BastaBugie n°49 del 26 settembre 2008

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1 IL TESTAMENTO BIOLOGICO? UNA FREGATURA

Autore: Renzo Puccetti - Fonte: fonte non disponibile
2 LE BUFALE ECOLOGISTE SUI TG, PROPINATE COME VERE!
Ai tg piacciono piu' gli orsi dei cristiani.
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: fonte non disponibile
3 VIAREGGIO: FUMA NEL RAMADAN, ACCOLTELLATO 16 ENNE
Due ragazzi marocchini hanno aggredito nelle vie cittadine un coetaneo tunisino che è finito in ospedale
Autore: Giulio Isola - Fonte: fonte non disponibile
4 L'AUTOBIOGRAFIA SEGRETA DI PADRE PIO
A 40 anni dalla morte di Padre Pio, un verbale inedito conferma la sua santita'. Il Sant'Uffizio disse: sono vere stimmate.
Autore: Riccardo Caniato - Fonte: fonte non disponibile
5 LEGGE SULL'ABORTO È SBAGLIATA: SCIENTIFICAMENTE PARLANDO!
«Salute psichica» della donna: solo un alibi?
Autore: Carlo Bellieni - Fonte: fonte non disponibile
6 RUSSIA 1: I DIFFICILI CONTI CON LA PROPRIA STORIA
Lo scrittore Solzhenitsyn è stato sepolto per sua volontà nel luogo in cui furono cremate migliaia di vittime del terrore comunista
Autore: Giovanni Bensi - Fonte: fonte non disponibile
7 RUSSIA 2: A SCUOLA SI CELEBRA SOLZHENITSYN, MA SI ASSOLVE STALIN

Autore: Giovanni Bensi - Fonte: fonte non disponibile
8 UNIVERSITÀ EUROPEA DI ROMA: FORMIAMO PERSONE, PREPARIAMO PROFESSIONISTI

Fonte: Università Europea di Roma

1 - IL TESTAMENTO BIOLOGICO? UNA FREGATURA

Autore: Renzo Puccetti - Fonte: fonte non disponibile, 8 settembre 2008

Chi ha un po’ di dimestichezza sa che cosa sia una battuta di caccia. I battitori fanno rumore e spingono la preda dove sono appostati altri cacciatori. L’animale, credendo di mettersi in salvo finisce per andare incontro al suo ultimo destino. Così fanno da oltre trent’anni i radicali. Propagandano cifre inventate, denunciano emergenze che non ci sono, usano i casi pietosi e spaventano usando con indiscussa perizia le compiacenti sentenze della magistratura.

La società risulta così talmente allarmata da pensare di salvarsi attraverso il sentiero legislativo, la regolamentazione delle procedure limitata ai pochi casi eccezionali. Persino cattolici di eccezionale qualità culturale sembrano ogni volta cascare nel tranello dei battitori radicali, entrati in azione allora per l’aborto, oggi per l’eutanasia.
Si pensa che la soluzione stia nel legiferare sul testamento biologico; errore, il testamento biologico non è la via di salvezza, è il cavallo di Troia per introdurre l’eutanasia.
Nella scorsa legislazione la commissione giustizia, relatore fu il magistrato del PD Felice Casson, emise il parere secondo cui il medico che nell’adempimento delle volontà espresse nel testamento biologico avesse commesso un illecito penale, non sarebbe stato imputabile. Se quindi nel testamento biologico fosse scritto: “in certe condizioni, ammazzatemi” il medico che seguisse tale direttiva avrebbe l’immunità.
Si dice che la sentenza della Cassazione ha già introdotto il testamento biologico in una delle sue forme più deleterie, quella del testamento biologico presunto, per cui tanto varrebbe fare una legge per almeno legittimarne soltanto la forma scritta. Mi permetto di dissentire per questi tre motivi: le sentenze hanno validità solo per il caso specifico, l’effetto pedagogico derivante dalla legge ha portata enormemente superiore. La partita giudiziaria non è ancora conclusa. La magistratura politicizzata e creativa non si farebbe scrupolo di escogitare interpretazioni estese del testo legislativo.
A queste considerazioni si potrebbe giustamente ribattere che non è facile trovare una risposta nella situazione attuale. Giusto, mi limito ad indicare quella che personalmente ritengo sempre sia la strada migliore: la verità. La verità è che il testamento biologico è un pessimo strumento per assicurare l’autonomia del paziente all’interno del pessimo contrattualismo medico.
Solo per citare qualche semplice dato. Secondo lo studio Ethicus che ha riguardato le rianimazioni europee, il testamento biologico ha guidato il comportamento del medico in solo un caso su cento. Nello studio Support, condotto su quasi cinquemila pazienti ricoverati per grave malattia in cinque grandi ospedali americani, le direttive del paziente sono risultate appropriate alla situazione clinica soltanto in 22 casi e sono state seguite in nove).
Su oltre mille pazienti londinesi solo la metà riconosce la differenza tra infarto miocardico e arresto cardiaco. In uno studio condotto dai medici dell’Università Pittsburgh nessun paziente, dopo averne parlato col medico, aveva capito bene che cosa fosse la ventilazione meccanica. In USA il tempo dedicato dai medici a discutere coi loro pazienti del testamento biologico è di 5,6 minuti. Eppure in queste condizioni si presumerebbe che il paziente decidesse dei trattamenti da applicare in scenari futuri, ipotecando così la propria vita.
È stato recentemente pubblicato uno studio che mette in guardia dal testamento biologico: coloro che ne avevano compilato uno hanno ricevuto con maggiore probabilità trattamenti non corrispondenti alle migliori cure per l’infarto. È dimostrato che i pazienti cambiano opinione sui trattamenti che intenderebbero ricevere già dopo quattro mesi, ma la maggior parte di questi non si rende neppure conto che ha cambiato opinione, per cui non pensa di dovere modificare il proprio testamento biologico. Non è un caso che dopo trent’anni dalla loro promulgazione in America sulla rivista dell’Hastings Center sia stata pubblicata una revisione dal titolo assai eloquente: “Basta, il fallimento del testamento biologico”.
Chi davvero sta a contatto dei pazienti e dei familiari sa bene che costoro chiedono di potere avere fiducia in medici capaci di meritarla, professionisti in grado di esercitare le virtù del buon medico, che si aprono alla persona malata con coscienza retta e debitamente formata. L’incontro tra una fiducia e una coscienza, è questa l’espressione con cui la relazione personale tra medico e paziente è stata definita nella carta degli operatori sanitari. Se come medici sapremo parlare al cuore e alla mente dei colleghi, dei pazienti, dei familiari, se sapremo fare diventare vita questa espressione, se con professionalità e dignità ci disporremo al confronto con le istituzioni, sono convinto che tanta carta verrà risparmiata, i cacciatori rimarranno a stomaco vuoto, ma soprattutto tante sofferenze inutili potranno essere evitate e tanto bene sarà fatto.

Fonte: fonte non disponibile, 8 settembre 2008

2 - LE BUFALE ECOLOGISTE SUI TG, PROPINATE COME VERE!
Ai tg piacciono piu' gli orsi dei cristiani.
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: fonte non disponibile, 10-9-2008

A quanti, seguendo i TG serali, si sono preoccupati nei giorni scorsi per la sorte di nove orsi polari farà sicuramente bene sapere che si trattava della ormai solita bufala ecologista. L’ha smascherata il sito SVIPOP (http://www.svipop.org/sezioniTematicheArticolo.php?idArt=368) con una ricostruzione puntuale dei fatti: si è partiti da un casuale – e unico - avvistamento a metà agosto da parte di un aereo governativo americano che era in zona per tutt’altro, per costruirci poi un romanzo che è andato arricchendosi via via di dettagli e ipotesi fantasiose senza alcun riscontro reale. Per quanto ne sappiamo, dunque, quegli orsi probabilmente stavano tranquillamente nuotando per fatti loro come è normale che facciano.
La cosa che però qui ci interessa maggiormente è il fatto che le redazioni RAI e Mediaset avevano tutta la possibilità di verificare la fondatezza o meno della notizia, ma hanno preferito spararla così, evidentemente hanno ritenuto che queste notizie aumentano  gli ascolti. Senonché proprio negli stessi giorni – come abbiamo ricordato in una precedente notizia – nello stato indiano dell’Orissa si è registrata un’ondata di violenze contro i cristiani che ha provocato dai 50 ai 100 morti (a seconda delle fonti) e decine di migliaia di sfollati. E di questo TG1 e TG5  hanno preferito non dare conto. Peraltro la situazione nell’Orissa e in altri stati indiani è da anni critica per i cristiani, non si tratta perciò di un episodio isolato, e meriterebbe perciò qualche approfondimento.
Dunque di fronte a due notizie – una drammaticamente vera, che coinvolge decine di migliaia di esseri umani, e una già “fortemente sospetta” e poi rivelatasi clamorosamente falsa, con nove orsi protagonisti – i due più importanti TG della sera hanno scelto di dare ampio risalto soltanto alla seconda (il fenomeno è vero anche per i maggiori quotidiani, ma la tv ha chiaramente un impatto ben diverso). La cosa dimostra che nelle notizie c’è una vera e propria gerarchia, condivisa sia dalle direzioni dei principali TG sia dal pubblico che li segue: la sorte degli animali è più importante della sorte degli esseri umani (anche la notizia degli orsi fosse stata vera, nove plantigradi contano più di decine di migliaia di uomini indiani); tra gli esseri umani poi, i cristiani sono in fondo alla graduatoria: pochi giorni prima la denuncia delle violenze sulla popolazione tibetana ha avuto ben altro risalto, mentre dei cristiani cinesi che soffrono uguale persecuzione nessuno ne parla e a loro nessuno dedica medaglie olimpiche.
Ma soprattutto dobbiamo notare che ormai anche nei TG dilaga la fiction, che ha preso il posto della realtà. Così una mega-bufala come quella degli orsi toglie lo spazio ad eventi reali come la persecuzione in India, non ultimo perché fa più spettacolo. Dobbiamo perciò abituarci a guardare ai canali informativi principali come a un’ulteriore forma di spettacolo, che non solo non ci informa veramente ma ci “distrae” dalla realtà.
Anche questo è un effetto della secolarizzazione, della perdita dell’identità cattolica. Il cristianesimo è l’unica religione che guarda alla realtà in modo positivo, perché la realtà è segno di Cristo. La realtà va dunque affrontata e vissuta per quello che è. Ma quando si perde questo significato la realtà diventa inconoscibile, fa paura. Allora ci si crea una realtà a propria immagine o ad uso e consumo del potere dominante. E’ bene prenderne chiaramente coscienza per non lasciarci ridurre in schiavitù, e tornare protagonisti nel mondo.

Fonte: fonte non disponibile, 10-9-2008

3 - VIAREGGIO: FUMA NEL RAMADAN, ACCOLTELLATO 16 ENNE
Due ragazzi marocchini hanno aggredito nelle vie cittadine un coetaneo tunisino che è finito in ospedale
Autore: Giulio Isola - Fonte: fonte non disponibile, 18-09-2008

L’hanno sorpreso per le strade di Viareggio a fumare in pieno Ramadan e non gliel’hanno perdonata.
  Così due marocchini, residenti in città, uno quindicenne e l’altro sedicenne, hanno sferrato una coltellata al viso di un coetaneo tunisino. Il ragazzo, studente come i due aggressori, è stato curato all’ospedale “ Versilia” con 15 punti di sutura. Gli aggressori sono stati arrestati in flagranza di reato dai carabinieri, con l’accusa di lesioni personali e porto abusivo d’arma. Avevano con sé un coltello a serramanico lungo 15 centimetri, di cui sette di lama, che è stato trovato dopo un’accurata ricerca. I due sono stati affidati ai rispettivi genitori dal Tribunale dei Minori di Firenze.
  Si moltiplicano, dunque, gli episodi di intolleranza nelle nostre città, dove basta un pretesto, una parola di troppo per scatenare la violenza. La vicenda ha avuto il suo epilogo sulla spiaggia tre giorni fa, ma soltanto ora se ne è avuta notizia.
  Secondo una ricostruzione dei fatti, tra i ragazzi è nata una discussione piuttosto animata nel corso della quale i due marocchini hanno intimato all’altro giovane di smettere di fumare. Sarebbero partite anche delle minacce.
  Tuttavia, in un primo momento il gruppetto si è diviso e i ragazzi si sono spostati sul lungomare.
  Poco più tardi, però, si sono incontrati di nuovo ed è maturata l’aggressione. I due marocchini hanno nuovamente apostrofato l’altro adolescente, poi uno dei due ha estratto un coltello per vibrare un colpo diretto al volto del sedicenne il quale, per fortuna, è riuscito in parte a schivarlo, subendo una ferita alla guancia destra.
  L’ intervento dei carabinieri ha permesso di identificare i responsabili dell’aggressione e di ricostruire quanto era successo tra i ragazzi.
  I giovani, che frequentano tutti regolarmente la moschea, fanno parte di famiglie perfettamente integrate nella comunità viareggina e non hanno mai dato problemi. I genitori lavorano e loro avevano appena iniziato l’anno scolastico, come tanti altri giovani.
  Vestivano abiti occidentali e si accingevano a fare una passeggiata, come molte altre persone.

Fonte: fonte non disponibile, 18-09-2008

4 - L'AUTOBIOGRAFIA SEGRETA DI PADRE PIO
A 40 anni dalla morte di Padre Pio, un verbale inedito conferma la sua santita'. Il Sant'Uffizio disse: sono vere stimmate.
Autore: Riccardo Caniato - Fonte: fonte non disponibile, 10-9-2008

«Davanti a me Visitatore Apostolico, nel Convento dei Minori Cappuccini, si è presentato, chiamato, il Reverendo Padre Pio da Pietrelcina, il quale, al tocco dei Santi Evangeli prestato il giuramento di dire la verità, depose e rispose come segue: “Mi chiamo Padre Pio da Pietrelcina, al secolo Francesco Forgione, di Orazio, di anni 34 compiti. Mi trovo in questo Convento dal Settembre 1916…”». È il 15 giugno 1921, sono le ore 17, il santo del Gargano è messo sotto torchio. Davanti a lui siede un sacerdote di 44 anni, austero nel portamento, asciutto nel parlare, rigoroso nel porre le domande: è Mons. Raffaello Carlo Rossi, vescovo di Volterra, inviato dal Sant’Uffizio per inquisire il frate delle stimmate.
«Un film lungo una settimana».
L’ecclesiastico si presenta al portone di Santa Maria delle Grazie il 14 giugno; con ogni probabilità senza croce pettorale e zucchetto, a salvaguardia della segretezza della missione. Vi si intrattiene per otto giorni, mettendo a verbale le dichiarazioni non solo di Padre Pio, ma anche dei suoi confratelli, compresi il Padre Provinciale, Pietro da Ischitella, e il superiore del convento, Padre Lorenzo da San Marco in Lamis. Quindi, nella parrocchia di San Giovanni Rotondo, fa deporre più volte il parroco e il viceparroco. Al tempo stesso compie un’accurata indagine sulle stimmate. A tutti impone, mediante giuramento, di dire la verità e di mantenere anche in futuro il più completo riserbo. E il segreto è durato fino a oggi, allorché l’indagine riemerge dagli archivi segreti vaticani, pubblicata per intero nel volume Padre Pio sotto inchiesta, Edizioni Ares, a cura di Francesco Castelli, con prefazione di Vittorio Messori (pp. 328, euro 14).
Si dipana qui, come in un film, una settimana della vita del frate, in ogni suo aspetto anche domestico, come la passione per la birra prodotta da un amico, l’unica che riusciva a digerire. Ne traiamo un Padre Pio simpatico, di forte temperamento, allegro. Non certo un mistico appartato, piuttosto un religioso particolarmente attento ai doveri comunitari, come i servizi, ma anche lo stare in compagnia.
Per la sua discrezione il Convento di San Giovanni Rotondo finisce per vivere con naturalezza le cose fuori dal comune che riguardano Padre Pio e che pure prendono corpo nelle testimonianze del Provinciale, del Superiore, di Padre Ignazio…, come le febbri a 48°, il profumo, le bilocazioni, i rumori notturni causati dal demonio, le fuoriuscite di sangue dalle stimmate, le grazie. È su questi aspetti, naturalmente, che si concentra l’attenzione dell’inquisitore che incalza prima i confratelli, poi, in sei successive deposizioni lo stesso Padre Pio.
Il santo che, per umiltà, eviterebbe volentieri di parlare di sé, dinanzi all’autorità del Papa, che Rossi incarna, non può sottrarsi: il documento contiene 142 risposte dettagliate, una nuova, imprescindibile fonte autobiografica. Non mancano rivelazioni sorprendenti.
«Ti associo alla mia Passione».
Fino a oggi risultava che Padre Pio, pudicamente, ritenendosi indegno dei suoi straordinari carismi e soprattutto delle stimmate, aveva dichiarato a voce e per iscritto che le piaghe gli furono inferte da «un personaggio misterioso». Ma chiamato a rispondere sul Vangelo, egli rivela per la prima volta l’identità di colui che lo ha stimmatizzato. È il 15 giugno 1921, poco dopo le 17, ecco il racconto raccolto dal Visitatore: «Il 20 Settembre 1918 dopo la celebrazione della Messa trattenendomi a fare il dovuto ringraziamento nel Coro tutt’ad un tratto fui preso da un forte tremore, poi subentrò la calma e vidi Nostro Signore in atteggiamento di chi sta in croce, ma non mi ha colpito se avesse la Croce, lamentandosi della mala corrispondenza degli uomini, specie di coloro consacrati a Lui e più da lui favoriti. Di qui si manifestava che lui soffriva e che desiderava di associare delle anime alla sua Passione. M’invitava a compenetrarmi dei suoi dolori e a meditarli: nello stesso tempo occuparmi per la salute dei fratelli. In seguito a questo mi sentii pieno di compassione per i dolori del Signore e chiedevo a lui che cosa potevo fare. Udii questa voce: “Ti associo alla mia Passione”. E in seguito a questo, scomparsa la visione, sono entrato in me, mi son dato ragione e ho visto questi segni qui, dai quali gocciolava il sangue. Prima nulla avevo».
Dopo queste dichiarazioni Mons. Rossi effettuerà personalmente una ricognizione sulle stimmate di Padre Pio, di cui non si aveva notizia e che risulta apportatrice di grandi novità, specialmente per quanto concerne la forma della ferita sul costato e la presunta sesta piaga della spalla. Il cappuccino nega di portare questo segno che sarebbe causato dal peso della croce; a precisa domanda, se abbia «per la persona, nel petto, nel dorso, altri segni simili [alle stimmate]» risponde: «No, mai avuti».
Il profumo, le stimmate, la febbre a 48°.
Ben sapendo che i detrattori di Padre Pio ipotizzano che generi artificialmente le ferite e il profumo che emana dal suo corpo, Mons. Rossi, la sera del 15 giugno perquisisce a sorpresa la sua cella per cercare medicine, strumenti e lozioni che possano spiegare umanamente questi fatti. Invano. Non pago, interroga a bruciapelo il santo sul profumo. «Non so che rispondere», risponde ingenuamente: «L’ho sentito anch’io da persone che son venute a baciarmi la mano. Per parte mia non so: in cella non ho che il sapone». Il vescovo sa che ha detto la verità.
Molto toccante un passo in cui Padre Pio dà conto sul dolore fisico causato dalle stimmate e dalle ipertermie a cui è soggetto. Il frate dichiara che le piaghe «arrossate», che «gocciolavano un poco di sangue» si manifestarono nel «1911-1912, i primi anni del sacerdozio» e che già da prima «sentivo dei dolori in quelle medesime parti». Questi allora vuol vederci più chiaro sulla sofferenza cui è sottoposto: «Quale effetto risente da queste stimmate?», gli chiede. «Dolore, sempre, specialmente in alcuni giorni quando emettono sangue. Il dolore è più o meno acuto: in alcuni momenti non posso reggere». «E che cosa dice della temperatura arrivata talora a 48º?», lo incalza Mons. Rossi. «È vero, e questo avviene quando mi sento male… Credo sia più male morale che fisico». «Quali effetti sperimenta, che cosa sente?». Padre Pio riflette qualche istante, poi spiega: «Affetti interni, la considerazione, qualche rappresentazione del Signore. Come in una fornace, mantenendo sempre la conoscenza». A volte, esausto per la febbre, il santo implorava: «Le fiamme mi divorano, datemi dell’acqua gelata». Fra emozioni estatiche e ostilità demoniache il suo fisico viveva dimensioni fuori dal normale.
In due luoghi contemporaneamente.
Per non dire di quando era chiamato a «sdoppiarsi» nelle bilocazioni. Interrogato su questo fenomeno Padre Pio risponde: «Io non so come sia, né di che natura la cosa, né molto meno ci do peso, ma mi è occorso di aver presente questa o quell’altra persona, questo luogo o quell’altro luogo; non so se la mente si sia trasportata lì, o qualche rappresentazione del luogo o della persona si sia presentata a me, non so se col corpo o senza il corpo io sia stato presente». Il vescovo vuol sapere se sia consapevole dell’inizio di questo stato e del rientrare nello stato normale. Il santo sottolinea che «ordinariamente» questi fenomeni avvengono durante la preghiera: «La mia attenzione era rivolta all’orazione prima e poi a questa rappresentanza: poi mi ritrovavo senz’altro come prima».
Incuriosito, Mons. Rossi domanda di fatti particolari: Padre Pio, dichiarando che è la prima volta a parlarne apertamente, racconta: «Una volta mi son trovato vicino al letto di un’ammalata: Signora Maria di San Giovanni Rotondo, di notte; ero in Convento; credo che stavo pregando. Sarà più di un anno. Le rivolsi parole di conforto: Lei pregava che avessi pregato per la sua guarigione. Questo la sostanza. Di particolare non conoscevo questa persona; mi era stata raccomandata». La donna guarì. Un altro caso: «Un uomo mi si è presentato o io mi son presentato a lui, a Torre Maggiore – io ero in Convento – e l’ho ripreso e rimproverato i suoi vizi, esortandolo a convertirsi, e poi in seguito quest’uomo è venuto anche qui».
Il giudizio.
Il Visitatore Apostolico rileva a questo punto la discrezione del cappuccino riguardo alle persone coinvolte e annota: «Padre Pio non dice il nome per riguardo». Partito per sua stessa ammissione prevenuto, incontro dopo incontro rimase colpito dal giovane frate del Gargano e, riferendo alla Santa Sede, chiuderà la relazione indicando questo profilo: «Padre Pio è un buon religioso, esemplare, esercitato nella pratica delle virtù, dato alla pietà ed elevato forse nei gradi di orazione più di quello che non sembri all’esterno; risplendente in particolar modo per una sentita umiltà e per una singolare semplicità che non son venute meno neppure nei momenti più gravi, nei quali queste virtù furono messe per lui a prova veramente grave e pericolosa». Nel 1921, il Sant’Uffizio Padre Pio lo aveva già fatto santo.

Fonte: fonte non disponibile, 10-9-2008

5 - LEGGE SULL'ABORTO È SBAGLIATA: SCIENTIFICAMENTE PARLANDO!
«Salute psichica» della donna: solo un alibi?
Autore: Carlo Bellieni - Fonte: fonte non disponibile, 18-09-2008

Una conferma alle critiche verso la mentalità e la prassi pro-aborto arriva in modo inaspettato da un’autorevole fonte scientifica. Sollecitata dalle critiche che nascono dal mondo scientifico, l’American Academy of Psychiatry (Aap) ha compiuto un’indagine per capire se i riscontri di esiti negativi dell’aborto sulla salute mentale femminile sono reali oppure semplicemente sporadici.
  Evidentemente tanto sporadici non devono essere se, per esempio, nello Stato del Sud Dakota per legge si deve spiegare alla donna che vuole abortire che questo può comportare dei rischi psicologici per lei stessa, o se nel 2006 il Journal of Youth & Adolescence riportava che abortire è un rischio per la salute mentale. Tuttavia l’Aap ha esaminato ben 50 studi scientifici e ha concluso «rassicurando» che, come riporta la rivista Lancet, «tra le donne adulte che hanno una gravidanza non programmata, il rischio di problemi mentali non è maggiore se abortiscono o se portano a termine la gravidanza».
  Altro che «rassicurazione»! In realtà questo è un gol incassato da chi sostiene che abortire va nell’interesse delle donne.
  Proprio così: non abortire ha un effetto sulla salute mentale della donna paragonabile a scegliere l’aborto. Ma non ci avevano detto che la donna può abortire esclusivamente per salvaguardare la propria salute? Proprio su questo si basa la legge 194. E se i maggiori centri di ricerca del mondo ci dicono che invece far nascere non è un rischio per la salute della mamma, tutto l’impianto di questa legge finirebbe per crollare.
E’ un fatto epocale, a ben vedere, perché mostra che l’aborto non è una soluzione nell’interesse della salute della donna, ma piuttosto una scelta presa più per la paura e la solitudine che per un motivo oggettivo. C’era sempre sembrato strano che abortire fosse una sorta di terapia, e qui trova conferma il dubbio: abortire non cura nessuno. D’altronde, chi non ha mai trovato strano che, se l’aborto è una «terapia» per preservare la «salute» della mamma, esso sia l’unico caso in tutta la medicina in cui il (la) paziente si auto-diagnostica la malattia e si auto-prescrive il rimedio? Questo vale per gli aborti fatti nel primo trimestre di gravidanza, ma ci farebbe piacere conoscere (e il Ministero dovrebbe adoperarsi per farcelo sapere) in che percentuale questa capacità auto-diagnostica è confermata dagli esperti in caso di aborto tardivo: ovvero quanti sono i casi in cui lo psichiatra, a fronte della «auto-diagnosi» di rischio per la salute fatta dalla donna, dice che questa diagnosi non è esatta.
  Non sono cose da poco, perché se la 194 viene definita intoccabile, è pur vero che ne reclamiamo l’applicazione totale, della quale fa parte anche l’accertamento delle condizioni di salute e di rischio per la salute che la gravidanza comporta. Ma se un consesso clinico internazionale ne sconfessa le premesse scientifiche, spiegando che la nascita di un figlio indesiderato non è un rischio, su cosa si reggerà ormai questa legge?
  In realtà la mentalità che vede l’aborto come un diritto sta scricchiolando e mostra le rughe della vecchiaia inoltrata.
  Lo vediamo ad esempio dalle reazioni scomposte alla candidatura negli Usa di una possibile vicepresidente che ha la «colpa» di non aver abortito il figlio Down: si è scatenata una campagna mediatica virulenta, tanto che persino nel vicino Canada alcuni giornali riportano i timori, se Sarah Palin venisse eletta, che il suo esempio avrà «un effetto negativo sulle donne». Ci si sarebbe aspettato che i gruppi femministi esultassero per la possibilità che una donna giunga a una carica così alta, o per la forza dimostrata dalla Palin nel gestire figli e famiglia e carriera. Invece abbiamo visto solo strali negativi, segni di un nervosismo che monta di fronte a una donna forte ma eticamente controcorrente.
  Insomma, se non si può aggiornare la legge 194 almeno va aggiornata la nostra mentalità, dicendo chiaramente che l’aborto come «diritto» è cosa vetusta, sconfessata dalla scienza e pericolosa in quanto lascia le donne sole. E anche alla luce dei nuovi dati scientifici vogliamo un maggior impegno da parte dei mass media e dello Stato per mostrare che le scorciatoie della cultura occidentale di fronte alle difficoltà (droga, eutanasia, aborto) sono roba del secolo scorso. Un secolo di cui, su questo fronte, c’è davvero poco da rimpiangere.

Fonte: fonte non disponibile, 18-09-2008

6 - RUSSIA 1: I DIFFICILI CONTI CON LA PROPRIA STORIA
Lo scrittore Solzhenitsyn è stato sepolto per sua volontà nel luogo in cui furono cremate migliaia di vittime del terrore comunista
Autore: Giovanni Bensi - Fonte: fonte non disponibile, 18/09/2008

La scomparsa di Aleksandr Solzhenitsyn è stata l’occa¬sione perché in Russia venis¬sero alla luce le difficoltà che ha la nazione a metabolizzare il proprio passato. Gli oltre settant’anni di re¬gime comunista continuano a pe¬sare sulla memoria del Paese e le contraddizioni tra rimozione, de¬nuncia e tentativi di cancellare gli orrori ogni tanto esplodono. Così accade che vittime e carnefici ri¬posino fianco a fianco, o che si e¬salti chi ha denunciato i crimini e nello stesso tempo si giustifichi chi quei crimini ha commesso (lo rac¬contiamo nell’articolo sotto).
  L’autore di Arcipelago Gulag, scom¬parso all’inizio di agosto, è sepolto nel campo santo del monastero Donskoj di Mosca, a poca distanza dal luogo dove furono gettate le ce¬neri di Nik olaj Ezhov, capo del-l’Nkvd negli anni ’30 e predecesso¬re del più noto Lavrentij Beria, uno dei principali organizzatori dello stesso Gulag, il sistema dei lager staliniani. Nello stesso cimitero so¬no però sepolte anche le ceneri di migliaia di vittime del terrore. Lo ha rivelato il quotidiano Moskov¬skij Komsomolets, che parlato an¬che dalla sorte subita dal mona¬stero durante il regime sovietico, quando esso fu tolto alla Chiesa or¬todossa russa, per esserle restitui¬to solo dopo il 1991. Il cosiddetto 'cimitero nuovo' sul territorio del monastero esiste da¬gli inizi del XX secolo. Poco prima della rivoluzione bolscevica del 1917, ricorda il giornale, nel cam¬po santo fu avviata la costruzione di una chiesa dedicata a san Sera¬fino di Sarov, ma l’edificio non poté essere terminato a causa della ri¬voluzione.
  Nel 1927, sotto la direzione dell’ar¬chitetto Dmitrij Osipov, esso fu tra¬sformato in modo da poter acco-gliere i forni crematori in cui bru¬ciare i cadaveri dei cosiddetti 'ne¬mici del popolo' fucilati in massa dall’Nkvd. A partire dal 1930, rife¬risce il Moskovskij Komsomolets, a Mosca «incominciò a funzionare u¬na vera catena di montaggio della morte. I corpi di coloro che veni¬vano fucilati nei sotterranei della Lubjanka, e in altri luoghi dove si e¬seguivano la 'sentenze', di notte venivano trasportati con camion coperti al monastero Donskoj. Le ciminiere del crematorio eruttava¬no fumo nero per tutta la notte». Insomma, il comunismo, non solo nelle dimensioni, ma anche nelle 'tecnologie' dello sterminio, si ri¬vela sempre più simile al nazismo. Seguiamo il racconto del giornale: «Le ceneri rimaste dopo la crema&sh y;zione di decine e centinaia di 'con¬trorivoluzionari', venivano sepol¬te nel cimitero stesso, in una gran¬de fossa comune appositamente scavata. Quando essa fu piena, ven¬ne coperta con un tumulo sul qua¬le si infisse una tavoletta di legno con la scritta: 'Tomba comune N. 1. Inumazione delle salme non ri¬chieste dai familiari 1930-1942'».
 Moskovskij Komsomolets svela che nel monastero Donskoj è stata i¬dentificata un’altra fossa comune contenente le ceneri degli ' ele¬menti antisovietici' fucilati dopo il 1945. «Queste 'operazioni segrete' – riporta il giornale – continuarono fino al 1953», cioè fino alla morte di Stalin. «L’esatto numero delle per¬sone bruciate e sepolte nel 'cimi¬tero nuovo' del monastero Don¬skoj è sconosciuto. Secondo i do-cumenti amministrativi conserva¬ti fino ad oggi, solo nel periodo dal 1937 al 1941 nei forni crematori fu-rono 'trattati' (come si diceva nel terribile gergo burocratico, ndr) i corpi di circa 4.500 fucilati. Ma il lo-ro numero complessivo può rag¬giungere, secondo l’opinione di al¬cuni ricercatori di Memorial, i 13.000». Il giornale moscovita pro¬segue: «Fra questi morti 'non ri¬chiesti dai familiari' vi sono molte persone famose. È praticamente certo che qui si trovano le ceneri del regista Vsevolod Meyerhold, dello scrittore Isaak Babel, dei 'ma¬rescialli rossi ' caduti in disgrazia Mikhail Tukhacevskij e Vasilij Bljukher'.
  Il Moskovskij Komsomolets conclu¬de: «Insieme con le vittime delle re¬pressioni politiche attraverso il cre¬matorio del Donskoj passarono an¬che i loro carnefici a loro volta di¬venuti ' nemici del popolo'. Uno dei più odiosi è il 'commissario del popolo' agli interni, il capo del¬l’Nkvd Nikolaj Ezhov, che prima or-ganizzò il Grande Terrore degli an¬ni 1937-1939, e poi finì egli stesso nell’enorme tritacarne che aveva costruito».
  Le notizie raccolte dal quotidiano forse gettano una nuova luce sui motivi, finora alquanto misteriosi, che indussero Solzhenitsyn a chie¬dere al Patriarca Alessio II il per¬messo di essere sepolto proprio nel monastero Donskoj, che di solito non è aperto a nuove inumazioni. Il grande scrittore fece riferimento alle «esperienze della giovinezza» che lo legavano a quel luogo: ecco, forse egli voleva che la sua ultima dimora terrena, nonostante la pre¬senza delle ceneri di Ezhov, fosse accanto alle migliaia di vittime che avevano sofferto come quelle da lui descritte nelle proprie opere.

Fonte: fonte non disponibile, 18/09/2008

7 - RUSSIA 2: A SCUOLA SI CELEBRA SOLZHENITSYN, MA SI ASSOLVE STALIN

Autore: Giovanni Bensi - Fonte: fonte non disponibile, 18-09-2008

Contraddittorie le indicazioni ai docenti: parlare del regime ma non criticare i leader. Secondo i nuovi programmi, il dittatore «agiva razionalmente, in base alla situazione».
Il ministero ha diramato una direttiva sullo studio del premio Nobel e della sua opera

In Russia regna un no¬tevole disorientamen¬to per quanto riguarda l’insegnamento della sto¬ria: come conciliare l’idea della continuità del Paese come 'grande potenza' con la necessità di spiega¬re il terrore staliniano e di prendere posizione rispet¬to a esso? Ciò genera una serie di contraddizioni ap-parentemente senza via di uscita.
  A poco più di un mese e mezzo dalla morte di Alek¬sandr Solzhenitsyn, il mi¬nistero dell’Istruzione del-la Federazione Russa ha e¬manato una ' direttiva' sullo studio della sua ope¬ra nelle scuole. Il docu¬mento constata che oggi il grande scrittore viene stu¬diato nel corso di lettera¬tura del Ventesimo secolo, ma «spesso gli insegnanti danno un’idea frammen¬taria della sua personalità e della sua opera». Il mini¬stero raccomanda di «con¬centrarsi sulla sua biogra¬fia, sulla storia dell’assegnazione ad esso del pre¬mio Nobel per la letteratu¬ra e della sua espulsione dall’Urss ». In particolare, nelle classi superiori oc¬corre «svolgere dibattiti, seminari e tavole rotonde che coinvolgano gli stu¬denti nella discussione dei temi toccati dallo scritto¬re» . Benissimo. Ma tutto que¬sto comporta sviscerare te¬mi come il terrore stalinia¬no nel suo insieme, il si¬stema dei Gulag, gli arresti e le esecuzioni indiscrimi¬nate di milioni di persone, la persistenza del totalita¬rismo anche dopo la mor¬te di Stalin. E tutto questo contrasta con un’altra di-rettiva, emanata dall’Acca¬demia pedagogica per l’in¬segnamento della storia, nella quale prevale l’inter-pretazione 'giustificazio¬nista' del terrore stalinia¬no.
  Lo 'scandalo' è denuncia¬to da un giornale russo di orientamento liberale,  Vremja Novostej. Tutto è partito dalla discussione di un manuale per gli istituti superiori, scritto da Alek¬sandr Filippov, Storia della Russia 1945-2007, che mol¬ti considerano il testo-ba¬se per l’insegnamento del¬la storia di quel periodo e che viene 'raccomandato' dal ministero stesso agli in¬segnanti di tutto il Paese. Le ' direttive' dell’Accade¬mia pedagogica sostengo¬no che «l’attenzione fon¬damentale degli studenti deve concentrarsi sulla spiegazione dei motivi e della logica delle azioni del potere». Vremja Novostej  commenta: « Così, fin dal¬l’inizio, ci raccontano che la storia di cui si propone lo studio è in primo luogo la storia del potere. La storia della gente non c’è. Ri¬mangono solo i fini e i mezzi dello Stato. E ben¬ché la parola 'giustifica¬zione' non figuri, in so¬stanza si tratta proprio del¬la giustificazione dei mez¬zi». Infatti, nelle direttive del¬l’Accademia leggiamo: «È necessario indicare che Stalin agiva in una situa¬zione storica concreta, a¬giva in modo pienamente razionale, come gestore del sistema, come coerente as¬sertore della trasformazio¬ne del Paese in una società industriale guidata da un unico centro, come leader di un Paese minacciato a breve da una grande guer¬ra». Tutto il resto è visto in quest’ottica: negli anni ’30, «nelle campagne dell’Urss, non vi fu una carestia or¬ganizzata. La carestia fu provocata sia dalle condi-zioni meteorologiche sia dal carattere incompiuto dei processi di collettiviz¬zazione» . E il 'giustificazionismo' continua: negli anni ’ 30, nel quadro della moder¬nizzazione dell’Urss, non venne costruito né il so¬cialismo, né il capitalismo, ma la «società industriale»; il patto Molotov- Ribben¬tropp fu una risposta al trattato di Monaco, l’ag¬gressione alla Polonia del 1939 fu dettata dalla ne¬cessità di «liberare i terri¬tori di Ucraina e Bielorus¬sia» (si veda oggi il caso della Sud Ossezia). Per quanto riguarda l’annessio¬ne dei Paesi baltici nel 1940, essa fu motivata dal fatto che «in passato essi appartenevano all’Impero Russo» . E i popoli ( ceceni ed altri) deportati in mas¬sa nel 1944? Secondo le di¬rettive dell’Accademia, oc¬corre parlarne «con parti¬colare riservatezza e pru¬denza» . Le 'direttive' dell’Accade¬mia pedagogica pur non negando la fucilazione da parte dell’Nkvd di alcune migliaia di prigionieri di guerra polacchi a Katyn nel 1943, affermano che «que¬sta fu non solo una que¬stione di opportunità poli¬tica, ma anche una rispo¬sta alla morte di molte de¬cine di migliaia di soldati dell’Armata Rossa, fatti pri¬gionieri dai polacchi dopo la guerra del 1920, iniziata non dalla Russia Sovietica, ma dalla Polonia». Vremja Novostrj commenta: «In¬somma, di fatto viene am¬messo il principio della 'giusta' vendetta storica». Resterebbe da spiegare co¬me tutto ciò si concili con l’esortazione ad approfon¬dire lo studio dell’opera di Solzhenitsyn.

Fonte: fonte non disponibile, 18-09-2008

8 - UNIVERSITÀ EUROPEA DI ROMA: FORMIAMO PERSONE, PREPARIAMO PROFESSIONISTI

Fonte Università Europea di Roma

Università Europea di Roma
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A 200 mt. dalla stazione Roma-Aurelia oppure Bus ATAC 892 e 247

COS'È LA FORMAZIONE INTEGRALE       
Il progetto formativo della UER ha il suo modello di riferimento nella Formazione Integrale della persona umana.
Alla base del progetto della UER c'è la convinzione che oggi la sola formazione culturale e professionale propria di ogni corso di laurea, anche quando sia d'eccellenza, non sia sufficiente: un'università deve offrire ai suoi studenti anche quella formazione umana, etica e deontologica, di cui si avverte socialmente una diffusa e profonda esigenza.
Obiettivo della Formazione Integrale è condurti ad una piena maturità umana ed intellettuale, attraverso lo sviluppo integro ed armonico di tutti gli elementi della tua personalità, per aiutarti ad essere chi puoi e vuoi essere.
Questo obiettivo è possibile solo attraverso una formazione personalizzata, che si adatti alle esigenze ed alle specificità di ogni studente: per la UER non sarai mai una matricola, ma sempre una persona.
Formarti in senso integrale è un viaggio alla scoperta di te, verso la cosciente costruzione di una compiutà identità personale, in cui sei aiutato:
- a scoprire e coltivare potenzialità e talenti
- a valorizzare le capacità espressive
- ad estendere gli interessi culturali
- a stimolare la vivacità intellettuale
- ad acquisire solide competenze professionali
- a sviluppare capacità relazionali
- a promuovere il tuo benessere psico-fisico
- a crescere nella spiritualità
- a coltivare la solidarietà
- a vivere l'università come un “campus”, per recuperarne l’identità originaria di comunità di studio e di ricerca.
Infatti, la preparazione tecnica e le conoscenze settoriali non bastano da sole a “formare persone” e, quindi, nemmeno a “preparare professionisti”.
E' necessario, invece, formare uomini e donne che sappiano pensare con rigore; giudicare ed agire secondo una retta coscienza; svolgere la loro professione con senso di responsabilità e spirito deontologico; anticipare o comunque adeguarsi velocemente alle trasformazioni delle professioni. Solo attraverso un simile approccio potrai davvero incidere efficacemente anche nella vita professionale, trasferendo in ogni campo e in ogni settore della tua attività l’amore per la verità e il desiderio profondo del bene personale e sociale.
Anche il mondo del lavoro è sempre più attento agli aspetti umani, etici e deontologici, considerati requisiti paritetici al possesso di abilità tecniche e di competenze settoriali, ma, a differenza di queste, difficilmente suscettibili di “aggiornamento” o di “riqualificazione”.
Come laureato della UER, questa consapevolezza ti accompagnerà durante tutto il tuo percorso di studioso o di professionista e ti aiuterà ad orientare la tua auto-formazione secondo criteri di progressività, continuità e permanenza, in corrispondenza con le ineludibili trasformazioni dei contesti con cui sarai chiamato a confrontarti.
La stessa capacità di discernere la tua vocazione professionale dipende da un’effettiva e profonda conoscenza di te, dei tuoi talenti, dei tuoi interessi e delle tue passioni, unico valido criterio di orientamento tra le diverse opzioni che il curriculum di studi universitari ti rende accessibili.
Nei limiti di quanto consentano le situazioni personali e le congiunture economiche, la scelta di uno sbocco professionale dovrebbe infatti essere, al pari del corso di laurea, una tua libera opzione consapevole, che ti eviti sia la passività di percorsi tradizionali, sia precoci disillusioni.
La definizione di un chiaro progetto di Formazione Integrale caratterizza tutte le università della rete internazionale Anáhuac, in cui la UER si colloca, cioè gli istituti di formazione superiore fondati dalla Congregazione dei Legionari di Cristo, che comprende attualmente 15 Università e 10 Centri di Studi Superiori in Europa ed in America. 
STUDIARE ALL'ESTERO       
Il confronto con mondi e culture diverse costituisce un elemento sempre più importante per un’adeguata formazione personale e preparazione professionale.
Per queste ragioni, l’Università Europea di Roma è profondamente impegnata nello sviluppo di partnerships e cooperazioni a livello europeo ed internazionale che consentano ai nostri studenti e all’intera comunità accademica di ampliare il proprio bagaglio di esperienza ed i propri orizzonti.
Il Centro Dipartimentale per le Relazioni internazionali supporta la mobilità internazionale di studenti e docenti, promuovendo scambi di studenti con il pieno riconoscimento accademico del programma di studio svolto all’estero, sia nell'ambito del programma comunitario Erasmus che attraverso Accordi Bilaterali con università extra-europee ed, al momento, ha stipulato accordi di cooperazione con Università partner in 12 paesi.
Il Centro gestisce tutte le attività legate alla mobilità degli studenti UER in partenza, ed all’accoglienza degli studenti internazionali ospiti della nostra Università. Segue tutte le fasi dei periodi di studio all’estero, dalla preparazione al rientro, curando gli aspetti accademici e quelli logistici della mobilità internazionale.
Tutte le informazioni sulle diverse opportunità e programmi offerti vengono comunicate attraverso dei bandi affissi nelle pagine del sito della UER. I bandi indicano i criteri di ammissione, le procedure per la formulazione delle graduatorie, le scadenze, i moduli di domanda  e tutte le informazioni necessarie.
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Fonte: Università Europea di Roma

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