BastaBugie n°770 del 25 maggio 2022

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1 IL VAIOLO DELLE SCIMMIE E LA 4° DOSE DEL VACCINO
Una malattia rara di cui è già stato approvato il vaccino nel 2019 quando ancora non c'era bisogno (e ad autunno saremo di nuovo alle prese con il Covid e quello che segue: quarta dose, ancora mascherine, ecc.)
Autore: Paolo Gulisano - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
2 ELON MUSK CONTRO GLI AMBIENTALISTI: SIAMO A RISCHIO ESTINZIONE
L'uomo più ricco del mondo, che ha appena acquistato Twitter, lancia l'allarme: ''Senza figli la civiltà scomparirà'', ma stavolta nessuno in Europa riporta le sue dichiarazioni per non contraddire Greta
Autore: Lorenza Formicola - Fonte: Blog di Nicola Porro
3 PROCESSO IDEOLOGICO AGLI ALPINI
Si vuol far scoppiare un caso per apprezzamento a qualche ragazza di Rimini durante un raduno di 400.000 persone (mentre nessuno ebbe a ridire al Capodanno a Milano per le molestie ad opera di extracomunitari)
Autore: Valerio Pece - Fonte: Sito del Timone
4 IL VALORE DEL SILENZIO SECONDO SAN BENEDETTO
Non ci sono creature più vuote dei chiacchieroni, mentre il silenzio è lo scrigno che custodisce le ricchezze più intime dandoci coscienza delle risorse che la Grazia ha deposto in noi
Autore: Madre Ildegarde Cabitza - Fonte: Beata Pacis Visio
5 LA MANIFESTAZIONE PER LA VITA E LA DIVISIONE DEL MONDO PROLIFE ITALIANO
La manifestazione è stata un evento positivo, ma non si può nascondere che oltre alle tante adesioni, ci sono state altrettante assenze importanti (e Avvenire difende la legge sull'aborto!)
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
6 SE CI ARRABBIAMO NON E' COLPA DEGLI ALTRI, MA NOSTRA
Il veleno della collera è dentro di noi... le circostanze esterne sono solo occasioni che fanno uscire questo veleno
Autore: Luisella Scrosati - Fonte: Il Timone
7 SI SENTE GIOVANE DENTRO E PRETENDE CHE GLI DIANO META' DEGLI ANNI CHE HA
Articolo ironico che si chiede: se possiamo cambiare a piacimento il nome, il cognome e perfino il sesso, perché l'anagrafe dovrebbe negarci il cambio di età? (e intanto il DDL Zan viene applicato nelle scuole anche se è stato bocciato in parlamento)
Autore: Marcello Veneziani - Fonte: Corrispondenza Romana
8 OMELIA ASCENSIONE - ANNO C (Lc 24,46-53)
Uomini di Galilea, perchè state a guardare il cielo?
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - IL VAIOLO DELLE SCIMMIE E LA 4° DOSE DEL VACCINO
Una malattia rara di cui è già stato approvato il vaccino nel 2019 quando ancora non c'era bisogno (e ad autunno saremo di nuovo alle prese con il Covid e quello che segue: quarta dose, ancora mascherine, ecc.)
Autore: Paolo Gulisano - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 23-05-2022

Si è aperta a Ginevra la 75esima Assemblea Mondiale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Fino al 28 maggio i rappresentanti di tutti i 194 stati membri dell'OMS e diversi capi di Stato si incontreranno per la messa a punto dell'agenda dei prossimi due anni. L'organizzazione dichiara che "in un mondo minacciato da conflitti, iniquità, crisi climatica e pandemie, la settantacinquesima sessione dell'Assemblea mondiale della sanità sottolineerà l'importanza di costruire un pianeta sano e pacifico sfruttando scienza, dati, tecnologia e innovazione".
La sessione di quest'anno dell'Assemblea della Salute sarà incentrata sul tema "Salute per la pace, pace per la salute" e sarà anche caratterizzata dalla nomina del prossimo Direttore Generale che, salvo sorprese dallo scrutinio segreto, dovrebbe vedere la conferma per altri cinque anni dell'attuale Direttore Generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus indicato come candidato da diversi Stati membri e unico candidato proposto. L'Executive Board dell'Oms durante la sua ultima sessione a gennaio scorso lo ha infatti già indicato per la carica di direttore generale che ricoprirebbe così per la seconda e ultima volta, secondo gli attuali statuti. Sarà dunque il discusso esponente politico a dettare le linee guida della sanità mondiale, che si vorrebbe sempre più centralizzata, e decisiva nei confronti delle scelte sanitarie di ogni Stato.

IL VAIOLO DELLE SCIMMIE
Ma questa Assemblea si svolge anche nell'attuale surreale clima di allarme sulla Monkeypox, il vaiolo delle scimmie, una rarissima malattia che da qualche giorno è ascesa ai vertici dell'attenzione mediatica. Sono ancora allo studio l'epidemiologia, le manifestazioni cliniche e il sequenziamento dei virus.
Il vaiolo umano è stato completamente eradicato oltre quarant'anni fa. Era una malattia infettiva altamente contagiosa e spesso fatale. Una persona infettata da vaiolo sviluppa tipicamente un'eruzione cutanea caratterizzata da pozzi in rilievo sul viso e sul corpo. Il virus del vaiolo si diffondeva attraverso la saliva e le goccioline delle vie respiratorie o per contatto con le lesioni cutanee. Il virus poteva essere diffuso anche attraverso altri fluidi corporei.
Il vaiolo è stato dichiarato ufficialmente estinto dall'OMS nel 1980, e il merito fu attribuito alla vaccinazione. Di fatto, è l'unica malattia completamente eradicata dal vaccino. Ora, negli ultimi giorni è esplosa una vera e propria bolla mediatica riguardo al vaiolo delle scimmie. Una delle centinaia di zoonosi esistenti. In modo incredibile sta diventando una nuova emergenza sanitaria. Incredibile, perché ci sono malattie infettive molto più gravi e diffuse. L'Epatite C e la Tubercolosi provocano ciascuna ogni anno un milione e mezzo di morti nel mondo. E sono malattie per le quali non c'è vaccino. Il vaiolo delle scimmie è una malattia rarissima e se colpisce l'uomo provoca febbre, mal di testa, dolori muscolari e debolezza. Sintomi molto simili ad una influenza o alle ultime varianti di Covid. Eppure se ne parla come un'emergenza, come una minaccia incombente, come la pandemia prossima ventura.

GIÀ PRONTI CON IL VACCINO CONTRO IL VAIOLO
Ma questa volta non ci sarà da attendere a lungo perché venga la soluzione al problema, la liberazione dal male. Nel settembre del 2019 infatti, tre mesi prima dell'arrivo del Covid-19, la FDA, la Food and Drug Amministration americana che autorizza i farmaci, approvò un vaccino contro il vaiolo e il vaiolo delle scimmie. Perché nel 2019, a quarant'anni dalla scomparsa di questa malattia, l'industria farmaceutica sentì l'impellente bisogno di mettere a punto un tale preparato, anziché dedicare i propri sforzi a malattie meno virtuali come l'Epatite C, la Tubercolosi, la Malaria o altro ancora? La giustificazione della FDA fu la seguente: "A seguito del Programma globale di eradicazione del vaiolo, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha certificato l'eradicazione della malattia naturale del vaiolo nel 1980. La vaccinazione di routine della popolazione americana fu interrotta nel 1972 dopo che la malattia era stata eradicata negli Stati Uniti e, di conseguenza, un'ampia percentuale degli Stati Uniti, così come la popolazione globale, non ha immunità", affermò Peter Marks, direttore del Center for Biologics Evaluation and Research della FDA. "Pertanto, sebbene la malattia del vaiolo naturale non sia più una minaccia globale, la diffusione intenzionale di questo virus altamente contagioso potrebbe avere un effetto devastante. L'approvazione odierna riflette l'impegno del governo degli Stati Uniti per la preparazione attraverso il supporto per lo sviluppo di vaccini sicuri ed efficaci, terapie e altre contromisure mediche."
A tre anni di distanza, dopo il Covid, queste dichiarazioni risultano quantomeno inquietanti: viene sviluppato un vaccino per una malattia estinta, che teoricamente non servirebbe a nulla, se non per difendere la popolazione in caso di "diffusione intenzionale", ovvero di una guerra biologica. Ma se il virus è estinto come può essere propagato? In realtà del virus del vaiolo, scomparso dal pianeta, rimasero due ceppi, conservati in due laboratori di massima sicurezza, uno a Mosca, e l'altro a Washington. Se il vaiolo umano tornasse, sappiamo con certezza la sua provenienza. Ma intanto, può essere utile alla strategia del terrore dei microrganismi anche il vaiolo delle scimmie. E se questo fosse un problema, o meglio fatto diventare tale, c'è già la soluzione, dal 24 settembre 2019. D'altra parte c'è chi lo ripete da tempo, come Mario Draghi: siamo entrati nell'era delle pandemie.

Nota di BastaBugie:
l'autore del precedente articolo, Paolo Gulisano, nell'articolo seguente dal titolo "Il Covid che verrà porterà vaccino e mascherine" spiega perché quando in autunno il Covid si ripresenterà la misura con cui affrontarlo sarà ancora il vaccino. Anche se ora non se ne parla molto, la quarta dose arriverà. E Speranza ci costringerà sempre con la mascherina.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 9 maggio 2022:

Che ne è del Covid all'inizio della bella stagione e del rialzo delle temperature? Le varie curve dei casi rilevati, dei ricoveri e dei decessi stanno tutte discendendo, confermando quello che si osserva dal punto di vista epidemiologico fin dagli inizi, che esiste una stagionalità del virus. Il primo anno, il 2020, dopo due mesi - marzo e aprile - difficilissimi, a maggio il numero dei morti crollò nettamente, fino ad arrivare nei tre mesi estivi in Italia ad una media di sei decessi al giorno.
Tuttavia l'anno successivo i numeri furono decisamente più alti, nonostante ci fossero stati mesi e milioni di vaccinati. Ora siamo arrivati alla terza estate dell'epidemia. In tutte le pandemie del passato dalla Spagnola alla Sars-Cov 1 non si era mai visto superare i due anni di durata del contagio. Tutte erano scomparse spontaneamente. Cosa succederà ora? Avremo di nuovo un calo drastico come nel 2020? E, soprattutto, il virus sarà sparito in autunno?
Perché dalle cifre dei contagi e dei decessi si deciderà della nostra libertà, ora faticosamente strappata come gentile concessione dai governanti. Ci saranno nuovamente Lockdowns, mascherine ubiquitarie, vaccinazioni e lasciapassare? La risposta non è facile. Certamente il virus è destinato a diventare da epidemico a endemico. Le varianti che si stanno susseguendo portano il Covid ad assomigliare sempre più ai cugini Coronavirus, in grado di causare raffreddori, faringiti, e in qualche caso più grave, nei soggetti anziani e fragili, bronchiti e polmoniti.
Il Covid sarà sempre più simile ad una influenza, ossia un virus molto diffusivo, contagioso, ma con un tasso di letalità analogo a quello dell'influenza, che è dello 0,2%. Potrà un simile rischio portare e giustificare delle misure draconiane della libertà? La risposta sarà diversa in ogni Paese: difficile pensare che la Gran Bretagna imporrà misure coercitive, dopo essere stata tra le prime a revocare le disposizioni di limitazioni, mentre la Francia di Macron e l'Italia di Draghi continueranno come prevedibile ad essere i più duri esponenti dell'ideologia del Security State: togliere le libertà in cambio di una sedicente tutela di sicurezza. C'è chi non si rassegna fin da ora alle concessioni rilasciate dal proprio stesso Esecutivo: il Ministro Speranza lancia un appello all'uso continuo della mascherina, anche all'aperto. Le mascherine - secondo i loro propugnatori- dovranno diventare uno strumento di uso comune".
Quello che dovrebbe rappresentare il punto di riferimento per le politiche sanitarie, l'Organizzazione Mondiale della Sanità, è sempre più incerto e contraddittorio. In attesa di nuove linee guida sul Covid, si leggono dichiarazioni a macchia di Leopardo di singoli dirigenti: si va dai profeti di sventura che parlano di varianti future più patogene, a chi si lamenta delle aperture e della circolazione di persone, fino ad una probabile presenza del Covid negli anni a venire come principale protagonista delle patologie respiratorie invernali che scalzerà il virus influenzale, che negli ultimi due anni è pressoché scomparso. Ma su una cosa sono tutti d'accordo: quando in autunno il Covid si ripresenterà la misura con cui affrontarlo sarà il vaccino. Anche se ora non se ne parla molto, la quarta dose arriverà.
L'OMS si affida all'industria farmaceutica affinché metta a disposizione un vaccino che "copra meglio la variante Omicron". Una variante i cui dati clinici ed epidemiologici non sembrano giustificare una vaccinazione ad hoc, ma sicuramente l'industria farmaceutica farà di tutto per rispondere alla richiesta dell'OMS. Ma se ciò fosse, quello che è assolutamente auspicabile è che sia su base volontaria e non obbligatoria.
Ci si augura di non assistere più all'isteria vaccini sta degli scorsi mesi, con la caccia alle streghe nei confronti dei non vaccinati, e soprattutto senza ricorrere allo strumento coercitivo della "certificazione verde", che non ha avuto alcuna utilità nel contenere la diffusione dei contagi. Venuto completamente meno l'obiettivo dell'"immunità di gregge" (non è un caso che non ne parli più nessun virologo) non servono le misure discriminatorie: il vaccino diventi quello che è: un mezzo di protezione individuale. Chi lo ritiene utile lo faccia liberamente, così come indossare la mascherina da soli in auto o su un sentiero in montagna, ma non venga imposto a suon di sanzioni.

DOSSIER "CORONAVIRUS"
Sì alla prudenza, no al panico

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DOSSIER "IL VACCINO ANTI-COVID"
La scienza e la propaganda

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Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 23-05-2022

2 - ELON MUSK CONTRO GLI AMBIENTALISTI: SIAMO A RISCHIO ESTINZIONE
L'uomo più ricco del mondo, che ha appena acquistato Twitter, lancia l'allarme: ''Senza figli la civiltà scomparirà'', ma stavolta nessuno in Europa riporta le sue dichiarazioni per non contraddire Greta
Autore: Lorenza Formicola - Fonte: Blog di Nicola Porro, 14 dicembre 2021

"Il destino della Terra non è minacciato dalla sovrappopolazione, ma dalla denatalità". Neomalthusianesimo contro realtà. È lo scontro inscenato da un regista d'eccezione. Uno che di futuro e futurismo se ne intende, Elon Musk.
Il famosissimo Ceo di Tesla e fondatore di SpaceX, l'uomo dell'anno per Time, padre di sette figli, pochi giorni fa ha confidato al Wall Street Journal, senza giri di parole, «Credo che uno dei maggiori rischi per la civiltà sia il basso tasso di natalità e il tasso di natalità in rapido declino. Eppure, così tante persone, anche le più intelligenti, pensano che ci siano troppe persone nel mondo e che la popolazione stia crescendo senza controllo. È completamente l'opposto. Per favore, guardate i numeri: se le persone non fanno più figli, la civiltà crollerà, segnatevi le mie parole».
Parole che pesano sulla coscienza liberal di tutto il mondo. Parole che hanno stordito gli amici malthusiani ed ecologisti, tanto che praticamente nessuno in Italia, e in Europa, ha osato riportare il contenuto di quell'intervista.

L'ALLARME «WORKISM»
L'ultimo rapporto Istat ci dice che nei prossimi trent'anni, solo nel sud Italia ci saranno 3.5 milioni di persone in meno. Un po' come se sparisse tutta la Calabria e parte della Puglia.
L'autorevole rivista Lancet, nell'estate scorsa, aveva già pubblicato uno studio su 195 nazioni dal quale si evinceva come, a metà di questo secolo o poco dopo, la popolazione mondiale inizierà a decrescere e il pianeta da un lato a spopolarsi e, dall'altro, ad invecchiare ulteriormente, con tutte le drammatiche conseguenze del caso.
C'è poi il report pubblicato la scorsa primavera dall'Institute for Family Studies che ha un titolo emblematico, More Work, Fewer Babies. I due autori presero in esame il «workism». Espressione la cui paternità alcuni attribuiscono a Derek Thompson, giornalista dell'Atlantic e che sta ad indicare la "religione del lavoro". Quella sposata da Paesi nordici come Norvegia, Olanda, Svezia. I Paesi avanzati ed egualitari, con welfare esemplare e in grado di promuovere alti tassi di fertilità, per intenderci. Ma sono proprio questi ad aver visto diminuire drasticamente la natalità. Come si spiega?
Se ragionassimo in termini puramente economici non dovrebbero esserci mai problemi denatalità. Invece il rapporto dell'Institute for Family ha analizzato, attraverso appositi indici, questo approccio a dati internazionali, deducendo che il calo della fertilità è più netto tra quelle persone che ritengono il lavoro importante, le quali generano in media 0,6 figli in meno degli altri. Una differenza per niente da poco.

LE DENATALITÀ NON È UNA QUESTIONE DI REDDITO
Quindi non è vero che non si fanno figli perché mancano gli asili nido (Napolitano dixit) e non ci sono soldi? Eliminare la povertà sarebbe stato facile, ci hanno insegnato da sempre gli ex coniugi Bill e Melinda Gates, debellando la nascita dei bambini poveri. Lo hanno scritto, ogni anno, a caratteri cubitali, nel rapporto annuale della loro fondazione.
«Nascono più bambini nei luoghi in cui è più difficile condurre una vita sana e produttiva. Se continuano le attuali tendenze, il numero delle persone povere nel mondo smetterà di diminuire, e potrebbe perfino iniziare a crescere. Ma la ragione per cui abbiamo avviato la nostra fondazione è che le tendenze attuali non devono continuare».
La visione antinatalista di Bill e Melinda Gates, che prende di mira soprattutto l'Africa subsahariana, è in perfetta sintonia con l'agenda dell'Onu, dei burocratici di Bruxelles e di tutte quelle forze politiche che guardano al mito malthusiano e ad esso si richiamano esplicitamente, specie in nome di uno sviluppo sostenibile.
Entro il 2030, uno degli obiettivi di sviluppo sostenibile è l'eliminazione della povertà. Come? Non facendo più nascere bambini, e finanziando «la salute sessuale e riproduttiva»: quella che nel linguaggio mondialista significa aborto e contraccezione. Chi non abbraccia questa cultura, che nei decenni ha prodotto anche sterilizzazioni forzate, è per i tanti filantropi un ignorante da disprezzare e silenziare. Un po' come quando Emmanuel Macron, alcuni anni fa, disse, "Presentami la donna che ha deciso, essendo perfettamente istruita, di avere sette, otto o nove figli". Parlava puntando il dito contro l'Africa, con quel filo di razzismo sempre concesso a chi sta a sinistra della storia.
Ma ci ha pensato direttamente Elon Musk, alcuni anni dopo, a ribadire che non c'è nessuna correlazione tra crescita della povertà e crescita della popolazione. Anzi le cose stanno esattamente all'opposto. La crisi economica a livello mondiale ha tra le sue principali cause la crisi demografica, che a sua volta deriva dalla mentalità antinatalista che ha invaso le coscienze di tutto il mondo.
Che poi è così strano il modus pensandi di Gates e compagni: le loro proiezioni raccontano che, in termini assoluti, il numero dei poveri aumentare entro il 2050, ma, in entrambi i grandi Paesi ad alto tasso di natalità, cioè Nigeria e Repubblica Democratica del Congo, diminuirà nel primo del 7%, nel secondo del 26%. Qualcosa non torna.

Nota di BastaBugie: ecco il link all'articolo del 4 maggio 2022 che parla dell'acquisto di Twitter da parte di Elon Musk.

ELON MUSK COMPRA TWITTER E PROMETTE PIU' LIBERTA'
Avendo a cuore la libertà di pensiero, l'imprenditore ha difeso la natalità come risposta al declino demografico e ha criticato apertamente l'ideologia gender (VIDEO: Musk sostituisce Trump?)
di Fabrizio Cannone
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6997

Fonte: Blog di Nicola Porro, 14 dicembre 2021

3 - PROCESSO IDEOLOGICO AGLI ALPINI
Si vuol far scoppiare un caso per apprezzamento a qualche ragazza di Rimini durante un raduno di 400.000 persone (mentre nessuno ebbe a ridire al Capodanno a Milano per le molestie ad opera di extracomunitari)
Autore: Valerio Pece - Fonte: Sito del Timone,14 maggio 2022

Una molestia non può passare per goliardia. Chiaro. Infatti i fischi, le frasi, gli ammiccamenti durante la 93esima adunata nazionale degli alpini sono stati condannati dalla stessa Associazione Nazionale degli Alpini (ANA). Nel comunicato stampa si legge che l'Ana «prende ovviamente le distanze, stigmatizzandoli, dai comportamenti incivili segnalati, che certo non appartengono a tradizioni e valori che da sempre custodisce e porta avanti». In riferimento ai 400.000 (di cui non tutti alpini) che durante i quattro giorni della manifestazione hanno invaso Rimini, il comunicato aggiunge: «Quando si concentrano in una sola località centinaia di migliaia di persone per festeggiare, è quasi fisiologico che possano verificarsi episodi di maleducazione, che però non possono certo inficiare il valore dei messaggi di pace, fratellanza, solidarietà e amore per la Patria che sono veicolati da oltre un secolo proprio dall'Adunata».
Sarebbe dovuto ragionevolmente finire tutto qui, con questo comunicato chiaro e forte, e con le denunce - sacrosante - di chi ha subito vere molestie. È montata invece una polemica dalle dimensioni elefantiache, dietro la quale è difficile non scorgere un disegno preciso.
Marcello Veneziani, parlando della «campagna di guerra contro gli alpini nel nome del femminismo e del Me too», scrive che «è un caso da manuale da studiare». Per Veneziani «si tratta di narrare alcuni episodi [...] per concludere che queste adunate sono un festival di machismo e di sessismo», lo scopo è quello di «impedire che questi raduni veicolino valori comunitari e patriottici». Ecco allora che per il giornalista-filosofo «si prende un caso per colpirne 1000». Lo schema è vecchio, ed è lo stesso usato per abbattere la famiglia, sfruttando gli episodi di violenza domestica, o per distruggere la Chiesa, utilizzando gli episodi di pedofilia. Niente di nuovo sotto il sole.

LE EDUCANDE DI NON UNA DI MENO
È interessante notare, poi, che chi in queste ore si impegna alacremente per raccogliere le testimonianze delle donne molestate a Rimini è il collettivo femminista di "Non una di meno". Le stesse femministe che lo scorso 8 marzo, festa della donna, si sono spogliate davanti al Consiglio regionale del Piemonte al grido di "stupro climatico" (sostenendo che «le donne subiscono in misura maggiore le conseguenze della crisi ecoclimatica»). Le zelanti femministe di "Non una di meno" sono anche coloro che l'8 marzo del 2021 hanno portato in «frocessione» (sic!) una statua blasfema della Madonna fino alla parrocchia romana dei Santi Angeli Custodi, quartiere Monte Sacro. Una «sacra celebrazione anti-patriarcale», si leggeva nel loro comunicato, «in concomitanza con la festa della donna». Sono loro, oggi, a dare lezioni di educazione.
Ma il cortocircuito-capolavoro si manifesta in tutto il suo splendore quando sono le stesse donne di sinistra a ribellarsi alla vulgata dell'alpino brutto, sporco e cattivo. «Intendiamo dissociarci da toni accusatori, tesi a incrementare un clima di polemica generalista e qualunquista, che getta un inaccettabile discredito verso un Corpo dal valore riconosciuto e indiscusso del nostro Esercito». Sono bastate queste poche righe pubblicate da Sonia Alvisi, da oltre dieci anni portavoce riminese delle Donne democratiche di Rimini nonché consigliera di parità della Regione Emilia Romagna, a scatenare l'inferno. Le frasi più eleganti? «Vergogna!», «Comunicato pilatesco», «Scusatevi con le donne molestate». Il comunicato, com'è ovvio, non prescindeva affatto dalla condanna alle molestie durante l'adunata degli Alpini, voleva solo - sono le parole di Sonia Alvisi intervistata dalla Stampa - «non fare di oltre 400 mila Alpini dei molestatori». Risultato? Sconfessata dal PD nazionale e costretta alle dimissioni.

UN DASPO PER GLI ALPINI
Sul caso alpini purtroppo c'è di più. Una petizione lanciata martedì sera sulla piattaforma online Change.org chiede lo stop delle adunate: «Sospendere per due anni le adunate degli Alpini in modo tale da dare un chiaro segnale». Le firme digitali sono arrivate, in quattro giorni, a quasi 19 mila. Un Daspo per gli alpini, cioè il provvedimento con cui un questore allontana le persone pericolose, sarebbe letto da molti come il punto più basso della nostra storia recente. La prima guerra mondiale, per gli italiani, sono loro: gli alpini. Sull'Ortigara, il Pasubio, il Grappa, Caporetto, Vittorio Veneto. E nel secondo conflitto mondiale, ancora loro, con le terribili campagne di Grecia e di Russia. A ricordarci che la storia del Novecento italiano, fatta di lacrime e sangue, è un tutt'uno con quella degli alpini è la letteratura più alta: Rigoni Stern, Eugenio Corti, Dino Buzzati, Egisto Corradi. Senza neanche contare gli innumerevoli interventi di soccorso prestati dagli alpini in qualsiasi situazione, dai terremoti (in Friuli, in Emilia, in Abruzzo) fino alle recenti campagne di liberazione delle donne afghane. Tutto da buttare
D'altronde per Paolo Berizzi, giornalista di Repubblica, gli alpini finiti nel mirino «sono sbronzi di una fetida cultura patriarcale che considera la donna una preda e che ha il suo detonatore nel branco, un branco di vigliacchi con la penna senza onore».
Sono ancora le donne, però, a smascherare l'ipocrisia. La prima è Hoara Borselli, commentatrice di Libero, che ricordale molestie ad opera di soggetti extracomunitari subite a Capodanno dalle donne milanesi. E twitta: «Ma gli stupri di Milano hanno avuto le stesse reazioni indignate delle femministe? Molestie di serie A e B a seconda della nazionalità». Sulla scia, un'altra giornalista, Francesca Totolo, si è limitata a evidenziare la notoria doppiezza con l'ausilio dei freddi numeri: «Nel 2021 su 62 femminicidi, 19 sono stati commessi da stranieri, il 31%. Gli stranieri in Italia sono l'8,5% della popolazione totale. E le femministe di @nonunadimeno zitte. Il problema sono gli apprezzamenti degli #alpini italiani».

SONO DAVVERO MOLESTIE?
Ovviamente dovrà essere fatta luce su ogni singolo episodio, senza sconti, perché probabilmente a Rimini non si è trattato solo di "apprezzamenti". Anche se, per la verità, ad oggi non sono pervenute notizie particolarmente rilevanti sulle condotte degli alpini, cosa che sta offrendo il destro ad una effervescente ironia sui social. Un tweet recita: «Intervistata dai giornalisti di TGla7 una ragazza denuncia: "Gli Alpini mi hanno detto che ho delle belle gambe, per paura non sono più uscita di casa. C'è qualcosa di più violento e sessista di dire "hai delle belle gambe" a un* donna?!». Un altro utente, in perfetto stile Valerio Lundini, scrive: «Come dimenticare lo scandaloso inno alla molestia di Loredana Bertè "Sei bellissima". Una ferita sempre aperta». Per ora, dunque, siamo più o meno fermi alla domanda di Edoardo Sylos Labini, attore, regista e direttore del mensile Cultura Identità: «Perché se dici Bella ciao ti applaudono, e se dici ciao bella ti denunciano?».
Ogni querela, è bene ripeterlo, sarà preziosa per fare chiarezza, e semmai anche per fare pulizia nell'epico corpo degli alpini. Non dimenticando mai (a meno che, dopo gli Usa, non si voglia intronizzare anche in Italia, in maniera massiccia e capillare, il fenomeno del "Me Too", magari sotto forma di Educazione civica nelle sue versioni isteriche del mansplaining e del manspreading), sia che la responsabilità penale è personale (concetto giuridico di base sempre più ignorato), sia che non tutto è perseguibile per legge. Non lo sono, per esempio, gli «sguardi lascivi» che Massimo Gramellini, sul Corriere, parlando del pasticciaccio riminese, si rammarica non possano essere sanzionati (ma solo perché altrimenti «ci sarebbero le code fuori dai commissariati», mentre, stando così le cose - testuale - «una donna è costretta a selezionare le umiliazioni»).

Nota di BastaBugie: nell'articolo si fa un paragone con quanto successo a Milano a Capodanno. Per capire cosa è successo clicca nel seguente link.

A CAPODANNO AGGREDITA UNA 19ENNE IN PIAZZA DUOMO A MILANO DA UN BRANCO DI STRANIERI
Da alcuni anni le violenze da parte di bande islamiche verso ragazze occidentali è diventata la normalità alla quale dovremo abituarci (ricordate Colonia 2016?)
di Pierpaolo Lio
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6872

Fonte: Sito del Timone,14 maggio 2022

4 - IL VALORE DEL SILENZIO SECONDO SAN BENEDETTO
Non ci sono creature più vuote dei chiacchieroni, mentre il silenzio è lo scrigno che custodisce le ricchezze più intime dandoci coscienza delle risorse che la Grazia ha deposto in noi
Autore: Madre Ildegarde Cabitza - Fonte: Beata Pacis Visio, maggio-giugno-luglio 2020 (n.5-6-7)

Uno tra i più singolari contrasti, e insieme uno dei più facili a verificarsi, è dato senza meno dal fascino che da un lato esercita sull'anima umana, quasi suo malgrado, il silenzio, e d'altra parte dal prepotente bisogno che tutti sentiamo di effonderci in parole, di raccontare noi stessi, di entrare in comunicazione, intrecciando discorsi con quel misterioso mondo che rappresenta ognuno dei nostri fratelli.
Eppure, se appena riflettiamo, giungiamo senza difficoltà a renderci conto che il più delle volte, parlando, sfuggiamo a noi stessi, perdiamo il controllo delle parole, e molto spesso non riusciamo a tradurre il nostro vero volto interiore, così che ci sentiamo poi come svuotati, delusi, scontenti.
Non che la parola sia cattiva in sé: no davvero, ma è uno dei preziosi doni di Dio dei quali è più difficile fare buon uso, e mentre ci è stata data per essere traduzione sensibile del pensiero, aderendo perfettamente ad esso, in realtà non di rado noi ne abusiamo, servendocene a tradire il pensiero stesso, piegandola a indugiare nella vana compiacenza di sé medesima, quasi ammaliata dalla propria risonanza. Deve per questo essere controllata da una assidua disciplina, se non vuol divenire vano "flatus vocis" che impoverisce chi la pronuncia, senza arricchire chi la riceve.
Non ci sono creature più vuote e stucchevoli dei chiacchieroni, mentre niente è più benefico all'anima del contatto con altre anime capaci di maturare nel silenzio un'idea e di svelarne l'essenziale con sobrietà di termini gravidi di concetto, che divengano veicolo del pensiero e non banale alternarsi di suoni.

IL VALORE DEL SILENZIO
In ogni epoca della storia, dai filosofi pagani così come dagli asceti cristiani, è stato universalmente riconosciuto e affermato il valore del silenzio, in cui si forgia la parola interiore che sola merita di essere comunicata ad altri attraverso il veicolo del linguaggio.
E sempre le anime più profonde hanno sentito e continuano a sentire l'esigenza della solitudine, quasi rifugio in quel silenzio dal quale invece rifuggono gli spiriti superficiali nell'istintivo timore di trovarsi faccia a faccia con se stessi.
La Sacra Scrittura ha un'affermazione categorica: "Nel silenzio e nella speranza sarà la tua forza" (Is 30,15), e ogni spiritualità degna di questo nome, ha sempre trovato lontano dal frastuono, da ogni verbosità vana, il clima più adatto per la preghiera, per il contatto intimo con Dio.
Uno dei padri del monachesimo vede l'anima portata dalla terra verso il cielo su una quadriga alla quale può affidarsi sicura: il silenzio, la carità, l'umiltà, la castità.
In San Benedetto questa sete di silenzio si manifesta irresistibile, spingendolo alla montagna solitaria, ai tre lunghi anni dello speco, durante i quali il Santo si interdice ogni contatto con gli uomini; è la stessa sete che lo induce, a Montecassino, a vegliare nella profondità della notte, mentre tutti dormono, ed egli affonda lo sguardo nell'abisso del cielo da cui sembra affiorare la celebre visione del mondo, tutto raccolto in un raggio di luce.
E in un'atmosfera tutta pregna di silenzio, San Benedetto ha voluto si svolgesse la vita dei suoi monasteri, di ognuno dei suoi figli, raccolti in Dio così da non sentirsi oppressi da una rigida legge disciplinare, intenta a sopprimere la parola, ma piuttosto custoditi a tutela amorosa di un loro colloquio interiore in cui ogni parola vana risuona come una dissonanza.
Tutto ciò spiega la preoccupazione assidua della Regola che non vieta assolutamente di parlare, ma piuttosto insegna l'uso religioso della parola e chiede al monaco lo "studio" amoroso della "taciturnità", ed esige lunghe pause di silenzio profondo, come soste ristoratrici dell'anima che inevitabilmente risente il logorio della pur necessaria attività esteriore.

UN BENE CUSTODITO E DIFESO
Perché il silenzio per avere la sua efficacia piena come mezzo ed elemento di vita spirituale feconda, non può limitarsi a essere onesto assenso a una legge passivamente accettata, o un coscienzioso atto di obbedienza alla Regola, ma deve con essa combaciare in quanto esigenza dell'anima che scaturisce dal profondo, deve essere percepito come un bene, e come tale custodito e difeso.
Le voci delle creature, ogni volta che un motivo di dovere o di carità non ci determini ad accoglierle, se pure non hanno in se stesse niente di male, vengono però sempre a frapporsi fra l'anima nostra e Dio, sia come elemento di dissipazione, attirando il nostro interesse nelle direzioni più diverse, e in tal modo disperdendoci nella molteplicità, sia per il piacere che esse provocano, captando la nostra sensibilità, e imprigionandoci nella loro limitatezza di realtà finite.
Costituiscono sempre un intoppo, un impedimento al libero volo dello spirito teso alla ricerca di Dio, a quella ricerca esclusiva che dovrebbe unicamente impegnare ogni attività spirituale del monaco.
Ciò che in qualsivoglia altra vocazione può riuscire non solamente innocuo, ma consigliabile, e in taluni casi doveroso, per noi è un non senso, perché la ragione ultima della vocazione monastica, nella sua essenza genuina, è proprio da ricercarsi in questa fuga dal mondo, nell'estraniarsi dalle sue abitudini di vita, per stabilirsi nella solitudine, "desiderando di piacere solo a Dio" (Gregorio Magno). Ne deriva che il monaco, il quale non solo non avverta il disagio, ma anzi si compiaccia di discorsi vani, e ne lasci invadere la sua solitudine, è un controsenso, in quanto vive in opposizione abituale proprio con quelle tendenze profonde che dovrebbero averlo determinato all'elezione della vita monastica.

NON AMARE DI PARLAR MOLTO
Può darsi il caso che le circostanze impongano la necessità di dover parlare, e anche molto parlare, ma l'anima, in situazioni del genere, dovrebbe sperimentare un penoso senso di costrizione, dal quale sente il bisogno di evadere, non appena si allenti la stretta del dovere.
San Benedetto, con profonda sapienza, non ha detto: "Non parlar molto", ma: "non amare di parlar molto" (RB4,52). La cosa è ben diversa.
Del resto, in qualunque condizione di vita, perché la voce di Dio raggiunga l'anima, e l'anima stessa possa percepirla con chiarezza, ordinariamente è necessaria questa atmosfera di silenzio, poiché Egli non si comunica con strepito di parole, ma in modo misterioso, quasi inafferrabile...
Il silenzio è lo scrigno che custodisce le nostre ricchezze più intime e le sottrae a ogni sguardo profano, dandoci coscienza delle risorse di forza, di sopportazione, di carità, che la grazia ha deposto in noi: non si esaurisce in un atto, o in una successione di atti, ma è un abito interiore che S. Benedetto traduce col nome di "taciturnità" e fiorisce in un clima risultante da un complesso di fattori esteriori, nei quali ci troviamo a nostro agio.
È diventato ormai un luogo comune parlare di silenzio benedettino e non sapremmo pensare un monastero senza unirvi istintivamente l'idea del classico "silentium", al quale concorrono gli ampi spazi dei chiostri, l'ordine della vita, il contegno intonato alla stessa struttura architettonica dell'ambiente. Ma questo non è tutto. Rimane anzi un semplice, puro elemento coreografico, se non riesce a essere espressione sensibile di quanto del silenzio monastico costituisce l'anima e la ragione d'essere: il bisogno di "abitare solo con se stesso sotto gli occhi del supremo spettatore" (Gregorio Magno) di far tacere le voci troppo forti delle cose per ascoltare il Creatore.
Perché l'anima benedettina è, essenzialmente, un'anima in ascolto, ma il Verbo, Parola eterna di Dio, non si comunica se non in un luminoso abisso di silenzio; "Mentre tutti tacevano... la tua parola onnipotente, Signore, venne dal tuo trono regale, alleluia!" (Lit. natalizia).

Nota di BastaBugie: ecco il link a un precedente articolo di Madre Ildegarde Cabitza.

NEL MONASTERO SI REALIZZA LA PERFETTA SOCIETA' CRISTIANA
La clausura è la prova vivente che accettare senza riserve di vivere pienamente il Vangelo in questo mondo è possibile (e gioioso)
di Madre Ildegarde Cabitza
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5196

Fonte: Beata Pacis Visio, maggio-giugno-luglio 2020 (n.5-6-7)

5 - LA MANIFESTAZIONE PER LA VITA E LA DIVISIONE DEL MONDO PROLIFE ITALIANO
La manifestazione è stata un evento positivo, ma non si può nascondere che oltre alle tante adesioni, ci sono state altrettante assenze importanti (e Avvenire difende la legge sull'aborto!)
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 19-05-2022

Come è noto, sabato 21 maggio si svolgerà a Roma la Manifestazione per la vita, che prevede una marcia con inizio alle ore 14 da piazza della Repubblica e arrivo in piazza San Giovanni, dove ci saranno testimonianze e interventi. Come accade dal 2011, anche quest'anno dunque avremo una marcia intorno al 22 maggio, giorno che nel 1978 segnò l'approvazione in Italia della legge che legalizzava l'aborto.
Che anche in Italia si sia creata la possibilità di questa iniziativa - sul modello di tante che si svolgono in varie parti del mondo - non può che essere salutato con soddisfazione, e dunque non c'è che da augurarsi una piena riuscita dell'iniziativa di sabato, per la quale si prevede l'arrivo a Roma di decine di migliaia di persone: non tanto grazie all'adesione quest'anno di una novantina di associazioni, quanto alla mobilitazione del movimento neocatecumenale convinto dalla presenza di un suo esponente, Massimo Gandolfini, quale portavoce della manifestazione.
Detto questo però non sarebbe serio cercare di nascondere la polvere delle divisioni e dei distinguo del popolo pro-life sotto il tappeto della bella manifestazione con tante adesioni di associazioni. Anzi, è doveroso capire cosa stia avvenendo nel variegato e complesso popolo della vita italiano per comprendere anche le prospettive future ed eventualmente correggere la rotta.
Proviamo a spiegarci: il primo fattore da comprendere è che, malgrado l'apparenza e malgrado i tentativi di ricucire, il mondo pro life italiano è molto diviso. E sabato prossimo mancheranno a Roma componenti importanti di questo popolo, a cominciare da chi ha organizzato le Marce per la vita da 11 anni a questa parte. Non a caso quella di quest'anno si chiama Manifestazione per la vita e non Marcia per la vita, il cui marchio registrato resta in mano a chi ha organizzato l'evento fino al 2021. Bisogna dare atto che si è evitato di creare uno scontro pubblico in nome di un bene più grande, ma la divisione resta e non è un problema di antipatie personali. Il problema sono i contenuti, e non certo da oggi, dato che questa non è neanche la prima grossa trasformazione dell'iniziativa.

IN PRINCIPIO FU LA MARCIA PER LA VITA
Dobbiamo perciò risalire all'origine: nel 2011 la prima Marcia nazionale per la Vita si svolse a Desenzano del Garda, organizzata da Movimento Europeo Difesa Vita (MEDV) e associazione Famiglia Domani, con l'adesione di diverse associazioni. In Italia per la prima volta emergeva un popolo della vita fuori dai canali istituzionali, ovvero in alternativa al Movimento per la Vita che, dipendente dalla Conferenza Episcopale Italiana, era molto ingessato e più incline a frequentare i palazzi della politica che non a mobilitare l'opinione pubblica, anche ricorrendo alle piazze.
Non per niente diverse delle associazioni aderenti alla prima Marcia per la vita erano schegge uscite dal Movimento per la Vita, in aperto contrasto con la sua dirigenza nazionale. E ovviamente il Movimento per la Vita osteggiava apertamente l'iniziativa. Già nel 2012 la Marcia si trasferisce a Roma, preceduta il giorno prima da un Congresso internazionale sulla vita. Ma già nel 2014, in nome di una maggiore purezza della battaglia contro l'aborto, una parte dei primi organizzatori è costretta a ritirarsi: il problema era la partecipazione di relatori giudicati non completamente allineati su ogni aspetto delle battaglie pro life. Così al nome della Marcia viene affiancato lo slogan "senza compromessi", per evitare qualsiasi ambiguità. Nello stesso tempo però fette consistenti del mondo pro-life non partecipavano alla Marcia che infatti, anche negli anni più brillanti, non ha mai superato qualche migliaio di partecipanti.
L'arrivo del Covid, e la diatriba sui vaccini preparati con linee cellulari provenienti da feti abortiti, ha fatto il resto: non è un segreto che chi aveva la massima responsabilità della Marcia ha sostenuto la vaccinazione senza se e senza ma. Si è così creata una frattura insanabile che ha portato il Comitato Marcia per la Vita a sciogliersi l'anno scorso e a rendere impossibile una nuova Marcia con la stessa dirigenza (che però ha mantenuto il marchio).

INIZIATIVA ECUMENICA
Sono entrate così in gioco altre associazioni che hanno preso il testimone, cogliendo l'occasione per proporre una iniziativa che solo apparentemente è in continuità con la storia precedente, tanto è vero che sabato mancheranno proprio le componenti che hanno finora sostenuto la Marcia per la Vita: si è passati infatti da una concezione esclusivista, fortemente connotata dal punto di vista cattolico, a una iniziativa "ecumenica" che tende a riunire tutti a costo di ammorbidire i contenuti ed evitare le questioni più spinose. In effetti leggendo il manifesto appare chiaro che, sebbene il giudizio negativo sull'aborto sia netto, si evitano riferimenti alla legislazione italiana puntando invece sulla testimonianza positiva per la vita. E questo anche in un momento in cui quanto sta accadendo negli Stati Uniti, con il possibile rovesciamento della sentenza della Corte Suprema sull'aborto, dovrebbe indurre a maggiore coraggio sulla possibilità di cambiare il corso della legislazione.
Ma soprattutto si evita accuratamente il tema che pure ha lacerato il mondo pro life in questi due anni, ovvero il vaccino, e anche una condanna più generica dell'uso di linee cellulari di feti abortiti nell'industria farmaceutica (non solo vaccini anti-Covid dunque) è sparita dal manifesto finale. La domanda è d'obbligo: quanto può essere solida un'unità che evita le questioni più spinose, su cui ci sarebbe davvero bisogno di chiarirsi? In fondo è la stessa Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede sui vaccini anti-Covid a chiedere ad aziende farmaceutiche e governi di produrre e commercializzare farmaci evitando l'uso di quelle linee cellulari.

IDENTITA' DILUITA... EPPURE ANCORA NON BASTA AL MOVIMENTO PER LA VITA
C'è da aggiungere che quanti dei partecipanti alle vecchie marce per la vita non aderiscono alla Manifestazione di quest'anno obiettano anche sul titolo dato alla manifestazione, "Scegliamo la vita", uno slogan di vago sapore pro-choice. Il tema della scelta, in effetti, appartiene al fronte abortista, tradizionalmente nel fronte pro-life si parla di accoglienza della vita, essendo questa un dono.
Ma è chiaro, in questo, tutto lo sforzo degli organizzatori di trasmettere un messaggio positivo, di trovare parole e slogan su cui tutti - o perlomeno il maggior numero possibile - possano ritrovarsi in qualche modo. Per questo c'è anche la massima attenzione a evitare che gruppi o singoli attivisti pro life portino manifesti o immagini che possano creare problemi, sul sito della manifestazione ci sono anche gli slogan da stampare su striscioni e cartelloni, i soli consentiti. È uno sforzo certamente diretto alla Chiesa istituzionale per averne il sostegno, inclusa l'adesione del Movimento per la Vita. Quest'ultimo tentativo è però clamorosamente fallito in modo addirittura grottesco. Il Movimento per la Vita, guidato da Marina Casini, ha infatti partecipato a tutta la fase preparatoria della Manifestazione, influenzando pesantemente il contenuto del manifesto e chiedendo anche garanzie per isolare o silenziare eventuali gruppi e associazioni giudicate estremiste. Dopodiché, l'assemblea del Movimento per la Vita ha comunque bocciato la proposta di adesione e la presidentessa Marina Casini ha dovuto inviare una imbarazzata e patetica lettera di spiegazione ai membri del Movimento.
Risultato: l'adesione di tante associazioni e la prevista partecipazione in massa del movimento neocatecumenale, per quanto positive, non possono comunque nascondere la realtà di un movimento pro-life italiano che resta molto frammentato e diviso. Ci si può solo augurare che si abbia più coraggio di un confronto vero e trasparente, e senza reciproche scomuniche, sulle questioni di fondo che riguardano la vita perché cresca una unità su ciò che conta davvero. E che la manifestazione del 21 maggio possa essere un passo in questa direzione.

Nota di BastaBugie: l'autore del precedente articolo, Riccardo Cascioli, nell'articolo seguente dal titolo "Avvenire e aborto, il fascino discreto della Legge 194" fa notare che il quotidiano della CEI, pur facendo un resoconto della manifestazione per la vita, in realtà difende la legge 194 del 1978 che in Italia ha introdotto l'aborto.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 24 maggio 2022:

Il segnale politico è chiaro: la Chiesa italiana - ovvero la sua gerarchia - difende la legge 194 che ha introdotto l'aborto nel 1978, ma lo fa in modo discreto, con una breve colonnina pubblicata da Avvenire (il giornale della Conferenza Episcopale Italiana, CEI) a fianco del resoconto della manifestazione per la vita svoltasi a Roma sabato 21 maggio. Il testo non è firmato, ma è chiaramente impensabile che su un tema tanto delicato possa uscire una nota del genere - molto precisa in quel che vuole comunicare - per distrazione o per l'iniziativa di un redattore disinformato o malintenzionato. E non può certo essere casuale il momento scelto, ovvero all'indomani della Manifestazione per la vita, a fianco del resoconto (neutrale) di cronaca, come a voler rassicurare qualcuno che comunque la Chiesa farà di tutto per evitare che venga messa in discussione la legge 194.
Cosa dice infatti questa nota che sotto l'etichetta "Da sapere" viene titolata "L'obiettivo della 194"? Vale la pena riportare il testo completo:
"Prima che un diritto è e resta una scelta drammatica ed estrema, quella dell'aborto. Che la legge italiana consente dal 22 maggio del 1978 nella misura in cui un bene giuridico costituzionalmente sancito - il diritto alla vita del concepito - si pone in insanabile contrasto con un altro di pari valore - la salute fisica e psichica della gestante.
Ecco il vero spirito della legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza, che traspare da tutto il suo testo e che tante sentenze hanno confermato nel corso degli anni.
Lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio, vi si legge nell'articolo 1. E riconosce, sì, il diritto ad abortire, ma imponendo ogni volta il tentativo di rimuovere le cause per cui esso viene chiesto e subordinandolo a procedure rigide".
Intanto c'è da chiedersi che senso ha fare un colonnino sulla legge 194 quando questa non era a tema della Manifestazione per la vita e men che meno se ne parla nell'articolo di cronaca. Già da questo traspare la volontà di mandare un messaggio. Ma quello che è scandaloso sono la quantità di menzogne che il giornale dei vescovi riesce ad accumulare in così poche righe. Ci limitiamo a sottolineare le questioni fondamentali.
La legge italiana, ci dice Avvenire, consentirebbe l'aborto solo come soluzione di un insuperabile contrasto tra due beni giuridici (costituzionalmente sanciti) di pari valore. Falso. Intanto perché la vita non è espressamente tutelata dalla Costituzione sin dal concepimento, ma indirettamente: l'articolo 31 impone infatti la "protezione della maternità", in quanto rientra tra gli adempimenti dei "compiti relativi" alla famiglia. Inoltre, se il problema fosse stato regolare il rapporto tra la vita del concepito e la salute della madre, la legge non sarebbe servita a nulla perché ci aveva già pensato la Corte Costituzionale tre anni prima. Con la sentenza numero 27 del 1975 la Corte aveva infatti già deciso che in questi casi a prevalere è la salute della madre.
E ancora: si vorrebbe far credere ai lettori che l'aborto in Italia è consentito soltanto in questi casi drammatici in cui si deve scegliere tra la madre e il bambino. Senonché casi del genere si possono contare ogni anno sulle dita di una sola mano, mentre dal 1978 ad oggi sono stati praticati in Italia circa 6 milioni di aborti, senza considerare che ormai tra RU486 e pillole del giorno dopo e dei 5 giorni dopo è diventato impossibile un conteggio esatto.
In realtà l'aborto in Italia è consentito praticamente sempre nei primi 90 giorni: il rischio per la salute fisica o psichica può essere infatti relazionato allo "stato di salute" della madre, "o alle sue condizioni economiche, sociali e familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito" (articolo 4). E dopo i 90 giorni "quando la gravidanza e il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna" e "quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna" (art. 6).
Ci vuole una bella dose di malafede per affermare che in Italia l'aborto sia una scelta estrema, così come nascondersi dietro al titolo della legge e all'articolo 1 che afferma come "lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio". Si tratta di un chiaro specchietto per le allodole, visto che di tutela della maternità si parla soltanto all'articolo 2 della legge ed esclusivamente per blindare il sistema dei consultori statali (decisivo per diffondere la pratica dell'aborto), del cui finanziamento si parla poi all'articolo 3. Dopodiché, dall'articolo 4 al 22 (in pratica tutta la legge) si parla esclusivamente di aborto, anzi di "interruzione volontaria della gravidanza" come il linguaggio politicamente corretto prescrive. E delle previste pene pesanti per chiunque causa l'aborto al di fuori di quelle che Avvenire considera "procedure rigide", ci sanno dire dal giornale della CEI quante ne sono state comminate in questi 44 anni?
La realtà è che il vero spirito della legge 194 è la legalizzazione dell'aborto, fondata sull'autodeterminazione della donna. Peraltro il direttore di Avvenire era allora già cresciuto abbastanza per poter ricordare in quale clima culturale e politico è stata approvata la legge 194. "Il corpo è mio e lo gestisco io" era forse uno slogan per rivendicare il valore sociale della maternità? Le migliaia di aborti illegali praticati dalle militanti radicali - Emma Bonino in testa - per spingere il Parlamento a legalizzare l'aborto, intendevano promuovere una crociata a tutela della maternità?
La risposta è ovvia. C'è solo dunque da chiedersi quale sia il vero obiettivo di Avvenire e delle gerarchie ecclesiastiche a cui risponde. Di sicuro manda un segnale rassicurante a certi poteri: lasciate pure gridare un po' in piazza questi pro-life, non vi preoccupate, sono innocui; in Italia non accadrà come negli Stati Uniti, è la Chiesa cattolica stessa a difendere la legge sull'aborto e a spegnere sul nascere qualsiasi velleità di rimetterla in discussione.
Quindi c'è un segnale chiaro anche per gli organizzatori della Manifestazione: fate pure delle belle marce, parlate della bellezza della vita, promuovete una cultura della vita, ma restate bene dentro il recinto, non provate neanche a uscire dai confini segnati, sennò restate da soli e niente più copertura mediatica della stampa cattolica istituzionale né saluti del Papa al Regina Coeli.
E certamente, nel momento del passaggio di consegne della presidenza CEI dal cardinale Gualtiero Bassetti al suo successore, che sarà deciso nei prossimi giorni, si tratta anche di un modo per blindare il futuro presidente (ammesso che ne avrà bisogno).

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 19-05-2022

6 - SE CI ARRABBIAMO NON E' COLPA DEGLI ALTRI, MA NOSTRA
Il veleno della collera è dentro di noi... le circostanze esterne sono solo occasioni che fanno uscire questo veleno
Autore: Luisella Scrosati - Fonte: Il Timone, 28 febbraio 2022

«Il risultato ultimo della nostra correzione e della nostra tranquillità non dipende dalla volontà degli altri, poiché un tale esito non potrà mai essere in nostro potere; esso invece dipende ben più dalla nostra volontà» (Istituzioni Cenobitiche, VIII, 17).
Questo testo di san Giovanni Cassiano ci sorprende, ci spiazza; ma nell'accoglierlo e meditarlo sta uno dei segreti della santità. Se la virtù e la pace interiore dipendessero dal comportamento degli altri, poveri noi! Saremmo come delle banderuole che si agitano e si afflosciano a seconda che ci sia vento o bonaccia. Cassiano applica questo principio, tra l'altro, alla lotta contro la collera: «Il fatto di non adirarci non deve essere legato alla condotta ineccepibile degli altri, ma derivare dalla nostra virtù, la quale non s'acquista grazie alla pazienza degli altri, ma si conquista attraverso l'esercizio della propria longanimità».

IL VELENO DELLA COLLERA
Quante volte abbiamo pensato che abbiamo perso a ragione la pazienza, perché Tizio è veramente insopportabile, perché Caio è un arrogante, perché Sempronio è un provocatore. Tizio, Caio e Sempronio probabilmente saranno anche così, ma la nostra escandescenza è segno della nostra miseria, non di quella altrui.
Anche ai tempi di Cassiano c'era qualcuno che pensava che vivendo isolato dagli altri avrebbe finalmente risolto il problema dell'ira. Ma egli ricordava molto bene quando, solo nella sua cella, era preso da «irritazione contro la penna, perché era troppo larga o troppo sottile; oppure contro il coltello, perché [...] tagliava tropo lentamente» (VIII, 19.2).
Il veleno della collera è dentro di noi; le circostanze esterne sono soltanto occasioni che fanno uscire questo veleno; un po' come un serpente che, anche quando è a riposo, mantiene però in sé il veleno. È per questa ragione che i Padri del monachesimo indicano che buona parte della terapia deve andare alla radice del problema e consiste perciò nel silenzio dei pensieri, padre del silenzio delle parole e freno degli atteggiamenti collerici. Se ci pensiamo bene, è anzitutto a livello dei pensieri, del cuore, che alimentiamo la nostra ira contro gli uni o contro gli altri: e quando il malcapitato ci capita sotto tiro, la pressione interna è già montata al punto di un'eruzione violenta.

LE RADICI DELLA PAZIENZA
Ecco perché Cassiano insiste che l'ira e l'impazienza «possono essere sanate con la meditazione del cuore e l'attenzione vigile e costante». Bisogna frenare quel borbottio interiore che se la prende con la pioggia o con il vento, con il troppo freddo o il troppo caldo, e qualsiasi altra cosa che contrasta le nostre voglie.
Le radici della pazienza e della dolcezza - che non ha nulla a che vedere con la mollezza o con il lasciar passare tutto - si trovano quindi anzitutto a livello della pacificazione del cuore. Ne "La scala", san Giovanni Climaco definisce la dolcezza come «uno stato immobile dell'anima che rimane uguale a se stessa tanto nelle umiliazioni quanto davanti alle lodi» (VIII, 3). Non è il menefreghismo di chi non si interessa di nulla, né l'impassibilità dell'egoista e di chi ha il cuore indurito; è invece una serenità di fondo, che proviene dall'avere sempre dinanzi ai propri occhi la presenza di Dio, nelle proprie orecchie la sua voce e sulle proprie labbra la sua parola. Ancora, poiché la collera ci scaglia contro il nostro prossimo, l'elemosina, la beneficenza, la compassione diventano un balsamo che placa la potenza irascibile e alterata.
Non è male togliere anche alla collera un po' del suo combustibile, affliggendo il nostro corpo con il digiuno e l'astinenza, togliendogli un po' di riposo, e in generale con la penitenza, che ci fanno avvertire la nostra miseria e debolezza e così estinguono il nocivo fuoco interiore.

Fonte: Il Timone, 28 febbraio 2022

7 - SI SENTE GIOVANE DENTRO E PRETENDE CHE GLI DIANO META' DEGLI ANNI CHE HA
Articolo ironico che si chiede: se possiamo cambiare a piacimento il nome, il cognome e perfino il sesso, perché l'anagrafe dovrebbe negarci il cambio di età? (e intanto il DDL Zan viene applicato nelle scuole anche se è stato bocciato in parlamento)
Autore: Marcello Veneziani - Fonte: Corrispondenza Romana, 17 maggio 2022

Il signor Renato Giovine, di anni 64, si è presentato all'ufficio anagrafe del suo comune di cittadinanza e ha chiesto di modificare la sua età dimezzandola a 32. L'impiegato, sbigottito, non sapendo cosa fare, ha chiamato il capo dell'ufficio per ascoltare la richiesta insolita del cittadino. I due hanno guardato allibiti il signor Giovine come se fosse un malato di mente o in stato di alterazione mentale. Ma il Signor Renato ha esposto con calma e lucidità le sue motivazioni, e di fronte al diniego imbarazzato dei due dipendenti comunali, si è riservato di inoltrare la sua richiesta alla prefettura e al tribunale. Il ragionamento del Giovine non fa una piega perché si fonda su analoghi precedenti, già vigenti sul piano anagrafico e sul piano biologico.
Per le prime, è noto che in Italia è possibile cambiare i propri connotati, il proprio cognome. Il Ministro dell'Interno, sul sito prefettura.it prevede infatti che ogni cittadino italiano che abbia l'esigenza di cambiare il proprio nome o cognome, perché ridicolo o vergognoso o perché rivela l'origine naturale o per motivi diversi da quelli indicati, possa intraprendere il procedimento predisposto dal Regolamento per la semplificazione dell'ordinamento dello stato civile (DPR 396 del 3/11/2000), così come modificato dal DPR n.54/2012. Compiuto l'iter, trascorsi trenta giorni dall'affissione della richiesta, in modo da verificare se ci sono opposizioni al riguardo, il Prefetto, accertata la regolarità delle affissioni e vagliate le eventuali opposizioni, provvede a emanare il decreto di concessione al cambiamento del cognome richiesto.

IL SESSO CHE VUOI
Non diversa possibilità è concessa a chi decide di cambiare sesso.
Per accertare la "disforia di genere" occorre attestare l'estraneità rispetto al proprio sesso biologico e dimostrare malessere e disagio per il sesso attribuito alla nascita. Dal 2015 non è più necessario per il cambiamento di sesso che vi sia un'operazione chirurgica. Con sentenza della corte di Cassazione n.15138/2015, e con sentenza della Corte Costituzionale n.221/2015, è stabilito che l'intervento chirurgico non è obbligatorio per il cambio di sesso e la scelta se eseguirlo o no spetta esclusivamente alla persona interessata. Presentato il ricorso e superato il percorso stabilito il tribunale italiano competente per territorio, procede alla rettificazione del sesso e al relativo cambio del nome.
Se è possibile cambiare cognome e mutare sesso perché non dev'essere possibile, si è chiesto il signor Renato Giovine, cambiare lo stato anagrafico e biologico di persone come lui che dimostrano e sentono di avere un'età inferiore o comunque diversa da quella indicata dall'anagrafe e dalla biologia e soffrono malessere e disagio per l'età?
Ma non solo. Se il fondamento metagiuridico delle norme è ormai nella libera volontà del soggetto, ovvero "come io mi sento" e non come sono per gli altri, per l'anagrafe o per la biologia, perché non dev'essere possibile mutare l'età, retrodatare o postdatare la propria età a quella che si sente realmente di avere? Certo, devi sottoporti a un iter e a una serie di controlli, come accade per i cambi di sesso e di cognome, e dimostrare che non hai finalità diverse nella richiesta di modificare i connotati anagrafici (per esempio, usufruire in anticipo della pensione o viceversa tardare il pensionamento e restare in età lavorativa; o scaricarti di responsabilità verso terzi). Ma la richiesta è legittima.

GIOVANE DENTRO
Se non avrà soddisfazione dalla prefettura e dal tribunale, il signor Giovine ricorrerà alla Corte Costituzionale, forte della sua comprovata sensibilità a modificare con sentenze, come quella recente sui doppi cognomi, assetti giuridici ritenuti ormai stantii e superati dalla realtà.
Anche sulla cittadinanza si sta stabilendo il principio che ciascun abitante della terra possa andare a vivere dove ritiene di farlo, senza limitazioni e senza essere considerato un clandestino (il reato fu abolito). Ovvero, nessun obbligo, nessuna restrizione nell'accoglienza, dicono molti giuristi ed esponenti umanitari (Papa incluso) ma solo la volontà del soggetto di trasferirsi dove vuole. Siamo o no cittadini del mondo, senza frontiere?
Renato Giovine sente di avere energie, impulsi, che corrispondono alla metà dei suoi anni biologici; non accetta il carcere anagrafico a cui la natura matrigna lo sottopone. Ma la molla profonda e segreta che lo ha spinto alla richiesta è un trauma infantile: da ragazzino gli rimase impressa la canzone dei Cugini di Campagna, Quando avrò 64 anni. Avendo temuto per una vita il fatidico passaggio, allo scoccare dei 64 ha deciso di cambiare un'età che non sente di avere e che gli procura sofferenza.
Come forse avrete sospettato, il signor Renato Giovine non esiste, anche se quattro anni fa in Olanda un quasi settantenne, Emile Ratelband, si rivolse davvero al tribunale di Arnhem, a sud-est di Amsterdam, per chiedere di spostare in avanti la sua data di nascita all'anagrafe avanti di vent'anni, dal 1949 al 1969. E sulla sua scia in Italia inventarono un fantomatico comune di Bugliano, che aveva già predisposto i moduli per richiedere il cambio d'età.
Ma scherzi a parte, l'assurda, pirandelliana situazione lascia un bel dubbio: ma se la realtà, la natura, la biologia, la consuetudine, contano meno della volontà soggettiva e dei desideri individuali, se tutto quel che è dato in natura o in anagrafe possiamo revocarlo, perché non dovremmo relativizzare anche l'età e adattarla ciascuno al proprio sentire?

Nota di BastaBugie:
Tommaso Scandroglio nell'articolo seguente dal titolo "Omofobia, una Giornata simbolo del credo gender" scrive che il Ddl Zan non è stato approvato eppure per imporre l'educazione al gender nelle scuole di tutta Italia anche quest'anno ci ha pensato una circolare del Miur invitando a celebrare la "Giornata contro l'omofobia". Segno di una cultura del "rispetto" a senso unico, che altro non è che un cavallo di Troia.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 17 maggio 2022:

Anche quest'anno, puntuale come le feste comandate, è arrivata la "Giornata internazionale contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia" e con altrettanto puntualità il Ministero dell'Istruzione ha inviato una circolare a tutte le scuole di ogni ordine e grado invitando i docenti "a creare occasioni di approfondimento con i propri studenti sui temi legati alle discriminazioni, al rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali".
Ciò che era previsto nel Ddl Zan è stato sostanzialmente istituzionalizzato anno dopo anno dai vari ministri dell'Istruzione e, quindi, laddove la legge non è ancora arrivata ad imporre l'educazione gender in tutte le scuole d'Italia, ecco riuscirci l'esecutivo.
Maria Assunta Palermo, a capo della Direzione Generale per lo Studente, l'Inclusione e l'Orientamento scolastico, ha firmato la suddetta circolare, ma nella stessa non si fa cenno che questo tipo di attività extracurricolari necessiterebbero del consenso previo dei genitori. Guai a dar voce a possibili dissensi. Alcuni percorsi formativi non possono conoscere intoppi di alcuna sorta.
Nella circolare si legge poi che "Il Ministero dell'Istruzione è da anni impegnato a favorire e costruire una scuola aperta e inclusiva, che valorizzi le singole individualità e educhi alla cultura del rispetto per prevenire e contrastare ogni forma di violenza e discriminazione in adesione ai principi e ai diritti fondamentali sanciti a livello internazionale dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, e in più articoli dal Trattato sull'Unione europea". Tra questi diritti fondamentali viene in mente quello di cui sono titolari i genitori e si riferisce alla libertà educativa dei figli, diritto evidentemente violato dalla circolare stessa.
Va da sé, poi, che la cultura del rispetto è a senso unico e riguarda solo gli omo-bi-transessuali, perché la Giornata internazionale contro la cristianofobia - virus culturale che miete molte più vittime nel mondo rispetto alla sua omologa color arcobaleno - non esiste proprio. Utile poi ricordare che questa Giornata gay friendly è un cavallo di Troia perfetto perché, con la scusa di parlare di bullismo omofobico, ecco che si usano ore di lezione per formare i ragazzi delle medie e superiori e i bambini delle elementari alla teoria gender, incensando il cambiamento di sesso, la bontà di qualsiasi orientamento sessuale, i "matrimoni" gay, le relative "famiglie" rainbow e finanche l'utero in affitto.
La circolare ministeriale è l'ennesima prova che l'istruzione laica non è super partes, ma di parte, non neutra ma arcobaleno, non aconfessionale bensì soggetta al credo gender e ogni dissenso viene interpretato come lesione di fantomatici diritti universali, perché il genitore che rifiuta l'omosessualità e la transessualità - e non la persona omosessuale o transessuale - è qualificato al pari di un qualsiasi razzista o misogino.
Una "Giornata contro l'omofobia" è poi francamente inutile, perché questa Giornata dura un anno intero. Da mane a sera sui media, sui social, sulle piattaforme di intrattenimento, in molte aziende non si fa altro che spingere all'inclusività di chi ormai è diventato socialmente esclusivo, ossia il gay, il non binario, il trans, il fluido sessuale in tutte le salse. È un'ossessione continua che trova nella "Giornata contro l'omofobia" la sua consacrazione istituzionale e nelle coscienze di molti un senso di noia e di fastidio, come quando si sente per l'ennesima volta ripetere la stessa barzelletta che, tra l'altro, non ha fatto ridere nemmeno la prima volta.

Fonte: Corrispondenza Romana, 17 maggio 2022

8 - OMELIA ASCENSIONE - ANNO C (Lc 24,46-53)
Uomini di Galilea, perchè state a guardare il cielo?
Fonte Il settimanale di Padre Pio

Quaranta giorni dopo la Risurrezione, Gesù ascende al Cielo davanti agli sguardi stupiti degli Apostoli. Prima di benedirli, Egli dà loro la missione di predicare a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati (cf Lc 24,47). Da una parte, dunque, l'Ascensione del Signore ci invita a innalzare il nostro pensiero alle realtà celesti, distaccandolo dalla terra; dall'altra parte essa ci insegna a non rimanere inerti in una passiva attesa del ritorno del Signore, ma a edificare il Regno di Dio in questo mondo. Nella prima lettura gli angeli richiamarono gli Apostoli con queste parole: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?» (Ap 1,11). Con queste parole non si vuole assolutamente mettere in secondo piano la preghiera, che è senz'altro indispensabile nella Chiesa, ma si vuole richiamare l'attenzione sul fatto che è urgente l'annuncio missionario da diffondere nel mondo intero.
Pertanto, se in poche parole vogliamo sintetizzare il messaggio di questa Solennità, possiamo dire che, alla luce dell'Ascensione del Signore, siamo esortati a innalzare i nostri cuori al Cielo e a poggiare bene i nostri piedi a terra, adoperandoci per la diffusione del Vangelo. Ci vuole la contemplazione e ci vuole l'azione. Questi due elementi vanno sempre insieme. Le sorti di questo mondo non si migliorano nelle discussioni, nelle riunioni, nelle pianificazioni, ma innalzando il cuore al Signore e attingendo da Lui la luce e la forza per operare e per diffondere il bene nel mondo.
Nella prima lettura di oggi, tratta dagli Atti degli Apostoli, si legge infatti che gli Apostoli dovevano essere testimoni del Signore Risorto «in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (1,8). La Chiesa ha dato sempre grande importanza a questa richiesta del Signore, adoperandosi con impegno all'opera missionaria.
La vita del missionario è caratterizzata da tante buone opere a favore dei poveri e dei bisognosi. Pensiamo a quanto si fa per loro in tutte le missioni cattoliche sparse per il mondo. Queste opere non devono mancare, ma non sono la cosa più importante. La cosa più urgente è messa in luce dalle parole di Gesù e consiste nel predicare a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati (cf Lc 24,47). In poche parole il missionario, innanzitutto, deve portare Gesù alle anime, deve farglielo conoscere e amare. Insieme a questo, poi, verranno le opere di carità corporale che testimonieranno l'autentica carità cristiana.
L'Ascensione non ha separato Gesù dalla sua Chiesa. Anche se è salito al Cielo, Egli continua ad essere sempre con noi. «Egli non si è separato da noi, ma ci ha preceduti nella dimora eterna, per darci la serena fiducia che dove è lui saremo anche noi, uniti nella stessa gloria» (dal Prefazio). Fin da adesso pensiamo spesso a questa gloria che ci attende nei Cieli. In Gesù risorto e asceso al Cielo, noi contempliamo quella che sarà anche la nostra meta finale. La festa di oggi ci insegna che non siamo stati creati per questa terra, ma per il Paradiso. Solo lì i nostri cuori troveranno la vera pace. Qui giù ci sarà sempre qualcosa per cui penare e, questo, Dio lo permette per farci desiderare ancor più ardentemente il Cielo.
Anche se tante saranno le prove da superare, abbiamo però un porto sicuro ove rifugiarci: la preghiera. Con la preghiera, che giustamente è stata definita l'«elevazione della mente a Dio», noi ci innalzeremo al di sopra di tutte le miserie umane e attingeremo la forza per affrontare meglio i doveri della nostra giornata. Come un albero si riconosce dai frutti; così la bontà della nostra preghiera si riconoscerà dal miglioramento della vita che ne dovrà conseguire. Se compiremo i nostri doveri meglio di prima, allora sarà segno che avremo pregato veramente bene.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio

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