vianello aveva una dirittura professionale e umana che gli ha permesso di essere anche controcorrente in un mondo di conformisti: “non rinnego né Salò né Sanremo”, aveva detto con una battuta delle sue, alludendo alla necessità di rispettare la memoria dei ragazzi caduti per la Repubblica Sociale. Vianello sapevo di che cosa parlava, visto che aveva aderito a Salò come ufficiale dei bersaglieri, ed era stato detenuto dagli Alleati nel campo di concentramento di Coltano assieme ad altri personaggi famosi, come il poeta Ezra Pound, gli attori Dario Fo, Walter Chiari, Enrico Maria Salerno, il giornalista Enrico Ameri, il regista Luciano Salce. Raimondo Vianello non era praticante, ma è morto da cattolico: confessandosi e ricevendo l’estrema unzione. Al sacerdote che lo ha assistito ha detto: “Per incontrare Dio mi devo preparare bene”.

Fonte: Il Timone, giugno 2010

2 - GRANDE VIAGGIO DI BENEDETTO XVI IN INGHILTERRA: TEMI IMPORTANTI TRATTATI E MOLTITUDINI IN ATTESA DEL PAPA
Sulla stampa italiana invece si è parlato solo di pedofilia e contestazione
Autore: Umberto Folena - Fonte: Avvenire, 25 settembre 2010

Gli avverbi? Tutti sotto stretto controllo. Specialmente quelli lunghini. Altrimenti rischiano di sparire. Prendiamo il Santo Padre. E la pedofilia. In volo, al volo, così si esprime testualmente: «L’autorità della Chiesa non è stata sufficientemente vigilante e decisa e veloce». Sufficientemente... avverbio lungo e scomodo, un tiranno mangiaspazio per i titoli. Meglio correggere il Papa. La Repubblica opta per l’abolizione: «La Chiesa non ha vigilato ». Non ha vigilato affatto, non ha vigilato per niente. Omissione totale. La Stampa a ruota: «Non abbiamo vigilato». Libero non conosce le mezze misure: «Non abbiamo vigilato». Anche il Giornale: «La Chiesa non è stata vigile». E il So­le 24 ore: «La Chiesa non ha vigilato». Il Riformista si modera: «Poco vigilante». Il Tempo va giù duro: «Non abbiamo vigilato». Idem il Mattino : «Non abbiamo vigilato». È sufficientemente chiaro? Una frase detta al volo in volo diventa, nei titoli dei principali quotidiani italiani, il riassunto dell’intera prima intensa giornata britannica del Papa. Scelta che neanche i più diretti interessati, i quotidiani inglesi, hanno fatto: «Missione improbabile » è il titolo di prima di The Independent , che evoca una parabola: «Il suo messaggio è destinato a cadere su terreno sassoso?». E The Times , nei giorni in cui il Regno ricorda i 70 anni dalla Battaglia d’Inghilterra, titola: «La battaglia della fede. Il Papa chiama il popolo britannico ad abbracciare i valori della fede». E proprio questo è stato il senso della prima giornata di Benedetto XVI. Invece un’altra espressione che manda in brodo di giuggiole i redattori nostrani è 'mea culpa'. «Mea culpa sui pedofili» ( Stampa ). «Mea culpa del Papa» ( Libero). «Il mea culpa per i preti pedofili » ( Giornale). L’immagine proposta ai lettori è di un Pontefice schiacciato dai sensi di colpa, attanagliato dalla mancata vigilanza... del tutto assente, non insufficientemente vigilante. Ah, gli avverbi stralunghi della nostra lingua bella, ma scomoda. Specialmente per i tabloid: poche colonne, parole brevi. E l’accoglienza? Bel duello tra Marco Ansaldo della Repubblica e Andrea Tornielli del Giornale. Entrambi inviati. Tutti e due presenti. Che cos’hanno visto? Ansaldo ammette che a salutarlo c’erano fedeli «da ore in attesa », e poi precisa: «C’erano più di 60mila persone per la Messa a Bellahouston Park». Molto più spazio lo dedica, in coda, ai dissidenti: «Una settantina di contestatori ha agitato in aria alcuni preservativi mentre il Papa faceva il suo discorso». Una settantina in mezzo a più di 60mila, dunque. Tornielli fornisce una versione leggermente diversa. Parla di 70mila fedeli alla Messa, e qui la differenza è minima. Ma subito precisa: «Da ieri i protagonisti della visita papale sono loro, non i gruppi di protesta, vocianti e corteggiati dai media, ma non così consistenti come si vuole far credere: nell’area riservata a loro accanto al castello di Edimburgo, dove erano previsti una settantina di posti, c’erano soltanto una decina di ragazzi che hanno agitato dei preservativi al passaggio del corteo papale». Settanta o dieci? Settanta i posti o i contestatori? Alla Messa o al passaggio del corteo?
A dirimere la questione è forse l’articolo anonimo del Foglio che racconta la diretta della Bbc. Dopo lo «tsunami mediatico di articoli iper critici e di trasmissioni televisive tendenziose», il Papa sbarca, e si capisce «che la lunga ed eccellente diretta della Bbc avrebbe prodotto un altro esito. E che contrasto: dopo gli astiosi commenti nelle ultime settimane degli intellettuali atei e dei membri degli 'special interest group' che per un motivo o per l’altro ce l’hanno a morte con il Vaticano, sentire i morbidi e rispettosi toni del gallese Huw Edwards, il principale anchorman di Bbc 1 News, commentare l’evento con la tipica puntualità riservata per i grandi servizi in esterno del broadcaster di Stato. Tutta un’altra cosa, un segnale che la permanenza del Pontefice sul suolo britannico è destinata a risolversi in un successo».
Quasi ce ne stavamo dimenticando: il manifesto dedica al Papa una decina di righe. Titolo: «Primo giorno in Scozia tra le gaffe». Per il giornale, sarebbe una gaffe l’accostamento tra ateismo e nazismo. Ma solo perché ha suscitato l’ira della National Secolar Society. Ah, questo Papa dalla gaffe facile.

Tutti i discorsi del Papa in Inghilterra si trovano nel sito del Vaticano: http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/travels/2010/index_regno-unito_it.htm

Fonte: Avvenire, 25 settembre 2010

3 - L'ABORTO VA COMBATTUTO SENZA SE E SENZA MA
In Italia invece il movimento pro-life appare annacquato...
Fonte Corrispondenza Romana, 25/9/2010

Ferve la polemica, sul quotidiano “Il Foglio”, diretto da Giuliano Ferrara, tra il giornalista cattolico Francesco Agnoli e i vertici del Movimento per la Vita italiano.
Agnoli, membro da anni del Movimento e attivissimo nel campo della cultura pro-life, ha accusato la presidenza del MpV di poca attività, di commistioni indebite con la politica, di scarsa incisività culturale e di mancanza di dinamismo (cfr. “Il Foglio”, 16 settembre 2010; pubblicato su BastaBugie n. 159). Il MpV si è difeso, con un articolo del suo vice-presidente, ribadendo da un lato la democraticità della vita interna del Movimento (che avrebbe eletto dal basso il suo Presidente) e dall’altro mostrando i numeri delle vite salvate in 30 anni grazie al lavoro e l’impegno dei Centri di aiuto alla vita (CAV) (cfr. “Il Foglio”, 18 settembre 2010).
Le critiche di Agnoli paiono del tutto pertinenti. Dalla sconfitta al referendum sull’abrogazione della legge 194 (1981), che non dimentichiamolo mai, ha legalizzato l’aborto in Italia, il fronte pro-life si è a poco a poco diluito in una generica e vaga “difesa della vita” che non disturba nessuno, e che per come è formulata, può essere condivisa da tutti, abortisti e anti-abortisti.
Con il passare del tempo poi l’opposizione alla legge 194, che il Magistero della Chiesa dichiara essere del tutto illegale oltre che immorale (cfr. Giovanni Paolo II, Evangelium vitae), si è evaporata e si è passati alla paradossale difesa della legge iniqua, definita una buona legge (come dissero la Morresi, la Roccella, etc.), se ben interpretata! Il panorama internazionale dà altresì ragione ad Agnoli: in America e in Francia, in Spagna o in Germania a fronte di leggi parimenti inique e illegali, è nato e si è sviluppato un vero movimento per la vita, attivo e propositivo, che non ha ceduto sui principi dottrinali di fondo e proprio per questo è in continuo sviluppo, soprattutto tra i giovani. Questi movimenti pro-life hanno prodotto cultura, associazioni, momenti di formazione e spazi di militanza del tutto assenti qui da noi e hanno passato il testimone in ordine alla lotta all’aborto legale senza se e senza ma. Il MpV nostrano è arrivato invece, attraverso la mediazione dell’UDC (di cui è parlamentare Carlo Casini), a sostenere una pro-choice come la Bresso in Piemonte contro un pro-life dichiarato come Cota.
Questo recente tradimento è solo l’ennesimo compromesso al ribasso di un movimento e di una cultura che non crede più in ciò per cui è nata, cioè la lotta contro la legalizzazione e la banalizzazione di un “crimine abominevole” (la definizione è in Gaudium et Spes). Ovvero si preferisce tacere sull’aborto piuttosto che denunciare la cultura di morte come instancabilmente fatto dai recenti Pontefici. In un libro di alcuni anni fa, scritto dalla dirigenza del MpV, si arrivava al punto di dire che l’aborto non deve chiamarsi omicidio! Ma allora, per che cosa stiamo lottando? Come ripete spesso Benedetto XVI il relativismo si è insinuato nella stessa comunità ecclesiale causando danni e confusione. Le derive di tanti pro-life italiani e dello stesso MpV ne sono un esempio particolarmente eclatante.

Fonte: Corrispondenza Romana, 25/9/2010

4 - LA LEGGE SULLA FECONDAZIONE ARTIFICIALE NON E' BUONA E NEMMENO IL TESTAMENTO BIOLOGICO
Il presidente di Verità e Vita ricorda le ragioni che hanno portato alla nascita del suo movimento
Autore: Mario Palmaro - Fonte: Il Foglio, 23-09-2010

Il testo scritto dal vicepresidente del Movimento per la Vita Giuseppe Anzani, apparso sul Foglio di sabato scorso, contiene una serie di affermazioni che non corrispondono alla realtà delle cose. Alcuni di questi errori riguardano in particolare il Comitato Verità e Vita, e dunque sono costretto a rettificare tali “inesattezze”. Anzani scrive che nel nostro comitato “non è necessario essere eletti”, ma questo non è vero: nella nostra associazione si svolgono regolari elezioni, nel contesto delle assemblee nazionali, dove si discute e poi si vota in base alle modalità descritte dallo statuto, che è consultabile sul nostro sito (www.comitatoveritaevita.it). Fra l’altro, il nostro statuto prevede alcune incompatibilità molto severe, stabilendo che il presidente e i vicepresidenti “non possono ricoprire incarichi partitici e/o politico-amministrativi-istituzionali elettivi a livello locale, regionale, nazionale o europeo”.
Anzani scrive che noi pretenderemmo di “confondere la gente” lasciando credere di essere “la stessa cosa del MpV, o anzi il vero MpV”, e anche questo non è vero. Verità e Vita ha un proprio simbolo, propri rappresentanti, una precisa identità. Fin dalla fondazione, avvenuta il 28 febbraio 2004, abbiamo assunto pubblicamente delle posizioni molto precise, che marcano una differenza evidente rispetto ad altre espresse dal Movimento per la vita. Questo ci ha portato in alcune occasioni anche a criticare il MpV , poiché le radici di quel movimento sono le nostre stesse radici, e abbiamo provato a spiegare perché, secondo noi, essere a favore delle DAT, o fare l’apologia della fecondazione artificiale omologa, o dire che la 194 è una legge buona ma applicata male, significa discostarsi da quelle radici.
Verità e Vita sostiene da sempre che la legge 40 del 2004 è gravemente ingiusta, perché permette la fecondazione artificiale extracorporea, con la sua inevitabile produzione tecnica dell’essere umano e con il suo carico di vittime innocenti. Le limitazioni contenute nel testo della legge – per altro pesantemente ridimensionate da alcuni interventi “creativi” della magistratura – spiegano le ragioni della “difesa” della 40 da parte dei pro life e del mondo cattolico nel referendum del 2005. In quell’occasione Verità e Vita lanciò l’idea dell’astensione prima ancora che tale linea venisse ufficializzata dalla Conferenza episcopale. Ma, al di là della legge, il punto è che non esiste una fecondazione extracorporea “buona”.
Per quanto riguarda le DAT, devo ricordare ad Anzani che “Sì alla Vita” – il mensile del MpV – nell’estate del 2008 prendeva duramente posizione contro il testamento biologico, in coerenza con la linea pro life di sempre; e che solo a partire dal settembre di quell’anno il Movimento per la Vita ha mutato il suo atteggiamento sulla materia.
Anzani scrive che il Comitato Verità e Vita sarebbe stato fondato da “quei quattro o cinque che non fanno più parte del direttivo del MpV semplicemente perché non sono stati più eletti”. E anche questo non è vero. Sia perché dietro a Verità e Vita non ci sono “quattro o cinque persone”; sia perché non pochi dei nostri soci oggi militano ancora nel MpV; e sia perché qualcuno – come ad esempio il sottoscritto - si è dimesso dal direttivo nazionale dopo essere stato rieletto, spiegando le ragioni di coscienza che lo obbligavano a lasciare un movimento identitario in grave crisi di identità. Su una cosa Giuseppe Anzani ha ragione: “La verità, di solito, si scopre andando a vedere, e dopo aver visto, pensare.” E’ quello che almeno noi di Verità e Vita stiamo cercando – con mille limiti personali – di fare. Tenendo anche conto che la nostra è un’associazione totalmente autofinanziata e basata esclusivamente sul volontariato. E, forse proprio per questo, libera di dire la verità.

Fonte: Il Foglio, 23-09-2010

5 - ACCUSE E COMPLOTTI CONTRO BENEDETTO XVI
Intervista ad Andrea Tornielli, vaticanista de “Il Giornale”
Autore: Antonio Gaspari e Carmen Elena Villa - Fonte: Zenit, 18 settembre 2010

“L’unica cosa che non si perdona a Ratzinger è quella di essere stato eletto Papa...”. Così si conclude il libro “Attacco a Ratzinger. Accuse scandali, profezie e complotti contro Benedetto XVI” (Piemme), scritto da Paolo Rodari, vaticanista de “Il Foglio”, e Andrea Tornielli, vaticanista de “Il Giornale”.
Il libro è stato presentato nel corso del seminario dedicato all’informazione sulla Chiesa cattolica e organizzato a Roma dall’Università della Santa Croce a Roma, dal 6 al 12 settembre scorsi, sul tema “La Chiesa da vicino: raccontare il cattolicesimo al tempo di Benedetto XVI”.
I due autori ricostruiscono con dovizia di particolari e informazioni originali e inedite, come la stampa internazionale si è accanita contro il Pontefice Benedetto XVI.
Dalle polemiche suscitate dal discorso pronunciato a Ratisbona, alle dimissioni dell’Arcivescovo di Varsavia; dal documento che liberalizza la messa antica alla revoca della comunica per i Vescovi Lefreviani; dalla crisi diplomatica scatenata dopo le dichiarazioni circa l’inutilità dei profilattici nella lotta all’AIDS fino al dilagare dello scandalo dei casi di pedofilia.
I due noti vaticanisti analizzano le ragioni sostenute dall’accusa, mostrando come siano i pregiudizi e la disinformazione a dettare le agende e la linea editoriale delle campagna stampa contrarie al Vescovo di Roma.
Gli interessi che muovono la critica contro l’attuale Pontefice sono diversi, Rodari e Tornielli, ne identificano alcuni, e spiegano che il vero obiettivo dei nemici esterni ed interni alla Chiesa è quello di screditare la Santa Sede e il Primato di Pietro, con l’intento di renderne inefficace il messaggio e l’insegnamento.
Per approfondire un tema di così scottante attualità, ZENIT ha intervistato uno degli autori, Andrea Tornielli.
CHI HA INTERESSE A CRITICARE E ATTACCARE IL PONTEFICE DI ROMA?
Per gli attacchi esterni, credo ci siano degli interessi che non sono gestiti da un'unica regia. Credo che, pur non esistendo un complotto organizzato o un'unica regia, vi siano gruppi, lobbies, poteri economici e/o politici che hanno interesse a depotenziare la voce della Chiesa, riducendone l'autorevolezza internazionale e la presa sulle popolazioni, per i fini più disparati.
PERCHÈ LO ATTACCANO? PERCHÈ GLI HANNO IMPEDITO DI PARLARE ALL’UNIVERSITÀ LA SAPIENZA DI ROMA? CHE COS’È CHE IL POTERE SECOLARIZZATO TEME DAL PONTIFICATO DI BENEDETTO XVI?
Certe campagne mediatiche sono determinate dal "frame" negativo, dal pregiudizio consolidato e per nulla corrispondente alla realtà, che ha dipinto il Cardinale Ratzinger prima e Papa Benedetto poi come un retrogrado conservatore, illiberale e antidemocratico. Il caso della Sapienza è esemplare perché non solo gruppuscoli di studenti ideologizzati ma anche ricercatori e professori hanno "giudicato" Ratzinger sulla base di una citazione sbagliata presa da Wikipedia (il che dovrebbe dirci qualcosa anche sullo stato delle nostre università). Il potere secolarizzato teme l'annuncio di una verità irriducibile, ci sono lobbies e gruppi di potere ai quali dà fastidio la morale cristiana e l'insegnamento etico della Chiesa. In certe situazioni la voce della Chiesa rimane l'unico baluardo di una coscienza non anestetizzata.
LEI HA PARLATO DI ATTACCHI ESTERNI. PENSA CHE CI SIANO ANCHE DEGLI ATTACCHI INTERNI?
Certo, e che sono frutto di ciò che noi chiamiamo un dissenso interno alla Chiesa: cioè teologi e anche Vescovi che criticano apertamente certi aspetti del magistero di Benedetto XVI . E inoltre ci sono degli attacchi inconsapevoli, perche non voluti, da parte della macchina curiale che facilita alcune crisi che si sarebbero potuto evitare o spegnere subito invece hanno fatto sì che si incendiassero e diventassero grandissime.
DURANTE IL VOLO CHE LO HA CONDOTTO IN PORTOGALLO, L’11 MAGGIO SCORSO, IL PONTEFICE BENEDETTO XVI HA DETTO: “OGGI VEDIAMO IN MODO TERRIFICANTE CHE LA PIÙ GRANDE PERSECUZIONE DELLA CHIESA VIENE DALL'INTERNO, DAI PECCATI CHE CI SONO DENTRO LA CHIESA STESSA, E NON DAI NEMICI FUORI”. QUALI SONO I PECCATI A CUI IL PAPA SI RIFERISCE, E QUALI SONO I GRUPPI E LE PERSONE CHE LO AVVERSANO DALL’INTERNO DELLA CHIESA?
La domanda era stata formulata con un riferimento esplicito agli scandali della pedofilia che coinvolgono esponenti del clero. La risposta del Papa è stata drammatica. Benedetto XVI ha spiegato che l'attacco più forte nasce all'interno, è il peccato nella Chiesa. In fondo, la storia ci insegna che dagli attacchi esterni la Chiesa alla fine è sempre uscita rafforzata, magari dopo lunghi periodi di difficoltà se non di persecuzione. E' l'attacco dall'interno che la demolisce. Ora, non ci sono soltanto i tremendi, anzi "terrificanti" episodi dell'abominevole crimine della pedofilia. C'è anche l'avanzare di un pensiero non cattolico all'interno della Chiesa cattolica: una realtà denunciata con estrema lucidità già dal grande Papa Paolo VI e che oggi purtroppo persiste. Sono rimasto colpito, ad esempio, da certe reazioni forti contro la decisione di Benedetto XVI di liberalizzare la messa antica. Reazioni pubbliche, arrivate anche da Vescovi. Ma gli esempi sarebbero molti.
IL PONTEFICE, NELL’OMELIA DELLA MESSA CHE CONCLUDEVA L’ANNO SACERDOTALE L’11 GIUGNO 2010, HA PARLATO IN TONI MOLTO ESPLICITI, DI ERESIE E DELLA NECESSITÀ DELL’USO DEL BASTONE CONTRO I LUPI CHE VOGLIONO IRROMPERE NEL GREGGE. A CHI SI RIFERIVA? CHI SONO I LUPI CHE VOGLIONO IRROMPERE NEL GREGGE? QUALI SONO LE ERESIE MODERNE CHE ALBERGANO NELLA CHIESA?
Nel nostro libro analizziamo le crisi dei primi cinque anni di pontificato di Papa Ratzinger, non facciamo un elenco di possibili eresie. Vorrei però ricordare che purtroppo oggi si diffondono, in modo più o meno sotterraneo, idee e interpretazioni che finiscono per minare la fede dei semplici e più in generale la fede cattolica non su qualche conseguenza - dove magari sarebbe più comprensibile un dibattito e la coesistenza di interpretazioni differenti - ma proprio sull'essenziale della fede. In questo senso, come spiegava l'allora Cardinale Ratzinger agli inizi del suo mandato come Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il Magistero ha il compito di proteggere la fede dei semplici, di coloro che non scrivono sui giornali e non vanno in Tv. In questo senso, il Magistero ha un compito - diceva - "democratico". Credo che un cambiamento radicale che il Papa chiede a tutti sia quello dell'essere coscienti che la Chiesa non è "fatta" da noi, non si può considerare alla stregua di un'azienda, tutto non può essere ridotto a rivendicazioni su funzioni e ministeri, la sua vita non può essere pianificata soltanto con strategie pastorali. Se imparassimo da questo costante richiamo del Papa, forse molti oppositori palesi e occulti comprenderebbero che il Papa non è un monarca assoluto, ma che anch'egli obbedisce a Gesù Cristo nel trasmettere il depositum fidei.
SECONDO L’ARCIVESCOVO DI TRIESTE, MONSIGNOR GIAMPAOLO CREPALDI, ESISTE UN MAGISTERO PARALLELO ANCHE TRA ECCLESIASTICI, PROFESSORI DI TEOLOGIA NEI SEMINARI, SACERDOTI E LAICI CHE “METTONO IN SORDINA GLI INSEGNAMENTI DI BENEDETTO XVI, NON LEGGONO I DOCUMENTI DEL SUO MAGISTERO, SCRIVONO E PARLANO SOSTENENDO ESATTAMENTE IL CONTRARIO DI QUANTO EGLI DICE, DANNO VITA AD INIZIATIVE PASTORALI E CULTURALI, PER ESEMPIO SUL TERRENO DELLE BIOETICA OPPURE DEL DIALOGO ECUMENICO, IN APERTA DIVERGENZA CON QUANTO EGLI INSEGNA”. E’ PROPRIO COSÌ O MONSIGNOR CREPALDI SI SBAGLIA?
Credo che l’Arcivescovo Crepaldi parli a ragion veduta. E' un dato di fatto, basta girare per molte parrocchie, partecipare a conferenze, incontri culturali, etc. per rendersi conto di come il magistero di Benedetto (ma ciò accadeva anche prima, con gli altri Papi) non sia trasmesso ai fedeli, ma anzi talvolta sia apertamente contraddetto.
RATISBONA, PRESERVATIVO, WILLIAMSOM, ABUSI SESSUALI. SONO ALCUNI DEI PRINCIPALI SCANDALI MEDIATICI. CHE COSA HANNO IN COMUNE TUTTI QUESTI ATTACCHI?
Credo che l’ unica cosa vera che hanno in comune è quella di aver spostato l'attenzione da ciò che il Papa veramente voleva dire e fare. Per esempio: Ratisbona, il Papa non stava parlando contro l’ islam ma stava facendo un discorso sulla fede e la ragione. Questo discorso è passato in secondo piano dal punto di vista mediatico. Poi poco a poco si è capito il dialogo con gli intellettuali islamici. Il preservativo: un tema che il Papa non ha mai toccato nei suoi discorsi in Africa. E stato un viaggio bellissimo: attenzione della gente, partecipazione della liturgia, messaggio importante per quanto riguarda il lavoro del sinodo con cose importante sullo sviluppo del Africa, messaggi importanti sullo sviluppo di una teologia africana, tutto dimenticato. Così Williamsom, una iniziativa come togliere la scomunica che era una iniziativa di riconciliazione si è spiegata come una grande crisi nei confronti del mondo ebraico. La cosa in comune è che non si fa passare il vero messaggio del Papa.
Lo attaccano perché esiste il cliché consolidato, ma anche perché - purtroppo - talvolta il mondo dell'informazione non è preparato a presentare certi messaggi o a interpretarli in una cornice corretta. Lo attaccano perché in più di un'occasione - spiace dirlo ma è così, e nel libro crediamo di averlo documentato - anche chi sta più vicino a Benedetto XVI potrebbe aiutarlo di più per evitare che sorgano polemiche inutili o per spegnerle non appena insorgono.
COME PRESENTATE IL CASO WILLIAMSOM NEL LIBRO?
Lì la cosa evidente è che c’è stato qualche problema, come può sempre capitare: la informativa che è stata spedita dalla Svezia, quando lui ha rilasciato l'intervista, non è arrivata sui tavoli giusti in Vaticano. Quando è stato deciso di concludere e togliere la scomunica, in quel momento né il Papa né i suoi collaboratori conoscevano l’intervista. Ma il problema dal mio punto di vista e ciò che è successo dopo cioè che, in quei quattro giorni che sono passati tra la pubblicazione della intervista e l’annuncio ufficiale, il decreto era già stato consegnato. In quel periodo di tempo non si è cercato di fare niente. Si poteva dire ai lefebvriani: “non lo pubblichiamo aspettiamo un mese”, si poteva spiegare il decreto portando un Cardinale importante come Kasper, oppure lo stesso Segretario di Stato che veniva a dire, a nome del Papa, che queste cose dette da Williamsom sono incettabili, che la Chiesa non le ha mai credute e mai le crederà, e che il gesto di togliere la scomunica non c'entra nulla con queste idee. Allora nel nostro libro non accusiamo nessuno, perché credo che siamo parte in causa più della Santa Sede. E per noi, intendo i media. La colpa è più nostra. Ma il Vaticano avrebbe potuto fare meglio.
E NEL CASO MURPHY, IL NEW YORK TIMES HA MANIPOLATO L’ INFORMAZIONE?
Intanto diciamo che il problema esiste e dunque non sono falsi casi, sono casi veri, anche se riguardano il passato. Ed è una cosa gravissima. Però credo che ci sia stata in molti casi, la mancanza di competenza e di volontà di capire la totalità dei fattori, che si sia voluto in maniera diretta ed un po' gratuita arrivare subito al Papa, dire che lui è il colpevole di questa situazione e di questo fatto, perché i documenti del New York Times erano tradotti con google translator e l’inglese non corrispondeva alla realtà di quanto scritto in latino. Allora, io capisco tutto, non sto giudicando, però è certo che ci sia stata una campagna e che era finalizzata a cercare e ad addossare la responsabilità sul Papa. Detto questo, però, credo che la grande risposta del Papa non sia mai stata quella di difendersi attaccando gli altri. Non ha mai parlato nei confronti della stampa di campagna mediatica, non si è mai rifugiato dietro le statistiche come hanno fatto i suoi collaboratori. Lui ha mostrato un alto punto di vista che è il punto di vista della fede e ha detto che gli attachi più grandi sono venuti dall'interno della Chiesa. Lui chiama questo tempo un tempo di grazia e di purificazione. Dice: dobbiamo fare penitenza e cambiare. Questo lo trovo molto cristiano e molto bello dal punto di vista del Papa. Mi piacerebbe che fosse assunta di più questa posizione da parte di tutti.
COME COMUNICARE LE COSE PIÙ BELLE CHE DICE IL PAPA. QUAL È IL COMPITO DEI GIORNALISTI CATTOLICI DI FAR CONOSCERE LE COSE PIÙ BELLE CHE HA DETTO IL PAPA INVECE DI QUELLE SU CUI GIRANO SEMPRE LE NOTIZIE?
Parlo in base alla mia esperienza personale. Scrivo per un giornale laico. Devo tenerne conto. Allora, credo che una prospettiva giusta sia quella di tener conto di certi titoli, tener conto anche di certe polemiche senza dimenticare mai il cuore del messaggio. Anche perche bisogna ricordare che non è vero che la gente non è interessata al cuore del messaggi. Uno pensa: “La gente è interessata a quello che dice il Papa sulle coppie omosessuali” e magari si crede che la storicità di Gesù Cristo non sia interessante. Il contrario! Perche oggi c'è una grande ignoranza purtroppo ma anche una grande voglia di contenuti religiosi. Il problema è che il contenuto religioso deve essere espresso, comunicato in maniera interessante. Non è vero che la religione non sia il cuore del messaggio per i lettori.
IN CHE MODO TUTTI QUELLI SCANDALI INFLUISCONO SUL PUNTO DI VISTA DEL CITTADINO COMUNE, CHE MAGARI NON VA A DOCUMENTARSI SUL SITO DEL VATICANO?
Purtroppo mi sono reso conto, durante i mesi che ho trascorso in Irlanda, di una cosa su cui non mi ero reso conto prima, perché in Italia la situazione è diversa. Ho visto, in sostanza, come una comunicazione non corretta da parte dei media, con titoli sparati, influisca sulla fede della gente. E' un fatto reale. Io sono rimasto sconvolto perché credevo che l’errore di comunicazione, il titolo sbagliato sporcassero un po’ l’immagine del Papa, ma che restassero nel circolo mediatico perché la gente sa qual è la verità. Ma il problema è che la gente non lo sa! Tutti guardano la TV, restano impressionati da un titolo di giornale e finiscono per credere alle cose che leggono. Allora, io credo che qui ci sia una responsabilità grandissima perché un messaggio sbagliato va a toccare la fede della persona; e una responsabilità grandissima per il sistema dei media. Credo, tuttavia, che sia necessario che anche la Chiesa lo capisca. Faccio un esempio banale: quando è uscito il romanzo “Il Codice Da Vinci”, ho tenuto una quarantina di conferenze sull'argomento e la gente era piena di domande. Spesso e volentieri ho trovato dei sacerdoti che dicevano: “Ma è soltanto un romanzo”. Adesso, a distanza di diversi anni, ci sono delle ricerche universitarie che mostrano anche come in Italia il 25% dei liceali sia convinto che Gesù era sposato. E qual è la fonte di questa informazione? Non il parroco, i media! Bisogna rendersi conto che certe bugie vano combattute un po’ con le stesse armi, non con altre bugie; con un messaggio e con un linguaggio che punti allo stesso livello di diffusione, di chiarezza e di interesse.
LEI HA SCRITTO SU PIO XII E PAOLO VI. QUAL È IL RAPPORTO TRA GLI ATTACCHI AI PAPI PRECEDENTI E GLI ATTACCHI ATTUALE?
Ci sono alcune cose in comune, anche se devo dire che gli attacchi contro Pio XII si sono scatenati dopo la sua morte, per cui era una cosa completamente diversa. Invece gli attacchi a Paolo VI sono stati durissimi. La situazione oggi è molto migliorata. Gli attacchi contro Paolo VI erano feroci, anche dentro la Chiesa e di una cattiveria, di una forza, veramente devastante tanto che lui dopo avere scritto l’Humanae Vitae nel 1968, per 10 anni non ha più voluto scrivere una enciclica per non sottoporrete un documento così autorevole del Pontefice a critiche così feroci.
Credo, quindi, che ci siano delle similitudini ma il periodo storico è diverso. Oggi ci troviamo di fronte al fatto che per Benedetto XVI c’ è un pregiudizio negativo, perché viene presentato come retrogrado, come anti-democratico e anti-liberale e contrario alla modernità e questo è purtroppo un fronte che si è imposto a livello mediatico. E' difficilissimo smantellarlo. Per quanto riguarda Pio XII si dice che era amico dei nazisti, anti-semita. Tu poi scrivere quello che voi, tirare fuori quello che vuoi ma è un lavoro difficilissimo, che richiede anni per far cambiare poco a poco le idee. La fortuna è che mentre Pio XII è morto senza difendersi, Benedetto XVI incontra la gente e la gente quando lo vede parlare si rende conto che il ritratto, che speso i media gli hanno costruito addosso non corrisponde alla realtà.

Fonte: Zenit, 18 settembre 2010

6 - LA BUFALA DEL CLIMA: CATASTROFISMI INVENTATI NELL'INTERESSE DEI POLITICI
Sono inutili i risultati pseudo-scientifici promossi dall'Onu sul fantomatico riscaldamento globale
Autore: Ezio Bussoletti - Fonte: Il Tempo, 01/09/2010

Copenhagen, 19 dicembre 2009, ore 15:28: con 21 ore e 38 minuti di ritardo, si chiude il più inutile meeting che l'ONU abbia mai organizzato sul clima per approvare un nuovo protocollo dopo quello di Kyoto, quasi in scadenza. Invece, 193 paesi hanno litigato senza costrutto per 13 giorni di fila. Presenti 100 capi di stato e una pletora di partecipanti: 45000, una migrazione biblica da ogni angolo del pianeta che ha prodotto un nulla di fatto politico ma un inquinamento degno di restare alla storia tra i viaggi, spesso in jet privati, gli spostamenti in 1200 limousines di lusso e i bivacchi dei peones nell'area della conferenza. Nulli anche i risultati scientifici sul contenimento del fantomatico riscaldamento globale: nemmeno il limite dei due gradi centigradi, la cui validità era già allora fortemente contestata da molti esperti, è stato accettato dai partecipanti. L'indomani un pudico silenzio è sceso sul tema mentre scompariva dai giornali il grande sconfitto, lo IPCC, il Panel ONU che negli ultimi dieci anni ha fatto il buono e cattivo tempo sulle problematiche climatiche scatenando impetuose quanto poco credibili politiche di lotta ai cambiamenti che avevano, però, il pregio di mettere in moto migliaia di miliardi di dollari, tra lo sviluppo di tecnologie pulite e le transazioni finanziarie sui diritti dei paesi ad inquinare. Il gioco è valso la candela: l'IPCC ha ricevuto il Nobel, anche se solo per la Pace, e il suo presidente ha potuto costruirsi una molto ben remunerata carriera economica da consulente di governi e istituzioni internazionali. Colpevoli supporters di questa situazione i politici di ogni colore felici di cavalcare un'occasione che permetteva di vendere fumo all'elettore proponendosi come salvatori dell'umanità, anche se solo tra 50 anni, sotto pena di terribili catastrofi previste a breve se non si fosse agito celermente.
Su tutta questa costruzione, in massima parte artificiosa ma che solo poche voci fuori dal coro contestavano nel mondo scientifico, ha galleggiato l'IPCC possessore della verità assoluta per unzione divina. Il tutto accettato dai più in maniera ottusamente acritica ignorando che la scienza, in quanto tale, non possiede certezze ma cerca, misurando la natura, verifiche. Questo è tanto più vero per la climatologia, scienza molto giovane, i cui risultati osservativi sono ancora pochi e controversi, ma che si peritava, partendo da queste incertezze, di prevedere scenari sulla scala di 50 o 100 anni. Ma i nodi vengono al pettine, e quando la diga crolla l'acqua non si può più trattenere. Così nel 2007 alcune marchiane castronerie sostenute a spada tratta dai soloni di IPCC si sono rivelate delle sonore bufale. La migliore è stata la previsione del totale scioglimento dei ghiacci dell'Hymalaya entro il 2030 se il presunto riscaldamento globale in atto fosse continuato con lo stesso ritmo. Scoperto, il genio che aveva formulato la profezia ha poi ammesso candidamente di aver forzato volutamente dati e previsioni per spaventare i governi dell'area che non avevano reagito nella maniera dovuta alle sollecitazioni espresse dall'IPCC. Sono noti, nello stesso anno, i messaggi scambiati tra scienziati che discutevano il modo di adattare i dati omettendo quelli che confliggevano con le ipotesi di base a sostegno del cambiamento climatico.
Due le affermazioni gravi e contestate del report del 2007 dell'IPCC che afferma con sicurezza che "i cambiamenti climatici sono inequivocabili" e "molto probabilmente" dovuti all'attività umana: pietre miliari per lo sviluppo del business connesso al tema. Il vaso però era colmo, al montare delle critiche sempre più pesanti, mesi fa un Comitato di rappresentanti delle Accademie scientifiche di varie nazioni è stato messo in piedi dall'ONU per valutare l'operato del panel. I risultati ufficiali saranno presentati a dicembre a Cancun nella nuova conferenza prevista per arrivare a qualcosa di concreto dopo Copenhagen. Già però alcune notizie trapelano. Emergono critiche serie sulle modalità, scorrette e prive di base scientifica, con le quali sono utilizzati i dati, spesso privi di qualunque validazione da parte di comitati scientifici, com'è invece prassi nel mondo accademico. Il comitato sta anche valutando criticamente le modalità seguite per arrivare alle conclusioni che formano il report finale di IPCC del 2007 e le ragioni per le quali voci dissidenti sono state espulse da una struttura scientificamente monodirezionale e bulgara nella determinazione del consenso.
La difesa del coordinatore è debole e spocchiosa: invece di offrire le dimissioni per quanto successo ritiene suo dovere restare sino alla pubblicazione del nuovo report del 2014 affermando che si è trattato di errori marginali che non intaccano il risultato di base sul clima. Nel frattempo, la battaglia tra le due scuole di pensiero, critica dell'IPCC e sua difesa ad oltranza, va avanti. Quali che saranno le risultanze effettive dell'indagine, trattandosi di ONU ci aspettiamo comunque un documento finale edulcorato perché la filosofia dell'Organizzazione è quella di non fare onde per quanto possibile: la storia dei suoi scandali passati lo dimostra. Quello che, però, lascia perplessi è il fragoroso silenzio di stampa ed esperti nostrani di fronte a questa notizia. Erano orde che hanno discettato per anni su tutto e di tutto in una gara a chi era il miglior salvatore del clima, a chi era più verde. Tutti liquefatti sulla spiaggia agostana di Capalbio?

Fonte: Il Tempo, 01/09/2010

7 - RIVOLUZIONE FRANCESE: FOSSE COMUNI SCOPERTE DI RECENTE IN VANDEA
Le agghiaccianti verità sul genocidio compiuto dai rivoluzionari francesi nella regione in cui gli abitanti insorsero per difendere il proprio Re e la propria Chiesa
Fonte Corrispondenza Romana, 7/8/2010

Le ricerche dell’antropologa Elodie Cabot hanno recentemente portato alla luce nuove, agghiaccianti verità sul genocidio compiuto dai rivoluzionari francesi nella regione della Vandea, i cui abitanti insorsero nel 1793 per difendere il proprio Re e la propria Chiesa.
I crimini commessi dai giacobini sono ormai conosciuti da molti per merito di un’accurata opera di ricerca storica, ma raramente anche l’archeologia aveva contribuito a svelare gli aspetti più crudi della repressione rivoluzionaria. La studiosa francese ha infatti scoperto, durante gli scavi condotti nella città di Mans dall’Istituto Nazionale delle Ricerche Archeologiche Preventive, la presenza di ben nove fosse comuni.
Al loro interno sono stati rinvenuti centinaia di scheletri che, stando alle dichiarazioni di Elodie Cabot, portano tracce di ferite «da arma bianca al cranio e agli arti» nonché segni di un «accanimento feroce». La violenza rivoluzionaria non si fermò allo sterminio dei soli insorgenti, ma anche dei loro figli e delle loro mogli: molti degli scheletri contenuti nelle fosse sono, infatti, quelli di bambini di dodici-tredici anni. Sono stati addirittura trovati i resti del corpo di un bimbo di tre anni. Alle donne, affinché non facessero più «nascere briganti» – parole del generale Westermann, incaricato da Parigi della repressione – vennero brutalmente squarciati i ventri.
La reazione a tali scoperte, in Francia, non si è fatta attendere. È sempre la stessa Cabot infatti a rendere noto, su “La Stampa” (20 luglio 2010), che le sue ricerche hanno attirato su di lei accuse e minacce, provenienti soprattutto da Internet. La “libertà, l’uguaglianza e la fraternità” vennero così macchiate in tutta la Francia col sangue di 350.000 morti, di cui 5.000 solo nella città di Mans. Potrà mai la Repubblica riuscire a fare i conti con i crimini commessi in nome della Rivoluzione?

Fonte: Corrispondenza Romana, 7/8/2010

8 - COSTRUIRE MOSCHEE IN ITALIA NON FA NE' IL BENE DEGLI IMMIGRATI, NE' IL BENE DEGLI ITALIANI
Il caso della moschea a Colle di Val d'Elsa: il comune non concede il referendum e trova invece soldi e permessi necessari
Autore: Paolo Maria Ficcadenti - Fonte: BastaBugie, 21 settembre 2010

Il caso della nuova moschea di Colle di Val d'Elsa continua ad accendere gli animi. Nella cittadina tra Siena e Firenze si è tenuta l'ennesima manifestazione di protesta nei confronti del nuovo centro di culto islamico voluto fortemente dai politici del luogo e avversato da una parte sostanziosa della popolazione che si è vista anche respingere dalle autorità comunali la richiesta di un referendum cittadino sulla questione. I sostenitori del centro islamico che hanno dalla loro, oltre le autorità locali, anche un noto istituto bancario della zona il quale ha elargito un generoso finanziamento, affermano di voler provvedere all'accoglienza della numerosa comunità musulmana del territorio. I detrattori invece sostengono di voler difendere i valori della nostra civiltà e nutrono preoccupazione riguardo le già accertate collusioni di altri centri islamici con il terrorismo internazionale.
Di fronte a queste controversie è possibile farsi un'idea chiara della posta in gioco e prendere una posizione per l'una o l'altra parte a ragion veduta?
Facciamo chiarezza. Quando pensiamo alla influenza che un centro culturale e un luogo di culto islamico possono avere nella società dobbiamo innanzitutto focalizzare la nostra attenzione su ciò che in essi viene insegnato e di conseguenza sui valori di cui sono portatori. Questi valori ispirano poi le azioni, più o meno coerenti, delle persone. Il testo fondamentale su cui ogni musulmano si forma è come noto il Corano, testo sacro dell'Islam. Dunque il problema diventa: cosa insegna il Corano ai musulmani che si riuniscono in questi centri? Si potrebbero affrontare diverse tematiche ma per brevità mi limiterò a una di scottante attualità, sufficiente a chiarire se i timori paventati dai detrattori della moschea siano fondati. Cito alcune sure del Corano:
< Combattete coloro che non credono in Allah e nell'ultimo giorno, che non vietano quello che Allah e il suo messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati.
... i nazareni dicono: "Il Messia è figlio di Allah". Questo è ciò che esce dalle loro bocche. Ripetono le parole di quanti già prima di loro furono miscredenti. Li annienti Allah. Quanto sono fuorviati! > (Sura IX 29,30).
< O voi che credete, combattete i miscredenti che vi stanno attorno, che trovino durezza in voi > (Sura IX 123).
< Se non vi lancerete nella lotta, [Allah] vi castigherà con doloroso castigo (Sura IX 39)
< Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite > (Sura II 216).
< Preparate, contro di loro, tutte le forze che potrete e i cavalli addestrati per terrorizzare il nemico di Allah > (Sura VIII 60).
< ...uccidete questi miscredenti ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati > (Sura IX 5).
Quelli citati sono solo un campione dei versetti che potreste ascoltare trovandovi in una moschea o centro islamico riguardo al rapporto tra musulmani e non musulmani, riguardo al modo e ai mezzi di diffusione del credo islamico. Da essi si trae la conclusione che compito del credente (il musulmano) è sottomettere i miscredenti (i non musulmani) affinché l'Islam trionfi e, se necessario, si insegna che occorre terrorizzare, uccidere, catturare e tendere agguati. Un aspetto importante da sottolineare è che il combattimento viene presentato come un dovere che occorre compiere anche se non se ne ha voglia, pena il castigo. Alla luce di questi elementi capite bene che il combattere è considerato il normale mezzo di diffusione del credo islamico, non l'eccezione di qualche estremista come viene propagandato regolarmente dai nostri mezzi di comunicazione attraverso la spiegazione di cosiddetti esperti. Questi ultimi evidentemente non hanno mai letto il Corano o, se l'hanno letto, fingono che i versetti citati e altri simili non esistano per non mettere in discussione le loro posizioni ideologiche e i loro interessi. In questo modo negano la realtà delle cose, realtà che, se accettata, è in grado di gettare finalmente luce sulle vere cause della violenza che ci circonda. Detto in parole povere oggi praticamente tutti i paesi con una forte presenza musulmana sono una polveriera per il semplice motivo che la religione di Maometto insegna a combattere fino a che tutto il mondo sia islamico. Storicamente i paesi musulmani hanno avuto un atteggiamento aggressivo verso i loro abitanti non musulmani e i paesi vicini non musulmani per il semplice motivo che il Corano insegna ai suoi seguaci a dominare, con le buone o con le cattive. Spesso capita di ascoltare, durante interviste a capi musulmani, la rassicurante dichiarazione che Islam significa pace, ma è evidente da quanto detto che questa pace deve essere intesa per i cristiani come sottomissione o in alternativa come la pace eterna dei defunti!
Dunque coloro che si oppongono coraggiosamente all'apertura di nuove moschee lo fanno per gravi motivi, a loro dovrebbero andare i nostri ringraziamenti, tentano di evitarci un futuro peggiore. Sono da biasimare invece coloro che per opportunismo o anche solo per paura cercano un abbraccio interessato con l'islamismo con il segreto proposito di poterlo addomesticare sperando di ricavarne una sorta di immunità e magari qualche vantaggio. A queste persone mi permetto di dire che non stanno facendo né il bene degli immigrati né il nostro bene. Non dobbiamo essere superficiali, occorre fare tesoro della storia, l'Islam ha sempre calpestato ciò che ha incontrato, non tollera rivali. Un tempo l'Africa settentrionale e il Medio Oriente erano romani e cristiani. Guardateli oggi, vi piacciono? Vorreste crescere e vivere in quei luoghi? Questo è il futuro che molti politici ci stanno preparando!
All'aggressività si potrebbero aggiungere altre cose codificate dal Corano che sarebbe catastrofico importare nella nostra società. Un discutibilissimo diritto familiare che discrimina soprattutto le donne e l'avversione nei confronti delle arti che hanno fatto grande il nostro paese, disprezzate come forme di idolatria. Quanti sostengono le moschee sostengono implicitamente tutto questo, che lo vogliano o no.
Che ne è allora del valore cristiano dell'accoglienza e dell’amore verso i nemici? E' giusto che i migranti che arrivano nel nostro paese vengano accolti generosamente, per quanto è nelle nostre possibilità, e ancora più giusto è accoglierli con intelligenza, che sia cioè un incontro, non uno scontro, proficuo per ambedue le comunità. Perché ciò avvenga nel caso degli islamici occorre che essi vengano accolti in quanto persone non in quanto musulmani, in altre parole è giusto che possano cercarsi un lavoro onesto per sostentare se stessi e le loro famiglie e vivere in pace tra noi, non è invece giusto che possano edificare luoghi di culto che siano mezzi di diffusione di un'ideologia incompatibile con la nostra civiltà. Permettere la diffusione delle moschee vuol dire assecondare la diffusione del Corano con quello che ne consegue, seminare vento vuol dire raccogliere tempesta!
Si semini invece la virtù dell'amore che preferisce la verità al compromesso anche quando costa sacrificio. Sia data loro l'opportunità di integrarsi attraverso la conoscenza diretta, non attraverso il velo di una moschea, dei valori di quell'Occidente che se pur imperfetto e migliorabile è tuttavia il luogo al mondo che oggi oggettivamente assicura più libertà e più giustizia alle persone e più ancora ne potrebbe assicurare se la nostra gente approfondisse e curasse maggiormente le radici cristiane che alimentano tutto ciò che c'è di buono nella nostra società.

Fonte: BastaBugie, 21 settembre 2010

9 - OMELIA PER LA XXVII DOMENICA TEMPO ORDINARIO - ANNO C - (Lc 17,5-10)
Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili, abbiamo fatto quanto dovevamo fare
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 3 ottobre 2010)

Fede e umiltà. Con queste due parole possiamo riassumere il messaggio del Vangelo di oggi. La fede e l’umiltà, fervidamente unite, sono l’anima della testimonianza e dell’apostolato cristiano.
Soffermiamo la nostra attenzione su alcune frasi del testo. La prima frase è la preghiera che gli Apostoli rivolsero al Signore: "Accresci in noi la fede!" (Lc 17,6). Anche noi dobbiamo rivolgere di continuo questa supplica. La fede è un dono di Dio e noi, per crescere nella fede, dobbiamo umilmente pregare. Chiediamo questa fede sempre più grande, ogni volta che riceviamo la Comunione e ogni volta che ci rivolgiamo a Dio nella nostra preghiera personale.
La seconda frase è la seguente: "Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: sràdicati e vai a piantarti nel mare" (Lc 17,6). Il seme di senape è un seme molto piccolo, piccolo quanto una punta di spillo, mentre la pianta che ne deriva è piuttosto grande. Per quale ragione Gesù paragona la fede a un granello di senape, ovvero ad un piccolo seme? Perché la fede è seminata nel cuore dei cristiani e deve crescere sempre di più fino a giungere a perfetta maturazione, fino a realizzare nella nostra vita ciò che ci sembra impossibile. Questo piccolo seme della fede giungerà a perfetta maturazione nella misura della nostra preghiera.
Nel linguaggio biblico sradicare o trasportare le montagne significa realizzare ciò che appare impossibile, e tale linguaggio veniva applicato ai maestri, i quali riuscivano con la loro capacità a risolvere le difficoltà più ardue. Un uomo di ingegno acuto era detto uno “sradica-monti”.
Anche noi dobbiamo avere una tale fede, una fede che ci fa superare tutte le difficoltà della vita. Chi ha fede non confida nelle proprie capacità, ma soprattutto nell’aiuto onnipotente di Dio. Tutto è possibile in Colui che ci dà forza. Animati da questa fede, tanti nostri fratelli e sorelle sono riusciti a compiere delle grandi opere per Dio e a superare difficoltà apparentemente insormontabili. Pensiamo alla beata Madre Teresa di Calcutta: con la sola ricchezza della sua fede e senza un soldo in tasca è riuscita ad abbracciare i poveri di tutto il mondo.
Il testo del Vangelo prosegue poi con una parabola, quella del servo che, appena tornato da lavoro, si mette a servire il suo padrone. Il padrone non si ritiene in dovere nei confronti del suo domestico. Così, al termine della parabola, Gesù dice: "Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare" (Lc 17,10). Servire Dio, per il cristiano, è un onore; lavorando per la sua Gloria, noi facciamo solo il nostro dovere. Ci sono due parole sulle quali dobbiamo soffermarci: servi inutili. Cosa intendeva Gesù per servi inutili? Il termine inutile indica la povertà, la modestia, l’umile condizione dell’uomo. Ciò significa che non possiamo vantarci del bene che riusciamo a compiere. Il bene che facciamo è già un dono di Dio, perché da soli, con le sole nostre forze, non riusciremmo a fare nulla di buono.
Il Vangelo ci insegna, quindi, a ringraziare Dio per tutto quello che riusciamo a compiere di bene e ci insegna che nessuno di noi è indispensabile davanti a Dio. Dio si può servire di chiunque per realizzare i suoi progetti di misericordia. Se si serve di noi, ringraziamolo di cuore e cerchiamo di fare del nostro meglio.
Si racconta che santa Bernardetta Soubirous si paragonava a una vecchia scopa che, una volta adoperata, la si mette in un angolo. La Madonna si era servita di lei affidandole un compito ben preciso. Finite però le Apparizioni, si era messa nell’ombra, felice di essere dimenticata da tutti.
Questa è l’umiltà che rapisce il Cuore di Dio! Consideriamoci anche noi servi inutili, senza pretendere alcun riconoscimento, allora andremo molto in alto.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 3 ottobre 2010)

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