BastaBugie n°87 del 22 maggio 2009

Stampa ArticoloStampa


1 FOLIGNO, INAUGURATA LA CHIESA-CUBO
Quando arte e fede litigano, l'arte diventa schifo puro
Autore: Stefano Chiappalone - Fonte:
2 LE TRE OTTIME RAGIONI PER RESPINGERE I CLANDESTINI

Autore: Michele Boldrin - Fonte: 15 maggio 2009
3 CAMBOGIA, QUASI DUE MILIONI DI MORTI
Il processo agli uomini di Pol Pot 30 anni dopo
Autore: Rodolfo Casadei - Fonte: 16 aprile 2009
4 LE INAMMISSIBILI CONTRADDIZIONI DELLA CONFERENZA INTERNAZIONALE DELLA DISCORDIA

Autore: Stefano Magni - Fonte: 21 aprile 2009
5 L'ULTIMO LIBRO DI ENZO BIANCHI E' PIENO DI SBAGLI E ABBAGLI
Meglio rileggere Romano Amerio
Autore: Francesco Agnoli - Fonte: 26 aprile 2009
6 ANGELI E DEMONI: LE SOLITE BANALITA' CONTRO LA CHIESA
Le provocazioni di Dan Brown sono così grossolane da apparire in definitiva ridicole
Autore: Giacomo Vallati - Fonte: 13 maggio 2009
7 ANGELI E DEMONI: GLI ERRORI DI DAN BROWN
Le principali falsita' storiche del film
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: 18 maggio 2009
8 COSA PENSA LA SANTA SEDE DELL’USO DELL’ENERGIA NUCLEARE?

Autore: Antonio Gaspari - Fonte: 4 marzo 2009
9 ELEZIONI EUROPEE 2009
La classifica dei deputati da votare
Autore: Giovanni Fenizia - Fonte:

1 - FOLIGNO, INAUGURATA LA CHIESA-CUBO
Quando arte e fede litigano, l'arte diventa schifo puro
Autore: Stefano Chiappalone - Fonte:

Mentre scrivo queste righe, a Foligno stanno consacrando la nuova chiesa di San…Fuksas! Proprio così, poiché certe chiese moderne più che del santo titolare parlano del “genio” che le ha progettate. Nel caso di specie l’architetto Massimiliano Fuksas, che pure – in base ad una recente intervista - avrebbe le idee chiare su cosa sia una chiesa e tuttavia non tiene conto dell’aforisma di Nicolás Gómez Dávila (1913-1994): “Nessuno pensa in modo serio finché dà importanza all’originalità.” La chiesa di Fuksas e molte altre (citiamo per tutte, la chiesa modenese di Gesù Redentore dell’architetto Mauro Galantino), senza una croce sarebbero indistinguibili da edifici adibiti ad uso civile, se non fosse per l’ostentata astrusità. Siamo ben lontani dalla feconda alleanza tra arte e fede che nei secoli passati ha dato vita al romanico, al gotico, al barocco, per cui Joseph Ratzinger poteva affermare “che la vera apologia della fede cristiana, la dimostrazione più convincente della sua verità, contro ogni negazione, sono da un lato i Santi, dall’altro la bellezza che la fede ha generato”. Si obietta che l’alleanza del Vangelo con gli stili di ogni epoca, come è avvenuta in passato così deve ripetersi anche con gli stili moderni. E questo sembra un argomento impeccabile. Tuttavia non si può fare a meno di constatare come nella percezione comune, sia maggiore la cesura che separa una chiesa “moderna” da una barocca o romanica, che non quella esistente tra queste ultime due – pur tra loro diversissime.
Bisogna tener presente innanzitutto che la chiesa non è un contenitore neutro per gli atti di culto o per qualsiasi altra attività; è qualcosa di più, è un “ambiente” e in quanto tale portatore di un peculiare spirito. “Quando ci si trova di fronte a un ‘ambiente’ – scriveva Plinio Correa de Oliveira (1908-1995), proprio perché esprime uno stato dell’anima, esso non può essere moralmente indifferente: o sarà buono e favorirà le anime nella considerazione e nell’assimilazione di Dio, o sarà cattivo e agirà in senso opposto”. È auspicabile pertanto che quel particolare ambiente che è la chiesa sia buono e spinga l’anima verso l’alto. Cosa che avviene sia nella ricca Basilica di San Pietro in Vaticano, sia nell’austera abbazia cistercense di Casamari, ma difficilmente in molte “chiese-garages” contemporanee. Evidentemente le prime sono portatrici di uno spirito cristiano che queste ultime non hanno, poiché non sono ispirate semplicemente ad uno stile diverso, bensì ad uno spirito completamente differente. La materia prima spirituale di un edificio sacro allora non dovrebbe essere sottovalutata, poiché l’architettura svolge una evangelizzazione visiva non meno rilevante della predicazione.
Ne era ben consapevole anche un convinto fautore del dialogo con l’arte moderna, come Papa Paolo VI (1963-1978), il quale però non poteva fare a meno di denunciarne l’apostasia: “Ci permettete una parola franca? Voi Ci avete un po’ abbandonato, siete andati lontani, a bere ad altre fontane, alla ricerca sia pure legittima di esprimere altre cose; ma non più le nostre.” Quali sono queste altre fontane? Qual è lo spirito dell’arte moderna? Lo studioso austriaco Hans Sedlmayr (1896-1984) identifica alcune tendenze di fondo, ciò che le principali correnti dell’arte moderna hanno messo al posto di Dio: dapprima l’arte comincia a idolatrare sé stessa, passando dal culto dell’arte al culto dell’artista (estetismo), poi la scienza, la tecnica e tutto ciò che sembra il progresso ineluttabile (tecnicismo, culto della geometria), infine a questo eccesso di razionalismo si risponde con l’eccesso opposto, cercando il caos, l’assurdo, la follia deliberata (surrealismo): anche nell’arte necessariamente si riflettono la scissione tra fede e ragione e la conseguente radicalizzazione ora in un senso ora nell’altro, che caratterizzano l’uomo moderno. Su queste basi, l’architettura non può diventare automaticamente cattolica per il solo fatto di progettare chiese, anzi un edificio brutto – nel senso di “non vero”, non adeguato alle realtà celesti che dovrebbe simboleggiare – risulterebbe edificante tanto quanto una predica domenicale affidata a Dan Brown...
Così negli anni 1950 Charles-Edouard Jeanneret-Gris, detto Le Corbusier (1887-1965) – secondo il quale, “la macchina, fenomeno moderno, provoca nel mondo una riforma dello spirito” – progettò il convento di Santa Maria de La Tourette secondo criteri assolutamente geometrici. Egli era del resto l’esponente principale di una tendenza a progettare qualsiasi edificio sul modello della macchina, al punto da definire una casa “macchina per abitare”. Coerentemente a La Tourette costruì una “macchina per pregare”, che parla il muto linguaggio degli automi più che la celeste lingua degli angeli. Il resto è storia recente, basta guardarsi intorno e si potranno ravvisare in misura maggiore o minore nelle nuove chiese, le idolatrie individuate da Sedlmayr.
Inoltre, si registra nella struttura materiale delle chiese un progressivo venir meno della tensione verso l’alto che caratterizzava anche visivamente le cattedrali del passato, nonché la scomparsa di tutte quelle forme inscindibilmente legate all’uomo: tanto il fedele che esse ospitano, quanto l’Uomo-Dio che vi abita con tutta la schiera dei santi – anch’essi uomini e anch’essi misteriosamente spariti dalle pareti sempre più iconoclaste. Relegando Dio nel cielo e dimenticando che Cristo si è incarnato, si finisce infatti per dimenticare l’uomo stesso – anche come semplice interlocutore che non riesce a intendere il linguaggio razionalista di chiese puramente geometriche, né quello astratto degli scarni e soggettivi simboli incapaci di esporre al semplice fedele le verità della fede cristiana. A tale proposito mons. Nicola Bux osserva: “Che dire di un certo spiritualismo oggi in voga che mortifica i sensi, che biasima l’apostolo Tommaso che voleva credere vedendo? Gesù per questo si è fatto vedere – come agli altri apostoli (altrimenti perché il Verbo si sarebbe fatto uomo?).” Alle malattie dell’arte moderna si sommano infatti quelle della teologia “alla moda”: si concepisce allora la chiesa come un semplice luogo di riunione di un gruppo che in fondo, dimenticando di elevarsi verso Dio, si limita ad una sterile autocelebrazione; con ciò però è l’uomo stesso a subire una limitazione, poiché riducendo tutto al solo aspetto funzionale, viene amputato dell’elemento simbolico che permette alla ragione di lasciarsi fecondare dal Mistero, di passare in ultima analisi dalle cose che sono – e che vediamo e tocchiamo – all’Essere stesso che ha un volto e un nome.
Era in fondo ciò che – anzi: Colui che – cercavano San Benedetto da Norcia (480-547) e San Francesco d’Assisi (1181/1182-1226), i quali non hanno chiamato architetti famosi e non sapevano neanche di regalarci tesori come Montecassino, il Sacro Speco di Subiaco o la basilica di Assisi. L’intera cultura europea, ricordava Benedetto XVI a Parigi, al Collège des Bernardins, è nata grazie a generazioni di monaci che non pretendevano di fare capolavori, anzi “non era loro intenzione di creare una cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato. La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa .”
Dall’essenziale, dal quaerere Deum, possono scaturire anche ai nostri giorni chiese belle e capaci di parlare nella lingua degli angeli, come l’abbazia di Sainte-Madeleine di Le Barroux, in Francia, il cui fondatore è, guarda caso, il monaco benedettino dom Gerard Calvet O.S.B. (1927-2008), che non ha fatto altro che mettere in pratica l’ammonimento evangelico: “Quaerite autem primum Regnum Dei et iustitiam eius, et haec omnia adiicientur vobis” (Mt 6,33), cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia e il resto – bellezza compresa – vi sarà dato in sovrappiù…
Per vedere la nuova chiesa-cubo di Foligno, vai al seguente link (ti consigliamo di farlo a stomaco vuoto per non correre il rischio di vomitare...):
http://www.archiportale.com/progetti/massimiliano-fuksas/foligno/nuova-chiesa-di-foligno_18479.html


2 - LE TRE OTTIME RAGIONI PER RESPINGERE I CLANDESTINI

Autore: Michele Boldrin - Fonte: 15 maggio 2009

Tutti contro il governo sui respingimenti dei clandestini. Niente di male a criticare il governo – questo, quello precedente e anche il prossimo – ma va fatto con argomenti sensati. E per ora non ci siamo. Secondo i detrattori dell’esecutivo, non si possono rimandare indietro coloro che potrebbero chiedere asilo politico, i profughi potenziali che si celano fra le migliaia di clandestini. Ergo, si dovrebbe portare tutti a terra, scremare, e poi rimpatriare chi non ha diritto all’asilo. Respingere le imbarcazioni illegali è inumano, viola gli accordi internazionali di cui siamo firmatari. Tutto giusto, o quasi. Per tre ragioni: procedere nella maniera suggerita è praticamente impossibile; la pratica adottata dal governo italiano non è dissimile da quelle che tutti i paesi occidentali adottano in circostanze simili; è ipocrita mischiare la questione “profughi” con quella dell’immigrazione illegale di massa. Esaminiamo le tre ragioni in dettaglio.
I costi dell’operazione “cernita” sarebbero altissimi e comunque questa non funzionerebbe. Immaginate: ogni imbarcazione a zonzo nel Mediterraneo andrebbe fermata, i passeggeri fatti salire a bordo di una nave militare, portati in territorio italiano, identificati ed esaminati uno ad uno, investigando se fra di essi vi siano dei profughi. Fatto tutto ciò – che già richiederebbe settimane di tempo e il lavoro a tempo pieno di decine di persone – occorrerebbe risolvere l’altro dettaglio: dove e come si rimandano indietro quelli che profughi non risultano essere? Chi li accoglie? Facile a dirsi, impossibile a farsi. E la politica si occupa del fattibile, non del dicibile, più adeguato al mondo delle fantasie. Il “così fan tutti”, spesso giustificazione di ignominie, questa volta si applica. E’ attraverso tale metodo che si determinano fra paesi le pratiche accettate a fronte di problemi nuovi, non considerati dai trattati pre-esistenti.
Che fanno quei paesi che non hanno di fronte a sé il Mediterraneo a fare da passaggio fra l’Africa impoverita e il benessere? Controllano il proprio spazio aereo e i treni che arrivano dall’estero. Cosa succede se un aereo non identificato e non autorizzato entra nello spazio aereo tedesco, svedese o quel che volete voi? Una squadriglia di intercettatori militari si alza in volo per respingerlo. Immaginate ora un treno non autorizzato che attraversi nottetempo il valico del Brennero o del Sempione. Perché mai, allora, dovrebbe toccare all’Italia e alla Spagna, unite nel loro destino geografico, addossarsi l’onere di fare altrimenti? Perché gli aerei e i treni si possono respingere e le zattere no? Soltanto perché esiste un codice inadeguato alla situazione, redatto in tempi in cui l’uso massiccio di imbarcazioni per l’immigrazione illegale era impensabile, e che prevede solamente il dovere di soccorso? La legislazione internazionale in materia è inadeguata e andrebbe riformata. Forse che gli altri paesi si stanno offrendo di pagare la loro quota per allestire nel Mediterraneo l’operazione di polizia marittima, selezione e rimpatrio? Non ne ho sentito parlare.
La terza ragione è dirimente: l’Italia deve essere il punto d’accoglienza per decine di milioni di africani che vorrebbero andarsene? Se la risposta è “sì”, occorre spiegare come si organizza l’operazione, che è complicata assai. Se la risposta è “no”, respingere sembra ragionevole. Per due motivi. La povertà non si cancella portando “qua” tutti gli indigenti del pianeta. Inoltre non si deve dimenticare che l’industria criminale del traffico clandestino gioca sulla pelle di questa povera gente. In definitiva, nel XXI secolo, una politica dell’immigrazione decente non può basarsi sull’idea che chiunque lo chieda può accomodarsi. E’ una questione di numeri: il mondo è popolato da tanta gente meno ricca degli occidentali e che vorrebbe, giustamente, vivere come questi ma non sa farlo in loco. Se si trasferiscono tutti il sistema crolla, quindi occorre agire perché apprendano a farlo lì dove sono nati. Certo, creare sviluppo è molto più difficile che predicarlo, ma è anche l’unica opzione disponibile. Vogliamo criticare il governo? Facciamolo su questo.

Fonte: 15 maggio 2009

3 - CAMBOGIA, QUASI DUE MILIONI DI MORTI
Il processo agli uomini di Pol Pot 30 anni dopo
Autore: Rodolfo Casadei - Fonte: 16 aprile 2009

Quant’è strano un paese dove il primo processo contro un regime politico criminale che ha prodotto 1,6 milioni di morti si svolge trent’anni dopo che quel regime è caduto? E dove alla fine i processati saranno solo cinque? Domande troppo spesso evase, le rare volte che della Cambogia si parla sui giornali. Il paese asiatico che per tre anni e mezzo, fra il 1975 e il 1979, ha conosciuto l’incubo genocida del comunismo agrario di Pol Pot e del suo Angkar, il partito organizzazione segreta che spadroneggiava sulla vita e sulla morte degli allora 8 milioni di cambogiani, ha conosciuto uno strano destino mediatico. Il suo ruolo nella guerra del Vietnam venne alla ribalta solo nel 1973, quando già da tre anni il suo territorio era campo di battaglia fra americani e vietnamiti del nord e del sud. Dopo la presa del potere da parte dei khmer rossi (gli uomini di Pol Pot) nell’aprile 1975 la Cambogia ritorna nel dimenticatoio, con la rara eccezione degli articoli e dei libri del padre Piero Gheddo e di François Ponchaud che denunciano gli orrori compiuti dal nuovo regime, ma vengono silenziati dalle smentite della stampa progressista internazionale che li accusa di essere al servizio della propaganda americana contro le forze rivoluzionarie.
Quando nel 1979, al termine di una guerra di pochi mesi fra paesi comunisti, il Vietnam riesce a imporre un governo amico a Phnom Penh e a mettere in fuga i khmer rossi, la verità ha finalmente diritto di cittadinanza su tutti i media internazionali. Escono persino film che vincono premi Oscar come The Killing Fields, apparso in Italia col titolo Urla del silenzio. E il silenzio ridiscende per davvero: da allora della Cambogia non si scrive più se non per rievocare le atrocità dei khmer rossi e per aggiornare sulla loro paradossale vicenda: dopo le inevitabili uccisioni extragiudiziarie all’indomani della caduta del regime, il governo filovietnamita di Hun Sen non ha mai avviato procedure giudiziarie contro i responsabili grandi e piccoli della strage. Solo nel 1997 Onu e governo si accordano per la creazione di un tribunale misto, cambogiano e internazionale, per processare i responsabili apicali. Ma per farlo entrare in funzione ci vorranno altri dodici anni e alla fine saranno rinviate a giudizio soltanto 5 persone (anziché 9, come chiesto dalle Nazioni Unite) cominciando da Khang Khek Ieu, meglio noto come Duch, capo del tristemente famoso centro di tortura S-21, dove furono seviziati e uccisi senza processo 16 mila prigionieri (solo 7 ebbero salva la vita).
Se l’impunità sostanziale dei khmer rossi è uno scandalo sotto gli occhi di tutti, assolutamente poco noti sono i numerosi altri di cui Onu e governi stranieri sono consapevoli, ma che i media internazionali quasi tacciono. Dopo trent’anni di governi filovietnamiti, la Cambogia è uno dei paesi più corrotti e poveri dell’Asia e del mondo. Mentre i paesi vicini (Vietnam, Thailandia e Malaysia soprattutto) coniugano alti tassi di crescita economica con una forte flessione dell’incidenza della povertà, la Cambogia sotto perfusione di aiuti internazionali e col Pil statisticamente in crescita dal 2000, presenta ancora più di un terzo della popolazione sotto il livello della povertà assoluta, un tasso di mortalità infantile dell’80 per mille e la malnutrizione che colpisce il 37 per cento dei suoi bambini.
Il governo, ovviamente, dà la colpa di tutto alla pesante eredità degli anni di Pol Pot. In un ambito almeno la responsabilità del leader stragista è accertata: quello dell’educazione. Nei suoi tre anni e mezzo di durata il regime dei khmer rossi ha sterminato l’80 per cento degli insegnanti allora esistenti e distrutto il 90 per cento degli edifici scolastici. Per eliminare dalla società le “contaminazioni borghesi”, l’Angkar decise di eliminare i potenziali contaminatori. Le conseguenze a lungo termine si vedono oggi: il titolo di studio degli insegnanti attuali è, mediamente, quello della terza elementare, e la loro venalità è leggendaria. Ogni giorno gli studenti entrano in classe ficcando una piccola mancia nella mano del maestro. Che diventerà una cifra rispettabile al momento degli esami. È per questa ragione, e non per scarsa applicazione, che solo il 75 per cento dei bambini cambogiani va a scuola e che in media ciascuno di essi ci mette dieci anni a completare i sei anni delle elementari: i loro genitori sono troppo poveri per reggere il passo delle richieste pecuniarie.
RECORD MONDIALE DI ONG
Sarebbe ingiusto limitarsi a puntare il dito contro i docenti: il loro stipendio mensile ammonta a una cifra pari ad appena 40 dollari. Il governo è troppo povero per pagarli? Questo è vero solo fino a un certo punto: i donatori internazionali forniscono alla Cambogia dai 500 ai 1.000 milioni di dollari all’anno, una cifra pari quasi all’intero bilancio annuale dello Stato. Secondo studi finanziati dall’ambasciata degli Stati Uniti, i pubblici ufficiali dirottano nelle proprie tasche dai 300 ai 500 milioni di dollari all’anno del bilancio pubblico. Da quasi un decennio i donatori minacciano di sospendere gli aiuti se il governo non approverà una legge anticorruzione e hanno anche promosso una raccolta popolare che ha fatto arrivare al parlamento 1,1 milioni di firme.
Tutto inutile: la legge non si fa e nessuno ha il coraggio di sospendere gli aiuti (lo ha fatto una sola volta la Banca Mondiale, per pochi mesi) per non peggiorare le condizioni della popolazione, assistita da duemila organizzazioni non governative, probabilmente il record mondiale pro capite di Ong. In compenso, la nomenklatura del partito al governo (il Ppc, postcomunisti legati al regime vietnamita) e gli imprenditori ad essa collegati si arricchiscono con speculazioni edilizie impadronendosi dei terreni migliori dopo averne cacciato, con l’aiuto della polizia, i poveri diavoli che li occupavano. Le autorità locali forniscono loro falsi titoli di proprietà a sostegno delle loro pretese. Su tremila ricorsi contro le espulsioni dalle terre, solo 50 sono stati accolti dalla National Land Authority. La corruzione investe anche il tribunale che giudica i khmer rossi: gli impiegati della struttura dichiarano di dover devolvere dal 20 al 30 per cento del loro stipendio ai loro superiori.

Fonte: 16 aprile 2009

4 - LE INAMMISSIBILI CONTRADDIZIONI DELLA CONFERENZA INTERNAZIONALE DELLA DISCORDIA

Autore: Stefano Magni - Fonte: 21 aprile 2009

Ieri, 20 aprile, nel giorno dell'apertura della conferenza internazionale contro il razzismo, in Arabia Saudita una donna veniva decapitata per uxoricidio. Essendo donna, ha avuto la metà dei diritti di difesa di fronte a un giudice rispetto a un suddito uomo. Se questo non è razzismo... Sicuramente siamo di fronte a un caso di discriminazione, esattamente come quel cittadino indiano che, solo per essersi avvicinato alla Mecca, ha rischiato di essere condannato a morte. Un non musulmano, infatti, non può fisicamente avvicinarsi alla Mecca, né a Medina. In Arabia Saudita ci sono autostrade separate per tenere lontani gli infedeli. Eppure l'Arabia Saudita ha contribuito con la sua delegazione (e pagando 150 milioni di dollari) ai lavori di preparazione della conferenza di Ginevra. Ha partecipato ai lavori preparatori assieme alla Libia, che discrimina gli immigrati africani, li deporta nelle regioni desertiche, o li espone ai pogrom della popolazione urbana. Ha partecipato assieme alla Cina, che in Tibet sta conducendo da mezzo secolo un vero e proprio genocidio culturale: ci sono almeno 20 campi di «rieducazione» ancora in funzione in quella regione montuosa che fino al 1950 era uno Stato indipendente.
Il 20 aprile, alla vigilia del giorno di commemorazione della Shoah, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è stato il primo capo di governo a prendere la parola alla conferenza di Ginevra. Negando la veridicità dell'Olocausto (liquidato come «pretesto» per «l'occupazione» della Palestina) e la legittimità di Israele. Il presidente iraniano ha così approvato il più grande atto di genocidio della storia, all'apertura di una conferenza che dovrebbe condannarne le cause.
Questa è l'Onu, ha sempre funzionato così. Ai tempi della Guerra Fredda i dibattiti all'Onu per i diritti umani (compresa la conferenza di Helsinki del 1975) erano immediatamente dirottati dai regimi totalitari comunisti. L'Urss e i suoi satelliti non hanno mai condannato i sistemi giuridici occidentali, anzi: erano sempre in prima fila, pronti a discutere il concetto occidentale dei diritti umani per proporre una loro visione alternativa del tema. All'interno dei loro confini uccidevano decine di milioni di cittadini innocenti, ma nelle sedi internazionali, pacatamente, Mosca e i suoi alleati argomentavano che, tutto sommato, i diritti «borghesi» alla vita, alla libertà e alla proprietà non bastavano, ma dovevano essere integrati da diritti nuovi come la libertà dal bisogno, la libertà dalla fame, il diritto ad avere una casa. Diritti nuovi, nel nome dei quali giustificavano (senza farlo sapere) ogni soppressione di quelli «vecchi», vita compresa: si uccide il borghese per dare la casa al proletario, si uccide il nobile per liberare il proletariato dalla fame, si uccide il prete per liberare il popolo dal suo oppio religioso e dal bisogno....
In effetti, per chi teme di essere messo sul banco degli imputati per violazioni dei diritti umani e crimini contro l'umanità, la strategia migliore è proprio quella di passare all'attacco per primi. Attualmente, la maggior parte dei Paesi che fanno parte dell'Organizzazione della Conferenza Islamica non ha nemmeno aderito alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo dell'Onu. La maggior parte di essi dovrebbe essere condannata per discriminazioni contro le minoranze etniche, religiose, per la persecuzione degli omosessuali e per il vero e proprio regime di apartheid imposto alle donne. Eppure questi governi sono stati tra i più attivi in assoluto nella preparazione di una conferenza contro il razzismo di Ginevra. Hanno proposto una loro bozza, in cui ritengono (come l'Urss a suo tempo) che i vecchi diritti occidentali debbano essere integrati con nuovi diritti contro le discriminazioni culturali. Uno dei quali è il «diritto» ad essere liberi dalla diffamazione religiosa. In pratica, sostengono che occorra una nuova legge internazionale che perseguiti chi osa mettere in discussione la religione musulmana, o chi denuncia una sua applicazione (come il taglio della mano destra dei ladri o la lapidazione delle donne adultere), o chi semplicemente fa un disegno che ritrae Maometto. I Paesi dell'Oci spacciano questi divieti come «diritti» da applicare contro il razzismo religioso. Nella nuova bozza di Dichiarazione per la conferenza di Ginevra, manca un riferimento esplicito a questa proposta, ma i delegati dei governi e regimi islamici hanno mantenuto il loro obiettivo e possono discutere sull'ultima versione del documento, in cui la rimozione delle discriminazioni religiose (fra cui la «islamofobia») è ai primi punti dell'agenda.
Nella conferenza di Ginevra, così come in quella di Durban del 2001 (la cui Dichiarazione costituisce ancora la base dei lavori), i Paesi arabi e africani che gestirono la tratta degli schiavi per duemila anni, Paesi che tuttora praticano la schiavitù in forme più o meno legali, vogliono mettere sul banco degli imputati l'America. Per la sua schiavitù abolita da tutti i suoi stati dal 1864 (un anno prima della fine della Guerra Civile, anche gli Stati Confederati avevano iniziato a emancipare gli schiavi). Vogliono mettere sul banco degli imputati i Paesi europei che gestirono la tratta degli schiavi transatlantica. E' proprio specificata la condanna alla tratta «transatlantica» degli schiavi, delle rotte di schiavi nel Sahara o nell'Oceano Indiano non si parla nemmeno. E solo per il passato schiavista occidentale si chiede il pieno risarcimento. Non è nemmeno considerata la discriminazione delle etnie minoritarie in Cina, in Iran, in Sudan... le minoranze da tutelare e proteggere sono solo quelle «di origine africana» e «asiatica», più «le popolazioni indigene» e le popolazioni nomadi. Come si può vedere, gli autori della bozza hanno modellato sulla sola America la lotta alla discriminazione, prendendosela con un Paese che ha ormai un presidente afro-americano e ignorando popoli che vengono ancora sterminati.
Non solo i Paesi musulmani, ma anche la maggioranza delle dittature del terzo mondo (fra cui il Venezuela di Chavez in prima fila) vogliono la condanna di Israele. L'unico Paese democratico del Medio Oriente, l'unico che attribuisce pari diritti di voto a tutte le etnie (ebrei di tutte le tribù e provenienze, arabi, beduini, drusi, circassi) che lo compongono, l'unico in cui le donne hanno pari opportunità di carriera rispetto agli uomini... ebbene è l'unico Paese mediorientale ad essere messo sotto accusa. Proprio per il suo carattere occidentale, proprio in quanto simbolo di lotta contro le dittature.
E' con questi mezzucci che i peggiori razzisti del mondo vogliono dirottare la conferenza di Ginevra per evitare di essere accusati per primi. Il fatto è che di mezzucci si tratta, anche molto poco credibili. Ma in Europa pochi hanno la fermezza necessaria a sbugiardarli. L'Italia è stata la prima nazione europea a disertare i lavori di un evento, il cui significato è stato snaturato e ribaltato. La Polonia, l'Olanda e la Germania hanno seguito il nostro esempio. Tutti gli altri membri dell'Ue, però, hanno voluto partecipare, chi credendo di poter cambiare qualcosa, chi costretto da una popolazione di immigrati musulmani sempre più numerosa e agguerrita. Ma con l'unica eccezione del nostro governo, gli esecutivi dell'Unione Europea hanno dimostrato di essere culturalmente fragili di fronte alla minaccia culturale posta da chi vuole completamente sovvertire la causa anti-razzista per imporre nuovi divieti, regole e censure contro la libertà individuale.

Fonte: 21 aprile 2009

5 - L'ULTIMO LIBRO DI ENZO BIANCHI E' PIENO DI SBAGLI E ABBAGLI
Meglio rileggere Romano Amerio
Autore: Francesco Agnoli - Fonte: 26 aprile 2009

Sono reduce dalla lettura dell’ultimo libro di Enzo Bianchi, Per un’etica condivisa (Einaudi), e non posso non riflettere sulla spaventosa distanza che esiste tra il pensiero di questo famoso monaco mediatico e l’ortodossia cattolica. L’errore di fondo, che inficia tutto il ragionamento di Bianchi, è quell’ottimismo mondano che si è insinuato profondamente nel pensiero ecclesiastico e cattolico nell’epoca del post Concilio. Mondano, intendo, perché ignora o sminuisce del tutto l’esistenza del peccato. “Quando la Chiesa, scriveva parecchi anni fa il Cardinal Journet al cardinal Siri, prenderà coscienza sino a che punto lo spirito del mondo è penetrato dentro essa, si spaventerà”.
Ma come è penetrato questa mentalità, di cui Bianchi è oggi uno dei massimi alfieri? A mio modo di vedere all’epoca del Concilio, allorchè in molti si diffuse l’idea che col mondo, inteso in senso evangelico, occorresse trovare un modus vivendi pacifico e conciliante, sempre e comunque. Bisognerebbe anzitutto ritornare a quegli anni, per evitare di costruire leggende e miti come quelli che piacciono ai vari Melloni, Mancuso e, appunto, a Enzo Bianchi: il concilio non fu una pacifica e simpatica riunione di vescovi e periti, tutti in perfetto accordo tra loro, ma fu una lotta dura, che vide la presenza di posizioni problematiche e critiche, rispetto alla volontà di “aggiornamento” e “innovazione”, di molti uomini di grande spessore, dal cardinal Siri, più volte papabile, ai cardinali Ottaviani, Ruffini, Bacci, sino al Coetus Internationalis patrum, formato da centinaia di padri conciliari, e raccolto intorno a mons. Marcel Lefebvre.
I documenti conciliari sorsero dunque in mezzo alla tempesta, agli scontri, talora veramente aspri, tra “conservatori” e “progressisti”, con correzioni, emendamenti, e ambiguità, inevitabili laddove un documento nasca come mediazione, come compromesso tra posizioni divergenti. A mio modo di vedere, l’ambiguità più grande fu quella sull’atteggiamento da tenere, appunto, rispetto al mondo, allo spirito moderno e alle sue filosofie. Il concilio volle essere pastorale, e quindi soffermarsi proprio e soprattutto, in questo caso senza godere dell’infallibilità, sui modi, le strategie, per una nuova evangelizzazione, efficace e fruttuosa. Il principio guida, che fu indicato da Giovanni XXIII, fu quello di utilizzare, rispetto alla “severità” del passato, la “medicina della misericordia”.
Ci fu insomma un cambio di passo, che Romano Amerio, oggi riscoperto e finalmente ristampato da Fede & Cultura, commentò tra l’altro con queste profetiche parole: “Questo annuncio del principio della misericordia contrapposto a quello della severità sorvola il fatto che, nella mente della Chiesa, la condanna stessa dell'errore è opera di misericordia, poiché, trafiggendo l'errore, si corregge l'errante e si preserva altrui dall'errore. Inoltre verso l'errore non può esservi propriamente misericordia o severità, perché queste sono virtù morali aventi per oggetto il prossimo, mentre all'errore l'intelletto repugna con un atto logico che si oppone a un giudizio falso. La misericordia essendo, secondo S. theol., II, II, q. 30, a. 1, dolore della miseria altrui accompagnato dal desiderio di soccorrere, il metodo della misericordia non si può usare verso l'errore, fatto logico in cui non vi può essere miseria, ma soltanto verso l'errante, a cui si soccorre proponendo la verità e confutando l'errore. Il Papa peraltro dimezza un tale soccorso, perché restringe tutto l'officio esercitato dalla Chiesa verso l'errante alla sola presentazione della verità: questa basterebbe per sé stessa, senza venire a confronto con l'errore, a sfatare l'errore. L'operazione logica della confutazione sarebbe omessa per dar luogo a una mera didascalia del vero, fidando nell'efficacia di esso a produrre l'assenso dell'uomo e a distruggere l'errore” (Romano Amerio, Iota unum, Fede & Cultura).
Questo brano magistrale mi sembra possa essere utile per far fronte anche oggi a questo ottimismo mondano, che nasce all’interno del mondo cattolico, e che si presenta con alcune caratteristiche costanti: la condanna più o meno aspra delle decisioni e della pastorale della Chiesa del passato; il ripudio della Tradizione e il tentativo di presentare il Vaticano II come una sorta di nuova Pentecoste, di vero e proprio atto di nascita della cosiddetta “Chiesa conciliare”. Ottimismo mondano di cui il citato Bianchi costituisce uno degli esempi più solari, in quanto espressione di un tipo di cattolicesimo adulterato che ritiene che l’essenziale sia raggiungere una posizione condivisa, una mediazione, un punto di incontro, quale esso sia, tra la Verità di Cristo e le posizioni, anticristiche, del mondo. Se analizziamo il libro citato ne troviamo subito, nell’incipit, il significato di fondo: Bianchi vuole fare pulizia, anzitutto all’interno del mondo cattolico, mettere i puntini sulle i, spiegare quale debba essere il comportamento dei suoi fratelli di fede. Costoro, scrive Bianchi, debbono smetterla di riunirsi in “gruppi di pressione (sic) in cui la proposta della fede non avviene nella mitezza e nel rispetto dell’altro, per diventare intransigenza e arrogante contrapposizione a una società giudicata malsana e priva di valori”. La lettura del seguito fa capire bene il significato di queste parole, del tutto simili a quelle di un Augias o di un Odifreddi: esse sono una condanna chiara, anche se un po’ ipocrita nelle modalità, della posizione della Chiesa e dei cattolici, riguardo al referendum sulla legge 40 e alla questione dei pacs-dico.
Una condanna, in generale, di ogni tentativo legale e leale da parte dei cattolici, e non solo, di affermare valori non negoziabili in politica. Bianchi lo ripete più volte, spiegando quello che è ovvio, e cioè che “il futuro della fede non dipende da leggi dello stato”, ma dimenticando che i cattolici, come tutti gli altri cittadini, sono chiamati ad esprimere la loro visione di società, qui e oggi, e non a ritirarsi nelle sagrestie. Il cattolicesimo che Bianchi vorrebbe è invece insignificante e inesistente sul piano culturale e politico, e finisce addirittura per delineare una religiosità amorfa, astratta, spiritualista, che è lontanissima dall’idea originaria del cattolicesimo.
Ogni scontro e polemica attuale, ogni rinascita odierna dell’anticlericalismo, continua il monaco, è sempre colpa dei credenti, “è sempre una reazione a un clericalismo che si nutre di intransigenza, di posizioni difensive e di non rispetto dell’interlocutore non cristiano”. A parte che non si capisce bene, a leggere queste parole, a quale dibattito abbia assistito Bianchi in questi anni, il punto centrale è un altro: nel togliere al cristianesimo la sua capacità di incarnarsi nella realtà, per plasmarla concretamente, Bianchi finisce per negare cittadinanza al cristianesimo stesso e per scegliere come punto di riferimento assoluto e ingiudicabile, quasi metafisico, la Costituzione repubblicana. Da essa deriverebbe, udite, udite, “l’assoluto diritto dello stato di legiferare su tutte quelle realtà sociali fondate o meno sul matrimonio (sia religioso che civile)”. “Diritto assoluto”, scrive Bianchi: una affermazione, a ben vedere, che oggi, dopo l’esperienza delle statolatrie totalitarie, neppure il più laicista tra i giuristi arriverebbe, almeno nella teoria, a sostenere. In tutto il suo argomentare Bianchi annulla il concetto di Verità, affermando un relativismo pieno; sostiene la perfetta equivalenza tra fede e ateismo (“l’uomo può essere umanamente felice senza credere in Dio, così come può esserlo un credente”); nega di fatto in più passaggi, con linguaggio equivoco, ma chiaro, il primato petrino, a vantaggio del “primato del Vangelo”, e propone come unico riferimento del suo argomentare, da buon protestante, solo e soltanto la bibbia, la sua “lettura personale e diretta” (sic), etsi Ecclesia non daretur.
“Per un’etica condivisa” è appunto un inno ad un “modo”, ad uno “stile”, al “come”, con cui i cristiani dovrebbero presentarsi oggi ai non credenti: un modo, uno “stile”, inaugurato dal Concilio Vaticano II, che sarebbe “importante quanto il messaggio”. Coerentemente, in tutto il libro manca, appunto, il messaggio! Non vi è mai una affermazione chiara di una verità teologica o morale: si parla di “etica condivisa”, si lanciano sfrecciatine piuttosto velenose ai cattolici, al centro destra, a Berlusconi, a Maroni, a Mel Gibson, a Ferrara, come fossero loro i problemi della cristianità, ma poi non si arriva mai ai contenuti: tutto puro stile, buonismo a buon mercato, mai una parola, una posizione, quale che sia, sulla clonazione, la fecondazione artificiale, le famiglia, l’eutanasia, la sessualità, e tutti i problemi più scottanti dell’etica odierna. Al massimo qualche vago riferimento alla pace, e un accenno, velatissimo, per carità, alla 194, la legge che legalizza l’aborto, ricordando però, anzitutto e soprattutto, che i cattolici dovrebbero rispettare ogni legge nata dal “confronto democratico”, e proclamata, lo si ricordi, da quello Stato che ha potere “assoluto” di vita e di morte.
A Bianchi sfugge, come avrebbe detto Amerio, che lo stile è questione secondaria, nel senso che viene dopo, logicamente e non cronologicamente, perché l’Amore procede dalla Verità, e non viceversa. Gli sfugge, inoltre, che il suo irenismo indifferentista e relativista è stato già bollato da san Pio X, allorché deprecava quanti alla sua epoca si adoperavano per un “adattamento ai tempi in tutto, nel parlare, nello scrivere e nel predicare una carità senza fede, tenera assai per i miscredenti”, all’apparenza, ma in realtà priva di vera misericordia, perché spoglia di verità. A chi continuava a sponsorizzare una “conciliazione della fede con lo spirito moderno”, Pio X indicava il crocifisso, e ricordava che certe idee “conducono più lontano che non si pensi, non soltanto all’affievolimento, ma alla perdita totale della fede”. Perché se io non fossi un credente, e leggessi, per cercavi una parola di verità, il libro di Bianchi, arriverei alla conclusione che la verità non esiste, e che la mia sete di verità è roba da persone senza “stile”. Caro Bianchi, la verità, nella carità, mi dice sempre un’amica pro life, ma: la verità, per carità! Questo è l’unico stile, della Chiesa, di Cristo e del suo Evangelo, cioè della buona novella (vede che la novella, il messaggio, è importante?).

Fonte: 26 aprile 2009

6 - ANGELI E DEMONI: LE SOLITE BANALITA' CONTRO LA CHIESA
Le provocazioni di Dan Brown sono così grossolane da apparire in definitiva ridicole
Autore: Giacomo Vallati - Fonte: 13 maggio 2009

Il film Angeli e demoni, che esce oggi nei cinema italiani, come il precedente Codice da Vinci (tratto da un altro libro dello stesso autore, Dan Brown, e diretto dallo stesso regista, Ron Howard) mira a trarre profitto da calcolate provocazioni anticattoliche. Ovvio che, come spiegano gli esperti del marketing, "qualsiasi studio pubblicitario desidera creare polemiche attorno ad una pellicola così costosa. Ma la polemica non si può farla da soli. C'è bisogno di un partner". Ecco perché la produzione sperava e spera di provocare dure reazioni nei cattolici: vuole ulteriore e gratuita pubblicità all'ultimo film interpretato dal divo hollywoodiano.
Solo che stavolta, rispetto al Codice da Vinci le provocazioni (pur accompagnate da immagini spesso molto ben girate) sono così grossolane da apparire in definitiva ridicole. Lì un furbo mix tra storia e fantasia conferiva falsa scientificità addirittura alla negazione della divinità del Cristo. Qui, oltre al solito corollario di banalità gratuite contro la Chiesa, si arriva ad accusare un papa e tutto il sacro collegio di coprire quattro delitti di altrettanti sedicenti cardinali, e si tenta di far passare per 'santo' il mandante dei medesimi (che, tanto per gradire, è il giovane segretario del Papa precedente, nonché – con strafalcione che la dice lunga sulla preparazione 'scientifica' degli autori – anche il 'camerlengo'; cioè il decano dei cardinali, senza neppure essere cardinale).
Il risultato di questo guazzabuglio hollywoodiano è un torvo giallone in stile barocco-funerario, che, grazie al ritmo del racconto ha almeno il pregio di annoiare meno del precedente. Anche se resta solo una colossale sciocchezza. Una "patacca" come dicono i romani, riferendosi ai falsi che vengono venduti ai pellegrini in piazza San Pietro.
Quel che colpisce – semmai – è la calcolata indifferenza ostentata da autore, regista e interprete, circa la possibilità che simili fantasie e falsità possano offendere. "Se qualcuno ritiene che questo film possa irritarlo, non vada a vederlo" ripete il regista Ron Howard. Tom Hanks, invece, sogghigna. Un giornalista greco gli chiede: "E se invece di attaccare la fede cattolica, Angeli e demoni se la fosse presa con quella grecoortodossa alla quale appartiene sua moglie, come l'avrebbe presa?". Tom prima fa il superiore. "Non avrei avuto alcun problema". E poi svicola dall'imbarazzo con una battuta: "Però dovete riconoscere che, come ambientazione, è molto più suggestiva Roma che Costantinopoli".
In mancanza di polemiche così forti da alimentare la macchina pubblicitaria del film, gli autori hanno provato anche a fare un po' di vittimismo denunciando "la censura del Vaticano a girare scene in piazza San Pietro". Un'altra "patacca". Il divieto, infatti, vale per tutti i film e le fiction. E da anni.
In mezzo a tante imprecisioni, c'è un'osservazione del regista Ron Howard che ci vede completamente d'accordo. "In fondo si tratta solo di un film. E nonostante qualunque successo avrà le persone continueranno lo stesso a credere e ad andare in chiesa". L'importante stavolta è non andare al cinema, e sconsigliare gli amici a farlo.

Fonte: 13 maggio 2009

7 - ANGELI E DEMONI: GLI ERRORI DI DAN BROWN
Le principali falsita' storiche del film
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: 18 maggio 2009

Angeli e Demoni di Dan Brown, da cui è stato tratto il film del 2009, è l’ultimo fra molti romanzi che affermano che gli Illuminati sono, o sono stati, una potentissima società segreta.
MA È SOLO UN ROMANZO?
Non secondo lo stesso Dan Brown. Nel suo sito Web il romanziere americano sostiene che: “Società segrete come gli Illuminati ricorrono alle misure più estreme per rimanere nascoste. Benché molti rapporti di servizi segreti siano stati scritti su questa società, pochi sono stati pubblicati. Le teorie sul complotto degli Illuminati parlano di un’infiltrazione del Parlamento inglese e del Dipartimento del Tesoro americano, di un collegamento segreto con la massoneria, di un’affiliazione con sette sataniche clandestine, e perfino della rinascita del loro antico proposito di distruggere il Vaticano. Separare la realtà dalla finzione a proposito degli Illuminati può essere difficile a causa della massiccia quantità di disinformazione che è stata diffusa su questa società segreta. Alcuni pensano che questa pletora di disinformazione sia stata creata dagli Illuminati stessi per screditare in anticipo ogni informazione fattuale che possa essere venuta alla luce. Questa tattica per occultare i fatti – nota come ‘semina di notizie’ – è spesso usata dai servizi segreti americani”. Dan Brown sembra qui più credulone quanto all’esistenza ai giorni nostri e al potere degli Illuminati del suo stesso personaggio Robert Langdon.  Dan Brown afferma pure che tutte le sue affermazioni sulla Chiesa cattolica sono il frutto di accurate ricerche, ma anche su questo c’è molto da ridire.
NELLA SOSTANZA, LA DESCRIZIONE CHE IL FILM E IL ROMANZO FANNO DEL CONCLAVE È ATTENDIBILE?
Certamente no. Non esistono “cardinali preferiti” segnalati come tali prima del conclave; non c’è un “grande elettore” che orienta il conclave ma non è eleggibile; non è vero che sia necessario essere vescovi presenti a Roma per essere eletti (qualunque cattolico di sesso maschile battezzato, adulto e celibe può essere eletto Papa). In Angeli e Demoni ha anche un ruolo centrale un “camerlengo” che non partecipa al conclave in quanto non è cardinale. Dal XV secolo il camerlengo, che amministra gli affari ordinari della Chiesa durante il periodo di sede vacante, è un cardinale.
È VERO CHE IL BEATO PIO IX (1792-1878) FECE “CASTRARE” LE STATUE ANTICHE E RINASCIMENTALI DI PERSONAGGI MASCHILI PER NON SCANDALIZZARE I FEDELI MOSTRANDO GLI ORGANI GENITALI?
Non è vero. La leggenda risale a una letteratura anti-clericale di lingua inglese della fine del secolo XIX. Alcuni organi genitali di statue particolarmente vistosi furono ricoperti con foglie di fico, a diverse riprese, dal XVII al XIX secolo senza che la cosa si possa imputare esclusivamente né principalmente a Pio IX. Certamente Pio IX non “distrusse statue pagane alla fine dell’Ottocento” nel centro di Roma o al Pantheon, come si afferma nel film, anzitutto per due buoni motivi: alla fine dell’Ottocento Pio IX era morto e il centro di Roma, Pantheon compreso, era governato dal Regno d’Italia. Di più: Pio IX promosse attivamente gli scavi e i restauri archeologici e lo studio dell’antichità romana, il che non mancò di essergli rimproverato da autori anche cattolici dell’epoca che consideravano questi studi e restauri come non consoni alla missione della Chiesa cattolica o come perdite di tempo.
È VERO CHE NEL 1668 LA CHIESA CATTOLICA PROMOSSE UNA “PURGA” CONTRO GLI SCIENZIATI, UNA “MACCHIA VERGOGNOSA NELLA STORIA DELLA CHIESA” COME SI DICE NEL FILM, FACENDO MARCHIARE A FUOCO E UCCIDERE QUATTRO SCIENZIATI ED ESPONENDO I LORO CADAVERI A MONITO DEGLI SCIENZIATI IMPRUDENTI?
Non è vero, e si tratta in assoluto della maggiore menzogna propagandata dal film. Nulla di simile è successo nel 1688, né ad altra data.
MA LA CHIESA È STATA PER SECOLI NEMICA DELLA SCIENZA, GIUSTO?
La questione è complessa e non può essere risolta in quattro battute come si rischia di fare in un romanzo o in un film. Certamente ci sono state tensioni e incomprensioni – ed errori da parte di uomini di Chiesa come pure di scienziati – ma occorre anzitutto ricordare che è grazie all’idea cristiana di un Dio che crea il mondo secondo ragione e lo dota di leggi che la ragione umana può scoprire che è nata in Occidente (mentre non è nata altrove) la scienza; e all’origine è nata nei monasteri e nelle università cattoliche, all’ombra della Chiesa e grazie alla Chiesa. Molti grandi scienziati sono stati cattolici. Altri non hanno gradito che la Chiesa ricordasse loro come anche la scienza deve rispettare regole e limiti morali, un problema di grande attualità oggi, oppure hanno preteso che la scienza potesse “provare” la fallacia delle religioni, una pretesa che non ha carattere scientifico ma appunto religioso.
GALILEO GALILEI (1564-1642) HA SCRITTO UN LIBRO CHIAMATO DIAGRAMMA VERITATIS (DIAGRAMMA DELLA VERITÀ)?
No.
NEL FILM VEDIAMO IL PROTAGONISTA ROBERT LANGDON PENETRARE NELL’ARCHIVIO SEGRETO VATICANO, DOVE POCHISSIMI POSSONO ENTRARE, E DOVE SONO CONSERVATI I DOCUMENTI SEGRETI DEL PROCESSO A GALILEO. SONO DAVVERO SEGRETI?
Il nome storico “Archivio Segreto Vaticano” non deve trarre in inganno. All’Archivio a qualunque studioso con credenziali accademiche non è difficile accedere. I documenti del processo a Galileo sono stati studiati da decine di studiosi e lo stesso Archivio Segreto Vaticano, ben lungi dal nasconderli, li sta pubblicando in un’edizione annotata a partire dal 1984. Prima del 1984 non erano segreti ed erano stati studiati e citati da diversi studiosi, molti dei quali non cattolici.
NELLO STESSO ARCHIVIO CI SAREBBE UN INVENTARIO DEGLI ENORMI BENI DELLA CHIESA IN UNA SEZIONE “BANCO VATICANO”: È COSÌ?
No. Non esistono né un tale inventario né una banca chiamata “Banco Vaticano”.
VENIAMO AGLI ILLUMINATI. DAVVERO ERANO PRESENTI A ROMA ALL’EPOCA DI GALILEO O DI ARTISTI COME GIAN LORENZO BERNINI (1598-1680) E SI BATTEVANO PER LA LIBERTÀ DELLA SCIENZA CONTRO L’OSCURANTISMO CATTOLICO?
No. Gli Illuminati non hanno mai avuto una presenza a Roma, né risultano conflitti fra la Chiesa e l’Ordine degli Illuminati che abbiano avuto per tema specifico la libertà della ricerca scientifica.
EPPURE L’ESISTENZA DEGLI ILLUMINATI È UN FATTO STORICO, VERO?
Sì. L’Ordine degli Illuminati è  fondato il 1° maggio 1776 all’Università di Ingolstadt, allora parte del Regno di Baviera, in Germania, da un professore di diritto, Adam Weishaupt (1748-1830). Gli Illuminati costituivano un’interessante organizzazione, che da una parte offriva ai suoi membri rituali esoterici, dall’altra aveva uno scopo politico e mirava a rovesciare il regime monarchico, cattolico e piuttosto conservatore, del Regno di Baviera, sostituendolo con una repubblica ispirata alle idee dell’Illuminismo. (...)

Fonte: 18 maggio 2009

8 - COSA PENSA LA SANTA SEDE DELL’USO DELL’ENERGIA NUCLEARE?

Autore: Antonio Gaspari - Fonte: 4 marzo 2009

Il 24 febbraio il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy, al termine dei colloqui bilaterali Italia-Francia svolti a Villa Madama, hanno firmato l'accordo di cooperazione nel campo dell'energia nucleare con il coinvolgimento di Enel e Edf.  L'intesa prevede tra l'altro la collaborazione tra le due aziende per la realizzazione di quattro centrali nucleari in Italia a partire dal 2020. In seguito a questa notizia, al Parlamento, sui mezzi di comunicazione, ma anche nei bar, nelle piazze si è scatenata un vivace dibattito sull'opportunità o meno di utilizzare la fonte nucleare per produrre energia elettrica.
E' interessante notare come, nonostante la maggior parte degli interlocutori si sia sentita di intervenire per tutelare quello che è il bene comune, nessuno abbia chiesto il parere a chi sulla difesa del Bene Comune ha sviluppato e codificato una Dottrina Sociale, cioè la Santa Sede. La Chiesa cattolica ha un autorità riconosciuta sulle questioni religiose, ma anche in campo sociale il suo magistero rappresenta uno dei punti più avanzati in termini di saggezza, lungimiranza, attenzione e impegno per il bene comune.
La domanda è quindi d'obbligo: come valuta la Santa Sede l'utilizzo e lo sviluppo dell'energia da fonte nucleare? A questa domanda specifica il cardinale Renato Raffaele Martino, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, in occasione della presentazione del Messaggio del Pontefice Benedetto XVI per la Giornata Mondiale della Pace 2007, ha risposto che « La Santa Sede è favorevole e sostiene l'uso pacifico dell'energia nucleare» mentre ne avversa l'utilizzo militare.
In ogni occasione in cui i Pontefici o i rappresentati del Vaticano sono stati interpellati, si sono sempre opposti all'utilizzo militare del nucleare, mentre hanno sempre sostenuto l'utilizzo pacifico per la produzione di energia elettrica. Il Presidente del Dicastero vaticano ha ricordato che quando fu fondata l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica a Vienna  (AIEA) i promotori chiesero che la Santa Sede fosse tra i fondatori. «Scopo dell'Agenzia - ha aggiunto - è quello dell'uso pacifico dell'energia atomica, e la Santa Sede come membro di questa agenzia aderisce all'uso pacifico dell'energia nucleare». Il porporato ha tenuto a precisare che le migliaia di testate nucleari ad uso militare, una volta smantellate potrebbero essere utilizzate per alimentare centrali nucleari ad uso pacifico utili e necessarie allo sviluppo dei paesi più poveri. In questo contesto il Cardinal Martino ha rilevato che «la Russia ha deciso di smantellare 20.000 testate nucleari e gli Stati Uniti 8.000. Una volta smantellate queste testate resta il combustibile nucleare che potrebbe essere usato o venduto per alimentare centrali elettriche nucleari».
Il Cardinale ha poi fatto presente che «ci sono dei volenterosi e delle organizzazioni umanitarie che propongono di utilizzare questa energia a beneficio dei sottosviluppati», o con la costruzione di centrali elettriche nucleari o con la messa a disposizione di questo combustibile a Paesi che già possiedono tali centrali e il cui ricavato della vendita potrebbe quindi essere investito nello sviluppo dei Paesi poveri. Nel corso di un intervista concessa alla Radio Vaticana (primo agosto 2007) il cardinale Martino ha chiesto: «Poste le esigenze della massima sicurezza per l'uomo e per l'ambiente, e sancito il divieto dell'uso ostile della tecnologia nucleare, perché precludere l'applicazione pacifica della tecnologia nucleare?» ed ha aggiunto: «In campo medico sono noti i possibili benefici derivanti dalla radiologia nucleare; nel settore agricolo studi AIEA tendono a dimostrare come la tecnologia nucleare possa favorire l'agricoltura. Il settore che preoccupa di più sembra essere quello energetico. Tuttavia, assicurata la sicurezza degli impianti e dei depositi; regolati in maniera severa la produzione, la distribuzione e il commercio di energia nucleare, mi sembra vi siano i presupposti per una politica energetica "integrata"(...). Inoltre, aprire un dibattito sereno e pubblico sull'energia nucleare sembra quanto mai utile in questo momento storico nel quale gli stati prendono sul serio questa fonte di energia. Escludere l'energia nucleare per una questione di principio, oppure per la paura dei disastri potrebbe essere un errore e in alcuni casi conduce ad effetti paradossali. Si pensi all'Italia che nel 1987 ha abbandonato la produzione di energia nucleare; ma che oggi importa la stessa energia nucleare dalla Francia ed esporta centrali nucleari all'estero mediante società a capitale pubblico. In definitiva, è necessario e doveroso valutare con la massima prudenza la possibilità di un uso pacifico della tecnologia nucleare. Questo, tuttavia, nella consapevolezza che le opere dell'ingegno umano, quindi anche le conquiste nel campo nucleare, vanno poste al servizio della famiglia umana. La tecnologia può essere un male per il cattivo uso che se ne può fare, e non un male in quanto tale».
Il punto di vista della dottrina sociale della Chiesa sull'energia nucleare trova conferma, sostegno e continuità dalle dichiarazioni dei pontefici da Giovanni XXIII fino a Benedetto XVI. Giovanni XXIII nella Mater e Magistra (15 maggio 196) parla della scoperta dell'energia nucleare e della <<crescente sua utilizzazione ad usi civili>>. Il Pontefice Paolo VI nel suo intervento alle Nazioni Unite svolto il 24 maggio del 1978, dopo aver respinto l'armamento nucleare, disse: <<Nello stesso tempo si dovrà trovare il modo di rendere accessibili a tutti i popoli le incalcolabili risorse dell'energia nucleare per il loro uso pacifico>>. Circa il dibattito sull'energia nucleare, Giovanni Paolo II ha affermato il 15 giugno 1982 in un discorso al CERN: " La Santa Sede ha un rappresentante permanente presso l'Agenzia Internazionale dell'energia atomica a Vienna per manifestare il suo interesse verso l'utilizzazione pacifica  e sicura dell'energia nucleare....Incombe in modo particolare promuovere l'informazione in questo settore da parte dei responsabili dell'applicazione tecnica". E Benedetto XVI  prima della recita dell'Angelus il 29 luglio 2007, in occasione del 50° anniversario dell'entrata in vigore dello Statuto dell'A.I.E.A., l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, istituita con il mandato di "sollecitare ed accrescere il contributo dell'energia atomica alle cause della pace, della salute e della prosperità in tutto il mondo ha chiarito:  <<La Santa Sede, approvando pienamente le finalità di tale Organismo, ne è membro fin dalla sua fondazione e continua a sostenerne l'attività. I cambiamenti epocali avvenuti negli ultimi 50 anni evidenziano come, nel difficile crocevia in cui l'umanità si trova, sia sempre più attuale e urgente l'impegno di incoraggiare la non proliferazione di armi nucleari, promuovere un progressivo e concordato disarmo nucleare e favorire l'uso pacifico e sicuro della tecnologia nucleare per un autentico sviluppo, rispettoso dell'ambiente e sempre attento alle popolazioni più svantaggiate>>

Fonte: 4 marzo 2009

9 - ELEZIONI EUROPEE 2009
La classifica dei deputati da votare
Autore: Giovanni Fenizia - Fonte:

Il 6 e 7 giugno 2009 si svolgeranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. Il fatto che Nuove Onde sia un’associazione non partitica e non confessionale, non vuol dire che ci disinteressiamo della politica (anche quella partitica) o che riteniamo, in modo semplicistico, che le scelte dei partiti e dei candidati siano tutte uguali.
Perciò, mettendo al centro i valori fondamentali da promuovere nell’azione politica - la famiglia, la difesa della vita umana, la libertà di educazione - abbiamo scelto di analizzare i comportamenti dei parlamentari europei uscenti rispetto ad essi.
Elaborando questi dati abbiamo redatto una classifica dei deputati che hanno votato meglio e abbiamo indicato in ciascuna votazione per ogni partito quanti deputati hanno votato bene e quanti male, con particolare attenzione verso i due principali partiti (PD e PDL) poiché insieme rappresentano circa il 70% degli elettori.
Perché focalizzarci su questi valori? Perché oltre a riconoscerli come valori fondanti, dai quali discende o meno la correttezza delle azioni e dei comportamenti in tutti gli altri settori della vita sociale e politica, riteniamo che questa volta vi sia una ulteriore particolare motivazione: infatti è proprio dall’Europa che in questi anni sono arrivati i maggiori attacchi sui temi della famiglia e della bioetica. Su questi temi spesso l’Italia rappresenta un’eccezione positiva rispetto alla cultura relativista dominante nella legislazione di tanti Paesi europei. I matrimoni tra omosessuali, la legalizzazione dell’eutanasia, l’aborto libero e senza vincoli, l’utilizzo di embrioni umani come cavie per la sperimentazione sono alcune delle tristi realtà in diversi Stati europei. Ciò spinge, e lo farà sempre di più, le Istituzioni europee, guidate da questa cultura dominante a fare pressione sull’Italia e su tutti i Paesi che ancora non si sono adeguati su questi temi sia a livello culturale che legislativo.
È importante sottolineare qui il problema del cosiddetto “deficit democratico” delle istituzioni comunitarie. Il processo decisionale ordinario dell’Unione europea, infatti, non è frutto dell’attività di una singola istituzione, ma di diversi organi: principalmente la Commissione europea, il Parlamento europeo, il Consiglio dell’Unione europea. Si tenga presente anche che più della metà della normativa nazionale non è che il riflesso di quella “europea” e quindi l’effettivo centro decisionale dei provvedimenti che regolano la nostra vita e le nostre istituzioni non risiede in Italia, bensì presso le istituzioni dell’UE. Di norma è la Commissione europea a proporre nuove norme dell'UE, ma sono il Consiglio e il Parlamento ad adottarle; in alcuni casi, il Consiglio agisce da solo. Fra tutti questi organi, però, solo il Parlamento europeo è eletto dai cittadini dell’Unione europea, mentre per la composizione delle altre istituzioni che concorrono, in modo assai significativo, alla formazione degli atti normativi europei non è prevista alcuna partecipazione popolare.
Alla luce di questi aspetti, risulta particolarmente importante scegliere per il Parlamento Europeo partiti e persone che garantiscano la maggiore affidabilità possibile riguardo alla tutela dei valori a noi cari.
Nei capitoli 4, 5 e 6, sempre con i medesimi valori come guida e riferimento, proponiamo un aggiornamento di quelle che riteniamo iniziative significative nei vari livelli delle nostre amministrazioni pubbliche, dallo Stato ai Comuni: i dati raccolti riguardano quanto avvenuto in quest’ultimo anno, dall’aprile 2008 ad oggi, e sono una prosecuzione delle 2 precedenti edizioni (la prima edizione uscita nel marzo 2006 e la seconda nel marzo 2008) di questo nostro “osservatorio politico”, ormai divenuto permanente.
Questo aggiornamento sulla situazione nelle istituzioni pubbliche italiane, può rappresentare un aiuto ad orientarsi anche in quelle zone dell’Italia in cui, in concomitanza con le elezioni Europee si voterà per le elezioni amministrative (rinnovo della propria Amministrazione Provinciale o Comunale).
Come nelle precedenti edizioni, il nostro lavoro non ha la presunzione di aver raccolto e analizzato tutto il materiale possibile riguardo a votazioni e provvedimenti su questi valori. Inoltre, i grandi cambiamenti dei partiti e delle alleanze elettorali che continuamente avvengono, insieme con i non saltuari cambi di partito dei politici, potrebbero far emergere nel nostro lavoro alcune piccole differenze nei nomi dei partiti o nelle collocazioni politiche assegnate agli Europarlamentari. Tuttavia riteniamo, anche questa volta, di poter offrire uno strumento, basato non su promesse o propositi ma su fatti concreti, che possa aiutare chi ci legge ad orientarsi nella politica per esprimere un voto consapevole.
Infine, ringraziamo tutte le persone che, hanno collaborato con noi alla realizzazione di questo lavoro, Stefano Cannata, Francesca Casini, Patrizia Casini, Valentina Casini, Roberto Respinti, Luca Rossanigo, Giovanni Sisto, Andrea Vaghi e le tante altre persone che in diversi modi ci hanno dato il loro aiuto e manifestato sostegno a proseguire sulla strada di questo nostro osservatorio politico.
Buona lettura e … buon voto!

Per scaricare il documento di Nuove Onde vai a
www.nobugie.splinder.com/tag/n+86+elezioni+europee


Stampa ArticoloStampa


BastaBugie è una selezione di articoli per difendersi dalle bugie della cultura dominante: televisioni, giornali, internet, scuola, ecc. Non dipendiamo da partiti politici, né da lobby di potere. Soltanto vogliamo pensare con la nostra testa, senza paraocchi e senza pregiudizi! I titoli di tutti gli articoli sono redazionali, cioè ideati dalla redazione di BastaBugie per rendere più semplice e immediata la comprensione dell'argomento trattato. Possono essere copiati, ma è necessario citare BastaBugie come fonte. Il materiale che si trova in questo sito è pubblicato senza fini di lucro e a solo scopo di studio, commento didattico e ricerca. Eventuali violazioni di copyright segnalate dagli aventi diritto saranno celermente rimosse.