BastaBugie n°11 del 11 gennaio 2008

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1 WALLACE, L’ALTRO DARWIN
Coautore della teoria della selezione naturale, lo scienziato gallese si convinse che l’uomo non è solo figlio del caso
Fonte:
2 SVELARE L'AMBIGUITÀ DELLE PAROLE

Autore: Carlo Bellieni - Fonte:
3 PRESEPE, RITORNO ALLE ORIGINI

Autore: Riccardo Cascioli - Fonte:
4 COME TRATTARE LA CINA
C’è un atteggiamento che dà concreti risultati. La Cina, non coccoliamola. Va trattata da Paese adulto
Autore: Bernardo Cervellera - Fonte:
5 NAPOLI: I RIFIUTI CHE NEW YORK CI INVIDIA
Con i soldi dell’emergenza, la Campania avrebbe potuto costruire 7 di questi impianti - LA TECNOLOGIA CHE AIUTA L'AMBIENTE
Autore: Fabio Poletti - Fonte:
6 IDENTITÀ DI GENERE
Cos’è l’identità? Due cose sono identiche quando sono uguali; anche in termini matematici, una identità è una uguaglianza: ciò che sta prima di “è uguale a” corrisponde a ciò che segue. L’identità della persona è ciò che risponde in maniera adeguata alla domanda “Chi sono io?”
Autore: Roberto Marchesini - Fonte:
7 MITI E LEGGENDE SULLA LEGGE 194

Autore: Mario Palmaro - Fonte:
8 PAPA IN TV, MENO FRETTA E MAGGIORE RISPETTO

Autore: Paolo Mosca - Fonte:
9 LA LEGGE NATURALE SUPERATA? NO, DÀ SOSTANZA AI DIRITTI UMANI

Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte:

1 - WALLACE, L’ALTRO DARWIN
Coautore della teoria della selezione naturale, lo scienziato gallese si convinse che l’uomo non è solo figlio del caso
articolo non firmato

Quando si parla dell’evoluzionismo, si dimenticano spesso di approfondire il ruolo e le idee di Sir Alfred Russel Wallace, il grande naturalista nato nel Galles nel 1823, considerato il padre della biogeografia, di pionieristici studi sull’urang-utan e sull’uccello del paradiso, oltre che coautore della teoria della selezione naturale, insieme a Darwin. È proprio quest’ultimo, nella sua Autobiografia, a raccontare che Wallace gli aveva inviato un suo scritto contenente le sue stesse identiche considerazioni. Giuseppe Scarpelli, nel suo Il cranio di cristallo (Bollati Boringhieri), aggiunge che «il testo di Wallace aveva straordinarie corrispondenze con quello di Darwin, oltre che nel significato generale e nel modo di investigare il problema, anche per quanto riguardava la concatenazione concettuale e la scelta terminologica».
Effettivamente in tutti i testi di biologia, il nome di Wallace compare accanto a quello di Darwin. Anche due studiosi rigorosamente atei, come Watson e Dawkins, citano spesso il nome di Wallace, e il secondo lo considera, insieme a Darwin,  il nume tutelare della sua visione ateistica.
Eppure la storia di Wallace è piuttosto diversa, ed è misconosciuta, specialmente in Italia, dove sono stati pubblicati solo alcuni dei suoi scritti, e per lo più ormai moltissimi anni fa. Tra questi occorre ricordare almeno Esiste un’altra vita?, I miracoli e il moderno spiritualismo, L’origine delle razze umane, Il darwinismo applicato all’uomo.
In tutte queste opere, Wallace, che partiva da una visione dell’esistenza atea e scettica, affronta il mistero dell’uomo con estrema curiosità ed apertura, e, deluso dal determinismo materialista dell’epoca, che negava la dimensione dello spirito e della libertà, arriva sino a sperimentare l’evocazione di spiriti, insieme a eminenti scienziati come madame Curie, criminologi materialisti come Lombroso, e scrittori atei come Conan Doyle.
Soprattutto, Wallace indaga e mette in luce l’originalità dell’uomo, il suo non essere del tutto riconducibile a mera materia in evoluzione.
Il suo pensiero è caratterizzato dalla convinzione che «l’immane labirinto dell’essere, che vediamo estendersi ovunque attorno a noi, non sia senza un piano» divino, e che non tutto l’uomo sia spiegabile unicamente con la selezione naturale, quasi fosse una «causa onnipotente». In questa sua visione Wallace trova l’appoggio di altri evoluzionisti della prima ora, tra cui quello di alcuni intimi amici di Darwin, da Lyell, ad Herschel, ad Asa Gray, il più grande darwinista americano, tutti propensi ad accogliere sì l’evoluzionismo, ma come processo finalizzato, guidato, e non casuale.
Riguardo all’uomo Wallace sottolinea l’unicità della sua pelle, sensibile, morbida e senza peli, delle sue mani, capaci di straordinarie applicazioni, e aggiunge che «nessun principio dell’ereditarietà, neppure la selezione naturale, può dar ragione del superiore sviluppo cerebrale dell’uomo, ma neppure della stazione eretta, degli organi del linguaggio, dell’abilità manuale, della pelle priva di peli» (G. Scarpelli, p. 133). A tutt’oggi, oltre cento anni dopo, su molti testi di biologia appena un poco seri si possono leggere affermazioni in perfetta armonia con l’o- pinone di Wallace: «Non si sa con sicurezza quali spinte evolutive hanno favorito l’ingrandimento dell’encefalo»; quanto alla stazione eretta, la locomozione bipede, la pelle glabra e il cervello più grande, propri dell’uomo, e non della scimmia, la domanda è come mai... e «la risposta è che nessuno lo sa» (Audesirk- Byers, Biologia, vol.I, Einaudi, 2003; sulla derivazione del linguaggio umano dal «linguaggio» animale sono invece molti i linguisti a negare la possibilità di tale passaggio; tra questi il celebre Noam Chomsky e quanti invece sottolineano, come già faceva Wallace, l’assoluta originalità fisica della laringe umana rispetto a quella delle varie specie di scimmie).
Wallace, inoltre, metteva in luce altre due constatazioni interessanti per ogni naturalista.
La prima è che la comparsa della vita e dell’uomo sulla Terra sono «eventi assolutamente unici, spiegabili con la posizione privilegiata del nostro pianeta nella galassia e con una complessa e singolare concomitanza di fattori fisici e chimici» (Scarpelli, p. 134): è in sostanza la stessa idea che va oggi sotto il nome di principio antropico, e che viene sostenuta da fisici e astronomi credenti, per la quale sono tante e tali le condizioni necessarie perché si sviluppi la vita sulla Terra, che non possono essere semplicemente frutto del caso.
Per comprendere l’attualità delle idee di Wallace basti citare brevemente quanto scrive un famoso divulgatore scientifico come Franco Prattico, nel suo Dal caos... alla coscienza   (Laterza), dopo aver analizzato i grandi punti di domanda della scienza sulla mente, l’intenzionalità, la coscienza dell’uomo: «Bisogna perciò avere il coraggio di dire, a conclusione di questo viaggio nella storia dell’Universo, che ognuno dei concetti che abbiamo così disinvoltamente usati cela un mistero. E che forse il mistero più profondo è proprio la nostra coscienza... »; mentre poco più avanti, riguardo al linguaggio umano, segno evidentissimo della differenza tra uomo e animale, e strumento principe dell’evoluzione culturale, aggiunge: «Eppure, come per la stazione eretta, l’apparizione del linguaggio articolato sembra configurarsi come un dono del 'caso', una coincidenza fortunata poco spiegabile sulla base di una evoluzione lineare e deterministica: una sorta di ’scherzo’ della natura».
La seconda constatazione assai interessante di Wallace è che l’uomo «ha tolto alla natura quel potere, che essa esercita su tutti gli altri anima-li, di mutare lentamente ma definitivamente la forma e la struttura esterna secondo i cambiamenti del mondo esterno... Egli compie tutto questo per mezzo del solo intelletto, le cui variazioni lo mettono in grado di mantenersi, anche con un corpo immutato, in armonia con l’universo che muta»: ciò significa che l’uomo, a differenza degli altri animali, non ha necessità di adattarsi materialmente, fisicamente, all’ambiente, perché, essendo dotato dell’intelligenza, è capace di affrontare ogni clima e ogni situazione attraverso la creazione di vestiti, indumenti e strumenti vari. Ciò ne fa, evidentemente, una creatura originale, la più debole e la più inadatta, fisicamente, ma, grazie allo spirito, la più forte, l’unica che si pone di fronte alla natura con capacità di dominarla: il vertice della natura, insomma. Una simile posizione permetteva a Wallace di non cadere nel razzismo tipicamente vittoriano, in cui invece incapparono molti evoluzionisti, T. Huxley, il «mastino di Darwin », Francis Galton, cugino di Darwin , John Lubbock, allievo di Darwin, e, a tratti, lo stesso Charles Darwin. Mentre il primo, infatti, «cercherà di documentare la presenza di caratteri affini tra uomo di Neanderthal e ottentotti, considerando quest’ultimi come i gradini più bassi della scala delle razze umane», il secondo «si cimenterà in una raccolta di dati statistici allo scopo di quantificare la maggior dignità dell’uomo bianco rispetto al negro» (Scarpelli, p.72).
  Wallace invece, rifiutandosi di ridurre l’uomo a materia in evoluzione, da una parte condanna apertamente l’eugenetica, creata dal cugino di Darwin, Francis Galton, e sostenuta da moltissimi evoluzionisti contemporanei, bollandola come una credenza non scientifica, dall’altra sostiene che «la specie umana ha posseduto ab initio l’insieme delle caratteristiche intellettive, etiche, creative che lo contraddistinguono; di conseguenza essa deve essere stata in grado di produrre in alcune situazioni favorevoli, anche in epoche remote, grandi opere artistiche, architettoniche, intellettuali in genere. E dunque i selvaggi odierni, identici a noi anatomicamente e cerebralmente, non vanno considerati come varietà rimaste al palo...» (Scarpelli, p.76). È lo stesso Scarpelli ad aggiungere che il pensiero di Wallace è confermato dai ritrovamenti nel 1879 delle magnifiche pitture rupestri di Altamira e nel 1940 di quelle di Lascaux, entrambe attribuite ai CroMagnon, già 40.000 anni fa provvisti di un volume cerebrale pari al nostro o addirittura superiore.
Arrivò a condannare l’eugenetica, sostenne che la specie umana ha posseduto fin dall’inizio l’insieme delle sue caratteristiche.


2 - SVELARE L'AMBIGUITÀ DELLE PAROLE

Autore: Carlo Bellieni - Fonte:

La parola “feto” dovrebbe essere bandita dall'uso comune. Nell'epoca delle ecografie a quattro dimensioni e degli studi comportamentali, sappiamo benissimo che non esiste differenza sostanziale tra il bambino prima della nascita e dopo il parto. Già: allora perché usare due termini diversi per parlare della stessa cosa? Eppure lo chiamiamo feto un minuto prima e bambino un minuto dopo. Cosa è cambiato? Sul piano fisico assolutamente nulla. Si è chiuso (e non sempre) un canale tra aorta e arteria polmonare e poco più. E' arrivata la luce agli occhi (ma già arrivava attraverso la parete sottile del pancione) ed è entrata l'aria nei polmoni. Non ci sembrano cambiamenti sostanziali: anche prima di nascere il “feto”, si succhiava il pollice, poteva sentire il dolore, aveva memoria, sentiva le voci, gli/le batteva il cuore. Certo: ora l'ossigeno arriva dall'aria e non dal cordone ombelicale... ma non sono le differenze strutturali che determinano le differenze ontologiche.

Non pensiamo che una donna diventi “qualcosa d'altro” se per un incidente perde una gamba e deve camminare con una protesi; o se il cuore le batte non per via autonoma ma grazie ad un pace-maker. Non pensiamo neanche che una malformazione, per quanto imponente sia, renda la persona meno persona. Eppure per il bambino siamo indotti a pensare che il suo stare dentro l'utero invece che in una culla e la presenza di un cordone ombelicale ne cambino la sostanza, tanto da non chiamarlo “bambino” ma “feto”... per finire poi col parlare di “diritti del feto” come se parlassimo di “diritti del marziano” o “dell'ornitorinco”.

Questa distinzione surrettizia è recente. Il termine "feto" deriva da una radice indoeuropea che significa "succhiare", e la parola “fetus” in epoca romana significava esattamente “frutto” oppure “progenie” (nec ulla aetate uberior oratorum fetus fuit, scriveva Cicerone e Catullo indicava come “dulces musarum fetus” i figli delle muse, cioè le poesie). Insomma, i romani non avevano un termine per indicare il bambino nascituro... perché sapevano bene che era un “puer”.

Questa coscienza della continuità della vita proseguì nel tempo e appare chiara anche dai famosi disegni di Leonardo da Vinci che mostrano il bambino prenatale, e ne illustrano la sostanziale e inequivocabile umanità.

Eppure ad un certo punto della storia, si è verificata questa cesura, che ha un peso che va ben oltre lo scopo “descrittivo”: qualcuno ha voluto usare un termine che fino ad allora era un sinonimo di “figlio” (“feto”, appunto) per indicare qualcosa che, nella loro idea, figlio non è ancora. I termini “bambino”, “adolescente”, “anziano”, “adulto” descrivono gli stadi di sviluppo di qualcuno che tutti riconosciamo come “persona”; invece il termine “feto” serve a denotare un minor livello di diritti. Sottolinea questa spersonalizzazione del termine il fatto che in italiano e in spagnolo il termine “feto” non abbia un corrispettivo femminile, così come “foetus” in inglese e francese: è una forma “neutra”, che come tale non ha la caratterizzazione sessuale che è la principale caratteristica della persona. E questo porta anche al paradosso che, mentre ogni età della vita ha una branca della medicina che se ne occupa specificamente e un medico ad essa specificamente dedicato, il bambino prenatale viene curato dallo stesso medico specialista nella cura della donna adulta. Sicuramente il ginecologo curerà entrambi bene, ma è un paradosso che nell'era dell'ultra-specializzazione, il medico che sa tutto di donne di 30 anni debba essere anche esperto di bambini di 30 centimetri. Insomma: esiste il gerontologo, il pediatra, il neonatologo, ma non esiste il “etologo”.

D'altronde anche il termine “embrione” dovrebbe veder riparata la stessa ingiustizia, dato che più che una parola è una specie di aggettivo che vuol dire “che fiorisce dentro” (en- brỳein), il cui soggetto, evidentemente è “il bambino”.

Ma perché dobbiamo usare per il bambino prenatale un termine stigmatizzante e dirottato dal suo significato originario? Lo capiamo bene, dato che spesso tutti noi usiamo termini stigmatizzanti per indicare che qualcuno che a noi non piace “non è dei nostri”. E su questa linea di confine si basa il criterio “moderno” che il cosiddetto feto “valga un po' meno di noi”. E' un criterio molto recente, dato che già in epoca romana il bambino non ancora nato poteva ereditare e che la lex Cesarea istituì il diritto del figlio di nascere per via non vaginale (da qui il termine “parto cesareo”) se la madre stava per morire.

Questo non ci piace: non è aderente alla realtà e al progresso. Non rispetta i diritti della persona. E' un modo pregiudiziale di precludere l'accesso al consesso umano subordinandolo al diritto di “altri”. Il nascituro deve trovare delle braccia che lo accolgano anche quando non si vede. I suoi diritti e quelli della donna vanno di pari passo... a meno di non voler fomentare una classica “guerra tra poveri”, in cui chi è escluso vede i compagni di prigionia come rivali. La coscienza di ognuno di noi ci dice invece che invece di moltiplicare le divisioni è ragionevole, umano e moderno moltiplicare le risorse e il loro accesso. E che da oggi è ragionevole sentire un piccolo disagio la prossima volta che sentiremo chiamare “feto” un bambino o una bambina in utero.


3 - PRESEPE, RITORNO ALLE ORIGINI

Autore: Riccardo Cascioli - Fonte:

“Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l'asinello”. Queste sono le parole che San Francesco rivolse a un uomo di Greccio chiamato Giovanni, due settimane prima del Natale 1223, parole che spiegano l’origine del presepio. La tradizione oggi così comune nei Paesi cattolici risale infatti all’intuizione di San Francesco e a quel suo primo presepio nel 1223.

Questo episodio, tratto dalla biografia del Santo scritta da Tommaso da Celano, mi si è impresso in mente rivisitando Greccio durante le feste di Natale e sostando davanti alla grotta originale del presepe intorno alla quale è stato eretto il santuario. Improvvisamente mi è apparso chiaro perché provo sempre un forte disagio davanti a tanti presepi “moderni” - spesso visti anche in chiesa - dove prevale “l’attualizzazione”, ovvero l’inserimento di elementi della vita moderna: grattacieli, computer, tv, fabbriche. L’intenzione è quella di mostrare che Gesù nasce anche oggi, sulle nostre strade, oppure quella di “consegnare” i simboli della nostra civiltà consumista, di cui un po’ ci vergogniamo. In ogni caso, la parola d’ordine di questi presepi è “attualizzare”. Ma San Francesco aveva invece tutt’altra preoccupazione. Anche lui avrebbe potuto attualizzare se solo avesse voluto: in fondo la sua conversione si annunciò pubblicamente con una contestazione plateale dei simboli della ricchezza di allora, simboli della sua stessa famiglia. Invece no, San Francesco voleva lui stesso rivivere quel Fatto unico nella storia, l’incarnazione di Dio, essere trasportato sul luogo e nel momento in cui quel Fatto accadde. Come a dire, che è la forza stessa di quel Fatto che trapassa i secoli e colpisce anche l’uomo di oggi, non il nostro sforzo di attualizzarlo come se l’Incarnazione in sé non avesse la forza e l’attrattiva necessaria.

La coscienza di San Francesco era al proposito così chiara che nella circostanza avvenne anche un miracolo, come racconta San Bonaventura nella sua Legenda Major: “..indi predicò sulla nascita del Re povero e, mentre il santo uomo teneva la sua orazione, un cavaliere scorse il [vero] Gesù bambino in luogo di quello che il santo aveva portato». Non ricorda forse il “miracolo” che avviene ogni giorno con la celebrazione dell’Eucarestia?


4 - COME TRATTARE LA CINA
C’è un atteggiamento che dà concreti risultati. La Cina, non coccoliamola. Va trattata da Paese adulto
Autore: Bernardo Cervellera - Fonte:

La Cina cercherà di usare sempre meno la pena di morte e per rendere la condanna «più umana» ucciderà usando l’iniezione letale e non la pistola. È uno dei 'buoni propositi' fatti dalla Corte suprema all’alba del 2008 che vedrà Pechino al centro dell’interesse internazionale con le Olimpiadi. È probabile che le dichiarazioni sulla 'edulcorazione' della pena di morte siano un tentativo di risposta alle critiche internazionali (e anche interne) che accusano la Cina di detenere il primato delle esecuzioni capitali: ufficialmente 1510 nel 2007; non ufficialmente: 10 mila. Resta da vedere se l’uso dell’iniezione letale non sia funzionale alla vendita di organi di condannati a morte, un mercato che – controllato dal governo – rimane fiorente. In ogni caso, il fatto nuovo è che la dittatura ex maoista è divenuta sempre più sensibile alle critiche internazionali e cerca di farsi accettare in qualche modo dal resto del mondo. È di questi giorni un altro fatto importante: la Cina ha promesso che dal 2017 si potrà («forse») attuare la piena democrazia ad Hong Kong. Dopo tante manifestazioni della popolazione dell’ex colonia britannica e le molte pressioni internazionali, Pechino ha dovuto proporre alcune date: non quelle richieste dalla maggioranza del popolo di Hong Kong, ancora imprecise («forse»), ma comunque delle date. In questo lavorìo per farsi accettare dalla comunità internazionale va ricordato l’impegno per diminuire le emissioni inquinanti, così importanti per la buona riuscita delle Olimpiadi; il controllo di qualità su cibi, giocattoli, sciroppi, dentifrici e mangimi dopo gli scandali e gli avvelenamenti avvenuti in Cina e all’estero, che hanno rischiato di far chiudere decine di fabbriche; il varo di nuove leggi sul lavoro, che costringono le aziende (soprattutto quelle straniere) a stilare contratti, pagare straordinari, depositare liquidazioni, costituire sindacati governativi. Anche il tentativo di dialogo con il Vaticano e la serie di ordinazioni episcopali 'concordate' rientrano in questa opera di distensione a largo raggio. In dicembre si è perfino tenuto un incontro del Politburo tutto dedicato alle religioni. Per la prima volta si è parlato di esse e del personale religioso come «collaboratori» dello sviluppo cinese e non come «oppio dei popoli». La Cina sta cambiando? Sì, anche se lentamente. Il varo della legge sulla proprietà privata lo scorso anno ha messo fine al comunismo; l’entrata nella Wto (Organizzazione mondiale del commercio) rende l’economia cinese più integrata, ma anche più dipendente da quella del resto del mondo. Questo spiega la nuova sensibilità cinese verso qualità, inquinamento, salari, corruzione. All’interno della comunità internazionale Pechino si scopre forte, ma anche fragile: la crescita del prezzo del petrolio e l’inflazione galoppante (un fatto nuovo dopo oltre 11 anni) la spingono a curare di più i rapporti economici con il mondo. Dopo 20 anni di crescita selvaggia, contadini, migranti e operai rimasti poveri chiedono di godere dei benefici dello sviluppo, pena scioperi, manifestazioni, scontri. E questo spiega la premura verso le leggi sul lavoro. E le religioni? Il Partito ha ormai riconosciuto che esse costituiscono una forza sociale con cui bisogna scendere a compromessi. Dopo decenni di persecuzioni, le conversioni religiose sono in aumento e l’incubo di Pechino è l’esperienza birmana: monaci buddisti e religiosi che si mettono a capo di un movimento di protesta. Meglio dunque venire a patti. Su un punto la Cina non sta cambiando: ogni trasformazione non deve toccare la supremazia del Partito. Per questo, chiunque difende contadini, operai, cristiani, uiguri e tibetani, sottraendo potere al Partito, è condannato. Non alla morte o ai lavori forzati, come ai tempi di Mao, ma all’isolamento e agli arresti domiciliari. L’unica cosa che il resto del mondo non deve fare è coccolare la Cina, 'comprendendo' le difficoltà nell’attuare riforme. A un Paese che ha sonde spaziali e la bomba nucleare si chiede di essere adulto.


5 - NAPOLI: I RIFIUTI CHE NEW YORK CI INVIDIA
Con i soldi dell’emergenza, la Campania avrebbe potuto costruire 7 di questi impianti - LA TECNOLOGIA CHE AIUTA L'AMBIENTE
Autore: Fabio Poletti - Fonte:

Visto dall’autostrada sembra il monolite di 2001 Odissea nello spazio o una gigantesca scatola di spaghetti innalzata al cielo da un cuoco bizzarro. E invece con questo camino alto 120 metri dipinto di blu dall’architetto austriaco Jorrit Tornquist, a Brescia da dieci anni si fumano 800 mila tonnellate di rifiuti, risparmiano 150 mila tonnellate di petrolio, riscaldano 50 mila appartamenti, accendono le lampadine di 190 mila famiglie e tengono l’aria così pulita che più pulita non si può. «L’anno scorso la Columbia University ha premiato il Termoutilizzatore di Brescia come il migliore al mondo. Meglio di Malmö, Amsterdam, Vienna, Rochester... La nostra tecnologia è esportata ovunque», spiega l’ingegner Elio Tomasoni, il country manager di A2A, la società che gestisce questo impianto a meno di due chilometri dal centro della città.

A Mosca ne hanno fatto uno uguale. A Napoli non ci sono mai riusciti. A chiedergli perché, questo manager in grigio fumo circondato da aria pulita non sa darsi una spiegazione plausibile: «Per costruire un termoutilizzatore come questo ci vogliono 300 milioni di euro, un anno per il progetto, due per edificarlo. In 15 anni si ammortizzano le spese. Leggo che a Napoli per l’emergenza rifiuti negli ultimi anni hanno speso 2 miliardi di euro. Ne potevano costruire sette...». Eppure ci avevano provato a dare una mano alla Campania sommersa dai rifiuti. Ci avevano provato in ogni modo. Paolo Corsini, il sindaco Pd di Brescia lo ricorda bene: «Ho avuto contatti con Rosa Russo Iervolino, Antonio Bassolino e l’ex commissario Guido Bertolaso... Non se n’è fatto più niente. Il governo dovrebbe emettere un decreto per obbligare la costruzione di impianti come questo».

Sotto i portici di piazza della Loggia dove non c’è uno che non abbia oramai confidenza con il «Tiù» come hanno imparato a chiamarlo tutti, qualcuno si è pure preoccupato che potessero arrivare fino a qui i camion da Napoli, per smaltire le montagne di rifiuti sotto cui è seppellita la Campania. L’ingegner Tomasoni lo esclude: «L’impianto è a dimensione provinciale. E poi non servirebbe a nulla. Almeno fino a quando in Campania non si porranno obiettivi chiari». Il sindaco Corsini rilancia la palla: «I piani di soccorso in tema di smaltimento dei rifiuti sono di competenza regionale. Se vuole, si prenda la responsabilità Formigoni...».

L’improbabile e impopolare decisione del Governatore lombardo non sembra turbare la fila dei 150 camion carichi di rifiuti che ogni mattina, 365 giorni l’anno, attraversano il cancello circondato dai prati, passano sotto il rilevatore di radioattività - qui si lavora ogni tipo di scoria, tranne quelle tossiche o nocive - e scaricano la loro preziosa immondizia nelle gigantesche fosse che alimentano le tre fornaci Martin dove i rifiuti vengono inceneriti a oltre 1000 gradi. La tecnologia è Ansaldo e ABB, il camino lo hanno progettato in Germania.

I cinquanta operai che lavorano ogni turno hanno tute blu pulite. Per terra non c’è una cartaccia, sembra la Svizzera. Anche dentro gli impianti non si sentono odori sgradevoli. «Le fosse di raccolta sono in depressione atmosferica. Entra l’aria pulita, non esce quella inquinata», spiegano i tecnici davanti a questo pannello di controllo largo una parete con le lucine che brillano e la gru azionata con un doppio joystick come la playstation. Le turbine girano sotto la pressione a 70 bar dell’acqua calda a 460 gradi prodotta con il calore della combustione dei rifiuti. Dieci anni fa in città la raccolta differenziata era al 16%, oggi è al 44%. In cambio a Brescia e provincia tornano energia elettrica per 528 milioni di chilowattora e 505 milioni di energia termica. «L’impianto alimenta anche una rete di 550 chilometri di teleriscaldamento che distribuisce calore al 70% del territorio e questo ha consentito di spegnere 16 mila caldaie in altrettanti edifici», fa due conti Antonio Bonomo, il direttore dei sistemi energetici della società bresciana.

Le emissioni di diossina sono dieci volte sotto la soglia stabilita dal ministero della Sanità. E sotto sono anche tutti gli altri parametri sui fumi emessi dal camino del Termoutilizzatore. In dieci anni i limiti non sono mai stati superati. Antonio Bonomo dice che il modello di riferimento è il protocollo di Kyoto: «Le 470 mila tonnellate di anidride carbonica non emesse nell’ambiente equivalgono ad una forestazione di 15 mila ettari». Il modello Brescia certificato dalla Columbia University si impone in mezzo mondo. Il sindaco di New York Michael Bloomberg ha chiesto informazioni. Solo in Europa ci sono 400 Termoutilizzatori. In Italia ne funzionano cinquanta. Trenta al Nord. A Napoli neanche uno.


6 - IDENTITÀ DI GENERE
Cos’è l’identità? Due cose sono identiche quando sono uguali; anche in termini matematici, una identità è una uguaglianza: ciò che sta prima di “è uguale a” corrisponde a ciò che segue. L’identità della persona è ciò che risponde in maniera adeguata alla domanda “Chi sono io?”
Autore: Roberto Marchesini - Fonte:

L’identità è ciò che siamo.
Nella società tradizionale l’identità era definita dalle relazioni sociali: quale è il nostro lavoro, chi sono i nostri genitori, i nostri parenti.
Nell’epoca attuale, caratterizzata dalla cosiddetta “eclissi del sociale” e dal “ripiegamento sulla dimensione soggettiva”, l’identità è diventata problematica, perché è sempre più difficile (senza o cono scarsi riferimenti sociali) dire “chi siamo”.
Ecco perché, se porsi delle domande circa l'identità era inutile fino a qualche anno fa (tanto era scontata la risposta), ora è necessario farlo.
Chi è l'uomo? Quali conseguenze derivano dalla risposta a questa domanda? L'identità di una persona e la sua sessualità sono in qualche modo legate?
[...]
Le vertebre sono collegate tra loro; le loro giunzioni presentano una certa mobilità e presentano una curvatura naturale (lordosi e cifosi fisiologiche). Se queste curve presentano una accentuazione (ossia, se le giunzioni tra le vertebre non rispettano la naturale armonia della colonna vertebrale) abbiamo lordosi, cifosi o scoliosi patologiche, ossia ci troviamo di fronte ad una patologia della colonna vertebrale.
La stessa cosa vale per la sessualità umana: se i vari aspetti non sono collegati tra loro in maniera armonica, si hanno patologie, o disordini, o disturbi della sessualità umana.
Purtroppo, queste disturbi della sessualità umana non accadono solo per circostanze fortuite ed indesiderate; è in atto un tentativo ideologico per disarticolare le “vertebre” che costituiscono la sessualità umana.
La storia moderna potrebbe anche essere scritta come il tentativo si sovvertimento dell’ordine naturale e provvidenziale creato da Dio; nella fase attuale questo processo rivoluzionario sembra accanirsi particolarmente contro l’uomo e le sue relazioni con gli altri (con ovvie conseguenze per l'identità), facendo leva sull’orgoglio e sulla sensualità per dissolvere tutto ciò che fa riferimento ad una legge naturale.
La legge naturale è una legge universale “inscritta nel cuore di ogni uomo”, che lo precede, esiste indipendentemente da lui e che quindi deve accettare, contrariamente alle leggi “positive” (cioè “poste” dall'uomo), che possono essere create e cancellate a piacimento. Proprio perché la legge naturale non dipende dall'uomo suscita una avversione così forte da parte dell'orgoglio umano; si tratta dell'eterno inganno del maligno: “Sarete come dei”, in grado di decidere cosa è bene e cosa è male. Ossia in grado di stabilire la legge e di essere sciolti dalla legge naturale.
Poiché le leggi e l'ordine si esprimono attraverso i legami, il sovvertimento della legge naturale non agisce attraverso la negazione delle varie parti che compongono la realtà, ma dei legami che le uniscono.
Tutto ciò vale in particolar modo per ciò che riguarda la sessualità.
E’ naturale, ad esempio, che chi nasce maschio (identità sessuale) si sviluppi come uomo (identità di genere), e chi nasce femmina si sviluppi come donna. Riconosciamo la naturalità di questo sviluppo anche se accade che esistano casi in cui il sesso fenotipico sia incerto o abbia dei caratteri del sesso opposto, o se esistono persone che per ferite relazionali faticano a riconoscersi in una identità sessuale; davanti a questi fenomeni reagiamo come di fronte a chi nasce con il labbro leporino, o sviluppa con la crescita una fobia sociale. Non li consideriamo cioè fenomeni che autorizzano a pensare ad una natura diversa, o all’inesistenza di uno sviluppo naturale, ma come un problema ed un disturbo dello sviluppo naturale. Eppure la ribellione a questa legge di natura si esprime attraverso una precisa ideologia che nega questo legame.
E' altrettanto naturale – cioè conforme alla legge naturale – che l'uomo si senta sessualmente attratto dalla donna, e viceversa. Anche in questo caso, una precisa ideologia nega questo legame tra l'identità di genere e l'orientamento sessuale.
L'avversione ideologica nei confronti dei legami che uniscono le varie componenti la sessualità umana è particolarmente evidente nella separazione tra atto sessuale e procreazione. I metodi anticoncezionali, salutati con gioia del movimento femminista - perché permettevano anche alle donne di accedere ad una sessualità senza “conseguenze” (ossia senza procreazione) - hanno in realtà profondamente cambiato la visione della sessualità nel sentire comune. E’ stata creata in questo modo una nuova mentalità – che è stata definita da Giovanni Paolo II “mentalità contraccettiva” - mirante a privare l’uso liberamente scelto della propria sessualità dalle sue conseguenze procreative: sesso senza figli. Come ha osservato Giovanni Paolo II, inoltre, contraccezione ed aborto “sono molto spesso in intima relazione, come frutti di una medesima pianta”.
Qualcuno ha notato che, dopo che i metodi anticoncezionali hanno portato ad una sessualità senza concepimento, con le tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) abbiamo il concepimento senza sessualità. Diversi ginecologi già denunciano l’elevato numero di PMA inappropriati o prematuri, come ad esempio il dott. Michael Dooley: “Molte di queste coppie semplicemente non fanno sesso, o non ne fanno abbastanza; e credono che il concepimento sia diventato qualcosa di clinico: vengono qui, dicono che non hanno tempo per fare l'amore e non si preoccupano minimamente di sforzarsi un po', di cambiare il proprio stile di vita. Fanno esami, esami, esami, quando dovrebbero solamente fare sesso”.
E che dire del secondo quesito del referendario sulla legge 40, mirante ad abolire il vincolo che per accedere alla procreazione assistita le coppie debbano avere problemi di sterilità accertata? Per quale motivo si voleva liberalizzare l’accesso alla fecondazione artificiale anche alle coppie che non avevano problemi di sterilità?

Che fare?
Come reagire a questi attacchi contro l’uomo e le sue relazioni sociali?
Occorre innanzitutto (come abbiamo visto) un presupposto antropologico fondamentale, ossia l’unità dell’uomo e l’armonia delle sue parti; questa unità ed armonia valgono anche per le relazioni che l’uomo stringe con altri uomini.
C’è poi un secondo aspetto fondamentale, sottolineato dal Magistero, ed è l’atteggiamento dell’uomo nei confronti della realtà, che lo precede e lo determina. Nei confronti di questa l’uomo è tenuto ad abbandonare un atteggiamento orgoglioso e ad assumerne uno contemplativo.


7 - MITI E LEGGENDE SULLA LEGGE 194

Autore: Mario Palmaro - Fonte:

Si diffondono in questi giorni sui mass media italiani alcune leggende sulla legge 194 del 1978. Una mitologia che descrive la legge sull’aborto come una “buona legge”, una legge che deve essere ancora applicata integralmente per poterne apprezzare i notevoli aspetti positivi.
Qualcuno fornisce una ricostruzione storica davvero stupefacente, sostenendo che la 194 era nata buona e giusta, una legge non abortista, ma che poi l’insipienza degli uomini l’ha male interpretata e peggio applicata.

Valga su tutti l’intervista apparsa sul quotidiano Libero di venerdì 4 gennaio 2008, nella quale Eugenia Roccella dice fra l’altro: “Rispetto ad altre leggi internazionali, la 194 è una buona legge, che parte, non a caso, proprio dalla tutela della maternità. È una legge che non afferma mai l`aborto come un diritto (…) Non è eugenetica.” “Secondo me – prosegue sempre la Roccella - la questione non è abolire o rifare la legge, ma non tradirla, non trasformarla in un feticcio vuoto, una legge intoccabile a parole e invece violata, disapplicata e stravolta nella prassi quotidiana».

Altri ancora dichiarano che “la 194, nei suoi principi ispiratori, ha una rilevante rispondenza con le richieste del movimento delle donne e si pone come uno strumento per combattere e sconfiggere la triste piaga degli aborti clandestini. In questo senso la legge non è una legge  “abortista”: non crea, né impone l’aborto, anzi si fonda sulla sua prevenzione, valorizzando il ruolo delle strutture sanitarie pubbliche per fare della procreazione un evento cosciente e responsabile, cioè non casuale”.


E’ evidente che simili affermazioni, soprattutto se pronunciate da personalità elette a punti di riferimento del mondo cattolico e della galassia pro-life (Eugenia Roccella è editorialista di Avvenire e dell’Osservatore Romano), disorientano grandemente l’opinione pubblica.  Di fronte a questo pauroso sbandamento delle coscienze, e alla confusione alimentata da questi giudizi, sentiamo il dovere di riaffermare con forza alcuni punti fermi.


1. Il diritto di aborto. La volontà del legislatore, nel suo nucleo fondamentale, stabilisce un vero e proprio diritto d’aborto. Negato a parole e con foga dagli abortisti, esso emerge con assoluta chiarezza da una lettura seria della legge. Dal combinato disposto degli articoli 4 e 5  si ricava che nei primi tre mesi di gravidanza ogni donna può abortire a sua volontà. Nessun controllo è possibile. E’stabilito l'obbligo per il medico di rilasciare il certificato che costituisce titolo per l’esecuzione degli interventi di fronte alla semplice domanda della donna. (artt. 5, 4° comma, e 8 ultimo comma). Di fronte al diritto della donna vi è l’obbligo delle strutture pubbliche di praticare l’intervento. Perciò a ragion veduta abbiamo parlato di  “diritto” e di  “liberalizzazione”.  Nessun limite esiste nei primi tre mesi di gravidanza. A dimostrazione di ciò sta il fatto che i difensori della ‘buona legge’ in trent’anni non hanno mandato in galera neppure un ‘trasgressore’.

2. Una legge abortista. Il giudizio morale negativo sulla legge abortista italiana risulta anche dai seguenti elementi: a) l’aberrante facoltà attribuita alla libertà della donna di decidere in termini unicamente individualistici, al di fuori e contro ogni responsabilità verso il  “diritto “  del nascituro; b)  l’individualismo esasperato che ispira la legge abortista risulta ancor più grave dal fatto di essere riconosciuto dallo Stato, il quale a sua volta costringe tutti i cittadini, anche quelli dichiaratamente contrari all’aborto, a dare un qualche contributo.

3. Non possiamo rassegnarci. Perciò ogni convinto difensore dell’uomo, ogni comunità di accoglienza, non può rassegnarsi di fronte ad una legge che tradisce così profondamente i valori su cui tutto l’ordinamento giuridico poggia. Di conseguenza l’obiettivo di eliminare la legge abortista o di trasformarla mutandone radicalmente la intrinseca struttura, deve proporsi come espressione di amore per l’uomo e non come sterile e puramente teorica contrapposizione ideologica.

4. L’aborto legale è intollerabile. L’applicazione del principio della tolleranza civile all’aborto legalizzato è illegittima e inaccettabile perché lo Stato non è la fonte originaria dei diritti nativi ed inalienabili della persona, né il creatore e l’arbitro assoluto di questi stessi diritti.

5. L’aborto legale minaccia l’intero sistema giuridico. Quando autorizza l’aborto, lo Stato contraddice radicalmente il senso stesso della sua presenza e compromette in modo gravissimo l’intero ordinamento giuridico, perché introduce in esso il principio che legittima la violenza contro l’innocente indifeso. Da:  “La comunità cristiana e l’accoglienza della vita umana nascente”.

6. Il compito di ogni politico di buona volontà. Il compito di ogni politico di buona volontà non è quello di “far applicare una legge ingiusta”, ma di richiamare, con coraggio e con metodi democratici, il dovere di rispettare la vita umana sin dal suo inizio, denunciando di conseguenza l'iniquità della legge abortista. Il buon politico ha il dovere di operare una lettura critica dell’attuale normativa sull’aborto: senza trascurare i limitatissimi elementi positivi, si dovranno rilevare le profonde contraddizioni che essa presenta con la Costituzione e all’interno dei suoi stessi articoli.


In conclusione: il Comitato Verità e Vita riafferma con forza che nessun miglioramento alla situazione italiana in materia di aborto è possibile se non si parte dal rispetto della verità. La 194 è una legge gravemente ingiusta. Lo è in maniera assoluta e intrinseca. La 194 è stata voluta dalla cultura abortista, difesa dalla cultura abortista, e ha ottenuto una perfetta coerenza tra obiettivi e risultati: i 5 milioni di bambini uccisi in nome di quella legge non sono stati un incidente di percorso, ma una tragica conseguenza del principio di autodeterminazione della donna. Alle vittime innocenti va aggiunto quell’autentico disastro educativo e culturale che è sotto i nostri occhi. Al punto che in questi giorni anche alcuni di coloro che stanno (o dovrebbero stare)  dalla parte della vita affermano che “l’ultima decisione  sulla vita del concepito deve comunque sempre spettare alla donna”. Che è, in estrema sintesi, la summa ideologica dell’abortismo di sempre.

Il senso di realtà ci dice che anche una sola vita innocente salvata ha un valore incommensurabile. Per questo motivo, Verità e Vita approva ogni azione che aiuti concretamente la vita a nascere, pur in vigenza di una legge omicida. Ma il prezzo per questa attività di “salvataggio” non può consistere nel colpevole e complice silenzio sulla legge abortista, o addirittura nella trasformazione della condanna sulla legge 194 in un giudizio benevolo.

Se durante la follia nazista ci avessero dato la possibilità di metterci fuori dai cancelli di Auschwitz per salvare qualche vita umana, sarebbe stato nostro dovere farlo. Ma non avremmo mai potuto trasformare il nostro giudizio su quel luogo di orrore, magari affermando che – tutto sommato – “nel loro genere quei lager erano i migliori al mondo”


8 - PAPA IN TV, MENO FRETTA E MAGGIORE RISPETTO

Autore: Paolo Mosca - Fonte:

All’Angelus del Papa, la domenica, RaiUno concede dieci minuti: un istante dopo la benedizione, la linea torna nello studio di 'A sua immagine'. Chi vuole ascoltare le parole che Benedetto XVI aggiunge sempre per i fedeli della piazza, deve sintonizzarsi su Sat 2000. Ogni volta che la Rai stacca frettolosamente la linea con quella finestra santa, ammetto che ci rimango male, e come me penso tanti telespettatori. Lui, il vicario di Cristo in terra, accetta umilmente la regola del palinsesto, e noi perdiamo un po’ del suo sorriso, dei suoi affettuosi saluti a quei gruppi con striscioni e bandiere arrivati da tutto il mondo, che scandiscono il suo nome. Parentesi: perché tanta precisione nel collegamento del dopo Angelus, e perché decine di trasmissioni discutibili, se non gratuite, possono 'sforare' di un quarto d’ora? Ma queste è una delle tante, piccole ingiustizie che subisce il nostro Pontefice.
  Ecco, per il 2008, io mi auguro un maggiore rispetto (da parte dei programmatori in testa) per le apparizioni televisive del Papa.
  Ogni sua parola, da quella storica finestra di mezzogiorno, vale infatti oro per le anime più semplici: quelle dei malati, degli anziani, di creature sparse nei paesi più sfortunati.
  Restare collegati altri dieci minuti, credo che non sconvolgerebbe gli equilibri dei palinsesti domenicali. E sarebbe una risposta, significativa, a tutti quei comici che con superficialità e incoscienza, invitano il pubblico a ironizzare sulla figura di Benedetto XVI. Anni fa, costoro si limitavano a imitare le voci dei Pontefici: ricordate Alfredo Papa o Massimo Lopez, o lo stesso Noschese? Quello che accade oggi, ai nostri padri, sembra giustamente un eccesso di cattivo gusto.
  Seconda parentesi: rivedo il mio di padre, Giovanni, umorista che per cinquant’anni ha inventato una vignetta al giorno. Non ha mai ironizzato, in una sola battuta o in suo disegno, sulla figura del Papa. «Lo faccio anche per riguardo a vostra madre, che ha studiato dalle suore», diceva a noi quattro figli: ma secondo me era un tenero alibi di cattolico. Torno alla tv di oggi: ironia e molto di più, l’abbiamo trovata in trasmissioni di prima serata, e anche radiofoniche, dove si è tentato di graffiare o macchiare la veste candida di questo dolcissimo Papa. In 'Crozza Italia' il comico Maurizio lo imitava come una figura nevrotica dalla gestualità di un clown, cosparso di pietre preziose. Invenzioni decisamente fuori tema, inaccettabili. E Daniele Luttazzi?
  Sospeso il suo 'Decameron' (ufficialmente per un attacco a Giuliano Ferrara) da La7, costui insiste nella presa in giro di Ratzinger al teatro Ambra Jovinelli.
  Lo chiama Papa Razzi, e si permette di offendere l’ultima illuminata enciclica 'Spe Salvi': il Papa scrive che la scienza non avrà futuro senza la fede? E allora, da domani, niente antibiotici per lui. Fino all’insospettabile Fiorello, alla radio, che annuncia: «Per prepararsi a un viaggio in Turchia, il Papa fuma tre pacchetti di sigarette al giorno, come un turco». Che malinconia. E soprattutto quanta vigliaccheria: perché pugnalarlo alla schiena? Certo, costoro trovano consensi in una minoranza di disperati, e c’è persino chi paga profumatamente le esibizioni blasfeme: ma non vorrei essere nei loro cuori, e nelle loro anime, quando la sera spengono la luce e fanno un bilancio delle performance antipapali. Sfidare la figura di Benedetto XVI era il loro obiettivo professionale? Infierire contro Cristo in terra?
Nato volontariamente povero tra i poveri, finito sulla croce per salvare onesti e ladroni. Ma sì, per salvare anche loro: creature presuntuose, accecate da un applauso, una risata e un assegno con tanti zeri.


9 - LA LEGGE NATURALE SUPERATA? NO, DÀ SOSTANZA AI DIRITTI UMANI

Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte:

Nel corso di questo 2008 cade il 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Ben prima del 10 dicembre, giorno in cui venne siglata, questa ricorrenza susciterà dibattiti, convegni e rievocazioni. Ora, è l’esistenza di simili diritti che può giustificare processi come quello di Norimberga (a prescindere dai loro, talvolta, discutibili svolgimenti). Ma qual è il fondamento dei diritti umani? A quale titolo si può processare per crimini contro l’umanità chi (come fecero, per esempio, i nazisti), agisce secondo la legge del suo paese? Chi stabilisce quali sono i crimini contro l’umanità? La maggioranza? No, perché la maggioranza può avere torto: non dimentichiamo che Hitler è stato eletto democraticamente dai suoi connazionali, che conoscevano in gran parte le sue idee criminali.

Benedetto XVI ha insistito molte volte: il fondamento dei diritti umani risiede nella legge naturale, che è l’insieme di quei princîpi morali immutabili (non schiavizzare, non commettere atti pedofili, non assassinare, ecc.) che valgono per tutti gli uomini di tutti tempi. L’uomo è in grado con la sua ragione di apprendere questi princîpi, come testimonia una certa convergenza tra questi princîpi e il Codice babilonese di Hammurabi, o la ricorrenza di molti princîpi morali in culture molto diverse (cinese, indiana, cristiana, greca, sassone, norvegese, ecc.) che, per esempio, C.S. Lewis ha documentato (ne L’abolizione dell’uomo). Non sempre però l’uomo riesce ad apprenderli: ad esempio, il mondo antico praticava la schiavitù senza remore. Ma anche se la maggioranza o un’intera cultura ritiene giusto, per esempio, sterminare un popolo (quello armeno, quello ebraico, ecc.), questi atti restano malvagi anche se ammessi dalle leggi di uno Stato. Come ha detto il Papa, “ogni ordinamento giuridico […] trae ultimamente la sua legittimità dal radicamento nella legge naturale, nel messaggio etico iscritto nello stesso essere umano” (13 febbraio 2007).

Ora, la legge naturale non è un tema dei  cristiani in quanto credenti, come talvolta si dice, tanto è vero che è stata trattata da autori non cristiani, come - per fare solo pochi esempi - Sofocle, Aristotele e Cicerone. La sua trattazione non è neanche solo classico-medievale, perché c’è una sua declinazione moderna, per esempio in Locke e (in un certo senso) in Kant.

Sappiamo bene che la teoria della legge naturale ha ricevuto molte critiche ed è poco condivisa. Di più, per Benedetto XVI, “spesso il dibattito internazionale […] pare ritenere, come unica garanzia di una convivenza pacifica tra i popoli, il negare cittadinanza alla verità sull’uomo e sulla sua dignità nonché alla possibilità di un agire etico fondato sul riconoscimento della legge morale naturale” (1 dicembre). Ma se una tale legge non esiste, come ha detto il Papa, “la norma giuridica […] resta in balia di fragili e provvisori consensi” (messaggio per il 1 gennaio 2008).

Le formulazioni esistenti della legge naturale potranno forse non soddisfarci ed essere magari bisognose di chiarimenti (a partire dalla nozione di “natura umana”, spesso travisata dai critici), ripensamenti o rigorizzazioni. Se le cose stanno così, sia questo il tema dei dibattiti nel corso di questi mesi. L’importante è che si sia consapevoli della necessità di rilanciarla, perché essa è “la vera garanzia offerta ad ognuno per vivere libero e rispettato nella sua dignità, e difeso da ogni manipolazione ideologica e da ogni arbitrio e sopruso del più forte”.


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